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Category Archives: Modi di dire

Le pietre del vituperio e le braghe di tela

Ancora oggi, per indicare una persona che è andata in rovina, si dice che “è rimasta in mutande” oppure, nel nord Italia, che “è rimasta in braghe di tela”.

Queste espressioni provengono dal Medioevo e sono la diretta conseguenza di una condanna che veniva inflitta a chi non era in grado di pagare i suoi debiti. Si trattava di una sorta di berlina, di espiazione pubblica, che in alcune parti d’Italia sostituiva punizioni ben più gravi, come una serie di frustate, o il carcere.

A parte qualche variante territoriale, generalmente la procedura consisteva nel portare il colpevole nella piazza pubblica, vestito solo di un paio di braghe, da cui deriva l’espressione “restare in mutande”; qui doveva battere, sedendosi, tre volte le natiche su una pietra, detta del “vituperio”, pronunciando ad ogni seduta la frase «cedo bonis», ossia “rinuncio a tutti i miei beni” (sottinteso “in favore dei creditori”).

In questa maniera, se da una parte il malcapitato risolveva il problema del pagamento dei suoi debiti, dall’altra però la sua poca o nulla solvibilità veniva resa pubblica e, da quel giorno, difficilmente avrebbe trovato qualcuno disposto a fargli credito. Si hanno notizie di “pietre del vituperio” in alcune città italiane.

Pescocostanzo (L’Aquila), basilica di Santa Maria del Colle

A Pescocostanzo, in Abruzzo, ai piedi della scalinata che conduce a Santa Maria del Colle, si trova una di queste “pietre”, di forma cilindrica alta circa 80 centimetri e del diametro di 70 centimetri. Nel caso di Pescocostanzo il debitore doveva restare seduto sulla pietra per un certo periodo di tempo esposto al pubblico ludibrio, senza dover recitare alcuna formula.

Nella vicina Tagliacozzo la “pietra” era chiamata “pilozzo” ed era un sedile in pietra con un foro al centro. Era situata in piazza Obelisco ma nel 1825 venne sostituita da una fontana a forma di obelisco.

La “pedra ringadora” di Modena

A Modena è una grande lastra di marmo rosso rettangolare della lunghezza di tre metri, situata nell’angolo nord-est di piazza Grande. È chiamata anche “preda ringadora” (“pietra dell’arringa”) e venne utilizzata, oltre che come palco di oratori, anche come luogo dove esporre cadaveri di sconosciuti, per essere identificati.

Secondo i documenti conservati all’Archivio Storico Comunale, il debitore insolvente, nel giorno del mercato, dopo aver fatto il giro della piazza con la testa rasata e uno speciale copricapo, preceduto dal suono di una tromba, doveva dichiararsi fallito e «dare a culo nudo suso la preda rengadora, la quale sia ben unta de trementina, tre volte dicendo tre volte “cedo bonis, cedo bonis, cedo bonis”», e questo doveva accadere per tre sabati su richiesta dei creditori.

Quella di Padova, invece, è costituita da un blocco di porfido nero poggiato su una base quadrata. A questa pietra si collega un episodio della vita di Sant’Antonio, protettore della città. Nel Medioevo, a Padova, coloro che non potevano pagare i loro debiti, anche per cause di forza maggiore o disgrazie personali, venivano condannati senza appello al carcere perpetuo oppure al tratto di corda.

Nel 1231, tre mesi prima della sua morte, il Santo si presentò davanti al Consiglio Maggiore, chiedendo che le pene per i debitori, così dure, fossero sostituite dalla berlina. Il 15 marzo di quell’anno il podestà di Padova ordinò che «per ricerca del venerando frate Antonio nessuno per alcun debito sia carcerato».

La pietra del vituperio di Padova, conservata nel Palazzo della Ragione

Nel 1260 venne ufficializzato il luogo della berlina, ossia la “pietra del vituperio”: il debitore insolvente doveva spogliarsi (probabilmente anche i vestiti venivano confiscati dai creditori), rimanendo con la sola camicia e in mutande, quindi alla presenza di almeno cento persone doveva sedersi per tre volte sulla pietra ripetendo «cedo bonis» e poi lasciare la città per rifarsi una vita. Qualora fosse rientrato senza il consenso dei creditori, sarebbe stato nuovamente costretto a sedere sulla “pietra del vituperio” e in più gli sarebbero stati gettati addosso tre secchi d’acqua.

La pietra si trovava all’angolo del Palazzo delle Debite, che ospitava il carcere, ma dopo la richiesta di Sant’Antonio fu portata al centro della sala del Consiglio Maggiore nel Palazzo della Ragione, venendo utilizzata anche come basamento per i banditori che davano lettura ufficiale degli editti pubblici. Attualmente è collocata alla destra dell’entrata principale dello stesso palazzo.

Una procedura simile, ma per la semplice rinuncia dei propri beni, era prevista anche negli Statuti medievali di Civitavecchia (prima metà del XIII secolo). Al capo XXXVI del Libro I “De civili” è illustrata la procedura da seguire per la rinuncia dei beni, senza alcuna specifica del motivo per cui si rinunzia:

«Statuimo che qualunque renunzierà o vorrà renunziare a li suoi beni […] deve uscire de la sala del palazo del commune, et ire sino a la piaza del peso et debanli an-dare nante li trebiatori sonando colle trombe in tanto che nudo con le natiche dica tre fiate “cedo bonis” che vole dire renunzio et do luogo a li miei beni, percotendo le dicte natiche così nude fortemente ne la pietra. Et poi questo deve stare uno mese fora de Civitavecchia e suo distretto. Et questo non habia luogo ne le femine le quali possano renuntiare a li beni secundo la ragione comune senza le predecte solennità. Et queste renuntiationi se retraggano in scripto in publica forma. Et si altramente fussero facte non abiano fermezza […]».

Enzo Valentini

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Tagliare la testa al toro

Una caccia al toro di una miniatura del Bestiario di Ashmole (1200–1225 ca.) Oxford, Bodleian library.

Chiudere la questione, risolvere definitivamente il problema. Per farla breve, “tagliare la testa al toro”.

Il curioso modo di dire identifica una soluzione drastica, alla quale ricorriamo per liberarci del fastidio una volta per tutte. E viene dal Medioevo.

La storia da cui scaturisce il detto si ambienta in quel di Venezia nella seconda metà del XII secolo. Nel 1162 Ulrico di Treven (m. 1181), patriarca di Aquileia, decise per un colpo di mano sulla città di Grado, che il doge veneziano Enrico Dandolo (ca. 1107-1205) governava per la Serenissima.

Ulrico, esponente di una nobile famiglia bavarese, aveva ottenuto l’investitura solo un anno prima grazie a Federico Barbarossa, che in cambio pretese da lui l’appoggio all’antipapa Vittore IV. Il patriarca tedesco era quindi sensibile alle esigenze del Sacro Romano Impero e il suo interesse per la città di Grado era dovuto alle fiorenti saline che, insieme a quelle di Chioggia, Pirano e Ravenna, costituivano una fonte di reddito primaria per l’economia della Repubblica di Venezia e un valido antagonista al commercio del sale dello Stato Pontificio, che con le produzioni di Comacchio e Cervia riforniva tutto l’entroterra padano attraverso il corso del Po.

Federico Barbarossa si sottomette all’autorità di Alessandro III (Palazzo Pubblico di Siena). Il pontefice si dimostrò un valido alleato della Repubblica di Venezia nei conflitti con Federico Barbarossa e Ulrico di Treven fu liberato grazie all’intercessione del pontefice.

L’attacco del vescovo di Aquileia costrinse alla fuga Enrico Dandolo, che riparò a Venezia sotto la protezione del doge Vitale II Michiel. Ma la Serenissima non poteva permettersi di perdere Grado e le sue saline. La potente flotta veneziana sferrò un contrattacco fulmineo e prese prigionieri Ulrico di Treven insieme a dodici chierici e a dodici feudatari, suoi alleati nella presa della città lagunare.

Per affrancare il patriarca, Venezia impose condizioni molto particolari. Un monito che avrebbe ricordato nei secoli l’umiliazione che aspettava chi avesse tentato una azione contro la Repubblica: ogni anno, nel giorno di Giovedì Grasso, il doge di Aquileia avrebbe consegnato ai veneziani dodici pani, dodici porci e un toro, da distribuire ai cittadini nel corso di uno spettacolo pubblico. E Ulrico, pur di riavere la sua libertà, accettò.

I dodici pani, che rappresentavano i feudatari alleati di Ulrico, venivano distribuiti al popolo, mentre la carne dei dodici porci (i dodici chierici) era per i senatori della Repubblica. La fine più macabra spettava al toro (il patriarca di Aquileia), che veniva decapitato durante una cerimonia altamente simbolica allestita in Piazza San Marco. Una vera festa popolare per uno dei giorni più importanti del Carnevale, il cui svolgimento è ben descritto da Giustina Renier Michiel in “Origine delle feste veneziane” (Milano, 1829):

“Che che sia di ciò, la festa fu decretata; se ne prescrisse la celebrazione ed il metodo, e ciascun anno si rinnovò con solennità, con entusiasmo, con allegria generale. Eccone l’ordine stabilito. Ricevuti dal Patriarca gli effetti stipulati, si custodivano gelosamente nel Palazzo Ducale. Il giorno innanzi la gran festa, erigevansi nella sala, detta del Piovego, alcuni castelli di tavola, rappresentanti le fortezze dei signori Friulani. Ivi pure, raccoglievasi il Magistrato del Proprio, che in forma legale pronunciava sentenze di morte contro il toro ed i porci. Il corpo de’ Fabbri essendosi altamente segnalato nella vittoria contro Ulrico, come quello de’ Casseleri nella liberazione delle Venete Spose involate dai Triestini in Olivolo, meritò il privilegio di tagliar la testa al toro. E per ciò la mattina del Giovedì Grasso, armati tutti di lance, di scimitarre ignude e di lunghissime apposite spade, si recavano al Palazzo Ducale con alla testa il loro gonfalone, e preceduti da scelta banda militare. Ad essi consegnavasi il toro ed i porci, che venivano condotti con molto apparato sulla piazza di san Marco. Queste vittime passavano in mezzo alla moltitudine, avida di vederle atterrate. Il popolo coll’occhio scintillante e pieno il cuore della propria gloria, usciva in trasporti di gioja, ch’erano quasi altrettanti pegni di nuove vittorie. Stava esso attendendo con impazienza il segnale, e parevagli rivedere il giorno del suo trionfo, e vi applaudiva con altissime grida a punizione e vergogna de’ i suoi nemici. La grande esecuzione, o diremo piuttosto il simbolico sacrificio, che si faceva alla presenza del Doge e della Signoria, era sempre accompagnato da non interrotti battimenti di mano, e a fischi ed urli di scherno contro i vinti.”

Una rappresentazione della Venezia del XII secolo. Nei primi anni del dogado di Vitale II Michiel, la Serenissima si schierò contro Federico Barbarossa a fianco della Lega Lombarda.

Il patriarcato di Aquileia ottemperò all’umiliante accordo per molti secoli. E “tagliare la testa al toro” restò per altrettanto tempo una delle maggiori feste del Carnevale veneziano, anche se pian piano l’evento perse i suoi caratteri più cruenti.

Ancora nel XVI secolo, nonostante fosse stata abolita l’uccisione dei 12 porci, si conservava la consuetudine di tagliare la testa al toro. Al tempo del doge Andrea Gritti, il 7 marzo 1520, il potente Consiglio di Dieci decretò, perché “non è decoro de la Signoria nostra” di non portare più i maiali “all’Ufficio del Proprio” (Archivio di Stato di Venezia, Consiglio di Dieci, Misti, registro anno 1521, c. 124). Ma restava confermata la dispensa delle loro carni, dei pani e la decapitazione del toro. Dal 1550 infatti, i documenti non menzionano più i maiali ma il “sacrificio del toro”, la cui organizzazione era affidata agli Ufficiali alle Rason Vecchie, continuò a essere praticato anche dopo la caduta della Serenissima (maggio 1797). L’ultima “caccia al toro” di Venezia, che ordinariamente si teneva nei campi maggiori, fu quella di Campo S. Stefano del 22 febbraio 1802. Ma nelle campagne circostanti, come a Muggia, l’usanza fu conservata fino alla metà dell’Ottocento.

Oggi, se l’emblema di Venezia resta comunque il leone alato, raffigurazione simbolica dell’evangelista San Marco, il toro è uno dei simulacri del suo celebre carnevale. E “tagliare la testa al toro” rimane un augurio per chiudere in modo definitivo, insieme al carnevale, qualsiasi questione in sospeso.

Daniela Querci

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Andare a Canossa

Matilde e Hugo di Cluny intercedono per Enrico IV.

“Andare a Canossa”: una frase così famosa tanto da diventare una specie di proverbio. Anche in lingue diverse dall’italiano. Gli inglesi dicono ”Go to Canossa”. I tedeschi “Nach Canossa gehen”. E i francesi “Aller à Canossa”. L’espressione è entrata nell’uso comune con un chiaro significato: indica un passo umiliante, una penitenza, un perdono da implorare quando non c’è più una via d’uscita.

L’affermazione però non nacque nel Medioevo. Né risuonò sui monti dell’Appennino. Fu Bismarck, primo ministro prussiano dal 1862 al 1890, a scandire bene le fatali parole, davanti al Reichstag, il 14 maggio 1872: “Non preoccupatevi, a Canossa noi non andremo, né col corpo né con lo spirito”. Era la vigorosa risposta, nello stile del personaggio, al gesto di papa Pio IX che si era rifiutato di accreditare l’ambasciatore del neonato impero tedesco presso la Santa Sede.

Bismarck voleva affermare un principio di autonomia: la Germania non accettava nessuna interferenza politica né religiosa. E nemmeno culturale.

Il “cancelliere di ferro” in quel discorso citava un altro imperatore e un altro papa. Pensava a un fatto accaduto 795 anni prima: il 27 gennaio 1077 l’imperatore Enrico IV di Franconia (1050-1106), a piedi nudi e vestito soltanto di un saio, si umiliò come penitente per ottenere la revoca della scomunica papale. Attese tre lunghi giorni e tre gelide notti sotto la neve prima di essere ricevuto e perdonato dal pontefice Gregorio VII (1025-1085).

Le cronache raccontano che fu determinante l’intercessione di Matilde di Toscana, la più ardente alleata del papa, aiutata nell’occasione dall’abate Ugo di Cluny, che era stato padrino di battesimo dell’imperatore.

Per uso e anche per convenzione, l’atto di penitenza comportava il perdono. E la scomunica venne revocata.

Ma come si arrivò al plateale gesto di Enrico IV a Canossa? L’episodio va inquadrato nella cosiddetta “lotta per le investiture”: una serie di conflitti combattuti per quasi cinquanta anni (1075-1122) tra la Chiesa e l’Impero per il conferimento dei ricchi beni ecclesiastici.

Da chi dovevano essere nominati i vescovi e gli abati? Chi doveva dare forma e direzione alla società cristiana? Il problema divenne di cruciale importanza per definire i limiti dei poteri di Papato e Impero.

L’episodio di Canossa è giunto sino a noi ingigantito dall’aneddotica.

Negli atti di un convegno di studi dedicati all’insigne storico Ovidio Capitani (Cisam, Bologna, 15-17 marzo 2013) Paolo Golinelli, ordinario di Storia medievale all’Università di Verona e massimo studioso di Matilde, ha riepilogato le riflessioni di molti medievisti sull’argomento. Lo storico Gioacchino Volpe, già nel 1904 descriveva la vicenda di Canossa come un “comodo arnese di guerra per tanti fantasiosi scrittori di storia medievale”. Giuseppe Fornasari, docente di Storia medievale all’Università di Trieste, in un convegno gregoriano a Salerno (1986) parlò di “un mito storiografico duro a morire e di cui la storiografia non sembra essersi ancora liberata del tutto”. Ovidio Capitani, uno dei massimi studiosi del Medioevo, spiegò a tanti suoi colleghi che a Canossa non ci fu nessuna umiliazione dell’imperatore. Anzi, quella forse fu “la più grande vittoria di Enrico IV”. Paolo Golinelli ha sottolineato la capacità politica di Enrico IV nello “giocare d’anticipo” rispetto alle mosse del papa.

L’incontro di Canossa fu voluto in realtà dall’imperatore che interruppe il viaggio di Gregorio VII verso Augusta, dove avrebbe dovuto essere eletto un nuovo re di Germania.

Glauco Maria Cantarella, già ordinario di Storia medievale all’Università di Bologna, nell’eccellente saggio “Manuale della fine del mondo” (Einaudi Storia, 2015) ricorda che il papa trovò l’imperatore sul suo cammino. Gregorio VII era ormai troppo lontano da Roma e affrontare Enrico IV non era consigliabile.

I resti del Castello di Canossa, sull’Appennino Reggiano (Reggio Emilia).

Così il pontefice si rifugiò nel munitissimo castello di Matilde. Iniziò una trattativa simile a una partita a scacchi. Ma secondo la maggioranza degli storici, nonostante le apparenze, fu il penitente Enrico a condurre gli avvenimenti.

Sui monti dell’Appennino emiliano andò in scena la pubblica rappresentazione di un peccatore famoso che non poteva non essere perdonato. Come ha ben spiegato Paolo Golinelli “quello di Enrico IV non fu nulla più di un atto penitenziale, secondo una prassi consolidata che durò ancora almeno un secolo, per ottenere l’assoluzione”. E assoluzione fu.

Canossa, come scrisse Capitani, rappresentò soltanto un momento di pausa in una crisi che doveva ancora continuare a lungo.

In apparenza poco cambiò: Enrico IV, liberato dalla scomunica, appena due settimane dopo la sua “umiliazione” incontrò i vescovi che gli erano fedeli e provò a catturare il papa in una imboscata. Gregorio scampò al pericolo e per sei mesi si rifugiò nelle fortificazioni di Matilde.

I nobili tedeschi non riconobbero la revoca della scomunica e elessero re Rodolfo di Svevia (marzo 1077). L’inevitabile guerra si concluse con la morte dell’anti re (ottobre 1080). Per Enrico arrivò una seconda scomunica. Ma l’imperatore convocò a Bressanone un sinodo di vescovi tedeschi e lombardi che depose il papa.

Gregorio VII fu sepolto in un sarcofago romano del III secolo. Nel 1954, Papa Pio XII lo fece traslare per pochi giorni a Roma dove fu esposto al pubblico. Poi fu risistemato nella Cattedrale salernitana in una teca d’argento, dove si trova tuttora.

La rottura diventò insanabile. Enrico IV forzò la mano con la soluzione militare: conquistò Roma e si fece incoronare imperatore dall’antipapa Clemente III (1084). L’anno dopo Gregorio VII, morì in esilio a Salerno. Sulla sua tomba furono scolpite le sue ultime parole: ”Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità: perciò muoio in esilio”.

Un altro pontefice, Urbano II, ricostruì una alleanza antimperiale intorno al matrimonio tra Guelfo V di Baviera e Matilde di Canossa che Enrico aveva deposto e privata di quasi tutti i suoi beni.

Nel 1090 l’imperatore tornò in Italia con i suoi soldati: fu sconfitto (1092) e tornò in Germania solo nel 1097. Provò a cercare un accordo con il papa ma fallì nel suo disegno. I nobili tedeschi si ribellarono. E insieme a loro, anche suo figlio, il futuro Enrico V che per paura di perdere il trono imprigionò suo padre e lo costrinse all’abdicazione (1104-1105). L’indomabile Enrico IV si liberò e affrontò e sconfisse il figlio (marzo 1106). Ma poco dopo morì.

In una sua celebre tragedia, Luigi Pirandello ha raccontato le lotte, le nevrosi e anche la solitudine di Enrico IV. La storia invece lo ricorda soprattutto come l’imperatore che “andò a Canossa”.

Eppure nel Medioevo di quella famosa penitenza si parlò poco. Paolo Golinelli (Atti convegno su Ovidio Capitani – Cisam, Bologna, 15-17 marzo 2013) ci ricorda quanto l’avvenimento, per molto tempo, sia stato considerato poco importante da un punto di vista storico.

Dante, per esempio, non scrisse di Canossa e nemmeno di Gregorio VII e Enrico IV. Niccolò Machiavelli nelle sue “Istorie Fiorentine” (I, XV) parlò in modo fugace della penitenza del re senza nominare Matilde e il suo castello.

Di Canossa non c’è traccia nemmeno nella “Storia d’Italia” di Francesco Guicciardini. Furono gli storici protestanti a resuscitare l’episodio, soprattutto in un libello molto diffuso in età luterana (“Passional Christi und Antichristi”, 1521) dove il bacio dell’alluce “gottoso” del papa da parte dell’imperatore, disegnato da Lucas Cranach il Vecchio, è messo in parallelo con la lavanda dei piedi, che Gesù fece agli apostoli, durante l’ultima cena”.

Poi, la polemica antiromana fece il resto.

Federico Fioravanti

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Ma allora parlo arabo!

Miniatura di un manoscritto arabo (1250 ca.).

C’è prestito e prestito. Quelli linguistici non si restituiscono. Rimangono a chi li riceve. Tanto che spesso dimentichiamo anche da dove sono arrivati.

Sono molte le parole di origine araba che usiamo ogni giorno. A partire dal momento del risveglio mattutino. Si comincia con il caffé, in arabo “qahwa” che in turco diventa poi “qahvè” , con l’accento finale, come nella parola italiana. La moka, un caffè pregiato a grani piccoli e tondeggianti, del resto proveniva dalla città yemenita di Moca. Anche la parola zucchero, “sukkar”, fece rapidamente fortuna: azucar in spagnolo, acucar in portoghese, sucre in francese, sugar in inglese e zucker in tedesco. Arabi, di conseguenza, anche termini come saccarina e saccarosio. E tante altre parole legate al cibo, alla tavola e all’alimentazione.

Un lungo elenco con qualche sorpresa. Da sciroppo che nasce da “scarab” o “scarub” a albicocche (al-barquq), carciofi (kharshuf), asparagi (aspanakh), zibibbo (zabib) e zafferano (za’faran). Oppure borraggine, ”abu-ʿaraq”, pianta sudorifera che significa “padre del sudore”.

Da “buṭareḫ” arriva l’antica “bottarega” o bottarga: caviale di uova di muggine pressate e seccate al sole. La parola limone (limum) arrivò in Occidente all’epoca delle Crociate. E il termine arancia, che gli arabi chiamavano “na¯rangÍ” si ritrova nel dialetto veneziano con “naranza”. Dall’arabo “zahra” (fiore) e, in particolare dai dialetti dell’Africa settentrionale, viene invece la zagara, il “fiore d’arancio”. Sesamo nel mondo arabo si diceva “semsem” e mughetto “musk”. La provenienza del termine sorbetto è più controversa. Molti studiosi ritengono che l’antesignano del gelato derivi dalla parola araba “sherbeth” che significa “bevanda fresca”. Spinaci arriva da “isbaanaag”. E tamarindo sta per “dattero dell’India”. Sono di origine araba anche le parole marzapane, zibibbo, melanzana, carrubo, ribes (ribas) e addirittura sherry (xeres).

Espansione dell’Islam tra VII e VIII secolo: dal colore più scuro al più chiaro, sotto il profeta Maometto (622-632), durante il califfato elettivo (632-661) e durante il califfato omayyade (661-750).

Per secoli, in tutto il Mediterraneo, la lingua degli imprenditori fu l’arabo. Le tante parole della navigazione e del commercio arrivano da quell’epoca di scambi e contaminazioni culturali. Dal 622 al 750 dopo Cristo nacque un impero che dall’India arrivava al Medio Oriente, attraversava l’Arabia e l’Africa settentrionale e toccava la penisola iberica fino a raggiungere i Pirenei. In Italia gli arabi tennero a lungo la Sicilia (827-1072) e crearono capisaldi dalla Puglia alla Liguria. Dalle Crociate al XIV secolo, sulla scie di guerre e commerci, l’Italia e l’Europa ereditarono una messe di nuove parole.

Già Eginardo, biografo di Carlo Magno, nella sua “Vita Caroli” usava il termine greco “amerâs” tratto dall’arabo “amir al-bahr”. L’ammiraglio indicava un governatore, un capo o un comandante. In Sicilia, alla corte dei Normanni la parola iniziò a designare il “principe del mare” o governatore della flotta e iniziò ad essere adottata dalle altre marine europee. L’espressione araba “dâr-sinâ’a” fu tradotta prima con “casa del mestiere” e poi con “luogo di costruzioni navali” e venne declinata con nomi diversi nelle città di mare della penisola italiana: “arzanà” a Venezia diventò arsenale, a Genova darsena, a Ancona terzenale e a Pisa tersanaia.

Una immagine del porto di Venezia con Marco Polo (1254-1324) che parte per il suo viaggio.

C’era l’avaria (“ʿawr”) della nave e quella della merce (“awāriya”). Coprire le barche con la pece nella Genova del XII secolo si diceva calafatare, dal termine “ġalafa”. La sciabica (“šabaka”) era invece una imbarcazione da pesca dotata di rete a strascico.

Il libro dove si segnavano le merci in transito, in arabo “diwan(a)”, diventò dogana, l’ufficio deputato al controllo degli scambi. Il percorso del termine facchino (“faqīh”) racconta un dramma sociale. All’inizio designava un intellettuale, un dotto o un giurista erudito. In particolare, la persona addetta a dirimere le questioni commerciali.

La parola in seguito fu usata per indicare il funzionario di alto livello che lavorava nei posti di frontiera. Ma nel XIV secolo, quando l’espansione economica araba entrò in crisi profonda, molti impiegati si trovarono senza un lavoro e furono costretti a reinventarsi un mestiere. Molti di loro diventarono piccoli commercianti di stoffe: giravano in modo incessante, da un mercato all’altro, con il loro carico di merce sulle spalle. Un testo latino medievale del XVI secolo trovato in Cadore e un documento veneziano risalente al 1458 indicavano ancora con questo nome, a distanza di secoli, chi trafficava di continuo con le merci. I colli diventarono via via più pesanti e chi li trasportava nei magazzini, negli alberghi o nelle stazioni fu indicato in modo sbrigativo e definitivo come un facchino.

Del resto pure il fardello, il peso che si porta sulle spalle, dal francese antico “fardel”, viene dall’arabo “farda” che ancora oggi indica il gravoso “carico del cammello”.

Dal mondo degli affari e degli scambi commerciali viene anche la parola ragazzo che arrivò in Italia attraverso la terminologia della dogana. Nella lingua araba “raqqas” indicava l’umile e prezioso lavoro del portalettere: un compito per cui era necessario correre e che quasi non prevedeva compenso. Adatto quindi ai giovani di buona volontà. Nel Magreb la parola significa messaggero.

Anche magazzino è una parola araba: viene da “makhāzin”, la forma plurale dei depositi, all’inizio del grano e poi di tanti altri prodotti. L’alloggiamento dei mercanti era il “funduq”, trasformato in fondaco. Le merci venivano acquistate anche grazie a dei mediatori, i sensali (“simsar”) e inventariate in modo ordinato sui “taqwîm”, in senso letterale “corretta disposizione”. I taccuini furono anche calendari o almanacchi (“al-manakh”) piccole e pratiche enciclopedie, affine ai lunari, dell’anno che stava per arrivare.

Una raffigurazione del corpo umano (XIII sec.) con l’indicazione delle vene.

Poi i “Tacuina sanitatis in medicina”, manuali scritti e miniati di scienza medica, per più di un secolo, dalla metà del Trecento alla prima metà del Quattrocento, descrissero sotto forma di brevi precetti, le proprietà mediche di ortaggi, alberi da frutta, spezie e cibi. E parlarono di stagioni, eventi della natura e moti dell’animo, riportando in modo ordinato i loro effetti sul corpo umano. L’anatomia fu studiata nei dettagli dai medici arabi. Grazie a loro chiamiamo trippa (da “tarb”) i depositi addominali di grasso e racchetta (“rāhat”) il termine anatomico che indica il palmo della mano. La safena, vena nascosta e profonda (“al-ṣāfin”) viene dal “Canone” del medico e filosofo Avicenna. Con “nuha”, nuca, i medici islamici definivano il midollo spinale.

Le repubbliche marinare diffusero molti altri termini del Levante islamico. Come “bazar”, il mercato per il quale non c’è bisogno di traduzione. Oppure carovane, “carwan”, le compagnie mercantili del mondo arabo. E usarono parole come tara (da “tarh”, detrazione) tariffa (“ta’rifa”, notizia pubblicata) o gabella, dall’arabo dialettale “gabēla” che servirà anche a definire il gabelliere, l’addetto alla riscossione dell’imposta.

Il luogo dove veniva coniata la moneta era la “sikka”, la zecca dei nostri giorni: “dār al-sikka” letteralmente era la “casa della moneta”. La parola zecchino designò a lungo una moneta aurea ideale: un ducato nuovo di zecca. I carati, le unità di misura di orefici e metallurgici, derivano invece dall’arabo “qīrāṭ” “ventiquattresima parte”, prestito a sua volta dal greco “kerátion”.

Rosa dei venti (XI sec.).

Strettamente arabi sono invece altri termini marinareschi come gomene (“ghumal)” o scirocco (“shurhùq”) il vento caldo proveniente da Sud-Est che prende il nome dalla Siria, regione di provenienza. Il libeccio che spira da sud ovest potrebbe venire dall’arabo “lebeǵ”, che deriva a sua volta dal greco “líps-libós”, che significa “vento portatore di pioggia” o da “libykós”, ossia “della Libia”. In Romagna, Veneto, Marche e Abruzzo viene abitualmente chiamato garbino: “gharbī” in arabo significa infatti “occidentale”.

A proposito di vento e di navi, il cassero di prua viene anche chiamato castello. Il termine, passato poi alla terraferma, si riconnette all’arabo “qasòr”, castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino “castrum”, castello, fortezza.

La risma, l’unità di conteggio della carta, pari a cinquecento fogli, in arabo si traduce con “rizma” (pacco o fascio). “Razama” vuol dire impacchettare. Risma, in senso figurato, ha anche un connotato dispregiativo (“persone di ogni risma”) provenienti da pacchi dozzinali. Se si parla di carta, bisogna ricordare che furono gli Arabi ad introdurne l’uso in Europa. Il pregiato prodotto, comunque meno costoso della pergamena, era ricavato dal cotone, tessuto dai mille usi. La parola deriva dall’arabo “katun” che in origine significava “terra di conquista”. La pianta, arbustiva già presente prima del II millennio a.C. in India, fu introdotta dai Saraceni nel IX secolo in Sicilia. Come campo pilota fu scelta la terra intorno a Gela. La coltivazione fu estesa nell’isola di Pantelleria e a Malta. Poi, intorno al Trecento, si diffuse in tutta Europa.

Parole fondamentali delle scienze matematiche, della fisica, della chimica e dell’astronomia arrivarono in Italia dalla Spagna grazie al canale linguistico delle antiche traduzioni latine dei libri arabi.

Basta pensare a alambicco (“al-anbīq”), amalgama (“al-jamā‛a”) oppure a elisir (“al-iksīr”). È noto che la parola algebra, introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci con il suo ”Liber Abbaci” (1202) risalga all’arabo “al-ğabr” che significa “unione”, “connessione” o “completamento”, ma anche “aggiustare”. Anche la X, il segno che indica l’incognita arriva dall’arabo “sÍay”. L’algoritmo, inteso come procedimento di calcolo, deriva dal nome di un matematico in carne e ossa: al-Khwarizmi, nativo del Kwarizm, una regione dell’Asia centrale.

Il libro di astronomia scritto intorno al 150 dopo Cristo da Tolomeo che per più di mille anni costituì la base delle conoscenze astronomiche in Europa e nel mondo islamico, in italiano fu chiamato almagesto, dalla forma araba “al-Magisti” adattamento della parola greca “Megíste”, con cui in genere veniva indicata l’opera.

Prestiti arabi arrivano dal lessico astronomico: l’angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di osservazione si chiama azimut. Lo zenit (dall’arabo “samt al-ru’us”, “direzione delle teste”) e il nadir sono i poli dell’orizzonte. L’apogeo nel linguaggio delle stelle è l’auge (“auǧ”): altezza, culmine, cima, sommità. Tanto che si può tornare in auge o esserlo o sognare di esserlo.

Studiosi arabi e occidentali impegnati in considerazioni geometriche in un manoscritto del XV secolo.

Definiamo come arabi i numeri che sono di origine sanscrita. Dall’1 al 9 li pronunciamo con parole di origine latina. Lo zero però è arabo, così come la parola cifra: entrambi nascono da “sòifr” che in origine significa “vuoto” o “assenza di unità”. Fibonacci latinizzò la voce in “zephirum”. E da zefiro, zefro e zero il passo fu breve.

Il calibro (“qālib”) è lo strumento che misura con millimetrica precisione il diametro interno di una bocca da fuoco. Il quintale, “qinṭār” nel Medioevo misurava un peso corrispondente a 100 rotoli arabi.

Curiosa è la storia della parola alcol, araba (“al-koél”) che all’origine designava la polvere finissima che le donne usavano in Oriente per tingere di nero le sopracciglia, le ciglia e l’orlo delle palpebre. Il termine arrivò in Occidente con le traduzioni latine dei libri arabi. Ancora oggi la lingua spagnola prevede il verbo “alcoholar” nella terminologia dei trucchi per il viso con il significato di “tingersi in nero”. I chimici europei, nei secoli, estesero il vocabolo a designare qualsiasi specie di polvere impalpabile. Poi ci pensò Paracelso (1493-1541) a definire “quanto vi è di più fine”. E battezzò come “alcohol vini”, spirito di vino, quella che chiamava la quintessenza stessa del vino, la parte più nobile. Con il tempo, medici e chimici, lasciarono cadere la parola “vini” e rimase l’alcol, eredità linguistica di un popolo che per motivi religiosi rifugge il bere.

Gli alcali, i sali di potassio e di sodio vengono da “al-qaly” (soda).

Illustrazione dei principi alchemici di Raimondo Lullo (1233-1316).

E l’alchimia, la scienza occulta che ricercava la pietra filosofale, risale all’arabo “al-kimiya” : forse nasce dalla voce copta “chama” che vuol dire nero oppure dal greco “chyméia”, che descrive la mescolanza di liquidi.

Arabi furono anche i nomi dei profumi e dei colori. Come scarlatto, cremisi o “qirmizī”, del colore della cocciniglia. “Lazuward”, azzurro diede il nome ai lapislazzuli commerciati dai genovesi. Arabo è anche l’etimo di lilla (“lilak”) e il turchese descrive la “pietra turca” al pari del turchino.

Dal mondo islamico, insieme alle navi e alle carovane, giunsero la lacca (“lakk”) l’ottone (“latūn”) e la tecnica decorativa della tarsia (“tarsī‘). E le parole dell’abbigliamento. A partire dall’arte del ricamo, da “rakam” che significa “disegno” o “segno”. Fino all’arabo-persiano scialle (“šāl”). Senza considerare la gabbana, “qabā”, la tunica da uomo dalle maniche lunghe e la giubba (“ğubba”) pratica sottoveste di cotone o la zimarra, mantello da donna chiamato come il velo (“ḫimār”).

Con la ruvida stoffa dello zerbino (dalla città di Gerba) si confezionavano le coffe, ceste a forma di campana con le quali a dorso di mulo si trasportavano le merci. I mestieri e i titoli onorifici o dispregiativi racchiudono una significativa pattuglia di parole di origine araba. Come è naturale, ci sono califfo, sultano, e sceicco. Ma anche sceriffo (“šarīf”) termine che indica nobiltà e onorabilità e nababbo, che in origine voleva dire reggente e ora indica una persona ricchissima. Il dragomanno o turcimanno era un amministratore degli antichi stati crociati fondati in Palestina. Il termine è passato poi a definire un interprete orientale presso le ambasciate europee. L’aguzzino, “al-wazīr”, prima di diventare un torturatore era un ufficiale di giustizia o il custode dei carcerati.

E gli assassini erano i componenti della setta dei Nizariti, aderenti al movimento ismailita fondato da Ḥasan-i Ṣabbāḥ, detto “Il Vecchio della Montagna” che nell’età delle Crociate fondarono anche uno stato sulle montagne dell’Iran centro-occidentale. Erano chiamati “asasyyn” dalla parola “asās” (basi, fondamenti) che definiva il loro fondamentalismo. Alcuni studiosi credono che la parola significhi semplicemente “seguaci di Hasan”. Altre ipotesi fanno risalire il nome a “al-Hashīshiyyūn”, che si può tradurre con “coloro che sono dediti all’hashish”, la droga attraverso la quale “Il Vecchio della Montagna” inebriava i suoi fedeli.

Il mammalucco (“mamlūk”) che per noi vuol dire babbeo o sciocco era il nome di un soldato componente di una milizia di schiavi molto attiva in Egitto tra il Duecento e il Cinquecento. Il bacucco, soprattutto quando è imbacuccato, ricorda il famigerato cappuccio arabo, il “burqu” che è anche il velo con cui in alcuni paesi islamici le donne si coprono il volto.

La parola fachiro (“faqīr”) che descrive l’asceta musulmano capace di sopportare il dolore in origine significava “povero”. Come il termine meschino “meskīn” che in Spagna e Francia tra i secoli X e XI indicava chi viveva in miseria.

Anche la “danza macabra” medievale, la raffigurazione pittorica e letteraria nella quale la morte venne rappresentata attraverso scheletri che ghermivano tutti gli esseri viventi, si chiamò così per via del termine arabo “maqbara “ che indicava la parola “cimitero”.

Dalla morte alla vita il passo è breve, con la gazzarra, (“ġazāra”), l’alcova e l’harem che non hanno bisogno di traduzioni.

Dall’Islam arrivarono anche alcune parole della musica. Il liuto (“al-‛ūd”) diventò tale quando il geniale musicista Ziryāb (792-857), originario di Mussul aggiunse due corde alle tre originarie. Nacchera viene da “naqar” e tamburo da “ṭunbūr” ma era uno strumento a corda che in Europa fu confuso con il “ṭubūl”, lo strumento arabo a percussione che grazie alla sua forma diede origine alla parola “timballo”.

Le carte da gioco si diffusero verso la fine del Trecento. Fino ad allora si giocava soprattutto con i dadi. Imperversava la zara, che appassionava persone di ogni ceto sociale: “az-zahr”, fu la parola che diede il nome al gioco e all’azzardo, che indicava la pericolosa sfida alla fortuna.

Il gioco degli scacchi, di origine indiana e persiana.

Gli scacchi hanno origini indiane e persiane. Nel IX secolo, lo storico Al-Masʿūdī, nel trattato “Praterie d’oro” descrisse in modo mirabile le battaglie dei pezzi bianchi e neri. Le parole che concludono il gioco nascono da una formula arabo-persiana: “Shāh māt” vuol dire “il re è morto, scacco matto”. La parola alfiere, nel senso del pezzo del gioco ma anche di “portabandiera” ha origine dallo spagnolo “alférez” che deriva dal vocabolo arabo “al-fīl” (l’elefante). E “rocco” viene dall’arabo “ruxx” che vuol dire torre.

Oggetti e suppellettili della vita quotidiana dei musulmani, con l’abitudine, sono diventati anche nostri. Almeno a parole. Baldacchino viene da “bagdādī”, aggettivo che certifica qualcosa proveniente dalla città di Bagdad e indica, “un ornamento che sovrasta ogni cosa”. Caraffa è invece un termine arabo magrebino che sta per vaso. Giara viene da “ğarra”. Il primo luogo di diffusione della parola materasso fu l’Italia meridionale: per gli arabi “matrah” era il tappeto sul quale coricarsi”. Il pigiama, “payjamé” indicava un “vestito con le gambe”. La tazza o “tāsa” arrivò in Europa dai porti del Levante. Il divano “diuan”, che gli arabi mutuarono dalla lingua persiana, prima di essere un sedile imbottito indicava la sala delle riunioni con i cuscini addossati alle pareti. E il sofà (“sofah”) sedile imbottito con spalliera e braccioli, nei primi secoli dopo il Mille era la panchina posta davanti alle case nelle città governate dall’Islam. La parola valigia ha un’etimologia incerta: potrebbe derivare dall’arabo “ualiha” (sacco), dal latino “vidulus” (valigia) o dal tedesco “felleisen” (pelle d’animale).

La carovana de “Il viaggio dei Magi” di Benozzo Gozzoli (1421-1497 ca.) a Palazzo Medici Riccardi, Firenze.

Hanno nomi arabi la gazzella (“ġazāl”) e la giraffa (“ẓarāfah”). Naturalmente, anche il cammello: “hammal” in arabo vuol dire vuol dire “portatore”. E anche il gatto mammone, bestia immaginaria (”maimūn”).

Nelle parole siciliane e in quelle genovesi, per ovvie ragioni storiche, le influenze islamiche si colgono ancora. Nell’antica repubblica marinara, il termine “ġarīb” che descrive un personaggio strano o bizzarro, è rimasto nella parola “cancaribba” che in dialetto vuol dire allegria o stravizio.

L’espansionismo arabo, nel giro di due secoli, portò in Sicilia centinaia di migliaia di musulmani che si integrarono con le popolazioni locali. Così le parole, sono rimaste, impastate con le tradizioni.

Casale, castello e monte, che in arabo si traducono in “raḥl”, “qal‛a” e “jabal hanno dato origine a località come Racalmuto, Calatafimi, Caltanissetta, Gibilmanna e Gibellina. Molti cognomi di origine araba sono ancora presenti: Càfaro (da “kāfir”, infedele); Salemi (“salāmī”, pacifico), Macaluso (“maxlūṣ”, liberato); Zappalà (“izz- bi -Allah”, potenza di Allah); Zuccalà (“dzuq Allah” , gioia di Allah); Sciarrabba (“sharrab”, beone); Taibbi (“tayyb”, buono); Saccà (“saqqa”, portatore d’acqua).

Parole antiche e moderne dell’Islam rimbalzano ancora nella nostra vita quotidiana attraverso il tambureggiante ritmo dei media. Termini come “jihād” (la guerra santa) con accanto il nome “jihaidista” che di solito la accompagna. Oppure “shi’a” (setta); “sunna” (costume); “sura” (capitolo del Corano); “burqa” (velo, cortina); “kefiah” (copricapo diffuso tra i contadini); “hijab” (velo islamico); “chador” (velo, dal persiano “čādor”); “mujāhidīn” (guerrigliero afgano), “shari’a” (strada rivelata, legge sacra imposta da Dio); “imam” (guida spirituale); “ulema” (dottore della fede islamica); “mullah” (capo religioso); “fatwā” (responso giuridico); talebano (studente, dal persiano “ṭālebān”); “intifada” (scuotimento, sollevazione); “shahid” (martire).

Nomi arabi presenti nell’italiano a bizzeffe (in magrebino “bizzef” vuol dire “con abbondanza”). Una ricchezza di termini che ci ricorda un lungo rapporto scandito da guerre, intolleranze religiose e incomprensioni reciproche. Ma anche vivificato dagli scambi, dalla cultura, dai viaggi e dalle scoperte.

Mondi diversi che si sono scontrati e incontrati più volte. La speranza è che si salutino e si parlino più spesso. Senza ipocriti salamelecchi ma dando forza alle usuali frasi di ogni giorno, alle quali forse non si presta la sufficiente attenzione: “as-salām ‘alaykum“ (“la pace sia su di voi”) a cui si risponde: “wa ‘alaykum as-salām” (“e con voi la pace”).

Federico Fioravanti

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È tutto un altro paio di maniche

Il Ritratto di Dama, noto anche come Belle Ferronnière (1490 – 1495), Leonardo da Vinci, Musée du Louvre di Parigi

L’espressione “È tutto un altro paio di maniche” arriva dal Medioevo. Come del resto la frase “Essere di manica larga”. “Essere nella manica di qualcuno” ha la stessa origine. Anche la “mancia”, che lasciamo qualche volta in giro, ha a che fare con le maniche.

Nel Medioevo le maniche dei vestiti erano mobili: si potevano staccare e venivano cambiate nel corso di diverse occasioni. In casa si indossavano maniche più modeste: quelle da utilizzare nelle occasioni migliori venivano riposte in una cassapanca, lontano dall’abito di cui facevano parte.

Quando si usciva, le maniche si cambiavano. E anche il vestito sembrava diverso. I vantaggi di questa intercambiabilità, vista la moda dei tempi, erano molteplici. Il cambio di stagione si affrontava meglio, considerato che per alcuni secoli, soprattutto nelle classi sociali più elevate, la differenza tra gli abiti estivi e quelli invernali si misurava dagli indumenti che venivano indossati sotto un vestito che era quasi sempre lo stesso. Per molto tempo tra i nobili invalse la moda di portare gli abiti cuciti addosso che non si toglievano nemmeno quando si andava a dormire.

Tra l’altro, le maniche si sporcavano molto più facilmente rispetto al vestito e fare il bucato era senz’altro più faticoso di oggi. Così c’erano più maniche rispetto agli abiti. La parte mobile dell’indumento che si indossava, era anche un segnale di appartenenza sociale che serviva a capire d’acchito chi si aveva di fronte. Lo sapeva bene il giovane Dante, un po’ a disagio nelle sue maniche, quando incontrava i suoi amici poeti del “Dolce stil novo”, che appartenevano a famiglie benestanti e sfoggiavano maniche eleganti.

Nella seconda metà del XII secolo, sopra le vesti, le donne indossavano una tunica, chiamata bliaut, con maniche lunghe, “ad angelo” o “a farfalla”. Pochi decenni dopo, l’indumento quotidiano, sia per gli uomini che per le donne, era una tunica, in lino, cotone o seta, con una lunga manica a forma di imbuto.

Pala di San Vincenzo (ca. 1494), Ghirlandaio, Museo della città di Rimini

Dalla metà del Trecento a tutto il Quattrocento la moda cambiò: le maniche diventarono strette, aderenti al braccio e vennero progressivamente ornate di lacci, cinture e cinturini. Le maniche erano anche un pegno d’amore: i fidanzati avevano l’abitudine di scambiarsele. Un gesto che equivaleva al moderno anello di fidanzamento. Le vesti dei nobili, più eleganti e a volte sontuose, venivano confezionate direttamente con delle maniche di riserva. Così non si dovevano nemmeno scucire e la persona amata riceveva in dono quelle di scorta, a significare qualcosa che si portava sempre con sé, addosso.

In caso di rottura del fidanzamento, avveniva la reciproca restituzione delle maniche donate in precedenza. Il gesto certificava una situazione nuova: si era liberi di prendere una nuova direzione di vita. Poteva nascere una relazione completamente diversa rispetto alla precedente. Allora, appunto era il momento di “un altro paio di maniche”. Quando qualcuno gode della simpatia, dell’indulgenza e dei favori di un’altra persona, chi lo osserva può dire che quella persona “è nella manica di qualcuno”.

Anche la parola “mancia” ha a che fare con le maniche. Soprattutto con chi è “di manica larga”. La “manche” (manica in francese) di una nobildonna che assisteva ai tornei cavallereschi, spesso era l’elemento più ricco e ricercato della veste: era realizzata con tessuti preziosi, ornata di ricami, spacchi e sbuffi e arricchita da pietre preziose.

Miniatura dal codice Le Très Riches Heures du Duc de Berry (1412 – 1416), Musée Condé di Chantilly.

L’ampiezza della manica era la testimonianza visiva dell’opulenza di chi la indossava. La dama premiava il vincitore della giostra lanciandogli in pegno la sua “manica larga” e ingioiellata.

Un dono, prezioso, da cui è nata un’altra parola: la mancia (“manche”) infatti è un premio lasciato a testimonianza dell’approvazione per l’opera svolta e il comportamento che si è tenuto. Un riconoscimento per chi svolge particolarmente bene la propria attività.

Nelle case signorili, i servi non ricevevano certo uno stipendio. Bastava il vitto, l’alloggio e la benevolenza del padrone che comprava ai sottoposti un vestito l’anno. E siccome le maniche erano le prime a consumarsi, dava loro una “mancia” perché comprassero delle maniche di ricambio.

Virginia Valente

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“Cosa fatta capo ha”

Dietro il celebre detto c’è una storia di sangue e intrighi da cui nacque la guerra infinita tra i guelfi e i ghibellini. Fatta una cosa, non ci si pensa più. Il modo di dire “Cosa fatta capo ha” conosce da secoli una grande fortuna. Ai giorni nostri, il proverbio serve a rassicurare chi lo cita. Indica anche uno stato d’animo: il sospiro di sollievo che si tira di fronte al buon senso di una decisione ormai presa. E sulla quale è meglio non tornare più indietro.

Nasce però da un fatto di sangue che fece scalpore nella Firenze del Duecento. Così importante e ricordato da sancire, in modo convenzionale, la data di inizio di una guerra che segnò l’Italia medievale: quella tra i guelfi e i ghibellini.

La storia è raccontata da cronisti d’eccezione. Il primo è Dante Alighieri che nella Divina Commedia (Inferno, XXVIII, 103-111) presenta il protagonista della vicenda da cui tutto nacque: Mosca dei Lamberti, nato a Firenze alla fine del XII secolo e morto a Reggio Emilia nel 1243. Appartenne a una importante famiglia ghibellina, alleata degli Uberti di Farinata. Fu protagonista della vita politica fiorentina della prima metà del Duecento e anche podestà di Viterbo (1220) e Todi (1227) oltre che capitano in armi delle truppe fiorentine nella feroce guerra contro Siena.

Nell’Inferno dantesco appare nella bolgia dei seminatori di discordia, con le mani mutilate, tenute in alto: “Levando i moncherin per l’aura fosca, / sì che ‘l sangue facea la faccia sozza”. L’orribile punizione ricorda la colpa del dannato: Mosca dei Lamberti decretò l’uccisione di Buondelmonte dei Buondelmonti, un giovane che Giovanni Villani quasi fotografa in una pagina della sua “Nova Cronica”, storia in 13 libri della città di Firenze, spiegando ai suoi lettori “ch’era molto leggiadro e bello cavaliere” .

Questo Buondelmonte era fidanzato in modo ufficiale con una fanciulla della potente casata degli Amidei, politicamente molto vicina ai Lamberti. Ma il giorno delle nozze non si presentò al matrimonio. La promessa sposa, i parenti e i tanti invitati lo aspettarono invano nella chiesa di Santo Stefano. La sorpresa diventò irritazione e poi sconcerto. E la rabbia si trasformò presto in furore e voglia di vendetta. Anche perché, quello stesso giorno, il 10 febbraio 1216, alcuni testimoni videro passare l’incauto e sfrontato giovanotto lungo le vie adiacenti alla chiesa, dove la famiglia Amidei aveva molte case di proprietà: Buondelmonte andava a giurare amore eterno a un’altra ragazza fiorentina, figlia di madonna Gualdrada e di Forese Donati il Vecchio.

I cronisti medievali, Villani in testa, specificano che fu proprio Gualdrada a convincere il giovane a disertare il matrimonio con la forse poco avvenente Amidei e a proporre in cambio al giovane Buondelmonte la mano della sua bellissima figliola.

Lo scandalo fu enorme. A Firenze non si parlava d’altro. I parenti della sposa abbandonata sull’altare volevano lavare l’onta di quel gesto clamoroso. Anche perché l’ingiuria era doppia. Quel matrimonio doveva infatti essere “riparatore” di un’altra offesa, nella quale, appena un anno prima, erano state coinvolte le più importanti famiglie della città. Oggi potremmo dire che tutto iniziò per futili motivi. Di certo, i fatti precipitarono senza che nessuno riuscisse a guidarli.

Nel 1215 il podestà Corrado Orlandi aveva organizzato una festa nel suo castello di Campi Bisenzio per celebrare il passaggio in società di Mazzingo dei Mazzinghi, un giovane che con la maggiore età diventava un cavaliere. Come era consuetudine, erano state invitate tutte le famiglie più importanti di Firenze. Durante il ricco banchetto, un giullare fece sparire per scherzo un piatto ricolmo di carni sotto il naso di Uberto degli Infangati, che era seduto vicino al suo amico Buondelmonte.

Uberto non accettò la burla e si lamentò ad alta voce con gli altri commensali. Un terzo convitato, Oddo de’ Fifanti, abituale protagonista di risse, accusò a sua volta Uberto di aver fatto sparire quel piatto succulento. Lo fece con particolare insolenza, spalleggiato da altri invitati. Uberto replicò insultando a sua volta Oddo, che rispose lanciando un tagliere ricolmo di carni in faccia all’avversario. Si scatenò una rissa, che fu domata a stento dal padrone di casa. Poco dopo, finito il banchetto, mentre si sparecchiava, quando tutto sembrava finito, accadde il fattaccio: Buondelmonte aggredì Oddo a tradimento e lo ferì con un coltello. La lite fu bloccata. Ma non finì lì.

Con il sangue di mezzo, non si trattava più di una rissa. Le usanze del tempo prevedevano che si dovesse tutelare prima di tutto l’onore dei contendenti. Per evitare guai peggiori, serviva una ricomposizione pubblica e formale. Nella chiesa di Santa Maria sopra Porta venne convocato d’urgenza un consiglio di alcune famiglie legate da vincoli di sangue e di interesse: Fifanti, Gangalandi, Uberti, Lamberti e Amidei.

Trovarono una soluzione riproposta spesso nelle liti tra le famiglie illustri: fu deciso che la questione si sarebbe potuta risolvere soltanto con un matrimonio riparatore. Così, fu proposto a Buondelmonte di sposare una ragazza di cui nessuna cronaca ci ha tramandato il nome: era la nipote di Oddo de’ Fifanti, figlia di una sua sorella e di Lambertuccio degli Amidei.

La proposta fu accolta. Venne stipulato anche un contratto da un notaio che prevedeva una forte penale in caso di mancata celebrazione del matrimonio. Sembrava quindi che il conflitto tra i maggiorenti fiorentini fosse appianato. Ma Gualdrada Donati, che voleva a tutti i costi Buondelmonte come genero, accusò il giovane di aver paura dei potenti Fifanti e dei loro tanti amici. Ironizzò anche sull’aspetto fisico della giovane Amidei. E propose al ragazzo di sposare sua figlia. D’accordo con il marito, si offrì anche di pagare la penale prevista insieme alla ricca dote della fanciulla.

Così Buondelmonte cambiò volentieri idea. Ma lo fece tardi e male. In spregio alla forma e in modo plateale. L’insulto pubblico del matrimonio saltato all’ultimo momento, senza scuse, chiarimenti o spiegazioni, non poteva essere dimenticato. In ballo, insieme a quello degli Amidei, c’era l’onore di molte altre famiglie. I maggiorenti fiorentini vicini alla famiglia della sposa abbandonata sull’altare, si riunirono per decidere quali provvedimenti adottare.

Erano tutti d’accordo nel dare una lezione esemplare a Buondelmonte. Alcuni proposero di bastonarlo, altri di umiliarlo in pubblico, altri di sfregiarlo in modo permanente. Mosca dei Lamberti tagliò ogni discussione con quella frase che diventò una sentenza: “Cosa fatta capo ha”. Buondelmonte doveva morire.

Come teatro dell’imboscata venne scelto Ponte Vecchio, luogo simbolo della città. L’omicidio avvenne la mattina di Pasqua, proprio il giorno nel quale Buondelmonte aveva fissato le nuove nozze con la bella figlia di Forese Donati. Il giovane stava andando in chiesa a cavallo, vestito di bianco e con una corona di fiori sulla testa. Una bastonata dell’Uberti lo disarcionò. Amidei e Mosca lo pugnalarono. E Fifanti, come colpo finale, gli tagliò le vene quando già agonizzava.

Villani scrisse: “E questa morte di messere Bondelmonte fu la cagione e cominciamento delle maledette parti guelfe e ghibelline in Firenze”. All’inizio, in ballo, più che il papato e l’impero c’era quella che lo storico Davidsohn chiamò “una guerra civile per il controllo del consolato”, cioè del comune, tra gli opposti gruppi familiari.

Le prime menzioni dei due termini apparvero 23 anni dopo la morte dello sventurato Buondelmonte negli “Annales Florentini”: nel 1239 “guelfi” e nel 1242 “ghibellini”.

I guelfi e i ghibellini, dipinto novecentesco di Ottavio Baussano

Non fu un fatto solo toscano o fiorentino. Tra la fine del XII secolo e la metà del secolo successivo, all’interno dei comuni di quasi tutte le città italiane, si formarono due “partes” che si schierarono nella secolare contesa tra papato e impero.

A Firenze, le guerre locali trovarono una nuova ragione di scontro nella lotta che segnò la successione a Enrico V e che all’inizio vide protagoniste la casa di Baviera (Welfen), rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia (originaria del castello di Waiblingen), a cui apparteneva l’imperatore Federico II. Nella Divina Commedia, Dante ci descrive Mosca dei Lamberti che si allontana tra i dannati dell’Inferno come persona “trista e matta”, consapevole del danno fatto alla città di Firenze, segnata dagli scontri feroci tra le opposte fazioni politiche.

Ma Dante è ancora più severo con la condotta scriteriata di Buondelmonte. Cacciaguida, trisavolo del poeta, nel XVI canto del Paradiso, condanna la stirpe del giovane assassinato con gravi parole:

“La casa di che nacque il vostro fleto, per lo giusto disdegno che v’ha morti, e puose fine al vostro viver lieto, era onorata, essa e i suoi consorti”.

Tra l’altro, Buondelmonte fu distratto dagli “altrui conforti” della famiglia Donati, il casato fiorentino da cui poi discesero anche Gemma Donati, moglie del Poeta e suo cugino Forese, amico di Dante e fratello di Corso Donati, capo dei guelfi neri.

Poche terzine dopo, nello stesso canto del Paradiso, Cacciaguida ricorda che il giovane fu ucciso all’altezza di “quella pietra scema che guarda ‘l ponte”. La pietra mutilata (“scema”) era una statua di Marte, dio latino della guerra, primo protettore di Firenze al tempo in cui la città era ancora soltanto un castrum romano edificato sulle rive dell’Arno.

La scultura fu trasferita sul Ponte Vecchio quando i fiorentini si convertirono in modo pieno al Cristianesimo. Il nuovo patrono della città diventò allora San Giovanni Battista. Ma le guerre, d’armi e di parole, continuarono a dilaniare la città.

Federico Fioravanti

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“Mettersi nelle mani di qualcuno”

Il modo di dire nasce dal giuramento di fedeltà del vassallo al suo signore. E da una specifica cerimonia, nata in epoca carolingia.

Con la “immixtio manuum”, la “immissione delle mani”, l’inferiore (il vassallo) metteva le sue mani in quelle del superiore (il feudatario). Così, attraverso un rapporto personale, i “fidelis” erano legati al sovrano.

Il sistema feudale, al di là dei luoghi comuni, non era una organizzazione prestabilita e di struttura piramidale. Si fondava piuttosto su un modo specifico di condividere il potere. Un legame stretto e diretto. Un patto sacro tra un maggiore e un minore, nato dall’antica usanza dei guerrieri barbari di spartirsi il bottino dopo un saccheggio.

All’epoca di Carlo Magno, le prede di guerra erano ormai diventate le vaste terre conquistate con la forza delle armi. La nuova divisione comportò quindi l’assegnazione di territori che andavano governati. Concessioni e benefici in cambio della fedeltà militare. L’organizzazione dell’impero veniva cementata dal mestiere delle armi. Nell’atto formale di sottomissione, il signore feudale riconosceva la superiorità di un altro nobile. E si affidava completamente a lui (nella foto, una miniatura che descrive l’omaggio di un vassallo a Carlo d’Orléans).

L’etimologia della parola spiega la funzione: il termine latino “homagium” deriva infatti dalla parola “homo” unita al verbo “agere” (“condurre”). Così il nobile si lasciava guidare dal suo signore. Solo una persona di alto livello sociale poteva prestare omaggio. Perché armi e cavalcature costavano molto. E il vassallo durante la cerimonia doveva impegnarsi in modo solenne a combattere per il suo signore sia a cavallo che con la spada, lo scudo, la lancia, l’elmo e l’usbergo, la fitta maglia composta da migliaia di anelli di ferro da indossare in battaglia.

L’immissione delle mani giunte del minore in quelle aperte e poi strette del maggiore, era la consegna e la trasmissione di una forza nella quale erano in gioco la vita e la morte. Il giuramento veniva pronunciato toccando i vangeli oppure le reliquie dei santi. Poi il vassallo baciava il feudatario sulla bocca (“osculum”). Da quel momento diventava “uomo di bocca e di mani” del suo maggiore. Non doveva mai tradirlo e insultarlo. E doveva essere pronto, in qualunque momento, a combattere per lui.

La cerimonia dell’omaggio cambiò anche il modo della preghiera verso Dio: dalle braccia aperte e rivolte al cielo, si passò alla posizione a mani giunte.

Uno stesso gesto: protezione e sottomissione. Per il sovrano che concedeva le terre e il Signore che poteva aprire il regno dei cieli.

Federico Fioravanti

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Essere al verde

Secondo alcuni studi, il modo di dire deriva da un’antica usanza medievale, che consisteva nel far portare un berretto verde ai falliti in segno di pubblico scherno.

Il verde era tradizionalmente il colore del tessuto che rivestiva internamente i forzieri, le cassette e la fodera della borsa appesa alla cintura in cui si teneva il denaro monetato. Quando si arrivava a vedere il colore delle fodere, significava che il denaro scarseggiava.

Un’altra possibile origine si riallaccia al fatto che un tempo era uso tingere in verde l’estremità inferiore delle candele, per cui, quando il lucignolo arrivava a bruciare a quell’altezza, la candela era quasi alla fine.

Una terza possibilità riconduce invece a certi tipi di verdure di cui si mangia abitualmente solo la parte bianca, come ad esempio il sedano e i porri.

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Mettere le corna

“Mettere la corna” è un detto di origini bizantine.

Tutto cominciò con l’imperatore Andronico I Comneno (1118-1185), gran seduttore, personaggio grandioso, terribile e teatrale al tempo stesso. Era nipote dell’imperatore Giovanni I. Da principe ribelle cospirò in modo incessante contro suo cugino, il “basileus” Manuele I che alla fine fu costretto a imprigionarlo.

Fughe, riconciliazioni, evasioni e congiure segnarono la sua avventurosa esistenza. Per salire al potere, Andronico uccise la vedova di Manuele I e strangolò con una corda d’arco l’erede al trono Alessio II. Insieme alle cospirazioni, collezionò delitti e relazioni incestuose.

Fece una guerra feroce agli aristocratici che lo avversavano: prima li faceva arrestare, spesso per futili motivi e poi rapiva le loro mogli con le quali si sollazzava a lungo. Non contento, sulle facciate dei palazzi delle sue vittime faceva appendere per scherno, come trofei, le teste dei cervi che aveva abbattuto a caccia.

Con stupore, nell’anno di grazia 1185, i soldati siciliani di re Guglielmo II il Normanno che mossero contro il tiranno, quando conquistarono Salonicco si accorsero che su decine di palazzi nobiliari pendevano misteriosi teschi di animali cornuti. Quando ne conobbero il motivo, nacque la frase “mettere le corna” , in greco “cherata poiein”. Da allora l’epiteto “cornuto” si diffuse a gran velocità, in Sicilia, in Italia e in tutta Europa.

Il tiranno Andronico Comneno fece però una brutta fine: venne linciato dalla folla inferocita (vedi miniatura) come racconta Giovanni Boccaccio nel suo “De casibus virorum illustrium” (1359) un istruttivo libro in cui l’autore del “Decameron” narrò la triste storia di 58 illustri personaggi che al culmine della loro gloria andarono in rovina per un improvviso rovescio della Fortuna.

Virginia Valente

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