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La Sacra di San Michele e le sue leggende

Monumento simbolo del Piemonte, la Sacra di San Michele (www.sacradisanmichele.com) è edificata sul monte Pirchiriano, uno sperone roccioso alto 962 metri all’imbocco della Val di Susa.

Ha attraversato oltre mille anni di storia sorgendo, decadendo e risorgendo. È l’Abbazia di San Michele della Chiusa, più nota come “Sacra di San Michele”, in Val di Susa.

Fondata sul monte Pirchiriano, nel comune di Sant’Ambrogio di Torino dall’aristocratico francese Ugo de Monvoisier tra il 983 e il 987, la Sacra di San Michele è stato un punto di riferimento sempre più importante per il monachesimo benedettino nel Medioevo, toccando l’apice della fama intorno all’anno mille, anche se nuovi edifici si sono aggiunti fino al XIII secolo. Un’inesorabile declino la porta ad essere sostanzialmente abbandonata dal Trecento fino agli inizi dell’Ottocento, quando viene recuperata e ristrutturata, diventando monumento simbolo del Piemonte.

Tutto comincia alla fine del primo millennio, quando il vescovo di Torino Annuncone decide di edificare un tempietto dedicato a San Michele, uno dei personaggi più venerati nel Medioevo: si tratta dell’angelo che nel libro biblico di Daniele viene definito il capo supremo dell’esercito celeste in difesa dei giudei perseguitati, mentre nel libro dell’Apocalisse è il principe degli angeli fedeli a Dio che combatte e scaccia il drago e gli angeli ribelli.

In Val di susa il culto di San Michele, arrivato dall’Oriente e diffusosi soprattutto in Italia meridionale per poi salire verso la Francia, approda intorno al VI secolo. L’ubicazione sull’alto monte richiama i due santuari del Gargano e della Normandia.

Inizialmente la sede scelta dal vescovo è il monte Caprasio (“Monte delle capre”), ma poi si opta per il monte Pirchiriano (“Monte dei porci”). Qualche tempo dopo il piccolo santuario viene scelto come proprio romitorio dal vescovo di Ravenna, San Giovanni Vincenzo, che ha deciso di abbandonare la carriera ecclesiastica per dedicarsi alla vita eremitica. Secondo una leggenda, era stato lo stesso arcangelo Michele a chiedere all’ex vescovo di lavorare al suo santuario. Per due giorni, però, tutta la legna raccolta era sparita nel nulla, salvo poi ricomparire miracolosamente proprio sopra il monte Pirchiriano. Gli stessi angeli avrebbero infine consacrato la cappella, che di notte era stata vista avvolta da un grande fuoco. Qui Giovanni viene raggiunto dal conte Ugo di Monvoisier, ricco e nobile signore dell’Alvernia, che si era recato a Roma per chiedere indulgenza al Papa ricevendone in cambio – come penitenza – la scelta fra un esilio di 7 anni e la costruzione un’abbazia.

Uno scatto suggestivo della Sacra di San Michele, finalista al concorso fotografico Wiki Loves Monuments 2015 (foto Elio Pallard).

“Quel vertice alpino – scrive Attilio Zuccagni Orlandini in Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole – ferì non molto tempo dopo la vista e l’immaginazione di un Barone di Francia, reduce da Roma in Alvernia con Isergarda sua moglie”.

Ugo decide di edificare un monastero presso la chiesetta di San Michele e per collaborare all’impresa chiama il marchese Arduino di Avigliana, mentre a capo del monastero viene messo il monaco Adverto: “La santa vita di esso e dei primi suoi successori procacciò tale e tanta celebrità a quel sacro chiostro, che per lungo tempo concorsero a gara Imperatori, Re, Duchi, Marchesi, Conti, Prelati ad impinguarlo di amplissime possessioni e di ricche rendite, cedendo al medesimo giurisdizioni, castella, chiese ed altre abbadie ancora”.

Il nucleo costitutivo dell’edificio è formato dall’abbazia, a cui si sono aggiunti nei secoli successivi il Monastero Nuovo, la Nuova Chiesa e la Torre della Bell’Alda. La Foresteria viene costruita verso la fine del secolo XI per accogliere i pellegrini che arrivavano sul monte. Dell’edificio originario rimane però poco e la foresteria attuale è per la maggior parte una ricostruzione fatta a cavallo tra il 1800 e il 1900.

Il Monastero Nuovo, costruito tra il XII e il XIV secolo sul lato nord dell’abbazia, era la parte destinata alla vita dei monaci e disponeva di tutte le strutture ad essi necessarie: le celle, la biblioteca, la cucina, il refettorio e le officine, mentre la chiesa viene costruita tra il 1148 ed il 1170.

La Torre della Bell’Alda e le rovine del Monastero Nuovo nel complesso architettonico della Sacra di San Michele.

Si dice che una ragazza chiamata Alda, inseguita dai soldati, si fosse gettata dalla torre rimanendo miracolosamente illesa. Qualche tempo dopo, però, la superbia ed il bisogno di farsi una dote l’avevano spinta a scommettere con i suoi compaesani sull’esito di un secondo, pubblico, salto. Questa volta finì sfracellata sulle rocce sottostanti. Da allora la costruzione ha assunto il nome di “Torre della Bell’Alda”.

Un’altra leggenda vuole che il vecchio sacrestano del monastero, Bernardino, fosse solito, ogni sera, percorrere lo scalone per andare a chiudere la porta d’ingresso alla sua base, con una certa inquietudine data dagli scheletri presenti nelle nicchie e dai pipistrelli quivi raccolti. In una sera di tempesta, mentre risaliva lo scalone, una folata di vento aveva spento la torcia. Tremante aveva iniziato a cercare a tentoni gli scalini quando, d’un tratto, sentì il rumore di ossa fregate sulla pietra. Arrivato alla sommità dello scalone si era accorto che il vento aveva chiuso la porta. Le sue urla di terrore erano giunte alle orecchie dell’abate, attardatosi a pregare, che trovatolo tremante dietro alla porta si sentì dire che un morto si muoveva sullo scalone. Alla luce della sua torcia si presentò la visione di un teschio strisciante su uno scalino. Avvicinatosi però, uno scossone ne rivelò la vera natura: un topo, trovatosi scoperto, corse via mentre il teschio rotolava per le scale, lasciando i due spettatori sollevati ed un nuovo nome per lo scalone: “Lo scalone dei sorci”.

Lo scalone dei morti (o dei sorci, come vuole un’altra versione della leggenda), è intagliato nella roccia e sale ripido fino al portale dell’abbazia.

All’abbazia è legato anche il mistero della cosiddetta “linea magica” di San Michele: sembra infatti che una linea energetica unisca tre santuari dedicati proprio all’Arcangelo: il Mont-Saint-Michel in Francia nella regione della Normandia, la Sacra di San Michele appunto, e il Monte Sant’Angelo in Puglia. Secondo gli esperti di magia bianca il punto energetico sarebbe situato su una piccola piastrella del pavimento in sasso che è di colore più chiaro. Collocandosi su quel punto si percepirebbe nitidamente la potente energia della linea magica di San Michele. Nella Sacra di San Michele in Piemonte questo punto si trova sulla sinistra della Chiesa, subito dopo l’entrata. I tre luoghi sacri dedicati a san Michele si trovano a 1000 chilometri di distanza l’uno dall’altro, allineati lungo questa linea retta, la quale prolungata in linea d’aria, passa sopra Gerusalemme da una parte, e sopra St. Michael’s Mount, in Cornovaglia, dall’altra, continuando fino all’isola di Skellig Michael in Irlanda.

Per la Sacra passava la via Francigena, una delle più importanti vie di pellegrinaggio medievali, che univa il Mont-Saint-Michel in Francia al santuario di San Michele Arcangelo in Puglia. Il Medioevo ne ha sancito il ruolo di primo piano anche europeo, in quanto via di transito di mercanti, eserciti, nobili, uomini di Chiesa e pellegrini che dovevano raggiungere Roma, cuore della cristianità, o Santiago de Compostela, secolare meta religiosa.

Già nel 333 d.C. il Colle del Monginevro viene attraversato dall’anonimo autore dell’Itinerarium burdigalense (la più antica descrizione di un pellegrinaggio cristiano) per raggiungere la Terra Santa: vengono annotate con precisione le mansio e le statio della Valle di Susa, alcune delle quali oggi importanti siti archeologici. L’afflusso intenso di genti lungo la Via Francigena produsse una circolazione di idee e un costante scambio di saperi, lingue e religiosità, che contribuirono allo sviluppo in valle di una vivacità culturale di impronta europea: sorsero monasteri di notorietà internazionale come l’Abbazia di Novalesa e la Sacra di San Michele, luoghi di culto di dimensione più locale come la Cripta di Celle, cappelle e centri cittadini sedi di mercato o luoghi di transito e di pedaggio obbligati come Susa, Bussoleno, Avigliana e Oulx.

L’inconsueto bassorilievo di una delle lesene del portale della Sacra.

Quanto al Monte dei porci, vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.C. viene sfruttato dai Romani come area di interesse militare e dal 569 i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie innalzando muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi, si ammassano per resistere all’entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi.

Nel portale dell’abbazia è presente uno zodiaco che contiene molte curiosità: tra queste una è inserita nella rappresentazione del segno del cancro: se viene capovolta infatti, si vede chiaramente la faccia di un vescovo con tanto di copricapo. Sopra una lesena dello stesso portale, invece, si può vedere un uomo completamente nudo in posizione praticamente pornografica: il ramo dell’albero che percorre tutta la lesena e ne costituisce l’ornamento finisce infatti esattamente nell’ano del personaggio in questione, che sembra – diciamo così – gradire.

Arnaldo Casali

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Sguardi curiosi sulle meraviglie di Conques

I Curiosi della cattedrale di Conques sono 14 e si affacciano sopra il timpano del portale di ingresso.

Mani scolpite srotolano la ghiera più esterna dell’arco del portale. Il disegno del timpano della chiesa romanica di Sainte-Foy sembra il bordo di una coperta: da sotto l’archivolto spuntano le teste di 14 misteriosi personaggi, accomunati da sguardi che raccontano un risveglio, pronti al timore o alla meraviglia.

Sono i “Curiosi” di Conques, impegnati da più di ottocento anni a catturare lo stupore sempre nuovo dell’Inferno e del Paradiso, raccontato appena più in basso in un affollato e stupefacente Giudizio Universale.

Cosa rappresentano queste figure allegoriche? Forse angeli bambini, vogliosi di assistere, costi quel che costi, al grande spettacolo del mondo. Sbucano fuori dalla pietra, con l’ansia di capire. I critici d’arte britannici li hanno chiamati “the observers”.

Osservatori. Spettatori di un incanto. Come i moderni viaggiatori di fronte alla scoperta di uno dei villaggi più belli di Francia.

Conques è un piccolo centro della Francia meridionale, a metà strada tra Lione e Bordeaux.

Conques, lo dice il nome, ricorda la forma di una conchiglia. Il paese è adagiato tra i dirupi dell’alta valle del Lot, a nord dell’Aveyron, nella regione Midi-Pirenei. I ripidi pendii, gli affioramenti rocciosi e le macchie scure di castagno creano un paesaggio austero e imponente.

Un piccolo borgo dal grande destino: importante tappa lungo il Cammino di Santiago de Compostela, è iscritto nel patrimonio mondiale dell’Unesco per la chiesa abbaziale di Sainte-Foy e le Vieux Pont che attraversa il fiume Dourdou.

Ma nasconde altre meraviglie. Come il “Tesoro di Sainte-Foy”, uno dei più grandi della cristianità medievale, vera miniera di gemme di oreficeria, insieme a una straordinaria collezione di reliquiari. L’abbazia ospita anche i resti del chiostro e la piscina di clausura dei monaci.

La prosperità dell’età medievale è testimoniata anche dalle tre porte di ingresso al paese (XI-XII secolo), dalle antiche mura, da quattro splendide fontane romaniche e da un ospizio riservato al ristoro dei pellegrini.

L’edificio cinquecentesco del castello di Humières con le sue mensole scolpite e un’alta torre, sovrasta i tetti in ardesia e le strade fiancheggiate dalle case a graticcio, insieme ai forni, ancora funzionanti, per il pane comune. Poco oltre, un singolare museo svela una ricca collezione di statue e capitelli.

Le pareti esterne della chiesa sono caratterizzate dai colori fiammeggianti delle arenarie metamorfiche (scisti) del territorio.

L’abbazia deve la sua origine ad un eremita. Si chiamava Dadon, in latino Deodatus. Il sant’uomo, vissuto alla fine del secolo VIII, scelse di donarsi a Dio in un luogo selvaggio vicino a una fresca sorgente. La sua fama di santità si diffuse nelle valli e i paesi vicini. Altri uomini lo seguirono. Nacque una chiesa, dedicata nei primi tempi al Santo Salvatore.

Gli eremiti adottarono la regola di San Benedetto e fondarono un monastero. Dadon, vocato alla solitudine, scelse un altro “deserto” e fondò poco lontano l’eremo di Grand-Vabre. A Conques rimase Medraldus, il suo primo discepolo, insieme a una pattuglia di monaci.

I re carolingi presero la comunità sotto la loro protezione, seguendo l’esempio di Carlo Magno, il primo benefattore. Fu Ludovico il Pio, il figlio di Carlo Magno, poi re di Aquitania, a scegliere per il paese intorno al monastero il nome di Conques. Le cronache registrano nell’anno 819 almeno dieci donazioni di terre a favore dei religiosi. Pipino II, ai doni di suo nonno aggiunse ori, argenti, preziosi tessuti, intagli e antichi cammei.

La fama dell’abbazia si propagò dall’anno 866 quando uno dei monaci, ricordato come Ariviscus, trafugò con l’inganno a Agen le reliquie di Sainte-Foy (Santa Fede) martire dodicenne torturata a morte su una graticola all’epoca di Diocleziano (303). A partire da quel momento, i miracoli si susseguirono, attirando enormi folle di pellegrini, da ogni zona d’Europa.

Le graziose case medievali di Conques.

La costruzione della chiesa si protrasse fino al 1140. L’abbazia di Sainte-Foy (Santa Fede) semplice, verticale e luminosissima, all’inizio fu edificata con la pietra arenaria rossastra della valle del Dourdou.

L’abate Odolric iniziò i lavori tra il 1041 ed il 1052. Ma il materiale di costruzione risultò troppo friabile. E l’abate Stefano II (1065-1087) scelse di continuare i lavori con le pietre di calcare giallo brillante estratte dalle cave di Lunel, allora chiamata “la piccola Gerusalemme” per la nutrita presenza di una comunità ebraica.

Il tono caldo del nuovo materiale si sposò alla perfezione con lo scisto grigio, la friabile roccia locale: le pietre, tagliate ad arte, portarono compattezza e eleganza alle mura della chiesa grazie al lavoro di artisti di scuole e paesi diversi.

Poi l’abate Bégon III (1087-1107) scelse di affidarsi a un’unica bottega. E a uno sconosciuto maestro di scultura che realizzò con il suo caratteristico stile il chiostro, la sala capitolare, il refettorio e anche il matroneo dell’abbaziale.

Un artista di grande valore, che con ogni probabilità aveva già lavorato alla cattedrale di San Giacomo di Compostela, realizzò il timpano, una delle opere di scultura più importanti della prima metà del XII secolo. Non solo per la sua originalità ma anche per le dimensioni: è alto circa quattro metri e largo quasi sette. Fu realizzato tra il 1107 e il 1125, quando il monastero era guidato dall’abate Bonifacio.

Il grande timpano del XII secolo, dove sono illustrati Inferno e Paradiso.

Un arco profondo a tutto sesto: è un libro scolpito che i fedeli potevano leggere con facilità, nonostante l’abbondanza dei personaggi e la diversità delle scene. La figura centrale del Cristo, sproporzionata rispetto alle altre, attira lo sguardo dei visitatori. Alla sua sinistra c’è l’Inferno, alla destra il Paradiso.

Da un lato, l’ordine e la pace, la chiarezza contemplativa e l’amore. Dall’altro il caos, la violenza e il dolore, unite a spaventose e continue convulsioni dell’animo. Il vasto semicerchio ospita tre registri sovrapposti, divisi in 20 scomparti.

Il Cristo parla agli occhi dei fedeli con le parole scolpite del vangelo di Matteo: “Venite, voi che siete i benedetti dal Padre mio; entrate nel regno che è stato preparato per voi fin dalla creazione del mondo”. E appena dopo ammonisce: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che Dio ha preparato per il diavolo e per i suoi servi!”. Due cavalieri armati di lancia contengono la folla brulicante dei demoni e dei dannati, che preme con forza, al confine tra il Bene e il Male.

Un particolare del timpano.

Diavoli irsuti, terribili ghigni, fauci spalancate: un avaro è impiccato con la sua borsa al collo e un rospo sotto i piedi; un demonio divora il cervello di un pazzo. C’è anche un lucifero gobbo che tira la lingua di uomo con un gancio di ferro. Accanto, un ubriacone vomita il suo vino mentre un falsario è costretto a bere l’oro prima che sia fuso. Tra corpi aggrovigliati e feroci supplizi, un’ascia e una balestra raccontano gli orrori infiniti della guerra mentre nel fuoco eterno la vanità brucia insieme ai futili piaceri del mondo.

Il popolo eletto, alla destra di Gesù, avanza in una soave visione di beatitudine, guidato dalla Vergine che precede San Pietro. La felicità eterna è annunciata dal suono armonioso dei corni degli angeli: vergini sagge, i martiri, i profeti e gli apostoli camminano sicuri, protetti dalla fede. Nella processione dei beati l’eremita Dadon, fondatore dell’abbazia, è vicino a Carlo Magno, leggendario protettore del monastero.

Nel groviglio dei corpi, si intuisce il momento solenne della pesatura delle anime tra l’arcangelo Gabriele e un diavolo beffardo che tenta di barare. Intanto, angeli pietosi intanto sollevano le palpebre dei morti che risorgono dai loro sarcofagi.

L’interno della chiesa abbaziale, alta 22 metri (foto: Camster).

La chiesa, come Conques, ha conosciuto storie di gloria e di abbandono. Nel 1531, durante le guerre di religione, fu bruciata dai protestanti e cadde nell’oblio più completo. La riscoprì lo scrittore e archeologo Prosper Merimée (1803-1870) autore, tra l’altro di un famoso racconto da cui il musicista Bizet trasse l’opera Carmen.

Merimée, incaricato dell’ispezione dei monumenti storici francesi, stese un rapporto appassionato nel quale lanciò un vero e proprio appello per salvare il monumento. E nel 1837 iniziarono i lavori di restauro che riportarono l’edificio agli splendori di oggi. Con 104 vetrate progettate dall’artista Pierre Soulages e realizzate nel 1988 con un particolare tipo di vetro, traslucido, dal maestro vetraio Dominique Fleury.

L’edificio, poco decorato all’esterno, offre all’interno la visione di 250 capitelli di diverse tipologie, una navata che raggiunge 22 metri di altezza, i resti di alcuni affreschi dedicati al martirio della santa e una “Annunciazione” di grande pregio. Ma oltre al magnifico timpano, la chiesa è famosa soprattutto per il Tesoro che offre un panorama esaustivo della storia dell’oreficeria religiosa francese dal IX al XVI secolo.

Fra tante meraviglie, spicca la magnifica statua reliquiario di Sainte-Foy in trono che risale al IX secolo. La figura di legno è rivestita d’oro e d’argento e adorna di gioielli, cammei e pietre intagliate, antiche e preziose. Madonne in Maestà, che intorno al Mille, abbellirono le chiese di Alvernia, Linguadoca e Aquitania ripresero in parte le fattezze della santa venerata a Conques. Sainte-Foy , è però l’unico esempio conservato di questo tipo di una statua reliquiaria d’epoca romana ed è considerata uno dei primi cinque tesori dorati medievali in Europa.

La preziosa statua di Sainte Foy, assisa in trono, cela all’interno la sacra reliquia della giovane martire.

La santa viene presentata davanti a una tenda di velluto rosso intenso, colore che evoca il martirio e il trionfo della fede. È assisa in trono, rigida, con gli avambracci tesi in avanti e paralleli e le palme delle mani aperte. Una reliquia sacra con fattezze di idolo: il corpo sproporzionato (testa, braccia e grandi piedi), una espressione facciale forte, il mento in alto, grandi occhi blu scuro in vetro smaltato. La santa tiene fra le mani due tubi dorati nei quali un tempo i devoti mettevano i fiori. Le frange della veste sul collo, delle maniche e del fondo della veste risalgono al X secolo, come il diadema in oro e pietre preziose. Le braccia e le mani della statua sono state ricostruite nel Cinquecento. Una cavità nascosta sul retro dell’opera cela la reliquia del cranio rivestito da una lamina d’argento.

Begon III, abate mecenate e collezionista, raccolse e ordinò a Conques altri pezzi sontuosi: un reliquiario a forma di A donato dai re carolingi e valorizzato da pietre e smalti, un altro a forma di campanile ottagonale e un altro ancora commissionato per contenere un frammento della Vera Croce. Il reliquiario di Pipino d’Aquitania è un cofanetto d’oro del secolo XI, a forma di casetta, che sulla parte frontale mostra una Crocifissione a sbalzo e sul retro un motivo ad arcate con due colombe. C’è anche un altare portatile, coperto da una lastra di porfido rosso con fasce d’argento sui lati decorate con i busti di Cristo e della Vergine.

L’abbazia svela altre meraviglie, concentrate nello spazio di poche decine di metri. Il pezzo forte sono le decorazioni scolpite nella serpentina color verde scuro della piscina dei monaci. Tra le maschere, le immagini religiose e le figure assortite di cani, gatti, scimmie e altri animali, spunta anche un diavolo. Ma è un demone gioioso, che ispira curiosità e meraviglia. Come il Medioevo di Conques.

Federico Fioravanti

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L’incredibile storia di Cospaia

La scritta è ancora lì, scolpita sull’architrave della piccola chiesa: “Perpetua et firma libertas”. E’ la labile traccia di una storia incredibile: quella di Cospaia, un piccolo paese dell’Alta Valle del Tevere che per quasi quattrocento anni fu la più piccola repubblica del mondo.

Una pigra collina. Poche case, quasi abbracciate al piccolo tempio della Confraternita, appena separate dal corto e tozzo disegno di via San Lorenzo. Intorno, il silenzio di una quieta campagna. Qui, da qualche parte, deve pur passare il confine tra l’Umbria e la Toscana.

Nel raggio di venti chilometri, i cartelli stradali evocano nomi e luoghi che stordiscono il viaggiatore. C’è Caprese, la minuscola, boscosa patria del grande Michelangelo. Poco lontano, l’amata terra di Piero: Sansepolcro. Le prime ore dell’alba regalano la stessa, straordinaria luce che il pittore riversava nei suoi dipinti. Il nitore del paesaggio, lo stupore dei colori, l’emozione degli sguardi. Come quello che coglie ancora chi contempla la “Madonna del parto”, il commovente omaggio che l’artista volle fare a Monterchi, il paese natale di sua madre. Un pezzo d’Umbria in Toscana. O viceversa. Poco importa. Questione di confini. A due passi c’è Città di Castello con la sua ricca pinacoteca: Raffaello, Signorelli, il Ghirlandaio…

A fianco della dritta e comoda strada, all’improvviso, spunta Anghiari. E davanti alla placida pianura torna la suggestione di un nome, insieme al ricordo di una celebre battaglia e di un grande e perduto dipinto murale di Leonardo da Vinci.

Tanta bellezza può confondere. Come avvenne a Cospaia, in modo accidentale. Quasi per uno scherzo del destino.

Cosimo De’ Medici il Vecchio in un ritratto del Pontormo (1518-1520)

Accadde nel 1441. Dieci anni prima, il papa veneziano Eugenio IV aveva chiesto un prestito di 25.000 fiorini d’oro a Cosimo il Vecchio, oculato artefice della dinastia dei Medici. Tanti soldi. Una montagna di denaro che serviva al “servitore di Pietro” per portare a termine una costosa ed estenuante lotta con il concilio di Basilea. Il lungimirante Cosimo pretese una garanzia. Eugenio IV, diede in pegno il paese di Borgo San Sepolcro e il suo circondario. Ma allo scadere dell’accordo, il pontefice non era più in grado di rimborsare l’astronomica somma. Il fertile spicchio di terra passò allora dal papa alla Repubblica di Firenze. Furono subito fissati i nuovi confini ed aggiornate le relative carte topografiche.

Secondo l’accordo, il limite tra i due stati doveva passare all’altezza del torrente Rio, un tributario del vicino Tevere. Ma erano due i fiumi paralleli che scendevano dal monte Gurzole. E per gli abitanti del luogo portavano entrambi lo stesso nome: Rio. Anche se, proprio a voler essere precisi, quello a nord si chiamava Gorgaggia e quello a sud Riascone.

Fatto sta che le apposite commissioni nominate per ridisegnare i confini, come spesso succede, non si parlarono e lavorarono ognuna per conto proprio. I fiorentini tracciarono il nuovo limite all’altezza del primo torrente, vicino Sansepolcro e gli emissari del papa presero come punto di riferimento il secondo fiumiciattolo, nei pressi di San Giustino. Così, per errore, di calcolo e di geografia, Cospaia e il suo contado non furono rivendicati né da Roma né da Firenze. E quel piccolo fazzoletto di terra, compreso tra i due affluenti del Tevere, rimase fuori dalle carte geografiche di tutti e due gli stati: una striscia sottile, poco più di 300 ettari, con in mezzo, su una collinetta, il villaggio di Cospaia con i suoi 350 abitanti. Un piccolo popolo dimenticato da tutti. Una terra di nessuno. I cospaiesi, analfabeti ma veloci di comprendonio, non ne fecero un dramma. Anzi, si affrettarono a proclamare la “Repubblica di Cospaia”. Quando il Papa e Firenze si accorsero dell’errore, pensarono bene di non modificare la situazione: troppo faticoso rimettere in discussione un complicato trattato per un territorio che da un punto di vista strategico appariva insignificante.

L’antica mappa di Cospaia, di proprietà del Comune di San Giustino

I due stati erano alleati e soprattutto in quel periodo di convulse vicende storiche, in tutt’altre faccende affaccendati. Forse Cosimo ed Eugenio IV, entrambi amanti dei classici, risero dell’errore, pensando alla massima di Plinio il Vecchio:“In realtà non c’è nessun male che non abbia qualcosa di buono”. Uno “stato cuscinetto” faceva comodo a tutti. Specialmente in un periodo di guerre permanenti. Per scambiarsi le merci senza pagare dazio. Per chiudere un occhio quando era proprio il caso di farlo. Insomma, Cospaia non era un problema. E se lo era, non appariva insormontabile. La soluzione poteva essere rimandata. L’errore di misurazione diventò legge. La nuova mappatura fu sancita in una bolla, datata 1441, conservata negli Annali Camaldolesi.

I cospaiesi si accorsero presto che essere stati dimenticati non era una iattura ma un vantaggio: i loro terreni, immuni dai balzelli, rendevano di più. I commerci crescevano. E quella sconosciuta libertà era inebriante: nessun tiranno, nessun padrone, nessun despota al quale rendere conto. Seduti, allora come ora, davanti alle loro case, guardando al tramonto la splendida pianura sottostante, tra una chiacchiera e l’altra, giorno dopo giorno, presero coscienza del fatto che vivere nascosti se non dava la felicità almeno portava fortuna.

Lo stemma della repubblica di Cospaia

Quel villaggio sulla collinetta si trasformò presto un “porto franco”. E i suoi abitanti realizzarono una repubblica anarchica. In senso letterale. Nessun governo. Né tasse né soldati. Leggi, carceri, eserciti, polizia, codici, statuti e tribunali non servivano. Per dirimere le questioni bastavano il consiglio degli anziani e l’insieme dei capifamiglia. Per i servizi di molitura del grano e per le cure mediche i cospaiesi continuavano ad affidarsi agli abitanti di San Giustino. Il curato era, di fatto, l’”ambasciatore” presso il vicino vescovo di Città di Castello e quindi del Papa stesso. Forse era anche l’unico abitante della lillipuziana repubblica che anche sapeva leggere e scrivere. Del resto, a far di conto, i cospaiesi, pensavano da soli. La loro economia, seppur ancorata all’antica usanza del baratto, cresceva, anche a discapito delle popolazioni limitrofe, vessate da infinite gabelle. Per tutti i paesi vicini quella piccola repubblica era ormai diventato “il paese della cuccagna”. Con tanto di bandiera: metà bianca e metà nera, divisa in diagonale, con quattro “denti” all’estremità destra. Veniva esposta con orgoglio sui tetti del villaggio, esibita nelle feste, issata ai bordi dei campi coltivati dai confinanti contadini papalini e fiorentini, costretti a “marchiare” i loro terreni con meno nobili spaventapasseri. La repubblica dimenticata di Cospaia andò avanti, con soddisfazione dei suoi abitanti.

Ma 133 anni dopo, una mattina del 1574, un fatto nuovo cambiò ancora la storia del piccolo Stato.

Semi della pianta del tabacco

Accadde che l’abate Alfonso Tornabuoni, vescovo di Sansepolcro, ricevette un prezioso regalo da suo nipote, il cardinale Niccolò Tornabuoni, all’epoca nunzio del Papa ed ambasciatore dei Medici a Parigi. Dentro il pacco inviato dall’alto prelato c’erano i semi di una pianta medicinale allora poco conosciuta: il tabacco. Era giunta in Europa dal Sud America all’inizio del XVI secolo. Già nel 1518 Cortes, conquistatore spagnolo di Cuba, inviò a Carlo V alcuni semi. La prima coltivazione avvenne, a scopo ornamentale, nel giardino reale di Lisbona. Giovanni Nicot, ambasciatore di Francia in Portogallo, al suo ritorno a Parigi, pensò di farne omaggio alla sua sovrana, Caterina de’ Medici. Ne guadagnò la sua riconoscenza ed anche una fama imperitura: il principio attivo del tabacco, la nicotina, porta ancora oggi il suo nome. Alla corte di Caterina, la pianta, prima pestata e poi cotta insieme al grasso del maiale, guarì le terribili ulcere di Francesco II, il figliolo malaticcio della grande regina, che entusiasta del miracoloso medicamento, diffuse poi anche la moda del fumo. Ma il tabacco, così chiamato da Tobago, una delle isole della lontana America dove veniva coltivato, era considerato un rimedio per tante altre cose: curava le febbri e la sifilide, alleviava i dolor di denti e schiariva la voce. Tutto questo il vescovo di Sansepolcro, destinatario del regalo, non lo sapeva ancora. E certo non poteva prevedere che per la Chiesa, in futuro, quei semi sarebbero diventati “pianta del demonio”.

Ma allora, nel 1574, il vescovo, gradì il regalo del nipote. E in segno di benevolenza verso il figlio di suo fratello, piantò con amore quei semi nel giardino del vescovado. Dall’orto del prelato a Cospaia c’erano meno di quattro chilometri. Quella pianta misteriosa, chiamata “erba tornabuona” in onore di Niccolò, li percorse in fretta e cominciò ad essere coltivata nella piccola repubblica e per la prima volta nella storia, nel territorio italiano. Tabacco da fiutare e da fumare. E quando quasi un secolo dopo, nel 1642, papa Urbano VIII arrivò a scomunicare tutti i fumatori, a Cospaia, dove anche il proibito era lecito, la coltivazione del tabacco diventò la più redditizia delle attività. Per irrigare i campi anche durante la siccità, ai piedi del villaggio fu creato un laghetto, usato ancora oggi per la pesca di carpe e storioni.

Il villaggio di Cospaia in una vecchia immagine

La piccola repubblica si trasformò nella capitale italiana del tabacco. E lo rimase anche quando un altro papa, Benedetto XIII, voglioso di alimentare le magre entrate del Vaticano, nel 1724 sottopose a dazio la coltura. A Cospaia le tasse già non si pagavano. E le proibizioni non erano mai entrate in vigore. Il tabacco divenne merce di contrabbando. Cospaia tornò sotto la lente di ingrandimento dei potenti stati vicini. Il papa ed il granduca di Toscana discussero a lungo di come eliminare l’anomalia della piccola repubblica. Ma sopraggiunsero altri problemi più urgenti. Il piccolo stato dell’Alta valle del Tevere resistette anche al periodo napoleonico ed al nuovo ordine politico susseguente al Congresso di Vienna. Solo quattro repubbliche al mondo sopravvissero alla riunificazione tra “il trono e l’altare”: gli Stati Uniti, la Svizzera, San Marino e Cospaia.

Filippo Natali scrisse ricordando quei tempi: “Cospaia nel 1815 era divenuta un emporio di commercio. Case commerciali, ditte le più importanti, in specie nel ceto degli israeliti, da Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli, Ancona ecc. stabilirono ivi i loro magazzini, ed ogni più modesto vano della villa, adibito fino allora ai più umili uffici dell’agricoltura, si cangiò in fondaco di mercanti, che vi tenevano agglomerate le loro mercanzie, specialmente in tessuti e coloniali, che vi penetravano immuni da qualunque dazio doganale”. Troppo per papa Leone XII, che aveva già proibito il valzer, bollato come “danza oscena” e chiuso le osterie. E che dopo il Giubileo introdusse misure severe contro i Carbonari e gli ebrei, tanto da vietare qualunque “transazione economica tra cristiani e giudei” ed anche il commercio e l’apertura fuori dal ghetto di negozi e magazzini gestiti dagli israeliti.

La Cospaia ricettacolo del contrabbando di merci proibite ormai aveva i giorni contati. Il papa prese per fame gli abitanti e in accordo con il granduca di Toscana, costrinse i quattordici capofamiglia rimasti a firmare “l’atto di soggezione”. Alla comunità fu concessa ancora la possibilità di continuare a coltivare il tabacco “fino ad un massimo di mezzo milione di piante”. L’indennizzo per la libertà perduta fu una moneta d’argento, che da un lato riportava impresso il severo profilo del pontefice. I cospaiesi, usando l’ironia, l’unica arma che per secoli avevano imparato a maneggiare, la chiamarono “papetto”, per ricordare a se stessi quanto fosse stata pagata poco una indipendenza difesa con tenacia per 385 lunghi anni.

Finì così l’incredibile storia della repubblica di Cospaia. Quasi una favola che ancora oggi si racconta ai bambini del paese durante la festa che ogni anno si celebra fra le casette del borgo alla fine di giugno. Bella, come una filastrocca da tenere a mente. Forse è anche per questo che la moderna scuola elementare è stata intitolata a Gianni Rodari. Subito dopo il bel prato all’inglese, davanti all’ingresso dell’istituto, lì, proprio vicino al tricolore, sventola ancora la bandiera bianca e nera divisa da una diagonale, dell’antica e minuscola repubblica, proclamata per un errore topografico nel 1441, all’indomani della battaglia di Anghiari e dichiarata decaduta nel 1826, alla vigilia di un tempestoso Risorgimento.

Un anno dopo, a qualche centinaio di metri dal glorioso villaggio, nascerà la Buitoni, che poi diventerà Perugina. Ma questa è un’altra storia.

Federico Fioravanti

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Acerenza, città cattedrale

A volerla così, austera e bellissima, fu un monaco benedettino venuto da Cluny. Stretta nel silenzio e nella suggestione della sua cattedrale, Acerenza è un distillato di storia, dove grandiose architetture plasmano il profilo del ripido colle che domina le valli lucane, a metà strada tra il Tirreno e l’Adriatico.

Autentica cittadella murata medioevale, Acerenza si mostra in tutta la sua imponente compattezza a chi proviene dalle Puglie. La solenne cattedrale dell’XI secolo in stile romanico-cluniacense, consacrata all’Assunta e a San Canio, nome gaelico che significa “Magnifico Sorvegliante”, domina il panorama del borgo. Per apprezzarla davvero è meglio passeggiarci intorno, scrutare le mura di pietra antica, i volumi di absidi e torrette che armonizzano con il tessuto urbano e i materiali da costruzione, in accordo con i colori delle facciate e i tetti delle case. E, magari al tramonto, andare alla ricerca dei suoi mille, piccoli segreti prima di varcarne la soglia, nel momento in cui i raggi del sole attraversano il rosone e un fascio di luce intensa colpisce l’altare maggiore. Girandole attorno, fra gli stretti vicoli e le terrazze che aprono scorci sul panorama di dolci colline, la cattedrale svela i suoi primi tesori: incastonati nella trama di pietre millenarie si scoprono marmi di età romana, figure scolpite su lapidi funerarie consunte dal tempo, colonnine di squisita fattura ellenistica. E il meraviglioso portale romanico, dove uomini e animali sono da secoli avvinghiati tra loro.

In età barocca la cattedrale cambiò aspetto: fu rivestita di stucchi, che ne stravolsero spirito e atmosfera, e solo i profondi restauri degli anni Cinquanta tornarono a dare risalto alle sue linee austere. Oggi, ogni prezioso dettaglio è di nuovo visibile: le antiche acquasantiere, le testine di scimmia alla base delle colonne, la suggestiva immagine di Santa Margherita e il drago e il bassorilievo di un satiro intento a suonare lo zufolo.

Sovrana sulla vallata dei fiumi Bradano e Fiumarella, la cattedrale di Acerenza è ancora oggi la chiesa più grande del territorio, capace di ospitare 1200 fedeli e consacrata sede arcivescovile fin dal 1059, anno in cui il Concilio di Melfi sancì l’alleanza tra Vaticano e Normanni del Meridione. Risorse, così com’è oggi, nel 1080 per volere di Arnaldo, abate di Cluny, la più prestigiosa istituzione monastica dell’Europa dell’XI secolo, che era arrivato in Basilicata con i Normanni e il confratello Berengario, diventato poi Priore della Abbazia della vicina Venosa, detta l’Incompiuta.

Nei secoli Acerenza, per la splendida posizione strategica, fu oggetto di contesa tra Longobardi e Bizantini. Il terremoto del 1456 la distrusse quasi completamente, ma venne presto ricostruita e nel 1479 divenne proprietà della nobile famiglia dei Ferrillo.

Lo stemma dei Ferrillo, ripetuto centinaia volte su affreschi e formelle, è anche sul grande sarcofago dietro l’altare: il “Cassone di San Canio”. Agli inizi del Cinquecento, Giacomo Alfonso Ferrillo, il “conte archeologo”, e la sua bella moglie slava, la principessa Maria Balsa, chiamarono a palazzo il maestro Pietro di Muro Lucano e gli commissionarono la realizzazione di una piccola cripta, sotto il presbiterio. A Giovanni Todisco fu dato il compito di affrescarla. Il risultato è un piccolo scrigno di tesori, capolavoro dell’arte rinascimentale interpretata da artisti locali di rara sensibilità.

Uscendo dalla cattedrale, dopo aver ammirato il palazzo cinquecentesco dell’ex-Pretura con la sua bella romanella mediterranea, ci si può incamminare per i vicoletti del centro storico e soffermarsi sugli splendidi palazzi gentilizi settecenteschi dai portalini in pietra, ornati di sculture semplici o stemmi di antiche famiglie acheruntine.

Su Largo Gianturco si affaccia il palazzo della Curia vecchia, che occupa una parte dei locali dell’antico castello di impianto longobardo, parzialmente ricostruito negli anni Cinquanta. All’altezza di Porta San Canio c’è il settecentesco palazzo Gala, con un cornicione a romanella e portali in pietra scolpita.

L’antichissima Akere osca, che Orazio e Tito Livio chiamarono Acheruntia, “il luogo alto”, è da sempre una fortezza. Edificata per difendere, oggi è presidio di cultura e bellezza, simbolo di una terra che ha ospitato santi, pagani, guerrieri e principi normanni.

Daniela Querci

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Il fascino di Brisighella

Le origini di Brisighella risalgono alla fine del Duecento. Fu il fiorentino Maghinardo Pagani (nato a Susinana) considerato il più grande condottiero medievale della Romagna, a edificare quella che divenne la torre fortificata più importante della vallata ai cui piedi si sviluppò il borgo.

Maghinardo (Firenze 1243 – Imola 1302) fu guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna. Combatté insieme a Dante Alighieri nella battaglia di Campaldino nel 1289. Ma poi divenne un campione dei ghibellini, alleato degli Ordelaffi di Forlì. Tanto che Dante, senza nemmeno nominarlo, ne condannò l’opera:

“Le città di Lamone e di Santerno / conduce il lïoncel dal nido bianco / che muta parte da la state al verno” (Inferno, Canto XXVII, 49-51).

Anche Brisighella, quando nevica, sembra un nido accogliente. Ma rimane tale in tutte le stagioni dell’anno, con le sue viuzze antiche, la bella cinta muraria e le scale scolpite nel gesso. Le Feste Medievali animano il paese alla fine dell’ultima settimana di giugno. E piazza Carducci, ogni 26 dicembre, da più di trenta anni, ospita un suggestivo Presepe Vivente. Le case del borgo avvolgono i tre inconfondibili pinnacoli rocciosi su cui poggiano una Rocca del XV secolo, la Torre cosiddetta dell’Orologio ed il Santuario del Monticino.

L’origine del nome rimane incerta. Forse Brisighella ha la stessa etimologia di Brescia: Brix in longobardo vuol dire luogo scosceso. In tardo latino Brisca significa terra spugnosa. Qualche studioso invece attribuisce il nome alla Brassica (cavolo), una pianta spontanea che una volta era molto diffusa in tutto il territorio circostante.

L’atmosfera medievale si respira ovunque. A partire dalla tranquilla piazza Marconi, sulla quale si affacciano Palazzo Maghinardo, ora sede del municipio, e la Via del Borgo, detta anche Via degli Asini. È una strada unica al mondo: coperta, sopraelevata e ricca di archi a forma di mezzaluna di ampiezza differente. Nel XII e XIII secolo la via serviva anche per scopi difensivi. Poi fu abitata soprattutto dai birocciai che trasportavano il gesso a dorso d’asino e che avevano le stalle per le bestie, i cosiddetti “cameroni” di fronte agli archi, vicino alle loro abitazioni che erano concentrate nel piano superiore della via.

La Torre dell’Orologio oggi è la sede del Museo del Tempo. Risale al 1290. Maghinardo Pagani la fece costruire con massi squadrati di gesso, per controllare le mosse degli assediati nel vicino castello di Baccagnano. Fu ricostruita nel 1548. Più volte danneggiata, è stata restaurata nella forma attuale nel 1850.

La Rocca manfrediana che in epoca medievale serviva a controllare il passaggio nella valle del Lamone, è caratterizzata da torri cilindriche. Nel 1310 Francesco I Manfredi, signore di Faenza, la eresse su un precedente edificio. Astorgio, un suo discendente, la modificò alla metà del Quattrocento. Fu completata dai veneziani attraverso la costruzione della torre più alta (1508) raccordata alla cinta muraria. Oggi è sede di un interessante Museo della Civiltà Contadina.

Dagli spalti della fortezza si ammira un bellissimo paesaggio. Merita una visita tutta l’area compresa nel Parco regionale della Vena del Gesso. Altre meraviglie si scoprono lungo la strada che porta a Firenze. Tre luoghi di culto ci ricordano che Brisighella ha dato i natali a ben 8 cardinali.

Al limitare dell’abitato spunta la chiesa dell’Osservanza eretta nel nome di Santa Maria degli Angeli. Poco fuori il paese, c’è un gioiello romanico: la Pieve del Tho, chiamata così perché fu costruita tra i secoli VIII e IX all’ottavo miglio della strada romana che univa la vicina Faenza con la Toscana. Fu un importante luogo di culto. L’edificio, a pianta basilicale, è composto da tre navate, separate da archi che poggiano su dodici colonne (undici colonne di marmo grigio e una di marmo di Verona) molto diverse tra loro come spessore e larghezza. Un’altra bella chiesa è la Pieve di S. Maria in Tiberiaco, edificata sul Monte Mauro, per volere dell’imperatore bizantino Maurizio Tiberio (582-602).

Brisighella fa parte dei circuiti dei Borghi più belli d’Italia e Cittaslow, oltre a essere Bandiera arancione del Touring Club Italiano.

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Il castello di Dracula

Il castello di Bran, conosciuto come il Castello di Dracula, è la fortezza più famosa e visitata della Transilvania. Sorge sull’antico confine tra la Transilvania e la Valacchia, a pochi chilometri dalla città di Brasov.

Appare all’improvviso, all’interno di una stretta gola, arroccato su una parete rocciosa. L’alone di mistero che lo avvolge ispirò Bram Stoker, lo scrittore irlandese autore del celebre romanzo gotico dell’orrore ispirato alle raccapriccianti vicende del principe Vlad III di Valacchia, detto Dracula (1431-1476).

In realtà, la vera residenza di Vlad era il castello di Poenari, edificato nel sud della Romania, sulla valle scavata dal fiume Argeş: ancora oggi se ne possono ammirare le rovine, se si ha la pazienza di affrontare una scalinata formata da 1480 gradini. Il castello di Bran fu utilizzato dal principe Vlad in modo saltuario. La fortezza, costruita con blocchi di pietra di fiume mescolati a mattoni, ha subito numerosi restauri e fonde architetture diverse, dal Gotico al Rinascimento.

Stoker non visitò mai di persona il castello. Ne conobbe le vicende soltanto attraverso i libri e i racconti. Ma la sua fantasia galoppò tra le strette scalinate, i labirinti, le torri, le camere a graticcio e i passaggi segreti della spettacolare costruzione che oggi ospita un piccolo museo di arte medievale.

Agli inizi del XIII secolo, sulla cima dove ora sorge il castello, i Cavalieri Teutonici iniziarono a costruire un fortino in legno, a sentinella della valle che da secoli permetteva il transito dei mercanti dalla Valacchia alla Transilvania. I Mongoli distrussero la costruzione nel 1242. Ma il maniero fu ricostruito nel Trecento da Ludovico I d’Angiò. La nuova rocca servì al Regno d’Ungheria come baluardo contro le incursioni dell’Impero ottomano. Sia il principe Mircea il Vecchio (Mircea Cel Bătrân) che suo nipote, Vlad l’Impalatore (Vlad Ţepeş) dormirono nella fortezza che per molti anni fu di loro proprietà.

L’origine del nome Dracula deriva dal padre di Vlad III: l’altrettanto crudele Vlad II faceva parte di un ordine cavalleresco chiamato “Sacro Ordine del Drago”, fondato nel 1408 dall’Imperatore Sigismondo IV per proteggere il Cristianesimo in Europa orientale dalla crescente minaccia turca. In romeno la parola “Drac“ significa drago, ma anche diavolo. Per le sue atrocità in battaglia il nome Vlad II Dragonul (Vlad il Drago) venne quindi mutato in Vlad II Dracul (Vlad il Diavolo). E il nome Draculea, che significa “Figlio del Diavolo”, passò così al principe Vlad III.

Il giovane alfiere del casato dei Drăculești, ebbe una giovinezza segnata dagli orrori: dopo la crociata di Varna nella quale gli ungheresi cercarono di respingere senza successo l’avanzata turca, fu mandato in ostaggio a Edirne, alla corte del sultano Murad II, come garanzia del pagamento dei tributi annuali pretesi dall’impero ottomano. Il principato di Valacchia si trovò così nella drammatica circostanza di essere servo di due padroni: da un lato il regno d’Ungheria, di cui era vassallo, e dall’altro l’impero ottomano, di cui era tributario.

Durante il lungo soggiorno presso la corte turca, Vlad fu vittima di sodomia. E forse da questo derivò l’ossessione per la quale è passato alla storia. Nel 1456, tre anni dopo la conquista di Costantinopoli, quando il padre fu ucciso dagli ungheresi, i turchi gli concessero di riconquistare il trono. E lo accompagnarono nelle sue terre protetto da una scorta di soldati ottomani.

Ma Vlad si emancipò presto dalle strategie del sultano. La sua “leggenda nera” nacque dall’abitudine di far impalare i propri nemici. La pala era una punizione già utilizzata dai turchi. Ma nella mani di Vlad divenne “un vero e proprio strumento di terrore di massa” (N. Davies, 1996).

La pala “alla valacca”, dalla punta affilata e ingrassata, veniva conficcata nel retto della vittima fino a uscirne dalla bocca. Il supplizio poteva durare diversi giorni. La terrificante pratica valse a Vlad l’epiteto di “tepeș“, l’impalatore. Con l’orribile sistema il “voivoda” uccise migliaia di persone, a partire dai nobili valacchi fedeli alla casata dei Dănești, il ramo nemico dei Drăculești. E quando gli emissari turchi tornarono a chiedere la riscossione del tributo annuale, poiché al suo cospetto non si tolsero il copricapo, fece inchiodare i turbanti alle loro teste come punizione. Il conflitto con i turchi andò avanti con alterne e complicate vicende tra inenarrabili crudeltà.

Vlad si distinse per grandi, fulminee e sanguinosissime vittorie, al punto che a Roma e in molte città europee fu salutato come “salvatore della cristianità”. Ma alla fine fu sconfitto. Al termine della guerra Vlad trascorse alcuni anni (1462-1474) come prigioniero alla corte del sovrano ungherese Mattia Corvino, che lo voleva tenere con sé per evitare altri conflitti con i turchi. Fu una carcerazione ferma ma dorata, anche perché Vlad aveva sposato una delle sorelle del re.

Il “voivoda” diventò famoso nel vicino mondo tedesco grazie al “Geshtichte Dracole Wayde”, un resoconto sulle sue gesta pubblicato a Vienna nel 1463. Il testo, che contribuì in modo determinante a alimentare la sua leggenda, è alla base delle molte invenzioni letterarie che lo scrittore Bram Stoker utilizzerà nel suo “Dracula”, pubblicato nel 1897. Le fonti storiche sono discordi sulla fine di Vlad l’Impalatore. Morì, forse in battaglia contro i turchi oppure vittima di un agguato, in una data imprecisata, tra l’ottobre e il dicembre 1476. Fu sepolto nel monastero di Snagov, su un’isola in mezzo a un lago, trentacinque chilometri a nord di Bucarest. I suoi resti, nonostante molte ricerche, non sono però mai stati trovati.

Nella tradizione romena non c’è nessuna traccia del Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle sue vittime. Vlad III di Valacchia viene anzi presentato come un eroe dell’indipendenza nazionale, spietato campione della “storia sacra” del paese per aver protetto le popolazioni dall’implacabile dominio ottomano.

Virginia Valente

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Hum, la città più piccola del mondo

Per il Guinness dei Primati, “la città più piccola del mondo” è Hum (in italiano Colmo) un centro medievale della Croazia, nel cuore dell’Istria. Fa parte del comune di Buzet (Pinguente). Ha soltanto 20 abitanti e un’estensione di appena 100 metri di lunghezza per 30 di larghezza.

Hum risale al IX secolo. Allora l’Istria apparteneva al regno Franco; il conte Ulrico I fece costruire un castello sui resti dell’antica fortezza. Intorno crebbe un piccolo borgo che, da allora, non è cambiato. Per entrare nella minuscola città medievale, l’unica via di accesso è ancora un antico portone di bronzo che si apre su due vicoli che ospitano una manciata di case, nobilitate da due chiese romaniche: quella di San Gerolamo e quella di San Giacomo, su cui svetta una bella torre campanaria. Nel 1102 Ulrico I scelse di lasciare Hum e alcuni altri suoi castelli al Patriarca di Aquileia. Nell’atto di donazione si parla del “castrum Cholm” (Hlm in croato). E’ la prima citazione conosciuta di Hum. Una fortezza quindi, il cui abitato è rimasto all’interno dei confini che furono stabiliti già nell’alto Medio Evo.

Il piccolo centro è famoso anche per alcuni particolari e preziosi affreschi romanici con influssi di pittura bizantina conservati nella chiesa di San Girolamo. La ricchezza storica della città in miniatura è confermata da un monumento di eccezionale interesse: il “Viale dei glagoliti”, un percorso di 7 chilometri che si estende da Roč (Rozzo) fino a Hum. Il cammino fu edificato nel 1977 a ricordo del più antico alfabeto slavo conosciuto.

Il glagolitico venne creato dal missionario Cirillo, insieme a suo fratello Metodio, intorno all’862-863. Servì a tradurre la Bibbia e altri testi sacri in antico slavo ecclesiastico. Il nome deriva dal sostantivo “glagolŭ”, che vuol dire “verbo” (ma è anche il nome della lettera “G”) o da “glagolati” che significa “parlare”. Ancora oggi, in Croazia, questo alfabeto è utilizzato nella liturgia. Presso gli altri popoli slavi che ne facevano uso fu invece sostituito intorno al X secolo dal cirillico, che è una sua derivazione.

La forma della passeggiata tra i segni dell’antica lingua somiglia alla lettera glagolitica “S”. Comprende 11 monumenti dedicati all’alfabeto voluto da Cirillo. Il percorso si conclude proprio a Colmo, dove una scritta di benvenuto accoglie il visitatore sulla porta d’ingresso del caratteristico centro.

Hum conserva ancora l’usanza che risale a molto più di mille anni fa, di scegliere il prefetto sul tavolo di pietra. Il 9 giugno tutti gli uomini della parrocchia eleggono lo zupano (il capo villaggio medievale) facendo una incisione su un bastone di legno chiamato “raboš”.

Vince chi ottiene il maggior numero di intagli. Il capo che viene eletto ha il compito di prendersi cura della parrocchia, di risolvere le controversie tra gli abitanti e di emettere eventuali sentenze nei confronti dei disubbidienti o di coloro che turbano l’ordine pubblico. Ma c’è veramente bisogno di lui soltanto il primo giorno dell’elezione, che coincide con una famosa sagra alla quale accorrono anche gli abitanti dei paesi vicini, per assaggiare la biska, una grappa medicinale al vischio la cui ricetta segreta risale ai druidi che la portarono in Istria più di 2000 anni fa.

Virginia Valente

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Assisi, le creature di luce

Per Francesco erano fratello Sole e sorella Luna, le stelle e il fuoco. Per noi, insieme alle ineguagliabili espressioni della Natura, anche la sua memoria è luce. Un faro che travalica l’appartenenza o meno a una fede religiosa, perché illumina pagine di storia, arte e architettura.

È questo lo spirito che ha motivato l’installazione di un nuovo sistema di illuminazione nella Basilica Superiore di San Francesco, ad Assisi. E l’impatto è grandioso. Le volte stellate, gli archi e le volute del santuario sembrano brillare di luce propria. Come il gioco di chiaroscuri, la varietà cromatica e le volumetrie degli affreschi di Giotto, che acquistano una più completa e godibile visibilità.

Inaugurato di recente, l’impianto concilia la volontà di valorizzare al massimo l’enorme patrimonio artistico della basilica con la necessità di preservare i capolavori all’interno dell’edificio. Le luci a Led sfruttano tecnologie di ultima generazione e non emettono né raggi infrarossi né ultravioletti, dannosi soprattutto per i celebri affreschi che raccontano la vita di Francesco.

Particolari cure sono state riservate anche all’aspetto filologico: per mantenere immutate morfologia e posizione dei lampadari originali presenti nella basilica, le strutture meccaniche medievali sono state dotate di particolari opere di ingegneria progettate ad hoc, che hanno permesso di inserire i proiettori senza modificare aspetto e collocazioni dei punti di illuminazione.

Il sistema è anche in linea con i parametri di risparmio energetico indicati dalle normative europee ed è dotato di un pannello di controllo, accessibile anche via smartphone, in grado di modulare l’intensità dell’illuminazione in armonia con il variare della luce naturale che penetra nella basilica e in funzione delle diverse attività che si svolgono, dalle occasioni celebrative alle visite, fino ai momenti di più intimo raccoglimento.

La basilica di Assisi è uno dei siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio del mondo. E i suoi affreschi sono tra i tesori d’arte italiani meglio conservati e più accessibili ai turisti. Lo certifica una speciale classifica stilata dall’analisi di più di cento testate della stampa internazionale, dal New York Times a Der Spiegel.

I meravigliosi affreschi di Giotto hanno conquistato il 13,55% delle citazioni totali. Al secondo posto (con il 12.30% di citazioni) gli affreschi della Cappella Sistina, che precedono il Colosseo e il Cenacolo di Leonardo Da Vinci. La classifica dei tesori d’arte restaurati comprende anche la Torre di Pisa, la Galleria degli Uffizi, la Valle dei Templi e i Sassi di Matera.

La costruzione della basilica di Assisi iniziò nel 1228, il giorno dopo la canonizzazione di Francesco. Per la decorazione vennero chiamati i migliori artisti. Il pittore Cimabue giunse in Umbria con uno stuolo di allievi, tra i quali il giovane Giotto che collaborò agli affreschi delle Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, in particolare alle Storie di Isacco. Quasi vent’anni dopo, il generale dell’Ordine Francescano affidò proprio a Giotto il ciclo di affreschi sulla vita di San Francesco. Il grande pittore scelse di raccontare l’umanità dei personaggi, ne curò la fisicità e diede rilievo agli elementi naturali del paesaggio.

Una pittura nuova e rivoluzionaria, capace di interpretare al meglio il messaggio francescano d’amore per tutte le cose del Creato. Molte le scene corali: la folla è compatta, disegnata come un unico volume. Giotto però non rinunciò alle individualità: curò le fisionomie dei personaggi e li vestì con un realismo che abbagliò lo spettatore trecentesco così come, oggi più che mai, ammalia i visitatori che arrivano a Assisi da tutti i paesi del mondo.

Giulia Cardini

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Saint Denis, prima, meravigliosa cattedrale gotica

San Dionigi, decapitato sull’altura di Montmartre, si alzò in piedi e raccolse la sua testa. Poi scese dall’alta collina del suo martirio (“mons martyrium”) e portò quel capo mozzo e sanguinante in un remoto luogo della sterminata campagna che allora circondava Lutezia, la città della Gallia romana nata sulla riva sinistra della Senna.

Nel cimitero dove il santo vescovo di Parigi trovò sepoltura, all’inizio fu edificata una chiesa piccola, capace però di custodire la leggenda di Dionigi, che si propagò ben oltre le date incerte del martirio. E segnò, nei secoli, la storia stessa della Francia.

Dagoberto I, re merovingio, decise che in quel luogo decentrato dovesse nascere una abbazia benedettina dove pretese di essere inumato dopo la sua morte (638). Pipino il Breve, nel 754, vi si fece consacrare re.

A partire dal VI secolo, Saint Denis diventò il luogo di sepoltura di quasi tutti i regnanti francesi. Oggi ospita le tombe di 42 sovrani, 32 regine e 63 principi e principesse. Le prime storie della Francia furono vergate proprio dai monaci benedettini dell’abbazia. Il culto del santo intanto attirava migliaia di pellegrini da tutto il paese.

La chiesa si trasformò ancora. E divenne grande e bellissima soprattutto grazie al genio e al lavoro di un uomo: Sugero (1080 -1151), consigliere di due re, mediatore tra la monarchia e il papa e reggente di Francia durante la seconda crociata. Aveva un fisico minuto ma era animato da una indomabile volontà e sorretto da una straordinaria intelligenza. Guidò l’abbazia dal 1122 al 1251. Con un triplice ruolo: committente, costruttore e cronista dei lavori della prima, meravigliosa cattedrale gotica della storia.

I lavori iniziarono nel 1136. L’abate voleva un’opera sontuosa, mai vista prima. Organizzò il cantiere, trovò il denaro che serviva e volle che l’oro, le perle e le pietre preziose abbellissero le suppellettili liturgiche, la grande croce, il paliotto dell’altare e il tempietto dei reliquiari. San Bernardo si scandalizzò di tanta magnificenza. Scrisse una famosa lettera a Sugero nella quale definiva Saint Denis come “fucina di Vulcano” e “sinagoga di Satana”. L’abate rispose al rigore ascetico dell’ispido santo con delicate parole d’amore sulla bellezza del creato e i colori del mondo. Sugero voleva una architettura di luce, l’attributo divino per eccellenza che trovava descritto negli scritti di Dionigi l’Areopagita e nelle opere di Scoto Eriugena. I grandi spazi e la luce guidarono la nascita della cattedrale, anche grazie a inedite tecniche di costruzione: Saint Denis è il primo edificio della storia dell’architettura in cui convivono sia la pianta a croce latina con cappelle laterali che la volta su ogive incrociate.

Le vetrate creano un muro ondulatorio di luce. E i due rosoni, i primi costruiti in Francia, ammaliano il visitatore: quello a nord, che indica il punto delle tenebre, riflette dei colori freddi, al contrario dell’altro, il rosone esposto al sud, che mostra un tripudio di colori. Per Sugero, l’incanto delle pietre multicolori doveva trasportare chi entrava a Saint Denis in “un altro mondo”, per elevare la mente dell’uomo dalle cose terrene.

Fu San Luigi IX a ordinare una scultura per ogni sovrano sepolto nella cattedrale. Nel Medioevo, per il popolo dei fedeli la grande cattedrale era “la necropoli dei nostri re”.

Saint Denis rappresenta la Francia come pochi altri luoghi. Si diceva che la bandiera sacra dell’abbazia fosse di colore rosso perché era bagnata dal sangue stesso di San Dionigi. Diventò presto lo stendardo dei re da esibire in battaglia. Un simbolo del potere reale descritto anche nella “Chanson de Roland” dell’XI secolo. Fu consegnato a Guillaume de Martel prima della battaglia di Azincourt (1415) e perso dopo la sua morte.

Alla chiesa abbaziale di Saint-Denis Giovanna d’Arco appese la sua armatura nel 1429. Nella grande chiesa dormono anche i re Borboni, chiusi in bare adagiate su telai di ferro, e Luigi XVI e Maria Antonietta, i sovrani travolti dalla Rivoluzione.

Virginia Valente

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Il Cavaliere di Madara

Un maestoso cavaliere, scolpito a 23 metri dal suolo su una roccia alta circa 100 metri. Il gigantesco bassorilievo è stato scolpito nel 705 dopo Cristo a Madara, nella Bulgaria nord-orientale, vicino alla città di Šumen e a circa 70 km da Varna. E’ un’opera unica nella cultura artistica europea: il cavaliere, armato di lancia, caccia un leone, rappresentato sotto il destriero al galoppo. L’eroe è seguito da un cane da caccia e preceduto da un’aquila in volo. La scena rappresenta in modo simbolico un trionfo militare: quello di Khan Tervil, che regnava proprio nel periodo in cui l’opera è stata realizzata. Il bassorilievo è quindi opera dei Bolgari, una tribù nomade di guerrieri che si insediò nella Bulgaria nord-orientale alla fine del VII secolo e, che dopo essersi fusa con i popoli slavi che già vivevano in quelle terre, diede origine ai bulgari di oggi. L’archeologo Vesilin Besheliev, ha determinato l’età precisa del rilievo fissandola al 705, appena 24 anni dopo la fondazione della Bulgaria (681). Tre iscrizioni in lingua greca medievale che illustrano l’opera ci danno importanti informazioni sulla storia di quei territori. In particolare la prima delle scritte incise sulla pietra attesta l’accettazione da parte di Giustiniano II del regno di Khan Tervil sulla Bulgaria con un gesto di omaggi: il pagamento delle tasse ai Bulgari da parte dei Bizantini. Le altre iscrizioni si riferiscono a Khan Krum (796-814) e Omurtag (814-831) e con ogni probabilità vennero scolpite per loro ordine. Il monumento è inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO fin dal 1979. La figura era anche sul retro di una moneta in circolazione in Bulgaria una decina di anni fa. E secondo un sondaggio fatto all’epoca, un bulgaro su quattro avrebbe voluto proprio il Cavaliere di Madara come immagine simbolo per il conio della moneta bulgara, in previsione di un futuro ingresso del paese nel sistema dell’euro.

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