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Lucera, la fine della colonia saracena

Quel 15 agosto 1300 fu un giorno di terrore e morte, a Lucera. E lo furono anche il 16 agosto, poi il 17, il 18… Per nove giorni, la città pugliese posta a guardia del Tavoliere, prediletta da Federico II, ricca di commerci e famosa per l’abilità dei suoi artigiani e tessitori, fu spogliata di tutto, i suoi abitanti furono massacrati o dispersi, i più fortunati venduti al mercato degli schiavi. La loro colpa: essere quello che erano da quasi ottant’anni. Saraceni.

Il castello di Lucera, la fortezza svevo-angioina che fu una delle maggiori piazze d’armi del Medioevo italiano (foto a sinistra: mondimeidevali.net) Il busto conservato a Barletta, tradizionalmenteconsiderato il ritratto del sovrano svevo Federico II

Negli anni Venti del Duecento, Lucera era stata scelta da Federico II per risolvere un problema che lo assillava non poco: la ribellione dei saraceni in Sicilia. Per nulla inclini a tollerare la signoria dei Normanni e di chi era venuto dopo di loro, cioè gli Hohenstaufen dello stesso Federico, i saraceni avevano dato filo da torcere a molti territori soprattutto nella parte occidentale dell’isola, tra Palermo e Monreale.

Ad Agrigento avevano addirittura sequestrato il vescovo tenendolo in ostaggio per quattordici mesi e liberandolo solo dopo il pagamento di un ingente riscatto.

Federico, però, alla fine li aveva battuti e, posto di fronte al dilemma di dove tenere tutta quella massa di gente a dir poco infida, aveva avuto il colpo di genio: deportazione. Possibilmente in un territorio sicuro, facilmente controllabile e lontano dal mare. In due diversi momenti non meno di venti, trentamila saraceni erano così stati trasferiti a Lucera.

Perché proprio lì? Di sicuro, la cittadina pugliese non attraversava uno dei momenti più felici della sua antichissima storia: la vecchia cattedrale era crollata e della nuova non si aveva ancora notizia, la popolazione si era ridotta considerevolmente di numero e l’economia non andava come un tempo anche grazie alla concorrenza di centri dinamici come Foggia e Troia.

L’arrivo di forze fresche non aveva solo rivitalizzato l’economia e dato un significativo impulso ai commerci: dopo qualche tensione iniziale, aveva perfino creato le condizioni perché quegli antichi nemici diventassero fedelissimi sostenitori e addirittura guardia scelta di Federico II. Il quale, sfidando le ire di Onorio III e dei suoi successori, aveva consentito a Luceria saracenorum di dotarsi di moschee, minareti e harem popolati da bellezze esotiche e guardiani eunuchi, di conservare le antiche tradizioni musulmane, di scegliersi i governanti e di regolare la propria vita quotidiana secondo la legge coranica.

Le concessioni dell’imperatore ai saraceni erano state così ampie che, per comunicare coi suoi concittadini, il vescovo locale era stato costretto a imparare l’arabo.

Una stampa che raffigura la città di Lucera nel secolo XIII

Nel 1236, Gregorio IX aveva chiesto e ottenuto che un gruppo di francescani entrasse in città per predicare il Vangelo, ma la loro permanenza era durata poco e non aveva portato frutto. Nel frattempo, per decisione imperiale Lucera si era vista assegnare una delle grandi fiere del regno da tenere ogni anno nel periodo della mietitura, tra giugno e luglio: cos’altro occorreva per riportare traffici economici e benessere in una zona che fondava la sua ricchezza sulla quantità dei campi coltivati a grano?

Buoni lavoratori della terra, i saraceni si dimostrarono insuperabili anche nella produzione di tessuti e ceramiche oltre che nella produzione di armi come i loro tipici lunghi archi, ben presto messi a disposizione di chi in modo tanto singolare e imprevisto aveva restituito loro la libertà.

Dopo Federico II, i lucerini avevano servito in battaglia anche il figlio Manfredi, sopportando un lunghissimo assedio da parte del re di Napoli Carlo d’Angiò e cedendo definitivamente le armi solo dopo la morte del giovanissimo Corradino di Svevia, nipote di Federico, decapitato a Napoli nel 1268.

Il feeling fortissimo che Federico, Manfredi e Corradino avevano saputo costruire con i saraceni di Lucera non sarebbe mai scattato con Carlo I d’Angiò, nuovo padrone del campo dopo la fine degli Svevi, e nemmeno con suo figlio Carlo II, detto lo Zoppo.

Quell’enclave musulmana nel cuore dell’Europa cristiana dava inoltre un comprensibile e sempre crescente fastidio anche alla Chiesa di Roma, dal 1294 governata dalla mano ferma di Bonifacio VIII.

La cattedrale di Lucera, intitolata a Santa Maria

Le ragioni che portarono alla “soluzione finale”, tuttavia, non furono innanzitutto di natura politica o religiosa. Luceria saracenorum faceva gola soprattutto per i suoi floridi traffici con le città circonvicine, che l’avevano trasformata in un’isola di prosperità: fu così che, stremato per le spese militari derivate dalla guerra del Vespro scoppiata nel frattempo con gli aragonesi, Carlo II pensò bene di trasformare la città in terra di conquista, incamerando tutto quanto fosse possibile delle sue ricchezze cominciando dalle notevolissime riserve di grano, indispensabili a sfamare le truppe impegnate in Sicilia e ad alleviare Napoli dalla terribile carestia che l’affliggeva.

Una buona parte della popolazione saracena fu destinata al mercato degli schiavi, le loro case e i loro terreni incamerati dal fisco (tra le proteste di abazie e monasteri che pretendevano ciò che un tempo era stato loro) insieme a migliaia e migliaia di capi di bestiame.

Nonostante le inevitabili truffe e malversazioni operate dagli stessi ufficiali incaricati dal re di gestire l’operazione, la distruzione della colonia saracena fruttò alle casse angioine una cifra vicina alle settantamila once d’oro, più o meno settanta milioni di oggi, pari al doppio delle entrate complessive (Sicilia esclusa) derivanti dalla maggiore imposta diretta del regno, la cosiddetta “sovvenzione generale”.

Rasa al suolo Lucera, Carlo d’Angiò ordinò che la città venisse ripopolata da coloni per lo più napoletani e provenzali, si dotasse di una grandiosa cattedrale gotica e cambiasse il nome in Città di Santa Maria.La cattedrale è ancora lì. Il nome ha resistito pochi anni.

Mario Prignano

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Bibliografia:Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Firenze, Felice Le Monnier, 1854.Pietro Egidi, La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione, Napoli, 1912.Raffaele Licinio, Lucera, Enciclopedia Federiciana – Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.Bruna Soravia, Musulmani, Enciclopedia Federiciana – Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.Amedeo Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana (Laterza, 2011).Giuseppe Staccioli e Mario Cassar, L’ultima città musulmana: Lucera (Caratteri Mobili, 2012).Umberto Rizzitano, Gli Arabi in Italia in L’Occidente e l’Islam nell’Alto Medioevo (Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XII, 1965, pp. 93-114).Vito Bianchi, Sud ed Islam, una storia reciproca, Capone Editore, Lecce, 2003.

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Mediterraneo, oltre la geografia

Il Mediterraneo non è solo geografia, ricordava lo scrittore Predrag Matvejevitć.

Risalendo alla definizione di “mare salato” dei Greci, che per primi lo definirono ἅλς, cioè “sale”, Roberta Morosini nel libro Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio, (Viella, 2020) prova a “leggere” il Mediterraneo come spazio letterario.

Qual è il ruolo del mare nella Commedia di Dante? Come viene rappresentato e cosa significa per Petrarca? E come ne parla Boccaccio?

In un appassionante viaggio tra testo e immagine, il libro analizza e ricostruisce questi tre modi diversi di vedere il Mediterraneo.

Se si pensa alla definizione di Mediterraneo in termini di medium terre tenens, adottata anche dalla storiografia italiana e che dà il titolo a un magistrale studio di Cyprian Broodbank, essa tiene principalmente conto dei popoli che vivono sulle sue coste: uno spazio uniforme, abitato da culture simili per quel che riguarda le loro abitudini, lingue, credo religioso, attività economiche, forme di organizzazione politica.

Il Mediterraneo (isola di Stromboli) [foto: Stromboli adventures]

Non c’è un vero tentativo di concettualizzare quel mare, come per esempio avviene nel Phaedo di Platone, dove Socrate parla di un lacus, cioè uno stagno, intorno al quale vivono rane e formiche.

La parola mediterraneus cominciò ad essere usata con il suo significato marittimo – cioè “mare interno”, situato “tra le terre” – solo molti anni dopo.

La troviamo, per esempio, nei Collectanea rerum memorabilium di Solino, che fa riferimento a un passo dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio: Plinio si chiede da dove provenissero i maria omnia interiora; Solino riformula le parole di Plinio, cambiando la frase in unde maria mediterranea caput tollant. Isidoro invece, chiama il Mediterraneo mare magnum, specificando che attraversa l’Europa, l’Africa e l’Asia.

Le statue di Dante, Boccaccio e Petrarca sul porticato degli Uffizi a Firenze

Giovanni Balbi – fa notare Antonio Musarra – contò in toto orbe habitabili almeno trenta bacini marittimi simili. Solo in seguito finì per spiegare la parola mediterraneus nei termini di medium e terra uniti dal verbo teneo: di conseguenza, mediterraneus veniva usato per quel mare “che quasi occupava il centro della terra”.

Anche per Boccaccio è così:

Mediterraneum mare et id rudibus demonstrandum est. Est enim quicquid maris ab Abyla Mauritanie et Calpe Hispanie promontoriis, Herculis columnis, ab Occeano immissi habemus; eo Mediterraneum nuncupatum quia per medias effundatur terras, cum in circuitu stet Occeanus.

(Mediterraneum mare, in De diversis nominibus maris, VII)

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Non alieni dalla nostra analisi del Mediterraneo come “valle d’acqua” sono i suoi discordanti lidi, intesi qui come volle Virgilio quali litora litoribus contraria (Aen. IV 628), a significare cioè la ricchezza che risiede nella diversità dei popoli e delle loro religioni, che va al di là del mero dato geografico e geo-fisico.

Del resto, in una delle prime genealogie marittime, Isidoro di Siviglia faceva notare che i mari prendono il nome dei popoli che vivono sulle loro rive (a gentibus), “dalle isole” vicine, “dai destini umani” conservati dalla memoria, “in ricordo dei sovrani”, “secondo i costumi degli abitanti” o “dalla transumanza dei buoi” (a bovis transit-Bosphores).

Roberta Morosini

Roberta Morosini Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio Viella, 2020

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Bitonto, capitale dell’olio

“Olivicoltura, produzione e commercio dell’olio a Bitonto nel XV secolo” è il titolo del libro di Vito Ricci, arricchito dalla prefazione di Gabriella Piccinni (SECOP Edizioni, 2020).

L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Il commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento.

Nel XV secolo si diffuse l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure da parte delle persone meno abbienti, i cosiddetti “mangiafoglia”.

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Possiamo tranquillamente affermare che la storia della città di Bitonto da sempre sia stata legata all’olivicoltura: già in epoca classica si riscontrano delle monete battute dalla zecca cittadina con la rappresentazione di una civetta e di un ramoscello di olivo, entrambi simboli collegabili a Minerva, dea venerata dalle antiche popolazioni bitontine.

Lo stemma della città di Bitonto

L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Su una lapide, sotto allo stemma, è inciso anche l’esametro: AD PACEM PROMPTUM DESIGNAT OLIVA BOTONTUM (l’olivo designa Bitonto pronta alla pace), riferimento al carattere pacifico degli abitanti. L’olivo caro e sacro a Minerva, l’olivo simbolo della pace, certamente; ma questi elementi sono anche rappresentativi dell’importanza e della diffusione di tale coltura nel territorio bitontino sin dall’Antichità e di come l’olio abbia svolto un ruolo fondamentale nell’economia e nello sviluppo di Bitonto.

Non bisogna dimenticare che, almeno dall’epoca angioina, ovvero da quando disponiamo dei dati di natura fiscale grazie alle cedole di tassazione, Bitonto era uno dei centri di maggiori dimensioni, demografiche ma anche economiche, della Terra di Bari, ma anche del Regno di Napoli, assieme a Barletta, Trani e Bari.

Nel corso del periodo basso-medievale Bitonto fu una delle capitali dell’olivicoltura e della produzione dell’olio in Puglia e forse anche nel Mezzogiorno. L’olio bitontino era particolarmente rinomato e godeva dell’apprezzamento sia nel mercato interno che in quello estero, trovando diffusione grazie ai commerci praticamente in tutto il bacino del Mediterraneo orientale. Piuttosto interessante dal punto di vista storico ed economico è la situazione nel corso del XV secolo, ai prodromi dell’età moderna, per la quale mancano degli studi specifici. Alcuni riferimenti alla produzione e al commercio dell’olio in questo frangente storico sono contenuti nel lavoro di Francesco Carabellese nel primo volume de La Puglia nel XV secolo ove pubblicò ampli stralci dei protocolli del notaio Pascarello de Tauris.

Proprio le fonti notarili sono ricche di informazioni molto significative, in particolare gli atti di Angelo Benedetto di Bitritto, altro notaio attivo a Bitonto nella seconda metà del Quattrocento. Si tratta di documentazione quasi del tutto inedita che apporta un contributo innovativo allo studio dell’olivicoltura e dell’olio a Bitonto. L’analisi dei documenti, oltre a numerose informazioni di natura qualitativa, ha consentito anche la rilevazione di dati di natura quantitativa come, ad esempio, il prezzo di un albero di olivo o di una vigna di oliveto, il canone di locazione pagato, la durata dei contratti agrari, la retribuzione dei lavoratori impegnati nella raccolta delle olive e nel ciclo di produzione dell’olio, il prezzo e le quantità dell’olio trattate sul mercato.

Molto efficace laddove è stato possibile, è risultata la comparazione con altri importanti centri oleari della Terra di Bari, come Giovinazzo, Molfetta o Monopoli, oppure del Salento, come Ostuni e Gallipoli.

Panoramica di Piazza Cattedrale, nel centro storico di Bitonto

All’inizio del Quattrocento, superate definitivamente le avversità della metà del secolo precedente, l’olivicoltura anche in relazione con la forte richiesta di olio da parte dell’industria tessile settentrionale, riprese vigore e accrebbe il suo grado di specializzazione in particolare nel quadrilatero compreso tra Bisceglie, Terlizzi, Bitonto e Bari tornando a rappresentare la principale fonte di reddito; le estensioni di oliveti caratterizzavano oramai il paesaggio agrario pugliese, come emerge da resoconti di mercanti e pellegrini di passaggio.

La maggior parte degli oliveti attestati nel territorio di Bitonto era a nord e nord-est (in direzione dello sbocco a mare di Santo Spirito e di Giovinazzo), nonché ad est (lungo il confine con Bari e Modugno) della città, sebbene non manca qualche testimonianza anche sul versante murgiano.

Per la seconda parte del XV secolo vi sono oltre un centinaio di menzioni di oliveti negli atti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto che abbracciano un arco temporale che va dal 1458 al 1486, sebbene la copertura non sia sempre continuativa per tutti gli anni del periodo. Gli oliveti erano gestiti dai conduttori in forma di mezzadria, con divisione del prodotto tra proprietario e mezzadro in parti variabili, oppure in locazione con il pagamento di un canone annuo medio di circa 20 tarì. Entrambi i contratti, mezzadria e locazione, in genere avevano durata di medio termine, con maggiore preferenza per i 5 anni. Si riscontrano anche esempi di pratica enfiteutica (la facoltà di godere di un fondo altrui con l’obbligo di migliorarlo e di pagare al proprietario) soprattutto con la concessione da parte di enti religiosi o di singoli chierici.

Gli oliveti godevano anche di un discreto interesse sul mercato immobiliare: una pianta di olivo aveva un costo di 5 tarì nel 1462, mentre dieci anni più tardi tale valore era sceso a 3 tarì, grosso modo in linea con quelli fatti registrare in altre località olivicole. L’olivicoltura aveva carattere estensivo, essendo le piante piuttosto distanziate una dall’altra, e tali spazi venivano utilizzati dai contadini per colture di tipo seminativo o leguminose. La raccolta delle olive avveniva a cavallo tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, con avvio tradizionalmente nel mese di novembre.

Il trasporto dell’olio nel Tacuinum sanitatis

A Giovinazzo, altro importante centro olivicolo non molto distante da Bitonto, nel 1415 gli Statuti dell’Università autorizzavano i cittadini a raccogliere le olive dal primo novembre di ciascun anno. Dai documenti notarili si apprende come nella raccolta fossero sovente impiegate donne e bambini, manodopera stagionale, la cui retribuzione era molto contenuta: due ragazzini per tutta la stagione olivicola (3-4 mesi) percepivano una paga di appena 12 grana: 6 grana a testa, quando un tomolo di frumento, circa 15 chilogrammi, aveva un prezzo oscillante tra i 15 e 20 grana.

Nel corso del XIII secolo, nelle campagne tra Bitonto e Giovinazzo, caratterizzate da sempre più intensa olivicoltura, ebbero maggiore importanza e visibilità le masserie olivicole che erano dotate di ambienti e strutture per la molitura delle olive e la produzione dell’olio (trappeti).

I frantoi in Terra di Bari erano ubicati in aperta campagna, negli stessi luoghi di raccolta delle olive. Molto spesso erano collocati nelle cripte delle cave presenti nelle lame (frantoi ipogei), ambienti dove le temperature erano più adatte a garantire una migliore riuscita delle pratiche di oleificazione.

La scelta dei contadini di ricavare i trappeti in ambienti ipogei era dettata sia da motivi di carattere economico che di tipo climatico. Dai documenti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto nel periodo in esame sono ricordati una ventina di frantoi, alcuni erano ubicati all’interno delle mura cittadine e talvolta finivano anche per dare il nome ai quartieri. Essi appartenevano ad enti religiosi (la mensa vescovile, l’abazia di San Leone, il convento di San Francesco), ecclesiastici o privati, tra i quali emergono diversi notai e alcune famiglie impegnate nel commercio dell’olio come i Bove, i Rogadeo e gli Scaraggi, tutte proprietarie di frantoi ancora oggi esistenti sebbene allo stato di ruderi. Una volta prodotto l’olio dalla frangitura delle olive in frantoio esso veniva conservato in botti o barili di legno.

A Bitonto nella seconda metà del Quattrocento sono documentati due magistri buctarii. Dalle botti l’olio veniva travasato in vasi di ceramica grandi (vegetes) o piccoli (vegeticule) per evitare il contatto con la feccia. L’utilizzo del materiale ceramico, almeno per Gallipoli, più essere ascritto al XV secolo, mentre in precedenza i vasi oleari erano in rame.

Torre di Richizzi, masseria tra Bari e Bitonto (foto: Onofrio Pinto)

Nel medesimo periodo cominciò a decollare l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure, crude o cotte, spesso condite con olio di oliva. Largo uso se ne ebbe nel Mezzogiorno, dove i ceti meno abbienti ebbero l’epiteto di “mangiafoglia” per il gran consumo di verdura. Sul consumo delle olive abbiamo qualche cenno nella normativa fiscale del 1475, nella quasi si menzionano le olive per ponere in acqua et per salare, due modalità ancora oggi utilizzate per la preparazione e la conservazione.

Nel corso del XV secolo Bitonto era uno tra i maggiori centri commerciali pugliesi da qui l’olio prendeva la direzione verso il mare Adriatico: nel porto di Santo Spirito (la marina della stessa Bitonto), oppure a Giovinazzo o a Trani, dove avevano sede le filiali dei mercanti veneti tra i principali acquirenti dell’olio pugliese, prodotto utilizzato nell’industria tessile settentrionale, per la produzione del sapone o per essere esportato nell’Europa settentrionale.

Sono documentati anche mercanti fiorentini (Strozzi, Medici) in rapporti d’affari con la famiglia bitontina degli Scaragggi. Persino la duchessa di Milano, Isabella d’Aragona, nel 1514 acquistava, per il tramite del suo procuratore Francesco Planelli, un grosso quantitativo di olio, per il valore di 300 ducati, da alcuni produttori di Bitonto.

Tra il 1457 e il 1487 il prezzo di uno staio di olio si mantenne mediamente intorno ai 3 tarì, mostrando una lieve riduzione verso la fine del periodo in esame, quando costava circa 2 tarì e un quarto. Nei documenti si riscontrano almeno tre tipologie distinte di prodotto: il bono oleo claro puro et zalino (giallino, giallastro), quello di qualità più pregiata, l’oleo claro et zalino e l’oleo musto (olio non filtrato di colore torbido opalescente).

Dal Libro Rosso di Bitonto si desumono molte notizie relative alla normativa fiscale alla quale era assoggettato l’olio, il cui commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento. La principale forma di tassazione era costituita dalla decima olei. Le norme fiscali sottolineano l’importanza dell’olivicoltura con numerose forme di tutela degli alberi: prevedendo pene severe per chi danneggiava le piante, nel Seicento è documentata la berlina, e sanzioni pecuniarie elevate.

Una buona disponibilità di olio di oliva consentiva il suo utilizzo per la produzione di sapone, discretamente documentata a Bitonto, sebbene solo su scala locale, certamente non ai livelli di grandi produttrici, ed esportatrici, come Venezia e Ancona. Il sapone che si ricavava a Bitonto era quello di colore nero, di qualità e prezzo inferiore rispetto a quelli flavo e albo che invece si importavano dalla Serenissima.

Vito Ricci

Vito RicciOlivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioniprefazione di Gabriella Piccinni,SECOP Edizioni, Corato 2020.

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Matilde in Lucchesia

Il 10 luglio 1105, a Pieve Fosciana (Garfagnana, Lucchesia), Matilde di Canossa sedeva in giudizio per deliberare sulla richiesta di Pietro, abate di Badia Pozzeveri, per una conferma dei suoi beni che erano stati di Ildebrando, figlio del fu Pagano da Corsena (attuale Bagni di Lucca), uno dei feudatari di Matilde nel territorio lucchese.

Protome con figura di donna in cui la tradizione popolare riconosce Matilde di Canossa (Lucca, cattedrale di S. Martino, inizi del sec. XIII)

Vengono elencati i nomi di luoghi che, nel loro insieme, disegnano una mappa.

Pagano da Corsena aveva il controllo di un ampio spazio che si estendeva lungo l’alta valle del Serchio e del suo affluente Lima, seguendo un percorso punteggiato di pievi, ospizi e ponti: infrastrutture stradali che rivelano la presenza di due importanti aree di strada facenti perno sul passo delle Radici e sul passo della Croce Arcana.

Questa distribuzione conferiva al feudatario di Matilde il pieno controllo del territorio delle due valli. Dalla parte della Val di Lima i suoi beni arrivavano fino al limite dei possedimenti dell’abbazia di Fanano, da cui dipendeva l’ospizio della Val di Lamola, posto sull’altro versante dell’Appenino, nella località di Ospitale.

Nell’alta Valle del Serchio i possedimenti di Pagano arrivavano a lambire il territorio di Pieve Fosciana, nel quale insiste la convergenza di due percorrenze: l’una era la via di Frassinoro, la cosiddetta via Bibulca; l’altra, proveniente dalla Lunigiana, era la via dell’ospedale di Tea, spesso presentata come diverticolo della strada percorsa dall’arcivescovo di Canterbury Sigerico. Pieve Fosciana risulta particolarmente interessante, perché da essa dipendeva l’ospedale di San Pellegrino in Alpe, posto sul valico del passo delle Radici.

Dove terminava la tutela di Frassinoro iniziavano i possedimenti di Pagano da Corsena in Garfagnana. Specularmente, dove terminava la tutela dell’abbazia di Fanano iniziavano i possedimenti del feudatario di Matilde nelle terre della Controneria. In entrambi i casi si trattava di zone di transito, la via Bibulca e la via Nonanantolana, strategiche per la politica transappennica dei Canossa.

La via Nonantolana e la via Bibulca si fondevano a Chifenti e lungo la valle del Serchio e arrivavano fino a Lucca, un luogo di particolare rilievo nella politica canossiana. In quella sede, infatti, continuava a regnare come vescovo Anselmo I da Baggio, divenuto papa nel 1061 col nome di Alessandro II, e impegnato nell’opera di riforma della Chiesa al fianco di Matilde.

Il ponte della Maddalena a Borgo a Mozzano, posto subito dopo la confluenza del Lima nel Serchio

Data la sua posizione, la città di Lucca era il principale sbocco al confine tra monte e pianura per chi percorreva la viabilità transappenninica, in un senso o nell’altro. Ciò diede luogo a una precoce ripresa della vita urbana nella città e della sua fortuna politica. Si trattava di aree di strada importanti, documentate anche dall’archeologia. I viaggiatori che percorrevano queste strade potevano essere mercanti o feudatari, militari o pellegrini. Questi ultimi erano attratti in particolare dalla statua reliquiario del Volto Santo che, secondo la leggenda elaborata dai canonici della cattedrale, aveva scelto Lucca come propria la sede. Il culto non è solo un potente magnete capace di attrarre viaggiatori di vario tipo, ma anche un’affermazione di potere e di autorità.

Il Medioevo fu un periodo tutt’altro che immobile. L’XI secolo, l’età di Matilde e dei Canossa, fu densa di accadimenti politici che non riguardarono solo gli aspetti stanziali della vita nella società occidentale, ma anche quelli del viaggio. Lucca, e piú in generale la Lucchesia, si configura in questo senso come un’area cruciale nel collegamento tra le percorrenze tirreniche e gli attraversamenti appenninici.

Lo testimonia l’abate islandese Nikulas de Munkathvera. Partito da Thingor, mentre si dirigeva a Gerusalemme, fece visita anche a Roma (1154 circa) e nel suo diario annota di Lucca questa descrizione:

A Luni convergono le strade provenienti dalla Spagna e Alla terra di San Iacopo. Da Luni c’è un giorno di viaggio per arrivare a Luka. Li c’è una sede vescovile dove si trova quel crocifisso che Nicodemo fece costruire per volere di Dio stesso; esso ha parlato due volte: una volta donò la sua scarpa un povero, un’altra volta testimoniò in favore di un uomo ingiustamente accusato. A sud di Lucca c’è quella città che si chiama Pisis (Pisa); là approdano con i loro dromoni mercanti provenienti dalla Grecia e dalla Sicilia, egiziani, siriani e africani. Poco piú a sud c’è un villaggio chiamato Arno Nero. Quindi c’è l’ospizio di Matilde (Altopascio) (…); lí chiunque viene accolto per la notte.

Ilaria Sabbatini

Bibliografia:Maria Luisa Ceccarelli Lemut, I Canossa e la Toscana, in Matilde di Canossa, il papato, l’impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, catalogo della mostra (Mantova, Casa del Mantegna, 31 agosto 2008–11 gennaio 2009), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, , 2008; pp. 226-235. Claudio Giambastiani, I Bagni di Corsena e la Val di Lima lucchese dalle origini al XIII secolo, Istituto Storico Lucchese, Lucca 1996.Ilaria Sabbatini, Aree di strada e valichi transappeninici nel territorio di Lucca all’epoca di Matilde di Canossa, in Matilde di Canossa. Tra realtà storica e mito, in Actum Luce, 2, XLV (2016); pp. 169-197.

Sitografia:www.toscanamatildica.it

Una foto aerea di Lucca. Sullo sfondo, il territorio della Lucchesia

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La leggenda dell’aquila e la Madonna della Romita

L’eremo di santa Maria dell’Eremita di Piedipaterno, fu costruito vicino a una sorgente in fondo al Fosso di Roccagelli, in prossimità delle cascate del torrente. Nascosto nella piccola valle dominata da un imponente scoglio roccioso con anfratti e grotte, permetteva di vivere l’esperienza eremitica in un ambiente simile a quelli frequentati dai Padri del deserto.

L’abbazia di Santa Maria dell’Eremita a Piedipaterno, una frazione del Comune di Vallo di Nera in Valnerina (Umbria) [foto: I luoghi del silenzio]

Intorno al IX secolo, accanto alle celle, fu edificato un edificio sacro cui si accedeva anche dall’alto attraverso uno scosceso e impervio pendio.

L’insediamento divenne in breve tempo uno dei centri religiosi più importanti della Valnerina, al pari di Sant’Eutizio, San Pietro in Valle o Castel San Felice di Narco.

Agli inizi dell’anno Mille l’eremo fu trasformato in monastero dai monaci benedettini che, un secolo dopo, la concessero alla congregazione di Vallombrosa. Il complesso monastico sorge alla destra del Nera, in un contesto ambientale da togliere il respiro ancora oggi, defilato rispetto all’antica strada per Norcia.

I viaggiatori e i pellegrini che passavano di là, potevano trovare rifugio nell’ospizio annesso al monastero. Oggi il silenzio di un tempo è interrotto dal rumore delle auto che sfrecciano vicine, ignare della grande importanza che nel Medioevo aveva avuto l’abbazia di Santa Maria de Ugonis, questo era il suo titolo, comunemente detta “la Romita”.

Nel Quattrocento, quando è identificata come “cenobio de Paterno”, divenne un santuario mariano a seguito di un evento prodigioso.

Si racconta, infatti, che un’aquila, in volo sui campi ricavati nell’emiciclo roccioso della valle, ghermì il bimbo in fasce che una contadina al lavoro aveva deposto accanto a sé. La donna, rivoltasi in soccorso alla Madonna della Romita, un’antica statua lignea che era nella chiesa, le promise in cambio della salvezza del bambino la donazione di tutti i suoi beni. Come per miracolo l’aquila tornò indietro, facendo ampi giri, i cui segni sarebbero ancora impressi nelle rocce, e riportò il bambino alla madre. Si narra che a questo punto la donna, pronta a firmare l’atto di donazione, ebbe un ripensamento, ma la penna con cui il notaio stava vergando il documento s’immobilizzò e riprese a funzionare solo quando la donna confermò la sua volontà.

La storiella, probabilmente, faceva parte dell’armamentario affabulatorio dei questuanti girovaghi che, per attirare l’attenzione e ottenere una buona elemosina, decantavano visioni, miracoli e celesti inviti del simulacro mariano.

L’interno dell’abbazia, che nel corso dei secoli subì danni sia per gli eventi sismici che per incuria

I quaestores elemosinarum erano dei laici “oblati del monastero o semplicemente prezzolati” che giravano di paese in paese per racimolare elemosine utili alle celebrazioni delle messe nel loro oratorio, oppure per acquistare derrate e generi alimentari per il monastero. Non sempre questa raccolta era fatta da persone affidabili, a volte si trattava di mestieranti, tanto che nell’area di Spoleto l’attività aveva dato vita a una vera e propria professione, per lo più a servizio degli ospedali, detta dei cerretani, in seguito indicante una vasta gamma di mendicanti e imbroglioni travestiti con abiti monacali.

Nel 1484 Teseo Pini, vicario generale di Spoleto, scrisse un volumetto Speculum cerretamorum denunciando queste pratiche. Nel 1487 il beato Bernardino da Feltre, predicatore dell’osservanza francescana, si recò a Spoleto per disinfestare la città e il suburbio dai cerretani. La vita monastica fu interrotta nel 1653 quando, a causa della soppressione del monastero decretata dal Papa Innocenzo X, i monaci furono costretti ad abbandonare l’abbazia. La decisione non fu gradita dalle comunità di Paterno e Meggiano tanto che nel 1656 si rivolsero a papa Alessandro VII per far tornare i padri vallombrosani, ma la supplica non fu accolta.

Dalla visita pastorale di Carlo Giacinto Lascaris avvenuta nel 1712 apprendiamo che il monastero era allora quasi crollato, probabilmente a causa degli eventi sismici del 1703. Lo stato di abbandono e d’incuria proseguì negli anni seguenti fino alla decisione, probabilmente dopo l’unità d’Italia, di demolire una buona parte della navata della chiesa per ampliare il cimitero.

Il bel volto di un santo ancora emerge dalle pareti della chiesa romanica

La parte residua dell’antica chiesa romanica, raro esempio di un edificio con tiburio all’incrocio della navata con il transetto, fu adattata a cappella cimiteriale innalzando il pavimento fino all’altezza della quota del presbiterio, in origine molto più in alto rispetto al piano dell’aula. L’intervento occultò definitivamente l’ingresso che dalla navata conduceva alla cripta sottostante, interessante esempio di ambiente ipogeo a croce greca, con volte a botte e quattro bracci muniti di altari, nella quale sono ancora visibili sulle pareti labili lacerti affreschi.

Colpisce la bella testa di un santo quattrocentesco in parte occultata dalla carta di giornale – si legge ancora il titolo dell’articolo “Nonni più arzilli sull’erba” – utilizzata da vandali per preparare lo stacco del dipinto, fortunatamente non completato. Anche nelle pareti della chiesa, più volte saccheggiata e forse ancor più coinvolgente per la sua profanazione, restano solo le tracce della decorazione pittorica che la rendeva maestosa.

Ignoti maestri espressero qui il segno del loro tempo, dal Trecento al Seicento. Ancora in parte visibile, oltre a una bella Incoronazione della Vergine attorniata da santi, la suggestiva rappresentazione del Miracolo dell’aquila. Ampio spazio è dato alla descrizione della valle, con le sue rocce, gli anfratti e le celle eremitiche, l’aquila che vola in alto e riporta il Bambino alla Madonna apparsa tra le nuvole. In basso è, forse, dipinta la stessa abbazia.

Anche il portale romanico della facciata fu smontato e riutilizzato come ingresso nel muro di cinta del cimitero. L’abside fu adibita a camera da letto della famiglia Medori che fino agli anni Settanta dello scorso secolo abitava la casa annessa e aveva la custodia della chiesa. Purtroppo nulla poté fare, in una notte del 1973, per scongiurare il furto dall’altare maggiore della preziosa statua lignea della Madonna della Romita o Madonna Nera, così definita per il colore scuro che aveva preso nel tempo a causa del fumo delle candele dei devoti.

La statua lignea della Madonna della Romita, ora visibile nella chiesa di Piedipaterno

La statua prese le vie del mercato antiquariale e non se ne seppe nulla fino al dicembre del 1997 quando don Francesco Medori, figlio del custode della chiesa, riconobbe sulla copertina di un giornale l’immagine della “sua” Madonna.

Da lì, attraverso una serie di mediazioni, la statua fu restituita il 28 maggio 1998 alla comunità di Piedipaterno da Nella Longari, raffinata e generosa antiquaria milanese nelle cui mani era finita la scultura e alla quale è stata dedicata recentemente una piazzetta. La scultura raffigura la Vergine coronata, seduta su un trono appena accennato e avvolta da un manto ricoperto di lamine d’argento sotto il quale s’intravede la tunica azzurra. Con una mano offre il seno al Bambino, seduto sulla sua gamba sinistra, mentre con l’altra lo sostiene. Il postergale cuspidato presuppone la presenza in origine di ante semplici o doppie per la protezione della scultura all’interno di un tabernacolo. L’iconografia della Madonna del latte, che compare nella plastica lignea all’inizio del Trecento, colloca la scultura alla metà del secolo.

Oggi la statua è esposta nella chiesa di Piedipaterno, insieme a un bellissimo battistero anch’esso proveniente dall’abbazia, essendo la chiesa di provenienza inagibile, se pur in parte consolidata.

Vittoria Garibaldi

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La libertà sognata nella pietra: San Marino (neo)medievale

SAN MARINO DALLA PROSPETTIVA DEL MEDIEVALISMO La linea d’orizzonte tracciata dal monte Titano è inconfondibile, sia che la si guardi dagli Appennini di cui è ultima propaggine, sia dalla pianura Padana, su cui la costa del monte si affaccia come un balcone: sono tre pinnacoli di roccia, su ciascuno dei quali si erge una fortificazione.1 Il palazzo pubblico di San Marino (foto dell’Autore, febbraio 2019)

Questo paesaggio intravisto dalla lontananza appare fisso da secoli; mentre, se ci si avvicina alla città, presto ci si rende conto dei mutamenti intervenuti, soprattutto negli ultimi cento anni, nel territorio, nel tessuto urbanistico, negli edifici e monumenti. Sono trasformazioni avvenute nel segno della modernità, ma con un sentimento di reverenza per il passato. Un passato che è avvertito come fondativo dell’identità sammarinese e che per questo, trascendendo il semplice restauro o finanche la ricostruzione, è stato in buona parte fabbricato ex novo. San Marino è un abitato di origini antiche che, come altre città della penisola italiana e del continente europeo, ha accentuato, in tempi relativamente recenti, la sua facies medievale, tornando a essere, agli occhi di chi vi giunge, una città che evoca il tempo eroico che per noi occidentali rappresenta il luogo di giunzione fra storia e immaginario. Le tre rocche svettano sulle creste del monte, le strade sono ben lastricate, più giri di mura merlate e turrite avvolgono la città, le facciate delle case e dei palazzi sono costruite con conci perfetti di arenaria, la pietra locale bianca e grigia lavorata ad arte dagli scalpellini. E tutto appare nitido e nuovo.

La ricostruzione “in stile medievale” di una città non è un qualcosa che possa sorprendere: al contrario, si tratta di un’attività diffusa in Europa negli ultimi due secoli. Allo stesso modo, il “Palio delle Balestre” (sviluppatosi tra il 1956 e il 1976), le “Giornate Medievali” (nate nel 1993) o il “Torneo dei Castelli” (che esiste dal 2002) rendono San Marino un testimone vivace dell’ampio fenomeno socio-culturale che, capillarmente diffuso, chiamiamo “medievalismo”. E, come accade quasi ovunque, lo fanno in un modo che di fatto nega le specificità, poiché l’identità viene evocata attraverso un sistema che è modulare e globalizzato: di balestrieri, palî e cortei è pieno il mondo.2 Pietro Tonnini (?), schizzo della facciata del palazzo pubblico. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

Tuttavia, rispetto a tutti gli altri siti “rimedievalizzati”, San Marino possiede una caratteristica peculiare. Il fatto che sia una repubblica indipendente, conferisce al suo costante richiamo al medioevo un peso e una funzione la cui importanza, per altre località, è inconcepibile. San Marino è – nel mondo – l’unico comune di origine medievale che, mantenuta la propria autonomia in età moderna, ha raggiunto l’indipendenza in età contemporanea ed è uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale.3 Ma la percezione e la rappresentazione del medioevo, il periodo durante il quale ha avuto origine la libertà di questa piccola repubblica, si sono modificate nel tempo. Oggi San Marino non possiede solo un’identità medievale, ma anche un’identità neomedievale. Questo è il senso della motivazione con cui il 7 luglio 2008 il centro storico della città di San Marino è stato iscritto – insieme con il monte Titano e il centro storico di Borgo Maggiore – nella lista del patrimonio mondiale UNESCO: “L’idea di ‘medioevalizzazione’ del centro storico può essere considerata come un’espressione dell’identità nazionale ricercata attraverso un’immagine idealizzata”.4 Si tratta di un caso interessante, perché la “autenticità” del sito, che per l’UNESCO è un criterio fondamentale di selezione, non corrisponde alla conservazione dello stato originario, bensì a una condizione dinamica. Il restauro, la ricostruzione medievalista, sono elementi che contribuiscono a dotare il “monumento” di valore culturale. In questo senso, San Marino condivide la posizione di un altro celebre sito monumentale iscritto – dal 1998 – nel World Heritage List, ovvero la città fortificata di Carcassonne, in Linguadoca.5 L’una e l’altra città sono degne di figurare nella lista dei monumenti più importanti del mondo non solo per la loro storia medievale, ma anche per la loro prosecuzione “medievalista”.6 Francesco Azzurri, schizzo per una lampada in ferro battuto, “Ferramenta da porsi sul prospetto principale del palazzo,”, del 1893. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

Quanto si riferisce in questo contributo, costituisce una prima lettura complessiva del fenomeno medievalista sammarinese in chiave comparativa, cioè non tanto dal punto di vista della storia dell’architettura – una disciplina in cui questo caso è già ben studiato – quanto dalla prospettiva degli studi sul medievalismo, che sono necessariamente transdisciplinari e necessitano proprio per questo anche di lavori che traghettino informazioni e concetti da una disciplina all’altra.7

Altre ne verranno; ma questa rilettura era tempo di compierla, poiché gli argomenti qui trattati (che sono fondamentali per capire il mondo contemporaneo, poiché riguardano l’immagine della Repubblica di San Marino che per prima ci raggiunge) solitamente vengono ancora oggi tenuti in un angolo, con un sentimento di imbarazzo. Non molti inquadrano questi temi al di fuori del pregiudizio di trovarsi di fronte a una solenne falsificazione, considerando la “rifabbrica” sammarinese una mera storia succedanea della “vera” storia medievale, e andando per di più a trascegliere, come censurabili esempi, soltanto le manifestazioni epidermiche e turistiche – sagre fantasy, musei delle torture e cinture di castità – di un fenomeno culturale di ben più ampia portata e rilevanza.8

Francesco Azzurri, schizzo per una lampada in ferro battuto. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

L’opinione comune (sia dei sammarinesi che dei turisti) permane sostanzialmente inconsapevole del fenomeno medievalista e della sua azione mimetica nei confronti dei manufatti di età medievale. Moltissimi restano convinti – e vengono convinti di continuo – che San Marino e Gradara, per proporre un altro esempio notissimo, siano testimoni ottimamente conservati del passato medievale, dimenticando o non sapendo che sono in gran parte ricostruiti.9 Non ci troviamo di fronte a una storia falsa, né tantomeno a una storia di contraffazioni che andrebbero ad alterare la percezione della realtà. Al contrario, la storia che questi casi ritraggono e che qui si tenta di indagare, è quella di un sogno che si è tradotto in monumenti di pietra: è la storia del sogno del medioevo nel mondo contemporaneo, che è il risultato non solo della cultura medievale, ma di tre secoli di costruzioni mitologiche. Questo sogno è ciò che dà il senso della storia nell’ora presente e ha effetti imponenti nell’attualità. Senza il palazzo pubblico e le tre penne rinnovate, il periodo medievale, che in queste contrade fu davvero vissuto, cesserebbe di riattivarsi nel mondo di oggi. Cesserebbe dunque di essere storia contemporanea.10 I protagonisti della costruzione del palazzo pubblico in una stampa dell’epoca (particolare)

L’OTTOCENTO Comune di castello formatosi nel corso del Duecento,11 la costruzione del mito sammarinese abbraccia tre secoli, dal principio del Seicento alla fine dell’Ottocento.12 Modello di ideali politici, San Marino comincia a essere universalmente nota da quando la Francia rivoluzionaria e Napoleone le riconoscono un ruolo esemplare, di depositaria ancestrale della libertà repubblicana, e pertanto non la inglobano nella Repubblica Cispadana né, in seguito, nel Regno d’Italia.13 In virtù della sua situazione peculiare, il regime di storicità che le è proprio è in parte coincidente e in parte divergente rispetto alle altre città della penisola italiana. Nonostante sia periferica rispetto al Grand Tour e poi al turismo ottocentesco, e benché sia ignota o malvista da alcuni grandi intellettuali, che non le riconoscono vera libertà, e dunque non la inseriscono nell’alveo maggiore della storia comunale, essa giunge a rappresentare la quintessenza della grandezza della civiltà italiana intesa come una civiltà di città libere.14 Prima con Joseph Addison, poi con Melchiorre Delfico e in seguito con Giosue Carducci,15 San Marino partecipa, in posizione propria, del mito dei comuni, della loro matrice latina, della loro giustizia, operosità e libertà: ciò che è quanto ha segnato la storiografia in Italia per tutto l’Ottocento. È allora che viene individuato il principale retaggio del glorioso passato italiano nello splendore delle città medievali: la ricchissima Firenze culla dell’arte, la dotta Bologna madre dell’Università, le prodi città congiurate della Lega lombarda che si batterono per l’indipendenza, antesignane del risorgimento, fino ad Assisi francescana e a Genova, Pisa, Amalfi e Venezia potenze marinare.16 In questo quadro, San Marino, che è libera nei secoli, assurge a figura simbolica di una libertà perpetua e repubblicana che ha origini remote – nella donazione del monte al santo eponimo in età tardoantica – e arriva fino ai nostri giorni, ma che conosce anch’essa, altresì, una fase apicale nel “momento medievale dell’indipendenza”.17 Il palazzo pubblico di San Marino oggi (foto reperita sul web con licenza commons)

San Marino viene così presentata come il primo comune d’Italia, costituito di uomini liberi raccoltisi intorno al diacono Marino, un comune che si è dato un ordinamento prima degli altri, che non ha avuto bisogno “di aspettar la pace di Costanza [1183] per farsi le leggi” e che ha emanato statuti “fra i più antichi d’Italia”.18 Un comune, che, sopravvissuto con le sue istituzioni collegiali, non avrebbe neppure conosciuto l’esperienza, giudicata in generale come negativa, della signoria monocratica tardomedievale e rinascimentale.19 Come è noto, nel corso dell’Ottocento l’Europa fu in gran parte ricostruita nel segno del medioevo. In questo contesto, che è il frutto di numerosi incroci culturali, diverse città italiane conobbero una medievalizzazione dei loro edifici, che avvenne soprattutto in due periodi. Il primo corrisponde all’incirca all’ultimo ventennio del XIX secolo e può essere epitomizzato in Italia dai lavori di Camillo Boito, Alfredo d’Andrade, Alfonso Rubbiani e Luca Beltrami.20 Il secondo periodo si colloca invece negli anni del fascismo (1922-1943), un periodo nel quale non fu esaltata soltanto la classicità romana (come si potrebbe pensare a una lettura superficiale), bensì anche il retaggio medievale. Durante il fascismo i sindaci delle città italiane presero il titolo di ascendenza medievale di “podestà”, furono rinnovate o inventate numerose feste cittadine di coloritura medieval-rinascimentale, furono esaltati i “condottieri” e i “capitani di ventura” risalenti a quel periodo e vennero restaurati (in certi casi quasi interamente ricostruiti) i centri storici di città come Assisi, Arezzo e San Gimignano.21 Firenze, palazzo della Signoria (foto reperita sul web con licenza commons)

Sostanzialmente, durante il fascismo le due epoche, nella narrazione della storia patria, si specializzarono: l’Italia nella sua interezza fu vista come “romana” (ed ecco tornare i fasci littori, le legioni, le aquile, il saluto romano e l’impero sul Mediterraneo…) ma le singole città – le piccole patrie – furono viste come fieramente “medievali”, facendo esse risalire le loro glorie al periodo comunale.22 San Marino entra perfettamente in questa cronologia e in questo processo storico; gli anni che vanno all’incirca dal 1880 al 1940 sono infatti quelli durante i quali fu modellata la sua immagine neomedievale. Si può ben dire che, nei primi anni Ottanta dell’Ottocento, “al mito costruito in versi, in orazioni, in saggi di storia politica, manc[asse ancora] un’iconografia adeguata”.23 In questa terra povera e isolata (come si evince, tra l’altro, dalle fotografie e dai resoconti di diversi viaggiatori24), alla costruzione ideologica, ormai formalizzata, faceva difetto l’apparato simbolico di più immediata intelligenza: una corrispondenza artistica, urbanistica e monumentale che permettesse di rendere subito identificabile la statualità e l’indipendenza ab antiquo della repubblica. Il nuovo palazzo pubblico rispose perfettamente a questa esigenza.25 Abbandonato il progetto in stile neoclassico (1836), la nuova sede delle istituzioni più elevate della Repubblica fu edificata tra il 1884 e il 1894 su disegno dell’architetto romano Francesco Azzurri (1827-1901), da poco divenuto presidente dell’Accademia di San Luca, cui fu richiesto di ispirarsi all’architettura medievale.26 Presidente della commissione della fabbrica del palazzo fu invece il sammarinese Pietro Tonnini (1820-1894), pittore e patriota, del quale si conservano in Archivio di Stato numerose lettere che permettono di seguire l’avanzamento dei lavori, sia di costruzione che di decorazione, e che consentono di individuare la rete di personaggi coinvolta a vario titolo nell’impresa: dal capomastro Giuseppe Reffi, a Marino Fattori, Carlo Malagola e Marin-Joseph-Gaston Noël des Vergers.27 Questa “operazione di pura fantasia tardo romantica”28 con la quale il fulcro dello Stato sammarinese si ammantò di panni medievali, va letta, pur nella sobrietà delle dimensioni, al fianco di altre celebri opere architettoniche neogotiche costruite con analogo intendimento: soprattutto il palazzo di Westminster (1840-1865), sede del parlamento britannico, il municipio di Monaco di Baviera (1867-1908), il municipio di Vienna (1872-1883) e il palazzo del Parlamento di Budapest (1883-1902).

Le mura di San Marino (foto dell’Autore, febbraio 2019)

Città-stato oltre che minuscola nazione, San Marino mostra però, attraverso il suo palazzo, di prendere a modello quella che veniva ritenuta la maggior repubblica medievale per eccellenza, cioè Firenze. Il palazzo pubblico di San Marino evoca, pur essendo molto più piccolo, il palazzo della Signoria attribuito ad Arnolfo di Cambio, che, iniziato al principio del Trecento (ma le cui bifore in facciata sono anch’esse, si badi, neogotiche), era stato la sede del parlamento del Regno d’Italia solo pochi anni prima, dal 1865 al 1871.29 Firenze repubblicana e gloria dei comuni medievali, certo. Ma anche opulenta. La costruzione del palazzo pubblico a San Marino a imitazione di quello fiorentino indica uno snodo politico culturale che è premessa ai grandi lavori urbanistici dei primi decenni del Novecento: il superamento della celebrazione della libertà di una comunità frugale e rurale – un modello risalente alla repubblica romana – a favore della glorificazione della ricca città comunale.30 Gli anni dell’edificazione del palazzo pubblico sono gli stessi dei primi progetti di apertura al turismo.31 E sono quelli della pubblicazione dell’opera L’Archivio governativo di Carlo Malagola,32 che dà le chiavi di lettura cronologiche della storia sammarinese ritrovando, recensendo, ordinando i documenti dell’Archivio di Stato, i cui attori compariranno poi nell’odonomastica sammarinese dei nostri giorni.33 Il famoso archivista, in corrispondenza con Pietro Tonnini, è bolognese. È proprio a Bologna – alla città neomedievale del palazzo di re Enzo, della Aemilia Ars (l’equivalente italiano del movimento Arts and Cratfst) e della celebrazione dell’VIII centenario dell’Università – che San Marino si rivolge in quegli anni: non solo a Carlo Malagola, ma anche a Pietro Ellero e, soprattutto, a Giosue Carducci, il quale viene invitato a tenere una solenne orazione per l’inaugurazione del palazzo (30 settembre 1894). Il suo discorso è ritenuto talmente importante per la storia di San Marino, che fino a non molto tempo fa il suo primo capitolo veniva fatto imparare a memoria a scuola.34 Porta San Francesco (foto reperita sul web con licenza commons)

IL NOVECENTO Gli anni dell’edificazione del palazzo pubblico sono gli stessi del movimento pro Arengo, che sfocia nella riunione del 25 marzo 1906 con cui l’assemblea dei capifamiglia divenne il corpo elettorale riconosciuto istituzionalmente, sancendo in tal modo la fine dell’oligarchia.35 Certo, si trattava di una innovazione democratica, ma anch’essa fu proposta in forme evocanti il medioevo. Si pretendeva infatti di tornare all’arengo (che come è noto non si riuniva più dal Cinquecento), cioè alle forme pure della democrazia partecipativa di età medievale. Ciò che è nuovo veniva proposto come antico, il cambiamento si presentava come una tradizione rinnovata: un procedimento, questo, ben diffuso e altrimenti noto che si ritrova, nella storia di San Marino, anche nel 1925, con la estensione del titolo di “capitani di Castello”, già presente in tre circoscrizioni, a tutte le circoscrizioni del territorio, il quale venne diviso in dieci zone denominate, appunto, Castelli.36 Così, nella Repubblica di San Marino le magistrature di governo locale ricevettero un nome– capitano di Castello – di limpida risonanza medievale poco tempo prima rispetto al Regno d’Italia, dove il 4 febbraio 1926 fu istituita l’analoga carica di “podestà” per designare il capo di un’amministrazione comunale.37 La fase di maggiore trasformazione di San Marino come città neomedievale corrisponde agli anni del fascismo.38 Data a questo periodo la vigorosa attività del sammarinese Gino Zani (1882-1964), ingegnere del genio civile.39 Formatosi a Bologna (e questa ascendenza culturale si sarebbe avvertita nella rimedievalizzazione di San Marino, come già era accaduto al tempo della costruzione del palazzo pubblico a fine Ottocento),40 Gino Zani fu un pioniere del cemento armato.41 Uomo pratico e razionale, di idee socialiste, massone per qualche anno e poi tiepido fascista,42 lavorò molti anni a Reggio Calabria per ricostruire la città dopo il devastante terremoto dello Stretto di Messina (28 dicembre 1908). A Reggio, in alcune opere di edilizia privata, egli già disegna nelle forme di un eclettismo medieval-rinascimentale.43 A San Marino, è evidente l’escalation quantitativa rispetto al periodo di Azzurri. Non si trattò infatti di riedificare un singolo edificio – per quanto simbolicamente assai rilevante – bensì di “rifabbricare” una città intera. Questo approccio “globale” da parte di un “architetto integrale” e dotato di una visione d’insieme, coincide con le teorie sui monumenti e sul loro rapporto imprescindile con l’ambiente circostante che negli anni di attività di Zani erano propugnate da Gustavo Giovannoni (1873-1947) e da Corrado Ricci (1858-1934) e avrebbero portato nel 1939 in Italia a un’efficace legge di tutela dei beni culturali.44

In particolare, il legame tra Zani e Ricci è ben testimoniato. Quest’ultimo, proveniente da Ravenna, nella qualità di presidente della Commissione governativa per la conservazione dei ricordi storici sammarinesi e delle antichità istituita nel 1916, nel 1919 iniziò il restauro della mura di cinta. Personaggio ben noto nella storia culturale, incantato dal Montefeltro e da San Marino, di cui ci ha lasciato vivide descrizioni,45 Corrado Ricci è colui che identifica per primo l’unità paesistica tra città e territorio come l’elemento cardine dell’identità sammarinese, non più determinata soltanto dall’aspro monte Titano o dal singolo edificio da ricostruirsi in forme neomedievali, ma dall’intera città inserita nel contesto ambientale.46 Ricci è il prefattore del libro di Gino Zani Le fortificazioni del monte Titano (1933), un saggio di ricostruzione storica e un profilo di progetto architettonico che precede solo di pochi anni le massicce ricostruzioni.47 La rocca della “Guaita” di San Marino (foto reperita sul web con licenza commons)

Molti anni dopo, nella sua seconda opera storica, pubblicata poco tempo prima di morire, Zani così descriveva lo skyline da lui idealizzato di San Marino: “Visto con gli occhi della fantasia poté sembrare ammirabile e suggestivo il trecentesco castello ghibellino del monte Titano, sormontato da tre rocche e da tre penne, munito di alte mura, di torri ancora più alte, di merli a coda di rondine, che profilavano sul cielo le loro sagome ferrigne”.48Questa fantasmagoria è quanto vediamo oggi realizzato. Gino Zani identificò l’elemento distintivo dell’identità di San Marino proprio nel suo sistema di fortificazioni.49 Egli infatti indicò “nel sistema di fortificazioni, l’elemento cardine dell’identità di San Marino, l’equivalente in pietra della sua mitica coesione civile e religiosa”.50 Contro chi indicava la preponderanza delle strutture rinascimentali-cinquecentesche, egli rispose individuando un carattere “uniformemente trecentesco” delle opere di difesa, e dunque la gran parte di esse fu ricostruita in forme risalenti a quel periodo.51 Questa – e non la conservazione nel tempo di strutture prettamente medievali – è la ragione per cui le rocche e le mura di San Marino, a differenza delle architetture militari degli altri centri abitati presenti nella medesima area (come per esempio Rimini, Pesaro, Urbino, o, ancora più vicini, Montescudo e naturalmente San Leo52) mostrano un aspetto trecentesco anziché rinascimentale.

L’opera mastodontica durò dal 1923 al 1940. Quando terminarono i lavori, un’intera cinta muraria era stata aggiunta, attorno alla torre della Cesta era stata inventata ex novo una fortezza, trionfavano ovunque bertesche, barbacani, spalti e merlature, archi, mura di raccordo. Dopo le mura e le tre penne fu la volta dell’abitato, anch’esso sottoposto a una “medievalizzazione capillare”.53 Furono eseguiti lavori imponenti alla chiesa e alla porta di San Francesco,54 alle facciate delle case e degli edifici pubblici, alle strade e alle piazze, collegate da terrazze, scalinate, balaustre.55 Il risultato finale fu quello di una città diversa da quella antica, con l’ingresso principale dal basso (porta San Francesco), omogenea, pulita e razionale pur nel suo essere neomedievale.56 L’opera appariva erudita e fondata su studi storici;57 ma non per questo era filologicamente esatta, poiché anche l’invenzione artistica vi giocava una parte rilevante. Come ha scritto Luca Morganti, “una sorta di leggerezza dell’organizzazione generale della rocca produce un effetto straniante che rivela ascendenze oniriche legate alla capacità immaginativa del gioco.”58

Ma quali erano gli scopi per cui si era dato avvio e compimento a un’opera di così vasta portata e di così notevoli conseguenze? La grande opera rispondeva a molteplici esigenze. Innanzitutto, serviva a porre rimedio a una situazione di oggettivo degrado del patrimonio monumentale sammarinese. Le mura versavano in uno stato disastroso e tutta la vecchia città aveva bisogno di essere ripulita e trovare un nuovo decoro. La proposta di una ricostruzione completa avanzata da Zani la ebbe vinta su un’altra proposta, quella di restaurare le mura e le rocche lasciandole allo stato di rovine, in ossequio a un gusto romantico che evidentemente non era più convidiso.59 Il secondo scopo era quello di dare lavoro agli operai edili e agli scalpellini, perseguendo una politica di grandi opere pubbliche simile a quella dell’Italia fascista e generalmente diffusa nel contesto politico-economico degli anni Trenta. La ricostruzione della città, insieme con la realizzazione e il potenziamento delle infrastrutture, tra le quali soprattutto la ferrovia da e per Rimini, avrebbe permesso di avviare meglio la città al turismo.60 Ancora, questa scelta di ricostruire la città accentuando le forme medievali, si poneva come un’efficace strategia di rappresentazione del potere da parte degli intellettuali provinciali e degli appartenenti ai ceti dirigenti sammarinesi, che in quel periodo si identificavano con l’adesione al Partito. Un partito, quello fascista sammarinese, che, rispetto all’omologo italiano, mancava dell’elemento rivoluzionario, collocandosi su posizioni conservatrici che propugnavano un ritorno alla fase oligarchica precedente il 1906. Anche per questa ragione, dunque, i ceti dirigenti si sentivano ben rappresentati dal recupero medievalista.61 Ma, come accadeva nel resto della penisola italiana, questo ritorno al medioevo piaceva a tutti, anche ai ceti popolari e subalterni in genere, che amavano le feste in costume largamente favorite dallo Stato, e di cui i restauri e le ricostruzioni erano degna cornice.62 Non si può comprendere fino in fondo il caso di San Marino se non si tiene a mente che in quella stessa tornata d’anni furono massicciamente ricostruite Assisi e San Gimignano, che la Giostra del Saracino di Arezzo data al 1931 e il Palio di Ferrara al 1937, e che al 1938 risale la ricostruzione della casa (e del balcone!) di Giulietta a Verona.63 A partire dal 1935 anche a San Marino si va creando un vero e proprio percorso turistico “che viene offerto […] al nascente turismo di massa e che entra a far parte dell’immagine tradizionale”.64 Gino Zani alla scrivania. © Archivio Zani, San Marino

Dunque la rimedievalizzazione del centro storico di San Marino aveva un valore eminentemente politico, in linea con l’idea che permeava tutta la cultura fascista, cioè che l’architettura è uno strumento di governo.65 I lavori, finanziati anche dal governo italiano, furono voluti soprattutto da Giuliano Gozi (1894-1955), segretario di Stato per gli affari esteri e interni e, di fatto, il capo della Repubblica di San Marino durante tutto il periodo fascista.66 Questi si attivò personalmente, intervenendo nel piano regolatore e fornendo a Gino Zani schemi planimetrici e suggerimenti. Giuliano Gozi, scrive Guido Zucconi, comprende “la necessità di accelerare il processo di medievalizzazione del borgo antico, nel nome di una ritrovata identità storica. Giunge ad affermare un concetto determinante per i destini edilizi della città del Titano: il fascismo rappresenta l’unico tramite attraverso il quale è possibile creare un’immagine urbana adeguata alla sua storia”.67 Ed è stato altresì ossevato dal medesimo studioso come “paradossalmente, proprio nel ventennio fascista, ossia nella fase storica ove la sua plurisecolare autonomia si riduce al minimo, San Marino [venga] come non mai sottoposta ad un’opera di autoesaltazione simbolica”.68 Guardando al versante italiano, questa medievalizzazione attuata su larga scala è da collegarsi forse all’attività politico-culturale del medievista Pietro Fedele, ministro italiano dell’Istruzione pubblica dal 1925 al 1928,69 ed è da confrontarsi certamente con iniziative analoghe prese in diverse altre città della penisola con il triplo obiettivo di incoraggiare il turismo, esprimere al meglio l’autorappresentazione delle classi dominanti in provincia e rinforzare l’identità civica, cioè il sentimento di patria cittadina.

Quest’ultima, in particolare, era l’intenzione di fondo di Gino Zani per San Marino, dove, naturalmente, città e nazione coincidevano. L’intensa campagna di lavori pubblici, concepita a partire da un progetto unitario, aveva lo scopo dichiarato di “dare un volto ad una repubblica che si è conservata intatta fino ad oggi nel suo spirito e nelle sue istituzioni medievali”,70 mentre l’uso della pietra locale aveva anch’esso una forte connotazione identitaria, per l’impiego di maestranze e materiali di costruzione tradizionali e perché lo stesso santo Marino era stato scalpellino.71Il materiale lapideo non lo si sarebbe dovuto impiegare (e in effetti non fu impiegato) solamente per la parte più antica di San Marino, quella medievale che ora diventava anche neomedievale, bensì per l’intera città, entro e fuori le mura. Questa è la principale differenza, qualitativa e quantitativa, tra San Marino e le altre antiche città della penisola italiana “rimedievalizzate” nel corso degli anni Trenta: la pietra concia, con la sua capacità di omogeneizzazione visiva del tessuto urbano, sarebbe servita tanto per l’antico borgo, quanto per le nuove espansioni urbane, in tal modo unite fra loro da un materiale evocativo del passato.72 Come decenni prima Pugin e e Ruskin per l’Inghilterra con il gotico, il ruolo che Zani attribuiva alla propria architettura neomedievale era quello di consentire il recupero dello stile ‘tipicamente sammarinese’, lo stile nazionale di un piccolo popolo caparbiamente radicato sulla sua montagna.73 Un popolo – e di conseguenza uno stile architettonico – che nelle sue parole era “ruvido, semplice, povero”, fatto delle stesse pietre cavate dalla montagna su cui sorge la città.74 E mi sembra che Zani, ingegnere figlio di un muratore, sia riuscito nel suo intento.

La defascistizzazione del dopoguerra coinvolgerà, in parte, le persone, senza però andare a toccare il tessuto architettonico della città. A quanti criticavano l’operato dell’amministrazione fascista, che avrebbe speso inutilmente ingenti risorse costruendo merli e castelletti medievali invece di case operaie, Gino Zani, non fascista ma uomo concreto, replicò che proprio i suoi merli – tutt’altro che improduttivi – erano ciò che consentiva la valorizzazione turistica.75 Come in effetti è stato ed è ancor oggi.76

Tommaso di Carpegna Falconieri

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1 Ringrazio Anna Guerra per l’aiuto nella ricerca presso l’Archivio di Stato di San Marino. Questo articolo è già apparso in forma meno estesa con il titolo San Marino neomedievale, in Città di San Marino, a cura di G. Allegretti, San Marino, Ente Cassa di Faetano, 2017 (Storia dei Castelli della Repubblica di San Marino, 9), pp. 191-198; tradotto da Alison Locke Perchuk, è apparso con il titolo Liberty Dreamt in Stone: The (Neo)Medieval City of San Marino, Práticas da História. Journal on Theory, Historiography and Uses of the Past, 9 (2019), pp. 59-93, http://www.praticasdahistoria.pt/issues/2019/9/03_PDH09_Falconieri.pdf (cons. 18/03/2020). La presente versione è un aggiornamento dell’edizione inglese. 2 Sul medievalismo e le rievocazioni storiche: V. Ortenberg, In Search of the Holy Grail. The Quest for the Middle Ages, New York, Hambledon Continuum, 2007, pp. 225–235; T. di Carpegna Falconieri, Medioevo militante: La politica di oggi alle prese con barbari e crociati, Torino, Einaudi, 2011, pp. 106–120. Poiché la bibliografia è in crescita continua, rinvio al sito Medievally Speaking, http://medievallyspeaking.blogspot.it (cons. 18/03/2020). Si vedano anche U. Longo, ‘Tra un manifesto e lo specchio’. Piccola storia del medievalismo tra diaframmi, maniere e pretesti e T. di Carpegna Falconieri, Cinque altri modi di sognare il medioevo. Addenda a un testo celebre, entrambi in corso di stampa sul Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo, 122 (2020). 3 “Permanent Mission of the Republic of San Marino to the United Nations”, United Nations Permanent Missions, https://www.un.int/sanmarino/ (cons. 16/03/2020). 4 Portale ufficiale della Repubblica di San Marino, San Marino Patrimonio dell’Umanità – Dichiarazione Unesco, http://www.sanmarino.sm/on-line/home/san-marino/dichiarazione-unesco.html (cons. 16/03/2020): “San Marino è una delle più antiche repubbliche del mondo e l’unica città-Stato che sussiste, rappresentando una tappa importante dello sviluppo dei modelli democratici in Europa e in tutto il mondo. (…) Le mura difensive e il centro storico hanno subito modifiche nel tempo, comportando un intensivo restauro e una ricostruzione tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo – processo che può essere considerato come parte integrante della storia del bene e che riflette gli approcci in mutamento della conservazione e della valorizzazione del patrimonio nel tempo. Criterio (iii): San Marino e il Monte Titano costituiscono una testimonianza eccezionale dell’istituzione di una democrazia rappresentativa fondata sull’autonomia civica e l’autogoverno, avendo esercitato con una continuità unica e senza interruzione il ruolo di capitale di una repubblica indipendente dal XIII secolo. (…) Numerosi elementi del centro storico che sono stati conservati oppure che sono stati restaurati, si iscrivono in una lunga tradizione. Gli interventi del XX secolo potrebbero essere qualificati come elementi dannosi all’integrità, ma fanno anche loro parte della storia del bene. L’ubicazione e il quadro della città di San Marino presentano un livello elevato di autenticità. Per quanto riguarda le funzioni e gli usi, esiste una continuità in relazione al ruolo della città storica come capitale del piccolo Stato. I lavori di restauro e di ricostruzione realizzati a cura di Gino Zani possono essere considerati come parte integrante della storia del bene e valutati in quanto applicazione dei principi teorici provenienti dal movimento romantico di restauro. Nel presente caso, l’idea di ‘medioevalizzazione’ del centro storico può essere considerata come un’espressione dell’identità nazionale ricercata attraverso un’immagine idealizzata del centro storico”. Cfr. N. Matteini e A.M. Matteini, La Repubblica di San Marino. Guida storica e artistica della Città e dei Castelli, Rimini, Graph Edizioni, 2001, p. 82. 5 Historic Fortified City of Carcassonne, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/345 (cons. 16/03/2020): “The Committee decided to inscribe this property on the basis of criteria (ii) and (iv), considering that the historic town of Carcassonne is an excellent example of a medieval fortified town whose massive defences were constructed on walls dating from Late Antiquity. It is of exceptional importance by virtue of the restoration work carried out in the second half of the 19th century by Viollet-le-Duc, which had a profound influence on subsequent developments in conservation principles and practice”. Cfr. L. Mazza, Gino Zani: San Marino come Carcassonne, Ananke: Cultura, storia e tecniche della conservazione, 14 (1996), pp. 17–25; F. Bottari, Un medioevo a ‘Perfetta regola d’arte’: a margine dell’iscrizione Unesco e dell’interessante caso Gino Zani, Identità sammarinese: riflessioni sulla libertà e la democrazia fra politica, storia, cultura, 1 (2009), pp. 13–29; E. Tamagnini, L’importanza dell’opera di Zani per il riconoscimento Unesco di San Marino quale patrimonio dell’umanità, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, a cura di L. Morganti, San Marino, Centro sammarinese di studi storici, Università degli studi della Repubblica di San Marino, 2018, pp. 21-24. 6 Cfr. anche i massicci interventi di restauro e trasformazione avvenuti nel XIX secolo nella cattedrale medievale di Roskilde in Danimarca (sito UNESCO dal 1995), che stavolta hanno il valore di provvedere “a clear overview of the development of European religious architecture”. Roskilde Cathedral, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/695 (cons. 16/03/2020). Invece il ruolo del restauro non viene considerato elemento di valutazione per altri celebri monumenti medievali che sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità e che hanno conosciuto modificazioni significative nell’età contemporanea, come la cattedrale di Chartres per opera di Viollet-le-Duc (sito UNESCO dal 1979) e la città di San Gimignano in Toscana (sito UNESCO dal 1990). In altri casi, come quello dello Historic Centre of Český Krumlov nella Repubblica Ceca (sito UNESCO dal 2006), che è stato anch’esso largamente restaurato e in parte ricostruito, si giustifica il rispetto del criterio dell’autenticità con il fatto che “restoration works on the facades of the buildings are carried out in compliance with strict international standards for heritage conservation. Only traditional materials and techniques are used”. Historic Centre of Český Krumlov, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, https://whc.unesco.org/en/list/617 (cons. 16/03/2020). Di un altro sito, quello di Tel, anch’esso nella Repubblica Ceca (sito UNESCO dal 1992), è detto espressamente “The Historic Centre of Tel is of high authenticity because it escaped the mania for over-restoration of the 19th century”. Historic Centre of Tel, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/621 (cons. 16/03/2020): il che è l’opposto del criterio considerato per Carcassonne. 7 È per esempio l’approccio della rivista postmedieval. A journal of medieval cultural studies attiva dal 2010. Per alcune considerazioni, rimando a T. di Carpegna Falconieri, Medievalismi. Il posto dell’Italia, in Medievalismi italiani (secoli XIX-XXI), a cura di T. di Carpegna Falconieri e R. Facchini, Roma, Gangemi, 2018, pp. 9-28: 10-12. Nel febbraio 2020 presso l’Istituto storico italiano per il medio evo è stato fondato “Medievalismo. Centro studi ricerche”: http://www.isime.it/index.php/attivita-scientifica/medievalismo (cons. 16/03/2020). Il 19 giugno 2020 a Bertinoro, nell’ambito del Secondo Convegno della Medievistica Italiana (18-20 giugno 2020) si terrà il panel Il medievalismo tra storia della storiografia, cultural studies e società di massa, organizzato da Francesca Roversi Monaco, con la partecipazione di Alessandro Barbero, di Umberto Longo e di chi scrive. 8 Cfr. l’incipit di G. Zucconi, Gino Zani: La rifabbrica di San Marino 1925–1943, Venezia, Arsenale, 1992, p. 7: “Perché una monografia su San Marino? Perché dedicare tempo e fatica ad un caso che non ha mai goduto di buona fama presso gli studiosi di architettura? Con le sue rocche ricostruite, con le sue mura tirate a lucido e i suoi monumenti privi di patina dell’antico, la città del Titano sembra accontentare solo i palati meno esigenti (…). Nel caso di San Marino, il giudizio ruota ancora attorno al trito e moralistico dualismo falso-autentico”. Vedi anche Id., L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 143-150: 144-145; L. Morganti, Diversamente moderno. Sull’anacronismo di Gino Zani tra continuità e cesure, tra progetto e restauro, ivi, pp. 151-178: 161-166. 9 Gradara è una rocca medievale situata a circa 40 km San Marino, nella regione Marche, in gran parte ricostruita negli anni 1921-1923 dall’ingegner Umberto Zanvettori, la cui ricca collezione di armi antiche si trova oggi a Roma, a Castel Sant’Angelo. Una tradizione romantica vuole che in questa fortezza si sia consumato l’efferato omicidio di Paolo e Francesca cantato da Dante (Inferno, canto V, vv. 82-142). Vedi M.R. Valazzi, La rocca di Gradara, Urbino, Novamusa Montefeltro, 2003; M.C. Pepa, Francesca da Rimini. Mitografia di un personaggio femminile medievale, Studi pesaresi, 5 (2017), pp. 18-34. Il sito ospita dal 2014 il convegno annuale “Il Medioevo fra noi”, organizzato dalle Università di Urbino, Bologna e Roma Sapienza, dal Polo museale delle Marche e dall’Istituto storico italiano per il medioevo; si tratta dell’unico appuntamento fisso in Italia dedicato allo studio del medievalismo. 10 “Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il carattere di ‘storia contemporanea’, perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni”: B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p. 5. 11 F.V. Lombardi, San Marino nell’età medioevale: I rapporti fra il comune e i vescovi di Montefeltro, in Storia e ordinamento della Repubblica di San Marino, San Marino, Cassa rurale depositi e prestiti di Faetano, 1983, pp. 38–61.” 12 A. Garosci, San Marino: Mito e storiografia tra i libertini e il Carducci, Milano, Edizioni di comunità, 1967; G. Spadolini, San Marino: L’idea della repubblica, con documenti inediti dall’archivio di Pasquale Villari, Firenze, Le Monnier, 1989; R. Montuoro, Come se non fosse nel mondo: La Repubblica di San Marino dal mito alla storia, San Marino, Edizioni del Titano, 1992; D. Bagnaresi, Miti e stereotipi: L’immagine di San Marino nelle guide turistiche dall’Ottocento a oggi, San Marino: Centro sammarinese di studi storici, Università degli studi della Repubblica di San Marino, 2009. 13 Garosci, San Marino, pp. 148–149. 14 In particolare San Marino non compare nel celebre scritto di Carlo Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane (1858), Firenze, Vallecchi, 1931. In precedenza, Montesquieu, Hegel e Sismondi non le risparmiano critiche. Vedi Voyages de Montesquieu, publiés par le baron Albert de Montesquieu, Bordeaux, Gounouilhou, 1896, t. II. p. 81 (cfr. Garosci, San Marino, p. 105); G.G.F. Hegel, Scritti politici, a cura di A. Plebe, Bari, Laterza, 1961, p. 140 (cfr. Garosci, San Marino, p. 160 s.). A pesare è soprattutto il giudizio di Sismondi, che viceversa è il principale artefice della mitizzazione dei comuni medievali italiani nell’Ottocento; vedi J.Ch.L. Simonde de Sismondi, Histoire des Républiques italiennes du Moyen Âge (1807-1818), Paris, Furne et C.ie-Treuttel et Wurtz, 1840, vol. VIII, p. 237: “Trois, ou même quatre républiques, en comptant San-Marino, ont continué à repousser de leur sein le pouvoir d’un seul, mais sans garder leur liberté, sans conserver aucune ombre, ni de la souveraineté du peuple, ni de la garantie des droits et de la sûreté des citoyens” (ringrazio Marion Bertholet per avermi segnalato questo passo); Id., Storia della libertà in Italia (1832), vol. II, Milano, Vallardi, 1860, p. 76-77: “Dopo l’assoggettamento di Siena tre sole repubbliche rimaneano in Italia, Lucca, Genova e Venezia, quando non si voglia tener conto anche di San Marino, terra libera, situata sulla vetta d’un monte della Romagna, che infino a’ di nostri si è celata egualmente alle usurpazioni ed alla istoria”. 15 J. Addison, Remarks on Several Parts of Italy, &c. in the Years 1701, 1702, 1703, London, printed for Jacob Tonson, within Grays-Inn Gate next Grays-Inn Lane, 1705; M. Delfico, Memorie storiche della Repubblica di San Marino (1804), Napoli, G. Nobile, 1864, rist. anast. Bologna, Atesa, 1981; G. Carducci, La libertà perpetua di San Marino: Discorso al Senato e al popolo tenuto il 30 settembre 1894, Bologna, Zanichelli, 1947. Su questi tre autori si vedano Garosci, San Marino, rispettivamente pp. 93–106, 165–226 e 355–374; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 41 ss., 152–154. Su Melchiorre Delfico vedi oggi soprattutto G. Allegretti, Melchiorre Delfico e San Marino. Dal ripudio della storia a una storia appassionata, in M. Delfico, Lettere a Giuseppe Mercuri, a cura di G. Allegretti, C. Malpeli, V: Tabarini, San Marino, Centro sammarinese di studi storici, in corso di stampa. 16 T. di Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo: due mitomotori per costruire la storia della nazione e delle ‘piccole patrie’ tra Risorgimento e Fascismo, in Storia e piccole patrie: Riflessioni sulla storia locale, a cura di R.P. Uguccioni, Pesaro-Ancona, il lavoro editoriale, 2017, pp. 78–101. Specifici studi recenti sulle mitografie cittadine costruite o rinverdite nell’Ottocento: F. Roversi Monaco, Il comune di Bologna e re Enzo: costruzione di un mito debole, Bologna, Bononia University Press, 2012); Ead., “‘Il gran fatto che dovrà commemorarsi’: L’Alma Mater Studiorum e l’Ottavo Centenario della sua fondazione. Medioevo, memoria e identità a Bologna dopo l’Unità d’Italia”, in Medievalismi italiani, pp. 149-162; P. Grillo, Legnano 1176. Una battaglia per la libertà, Roma-Bari, Laterza, 2010; F. Pirani, Le repubbliche marinare: archeologia di un’idea, in Medievalismi italiani, pp. 131-148; Su Assisi: T. di Carpegna Falconieri, L.E. Yawn, Forging Medieval Identities: Fortini’s Calendimaggio and Pasolini’s Trilogy of Life, in The Middle Ages in the Modern World: Twenty-First–Century Perspectives, ed. B. Bildhauer and C. Jones, Oxford, Oxford University Press, 2017, pp. 186-215. Riferimenti a San Marino in I. Porciani, L’invenzione del medioevo, in Arti e storia nel medioevo. Vol. IV. Il medioevo al passato e al presente, a cura di E. Castelnuovo e G. Sergi, Torino Einaudi, 2004, pp. 253-279: 278; M. Moretti-I. Porciani, Italy’s Various Middle Ages, in The Uses of the Middle Ages in Modern European States: History, Nationhood and the Search for Origins, ed. R.J. W. Evans and G.P. Marchal, New York, Palgrave Macmillan, 2011, pp. 177-196: 193; Carpegna Falconieri, Medioevo militante, p. 107; Id., ‘Medieval’ Identities in Italy: National, Regional, Local, in Manufacturing Middle Ages: Entangled History of Medievalism in Nineteenth-Century Europe, ed. P. Geary and G. Klaniczay, Amsterdam, Brill, 2013, pp. 319–345: 343. 17 Garosci, San Marino, p. 12, con riferimento specifico alle interpretazioni di Delfico e Carducci. 18 Delfico, Memorie storiche, p. 41; cfr. Carducci, La libertà perpetua, p. 12: “La plebe mariniana, pur avanti che spuntasse il verde dei comuni italiani, già era matura nella libertà”; ivi, p. 7: “Quando il secolo decimosecondo viene a spazzare via dagli annali italiani la caligine barbarica, prima tra le repubbliche, su l’alto Titano e le sette circostanti colline, scorgesi, diritta ferma ed intera, la forza e la libertà di San Marino”. 19 Delfico, Memorie storiche, p. 27; cfr. Carducci, La libertà perpetua, p. 13: “Qui la repubblica evitò signoria (attraverso la trasformazione dei due consoli nei capitani reggenti) (…). E qui nessuno accennò mai di levarsi tiranno”. È noto peraltro che a San Marino (come a Lucca, Genova e Venezia), in età bassomedievale e moderna il governo si trasformò in senso oligarchico, da cui il giudizio negativo di Sismondi citato in nota 14. Sul tema del passaggio dalle istituzioni comunali a quelle signorili: A. Zorzi, Le signorie cittadine in Italia, secoli XIV-XV, Milano, B. Mondadori, 2010; Id., Tiranni e tirannide nel Trecento italiano, Roma, Viella, 2013. 20 G. Zucconi, L’invenzione del passato. Camillo Boito e l’architettura neomedievale 1855-1890, Venezia, Marsilio, 1997; Alfredo d’Andrade: tutela e restauro. Torino, Palazzo Reale, Palazzo Madama, 27 giugno-27 settembre 1981, a cura di M.G. Cerri, D. Biancolini Fea, L. Pittarello, Firenze, Vallecchi, 1981; Alfonso Rubbiani e la cultura del restauro nel suo tempo (1880–1915): Atti delle giornate di studio su Alfonso Rubbiani e la cultura del restauro del suo tempo (1881–1915), Bologna, 12–14 novembre 1981, a cura di L. Bertelli e O. Mazzei, Milano, Franco Angeli, 1986; Luca Beltrami architetto: Milano tra Ottocento e Novecento, a cura di L. Baldrighi, Milano Electa, 1997; più in generale: Arti e storia nel medioevo. Vol. IV. Il medioevo al passato e al presente; Medioevo fantastico. L’invenzione di uno stile nell’architettura tra fine ‘800 e inizio ‘900, a cura di A. Chavarría e G. Zucconi, Firenze, all’Insegna del Giglio, 2016. Accadde non di rado, allora, che per conferire una patina medievale si andasse distruggendo ciò che di medievale vi era davvero; come accadde alle mura urbiche di Bologna. 21 Si vedano soprattutto D. Ghilardo, Building New Communities: New Deal America and Fascist Italy, Princeton, Princeton University Press,1989; L. Di Nuccio, Fascismo e spazio urbano. Le città storiche dell’Umbria, Bologna, il Mulino, 1992; S. Cavazza, Piccole patrie. Feste popolari tra regione e nazione durante il Fascismo, Bologna, il Mulino, 20032; D.M. Lasansky, The Renaissance Perfected: Architecture, Spectacle, and Tourism in Fascist Italy, University Park, Pennsylvania State University Press, 2004; Ead., Urban Editing, Historic Preservation, and Political Rhetoric: The Fascist Redesign of San Gimignano, Journal of the Society of Architectural Historians, 63, n. 3 (2004), pp. 320–353; Carpegna Falconieri-Yawn, Forging Medieval Identities; Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo, pp. 86 ss. 22 Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo. 23 Zucconi, Gino Zani, p. 8. Vedi anche Garosci, San Marino, p. 348, che cita Tullio Massarani, Diporti e Veglie, Milano, U. Hoepli, 1897, p. 491, per il quale l’architetto Francesco Azzurri fu “appassionatamente devoto all’assunto di tradurre in un poema di pietra quest’altro secolare poema d’una pacifica comunanza”. 24 Vedi per esempio O. Brizi, Quadro istorico della Serenissima Repubblica di San Marino, Firenze, Stabilimento artistico Fabris, 1842, p. 44 (cfr. Garosci, San Marino, p. 246): “Questa piccola città si compone di diversi borghi quasi tutti scoscesi e mal lastricati e di varie piazzette fiancheggiate da qualche palazzo ma in generale da case che poco promettono all’esterno, ma che nell’interno sono montate anzichenò con gusto”. Vedi anche Garosci per altri commenti di E. About, Rome contemporaine, Paris, M. Lévy frères et C.ie, 1861: borgo “mal bâti, mal pavé et mal tenu”; vedi infine C. Ricci, San Marino e San Leo, Nuova Antologia, 122 (serie 3, 38), 1893, pp. 242-257: 256: “Sulle tre penne del Titano sorgono fosche torri. La capitale della vetusta repubblica si stende nella pendenza del monte, a ponente. Tutto è silenzioso in quel nido d’aquila, tutto chiuso, tutto deserto nelle vie”. I testi di questo articolo furono riprodotti insieme a suggestive fotografie in Il Montefeltro: trentadue tavole fotografiche di Alessandro Cassarini illustrate da Corrado Ricci, Bologna, Stab. Tip. Zamorani e Albertazzi, 1894. Sulla posizione isolata e di malagevole accesso di San Marino e sul superamento di questa condizione vedi Bagnaresi, Miti e stereotipi, spec. pp. 131-151. 25 Su di esso: Repubblica di S. Marino: inaugurazione del nuovo palazzo del Consiglio Principe Sovrano, 30 settembre 1894: numero unico, Roma, E. Perino, 1894; O. Fattori, Il nuovo palazzo governativo della Repubblica di San Marino, Bologna, Zanichelli, 1894; Garosci, San Marino, pp. 348-351; Zucconi, Gino Zani, p. 8; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 91–92, 151 ss.; L.M. Morganti, Il patrimonio dello Stato: l’architettura storica della Repubblica di San Marino, San Marino, AIEP, 2001, ad indicem; sul web è utile il testo di F. Michelotti, Storia palazzo pubblico, www.consigliograndeegenerale.sm/on-line/home/listituzione/palazzo-pubblico/storia.html (cons. 17/03/2020). Infine e soprattutto si veda Un palazzo medievale dell’Ottocento. Architettura, arte e letteratura nel palazzo pubblico di San Marino, a cura di G. Zucconi, Milano, Jaca Book, 1995. 26 Zucconi, Gino Zani, p. 8; Michelotti, Storia palazzo pubblico. Sull’architetto, celebrato in un busto all’ingresso del palazzo pubblico datato al 1903: M. Talamona, Francesco Azzurri architetto romano, in Un palazzo medievale, pp. 35–58. Azzurri fu due volte presidente dell’Accademia di San Luca, nel 1880–1882 e nel 1893–1895 esercitando i suoi mandati prima e dopo la costruzione del palazzo sammarinese; “Presidenti dell’Accademia di San Luca”, Accademia Nazionale di San Luca, http://www.accademiasanluca.eu/docs/accademici/elenco_2015/presidenti_san.luca.pdf, cons 20/03/2020. In Repubblica, egli disegnò anche la torre campanaria di Borgo Maggiore (1896). A Roma, progettò numerosi edifici, tra cui l’ospedale di S. Maria della Pietà; mi piace ricordarlo anche come l’autore del basamento su cui poggia la statua di Cola di Rienzo sotto il Campidoglio realizzata da Girolamo Masini. 27 Repubblica di San Marino, Archivio di Stato (=AS RSM), Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), busta 56, spec. i fascicoli 2 (disegni), 3 (bozzetti, corrispondenza varia) e 4 (145 lettere di Pietro Tonnini a Francesco Azzurri dal 1881 al 1894, corrispondenza varia dal 1886 al 1895, comprese alcune lettere di Carlo Malagola). Dalle lettere si evince il ruolo di Tonnini, che diresse i lavori e condivise con Azzurri – che stava a Roma dove era console generale della Repubblica – proposte architettoniche e problemi tecnici. Fra le molte lettere si possono segnalare a titolo di esempio quelle in cui si parla di Malagola (per es. lettera del 26 ottobre 1886), di Noël de Vergers (2 agosto 1892, 7 agosto 1894), dei disegni del banco dei capitani reggenti (31 gennaio 1891). In Archivio di Stato si conserva anche una serie di 13 tavole ritrovata nel 2008, contenenente alcuni disegni progettuali di Francesco Azzurri per il palazzo pubblico. 28 Zucconi, Gino Zani, p. 8. 29 Secondo Garosci, San Marino, p. 358, il palazzo pubblico “arieggia” quello della Signoria. Secondo Tullio Massarani (cit. da Garosci, San Marino, p. 349), invece, l’edificio “fa subito pensare, ragion tenuta delle dimensioni, a quel palazzo del Podestà, detto oggi del Bargello, in Firenze”. Pietro Tonnini accenna a modelli casentinesi medievali per la decorazione del palazzo in AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, busta 56, fasc. 4, lettera del 22 settembre 1893. 30 Cfr. Garosci, San Marino, p. 350. 31 Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 85 ss. 32 C. Malagola, L’Archivio governativo della Repubblica di San Marino riordinato e descritto: Aggiunti gli statuti sammarinesi dal 1295 alla meta del secolo XIV, Bologna, Fava e Garagnani, 1891; ed. anast. San Marino, Biblioteca di San Marino, 1981. 33 Secondo l’art. 3 della la Legge 26 settembre 1980, n. 75, Adeguamento continuo nell’ordinamento topografico ed ecografico, le Giunte di Castello (cioè gli equivalenti delle giunte comunali italiane) hanno competenza in materia toponomastica e devono ottenere il parere positivo dell’Archivio di Stato. L’Ordinamento stradale approvato dal consiglio grande e generale con la legge 74 (sic) del 26 settembre 1980, pp. 58-59, prevede che l’odonomastica sammarinese sia suddivisa in gruppi distinti,diversi dei quali rimandano a documenti medievali dell’Archivio di Stato; in particolare i gruppi 7 (nomi desunti dal Placito feretrano); 8 (dal doc. del 3 luglio 1296, l’inquisitio di Raniero abate di S. Anastasio sul significato della libertà), 9 (dal doc. del 10 febbraio 1320 con cui gli uomini di Busignano diventano abitanti sammarinesi), 11 (dal doc. del 28 dicembre 1375, acquisto di Pietracuta), 12 (dal terzo statuto, del 1353). Altri personaggi medievali legati alla storia di San Marino sono contemplati nei gruppi 27, 28 e 30 del medesimo Ordinamento stradale. 34 Carducci, La libertà perpetua; Repubblica di S. Marino: Inaugurazione del nuovo palazzo; Fattori, Il nuovo palazzo; AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, b. 56, fasc. 5: Libro d’Oro per l’inaugurazione del nuovo palazzo pubblico. Si vedano Garosci, San Marino, pp. 327-375; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 151–154. Pietro Tonnini era morto il 24 agosto precedente e non poté assistere all’inaugurazione dell’edificio. 35 R. Bonelli, Gli istituti fondamentali della costituzione sammarinese e la loro evoluzione – dall’arengo al referendum, in Storia e ordinamento della Repubblica di San Marino, pp. 164–175; Id., Gli organi dei poteri pubblici nell’ordinamento della Repubblica di S. Marino, San Marino, A.T.E., 1984, pp. 19 ss.; G.B. Reffi, Pietro Franciosi e il movimento pro Arengo, in La tradizione politica di San Marino. Dalle origini dell’indipendenza al pensiero politico di Pietro Franciosi, a cura di E. Righi Iwanejko, Ancona, il lavoro editoriale, 1988, pp. 473–485. 36 Legge 16 marzo 1925, n. 10. Prima di allora portavano il nome di Castello (e assumenva il nome di capitano di Castello il loro governatore) solamente Montegiardino, Faetano e Serravalle, cioè gli abitati annessi nel 1463 in seguito alla guerra contro i Malatesta, mentre un quarto abitato, Fiorentino, era stato decastellato subito dopo l’annessione. I nomi attuali dei Castelli sono stabiliti dalla Legge 30 novembre 1979, n. 75, Riforma delle Giunte di Castello, con cui i distretti vengono ridotti a nove tramite l’accorpamento di Montale e Fratta in “Città”. 37 Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo, pp. 91–92, 100. 38 La bibliografia sugli intrecciati rapporti fra medievalismo e fascismo italiano è abbastanza nutrita; si vedano per essa i recenti saggi di Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo e D. Iacono, Condottieri in camicia nera. L’uso dei capitani di ventura nell’immaginario medievale fascista, in Medievalismi italiani, pp. 53-66. Diversi interventi su questo tema, riguardanti varie nazioni, sono stati presentati in occasione del convegno internazionale The Middle Ages in the Modern World, Rome, 21-24 Novembre 2018 (interventi di D. Iacono, P.A. Martins, A. Tomedi: vedi il programma su https://themamo.org/mamo2018-rome/, cons. 16/03/2020). Presso l’Istituto storico germanico di Roma è previsto per i giorni 7-8 giugno 2021 lo svolgimento del convegno internazionale Il medioevo e l’Italia fascista: al di là della romanità. Sul fascismo sammarinese in particolare, che ebbe praticamente la stessa durata (1923-1943) di quello italiano: A.L. Carlotti, Storia del partito fascista sammarinese, Milano, Celuc, 1973; di converso, la bibliografia sul medievalismo sammarinese di età fascista è interamente contenuta in quella su Gino Zani, per la quale vedi infra. 39 L’architettura di Gino Zani per la ricostruzione di Reggio Calabria, 1909-1935, a cura di M. Lo Curzio, Reggio Calabria-Roma, Gangemi, 1986; L. Rossi, Gino Zani, ingegnere 1882-1964, Repubblica di San Marino, SUMS-Busto Arsizio, Nomos, 2015 (illustrato e con un’appendice documentaria), e oggi Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi nel 2014 per commemorare i cinquant’anni dalla sua morte. Il volume è stato presentato da Tullia Iori e da chi scrive il 7 febbraio 2019 presso il Dipartimento di Storia dell’Università di San Marino. Come sito di riferimento si segnala: Istituto ingegnere Gino Zani, https://www.ginozani.org/, cons. 18/03/2020. 40 Rossi, Gino Zani, ingegnere, pp. 28-31; L. Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino e la figura di Zani dai primi anni del XX secolo sino all’assunzione di incarichi per gli Istituti culturali, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 41-85: 63; Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, p. 144; Morganti, Diversamente moderno, pp. 154-156, 182-184. 41 Su cui si veda T. Iori, Il cemento armato in Italia: dalle origini alla seconda guerra mondiale, Roma, Edilstampa, 2001. 42 Sulle posizioni di Gino Zani, che ebbe la tendenza a non accettare incarichi politici e che tuttavia non mi paiono ancora del tutto chiarite: Rossi, Gino Zani, ingegnere, pp. 106-110; G. Zani, “Gino”, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 35-40: 38-39; Rossi, Il contesto storico-politico, spec. pp. 61-66 e 71-73, da confrontare con M. Lo Curzio, L’opera di Gino Zani a Reggio Calabria, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 87-122: 91, 113. 43 Ivi, pp. 103-104. È stato osservato come il percorso seguito da Gino Zani sia inverso rispetto al solito: egli passò infatti dall’art nouveau (nella sua declinazione liberty tipicamente italiana) al neomedievalismo, anziché il contrario, come accadeva di solito: Morganti, Diversamente moderno, p. 170. 44 Zucconi, Gino Zani, p. 26; Tamagnini, L’importanza dell’opera di Gino Zani, p. 21; A. Galassi, Gino Zani e l’identità della Città-Stato, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 25-28: 27; Rossi, Il contesto storico-politico, p. 55; Lo Curzio, L’opera di Gino Zani a Reggio Calabria, p. 91; G. Rossini, Gino Zani. La trasformazione della città dal 1927 al 1963, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 131-142: 141; Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, pp. 145-149; Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 237-238. La Legge cui faccio riferimento è la 1089 del 1° giugno 1939. 45 Ricci, San Marino e San Leo, pp. 242–257; Id., Il Montefeltro: Trentadue tavole; Id., La Repubblica di San Marino, Bergamo, Istituto d’arti grafiche, 1903; Id., Nostalgie feltresche, in Id., Figure e fantasmi, Milano, Hoepli, 1931, pp. 327–352. Sul suo legame con San Marino: Garosci, San Marino, pp. 343–348. 46 Zucconi, Gino Zani, p. 26. 47 G. Zani, Le fortificazioni del monte Titano. Con prefazione di Corrado Ricci, Napoli, Istituto arti grafiche G. Rispoli, 1933 (edizione anastatica con una introduzione di G. Zucconi: San Marino, Banca agricola commerciale della Repubblica di San Marino, 1997). 48 G. Zani, Il territorio di San Marino attraverso i secoli, Faenza, F.lli Lega, 1963, p. 155. 49 Zucconi, Gino Zani, p. 26. 50 Zucconi, Gino Zani, p. 237. Vedi anche Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino, p. 59, e Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, p. 237. 51 Zucconi, Gino Zani, pp. 33, 39. Vedi in proposito Le fortificazioni del monte Titano, passim; Id., Il territorio di San Marino, p. 152: “Nel secolo decimoquarto il castello di San Marino raggiunse la sua maggiore efficienza, ed i suoi abitanti seppero acquistarsi la stima e il rispetto dei paesi circostanti”. P. 154: “Da quanto ho fin qui esposto, nessuno potrà dubitare che il periodo aureo per le mura castellane del Monte Titano sia rappresentato dal secolo XIV, l’unico secolo durante il quale il Comune abbia avuto un completo ed organico sistema di fortificazioni, conforme alle necessità del tempo”. 52 Sulla fortezza di San Leo vedi oggi D. Sacco, A. Tosarelli, La Fortezza di Montefeltro. San Leo: processi di trasformazione, archeologia dell’architettura e restauri storici, Firenze, all’Insegna del Giglio, 2016. 53 Gino Zani, pp. 46–47. 54 G. Zani, I restauri della porta di San Francesco, Libertas perpetua, IV, n. 2 (1936), pp. 1-14 dell’estratto. 55 Una cronologia delle opere di Zani si trova in Zucconi, Gino Zani, pp. 90–91. Vedi anche Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 236-258 e, per i lavori condotti negli altri Castelli della Repubblica, ivi, pp. 301-304. 56 Rossini, Gino Zani. La trasformazione della città dal 1927 al 1963, p. 136; Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 275-276. 57 Su Zani come storico: Rossi, Il contesto storico-politico, pp. 78 ss. 58 Morganti, Diversamente moderno, p. 161. 59 Questa era stata, in particolare, la proposta dell’architetto Vincenzo Moraldi, per la quale si veda Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, ad indicem. 60 Rossi, Il contesto storico-politico, pp. 58-59; Bagnaresi, Miti e stereotipi. 61 Morganti, Diversamente moderno, p. 171. Anche in Italia le élites locali e fasciste che negli anni Trenta ricrearono le feste medieval-rinascimentali appartenevano in larga misura ai vecchi ceti dei possidenti agrari, tradizionalisti e non industriali: Cavazza, Piccole patrie, p. 205. 62 Ivi. 63 Ivi, passim; Carpegna Falconieri, Medioevo militante, pp. 106-120; Id., Roma antica e il Medioevo; A. Bernard, La Casa di Giulietta di Antonio Avena. Quando l’architettura diventa ‘coup de théâtre’, in Medioevo fantastico. L’invenzione di uno stile nell’architettura tra fine ‘800 e inizio ‘900, pp. 74-85. Gli esempi potrebbero continuare: tra questi ricordiamo almeno Gubbio, Spoleto, Perugia, Todi e Ravenna. 64 Zucconi, Gino Zani, p. 39. Lo stesso autore, nella sua recente messa a punto L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, pp. 143 ss., sottolinea quanto il caso sammarinese non sia eccezionale. 65 Morganti, Diversamente moderno, p. 173. 66 Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, ad indicem. 67 Zucconi, Gino Zani, p. 23 (pp. 19-26 sull’intero periodo fascista). Sulle guide turistiche del periodo: Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 105-110, 163-168. 68 Zucconi, Gino Zani, p. 23. 69 Su di lui: La figura di Pietro Fedele intellettuale, storico, politico, a cura di C. Crova, Roma, Istituto storico italiano per il medio evo, 2016. 70 Zucconi, Gino Zani, p. 7, che cita lo stesso Gino Zani. 71 Ivi, pp. 8-9. 72 Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, p. 148. 73 Morganti, Diversamente moderno, pp. 161 ss. 74 G. Zani, La chiesa vecchia di San Marino, San Marino, Arti grafiche F. Della Balda, 1935, p. 11; cfr. Zucconi, Gino Zani, p. 14; Morganti, Diversamente moderno, p. 158. 75 Zucconi, Gino Zani, pp. 77–78; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 247–248. Nel 1950 Gino Zani divenne direttore degli istituti culturali della Repubblica di San Marino, incarico che ricoprì fino alla morte. Sulle sue attività in questa funzione: Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino, p. 77-85. 76 Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 183–244, sulla Immagine di San Marino nell’editoria turistica dal dopoguerra a oggi; in particolare pp. 204-214 per il rapporto fra identità, riappropriazione del passato e rievocazione folkloristica (soprattutto in relazione al Corpo dei Balestrieri e ai musei delle armi). Già nel 1949, San Marino entrava nel mondo dello spettacolo di finzione con il film Prince of Foxes, interpretato da Tyrone Power, Orson Welles e Wanda Hendrix (cfr. Morganti, Diversamente moderno, pp. 255-256).

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L’Abbazia di Montelabate, meraviglia dell’Umbria

Una panoramica dell’abbazia di Montelabate, immersa tra le verdi colline umbre

La storia del monastero benedettino di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano detta di Montelabate, inizia intorno al IX secolo.

Una bolla pontifica del 969 di papa Giovanni XIII dà ordine all’Abate Pietro di ristrutturare il monastero, situato in un punto strategico tra le città di Perugia e Gubbio, per farvi crescere un nuovo cenacolo benedettino secondo la “Regula monachorum o Sancta Regula”.

I secoli XI-XII costituiscono la fase di espansione massima della proprietà fondiaria e di affermazione della posizione egemonica del monastero su un vasto territorio: ad ovest il lago Trasimeno, a sud la città di Perugia, a est verso la diocesi di Gubbio e a nord, fino all’attuale Umbertide.

La cripta è la parte più antica dell’attuale struttura abbaziale e risale probabilmente alla prima metà dell’XI secolo. Il chiostro si compone di due livelli. Il primo, come scritto in uno dei capitelli, fu terminato sotto l’abate Oratore (1205-1222), mentre il secondo fu aggiunto negli ultimi decenni del XIII secolo. La sala del Capitolo era il luogo in cui i monaci si riunivano per dirimere le questioni importanti riguardanti la vita abbaziale. L’ambiente preserva ancora affreschi di rilievo attribuiti al pittore denominato “Maestro di Montelabate”, protagonista della pittura perugina di fine Duecento.

Tra la seconda metà del ‘200 e gli inizi del ‘300 fu costruita l’attuale chiesa, più grande e in posizione sopraelevata rispetto alla precedente. A navata unica, divisa in tre campate e con abside poligonale, ricalca il modello della Basilica Superiore di Assisi.

Il portale e il rosone sulla facciata sono attribuiti alla bottega del “Maestro ricamatore”, così chiamato per la sua spiccata propensione alla ricchezza decorativa, che operò al portale della basilica inferiore di Assisi. Fin dal ‘300 la chiesa ospitò importanti dipinti di Meo da Siena e dei suoi seguaci, oggi conservati alla Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel tardo Quattrocento, l’abbazia subisce un nuovo restauro, di cui sono testimonianza gli affreschi di Fiorenzo di Lorenzo e Bartolomeno Caporali.

Gli anni 1859-1860, con l’allontanamento dell’ultimo abate Alberico Amatori, determinano la chiusura definitiva del monastero. Il ricco archivio viene così archivio accolto nei depositi della Biblioteca Augusta di Perugia e le opere d’arte trovano posto nella Galleria nazionale dell’Umbria.

Archi e colonne del chiostro dell’abbazia di Montelabate

Con l’unità d’Italia poi, il complesso diventò proprietà dello stato, per poi passare a diversi privati.

Fino al 1956, anno in cui la Fondazione Gaslini di Genova (ancora oggi proprietaria) acquistò l’intero possedimento esteso per 1824 ettari.

Recita lo statuto: “Scopo della Fondazione è quello di devolvere le proprie rendite e, occorrendo, i propri beni alla cura, difesa ed assistenza dell’infanzia, della fanciullezza ed in particolar modo al potenziamento dell’Istituto Giannina Gaslini”.

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In viaggio con Alberto di Stade

«Fratello Tirri, voglio andare a Roma, descrivimi il percorso che devo seguire».

«Buon fratello Firri, da dove vuoi passare?» chiede Tirri.

Risponde Firri: «Attraverso la valle Mauriana».

Di nuovo Tirri: «Nominerò i luoghi e aggiungerò le distanze. Qui avrai due possibilità per attraversare gli appennini: o da Bagno di Romagna, o da Acquapendente. Ma ritengo sia migliore la strada da Bagno di Romagna». A questo punto il monaco non solo indica la strada, ma fornisce anche le distanze (espresse in miglia o leghe, equivalenti a due chilometri): «Da Bologna a Castel San Pietro ci sono 13 miglia, 7 a Imola, 10 a Faenza, 19 a Forlì, 2 a San Martino in Strada, 4 a Meldola, 10 a Civitella, 15 a Bagno di Romagna. Per attraversare l’Alpe di Serra ci sono 15 miglia fino a Campi, 8 fino a Subbiano, 6 fino ad Arezzo, 8 a Castiglion Fiorentino, 8 a Ossaia, 16 a Castiglion del Lago, 10 a Sarminia (per Stopani si tratterebbe di Moiano, sede di un monastero benedettino e di una chiesa dedicata a San Iacopo, altri visto che le distanze non coincidono suggeriscono la rocca di Carnaiola), 6 a Orvieto, 12 a Montefiascone, 8 a Viterbo, 16 a Sutri, 16 a Castel San Pietro, 8 a Roma».

Il buon monaco aggiunge anche che «se il Papa per caso fosse a Perugia, o ad Assisi, o a Terni, o in quelle zone, da Ossaia vai per 4 miglia fino a Gunfin e così per altre 4 miglia fino ad avere il lago di Perugia alla tua destra, ma la strada descritta da Ursage fino a Castello a sinistra. Quello è il tracciato romano per la valle Mauriana».

Alberto di Stade (foto tratta da www.viaromeagermanica.com)

Questo brano illustra un’antica via di pellegrinaggio, Romea di Stade o Germanica appunto, che collega il nord Europa con Roma e fu scoperto per caso tra le pagine degli Annales Stadenses nella biblioteca Herzog August di Wolfenbuttel nel XIX secolo. Una cronaca compilata dal monaco benedettino (e poi frate francescano) Alberto di Stade tra il 1240 e il 1256. Nel dialogo tra i due religiosi viene esposto il percorso per raggiungere Roma (e tornare indietro) con una ricca descrizione di luoghi, usanze e costumi, tappe, distanze, curiosità e anche consigli su come muoversi scegliendo i percorsi in base a «societas, et rerum eventus et temporum», cioè compagnia dei pellegrini, situazione politica e stagione dell’anno.

Il Passo di Serra e il conseguente percorso per la valle del Bidente e fino alla Valdichiana seguono un antico tracciato appenninico già utilizzato in epoca preistorica, al pari del Brennero (la Melior Via per Alberto di Stade) per le Alpi, perché consente di passare da una valle all’altra senza particolari dislivelli. Non per nulla il Passo di Serra fu scelto dagli Ottoni e dagli Svevi nelle loro discese in Italia (il percorso segue i confini di città fedeli all’imperatore e feudi di diritto imperiale). Anche Matteo Paris nel suo Iter de Londinio in Terram Sanctam (nel quale è inserita anche una mappa di pergamena a colori con tutto il percorso) indica come praticabile il tracciato lungo la via Emilia fino a Forlì e poi l’ascesa verso l’Appennino e la discesa verso Arezzo: «Alpes bolon. Florence. Aresce. Peruse. Asise. Fulins. Spoletum. Rieta».

Torniamo ai due monaci Firri e Tirri e al buon Alberto di Stade. Quello che racconta, per bocca dei due personaggi di fantasia, è il suo viaggio a piedi, con piccole imbarcazioni, a dorso d’asino, quello che compie realmente, fino a Roma, per presentarsi davanti al Papa e chiedere di poter riformare la comunità di cui è abate secondo i dettami cistercensi, per combattere il lassismo e la ricchezza che allontanano dalla contemplazione e da Dio. Alberto ottiene il permesso dal Pontefice, ma quando torna a Stade i monaci si ribellano; lui si dimette ed entra nell’ordine dei Minori. Inizia a scrivere e ci lascia il resoconto di quel viaggio, come se fosse un antesignano di Jack Kerouac o Bruce Chatwin: Austria, Baviera, Turingia, Sassonia Anhalt e Bassa Sassonia, Bolzano, Trento, la Valsugana, Padova, Ferrara, Ravenna, Forlì, Meldola, Bagno di Romagna, l’Alpe di Serra, Campi di Bibbiena, Subbiano, Arezzo, Ossaia, Castiglion del Lago, Orvieto, Montefiascone e Roma (il percorso è raccontato anche all’inverso, per un totale di 3.500 chilometri e sei mesi di viaggio). È il cammino di Alberto, la Romea di Stade o Romea Germanica.

Una veduta della città di Stade

La Romea Germanica entra in Umbria attraverso la striscia di territorio racchiusa tra il corso del Chiani e il lago Trasimeno, lungo la strada che da Cortona, passando per Ossaia (Ursage, toponimo che richiama la strage dei romani da parte di Annibale) e le pendici di Castiglione del Lago, l’antica Castellum Leonis sorta in una posizione strategica e contesa da Etruschi e Romani prima, e in epoca medievale da Perugia, Arezzo e Siena, assurta al rango di marchesato nel XVI secolo con i Della Corgna. Il pellegrino prosegue, quindi, per Pozzuolo Umbro, un borgo fortificato di origine altomedievale a presidio del passo che evitava le zone di palude, costeggia Villastrada (un nome che rimanda ad un insediamento sorto vicino ad una “strata”). Sfruttando un antico tracciato etrusco giunge a Paciano, una cittadina medievale fondata nel XIV secolo e arroccata sul monte Petralvella, poco distante dall’ormai diroccata Torre di Orlando (uno dei tanti toponimo del “grand tour” del paladino in Umbria), già nominata in un documento di Berengario I nel 917. Uscendo da Porta Fiorentina ci si dirige verso Città della Pieve le cui origini sono molto remote, anche se viene nominata intorno all’anno Mille come Castrum Plebis S. Gervasi. La città sorge su un’altura che domina l’intera Valdichiana e il Trasimeno e spicca sul paesaggio per il rosso del laterizio con il quale è costruita. È la città natale di Pietro Vannucci, il Perugino, maestro di Raffaello.

Il pellegrino uscito da Città della Pieve si dirige verso Orvieto, passando ai piedi del castello di Salci, costruito nel XIV secolo dal condottiero Vanni Bandini e inerpicandosi verso Fabro con la sua rocca dell’XI secolo posta a guardia del passaggio sul fiume Paglia, poi Monteleone d’Orvieto e Parrano, borghi fortificati che sorgono lungo l’asse viario della Cassia (oggi A1) e della Romea (Statale 71) con funzione di avvistamento. Nella zona sorge la Badia di San Nicola, fondata nel 1007 e riformata da san Romualdo. Vi vestì l’abito Magister Gratiano, giurista e fondatore del diritto canonico, ricordato da Dante Alighieri insieme con san Tommaso d’Aquino, Pietro Lombardo e sant’Alberto magno. Il pellegrino cammina all’ombra della rocca di Carnaiola (individuata da alcuni storici come la Sarminiam nel testo di Alberto di Stade e chiamata Sarmugnano o Sermugnano nel Catasto Orvietano del 1292) costruita nel 1055 e luogo di nascita della beata Giovanna da Orvieto, terziaria domenicana del XIII secolo. Un atto giudiziario del Comune di Orvieto ricorda che proprio sulla strada per Sarmugnano «Cola di Guatiero, Ciolo […] e Giovanni di Amata Angeli di Ficulle contro i quali è questo processo per inquisizione […] poiché contro il nostro mandato andarono con le armi per la strada che va a Sarmugnano e su questa strada ferirono dei romei».

Agro Perugino di Ignazio Danti

Poco distante c’è Ficulle, centro prima etrusco e poi romano, posto a guardia della via Traianea. Le mura medievali e il castello della Sala testimoniano l’importanza del castello per il Comune di Orvieto negli anni di lotte con Comuni vicini. Lasciata Ficulle si arriva ad Allerona, castello medievale posto a baluardo contro la non troppo lontana Chiusi. E la via Romea si avvia, così, agli ultimi chilometri in territorio umbro, giungendo proprio ai piedi dell’imponente Orvieto e ai mosaici del duomo che splendono nel sole.

L’antica Via Romea Germanica è anche disseminata da hospitales, domus leprosorum, tabernae ed hosteriae ad uso dei pellegrini. Questi luoghi hanno lasciato tracce anche nella toponomastica locale. A Città della Pieve erano presenti l’Hospitalis Novum di Santa Maria dei Bianchi, costruito sul finire del XIII, e quello di San Giacomo de Porta Vecciani costruito dal beato Giacomo da Città della Pieve nella seconda metà del ‘200, diverse tabernae e una domus leprosorum a circa due chilometri a sud dalla città, in località Lazzaretto dove si trova la chiesa della Madonna della Sanità. Appena usciti dal borgo di Sarminian si incontrava il pineti hospitalis, testimoniato dal Catasto Orvietano del 1292 mentre vicino al Ponte di Carnaiola si trova il vocabolo San Lazzaro, sito di un antico ospedale per infermi, ricordato in un documento del 1244 come «hospitalis leprosorum de vallis Ficullis».

Nella storia delle vie francigene, francesce o romee si intersecano anche leggende e racconti, come il viaggio del cancelliere di Federico il Barbarossa e vescovo di Colonia Rinaldo di Dassel. Gli storici discutono ancora sul percorso compiuto dal vescovo con le reliquie dei magi trafugate da Milano l’11 giugno del 1164. Un viaggio non proprio trionfale, ma quasi segreto, tanto che alcune fonti testimoniano che avrebbe trasportato le reliquie di nascosto, «clam auferens e magno labore et periculo». Tre erano le strade possibili: per il Gran San Bernardo fino a Magonza oppure le due varianti segnalate da Alberto di Stade, la prima per il Gottardo e per la via fluviale del Reno, la seconda per il Moncenisio. Un documento riporta la notizia secondo la quale Rinaldo abbia presieduto un concilio dei vescovi borgognoni a giugno per sostenere come papa legittimo Pasquale III (il 23 giugno le reliquie erano a Colonia). I tempi fanno pensare che abbia seguito questa seconda via indicata da Alberto di Stade.

Una testimonianza di questo tracciato anteriore al monaco tedesco, infine, si riscontra nella cronaca del viaggio a Roma e Gerusalemme, compiuto tra il 1151 e il 1154, del monaco islandese Nicola di Munkatvhera, abate del monastero di Thingorde, partito proprio dalla città anseatica di Stade.

Umberto Maiorca*

*da Medioevon. 263 dicembre 2018 / Editore Timeline Publishing © Riproduzione vietata

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Gubbio, i luoghi del potere

Vista dall’alto della città di Gubbio

Abbandonata la Città romana, che si estendeva a ventaglio in un’area pianeggiante nei pressi e a valle del torrente Camignano, l’abitato di Gubbio, progressivamente, si contrae verso le pendici del “Monte”.

Questo processo si intensifica in epoca altomedioevale e poi soprattutto nel XII secolo, periodo che rappresenta una svolta decisiva nella storia civile e religiosa della Città. A partire dalla seconda metà del XII secolo, infatti, Gubbio viene ricostruita in posizione di altura, sopra un’alta scarpata, dove, per l’appunto, si edificano i luoghi strategici dell’esercizio del potere e della vita spirituale, la cattedrale e il palatium communis, l’antico palazzo comunale o Palazzo della Guardia. Proprio in cima al Monte, inoltre, alla fine del XII, o più probabilmente all’inizio del XIII secolo, viene trasportata, traslata, la reliquia più venerata della comunità, il corpo incorrotto del patrono, Sant’Ubaldo.  È un’operazione apparentemente inspiegabile, audace e provocatoria, ma sottolinea con forza la volontà di riattualizzare il valore sacrale e cultuale del colle che da ora in poi diverrà il riferimento ideale di ogni componente della Città e pertanto eletto ad emblema araldico del Comune.

Nel XIII secolo l’ampliamento della cinta muraria e l’erezione delle maggiori chiese cittadine determinarono localizzazione e morfologia dell’attuale nucleo urbano: tali nuove costruzioni delineano, infatti, un impianto urbanistico cruciforme, e fissarono la suddivisione della Città in quartieri. L’antico centro amministrativo, allora, posto a monte della Città, non è più in grado di rispondere ai requisiti di centralità e alle nuove e pressanti esigenze amministrative del Comune, in forte crescita economica e demografica.

È per questo motivo che nel 1321 gli eugubini decidono di costruire due nuovi palazzi in sostituzione dell’antica residenza comunale. Per il nuovo complesso monumentale venne scelto un luogo centrale, in modo che le fabbriche fossero risultate tangenti a tutti i quartieri.

Il complesso monumentale dei palazzi pubblici eugubini è formato da una triade di costruzioni in rapporto strettissimo tra di loro: il Palazzo del Popolo (poi detto dei Consoli), la Platea Comunis (Piazza Grande) e il Palazzo del Podestà (o del Comune). Il progetto unitario per la costruzione del Palazzo del Popolo, del Palazzo del Podestà e di Piazza Grande tendeva pertanto a configurare il nuovo centro cittadino come nucleo direzionale amministrativo. Proprio le delibere comunali del tempo impongono infatti che il Palazzo dei Consoli doveva essere eretto tangente ai quartieri di San Giuliano e San Martino, mentre il Palazzo del Podestà ai restanti quartieri di Sant’Andrea e di San Pietro.

Quattro strade, una per quartiere Anzi, secondo recentissimi studi, il complesso monumentale doveva essere raggiunto da ben quattro strade, una per ogni quartiere. Secondo questa ipotesi, la rampa porticata del Palazzo dei Consoli (prospetto sud), interrotta, che scende inclinata verso la sottostante e attuale via Baldassini (nel Trecento detta via di fosso), doveva proprio consentire l’accesso alla Piazza dalla parte bassa dell’abitato.

Questa soluzione architettonica, per di più, doveva essere replicata, sempre secondo questa ipotesi, presso il Palazzo del Podestà: un’analoga rampa di accesso, simmetrica a quella del Palazzo del Popolo, avrebbe dovuto collegare, senza soluzione di continuità, l’attuale via Savelli alla Platea Comunis. Questi concreti atti amministrativi pongono in essere, di fatto, la scelta di costruire, nel centro geometrico della Città, la nuova sede del governo cittadino rispondendo all’esigenza di dare consistenza al nuovo baricentro urbano, il fulcro della Città-Stato.

Si spiega allora la concezione architettonica del complesso, che doveva ispirarsi a criteri di estrema monumentalità affidati all’esaltazione delle altezze e dei volumi. Si intese pertanto realizzare un imponente e audace centro urbano quale simbolo della civitas. Insomma, la costruzione degli edifici di governo è, a Gubbio, l’impresa edificatoria più importante del XIV secolo e costituisce l’ultimo grande sforzo di trasformazione della Città.

L’antico Palazzo del Popolo era il luogo emblematico del governo cittadino medioevale. Presso la Sala dell’Arengo, l’imponente aula maggiore, erano convocati i consigli popolari, il Consilium Generale Populi, che deteneva il potere legislativo in applicazione alle norme dello Statuto del 1338. Dal 1909 ospita il Museo Civico.

Tra 1321 e 1332, anno in cui prendono avvio i veri e propri lavori di costruzione, si datano una serie di operazioni preliminari propedeutiche all’edificazione vera e propria: la sistemazione delle strade a monte della valle del fosso (l’attuale via Baldassini) e lo scavo delle fondamenta. L’immane sforzo costruttivo, iniziato sotto la direzione dell’architetto Angelo da Orvieto, si protrasse, a ritmo serratissimo, fino alla metà del XIV secolo. Angelo da Orvieto è attivo in Umbria nella prima metà del Trecento ed è citato per la prima volta in un documento che ne testimonia la presenza a Perugia nel 1317 come consulente per i lavori di restauro all’acquedotto del 1277. Lavora anche in altri luoghi dell’Umbria settentrionale, come a Città di Castello, dove realizza il Palazzo del Comune o dei Priori.

Grazie ai documenti archivistici sappiamo che la prima lunga fase di costruzione del Palazzo dei Consoli si sviluppò tra 1332 e 1342 quando l’edificio si alzò di oltre venti metri dal livello di via Baldassini.

La facciata di Palazzo dei Consoli

La firma di Angelo da Orvieto Di certo tra 1336 e 1337 i lavori arrivarono al portale maggiore: su di esso, infatti, sono scolpite due lunghe epigrafe di grande importanza storica, recanti le date di inizio lavori (1332), di quando “fu posta questa pietra” dell’architrave (1336) e il nome dell’architetto Angelo da Orvieto.

Sta di fatto che nel 1338 si riunisce nel Palazzo, per la prima volta, il Consiglio generale. A questa data l’edificio è dunque parzialmente agibile e, a definizione dell’aula maggiore, venne realizzato un importante dipinto murale: la Vergine col Bambino in trono tra San Giovanni Battista, antico protettore che gli eugubini onoravano secondo una remota consuetudine, e Sant’Ubaldo, massima ragione di gloria della città.

È fin troppo evidente la finalità civica di questo dipinto a partire dalla posizione prescelta per la sua realizzazione, un punto sopraelevato ben visibile nella sala delle adunanze dei consigli popolari, luogo emblematico del governo cittadino. Secondo altri documenti, inoltre, nel 1341 gonfaloniere e consoli si riuniscono nella sala superiore, allora coperta da strutture provvisorie. Le vicende politiche che travagliano Gubbio dal 1350 al 1384 impediscono di terminare l’impegnativo progetto che solo alla fine del secolo successivo trova coronamento anche con il completamento di Piazza Grande.

I lavori significativi tra XIV e la fine del XV secolo furono: 1389, conclusione della torre campanaria e mostra dell’orologio; 1480, il Comune delibera di completare la piazza pensile; 1491, il Comune delibera di costruire una scala per collegare la Piazza alla via sottostante, tramite il loggiato o galleria inclinata, al fine di portare a termine le sostruzioni della stessa Piazza (progetto molto ambizioso e rimasto incompiuto); 1494, si appalta il parapetto merlato.

Nel 1534 i magistrati eugubini, temendo che possa cadere il vecchio tetto del Palazzo, convocano tre dei quattro soprastanti alla fabbrica del nuovo tetto ed alcuni “magistri nomine lombardi, et lignaminis eugubinis” tra cui Mariotto di Paolo Sensi detto il “Terzuolo” (celebre maestro di legname e soprastante ai lavori pubblici di Gubbio), Giacomo Maffei e Cacciarabbia (maestri di legname, titolari di importanti ed attive botteghe di falegnameria).

Interrogato circa l’opportunità “de apontulando dictum tectum usque ad tempus novum”, maestro Terzuolo, evidentemente il più esperto e autorevole dei tecnici convocati, si pronuncia positivamente: a suo avviso devono essere puntellati i monaci e i cavalli del tetto.

Nel 1536 vennero dunque realizzate le volte dell’ultimo piano e nel 1549 la copertura della volta centrale in piombo. Come è stato notato, la qualità dell’architettura del Palazzo è anche frutto di un assoluto rigore geometrico “semplice nelle relazioni elementari, quanto complessa nel risultato finale”. La facciate non rispondono, infatti, ad una banale applicazione dei principi di simmetria, quanto piuttosto ad un proporzionamento degli elementi costruttivi “sorretto da più raffinate elaborazioni”.

L’edificio è costruito in conci lapidei, di forma agile e slanciata. Una scalea a ventaglio sale al gotico portale, fiancheggiato da due bifore a pieno centro. Al di sopra del portale, si trova un’alta parete liscia, tripartita da robusti risalti rettangolari (contrafforti aggettanti come lesene), poi un ordine di sei finestre a pieno centro, accoppiate a due a due e ordinate da una cornice a dentelli che gira sugli archi e li congiunge.

Il motivo a dentelli è per altro assai comune in epoca gotica e contraddistingue molte chiese urbane eugubine duecentesche come la cattedrale, Santa Maria Nuova o San Francesco. Alla sommità un coronamento di archetti ogivali e un ordine di merli rettangolari, appaltati alla fine del Quattrocento, chiude la parte superiore del complesso. Sulla sinistra svetta la torretta campanaria. Gli altri lati del palazzo ripetono, nella sostanza, le forme e i caratteri decorativi della facciata principale, ad eccezione del fianco sinistro (lato sud ovest) da dove prende abbrivio, al piano della piazza, un portico ad archi ogivali che scende fortemente inclinato. Avrebbe dovuto condurre, secondo il progetto originario, mai completato, alla strada sottostante, detta del Fosso, l’attuale via Baldassini. Al secondo piano, infine, vi è una loggia coperta da cui si gode il panorama della Città urbana ed extraurbana.

Secondo alcuni studiosi la parte dell’edificio relativa alle due logge (quelle inferiori inclinate e quelle al livello del piano nobile) doveva “dichiarare un certo distacco” di tale corpo di fabbrica dal Palazzo vero e proprio. L’altezza di questa parte è infatti inferiore rispetto a quella del Palazzo stesso, ma anche alcuni dettagli architettonici sembrano volersi distaccare dalla costruzione principale, come denunciano i livelli delle cornici marcapiano: nella parte delle logge, infatti, le cornici inferiori sono più alte rispetto a quelle del corpo principale e le superiori più basse.

Palazzo dei Consoli e gli arconi che sostengono Piazza Grande visti dal basso (via Baldassini)

Palazzo dei Consoli, un grattacielo di 60 metri L’edificio misura circa 60 m, da via Baldassini alla sommità della torre campanaria. La grande campana, detta “Campanone”, pesa 20 quintali ed è un rifacimento del 1769, come apprendiamo da un’incisione che si legge scolpita nella stessa.

La costruzione del palazzo, tranne le travature del tetto, fu interamente condotta a pietra anche per il motivo di evitare il pericolo di incendi; essa fu ricavata dalle cave dei monti vicini. Il taglio magistrale delle pietre rese possibile una loro connessione così precisa da non ravvisarvi lo strato di cemento.

Secondo una consuetudine tipica degli edifici sacri la lunetta del grande portale presenta un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e Santi: si tratta di San Giovanni Battista e Sant’Ubaldo, patroni di Gubbio ed è opera di Bernardino di Nanni dell’Eugenia che lo realizzò nel 1495, anche se la parete venne completamente ridipinta da Benedetto Nucci nel Cinquecento. Sull’architrave sono scolpiti tre stemmi un tempo policromi: quello di Gubbio (contraddistino dal monte a cinque gobbe con lambello e gigli), dello Stato della Chiesa (le chiavi petrine decussate) e del re Roberto d’Angiò (il cui simbolo è il giglio).

Ai lati vi è la seguente iscrizione in lingua volgare: “A.D. 1332 fu chome(n)çata (qu)esta opera / e quando fu posta questa pietra … 1336 del m(ese) dottobre”. Sulla lunetta dell’ arco leggiamo invece in carattere gotico, i seguenti versi leonini: ANNO MILLENO TERCENTUM TER QUOQUE DENO / AC BINO CEPTUM FUIT HOC OPUS INDEQUE TECTUM / EST UBI COMPLETUS HIC ARCUS LIMINE LETUS / POST CEPTUM CUIUS ANNUS QUIBUS FUIT HUIUS / POST ORTUM CHRISTI NUMERO CREDATUR ET ISTI / STRUXIT ET IMMENSIS HOC ANGELUS URBS-VETERENSIS. Dal 1800 ai primi del 1900 un orologio pubblico si trovava incastonato sulla facciata sud-ovest; il meccanismo dello strumento era collegato alle campane. Si parla, tuttavia, dell’esistenza di un orologio fin dal 1390. Non sappiamo ancora su quale facciata fossero collocati nelle varie epoche gli orologi che si sono susseguiti.

Piazza Grande, la Platea comunis, vista dall’alto

La Platea Comunis, straordinaria piazza pensile Non è chiaro se il Palazzo dei Consoli fosse stato originariamente progettato come corpo svettante ed isolato, un grattacielo di 60 m, oppure si prevedesse sin dall’inizio di affiancarlo con l’avanzamento della piazza pensile.

Questo grande slargo, la Platea Comunis, si apre tra i due palazzi pubblici che si fronteggiano e non ha eguali nelle città medioevali e rinascimentali italiane per il prodigio tecnico e strutturale che lo caratterizza e per il respiro monumentale che la distingue.

Dalla sottostante via Baldassini è possibile ammirare la straordinaria perizia ingegneristica con cui la Piazza fu realizzata, essendo sostenuta da quattro enormi “arconi”, divisi da robusti setti murari collegati, a loro volta, da centine a tutto sesto. Tra il 1475 e il 1480, sotto la signoria di Federico di Montefeltro, il Comune decise di terminare la costruzione della Piazza rimasta fino ad allora incompiuta.

La parte della Piazza realizzata, comunque, doveva essere pavimentata a mattoni. Un documento archivistico del 1452, infatti, testimonia che il fornaciaio Sabatino di Giovanni, assieme al fratello Agostino, fornisce al Comune ben 25.300 mattoni proprio per la pavimentazione di Piazza Grande.

Ad ogni modo, nel 1481 fu stipulato il contratto per l’ampliamento della Piazza preesistente con Battista di Franceschino di Stefano da Perugia.

Secondo il contratto il maestro perugino si impegna a: “fornire li tre speroni incomençati et fornire la piaça cum fondamenti boni et sufficienti de la grosseça començata infino ale poste dele prime volte et da quello in su de piedi doi e meço infino ale poste de le infrascripte quatro volte et quello meno de groseça paresse ala exellentia del signore o ala comunità de dicta cità et supradicti tre muri fundare et fare quatro volte quale piglino dal muro del palaço di consoli in sino al muro presso el palaço del podestà et tirarlo innanci verso la strada del fosso al paro de li dicti palaçi et el prespecto de li muri de dicti speroni verso la strada del fosso sieno de petra quadra de martello spontata et non pontigiata et rempire le dicte volte ale poste de muro sufficientemente ad uso de bono maestro, rempite in tucto li fianchi dele volte alpare del piano dele volte al piano in modo se possa matonare”.

Queste sottocostruzioni vennero realizzate dal 1481 al 1483 dal richiamato mastro Battista di Franceschino da Perugia, ma alcuni non scartano l’ipotesi che suggestioni progettuali potrebbero essere giunte direttamente da Francesco di Giorgio Martini, grande architetto civile e militare di origine senese allora impegnato per la residenza ducale di Federico da Montefeltro.

Come sintetizza efficacemente Sannipoli “l’allineamento definitivo del fronte sud-occidentale della piazza con le corrispettive facciate dei due palazzi trecenteschi, e i grandi archi di notevole impatto stereometrico aperti su via del fosso, permisero di completare quel centro urbano come ‘meraviglia’ immaginata nella prima metà del Trecento”.

La colonna portante della Sala trecentesca di Palazzo Pretorio

Un solo grande pilastro nel cuore del Palazzo del Podestà La storia costruttiva del Palazzo del Podestà, oggi Pretorio, inizia, come per il Palazzo dei Consoli, nel 1321. I due cantieri, infatti, dovettero procedere di pari passo almeno fino agli anni quaranta del Trecento.

Tuttavia, se nel 1342 il Palazzo dei Consoli può considerarsi quasi completamente agibile, tanto da ospitare le decorazioni pittoriche ad affresco, poco chiaro risulta lo stato di avanzamento dei lavori per la fabbrica prospiciente. La costruzione è ancora in corso nel 1348.

Il Palazzo, di notevoli dimensioni, prevedeva un’ala quadrangolare, quella che si affaccia su Piazza Grande, come residenza del Podestà e come sede degli Uffici Comunali, e un’altra ala (un fabbricato acquisito dalla famiglia Gabrielli, restaurato e collegato al corpo di fabbrica principale) come abitazione dei funzionari locali e forestieri (notai, giudici ecc.). Il complesso era ricadente sui quartieri di S. Andrea e di S. Pietro.

L’ultima fase dei lavori risale al 1349-1350 quando la costruzione si interrompe anche a causa dell’agitazione politica locale. In particolare nel 1349 il Magistrato, collegio formato dai Consoli e dal Gonfaloniere di Giustizia, ridefinisce i termini contrattuali con le maestranze all’opera: viene modificato il progetto iniziale che prevedeva merli, parapetti ed archetti, e il tetto dovrà essere a due spioventi.

Attorno alla metà del Trecento, dunque, il Palazzo del Podestà appare come un’opera indefinita, insomma, incompiuta. Il carattere principale della sua architettura era dato dalla scelta tipologica della sala ipostila che si ripete per tre piani. Un solo grande pilastro sorregge infatti quattro ampie volte a crociera formando uno spazio quadripartito. Purtroppo non abbiamo molti elementi per risalire a come doveva essere il “progetto” iniziale del Palazzo del Podestà. La cosa certa è che fu manomesso più e più volte. Nella seconda metà del XVI secolo, per fare un solo esempio, l’edificio è oggetto di un drastico intervento per la costruzione delle carceri ducali: questi lavori stravolgono l’assetto originario della fabbrica. Si vengono a creare due piani in luogo dell’unica e maestosa sala a livello di Piazza Grande, che doveva essere alta oltre 8 metri. Si manomettono le grandi finestre, tamponate e sostituite da altre aperture, mentre il pilastro centrale viene occultato dalle tramezzature.

Lo stato di conservazione, per di più, peggiora nel corso del XVII e XVIII secolo, quando sono documentati continui interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, anche dovuti ai terremoti. All’inizio dell’Ottocento il Palazzo del Podestà ospita l’amministrazione giudiziaria e alcuni uffici comunali. E dopo l’unità d’Italia diviene sede definitiva del municipio.

Francesco Mariucci

Scarica qui la GUIDA DEL MUSEO CIVICO DI PALAZZO DEI CONSOLI

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L’Eremo delle Carceri, cattedrale di pietre e lecci secolari

In basso c’è Assisi, dominata dalla sua possente Rocca, e dalla parte opposta, in alto, i boschi lambiti dalla neve che ancora ricopre i prati del Monte Subasio. Siamo all’ Eremo delle carceri, 791 metri sul livello del mare.

Qui non ci sono gli affreschi di Giotto e le basiliche affollate da pellegrini e turisti.Ci sono invece i silenzi e la spiritualità francescana, il fascino di un bosco di lecci secolari sempre verdi, le armonie del paesaggio umbro che si ammira dalle strette finestre, quasi feritoie, di un complesso secolare, tutto pietre rosa e grigie, aggrappato al monte. Dentro, tra anguste scale (anche queste di pietra), cunicoli e altari, ci sono le celle scavate nella roccia dove il Santo ed i suoi frati si “carceravano” in preghiera. Tutto intorno la Selva con le grotte frequentate dagli eremiti già in età paleocristiana, gli altari ed altri luoghi di devozione.

Quattro chilometri tra ulivi e querce – Da Assisi, uscendo dalla trecentesca Porta dei Cappuccini, una strada tortuosa sale nel Parco del Monte Subasio. Sono circa quattro chilometri, facili da percorrere anche a piedi, prima tra gli ulivi e poi tra querce e lecci. E’ quasi l’ ora di un tramonto invernale e sono soprattutto il viola ed il rosa a colorare i boschi ancora spogli. La pianura umbra si perde tra i vigneti del Sagrantino sulle colline di Montefalco ed i monti azzurri, scintillanti di neve, alle spalle di Foligno, Trevi e Spoleto. L’eremo è una macchia chiara nella fitta selva compatta e scura.

La Grotta con il giaciglio di San Francesco – Si entra in un vialetto tra lecci secolari con tronchi e fronde che sembrano sculture. Poi un cortiletto triangolare con al centro un pozzo di pietre rosa. Secondo la leggenda sarebbe stato un miracolo di San Francesco a farvi sgorgare l’ acqua. E’ quasi un balcone che si affaccia su una gola tra i boschi del Subasio, con una splendida vista sulla sottostante pianura. Siamo nel cuore dell’ Eremo: altari scavati nella roccia, angoli di preghiera, relique francescane, qualche affresco e tanto silenzio. Per una stretta scala si scende nella Grotta di San Francesco. Ora è divisa in due ambienti: uno contiene il letto di pietra che era il suo giaciglio; nell’ altro c’è il masso dove Francesco sedeva e si inginocchiava per pregare e meditare. Per una porticina si esce all’aperto.

La Selva, il “buco del diavolo” e il “fosso secco” – Altre scale portano alla suggestiva passeggiata che poi si inoltra nella Selva. Sotto ci sono il “buco del diavolo”, un crepaccio in cui secondo la leggenda sarebbe precipitato il demonio sconfitto dalle preghiere del santo, ed il “fosso secco”. “Secco” perchè Francesco avrebbe chiesto ed ottenuto che il rumore delle sue acque non disturbassero e distraessero i frati in preghiera. All’ inizio del sentiero c’ è un grande leccio secolare dove, sempre secondo la leggenda, sarebbe avvenuta la predica di San Francesco agli uccelli. Circostanza questa non confermata da fonti storiche che la collocano invece a Piandarca, nel territorio della cittadina umbra di Cannara. Lungo la passeggiata si incontrano altari di pietra, rustici crocifissi e poi, per sentieri e gradini, si possono raggiungere le grotte dove i beati Leone, Bernardo da Quntavalle, Egidio, Silvestro, Andrea da Spello, Antonio da Stroncone ed altri francescani si ritiravano per pregare. L’Eremo delle carceri e la Selva appaiono insomma come una unica e grande cattedrale di alberi, rocce e pietre.

Prima gli eremiti e poi Francesco e i suoi compagni – L’ Eremo delle Carceri è sorto intorno alla Grotta di san Francesco che cominciò a frequentare questo luogo con i suoi primi compagni tra il 1205-1206. Per pregare insieme si riunivano in una piccola cappella dedicata appunto a Santa Maria delle Carceri. Quel bosco, con le sue grotte, era da secoli frequentato da eremiti. E’ però soltanto nel Trecento con frate Paoluccio Trinci di Foligno e poi nel Quattrocento con San Bernardino da Siena che la vecchia chiesetta di Santa Maria delle carceri viene inglobata in quella più grande di oggi e che si comincia a costruire il convento. Nel corso dei secoli la costruzione è stata sviluppata ed ampliata, sino alle dimensioni attuali conservando però lo stile, la semplicità e l’ austerità delle sue origini. Senza ferire quella Selva di lecci, così che alberi e pietre appaiono ancora oggi come una unica struttura architettonica, dove si saldano la natura e spiritualità ed opera dell’ uomo. Attualmente l’ Eremo ospita due comunità religiose: i fratelli dell’ Ordine dei frati minori e le sorelle delle Clarisse missionarie derl Santissimo Sacramento.

Enzo Ferrini

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