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Category Archives: Luoghi

Ripoll, il portale delle meraviglie

Il sindaco di Ripoll, un comune di meno di 11mila abitanti in provincia di Girona, ha chiesto all’Unesco che il meraviglioso portale romanico del Monestir di Santa Maria venga riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità.

L’imponente accesso alla chiesa benedettina è una immensa pagina d’arte scolpita, un libro di pietra che somiglia a un arco di trionfo. Le figure mitologiche e i segni zodiacali sono intagliati con sorprendente maestria. E raccontano i passaggi più importanti della Bibbia: Dio in maestà, Vegliardi dell’Apocalisse e scene dell’Antico Testamento. Mostri favolosi e profeti. Ma anche la vita dei santi Pietro e Paolo, insieme ai segni zodiacali, ai mesi e ai mestieri del mondo medievale. Una vasta composizione che lascia spazio a stili diversi e comunque affascinanti.

Il complesso risale all’anno 888 e fu edificato da Goffredo il Peloso, conte di Barcellona, considerato dagli storici del XIX secolo come il primo artefice della indipendenza catalana. Era un nobile dell’impero carolingio. Approfittò del collasso del potere reale per creare un suo stato potere personale, la “Catalunya Vella”, che poi riuscì a trasmettere ai figli. Combatté sia contro i Franchi che contro i musulmani.

Il drammaturgo e poeta Serafí Pitarra, autore di un centinaio di commedie, scrisse nella seconda metà dell’Ottocento:”Figli di Goffredo il Villoso, questo vuol dire Catalani”. Fu infatti proprio Goffredo a creare la bandiera a quattro barre, quando ferito a morte dai Mori, passò quattro dita insanguinate sul suo scudo dorato. La sua tomba fu trovata nella “galleria orientale” del chiostro, insieme ai resti di altri nobili e degli abati che governarono il luogo di culto.

Il monastero benedettino nel Medioevo fu un importante centro di cultura, un secolo e mezzo prima della Scuola di Toledo. Famoso per la scuola di musica, di poesia e di scienza. E per lo scriptorium che irradiò sapere in tutta la “Marca Hispanica” e fu anche la culla della storiografia ufficiale catalana con i “Gesta Comitum Barcinonensium”.

L’antica biblioteca era tra le più fornite di Spagna e d’Europa. Molti di quei libri preziosi ora sono conservati a Barcellona, nell’archivio della corona d’Aragona, uno dei cinque archivi di Stato centrali della Spagna. La splendida bibbia originale di Ripoll è invece nella Biblioteca Vaticana.

Santa Maria continuò ad essere il principale centro religioso della Catalogna fino al XV secolo. Poi iniziò un lento declino, che si accentuò quando la Catalogna e l’Aragona si unirono. E soprattutto quando il monastero perse il controllo di Montserrat (1431), il santuario nel quale sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, nel marzo del 1522, dopo una febbrile notte di preghiere, si convertì e depose i suoi abiti di cavaliere.

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Le piramidi di corallo

Tombe reali costruite con fossili di corallo, in Micronesia, in una remota isola del Pacifico chiamata Kosrae. Nuovi studi degli archeologi del Western Australian Museum, pubblicati su Science Advances, dopo i risultati delle analisi al carbonio hanno spostato la loro costruzione alla metà del Trecento, tre secoli prima della precedente datazione.

Le sepolture medievali sono nascoste all’interno di un’antichissima città chiamata Leluh, ora disabitata e rimasta sconosciuta fino all’Ottocento, quando i primi cacciatori di balene arrivarono sull’isola insieme a commercianti, pirati e missionari.

Le piramidi, note nella lingua locale come anche Saru, sono alte appena 2 metri. A differenza di strutture simili presenti in vari continenti, sigillate e complete di punta, le tombe di Leluh sono tronche nella parte superiore e quindi la cripta centrale è accessibile dall’alto.

Zoe Richards, l’archeologa curatrice dello studio (nella foto) ha spiegato che le tombe sono uno dei pochi monumenti ancora intatti dello straordinario sito archeologico: “”Poiché il corallo è un organismo vivente siamo riusciti a determinare l’età dei fossili di corallo che abbiamo trovato. Le piramidi risalgono al XIV secolo. La prima è stata costruita intorno al 1310”.

Gli studiosi hanno esaminato in particolare tre tombe, ancora in buone condizioni. Le sepolture non erano permanenti: le piramidi di corallo ospitavano le salme per meno di cento giorni. Nel loro studio, Richards e i suoi colleghi hanno scritto che quando un re Kosraean moriva, il corpo veniva strofinato con olio di cocco e avvolto in stuoie e corde per poi essere sepolto nelle Saru. Poi le ossa dei sovrani venivano riesumate, pulite e riseppellite in un foro scavato su una vicina scogliera. Non è ancora chiaro perché queste tombe non fossero quelle definitive.

Costruita e fortificata con impressionanti canali di basalto, Leluh è spesso considerata la città “sorella” del più famoso insediamento della Micronesia, Nan Madol, che sorge sulla vicina isola di Pohnpei. Ma la sua particolarità sta nel fatto che, mentre i piccoli isolotti di Nan Madol sono stati costruiti proprio sulla cima di una barriera corallina, a Leluh il corallo di fatto è incorporato nel materiale con cui sono stati costruiti molti edifici.

Alcuni dei coralli trovati nelle tombe risalgono a migliaia di anni fa. Zoe Richards e i suoi colleghi pensano che siano stati estratti dalle barriere che circondano l’isola durante la bassa marea. Anche perché prendere e trasportare la grande quantità di coralli utilizzati per edificare le piramidi e adornare gli edifici di Leluh “avrebbe richiesto una organizzazione sociale e uno straordinario supporto logistico da parte della popolazione“.

Gran parte della zona ora è invasa dalla foresta tropicale. Nel momento del suo massimo splendore Leluh era abitata da 1500 persone. Dall’isola i sovrani Tokosra governavano, già a partire dall’anno Mille, una delle civiltà più avanzate dell’Oceano Pacifico. L’antica città cadde in rovina nel XIX secolo a seguito di un devastante tifone. E la popolazione locale declinò rapidamente a causa delle malattie introdotte dai primi esploratori.

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La fortezza di Lucera

Appello per la Fortezza svevo angioina di Lucera, in provincia di Foggia.

La maggiore piazza d’armi del ‪‎Medioevo‬ italiano sorge su una collina che ormai da decenni registra continui smottamenti (foto Piero Tarcisio Piacquadio). Urgono interventi per evitare che le frane distruggano il sito.

L’ultimo allarme è arrivato da un post della pagina Facebook di Raffaele Licinio, professore ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari e fondatore dei siti storiamedievale.net, mondimedievali.net e cinemedioevo.net.

L’imponente cinta muraria, lunga 900 metri e rinforzata da 22 torri (15 quadrangolari e 7 pentagonali) un tempo era resa inaccessibile da un fossato alle cui estremità si ergono ancora due splendide torri circolari: la Torre del Leone, o del Re e la merlata Torre della Leonessa, o della Regina.

La fortificazione venne edificata da Carlo I d’Angiò e completata nel 1283. Racchiudeva una vera e propria cittadella militare, con gli alloggiamenti per i soldati, una cisterna per la raccolta d’acqua, il ponte sul fossato e una Cappella dedicata a San Francesco.

Cinquanta anni prima, nel 1233, nel punto più alto della città e sulle fondamenta di una cattedrale romanica, Federico II di Svevia aveva fatto erigere la sua dimora imperiale.

Lo splendido Palatium dell’imperatore non aveva porte di accesso. Per entrare e uscire si utilizzavano scale provvisorie oppure dei passaggi sotterranei. L’interno dell’edificio ospitava una delle zecche dello Stato e con ogni probabilità anche l’harem di Federico II.

Lucera dal 1224 al 1300 fu abitata quasi esclusivamente dai saraceni che Federico II aveva fatto deportare dalla Sicilia con l’intento di sedare le continue rivolte della comunità musulmana presente nell’isola da centinaia di anni.

In Puglia furono trasferite almeno 20mila persone. I nuovi abitanti della città pugliese ebbero la facoltà di conservare la loro religione, di costruire moschee e minareti e di vivere secondo le loro usanze nonostante le indignate proteste del papa.

La città conobbe un grande sviluppo economico una intensa attività culturale. E i saraceni in grado di combattere diventarono in breve tempo il fedelissimo e efficiente esercito privato dell’imperatore. L’insediamento arabo fu poi smantellato per ordine del sovrano angioino Carlo II d’Angiò

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L’abbazia di Chiaravalle

L’Abbazia di Chiaravalle fu fondata, 880 anni fa, nel 1135, in un’area allora paludosa e incolta, pochi chilometri a sud delle mura di ‪‎Milano‬.

La splendida chiesa è uno dei primi esempi di architettura gotica in Italia. La caratteristica torre dell’abbazia in dialetto milanese viene chiamata “Ciribiciaccola” per via dei “ciribiciaccolini”, i piccoli delle cicogne che in passato nidificavano sulla torre.

I cicognini venivano chiamati così sia per il loro verso (“ciri”) che per il rumore che produceva il loro becco quando sbatteva contro le colonnine della costruzione.

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Il Museo dell’Opera del Duomo di ‪‎Firenze

La più grande collezione al mondo di scultura medievale e rinascimentale: 750 opere esposte tra statue e rilievi in marmo, bronzo e argento, 200 delle quali sono visibili per la prima volta. Capolavori di Michelangelo, Donatello, Arnolfo di Cambio, Lorenzo Ghiberti, Andrea Pisano, Antonio del Pollaiolo, Luca della Robbia, Andrea del Verrocchio e molti altri artisti si possono ammirare in ambienti enormi e di grande impatto scenografico.

 

Ci sono argenti, modelli lignei, statue, pulpiti, dipinti e cantorie insieme alla maschera funebre di Brunelleschi.

Nella Sala del Paradiso, dove è stata ricostruita su scala naturale (36 metri di altezza e 20 di lunghezza) l’incompiuta facciata medievale del Duomo di Firenze costruita da Arnolfo di Cambio e poi demolita, ci sono quaranta statue originali trecentesche e del primo Quattrocento firmate da Donatello, Arnolfo di Cambio e Nanni di Banco.

Sulla parete opposta, le porte del Battistero di Ghiberti, restaurate dall’Opificio delle Pietre Dure che dopo un accurato restauro sono tornate a mostrare le dorature originali delle formelle. Nell’ottava sala c’è la Maddalena di Donatello (1453 circa).

La Galleria del Campanile di Giotto si innalza per 36 metri con le statue dei profeti di Donatello. E la Galleria della Cupola del Brunelleschi racconta in modo mirabile la costruzione della rivoluzionaria copertura della cattedrale fiorentina.

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Il Castello Aragonese di Reggio Calabria

Una buona notizia da Reggio Calabria: dopo anni di chiusura per lavori di ristrutturazione, dal mese di novembre 2015 è di nuovo visitabile quello che insieme ai Bronzi di Riace è uno dei luoghi simbolo della città. Il Castello Aragonese conserva l’anima e la memoria storica della città dello Stretto. Nei secoli è sopravvissuto alla furia dei terremoti e dei maremoti, alle ripetute invasioni e a mille altre tormentate vicende.

Il primo documento che certifica l’esistenza di una rocca risale al 536. Quando infuriava la guerra tra i Goti e i Bizantini, Belisario, uno dei più grandi generali di Giustiniano I, riuscì a liberare dai barbari Reggio Calabria. Ma la città era senza fortificazioni. Fu allora costruita la nuova cinta muraria, soprattutto per proteggere il porto che era di fondamentale importanza per assicurare i collegamenti tra l’Italia e Costantinopoli.

Nel 1059 la fortezza passò dai Greci ai Normanni che ne fecero la sede della loro corte. La costruzione del castello avvenne in età sveva: in origine il possente edificio aveva una pianta quadrata con quattro torri angolari, anch’esse di forma quadrata.

Carlo d’Angiò se ne impossessò nel 1266. Durante le infinite guerre tra Angioini e Aragonesi, venne prima restaurato e poi fortificato dalla regina Giovanna I. Nel 1382, lungo il perimetro delle mura, sorgevano ben 6 torri. Quando la città fu conquistata dagli Aragonesi (1440) Ferdinando d’Aragona diede il via a nuove modifiche per farne un castello adatto alle nuove tecniche militari che prevedevano l’uso della polvere da sparo.

Il basamento a scarpa già garantiva il rimbalzo delle pietre mentre la cornice a profilo arrotondato impediva la risalita di invasori. Nel 1458, dopo i lavori di Baccio Pontelli, discepolo di Giorgio Martini, la fortezza si arricchì di due torri merlate circolari, di un fossato e di un rivellino esterno.

Per i reggini il robusto castello fu per secoli l’unica via di scampo dalle invasioni che arrivavano dal mare: nel 1543, di fronte all’avanzata dei Turchi di Barbarossa, diventò un sicuro rifugio di più di mille cittadini.

Info: portale ufficiale del turismo di Reggio Calabria

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Mantova capitale della Cultura 2016

Mantova, scelta come capitale della Cultura 2016, ha una lunga e affascinante storia medievale.

Alla fine dell’impero romano, nel 475 circa, la città venne conquistata da Odoacre e poi da Teodorico, re dei Goti. La tradizione vuole che proprio in territorio mantovano, nei pressi di Governolo, Mantova, il papa Leone I sia riuscito a fermare l’onda devastatrice degli Unni guidati da Attila. Mantova cadde sotto il dominio longobardo soltanto all’inizio del VII secolo: nel 603 Agilulfo, re dei Longobardi, espugnò la città grazie alla forza degli arieti con cui abbatte le mura. Con Carlo Magno passò ai Franchi.

Poi, alla metà del IX secolo la città entrò a far parte della marca Attoniana, il territorio che il carolingio Ludovico II affidò agli Attoni di Canossa, insieme a Bergamo, Brescia, Piacenza, Parma, Reggio nell’Emilia e Modena.

Le diverse, splendide chiese romaniche che si possono ammirare ancora oggi sono una eredità di Matilde di Canossa, figura centrale dell’Alto Medioevo, convinta sostenitrice del papa nella lunga lotta contro l’imperatore Enrico IV.

Alla morte della granduchessa, avvenuta il 25 luglio 1115, l’imperatore rinunciò alla nomina di un nuovo conte e la città si costituì in libero Comune. Ezzelino da Romano la conquistò nel 1246 ma dopo due mesi di battaglie venne sconfitto: per Mantova iniziò un’epoca di benessere. In questo periodo venne eretto il Palazzo del podestà e il Ponte dei Mulini e la città si dotò di mura possenti.

A partire dal XIII secolo Mantova accolse anche molti ebrei espulsi da altri Paesi e vide crescere progressivamente le dimensioni del ghetto. Nel 1276 iniziò l’ascesa di una delle famiglie più potenti del tempo, i Bonacolsi, che costruirono importanti palazzi merlati. L’ultimo esponente della dinastia, Rinaldo detto “Passerino”, venne ferito a morte il 16 agosto 1328 da Luigi Gonzaga, spalleggiato dalla famiglia Della Scala di Verona, che ambiva ad impossessarsi della città.

Fu un vero e proprio colpo di stato che segnò l’inizio del plurisecolare dominio dei Corradi da Gonzaga, protagonisti della storia italiana ed europea dal XIV al XVIII secolo. Sono passati alla storia come Gonzaga dal nome del paese a circa 30 km da Mantova da cui provenivano. Da semplici uomini di fiducia di parte guelfa dei monaci dell’Abbazia di San Benedetto in Polirone diventarono prima ricchissimi possidenti terrieri e poi Capitani del popolo, Marchesi e Duchi. Rimasero al potere grazie ad una raffinata rete di alleanze con l’Imperatore, il Papa, Venezia e Ferrara. Sotto i Gonzaga, Mantova divenne la splendida città che è ancora oggi, grazie a artisti come Donatello, Pisanello, Mantegna e Leon Battista Alberti.

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I luoghi del Festival – La sala Trecentesca di Gubbio

La sala Trecentesca che ospita gli incontri con gli autori del Festival del Medioevo è nel piano più alto della sede del Comune di Gubbio. Il Palazzo Pretorio occupa il lato orientale della elegante piazza pensile che lo unisce al Palazzo dei Consoli. Come l’edificio “gemello”, fu con ogni probabilità progettato dal Gattapone. Era destinato ad ospitare il Podestà, il capo del potere esecutivo cittadino, che nella Gubbio medievale svolgeva funzioni complementari al potere legislativo dei Consoli. La sua costruzione iniziò nel 1349 e proseguì fino al XVII secolo. Il palazzo è rimasto incompiuto forse per le difficoltà economiche del comune o per l’infierire della peste che all’epoca martoriava Gubbio. Lungo gli spigoli dell’edificio, nel lato che guarda la piazza, i segni della brusca interruzione dei lavori sono ancora incisi sulla pietra. Era il 1350. In quell’anno Giovanni Gabrielli, esautorò la democrazia comunale e con un colpo di mano divenne signore della città.

Nelle intenzioni di chi disegnò l’opera, l’edificio doveva avere la stessa altezza e lo stesso coronamento di merli del prospicente Palazzo dei Consoli. La costruzione in mattoni addossata sulla sinistra del palazzo risale alla fine del Seicento. Tutto l’edificio è stato sottoposto ad un importante lavoro di restauro e di consolidamento, terminato nel 2003, dopo i danneggiamenti subiti nel terremoto che nel 1997 colpì l’Umbria.

L’eccezionale valore architettonico del Palazzo del Pretorio si può cogliere nella arditezza del progetto originario: un unico pilastro centrale sul quale poggiano gli archi robusti che si congiungono ai muri perimetrali e sorreggono in modo elegante il carico delle ampie volte e dei solai. Originali soluzioni tecniche riducono, quanto più possibile, il peso del tetto. Due ascensori consentono di salire fino all’ultimo piano dell’edificio.

Nella sala del sindaco, spiccano le tele di Francesco Allegrini, considerato il maggiore affreschista umbro del Seicento: raffigurano due delle tante e rinomate “Battaglie” dipinte dal celebre artista. Il Palazzo ospita anche una ricca biblioteca fondata nel 1666 dal vescovo Alessandro Sperelli, e l’archivio Armanni, che conserva molti preziosi manoscritti e codici, fra i quali la “Storia di Gubbio” del Greffolino.

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I luoghi del Festival – Il Convento di San Francesco a Gubbio

Il vasto complesso francescano che ospita alcuni degli eventi del Festival del Medioevo occupa il lato meridionale di piazza Quaranta Martiri. Fu eretto nel 1255 sul luogo del fondaco degli Spadalonga, che avrebbero accolto san Francesco dopo l’abbandono della casa paterna. Gubbio è la città che vide la piena conversione di Francesco. Ancora ragazzo, ci passò l’inverno del 1206, prima ospite in casa dell’amico Federico Spadalonga, dove fu rivestito della tunica di tela grezza che ancora oggi è l’abito che contraddistingue l’Ordine francescano, e poi al lebbrosario, dove si trasferì per servire e prendersi cura dei malati.

La chiesa è una costruzione ogivale, erroneamente attribuita a fra’ Bevignate da Perugia, con facciata ornata da un portale gotico, da una cornice di archetti e da un piccolo rosone proveniente dall chiesa di san Francesco a Foligno. Sul fianco sinistro, percorso da lesene e aperto da alte monofore in parte murate, si apre un portale gemino sormontato da un rosoncino del XIV secolo. Le tre absidi poligonali, originarie, sono rafforzate da paraste agli spigoli e aperte da monofore. Sull’abside destra si innesta il campanile poligonale del Cinquecento.

L’interno è a tre navate, alte e spaziose, con volte a crociera che risalgono alla trasformazione del 1720. Nel XVIII vennero aggiunti gli altari barocchi e tamponate alcune finestre ogivali trilobate. Questi interventi cancellarono gran parte dei dipinti murali delle pareti laterali. I superstiti sono stati restaurati nel 1995. Il tetto era originariamente a travature scoperte, come si vede ancora nel tratto ripristinato verso l’abside. Al primo altare a destra, una Immacolata Concezione di Antonio Gherardi; al secondo, Crocifisso e santi francescani, della scuola di Virgilio Nucci; al terzo una Deposizione, copia del quadro di Daniele da Volterra (a Roma, nella chiesa della Trinità dei Monti) eseguita dallo stesso Nucci, suo discepolo.

La cappella di San Francesco si trova nell’abside destra, sul luogo dell’abitazione degli Spadalonga (la vetrata istoriata racconta l’episodio della donazione della tunica). La tradizione sarebbe avvalorata dal fatto che sul muro a destra ci sono le trace dell’antica casa, incorporata nella chiesa. Quest’abside, divisa in due da una volta, presenta affreschi del XIII secolo e del principio del successivo: nella parte superiore, San Francesco ignudo che dopo la rinuncia delle vesti viene ricoperto con il manto del vescovo e San Francesco che sorregge il Laterano cadente, attribuiti al Maestro Espressionista di santa Chiara*. Nella parte inferiore, al centro il Redentore e ai quattro lati, incorniciati, gli Evangelisti. Alle pareti, santi. La piccola monofora con vetri istoriati, opera di Aldo Ajò, raffigura la Vestizione di san Francesco. L’abside centrale, in alto, conserva affreschi duecenteschi coevi all’architettura. Al centro, Gesù in trono a destra, e a sinistra San Pietro e San Paolo e poi San Francesco e Sant’Antonio. L’abside sinistra, dedicata alla Madonna, è decorata con splendide Scene della vita di Maria, affrescate in 17 riquadri da Ottaviano Nelli e databili tra il 1408 e il 1413 circa. La navata sinistra porta al terzo altare Sant’Antonio da Padova, di Anna Allegrini (1673), al secondo San Carlo Borromeo di Benedetto Bandiera e al primo una Vergine in trono e santi dell’Imperiali.

La sagrestia e l’ex convento Dalla sagrestia, ambiente trecentesco ricavato nella supposta casa degli Spadalonga, si passa nel chiostro, con Crocifisso e santi, affreschi del XIV secolo e mosaici romani policromi del I sec. d.C. provenienti dalla città.

Un portale, fiancheggiato da elegantissime bifore, dà accesso alla Sala Capitolare, dove è conservato un affresco, probabilmente trecentesco, staccato dal chiostro, che dovrebbe raffigurare il Trasporto della Santa Casa di Loreto. Sarebbe la più antica rappresentazione di questo soggetto.

A destra si apre l’antico Refettorio, con un pulpito ricavato nello spessore del muro e una interessante sinopia quattrocentesca, il cui affresco doveva raffigurare l’Albero della vita.

Il complesso monumentale conserva la Raccolta d’arte di San Francesco, che comprende reperti archeologici, oreficerie (sec. XIV-XVIII), oggetti e arredi sacri (sec. XVI), dipinti. Rimarchevole, il sigillo dell’antica custodia di Gubbio (1350). Per la visita, telefonare al numero 075 592 73 460.

*Il Maestro Espressionista di santa Chiara, attivo tra Gubbio e Assisi nel primo Trecento, è per alcuni identificabile nel padre di Guiduccio Palmerucci, Palmerino di Guido, citato in un documento notarile assieme a Giotto. Per altri invece, è da identificare con Angeletto da Gubbio.

Fonti: Touring Club Italiano, Umbria Touring

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