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Bevagna scelta come set dell’attesa serie tv “Il nome della rosa”

Piazza Silvestri, luogo simbolo della città di Bevagna, un comune della provincia di Perugia con 5.000 abitanti, è stata spesso lo scenario di film e serie tv

BEVAGNA – La piazza di Bevagna è stata scelta come set per le scene iniziali de Il nome della rosa, il primo adattamento televisivo del celebre romanzo di Umberto Eco. Il ciak iniziale dello sceneggiato Rai, annunciato in sei puntate, è previsto negli studios di Cinecittà nei primi giorni del gennaio 2018. A Bevagna le riprese, concentrate principalmente tra la chiesa di San Silvestro e il Mercato Coperto, inizieranno invece a febbraio e si protrarranno per alcune settimane.

La città, inserita tra i Borghi più belli d’Italia e le Bandiere Arancioni, di recente è stata scelta anche per le registrazioni di un’altra serie televisiva targata Disney Channel. E in passato ha ospitato altri film famosi. Il regista Mario Mattoli, di origini bevenati, nel lontano 1936 volle girare nella città dei suoi avi Musica in piazza. E anche Franco Zeffirelli ambientò qui alcune scene di Fratello Sole, sorella luna (1972). Fino alla fiction tv di Rai Uno Don Matteo 6.

L’italo-americano John Turturro sarà Guglielmo da Baskerville

Il nome della rosa televisivo, diretto da Giacomo Battiato, propone un cast internazionale. Umberto Eco, scomparso nel 2016, aveva avuto modo di supervisionare la sceneggiatura, scritta da Andrea Porporati in collaborazione con il suo collega britannico Nigel Williams. Il ruolo di Guglielmo da Baskerville, il monaco-detective interpretato da Sean Connery nel kolossal del 1986 diretto da Jean-Jacques Annaud, è stato affidato all’attore italo-americano John Turturro.

L’inglese Rupert Everett si calerà nel ruolo dell’inquisitore Bernardo Gui

Rupert Everett sarà il suo antagonista, Bernardo Gui (F. Murray Abraham nel film di Annaud). Adso da Melk, il novizio che nel film del 1986 era interpretato da un giovane Christian Slater, nella serie tv avrà il volto del diciottenne attore tedesco Damien Hardung. La serie, prodotta da Matteo Levi (con la 11 Marzo) e Carlo Degli Esposti (con Palomar) in collaborazione con Rai Fiction, sarà girata in inglese. Il budget previsto è di 23 milioni di euro. Secondo il quotidiano francese Le Monde, “Il nome della rosa” è uno dei cento libri più importanti del Novecento. Il successivo film girato da Annaud per ben tredici anni (dal 1988 al 2001) ha detenuto il record d’ascolto su RaiUno con di 14 milioni 672 mila spettatori, superato solo dalla visione de “La vita è bella” di Roberto Benigni che registrò 16 milioni 80 mila spettatori.

Una scenografia ideale La piazza bevanate è una delle più importanti realizzazioni urbanistiche dell’Umbria.

Ora si chiama Piazza Silvestri. Una volta era Piazza Maggiore. E prima ancora Piazza Umberto I. E’ uno spazio di grande fascino, pavimentato con lastre di pietra, privo di simmetria e di allineamenti frontali, esaltato dalla monumentale presenza di due chiese, del Palazzo dei Consoli e della bellissima colonna romana di S. Rocco. La fontana, di imitazione medievale, fu fatta costruire nel 1896.

Una piazza sghemba e affascinante. Nella quale spicca, con la sua loggia al piano terreno chiusa da splendide volte a crociera, il Palazzo dei Consoli, realizzato nel 1270 .

Particolare di Piazza Silvestri

Una bella scalinata conduce al piccolo e armonioso Teatro Torti (1886) che offre agli sguardi dei visitatori un loggione e tre ordini di palchi e le magistrali decorazioni di Domenico Bruschi e Mariano Piervittori.

Un’ampia volta, realizzata nel nel 1560, collega il palazzo alla Chiesa di San Silvestro, progettata nel 1195 da maestro Binello. Un vero e proprio capolavoro del romanico umbro: la facciata, nella quale emerge un portale in travertino ornato da rilievi classicheggianti e mosaici geometrici è rimasta incompiuta nella parte alta. Il fregio allegorico va osservato con cura e letto da sinistra a destra: c’è un monte (Cristo) dal quale escono i quattro ruscelli dei Vangeli; dal monte si dispiega un tralcio rigoglioso: la pianta generosa della vite rappresenta la Chiesa in mezzo al quale si nascondono alcuni animali (i fedeli); sulla destra un demonio vomita un fiume dalla bocca.

La chiesa di San Michele che si eleva sull’altro lato della piazza fu edificata dallo stesso Binello, insieme a Rodolfo, appena pochi anni più tardi. La facciata presenta un bel portale ornato da capitelli e da fregi in tre ordini; l’interno, a tre navate, con il presbiterio rialzato e ampia cripta, conserva un Crocifisso del XV secolo con sagome lignee raffiguranti la Madonna, la Maddalena e S. Giovanni, attribuite al Providoni. A lato dell’edificio, la solida torre campanaria cuspidata, con trifora gotica.

Il lato della chiesa di San Silvestro che si affaccia in Piazza Silvestri

Proprio all’ingresso del corso, sulla sinistra, si alza una terza chiesa: San Domenico. Fu fatta costruire nel 1291 sui resti di un oratorio che era dedicato a S. Giorgio e che il Comune di Bevagna volle donare al Beato Giacomo Bianconi a riconoscimento della sua opera di ricostruzione della città, dopo l’assedio di Federico II (1249). Il portale con una lunetta affrescata, risale al XIV secolo.

L’interno, a navata unica con tre absidi, fu trasformato nel 1737. Nell’abside centrale spiccano affreschi giotteschi del XIV secolo: Annunciazione e Scene della vita di S. Domenico. A pochi passi, si possono ammirare una Madonna con Bambino e un Crocifisso, due sculture sculture lignee del XIII secolo. Da un vicolo nascosto dietro alla chiesa si può accedere a un grande ex convento domenicano, che in gran parte poggia su una monumentale costruzione romana del I secolo dopo Cristo.

Una piazza viva, cuore pulsante della città: è qui e lungo il corso che ogni anno, nel mese di giugno, si svolge il Mercato delle Gaite, caratteristica e fedele ricostruzione della vita quotidiana della Bevagna medievale negli anni tra il 1250 e il 1350 curata dai quattro antichi quartieri cittadini: San Giorgio, San Giovanni, San Pietro e Santa Maria.

Selvaggia d’Urso Articolo pubblicato su Umbria Touring

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I giorni de I Giochi de le Porte

Il manifesto de I Giochi de le Porte, dal 22 al 24 settembre a Gualdo Tadino

Prima avvertenza: non fate l’errore di arrivare domenica, quello che voi pensate sia il giorno della Festa. Non fatelo. Quando si parla di Giochi de le Porte non esiste IL giorno. Esistono I giorni.

Allora prendetevela comoda e imbarcatevi in auto il venerdì mattina. Arriverete in tempo per iniziare a godervi i Giochi proprio come i gualdesi doc. Sì, perché qui a Gualdo Tadino da sempre si dice che “il venerdì è dei gualdesi”, ma non preoccupatevi: non sarete certamente di intralcio. Anzi. Verrete semplicemente travolti dalla sana follia che avvolge questo giorno che segna l’inizio di tutto.

Venite con noi.

Fanciulle ai Giochi (foto ©Daniele Amoni)

È venerdì e ogni cosa prende il via. O meglio, ogni cosa finisce. Finisce l’ansia di un anno, finiscono i preparativi, le prove, le paure. Tutto. Avete presente lo stato d’animo di una sposa che sta per uscire di casa per andare all’altare dopo mesi e mesi di attesa? Ecco, è così che si sente la nostra Città. Ansiosa, si mira allo specchio con la speranza che tutto sia a posto e che sia più bella che mai.

Arrivati? Parcheggiato? Bene! Fatevi trovare alle ore 18 in piazza Martiri e sistematevi in modo tale da gustarvi lo scambio di doni tra i tavernieri, quello che segna l’avvio ufficiale dei Giochi de le Porte. Soffermatevi sullo sguardo dei portaioli. Vedrete voglia di rivincita per chi lo scorso anno ha perso e voglia di ripetersi per chi tiene il Palio ben custodito in taverna. Però attenzione: il venerdì non esiste la Porta di San Benedetto, di San Donato, di San Martino e di San Facondino. Il venerdì esiste solo la Porta di Gualdo, perché tutti sono uniti nel festeggiare l’avvio di una tre giorni che, nonostante le rivalità, in primo piano metterà sempre e comunque la Comunità. Poi assisterete alla consegna delle chiavi. Quali chiavi? Quelle della Città, perché qui, da oggi a domenica, non sarà il Sindaco a guidare il popolo, ma il popolo dei Giochi a guidare la Città. Se al “Viva Gualdo, viva i Giochi de le Porte” urlato alla folla avete sentito un brivido sulla pelle, accertatevi che non sia il freddo. Se non lo è stato, vuol dire che siete pronti per il resto di questa avventura.

Seguiteci, perché da adesso si aprono gli usci delle taverne e allora i colori e gli odori che avete appena visto e sentito in Piazza, li ritroverete fra le mura di queste splendide e romantiche dimore medioevali pronte a conquistare i vostri occhi e il vostro palato. In tre giorni avrete tempo per visitarle tutte. Anzi, mettiamola così: dovete farlo, perché solo in questo modo il tuffo nel Medioevo sarà completo e soddisfacente.

Mangiato? Allora tornate in Piazza, perché alle 21 verrete avvolti dal ritmo e dalle coreografie mozzafiato dei Tamburini delle quattro Porte. Poi ecco i giochi con i vessilli di uno dei gruppi più antichi dell’Umbria, quello degli Sbandieratori e Musici della Città di Gualdo Tadino. Ok, ora potete andare e dormire, magari dopo un salto in taverna per un buon bicchiere di vino e per fare amicizia con i tanti gualdesi che troverete lì, ma anche sparsi per le vie di un centro storico che stasera è più vivo che mai.

Lo sfarzoso Corteo Storico (foto ©Daniele Amoni)

È sabato, il giorno del Corteo Storico. Di mattina la città dorme e speriamo la perdonerete. Anche perché la sorpresa che vi regalerà all’imbrunire, si rivelerà sicuramente uno degli spettacoli più belli, affascinanti e commoventi che possiate mai aver visto. Sapete allora che dovete fare stamattina? Un giro per i nostri fantastici musei. Sì, perché Gualdo Tadino, che conta quindicimila abitanti, ha la bellezza di sei musei bellissimi. Ma non sono “bellissimi” perché chi scrive è di parte. Lo sono veramente!! Molti vi racconteranno la ceramica, il nostro orgoglio. Un altro vi racconterà l’emigrazione, quella nostra, quella che ha piantato il seme gualdese e italiano praticamente in tutto il mondo. È in questi luoghi che capirete da dove viene la nostra tenacia e perché Gualdo Tadino è la città dai Lustri d’Oro.

Il pomeriggio la piazza, la stessa che avete vissuto ieri, si riempirà di gente in costume. Chi sono, cosa fanno e quanto sono bravi lo scoprirete domani, ma volendo potete assistere alle loro prove, al loro “assaggio” di quella Piazza che domani vedranno dall’alto del loro palchetto, piena di migliaia e migliaia di visi rivolti verso l’alto, verso loro e verso i bersagli. Parliamo di fionda e arco, parliamo di bilie e frecce. Parliamo di strumenti vecchi di secoli, riportati in vita dai nostri bravissimi Giocolieri. Non vi muovete, state lì, perché alle 18 arrivano i balestrieri della compagnia Waldum. La balestra è un’arma antichissima, inventata subito dopo l’arco, per aumentarne la potenza e la gittata. Dovete sapere che la gara a cui state per assistere ha un nobile scopo, perché colui che vincerà avrà l’onore di sfilare nel corteo storico di stasera con il drappo che domani si aggiudicherà il vincitore dei Giochi de le Porte. Con il Palio! Una bella responsabilità!

Piatto da pompa con la bottega di Matteo da Gualdo, Fabbrica di Paolo Rubboli, 1878

Adesso avete due possibilità: andare a cena o prendere posizione in Piazza per scovare un posticino utile per gustarvi uno dei Cortei Storici più belli d’Italia. Un suggerimento? Se siete in una buona posizione, tipo la scalinata della Basilica di San Benedetto, andate a mangiare dopo. Le taverne sono aperte fino a tardi e il cibo è sempre freschissimo. Se invece magari avete acquistato un biglietto per un posto in tribuna, mangiate con calma e tornate in piazza alle 21. È a quest’ora che gli oltre mille figuranti delle quattro Porte, in costume d’epoca del XV secolo compariranno annunciati dal suono dei tamburi e sfileranno davanti ai vostri occhi, dando vita ad allegorie e scenografie fantastiche, che vi lasceranno senza parole. Magari non dimenticatevi di scattare tante tante foto!

Al termine del Corteo, vi diamo un altro consiglio: contornatevi di gualdesi, state loro vicino, così da farvi tradurre qualche parola in dialetto che inevitabilmente uscirà fuori dalla lettura dei Bandi. I quattro Priori saliranno infatti sul palco per sfidare le Porte rivali. Sfottò, battute, aneddoti. Qualcuno lo capirete, qualcun altro no. Provate a farvelo spiegare e se non ci riuscite nessuna paura. Tutto renderà più trepidante l’attesa per le gare di domani.

Adesso è il momento di andare a letto ma, se non lo avete già fatto, scegliete una Porta per cui tifare. Sceglietela in base ai colori, alle simpatie, a quello che volete. Però fatelo, perché non esiste domenica dei Giochi senza una Porta per cui tifare. E poi è bello parlare al plurale, dire “vinciamo noi”, urlare, incitare. È bello regalarsi un po’ di gualdesità. Allora buonanotte. E nel sonno abbracciate il fazzolettone della Porta che vi siete appena regalati.

I somari, conquistatori del Palio (foto ©Daniele Amoni), amatissimi dal popolo de I Giochi del le Porte

Siamo arrivati a domenica e ancora non vi abbiamo raccontato di un animale, che sicuramente in queste due giornate passate a Gualdo Tadino avrete visto decine di volte. Il somaro è un animale addomesticato ormai da millenni, che ha rappresentato, anni e anni fa, il mezzo di sostentamento di tante famiglie. Bene, noi il somaro lo veneriamo. Esagerati? No, se andate a visitare le stalle dove le quattro Porte custodiscono questi animali, vi accorgerete che l’amore e la cura che i portaioli hanno per i somari è incredibile e a tratti commovente. Tant’è che abbiamo affidato a loro il compito di conquistare il Palio tanto ambito. A loro e ai giocolieri che avete visto all’opera ieri.

Pronti per i Giochi de le Porte? Premessa: dovete sapere che la storia di Gualdo Tadino è una storia dura, intrisa di difficoltà, di cadute anche pesanti, ma Lei, la città, è rimasta sempre in equilibrio, quasi danzando sopra alle tante, tantissime avversità. I Giochi de le Porte non possono che rispecchiare tutto ciò. Competitività, confusione, caos, difficoltà, cadute, risalite. È la storia di Gualdo e quindi è la storia dei Giochi. Non aspettatevi nulla di normale, non sarebbero i Giochi de le Porte. Questa è una festa dove niente è ripetitivo, come nelle cento altre rievocazioni. Qui abbiamo una montagna con rocce dure come le nostre teste e una tramontana che ogni inverno tenta di tagliarci in due, senza mai riuscirci. Potevamo avere un Palio normale? No, non ce l’abbiamo.

Se ieri vi siete persi gli Sbandieratori e il corteo storico, o se avete voglia di rivederli, alle 14 e alle 14.30 arriveranno di nuovo in piazza Martiri. Poi, alle 15.30, trattenete il respiro e tuffatevi nel più grande spettacolo.

L’ambito Palio, e sullo sfondo la bella facciata della chiesa di San Benedetto (foto ©GualdoNews: www.gualdonews.it)

Se siete stati mattinieri avrete visto alle 10.30 pesare dei carretti di legno. Bene, saranno i protagonisti della prima delle quattro prove. Insieme ai nostri cari somari. Ogni Porta si presenterà nell’Arengo Maggiore – ci siamo dimenticati di dirvi che la Piazza oggi si chiama così – con un carretto trainato dal somaro. A bordo un auriga e un frenatore, che tenteranno di compiere il giro dell’anello del centro storico nel più breve tempo possibile. La seconda gara è quella con la fionda. Quattro tiratori, uno per Porta. Ognuno, con cinque biglie a disposizione, deve colpire un piatto bianco con un cuore al centro. Quel cuore sapete cos’è? La nostra città. Sì, perché Gualdo Tadino è l’unico luogo al mondo ad avere un centro storico a forma di cuore e un pezzo di cuore scolpito nella montagna. E, oggi, anche tanti cuori che battono all’unisono. Per la terza prova, sullo stesso palchetto, salgono gli arcieri. Stessa modalità: cinque tiri ognuno, cercando di portare a casa più punti possibile.

Ora date un’occhiata al punteggio. È difficile che, a questo punto, una Porta abbia già vinto il Palio. Può succedere, certo, ma è più facile che a decidere chi porterà a casa il drappo dedicato al nostro San Michele Arcangelo, sia la quarta prova. Quella più bella, quella unica, la gara che quel cuore di prima ve lo farà saltare nel petto: la corsa a Pelo. Stavolta i quattro somari partono insieme, senza carretto, cavalcati da altrettanti fantini. La corsa è avvincente, caotica, veloce, fatta di sorpassi, contro sorpassi, imprecazioni, sudore, urla dei portaioli. Tutto questo in due minuti, attimi in cui non ce la farete mica a stare fermi, a non esultare, a non disperarvi, a non essere trasportati dallo speaker che la corsa ve la racconta metro dopo metro. Una curva, il rettilineo, un’altra curva, la salita. Nell’Arengo Maggiore compare il primo somaro. Magari è un testa a testa. La piazza esplode all’improvviso, appena gli zoccoli del somaro iniziano ad affrontare l’ultima curva prima del traguardo. Un boato, che il clamore di prima vi sembrerà un sussurro.

Poi è l’apoteosi. Poi è il rogo…. Un rogo? Calmi, adesso ve lo spieghiamo.

La strega Bastola (foto © @entegiochideleporte), che secondo la leggenda diede fuoco all’intera cittànel marzo del 1237

Abbiamo una nemica. Si chiama Bastola ed è una strega, la reincarnazione del demonio, capace di assumere sembianze animalesche e di compiere rituali macabri nei nostri boschi. L’avrete sicuramente vista lungo il corteo storico: incatenata e imprigionata. Pensate che in una fredda notte del marzo del 1237 bruciò la nostra città. Come si fa a non odiarla? Non si fa e infatti da quaranta anni noi bruciamo lei. La Porta vincitrice non si aggiudica solo il drappo del Palio dedicato a San Michele Arcangelo, ma avrà anche il diritto, l’onore e il piacere di bruciare la Bastola. Così ecco un pupazzo, con le sembianze della nostra cara nemica, comparire nell’Arengo per essere oggetto di scherno da parte dei portaioli. Poi il rogo, in cui i vincitori partecipano con un girotondo di festa.

I Giochi finiscono con le rovine fumanti della Bastola e con i portaioli che, al ritmo dei tamburi, si tingono di nero con la fuliggine del rogo. Se la Porta che avete ‘adottato’ ha vinto, fatelo anche voi. Sporcatevi le dita e segnatevi il viso. Se non ha vinto, fatelo lo stesso. Tanto sarete comunque segnati da questi tre giorni trascorsi nella città murata. Nella città dai Lustri d’Oro.

Buon rientro a casa, ma un ultimo avvertimento: qui assistiamo ancora ad un mezzo miracolo. Chi arriva in questo luogo bello, ma strano, in questo luogo che sembra rude, ma è cortese, sotto queste montagne aspre, ma bellissime…. beh, questo luogo lo sente come casa propria fin dal primo passo, fin dal primo giorno. Gualdo è così. Ti obbliga a viverla, non vuole essere semplicemente visitata. Con una semplice visita non la capirete. Vuole rendervi parte della sua anima, del suo apparato sanguigno. Vuole stupirvi, nel bene e nel male. E con i Giochi de le Porte lo farà. Quindi potranno passare anni, potete anche andare lontano, pensando di averla dimenticata. Ma state tranquilli: Gualdo vi rimane. I suoi Giochi vi rimangono.

Marco Gubbini direttore editoriale Gualdo News

I Giochi de le Porte anche nel dossier dedicato alla storia della Città di Gualdo Tadino su MedioEvo N° 248 di settembre 2017. Il dossier è stato realizzato con il sostegno di:

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San Francesco, gioiello di Gualdo Tadino

Lo splendido portale della chiesa monumentale di San Francesco, a Gualdo Tadino

“Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e tutto quanto viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre dimorandovi da ospiti come forestieri e pellegrini”.

Dalle pagine del testamento, Francesco esortò i suoi frati a saper dire no. Dire no quando fossero loro offerti luoghi contrari alla vita povera prevista nella Regola che si erano dati. Dire no quando fossero loro offerte chiese destinate a un numero di sacerdoti eccessivo per una famiglia composta prevalentemente da laici.

Dire no all’ingresso senza limiti di nuovi frati all’interno della religione, con la conseguente necessità di conventi sempre più grandi. E dire no anche alle comunità cittadine che spingevano i frati a trasferirsi in città, per vivere in edifici monumentali costruiti nei borghi sorti a ridosso delle mura, oppure occuparsi del culto dei santi patroni in santuari urbani.

Morto Francesco, i caratteri originali di una comunità che era nata con una spiccata predilezione per residenze precarie, in luoghi da sogno lontani dai centri abitati, si sfrangiarono in uno strascico di polemiche tra i fautori di una vocazione contemplativa, che richiedeva silenzio e solitudine ma anche comunione con il creato, e i fautori di una vita attiva, che si nutriva del chiasso delle città moderne per esercitarvi la virtù della carità.

Tra “spirituali” e “conventuali”. Tra Maria e Marta. Dante avrebbe diviso il campo tra seguaci di Ubertino da Casale e seguaci di Matteo d’Acquasparta: “ma non fia da Casal né d’Acquasparta,/ là onde vegnon tali alla scrittura,/ ch’uno la fugge, e l’altro la coarta”.

Con mille differenti sfumature, le due parti in polemica si ritrovarono nel cercare la bellezza nelle forme dell’arte.

La pietra dello scandalo fu la chiesa sepolcrale di Assisi, caput et mater dei frati Minori, che vide frati della comunità e frati spirituali in competizione per rendere questa chiesa più bella di quanto già fosse. I “conventuali” nella cappella papale della chiesa superiore, quando, con l’elezione di Niccolò IV nel 1288, l’intera navata fu dedicata al ruolo dei frati Minori nella storia della salvezza, grazie al confronto tra la vita dei patriarchi e la vita di Cristo nel claristorio superiore delle pareti, e la vita di Francesco nello zoccolo inferiore. L’invenzione iconografica fu affidata a Matteo d’Acquasparta e adottò il racconto di Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda Maior. Il ciclo della vita di San Francesco si apre con l’omaggio delle magistrature comunali, che ha le sembianze di una allegoria di un “buon governo”, e si chiude con tre miracoli dedicati alle opere di misericordia e allo zelus animarum, secondo il modello di santità indicato dalla Chiesa nel XIII secolo. In questi dipinti lo “stil novo” di Giotto voltò pagina rispetto alla “maniera greca”, trionfante ai tempi di Cimabue, in forma di un teatro naturale a dimensione realistica. Negli anni immediatamente successivi, il primitivo programma iconografico della chiesa inferiore, che accompagnava i pellegrini in visita alla tomba del santo, tra due ali di dipinti murali che ritraevano la passione di Cristo e la sequela Christi di Francesco, fu sconvolto dall’apertura nelle pareti dell’accesso a una serie di cappelle destinate a tombe private. L’iniziativa per una nuova decorazione fu presa dal cardinale Napoleone Orsini, grande mecenate di artisti, che si avvalse, ad Assisi e altrove, dei maggiori pittori del tempo: Giotto, Pietro Lorenzetti e Simone Martini. Ma fu anche protettore di mulieres religiosae e dei frati “spirituali”, avendo accolto Ubertino da Casale nella sua famiglia, in Italia e in Provenza. L’Arbor vitae crucifixae Jesu Christi di Ubertino è la fonte letteraria seguita dagli affreschi di Giotto e di Pietro Lorenzetti alle pareti del transetto, che ritraggono episodi dell’infanzia di Cristo e della passione, con al centro un Gloriosus Franciscus circondato dalle allegorie della Povertà, Obbedienza e Castità. Sono immagini raffinate e bellissime, nelle quali una meticolosa riproduzione della natura si nutre di atmosfere fiabesche, dense di allegorie profane. È la pittura moderna tanto apprezzata da una società in rapida evoluzione, aperta al mondo fantastico dei romanzi cavallereschi, alla Commedia di Dante e alle rime amorose di Petrarca, ma con i piedi ben piantati a terra per il ruolo che la società civile e mercantile stava assumendo negli orizzonti della società comunale. La classe dei laboratores a fronte di quella dei bellatores e degli oratores.

Sullo scorcio del XIII secolo, i francescani di Gualdo Tadino si trovarono di fronte a una situazione quasi identica. Con una differenza di fondo: a Gualdo non si trattò di sostituire una decorazione antiquata con immagini di pittori moderni, e neppure di costruire una chiesa fienile che andasse a occupare spazi vuoti in una città in espansione.

A Gualdo fu tutta la città a essere ricostruita dalle fondamenta, in seguito al disastroso incendio che aveva distrutto nella primavera 1237 il popoloso borgo in località Val di Gorgo.

Gli abitanti dispersi si raccolsero sopra uno sperone isolato, denominato il colle di Sant’Angelo, dove c’era una piccola chiesa e una rocca che era stata fatta restaurare ai tempi di Federico I Barbarossa. Il sindaco della ritrovata comunità il 30 aprile 1237 ottenne la disponibilità del sito dall’abate dell’abbazia di San Benedetto, a cui apparteneva la chiesa di Sant’Angelo di Flea, “pro construendo et edificando de novo castrum Gualdi”.

Una veduta della città di Gualdo Tadino, dominata dalla poderosa mole della Rocca Flea e circondata da splendidi paesaggi naturali

Tre anni dopo, il 30 gennaio 1240, la nuova Gualdo fu visitata dall’imperatore Federico II di Svevia, che facendo sosta nel castello trovò il borgo abitato del tutto indifeso. Lo fece allora circondare da mura, rafforzate da numerose torri e da profondi fossati, fece ricostruire la rocca in vetta al colle e concedette numerosi privilegi ai gualdesi. Con la ultimazione delle mura, avvenuta nel 1242, come recita una lapide esistente sulla porta di San Benedetto, Gualdo Tadino diventò di fatto una città imperiale.

Nel 1256 i monaci dell’abbazia di San Benedetto si trasferirono all’interno delle mura e vennero a occupare il lato a monte della piazza dove erano già presenti i palazzi delle magistrature riconosciute da Federico II.

Poco dopo entrarono nella stessa piazza anche i frati Minori, mentre i frati Agostiniani si stabilirono nella parte inferiore dell’abitato.

Non sappiamo quale aspetto avesse e a quale anno risalisse la prima chiesa costruita dai frati all’interno delle mura, salvo che fu costruita sopra un terreno che era stato loro donato da un patrizio di nome Oddo. Doveva comunque avere un aspetto diverso dalla chiesa odierna.

Il crocifisso ligneo di San Francesco (Foto © Daniele Amoni)

La sola cosa che ne è rimasta è il grande Crocifisso patiens che in tempi recenti è stato trasferito nel Museo della Rocca Flea: opera di un pittore umbro noto sotto lo pseudonimo di Maestro della Santa Chiara, del quale si conosce un’attività che va dal 1257 circa, data del Crocifisso di donna Benedetta in Santa Chiara di Assisi, fino al 1283, data dell’icona con la Santa Chiara nella omonima chiesa di Assisi.

Rispetto a quest’ultima, la croce di Gualdo Tadino si distingue per l’imitazione del transetto cimabuesco di Assisi, nella figura del San Francesco ai piedi della croce costruito sovrapponendo strati di cristalli come i personaggi di Cimabue. Di conseguenza, la croce dovrebbe essere anteriore al pontificato di Niccolò IV (1288-1292). Forse della stessa epoca era una icona con una immagine della Madonna, che fu descritta in San Francesco nel 1862 per essere poi alienata a fine secolo.

L’ascesa di un francescano al pontificato costituì un momento di svolta per l’impianto iconografico della casa madre di Assisi, ma fu altrettanto importante per le altre comunità dei frati Minori, che s’impegnarono a costruire fabbriche monumentali ovunque fossero chiamate dai governi comunali. Diciamo che l’elezione di Niccolò IV fu il vero inizio della stagione “conventuale”. La chiesa di San Francesco di Gualdo Tadino è un edificio a una sola navata di tre campate e con un’abside poligonale di sette lati. La chiesa è coperta con volte a crociera nell’intera navata e da una volta a ombrello nella tribuna absidale.

A metà altezza dell’intero perimetro corre uno stretto ballatoio rientrante, che passa dietro i pilastri a tre colonnini addossati alle pareti, che fanno d’imposta ai costoloni delle volte. Tra la seconda e la terza campata c’è ancora l’ingresso al pontile che divideva l’aula in due parti. Da qui si potevano celebrare funzioni liturgiche per la chiesa dei laici nello spazio antistante, laddove lo spazio retrostante ospitava la chiesa dei frati.

L’edificio segue alla lettera l’aspetto dalla basilica papale di Assisi, imitata persino nella forma dei contrafforti cilindrici esterni e nelle linee della tribuna absidale, salvo che ad Assisi troviamo cinque lati invece di sette: numero mistico per eccellenza. Anche lo zoccolo inferiore della navata si distingue dal precedente di Assisi per le nicchie provviste di altari che vi si aprono, laddove nel San Francesco di Assisi – ma anche in Santa Chiara di Assisi e in San Francesco al Prato a Perugia – lo zoccolo è una parete continua interrotta dai soli pilastri lobati.

Questa soluzione ha una indubbia importanza, perché di cappelle nella pars plebana, cioè nello spazio accessibile ai laici, non si trovano tracce nelle chiese degli ordini mendicanti della regione fin verso la fine del XIII secolo, e fanno seguito al capitolo generale di Parigi della primavera 1292, quando furono rimossi i divieti di concedere ai laici la sepoltura all’interno delle chiese dei frati, vincendo le resistenze del clero secolare che temeva di perdere i cospicui proventi dei lasciti testamentari.

L’interno della chiesa monumentale di San Francesco

Le conseguenze non tardarono a farsi notare in edifici di nuova costruzione, come il San Fortunato di Todi, fondato nel 1292, o Santa Croce a Firenze, fondata nel 1294: il primo con le cappelle addossate alle navate laterali, la seconda con le cappelle nel perimetro del presbiterio.

Nella stessa Assisi, sullo scorcio del XIII secolo furono aperte in rottura una serie di cappelle destinate a sepolture private sulle testate del transetto e alle pareti della navata nella chiesa inferiore. A queste vicende è dovuto l’acuirsi delle polemiche tra Spirituali e Conventuali e collegate all’aspetto dei nuovi edifici di culto che furono costruiti per i frati Minori in anni non lontani dall’anno 1300. La chiesa di Gualdo ce ne offre un caso esemplare, avendo le caratteristiche di una chiesa oggetto di un culto civico, per trovarsi nel perimetro della piazza centrale di una città di recente costruzione.

Potremmo definire Gualdo una “città ideale” del tardo Medioevo, con una piazza, due chiese e un palazzo, verso le quali convergono gli assi di un impianto urbanistico del tutto nuovo. A mezzogiorno la piazza è chiusa dalla sede del Comune e a oriente dalla chiesa abbaziale di San Benedetto. Quest’ultima ha l’abside rivolta verso oriente e la facciata rivolta verso occidente, come da consuetudine.

San Francesco occupa tutto il lato occidentale della piazza con una parete continua. Ha la facciata principale rivolta a mezzogiorno e la tribuna absidale rivolta a settentrione. Di conseguenza l’interno della chiesa è illuminato da un rosone che si apre sulla facciata meridionale e da tre bifore nella tribuna che guarda a settentrione.

Le pareti della navata sono illuminate da due bifore verso occidente, una delle quali è accecata dalla canna del campanile. Nessuna finestra si apre sulla parete che guarda verso oriente, e forse fu per questa ragione che si decise di costruire una cappella a ridosso della parete orientale della terza campata, dove era il coro dei frati, alle spalle del pontile che separava la pars plebana dalla pars presbiterialis. La luce al tramonto che entrava in chiesa da occidente ne illuminava l’interno con un sensibile richiamo alla parusia dell’ottavo giorno. Presso l’Archivio Provinciale dei frati Minori Conventuali dell’Umbria è conservato un faldone di documenti che contiene una copia dell’atto di acquisto da parte dei frati di un oratorio intitolato a Santa Maria della Misericordia, con annesso un orto e altri fabbricati. L’oratorio fu acquistato l’8 maggio 1293 e confinava con la strada pubblica, l’orto dei frati Minori, un terreno del Comune e l’orto dei frati di Sant’Agostino. Fu probabilmente in seguito a questo acquisto che fu presa la decisione di ricostruire la chiesa di San Francesco, per la quale si ha notizia di una cerimonia di consacrazione avvenuta il primo maggio 1315.

Elvio Lunghi Articolo pubblicato all’interno del dossier “UMBRIA. A Gualdo Tadino i Giochi de le Porte“, MedioEvo, settembre 2017 (mensile culturale, anno XXI, N° 248) Immagine del crocifisso ligneo: © Daniele Amoni Dossier realizzato con il sostegno di

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Il castello cataro di Queribus

Le prime fonti a citare la fortezza di Queribus risalgono al 1020

Il castello di Queribus, situato su uno sperone roccioso a 728 metri di altezza, è un vero “nido d’aquila” sulla catena dei Corbières Orientali, nella regione dell’Aude (Francia meridionale); dalla sua posizione è possibile dominare l’intera pianura del Rossiglione, dai Corbières ai Pirenei e dal mare alla regione del Fénouillède.

Tutta l’area del castello è percorsa da camminamenti a gradini che collegano le tre cinte murarie, situate a livelli differenti, le quali rafforzano la protezione naturale della fortezza; numerose sono le cisterne che, raccogliendo l’acqua piovana, costituivano l’unica forma di approvvigionamento idrico per la guarnigione.

Le cortine difensive presentano varie feritoie e cannoniere, in particolare la seconda cinta orientata a controllo del sottostante passo del Grau de Maury (432 metri).

Il castello si trova nel comune di Cucugnan, nella regione della Linguadoca-Rossiglione, in Francia meridionale

A predominio della fortificazione è situata un’imponente torre poligonale, il donjon, probabilmente del XIII secolo, con una base muraria di circa quattro metri di spessore. Ospita al suo interno la famosa “sala del pilastro”, un ambiente quadrato così chiamato da un pilastro cilindrico che sostiene una crociera a ogiva, le cui nervature poggiano su piccole mensole di forma piramidale; la sala prende luce da una grande finestra con modanatura a croce. L’ingresso è difeso da una caditoia e controllato da una torre quadrata, collocata sul lato destro, al cui interno è ricavata una scala a chiocciola. Il castello di Queribus viene citato per la prima volta, come «Popia Cherbucio», nel testamento di Bernard Taillefer, conte di Besalù, nel 1020. Nel 1117 appartiene ai contadi di Barcellona, Besalù, Cerdagna e Provenza.

Nel castello sono presenti varie cisterne: posta in cima a un cucuzzolo roccioso, l’unico approvvigionamneto idrico possibile era infatti l’acqua piovana

Ramiro II di Aragona lo acquisisce per matrimonio nel 1137 e successivamente lo annette al regno di Aragona quando questo verrà costituito nel 1162. Dieci anni più tardi, figura tra i possessi della conte del Rossiglione e successivamente, sul finire del XII secolo, tra quelli della contea di Fénouillède e del viscontado di Narbona, a opera di Pedro II il Cattolico, re di Aragona.

Nel periodo della persecuzione contro i Catari (la cosiddetta “Crociata albigese”, 1209-1255), Queribus venne coinvolto solo nella seconda parte, nella cosiddetta “crociata reale”, iniziata nel 1216 da Luigi VIII, re di Francia (morto nel 1226), e proseguita dal figlio Luigi IX.

In quegli anni signore di Queribus era Chabert de Barberà, un “faidit” (appellativo dei signori occitani che professavano la fede catara) ribelle alla conquista francese, che fece del suo castello un rifugio di eretici: nel 1241 vi morì il vescovo cataro di Razès, Benoit de Termes, che nel 1207 aveva partecipato al grande contraddittorio nel castello di Pamiers tra i “perfetti” catari e la delegazione cattolica guidata da San Domenico Guzman.

Nel 1254 Luigi IX ordinò al siniscalco di Carcassonne, Pierre d’Autel, di conquistare il castello di Queribus che resistette per un anno sotto la guida di Chabert de Barberà. Purtroppo quest’ultimo cadde vittima di un tranello ordito dal suo vecchio amico Olivier de Termes (parente del vescovo Benoit), il quale lo consegnò ai soldati del re di Francia, dopo averlo tenuto prigioniero nel castello di Aguilar.

La grande sala interna con volta ogivale è alta 7 metri

Chabert de Barberà, a questo punto, negoziò la sua libertà in cambio della resa di Queribus, che fu occupato dai francesi nel maggio del 1255. Questo castello quindi fu l’ultima fortezza catara a cedere ai crociati e non, come normalmente si afferma, quella di Montsegur che venne conquistata nel 1244.

Con il “Trattato di Corbeil” del 1258 venne fissata la frontiera tra Francia ed Aragona lungo la linea montuosa dei Corbières, vicino al castello di Queribus, che venne occupato da un castellano nominato dal siniscalco di Carcassonne; il primo, nel 1259, fu Nicolàs de Navarra.

Quasi tutte le fortezze catare, trovandosi al confine tra il regno di Aragona e quello di Francia, furono utilizzate da quest’ultimo per il controllo della frontiera meridionale. Queribus divenne così una piazzaforte importante nel dispositivo di difesa francese dipendente da Carcassonne, comprendente altri quattro fortezze catare: Aguilar, Peyrepertuse, Puillorenç e Termes (i cosiddetti “cinque figli di Carcassonne”). Il castello venne ampliato e rafforzato proprio in funzione di controllo della frontiera con l’Aragona, e infatti nel 1473 sarà assediato e conquistato dagli Aragonesi.

Solo nel 1659, con il “Trattato dei Pirenei” che spostava la linea di confine tra Francia e Spagna lungo la catena dei Pirenei, Queribus perse la sua importanza strategica, anche se ospiterà una piccola guarnigione per diversi anni; progressivamente però verrà abbandonato dai soldati e occupato da bande di fuorilegge che ne faranno un sicuro rifugio, vista l’imprendibilità dal luogo.

Dal 1907 è classificato tra i “Monuments Historiques de France” e, insieme al vicino villaggio di Cucugnan, gode del beneficio di “luogo protetto”, in base alla legge sui siti storici del 1943. Nel 1951 hanno avuto inizi i primi lavori di rinnovamento e consolidamento, che sono proseguiti negli anni successivi fino ad arrivare, tra gli anni 1998 e 2002, al completo restauro e all’apertura al pubblico.

Enzo Valentini

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I numeri del Palazzo dei Consoli di Gubbio

Il Palazzo dei Consoli di Gubbio

A Gubbio la decisione di costruire il Palazzo del Popolo (oggi dei Consoli) e del Palazzo del Podestà, l’attuale residenza comunale, venne assunta nel mese di dicembre del 1321. In quel periodo storico molti territori europei erano interessati da importanti fenomeni di inurbamento, conseguenti all’aumento demografico che caratterizzò tutto il XIII secolo.

I luoghi del potere amministrativo caratterizzavano la forma urbana e rappresentavano la grandezza economica, politica e sociale raggiunta dalle città. Analizzare queste “fabbriche” medievali è un esercizio molto importante anche nel quadro complessivo della storia dell’architettura.

Approfondite analisi hanno recentemente dimostrato come il complesso architettonico rappresenti un unicum denso di significati, in grado di svelare metodiche compositive di cui si conosceva l’esistenza, ma che nel caso di Gubbio divengono palesi.

Bisogna partire da alcuni aspetti della vita quotidiana che regolavano l’esistenza dell’uomo medievale. A partire dalla religione, che aveva una particolare rilevanza. Il soprannaturale non veniva inteso solo come una entità ultraterrena, ma come qualcosa che faceva parte, in modo determinante, della vita di tutti i giorni. Nel Medioevo c’era una perfetta simbiosi tra l’essere umano e la presenza divina, la quale interveniva continuamente sia per punire, con guerre, carestie e pestilenze, sia per scongiurare fulmini e tempeste. Ma anche per proteggere dalle malattie.

Ecco allora che in occasione della costruzione degli edifici si faceva ricorso a numeri considerati “magici”. Ad esempio, la dimensione e la forma di numerose chiese era impostata sulla simbologia del numero tre (la Trinità) o suoi multipli: tre il numero dei portali, tre quello delle navate, dodici il numero delle colonne (multiplo di tre oltre che il numero degli apostoli), ecc.. C’era la convinzione, diffusa, che alcuni numeri potessero, a differenza di altri, rivelare all’uomo la divinità, l’armonia con l’universo e innalzassero lo spirito con la potenza della loro forza simbolica. Così, l’utilizzo di numeri, per arrivare alla definizione di un edificio attraverso la geometria, si elevava a scienza occulta: esoterica, nascosta e quindi segreta.

Il Palazzo dei Consoli di Gubbio è l’unico edificio civico in cui si è potuto dimostrare come la composizione architettonica sia stata predisposta secondo una logica numerica. Anche rispetto a indagini accurate condotte su altri edifici dello stesso tipo e della medesima epoca, come, ad esempio, il Palazzo della Signoria di Firenze.

Le vertiginose mura del Palazzo dei Consoli

La “fabbrica” eugubina è strutturata dalla combinazione e ripetizione di moduli che scandiscono la distribuzione in orizzontale di varie componenti, quali l’ingresso principale e le aperture ottenute con le finestre, secondo rapporti metrici che si basano sul numero sette, che nelle antiche scritture riporta all’immagine di Dio, il Padre. Allo stesso modo, le distanze in verticale dei principali elementi della costruzione, come ad esempio le cordonature presenti ai diversi livelli del palazzo, sono definite da combinazioni numeriche di sottomoduli che si ripetono per 33 volte o che hanno il numero 33 come fondamento: un chiaro riferimento a Gesù Cristo, il Figlio.

Questa particolarità del Palazzo dei Consoli, quella di caratterizzare la forma architettonica attraverso l’impiego di moduli e sottomoduli, era la peculiare caratteristica del modo di lavorare di Angelo da Orvieto, primo artefice dell’edificio pensato per la gloria di Gubbio.

Angelo seguì le stesse regole anche nella costruzione del Palazzo dei Priori di Città di Castello, attuale sede municipale del capoluogo dell’Alta Valle del Tevere. Nell’opera tifernate, antecedente al palazzo del potere di Gubbio, furono utilizzati gli stessi parametri dimensionali. Ma con una fondamentale differenza: la loro distribuzione nella struttura architettonica non faceva alcun riferimento ai significati esoterici che sono alla base della struttura del Palazzo dei Consoli.

Nella “fabbrica” altotiberina balza però all’occhio un’altra caratteristica che evidenzia l’originalità di Angelo da Orvieto che volutamente ignora la composizione simmetrica della facciata, fino ad allora regola fondamentale nella costruzione degli edifici pubblici.

Il Palazzo dei Priori di Città di Castello

A Città di Castello, per quanto possa sembrare inverosimile, il prospetto principale del Palazzo dei Priori è il risultato dell’unione, lungo l’asse mediano, di due parti tra loro simili ma dimensionalmente diverse nelle componenti che le strutturano. Questa “velata” asimmetria è trasfigurata nel palazzo di Gubbio, dove si manifesta con una forza inusitata, grazie alla quale tutti i prospetti, al netto della torre campanaria, sono asimmetrici.

Un’altra caratteristica del palazzo di Gubbio è quella di avere una distribuzione dei percorsi interni organizzata in maniera tale che i Consoli, che rimanevano in carica per pochi mesi, non incontrassero nessuno durante l’espletamento del loro incarico. L’architettura seguiva le prescrizioni degli ordinamenti amministrativi eugubini, nei quali emergeva la preoccupazione che i magistrati cittadini, denominati consoli secondo l’uso romano, potessero essere intercettati e corrotti nel corso delle loro funzioni.

Asimmetrie, distribuzione funzionale degli spazi e dei percorsi interni in maniera da non creare interferenze tra i fruitori: le caratteristiche del Palazzo dei Consoli di Gubbio fanno tornare alla mente il progetto di edificio che si sarebbe dovuto realizzare in un’altra epoca, nel 1964. Parliamo dell’ospedale di Venezia progettato da Charles Edouard Jeanneret Gris, in arte Le Corbusier, uno dei padri dell’architettura razionalista, maestro dell’urbanistica contemporanea.

Gaetano Rossi

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La nascita delle città

San Gimignano (Siena). Per la caratteristica architettura medievale del suo centro storico è Patrimonio UNESCO dell’umanità. La città è per lo più intatta nell’aspetto due-trecentesco ed è uno dei migliori esempi in Europa di organizzazione urbana di età comunale

Castel, Poggio, Pieve, San, Rocca. Molti nomi di città in Italia e in Europa iniziano così. E non è un caso: perché se nell’alto Medioevo, caduto l’Impero di Occidente, le antiche città romane vanno scomparendo, dopo il mille nascono le nuove città: quelle destinate ad arrivare fino ai giorni nostri.

La città – “questa meravigliosa scoperta della rinascita medievale” – scrive Arsenio Frugoni. Nei cosiddetti “anni oscuri”, quelli della calata dei barbari, del saccheggio, delle distruzioni, della fuga delle istituzioni, le piccole città erano completamente scomparse, mentre la stessa Roma entrava nella sua fase più buia, con il vescovo rimasto unica autorità dilaniata delle lotte tra famiglie patrizie.

“Quante città erano prima scomparse, nell’orrendo abbandono che con la consunzione dell’impero romano, le epidemie, le invasioni, le scorrerie, la fame avevano causato!” scrive Frugoni in Storia di un giorno in una città medievale. “Più che al dramma violento dell’incendio e della distruzione nemica, raggela il pensare a quel lento morire delle case sole, dove il tempo non ha più misura umana, ma solo quella della vegetazione che si impadronisce d’ogni cosa, e si insinua e sgretola inesorabilmente”.

Nell’epoca feudale le popolazioni si erano raccolte – in piccoli gruppi – al riparo di un castello o di un’abbazia, le due grandi istituzioni che si erano spartite il potere in quel periodo. Dentro c’era la corte – religiosa o laica che fosse – fuori la servitù: contadini e operai che, legandosi a un padrone, speravano di poter sopravvivere alle carestie e ai saccheggi. “Poi, in quell’Europa tormentata, si era venuto determinando come un assestamento: le raffiche guerresche si erano diradate. Nuove scoperte tecniche, nel campo agricolo e dei trasporti avevano garantito le generazioni, liberandole dal tragico appuntamento troppo frequente con le carestie”.

Di fatto dopo l’anno Mille è tutto un fermento di forze nuove, rinasce l’artigianato e il commercio, nascono i borghi abitati dai “borghesi” che stimolano la produzione per i loro commerci. Le città riprendono vita e allargano la loro cinta muraria inglobando anche i borghi, mentre intorno ai castelli e alle abbazie la vita si va organizzando in modo sempre più autonomo, fino a formare delle vere e proprie città che finiranno per emanciparsi sempre di più dal “padrone” per arrivare alla nascita dei Comuni, che nel XII secolo segna di fatto la fine del feudalesimo.

Oriolo, in provincia di Cosenza. Nacque come fortezza a difesa dei cittadini scappati dalle coste per rifugiarsi dalle continue incursioni dei saraceni. È arroccato su uno sperone a 500 metri d’altezza e conserva uno splendido borgo medievale intatto

Ma nel corso del Medioevo nasceranno anche città totalmente nuove, intorno ai nodi stradali di importanti comunicazioni. Ogni borgo e ogni castello costruisce le sue mura, che rappresentano una difesa militare ma sono anche il segno di un sentimento collettivo di appartenenza.

Quando al tramonto le porte della città vengono chiuse, si resta completamente isolati dal mondo esterno. “Come sopra un bastimento, le mura contribuivano a creare un sentimento di unità tra gli abitanti: in un assedio o in una carestia, la morale del naufragio si sviluppava facilmente. Ma dietro quelle mura i “privilegiati” cittadini non erano sempre in pace. Le case dei nobili, o dei ricchi, ostentavano le loro torri svettanti sui tetti. Frequenti erano le lotte per il trionfo di una fazione sull’altra, che veniva, se vinta, cacciata di nido, bandita dalla città”.

L’immagine tipica di una città medievale è quella di una cinta di mura che contiene case piccole e addossate l’una all’altra, dominate da torri di pietra scura, disposte con disordine estroso lungo vie tortuose e strette.

Montagnana (Padova) vanta uno dei migliori esempi in Europa di cinta muraria medievale. I suoi solidi contrafforti racchiudono ancora oggi tutto il centro storico della cittadina

Ma l’affollamento, spiega Frugoni, non è originario: è il frutto spesso del tardo Medioevo, quando per evitare un ulteriore ampliamento della cerchia delle mura, si preferisce sfruttare il terreno adibito a orti e cortili per costruire altre case. “L’irregolarità delle vie, talora, è accettazione dei livelli del terreno, ma è anche accorgimento per spezzare la forza del vento invernale e difendersi contro il sole estivo”.

D’altra parte le baracche degli artigiani non avranno vetri fino al Seicento e la maggior parte della vita attiva dei cittadini trascorre all’aperto. Non vanno poi dimenticati – a giustificare l’irregolarità delle strade – i fiumiciattoli – o “forme” ricoperti o andati distrutti.

Quel che è certo è che l’architettura della città medievale è completamente diversa da quella romana: se l’antica città ha una forma a scacchiera ed è costruita intorno al cardo e al decumano (cioè i principali assi stradali), quella medievale ha una forma a raggiera, che parte dal cuore della città – e cioè l’abbazia o i castello – e va verso la campagna. Lo schema radiocentrico è proprio dello sviluppo a partire da un nucleo centrale, in una subordinazione “che certo lo schema geometrico a scacchiera, a lotti tutti uguali e intercambiabili non poteva soddisfare”.

“Il Medioevo non è egualitario, ma fondamentalmente gerarchico” ricorda Frugoni. “Gerarchia è individuazione di dignità, di compiti. Questa individuazione è fortemente espressa dalla città”. A determinare la fisionomia è dunque la specializzazione dei quartieri: il ghetto, ad esempio, nasce per il desiderio degli ebrei di mantenere le proprie forme caratteristiche di vita e per quello da parte dei cittadini di evitare una promiscuità religiosa, ma non c’è alcun obbligo di dimorare in un quartiere chiuso, cosa che avverrà infatti per la prima volta solo nel Quattrocento a Torino. C’è poi la specializzazione professionale: ogni via è abitata da artigiani dediti a un mestiere particolare, che rimane nel toponimo di tante città italiane (via degli orefici, vico della birra, via dei tintori).

Firenze, Piazza della Signoria. È ancora la sede del potere civile e il cuore della vita sociale della città. A forma di L, si trova nella parte centrale della Firenze medievale, a sud del Duomo

Anche la piazza, nel Medioevo, si specializza. La città medievale di solito ne ha tre principali: la piazza politica, la piazza religiosa e la piazza economica. La piazza religiosa è quella della Cattedrale: di solito ha una grandezza modesta, e non ci sboccano mai trionfalmente strade di grande traffico: le vie, infatti, le scorrono intorno o vi si innestano.

Solo in epoca moderna alcuni architetti hanno deciso di distruggere quell’ambiente creando piazze immense, basti pensare a Milano o a Piazza San Pietro in Roma, con la realizzazione di via della Conciliazione che ha comportato – negli anni ’30 – la distruzione di un intero quartiere che copriva alla vista la basilica.

Nella piazza del Duomo si danno le sacre rappresentazioni, si svolgono le processioni. La piazza politica ha invece misure più vaste, destinata com’è alle adunanze di tutti i cittadini, ed è il cuore della città. Dominata dal Palazzo Pubblico è spesso adorna di una grande fontana o del pulpito per le concioni (si pensi, ad esempio a Narni).

Verona. Piazza delle Erbe è la piazza più antica della città, e sorge sopra l’area del foro romano. Nell’età romana era il centro della vita politica ed economica. Con il tempo gli edifici romani hanno lasciato il posto a quelli medievali e, ancora oggi, la bellissima piazza ospita mercati e commerci ambulanti

La piazza economica è quella del mercato, e sorge acanto alla piazza politica. Nelle antiche città romane rappresenta spesso la saldatura tra la città antica e quella medievale. Se la città si è sviluppata intorno all’abbazia o al castello si trova di fronte al suo centro generatore. Qualche volta è specializzata (pescheria, piazza delle erbe, mercato del bestiame) e presenta fontane per la lavare gli erbaggi e bacili di pietra per le carni e per il pesce.

Le strade non sono sempre lastricate e il marciapiede viene introdotto solo tardivamente – a Firenze nel 1235. Le strade sono strette e accidentate, non sono pensate per i carri ma per i pedoni, d’altra parte è a piedi che si muovono le persone. Per la pioggia si provvede con una fila di portici e con la sporgenza dei tetti, dato che gli ombrelli in Italia appariranno solo alla fine Cinquecento. “Non esisteva nessuna illuminazione, se non le fiammelle che tremolavano di fronte alle immagini sacre”.

Ma di giorno la strada è tutta piena di vita: gli artigiani vi espongono i loro manufatti. Ognuno pensa a tenere pulito il tratto di strada davanti casa sua. Quanto agli spazzini municipali, sono le galline e i porci che si aggirano per le strade spazzolando i rifiuti e tenendo pulito: sono loro la vera nettezza urbana medievale.

Arnaldo Casali

Urbino: la città (dal latino urbs-urbis). Di origini romane (Urvinum Mataurense) dal Medioevo subì una radicale ristrutturazione, per poi diventare uno dei più fulgidi centri rinascimentali d’Europa

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Il tempio del Sole

La chiesa di San Salvatore a Terni, datata al secolo XI, è ancora oggi conosciuta come “Il tempio del Sole”

È il settimo giorno prima delle calende di gennaio, giorno del Sol Invictus e tutta la popolazione di Interamna è riunita nel Tempio del Sole per il sacrificio rituale.

I fedeli entrano dall’unica porta all’interno dell’alto cilindro costruito con pietre spugnose e si siedono lungo la parete circolare, in attesa del sacerdote. Al centro del circolo c’è un ara sacrificale: un altare ai cui angoli sono scolpite quattro teste di bue.

Il cilindro si chiude con un’alta cupola alla cui sommità è posto un foro circolare da cui penetra un fascio di luce che invade l’altare. Il sole, stanno pensando i fedeli riuniti attorno all’altare, è completamente diverso dagli altri dei. Non ha niente a che fare con il pettegolezzi dell’olimpo: senza di lui non crescono le piante, non nascono gli animali. Senza di lui l’uomo è perduto. Il freddo lo assale e nelle tenebre non può muoversi, non può difendersi dai pericoli né vedere quello che lo circonda.

Quanto più Lui è lontano tanto più la vita è difficile per l’uomo. Durante l’inverno si allontana e il freddo aumenta e le ore di luce sono più corte e il cibo non c’è.

È un Dio strano. La cosa più bella e potente che si possa ammirare nella volta celeste. Eppure ogni giorno si spegne lentamente, scende dalla vetta del cielo e cade sotto la terra, e muore. E ogni giorno resuscita sorgendo all’orizzonte per salire ancora sul suo trono nel cielo. Una passione e una gloria che si rinnovano ogni giorno, ogni anno. Ogni notte la Luna si fa portatrice della speranza in un giorno nuovo, ogni giorno l’appassire della luce è l’annuncio di una notte che arriverà. Ogni estate si passa nel calore e nella luce aspettando con timore il gelo dell’inverno. Ed ogni duro inverno si affronta coraggiosamente nella certezza di una nuova estate.

Nel mezzo della cerimonia, viene portato un agnello all’interno del tempio e sgozzato sull’altare, poi viene deposto su un letto di paglia e gli viene dato fuoco. L’assemblea intona canti e preghiere e il fumo sale in alto, fino alla cupola, esce dal foro e continua il suo cammino, fino a raggiungere il Sole, che ringrazierà donando agli uomini una nuova primavera, ancora luce, ancora caldo, ancora vita, ancora speranza.

Così, per secoli, la tradizione ha raccontato le origini della chiesa di San Salvatore detta “Il tempio del Sole”: la più antica della città Terni e anche la più misteriosa, custode di tradizioni e leggende che si perdono nella notte dei tempi.

La chiesa di San Salvatore è il più antico luogo di culto cristiano di Terni

Il soprannome “Tempio del sole” è così radicato da aver dato il nome a una via del quartiere e a una popolare pizzeria nelle vicinanze. A suggerire l’origine pagana, oltre al nome (il culto cristiano del Salvatore si è sovrapposto spesso a quello pagano del sole, basti pensare al giorno di Natale) l’insolita forma circolare dell’edificio in cui si trova l’altare, che ricorda il Pantheon di Roma.

In realtà, all’inizio degli anni ‘70 uno studio dell’architetto Renzo Pardi ha demolito definitivamente la leggenda, datando la chiesa all’XI secolo inoltrato, anche se a causa dell’impossibilità di effettuare scavi adeguati (vista la presenza di numerosi edifici nella zona) le origini dell’edificio sono in parte ancora avvolte nel mistero. La forma rotonda del presbiterio continua infatti a costituire uno degli organismi architettonici più discussi ed enigmatici dell’Umbria, sia per la datazione che per la funzione, non si sa se di mausoleo, di oratorio o di battistero.

Un’altra tradizione – testimoniata da una lapide presente nel giardino della chiesa – vuole San Salvatore sede dello storico incontro tra papa Zaccaria e il re dei Longobardi Liutprando, che nel 742 diede origine allo Stato pontificio con la celebre “Donazione di Sutri”. In realtà le mura della chiesa, nell’VIII secolo, non esistevano ancora e l’“Oratorio del Salvatore” citato dallo storico Anastasio Bibliotecario doveva trovarsi probabilmente in un altro edificio della città con lo stesso nome, forse nei pressi di San Valentino, dove si svolse la cerimonia ufficiale della donazione. Ad alimentare e in qualche modo giustificare le molte leggende sulle origini pagane di San Salvatore, c’è anche il fatto che la chiesa sorge effettivamente su resti romani ancora oggi ben visibili, anche se si tratta non di un edificio di culto ma di una villa privata del primo secolo dell’Impero. Non solo, ma l’altare maggiore è ricavato dai resti di un cippo romano, probabilmente un’ara pagana.

La chiesa di San Salvatore ha una struttura tipicamente romanica: l’edificio è costituito da una navata unica divisa in due campate, in fondo alla quale si apre il corpo terminale a pianta circolare coperto da una cupola recante al sommo un’apertura rotonda; al vano circolare segue un’abside quadrangolare coperta da una volta a botte. Sul fianco sinistro si apre la cappella Manassei, accanto alla quale sorgeva quella dei Filerna, abbattuta durante i restauri e i cui resti sono oggi adibiti a sacrestia. Dietro l’altare si può ammirare un affresco di scuola perugina dei primi del Cinquecento che rappresenta la Crocifissione con la Vergine, san Giacomo e la Maddalena (di cui resta però solo la sagoma, essendo le fattezze del tutto cancellate), che è stato recentemente restaurato e riportato all’originario splendore, così come gli affreschi della cappella Manassei, dovuti alla mano di un ignoto maestro umbro del Trecento, raffiguranti la Crocifissione, San Giovanni, Santa Maria Maddalena con santa Caterina martire e la Madonna in trono con gli angeli e sant’Agnese.

Gli affreschi, così deteriorati da non essere quasi più visibili, sono tornati alla luce grazie al restauro operato dalla Soprintendenza negli anni duemila. I resti romani che si trovano sotto la chiesa, sono stati scoperti nel corso degli scavi del 1909, al termine dei quali furono nuovamente interrati. Una parte dei resti è invece oggi visibile grazie ai lavori effettuati nel 1970 e finanziati dalla Cassa di Risparmio di Terni, dopo i quali il pavimento della chiesa è stato alzato di oltre un metro lasciando accessibile e visibile (da finestre aperte sul pavimento) la zona inferiore. Attraverso una botola presente sul pavimento della chiesa e un passaggio nei sotterranei (utilizzati oggi come locali parrocchiali) si può anche accedere direttamente ad una parte dei resti della villa romana, compiendo così un breve ma suggestivo viaggio in una storia e una leggenda lunghe duemila anni.

Arnaldo Casali

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Quando nacque L’Aquila

Basilica di Collemaggio (Foto: Lorenzo Head)

“Gridarono tutti insieme: Facciamo una città così bella che nessun’altra nel regno le si possa paragonare” scrive Buccio di Ranallo, nelle Cronache dalla fondazione dell’Aquila.

“Noi felicemente regnanti e vittoriosamente trionfatori nel nostro ereditario Regno di Sicilia, abbiamo da poco preso questa provvida deliberazione: che nel luogo detto Aquila, tra Forcona e Aminterno, si costruisca una città unitaria, che stabiliamo doversi chiamare col nome di Aquila, dal nome dello stesso luogo e dagli auspici delle nostre insegne vincitrici. Stabiliamo che si deve delimitare la città entro i seguenti confini, cioè da Orno Putrido fino a tutto Aminterno, destinando demanialmente al territorio e al distretto della stessa città all’università tutte le colline adiacenti che si chiamano Aquila, e tutte le terre circostanti. E siamo anche, secondo la pienenezza del nostro potere e con speciale favore consapevolmente, i militi e singoli che popolano e uomini che si trovano entro i sopraddetti confini, di qualunque condizione o professione, i loro eredi e i loro successori con tutti i loro beni e figli, in perpetuo, da ogni dominio o giurisdizione o soggezione di conti e qualsivogliano persone, liberandoli completamente da tutti i pesi personali e reali”.

Con questo privilegio, datato 1254 e firmato dal re Corrado IV di Svevia, figlio di Federico II, viene fondata la città dell’Aquila.

Il territorio dove sorge la città, in realtà, era già abitato sin dai tempi antichi. In origine da sabini e vestini, poi nel III secolo avanti Cristo era stato conquistato dai romani che avevano fondato la città di Amiternum a pochi chilometri dalla città moderna. Passato nel medioevo sotto il ducato di Spoleto e poi sotto il dominio normanno, il territorio aveva visto già nel 1229 gli abitanti dei castelli abruzzesi ribellarsi al giogo vassallatico dei baronati normanno-svevi e cercare di costituire una città con il permesso di papa Gregorio IX, senza riuscire però riuscire a concretizzare il proposito. Ci avevano riprovato poi sotto Federico II, ma anche questa volta non avevano concluso nulla.

Incoronazione di Corrado IV di Svevia

“Affinché anche abbia un bell’aspetto e si ingrandisca continuamente – si legge ancora nel privilegio del 1254 – concediamo che la stessa città possa munirsi secondo la propria conformazione di un giro di mura a scopo difensivo e all’interno, fin da ora, possa essere arricchita di case che tuttavia non superino l’altezza di cinque canne. In essa ci sia mercato generale due volte all’anno, per venti giorni, che si svolga in qualsiasi modo, e tre volte a settimana possano liberamente mettere su un mercato particolare, ai cui scambi commerciali tutti insieme o singolarmente da qualsiasi parte con i loro commerci ed averi, in tutta sicurezza, sotto la protezione del nostro nome e maestà, vengano e si trattengano e se ne ritornino. Noi infine dichiariamo, col presente privilegio, che nella predetta città vogliamo avere un castello, da costruirsi a spese della città”.

L’obiettivo di Corrado – che inserisce nel privilegio delle clausole che salvaguardano certi diritti dei feudatari espropriati – è garantire il controllo di un’area di confine del suo regno. La tradizione vuole che siano 99 i castelli che contribuiscono alla fondazione della città, anche se è più probabile che il numero effettivo si aggirasse intorno alla sessantina. A ricordo della costituzione, la campana della Torre Civica batte ancora oggi, al tramonto, 99 rintocchi mentre il primo grande monumento della città è la fontana delle 99 cannelle.

“Rapida dovette essere la crescita della città – scrive Paolo Golinelli in Il papa contadino – una crescita sostenuta dal desiderio degli abitanti di sottrarsi al dominio dei castellani e dal favore della Chiesa”.

Il 20 febbraio 1257, infatti, papa Alessandro IV su richiesta dei cittadini aquilani, eleva a dignità vescovile la chiesa dei santi Massimo e Giorgio, costituita all’interno delle mura. La città dell’Aquila diventa così anche Diocesi. Questo porta a una concentrazione in essa di simpatie guelfe, tali da essere avvertite come un pericolo da Manfredi, che arriva a decidere, nel 1259, di smantellare le mura e disperderne gli abitanti. La sconfitta della dinastia sveva e l’arrivo di Carlo d’Angiò nel Regno di Napoli segnano la rinascita della città, grazie alla nuova concessione degli angioini per la ricostruzione degli edifici e il ripopolamento.

Gli abitanti di L’Aquila dovevano venire dai castelli vicini, ma sono soprattutto i contadini e i pastori a inurbarsi, finendo per costituire un Comune di Popolo contro il quale – ancora cent’anni dopo, attorno al 1355 – Buccio di Ranallo inveisce, sia perché gli aquilani non avrebbero rispettato i patti che prevedevano il risarcimento dei feudatari ai quali erano stati sottratti i territori, sia per il disprezzo riservato ai “villani”.

Pietro del Morrone, eletto papa con il nome di Celestino V

Nel 1288 l’eremita Pietro del Morrone, decide di edificare all’Aquila la basilica di Santa Maria di Collemaggio, capolavoro dell’arte romanica e monumento simbolo della città. Proprio nella basilica da lui fortemente voluta, il monaco sarà incoronato papa con il nome di Celestino V il 29 agosto 1294.

Il primo consiglio cittadino è composto dai sindaci dei vari villaggi e L’Aquila non ha una vera e propria autonomia giuridica riconosciuta fino al regno di Carlo II di Napoli, che nomina un Camerlengo come responsabile dei tributi. Da quel momento, le tasse vengono pagate da tutta la città in quanto tale, mentre, in precedenza, erano pagate solo dai singoli villaggi. L’Aquila diventa così teatro di una serie di violente lotte tra alcune delle famiglie che si contendono l potere: tra questi i Pretatti e i Camponeschi, che hanno la meglio dopo una decina di anni di guerra. Successivamente, il Camerlengo acquisisce anche un potere politico, diventando presidente del consiglio cittadino. La città, autonoma, anche se compresa nel regno di Sicilia, e poi regno di Napoli (salvo un breve periodo in cui entra nel confinante Stato Pontificio), viene governata da una diarchia composta dal consiglio e dal capitano regio, cui si aggiunge, nel XIV, secolo il conte Pietro Camponeschi che, da privato cittadino, diventa il terzo membro di una nuova triarchia.

Poi al potere arriva un capopopolo di origine nobile che imposta una politica autonomista e per questo diventa molto amato dai popolani ma inviso agli angioini: è Niccolò dell’Isola del Gran Sasso, nato nel 1230 e arrivato in città intorno al 1270: “Uomo di ingegno e di cuore, chiudeva in sé la forte tempora d’un Rienzi e d’un Masaniello, senza la riflessa ambizione del primo e volgarità del secondo” scrive Casti in “L’Aquila degli Abruzzi”.

Niccolò fa togliere tasse e balzelli, favorendo così l’aumento della popolazione e l’economia aquilana (soprattutto la coltura e il commercio dello zafferano), si adopera per la costruzione degli edifici pubblici come il palazzo del re, quello degli ufficiali regi e il tribunale, restaura ed edifica chiese e completa la cerchia delle mura. Poi, forte dell’appoggio popolare, muove guerra ai castelli vicini, che limitano la libertà di espansione della città e ne condizionano il futuro, e in pochi giorni batte le fortezze di Roio, Ocre, Poranica, Pizzoli, Preturo, Barete. Sono gli anni dell’Isolano quelli in cui la città assume la sua fisionomia e anche la sua identità: gli anni delle grandi costruzioni e della libertà.

Questa politica popolare non manca di suscitare reazioni da parte dei feudatari locali, che invocano l’intervento del Re, senza, peraltro, ottenerlo. Carlo lo zoppo è infatti impegnato in Sicilia con la guerra del Vespro e non può permettersi di intervenire nelle diatribe locali. Niccolò dell’Isola resta quindi saldo nel suo potere per ancora quattro anni e il capitano regio viene di fatto costretto ad agire in accordo con Niccolò senza dunque essere più libero di esercitare le sue funzioni, ossia la giustizia criminale e il mantenimento dell’ordine pubblico. Carlo II, d’altra parte, legittima l’azione del capopopolo: il 13 gennaio 1293 da Nizza, assegna all’Isolano ben dieci once annue di provvisione per i servizi resi alla corte. Tre giorni dopo, in una missiva destinata al capitano e a lui, li prega di garantire a un chierico il possesso di una chiesa e dei relativi diritti che gli aveva assegnato.

Niccolò è ormai un vero e proprio eroe vivente per gli aquilani. In un epigrafe del 1284 viene definito “pater patriae et Aquilane civitatis defensor”

In questo clima l’Isolano, forte del favore popolare, “cominciò a eccedere alquanto il modo et la mesura della modestia” . Usurpa il beneficio di una chiesa aquilana, poi tolto ai suoi eredi dal re il 12 giugno 1294. L’ostilità della nobiltà aquilana si fa sempre più aspra, Niccolò convoca allora un parlamento cittadino, nel quale presenta l’esistenza dei castelli del circondario come lesiva della libertà del popolo aquilano e conduce alla distruzione di alcuni di quei castelli. I suoi avversari reagiscono denunciandone lo strapotere direttamente al re. Secondo loro gli aquilani amano più Niccolò che il sovrano, il quale “no potea aver denaro” senza il suo beneplacito.

Carlo Martello d’Angiò

Nel 1292 i conflitti tra i due schieramenti determinano la consegna a Gentile di Sangro, capitano dell’Aquila, di ostaggi, poi liberati nel gennaio 1293. Forse per lo stesso motivo Nicoluccio, figlio naturale di Niccolò, viene destinato in custodia alla corte napoletana, il 20 febbraio 1293, su ordine di Carlo Martello.

In “Carlo D’Angiò e Celestino V all’Aquila”, Clementi sostiene che il punto di rottura definitivo tra l’Isolano e gli Angiò sia la distruzione da parte degli aquilani della fortezza della Leonessa, fatta costruire con ingenti somme di denaro della corona per controllare le vallate che mettevano in comunicazione il Regno di Napoli con lo Stato della Chiesa.

In estate Carlo II, considerando anche la distruzione non autorizzata delle rocche, ritiene che la situazione non sia più gestibile e ordina l’uccisione di Niccolò, inviando una spedizione capeggiata da Carlo Martello, che giunge all’Aquila il 10 luglio 1293. Niccolò però gli va incontro con un folto drappello di cavalieri rendendogli omaggio e in un successivo incontro riesce a convincerlo dell’infondatezza delle accuse di tradimento che gli vengono rivolte. Carlo II non desiste e invia una nuova spedizione sotto la guida di Gentile di Sangro.

“Per lo mal che fece Aquila che guastò le castella senza commannamento lo re mando lo figlio, cioè Carlo Martello, che occidere facesse Misser Niccolò dell’Isola per quale via potesse” scrive Buccio da Ranallo.

Il forte sostegno popolare ne rende impossibile l’eliminazione fisica in modo aperto: viene quindi deciso di ucciderlo in segreto, con l’aiuto di un po’ di veleno. Il proposito viene attuato e Niccolò muore in un giorno imprecisato antecedente il 12 agosto 1293.

La città di solleva contro il Re: la morte dell’eroe cittadino traccia un solco profondo tra gli aquilani e la corona e Carlo d’Angiò si rende conto che sta rischia di perdere completamente il controllo della giovane città. Bisogna assolutamente trovare il modo di ricucire lo strappo e l’occasione più propizia diventa l’elezione a papa del santo eremita Pietro del Morrone, favorita – non a caso – dallo stesso Carlo, che riesce anche ad ottenere che la trionfale incoronazione avvenga proprio all’Aquila, siglando così la riconciliazione tra Chiesa, popolo e Regno di Napoli.

Arnaldo Casali

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L’abbazia di San Benedetto in Fundis

I resti monumentali dell’abbazia di San Benedetto in Fundis, lungo la strada tra Stroncone (Terni) e il paese di Miranda

Inerpicata tra le montagne di Stroncone e Miranda, l’abbazia di San Benedetto in Fundis appare agli occhi dell’escursionista quasi d’incanto, dopo una camminata tra castagni ed uliveti. La radura che ospita il piccolo complesso monastico invita a una sosta.

La curiosità assale i visitatori: perché dei monaci avrebbero dovuto scegliere un posto così sperduto? Il tempo ha lasciato segni inesorabili sul monumento, ma gli archivi locali – in particolare l’Archivio Notarile di Stroncone – conservano ancora molti documenti che riportano i nomi di questi religiosi e le loro molteplici attività, ci parlano dei rapporti della comunità monastica con i castelli limitrofi e delle sue proprietà, case, terreni e lasciti testamentari.

Il borgo di Miranda, a pochi chilometri dall’abbazia

L’abbazia fu costruita presumibilmente tra il IX e il X secolo e forti erano i legami con la ben più famosa abbazia di Farfa e soprattutto con le chiese e parrocchie presenti nel territorio. San Benedetto in Fundis faceva parte di una rete di strutture monastiche dislocate sul territorio a cavallo tra Umbria e Lazio, che trovavano ragione nella bonifica del Lacus Velinus, ma anche nella diffusione dell’esperienza di vita cristiana, nella conservazione e trasmissione della cultura. Tra il XIII e il XV secolo nell’abbazia era presente una comunità monastica composta all’incirca di 6 religiosi, tra cui ovviamente l’abate: l’attività quotidiana era scandita da momenti di preghiera e sicuramente l’attività culturale doveva essere un aspetto di primaria importanza, soprattutto nei primi secoli del nuovo millennio.

Ma chi erano questi monaci? I loro nomi scorrono sulle pergamene ed è facile immaginare la loro vita quotidiana, gli impegni a cui erano dediti. Il primo abate di cui si conosce il nome è Giacinto, che nel 1181 governava la piccola comunità. Gli altri nomi si evincono dai vari documenti. Quasi tutti provenivano da Stroncone e appartenevano alle famiglie più importanti di questo castello: si tratta degli abati Bonagura, Nicolò Squinzi, Angelo Contessa, Angelo Tocchi, Antonio Ciccoli, Francesco Marini, che si susseguono ad altri nei secoli XIII-XV.

Nel Quattrocento subentrano i cosiddetti abati commendatari, i quali non provengono dalla comunità, ma ricevono la carica direttamente dalla Curia romana e ricoprono un ruolo più di amministratori che di ministri di culto. I religiosi, in genere cinque e tutti di Stroncone, alternano la loro presenza in seno all’abbazia o nella conduzione di piccole parrocchie situate nel territorio. Le storie terrene dei monaci sono ricche di umanità e una forte partecipazione assale chi legge sulle pergamene tali note, semplici memorie che ricordano però momenti particolari di persone, a volte di umile estrazione, di cui solo per caso la storia ha lasciato testimonianza.

Forse quando l’escursionista si recherà di nuovo tra i ruderi di San Benedetto in Fundis proverà ad immedesimarsi nelle vicende dei monaci – non più anonimi personaggi – e crederà ancor più nella necessità di tutelare e valorizzare quanto rimane della loro presenza.

Corrado Mazzoli da “Adesso” n.5

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Castel dell’Ovo, un simbolo

Castel dell’Ovo sorge su un antico isolotto formato da due scogli uniti da un arco naturale. Da secoli è stato collegato alla terraferma da un corridoio, che ora è il bel viale di ingresso al castello.

Sorretto da un uovo nascosto nelle sue segrete, sorge da un unico blocco di tufo su un’isola che non c’è.

Castel dell’Ovo è a guardia del golfo di Napoli da oltre un millennio, baluardo tra la potenza del mare e quella del fuoco, acquattato sotto il vulcano alle sue spalle.

Luogo leggendario, raffinata villa luculliana, carcere, monastero, fortezza e sede di talismani alchemici, la cittadella murata è anche e soprattutto un simbolo. Che si è evoluto nel tempo e che ogni volta è diventato emblema di un’epoca.

Nell’Antichità rappresentò il mito. Incarnato dalla sirena Partenope, che per il rifiuto di Ulisse si lasciò spiaggiare morente sulla rena di Megaride, piccola isola di due scogli gemelli che diverrà il basamento del castello. L’antichissimo culto, nato nella Grecia orientale approdò così sulla costa tirrenica. La sirena trovò sepoltura nell’isola e genti cumane la colonizzarono. Per fondare, sulle alture di Pizzo Falcone e Monte Echia, il primo nucleo di Partenope, la città antica riemersa nel 1949 con gli scavi di Via Nicotera. Era il VII secolo a.C.

In epoca romana divenne l’emblema dei fasti aristocratici della repubblica. Neapolis, la città nuova costruita a valle di Partenope dal IV secolo a.C. e annessa a Roma dal 326 a.C., piacque a Lucullo (117-56 a.C.). Il console, passato alla storia per i deliziosi convivi e i sollazzi gastronomici, apprezzò in particolare quei due scogli al centro del golfo e ne fece le fondamenta di una splendida villa. Megaride smise allora di essere un’isola. Un corridoio la collegò alla terraferma dove eleganti giardini, che si estendevano fino a Pizzo Falcone e Monte Echia, videro fiorire per la prima volta in Europa ciliegi e peschi importati dalla Persia. Plutarco ricorda i celebri banchetti: “Vi erano d’obbligo, come antipasti, frutti di mare, uccellini di nido con asparagi, pasticcio d’ostrica, scampi. Poi veniva il pranzo vero e proprio: petti di porchetta, pesce, anatra, lepre, pavoni di Samo, pernici di Frigia, morene di Gabes, storione di Rodi. E formaggi, e dolci, e vini”. I cibi erano serviti nella dimora sul golfo al bordo di laghetti pullulanti di pesci e lungo moli che si protendevano sul mare. Lucullo portò nella villa anche collezioni di monete, quadri e sculture raccolte nei suoi numerosi viaggi e costruì una grandiosa biblioteca che contava un numero incredibile di manoscritti ed era aperta a tutti. Megaride divenne un raffinato centro di incontro di studiosi e letterati.

Poi Megaride vide la fine di un impero e il principio di un’epoca. Nel periodo tardo antico divenne la prigione di Romolo Augustolo (461-dopo il 511), l’ultimo imperatore di Roma, sulla cui data di deposizione in Italia si fa iniziare il Medioevo. Romolo era figlio di Flavio Oreste, un generale romano di origine barbara e, al contrario del padre, poteva sedere sul soglio imperiale perché sua madre era di stirpe romana. Nel 475 Oreste depose Giulio Nepote (che regnò per un anno) e mise sul trono il giovane figlio per governare in suo nome. Ma pochi mesi dopo lo sciro Odoacre catturò e uccise Oreste. E, il 4 settembre del 476, si liberò anche di Augustolo, il piccolo imperatore. Il ragazzo venne confinato nel Castellum lucullanum, l’antica villa dei tempi della repubblica. E di lui non si seppe più nulla.

Agli albori del Medioevo il Castellum cambiò radicalmente la sua funzione e divenne un cenobio, luogo di vita sociale (dal greco κοινός, comune e βίος, vita) per una piccola comunità di preghiera devota a Santa Patrizia (ca.664-685). Sembra che la santa, ora sepolta nella chiesa di San Gregorio Armeno al centro di Napoli, sia stata accolta e rifocillata proprio qui in seguito a un naufragio. Compatrona della città insieme al celebre San Gennaro, Patrizia era una nobildonna bizantina fuggita da Costantinopoli per evitare il matrimonio che le imponeva l’imperatore Costante II e seguire la vocazione alla preghiera e all’assistenza. Al suo culto è legato il prodigio della liquefazione del sangue, come per San Gennaro. Secondo la tradizione, il miracolo si ripete nel giorno della sua morte, avvenuta il 25 agosto 685 tra le mura dell’antico edificio.

La Sala delle Colonne. Di età romana, fu probabilmente convertita in refettorio quando la Villa di Lucullo diventò un monastero.

Nel secolo VIII il cenobio si trasformò in un vero e proprio monastero, dimora di seguaci di un leggendario ordine: quello dei basiliani. Giunti sulle coste della penisola per sfuggire alla furia iconoclasta dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico (675-741), che nel 726 ordinò la distruzione delle immagini sacre in tutte le province dell’Impero con azioni che costarono la vita a diversi monaci, i basiliani sbarcati sul golfo trovarono rifugio tra le mura di tufo di Megaride. E le elessero a luogo di preghiera e lavoro, dove si rispettava la regola di San Basilio Magno (329-379). Vescovo e teologo della Cappadocia, Basilio fu tra le figure di spicco del monachesimo cristiano. E’ riconosciuto come padre degli ordini conventuali orientali, gli storici gli attribuiscono anche un grosso peso nello sviluppo di quello occidentale, soprattutto grazie alla sua regola, che fu di ispirazione per San Benedetto. La splendida Sala delle Colonne, che conserva blocchi di pietra cilindrica usati in epoca romana per abbellire la villa di Lucullo, divenne il refettorio dove monaci e monache consumavano i pasti, mentre i cunicoli e le cellette scavati nel tufo, i romitori basiliani, servivano per pregare e riposare. Nel Cenobio in insula maris, indicato in quel periodo anche col nome di isola di San Salvatore, venne edificata la chiesa del Salvatore, di cui restano visibili deboli tracce. Il monastero era un fiorente centro di cultura, nel quale i monaci si dedicavano a copiare codici e creare preziose raccolte. Agli amanuensi del Cenobio luculliano veniva affidata la trascrizione di pergamene dalle più importanti raccolte conventuali e il richiamo che esercitò questa schola scriptoria conferì all’intera città un ruolo notevole tra i centri più importanti della cultura occidentale. Secondo alcune fonti, il monastero conservava anche parte del tesoro della biblioteca di Lucullo, con il quale si contribuì alla diffusione delle opere dell’antichità classica.

Poi il castello cambiò ancora volto. Gli emiri arabi, presi il nord Africa e la penisola iberica, iniziarono a sferrare attacchi contro le coste dell’Italia meridionale. Avevano già strappato il controllo del Mediterraneo ai Bizantini e la penisola era l’ovvia preda seguente. Le incursioni, i saccheggi e i rapimenti sulle coste determinarono l’occupazione e la fondazione di centri da utilizzare per la penetrazione verso l’interno. Tra le prime conquiste ci furono Ischia, Ponza e Lampedusa. Bizantini e Carolingi allora, cominciarono a dotarsi di flotte militari e acquartierarono una importante base della controffensiva a Napoli, ducato autonomo sotto l’autorità formale di Costantinopoli. I monaci abbandonarono Megaride, che da cenobio divenne castrum, una struttura difensiva di grande importanza strategica per la città.

L’interno del castello, dove sarebbe ancora nascosto l’uovo magico di Virgilio.

Tra i secoli IX e XI le funzioni difensive del castrum furono rafforzate. Il primo documento in cui è citato come forte risale al 1128. Si tratta di un accordo tra Sergio VII (†1137), ultimo duca di Napoli, e la repubblica di Gaeta. Sotto la minaccia dell’invasione normanna, il duca giura pace a Gaeta a nome suo e dei suoi sudditi, tra i quali sono elencati anche gli abitanti dell’Arce del Salvatore. Pochi anni dopo la fortezza diventerà sede non solo militare, ma anche regia. La salita al trono di Ruggero II d’Altavilla (1095-1154) nel Regno di Sicilia, porterà i normanni alla conquista di tutta l’Italia meridionale e lo stesso Ruggero farà del castello la sua “principale stanza” nella penisola dove, al suo ingresso in città, terrà il parlamento generale ai napoletani.

Il castrum restò una delle maggiori sedi continentali del Regno di Sicilia per tutta la dominazione normanna. Guglielmo I di Sicilia (1131-1166), detto il Malo, lo fece restaurare e ampliare ed è di questo periodo la costruzione della torre poi detta di Normandia, attribuita a un architetto di nome Buono. Delle quattro torri menzionate nel corso della storia all’interno delle mura fortificate, oggi restano identificabili solo questa, nel lato sud del castello, e la torre di Mezzo, in posizione centrale. Le altre due (torre Colleville sul lato nord e torre Maestra al centro) si conoscono solo grazie al Vasari, secondo il quale Federico II di Svevia (1194-1250) nominò esecutore di ulteriori lavori di consolidamento il Fuccio, architetto e scultore fiorentino, se non addirittura Nicola Pisano. Federico fece del forte anche una sede del tesoro reale, dove raccolse reperti di epoca greca e romana, eleggendo il castrum a museo archeologico ante litteram.

La miniatura del Codice dell’Ordine del Nodo che raffigura Castel dell’Ovo.

Per quanto riguarda l’assetto del castello nel Trecento, la fonte più preziosa di informazioni è la Miniatura del codice dell’Ordine del Nodo, realizzata nel 1352 e conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Nel disegno, solo la torre campanaria è cilindrica, mentre tutte le altre presentano pianta quadrata, merlatura terminale con balestriere e coperture a solaio. La struttura del castello è tipica dell’epoca normanno-sveva, a foggia di cittadella fortificata.

L’Arce del Salvatore continuò ad essere utilizzata principalmente come struttura difensiva anche dagli Angioini. Ed è durante la loro dominazione su Napoli (1266-1442) che compare per la prima volta il riferimento all’uovo. In relazione a lavori eseguiti, la fortezza viene infatti citata come “Chastel du Salvateur eu mer de Naple, qui est dit communement chastel d’euf”. La denominazione trova riscontro nella Cronica di Partenope, un testo anonimo del XIV secolo in cui, tra i diciassette capitoli dedicati alla descrizione dei prodigi che il vate Virgilio (70-19 a.C.) avrebbe compiuto per i napoletani, c’è la collocazione nelle segrete del castello di un uovo magico. Dall’integrità di quest’uovo, immerso in una caraffa di vetro protetta da una gabbia metallica, sarebbe dipeso per sempre il destino della città.

Il valore della leggenda dell’uovo per i napoletani è chiarita da un episodio avvenuto durante il tempo di Giovanna d’Angiò (ca. 1327-1382) che nel 1343, non ancora diciottenne, ereditò il Regno di Napoli. Nel corso di un tentativo di espugnare il regno, Ambrogino Visconti (dei Visconti di Milano) venne imprigionato a Castel dell’Ovo, ma riuscì a evadere grazie al crollo dell’arco naturale che univa da secoli i due scogli di Megaride. Il castello subì danni pesanti e la vista delle rovine convinse la popolazione a credere che Ambrogino avesse rotto l’uovo, che il castello fosse crollato per questo e che il destino di Napoli fosse inevitabilmente segnato. Per riprendere il controllo della città, Giovanna fu costretta a giurare di aver sostituito l’uovo magico con un altro. Può darsi che i danni di quel periodo siano in realtà da attribuire a un maremoto, che intorno alla metà del Trecento viene ricordato nelle cronache di Napoli come una grande calamità per buona parte dell’area partenopea.

Virgilio in un mosaico del III secolo (Museo del Bardo, Tunisi).

Nel XIV secolo comunque, Castel dell’Ovo è già profondamente legato alla figura di Virgilio, del quale Napoli tramanda in particolare le eccezionali facoltà taumaturgiche. A partire dal V sec. d.C. (con la Vita virgiliana riproposta da Svetonio del grammatico Donato) e con rinnovata attenzione dal Duecento in poi, biografia e leggende del poeta romano si fondono indissolubilmente. Il vescovo di Hildesheim Corrado di Querfurt ad esempio, in una lettera del 1196 ad Arnoldo di Lubecca, attribuisce la conquista di Napoli al fatto che il il piccolo modello della città costruito da Virgilio, contenuto in una bottiglia di cristallo, si fosse incrinato.

La guida di Dante nella Commedia fu dunque un nume tutelare per Napoli, che protesse così bene tanto da essere considerato il suo primo patrono, predecessore di San Gennaro. Secondo la tradizione, in tutta l’area dai Campi Flegrei a Napoli ci sono segni del suo intervento prodigioso. Molti hanno a che fare con l’acqua, come la costruzione dei bagni termali di Baia e Pozzuoli e il prosciugamento di paludi insalubri che portavano la peste o l’incanto di acque sorgive che acquistarono il potere di guarire ogni malattia. Altri con gli animali, come la generazione di una mosca e di una sanguisuga d’oro capaci di tenere lontani i corrispettivi naturali che infestavano Napoli, o la forgiatura di un cavallo di metallo che aveva la virtù di guarire quelli veri. Dall’attribuzione di queste azioni magiche, anche le opere di Virgilio acquistarono valore oracolare: vennero chiamate sortes virgilianae e tramandate e interpretate cristianamente. Fu così che Virgilio assunse una veste profetica, esaltata dall’annuncio, dato nella quarta egloga delle Bucoliche quarant’anni prima della nascita di Cristo, della venuta di un divino puer che avrebbe segnato l’inizio di un’età di pace e di serenità.

Le sue spoglie, storicamente traslate a Napoli dopo la morte avvenuta a Brindisi e custodite in un tumulo ancora visibile sulla collina di Posillipo, furono profanate durante il regno di Ruggero il Normanno. E secondo una leggenda, sarebbero state murate a Castel dell’Ovo. Il re infatti conquistata Napoli dopo un lunghissimo assedio, avrebbe permesso a un medico inglese di aprire il sepolcro del poeta. Ma i cittadini riuscirono a trafugare le ossa fino a Castel dell’Ovo e consegnarono solo i libri con le formule magiche che erano stati sepolti con Virgilio. Per rassicurare i napoletani, le preziose reliquie rimasero visibili attraverso una grata per un certo tempo e poi murate. In ogni caso, il sepolcro del poeta lungo la via Puteolana, meta di pellegrinaggio già dal I secolo d. C., continuò ad essere luogo di culto popolare, che da pagano si è poi trasformato in cristiano con la celebre festa di Piedigrotta.

Castel dell’Ovo visto da occidente. Sull’altro lato, protetta dalle possenti mura, una tranquilla baia ospita il variopinto quartiere Borgo Marinari e alcuni club nautici.

Nel corso dei secoli, l’architettura di Castel dell’Ovo è stata modificata ampiamente e le sue funzioni sono cambiate ancora anche se, per la posizione e l’imponenza, fu spesso destinato a carcere. Tra i tanti, vi fu imprigionata la stessa Giovanna d’Angiò nel 1381, il condottiero spagnolo Pietro Navarro (che però il 2 luglio del 1503 riuscì a espugnare il castello grazie all’utilizzo delle mine), il filosofo Tommaso Campanella nel XVI secolo e Francesco De Sanctis dal 1850 al 1853.

Con l’unità d’Italia il castello divenne un presidio della Marina militare e fu utilizzato per la difesa della costa. Dopo la grande epidemia di colera della fine dell’Ottocento, nel periodo del risanamento urbanistico che cambiò volto a molti quartieri storici di Napoli, Castel dell’Ovo rischiò addirittura di scomparire per sempre: un progetto del 1871 ne prevedeva l’abbattimento per far posto ad un nuovo rione. Ma per fortuna non se ne fece nulla. Dopo gli interventi di restauro del terremoto del 1980, è passato dal ministero della Difesa a quello dei Beni culturali e poi al Comune di Napoli.

Oggi, sede della Direzione regionale per i Beni Culturali della Campania, è simbolo della storia e della bellezza di questa terra. Nelle grandi sale, che sono visitabili, si svolgono mostre, convegni e manifestazioni. Parte dello storico rione di Santa Lucia, è adiacente all’incantevole porticciolo turistico del Borgo Marinari, animato da ristoranti e bar e sede storica di alcuni tra i più prestigiosi circoli nautici napoletani.

Daniela Querci

L’incantevole Golfo di Napoli.

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