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Category Archives: Natale e Capodanno

Il presepe

Pittura affrescata. Catacomba di Santa priscilla, III secolo d.C.

Lo spiega la parola stessa: un recinto, delimitato da una siepe. Usato per il ricovero del bestiame. “Praesepire”, il verbo latino, spiega l’atto: cingere, chiudere, sbarrare. Che è anche difendere, proteggere, abbracciare.

Gesù, riferisce l’evangelista Luca, nacque in una stalla. E fu posto nel luogo dove si sistema il fieno che serve agli animali: su una mangiatoia, in una greppia. “Cripia” in basso latino. Da cui, nelle altre lingue d’Europa, tutte le parole con cui si definisce il presepe: “crechè” in francese, “crib” in inglese, “krippe” in tedesco e “krubba” in svedese. Anche ““wertep” nella lingua russa e “szopka” in quella polacca, vogliono dire mangiatoia e indicano la rappresentazione natalizia della Natività.

La prima attestazione del Natale è contenuta nel più antico calendario della Chiesa di Roma, il Cronografo romano del 354, redatto sotto papa Liberio. Nel documento è scritto: “Il 25 dicembre nacque Cristo a Betlemme di Giudea”. Bisogna però tenere presente che la festa più antica della cristianità non è il Natale, ma la Pasqua che ricorda la risurrezione di Cristo, motivo fondante della fede e base dell’annuncio stesso del Vangelo.

L’esatto giorno della nascita di Gesù non è tramandato in modo chiaro neppure dagli evangelisti. Così, i primi cristiani tendevano a festeggiare, a volte nello stesso giorno, soprattutto il Battesimo o l’Epifania, le date della rivelazione della divinità.

L’Adorazione dei Magi nella catacomba di Santa Priscilla

Come è noto, la maggior parte dei biblisti colloca l’anno della nascita di Cristo dopo il censimento di Augusto (8 a.C.) e prima della morte di Erode (4 a.C.). Dionigi il Piccolo, nel VI secolo, fissò la data per errore nell’anno 753 dalla fondazione di Roma. E da quella inesattezza decorre, in tutto l’occidente, la cosiddetta “era cristiana”.

Il primo ad affermare con chiarezza che Gesù nacque il 25 dicembre fu Ippolito di Roma, nel suo commento al libro del profeta Daniele, scritto intorno al 204. In quel giorno, nel vecchio calendario giuliano, entrato in vigore nel 46 avanti Cristo e basato sul ciclo delle stagioni, cadeva il solstizio d’inverno: la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Le ore fondamentali della rinascita del mondo. Cristo emergeva dal buio del peccato e vinceva le tenebre del male e della morte.

Come un’altra divinità, nata lo stesso giorno, della quale la festa cristiana del Natale prese il posto, in forma pressoché definitiva soltanto a partire dal IV secolo: il Sol Invictus, il dio del sole “mai vinto”, venerato dai romani fin dall’anno 200, all’epoca del regno di Settimio Severo. L’imperatore Eliogabalo (203 – 222) tentò, con poco successo, di imporne il culto al posto di Giove. Ci riuscì Aureliano (214 –275) grato al dio amico che con un sogno premonitore nel 272 lo aiutò a sconfiggere la regina Zenobia del regno di Palmira, mortale nemica di Roma. Tanto che appena due anni dopo, il 25 dicembre 274, l’imperatore consacrò la data del solstizio d’inverno come il “giorno natale del sole invicto”. Proclamò la “festa della luce”. E inaugurò in modo solenne, sul colle del Quirinale, il tempio dedicato al dio, insieme ai “Pontifices Solis Invicti”, i sacerdoti preposti al culto.

Nella Roma cosmopolita, nella quale si mescolavano culti diversi, la nuova religione del dio del sole si propagò rapidamente. Del resto l’antico culto, in altre forme, era celebrato da secoli in tutto il mondo antico. Già nella notte dei tempi a Stonehenge, in Gran Bretagna, in Val Camonica, in Iran, in Francia e in Irlanda. Ma anche in Grecia attraverso simbologie achee e in tutto l’Oriente.

Mitra al centro e il Sol Invictus in alto a sinistra, Musei Vaticani

Il Sol Invictus si sovrappose al Sol Indigens dei primi popoli italici, dio primigenio a cui resero sacrificio anche Enea e Circe, come ricorda Esiodo. Il culto del sole fu istituito da Tito Tazio, leggendario re dei sabini. Secoli dopo, il Sol Invictus diventò addirittura il dio protettore degli imperatori. In suo onore, Vespasiano fece innalzare una statua gigantesca. Traiano e Adriano ne stamparono l’immagine sui solidi, le monete del potere. E con Commodo “invictus” divenne l’appellativo stesso degli imperatori.

Il Sol Invictus, l’invincibile dio della luce dei soldati di Roma, si fuse con l’altro culto orientale di Mitra, una divinità prima induista e persiana, poi ellenistica e romana, adorata nelle religioni misteriche dal I secolo avanti Cristo al V secolo dopo Cristo. Anche Mitra era nato il 25 dicembre. Il culto del dio, guerriero e allo stesso tempo dispensatore di luce, riservato solo agli uomini, conobbe una grande espansione. E nella religione pubblica si identificò rapidamente con il culto romano del Sole.

Nel III secolo Roma era il maggior centro della cristianità in Occidente. Il passaggio dalla festività pagana a quella cristiana fu facilitato dalla tradizione biblica che parlava del Messia come di un sole e di una luce: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge” (Lc 1, 78). I primi scrittori cristiani distinsero in modo chiaro il “vero Sol iustitiae da quello venerato dai pagani e dai manichei” (Agostino, Enarrationes in Psalmos, 25, 2, 3). L’editto di Tessalonica, emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II dichiarò il cristianesimo la religione ufficiale dell’impero e proibì sia l’arianesimo che i culti pagani. Ma ottanta anni dopo, nel sermone di Natale del 460, papa Leone I scriveva: “È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto…”.

La parola “praesepe” comparve molto più tardi. Cominciò ad essere utilizzata per indicare una antichissima chiesa: la basilica romana di Santa Maria Maggiore. Papa Sisto III la fece costruire nel 432 dopo Cristo, un anno dopo il Concilio di Efeso. Nella città ionica era stato appena proclamato il dogma della “theotòkos”, ovvero della maternità divina di Maria. Poi, ai tempi di papa Teodoro I (VII secolo d.C) sull’Esquilino furono traslate anche le reliquie divine della Sacra Culla: i frammenti di legno, secondo la tradizione, provenivano dalla mangiatoia in cui Gesù fu posto subito dopo la nascita. La culla di Cristo è ancora lì, sotto l’altare papale, in una cripta voluta, secoli dopo, da Pio IX.

“Santa Maria Ad Praesepe”, la basilica legata in modo indissolubile al mistero della Natività, diventò così, per i cristiani, la chiesa “presso il presepe”. I primi seguaci di Cristo scolpivano o dipingevano le scene della nascita del Redentore nei luoghi segreti nei quali solevano incontrarsi. L’immagine più antica della Madonna appare sul soffitto di una nicchia nella grande catacomba di Santa Priscilla, scavata nel tufo, per 13 chilometri, nelle viscere di Roma.

Lo stucco risale agli anni 30 o 40 del III secolo dopo Cristo. Nella pittura affrescata, la Vergine è seduta. Indossa una stola, il capo è coperto da un mantello. Maria accenna a un gesto, delicato e materno, verso il neonato che tiene sulle ginocchia. Vicino a lei appare un profeta: è Isaia o più probabilmente Balaam: nella mano destra stringe un rotolo; con la sinistra indica l’astro lontano che annuncia al mondo la nascita del Messia: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Num. 24,15-17). San Giuseppe non è rappresentato: nell’iconografia della Natività comparirà soltanto duecento anni dopo, nella prima metà del V secolo.

Poco lontano, nella cosiddetta “Cappella greca”, spunta un’altra immagine: una adorazione dei Magi che risale allo stesso periodo storico. I tre personaggi che offrono i loro doni sono i primi pagani che rendono omaggio al Figlio di Dio. Camminano a passo spedito, fasciati dai loro vestiti orientali, dai colori accesi e diversi. E la Madonna che li attende, seduta, somiglia a una matrona di Roma. Le prime comunità cristiane ripeteranno la medesima scena in altri cimiteri dell’Urbe: i Magi erano il segno della universalità della salvezza e del messaggio di Dio, diretto a tutte le genti del mondo.

In Oriente, negli stessi anni, i seguaci di Cristo si attenevano ancora al divieto della dottrina ebraica, chiarito da un celebre passo dell’Antico Testamento: “Non ti fare nessuna scultura, né immagini delle cose che sono su nel cielo, o sulla terra, o nelle acque sotto la terra. Non adorare tali cose, né servir loro…” (Esodo 20, 4-5).

Particolare del sarcofago di Adelfia, Siracusa (330 dopo Cristo)

Il più antico presepio del mondo risale al 330 dopo Cristo. È scolpito sulle lastre di marmo del Sarcofago di Adelfia, a Siracusa. E ci colpisce ancora per la sua commovente bellezza. Il Bambino è in fasce, scaldato dal fiato del bue e dall’asinello. È protetto da una tettoia ricoperta da tegole e ceppi. Poco lontano, un pastore ha appena ricevuto dall’angelo la notizia della nascita miracolosa. Accanto, Maria, siede su una roccia. E quasi avvolge e protegge tutta la scena con il suo sguardo sereno di madre.

Il prezioso reperto è conservato al centro del nuovo settore del museo archeologico regionale “Paolo Orsi”, dedicato all’arte cristiana. Fu scoperto in un pomeriggio del luglio del 1872, all’interno di un cubicolo delle Catacombe di San Giovanni, da Francesco Cavallari, allora direttore delle Antichità di Sicilia. Le lastre di marmo bianco, un tempo decorate da molti colori, rappresentano scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. Al centro del sarcofago, una valva di conchiglia racchiude i busti di due sposi: Adelfia, “clarissima femina”, unita per sempre a suo marito Valerio, che commissionò l’opera. Forse si tratta di quel Lucio Valerio Arcadio che fu console di Sicilia dal 325 al 330, proprietario anche della meravigliosa villa romana di Piazza Armerina, nei pressi di Enna.

Sotto il cartiglio che reca l’iscrizione “Qui giace Adelfia…”, il piccolo Gesù tende le mani verso i doni dei Magi, che ne bassorilievo preceduti da una stella a sette punte. Una corona sovrastata da una gemma simboleggia l’oro; una pisside, l’oggetto liturgico usato per conservare le ostie, custodisce l’incenso e la mirra.

Epitaffio di Severa, catacomba di Santa Priscilla, Roma

L’Adorazione dei Magi è replicata in altri cimiteri cristiani. Appare ancora a Roma nelle catacombe di Priscilla sulla lastra marmorea della tomba di Severa (300 circa dopo Cristo), nella catacomba dei SS. Pietro e Marcellino, nella fronte di un sarcofago risalente alla prima metà del IV secolo, conservato nelle sale del Museo Pio Cristiano della Città del Vaticano e in un altro sarcofago, dello stesso periodo, scoperto a S. Paolo fuori le mura.

E si può ammirare ancora a Milano, nel sarcofago esposto al Museo Ambrosiano. Ma soprattutto in quello di Stilicone, conservato nella basilica di S. Ambrogio e inglobato in un ambone costruito in epoca medievale.

Milano, Sant’Ambrogio. Sarcofago di Stilicone (foto Giovanni Dall’Orto)

Fu scolpito molto probabilmente nella seconda metà del IV secolo. Sul lato che guarda verso l’altare è rappresentata la scena di una delle prime Natività di cui abbiamo conoscenza. Gesù, anche se è in fasce, ha il volto di un adulto. Lo vegliano un bue e un asino. Le due bestie, secondo la lettura di Sant’Ambrogio, rappresentano la moltitudine del mondo: il bue, portatore del giogo della Legge, evoca il popolo giudaico; l’asino costretto dai pesi dell’idolatria, rappresenta i Gentili. A fianco, due uccelli beccano un grappolo d’uva: uno con convinzione, l’altro esitando: sono i fedeli, pronti a nutrirsi della “fede” oppure restii ad accogliere il messaggio di Cristo.

Ma il bue e l’asino non erano nella stalla con Gesù. E i pastori non cantavano. Perché “nel Vangelo non si parla di animali”. Lo ha scritto papa Benedetto XVI nel suo saggio “L’infanzia di Gesù”, costato nove anni di studi. Joseph Ratzinger spiega che in ogni caso “nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all’asino”. E aggiunge: “La povertà è il vero segno di Dio”.

Il presepe, sotto l’onda della fede, si arricchì presto di altri personaggi e altri simboli. Con nuovi significati allegorici. Nella rappresentazione, il bue e l’asino furono aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e di Isaia (1,3):“Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone; ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. Gli animali vicino alla mangiatoia diventano i simboli del popolo ebreo e dei pagani. Davanti al Dio che nasce in una stalla tutti gli uomini, erano come buoi ed asini, privi di intelligenza e conoscenza. Benedetto XVI scrive: “Ma il Bambino nella mangiatoia ha aperto loro gli occhi, cosicché ora essi riconoscono la voce del proprietario, la voce del loro Signore”. Gli angeli presenti nella scena toccante della Natività sono il modello di creature superiori, testimoni dell’evento straordinario.

Copertura dell’evangelario nel Duomo di Milano

Quanto alla grotta, nella iconografia orientale, simboleggia il ventre della terra. Nei Vangeli canonici non se ne fa menzione. Ne parlano invece due Vangeli apocrifi, il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo dello pseudo Matteo che risalgono al II secolo dopo Cristo. La descrivono rifulgente di luce, “come se vi fosse il sole”.

Di una grotta parlò, per la prima volta San Giustino, filosofo e martire, nato in Palestina, che 150 anni dopo gli avvenimenti scrisse: “Al momento della nascita del bambino a Betlemme, poiché non aveva dove soggiornare in quel villaggio, Giuseppe si fermò in una grotta prossima all’abitato e, mentre si trovavano là, Maria partorì il Cristo e lo depose in una mangiatoia, dove i Magi, venuti dall’Arabia lo trovarono” (Dialogo con Trifone, 78). Sul luogo, dove fu edificata una basilica, già nel IV secolo accorrevano numerosi i pellegrini.

I primi ad adorare il Bambino furono i pastori, che all’epoca, nella scala sociale, erano visti come degli emarginati, persone che vagavano fuori dai centri abitati, senza una fissa dimora. Le loro figure furono aggiunte nei presepi in età medievale. Il numero variava, secondo le circostanze. Nella rappresentazione, ascoltano per primi, accanto alle loro greggi, l’annuncio dell’angelo . E l’adorazione del Bambino venuto al mondo in una mangiatoia è il passo iniziale per un cammino di conversione capace di allontanarli dai peccati del mondo.

Icona della Natività di Gesù, Cappella Palatina, Palermo

Gli ultimi ad apparire sulla scena del presepio furono i Re Magi. Il Vangelo di Matteo non fa i loro nomi e non dice quanti fossero. Nei testi non canonici il loro numero varia da due a dodici. San Leone Magno (390-461) stabilì che fossero tre, come le età dell’uomo (gioventù, maturità e vecchiaia) e le razze in cui, secondo il racconto biblico, è divisa l’umanità: semita, giapetica e camita. L’europeo Melchiorre (“il signore della luce”) è inginocchiato oppure prostrato e porta l’oro al bambino nato in una grotta; l’orientale Gaspare (“il signore della forza-splendore”) e l’africano Baldassarre (“il prediletto del Signore”) portano a turno incenso e mirra, due piante che crescono sia in Africa che in Asia.

I doni parlano alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’oro è riservato ai re, l’incenso alla divinità e la mirra all’uomo, poiché veniva usata come unguento per i corpi dei morti. Ricorda ai fedeli il destino di Cristo, che si immola per la salvezza del mondo, senza passare dalla corruzione del sepolcro.

Con la Natività, il tema della luce entra nella liturgia cristiana. Il primo sermone sull’argomento fu quello di Papa Liberio, nella notte di Natale dell’anno 354. Nel giro di qualche anno, la festa passò da Roma all’Oriente. San Gregorio il Teologo la introdusse a Costantinopoli (380 d.C.) e San Gregorio di Nissa, qualche anno dopo, in Cappadocia. I cristiani che vivevano in Palestina, nei luoghi dove si svolsero i fatti, furono così gli ultimi a festeggiare il Natale.

Secondo la tradizione, la prima rappresentazione della nascita del Salvatore fu un affresco, voluto dall’imperatore Costantino e subito esposto a Betlemme, nella basilica della Natività. Forse fu proprio questa l’immagine che venne riprodotta, in un periodo imprecisato del VI secolo su una ampolla conservata a Monza e identica a una icona del Monte Sinai realizzata un centinaio di anni dopo.

Il presepe di Greccio dipinto da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi

Quel che è certo è che a partire dal IV secolo la Natività divenne uno dei temi dominanti dell’arte religiosa. Rappresentata in migliaia di pitture, affreschi, sculture, bassorilievi, argenti, ceramiche, avori e vetrate. Capolavori realizzati, nel corso dei secoli per chiese, monasteri, nobili, facoltosi committenti e mecenati famosi da artisti immortali, come Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Durer, Rembrandt, Poussin, Correggio, Rubens, e centinaia di altri. Opere raffinate, in ricordo di un giorno che ha segnato la storia dell’umanità. E che già nel Medioevo spiccavano per il loro valore artistico. Come la copertina lignea di un Reliquiario del IV secolo, conservata al Museo Sacro Vaticano di Roma. Oppure il bassorilievo della Cappella dei SS. Quirino e Giulitta del Museo arcivescovile di Ravenna (V secolo). Uno splendido dittico del V secolo, a cinque parti in avorio e pietre preziose che si aggiunge alla lunga lista di meraviglie del Duomo di Milano. L’affresco della Chiesa di S. Maria Foris Portas a Varese (VII-VIII secolo) riecheggia una iconografia orientale, con la Madonna distesa su un grande cuscino, al centro della scena. Verrà mirabilmente ripresa, quasi ottocento anni dopo, nella Icona della Natività della Scuola di Rublëv (1410-1430), ora esposta presso la Galleria Tretjakov di Mosca, un’opera che in modo ambizioso e esemplare riassume in un dipinto l’intera storia della salvezza. Immagini stupefacenti, dagli straordinari mosaici del XII secolo della Cappella Palatina di Palermo, ubicata al primo piano del Palazzo dei Normanni fino alle iconografie del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma.

Dallo sguardo all’anima il passo fu inevitabile. La prima rappresentazione statica della Natività, il primo presepe della storia, da vivere come un momento interiore di fede e meditazione, arrivò insieme al messaggio rivoluzionario di Francesco d’Assisi. Il mistero dell’incarnazione e la Natività affascinavano il Poverello in modo particolare. La gioia del Natale lo pervadeva ogni volta.

Tommaso da Celano nella “Vita seconda”, riporta le parole di entusiasmo del santo: “Se potrò parlare all’imperatore lo supplicherò di emanare un editto generale per cui tutti quelli che ne abbiano la possibilità debbano spargere per le vie frumento e granaglie affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza”. Questa gioia, intima e profonda, negli ultimi mesi del 1223, tre anni prima della sua morte, mitigava appena una disperazione profonda. In quello stesso anno, i suoi confratelli avevano riscritto la Regola finale dell’Ordine francescano. E papa Onorio III l’aveva approvata. Francesco, nemico di ogni discordia, aggiunse la sua firma al documento che sopprimeva e censurava molte delle sue richieste, fino a stravolgere le sue indicazioni su temi come il rapporto dei frati con il denaro, il divieto di riconoscere gerarchie, l’aderenza stretta al messaggio evangelico e una vita meno aspra e più lontana da “madonna Povertà”.

Il santo visse tutta la vicenda delle nuove regole come una sconfitta. Nei mesi amari che i biografi definirono della “grande tentazione”, pensò anche di abbandonare tutto e di disinteressarsi completamente della comunità francescana, ormai cresciuta a dismisura e molto diversa da come l’aveva immaginata. Francesco si ritirò sempre più negli eremi. E spesso fuggì anche la compagnia dei suoi fratelli più affezionati.

Greccio, nei pressi di Rieti, era uno dei luoghi che amava di più. Il paesaggio intorno al piccolo paese nascosto tra gli alberi, allora povero, paludoso e malsano, quasi appartato dal mondo, gli richiamava alla mente la sperduta Betlemme, la “culla di Cristo” che voleva visitare quattro anni prima, nel 1219, quando andò in Egitto durante la quinta crociata, per convincere i crociati a non uccidere per non tradire il messaggio cristiano. Allora predicò il suo messaggio d’amore anche tra gli “infedeli” e anche il sultano lo accolse con onore. Ma i suoi sforzi per la pace si rivelarono inutili. E Francesco non riuscì a visitare il luogo della Natività.

A Greccio, di passaggio dai suoi eremitaggi nella Valle Santa reatina, si ritirava sempre in una piccola cella scavata nella roccia. Lì, nel silenzio della natura, pensò di far rivivere la nascita di Gesù. Mandò allora a chiamare Giovanni, il “dominus” del villaggio fortificato di Greccio. Era un amico fidato con il quale aveva rapporti familiari e frequenti. In quell’uomo, scrisse Tomaso da Celano, “stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne”. A lui chiese di organizzare per la notte di Natale, una “rappresentazione” vera della nascita di Gesù. Per meditare sul mistero della Natività. Tommaso da Celano riporta le parole che rivolse a Giovanni: “Vorrei rappresentare il bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia, e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Ma non voleva uno spettacolo. Anzi, temeva che la sua iniziativa venisse mal interpretata. Per questo, secondo S. Bonaventura, prima di mettere in atto il suo progetto, chiese anche il permesso del papa. Che evidentemente arrivò in modo celere.

Il presepe del Maestro dei Mesi di Ferrara conservato a Venezia

Quella notte di vigilia del Natale 1223 entrò nella storia. A Greccio accorsero gli abitanti dei paesi vicini, molti frati e numerosi pellegrini. Scrisse il Celano: “Arrivarono uomini, donne festanti, portando ciascuno, secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte”. Si preparò la scena della rievocazione con la greppia, il fieno, il bue e l’asinello. Nessuno dei presenti prese il posto della Madonna, di San Giuseppe e del Bambino. Intorno al presepe si celebrò la messa, in una atmosfera di grande commozione. Francesco vi prese parte, rivestito dei paramenti diaconali. Era infatti entrato “per obbedienza” nel clero anche se si riteneva “indegno” del sacerdozio.

Cantò il Vangelo con voce “forte e dolce, limpida e sonora”. E predicò parlando del “Bimbo di Betlemme” nato povero in una stalla. Chiara Frugoni, eminente studiosa francescana, nel libro “Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini” (Laterza editore) scritto insieme a Alessandro Barbero, dà la sua lettura dello storico avvenimento: “Il presepio di Francesco voleva essere la sconfessione della crociata: Betlemme era dovunque, anche a Greccio, perché i cristiani dovevano ritrovarla dentro il loro cuore e non raggiungere quel luogo santo a prezzo di massacri”. Non c’era bisogno di guerre per arrivare alla Terra Santa. A Greccio, attraverso una rappresentazione semplice e realistica, la storia di Natale fu resa accessibile a tutti, anche a chi non sapeva leggere. Il tema iconografico venne sviluppato dalle arti plastiche. Come dimostrano altri capolavori scultorei.

Il più antico è un gruppo marmoreo di tre statue datato “ante 1240” e attribuito al Maestro dei Mesi di Ferrara. È conservato nel seminario patriarcale di Venezia. C’è un solo re magio, genuflesso davanti alla Madonna in trono con in braccio il Bambino. Accanto, il san Giuseppe che si appoggia a un bastone richiama la figura del pastore –profeta delle icone bizantine.

Lo stesso artista realizzò, nei primissimi anni del XIII secolo, “Sogno e Adorazione dei Magi”, il ciclo scultoreo che a Forlì adorna la lunetta del portale dell’Abbazia di San Mercuriale.

La Natività di Arnolfo di Cambio a Santa Maria Maggiore, Roma

Nel 1280, meno di cinquanta anni dopo la rappresentazione del presepe di Greccio Arnolfo di Cambio scolpì un presepe di eccezionale valore artistico. L’opera, conservata nella Cappella Sistina della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, per lungo tempo fu ritenuta la prima rappresentazione a tre dimensioni della Natività. E la sua fama oscurò i mosaici, gli affreschi e i bassorilievi realizzati in precedenza. Le figure furono sistemate in un grande spazio, proprio all’ingresso del tempio. I fedeli che entravano nella grande chiesa si trovavano così subito coinvolti nella scena del presepe, al pari degli altri personaggi della rappresentazione. Solo tre statue originali sono giunte ai giorni nostri (San Giuseppe, il bue e uno dei Re Magi). Il pezzo marmoreo della Vergine fu sostituito nel ‘500 da un’altra scultura. Ma la posizione di un Magio in ginocchio e soprattutto la direzione del suo sguardo, ci fanno pensare che Arnolfo raffigurò la Madonna sdraiata sul fianco, secondo una tipologia altomedievale, con la testa rivolta verso il Bambino, adagiato sulla mangiatoia scolpita all’altezza del pavimento.

Un altro, antichissimo presepe, uno dei più grandi d’Italia, risalente all’ultimo decennio del XIII secolo, si può ancora ammirare a Bologna, nella Basilica di Santo Stefano. Le sculture in legno che compongono la “Adorazione dei Magi” sono a grandezza d’uomo. Furono scolpite da tronchi di tiglio e di olmo da un anonimo artista bolognese. Una teca a temperatura controllata elettronicamente, le protegge dall’umidità dopo un recente, ennesimo restauro. Rimasero prive di colore fino al 1370, quando il pittore bolognese Simone dei Crocefissi applicò il ritocco policromatico, in stile gotico. Il complesso di edifici di culto che comprende la chiesa, edificato in una delle più belle piazze della città, fu voluto da S.Petronio, ad imitazione del Santo Sepolcro. La ”Gerusalemme bolognese”, per secoli fu una tappa importante nei percorsi dei pellegrini che si recavano a Santiago de Compostela o che scendevano verso Roma per poi incamminarsi verso la Palestina. Così fecero fortuna le botteghe artigiane specializzate nell’arte sacra e molti scultori e ceramisti realizzarono le figure per i presepi nelle principali chiese cittadine.

Bologna, basilica di Santo Stefano. Adorazione dei Magi (1370) – (foto Giovanni Dall’Orto)

Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’ intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino,

Michael Pacher (1435–1498) pittore e scultore, indiscusso maestro del Quattrocento austriaco, ispirato dall’arte di Donatello ed Andrea Mantegna, realizzò uno straordinario altare gotico intagliato all’interno della chiesa di S. Wolfgang, nella regione di Salzkammergut: il suo “Trittico” che comprende una emozionante Natività, unisce la pittura e la scultura lignea con effetti sorprendenti. L’arte presepiale abbandonò i simboli medievali. Ma trovò altri interpreti eccellenti.

Mantegna, Adorazione dei Magi, particolare. Galleria degli Uffizi, Firenze

Il presepe moderno ha una data e un luogo di nascita preciso: a Napoli, nel 1534, San Gaetano da Thiene allestì una grande rappresentazione con statuette lignee, abbigliate secondo la moda del tempo, presso l’Ospedale degli Incurabili. E nel 1627, nella stessa città, i padri Scolopi realizzarono il primo presepe mobile, a figure articolabili. La tradizione natalizia, in tutta Italia, passò presto dalle chiese alle case patrizie.

Nel Seicento, per le famiglie patrizie di Roma il presepe diventò un vero e proprio “status symbol”. Così anche Gian Lorenzo Bernini (1598 -1680) autore del colonnato e del baldacchino di San Pietro, del Palazzo di Montecitorio, delle splendide fontane del Tritone e di Piazza Navona, della statua di Apollo e Dafne e di decine di altri capolavori sparsi nella capitale, impiegò i suoi numerosi talenti per realizzare un presepe sfarzoso che gli era stato commissionato dai Barberini. Per l’occasione, ritrasse Antonio Emanuele, marchese di Funta nelle vesti di un Re Mago nero. Di quel presepe spettacolare si parlò a lungo.

Nell’età barocca, ricordava Giambattista Marino “È del poeta il fin la meraviglia…”. La massima si poteva trasferire anche a chi progettava nuovi e stupefacenti presepi. Diventati, nei secoli successivi, sempre più animati, fantasiosi e colorati. Ma sempre più lontani dalla umile e silenziosa Greccio di Francesco.

Virginia Valente

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I Re Magi, tra fede e leggenda

Adorazione dei Magi Ravenna, Sant’Apollinare Nuovo

Le storie infinite sui Magi attraversano il Medioevo, in racconti intrisi di fede e leggenda. Dei misteriosi personaggi però, nonostante fiumi di parole, sappiamo ancora poco.

Primo problema: quanti erano? Il Vangelo di Matteo non fa nessun cenno riguardo al numero. E gli evangelisti Marco, Luca e Giovanni, non li citano nemmeno. Anche sul luogo effettivo della loro sepoltura si sono susseguite discussioni e polemiche.

Di certo, la contrastata vicenda delle loro reliquie conobbe incredibili peripezie.

C’è un fatto storico: i presunti resti mortali dei mitici personaggi furono sottratti con l’inganno alla città di Milano nel 1164 da Rainaldo di Dassel, arcivescovo e cancelliere imperiale, braccio destro di Federico Barbarossa. E a partire dal 15 agosto 1248 le reliquie dei Re Magi si trasformarono nella prima, simbolica “pietra” con la quale si iniziò a costruire la monumentale cattedrale di Colonia.

Quel che resta dei misteriosi sovrani che più di duemila anni fa resero omaggio a Gesù, è ancora lì, dietro l’altare principale della grande chiesa tedesca, nell’Ara dei Re Magi: un sepolcro costruito in legno e argento dorato che misura due metri e mezzo di lunghezza e pesa trecento chili. Risale al dodicesimo secolo. È un capolavoro dell’arte orafa medievale. Forse è il più grande sarcofago del mondo. Ma cosa contenga veramente nessuno lo sa con certezza.

Il 6 gennaio, nel giorno della festa dell’Epifania, le statuine dei Magi possono finalmente trovare posto nel presepe. La data rievoca l’apparizione di Cristo ai popoli del mondo. È la parola stessa a indicare la manifestazione della presenza divina, come spiega l’antico verbo greco ἐπιφαίνω (epifàino) che vuol dire “mi rendo manifesto”.

I tre Re Magi, duomo di Fidenza

La capanna della Natività è la meta del loro lungo viaggio. I misteriosi personaggi portano doni, che offrono, adoranti, al Bambino: l’oro allude alla regalità, l’incenso alla divinità e la mirra alla Passione.

Il racconto dei sovrani che arrivano dal lontano oriente ci giunge da un’unica, antica fonte: la testimonianza stringata contenuta in alcune righe del Vangelo secondo Matteo, scritto in aramaico e poi tradotto in greco.

Nel testo, si parla dell’avvistamento della stella, dell’incontro dei Magi con Erode, dell’angelo che apparve in sogno ai sovrani orientali per dissuaderli dal tornare alla corte del tiranno e poi del loro viaggio di ritorno, alla volta dei paesi d’origine, seguendo a ritroso una rotta verso est.

Forse i Magi erano re caldei, come sostennero con forza Origene, Girolamo, Basilio di Cesarea e Gregorio di Nissa. Oppure dei saggi originari della Persia, come assicurarono, tra molti altri, Prudenzio, Cirillo d’Alessandria e Giovanni Crisostomo.

Partirono quando apparve loro una stella, quella annunciata dal profeta Balaam, per molto tempo attesa invano, ogni anno, da 12 uomini che salivano sul Monte Vittoria per le abluzioni e le preghiere. I Magi arrivarono dall’Oriente a Gerusalemme in tredici giorni, correndo tra i deserti con velocissimi dromedari, animali molto resistenti alla sete e capaci di percorrere tra l’alba e il tramonto un tragitto che a cavallo si copre in 36 ore. Ludolfo di Sassonia, vissuto nella seconda metà del Trecento, nella sua “Vita Christi” ripeteva all’uomo medievale che “i tre re pagani vennero chiamati Magi non perché fossero versati nelle arti magiche, ma per la loro grande competenza nella disciplina dell’astrologia. Erano detti magi dai Persiani coloro che gli Ebrei chiamavano scribi, i Greci filosofi e i latini savi”.

Dei saggi dunque, come aveva già spiegato molto tempo prima Jacopo da Varazze (1228-1298) nella sua “Legenda Aurea”, la raccolta delle vite dei santi che ebbe una enorme diffusione nell’Età di Mezzo. Il frate domenicano faceva derivare la parola “magi” da “magni”.

Erano comunque dei “gentili”. Sapienti pagani che con il loro omaggio riconobbero al Bambino Gesù una natura divina, in contrasto aperto con i giudei. L’attesa messianica di un salvatore, il Saoshyant, era coltivata attraverso l’osservazione dei fenomeni celesti dai seguaci della religione mazdea, della quale i Magi costituivano il corpo sacerdotale. Per la Chiesa, i tre personaggi citati dall’evangelista Matteo sono invece il simbolo eterno dell’uomo che si mette in cammino alla ricerca di Dio.

Papa Benedetto XVI, nell’omelia pronunciata nell’Epifania del 2011, parlò di “sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di “leggere” il futuro negli astri”. Li definì “uomini in ricerca della vera luce”, persone convinte che nella creazione esista “quella che potremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare”.

Il fascino dei Re Magi unì a lungo l’Oriente e l’Occidente. Quando nel 614 i Persiani guidati da re Cosroe II occuparono la Palestina, distrussero subito quasi tutte le chiese cristiane. Ma risparmiarono la Basilica della Natività di Betlemme che sulla facciata mostrava un mosaico raffigurante le mitologiche figure dei sapienti vestite con il tradizionale abito persiano.

Adorazione dei Magi, Giotto, Cappella degli Scrovegni

I Magi sono diventati tre a poco a poco. All’inizio, il loro numero variava secondo i racconti.

Una cronaca orientale del 774 parla di “dodici saggi”. Altri documenti di 6, 7 o 12 personaggi. Nelle raffigurazioni emerse nelle antiche catacombe, crescono o diminuiscono secondo le convinzioni degli “artisti” che provarono a descriverli.

Quel che è certo è che la tradizione cristiana ne riconobbe tre, con i nomi che sono giunti fino a noi: Caspar, Balthasar, Melchior. Il numero definitivo fu stabilito nel Medioevo in relazione ai doni di cui erano portatori. Tre è il numero perfetto. Tre sono anche le razze umane (semitica, camitica, giapetica) rappresentate dai Magi per ricordare a tutti l’universalità del messaggio cristiano. Sant’Agostino (354-430) insisteva poi sulla tripartizione che è insita nel destino dell’uomo: nascita, fatica e morte.

Umberto Eco, attraverso Baudolino, il contadino bugiardo protagonista del suo quarto romanzo, capace di conquistare Federico Barbarossa fino a diventarne il figlio adottivo, si sofferma sui mitici luoghi di origine dei personaggi: Melichior (Melchior) è re di Nubia e di Arabia, Bithisarea (Balthasar) è sovrano di Godolia e Saba e Gataspha (Caspar) regna su Tharsis e sull’isola Egriseuta.

Mondi sconosciuti e lontani. Come i tanti racconti giunti fino a noi.

Nel secolo VIII, il Venerabile Beda descriveva Melchiorre come “un vecchio dai capelli bianchi, con una folta barba e lunghe chiome ricciute”. Gasparre era invece “un giovane imberbe”. E Baldassarre “di carnagione olivastra e con una barba considerevole”.

Roberto di Torigny nella sua “Chronique” (1182) scrisse che nell’anno 1158, quando le spoglie attribuite ai Magi furono scoperte nella chiesa milanese di Sant’Eustorgio, i resti di quei corpi sembravano appartenere a tre persone di 15, 30 e 60 anni, la cui pelle e i cui capelli erano ancora intatti.

Un miracolo. Come l’impresa che affrontò Sant’Elena, l’irrequieta imperatrice, madre di Costantino I il Grande, morta nel 330, che secondo un favoloso racconto recuperò i resti mortali dei Re Magi sul monte Vaus, identificato con la montagna chiamata Sabalan, che spicca tra le vette nell’attuale Azerbajan.

In quel luogo i Magi consacrarono una cappella a Gesù. Non sappiamo se morirono insieme. Ma secondo la tradizione furono tutti sepolti nello stesso posto.

Sant’Elena alla quale è attribuito anche il ritrovamento della Santa Croce e degli strumenti della Passione di Cristo, ora custoditi a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, portò le preziose a Costantinopoli, allora centro del mondo.

Sogno e adorazione dei Magi, portale abbazia di San Mercuriale, Forlì, XI-XII secolo

I preziosi resti arrivarono a Milano nell’anno 343: l’imperatore Costante (320-350) li donò a Sant’Eustorgio che era andato nella capitale dell’Impero Romano d’Oriente per avere conferma della sua nomina a vescovo della città lombarda.

Le reliquie affrontarono il lungo viaggio verso l’Italia all’interno di un enorme sarcofago. Così pesante, che proprio all’entrata di Milano, i buoi che trainavano quel tesoro di fede, non vollero più andare avanti. Eustorgio interpretò quella impuntatura come un segno del cielo: le reliquie non dovevano finire nella cattedrale cittadina ma fermarsi proprio lì. Così, in quel punto, nei pressi dell’attuale Porta Ticinese, nacque la bella basilica di Sant’Eustorgio, dove un capitello illustra ancora la storia dei buoi stremati dalla fatica del trasporto del pesantissimo sarcofago.

Le reliquie dei Re Magi furono poi sistemate in una apposita cappella. E lì rimasero fino al 1164.

Due anni prima, Federico Barbarossa aveva quasi raso al suolo Milano, dopo averla messa a ferro e a fuoco. La tutela tedesca era ancora pesantissima. L’imperatore aveva affidato il controllo della città al suo braccio destro, Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia. Un uomo d’armi più che di chiesa.

I preziosi resti erano sfuggiti al saccheggio grazie al nobile Assone della Torre che li aveva occultati all’interno del campanile di San Giorgio. Rainaldo se ne accorse. Così ricattò Assone, costretto a scegliere tra la consegna delle reliquie o la sua condanna a morte. Il maggiorente milanese piegò la testa e cedette all’invasore gli amati resti. Non prima di supplicare l’arcivescovo di non rendere pubblico l’indecente scambio per il quale sarebbe forse stato linciato dai suoi concittadini. Ma Rainaldo non voleva certo dare pubblicità alla cosa. Piuttosto, era ossessionato dal prestigio che le reliquie dei Magi avrebbero portato alla sua città: Colonia da tempo era il centro più importante della Germania.

L’arcivescovo guerriero non perse tempo: allestì in fretta e furia tre feretri su cui caricò le preziose reliquie. Fece diffondere la voce che le casse contenessero i cadaveri di tre suoi parenti stretti, stroncati dalla peste, a cui voleva dare degna sepoltura in Germania.

La paura del morbo tenne lontani i curiosi. E il 10 giugno 1164 Rainaldo lasciò Milano. Il fragile e prezioso carico arrivò a Colonia, tra il giubilo degli abitanti, il 23 luglio, dopo un viaggio lungo e tortuoso, che toccò il Moncenisio, la Borgogna, la Lorena e le terre del Reno. I sacri resti, in via provvisoria, furono deposti nella chiesa di San Pietro. Tempo dopo, furono traslati nel grande duomo. Rainaldo, al culmine della gioia, fu protagonista di un altro colpo di teatro: regalò tre dita dei Magi alla vicina città di Hildesheim, alla quale era particolarmente legato per via dei suoi studi giovanili. I cittadini di tutta la regione mostrarono di apprezzare il pensiero. E nei registri dei battesimi di un vasto territorio cominciarono ad essere registrati nomi dai suoni insoliti, di sicuro poco teutonici: Melchiorre, Gaspare e Baldassarre.

Da allora, anche i re germanici, dopo essere stati consacrati con l’olio e incoronati ad Aquisgrana, presero l’abitudine di frequentare più spesso Colonia per inginocchiarsi davanti alla grande arca esposta all’interno del gigantesco duomo. I Magi erano lì, in terra tedesca. E poco importò ai sudditi del Sacro Romano Impero che un tal Marco Polo (“Il Milione”, capitolo 30) affermasse di aver visitato intorno al 1270, le tombe dei Magi a sud di Teheran: “In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente”. Quanto a Milano, dovette aspettare 740 anni per avere indietro una piccola parte di quello che le era stato trafugato.

Solo il 3 gennaio del 1904, dopo innumerevoli richieste, l’arcivescovo della città, il cardinal Ferrari, fece ricollocare due fibule, una tibia e una vertebra dei Re Magi sopra l’altare nella Basilica di Sant’Eustorgio. I resti furono posti in un’urna di bronzo, accanto all’antico sacello vuoto con la scritta “Sepulcrum Trium Magorum”.

Il reliquiario dei Magi nel Duomo di Colonia

Il culto dei tre personaggi è ancora vivissimo tra i milanesi: uno scritto di Galvano Fiamma ci informa che già nel 1336, sotto Azzone Visconti, si celebrava la cerimonia di un corteo dei Magi a cavallo, che attraversava la città, seguito da una schiera di servitori e di animali esotici. La prima tappa era l’antica chiesa di San Lorenzo, costruita a pianta centrale, ad imitazione del tempio di Gerusalemme: lì si rappresentava l’arrivo dei mitici personaggi al cospetto di Erode. Poi, sull’altare maggiore di Sant’Eustorgio, veniva replicato il momento dell’Adorazione.

Il corteo dei Re Magi, come allora, si ripete a Milano il 6 gennaio di ogni anno: da Piazza del Duomo, con fermata a San Lorenzo, fino al sagrato di Sant’Eustorgio, per portare doni alla Sacra Famiglia.

Vicino al grande sarcofago in pietra viene ancora esposta una medaglia che la tradizione cattolica dice sia stata realizzata con una parte dell’oro donato dai Magi a Gesù Bambino.

E la liturgia ambrosiana, nel giorno dell’Epifania, prevede paramenti di colore rosso.

Insieme alla basilica milanese e al duomo di Colonia c’è anche un altro luogo che conserva parte delle reliquie dei misteriosi re. Tre falangi sono custodite nella parrocchia di Sant’Ambrogio a Brugherio, in provincia di Monza e della Brianza. Sarebbero state donate dal patrono di Milano alla sorella Marcellina prima del clamoroso trafugamento di Rainaldo di Dassel del 116. Tornarono alla luce nel 1596, durante la prima visita pastorale del cardinale Federigo Borromeo. A Brugherio la devozione per il reliquario seicentesco degli “ummit”, i “piccoli uomini”, è ancora molto forte. E ogni 6 gennaio le reliquie vengono esposte alla visione dei fedeli. Pellegrini eccellenti, Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, nelle culture popolari europee diventarono i viaggiatori per antonomasia. A loro vennero intitolati, soprattutto nei paesi tedeschi, i ricorrenti nomi di tante locande ed alberghi chiamati, in loro onore, “Ai Tre Re” (Am drei Könige).

Le loro immagini, dipinte o scolpite, adornano ancora le chiese d’Europa.

Un viaggio sulle orme dei Magi diventa uno straordinario cammino nella storia dell’arte occidentale. La prima raffigurazione conosciuta spunta nella cosiddetta cappella Greca della catacomba di Priscilla: i tre personaggi indossano un chitone succinto insieme a copricapi di foggia orientale.

Sul coperchio di un sarcofago delle Grotte Vaticane, rinvenuto sotto la Basilica di S. Pietro, i Magi sono raffigurati insieme a tre dromedari. E un rilievo sulla porta lignea di Santa Sabina, a Roma, eseguito intorno al 431, mostra Maria e il Bambino che ricevono grandi scatole rotonde contenenti i regali dei mitici re. Una meravigliosa processione di vergini e martiri che muove verso il trono di Maria e Gesù è raffigurata nello splendido mosaico “Adorazione dei Magi” che si può ammirare a Ravenna in Sant’Apollinare Nuovo.

Il Duomo di Fidenza e l’Abbazia di San Mercuriale a Forlì trasmettono ancora tutto il fascino dell’antica storia. Tre stelle comete, una per ogni personaggio e doni offerti in vasi a forma di scodelle catturano lo sguardo nell’affresco di Santa Maria di Tahull, conservato nel museo d’arte catalana a Barcellona.

Magi raffigurati con le sembianze di re, si possono ammirare in una miniatura del Sacramentario di Fulda, custodita nella biblioteca dell’Università di Gottinga. Oppure nel mosaico dell’arco trionfale in Santa Maria Maggiore a Roma. E anche sugli affreschi del XII secolo di Sant’Angelo in Formis, nei pressi di Capua.

Ma la vera novità nella rappresentazione sacra arrivò con il famoso affresco dipinto da Giotto a Padova, nella Cappella degli Scrovegni (1303-1305). Per. la prima volta nella storia dell’arte cristiana, nella scena dell’adorazione dei Magi a brillare sopra la capanna della Natività non c’era una semplice stella ma una cometa, forse quella di Halley, avvistata in quegli anni nei cieli notturni d’Europa.

Un nuovo schema della raffigurazione dei tre re in adorazione davanti a Maria ed al bambino Gesù emerge invece a Colonia, in un reliquiario che arricchisce il Museo Walraff-Richartz: il secondo re, con il braccio alzato, mostra al sovrano più giovane la stella sopra la testa della Madonna. Lo stesso episodio viene replicato in un altro affresco del 1450 che abbellisce la volta gotica della Arentuna kyrka di Uppland, in Svezia.

Agli inizi del Quattrocento, gli artisti aggiunsero fastosi cortei alle loro composizioni. Uno splendido esempio arriva dalle famose “Très riches heures”, il libro delle ore del duca De Berry, conservato nel Museo di Chantilly.

Negli anni successivi, le raffigurazioni dei tre re che portavano doni al Bambino Gesù si moltiplicarono, grazie soprattutto alle generose donazioni fatte alla Chiesa da molti mecenati, ansiosi di modellare la loro immagine ultraterrena a somiglianza di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre.

I Magi di Benozzo Gozzoli

Non è un caso che il museo degli Uffizi di Firenze sia tuttora la galleria d’arte al mondo con più pale d’altare dedicate al tema della Natività. Opere meravigliose firmate da artisti come Gentile da Fabriano, Beato Angelico, Filippo e Filippino Lippi, Domenico Ghirlandaio, Sandro Botticelli e Leonardo da Vinci.

L’incanto dell’oriente emerge tra gli ori, i broccati, gli animali esotici e le vesti lussuose, in un raffinato gioco di simboli e allegorie nella “Cappella dei Magi”, l’opera di Benozzo Gozzoli realizzata nel 1459 nel Palazzo Medici Riccardi, in via Larga a Firenze. Al centro di un paesaggio fiabesco, tre principi a cavallo guidano un corteo. L’artista non racconta il presepe ma soltanto il momento del viaggio. Il Bambino è disteso su un prato fiorito, accanto alla Madonna. Sullo sfondo, una fitta foresta. In primo piano, la visione di una trionfale cavalcata alla volta di Betlemme, celebra il potere e la gloria di altri re: i Medici, che vollero quel capolavoro come un segno indelebile del loro potere.

 

Federico Fioravanti

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Capodanno, festa mobile del Medioevo

Annunciazione, Pietro Cavallini, Santa Maria in Trastevere, Roma

Paese che vai, Capodanno che trovi. Nel Medioevo la data cambiava secondo i luoghi, i paesi e le città. Il Capodanno era una festa mobile. E chi viaggiava molto poteva trovarsi a festeggiare l’ultimo giorno dell’anno in stagioni diverse. Sia in Italia che in Europa.

In Castiglia e Aragona l’anno cominciava il 1 gennaio, alla maniera romana, secondo il vecchio calendario giuliano, che fu elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria: era chiamato così per via di Giulio Cesare, che nella sua veste di pontefice massimo, lo promulgò nel 46 avanti Cristo.

In Francia l’anno nuovo si apriva a Pasqua nella Domenica di Resurrezione. L’abitudine, definita “stile della Pasqua”, fu cambiata da Carlo IX solo nel 1567. Ma non fu seguita dappertutto. In alcune zone della Francia centrale e occidentale il Capodanno aveva inizio il 25 dicembre, giorno di Natale. E in altre ancora il 25 marzo, giorno dell’Incarnazione.

Lo stesso avveniva in Inghilterra e anche in Irlanda: fino al XII secolo, la data dell’inizio dell’anno oscillò tra il giorno della nascita e quello del momento del concepimento del Redentore, quando Maria accettò l’annuncio che le portava l’Arcangelo Gabriele: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Luca, 1-38). L’abitudine perdurò fino al 1752.

In Borgogna, invece vigeva l’uso del Capodanno alla Circoncisione (cioè il 1 gennaio) chiamato così perché si calcolava che Gesù, secondo la legge ebraica, venne circonciso otto giorni dopo la nascita.

Anche in Spagna, fino al XV secolo, il Capodanno cadeva il 1 gennaio per via della circoncisione. Ma dal Quattrocento al Seicento in quasi tutta la penisola iberica fu la festa della Natività a fare da spartiacque tra un anno e l’altro. Nelle terre del Sacro Romano Impero le date potevano sovrapporsi a seconda delle città, ma nella maggior parte dei casi l’anno vecchio finiva proprio il giorno prima di Natale.

Icona della Natività, Cappella Palatina, Palermo

In Italia il Capodanno oscillò per lungo tempo tra le date del Natale (25 dicembre) e della Incarnazione (25 marzo). Con qualche importante eccezione. Come quelle della Puglia, della Calabria, di Amalfi e della Sardegna, dove l’anno nuovo iniziava ufficialmente il 1 settembre, secondo lo “Stile bizantino”. Tanto è vero che il mese di settembre in lingua sarda si chiama ancora “caputanni”.

In alcune città, come Milano e Bologna, le abitudini di festeggiare il Capodanno il 25 dicembre o il 25 marzo si alternarono nel corso dei secoli. A Roma, dal X al XVII secolo, la festa di inizio anno coincise sempre con quella del Natale, con un intermezzo voluto da alcuni papi che preferirono, come data di inizio dell’anno, la festa dell’Annunciazione.

Napoli si adeguò allo “stile dell’Incarnazione” nell’anno 1270. Prima festeggiava il Capodanno il giorno della nascita di Gesù. Ma pochi anni dopo, all’epoca di Carlo I (1282-1285) fu introdotto lo “stile della Pasqua”. E sotto il Vesuvio il Capodanno si iniziò a festeggiare in date variabili, che seguivano l’andamento della grande festa cristiana. Ma solo dopo quattro anni si tornò all’antico. E si ripristinò la data del 25 marzo.

Nel nord della penisola, il computo del Capodanno a partire dalla Natività era usato a Pavia, Brescia, Alessandria, Crema, Ferrara, Rimini e Como (ma in questo caso solo fino al Quattrocento). Festeggiavano il Capodanno il 25 dicembre anche Orvieto e alcune città toscane come Pistoia, Massa, Arezzo e Cortona.

Ma la differenza più singolare, tanto per cambiare, era quella tra Firenze e Pisa. Entrambe le città prendevano come data di riferimento quella della Incarnazione. Entrambe usavano la formula di rito: “Anno ab Incarnatione Domini”. Ma ognuna festeggiava il Capodanno a modo suo. Due scuole di pensiero e due date diverse: lo “Stile Pisano” e lo “Stile Fiorentino”, dettavano la regola anche in altri territori.

Annunciazione, Simone Martini, Galleria degli Uffizi, Firenze

Pisa anticipava di nove mesi la data della Natività. E quindi faceva partire il Capodanno il 25 marzo. La città di Firenze, da sempre legata al culto della Madonna, usava festeggiare l’inizio dell’anno il giorno della festa dell’Annunciazione, ma posticipava di tre mesi la data, a partire dal giorno della nascita di Cristo. Di conseguenza, nelle città rivali, la festa di Capodanno del 25 marzo, riguardava anni diversi: Pisa anticipava Firenze di 12 mesi. La Toscana si uniformò al resto d’Italia e d’Europa e iniziò a considerare l’inizio dell’anno solare il 1 gennaio, soltanto il 20 novembre del 1749, quando il granduca Francesco Stefano di Lorena abolì per decreto la feste di Capodanno celebrate nella stessa data di anni diversi per via di calcoli differenti. Fatto sta che per centinaia di anni lo “Stile Fiorentino” fu seguito da altre città italiane (Piacenza, Ravenna, Novara e Cremona) e toscane: Siena, Prato, Lucca, Pontremoli, Colle Val d’Elsa, Fiesole e San Gimignano. Lo “Stile Pisano” per un breve periodo di tempo fu adottato anche a Roma. Piombino si adeguò alla vicina e potente città marinara. Così come Tarquinia. Al nord, scelsero questa soluzione Bergamo e Lodi, che portò avanti la tradizione fino al Quattrocento.

In questo guazzabuglio di date si provò a mettere ordine a più riprese. Inutilmente. Nel Trecento, il pisano Giordano da Rivalto, un predicatore domenicano, celebrato per la sua oratoria, bollava come “pagano” chiunque volesse il 1 gennaio come data di inizio dell’anno nuovo.

La suggestione dei raggi di sole nel Duomo di Pisa durante il Capodanno Pisano

A Pisa il Capodanno era scandito da un orologio solare: veniva annunciato da un raggio di sole che penetrava nel Duomo da una finestra, chiamata Aurea proprio per questo motivo. Il raggio colpiva un preciso punto, localizzato vicino all’altare maggiore, il giorno stesso dell’equinozio di primavera, che secondo il calendario giuliano cadeva approssimativamente il 25 marzo e che quindi coincideva con la festa cattolica dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria. La tradizione si ripete ancora, con qualche cambiamento, dopo i restauri subiti dalla meravigliosa cattedrale medievale di Piazza dei Miracoli: nell’equinozio di primavera, a mezzogiorno in punto, un raggio solare colpisce una mensolina a forma di uovo depositata sul cornicione di una colonna, lungo la navata, all’altezza del luogo dove nel 1926 fu riassemblato lo splendido ambone di Giovanni Pisano.

Il calendario dell’antica Roma aveva inizio il 1 marzo, alcune settimane prima dell’equinozio di primavera. Il fatto che anche lo “Stile dell’Incarnazione” coincidesse con l’equinozio di primavera, ridava il significato originario al nome di alcuni mesi: settembre, ottobre, novembre e dicembre tornavano ad essere il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese dell’anno. Venezia seguì sempre la regola romana. E datò tutti i documenti pubblici redatti in Laguna fino al 1797 indicando il 1 marzo come data di inizio dell’anno. Il 1 marzo era giorno di festa in tutti i territori della Serenissima. L’uso veneto, “more veneto”, indicato dalla sigla “m.v.”, sopravvisse nei secoli e fu esportato nel Mediterraneo.

Il ricordo della datazione veneziana del Capodanno sopravvive ancora nell’altopiano di Asiago, nel Trevigiano, nel Bassanese, nel Padovano e in alcune zone della Pedemontana Berica. Nelle feste paesane si rinnova la “bruza marzo” e continua l’usanza popolare di “ciamàar marzo”, che vuole risvegliare l’anno nuovo attraverso l’accensione di grandi falò propiziatori. Nella valle dell’Agno, sulle Prealpi vicentine, (Recoaro Terme, Valdagno, Cornedo Vicentino, Brogliano, Castelgomberto e Trissino) si festeggia ancora il “fora febraro” , che fa scappare quello che nei territori storici della Serenissima era considerato l’anno vecchio, con i “sciòchi col carburo”: botti provocati dall’acetilene, formata dall’unione del carburo di calcio con l’acqua. I bambini girano nelle strade battendo su pentole e coperchi. L’idea è che il rumore scacci il freddo mese di febbraio e che la primavera possa arrivare. Un tempo, per far festa, si trascinava nelle vie la catena del camino che diventava lucida e appariva come nuova.

Così, a Capodanno permane l’illusione che la vita si rinnovi. E arrivano i botti che con il loro rumore portano via le cose brutte. Nel VII secolo, i pagani seguaci dei druidi che vivevano nelle Fiandre, si abbandonavano a grandi e rumorosi festeggiamenti. Il severissimo Sant’Eligio, che fu anche un famoso orafo alla corte dei re Merovingi, li redarguiva aspramente: “A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica”.

Federico Fioravanti

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La prima cometa

Adorazione dei Magi, “Scene dalla vita di Cristo” (1303-1305, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova)

Lucente, a cinque punte e con una lunga coda curva. È il profilo inconfondibile della cometa, incontrastata protagonista dei cieli di ogni presepe e natività che si rispetti. E verrebbe da pensare che così sia sempre stato.

Invece, la prima apparizione iconografica della cometa è del 1303. E l’entrata è di quelle che non passano inosservate: immortalata da Giotto nell’Adorazione dei Magi della celebre Cappella degli Scrovegni a Padova, il corpo celeste è diventato da allora un elemento immancabile nelle rappresentazioni del Natale.

Con il linguaggio limpido che ne caratterizza i lavori, Giotto decorò il cielo della sua Natività con una inedita palla di fuoco rosso-dorato, arricchita da una lunga chioma che verso la fine si stempera in una tinta nerastra. Ma come gli venne l’idea di dipingerla così? In ordine cronologico, la notizia più antica che descrive una cometa è di San Matteo che, unico tra gli apostoli, ne parla nel suo vangelo e proprio in riferimento ai Magi. Però, nella pur dettagliata cronaca del fenomeno, Matteo non ci tramanda propriamente una cometa con tanto di chioma e coda, quanto un generico “aster” con movimento diverso da quello delle altre stelle. E in effetti la citazione di Matteo è riportata in iconografie precedenti il capolavoro giottesco, come quella del mosaico di Sant’Apollinare a Ravenna (VI secolo), dove sopra ai Magi compare una stella circondata da un contorno a otto punte, ma senza chioma né coda.

Così, qualcuno pensò che forse Giotto una cometa l’avesse vista davvero. E che ne fosse rimasto talmente colpito da sostituire, o meglio arricchire, la scena descritta da San Matteo con un evento che avrebbe degnamente suggellato il divino annuncio. Ma, alla pubblicazione dell’ipotesi, verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, uno stuolo di astrofisici drizzò le antenne. Perché, nell’articolo uscito sulla prestigiosa rivista Le Scienze, la storica dell’Arte Roberta Olson dava per certo che la cometa vista da Giotto fosse quella di Halley (Olson, R.J.M. Le Scienze, 131, 104-112, 1979).

Gli scienziati cominciarono a fare i conti. A dire il vero, non avevano mai smesso: erano secoli che si facevano calcoli per capire quali fossero le comete osservate nell’antichità. Anzi, fu proprio in base alla cronistoria degli avvistamenti che Newton e lo stesso Halley, duecento anni prima, cominciarono a fare stime abbastanza precise delle orbite delle comete. Ma l’articolo della Olson riaccese l’interesse. E, forse per il fatto di non portare la firma di un addetto ai lavori, l’affermazione punse nel vivo l’orgoglio professionale di più di un astrofisico. Doveva essere la scienza a mettere il punto fermo sulla questione della “Cometa di Giotto”.

I Re Magi, particolare dei mosaici di Sant’Apolinnare Nuovo a Ravenna (561-568)

Ma le nuove frontiere della conoscenza della materia celeste, invece che chiarire complicarono la questione. Se la corrente predominante finì per dare ragione alla Olson, tanto è vero che l’Agenzia Spaziale Europea intitolò a Giotto la sonda del 1986 passata a soli 596 chilometri dalla Cometa di Halley per fotografarne il nucleo, i detrattori della teoria misero in tavola due pezzi da novanta: per prima cosa, la cometa ritratta da Giotto era troppo grande per poter essere quella di Halley. E poi i colori usati non erano realistici. Perché un artista sensibile alla prospettiva e al naturalismo come fu il grande maestro avrebbe dovuto esagerare così palesemente le dimensioni e dipingere di rosso un astro che in tutti gli avvistamenti è sempre descritto bianco?

C’è anche da dire che negli altri tre lavori di scuola giottesca sull’infanzia di Cristo (due nella basilica inferiore di Assisi e uno al Metropolitan Museum di New York), tutti posteriori agli affreschi della Cappella degli Scrovegni, la cometa ha forme decisamente più stilizzate. La stella con la coda di Giotto impiegò una settantina d’anni (che, nota curiosa, è più o meno il tempo che intercorre tra due passaggi vicino alla Terra della Cometa di Halley) per prendere piede nella iconografia religiosa, dopodiché non l’abbandonò più. C’è quindi chi sostiene che la raffigurazione della cometa degli Scrovegni sia un episodio tipicamente padovano, ispirato non dall’esperienza diretta del fenomeno, ma da differenti fonti che l’artista miscelò nella sua personale visione: le proporzioni da alcuni “pseudo” vangeli che giravano all’epoca, noti per le esagerazioni aneddotiche, che descrivevano l’astro come una gigantesca cometa che occupava tutto il cielo, e la forma e i colori dal filosofo aristotelico e medico Pietro D’Abano, in quegli anni in cattedra all’Università di Padova, che qualifica le comete come “Esalazioni secche e calde, che s’infiammano” e “Dopo un grande fuoco, la materia perde il colore rosso e si tinge di nero”.

Negli ultimi trent’anni, il dibattito non si è concluso e di teorie ne sono venute fuori parecchie, compresa quella secondo cui l’artista di comete ne avrebbe viste addirittura due, scambiandole per una sola. Fatto sta che il punto fermo rimane: non lo hanno messo gli astrofisici moderni, ma Giotto nel Trecento con le sue incomparabili pennellate. Radicando nella tradizione popolare l’immagine della Cometa di Natale, vivida e con la sua lunga coda, che traccia la luminosa parabola di Cristo sulla Terra.

Daniela Querci

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La tradizione dell’albero

Foto di Antonio Grande

L’albero di Natale più grande del mondo verrà acceso il 7 dicembre sulle pendici del Monte Ingino a Gubbio, la città sede del Festival del Medioevo. Testimonial dell’evento saranno i piloti delle Frecce Tricolori.

L’albero è alto più di 750 metri ed è composto da più di 700 sorgenti luminose. Le radici partono dalle mura cittadine e la stella raggiunge la basilica del patrono Sant’Ubaldo, in cima alla montagna. Ogni luce è stata adottata e dedicata a una persona, in cambio di una piccola donazione. L’albero resterà acceso fino a gennaio, dal tramonto fino a tarda notte (per maggiori informazioni sull’evento: Albero di Natale più grande del mondo).

La tradizione dell’albero di Natale è sentita in modo particolare nell’Europa settentrionale ma ormai è universalmente accettata anche nel mondo cattolico.

Già i druidi, sacerdoti degli antichi popoli celti, avevano l’abitudine di decorare gli alberi sempreverdi. E i Vichinghi ritenevano che l’abete rosso avesse poteri magici proprio perché in inverno non perdeva le foglie.

Tra i “barbari del nord” la celebrazione del solstizio d’inverno prevedeva l’incendio di un albero: un rito propiziatorio per illuminare la notte invernale che cominciava a regredire. E la saga nordica dei Nibelunghi celebra un grande frassino piantato al centro della terra.

Una storia particolare lega l’albero di Natale a San Bonifacio. Nato in Inghilterra intorno al 680, evangelizzò le popolazioni germaniche. Si narra che il santo, insieme a un gruppo di discepoli, affrontasse i pagani riuniti presso una quercia sacra al dio Thor mentre stavano per compiere un sacrificio umano. Bonifacio rimproverò quegli uomini empi. Prese una scure e cominciò a colpire con forza l’albero sacro. All’improvviso si levò un vento fortissimo e la grande quercia, cadendo, si spezzò in quattro parti. Dietro l’imponente albero c’era un giovane abete verde. San Bonifacio disse ai pagani: “Questo piccolo albero, un giovane figlio della foresta, sarà il vostro sacro albero questa notte. È il legno della pace, poiché le vostre case sono costruite di abete. È il segno di una vita senza fine, poiché le sue foglie sono sempre verdi. Osservate come punta diritto verso il cielo. Che questo sia chiamato l’albero di Cristo bambino; riunitevi intorno ad esso, non nella selva, ma nelle vostre case; là non si compiranno riti di sangue, ma doni d’amore e riti di bontà”.

Estonia e Lettonia si contendono il primo albero di Natale della storia. Nel 1441 a Tallin, capitale estone, fu eretto un grande abete sulla piazza del municipio attorno al quale ballarono donne e uomini alla ricerca dell’anima gemella. Nella città di Riga una targa con una scritta in otto lingue, ricorda al mondo che il primo “albero di Capodanno” nacque nella città lettone nel 1510.

La tradizione dell’albero si rintraccia anche in un appuntamento medievale celebrato in Germania: il “gioco di Adamo e di Eva” (“Adam und Eva Spiele”). Era uno dei “misteri” che venivano sceneggiati il 24 dicembre, la sera della vigilia, in preparazione al Natale. I personaggi della rappresentazione erano Adamo, Eva, il diavolo e l’angelo con la spada di fuoco che faceva la guardia al giardino dell’Eden. Per ricostruire l’immagine del Paradiso, le piazze e le chiese delle città tedesche venivano riempite di alberi di frutta e simboli dell’abbondanza. Gli alberi venivano decorati con le mele per alludere al peccato originale e con le ostie (simbolo del corpo di Cristo, sacrificato per scontare il peccato originale).

Con il tempo, le ostie furono soppiantate da candele, noci, castagne e biscotti. E gli alberi da frutta vennero sostituiti dagli abeti che, secondo la devozione popolare, erano “sempreverdi” proprio grazie a un miracolo di Gesù che volle donare loro una eterna primavera. L’abete è ancora oggi l’albero in cui in alcune terre tedesche le favole depositano i bambini portati dalla cicogna.

Virginia Valente

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