Category Archives: Medievalismi

La contessa Matilde vestita di mitologie

Diciamolo subito: Matilde è sempre stata sotto il segno del mito. A cominciare dal mito fondatore, quello di Donizone, che difficilmente avrebbe potuto esprimersi in modo diverso ma avrebbe potuto scegliere diverse modalità espressive, fino alla odierna fiorente industria turistica. Ma il mito è multiplo per sua natura.

Il monumento funebre Onore e gloria d’Italia dedicato a Matilde di Canossa da Gianlorenzo Bernini (1633-34, Basilica di San Pietro, Città del Vaticano)

Nel secolo XVII Matilde fu l’emblema perfetto della Controriforma trionfante e fiammeggiante, “donna illustre e guerriera di Dio”, l’eroina perfetta, la perfetta radice del trionfo della Chiesa Romana (1633, Castel Sant’Angelo; 1644, San Pietro: il Bernini); il Seicento è alla radice di molte cose…

Fanno parte delle mitologie le molte stupidaggini che si possono leggere nel web (es. Wikipedia: “Contessa, duchessa e marchesa […] in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana”; Italia donna. Il portale delle donne: “una donna bella e decisa […] amata e venerata da tutti”; SuperEva, Delitti e Misteri: “Le lotte per il potere ignorano ancora le donne, che non sono mai state considerate un pericolo, ma la storia, fino a quel momento, evidentemente non ha fatto ancora i conti con Matilde di Canossa”), che sempre più si rivela un potenziale immenso sciocchezzaio neo–flaubertiano… eppure con esso gli storici si dovranno abituare a confrontarsi se non vogliono essere relegati a una marginalità eburnea ed immacolata quanto si vuole ma totalmente insignificante, abdicando così al loro ruolo sociale di artigiani del metodo e dei procedimenti critici.

A questo riguardo è d’uopo aggiungere una cosa, a mio avviso del tutto non secondaria: anche la ricerca umanistica è eminentemente sperimentale: se non si sottopongono a verifiche spassionate e regolari, nonostante le evidenze delle ricerche più recenti o il semplice buon senso, i modelli consolidati e evidentemente bisognosi di verifica e si continua ad affidarsi solo a questi ultimi, si finisce per fare soltanto erudizione nel senso peggiore della parola e così si viene meno al métier dello storico e dell’intellettuale; la trahison des clercs, per citare un titolo di una novantina d’anni fa (Julien Benda, 1927), è, è sempre stata, e sempre sarà imperdonabile: espressione quando non radice di molti mali anche estremi, luogo in cui la conoscenza e l’etica si fondono indissolubilmente e muoiono insieme.

Matilde l’europea Ovviamente non è il caso di ripercorrere tutti i momenti topici di questa figura storico–mitologica; mi limiterò a segnalare quelli a mio avviso più evidenti.

Non si può prescindere dalle tematiche messe a fuoco nel 1997 nel convegno e dedicato a Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito (Bologna, Pàtron, 1999), per esempio le istanze prosopografiche, o piuttosto genealogiche, del Cinque e Seicento, comprese quelle del marchese Dal Pozzo (1678): tutte piuttosto comuni in tutta l’Europa, se si pensa alle contemporanee genealogie dei papi o al fatto che l’aristocrazia del regno di Spagna risultò allora discendere per intero dai Visigoti…

Come scrisse il Leibnitz al Muratori il 30 gennaio 1714 “il y a tant de fables et d’absurdités qu’on ne s’y peut fier que dans les choses fort modernes”, e, come scrisse il Muratori al Leibnitz il 6 novembre 1715, il tema “è pieno di favole”.

Non è che oggi (il web insegna) le cose siano diverse nella sostanza… Ma bisognerà aggiungere che un mito non è davvero tale se non è capace di aggiornarsi: magari per piccoli elementi, quasi impercettibili ma che rendono il segno dei tempi.

ASSOCIA IL TUO NOME AL FESTIVAL DEL MEDIOEVOSOSTIENICI ANCHE TU ED ENTRA A FAR PARTE DEL CLUB DEGLI AMICI DEL FESTIVALCLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ

Facciamo un salto in avanti. Ad esempio: l’insistenza sul carattere “europeo” di Matilde di Canossa. Ma ci si è mai chiesti che senso ha questa espressione per i secoli XI e XII? e non solo perché novecento anni fa non si aveva idea di che cosa fosse «Europa» e di qualunque cosa si trattasse era comunque a geometria variabile (per esempio le aree del Nord vengono inserite in Europa solo negli anni ’30 del XII secolo e solo da Guglielmo di Malmesbury, che appartenendo all’ambiente anglonormanno forniva così di radici «europee» i signori dell’Inghilterra).

Matilde «europea» perché apparteneva alla famiglia di Lorena e frequentava l’Impero e i grandi del suo tempo, ad esempio l’abate di Cluny Ponzio che (ora lo sappiamo) era spagnolo?

Ma allora tutti i grandi del suo tempo erano europei, visto che appartenevano alla medesima ristrettissima fascia di signori fra loro legati da relazioni familiari, politiche ed economiche; tanto per non allontanarci troppo dal caso di Ponzio, era imparentato per vie più o meno indirette con i conti di Tolosa, i franco–normanni, l’imperatore; con gli Aleramici e la casa di Navarra erano imparentati i Normanni di Sicilia, ma Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I, era imparentata con i conti di Mortagne e del Perche, franco–normanni; con l’imperatore Enrico V e poi con gli Anjou si imparentarono gli anglo–normanni di Enrico I Beauclerc…

L’insistenza sulla dimensione «europea» di Matilde non parlerà più del nostro tempo che del suo? Dico del tempo dell’Unione Europea e della moneta unica? Ma questo può aprire la strada ad un’altra domanda: chi ci dice che l’insieme stesso del mito di Matilde, così come lo conosciamo, non appartenga piuttosto agli ultimi duecento anni?

Dall’alto in basso: il Castello di Bianello (Quattro Castella, Reggio Emilia), una delle residenze di Matilde di Canossa; la stanza di Matilde nel castello; particolare del dipinto ottocentesco “La donna con il melograno” di Giuseppe Ugolini, conservato nella stanza di Matilde

Torniamo indietro, al Risorgimento: Francesco V d’Este, il castello di Bianello come centro delle sue esercitazioni militari, il famoso quadro commissionato a Giuseppe Ugolini che rappresentava Matilde, significativamente destinato al Palazzo Ducale: ed eravamo nel 1854, per così dire a metà strada tra i moti e la I guerra d’indipendenza del 1848 e la guerra del 1859 e l’immediata scomparsa del Ducato e del passato (plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860, ratificato e pubblicato il 15 marzo 1860); realizzato fra il 1854 e il 1859, il dipinto fu venduto dall’ormai ex duca e finì a Bianello, che era stato acquistato da un privato, dove venne appiccicato al muro, su un support di tela, nel 1873.

Siamo già nel Regno d’Italia. Ed ecco i decenni antiprefettizi, delle Guarentigie, cattolici. Tanto per citare in ordine sparso, il raduno a Canossa dei Circoli Universitari Cattolici di Parma, Modena, Bologna e dei Fasci Democratici Cristiani nel 1902; il contributo di mons. Leone Tondelli L’eroismo di Matilde, che “sottolineava la fermezza e la costanza della Contessa nel difendere gli ideali e la persona di San Gregorio” (1915); l’associazione femminile cattolica reggiana delle Matildine, 1918, che ebbe un proprio stemma distintivo (dipinto su drappo candido nel 1934): “tre spighe di frumento […] il trinomio che era anche il programma delle giovani cattoliche: Eucarestia, Apostolato, Eroismo“; “Matelda. Rivista per Signorine” (1911–1938) che si batteva contro il divorzio e contro la città della modernità e ovviamente del vizio, Parigi, e che inaugurò le sue pubblicazioni dichiarando:

Matelda è colei che raggiunge la perfezione fisica con la perfezione morale che altro non è se non l’ideale femminile»

(Il che è tanto più significativo e attesta il provincialismo, la marginalità e anche l’arretratezza culturale e politica di queste sedi se si pensa al contemporaneo, frenetico, attivismo delle organizzazioni femminili tra le due sponde dell’Atlantico, sfociato in un’udienza concessa da Benedetto XV a Rosa Genoni e Anita Dobelli Zampetti e culminato nel 1923 in un congresso tenuto proprio a Roma.)

Fermiamoci di nuovo un momento. Chi ci dice, cioè, che anche nel suo caso, come forse in generale per tutto il Medioevo così come lo conosciamo noi, non sia stato il passato prossimo e a volte molto prossimo a fondare il passato remoto?

Perché non si può non dire della celebrazione del primo millenario (tarda estate 1950), preparato fattivamente da mons. Socche, vescovo di Reggio Emilia (autore di un volumetto apparso nel gennaio di quell’anno in cui, in nome dell’impegno contro il “cataclisma sociale”, istituiva un parallelo fra gli “ardui cimenti che avevano impegnato Matilde e Gregorio VII contro l’oppressione imperiale e la sua propria lotta intrepida di vescovo contro il materialismo ateo e violento del tempo”), e inaugurato dall’onorevole Gonella, ministro democristiano della Pubblica Istruzione, e punto d’inizio delle attuali celebrazioni. Che, peraltro, nel 1977, in piena età di “compromesso storico” (oltreché di terrorismo interno), e in perfetta temperie di Peppone e don Camillo, secondo l’esperienza originale della coabitazione e collaborazione politica in Emilia–Romagna, sfociarono in un grande e fondamentale convegno di studi fortemente voluto dal senatore Carri, sotto l’egida del Pci, “nuovo Principe” secondo l’insegnamento critico gramsciano.

Pontida antibolscevica Il passato è sempre stato usato con moltissima disinvoltura, basti pensare al fatto che durante il fascismo Pontida era inteso come giuramento antibolscevico (proprio così) e che la battaglia di Legnano, con il suo corredo mitico di Alberto da Giussano, si era prestata molteplicemente in chiave giobertiana (l’arringa alle truppe pontificie di Massimo d’Azeglio nel 1848) o laica e nazionalista con l’elisione di qualunque accenno al ruolo papale.

Per non parlare della Reconquista spagnola e dell’idea stessa di Crociata. E anche Matilde era diventata l’eroina del neoguelfismo così come, dall’altro lato, la nemica esemplare della Nazione tedesca e delle sue sorti progressive e magnifiche. Ma allora stiamo parlando di Matilde di Canossa o piuttosto dell’eroina della Controriforma trasformata in eroina della Guerra Fredda?

Di Matilde di Canossa o, come ha acutamente segnalato Paolo Golinelli nel 2008 non senza arguzia, di una delle eroine delle donne in armi degli USA (sorvolando con allegra disinvoltura sulle caratteristiche socioeconomiche del reclutamento nelle forze armate statunitensi…) arruolate nella guerra contro l’Asse del Male in una galleria che spazia dalle Amazzoni a Golda Meir?

Di Matilde di Canossa, o dell’eroina da gender studies? E chi ci dice che il mito costituito attraverso questo tipo di passaggi non abbia potuto radicarsi per la persistenza nel lunghissimo periodo di usi e costumi agrari in contiguità leggendaria (e inverificabile) proprio con Matilde?

Un mito dentro l’altro Torniamo alla fondazione del mito o piuttosto racconto mitologico. La affronteremo là dove forse non se lo aspetta, dove il mito ha la forma consapevole della barzelletta. Eppure forse dà accesso a molte più cose di quanto si possa pensare a prima vista. Del mito fa parte un altro mito. Questo si, antico e quasi contemporaneo alla contessa (fermiamoci un istante per una domanda ingenua: “contessa” di che cosa? perché è chiamata contessa di qua dall’Appennino e marchesa di là dal crinale?). Un mito che finisce per incrociarsi con un altro, quello fondativo.

Cosma di Praga, le nozze con Guelfo V di Baviera “il Pingue”. Siamo nel 1089, Matilde ha 43 anni. Guelfo IV di Baviera, padre del giovane sposo, era stato elettore di Rodolfo di Svevia, l’anti–re che aveva deluso i suoi morendo in battaglia nel 1080. E’ un’alleanza esplicitamente antienriciana che riporta Matilde nella dimensione sua propria di principe dell’impero, quella che le compete nonostante la condanna per fellonia di qualche anno prima. Questo il contesto. Ma veniamo al racconto.

Cosma di Praga (1045-1125) [immagine dal Lipský rukopis, uno dei manoscritti delle Cronache di Cosma]

Matrimonio non consumato Cosma, decano del duomo di Praga, perfezionatosi a Liegi tra il 1074 e il 1082 sotto la guida, fra gli altri, del famoso Franco scholasticus, e morto il 21 ottobre 1125, fa una iperbolica rappresentazione di Matilde: signora potentissima, dopo la morte del padre “prese le redini di tutto il regno di Lombardia e di quello di Borgogna insieme, avendo il potere di scegliere, intronizzare o eliminare 170 vescovi”; domina l’ordine senatorio e lo stesso Gregorio VII, ha un’attitudine virile, tanto che è lei a prendere l’inziativa, lei stessa tempesta di lettere Guelfo con la proposta di matrimonio:

acciocché senza erede la altezza regale non venisse a mancare insieme alla prole

gli promette

tot città, tot castelli, tot palazzi incliti, quantità infinite d’oro e d’argento

Il ragazzo alla fine si fa convincere.

Il clímax cresce gradatamente fino a culminare nelle nozze. Festeggiamenti all’altezza di tanta principessa, poi la prima notte.

Disastro. “Il duca Guelfo senza Venere, e Matilde vergine”. Diavolo… Guelfo ha 17 o 18 anni, dev’essere farcito di testosterone, come è possibile che l’impresa non gli riesca? Si arrabbia, si ribella: vuoi che tutti mi ridano in faccia?

Di certo per ordine tuo o per opera delle tue serve c’è qualche maleficio o nelle tue vesti o nel tuo letto. Credi a me, se io fossi di natura fredda non sarei mai venuto alla tua volontà!

Ma alla seconda notte le cose non cambiano. La terza notte Matilde congeda i servi, ora sono soli nel cubiculo; prende la tavola della mensa e la mette sui sostegni, si spoglia nuda nata (sicut ab utero matris); non ci sono vesti, non c’è materasso, non ci sono coltri, non c’è nulla, non può esserci maleficio!

Ma lui le resta di fronte

come un asinello di mal’animo, o un macellaio che affilando la lunga spada sta nel macello sopra una pingue vacca scuoiata che vuole sventrare. Dopo che a lungo la donna sedette sulla tavola facendo come l’oca quando si fa il nido e rivolta la coda di qua e di là, ma invano, alla fine la femmina nuda si levò indignata e afferrò con la mano sinistra l’escrescenza dell’impotente e sputandosi sul palmo della destra gli diede un ceffone e lo sbatté fuori.

Bisogna ammetterlo: Cosma di Praga non lascia nulla all’immaginazione. Scrive il copione, anzi il trattamento, di una farsa e dirige la coreografia. Non è necessario avere esperienza diretta di vita di campagna e del mestiere di macellaio: basta pensare ai gesti, basterà pensare a qualche cartone animato di Walt Disney per quanto riguarda l’oca e alla correggia di cuoio per affilare i coltelli (o anche i rasoi dei barbieri), e tutto sarà chiarissimo.

Guelfo affila una spada, cioè si adopera in solitudine per eccitarsi, Matilde si dimena, cioè si esibisce in una specie di lap dance per scuoterlo a fare il suo dovere maritale, il clímax culmina con la donna offesa o delusa, comunque inviperita, che afferra il giovine per la parte che inutilmente sporge, e si sputa nella mano perché il ceffone sia più intenso…

Matilde non si comporta davvero come una lady, ma non se ne potrebbe fargliene una colpa visto che questo comportamento risale al XIX secolo inglese — basterebbe rileggere i memoriali del secolo di Luigi XIV per ricordarselo… o le satire di Jonathan Swift (Oh! Celia, Celia, Celia shits! — per non dire dei casi di Strephon e Chloe, che soffrono allegramente di meteorismo). E comunque non va dimenticato che nel secolo XI il sesso era trattato con pochi infingimenti anche là dove noi troveremmo la cosa estremamente non appropriata, per esempio la vita di un santo: Pier Damiani non racconta che gli eremiti di Sitria avevano accusato san Romualdo di rapporti sodomitici con un suo giovane discepolo e commenta: aveva cent’anni, se anche avesse voluto gliel’avrebbero impedito il sangue freddo e il corpo inaridito?

E nella letteratura di discussione e polemica il sesso era un tema chiamato in causa con una discreta frequenza… E qui sta il problema. E ancora una volta il problema è nostro. Soltanto nostro. Nessuno ha mai notato il carattere volutamente farsesco e fiabesco (favoloso) del testo, tutti presi come si è stati dalla valutazione storicista.

Sposalizio di Guelfo V con Matilde di Canossa (miniatura, seconda metà del secolo XIV [Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana]

Potere senza privacy Nel 1978 Ernst Werner, eccellente studioso della DDR rigorosamente marxista, parlò di “legame innaturale” — innaturale perché? per la differenza d’età, forse, che giustificherebbe le défaillances del ragazzo? Ma se vogliamo restare sul piano dello storicismo–positivismo dobbiamo ricordare non soltanto i livelli di testosterone di ogni diciottenne, come già detto, ma anche il fatto la privacy non era ammessa nelle nozze regali (e non lo fu per molti secoli ancora) e dunque nessuno doveva verosimilmente farsi troppi complessi per il fatto di doversi accoppiare in pubblico; di più, la privacy era affidata, anche nei palazzi più grandi, ai tendaggi e ai tappeti più che ai muri, che certo riparavano dagli occhi ma non dalle orecchie.

Ed era comunque uno stato eccezionale, forse un privilegio solo degli anacoreti solitari, e anzi un dubbio privilegio, perché poteva essere intesa come una punizione e una penitenza. Sicché è difficile pensare che il ragazzo abbia avuto dei problemi per la promiscuità della situazione, o perché sua moglie era troppo matura per lui — anche perché prima sarà stato addestrato… Per questo Cosma fa inalberare il giovane: perché tutto è pubblico. Allora, cosa c’è di innaturale? Verrebbe da dire: cosa ne penserebbero le cougar women dei tempi nostri? Ed è pensabile che nell’austera, dignitosa e, per usare un efumismo, supercontrollata DDR questo non avvenisse?

E comunque Cosma (diversamente da quanto si può leggere, ancora una volta, in web) non fa neppure un accenno alla differenza d’età.

Giovanni Villani (Firenze, 1280-1348) – qui nella statua commemorativa della città di Firenze, Loggia del Mercato Nuovo – autore della Nuova Cronica [si può consultare l‘Archivio del Volto Santo di Lucca per l’edizione integrale digitale dell’opera]

L’onda lunga di Villani Come non lo fece Giovanni Villani: già, la sua opera (o forse solo quel passaggio della sua opera) ebbe un’eco lunga, almeno fino al Trecento fiorentino:

Guelfo non poteva conoscere la moglie carnalmente, né altra femmina per naturale frigidità o altro impedimento in perpetuo impedito; ma in pertanto volendo ricoprire la sua vergogna alla moglie diceva, che ciò li avveniva per malìe che fatte li erano per alcuni, che invidiavano i suoi felici advenimenti.

Ed ecco il tema dell’impotenza. Come si noterà, i temi crescono su se stessi e si avvitano su loro stessi: quel che Cosma forse insinuava, il Villani lo rese certezza. Più prudentemente Vito Fumagalli scrisse:

un grasso adolescente, segnato probabilmente dall’impotenza, certo dalla sterilità.

Il Pingue morì nel 1120, sulla cinquantina, senza essersi risposato e senza aver avuto eredi; magari non era nemmeno molto interessato alle donne — non sarebbe un caso isolato nel XII secolo. Facendo galleggiare quella certezza su un mare di variopinte invenzioni, la prima delle quali è: La madre della contessa Mattelda è detto che fu figliuola d’uno che regnò in Costantinopoli imperadore, e l’ultima: sepulta è nella chiesa di Pisa…

Per quanto Villani fosse

solito indicare con precisione la provenienza delle informazioni […] il problema delle fonti dei primi libri della Nuova Cronica non può dirsi completamente risolto.

In questo caso potrebbe dipendere da qualche compilazione precedente, e sarebbe di grande interesse riuscire a capire come proprio questa fonte possa essere giunta fino alla Firenze dei secoli XII–XIV.

Tanto più se si pensa al fatto che fino a lui di Matilde si erano in pratica perse le tracce: nessuna in Boccaccio, pochissime e generiche nel Petrarca — mentre è da lui che riprende le notizie Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino.

I deliri di Cosma Ma ritorniamo al testo di Cosma, evidentemente più fondativo di quanto si potesse pensare, e cerchiamo di capire qualcosa in più. Cosma è uomo organico al cosiddetto Reichskirchensystem. Propone i suoi delirii senili e le sue facezie senili al prevosto di Melnik,e proprio perché dichiara di scrivere facezie (nugae) deve alternare e comporre generi diversi di narrazione per compiacere il lettore. Ovviamente non sarà tenero con i nemici degli imperatori.

Ma nelle sue contraddizioni e omissioni e latitanze si rivela come una fonte ricchissima, anzi il fatto che dichiari ducem Suevie il duca di Baviera protagonista di tanto magra figura attesta, per noi forse paradossalmente, il livello delle sue informazioni perché era noto che

i più importanti possedimenti della famiglia di Guelfo erano situati nella Svevia meridionale, incluso il castello di Ravensburg, principale sede della dinastia. Qui si concentrò il potere di Guelfo IV negli anni in cui era stato privato del ducato di Baviera

(vale a dire nel 1077– 1096 quando la Baviera era stata amministrata direttamente dal re).

In filigrana Cosma rivela informazioni anche su Matilde: dopo la morte del padre, racconta, Matilde restò sola a governare, facendo vita da nubile.

Una litografia di Goffredo il Gobbo. Primo marito di Matilde di Canossa, non viene mai citato nei testi di Cosma da Praga e di Donizone

Sappiamo che le cose non erano andate così: ma Cosma opera una censura, oblitera tutto il lato lorenese della faccenda, fosse per lui non sapremmo dell’esistenza di Beatrice, di Goffredo il Barbuto, del primo marito di Matilde, Goffredo il Gobbo figlio del Barbuto. E in questo lo scopriamo sorprendentemente parallelo allo storico ufficiale della dinastia, Donizone, che dei due Goffredi non fa nessuna menzione. Verremo anche a lui. (Eppure forse Cosma suggerisce qualcosa, ma soltanto a chi sa già, quando la dichiara signora di Lombardia e di Borgogna… perché Borgogna?)

Comunque Matilde è (e resta suo malgrado) vergine, e la sua è una regalis celsitudo. Anche se il trattamento di Cosma innalza tutto all’iperbole e all’improvviso l’iperbole si sgonfia di botto, resta solo il ridicolo. E il ridicolo, come si sa, condannava (e dovrebbe condannare…) senza scampo.

Fine di un matrimonio Tanto per delimitare di nuovo il contesto ricordiamo che Matilde e Guelfo vissero e agirono insieme fino al 1095. Il matrimonio finì perché il padre di Guelfo V si riconciliò con Enrico IV e perché le aspettative di Guelfo V erano andate deluse. Matilde non cedette mai il controllo della sua signoria.

Matilde aveva un problema, proprio quello di cui parla Cosma di Praga: la successione o meglio la discendenza. Aveva avuto una figlia dal Gobbo, ma era morta subito. Ne riparlerò. Sapeva che il suo principato, il principato di suo padre e di suo nonno, e che poteva risalire solo fino a un bisnonno, o al più fino a un trisavolo di oscure origini, Sigefredo, sarebbe finito con lei.

Aveva urgente bisogno di un erede. Nulla di fatto con Guelfo, evidentemente c’erano problemi fisici, e non si trattava necessariamente di una palese impotenza del marito per la quale forse non si sarebbero aspettati ben sei anni…

Forse le violenze subíte nel primo matrimonio e magari le difficoltà del parto le avevano precluso la capacità di generare. La sua intraprendenza politica aveva ripreso fiato, anzi era entrata in una fase del tutto nuova, di grande, grandissima attenzione alle città della pianura e anche della Toscana. Non le serviva un marito, le serviva un figlio!

E un figlio lo ebbe, un Guido della numerosa famiglia dei Guerra — un figlio adottivo. Che si dissolse (se mai c’era stato davvero: la questione è stata riaperta di recente; e così potremmo finire per ritrovarci con un altro frammento di mito) quando comparve l’ultimo figlio adottivo, lui si, degno del rango di una principessa imperiale qual era e restava Matilde!

Fu Enrico V, l’imperatore. Qui entra in ballo, quasi fosse il primo filamento di DNA del mito, la seconda fonte quasi–contemporanea: il famosissimo Donizone.

Il De principibus canusinis (più comunemente noto come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis) fu redatto tra il 1111 e il 1116 dal monaco benedettino Donizone, abate del monastero di Sant’Apollonio di Canossa

La storia di Donizone Era un monaco di Sant’Apollonio di Canossa, scrisse una storia ufficiale di Matilde e della sua dinastia, il De principibus Canusinis: una storia in versi, un poema storiografico di grande cultura e grandissima intelligenza politica che fortunatamente da un quarto di secolo è stato recuperato come fonte fondamentale. Recentemente è stata messa in discussione una committenza diretta di Matilde; ma in ogni caso Donizone ci racconta una storia illuminante.

Nel 1110 Enrico V era sceso verso Roma, un eminente vassallo di Matilde, Arduino da Palude, gli aveva prestato il servizio feudale, i vescovi di Reggio Emilia Bonseniore e di Parma Bernardo degli Uberti — la nuova generazione di consiglieri di Matilde — erano con lui al seguito del re.

Nel febbraio 1111 Arduino combatte per il re e per i suoi vescovi contro i romani e contribuisce di fatto alla cattura di papa Pasquale II, in aprile il cosiddetto pravilegio con cui Pasquale II finiva per ammettere la liceità delle investiture, e l’incoronazione imperiale; Enrico V riprende la via verso la Germania. Il 6 maggio, “gioioso, ma molto stanco“, era a Bianello, l’alto castello da cui si ha l’intera visione dell’ampia pianura e nelle belle giornate si intravede il monte Baldo, sul lago di Garda. Parlò faccia a faccia con Matilde, dice Donizone che le attribuisce la padronanza del tedesco, del francese (d’oïl, probabilmente), del latino:

A lui ella promise di non cercare nessun re simile a lui; a lei egli diede il reggimento del regno ligure nelle veci del re, e la chiamò con chiare parole con il nome di madre.

Per troppo tempo intorno a questi tre versi ci si è esercitati in acrobazie spericolate per salvare la figura della diletta figlia di San Pietro, dato che non li si poteva elidere; in realtà sono chiarissimi. Matilde riconosce ufficialmente Enrico V come suo re, ufficialmente è riammessa tra le fedeltà del regno; ne viene riconosciuta l’autorevolezza egemonica al punto che sarebbe divenuta viceregina; Liguria e Lombardia erano sinonimi almeno sin dall’età di Augusto, la vicaria regni si era già verificata nella storia e in quei decenni Benzone d’Alba l’aveva evocata per la sua admirabilis balena (non nel senso di “grassona” ma di “prodigio della natura”), Adelaide di Torino.

Ma c’era ben di più: Enrico V chiamava Matilde madre, dunque se ne dichiarava figlio: allora, se ne era ufficialmente il figlio, avrebbe avuto diritto a rivendicare l’allodio, la proprietà privata della famiglia. Matilde vedeva riconosciuta la sua dignità regale, anzi il suo diritto a pretendere una dignità regale (la regalis celsitudo, come si esprime Cosma di Praga), era madre di un imperatore e l’imperatore sarebbe stato il suo erede, del privato come del pubblico.

Il tema dell’eredità Aveva 65 anni, avrebbe potuto governare in pace e tranquillità — tanto, lo sapeva già da lungo tempo che non avrebbe avuto eredi biologici. (E da qui prende avvio un altro mito, quello operativo evocato nella documentazione imperiale e papale, i beni matildini…).

Già, perché Donizone, come Cosma, non fa cenno dei matrimoni della sua Signora… Donizone rende vergine la sua Signora, lo fa consapevomente spargendo la sua opera dei simboli della verginità oltreché della solarità regale, e così facendo non soltanto la eleva alla più alta dignità terrena secondo un modello simbolico che risaliva almeno all’età di Ottaviano Augusto e giungerà almeno fino a Elisabetta I Tudor, ma garantisce il suo pieno diritto a disporre dell’eredità.

Almeno l’imperatore sarebbe stato un erede di rango adeguato! E così trasforma in elemento ideologico–politico ciò che Cosma aveva presentato come ridicola sfortuna di moglie. Secondo Donizone non è neppure una scelta, quella di Matilde, è una vocazione.

Proviamo a tirare le somme; perché, come al solito, niente di meglio che andare alle fonti. Non notando il carattere farsesco di Cosma (così come fino a una ventina d’anni fa nessuno aveva mai rilevato la sottolineatura della vergintà operata da Donizone) nessuno ne ha mai segnalato il carattere di paradosso. E nessuno ne ha nemmeno mai dedotto, con almeno un accento di pietà umana, che Cosma indicava la sterilità di Matilde, insomma la sterilità successiva alla perdita della piccola Beatrice e conseguente probabilmente alle attenzioni (diciamo così) del Gobbo, cui non a caso la giovane erede del principato canossano si era sottratta con la complicità fattiva, se non con l’intervento diretto, di Beatrice, che pure del Gobbo era matrigna acquisita oltreché parente.

Attenzione: noi ora diamo tutto questo per scontato, ma dimentichiamo che fino a una trentina d’anni fa nessuno si era accorto della maternità di Matilde, del suo fallimento e del fallimento del suo matrimonio. Due sposi promessi già da otto anni, cugini, e sposati di gran fretta prima che il Barbuto morisse, per mettere tutti di fronte al fait accompli (dicembre 1069); non conosciamo l’età del Gobbo ma quella di Matilde si, 23 anni: un’attesa lunga…

Deve passare quasi un anno prima della fecondazione e della gravidanza, dopo 18 mesi nasce e muore quasi subito la bambina (fine primavera–inizio estate 1071), il cui nome è scelto ancora una volta nell’onomastica lorenese; il ritorno in Italia (o fuga) non subito dopo il parto e il lutto, ma a distanza di qualche mese (Matilde era a Mantova il 19 gennaio 1072): tentativo — fallito — di recuperare i rapporti con il marito, o la necessità di recuperare la salute dopo il parto e mettersi in forze per il viaggio ? E poi il rifiuto ostinato della riconciliazione… tutte queste conoscenze le dobbiamo a Paolo Golinelli.

E possiamo farci qualche altra domanda. La separazione dal Gobbo: davvero dobbiamo considerarla come un fatto privato? La rottura o sospensione di un matrimonio dell’altissima aristocrazia che aveva dovuto inquietare l’autorità regia tanto quanto il matrimonio fra i genitori dei due contraenti aveva inquietato il padre dell’attuale re, davvero poteva passare inosservata?

Davvero il Gobbo non avrebbe potuto fare nulla per riprendersi la moglie sul lungo cammino fra Lorena e Lombardia? E perché non lo fece? Davvero si lasciò sorprendere e restò paralizzato dalla sorpresa, incapace di reagire? Beh, difficile a credersi: per lo meno, inverosimile…

E anche: quante donne non avevano e hanno subíto violenza e guasti irreparabili ad opera di uomini o di adolescenti né brutali né incapaci ma soltanto egoisti e indifferenti, posseduti soltanto dalla «nuda terrificante voglia maschile», per usare le parole di Cassandra (o meglio, di Christa Wolf, aspre, meccaniche: “Die nackte gräßliche männliche Lust“)? E allora valutiamo un altro aspetto del testo di Cosma: che poveraccio quel Guelfo, giovane e pieno di forze ma incapace di prendere una donna con i pochi gesti meccanici necessari…

E ci sarà evidente che il bersaglio principale di Cosma è proprio Guelfo. Si potrebbe dire: il dileggio maschilista di un uomo nei confronti di un altro uomo, un gioco tipico dei maschi e chiuso fra maschi… Questo è il cuore, non soltanto personale ma politico del problema. E per questo Cosma è centrale e non deve apparire pretestuoso utilizzarlo come la leva di Archimede…

Sarebbe sbagliato e perfino ingiusto negare a Matilde la consapevolezza del lignaggio: quello che a lei derivava da Beatrice, e che lei non fu in grado di trasmettere. La perdita del lignaggio, quale condizione poteva essere più dura di questa per una signora di altissimo rango come lei? Perché essere donna nel caso suo e delle sue simili e nella sua epoca, non era una diminutio ma una qualità che potenziava: se non abbiamo capito questo, non abbiamo capito niente.

Ritratto di Matilde di Canossa, scuola romana della metà del XVI secolo. Di probaile derivazione da un’opera dell’inizio del secolo XVI o da un prototipo perduto dell’alto Medioevo

Matilde non è in grado di riprodurre il suo sangue, la sua signoria è sterile, la sua famiglia finisce con lei, la sua storia è la conclusione ingloriosa della storia della sua rampantissima e altissima famiglia.Se poteva coltivare qualche dubbio e qualche illusione, i sei anni di matrimonio con Guelfo di Baviera dovevano essere stati impietosi: Matilde non poteva più avere figli biologici. Dunque non poteva fare altro che combattere solo per sé e per onorare la storia della sua famiglia, il suo futuro era sganciato dal suo passato, non avrebbe più avuto nessun rapporto con esso.

È a partire da questa base, che ovviamente non potevano avere né nel XVII né nel XIX secolo, e neppure nei primi due terzi del secolo XX, che dobbiamo muoverci. Altro che eroina e guerriera: una donna progressivamente senza via d’uscita. Ma attenzione ai facili psicologismi! Cosa ne sappiamo davvero, noi, di cosa sentissero 1000 anni fa o mezzo millennio fa?

Barbara H. Rosenwein, che ha dedicato la sua attività di ricerca alle manifestazioni emozionali e ne ha fatto il cuore delle sue indagini, pur esibendo un ragionevole ottimismo di fondo non si stanca di invitare alla cautela: e siamo sempre sul piano, ben constatabile, delle manifestazioni di emozioni e sentimenti.

Siamo certi di riuscire a comprendere fino in fondo, per fare solo un esempio celebre, i tristi sonetti di Isabella di Morra, anche quando suonano espliciti (es. Poscia ch’al bel desir troncate hai l’ale / che nel mio cor surgea, crudel Fortuna, / sì che d’ogni tuo ben vivo digiuna etc.)?

E quando non abbiamo a disposizione neppure un segno esteriore e razionalmente trattabile? Cosa ne sappiamo noi, e di noi chi non appartiene a dinastie industriali o finanziarie o universitarie e magari proviene dalle famiglie mononucleari della seconda metà del sec. XX, del senso profondo della dinastia, la continuità, la rottura, il dovere–della–continuità?

Oltretutto ricordiamocene sempre, noi siamo plebei. Inoltre, anche volendo procedere in maniera temeraria, nemmeno tentando di fare appello al lato femminile che ho come qualunque maschio riesco ad accostarmi sia pur lontanamente a una donna sicuramente ferita e resa sterile, e forse stupefatta per la sua impotenza a procreare, e magari esacerbata dalla convinzione profonda che era una penitenza, una punizione, una condanna che Dio le aveva riservato senza che lei lo meritasse…

Una croce incomprensibile come incomprensibili possono essere i disegni di Dio, alla quale doveva soltanto rassegnarsi. Si, ma quanto avrà impiegato a rassegnarsi? Quanto le sarà costata quella rassegnazione? A questo l’avranno esortata i suoi fidi ecclesiastici (come ad esempio aveva fatto Pier Damiani nei confronti dell’imperatrice Agnese)?

Matilde morì il 24 luglio 1115 a Bondeno di Roncore (oggi Bondanazzo di Reggiolo) e venne sepolta in San Benedetto in Polirone (San Benedetto Po). Nel 1632, per volere di papa Urbano VIII, la sua salma venne traslata a Roma in Castel Sant’Angelo. E lì rimase fino al 1645, quando trovò definitiva collocazione nella Basilica di San Pietro in Vaticano

Per confortarla in questo, oltreché con le incomparabili preghiere della sua abbazia accompagnatrici di una morte sommamente esemplare cui Matilde, per ragioni personali e anche sociali (diciamo così) si stava preparando da tempo, sarà intervenuto il cluniacense? Che comunque l’anno successivo sarà plenipotenziario dell’imperatore…

Ma davvero sarà andata così ? O siamo noi che ci abbandoniamo al romanzesco e, di nuovo, al facile psicologismo spicciolo? insomma, ad un nuovo/rinnovato mito?

Togliamola dal mito, Matilde di Canossa. Non merita di essere punita anche in questo. Non è colpa sua se è stata via via convocata in lande “che hanno bisogno d’eroi”, per parafrasare il geniale Bertoldt Brecht… Ricollochiamo nella storia il Bernini, Francesco V d’Este e il dipinto di Ugolini, l’età della separatezza dopo il 1870 e della ricucitura dopo il 1929, il secondo dopoguerra e il 1948, gli anni ’70 e il cosiddetto New World Order dei nostri anni recenti…

Lasciamola riposare in pace, non ha nessuna necessità di continuare ad essere fraintesa e usata. Un po’ di rispetto, perbacco!

Glauco Maria Cantarella

CLICCA QUI PER SOSTENERE IL FESTIVAL DEL MEDIOEVO

Da leggere:B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, a cura di P. Golinelli, Bologna, Pàtron, 1999, pp. 112–113. 2 J. Benda, La trahison des clercs, Paris, Grasset, 1927. 4 O. Rombaldi, Giulio dal Pozzo autore del volume «Meraviglie Heroiche di Matilda la Gran Contessa d’Italia», Verona 1678, ivi, p. 107. 5 Matilde di Canossa, donna d’Europa: La Gazzetta di Mantova, 29 agosto 2008.S. Masini, Matilde di Canossa, donna emiliana ed europea, in Noi donne, 27 dicembre 2007.G.M. Cantarella L’Europa, una creazione medievale, in Enciclopedia del Medioevo (Le Garzantine), cur. G.M. Cantarella, L. Russo, S. Sagulo, Milano (Garzanti) 2007, pp. 617–619. P. Golinelli, Toujours Matilde: la perenne attualità di un mito, in Matilde di Canossa, il Papato, l’Impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, a cura di R. Salvarani– L. Castefranchi, Milano, Silvana Editoriale, 2008. P. Golinelli, Nonostante le fonti: Matilde di Canossa donna, in Scritti di Storia Medievale. P. Golinelli, Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, Milano, Camunia, 1986.B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, p. 116.E. Riversi, La memoria di Canossa. Saggi di contestualizzazione della Vita Mathildis di Donizone, Pisa (Edizioni ETS) 2013.E. Riversi, Matilde di Canossa. Tensioni e contraddizioni nella vita di una nobildonna medievale, Bologna, Odoya, 2014.

Read More

Titivillus, il demone dei refusi

La storia poco nota del curioso “demone dei refusi” raccontata da Julio Ignacio González Montañés in Titivillus. Il demone dei refusi (Graphe.it edizioni, 2018). Un personaggio scaturito dall’immaginario medievale, rappresentato attraverso figure demoniache cui spesso erano attribuite doti nella scrittura.

Titivillus, descritto come intento ad annotare su una pergamena peccati, pettegolezzi o omissioni liturgiche, oppure a distrarre la concentrazione di monaci e fedeli, in tempi più recenti, grazie a un fraintendimento o a un giocoso travisamento, si è trovato a incarnare il diavolo dell’errore tipografico. Ma questo aspetto del demone non figura nei testi medievali: è una creazione francese della seconda metà del secolo XIX.

Titivillus in una miniatura del sec. XIV

Sul finire del secolo XII nella letteratura medievale europea, soprattutto nell’omiletica (l’arte dello scrivere e del pronunciare omelie e sermoni), compare un demone – al principio senza nome ma conosciuto come Titivillus da Guglielmo d’Alvernia – la cui funzione è quella di annotare su una pergamena le sillabe e le parole omesse dai chierici durante la messa, la recita delle Ore e nel canto liturgico, per poi presentarle a Dio come prova incriminante nei loro confronti nel giorno del Giudizio.

Ben presto Titivillus amplia le sue funzioni, incaricandosi anche di annotare le parole inutili (ociosa verba, vaniloquia…) dei fedeli in chiesa e, soprattutto, delle donne, considerate pettegole e maldicenti di natura. Dinanzi all’ingente numero di mancanze, il demone si vede costretto ad allungare la pergamena con i propri denti in modo da avere maggior spazio per scrivere. Il che, in alcune versioni dell’exemplum, dà vita a una situazione comica, visto che a causa dell’eccessivo allungamento la pergamena finisce per rompersi e il diavolo sbatte la testa contro un muro o sul pavimento, provocando le risate di quanti possono vederlo.

Dal secolo XIX gli è attribuito anche il ruolo di distraente nei confronti degli amanuensi negli scriptoria medievali per indurli in errore, fatto che avrebbe fornito una giustificazione facile ai copisti – e in seguito ai tipografi – per gli errori, di cui unico responsabile sarebbe risultato sempre Titivillus.

Titivillus è il diavolo in alto a destra nel dipinto del 1485 La Vergine della Misericordia attribuito a Diego de la Cruz, conservato nel monastero di Santa Maria la Real de las Huelgas a Burgos, in Spagna

Ho già avuto modo di segnalare in alcuni lavori sull’argomento che questo aspetto di Titivillus non figura nei testi medievali e non figura nell’arte del Medioevo: è una creazione francese della seconda metà del secolo XIX a partire da un’associazione di idee di Victor Le Clerc diffusa nei dizionari dell’epoca e resa popolare da Anatole France.

Tuttavia, a oggi, è un luogo comune considerarlo come il diavolo patrono degli scribi e degli stampatori: una convinzione dura a morire perché è verosimile e si ricollega a un’antichissima tradizione che attribuisce ai demoni le abilità di grammatici e scrittori associandoli ai libri.

Gli exempla medievali sull’operato di Titivillus si connettono a una credenza delle origini del cristianesimo (le Apocalissi di Giovanni e Sofonia, il Discorso sull’Incarnazione di Proclo di Costantinopoli), che sostiene l’esistenza di Libri della Vita in cui angeli e demoni annotano le opere buone e i peccati di ogni essere umano per poi presentarli, alla loro morte, come prove nel Giudizio universale. Tuttavia, in nessuno degli oltre cento testi dei secoli XII-XVII in cui si menziona Titivillus o la sua leggenda c’è il benché minimo riferimento all’attività di colui che confonde gli scribi e sembra chiaro che, almeno nel Medioevo, nessuno lo abbia considerato patrono della calligrafia e che nemmeno nel Rinascimento sia stato visto come demone degli stampatori come si afferma dal secolo XIX fino ai nostri giorni.

Tanto nella letteratura come nel teatro e nell’arte, Titivillus a volte agisce accompagnato da altri demoni che incitano i fedeli alla maldicenza, distraggono i monaci e annotano mancanze e peccati che poi consegnano a Titivillus, che a sua volta li inserisce in una relazione generale.

Titivillus appare tra gli altorilievi che impreziosiscono la facciata della basilica di San Pietro extra moenia di Spoleto. Nell’episodio La morte del giusto, la bilancia che pesa la sua anima, pende dalla parte dei buoni. San Pietro libera il giusto. Il demone mostra nel cartiglio tutta la sua contrarietà: DOLEO Q(uia) AN(te) E(rat) MEUS (“Mi affliggo perché prima era mio”). Ma San Pietro non approva. E colpisce in testa Titivillus con il suo mazzo di chiavi

Nella Summa Predicantium di John Bromyard, per esempio, Titivillus è accompagnato da Grisillus che si incarica di appuntare le parole omesse dai laici mentre lui si concentra su quelle dei chierici: nella Stanza on the Abuse of Prayer di John Audelay (ca. 1426) Titivillus incita al peccato e chi si incarica di annotare le mancanze è il suo compagno Rofyn.

Julio Ignacio González Montañés

Julio Ignacio González Montañés Titivillus. Il demone dei refusi Graphe.it edizioni, Perugia 2018.

Read More

Il racconto del Medioevo nelle canzoni di Francesco Guccini

È nato quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il 14 giugno del 1940. Figlio della guerra e compagno di strada per almeno tre generazioni di italiani.

Sedici album, otto dischi “live”, ventiquattro libri e quasi cinquecento concerti non bastano a raccontare Francesco Guccini: cantante, scrittore, giornalista, occasionalmente anche attore.

Francesco Guccini al teatro Morlacchi di Perugia nel novembre 2016, durante l’incontro “Dove va la canzone d’autore” organizzato dall’associazione culturale Per Perugia

“Un burattinaio di parole” dice di sé. “Eterno studente”: così si è definito in Addio, una delle sue canzoni più intime (1999). Perché “la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente”. Una citazione socratica. Non a caso, Umberto Eco che alla fine degli anni Settanta, nelle notti bolognesi ingaggiava con lui infiniti duelli in ottava rima, lo considerava “il più colto dei cantautori in circolazione: la sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti: che coraggio, far rimare “amare ” con “Schopenhauer”!

Francesco schivò il complimento con l’ironia d’ordinanza. Ma corresse il semiologo: quel verso del Frate ( “Dopo un bicchiere di vino, con frasi un po’ ironiche e amare, parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Schopenhauer”) non era una rima. Piuttosto una assonanza.

Vezzi di un lettore onnivoro, che insieme a Pavana e ai boschi di castagni dell’Appennino, ha ancora nel cuore l’America di Steinbeck, Hemingway e Faulkner, insieme a quella di Kerouac e Dylan e dei poeti della “beat generation”. E che ha riversato, in centinaia di canzoni, un vero e proprio universo letterario: Leopardi e Descartes, Dumas e Cervantes, Borges e Foscolo. E poi Kavafis, Gadda, Machado, Ungaretti, Meneghello, Dickens, Jerome e Woodhouse. Passando per Virgilio, Ariosto, Salgari, D’Annunzio, Pascoli, Carducci, Montale e l’amato Gozzano ricordato nella struggente Incontro (1972) con le “stoviglie color nostalgia”.

Versi e canzoni nei quali hanno trovato spazio anche Villon e i “poeti maledetti”, Joyce ed Eliot insieme alla fantascienza, ai tanti i film e al “mondo sognante e misterioso di Paperino”, quello d’annata, disegnato dall’impareggiabile Carl Barks.

Nelle rime gucciniane, “sussidio mnemonico che allarga la tensione tra le parole”, c’è spazio anche per l’esplorazione di mondi medievali, veri o sognati. Il minimo per chi è “cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna/ che sapevano Dante a memoria/ e improvvisavano di poesia”.

Registrato a Milano nella primavera del 1972, Radici è il quarto album di Francesco Guccini, autore anche di tutti i testi e delle musiche. In copertina, una foto dei bisnonni di Francesco con dietro i quattro figli, tra i quali il nonno e il prozio, che poi ha cantato in Amerigo

Così nella Canzone dei dodici mesi (Radici, 1972) tornano le immagini delle formelle del ciclo dei mesi scolpite sulla faccia interna degli stipiti del Duomo di Modena, con la rappresentazione delle stagioni e del lavoro nei campi (“Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza:/ Nei tini grassi come pance piene prepari/ mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza…”). Nel canto alla vita che fugge, quella “mano di tarocchi che non sai mai giocare”, nel mese di marzo, sbuca la citazione nascosta dell’astronomo, filosofo e poeta ʿUmar Khayyām (1048 – 1131): “L’ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi è già lontana”. Nelle strofe dedicate ad aprile, Guccini richiama Geoffrey Chaucer (1340-1400) l’autore dei Canterbury Tales: “Con giorni lunghi al sonno dedicati/ il dolce Aprile viene/quali segreti scoprì in te il poeta/che ti chiamò crudele?”.Nel quinto mese dell’anno appare l’omaggio a Poliziano: “Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera”. E un ideale, gioioso brindisi, levato con la chitarra alla “tenzone” tra il cavaliere Folgòre di San Gimignano e il giullare Cenne dalla Chitarra.A dicembre, quando “uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre”, sbuca il verso di Eliot che richiama John Donne, debitore a sua volta del fascino dei bestiari medievali: “Nasce Cristo la tigre…”.

Registrato nel primo semestre del 1976 negli studi GRS di Milano, Via Paolo Fabbri 43 è il settimo album di Francesco Guccini

ʿUmar Khayyām riappare “fra krapfen e boiate”, quando “scoppia il mondo fuori porta San Vitale” nella canzone Via Paolo Fabbri 43, il settimo album di Guccini, pubblicato nel 1976 e inserito dalla rivista Rolling Stone nella classifica dei cento dischi italiani più belli di sempre:

Jorge Luis Borges mi ha promesso l’ altra notteDi parlar personalmente col persianoMa il cielo dei poeti è un po’ affollato in questi tempiForse avrò un posto da usciere o da scrivano

Dovrò lucidare i suoi specchiTrascriver quartine a KayyamMa un lauro da genio minorePer me, sul suo onore… non mancherà.

Fascinazioni medievali erano già comparse in Asia (1970), “terra di meraviglie, terra di grazie e mali/di mitici animali da bestiari” insieme alle avventure di Marco Polo e alle leggende del Prete Gianni.

Suggestioni letterarie che torneranno 42 anni dopo ne L’ultima Thule (2012) insieme alle sirene, agli unicorni, ai mostri e agli animali rari, come l’anfesibena, il favoloso serpente della Libia con due teste in ciascuno delle due estremità del corpo, ricordato anche da Dante Alighieri (Inferno, XXIV, 87).

Dell’album Metropolis (1981), Guccini dice “Lo intitolai Metropolis perché parlava di città, ma non di città qualunque: Bisanzio, Venezia, Bologna, Milano, ovvero centri e metropoli con una storia e un’alta valenza simbolica” (Un altro giorno è andato, Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto, Firenze, Giunti Editore, 1999)

Ma è Bisanzio (1981) la più “medievale” tra le canzoni di Guccini. Città simbolo, confine tra l’Europa e l’Asia, frontiera tra due epoche, due civiltà e due diversi modi di pensare. Una capitale del dubbio, dello smarrimento dell’uomo, tra un passato sospeso sulla leggenda e un presente incomprensibile e gravido di incertezze. Il protagonista è un alter ego di Guccini: Filemazio, “amico della conoscenza”: un “protomedico, matematico e astronomo”, “forse saggio”. Interroga il cielo notturno, astri che ha conosciuto in altri oroscopi ma che ora non vede più, perché il cielo si è mosso e nemmeno le stelle possono più guidare l’uomo. Filemazio è “ridotto come un cieco a brancicare”. Ogni vaticinio appare impossibile.

Niente sembra più certo: “Che importa a questo mare essere azzurro o verde?”. I due colori richiamano ai partiti fra loro rivali, dei Verdi e degli Azzurri, nati nell’Ippodromo di Costantinopoli protagonisti nel 532 della rivolta di Nika contro le riforme volute da Giustiniano.

Il grande mare che lambisce due continenti è indifferente agli schieramenti e agli odi di parte. Filemazio è travolto dall’incertezza. Bisanzio è cambiata. Chi sono i Romani? Chi sono i Greci? Guccini cita la fonte di Procopio di Cesarea (490-565), implacabile fustigatore di Teodora, l’attrice diventata basilissa:

Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana,di plebi smisurate, labirinti ed empietà,di barbari che forse sanno già la verità,di filosofi e di eteree, sospesa tra due mondi, e tra due ere….

Allora “Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile/segreto e ambiguo, come questa vita“.

Filemazio, confuso tra la vita e la morte, si copre il capo con il mantello e si addormenta.

Bisanzio capitale di ogni memoria, tornerà nel sogno di un ritorno anche in Vorrei, la canzone del 1996 inserita nell’album D’amore, di morte e di altre sciocchezze: versi scritti per Raffaella Zuccari, la compagna di vita che Guccini ha sposato nel 2011 a Mondolfo, in provincia di Pesaro:

Vedere di nuovo Istanbul o BarcellonaO il mare di una remota spiaggia cubanaO un greppe dell’Appennino dove risuonaFra gli alberi un’usata e semplice tramontana.

Viaggi nella memoria, “sogni senza tempo, le impressioni di un momento”.

Nel suo primo 45 giri, Un altro giorno è andato, pubblicato nel 1968, Francesco Guccini scrive: “Negli angoli di casa cerchi il mondo,/ Nei libri e nei poeti cerchi te”. Una promessa mantenuta.

In Incontro, una delle sue canzoni più struggenti, emerge un verso: “Cara amica il tempo prende, il tempo dà…”. Tutto passa. Ma suoni e parole rimangono nella memoria collettiva. È il destino della grande letteratura. Fossero pure canzonette. Allora Francesco ha ragione quando, da appassionato lettore, ripete: “Cervantes è morto da tempo ma Don Chisciotte cavalca ancora”.

Federico Fioravanti

Francesco Guccini nel 1972 (foto: Wikimedia commons, pubblico dominio)

Bibliografia:Gabriella Fenocchio, Canzoni, Bompiani, 2018Marco Aime, Tra i castagni dell’Appennino. Conversazioni con Francesco Guccini, Utet, 2016Paolo Jachia, Francesco Guccini. 40 anni di storie, romanzi, canzoni, Editori Riuniti, 2002Massimo Cotto, Un altro giorno è andato, Giunti Editore, 1999

Read More

La libertà sognata nella pietra: San Marino (neo)medievale

SAN MARINO DALLA PROSPETTIVA DEL MEDIEVALISMO La linea d’orizzonte tracciata dal monte Titano è inconfondibile, sia che la si guardi dagli Appennini di cui è ultima propaggine, sia dalla pianura Padana, su cui la costa del monte si affaccia come un balcone: sono tre pinnacoli di roccia, su ciascuno dei quali si erge una fortificazione.1 Il palazzo pubblico di San Marino (foto dell’Autore, febbraio 2019)

Questo paesaggio intravisto dalla lontananza appare fisso da secoli; mentre, se ci si avvicina alla città, presto ci si rende conto dei mutamenti intervenuti, soprattutto negli ultimi cento anni, nel territorio, nel tessuto urbanistico, negli edifici e monumenti. Sono trasformazioni avvenute nel segno della modernità, ma con un sentimento di reverenza per il passato. Un passato che è avvertito come fondativo dell’identità sammarinese e che per questo, trascendendo il semplice restauro o finanche la ricostruzione, è stato in buona parte fabbricato ex novo. San Marino è un abitato di origini antiche che, come altre città della penisola italiana e del continente europeo, ha accentuato, in tempi relativamente recenti, la sua facies medievale, tornando a essere, agli occhi di chi vi giunge, una città che evoca il tempo eroico che per noi occidentali rappresenta il luogo di giunzione fra storia e immaginario. Le tre rocche svettano sulle creste del monte, le strade sono ben lastricate, più giri di mura merlate e turrite avvolgono la città, le facciate delle case e dei palazzi sono costruite con conci perfetti di arenaria, la pietra locale bianca e grigia lavorata ad arte dagli scalpellini. E tutto appare nitido e nuovo.

La ricostruzione “in stile medievale” di una città non è un qualcosa che possa sorprendere: al contrario, si tratta di un’attività diffusa in Europa negli ultimi due secoli. Allo stesso modo, il “Palio delle Balestre” (sviluppatosi tra il 1956 e il 1976), le “Giornate Medievali” (nate nel 1993) o il “Torneo dei Castelli” (che esiste dal 2002) rendono San Marino un testimone vivace dell’ampio fenomeno socio-culturale che, capillarmente diffuso, chiamiamo “medievalismo”. E, come accade quasi ovunque, lo fanno in un modo che di fatto nega le specificità, poiché l’identità viene evocata attraverso un sistema che è modulare e globalizzato: di balestrieri, palî e cortei è pieno il mondo.2 Pietro Tonnini (?), schizzo della facciata del palazzo pubblico. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

Tuttavia, rispetto a tutti gli altri siti “rimedievalizzati”, San Marino possiede una caratteristica peculiare. Il fatto che sia una repubblica indipendente, conferisce al suo costante richiamo al medioevo un peso e una funzione la cui importanza, per altre località, è inconcepibile. San Marino è – nel mondo – l’unico comune di origine medievale che, mantenuta la propria autonomia in età moderna, ha raggiunto l’indipendenza in età contemporanea ed è uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale.3 Ma la percezione e la rappresentazione del medioevo, il periodo durante il quale ha avuto origine la libertà di questa piccola repubblica, si sono modificate nel tempo. Oggi San Marino non possiede solo un’identità medievale, ma anche un’identità neomedievale. Questo è il senso della motivazione con cui il 7 luglio 2008 il centro storico della città di San Marino è stato iscritto – insieme con il monte Titano e il centro storico di Borgo Maggiore – nella lista del patrimonio mondiale UNESCO: “L’idea di ‘medioevalizzazione’ del centro storico può essere considerata come un’espressione dell’identità nazionale ricercata attraverso un’immagine idealizzata”.4 Si tratta di un caso interessante, perché la “autenticità” del sito, che per l’UNESCO è un criterio fondamentale di selezione, non corrisponde alla conservazione dello stato originario, bensì a una condizione dinamica. Il restauro, la ricostruzione medievalista, sono elementi che contribuiscono a dotare il “monumento” di valore culturale. In questo senso, San Marino condivide la posizione di un altro celebre sito monumentale iscritto – dal 1998 – nel World Heritage List, ovvero la città fortificata di Carcassonne, in Linguadoca.5 L’una e l’altra città sono degne di figurare nella lista dei monumenti più importanti del mondo non solo per la loro storia medievale, ma anche per la loro prosecuzione “medievalista”.6 Francesco Azzurri, schizzo per una lampada in ferro battuto, “Ferramenta da porsi sul prospetto principale del palazzo,”, del 1893. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

Quanto si riferisce in questo contributo, costituisce una prima lettura complessiva del fenomeno medievalista sammarinese in chiave comparativa, cioè non tanto dal punto di vista della storia dell’architettura – una disciplina in cui questo caso è già ben studiato – quanto dalla prospettiva degli studi sul medievalismo, che sono necessariamente transdisciplinari e necessitano proprio per questo anche di lavori che traghettino informazioni e concetti da una disciplina all’altra.7

Altre ne verranno; ma questa rilettura era tempo di compierla, poiché gli argomenti qui trattati (che sono fondamentali per capire il mondo contemporaneo, poiché riguardano l’immagine della Repubblica di San Marino che per prima ci raggiunge) solitamente vengono ancora oggi tenuti in un angolo, con un sentimento di imbarazzo. Non molti inquadrano questi temi al di fuori del pregiudizio di trovarsi di fronte a una solenne falsificazione, considerando la “rifabbrica” sammarinese una mera storia succedanea della “vera” storia medievale, e andando per di più a trascegliere, come censurabili esempi, soltanto le manifestazioni epidermiche e turistiche – sagre fantasy, musei delle torture e cinture di castità – di un fenomeno culturale di ben più ampia portata e rilevanza.8

Francesco Azzurri, schizzo per una lampada in ferro battuto. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

L’opinione comune (sia dei sammarinesi che dei turisti) permane sostanzialmente inconsapevole del fenomeno medievalista e della sua azione mimetica nei confronti dei manufatti di età medievale. Moltissimi restano convinti – e vengono convinti di continuo – che San Marino e Gradara, per proporre un altro esempio notissimo, siano testimoni ottimamente conservati del passato medievale, dimenticando o non sapendo che sono in gran parte ricostruiti.9 Non ci troviamo di fronte a una storia falsa, né tantomeno a una storia di contraffazioni che andrebbero ad alterare la percezione della realtà. Al contrario, la storia che questi casi ritraggono e che qui si tenta di indagare, è quella di un sogno che si è tradotto in monumenti di pietra: è la storia del sogno del medioevo nel mondo contemporaneo, che è il risultato non solo della cultura medievale, ma di tre secoli di costruzioni mitologiche. Questo sogno è ciò che dà il senso della storia nell’ora presente e ha effetti imponenti nell’attualità. Senza il palazzo pubblico e le tre penne rinnovate, il periodo medievale, che in queste contrade fu davvero vissuto, cesserebbe di riattivarsi nel mondo di oggi. Cesserebbe dunque di essere storia contemporanea.10 I protagonisti della costruzione del palazzo pubblico in una stampa dell’epoca (particolare)

L’OTTOCENTO Comune di castello formatosi nel corso del Duecento,11 la costruzione del mito sammarinese abbraccia tre secoli, dal principio del Seicento alla fine dell’Ottocento.12 Modello di ideali politici, San Marino comincia a essere universalmente nota da quando la Francia rivoluzionaria e Napoleone le riconoscono un ruolo esemplare, di depositaria ancestrale della libertà repubblicana, e pertanto non la inglobano nella Repubblica Cispadana né, in seguito, nel Regno d’Italia.13 In virtù della sua situazione peculiare, il regime di storicità che le è proprio è in parte coincidente e in parte divergente rispetto alle altre città della penisola italiana. Nonostante sia periferica rispetto al Grand Tour e poi al turismo ottocentesco, e benché sia ignota o malvista da alcuni grandi intellettuali, che non le riconoscono vera libertà, e dunque non la inseriscono nell’alveo maggiore della storia comunale, essa giunge a rappresentare la quintessenza della grandezza della civiltà italiana intesa come una civiltà di città libere.14 Prima con Joseph Addison, poi con Melchiorre Delfico e in seguito con Giosue Carducci,15 San Marino partecipa, in posizione propria, del mito dei comuni, della loro matrice latina, della loro giustizia, operosità e libertà: ciò che è quanto ha segnato la storiografia in Italia per tutto l’Ottocento. È allora che viene individuato il principale retaggio del glorioso passato italiano nello splendore delle città medievali: la ricchissima Firenze culla dell’arte, la dotta Bologna madre dell’Università, le prodi città congiurate della Lega lombarda che si batterono per l’indipendenza, antesignane del risorgimento, fino ad Assisi francescana e a Genova, Pisa, Amalfi e Venezia potenze marinare.16 In questo quadro, San Marino, che è libera nei secoli, assurge a figura simbolica di una libertà perpetua e repubblicana che ha origini remote – nella donazione del monte al santo eponimo in età tardoantica – e arriva fino ai nostri giorni, ma che conosce anch’essa, altresì, una fase apicale nel “momento medievale dell’indipendenza”.17 Il palazzo pubblico di San Marino oggi (foto reperita sul web con licenza commons)

San Marino viene così presentata come il primo comune d’Italia, costituito di uomini liberi raccoltisi intorno al diacono Marino, un comune che si è dato un ordinamento prima degli altri, che non ha avuto bisogno “di aspettar la pace di Costanza [1183] per farsi le leggi” e che ha emanato statuti “fra i più antichi d’Italia”.18 Un comune, che, sopravvissuto con le sue istituzioni collegiali, non avrebbe neppure conosciuto l’esperienza, giudicata in generale come negativa, della signoria monocratica tardomedievale e rinascimentale.19 Come è noto, nel corso dell’Ottocento l’Europa fu in gran parte ricostruita nel segno del medioevo. In questo contesto, che è il frutto di numerosi incroci culturali, diverse città italiane conobbero una medievalizzazione dei loro edifici, che avvenne soprattutto in due periodi. Il primo corrisponde all’incirca all’ultimo ventennio del XIX secolo e può essere epitomizzato in Italia dai lavori di Camillo Boito, Alfredo d’Andrade, Alfonso Rubbiani e Luca Beltrami.20 Il secondo periodo si colloca invece negli anni del fascismo (1922-1943), un periodo nel quale non fu esaltata soltanto la classicità romana (come si potrebbe pensare a una lettura superficiale), bensì anche il retaggio medievale. Durante il fascismo i sindaci delle città italiane presero il titolo di ascendenza medievale di “podestà”, furono rinnovate o inventate numerose feste cittadine di coloritura medieval-rinascimentale, furono esaltati i “condottieri” e i “capitani di ventura” risalenti a quel periodo e vennero restaurati (in certi casi quasi interamente ricostruiti) i centri storici di città come Assisi, Arezzo e San Gimignano.21 Firenze, palazzo della Signoria (foto reperita sul web con licenza commons)

Sostanzialmente, durante il fascismo le due epoche, nella narrazione della storia patria, si specializzarono: l’Italia nella sua interezza fu vista come “romana” (ed ecco tornare i fasci littori, le legioni, le aquile, il saluto romano e l’impero sul Mediterraneo…) ma le singole città – le piccole patrie – furono viste come fieramente “medievali”, facendo esse risalire le loro glorie al periodo comunale.22 San Marino entra perfettamente in questa cronologia e in questo processo storico; gli anni che vanno all’incirca dal 1880 al 1940 sono infatti quelli durante i quali fu modellata la sua immagine neomedievale. Si può ben dire che, nei primi anni Ottanta dell’Ottocento, “al mito costruito in versi, in orazioni, in saggi di storia politica, manc[asse ancora] un’iconografia adeguata”.23 In questa terra povera e isolata (come si evince, tra l’altro, dalle fotografie e dai resoconti di diversi viaggiatori24), alla costruzione ideologica, ormai formalizzata, faceva difetto l’apparato simbolico di più immediata intelligenza: una corrispondenza artistica, urbanistica e monumentale che permettesse di rendere subito identificabile la statualità e l’indipendenza ab antiquo della repubblica. Il nuovo palazzo pubblico rispose perfettamente a questa esigenza.25 Abbandonato il progetto in stile neoclassico (1836), la nuova sede delle istituzioni più elevate della Repubblica fu edificata tra il 1884 e il 1894 su disegno dell’architetto romano Francesco Azzurri (1827-1901), da poco divenuto presidente dell’Accademia di San Luca, cui fu richiesto di ispirarsi all’architettura medievale.26 Presidente della commissione della fabbrica del palazzo fu invece il sammarinese Pietro Tonnini (1820-1894), pittore e patriota, del quale si conservano in Archivio di Stato numerose lettere che permettono di seguire l’avanzamento dei lavori, sia di costruzione che di decorazione, e che consentono di individuare la rete di personaggi coinvolta a vario titolo nell’impresa: dal capomastro Giuseppe Reffi, a Marino Fattori, Carlo Malagola e Marin-Joseph-Gaston Noël des Vergers.27 Questa “operazione di pura fantasia tardo romantica”28 con la quale il fulcro dello Stato sammarinese si ammantò di panni medievali, va letta, pur nella sobrietà delle dimensioni, al fianco di altre celebri opere architettoniche neogotiche costruite con analogo intendimento: soprattutto il palazzo di Westminster (1840-1865), sede del parlamento britannico, il municipio di Monaco di Baviera (1867-1908), il municipio di Vienna (1872-1883) e il palazzo del Parlamento di Budapest (1883-1902).

Le mura di San Marino (foto dell’Autore, febbraio 2019)

Città-stato oltre che minuscola nazione, San Marino mostra però, attraverso il suo palazzo, di prendere a modello quella che veniva ritenuta la maggior repubblica medievale per eccellenza, cioè Firenze. Il palazzo pubblico di San Marino evoca, pur essendo molto più piccolo, il palazzo della Signoria attribuito ad Arnolfo di Cambio, che, iniziato al principio del Trecento (ma le cui bifore in facciata sono anch’esse, si badi, neogotiche), era stato la sede del parlamento del Regno d’Italia solo pochi anni prima, dal 1865 al 1871.29 Firenze repubblicana e gloria dei comuni medievali, certo. Ma anche opulenta. La costruzione del palazzo pubblico a San Marino a imitazione di quello fiorentino indica uno snodo politico culturale che è premessa ai grandi lavori urbanistici dei primi decenni del Novecento: il superamento della celebrazione della libertà di una comunità frugale e rurale – un modello risalente alla repubblica romana – a favore della glorificazione della ricca città comunale.30 Gli anni dell’edificazione del palazzo pubblico sono gli stessi dei primi progetti di apertura al turismo.31 E sono quelli della pubblicazione dell’opera L’Archivio governativo di Carlo Malagola,32 che dà le chiavi di lettura cronologiche della storia sammarinese ritrovando, recensendo, ordinando i documenti dell’Archivio di Stato, i cui attori compariranno poi nell’odonomastica sammarinese dei nostri giorni.33 Il famoso archivista, in corrispondenza con Pietro Tonnini, è bolognese. È proprio a Bologna – alla città neomedievale del palazzo di re Enzo, della Aemilia Ars (l’equivalente italiano del movimento Arts and Cratfst) e della celebrazione dell’VIII centenario dell’Università – che San Marino si rivolge in quegli anni: non solo a Carlo Malagola, ma anche a Pietro Ellero e, soprattutto, a Giosue Carducci, il quale viene invitato a tenere una solenne orazione per l’inaugurazione del palazzo (30 settembre 1894). Il suo discorso è ritenuto talmente importante per la storia di San Marino, che fino a non molto tempo fa il suo primo capitolo veniva fatto imparare a memoria a scuola.34 Porta San Francesco (foto reperita sul web con licenza commons)

IL NOVECENTO Gli anni dell’edificazione del palazzo pubblico sono gli stessi del movimento pro Arengo, che sfocia nella riunione del 25 marzo 1906 con cui l’assemblea dei capifamiglia divenne il corpo elettorale riconosciuto istituzionalmente, sancendo in tal modo la fine dell’oligarchia.35 Certo, si trattava di una innovazione democratica, ma anch’essa fu proposta in forme evocanti il medioevo. Si pretendeva infatti di tornare all’arengo (che come è noto non si riuniva più dal Cinquecento), cioè alle forme pure della democrazia partecipativa di età medievale. Ciò che è nuovo veniva proposto come antico, il cambiamento si presentava come una tradizione rinnovata: un procedimento, questo, ben diffuso e altrimenti noto che si ritrova, nella storia di San Marino, anche nel 1925, con la estensione del titolo di “capitani di Castello”, già presente in tre circoscrizioni, a tutte le circoscrizioni del territorio, il quale venne diviso in dieci zone denominate, appunto, Castelli.36 Così, nella Repubblica di San Marino le magistrature di governo locale ricevettero un nome– capitano di Castello – di limpida risonanza medievale poco tempo prima rispetto al Regno d’Italia, dove il 4 febbraio 1926 fu istituita l’analoga carica di “podestà” per designare il capo di un’amministrazione comunale.37 La fase di maggiore trasformazione di San Marino come città neomedievale corrisponde agli anni del fascismo.38 Data a questo periodo la vigorosa attività del sammarinese Gino Zani (1882-1964), ingegnere del genio civile.39 Formatosi a Bologna (e questa ascendenza culturale si sarebbe avvertita nella rimedievalizzazione di San Marino, come già era accaduto al tempo della costruzione del palazzo pubblico a fine Ottocento),40 Gino Zani fu un pioniere del cemento armato.41 Uomo pratico e razionale, di idee socialiste, massone per qualche anno e poi tiepido fascista,42 lavorò molti anni a Reggio Calabria per ricostruire la città dopo il devastante terremoto dello Stretto di Messina (28 dicembre 1908). A Reggio, in alcune opere di edilizia privata, egli già disegna nelle forme di un eclettismo medieval-rinascimentale.43 A San Marino, è evidente l’escalation quantitativa rispetto al periodo di Azzurri. Non si trattò infatti di riedificare un singolo edificio – per quanto simbolicamente assai rilevante – bensì di “rifabbricare” una città intera. Questo approccio “globale” da parte di un “architetto integrale” e dotato di una visione d’insieme, coincide con le teorie sui monumenti e sul loro rapporto imprescindile con l’ambiente circostante che negli anni di attività di Zani erano propugnate da Gustavo Giovannoni (1873-1947) e da Corrado Ricci (1858-1934) e avrebbero portato nel 1939 in Italia a un’efficace legge di tutela dei beni culturali.44

In particolare, il legame tra Zani e Ricci è ben testimoniato. Quest’ultimo, proveniente da Ravenna, nella qualità di presidente della Commissione governativa per la conservazione dei ricordi storici sammarinesi e delle antichità istituita nel 1916, nel 1919 iniziò il restauro della mura di cinta. Personaggio ben noto nella storia culturale, incantato dal Montefeltro e da San Marino, di cui ci ha lasciato vivide descrizioni,45 Corrado Ricci è colui che identifica per primo l’unità paesistica tra città e territorio come l’elemento cardine dell’identità sammarinese, non più determinata soltanto dall’aspro monte Titano o dal singolo edificio da ricostruirsi in forme neomedievali, ma dall’intera città inserita nel contesto ambientale.46 Ricci è il prefattore del libro di Gino Zani Le fortificazioni del monte Titano (1933), un saggio di ricostruzione storica e un profilo di progetto architettonico che precede solo di pochi anni le massicce ricostruzioni.47 La rocca della “Guaita” di San Marino (foto reperita sul web con licenza commons)

Molti anni dopo, nella sua seconda opera storica, pubblicata poco tempo prima di morire, Zani così descriveva lo skyline da lui idealizzato di San Marino: “Visto con gli occhi della fantasia poté sembrare ammirabile e suggestivo il trecentesco castello ghibellino del monte Titano, sormontato da tre rocche e da tre penne, munito di alte mura, di torri ancora più alte, di merli a coda di rondine, che profilavano sul cielo le loro sagome ferrigne”.48Questa fantasmagoria è quanto vediamo oggi realizzato. Gino Zani identificò l’elemento distintivo dell’identità di San Marino proprio nel suo sistema di fortificazioni.49 Egli infatti indicò “nel sistema di fortificazioni, l’elemento cardine dell’identità di San Marino, l’equivalente in pietra della sua mitica coesione civile e religiosa”.50 Contro chi indicava la preponderanza delle strutture rinascimentali-cinquecentesche, egli rispose individuando un carattere “uniformemente trecentesco” delle opere di difesa, e dunque la gran parte di esse fu ricostruita in forme risalenti a quel periodo.51 Questa – e non la conservazione nel tempo di strutture prettamente medievali – è la ragione per cui le rocche e le mura di San Marino, a differenza delle architetture militari degli altri centri abitati presenti nella medesima area (come per esempio Rimini, Pesaro, Urbino, o, ancora più vicini, Montescudo e naturalmente San Leo52) mostrano un aspetto trecentesco anziché rinascimentale.

L’opera mastodontica durò dal 1923 al 1940. Quando terminarono i lavori, un’intera cinta muraria era stata aggiunta, attorno alla torre della Cesta era stata inventata ex novo una fortezza, trionfavano ovunque bertesche, barbacani, spalti e merlature, archi, mura di raccordo. Dopo le mura e le tre penne fu la volta dell’abitato, anch’esso sottoposto a una “medievalizzazione capillare”.53 Furono eseguiti lavori imponenti alla chiesa e alla porta di San Francesco,54 alle facciate delle case e degli edifici pubblici, alle strade e alle piazze, collegate da terrazze, scalinate, balaustre.55 Il risultato finale fu quello di una città diversa da quella antica, con l’ingresso principale dal basso (porta San Francesco), omogenea, pulita e razionale pur nel suo essere neomedievale.56 L’opera appariva erudita e fondata su studi storici;57 ma non per questo era filologicamente esatta, poiché anche l’invenzione artistica vi giocava una parte rilevante. Come ha scritto Luca Morganti, “una sorta di leggerezza dell’organizzazione generale della rocca produce un effetto straniante che rivela ascendenze oniriche legate alla capacità immaginativa del gioco.”58

Ma quali erano gli scopi per cui si era dato avvio e compimento a un’opera di così vasta portata e di così notevoli conseguenze? La grande opera rispondeva a molteplici esigenze. Innanzitutto, serviva a porre rimedio a una situazione di oggettivo degrado del patrimonio monumentale sammarinese. Le mura versavano in uno stato disastroso e tutta la vecchia città aveva bisogno di essere ripulita e trovare un nuovo decoro. La proposta di una ricostruzione completa avanzata da Zani la ebbe vinta su un’altra proposta, quella di restaurare le mura e le rocche lasciandole allo stato di rovine, in ossequio a un gusto romantico che evidentemente non era più convidiso.59 Il secondo scopo era quello di dare lavoro agli operai edili e agli scalpellini, perseguendo una politica di grandi opere pubbliche simile a quella dell’Italia fascista e generalmente diffusa nel contesto politico-economico degli anni Trenta. La ricostruzione della città, insieme con la realizzazione e il potenziamento delle infrastrutture, tra le quali soprattutto la ferrovia da e per Rimini, avrebbe permesso di avviare meglio la città al turismo.60 Ancora, questa scelta di ricostruire la città accentuando le forme medievali, si poneva come un’efficace strategia di rappresentazione del potere da parte degli intellettuali provinciali e degli appartenenti ai ceti dirigenti sammarinesi, che in quel periodo si identificavano con l’adesione al Partito. Un partito, quello fascista sammarinese, che, rispetto all’omologo italiano, mancava dell’elemento rivoluzionario, collocandosi su posizioni conservatrici che propugnavano un ritorno alla fase oligarchica precedente il 1906. Anche per questa ragione, dunque, i ceti dirigenti si sentivano ben rappresentati dal recupero medievalista.61 Ma, come accadeva nel resto della penisola italiana, questo ritorno al medioevo piaceva a tutti, anche ai ceti popolari e subalterni in genere, che amavano le feste in costume largamente favorite dallo Stato, e di cui i restauri e le ricostruzioni erano degna cornice.62 Non si può comprendere fino in fondo il caso di San Marino se non si tiene a mente che in quella stessa tornata d’anni furono massicciamente ricostruite Assisi e San Gimignano, che la Giostra del Saracino di Arezzo data al 1931 e il Palio di Ferrara al 1937, e che al 1938 risale la ricostruzione della casa (e del balcone!) di Giulietta a Verona.63 A partire dal 1935 anche a San Marino si va creando un vero e proprio percorso turistico “che viene offerto […] al nascente turismo di massa e che entra a far parte dell’immagine tradizionale”.64 Gino Zani alla scrivania. © Archivio Zani, San Marino

Dunque la rimedievalizzazione del centro storico di San Marino aveva un valore eminentemente politico, in linea con l’idea che permeava tutta la cultura fascista, cioè che l’architettura è uno strumento di governo.65 I lavori, finanziati anche dal governo italiano, furono voluti soprattutto da Giuliano Gozi (1894-1955), segretario di Stato per gli affari esteri e interni e, di fatto, il capo della Repubblica di San Marino durante tutto il periodo fascista.66 Questi si attivò personalmente, intervenendo nel piano regolatore e fornendo a Gino Zani schemi planimetrici e suggerimenti. Giuliano Gozi, scrive Guido Zucconi, comprende “la necessità di accelerare il processo di medievalizzazione del borgo antico, nel nome di una ritrovata identità storica. Giunge ad affermare un concetto determinante per i destini edilizi della città del Titano: il fascismo rappresenta l’unico tramite attraverso il quale è possibile creare un’immagine urbana adeguata alla sua storia”.67 Ed è stato altresì ossevato dal medesimo studioso come “paradossalmente, proprio nel ventennio fascista, ossia nella fase storica ove la sua plurisecolare autonomia si riduce al minimo, San Marino [venga] come non mai sottoposta ad un’opera di autoesaltazione simbolica”.68 Guardando al versante italiano, questa medievalizzazione attuata su larga scala è da collegarsi forse all’attività politico-culturale del medievista Pietro Fedele, ministro italiano dell’Istruzione pubblica dal 1925 al 1928,69 ed è da confrontarsi certamente con iniziative analoghe prese in diverse altre città della penisola con il triplo obiettivo di incoraggiare il turismo, esprimere al meglio l’autorappresentazione delle classi dominanti in provincia e rinforzare l’identità civica, cioè il sentimento di patria cittadina.

Quest’ultima, in particolare, era l’intenzione di fondo di Gino Zani per San Marino, dove, naturalmente, città e nazione coincidevano. L’intensa campagna di lavori pubblici, concepita a partire da un progetto unitario, aveva lo scopo dichiarato di “dare un volto ad una repubblica che si è conservata intatta fino ad oggi nel suo spirito e nelle sue istituzioni medievali”,70 mentre l’uso della pietra locale aveva anch’esso una forte connotazione identitaria, per l’impiego di maestranze e materiali di costruzione tradizionali e perché lo stesso santo Marino era stato scalpellino.71Il materiale lapideo non lo si sarebbe dovuto impiegare (e in effetti non fu impiegato) solamente per la parte più antica di San Marino, quella medievale che ora diventava anche neomedievale, bensì per l’intera città, entro e fuori le mura. Questa è la principale differenza, qualitativa e quantitativa, tra San Marino e le altre antiche città della penisola italiana “rimedievalizzate” nel corso degli anni Trenta: la pietra concia, con la sua capacità di omogeneizzazione visiva del tessuto urbano, sarebbe servita tanto per l’antico borgo, quanto per le nuove espansioni urbane, in tal modo unite fra loro da un materiale evocativo del passato.72 Come decenni prima Pugin e e Ruskin per l’Inghilterra con il gotico, il ruolo che Zani attribuiva alla propria architettura neomedievale era quello di consentire il recupero dello stile ‘tipicamente sammarinese’, lo stile nazionale di un piccolo popolo caparbiamente radicato sulla sua montagna.73 Un popolo – e di conseguenza uno stile architettonico – che nelle sue parole era “ruvido, semplice, povero”, fatto delle stesse pietre cavate dalla montagna su cui sorge la città.74 E mi sembra che Zani, ingegnere figlio di un muratore, sia riuscito nel suo intento.

La defascistizzazione del dopoguerra coinvolgerà, in parte, le persone, senza però andare a toccare il tessuto architettonico della città. A quanti criticavano l’operato dell’amministrazione fascista, che avrebbe speso inutilmente ingenti risorse costruendo merli e castelletti medievali invece di case operaie, Gino Zani, non fascista ma uomo concreto, replicò che proprio i suoi merli – tutt’altro che improduttivi – erano ciò che consentiva la valorizzazione turistica.75 Come in effetti è stato ed è ancor oggi.76

Tommaso di Carpegna Falconieri

Torna all'inizio dell'articolo

1 Ringrazio Anna Guerra per l’aiuto nella ricerca presso l’Archivio di Stato di San Marino. Questo articolo è già apparso in forma meno estesa con il titolo San Marino neomedievale, in Città di San Marino, a cura di G. Allegretti, San Marino, Ente Cassa di Faetano, 2017 (Storia dei Castelli della Repubblica di San Marino, 9), pp. 191-198; tradotto da Alison Locke Perchuk, è apparso con il titolo Liberty Dreamt in Stone: The (Neo)Medieval City of San Marino, Práticas da História. Journal on Theory, Historiography and Uses of the Past, 9 (2019), pp. 59-93, http://www.praticasdahistoria.pt/issues/2019/9/03_PDH09_Falconieri.pdf (cons. 18/03/2020). La presente versione è un aggiornamento dell’edizione inglese. 2 Sul medievalismo e le rievocazioni storiche: V. Ortenberg, In Search of the Holy Grail. The Quest for the Middle Ages, New York, Hambledon Continuum, 2007, pp. 225–235; T. di Carpegna Falconieri, Medioevo militante: La politica di oggi alle prese con barbari e crociati, Torino, Einaudi, 2011, pp. 106–120. Poiché la bibliografia è in crescita continua, rinvio al sito Medievally Speaking, http://medievallyspeaking.blogspot.it (cons. 18/03/2020). Si vedano anche U. Longo, ‘Tra un manifesto e lo specchio’. Piccola storia del medievalismo tra diaframmi, maniere e pretesti e T. di Carpegna Falconieri, Cinque altri modi di sognare il medioevo. Addenda a un testo celebre, entrambi in corso di stampa sul Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo, 122 (2020). 3 “Permanent Mission of the Republic of San Marino to the United Nations”, United Nations Permanent Missions, https://www.un.int/sanmarino/ (cons. 16/03/2020). 4 Portale ufficiale della Repubblica di San Marino, San Marino Patrimonio dell’Umanità – Dichiarazione Unesco, http://www.sanmarino.sm/on-line/home/san-marino/dichiarazione-unesco.html (cons. 16/03/2020): “San Marino è una delle più antiche repubbliche del mondo e l’unica città-Stato che sussiste, rappresentando una tappa importante dello sviluppo dei modelli democratici in Europa e in tutto il mondo. (…) Le mura difensive e il centro storico hanno subito modifiche nel tempo, comportando un intensivo restauro e una ricostruzione tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo – processo che può essere considerato come parte integrante della storia del bene e che riflette gli approcci in mutamento della conservazione e della valorizzazione del patrimonio nel tempo. Criterio (iii): San Marino e il Monte Titano costituiscono una testimonianza eccezionale dell’istituzione di una democrazia rappresentativa fondata sull’autonomia civica e l’autogoverno, avendo esercitato con una continuità unica e senza interruzione il ruolo di capitale di una repubblica indipendente dal XIII secolo. (…) Numerosi elementi del centro storico che sono stati conservati oppure che sono stati restaurati, si iscrivono in una lunga tradizione. Gli interventi del XX secolo potrebbero essere qualificati come elementi dannosi all’integrità, ma fanno anche loro parte della storia del bene. L’ubicazione e il quadro della città di San Marino presentano un livello elevato di autenticità. Per quanto riguarda le funzioni e gli usi, esiste una continuità in relazione al ruolo della città storica come capitale del piccolo Stato. I lavori di restauro e di ricostruzione realizzati a cura di Gino Zani possono essere considerati come parte integrante della storia del bene e valutati in quanto applicazione dei principi teorici provenienti dal movimento romantico di restauro. Nel presente caso, l’idea di ‘medioevalizzazione’ del centro storico può essere considerata come un’espressione dell’identità nazionale ricercata attraverso un’immagine idealizzata del centro storico”. Cfr. N. Matteini e A.M. Matteini, La Repubblica di San Marino. Guida storica e artistica della Città e dei Castelli, Rimini, Graph Edizioni, 2001, p. 82. 5 Historic Fortified City of Carcassonne, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/345 (cons. 16/03/2020): “The Committee decided to inscribe this property on the basis of criteria (ii) and (iv), considering that the historic town of Carcassonne is an excellent example of a medieval fortified town whose massive defences were constructed on walls dating from Late Antiquity. It is of exceptional importance by virtue of the restoration work carried out in the second half of the 19th century by Viollet-le-Duc, which had a profound influence on subsequent developments in conservation principles and practice”. Cfr. L. Mazza, Gino Zani: San Marino come Carcassonne, Ananke: Cultura, storia e tecniche della conservazione, 14 (1996), pp. 17–25; F. Bottari, Un medioevo a ‘Perfetta regola d’arte’: a margine dell’iscrizione Unesco e dell’interessante caso Gino Zani, Identità sammarinese: riflessioni sulla libertà e la democrazia fra politica, storia, cultura, 1 (2009), pp. 13–29; E. Tamagnini, L’importanza dell’opera di Zani per il riconoscimento Unesco di San Marino quale patrimonio dell’umanità, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, a cura di L. Morganti, San Marino, Centro sammarinese di studi storici, Università degli studi della Repubblica di San Marino, 2018, pp. 21-24. 6 Cfr. anche i massicci interventi di restauro e trasformazione avvenuti nel XIX secolo nella cattedrale medievale di Roskilde in Danimarca (sito UNESCO dal 1995), che stavolta hanno il valore di provvedere “a clear overview of the development of European religious architecture”. Roskilde Cathedral, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/695 (cons. 16/03/2020). Invece il ruolo del restauro non viene considerato elemento di valutazione per altri celebri monumenti medievali che sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità e che hanno conosciuto modificazioni significative nell’età contemporanea, come la cattedrale di Chartres per opera di Viollet-le-Duc (sito UNESCO dal 1979) e la città di San Gimignano in Toscana (sito UNESCO dal 1990). In altri casi, come quello dello Historic Centre of Český Krumlov nella Repubblica Ceca (sito UNESCO dal 2006), che è stato anch’esso largamente restaurato e in parte ricostruito, si giustifica il rispetto del criterio dell’autenticità con il fatto che “restoration works on the facades of the buildings are carried out in compliance with strict international standards for heritage conservation. Only traditional materials and techniques are used”. Historic Centre of Český Krumlov, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, https://whc.unesco.org/en/list/617 (cons. 16/03/2020). Di un altro sito, quello di Tel, anch’esso nella Repubblica Ceca (sito UNESCO dal 1992), è detto espressamente “The Historic Centre of Tel is of high authenticity because it escaped the mania for over-restoration of the 19th century”. Historic Centre of Tel, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/621 (cons. 16/03/2020): il che è l’opposto del criterio considerato per Carcassonne. 7 È per esempio l’approccio della rivista postmedieval. A journal of medieval cultural studies attiva dal 2010. Per alcune considerazioni, rimando a T. di Carpegna Falconieri, Medievalismi. Il posto dell’Italia, in Medievalismi italiani (secoli XIX-XXI), a cura di T. di Carpegna Falconieri e R. Facchini, Roma, Gangemi, 2018, pp. 9-28: 10-12. Nel febbraio 2020 presso l’Istituto storico italiano per il medio evo è stato fondato “Medievalismo. Centro studi ricerche”: http://www.isime.it/index.php/attivita-scientifica/medievalismo (cons. 16/03/2020). Il 19 giugno 2020 a Bertinoro, nell’ambito del Secondo Convegno della Medievistica Italiana (18-20 giugno 2020) si terrà il panel Il medievalismo tra storia della storiografia, cultural studies e società di massa, organizzato da Francesca Roversi Monaco, con la partecipazione di Alessandro Barbero, di Umberto Longo e di chi scrive. 8 Cfr. l’incipit di G. Zucconi, Gino Zani: La rifabbrica di San Marino 1925–1943, Venezia, Arsenale, 1992, p. 7: “Perché una monografia su San Marino? Perché dedicare tempo e fatica ad un caso che non ha mai goduto di buona fama presso gli studiosi di architettura? Con le sue rocche ricostruite, con le sue mura tirate a lucido e i suoi monumenti privi di patina dell’antico, la città del Titano sembra accontentare solo i palati meno esigenti (…). Nel caso di San Marino, il giudizio ruota ancora attorno al trito e moralistico dualismo falso-autentico”. Vedi anche Id., L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 143-150: 144-145; L. Morganti, Diversamente moderno. Sull’anacronismo di Gino Zani tra continuità e cesure, tra progetto e restauro, ivi, pp. 151-178: 161-166. 9 Gradara è una rocca medievale situata a circa 40 km San Marino, nella regione Marche, in gran parte ricostruita negli anni 1921-1923 dall’ingegner Umberto Zanvettori, la cui ricca collezione di armi antiche si trova oggi a Roma, a Castel Sant’Angelo. Una tradizione romantica vuole che in questa fortezza si sia consumato l’efferato omicidio di Paolo e Francesca cantato da Dante (Inferno, canto V, vv. 82-142). Vedi M.R. Valazzi, La rocca di Gradara, Urbino, Novamusa Montefeltro, 2003; M.C. Pepa, Francesca da Rimini. Mitografia di un personaggio femminile medievale, Studi pesaresi, 5 (2017), pp. 18-34. Il sito ospita dal 2014 il convegno annuale “Il Medioevo fra noi”, organizzato dalle Università di Urbino, Bologna e Roma Sapienza, dal Polo museale delle Marche e dall’Istituto storico italiano per il medioevo; si tratta dell’unico appuntamento fisso in Italia dedicato allo studio del medievalismo. 10 “Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il carattere di ‘storia contemporanea’, perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni”: B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p. 5. 11 F.V. Lombardi, San Marino nell’età medioevale: I rapporti fra il comune e i vescovi di Montefeltro, in Storia e ordinamento della Repubblica di San Marino, San Marino, Cassa rurale depositi e prestiti di Faetano, 1983, pp. 38–61.” 12 A. Garosci, San Marino: Mito e storiografia tra i libertini e il Carducci, Milano, Edizioni di comunità, 1967; G. Spadolini, San Marino: L’idea della repubblica, con documenti inediti dall’archivio di Pasquale Villari, Firenze, Le Monnier, 1989; R. Montuoro, Come se non fosse nel mondo: La Repubblica di San Marino dal mito alla storia, San Marino, Edizioni del Titano, 1992; D. Bagnaresi, Miti e stereotipi: L’immagine di San Marino nelle guide turistiche dall’Ottocento a oggi, San Marino: Centro sammarinese di studi storici, Università degli studi della Repubblica di San Marino, 2009. 13 Garosci, San Marino, pp. 148–149. 14 In particolare San Marino non compare nel celebre scritto di Carlo Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane (1858), Firenze, Vallecchi, 1931. In precedenza, Montesquieu, Hegel e Sismondi non le risparmiano critiche. Vedi Voyages de Montesquieu, publiés par le baron Albert de Montesquieu, Bordeaux, Gounouilhou, 1896, t. II. p. 81 (cfr. Garosci, San Marino, p. 105); G.G.F. Hegel, Scritti politici, a cura di A. Plebe, Bari, Laterza, 1961, p. 140 (cfr. Garosci, San Marino, p. 160 s.). A pesare è soprattutto il giudizio di Sismondi, che viceversa è il principale artefice della mitizzazione dei comuni medievali italiani nell’Ottocento; vedi J.Ch.L. Simonde de Sismondi, Histoire des Républiques italiennes du Moyen Âge (1807-1818), Paris, Furne et C.ie-Treuttel et Wurtz, 1840, vol. VIII, p. 237: “Trois, ou même quatre républiques, en comptant San-Marino, ont continué à repousser de leur sein le pouvoir d’un seul, mais sans garder leur liberté, sans conserver aucune ombre, ni de la souveraineté du peuple, ni de la garantie des droits et de la sûreté des citoyens” (ringrazio Marion Bertholet per avermi segnalato questo passo); Id., Storia della libertà in Italia (1832), vol. II, Milano, Vallardi, 1860, p. 76-77: “Dopo l’assoggettamento di Siena tre sole repubbliche rimaneano in Italia, Lucca, Genova e Venezia, quando non si voglia tener conto anche di San Marino, terra libera, situata sulla vetta d’un monte della Romagna, che infino a’ di nostri si è celata egualmente alle usurpazioni ed alla istoria”. 15 J. Addison, Remarks on Several Parts of Italy, &c. in the Years 1701, 1702, 1703, London, printed for Jacob Tonson, within Grays-Inn Gate next Grays-Inn Lane, 1705; M. Delfico, Memorie storiche della Repubblica di San Marino (1804), Napoli, G. Nobile, 1864, rist. anast. Bologna, Atesa, 1981; G. Carducci, La libertà perpetua di San Marino: Discorso al Senato e al popolo tenuto il 30 settembre 1894, Bologna, Zanichelli, 1947. Su questi tre autori si vedano Garosci, San Marino, rispettivamente pp. 93–106, 165–226 e 355–374; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 41 ss., 152–154. Su Melchiorre Delfico vedi oggi soprattutto G. Allegretti, Melchiorre Delfico e San Marino. Dal ripudio della storia a una storia appassionata, in M. Delfico, Lettere a Giuseppe Mercuri, a cura di G. Allegretti, C. Malpeli, V: Tabarini, San Marino, Centro sammarinese di studi storici, in corso di stampa. 16 T. di Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo: due mitomotori per costruire la storia della nazione e delle ‘piccole patrie’ tra Risorgimento e Fascismo, in Storia e piccole patrie: Riflessioni sulla storia locale, a cura di R.P. Uguccioni, Pesaro-Ancona, il lavoro editoriale, 2017, pp. 78–101. Specifici studi recenti sulle mitografie cittadine costruite o rinverdite nell’Ottocento: F. Roversi Monaco, Il comune di Bologna e re Enzo: costruzione di un mito debole, Bologna, Bononia University Press, 2012); Ead., “‘Il gran fatto che dovrà commemorarsi’: L’Alma Mater Studiorum e l’Ottavo Centenario della sua fondazione. Medioevo, memoria e identità a Bologna dopo l’Unità d’Italia”, in Medievalismi italiani, pp. 149-162; P. Grillo, Legnano 1176. Una battaglia per la libertà, Roma-Bari, Laterza, 2010; F. Pirani, Le repubbliche marinare: archeologia di un’idea, in Medievalismi italiani, pp. 131-148; Su Assisi: T. di Carpegna Falconieri, L.E. Yawn, Forging Medieval Identities: Fortini’s Calendimaggio and Pasolini’s Trilogy of Life, in The Middle Ages in the Modern World: Twenty-First–Century Perspectives, ed. B. Bildhauer and C. Jones, Oxford, Oxford University Press, 2017, pp. 186-215. Riferimenti a San Marino in I. Porciani, L’invenzione del medioevo, in Arti e storia nel medioevo. Vol. IV. Il medioevo al passato e al presente, a cura di E. Castelnuovo e G. Sergi, Torino Einaudi, 2004, pp. 253-279: 278; M. Moretti-I. Porciani, Italy’s Various Middle Ages, in The Uses of the Middle Ages in Modern European States: History, Nationhood and the Search for Origins, ed. R.J. W. Evans and G.P. Marchal, New York, Palgrave Macmillan, 2011, pp. 177-196: 193; Carpegna Falconieri, Medioevo militante, p. 107; Id., ‘Medieval’ Identities in Italy: National, Regional, Local, in Manufacturing Middle Ages: Entangled History of Medievalism in Nineteenth-Century Europe, ed. P. Geary and G. Klaniczay, Amsterdam, Brill, 2013, pp. 319–345: 343. 17 Garosci, San Marino, p. 12, con riferimento specifico alle interpretazioni di Delfico e Carducci. 18 Delfico, Memorie storiche, p. 41; cfr. Carducci, La libertà perpetua, p. 12: “La plebe mariniana, pur avanti che spuntasse il verde dei comuni italiani, già era matura nella libertà”; ivi, p. 7: “Quando il secolo decimosecondo viene a spazzare via dagli annali italiani la caligine barbarica, prima tra le repubbliche, su l’alto Titano e le sette circostanti colline, scorgesi, diritta ferma ed intera, la forza e la libertà di San Marino”. 19 Delfico, Memorie storiche, p. 27; cfr. Carducci, La libertà perpetua, p. 13: “Qui la repubblica evitò signoria (attraverso la trasformazione dei due consoli nei capitani reggenti) (…). E qui nessuno accennò mai di levarsi tiranno”. È noto peraltro che a San Marino (come a Lucca, Genova e Venezia), in età bassomedievale e moderna il governo si trasformò in senso oligarchico, da cui il giudizio negativo di Sismondi citato in nota 14. Sul tema del passaggio dalle istituzioni comunali a quelle signorili: A. Zorzi, Le signorie cittadine in Italia, secoli XIV-XV, Milano, B. Mondadori, 2010; Id., Tiranni e tirannide nel Trecento italiano, Roma, Viella, 2013. 20 G. Zucconi, L’invenzione del passato. Camillo Boito e l’architettura neomedievale 1855-1890, Venezia, Marsilio, 1997; Alfredo d’Andrade: tutela e restauro. Torino, Palazzo Reale, Palazzo Madama, 27 giugno-27 settembre 1981, a cura di M.G. Cerri, D. Biancolini Fea, L. Pittarello, Firenze, Vallecchi, 1981; Alfonso Rubbiani e la cultura del restauro nel suo tempo (1880–1915): Atti delle giornate di studio su Alfonso Rubbiani e la cultura del restauro del suo tempo (1881–1915), Bologna, 12–14 novembre 1981, a cura di L. Bertelli e O. Mazzei, Milano, Franco Angeli, 1986; Luca Beltrami architetto: Milano tra Ottocento e Novecento, a cura di L. Baldrighi, Milano Electa, 1997; più in generale: Arti e storia nel medioevo. Vol. IV. Il medioevo al passato e al presente; Medioevo fantastico. L’invenzione di uno stile nell’architettura tra fine ‘800 e inizio ‘900, a cura di A. Chavarría e G. Zucconi, Firenze, all’Insegna del Giglio, 2016. Accadde non di rado, allora, che per conferire una patina medievale si andasse distruggendo ciò che di medievale vi era davvero; come accadde alle mura urbiche di Bologna. 21 Si vedano soprattutto D. Ghilardo, Building New Communities: New Deal America and Fascist Italy, Princeton, Princeton University Press,1989; L. Di Nuccio, Fascismo e spazio urbano. Le città storiche dell’Umbria, Bologna, il Mulino, 1992; S. Cavazza, Piccole patrie. Feste popolari tra regione e nazione durante il Fascismo, Bologna, il Mulino, 20032; D.M. Lasansky, The Renaissance Perfected: Architecture, Spectacle, and Tourism in Fascist Italy, University Park, Pennsylvania State University Press, 2004; Ead., Urban Editing, Historic Preservation, and Political Rhetoric: The Fascist Redesign of San Gimignano, Journal of the Society of Architectural Historians, 63, n. 3 (2004), pp. 320–353; Carpegna Falconieri-Yawn, Forging Medieval Identities; Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo, pp. 86 ss. 22 Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo. 23 Zucconi, Gino Zani, p. 8. Vedi anche Garosci, San Marino, p. 348, che cita Tullio Massarani, Diporti e Veglie, Milano, U. Hoepli, 1897, p. 491, per il quale l’architetto Francesco Azzurri fu “appassionatamente devoto all’assunto di tradurre in un poema di pietra quest’altro secolare poema d’una pacifica comunanza”. 24 Vedi per esempio O. Brizi, Quadro istorico della Serenissima Repubblica di San Marino, Firenze, Stabilimento artistico Fabris, 1842, p. 44 (cfr. Garosci, San Marino, p. 246): “Questa piccola città si compone di diversi borghi quasi tutti scoscesi e mal lastricati e di varie piazzette fiancheggiate da qualche palazzo ma in generale da case che poco promettono all’esterno, ma che nell’interno sono montate anzichenò con gusto”. Vedi anche Garosci per altri commenti di E. About, Rome contemporaine, Paris, M. Lévy frères et C.ie, 1861: borgo “mal bâti, mal pavé et mal tenu”; vedi infine C. Ricci, San Marino e San Leo, Nuova Antologia, 122 (serie 3, 38), 1893, pp. 242-257: 256: “Sulle tre penne del Titano sorgono fosche torri. La capitale della vetusta repubblica si stende nella pendenza del monte, a ponente. Tutto è silenzioso in quel nido d’aquila, tutto chiuso, tutto deserto nelle vie”. I testi di questo articolo furono riprodotti insieme a suggestive fotografie in Il Montefeltro: trentadue tavole fotografiche di Alessandro Cassarini illustrate da Corrado Ricci, Bologna, Stab. Tip. Zamorani e Albertazzi, 1894. Sulla posizione isolata e di malagevole accesso di San Marino e sul superamento di questa condizione vedi Bagnaresi, Miti e stereotipi, spec. pp. 131-151. 25 Su di esso: Repubblica di S. Marino: inaugurazione del nuovo palazzo del Consiglio Principe Sovrano, 30 settembre 1894: numero unico, Roma, E. Perino, 1894; O. Fattori, Il nuovo palazzo governativo della Repubblica di San Marino, Bologna, Zanichelli, 1894; Garosci, San Marino, pp. 348-351; Zucconi, Gino Zani, p. 8; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 91–92, 151 ss.; L.M. Morganti, Il patrimonio dello Stato: l’architettura storica della Repubblica di San Marino, San Marino, AIEP, 2001, ad indicem; sul web è utile il testo di F. Michelotti, Storia palazzo pubblico, www.consigliograndeegenerale.sm/on-line/home/listituzione/palazzo-pubblico/storia.html (cons. 17/03/2020). Infine e soprattutto si veda Un palazzo medievale dell’Ottocento. Architettura, arte e letteratura nel palazzo pubblico di San Marino, a cura di G. Zucconi, Milano, Jaca Book, 1995. 26 Zucconi, Gino Zani, p. 8; Michelotti, Storia palazzo pubblico. Sull’architetto, celebrato in un busto all’ingresso del palazzo pubblico datato al 1903: M. Talamona, Francesco Azzurri architetto romano, in Un palazzo medievale, pp. 35–58. Azzurri fu due volte presidente dell’Accademia di San Luca, nel 1880–1882 e nel 1893–1895 esercitando i suoi mandati prima e dopo la costruzione del palazzo sammarinese; “Presidenti dell’Accademia di San Luca”, Accademia Nazionale di San Luca, http://www.accademiasanluca.eu/docs/accademici/elenco_2015/presidenti_san.luca.pdf, cons 20/03/2020. In Repubblica, egli disegnò anche la torre campanaria di Borgo Maggiore (1896). A Roma, progettò numerosi edifici, tra cui l’ospedale di S. Maria della Pietà; mi piace ricordarlo anche come l’autore del basamento su cui poggia la statua di Cola di Rienzo sotto il Campidoglio realizzata da Girolamo Masini. 27 Repubblica di San Marino, Archivio di Stato (=AS RSM), Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), busta 56, spec. i fascicoli 2 (disegni), 3 (bozzetti, corrispondenza varia) e 4 (145 lettere di Pietro Tonnini a Francesco Azzurri dal 1881 al 1894, corrispondenza varia dal 1886 al 1895, comprese alcune lettere di Carlo Malagola). Dalle lettere si evince il ruolo di Tonnini, che diresse i lavori e condivise con Azzurri – che stava a Roma dove era console generale della Repubblica – proposte architettoniche e problemi tecnici. Fra le molte lettere si possono segnalare a titolo di esempio quelle in cui si parla di Malagola (per es. lettera del 26 ottobre 1886), di Noël de Vergers (2 agosto 1892, 7 agosto 1894), dei disegni del banco dei capitani reggenti (31 gennaio 1891). In Archivio di Stato si conserva anche una serie di 13 tavole ritrovata nel 2008, contenenente alcuni disegni progettuali di Francesco Azzurri per il palazzo pubblico. 28 Zucconi, Gino Zani, p. 8. 29 Secondo Garosci, San Marino, p. 358, il palazzo pubblico “arieggia” quello della Signoria. Secondo Tullio Massarani (cit. da Garosci, San Marino, p. 349), invece, l’edificio “fa subito pensare, ragion tenuta delle dimensioni, a quel palazzo del Podestà, detto oggi del Bargello, in Firenze”. Pietro Tonnini accenna a modelli casentinesi medievali per la decorazione del palazzo in AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, busta 56, fasc. 4, lettera del 22 settembre 1893. 30 Cfr. Garosci, San Marino, p. 350. 31 Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 85 ss. 32 C. Malagola, L’Archivio governativo della Repubblica di San Marino riordinato e descritto: Aggiunti gli statuti sammarinesi dal 1295 alla meta del secolo XIV, Bologna, Fava e Garagnani, 1891; ed. anast. San Marino, Biblioteca di San Marino, 1981. 33 Secondo l’art. 3 della la Legge 26 settembre 1980, n. 75, Adeguamento continuo nell’ordinamento topografico ed ecografico, le Giunte di Castello (cioè gli equivalenti delle giunte comunali italiane) hanno competenza in materia toponomastica e devono ottenere il parere positivo dell’Archivio di Stato. L’Ordinamento stradale approvato dal consiglio grande e generale con la legge 74 (sic) del 26 settembre 1980, pp. 58-59, prevede che l’odonomastica sammarinese sia suddivisa in gruppi distinti,diversi dei quali rimandano a documenti medievali dell’Archivio di Stato; in particolare i gruppi 7 (nomi desunti dal Placito feretrano); 8 (dal doc. del 3 luglio 1296, l’inquisitio di Raniero abate di S. Anastasio sul significato della libertà), 9 (dal doc. del 10 febbraio 1320 con cui gli uomini di Busignano diventano abitanti sammarinesi), 11 (dal doc. del 28 dicembre 1375, acquisto di Pietracuta), 12 (dal terzo statuto, del 1353). Altri personaggi medievali legati alla storia di San Marino sono contemplati nei gruppi 27, 28 e 30 del medesimo Ordinamento stradale. 34 Carducci, La libertà perpetua; Repubblica di S. Marino: Inaugurazione del nuovo palazzo; Fattori, Il nuovo palazzo; AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, b. 56, fasc. 5: Libro d’Oro per l’inaugurazione del nuovo palazzo pubblico. Si vedano Garosci, San Marino, pp. 327-375; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 151–154. Pietro Tonnini era morto il 24 agosto precedente e non poté assistere all’inaugurazione dell’edificio. 35 R. Bonelli, Gli istituti fondamentali della costituzione sammarinese e la loro evoluzione – dall’arengo al referendum, in Storia e ordinamento della Repubblica di San Marino, pp. 164–175; Id., Gli organi dei poteri pubblici nell’ordinamento della Repubblica di S. Marino, San Marino, A.T.E., 1984, pp. 19 ss.; G.B. Reffi, Pietro Franciosi e il movimento pro Arengo, in La tradizione politica di San Marino. Dalle origini dell’indipendenza al pensiero politico di Pietro Franciosi, a cura di E. Righi Iwanejko, Ancona, il lavoro editoriale, 1988, pp. 473–485. 36 Legge 16 marzo 1925, n. 10. Prima di allora portavano il nome di Castello (e assumenva il nome di capitano di Castello il loro governatore) solamente Montegiardino, Faetano e Serravalle, cioè gli abitati annessi nel 1463 in seguito alla guerra contro i Malatesta, mentre un quarto abitato, Fiorentino, era stato decastellato subito dopo l’annessione. I nomi attuali dei Castelli sono stabiliti dalla Legge 30 novembre 1979, n. 75, Riforma delle Giunte di Castello, con cui i distretti vengono ridotti a nove tramite l’accorpamento di Montale e Fratta in “Città”. 37 Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo, pp. 91–92, 100. 38 La bibliografia sugli intrecciati rapporti fra medievalismo e fascismo italiano è abbastanza nutrita; si vedano per essa i recenti saggi di Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo e D. Iacono, Condottieri in camicia nera. L’uso dei capitani di ventura nell’immaginario medievale fascista, in Medievalismi italiani, pp. 53-66. Diversi interventi su questo tema, riguardanti varie nazioni, sono stati presentati in occasione del convegno internazionale The Middle Ages in the Modern World, Rome, 21-24 Novembre 2018 (interventi di D. Iacono, P.A. Martins, A. Tomedi: vedi il programma su https://themamo.org/mamo2018-rome/, cons. 16/03/2020). Presso l’Istituto storico germanico di Roma è previsto per i giorni 7-8 giugno 2021 lo svolgimento del convegno internazionale Il medioevo e l’Italia fascista: al di là della romanità. Sul fascismo sammarinese in particolare, che ebbe praticamente la stessa durata (1923-1943) di quello italiano: A.L. Carlotti, Storia del partito fascista sammarinese, Milano, Celuc, 1973; di converso, la bibliografia sul medievalismo sammarinese di età fascista è interamente contenuta in quella su Gino Zani, per la quale vedi infra. 39 L’architettura di Gino Zani per la ricostruzione di Reggio Calabria, 1909-1935, a cura di M. Lo Curzio, Reggio Calabria-Roma, Gangemi, 1986; L. Rossi, Gino Zani, ingegnere 1882-1964, Repubblica di San Marino, SUMS-Busto Arsizio, Nomos, 2015 (illustrato e con un’appendice documentaria), e oggi Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi nel 2014 per commemorare i cinquant’anni dalla sua morte. Il volume è stato presentato da Tullia Iori e da chi scrive il 7 febbraio 2019 presso il Dipartimento di Storia dell’Università di San Marino. Come sito di riferimento si segnala: Istituto ingegnere Gino Zani, https://www.ginozani.org/, cons. 18/03/2020. 40 Rossi, Gino Zani, ingegnere, pp. 28-31; L. Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino e la figura di Zani dai primi anni del XX secolo sino all’assunzione di incarichi per gli Istituti culturali, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 41-85: 63; Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, p. 144; Morganti, Diversamente moderno, pp. 154-156, 182-184. 41 Su cui si veda T. Iori, Il cemento armato in Italia: dalle origini alla seconda guerra mondiale, Roma, Edilstampa, 2001. 42 Sulle posizioni di Gino Zani, che ebbe la tendenza a non accettare incarichi politici e che tuttavia non mi paiono ancora del tutto chiarite: Rossi, Gino Zani, ingegnere, pp. 106-110; G. Zani, “Gino”, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 35-40: 38-39; Rossi, Il contesto storico-politico, spec. pp. 61-66 e 71-73, da confrontare con M. Lo Curzio, L’opera di Gino Zani a Reggio Calabria, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 87-122: 91, 113. 43 Ivi, pp. 103-104. È stato osservato come il percorso seguito da Gino Zani sia inverso rispetto al solito: egli passò infatti dall’art nouveau (nella sua declinazione liberty tipicamente italiana) al neomedievalismo, anziché il contrario, come accadeva di solito: Morganti, Diversamente moderno, p. 170. 44 Zucconi, Gino Zani, p. 26; Tamagnini, L’importanza dell’opera di Gino Zani, p. 21; A. Galassi, Gino Zani e l’identità della Città-Stato, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 25-28: 27; Rossi, Il contesto storico-politico, p. 55; Lo Curzio, L’opera di Gino Zani a Reggio Calabria, p. 91; G. Rossini, Gino Zani. La trasformazione della città dal 1927 al 1963, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 131-142: 141; Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, pp. 145-149; Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 237-238. La Legge cui faccio riferimento è la 1089 del 1° giugno 1939. 45 Ricci, San Marino e San Leo, pp. 242–257; Id., Il Montefeltro: Trentadue tavole; Id., La Repubblica di San Marino, Bergamo, Istituto d’arti grafiche, 1903; Id., Nostalgie feltresche, in Id., Figure e fantasmi, Milano, Hoepli, 1931, pp. 327–352. Sul suo legame con San Marino: Garosci, San Marino, pp. 343–348. 46 Zucconi, Gino Zani, p. 26. 47 G. Zani, Le fortificazioni del monte Titano. Con prefazione di Corrado Ricci, Napoli, Istituto arti grafiche G. Rispoli, 1933 (edizione anastatica con una introduzione di G. Zucconi: San Marino, Banca agricola commerciale della Repubblica di San Marino, 1997). 48 G. Zani, Il territorio di San Marino attraverso i secoli, Faenza, F.lli Lega, 1963, p. 155. 49 Zucconi, Gino Zani, p. 26. 50 Zucconi, Gino Zani, p. 237. Vedi anche Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino, p. 59, e Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, p. 237. 51 Zucconi, Gino Zani, pp. 33, 39. Vedi in proposito Le fortificazioni del monte Titano, passim; Id., Il territorio di San Marino, p. 152: “Nel secolo decimoquarto il castello di San Marino raggiunse la sua maggiore efficienza, ed i suoi abitanti seppero acquistarsi la stima e il rispetto dei paesi circostanti”. P. 154: “Da quanto ho fin qui esposto, nessuno potrà dubitare che il periodo aureo per le mura castellane del Monte Titano sia rappresentato dal secolo XIV, l’unico secolo durante il quale il Comune abbia avuto un completo ed organico sistema di fortificazioni, conforme alle necessità del tempo”. 52 Sulla fortezza di San Leo vedi oggi D. Sacco, A. Tosarelli, La Fortezza di Montefeltro. San Leo: processi di trasformazione, archeologia dell’architettura e restauri storici, Firenze, all’Insegna del Giglio, 2016. 53 Gino Zani, pp. 46–47. 54 G. Zani, I restauri della porta di San Francesco, Libertas perpetua, IV, n. 2 (1936), pp. 1-14 dell’estratto. 55 Una cronologia delle opere di Zani si trova in Zucconi, Gino Zani, pp. 90–91. Vedi anche Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 236-258 e, per i lavori condotti negli altri Castelli della Repubblica, ivi, pp. 301-304. 56 Rossini, Gino Zani. La trasformazione della città dal 1927 al 1963, p. 136; Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 275-276. 57 Su Zani come storico: Rossi, Il contesto storico-politico, pp. 78 ss. 58 Morganti, Diversamente moderno, p. 161. 59 Questa era stata, in particolare, la proposta dell’architetto Vincenzo Moraldi, per la quale si veda Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, ad indicem. 60 Rossi, Il contesto storico-politico, pp. 58-59; Bagnaresi, Miti e stereotipi. 61 Morganti, Diversamente moderno, p. 171. Anche in Italia le élites locali e fasciste che negli anni Trenta ricrearono le feste medieval-rinascimentali appartenevano in larga misura ai vecchi ceti dei possidenti agrari, tradizionalisti e non industriali: Cavazza, Piccole patrie, p. 205. 62 Ivi. 63 Ivi, passim; Carpegna Falconieri, Medioevo militante, pp. 106-120; Id., Roma antica e il Medioevo; A. Bernard, La Casa di Giulietta di Antonio Avena. Quando l’architettura diventa ‘coup de théâtre’, in Medioevo fantastico. L’invenzione di uno stile nell’architettura tra fine ‘800 e inizio ‘900, pp. 74-85. Gli esempi potrebbero continuare: tra questi ricordiamo almeno Gubbio, Spoleto, Perugia, Todi e Ravenna. 64 Zucconi, Gino Zani, p. 39. Lo stesso autore, nella sua recente messa a punto L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, pp. 143 ss., sottolinea quanto il caso sammarinese non sia eccezionale. 65 Morganti, Diversamente moderno, p. 173. 66 Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, ad indicem. 67 Zucconi, Gino Zani, p. 23 (pp. 19-26 sull’intero periodo fascista). Sulle guide turistiche del periodo: Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 105-110, 163-168. 68 Zucconi, Gino Zani, p. 23. 69 Su di lui: La figura di Pietro Fedele intellettuale, storico, politico, a cura di C. Crova, Roma, Istituto storico italiano per il medio evo, 2016. 70 Zucconi, Gino Zani, p. 7, che cita lo stesso Gino Zani. 71 Ivi, pp. 8-9. 72 Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, p. 148. 73 Morganti, Diversamente moderno, pp. 161 ss. 74 G. Zani, La chiesa vecchia di San Marino, San Marino, Arti grafiche F. Della Balda, 1935, p. 11; cfr. Zucconi, Gino Zani, p. 14; Morganti, Diversamente moderno, p. 158. 75 Zucconi, Gino Zani, pp. 77–78; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 247–248. Nel 1950 Gino Zani divenne direttore degli istituti culturali della Repubblica di San Marino, incarico che ricoprì fino alla morte. Sulle sue attività in questa funzione: Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino, p. 77-85. 76 Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 183–244, sulla Immagine di San Marino nell’editoria turistica dal dopoguerra a oggi; in particolare pp. 204-214 per il rapporto fra identità, riappropriazione del passato e rievocazione folkloristica (soprattutto in relazione al Corpo dei Balestrieri e ai musei delle armi). Già nel 1949, San Marino entrava nel mondo dello spettacolo di finzione con il film Prince of Foxes, interpretato da Tyrone Power, Orson Welles e Wanda Hendrix (cfr. Morganti, Diversamente moderno, pp. 255-256).

Read More

“Disincanto”, il Medioevo alcolico del padre dei Simpson

C’era una volta una principessa ubriacona… Il fumettista e disegnatore Matt Groening, padre dei Simpson, la più longeva serie televisiva “made in Usa” di sempre, sceglie il Medioevo per la sua nuova storia. Dieci episodi su Netflix. Si parte il prossimo 17 agosto.

Nel nome c’è già il senso del programma: Disincanto (Disenchantment) è ambientata a Dreamland, un fatiscente regno medievale. Terra di sogni spezzati o quantomeno offuscati.

La protagonista, Bean, è infatti una principessa che ama l’alcol più di ogni cosa: il re, suo padre, all’inizio della storia, dopo una notte di bagordi, la scambia per un vagabondo “ripugnante buono a nulla con mento sfuggente e denti da coniglio”. La barcollante erede al trono nelle sue peripezie è accompagnata dal suo demone personale, Luci, e da un elfo, fantasioso in tutto meno che nel nome: si chiama infatti proprio Elfo e insieme ai suoi partners ne combina di tutti i colori.

Lo strampalato trio è pronto ad affrontare ogni avventura per fare conoscenza con orchi, spiritelli, arpie, folletti, troll, trichechi e, come avverte la produzione “molti sciocchi umani”. Niente di fiabesco. A partire dall’inizio del racconto: “Una principessa, un elfo e un demone entrano in un bar…”.

Matt Groening in una foto di Gage Skidmore

La comedy è animata dai Rough Draft Studios, gli stessi di Futurama, l’altra serie tv partorita dalla mente di Groening e ambientata tra pianeti alieni.

Disincanto coinvolge anche Josh Weinstein, uno dei produttori esecutivi storici de I Simpson, vincitori di ben 32 Emmy Awards, 34 Annie Awards e nel 2016 del People’s Choice Award. La serie è stata anche il primo cartone ad aggiudicarsi il Peadboy Award, l’ambito premio annuale statunitense per le trasmissioni radiofoniche e televisive “eccellenti”.

Cinico e dissacrante come al solito, Groening nel presentare la sua ultima creatura, fa sfoggio di sarcasmo: “Sarà una storia di vita, morte, amore e sesso e come continuare a ridere in un mondo pieno di sofferenza e idioti, a dispetto di ciò che ti dicono anziani, maghi e altri stronzi”.

Disincanto, appunto. E animazione fantasy. Ma per adulti.

Selvaggia d’Urso

Read More

Cos’è il Medievalismo

Daenerys Targaryen con un drago appena nato (foto da Games of Thrones, HBO)

Il rapporto dell’uomo contemporaneo con il Medioevo è fortemente ambiguo. Da un lato, la robusta persistenza di stereotipi che affondano le loro radici nella temperie culturale dell’Illuminismo e del Positivismo condiziona ancora il giudizio di coloro che, più o meno consapevolmente, utilizzano l’accezione “medievale” per definire qualsiasi fenomeno o evento riconducibile a un’epoca di oscurità e barbarie. Dall’altro, invece, sulla scia degli intellettuali romantici, non pochi vedono nell’Età di Mezzo una sorta di idealizzato periodo aureo della civiltà occidentale.

Questo continuo oscillare tra estremi così distanti ha prodotto negli ultimi due secoli numerosi frutti, spesso diversi tra loro. Tali approcci, che potremmo forse impropriamente definire “ideologizzati”, hanno infatti ispirato ad esempio le opere dei più grandi storici e intellettuali che si sono cimentati col Medioevo “ufficiale” – da Gibbon a Novalis, da Voltaire a Chateaubriand, fino alla storiografia nazionalista della prima metà del Novecento –, ma anche la nascita di una ingente quantità di produzioni artistiche di vario genere – pensiamo alla pittura, alla drammaturgia e, in tempi più recenti, al cinema, alla televisione e ai videogiochi – che, al Medioevo delle fonti, hanno preferito quello percepito, sognato, immaginato e rappresentato.

L’insieme di questi due fenomeni, unitamente al bisogno, soprattutto nella cultura occidentale, di ricreare e rivivere continuamente il Medioevo attraverso palii, rievocazioni e fiere, forma ciò che in ambito accademico è definito “medievalismo”, termine con cui si intende la ricezione, l’utilizzo e la rappresentazione postmedievale del Medioevo. Un fenomeno che si declina in molteplici forme, apparentemente diverse tra loro, e che influenza ancora oggi in modo profondo le società occidentali, dall’arte alla politica, dalla cultura di massa alla religione.

In Italia, lo studio del medievalismo – da alcuni anni fiorente in ambito anglosassone – stenta però a trovare una sua esatta collocazione, forse soprattutto a causa della mancanza di organicità dei (non pochi, a dire il vero) lavori sul tema, anche a opera di insigni studiosi. La natura necessariamente transdisciplinare di questo approccio ha sicuramente concorso alla formazione di alcuni pregiudizi, tra cui la percezione della disciplina come nebulosa e di difficile definizione, a metà tra giornalismo, Cultural Studies e semplice curiosità.

A questo vuoto sta cercando di rimediare da alcuni anni un gruppo, composto da studiosi affermati e giovani ricercatori, che si riunisce annualmente nella splendida cornice della rocca medievale e neo-medievale di Gradara (PU) per discutere e confrontarsi su come il Medioevo continui ancora oggi a informare l’immaginario, e soprattutto l’agire, contemporaneo. Il convegno Il Medioevo fra Noi, giunto ormai alla sua sesta edizione, si svolgerà quest’anno dal 6 all’8 giugno, e vanta tra gli organizzatori il Polo Museale delle Marche, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, l’Università di Urbino, l’Alma Mater di Bologna e la Sapienza di Roma.

Scarica qui il programma di Il Medioevo fra noi ( VI edizione, 6-8 giugno 2019, Urbino e Gradara).

Riccardo Facchini Articolo pubblicato su MedioEvo N° 257 di giugno 2018

Read More

Il Borgo di Torino. Modernità di un sogno (neo)medievale

Torino e l’Esposizione Generale italiana del 1884 nella pagina di un giornale

L’Ottocento fu il secolo dell’innamoramento della cultura europea per il Medioevo. È stato scritto – forse non ancora abbastanza e soprattutto in maniera organica – su come il Romanticismo abbia scoperto, se non letteralmente inventato, i secoli di mezzo.

Si trattò non soltanto di un semplice fatto estetico o di una fugace infatuazione: quell’epoca lontana offriva, più di ogni altra, una formidabile base mitico-simbolica su cui fondare l’identità dei nascenti stati nazionali. È in particolare l’architettura, con le sue tendenze neomedievali, quella che sembra offrire in questo periodo alcuni dei più interessanti sviluppi sull’uso dell’età di mezzo. E in Italia ne abbiamo un bell’esempio.

A Torino, all’interno del Parco del Valentino, è possibile visitare un borgo “medievale”, che di medievale porta solo il nome in quanto realizzato nel 1884, come padiglione dell’Esposizione Generale Italiana. Potrà apparire magari controverso il fatto che, in una manifestazione nata per mostrare al mondo la forza industriale, la modernità e il progresso di una nazione, il Medioevo occupi un posto così di rilievo. Tuttavia il Borgo medievale di Torino non costituisce un caso isolato.

Già nel 1851 a Londra, durante la prima Esposizione Universale, ad Hyde Park, all’interno del Crystal Palace, la grandiosa e avveniristica struttura in vetro costruita per ospitare i padiglioni, fu possibile ammirare la “Medieval Court” ideata dall’architetto A. W. Pugin.

Il Crystal Palace all’Esposizione universale di Londra (1851)

Più in grande furono fatte le cose per l’Esposizione Universale del 1900 a Parigi in cui venne realizzata una grandiosa ricostruzione della città medievale lungo le rive della Senna. Ancora nel 1911, all’Esposizione nazionale scozzese di Glasgow, una “Auld Toon”, una tipica città scozzese, era stata ricostruita con tanto di castello in stile baroniale.

Il Medioevo incarnava in questi casi un paradigma positivo, fatto di innovazione, crescita e prosperità, in cui le nazioni, che iniziavano a proiettarsi verso la conquista di sconfinati mercati mondiali, si rispecchiavano. E lo stesso principio anima gli ideatori del borgo di Torino.

Giuseppe Giacosa, autore dell’introduzione alla Guida illustrata al Castello feudale del XV secolo, realizzata per i visitatori del complesso, non mancò di esaltare come ricco e fiorente il Piemonte del XV secolo, similmente coinvolto in quella rivoluzione industriale che aveva investito le stesse zone a partire dalla metà del XIX secolo (la nascita della FIAT avverrà soltanto quindici anni dopo l’inaugurazione del Borgo medievale!). Le stesse tecniche costruttive e i materiali utilizzati per la messa in opera degli edifici – come l’utilizzo di cemento, calcestruzzo e pilastri in acciaio – denotano, con tutta evidenza, la potente modernità di un Borgo medievale figlio dell’Ottocento industrializzato.

Ricostruzione della Parigi medievale lungo la Senna per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900

Il Borgo Medievale di Torino era stato pensato come un compendio dell’architettura civile e militare di un borgo piemontese del XV secolo. Il lavoro di progettazione e costruzione fu curato da una Commissione di esperti – sotto la supervisione dell’architetto Alfredo D’Andrade – che riuniva architetti, pittori, ingegneri, letterati. Più appassionati del Medioevo che storici in senso stretto, la loro opera è una delle tante prove del sottile confine, spesso inestricabile e sfumato, tra recupero romantico, indagine e valorizzazione di un’epoca, immaginazione e incanto, che sta in larga parte all’origine della medievistica. Una disciplina che muove i suoi passi – è bene ricordarlo – da una rivalutazione positiva – insieme erudita, romantica e nazionale – del passato medievale dopo le ubbie illuministiche. Ne è un esempio lo stesso Giacosa sopra citato: letterato e drammaturgo, dopo l’enorme esperienza accumulata nella costruzione del borgo medievale, pubblicherà nel 1897, la raccolta dei suoi studi in Castelli valdostani e canavesani.

Se da un lato allora a muovere gli ideatori del Borgo vi è senz’altro l’attesa, tipica del medievalismo romantico, ad anelare a un’epoca essenzialmente dorata, ordinata, rispettosa della dimensione umana, dall’altro lato l’attenzione filologica che investe il progetto fa di esso uno studio quasi scientifico e metodologico. Per ogni edificio o struttura – dalle case del borgo, alle mura, passando dalla rocca sino agli affreschi disseminati ovunque – è possibile rintracciare un puntuale modello piemontese o valdostano. In particolare la rocca adotta elementi dei castelli di Fénis, d’Issogne, di Verrès e di Ivrea. La chiesa, dedicata alla Vergine, riprende elementi architettonici e decorativi di edifici simili sparsi nel Canavese. L’attenzione dei costruttori è evidente anche nei più piccoli dettagli: ai lati del portale d’ingresso della chiesa sono addirittura affisse le stampelle ex voto di invalidi tornati a camminare. Straordinario, nella sala Baronale all’interno della Rocca, il Ciclo dei prodi ed eroine, che riproduce fedelmente quello del salone del castello della Manta (per ulteriori elementi descrittivi del Borgo rinvio al sito www.borgomedievaletorino.it).

L’Auld Tonn all’Esposizione di Glasgow (1911)

Gli scopi del Borgo, dichiarati dai suoi ideatori nella Guida, oltre a essere didattici, educativi, di tutela del patrimonio storico-artistico piemontese e valdostano, sono anche (o forse sopratutto?) di natura politica e ideologica. La cosa forse potrà sfuggire al visitatore trasportato dall’incanto del luogo: attraverso questa struttura “medievale” passa infatti una legittimazione del potere di casa Savoia; la glorificazione dell’antichità di una dinastia che era riuscita a imporsi, tutto sommato recentemente e senza non troppe peripezie, nella costruzione del Regno d’Italia. Come Giacosa tiene a sottolineare il gotico è lo stile che contraddistingue il Borgo. Uno stile – sottolinea sempre Giacosa – non esclusivamente francese ma anche italiano. Il gotico diventa allora un simbolo con il quale rivendicare non soltanto l’italianità delle regioni transalpine al confine con la Francia ma la stessa italianità della dinastia sabauda. Insomma, il gotico si delinea in questo caso come uno stile italiano nella misura in cui era storicamente attestato e diffuso, secondo i costruttori del Borgo, nei territori sabaudi. Ma l’italianità a cui si fa riferimento è quella della “piccola patria” sabauda – e non quella della grande nazione nel suo complesso.

La Guida illustrata del Borgo medievale di Torino

Rispetto ad altre realtà nazionali europee, in Italia la riscoperta del Medioevo non si tradusse infatti nell’adozione di un preciso stile nazionale: neanche il romanico – inteso come un prodotto nazionale, italico, dell’età dei liberi Comuni in lotta contro l’Impero e perciò adatto a esprimere il legame tra Comuni e Italia risorgimentale, tra religiosità medievale e cattolicesimo romantico – riuscì ad imporsi. Al contrario, fu lo stile neoclassico prima e razionalista poi – richiamo al mito romano – quello scelto dalle élites politiche per rappresentare il neonato Regno d’Italia. Gli stili medievali proseguirono, al contrario, nel delineare l’identità delle realtà municipali e regionali, ovvero di quelle che Stefano Cavazza ha definito “piccole patrie”. In questo senso, emblematico, è l’Altare della Patria a Roma, dove allo stile neoclassico è affidato il compito di rappresentare nella sua totalità l’ideale nazionale (la Patria è raffigurata come un enorme guerriero in una classica panoplia) mentre le personificazioni delle più importanti città della penisola sfoggiano abiti o armature medievali (come nel caso della cavalleresca città di Torino).

Questo utilizzo politico dell’architettura per affermare un potere che trova legittimazione in un mitico passato medievale vede corrispettivi ad esempio anche nella stessa Germania dell’epoca. Penso al castello di Haut-Kœnigsbourg, in Alsazia, la cui ricostruzione per volere dell’Imperatore Guglielmo II, sottese all’idea di legittimare il kaiser come erede al trono dell’Impero – attraverso un nesso che, senza soluzione di continuità, univa gli Hohenstaufen (fondatori originari del castello), gli Asburgo (i successivi proprietari) e la sua casata, gli Hohenzollern – e rafforzava storicamente il legame tra la Germania e l’Alsazia, acquisita dopo la guerra franco-prussiana del 1870-1871. Si collegava così non soltanto idealmente ma anche fisicamente il primo medievale Reich, a un secondo, moderno e prussiano. Si tratta solo di un piccolo esempio parte di un più vasto programma di studio e ricostruzioni castellane – ennesima prova del nesso medievista-politiche nazionali – che giungerà sino alla Germania del terzo Reich a sostegno di un pan-germanesimo europeo: ogni castello, la cui costruzione attestava storicamente l’origine teutonica, costituiva una giustificazione al possesso di quell’area. Una sorta di Risiko. Però molto più serio. In questo senso D’Andrade stesso, che sarà impegnato nella riqualifica e nel restauro di molti altri castelli piemontesi e valdostani legati alla dinastia sabauda, potrebbe essere in piccolo ciò che Bodo Ebhardt, il più famoso e influente studioso di castelli tedeschi della prima metà del XX secolo, ha rappresentato per la Germania.

Alfredo D’Andrade (a destra) con i fondatori del Borgo

Ma torniamo in Italia. Il medievalismo di casa Savoia, l’evocazione delle medievali glorie dinastiche, risalivano – come analizza Renato Bordone, in quello che è un libro imprescindibile per lo studio dei medievalismi, Lo Specchio di Shalott – ai tempi di Carlo Felice e del figlio Carlo Alberto: il primo promotore della riedificazione in stile neogotico dell’abbazia di Altacomba in Savoia, che con il restauro dei sepolcri dei signori di casa Savoia, si profilava come un monumento dinastico; mentre il secondo protagonista indiscusso della precisa medievalizzazione e celebrazione in chiave eroico-cavalleresca della dinastia sabauda. Al lui si devono gli interventi architettonici che riconfigurarono come neomedievali le residenze reali di Rocconigi e Pollenzo; la fondazione dell’Armeria Reale; la promozione di spettacolari tornei e giostre; il sostegno a studi storici in funzione politica e dinastica; il culto per la figura del Conte Verde, Amedeo VI. Si tratta di tendenze attualizzanti che giungeranno fino agli anni della costruzione del Borgo e oltre.

È evidente infatti negli intenti della Commissione la volontà di instaurare legami tra passato e presente con la decisione di inserire a prefazione della Guida un verbale di una visita di Amedeo IX di Savoia in cui riceve le chiavi della città di Friburgo nel 1469, sì da ricalcare la consegna delle chiavi del Borgo in occasione della visita di Umberto I quattrocentoquindici anni dopo. Anche la raffigurazione nella sala da pranzo della Rocca di re Arduino d’Ivrea, il mitico re d’Italia, considerato nel Risorgimento un precursore dell’Unità d’Italia e della stessa casa sabauda, costituisce, a mio avviso, un dettaglio che tradisce il messaggio nazional-dinastico del Borgo.

Vista dal Po del Borgo medievale di Torino

Il Borgo, che doveva essere smantellato al termine dell’Esposizione Generale, dopo il suo enorme successo venne acquistato dalla città di Torino che lo trasformò in un museo. Fino agli anni Trenta del XX secolo la fortuna e la vivacità del Borgo fu notevole: nelle botteghe, gli artigiani, abbigliati secondo la moda quattrocentesca, continuavano a tramandare tecniche di lavorazione dei materiali (legno, metalli, ceramica, carta); le osterie all’interno delle mura accoglievano e ristoravano i visitatori; furono effettuati lavori di rinnovamento. Nell’ambiente culturale torinese gli intenti originari della costruzione del Borgo apparivano ancora vivi e attuali. Una volta venuto meno il contesto storico e la temperie culturale che aveva visto la sua nascita, il Borgo apparve come un relitto vetusto, una vestigia incompresa. Un “falso”. Si pensò addirittura di abbatterlo dopo i bombardamenti che danneggiarono parte della rocca e della casa di Ozegna.

Oggi il Borgo ospita circa 145.000 visitatori ogni anno e costituisce un importante complesso museale che ospita manifestazioni ed eventi culturali.

Davide Iacono

 

“IL MEDIOEVO FRA NOI” | 7-9 GIUGNO 2018 | URBINO E GRADARA

Perché siamo incantati dal Medioevo?

Quali sono i rapporti tra quel millennio lontano e le sue reinterpretazioni nel mondo di oggi?

Nelle affascinanti cornici di Urbino e Gradara, al convegno Il Medioevo fra noi dal 7 al 9 giugno 2018 studiosi e pubblico dialogano tra loro nel segno e nel sogno del Medioevo.

Qui per il programma: Il Medioevo fra noi – V edizione – 7-9 giugno 2018

Read More

Il Medioevo secondo Walt Disney

Mago Merlino ne “La spada nella roccia” (The Sword in the Stone, 1963, Walt Disney productions)

Storie di folletti, draghi e maghi blu, animali parlanti, canzoni e balletti, oggetti animati, buoni sentimenti, eroine indifese, principi azzurri, antagonisti cattivi ma non troppo e lieto fine assicurato.

È un Medioevo magico e colorato, quello che ci ha trasmesso Walt Disney, e dal quale l’immaginario contemporaneo non può prescindere: da Biancaneve a Robin Hood, dal Gobbo di Notre Dame a Re Artù, la più grande fabbrica di sogni del XX secolo (oggi titolare anche delle Guerre Stellari di George Lucas e dei supereroi della Marvel) imponendo la versione “definitiva” di grandi classici della letteratura ha definito anche i caratteri di un’intera epoca; certo decisamente meno oscura e sporca di quella immaginata al di fuori dei suoi film; e senza dubbio anche poco filologica: basti pensare al Castello della Bella addormentata, divenuto il simbolo stesso della Disney Productions: riprodotto a grandezza naturale a Disneyland, è ispirato al Castello di Neuschwanstein, in Germania; che, però, non è affatto medievale: è stato costruito infatti alla fine del XIX secolo.

Ma c’è poco da stupirsi, verrebbe da dire con un pizzico di snobismo: cosa ne sanno, gli americani del Medioevo, loro che non l’hanno mai conosciuto?

Eppure si deve proprio al padre del cinema di animazione e all’impero da lui fondato buona parte della riscoperta che il mondo del cinema ha fatto dell’Età di Mezzo. Un interesse che accompagna tutta la vita del geniale imprenditore di origini francesi, e che comincia proprio all’inizio della sua carriera: il primo cortometraggio in assoluto diretto e prodotto da Walt Disney è infatti, nel 1922, Cappuccetto Rosso: un film di 6 minuti incentrato sulla spericolata bambina impegnata ad attraversare il bosco per portare le ciambelle alla nonna. Per decenni ritenuto perduto, il corto vede il giovanissimo disegnatore – allora ventenne – alle prese con l’antichissima fiaba nata in Francia nel XIV secolo e le cui versioni più celebri sono quelle di Perrault (del 1697) e dei Fratelli Grimm (1857).

Little Red Riding Hood (1922) è il primo cortometraggio della Laugh-O-Grams Films, prima società d’animazione di Walt Disney nata nel suo garage di casa, e primo in assoluto dell’intera produzione disneyana. Fu girato e animato da Walt in persona assieme ad Ub Iwerks, con il semplice ausilio di una cinepresa usata.

Laggiù nel Medioevo (Ye Olden Days) è un film del 1933 diretto da Burt Gillett. È un cortometraggio animato della serie Mickey Mouse, prodotto dalla Walt Disney Productions e uscito negli Stati Uniti l’8 aprile 1933, distribuito dalla United Artists. Il film, un musical ambientato nell’Europa medievale, è conosciuto anche con il titolo Topolino menestrello. Per l’unica volta Pippo fa qui la parte dell’antagonista

Lo stesso anno Disney si cimenta per la prima volta con Jack e la pianta di fagioli, dove un ragazzino si arrampica su un fagiolo magico cresciuto a dismisura fino a bucare le nuvole, e sulla cui cima c’è il castello di un gigante. Apparsa per la prima volta nel 1807, la fiaba nasce nel Settecento ma alla fine del XIX secolo viene “spostata” di epoca perché gli scrittori romantici ritengono il Medioevo più adatto all’immaginario fiabesco.

Quando il giovane disegnatore la racconta per la prima volta al cinema mancano ancora 6 anni alla nascita di Topolino, ma un quarto di secolo dopo – nel 1947 – la rispolvera per farla interpretare questa volta proprio alla sua creatura più celebre, all’interno del lungometraggio collettivo Bongo e i tre avventurieri.

Nel 1933 – appena cinque anni dopo la sua nascita – Topolino è protagonista di un cortometraggio che rappresenta un vero e proprio omaggio all’Età di mezzo: Ya Olden Days (in italiano Laggiù nel Medioevo, conosciuto anche come Topolino menestrello) con Pippo per la prima e ultima volta nel ruolo dell’antagonista: la trama vede un re organizzare per la figlia (Minni) il matrimonio con un principe in visita (Pippo). Quando Minni rifiuta, il re la rinchiude in una torre con la sua dama di compagnia Clarabella. Topolino appare come un menestrello itinerante e salva Minni dalla torre, ma il re li scopre prima che possano fuggire e condanna a morte l’eroe, mediante un’anacronistica ghigliottina. Proprio mentre Topolino sta per essere ucciso però, Minni confessa il suo amore per il menestrello; a quel punto il re ordina un duello tra Pippo e Topolino, che riesce a uscirne vincitore sposando Minni.

Knight for a Day (1946) racconta una storia di riscatto: Pippo, nei panni del timido scudiero Cedric si ritroverà per sbaglio a combattere in un torneo con l’armatura del suo signore, riuscendo ad avere la meglio sul classico cavaliere nero delle fiabe

Pippo avrà la sua rivalsa nel 1946 con il corto Knight for a Day: nato come parodia delle telecronache sportive, racconta la storia di riscatto di un timido scudiero che si ritrova per errore a combattere in un torneo con l’armatura del suo signore, riuscendo ad avere la meglio sul classico cavaliere nero delle fiabe. Nel mezzo ci sono ovviamente un gran numero di gag, buffi anacronismi e uno humor graffiante e nonsense.

Al 1937 risale invece il primo lungometraggio di animazione prodotto da Walt Disney, che segna uno spartiacque nella storia del cinema: Biancaneve e i sette nani. Resa celebre dai fratelli Grimm, che l’hanno pubblicata in sette versioni diverse dal 1812 al 1857, l’avventura della principessa prima ripudiata e poi avvelenata dalla matrigna con la famigerata mela è ambientata, in realtà, anch’essa nel Settecento, anche se il castello di Grimilde offre suggestioni medievaleggianti.

Tre anni dopo esce quello che viene considerato il capolavoro assoluto di Walt Disney: Fantasia, in cui è inserito il cortometraggio Topolino apprendista stregone. Ispirato al poema sinfonico composto nel 1897 da Paul Dukas, tratto – a sua volta – dalla ballata scritta da Goethe nel 1797, la storia dell’apprendista alle prese con un incantesimo (una scopa che fa le pulizie da sola) che finisce per sfuggirgli di mano, è diventata proverbiale fino a trasformarsi in un modo di dire, anche grazie al ruolo rivestito dallo stesso film che – come per molti altri casi – ha trasformato in cultura “pop” un archetipo letterario che risale addirittura al retore greco Luciano di Samosata.

Fantasia è un film d’animazione del 1940 diretto da registi vari, prodotto da Walt Disney e distribuito dalla Walt Disney Productions. Con la direzione di storia di Joe Grant e Dick Huemer, e la supervisione di produzione di Ben Sharpsteen, è il terzo Classico Disney. Il film è composto da otto segmenti animati impostati su pezzi di musica classica diretti da Leopold Stokowski, sette dei quali sono eseguiti dall’Orchestra di Filadelfia. Il critico musicale e compositore Deems Taylor agisce come “maestro di cerimonie”, introducendo ogni segmento in scene live action interstiziali

Se altri grandi classici come Cenerentola, pur raccontando storie antichissime hanno un’ambientazione dichiaratamente ottocentesca, con La Bella addormentata nel bosco del 1959 la Disney torna nel Medioevo per raccontare la storia (la cui prima traccia risale al 1340: Perceforest che la colloca, però, all’epoca dei greci e dei troiani) della principessa vittima di una maledizione che la fa cadere in uno stato di morte dopo essersi punta con un fuso, per essere risvegliata – dopo 100 anni – dal bacio di un principe.

Ma è con La spada nella roccia (uscito nel 1963) che Walt Disney si cimenta con il più grande classico della letteratura medievale: il ciclo bretone. Ambientato nell’Inghilterra celtica, il film è tratto in realta dal romanzo omonimo scritto da T.H. White nel 1938 come primo capitolo di una tetralogia dedicata a re Artù. Qui il giovanissimo Artù – un ragazzino soprannominato Semola – è alle prese con gli insegnamenti di mago Merlino e con Excalibur, la spada magica che, una volta estratta dalla roccia, lo trasformerà nel Re d’Inghilterra e nel capo dei Cavalieri della tavola rotonda. La spada nella roccia è anche l’ultimo film di animazione supervisionato dallo stesso Walt Disney, che muore tre anni dopo, nel 1966.

Robin Hood è un film del 1973 diretto da Wolfgang Reitherman. È un film d’animazione prodotto dalla Walt Disney Productions e distribuito negli Stati Uniti l’8 novembre 1973. È il 21º Classico Disney ed è basato sulla leggenda di Robin Hood, utilizzando però animali antropomorfi al posto delle persone. È il primo Classico Disney la cui produzione sia cominciata dopo la morte di Walt Disney e in cui quest’ultimo non sia stato coinvolto in alcun modo

Proprio nel periodo in cui compaiono i primi romanzi del ciclo bretone – e cioè tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo – sarebbe vissuto, secondo le ricostruzioni storiche, il personaggio che ha dato origine alla leggenda di Robin Hood, la cui figura è stata contaminata in seguito con quella di una divinità della foresta che aveva le sembianze di una volpe. Ed è proprio Robin Hood sotto forma di volpe a segnare il ritorno del Medioevo nei classici Disney, con il primo film di animazione realizzato dopo la scomparsa di Walt, nel 1973.

Ci vorranno però più di vent’anni, prima che la Disney torni ad occuparsi dell’epoca d’oro della fiaba con un altro grande classico della letteratura: Il gobbo di Notre Dame, tratto da Notre Dame de Paris di Victor Hugo. Ambientato nel 1482 nella più celebre cattedrale gotica al mondo, il film vede come protagonista Quasimodo, campanaro deforme (è gobbo, zoppo e guercio) considerato un demone dalla popolazione di Parigi e confinato a vivere all’interno della cattedrale.

Al 1998 risale invece l’ultimo film di animazione della Disney di ambientazione medievale: Mulan, la cui storia si svolge nel VI secolo in Cina. Anche in questo caso la protagonista è una principessa, anche se l’immaginario è senza dubbio diverso dal classico Medioevo fiabesco di matrice europea.

Rapunzel – L’intreccio della torre (Tangled) è un film del 2010 diretto da Nathan Greno e Byron Howard. E’ un lungometraggio d’animazione in CGI prodotto dai Walt Disney Animation Studios che è 50º classico Disney. La pellicola si basa sulla fiaba tedesca Raperonzolo scritta dai Fratelli Grimm

Successivamente arrivano altre fiabe medievali ma non si può più parlare, tecnicamente, di cartone animato: Rapunzel, del 2010 – anch’esso tratto dai fratelli Grimm – è la storia di un’altra principessa chiusa nella torre (archetipo presente in molti altri libri, tra cui il seicentesco Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, da cui Matteo Garrone ha tratto il film Il racconto dei racconti) che traghetta la Disney dal cinema di animazione a quello realizzato interamente in Cgi, cioè al computer. Genere a cui appartiene anche Frozen – il regno di ghiaccio uscito nel 2012 e tratto da La regina delle nevi di Hans Christian Andersen: ennesima variazione sul tema di principesse e maledizioni (anche se è il primo ad avere due sorelle come protagoniste) e che, come tutte le opere targate Disney, sostituisce ad atmosfere dark, dettagli sanguinolenti e finali tragici luci colorate, buoni sentimenti e l’immancabile lieto fine divenuto – in quasi in un secolo di cinema – un vero marchio di fabbrica.

Ancora un film realizzato interamente in digitale è Ribelle – The Brave, prodotto nel 2013 dalla Pixar (società controllata dalla Disney) ambientato nella Scozia del V secolo, con il castello di DunBroch che ricostruisce quello di Dunnottar, nei pressi di Stonehaven, proprio in Scozia, edificato però nel XII secolo.

Proprio l’iconografia dei film Disney merita una menzione a parte: a prescindere dall’epoca e dal contesto in cui sono ambientati i film, infatti, i disegnatori ingaggiati dallo studio si sono spesso lasciati ispirare da luoghi reali: oltre agli esempi già citati, vanno ricordati il palazzo del sultano di Aladdin che cita apertamente il Taj Mahal, mausoleo islamico fatto costruire nel 1632 ad Agra, in India, dall’imperatore Shah Jahan per la moglie preferita Mumtaz Mahal; il castello del principe Eric di La Sirenetta, riprende invece le sembianze dell’abbazia altomedievale di Monte Saint-Michel, in Normandia, ispiratrice anche del palazzo reale di Rapunzel, mentre il castello della regina di Biancaneve riprende l’Alcázar di Segovia, in Spagna: una fortezza costruita tra l’XI e il XII secolo, durante la dominazione araba. Il villaggio di Belle in La bella e la bestia, infine, non è invece nient’altro che Riquewihr, in Francia. Nonostante il modello reale, però, per girare la versione dal vivo del film – uscita nel 2017 – la città è stata interamente ricostruita in studio. Perché il Medioevo della Disney è sempre mille volte più colorato della realtà. Ma anche questo fa parte della sua magia.

Arnaldo Casali

Read More

Il Carlo Martello di Villaggio e De André

L’amicizia tra Fabrizio De André (1940-1999) e Paolo Villaggio (1932-2017), entrambi genovesi, fu lunghissima. Villaggio la ricorda così: “ho frequentato Fabrizio da quando aveva quattro anni e l’ho perso di vista quando è morto.”

“Che bello questo motivo” dice Paolo Villaggio. “Sembra una musica trovadorica”. Fabrizio lo guarda. “Tu che sei un patito di storia medievale, aiutami a scrivere le parole”.

Carlo Martello ritorna dalla Battaglia di Poitiers nacque così, in una sera d’inverno del 1962. Ma gli antefatti del ritratto più dissacrante del maior domus dei regni merovingi, che secondo molti storici cambiò le sorti d’Europa con la vittoria a Poitiers del 732, resteranno per sempre avvolti nella nebbia goliardica e romantica dei ricordi delle disavventure di due amici.

La versione del topo Secondo la colorita cronaca firmata da Villaggio nel libro La vera storia di Carlo Martello (Dalai Editore, 2011), ecco come andarono le cose: “Era venerdì 14 dicembre 1962, io e Fabrizio stavamo perdendo tempo a casa di un certo Repetto, un paralitico molto simpatico che trascinava la propria vita su una sedia di paglia rubata da uno sconosciuto benefattore nella chiesa di Sant’Antonio, a Boccadasse. Abitava, Repetto, in un antro al pianoterra di un caseggiato fatiscente in cui aleggiava un violentissimo odore di minestra di verza, con una portafinestra che dava su un minuscolo cortile dove si celava un’insidia micidiale: un nano di gesso che con l’oscurità diventava invisibile. Tutte le notti si radunavano da lui branchi di fannulloni squattrinati che regolarmente si dimenticavano del nano; le conseguenze abituali erano dolorosissime ginocchiate su un maledetto cordolo di cemento coperto di muschio e leggere escoriazioni ai gomiti, ma per la gioia degli astanti c’erano anche state due fratture di zigomi, quattro di tibie e un femore della signora Gandolfi, una vedova di settantasei anni che non apparteneva alla compagnia, ma si era spinta fin lì per chiedere un consiglio”.

La vera storia di Carlo Martello (Paolo Villaggio, Dalai Editore, 2011). In copertina, un disegno di Dario Fo

E continua: “Segue ingresso improvviso di un gatto, che sotto lo sguardo della compagnia rigurgita un topo morto. De André, al solito imbenzinato, si offre per scommessa di mangiarsi il ratto in cambio di ventimila lire. Il paralitico mette i soldi sul piatto, e Fabrizio – fatto un respirone – addenta il sorcio. Poi gli viene fame, e trascina tutti a una locanda dove ordina «doppia porzione di fagiolane con le cotiche”, che divora in sei minuti. Dopo, iniziano i problemi. Getti di vomito immani, il conto, la fuga in taxi: “Fabrizio si tappa la bocca, gli esce il vomito dal naso. Si tappa il naso, dalle orecchie gli esce uno spruzzo giallo. Saliamo sulla vettura, ma dopo cinquecento metri Fabrizio vomita sulla nuca dell’autista, un vecchio di circa ottant’anni, che inchioda, afferra un coltello da cucina e si volta guardandoci con gli occhi di un rinoceronte inferocito. “Stronzi maledetti! Io vi faccio a pezzi!”, urla. Spalanchiamo le portiere e scappiamo”. Al rientro, “Fabrizio è pallidissimo: “Passatemi la chitarra”, dice, “suonicchio un po’, così mi passa…”. Tocca le corde, plin plin…”.

La variante dei gemelli In questa declinazione meno cruenta, rilasciata al giornalista Andrea Monda per RaiLibro, Villaggio premette: “La scelta dell’ambientazione medioevale fu tutta farina del mio sacco; Fabrizio ci mise solo la musica. Cioè, avvenne il contrario: lui aveva già la musica e io ci misi le parole”. E poi si addentra nei ricordi: “Era una giornata di pioggia del novembre del 1962. Io e Fabrizio, a Genova a casa mia in via Bovio, eravamo tutti e due in attesa del parto delle nostre signore, che poi partorirono lo stesso giorno, infatti Cristiano e il mio Pierfrancesco sono “gemelli”. Ebbene, forse per distrarci o per passare il tempo, Fabrizio con la chitarra mi fece ascoltare una melodia, una specie di inno da corno inglese e io, che sono di una cultura immensa, cioè in realtà sono maniaco di Storia, ho pensato subito di scrivere le parole ispirandomi a Carlo Martello re dei Franchi che torna dalla battaglia di Poitiers, un episodio dell’ottavo secolo d.C. tra i più importanti della storia europea visto che quella battaglia servì a fermare l’avanzata, fino ad allora inarrestabile, dell’Islam. Senza Carlo Martello sarebbe stata diversa la storia dell’Europa. Comunque mi piaceva quella vicenda e la volli raccontare, ovviamente parodiandola. In una settimana scrissi le parole di questa presa in giro del povero Carlo Martello”.

Il 45 giri del 1963 (Karim, KN 177) in cui uscirono i brani del duo de André – Villaggio. La casa discografica li pubblicò con tre diverse copertine (la prima è numerata KN 103)

La cronaca Andò come andò, Carlo Martello da salvatore dell’Europa si trasformò in un miserabile campione di umanità, posseduto da pressanti necessità carnali e facile a sfoghi iracondi e ignobili dietrofront, dettati da una esecrabile vena di spilorceria. La canzone, uscita nel 1963 in un 45 giri insieme a Il fannullone (l’unico altro brano del duo De André – Villaggio), passò quasi inosservata. De André non aveva ancora inciso La canzone di Marinella e non era famoso, e Villaggio avrebbe debuttato in RAI, facendosi conoscere dal grande pubblico, solo nel 1968.

Qualcuno però notò la strana filastrocca che sbeffeggiava il potente “re” dei Franchi, e Villaggio racconta: “Fu un pretore, mi pare di Catania, che ci querelò perché la considerava immorale soprattutto per quel verso: “È mai possibile, o porco di un cane, che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi p….”. E pensare che noi eravamo già stati censurati e avevamo dovuto trasformare il verso finale che in originale suonava: “Frustando il cavallo come un mulo, quella gran faccia da c…” con: “Frustando il cavallo come un ciuco, tra il glicine e il sambuco…”. Ma a parte questo pretore nessuno notò la nostra canzone, che fu riscoperta quando Fabrizio divenne famoso dopo Marinella”.

Pochi anni dopo, la casa discografica che aveva pubblicato il 45 giri fallì improvvisamente. Si chiamava Karim ed era di proprietà di alcuni soci, tra i quali figurava il padre di De André, dirigente d’azienda con molti interessi nei più svariati settori. Nel periodo immediatamente precedente al fallimento, Fabrizio fece causa alla Karim con l’accusa di non avere corrisposto una parte dei diritti d’autore dovuti. L’accusa fu prodotta, e vinta, dal fratello di Fabrizio, l’avvocato Mauro De André. Ma la Karim non risarcì la cifra stabilita (40 milioni di lire) e chiuse i battenti di lì a poco.

Un’altra cover per la canzone dedicata a Carlo Martello, questa volta pubblicata dalla Bluebell Records

Le licenze poetiche Nel corso degli anni, i critici hanno contestato agli autori il titolo attribuito a Carlo Martello, che nella canzone viene chiamato re, sire, sua maestà e sovrano. In realtà fu Maggiordomo di Palazzo (maior domus) dei regni merovingi di Austrasia (dal 716), di Burgundia (dal 717) e di Neustria (dal 719). Ma in seguito alla morte del re Teodorico IV, avvenuta cinque anni dopo la battaglia di Poitiers, di fatto Carlo Martello esercitò il potere regale (dal 737 al 741), pur non avendone il titolo. L’azione della lirica, inoltre, si svolge in una calda primavera, mentre la battaglia avvenne nel mese di ottobre. La cintura di castità poi è un grossolano falso storico. Datarla al tempo di Carlo Martello, in ogni caso, è un anacronismo: il primo documento in cui viene nominato l’improbabile strumento di tortura, il Bellifortis di Konrad Kyeser, dedicato alla tecnologia militare, è infatti datato 1405: circa 600 anni dopo il periodo storico in cui visse il Maggiordomo di Palazzo dei regni merovingi. Come è noto, le uniche cinture di castità conosciute apparvero in alcuni musei europei solo intorno al 1840. Gli analisti più scrupolosi del testo scritto da Paolo Villaggio citano come spropositato anche il prezzo che la prostituta chiede a Carlo Martello (5.000 lire). Forse si tratta solo di particolari, licenze poetiche che nel contesto in cui si trovano assumono il significato voluto.

Una immagine medievale dei trovatori, i poeti lirici occitani che utilizzavano la Lingua d’Oc per le loro composizioni

Il Medioevo di De André La canzone dedicata a Carlo Martello non è l’unica incursione medievale, o meglio medievalista, della produzione artistica di De André. Se è vero che Villaggio amò molto la Storia, Faber si avvicinò spesso ai temi trattati dalle liriche dell’Età di Mezzo, soprattutto nelle sue produzioni giovanili. Al tema della passione, che può avere in Al cor gentil rempaira sempre amore di Guido Guinizzelli (1235-1276) una delle più note espressioni poetiche medievali, De André si accosta con La Canzone di Marinella e La canzone dell’amor perduto. Il binomio amore e morte, affrontato spesso nei testi poetici e nelle melodie trobadoriche, come nella canzone Tan mou de cortesa razo dell’occitano Folchetto da Marsiglia (1155 circa – 1231), riecheggia in pezzi come la Ballata dell’amore cieco, mentre gli ideali e i valori che muovono l’uomo verso grandi imprese (In morte del nobile Blacatz di Sordello da Goito, 1200-1269) sono presenti in Si chiamava Gesù. La Chanson de geste e la Chanson de Roland hanno i loro paralleli in Il re fa rullare i tamburi e Fila la lana, dove affiorano i temi dell’eroe e della battaglia, mentre il bistrattato Carlo Martello trova i suoi alter ego nei personaggi descritti nel Roman De Renart, raccolta di racconti in lingua francese dei secoli XII e XIII e nei successivi lavori del Boiardo, di Pulci e del Folengo, pregni di ricca ironia nei confronti del tono epico. A Villon (1431-1463), poeta pitocco, senza eredità, che con il suo Testamento fa elogio a chi muore e scherno a chi resta, sembra ispirarsi il celebre omologo componimento di De André del 1968. E svariati sono i punti di contatto tra la poetica di Villon e quella del cantautore genovese: entrambi cantano i disadattati, i marginali, i condannati e prendono le parti degli uomini colti dalla debolezza della propria condizione sociale. E naturalmente tra le muse di De André c’è Cecco Angiolieri (1260 –1313), scrittore maledetto che amava farsi gioco di tutto e tutti, persino chi gli aveva dato la vita, come in S’io fossi foco, lirica musicata e cantata proprio da Faber nel 1968.

Georges Brassens (1921 – 1981), uno dei più grandi maestri della canzone d’autore internazionale. Fabrizio De André lo considerava un maestro. Alcune delle sue canzoni sono adattamenti da composizioni di Brassens

Secondo lo storico Tommaso di Carpegna Falconieri, quello di Faber è un Medioevo “anarchico e di sinistra”. “Brassens e De André cantano nuovamente i versi fulminanti de La ballata degli impiccati di François Villon; De André grida con Cecco Angiolieri S’i fossi foco (1968) e insieme a Brassens si immedesima in quei poeti maledetti di un Medioevo di passioni forti, di sentimenti vivi, di delinquenti pieni di cuore”.

In una intervista di Berto Giorgeri (su ABC del 1967), alla domanda se sia soddisfatto di vivere in questo periodo De André spiega: “Sembrerà un luogo comune rispondere di no, ma rispecchia esattamente la mia convinzione. Il periodo che mi affascina veramente è il Medioevo. Potendo conservare alcune conquiste sociali fatte nel corso dei secoli successivi, vedrei molto volentieri una società moderna ambientata nel Medioevo”.

Sembra quasi che per De André il Medioevo sia stato un luogo dell’anima. Forse ispirato da istantanee come quella evocata dai versi di Verlaine: “È verso il Medioevo enorme e delicato/ che il mio cuore guasto dovrebbe navigare/ lontano dai nostri giorni di spirito carnale e di carne triste”.

Daniela Querci

Read More

Il medievalismo vittoriano: un sogno d’ordine

Jane Burden, moglie di William Morris, posò nel quadro La Belle Iseult dipinto dal marito nel 1858

In Inghilterra il revival medievale e cavalleresco, che ebbe la sua gestazione tra le pagine scritte di protoromantici e romantici, cominciò, a partire dall’ascesa della regina Vittoria (1837), a tracimare anche nello spazio sociale.

Da quel momento in poi si iniziò a guardare al Medioevo con nuovi occhi. Per sostanziarsi di antichità e rilanciare la propria immagine, la nuova dinastia, d’origine tedesca, attinse a un immaginario e una retorica che riconducevano all’Inghilterra medievale.

Il presente era collegato a un mitico passato medievale, in cui erano esasperati gli ideali cavallereschi e la continuità dinastica degli Hannover – la casa reale della regina Vittoria – con i Plantageneti che grande avevano reso il regno nei secoli di mezzo.

È il Return to Camelot per citare il bello e fondamentale libro – per quanti vogliano approfondire il medievalismi e i revival cavallereschi – di Mark Girouard.

Pensiamo al famoso Torneo di Eglinton nel 1839 che, anche se ampiamente parodiato, rimase nella memoria popolare come l’incarnazione vivente del genere di cose che Walter Scott in precedenza aveva portato in vita tra le pagine dei suoi romanzi; o al Bal Costumé, la grande festa di gala “medievale” voluta dalla regina Vittoria all’indomani del matrimonio con il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha – il novello re Artù – e che per l’occasione vide la coppia reale nei i panni rispettivamente della regina Filippa e di Edoardo III (come poi furono poi immortalati in un dipinto di Sir Edwin Landseer).

La regina Vittoria e il principe Alberto al Bal Costumé (Sir Edwin Landseer, 1842)

Anche le arti figurative, in particolare la pittura, sembrano ossessionate dalle figure medievaleggianti di Artù, sir Galahad, La Belle Dame sans Merci o, più in generale, dal tema del cavaliere errante.

Entro la fine del decennio 1840 i Preraffaelliti scopriranno (o forse non è meglio dire inventeranno?) il Medioevo.

I cavalieri, ritratti da Mclise e Dyce, Rossetti & Co. spopoleranno non solo tra gli aristocratici ma anche tra una borghesia in rapida ascesa e desiderosa si affermazione, preda di un’irresistibile medieval fever.

Sempre in quella tornata di anni, il partito tory, quello dei conservatori, muovendo da un medievalismo tutto ideali cavallereschi di ascendenza “scottiana”, iniziò a cercare soluzioni nel Medioevo per far fronte a una sempre più crescente preoccupazione per la “condition of England”.

È il caso di Thomas Carlyle che in Past and Present (1843) contrappone ai mali della sua epoca l’armoniosa vita di un’abbazia, auspicando il ritorno a un eroico Medioevo in grado di contrastare l’inesorabile avanzata del mondo industriale, della borghesia, e dei disordini legati alle istanze operaie; o di Benjamin Disraeli che, col movimento della “Young England” (1842), guarda al passato dell’età di mezzo proponendo soluzioni neo-feudali alla crisi del presente.

Anche il mondo religioso e spirituale non rimase insensibile al canto delle sirene neomedievali. Negli stessi anni il Movimento di Oxford – fondato da quello che sarà poi il cardinale Newman – riproponeva atmosfere monastiche, insieme al recupero del ritualismo e del simbolismo religioso nell’ambito del revival anglo-cattolico e dell’High Church.

“La natura del gotico” nei bei caratteri neogotici della Kelmscott Press di William Morris. Si tratta di un capitolo fondamentale de “Le pietre di Venezia” di Ruskin

In letteratura Alfred Tennyson rielaborò motivi arturiani in The Lady of Shalott (1832-42) e Idylls of the King (1859-88) mentre la scoperta di importanti manoscritti, gli studi pionieristici sulla filologia e il folklore nordici, emanciparono la cultura “germanica” dalla tradizione classica che riscoprì – per citare Tommaso di Carpegna – le sue radici nel “Medioevo del Grande Nord”.

L’architettonico gothic revival, si diffondeva nelle campagne e nelle città inglesi, grazie al successo di uno stile sancito dalla ricostruzione e decorazione, ad opera degli architetti Barry e Pugin, in forme neo-gotiche, del palazzo di Westminster dopo l’incendio del 1834 – esempio monumentale, vistosissimo, della connessione fra monarchia e medievalismo.

Il gotico vincitore della “Battaglia degli Stili” come “stile nazionale”, esprimeva la superiorità morale, protestante e libera, dello spirito inglese.

Una vittoria segnata dal successo delle opere del critico d’arte John Ruskin: The Seven Lamps of Architecture (1849) e The Stones of Venice (1851).

Qui la lezione del gotico diviene ispirazione per una severa denuncia contro l’asservimento mutilante dell’operaio all’industria. Il gotico – per Ruskin stile umano, popolare, semplice, fantasioso, libero, selvaggio – rappresenta un atto d’accusa contro l’inumano degrado provocato dalla civiltà industriale e da una modernità che sembrava divorare inesorabilmente la “Marry England”.

La cattedrale medievale si profila allora come un monumento alla libertà. Modello insieme etico ed estetico, essa era espressione del lavoro collettivo degli antichi, liberi, operai e di una società cooperativa, armoniosa, più equa e giusta.

In questa nostalgica apologia di un Medioevo totalmente idealizzato – perfetta età perduta in cui bellezza e crescita umana marciavano insieme – si rintracciavano i mezzi per la costruzione di una nuova società fondata sul rispetto dell’uomo e del suo lavoro.

Un sogno che porta Ruskin addirittura a prosciugare averi e salute mentale nella creazione di una gilda, in cui san Giorgio stesso – santo patrono britannico e massimo esempio di cavalleria – venne arruolato a combattere il drago dell’industrialismo.

Ex-libris della casa editrice fondata da Ruskin che raffigura san Giorgio in lotta col drago

La St. George Guild non era che un’utopica comunità organizzata secondo una rigida, quanto artificiosa, piramide feudale, con un legame tra gli appartenenti e il capo della gilda, paragonato a quello che univa un vassallo al proprio dominus.

Gli appartenenti erano tenuti a donare un decimo dei loro beni alla comunità al momento dell’ingresso e i terreni acquistati sarebbero stati coltivati rigorosamente senza l’ausilio di macchinari. “Un monastero mondiale contro il male di questi giorni” retto, secondo le fantasticherie del suo fondatore, dall’uso delle antiche leggi anglosassoni, integrate a quelle fiorentine del Trecento.

Gli artigiani sarebbero stati divisi in arti e organizzati secondo rigidi principi gerarchici e la valuta di puro oro o argento, coniata sul modello di fiorini e ducati, avrebbe recato impresse le effigi di san Giorgio e san Michele. Sarebbe stato un luogo idilliaco, la “Merry England” risorta.

Nonostante l’esito tragicomico – nella realizzazione pratica la gilda si affossò tra mille debiti, pochi tetri acri nello Yorkshire e a qualche minuto di giardinaggio – l’impresa di Ruskin, rappresenta la traduzione più concreta del medievalismo vittoriano, e anticiperà il movimento – questo sì egemonico e di portata europea – “Arts and Crafts”.

Una tale prospettiva trovò infatti terreno fertile tra i socialisti, come il preraffaellita William Morris, che fece delle idee del conservatore Ruskin, e del suo gotico, un manifesto politico.

Con Morris, forse il preraffaellita che maggiormente lasciò il segno, il sogno romantico medievale si trasformò in una realizzabile utopia che univa diritti operai ed estetica medievale.

Vi è un’ambiguità di fondo, quasi inestricabile, nel medievalismo vittoriano.

Potrà sembrare assurdo, un po’ paradossale, ma, riflettendoci sopra, il medievalismo vittoriano risulterà antitradizionalista nella misura in cui la riproposta di un ritorno al passato – che ad un’analisi superficiale può apparire come qualcosa di reazionario – rappresenta una rottura che tende a modificare una situazione di fatto, che rifiuta principi d’autorità dati per assoluti e la cultura mainstream (come ben testimonia la vicenda preraffaellita, nient’altro che una rivolta ai rigidi stilemi dell’Accademia).

The Holy Graal (Il Sacro Graal) di Dante Gabriel Rossetti con Fanny Cornforth usata come modella

Il revival medievale vittoriano di Ruskin, Pugin, Disraeli, Newman, Rossetti, Morris non era allora un semplice vagheggiare romantico, come quello dei molti dei loro, illustri, romantici predecessori, che amavano il Medioevo come qualcosa di remoto, senza alcuna connessione con la loro vita quotidiana.

Essi consideravano la vita, la società medievale, come l’unica via realmente praticabile, esperibile, per una riforma della società.

In questo senso medievalismo e romanticismo non andarono più a coincidere quando il primo accolse la dimensione utopica di attualizzare e rivivere il passato.

Ciò è evidente ad esempio in Ruskin che accusava Walter Scott – rappresentante di quel medievalismo ancora di “carta” – di sciupare “quasi metà della sua potenza intellettuale sognando il passato con passione, ma senza scopo”, dedicando i suoi sforzi letterari a rivivere il passato “non nella realtà, ma sul palcoscenico della finzione”.

La nostalgia per il “bei tempi andati”, per l’ “età dell’oro” e per la “Merry England”, non costituiva allora una semplice fuga che incoraggiava un passivo ritiro dalla realtà politica e sociale, ma un ideale, dotato di un potere reale e attivo.

John Ruskin, Ingresso al transetto meridionale della Cattedrale di Rouen, 1854

Il medievalismo ottocentesco, complesso nelle sue origini e vario nelle sue manifestazioni, si profila quindi come soluzione ai “mali” della modernità come industrialismo ma anche utilitarismo e urbanizzazione.

Il Medioevo, in particolare il sistema feudale – veicolato principalmente attraverso il modello neocavalleresco – sembrava offrire un’immagine più armonica e stabile rispetto l’insicurezza religiosa e l’alienazione di una società industriale.

Lontano dal configurare un programma omogeneo e coerente, l’irretimento dei vittoriani per il Medioevo, diede luogo a visioni distanti e spesso contraddittorie.

Possiamo così parlare di un medievalismo di destra, autoritario, paternalistico, reazionario in Disraeli, Carlyle e Ruskin; di segno utopico e socialista in William Morris; di ispirazione cattolica in Pugin, Digby e Newman o anticattolico e filoanglicano in Charles Kingsley.

Come ben ha rilevato Alice Chandler, il sogno del Medioevo vittoriano, nelle sue diverse declinazioni e sfumature, si configura però sempre come “sogno d’ordine”, come tentativo di recuperare una dimensione armoniosa e più solidale della convivenza umana.

I secoli di mezzo diventano emblema di un ordine più alto al quale l’umanità può tornare a mirare rispetto ad un presente disorientato e in veloce trasformazione.

Alice Meredith Williams, Spirit of the Crusades (monumento ai caduti di Paisley in Scozia), 1924. Lo stesso spirito di sacrifico ed eroismo accomuna tommies e cavalieri medievali

Gli effetti di questo medievalismo – in particolare quello del revival cavalleresco con tutto il suo apparato ideologico-pedagogico (ordine, obbedienza, dovere, sacrificio, fedeltà al sovrano e alla nazione), e immaginario (cavalleria, crociata, spiritualità monastica) – si rese tristemente utile nel fornire il necessario equipaggiamento ideologico per le generazioni mandate all’avventura coloniale prima e all’enorme massacro della Grande Guerra poi.

Fu proprio la Prima Guerra Mondiale la tomba del medievalismo dell’età vittoriana ed edoardiana.

È nei fangosi campi di battaglia dell’Europa, quelli di Verdun e della Somme, tra le ultime, disperate, cariche di cavalleria – contro poco cortesi nidi di trincee e carri armati che si consumò il naufragio del sogno medievale vittoriano.

La rocca nascosta nel lungo racconto La Caduta di Gondolin di Tolkien

Dopo l’esperienza dei brutali combattimenti in trincea, il medievalismo britannico gradualmente abbandonò il mondo reale – finendo di idealizzare la società britannica come una nuova Camelot – per rifugiarsi nel regno della fantasia.

È il 1917 quando un giovane accademico oxoniense, J. R. R. Tolkien, dopo aver sperimentato l’orrore la battaglia della Somme, scrive La Caduta di Gondolin, il primo racconto completo ambientato nella Terra di Mezzo: l’allucinata epopea di una città di una civiltà superiore schiantata da un esercito da incubo e difesa, disperatamente, da forze elfiche.

Il ventiquattrenne studioso di filologia, troverà rifugio nella scrittura e, esorcizzando i suoi traumi, evocherà un mondo neomedievale: la Terra di Mezzo.

Davide Iacono

Read More

  • Consenso al trattamento dati
error: Tutti i contenuti di questo sito web sono protetti.