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Category Archives: Luoghi

Trevi, morte e rinascita

Per quanto gli assetti creati sotto le insegne di Roma siano stati in genere duraturi, le morti delle città antiche furono eventi relativamente frequenti nella Penisola.

In posizione collinare, Trevi si affaccia sulla Valle umbra

Sin da tempi remoti, il tema ha attratto l’attenzione degli studi: una morte va sempre spiegata. Due i “serial killer” sovente portati alla sbarra: invasioni barbariche e terremoti hanno predominato (e predominano) gran parte dell’edito inerente. Tuttavia, se la scelta di insediare un luogo è estremamente multifattoriale, ancora più complessa è la decisione di abbandonarlo dopo secoli. I muri si caricano di significati che esulano dalla topografia, tali da far restare anche di fronte a migliori opzioni: andarsene è sempre la scelta più difficile. Vediamo ancora città distrutte da fiumi in piena, sciami sismici ed eserciti in lotta ma si ritorna, le macerie si rinnalzano e la vita continua, diversa ma sempre lì.

Non sono pertanto scosse o invasori, incendi né alluvioni a uccidere una città: questa muore quando non vi sono motivazioni per tornare; e ciò è spesso avvenuto decenni prima che il “serial killer” sferri il colpo di grazia. Trevi in Umbria è il giusto sito per cogliere la variegata complessità della morte di un insediamento. Le città piccole, infatti, si prestano alla lettura di quei fenomeni che, nella vastità di insediamenti maggiori, ci parrebbero confusi da un ronzante rumore di fondo. Lì gli scavi diretti da Donatella Scortecci (UniPG) stanno portando alla luce nel sito di Pietrarossa tracce di un passato ben più articolato di quanto un tempo creduto.

La domus di Pietrarossa

La cittadina dovette sorgere con la romanizzazione del territorio umbro, suggellata dalla fondazione della Colonia Latina di Spoleto e dal passaggio della Via Flaminia. Ceramiche e monete emerse nel 2016 (III sec. a.C.) fanno da pendant all’enorme base repubblicana con dedica a Giove, rinvenuta nel 1980: quel Giove Capitolino, emblema dell’espansione romana fatta di strade di penetrazione e piccole repliche di Roma. La grande domus attualmente indagata dovette essere costruita intorno al I sec. a.C., mentre a modifiche medio-imperiali si devono gli splendidi mosaici policromi appena scoperti. Per il resto, i ritrovamenti stanno sottolineando l’inserimento di Trebiae nel sistema commerciale basato sulla navigabilità del Clitunno, il quale dovette fare della città una sorta di succursale commerciale per Spoleto da e verso Roma. La domus restò in uso fino al V secolo, quando gli spazi vennero sottoposti a una drastica selezione: alcuni definitivamente abbandonati; altri rifunzionalizzati, con la realizzazione di un piccolo cimitero infantile sulle pavimentazioni antiche.

Particolare del grande mosaico marino rinvenuto a Pietrarossa

Trebiae sta morendo: i terremoti? I barbari? No, sta solo cambiando aspetto in ragione di un mutato contesto. Sul grande mosaico marino rinvenuto nel 2017 viene deposta una spessa colte di ceneri, ossa animali e ceramiche: decenni di cucina e formidabili informazioni sulla transizione tardoantica. Non è solo la cenere a depositarsi: anche l’argilla in due secoli di alluvioni ricoprirà (e salverà) pavimenti e muri dallo smontaggio e dal riuso che ne ha asportato il resto. E se il dissesto idrogeologico è un riflesso della morte dello Stato romano, questo finì per far scomparire importazioni a lunga distanza, con la perdita della navigabilità fluviale.

È la fine? No! C’è ancora vita, diversa, ma sempre tale: un’officina si impianta su quello che quasi certamente è il lato orientale del peristilio, lungo la più probabile Flaminia. Si fondono metalli per farvi oggetti d’uso quotidiano, antiche monete con effigi femminili vengono raccolte per farne monili, si strappano e immagazzinano lastre di marmo così da rivenderle. È il ciclo del recupero a dare nuove motivazioni ed è “vita”, così come lo sono le tombe. Una necropoli di individui dai tratti culturali germanici viene creata pochi metri dalla chiesa (VI-VII sec.). Facile tirare in ballo i Longobardi, a pochi passi da un Ducato nascente. Nel frattempo altra vita sta accumulando uno spesso strato organico su ciò che resta dei ruderi della città. Poi? Man mano che si lascia la tarda antichità, le tracce di Trebiae vengono sempre meno. A 2 km di distanza, ora, c’è la nuova Trevi. Lì “cocci” rovinati lungo le pendici del colle e tombe (VI sec.) stanno dando finalmente un “quando” a delle mura di incerta datazione.

Ma anche quando una città muore ne resta la memoria, in fondo l’unica cosa a sopravvivere alla morte.

L’Abbazia di Bovara

Il nostro “luogo della memoria”, a dirla con Andrea Augenti, è la chiesa di Pietrarossa: quella S. Maria de Trevi, non a caso, delle carte bassomedievali, forse l’antica cattedrale per il vescovato trevano, presto assorbito dalla “mega-diocesi” spoletina.

Ma la memoria è un fluido potente per le istanze contingenti, come i totalitarismi del passato recente ci hanno tristemente mostrato. Tuttavia una città con un suo vescovo non basta per rivendicare autonomie e filiazioni: nel mondo medievale serve un santo! Già Foligno nel X secolo aveva avanzato rivendicazioni, sognando il proprio martire, Feliciano, abbattere un tempio in quel Castrum Trebatium che è la Trevi in altura. Anche Perugia farà morire il suo Costanzo a due passi dalla Porta del Cieco. Nel XII secolo, però, con un Ducato in progressiva crisi, i tempi sono maturi perché Trevi giochi le proprie carte nel sorgere dei comuni. La Passio di S. Emiliano, opera di un ignoto benedettino, è un piccolo capolavoro di diplomazia e uso strumentale della memoria.

Trevi ha avuto un suo santo! Giunse come vescovo su consiglio degli spoletini (“date a Cesare quello che è di Cesare”), scampò miracolosamente a mille supplizi e, infine, subì “doverosamente” il martirio. Dove? Guarda caso nel retro dell’Abbazia di Bovara: il vero mandante ideologico delle svolte comunali trevane. Emiliano porse il capo ai suoi carnefici a tre miglia da quella “civitas Lucana” (Pietrarossa) che dista, appunto, esattamente tre miglia dal millenario Ulivo del martirio.

L’Ulivo di Sant’Emiliano

Emiliano, eroe fondatore della diocesi d’un tempo, in quella città antica esistita in quel luogo che nello stesso secolo ancora compare come “Trevi de Planu”.

Bisogna allora distruggere la città erede, esecrarla con il furto delle reliquie e razziare l’Abbazia, garante del ricordo della città antica (e dell’uso dello stesso).

Così, nel 1214, Spoleto vendicò l’affronto di una sovranità non riconosciuta. Ma era troppo tardi e Trevi è ancora lì a far mostra di sé: la città vecchia con le sue storie, vere e presunte, diede alla nuova altri motivi per restare.

 

Stefano Bordoni

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L’Abbazia di Montelabate, meraviglia dell’Umbria

Una panoramica dell’abbazia di Montelabate, immersa tra le verdi colline umbre

La storia del monastero benedettino di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano detta di Montelabate, inizia intorno al IX secolo.

Una bolla pontifica del 969 di papa Giovanni XIII dà ordine all’Abate Pietro di ristrutturare il monastero, situato in un punto strategico tra le città di Perugia e Gubbio, per farvi crescere un nuovo cenacolo benedettino secondo la “Regula monachorum o Sancta Regula”.

I secoli XI-XII costituiscono la fase di espansione massima della proprietà fondiaria e di affermazione della posizione egemonica del monastero su un vasto territorio: ad ovest il lago Trasimeno, a sud la città di Perugia, a est verso la diocesi di Gubbio e a nord, fino all’attuale Umbertide.

La cripta è la parte più antica dell’attuale struttura abbaziale e risale probabilmente alla prima metà dell’XI secolo. Il chiostro si compone di due livelli. Il primo, come scritto in uno dei capitelli, fu terminato sotto l’abate Oratore (1205-1222), mentre il secondo fu aggiunto negli ultimi decenni del XIII secolo. La sala del Capitolo era il luogo in cui i monaci si riunivano per dirimere le questioni importanti riguardanti la vita abbaziale. L’ambiente preserva ancora affreschi di rilievo attribuiti al pittore denominato “Maestro di Montelabate”, protagonista della pittura perugina di fine Duecento.

Tra la seconda metà del ‘200 e gli inizi del ‘300 fu costruita l’attuale chiesa, più grande e in posizione sopraelevata rispetto alla precedente. A navata unica, divisa in tre campate e con abside poligonale, ricalca il modello della Basilica Superiore di Assisi.

Il portale e il rosone sulla facciata sono attribuiti alla bottega del “Maestro ricamatore”, così chiamato per la sua spiccata propensione alla ricchezza decorativa, che operò al portale della basilica inferiore di Assisi. Fin dal ‘300 la chiesa ospitò importanti dipinti di Meo da Siena e dei suoi seguaci, oggi conservati alla Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel tardo Quattrocento, l’abbazia subisce un nuovo restauro, di cui sono testimonianza gli affreschi di Fiorenzo di Lorenzo e Bartolomeno Caporali.

Gli anni 1859-1860, con l’allontanamento dell’ultimo abate Alberico Amatori, determinano la chiusura definitiva del monastero. Il ricco archivio viene così archivio accolto nei depositi della Biblioteca Augusta di Perugia e le opere d’arte trovano posto nella Galleria nazionale dell’Umbria.

Archi e colonne del chiostro dell’abbazia di Montelabate

Con l’unità d’Italia poi, il complesso diventò proprietà dello stato, per poi passare a diversi privati.

Fino al 1956, anno in cui la Fondazione Gaslini di Genova (ancora oggi proprietaria) acquistò l’intero possedimento esteso per 1824 ettari.

Recita lo statuto: “Scopo della Fondazione è quello di devolvere le proprie rendite e, occorrendo, i propri beni alla cura, difesa ed assistenza dell’infanzia, della fanciullezza ed in particolar modo al potenziamento dell’Istituto Giannina Gaslini”.

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In viaggio con Alberto di Stade

«Fratello Tirri, voglio andare a Roma, descrivimi il percorso che devo seguire».

«Buon fratello Firri, da dove vuoi passare?» chiede Tirri.

Risponde Firri: «Attraverso la valle Mauriana».

Di nuovo Tirri: «Nominerò i luoghi e aggiungerò le distanze. Qui avrai due possibilità per attraversare gli appennini: o da Bagno di Romagna, o da Acquapendente. Ma ritengo sia migliore la strada da Bagno di Romagna». A questo punto il monaco non solo indica la strada, ma fornisce anche le distanze (espresse in miglia o leghe, equivalenti a due chilometri): «Da Bologna a Castel San Pietro ci sono 13 miglia, 7 a Imola, 10 a Faenza, 19 a Forlì, 2 a San Martino in Strada, 4 a Meldola, 10 a Civitella, 15 a Bagno di Romagna. Per attraversare l’Alpe di Serra ci sono 15 miglia fino a Campi, 8 fino a Subbiano, 6 fino ad Arezzo, 8 a Castiglion Fiorentino, 8 a Ossaia, 16 a Castiglion del Lago, 10 a Sarminia (per Stopani si tratterebbe di Moiano, sede di un monastero benedettino e di una chiesa dedicata a San Iacopo, altri visto che le distanze non coincidono suggeriscono la rocca di Carnaiola), 6 a Orvieto, 12 a Montefiascone, 8 a Viterbo, 16 a Sutri, 16 a Castel San Pietro, 8 a Roma».

Il buon monaco aggiunge anche che «se il Papa per caso fosse a Perugia, o ad Assisi, o a Terni, o in quelle zone, da Ossaia vai per 4 miglia fino a Gunfin e così per altre 4 miglia fino ad avere il lago di Perugia alla tua destra, ma la strada descritta da Ursage fino a Castello a sinistra. Quello è il tracciato romano per la valle Mauriana».

Alberto di Stade (foto tratta da www.viaromeagermanica.com)

Questo brano illustra un’antica via di pellegrinaggio, Romea di Stade o Germanica appunto, che collega il nord Europa con Roma e fu scoperto per caso tra le pagine degli Annales Stadenses nella biblioteca Herzog August di Wolfenbuttel nel XIX secolo. Una cronaca compilata dal monaco benedettino (e poi frate francescano) Alberto di Stade tra il 1240 e il 1256. Nel dialogo tra i due religiosi viene esposto il percorso per raggiungere Roma (e tornare indietro) con una ricca descrizione di luoghi, usanze e costumi, tappe, distanze, curiosità e anche consigli su come muoversi scegliendo i percorsi in base a «societas, et rerum eventus et temporum», cioè compagnia dei pellegrini, situazione politica e stagione dell’anno.

Il Passo di Serra e il conseguente percorso per la valle del Bidente e fino alla Valdichiana seguono un antico tracciato appenninico già utilizzato in epoca preistorica, al pari del Brennero (la Melior Via per Alberto di Stade) per le Alpi, perché consente di passare da una valle all’altra senza particolari dislivelli. Non per nulla il Passo di Serra fu scelto dagli Ottoni e dagli Svevi nelle loro discese in Italia (il percorso segue i confini di città fedeli all’imperatore e feudi di diritto imperiale). Anche Matteo Paris nel suo Iter de Londinio in Terram Sanctam (nel quale è inserita anche una mappa di pergamena a colori con tutto il percorso) indica come praticabile il tracciato lungo la via Emilia fino a Forlì e poi l’ascesa verso l’Appennino e la discesa verso Arezzo: «Alpes bolon. Florence. Aresce. Peruse. Asise. Fulins. Spoletum. Rieta».

Torniamo ai due monaci Firri e Tirri e al buon Alberto di Stade. Quello che racconta, per bocca dei due personaggi di fantasia, è il suo viaggio a piedi, con piccole imbarcazioni, a dorso d’asino, quello che compie realmente, fino a Roma, per presentarsi davanti al Papa e chiedere di poter riformare la comunità di cui è abate secondo i dettami cistercensi, per combattere il lassismo e la ricchezza che allontanano dalla contemplazione e da Dio. Alberto ottiene il permesso dal Pontefice, ma quando torna a Stade i monaci si ribellano; lui si dimette ed entra nell’ordine dei Minori. Inizia a scrivere e ci lascia il resoconto di quel viaggio, come se fosse un antesignano di Jack Kerouac o Bruce Chatwin: Austria, Baviera, Turingia, Sassonia Anhalt e Bassa Sassonia, Bolzano, Trento, la Valsugana, Padova, Ferrara, Ravenna, Forlì, Meldola, Bagno di Romagna, l’Alpe di Serra, Campi di Bibbiena, Subbiano, Arezzo, Ossaia, Castiglion del Lago, Orvieto, Montefiascone e Roma (il percorso è raccontato anche all’inverso, per un totale di 3.500 chilometri e sei mesi di viaggio). È il cammino di Alberto, la Romea di Stade o Romea Germanica.

Una veduta della città di Stade

La Romea Germanica entra in Umbria attraverso la striscia di territorio racchiusa tra il corso del Chiani e il lago Trasimeno, lungo la strada che da Cortona, passando per Ossaia (Ursage, toponimo che richiama la strage dei romani da parte di Annibale) e le pendici di Castiglione del Lago, l’antica Castellum Leonis sorta in una posizione strategica e contesa da Etruschi e Romani prima, e in epoca medievale da Perugia, Arezzo e Siena, assurta al rango di marchesato nel XVI secolo con i Della Corgna. Il pellegrino prosegue, quindi, per Pozzuolo Umbro, un borgo fortificato di origine altomedievale a presidio del passo che evitava le zone di palude, costeggia Villastrada (un nome che rimanda ad un insediamento sorto vicino ad una “strata”). Sfruttando un antico tracciato etrusco giunge a Paciano, una cittadina medievale fondata nel XIV secolo e arroccata sul monte Petralvella, poco distante dall’ormai diroccata Torre di Orlando (uno dei tanti toponimo del “grand tour” del paladino in Umbria), già nominata in un documento di Berengario I nel 917. Uscendo da Porta Fiorentina ci si dirige verso Città della Pieve le cui origini sono molto remote, anche se viene nominata intorno all’anno Mille come Castrum Plebis S. Gervasi. La città sorge su un’altura che domina l’intera Valdichiana e il Trasimeno e spicca sul paesaggio per il rosso del laterizio con il quale è costruita. È la città natale di Pietro Vannucci, il Perugino, maestro di Raffaello.

Il pellegrino uscito da Città della Pieve si dirige verso Orvieto, passando ai piedi del castello di Salci, costruito nel XIV secolo dal condottiero Vanni Bandini e inerpicandosi verso Fabro con la sua rocca dell’XI secolo posta a guardia del passaggio sul fiume Paglia, poi Monteleone d’Orvieto e Parrano, borghi fortificati che sorgono lungo l’asse viario della Cassia (oggi A1) e della Romea (Statale 71) con funzione di avvistamento. Nella zona sorge la Badia di San Nicola, fondata nel 1007 e riformata da san Romualdo. Vi vestì l’abito Magister Gratiano, giurista e fondatore del diritto canonico, ricordato da Dante Alighieri insieme con san Tommaso d’Aquino, Pietro Lombardo e sant’Alberto magno. Il pellegrino cammina all’ombra della rocca di Carnaiola (individuata da alcuni storici come la Sarminiam nel testo di Alberto di Stade e chiamata Sarmugnano o Sermugnano nel Catasto Orvietano del 1292) costruita nel 1055 e luogo di nascita della beata Giovanna da Orvieto, terziaria domenicana del XIII secolo. Un atto giudiziario del Comune di Orvieto ricorda che proprio sulla strada per Sarmugnano «Cola di Guatiero, Ciolo […] e Giovanni di Amata Angeli di Ficulle contro i quali è questo processo per inquisizione […] poiché contro il nostro mandato andarono con le armi per la strada che va a Sarmugnano e su questa strada ferirono dei romei».

Agro Perugino di Ignazio Danti

Poco distante c’è Ficulle, centro prima etrusco e poi romano, posto a guardia della via Traianea. Le mura medievali e il castello della Sala testimoniano l’importanza del castello per il Comune di Orvieto negli anni di lotte con Comuni vicini. Lasciata Ficulle si arriva ad Allerona, castello medievale posto a baluardo contro la non troppo lontana Chiusi. E la via Romea si avvia, così, agli ultimi chilometri in territorio umbro, giungendo proprio ai piedi dell’imponente Orvieto e ai mosaici del duomo che splendono nel sole.

L’antica Via Romea Germanica è anche disseminata da hospitales, domus leprosorum, tabernae ed hosteriae ad uso dei pellegrini. Questi luoghi hanno lasciato tracce anche nella toponomastica locale. A Città della Pieve erano presenti l’Hospitalis Novum di Santa Maria dei Bianchi, costruito sul finire del XIII, e quello di San Giacomo de Porta Vecciani costruito dal beato Giacomo da Città della Pieve nella seconda metà del ‘200, diverse tabernae e una domus leprosorum a circa due chilometri a sud dalla città, in località Lazzaretto dove si trova la chiesa della Madonna della Sanità. Appena usciti dal borgo di Sarminian si incontrava il pineti hospitalis, testimoniato dal Catasto Orvietano del 1292 mentre vicino al Ponte di Carnaiola si trova il vocabolo San Lazzaro, sito di un antico ospedale per infermi, ricordato in un documento del 1244 come «hospitalis leprosorum de vallis Ficullis».

Nella storia delle vie francigene, francesce o romee si intersecano anche leggende e racconti, come il viaggio del cancelliere di Federico il Barbarossa e vescovo di Colonia Rinaldo di Dassel. Gli storici discutono ancora sul percorso compiuto dal vescovo con le reliquie dei magi trafugate da Milano l’11 giugno del 1164. Un viaggio non proprio trionfale, ma quasi segreto, tanto che alcune fonti testimoniano che avrebbe trasportato le reliquie di nascosto, «clam auferens e magno labore et periculo». Tre erano le strade possibili: per il Gran San Bernardo fino a Magonza oppure le due varianti segnalate da Alberto di Stade, la prima per il Gottardo e per la via fluviale del Reno, la seconda per il Moncenisio. Un documento riporta la notizia secondo la quale Rinaldo abbia presieduto un concilio dei vescovi borgognoni a giugno per sostenere come papa legittimo Pasquale III (il 23 giugno le reliquie erano a Colonia). I tempi fanno pensare che abbia seguito questa seconda via indicata da Alberto di Stade.

Una testimonianza di questo tracciato anteriore al monaco tedesco, infine, si riscontra nella cronaca del viaggio a Roma e Gerusalemme, compiuto tra il 1151 e il 1154, del monaco islandese Nicola di Munkatvhera, abate del monastero di Thingorde, partito proprio dalla città anseatica di Stade.

Umberto Maiorca*

*da Medioevon. 263 dicembre 2018 / Editore Timeline Publishing © Riproduzione vietata

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Gubbio, i luoghi del potere

Vista dall’alto della città di Gubbio

Abbandonata la Città romana, che si estendeva a ventaglio in un’area pianeggiante nei pressi e a valle del torrente Camignano, l’abitato di Gubbio, progressivamente, si contrae verso le pendici del “Monte”.

Questo processo si intensifica in epoca altomedioevale e poi soprattutto nel XII secolo, periodo che rappresenta una svolta decisiva nella storia civile e religiosa della Città. A partire dalla seconda metà del XII secolo, infatti, Gubbio viene ricostruita in posizione di altura, sopra un’alta scarpata, dove, per l’appunto, si edificano i luoghi strategici dell’esercizio del potere e della vita spirituale, la cattedrale e il palatium communis, l’antico palazzo comunale o Palazzo della Guardia. Proprio in cima al Monte, inoltre, alla fine del XII, o più probabilmente all’inizio del XIII secolo, viene trasportata, traslata, la reliquia più venerata della comunità, il corpo incorrotto del patrono, Sant’Ubaldo.  È un’operazione apparentemente inspiegabile, audace e provocatoria, ma sottolinea con forza la volontà di riattualizzare il valore sacrale e cultuale del colle che da ora in poi diverrà il riferimento ideale di ogni componente della Città e pertanto eletto ad emblema araldico del Comune.

Nel XIII secolo l’ampliamento della cinta muraria e l’erezione delle maggiori chiese cittadine determinarono localizzazione e morfologia dell’attuale nucleo urbano: tali nuove costruzioni delineano, infatti, un impianto urbanistico cruciforme, e fissarono la suddivisione della Città in quartieri. L’antico centro amministrativo, allora, posto a monte della Città, non è più in grado di rispondere ai requisiti di centralità e alle nuove e pressanti esigenze amministrative del Comune, in forte crescita economica e demografica.

È per questo motivo che nel 1321 gli eugubini decidono di costruire due nuovi palazzi in sostituzione dell’antica residenza comunale. Per il nuovo complesso monumentale venne scelto un luogo centrale, in modo che le fabbriche fossero risultate tangenti a tutti i quartieri.

Il complesso monumentale dei palazzi pubblici eugubini è formato da una triade di costruzioni in rapporto strettissimo tra di loro: il Palazzo del Popolo (poi detto dei Consoli), la Platea Comunis (Piazza Grande) e il Palazzo del Podestà (o del Comune). Il progetto unitario per la costruzione del Palazzo del Popolo, del Palazzo del Podestà e di Piazza Grande tendeva pertanto a configurare il nuovo centro cittadino come nucleo direzionale amministrativo. Proprio le delibere comunali del tempo impongono infatti che il Palazzo dei Consoli doveva essere eretto tangente ai quartieri di San Giuliano e San Martino, mentre il Palazzo del Podestà ai restanti quartieri di Sant’Andrea e di San Pietro.

Quattro strade, una per quartiere Anzi, secondo recentissimi studi, il complesso monumentale doveva essere raggiunto da ben quattro strade, una per ogni quartiere. Secondo questa ipotesi, la rampa porticata del Palazzo dei Consoli (prospetto sud), interrotta, che scende inclinata verso la sottostante e attuale via Baldassini (nel Trecento detta via di fosso), doveva proprio consentire l’accesso alla Piazza dalla parte bassa dell’abitato.

Questa soluzione architettonica, per di più, doveva essere replicata, sempre secondo questa ipotesi, presso il Palazzo del Podestà: un’analoga rampa di accesso, simmetrica a quella del Palazzo del Popolo, avrebbe dovuto collegare, senza soluzione di continuità, l’attuale via Savelli alla Platea Comunis. Questi concreti atti amministrativi pongono in essere, di fatto, la scelta di costruire, nel centro geometrico della Città, la nuova sede del governo cittadino rispondendo all’esigenza di dare consistenza al nuovo baricentro urbano, il fulcro della Città-Stato.

Si spiega allora la concezione architettonica del complesso, che doveva ispirarsi a criteri di estrema monumentalità affidati all’esaltazione delle altezze e dei volumi. Si intese pertanto realizzare un imponente e audace centro urbano quale simbolo della civitas. Insomma, la costruzione degli edifici di governo è, a Gubbio, l’impresa edificatoria più importante del XIV secolo e costituisce l’ultimo grande sforzo di trasformazione della Città.

L’antico Palazzo del Popolo era il luogo emblematico del governo cittadino medioevale. Presso la Sala dell’Arengo, l’imponente aula maggiore, erano convocati i consigli popolari, il Consilium Generale Populi, che deteneva il potere legislativo in applicazione alle norme dello Statuto del 1338. Dal 1909 ospita il Museo Civico.

Tra 1321 e 1332, anno in cui prendono avvio i veri e propri lavori di costruzione, si datano una serie di operazioni preliminari propedeutiche all’edificazione vera e propria: la sistemazione delle strade a monte della valle del fosso (l’attuale via Baldassini) e lo scavo delle fondamenta. L’immane sforzo costruttivo, iniziato sotto la direzione dell’architetto Angelo da Orvieto, si protrasse, a ritmo serratissimo, fino alla metà del XIV secolo. Angelo da Orvieto è attivo in Umbria nella prima metà del Trecento ed è citato per la prima volta in un documento che ne testimonia la presenza a Perugia nel 1317 come consulente per i lavori di restauro all’acquedotto del 1277. Lavora anche in altri luoghi dell’Umbria settentrionale, come a Città di Castello, dove realizza il Palazzo del Comune o dei Priori.

Grazie ai documenti archivistici sappiamo che la prima lunga fase di costruzione del Palazzo dei Consoli si sviluppò tra 1332 e 1342 quando l’edificio si alzò di oltre venti metri dal livello di via Baldassini.

La facciata di Palazzo dei Consoli

La firma di Angelo da Orvieto Di certo tra 1336 e 1337 i lavori arrivarono al portale maggiore: su di esso, infatti, sono scolpite due lunghe epigrafe di grande importanza storica, recanti le date di inizio lavori (1332), di quando “fu posta questa pietra” dell’architrave (1336) e il nome dell’architetto Angelo da Orvieto.

Sta di fatto che nel 1338 si riunisce nel Palazzo, per la prima volta, il Consiglio generale. A questa data l’edificio è dunque parzialmente agibile e, a definizione dell’aula maggiore, venne realizzato un importante dipinto murale: la Vergine col Bambino in trono tra San Giovanni Battista, antico protettore che gli eugubini onoravano secondo una remota consuetudine, e Sant’Ubaldo, massima ragione di gloria della città.

È fin troppo evidente la finalità civica di questo dipinto a partire dalla posizione prescelta per la sua realizzazione, un punto sopraelevato ben visibile nella sala delle adunanze dei consigli popolari, luogo emblematico del governo cittadino. Secondo altri documenti, inoltre, nel 1341 gonfaloniere e consoli si riuniscono nella sala superiore, allora coperta da strutture provvisorie. Le vicende politiche che travagliano Gubbio dal 1350 al 1384 impediscono di terminare l’impegnativo progetto che solo alla fine del secolo successivo trova coronamento anche con il completamento di Piazza Grande.

I lavori significativi tra XIV e la fine del XV secolo furono: 1389, conclusione della torre campanaria e mostra dell’orologio; 1480, il Comune delibera di completare la piazza pensile; 1491, il Comune delibera di costruire una scala per collegare la Piazza alla via sottostante, tramite il loggiato o galleria inclinata, al fine di portare a termine le sostruzioni della stessa Piazza (progetto molto ambizioso e rimasto incompiuto); 1494, si appalta il parapetto merlato.

Nel 1534 i magistrati eugubini, temendo che possa cadere il vecchio tetto del Palazzo, convocano tre dei quattro soprastanti alla fabbrica del nuovo tetto ed alcuni “magistri nomine lombardi, et lignaminis eugubinis” tra cui Mariotto di Paolo Sensi detto il “Terzuolo” (celebre maestro di legname e soprastante ai lavori pubblici di Gubbio), Giacomo Maffei e Cacciarabbia (maestri di legname, titolari di importanti ed attive botteghe di falegnameria).

Interrogato circa l’opportunità “de apontulando dictum tectum usque ad tempus novum”, maestro Terzuolo, evidentemente il più esperto e autorevole dei tecnici convocati, si pronuncia positivamente: a suo avviso devono essere puntellati i monaci e i cavalli del tetto.

Nel 1536 vennero dunque realizzate le volte dell’ultimo piano e nel 1549 la copertura della volta centrale in piombo. Come è stato notato, la qualità dell’architettura del Palazzo è anche frutto di un assoluto rigore geometrico “semplice nelle relazioni elementari, quanto complessa nel risultato finale”. La facciate non rispondono, infatti, ad una banale applicazione dei principi di simmetria, quanto piuttosto ad un proporzionamento degli elementi costruttivi “sorretto da più raffinate elaborazioni”.

L’edificio è costruito in conci lapidei, di forma agile e slanciata. Una scalea a ventaglio sale al gotico portale, fiancheggiato da due bifore a pieno centro. Al di sopra del portale, si trova un’alta parete liscia, tripartita da robusti risalti rettangolari (contrafforti aggettanti come lesene), poi un ordine di sei finestre a pieno centro, accoppiate a due a due e ordinate da una cornice a dentelli che gira sugli archi e li congiunge.

Il motivo a dentelli è per altro assai comune in epoca gotica e contraddistingue molte chiese urbane eugubine duecentesche come la cattedrale, Santa Maria Nuova o San Francesco. Alla sommità un coronamento di archetti ogivali e un ordine di merli rettangolari, appaltati alla fine del Quattrocento, chiude la parte superiore del complesso. Sulla sinistra svetta la torretta campanaria. Gli altri lati del palazzo ripetono, nella sostanza, le forme e i caratteri decorativi della facciata principale, ad eccezione del fianco sinistro (lato sud ovest) da dove prende abbrivio, al piano della piazza, un portico ad archi ogivali che scende fortemente inclinato. Avrebbe dovuto condurre, secondo il progetto originario, mai completato, alla strada sottostante, detta del Fosso, l’attuale via Baldassini. Al secondo piano, infine, vi è una loggia coperta da cui si gode il panorama della Città urbana ed extraurbana.

Secondo alcuni studiosi la parte dell’edificio relativa alle due logge (quelle inferiori inclinate e quelle al livello del piano nobile) doveva “dichiarare un certo distacco” di tale corpo di fabbrica dal Palazzo vero e proprio. L’altezza di questa parte è infatti inferiore rispetto a quella del Palazzo stesso, ma anche alcuni dettagli architettonici sembrano volersi distaccare dalla costruzione principale, come denunciano i livelli delle cornici marcapiano: nella parte delle logge, infatti, le cornici inferiori sono più alte rispetto a quelle del corpo principale e le superiori più basse.

Palazzo dei Consoli e gli arconi che sostengono Piazza Grande visti dal basso (via Baldassini)

Palazzo dei Consoli, un grattacielo di 60 metri L’edificio misura circa 60 m, da via Baldassini alla sommità della torre campanaria. La grande campana, detta “Campanone”, pesa 20 quintali ed è un rifacimento del 1769, come apprendiamo da un’incisione che si legge scolpita nella stessa.

La costruzione del palazzo, tranne le travature del tetto, fu interamente condotta a pietra anche per il motivo di evitare il pericolo di incendi; essa fu ricavata dalle cave dei monti vicini. Il taglio magistrale delle pietre rese possibile una loro connessione così precisa da non ravvisarvi lo strato di cemento.

Secondo una consuetudine tipica degli edifici sacri la lunetta del grande portale presenta un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e Santi: si tratta di San Giovanni Battista e Sant’Ubaldo, patroni di Gubbio ed è opera di Bernardino di Nanni dell’Eugenia che lo realizzò nel 1495, anche se la parete venne completamente ridipinta da Benedetto Nucci nel Cinquecento. Sull’architrave sono scolpiti tre stemmi un tempo policromi: quello di Gubbio (contraddistino dal monte a cinque gobbe con lambello e gigli), dello Stato della Chiesa (le chiavi petrine decussate) e del re Roberto d’Angiò (il cui simbolo è il giglio).

Ai lati vi è la seguente iscrizione in lingua volgare: “A.D. 1332 fu chome(n)çata (qu)esta opera / e quando fu posta questa pietra … 1336 del m(ese) dottobre”. Sulla lunetta dell’ arco leggiamo invece in carattere gotico, i seguenti versi leonini: ANNO MILLENO TERCENTUM TER QUOQUE DENO / AC BINO CEPTUM FUIT HOC OPUS INDEQUE TECTUM / EST UBI COMPLETUS HIC ARCUS LIMINE LETUS / POST CEPTUM CUIUS ANNUS QUIBUS FUIT HUIUS / POST ORTUM CHRISTI NUMERO CREDATUR ET ISTI / STRUXIT ET IMMENSIS HOC ANGELUS URBS-VETERENSIS. Dal 1800 ai primi del 1900 un orologio pubblico si trovava incastonato sulla facciata sud-ovest; il meccanismo dello strumento era collegato alle campane. Si parla, tuttavia, dell’esistenza di un orologio fin dal 1390. Non sappiamo ancora su quale facciata fossero collocati nelle varie epoche gli orologi che si sono susseguiti.

Piazza Grande, la Platea comunis, vista dall’alto

La Platea Comunis, straordinaria piazza pensile Non è chiaro se il Palazzo dei Consoli fosse stato originariamente progettato come corpo svettante ed isolato, un grattacielo di 60 m, oppure si prevedesse sin dall’inizio di affiancarlo con l’avanzamento della piazza pensile.

Questo grande slargo, la Platea Comunis, si apre tra i due palazzi pubblici che si fronteggiano e non ha eguali nelle città medioevali e rinascimentali italiane per il prodigio tecnico e strutturale che lo caratterizza e per il respiro monumentale che la distingue.

Dalla sottostante via Baldassini è possibile ammirare la straordinaria perizia ingegneristica con cui la Piazza fu realizzata, essendo sostenuta da quattro enormi “arconi”, divisi da robusti setti murari collegati, a loro volta, da centine a tutto sesto. Tra il 1475 e il 1480, sotto la signoria di Federico di Montefeltro, il Comune decise di terminare la costruzione della Piazza rimasta fino ad allora incompiuta.

La parte della Piazza realizzata, comunque, doveva essere pavimentata a mattoni. Un documento archivistico del 1452, infatti, testimonia che il fornaciaio Sabatino di Giovanni, assieme al fratello Agostino, fornisce al Comune ben 25.300 mattoni proprio per la pavimentazione di Piazza Grande.

Ad ogni modo, nel 1481 fu stipulato il contratto per l’ampliamento della Piazza preesistente con Battista di Franceschino di Stefano da Perugia.

Secondo il contratto il maestro perugino si impegna a: “fornire li tre speroni incomençati et fornire la piaça cum fondamenti boni et sufficienti de la grosseça començata infino ale poste dele prime volte et da quello in su de piedi doi e meço infino ale poste de le infrascripte quatro volte et quello meno de groseça paresse ala exellentia del signore o ala comunità de dicta cità et supradicti tre muri fundare et fare quatro volte quale piglino dal muro del palaço di consoli in sino al muro presso el palaço del podestà et tirarlo innanci verso la strada del fosso al paro de li dicti palaçi et el prespecto de li muri de dicti speroni verso la strada del fosso sieno de petra quadra de martello spontata et non pontigiata et rempire le dicte volte ale poste de muro sufficientemente ad uso de bono maestro, rempite in tucto li fianchi dele volte alpare del piano dele volte al piano in modo se possa matonare”.

Queste sottocostruzioni vennero realizzate dal 1481 al 1483 dal richiamato mastro Battista di Franceschino da Perugia, ma alcuni non scartano l’ipotesi che suggestioni progettuali potrebbero essere giunte direttamente da Francesco di Giorgio Martini, grande architetto civile e militare di origine senese allora impegnato per la residenza ducale di Federico da Montefeltro.

Come sintetizza efficacemente Sannipoli “l’allineamento definitivo del fronte sud-occidentale della piazza con le corrispettive facciate dei due palazzi trecenteschi, e i grandi archi di notevole impatto stereometrico aperti su via del fosso, permisero di completare quel centro urbano come ‘meraviglia’ immaginata nella prima metà del Trecento”.

La colonna portante della Sala trecentesca di Palazzo Pretorio

Un solo grande pilastro nel cuore del Palazzo del Podestà La storia costruttiva del Palazzo del Podestà, oggi Pretorio, inizia, come per il Palazzo dei Consoli, nel 1321. I due cantieri, infatti, dovettero procedere di pari passo almeno fino agli anni quaranta del Trecento.

Tuttavia, se nel 1342 il Palazzo dei Consoli può considerarsi quasi completamente agibile, tanto da ospitare le decorazioni pittoriche ad affresco, poco chiaro risulta lo stato di avanzamento dei lavori per la fabbrica prospiciente. La costruzione è ancora in corso nel 1348.

Il Palazzo, di notevoli dimensioni, prevedeva un’ala quadrangolare, quella che si affaccia su Piazza Grande, come residenza del Podestà e come sede degli Uffici Comunali, e un’altra ala (un fabbricato acquisito dalla famiglia Gabrielli, restaurato e collegato al corpo di fabbrica principale) come abitazione dei funzionari locali e forestieri (notai, giudici ecc.). Il complesso era ricadente sui quartieri di S. Andrea e di S. Pietro.

L’ultima fase dei lavori risale al 1349-1350 quando la costruzione si interrompe anche a causa dell’agitazione politica locale. In particolare nel 1349 il Magistrato, collegio formato dai Consoli e dal Gonfaloniere di Giustizia, ridefinisce i termini contrattuali con le maestranze all’opera: viene modificato il progetto iniziale che prevedeva merli, parapetti ed archetti, e il tetto dovrà essere a due spioventi.

Attorno alla metà del Trecento, dunque, il Palazzo del Podestà appare come un’opera indefinita, insomma, incompiuta. Il carattere principale della sua architettura era dato dalla scelta tipologica della sala ipostila che si ripete per tre piani. Un solo grande pilastro sorregge infatti quattro ampie volte a crociera formando uno spazio quadripartito. Purtroppo non abbiamo molti elementi per risalire a come doveva essere il “progetto” iniziale del Palazzo del Podestà. La cosa certa è che fu manomesso più e più volte. Nella seconda metà del XVI secolo, per fare un solo esempio, l’edificio è oggetto di un drastico intervento per la costruzione delle carceri ducali: questi lavori stravolgono l’assetto originario della fabbrica. Si vengono a creare due piani in luogo dell’unica e maestosa sala a livello di Piazza Grande, che doveva essere alta oltre 8 metri. Si manomettono le grandi finestre, tamponate e sostituite da altre aperture, mentre il pilastro centrale viene occultato dalle tramezzature.

Lo stato di conservazione, per di più, peggiora nel corso del XVII e XVIII secolo, quando sono documentati continui interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, anche dovuti ai terremoti. All’inizio dell’Ottocento il Palazzo del Podestà ospita l’amministrazione giudiziaria e alcuni uffici comunali. E dopo l’unità d’Italia diviene sede definitiva del municipio.

Francesco Mariucci

Scarica qui la GUIDA DEL MUSEO CIVICO DI PALAZZO DEI CONSOLI

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L’Eremo delle Carceri, cattedrale di pietre e lecci secolari

In basso c’è Assisi, dominata dalla sua possente Rocca, e dalla parte opposta, in alto, i boschi lambiti dalla neve che ancora ricopre i prati del Monte Subasio. Siamo all’ Eremo delle carceri, 791 metri sul livello del mare.

Qui non ci sono gli affreschi di Giotto e le basiliche affollate da pellegrini e turisti.Ci sono invece i silenzi e la spiritualità francescana, il fascino di un bosco di lecci secolari sempre verdi, le armonie del paesaggio umbro che si ammira dalle strette finestre, quasi feritoie, di un complesso secolare, tutto pietre rosa e grigie, aggrappato al monte. Dentro, tra anguste scale (anche queste di pietra), cunicoli e altari, ci sono le celle scavate nella roccia dove il Santo ed i suoi frati si “carceravano” in preghiera. Tutto intorno la Selva con le grotte frequentate dagli eremiti già in età paleocristiana, gli altari ed altri luoghi di devozione.

Quattro chilometri tra ulivi e querce – Da Assisi, uscendo dalla trecentesca Porta dei Cappuccini, una strada tortuosa sale nel Parco del Monte Subasio. Sono circa quattro chilometri, facili da percorrere anche a piedi, prima tra gli ulivi e poi tra querce e lecci. E’ quasi l’ ora di un tramonto invernale e sono soprattutto il viola ed il rosa a colorare i boschi ancora spogli. La pianura umbra si perde tra i vigneti del Sagrantino sulle colline di Montefalco ed i monti azzurri, scintillanti di neve, alle spalle di Foligno, Trevi e Spoleto. L’eremo è una macchia chiara nella fitta selva compatta e scura.

La Grotta con il giaciglio di San Francesco – Si entra in un vialetto tra lecci secolari con tronchi e fronde che sembrano sculture. Poi un cortiletto triangolare con al centro un pozzo di pietre rosa. Secondo la leggenda sarebbe stato un miracolo di San Francesco a farvi sgorgare l’ acqua. E’ quasi un balcone che si affaccia su una gola tra i boschi del Subasio, con una splendida vista sulla sottostante pianura. Siamo nel cuore dell’ Eremo: altari scavati nella roccia, angoli di preghiera, relique francescane, qualche affresco e tanto silenzio. Per una stretta scala si scende nella Grotta di San Francesco. Ora è divisa in due ambienti: uno contiene il letto di pietra che era il suo giaciglio; nell’ altro c’è il masso dove Francesco sedeva e si inginocchiava per pregare e meditare. Per una porticina si esce all’aperto.

La Selva, il “buco del diavolo” e il “fosso secco” – Altre scale portano alla suggestiva passeggiata che poi si inoltra nella Selva. Sotto ci sono il “buco del diavolo”, un crepaccio in cui secondo la leggenda sarebbe precipitato il demonio sconfitto dalle preghiere del santo, ed il “fosso secco”. “Secco” perchè Francesco avrebbe chiesto ed ottenuto che il rumore delle sue acque non disturbassero e distraessero i frati in preghiera. All’ inizio del sentiero c’ è un grande leccio secolare dove, sempre secondo la leggenda, sarebbe avvenuta la predica di San Francesco agli uccelli. Circostanza questa non confermata da fonti storiche che la collocano invece a Piandarca, nel territorio della cittadina umbra di Cannara. Lungo la passeggiata si incontrano altari di pietra, rustici crocifissi e poi, per sentieri e gradini, si possono raggiungere le grotte dove i beati Leone, Bernardo da Quntavalle, Egidio, Silvestro, Andrea da Spello, Antonio da Stroncone ed altri francescani si ritiravano per pregare. L’Eremo delle carceri e la Selva appaiono insomma come una unica e grande cattedrale di alberi, rocce e pietre.

Prima gli eremiti e poi Francesco e i suoi compagni – L’ Eremo delle Carceri è sorto intorno alla Grotta di san Francesco che cominciò a frequentare questo luogo con i suoi primi compagni tra il 1205-1206. Per pregare insieme si riunivano in una piccola cappella dedicata appunto a Santa Maria delle Carceri. Quel bosco, con le sue grotte, era da secoli frequentato da eremiti. E’ però soltanto nel Trecento con frate Paoluccio Trinci di Foligno e poi nel Quattrocento con San Bernardino da Siena che la vecchia chiesetta di Santa Maria delle carceri viene inglobata in quella più grande di oggi e che si comincia a costruire il convento. Nel corso dei secoli la costruzione è stata sviluppata ed ampliata, sino alle dimensioni attuali conservando però lo stile, la semplicità e l’ austerità delle sue origini. Senza ferire quella Selva di lecci, così che alberi e pietre appaiono ancora oggi come una unica struttura architettonica, dove si saldano la natura e spiritualità ed opera dell’ uomo. Attualmente l’ Eremo ospita due comunità religiose: i fratelli dell’ Ordine dei frati minori e le sorelle delle Clarisse missionarie derl Santissimo Sacramento.

Enzo Ferrini

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Via di Francesco, la guida

“Foreste secolari, colline coperte di olivi, rupi aspre e selvagge, città raccolte sui colli. L’Umbria di oggi non è molto diversa dalla terra dove, esattamente otto secoli fa, si mossero i passi di Francesco”. Il quotidiano La Repubblica presenta così La Via di Francesco di Fabrizio Ardito, un volume illustrato di grande formato con oltre 150 foto a colori, che racconta un percorso che unisce spiritualità, natura, storia e arte.

Il libro (160 pagine, 29.90 euro) realizzato grazie alla collaborazione tra Touring Club Italiano, Regione Umbria e Sviluppumbria, è dedicato al cammino francescano e alle sue varianti in Toscana, Umbria e Lazio.

Lunga 440 km, questa strada attraversa tre regioni – Umbria, Toscana e Lazio – e rappresenta l’asse primario per raggiungere Assisi sui passi di San Francesco, partendo da nord (La Verna) o da sud (Greccio). Lo stesso itinerario prosegue fino a Roma attraverso la Valle Santa di Rieti.

Tra i luoghi del Cammino, i borghi medievali di Gubbio, Spello e Trevi. Luoghi dello spirito come il santuario della Verna, l’eremo delle Carceri, l’abbazia di S. Pietro in Valle e il santuario di S. Maria della Foresta. Città ricche di arte e monumenti come Sansepolcro, Perugia, Spoleto e la stessa Roma. Paesaggi naturali incontaminati come le Foreste Casentinesi, il monte Subasio, la cascata delle Marmore; senza dimenticare Assisi, il cuore della Via, fulcro della vita e della storia di san Francesco.

Sono descritte le strade, i paesaggi, i sentieri, le chiese, i borghi e soprattutto i volti dei moderni pellegrini della Via che, con al centro la basilica di Assisi, unisce il santuario della Verna alla Città Eterna in un percorso a piedi di oltre 20 giorni di viaggio.

Alla Via di Francesco, ampiamente descritta in tre capitoli, segue un capitolo dedicato ai Cammino dei Protomartiri Francescani, Via Romea Germanica, Cammino di San Benedetto, Via Amerina, Via Lauretana. Completa il quadro un’introduzione agli episodi salienti della vita del Santo, e a come percorrere la Via, per chi volesse cimentarsi in questa impresa.

Il viaggio a piedi, secondo Franco Iseppi, presidente del Touring Club Italiano, «è una delle espressioni più felici, insieme alla bicicletta e al a cavallo, del turismo slow, ovvero di un modo di viaggiare lento, consapevole, ecosostenibile, attento alle realtà locali».

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Alberto di Stade e la Via Romea Germanica

La Rompilger karte disegnata da Erhard Etzlaub (astronomo e cartografo, 1455 ca. – 1462)

Tutte le strade portano a Roma. Ma partono da ogni dove, e – paradossalmente – la più frequentata del Medioevo è stata completamente dimenticata in epoca moderna, per essere riscoperta solo in tempi recentissimi. È la via Romea Germanica, “cugina minore” della più celebre via Francigena, che collega la capitale della cristianità al Brennero e di qui arriva fino a Stade, in Germania. Percorsa per secoli da pellegrini, viandanti, mercanti e imperatori, la via Romea Germanica – conosciuta anche come Via Romea dell’Alpe di Serra o ancora via Teutonica, o via di Alemagna o via Romea di Stade o Via Ungaresca – conta 1022 chilometri divisi in 46 tappe e incontra città d’arte come Padova, Ferrara, Ravenna, Orvieto, Civita di Bagnoregio, Montefiascone. Un mese e mezzo passato a camminare su sterrati e stradine, immersi nei più bei paesaggi della penisola: dalle Alpi al mar Adriatico, dai boschi dell’Appennino romagnolo alle colline toscane e umbre. Via d’elezione utilizzata da re e imperatori sassoni per mantenere i legami con la Città Eterna, tra l’XI e il XIII secolo fu di gran lunga il percorso più battuto per Roma, vivendo il suo momento di maggiore splendore in occasione del Giubileo del 1300.

A tracciarla è stato, nel Duecento, un personaggio assai singolare: Alberto di Stade; storico, scrittore, ma soprattutto abate benedettino pentito e passato alla “concorrenza” francescana.

Alberto era nato verso la fine del XII secolo e nel 1232 era diventato abate del monastero della Santa Vergine Maria di Stade, importante città portuale situata alla foce del fiume Elba, in Germania, che viene citata nelle cronache sin dal 994, quando fu saccheggiata dai Vichinghi. Autore colto e prolifico, Alberto ha scritto una cronaca che racconta la storia del mondo dalla creazione al 1256 che è particolarmente importante per la storia della bassa Germania e della Danimarca dal 1165 in poi, un poema in verso elegiaco sulla guerra di Troia intitolato Troilus e libero rimaneggiamento da Darete Frigio e altre opere andate perdute.

Alberto di Stade (foto tratta da www.viaromeagermanica.com)

Il monastero di Sade possedeva grandi proprietà terriere che ne facevano uno dei più ricchi e potenti della Germania e Alberto, divenuto abate, si era convinto di dover imporre una disciplina molto più rigida, improntata alla povertà e all’austerità dei primordi del monachesimo, secondo il modello della riforma cistercense. Per ottenere l’approvazione di papa Gregorio IX al suo progetto, Alberto nel 1236 si mise in cammino verso Roma. Per il viaggio di andata – volendo visitare Citeaux, dove era stata avviata la riforma cistercense – scelse di passare per la Francia, mentre per il ritorno tracciò il sentiero della futura via Romea germanica, attraversando Austria, Baviera, Turingia, Sassonia Anhalt e Bassa Sassonia, percorrendo in totale 3500 chilometri e restando in viaggio per oltre sei mesi. Un viaggio che portò i suoi frutti: l’abate riuscì infatti ad incassare l’appoggio del Papa; non riuscì a ottenere, però, quello dei suoi monaci e nemmeno quello del Vescovo di Brema, che bocciarono la riforma. Profondamente deluso, Alberto lasciò la carica, ma anche il monastero e l’ordine stesso ed entrò nel convento dei Frati Minori della città. Qui si dedicò alla stesura dei cosiddetti Annales, una cronaca in latino dei più importanti avvenimenti ecclesiastici e politici del suo tempo. Dell’opera fa parte anche un racconto in cui è inserito il dialogo tra due monaci – Tirri e Firri – che parlano delle migliori vie da percorrere per recarsi in pellegrinaggio a Roma. Qui l’Abate fornisce diversi itinerari con dati precisi su luoghi e distanze da attraversare e le condizioni delle strade e offre indicazioni esatte sulla lunghezza delle singole tappe in miglia tedesche. Il viaggio descritto include come fermate Bolzano, Trento, la Valsugana, Padova, Ferrara, Ravenna, Forlì, Meldola, Bagno di Romagna, l’Alpe di Serra, Campi di Bibbiena, Subbiano, Arezzo, Ossaia, Castiglion del Lago, Orvieto, Montefiascone, per approdare infine a Roma. La strada così identificata rimase nei secoli un’importante via attraverso l’Europa che – insieme alla via Francigena – disegnava una Y, perché da Roma le due strade si congiungevano e proseguivano poi insieme per Brindisi e Gerusalemme.

Una veduta della città di Stade

Proprio il viaggio dell’Abate Alberto – il cui manoscritto originale si trova nella biblioteca Herzog August di Wolfenbuttel – è diventato oggi il percorso ufficiale della via Romea Germanica, grazie all’associazione omonima costituita nel 2012 e che lavora, insieme alla tedesca Romweg Forderverain e all’austriaca Jerusalem Way, alla riscoperta dell’antico tracciato e alla sua valorizzazione, offrendo una via di cammino lento per pedoni, ciclisti e cavalli. L’associazione, con sede a Santa Sofia, ha ricostruito l’intero tracciato di Alberto grazie all’impegno comune dell’antropologo italiano Giovanni Caselli di Bibbiena (in provincia di Arezzo) e dell’amico teologo tedesco Uwe Schott di Plankstadt, presso Heidelberg, e realizzato il sito internet www.viaromeagermanica.com, proponendosi di sviluppare la ricerca storica dell’antico percorso e la valorizzazione del territorio, in collaborazione con le persone che ci vivono. “Si è messo a punto il simbolo comune della “melior via” – spiegano dall’associazione – il tracciato italiano ufficiale è già definito dalle Alpi alla Capitale, passando per la pianura Padana, le Valli di Comacchio, le colline toscane e umbre e infine la Tuscia, prediligendo sempre sentieri bianchi e coste a mezza via, ma anche prevedendo tappe negli antichi centri abitati”. Il percorso di oltre 2.220 chilometri, oltre ad attraversare la Germania per 1.092 km (Stade, Braunnschweig, Wernigerode, Nordhausen, Gotha, Wurzburg, Ausburg, Schongau, Garmisch, Mittenwald), interessa l’Austria per 83 chilometri (Innsbruck), e l’Italia per 1.046 (Bressanone, Bolzano, Trento, Padova, Ferrara, Ravenna, Forlì, Meldola, Bagno di Romagna, Alpe di Serra, Campi di Bibbiena, Subbiano, Arezzo, Castiglion Fiorentino, Ossaia, Castiglione del Lago, Città della Pieve, Orvieto, Viterbo, Formello e Roma). In Italia, quindi, scende dalle Alpi, attraversa la Pianura Padana, le zone umide di Comacchio, le pinete litoranee di Ravenna, le colline e i monti dell’Appennino (Parco Nazionale Foreste Casentinesi), le colline toscane, la pianura umbra, i laghi dell’Italia centrale e l’Agro Romano.

Ignazio Danti, agro perugino (1581-1583) Musei Vaticani, Galleria delle carte geografiche

“Nei secoli – spiegano ancora dall’associazione – le vie dei pellegrinaggi sono stati i percorsi di unione delle culture e delle religioni del sud e del nord Europa e il loro ripercorrerle contribuisce oggi come ieri alla realizzazione di un’Europa unita e solidale delle genti, oltre a mantenere vivo il fascino delle sue antiche radici culturali e spirituali e del suo patrimonio di arte, storia e tradizioni”. Oggi il progetto è condiviso all’interno di un network globale delle comunità dei pellegrini delle antiche vie, e la via Romea Germanica si riconosce parte di un percorso ancora più lungo, che inizia dalla Norvegia, con il cammino di St. Olaf, e partecipa ad un’iniziativa che prende in nome di “Pilgrims Across Borders”. Anche la valorizzazione del “camminare lento” e di uno stile di vita responsabile – spiegano dall’associazione – sono temi che accompagnano il modo di vivere e di riscoprire i territori percorsi dall’antica via Romea Germanica, con un ritmo e un punto d’osservazione a “passo d’uomo” e un’attenzione alla storia e alla cultura dei luoghi. Perché il pellegrinaggio è in primo luogo un viaggio alla scoperta del mondo e di se stessi.

Arnaldo Casali

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La corona dei sette castelli

Il borgo di Rotecastello, cioè “ruota-castello”, prende il nome dalla struttura fortificata a forma di ruota, di cui è visibile la torre principale (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Sette come i colli di Roma, come le meraviglie del mondo, come i giorni della settimana: Rotecastello, San Vito in Monte, Pornello, Ripalvella, Poggio Aquilone, Civitella dei Conti e Collelungo. Sono i castelli che fanno da corona a San Venanzo: custodi di una memoria che affonda le sue radici nella notte dei tempi, capace di richiamare culti antichi, cospirazioni, miracoli, e persino fantasmi e tesori nascosti.

L’infinità di reperti archeologici distribuiti lungo il percorso, testimonia la presenza degli Etruschi prima e dei Romani poi. Le fortificazioni iniziano invece ad essere realizzate al tempo delle invasioni barbariche. Cambieranno più volte padrone, sempre al centro delle guerre di confine fra i Comuni di Orvieto, Perugia e Todi. Poco fuori l’abitato di San Venanzo sorgeva l’Ospedaletto, antico ricovero per pellegrini sorto nel Medioevo sul tracciato dell’antica strada etrusca e che diede poi il nome ad un agglomerato di poche case.

A tre chilometri a sud ovest dal capoluogo appare Rotecastello, ovvero “ruota-castello”. Prende il nome dalla struttura fortificata a forma di ruota, di cui ancora visibile la torre principale: si dice che fosse la prigione e anche il luogo delle esecuzioni dei condannati, che venivano fatti salire fino in cima e poi lanciati verso un fondo armato di pali acuminati. Rimasto sempre legato a Orvieto – che gli concesse gli statuti nel 1502 – ancora oggi il borgo celebra il suo glorioso passato con la manifestazione “Agosto in Medioevo”.

Ben più tormentata è la storia di San Vito, castello edificato, distrutto e ricostruito diverse volte nei corso dei secoli. Abitato sin dal paleolitico, conserva le più antiche tracce della presenza dell’uomo nell’Italia centrale. Il suo nome originario era “Baccano” perché, trovandosi lungo il tragitto che collegava Perugia a Orvieto, era sede di un osteria dove i viandanti – godendosi il riposo e il buon vino – facevano baldoria durante le lunghe notti di inverno. Il nome attuale deriva invece da una leggenda secondo cui nel borgo avrebbe soggiornato il santo siciliano Vito.

San Vito ha due agglomerati urbani, a valle e a monte (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Oggi il paese è diviso in due agglomerati di case: uno a valle – San Vito in Monte – e uno in alto, San Vito Castello: una terrazza a 620 metri di altezza dal quale si gode un panorama che permette di precipitare lo sguardo sui territori di cinque regioni: dall’altopiano Alfino all’Amiata, dal Monte Nerone ai Sibillini e dal Gran Sasso ai Vulsini, passando per il massiccio del Terminillo. La località è famosa per le acque ferruginose della sorgente dell’Acquaforte, utilizzate anche da personaggi illustri come papa Leone XIII, che quando era arcivescovo di Perugia veniva qui a “ritemprare nell’aria e nell’acqua la sua vita”.

Ormai quasi del tutto abbandonato, il castello di Pornello è citato dalle cronache sin dal 1137 e deve il suo nome al fatto che il luogo dove sorge era ricco di pruni. Possedimento dei Bulgarelli, nel 1317 fu assegnato in perpetuo alla Chiesa orvietana. Nel 1380 fu teatro di una battaglia che diede origine a una suggestiva leggenda: Berardo Monaldeschi aveva assalito e saccheggiato Orvieto e si stava dirigendo verso Perugia, quando – proprio nei pressi del castello – era stato sorpreso dalle milizie del conte Ugolino di Montemarte. Del tesoro trasportato non si ebbe più alcuna notizia: secondo la fantasia popolare si trova ancora nascosto da qualche parte, nei dintorni del borgo.

Arrampicato a 295 metri sulla sommità di una collina di marmo e calcare che domina il corso del torrente Fersinone, il minuscolo Poggio Aquilone oggi è occupato da appena 78 abitanti. In un primo tempo si chiamava semplicemente Poggio, ma nel 1312 Arrigo VII di Lussemburgo, alleato di Todi, dopo aver saccheggiato Marsciano dimorò qualche giorno nel Palazzo del Castello e concesse alla città il privilegio di poter inserire nello stemma l’Aquila nera incoronata sopra uno scudo d’oro, aggiungendo così la seconda parte al nome del borgo. Nel 1422 il castello ottenne gli Statuti da Ranuccio il Vecchio, umanista e uomo d’armi al servizio di Venezia. La moglie Todeschina, figlia del Gattamelata, lo amministrò per conto del marito lontano.

Civitella dei Conti, villa fortificata del Trecento, divenne proprietà dei conti di Marsciano, dai quali prende il nome (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Proprio di fronte a Poggio Aquilone si affaccia Civitella dei Conti, villa fortificata nel XIV secolo della quale è oggi possibile ammirare il torrione, le mura perimetrali, la chiesetta e le carceri sotterranee. Recenti campagne di scavi archeologici hanno riportato alla luce testimonianze di civiltà dell’Età del ferro e di epoca etrusca e si suppone che nell’area fosse esistito un tempio pagano, ipotesi incoraggiata dalla presenza di una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, che svolgeva in qualche modo il ruolo di “esorcista” nei luoghi degli antichi culti. “Civitella della Montagna” – questo il nome originale – era passata attraverso molte mani prima di diventare proprietà dei Conti di Marsciano, da cui assunse il nuovo nome. Per secoli è stata contesa tra Perugia e Orvieto e oggi è una proprietà privata.

Eretto anch’esso sui resti di una villa romana, il castello di Collelungo ospita uno dei principali centri religiosi del territorio: la chiesa parrocchiale è infatti il santuario della Madonna della Luce, sorto intorno a un affresco del XIII secolo attribuito a Pietro di Nicola di Orvieto, rimasto nascosto per secoli, nella vecchia chiesa, da uno strato di intonaco che cadde il 24 aprile 1827 durante il rientro di una processione: un evento giudicato miracoloso tanto da attirare da due secoli ammalati, pellegrini e curiosi. Tra i suoi devoti più illustri anche papa Paolo VI, che nel secondo dopoguerra fu ospite a Collelungo della famiglia dei Conti Righetti-Faina.

Il castello ospita anche una cantina rinomata sin dall’Ottocento, che utilizza i sotterranei per l’affinamento dei vini: qui le botti stazionano nelle gallerie lunghe ben 150 metri in un suggestivo percorso tra archi e passaggi segreti, utilizzato anche da Imperia di Montemarte, moglie del signore di Collelungo Corrado Monaldeschi, per allontanarsi di notte dal palazzo e incontrarsi con l’amante. Quando la sventurata venne scoperta fu uccisa dal marito. E da allora diventò, secondo la leggenda, un fantasma che ancora oggi si aggira tra i boschi nelle notti ventose a cavallo di un destriero, invocando il nome del suo perduto amore.

Arnaldo Casali Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

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Perugia, torri e pozzi della città medievale

Benedetto Bonfigli (Galleria Nazionale dell’Umbria, 1461-77). L’affresco rappresenta l’assedio di Totila e il ritrovamento miracoloso del corpo di Sant’Ercolano. La scena è ambientata davanti a una monumentale veduta delle mura etrusche tra Porta Marzia (a sinistra) e la torre-chiesa di Sant’Ercolano (a destra, in primo piano)

La storia di Perugia si svela agli occhi di chi sa guardare. La città “turrena” con le sue settanta torri medievali è ancora sotto gli occhi di cittadini e turisti. Basta alzare gli occhi al cielo e scrutare nelle pieghe degli antichi palazzi.

Molte costruzioni sono ormai scomparse. Altre, ancora ben visibili, si stagliano tra i tetti dell’acropoli. Altre ancora, nascoste allo sguardo, sono state inglobate in strutture rinascimentali o seicentesche.

Sono i segni di pietra dell’età d’oro della città. Nel XIII secolo Perugia rifiorisce: le mura etrusche, danneggiate dal tempo e dalle guerre, vengono restaurate e la cinta muraria si allarga in modo progressivo. I nobili e i ricchi trasformano le proprie abitazioni e le dotano di torri. Strutture imponenti, simbolo plastico del potere, gli alti edifici garantiscono la sicurezza cittadina nei turbolenti agoni politici dell’Età di Mezzo oppure ospitano i depositi di armi e si trasformano nelle casseforti di pietra delle ricchezze delle grandi famiglie.

Molte torri sono crollate. E dopo i tanti terremoti o le infinite guerre intestine, non sono mai state più ricostruite. Altre sono scomparse, inghiottite dall’imponente costruzione della Rocca Paolina, edificata dopo la Guerra del Sale del 1540, l’insurrezione popolare contro papa Paolo III che segnò il definitivo assoggettamento della città alla dominazione pontificia.

La Torre degli Sciri e una casa-torre nel centro storico di Perugia. Scorcio da Via dei Priori

Se quella degli Sciri, con i suoi 46 m di altezza, è la piú conosciuta delle torri perugine, altrettanto si può dire del Cassero di Porta Sant’Angelo, una delle porte cittadine incorporate nelle mure etrusche intorno al 1300, come margine difensivo del confine settentrionale della città medievale.

Sul corso principale, intitolato a Pietro Vannucci, detto Il Perugino, svetta invece la torre campanaria di Palazzo dei Priori, dall’impianto goticheggiante, costruita sul torrione di Benvenuto di Cola sul finire del XIV secolo.

Nella parte in ombra del Palazzo Comunale emerge ancora la torre di Madonna Dialdana (o Madonna Septendana, vedova di Zigliuccio di Benvenuto Oddoni) la cui abitazione fu inglobata nell’edificio pubblico, in quella famosa via della Gabbia che prende il nome dalla cella in cui si chiudevano i rei, per poi esporli al pubblico ludibrio e ad una atroce morte per inedia. Poco lontano è ancora ben visibile la Torre dei Donati, una delle poche non distrutte per fare spazio alla Rocca Paolina, proprio sopra la Porta della Mandorla. Solo la parte inferiore dell’edificio è originale, tutto il resto è stato ristrutturato nell’Ottocento. In via del Bufalo, l’angolo di una casa-torre poggia su una colonna in travertino. Nei pressi di via Oberdan, si imbocca via Floramonti, che prende il nome dalla nobile famiglia che qui abitò fino al XVII secolo e che ha lasciato una torre molto ben conservata anche se confusa tra i palazzi che la circondano. I resti di altri svettanti edifici, si possono scorgere in via Danzetta e in via della Torricella.

La chiesa-torre di Sant’Ercolano, raffigurata anche nell’affresco di Benedetto Bonfigli (vedi foto sopra)

Più di ogni altra costruzione, colpisce però lo sguardo la chiesa di Sant’Ercolano, costruita tra il 1297 e il 1326 a ridosso delle mura etrusche. L’imponente costruzione ottagonale, somiglia più a una struttura militare che ad un edificio religioso: una chiesa-torre, tra le poche rimaste in Europa, con le bianche mura esterne e la tipica struttura gotica trecentesca.

Lungo la vicina via Regale, emerge da lontano il campanile quadrato con finestroni, alto 60 metri, della basilica di San Domenico, realizzato da Gasperino di Antonio a partire dal 1464. E poco oltre, tra i tetti delle case di Borgo XX Giugno, con i suoi 61,45 metri di altezza, svetta l’aguzzo campanile poligonale del complesso benedettino di San Pietro, costruito nel 1463 su disegno di Bernardo Rossellino, nell’area dove già nel VI secolo sorgeva l’antica cattedrale.

Perugia, città verticale. Da scalare anche con lo sguardo. Basta tenere il naso all’insù per scoprire balconi, terrazze e ballatoi. Come in via Bontempi, dove un balcone aggettante sulla strada è circondato da una balaustra in pietra che reca lo stemma del Capitolo della cattedrale di San Lorenzo: segno tangibile che l’immobile rientrava tra le tante proprietà della Chiesa. Nell’antica piazza del Sopramuro, si può ancora ammirare l’elegante balcone del palazzo del Capitano del popolo, ora sede della Corte d’appello di Perugia. Sopra l’Arco dei Priori una trifora porta luce nell’ufficio del presidente del consiglio comunale di Perugia.

Gli archi delle antiche porte antiche, si sono trasformati in veri giardini pensili: quello dei Gigli, in fondo a via Bontempi mostra una finestrella da cui pendono dei fiori; l’Arco della Mandorla, in piazza Mariotti, è rigoglioso in primavera; sull’arco degli Sciri ondeggiano al vento piante e ombrelloni e lo stesso accade più sotto, a Porta Trasimena.

Porta Marzia, uno degli ingressi alla Rocca Paolina (1540-43), e il balcone belvedere dal quale la vista spazia sulla valle ai piedi di Perugia

Anche Porta Cornea, arco di Sant’Ercolano, è arricchita da piante e fiori. Antonio da Sangallo il Giovane, per aver salvato questo meraviglioso monumento di età etrusca dalla distruzione: smontandolo pietra per pietra il Sangallo spostò infatti l’antico arco dalla sua posizione originale e lo ricollocò quattro metri più avanti, a fare da cornice trionfale allo stemma del papa Farnese. Sopra la Porta Marzia, meraviglioso monumento di età etrusca salvato dalla distruzione dall’architetto del papa, Antonio da Sangallo il Giovane dopo il 1540, si affaccia un balcone dal quale si domina la Valle Umbra. E in via delle Prome, un altro curioso balcone con peducci sovrasta l’architrave di una porta che reca la data del 1447.

In Piazza Grande, ora IV Novembre, la Fontana Maggiore, simbolo della città, è racchiusa tra due preziosi balconi pubblici: da un lato la scalinata e la balaustra della Vaccara, dall’altra le cosiddette Logge di Braccio, volute dal condottiero dopo la conquista della città nel 1416.

Perugia turrita, ma anche sotterranea. La città è ricchissima di pozzi, costruiti per dissetare l’acropoli. Quelli privati, all’interno dei chiostri dei conventi o degli antichi palazzi, sono centinaia. In piazza Biordo Michelotti, all’interno del palazzo Veracchi Crispolti è ancora visibile il pozzo dove fu gettato il corpo del famoso condottiero, signore di Perugia, trucidato il 10 marzo 1398 dai sicari guidati da Francesco Guidalotti, abate di San Pietro.

Decine e decine anche i pozzi pubblici che ancora campeggiano nelle piazze e nelle vie cittadine, tutti caratterizzati dal grifo rampante, a imperitura memoria del Comune medievale.

Pozzo nel chiostro del Collegio della Sapienza vecchia (foto Armando Flores Rodas per Comune di Perugia)

Tra quelli meglio conservati ne va segnalato uno in piazza Giordano Bruno, profondo 18,90 metri e di sicuro anteriore al 1245, anche se nella vera, la balaustra di protezione chiusa attorno al foro, è incisa la data del 1452; reca un Grifo rampante, la conchiglia dei pellegrini di san Giacomo (più avanti c’era un ospedale jacopeo) e il monogramma di Cristo in greco. Poco lontano, un pozzo che risale al XV secolo, riporta in una lapide, in parte murata in un palazzo, una graticola, simbolo del Capitolo Laurenziano. Serviva a rifornire d’acqua il vicino ospedale per pellegrini. A Sant’Ercolano, addossato al muraglione di contenimento, ci sono i resti della cavità (solo la vera e le lapidi laterali) che segnava l’andamento che doveva aver l’antico scalzo etrusco fino alla Porta Marzia. E dentro la Rocca Paolina si può ancora ammirare un pozzo di origine romana, proprio in corrispondenza della casa di Gentile Baglioni. Un manufatto medievale si trova in un cortile privato al numero civico 33 di via Bartolo. In via del Bufalo, invece, resta una vera rialzata e incastonata nel muro.

Un altro pozzo si trova nel cortile interno di Palazzo dei Priori, una delle più compiute espressioni architettoniche della civiltà medievale italiana, sede del Comune di Perugia, della Galleria Nazionale dell’Umbria e delle due maggiori corporazioni medievali cittadine: il Nobile Collegio della Mercanzia e il Nobile Collegio del Cambio. In via della Nespola, una piccola traversa della centrale via Ulisse Rocchi, all’interno di una galleria d’arte, un intero palazzo si avvita intorno a un pozzo profondissimo. Un’altra cavità, visibile ai turisti e ai perugini, invece, si trova nel chiostro del duomo di San Lorenzo, incassata nel muro di destra, dietro l’abside: è anteriore al 1345, scende per una profondità di 37 metri e raccoglie almeno 10 metri di acqua.

Pozzo in Via del Castellano

Un grande pozzo con puteale dodecagono, ispirato alla fontana Maggiore, si può ammirare nel bel chiostro del Collegio della Sapienza Vecchia, l’istituzione fondata nel 1361 per accogliere gli studenti poveri che si trasferivano a Perugia per seguire i corsi di Teologia e Diritto.

In fondo a via dei Priori, davanti a San Francesco al Prato, seconda chiesa francescana della città e luogo privilegiato di sepoltura degli esponenti delle grandi famiglie perugine, spicca un pozzo cinquecentesco con il grifo rampante in rilievo. Nella centralissima piazza Piccinino i perugini riportarono invece un serbatoio di pietra che in origine era stato costruito davanti al Tempio di San Michele arcangelo al Cassero, nei pressi di una delle cinque porte medievali della città.

Fuori dalle mura cittadine, nel contado di Porta Sole, sotto la grande chiesa sconsacrata di San Bevignate, una delle testimonianze meglio conservate al mondo dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio, i monaci guerrieri costruirono ben tre pozzi.

Da quello che sbuca dietro l’altare, nel Medioevo si riteneva che sgorgasse un’acqua miracolosa, grazie proprio all’intervento personale dell’eremita, il “santo misterioso” che i perugini canonizzarono a furor di popolo nel 1453.

Umberto Maiorca Articolo pubblicato su MedioEvo N° 257 di giugno 2018

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Navigatori medievali alla scoperta delle Canarie

Il portolano di Angelino Dulcert (1339) fu il primo a registrare l’isola col nome di Insula de Lanzarotus Marocelus

Lanzerotto Malocello Tra i primi navigatori che sbarcarono sulle isole Canarie è da ricordare Lanzerotto Malocello (o Lancellotto o Lanzellotto), navigatore e mercante originario  di Varazze (Genova). Nel 1312 partì alla ricerca dei fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi, salpati nel 1291 verso le Indie costeggiando l’Africa; arrivato alle Canarie, Malocello sbarcò nell’isola di Tite-Roy-Gatra, che il cartografo maiorchino Angelino Dulcert, nel 1339, registrò nelle carte dell’epoca col nome di “Insula de Lanzarotus Marocellus” (ossia l’attuale isola di Lanzarote).

Il navigatore genovese rimase sull’isola per circa venti anni, fino a che non venne cacciato da una rivolta dei Guanci, i primi abitanti delle Canarie. Per la sicurezza dell’isola contro le incursioni saracene fece costruire una torre di vedetta sulle pendici della montagna di Guanapay, vicino alla capitale Teguise; sui resti di questa costruzione fu edificato in seguito il castello di Santa Barbara, che ospita il Museo del Emigrante Canario.

Carta nautica del Mediterraneo, delle coste atlantiche, delle Canarie e Madera (Scuola maiorchina, Palazzo Ducale, Fondazione Musei Civici di Venezia)

Niccoloso da Recco Anch’egli, come Lanzerotto, era genovese di nascita. Della sua vita si hanno poche notizie, benché per qualche storico potrebbe essere identificato con un Nicolò da Recco che, nel 1346, faceva parte del Consiglio degli Anziani di Genova.

Nel luglio 1341 partì da Lisbona con due navi, una comandata da lui stesso, l’altra dal fiorentino Angiolino della Tegghia de’ Corbizzi. Dopo cinque giorni di navigazione raggiunse le Canarie, le circumnavigò e, secondo alcuni, si spinse fino alle isole Azzorre; ritornò in patria nel novembre dello stesso anno, carico di ricchezze. Niccoloso avrebbe voluto tacere di questo e di altri suoi viaggi, come spesso accadeva agli esploratori per gelosia commerciale; purtroppo per lui Giovanni Boccaccio, sulla base dei racconti di alcuni mercanti fiorentini residenti a Lisbona in contatto con lo stesso Nicoloso, scrisse una breve ma interessante relazione, dal titolo “Della Canaria e dell’altre isole oltre Spagna nell’Oceano nuovamente ritrovate”.

Le spoglie di Niccoloso riposano nella sacrestia della chiesa di Nostra Signora del Carmine di Genova.

Enzo Valentini

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