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Costanzo Cloro, dall’Illiria al trono dell’impero

Flavio Valerio Costanzo, meglio noto come Costanzo Cloro, nato secondo le fonti il 31 marzo del 250, è passato alla storia come il padre di quel Costantino che, tra le molte cose, sdoganò definitivamente il passaggio del Cristianesimo da religione non tollerata a culto di Stato.

Tuttavia la sua vicenda politica è strettamente connessa alla nascita della ben nota tetrarchia, inaugurata alla fine del III secolo da Diocleziano, la quale sembrò donare a Roma una nuova stabilità politica dopo un lungo periodo di rivolte, salvo poi implodere definitivamente in seguito all’abdicazione di Diocleziano.

Questo sistema, che come vedremo nacque per esigenze belliche e amministrative ben precise, prevedeva che l’impero fosse diviso in due parti sotto il controllo di due Augusti (Oriente e Occidente) coadiuvati a loro volta nell’esercizio delle loro funzioni da due Cesari, scelti direttamente dai due imperatori.

Il sistema, come già detto, sembrò funzionare almeno sino al ritiro di Diocleziano dalla scena pubblica dopo la quale ogni generale romano, a prescindere dalle proprie umili origini, si sentì legittimato a far esplodere una nuova guerra civile per usurpare il trono con la forza.

La presunta genealogia di Costanzo Cloro

Facendo però un passo indietro e tornando Costanzo, a cui verrà successivamente (VI secolo) affibbiato il nome di Chlorus (ovvero pallido, riferito alla sua carnagione), di lui sappiamo che probabilmente apparteneva alla folta schiera di soldati di professione che, in seguito ad una discreta carriera militare, approfittarono dell’instabilità del sistema politico romano per ritagliarsi un peso politico e fare carriera.

Ma come divenne così potente Costanzo? Le notizie ricavabili sulla biografia del padre di Costantino sono scarse e frammentarie, provenienti da fonti spurie; quello che emerge dalle fonti è che Costanzo nacque nell’Illirico nel 250 d.C. (CIL I2 301) come tutta una serie di generali che salirono al trono imperiale tra il III e il IV secolo, probabilmente da una famiglia di umili origini.

Sebbene le fonti successive, probabilmente collegate all’opera di nobilitazione del proprio lignaggio messa in atto da Costantino, parlino per Costanzo Cloro di una parentela diretta con l’imperatore Claudio II e quindi con la dinastia Flavia, Costanzo doveva essere semplicemente un umile soldato.

Inoltre, lo storico di Costantino Eusebio di Cesarea, nella sua Vita di Costantino, tramandò che già Costanzo fosse simpatizzante del Cristianesimo, decidendo in autonomia di non applicare le leggi persecutorie contro i cristiani imposte da Diocleziano. La scarsa aderenza alla storia di Eusebio ci consiglia però di diffidare di queste notizie e di inserire queste indicazioni all’interno di quella riabilitazione postuma in ottica cristiana messa in atto dall’opera eusebiana.

Busto di Costanzo Cloro, marito di Teodora, figlia di Massimiano e padre dell’imperatore Costantino (Altes Museum di Berlino)

Tornando quindi alla carriera militare di Costanzo, essa si sviluppò, come ci rende noto l’Anonimo Valesiano, sotto gli imperatori Aureliano e Probo svolgendo prima il ruolo di protector (tra il 271-273, un ruolo militare tardo antico che elevava i centurioni ad avere un rapporto privilegiato con l’entourage dell’imperatore, come una guardia del corpo), tribuno e infine di governatore della Dalmazia sotto l’imperatore Caro.

Dal punto di vista privato, il 270 fu per Costanzo un anno molto importante: la sua prima moglie Elena, una donna di altrettante umili origini (era una stabularia, una locandiera insomma) proveniente dalla Bitinia, diede alla luce il suo primogenito Costantino a Naisso, una città nei pressi del Danubio. Sebbene in questa sede non affronteremo questo tema, anche per la prima moglie di Costanzo è possibile ricavare una storia della ricezione di questo personaggio, riletto in salsa cristiana per tutto il Medioevo.

Attorno alla madre di Costantino, nacque la leggenda medievale che attribuì a lei il ritrovamento della Vera Croce e in seguito la conversione del figlio al Cristianesimo.

Le fonti attestarono che Costanzo, dopo aver prestato servizio sul fronte orientale, divenne protagonista nella pars Occidentalis, dove l’impero si trovava ad affrontare l’avanzata di popoli barbari che iniziavano a premere sui confini renani e danubiani.

Nel 285 infatti i romani dovettero affrontare la rivolta dei Bagaudi, briganti di origine celtica che, secondo il racconto di Eutropio, guidati da Amando e Eliano, si ribellarono contro Roma esasperati dall’eccessiva pressione fiscale a cui erano sottoposti. Sebbene sia i panegirici sul tema sia Eutropio abbiano ridimensionato la ribellione, riducendola semplicemente ad una scaramuccia contro dei campagnoli, il problema fu probabilmente sottostimato in quanto lo stesso cesare Massimiano dovette muoversi per porre fine alla sommossa.

Sempre nello stesso anno due eserciti barbari, uno composto da Burgundi e Alamanni, l’altro da Eruli e un popolo ad essi confederato, varcarono il Reno ed entrarono senza permesso nel territorio romano venendo poi intercettati e fermati dall’intervento di Massimiano.

La divisione tetrarchia dell’Impero romano, voluta da Diocleziano

Questa vittoria non fu comunque definitiva poiché nel 287, ancora Massimiano, nel frattempo divenuto Augusto, ritornò con forza contro questi popoli ricacciandoli oltre il Reno che, nelle parole forse trionfalistiche del panegirista che descrisse l’avvenimento, era diventato totalmente romano.

La zona del limes settentrionale fu tuttavia foriera di nuove ribellioni: già nel 286 il generale di origine gallica Marco Aurelio Mauseo Carausio, generale della Classis Britannica che si occupava per conto di Massimiano del pattugliamento della Manica per difendere appunto la Britannia dai predoni sassoni, dopo aver partecipato attivamente nella sconfitta dei Bagaudi, venne accusato dall’Augusto di aver intascato il bottino tolto ai pirati sassoni senza riconsegnarlo ai derubati o all’autorità imperiale.

La vicenda sfuggì ben presto di mano e, tra il 286 e il 287, la rivolta deflagrò con forza mettendo a repentaglio la stabilità dell’impero: Carausio fuggì in Britannia e, controllando sia la flotta che l’esercito grazie alla defezione di alcune legioni, mise in atto una vera e propria secessione.

Grazie al supporto navale (la Classis Britannica poteva contare su circa 500 uomini e un numero discreto ma sconosciuto di triremi) e alle legioni romane che gli giurarono fedeltà, Carausio riuscì lungamente a mantenere il controllo sia della Gallia settentrionale che della Britannia.

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Favorito dal fatto che i Romani dovettero concentrare le proprie forze per affrontare la presenza ostile dei Franchi che, d’accordo con lui premevano attorno al Reno, Carausio potè dunque farsi acclamare imperatore dalle legioni di stanza in Britannia. I Franchi infatti, già attivi in questo periodo, diedero infatti molto filo da torcere a Massimiano con le loro scorribande effettuate nei territori ancora instabili della Gallia.

Fu proprio in questa campagna che Costanzo, genero dell’imperatore, dato che aveva sposato in seconde nozze la figlia di Massimiano, Teodora, venne nominato dal suocero prefetto del pretorio e combatté con i Franchi di Gennobaudo ribaltando le sorti della guerra e avanzando vittoriosamente sino alle foci del Reno.

Dopo la sconfitta, i Franchi deposero le armi e Gennobaudo, re dei Franchi, chiese perdono all’imperatore Massimiano che, dopo averlo perdonato, ricollocò lui e i suoi uomini nei pressi dell’odierna Trier. Se il Reno sembrava da un lato pacificato, restava tuttavia da risolvere la questione di Carausio che nel frattempo si era fregiato del titolo di Restitutor Britanniae e Genius Britanniae, battendo addirittura autonomamente una moneta che, stando ai recenti ritrovamenti, avrebbe avuto più valore rispetto a quelle coniate dalla zecca imperiale.

Il generale gallo-romano doveva sentirsi davvero sicuro di sé, tanto da battere queste monete imprimendo sulla faccia la sua immagine assieme a quella dei colleghi Diocleziano e Massimiano, come si evince dai reperti ritrovati.

La facilità con cui egli ottenne l’appoggio militare delle legioni di stanza in Gallia e Britannia, secondo alcuni studiosi, fu possibile non solo grazie alla solita politica di elargizioni e promesse ma anche a causa risentimento latente della popolazione vessata dall’alta pressione fiscale imposta dal dominio romano. Massimiano tentò di ribattere a questa insolenza programmando invano diverse spedizioni dirette contro Carausio, abortite in partenza a causa di motivi non ben conoscibili dalla lettura delle fonti. Essendo infatti queste sostanzialmente panegirici encomiastici verso l’imperatore, gli autori, per evitare di incorrere nell’ira dei sovrani, decisero di soprassedere per convenienza sui reali motivi del fallimento dell’impresa.

Moneta di Carausio coniata dalla zecca di Londra, raffigurante un leone, simbolo della Legio IIII Flavia Felix

Nel 290, Diocleziano mosse dall’Oriente per incontrarsi direttamente con Massimiano a Milano, la sede dell’Augusto d’Occidente che, in attesa di riorganizzarsi, fu costretto obtorto collo a concedere una tregua a Carausio. Stando a quanto riportano recenti studi, il nuovo re di Britannia fu un ottimo stratega e un ottimo comandante, tanto che alcune ipotesi suggeriscono che egli avrebbe costruito per primo quel sistema di fortificazioni conosciuto come Litus Saxonicum ancora attestato nel IV secolo nella Notitia Dignitatum.

Tornando all’incontro tra gli imperatori, molti hanno voluto osservare come Diocleziano abbia inteso intervenire in un’area non formalmente sottoposta alla sua giurisdizione a causa del fallimento del collega e, alla luce del pericolo del protrarsi dell’usurpazione della Britannia, egli gettò le basi di quella tetrarchia di cui abbiamo fatto menzione all’inizio. L’Augusto d’Oriente probabilmente, comprese in questa occasione come, al netto delle difficoltà incontrate da Massimiano nel gestire i territori a lui sottoposti, fosse necessario un aiuto maggiore a chi governava per evitare uno scollamento del dominio romano. L’aiuto arrivò e infatti nel marzo del 293, entrambi gli Augusti nominarono due Cesari, per l’Oriente Galerio e per l’Occidente proprio Costanzo Cloro; quest’ultimo in particolare ricevette l’ordine di riportare sotto il controllo imperiale la Gallia e la Britannia ponendo fine all’usurpazione di Carausio.

Nello stesso anno dunque egli marciò verso Bononia (Boulogne-sur-mer), ancora in mano ai ribelli e, con una rapida manovra militare, costrinse alla resa la città, entrando in possesso così di un avamposto strategico per il controllo della Gallia e, soprattutto in ottica di un futuro sbarco in Britannia.

La caduta di Carausio, una volta perso il controllo della Gallia settentrionale, avvenne per mano del suo tesoriere Alletto che ne prese il posto e proseguì la guerra contro Costanzo. Per tagliare fuori definitivamente gli alleati Franchi di Alletto, Costanzo si prodigò prima per ripristinare il controllo romano sul fiume Reno, che fu nuovamente pacificato; infatti, dopo aver sconfitto ancora i barbari alleati dell’usurpatore, lì deportò come schiavi destinati a rimpinguare e coltivare le terre devastate della Gallia.

Stando alle nuove regole del sistema tetrarchico, ogni vittoria doveva essere suddivisa tra i membri del collegio imperiale e pertanto, grazie alle vittorie di Costanzo, anche Diocleziano, Massimiano e Galerio beneficiarono del titolo di Germanicus Maximus.

Una ricostruzione della Londinium romana

Il destino di Alletto però, privo del supporto degli alleati Galli e Germani era ormai segnato e, nel 296, Costanzo Cloro diede il via all’invasione dell’isola assieme al suo prefetto del pretorio Asclepiodoto. Mentre l’ex uomo di Carausio attendeva l’arrivo delle truppe imperiali sulle sponde del Kent, Costanzo divise le sue truppe facendo salpare il suo generale dalle foci della Senna mentre le sue forze presero il mare da Bononia.

A causa del maltempo però, l’esercito di Costanzo fu a sua volta diviso in due e, mentre una parte di esso riuscì a raggiungere l’isola, il Cesare preferì rientrare in Gallia per evitare un naufragio. Asclepiodoto invece, sbarcò aggirando le difese britanne e marciò direttamente su Londinium, eliminando in battaglia il successore di Carausio e le sue truppe mercenarie franche, sterminate poi definitivamente dalla sopraggiunta avanguardia di Costanzo. Anche lo stesso Cloro sopraggiunse in seguito sull’isola, ristabilendo così il controllo di Roma su quei territori e concludendo così una della più lunghe fratture politiche mai capitate all’impero romano: Costanzo potè così completare l’impresa a lui affidatagli da Diocleziano.

Circa tre anni dopo, le fonti riportano notizie di altre imprese belliche del padre di Costantino, attivo nel territorio dei Galli Lingoni dove ebbe la meglio contro un esercito di Alamanni. Da quel punto in poi sembrerebbe che Costanzo si dedicò sostanzialmente al mantenimento della pace all’interno dei confini dell’impero mentre Diocleziano si concentrò nella persecuzione dei cristiani. Con l’abdicazione di quest’ultimo e del collega Massimiano (305), Costanzo Cloro divenne quindi Augusto, associando come suo cesare Flavio Valerio Severo secondo le disposizioni del sistema della tetrarchia.

Successivamente però, mentre progettava una spedizione volta a conquistare la Britannia settentrionale e a sottomettere i Pitti e i Caledoni, Costanzo morì ad Eburacum (York) il 25 luglio del 306, lasciando l’impero senza guida.

Una pagina del manoscitto di Goffredo di Monmouth conservata presso la Biblioteca apostolica vaticana

Con la morte di Costanzo infatti, il sistema tetrarchico implose e, in seguito ad un altro periodo di sanguinose guerre civili, Costantino riunificò l’impero sotto il suo comando soltanto nel 324. Il corpo di Costanzo, per ordine del figlio, fu traslato a Treviri e collocato in un mausoleo a lui dedicato. La fortuna di Costanzo fu ravvivata in seguito da Goffredo di Monmouth che nella sua Storia dei Re di Britannia (1136) stravolse completamente la storia degli eventi narrati sino ad ora. Infatti, secondo Goffredo, Carausio sarebbe stato un britanno di nobili origini che su mandato del Senato romano, allestì una flotta per difendere la Britannia dalle invasioni dei barbari. Ricevuto tale compito, Carausio divenne via via sempre più potente e, con l’aiuto dei Pitti, riuscì ad estromettere il re della Britannia Bassiano e di farsi eleggere re al posto suo.

Per ricompensare l’aiuto di quei popoli Carausio donò loro l’Albania (il nome ancestrale della Scozia) ed essi ne presero possesso a scapito dei Britanni.

La fortuna di Carausio durò poco: il senato inviò il legato Allecto, divenuto nella versione di Goffredo totalmente romano, che sconfisse Carausio con tre legioni, vendicandosi di tutti coloro che avevano tradito Roma. I Britanni quindi si sollevarono e guidati dal duca di Cornovaglia Asclepiodoto (ovvero il luogotenente di Costanzo) eliminarono prima Allecto nascosto a Londinium e poi Livio Gallo, ufficiale di Allecto, trucidato insieme ai suoi legionari sulla riva del fiume Nautgallim/Gallemborne oggi Walbrook (su cui vennero ritrovati nel 1860 un gran numero di teschi durante uno scavo archeologico).

Dopo questo avvenimento il monaco inglese inserì l’avvento del nostro protagonista; infatti, alla morte del re Asclepiodoto, ucciso dal ribelle duca di Colchester Coel che gli sottrasse la corona, il senato romano inviò in Britannia proprio il senatore Costanzo, che aveva già riconquistato la Spagna e possedeva la fama di grande combattente. Costanzo prese accordi con Coel riconoscendogli il suo diritto al trono di Britannia, ma questi morì poco dopo di una malattia improvvisa lasciando campo al senatore.

Costanzo dunque sposò la figlia di Coel, Elena (che in realtà, come abbiamo visto, proveniva dalla Bitinia ed era di umili origini) che nella versione della storia di Goffredo è elogiata come la più abile al mondo nella conoscenza della musica e delle arti liberali e con cui generò poi Costantino, elogiato alla stessa maniera dall’autore medievale.

È interessante in questo caso evidenziare come l’opera di riabilitazione cristiana del lignaggio di Costantino e della madre Elena, iniziato da Eusebio, sia stato portato a termine da Goffredo, in quella che possiamo definire come una storia della ricezione dei personaggi romani attraverso i secoli.

Pietro Paolo Giannetti

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BibliogafiaFonti antiche:Anonimo, Notitia Dignitatum, a cura di O. Seeck, Berlino 1876 Anonimo, Consularia Constantinopolitana, IN MGH, Chronica Minora, a cura di T. Mommsen, Tomo IX, Vol. I, Berlino 1892Anonimo, Panegirici Latini, a cura di D. Lassandro e G. Micunco, Torino 2000Anonimo Valesiano, De Constantio Chloro, Costantino Magno et Aliis Imperatoratoribus, in Rerum Italicarum Scriptores, a cura di L. A. Muratori, Milano 1738Corpus Inscriptionum Latinarum, consultabile online su https://arachne.dainst.org/ Aurelio Vittore, De Caesaribus, a cura di H. W. Bird, Liverpool 1994Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, a cura di L. Franco, Milano 2009 Flavio Eutropio, Il compendio della Storia Romana, a cura di G. Bandini, Milano 1843Goffredo di Monmouth, Storia dei Re di Britannia, a cura di G. Agrati e M. L. Magini, Parma 2010Scrittori della Storia Augusta, Historia Augusta, a cura di L. Agnes, Torino 1960 Studi moderni:T. D. Barnes, Constantine and eusebius, Harvard 1981R. G. Collingwood, J. N. L. Myres, Roman Britain and the English Settlements. Pp. xxvi + 515; 10 Maps. Oxford : Clarendon Press, 1936. Cloth, 12s. 6d. S. Frere, Britannia, a History of Roman Britain, Londra 1963A. Harbus, Helena of Britain in Medieval Legend, Cambridge 2002P. A. Holder, The Roman army in Britain, Londra 1982B. Jones, D. Mattingly, An Atlas of Roman Britain, Cambridge 1990A. H. M. Jones, J. R. Martindale, J. Morris, The Prosopography of the Later Roman Empire, Vol. I, Cambridge 1971H. Mattingly, C. H.V. Sutherland, R.A.G. Carson, The Roman Imperial Coinage, Londra 1951Odahl, Constantine and the Christian Empire, New York 2004G. P. Welch, Britannia, The Roman Conquest and Occupation of Britain, Londra 1963

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Le origini dell’Irlanda

L’Irlanda ha sempre rappresentato nelle fonti classiche una terra immaginaria e semileggendaria, sulla scia di quanto accaduto alla prospiciente Britannia.

La mappa dell’Ibernia di Claudio Tolomeo (100-175 ca.)

Come sempre accade per ciò che concerne il mondo antico, è difficile ricostruire dalle fonti un quadro definito e incontrovertibile. Un profilo storico delle vicende legate all’Irlanda deve nascere, per forza di cose, dalle evidenze documentali e archeologiche giunte fino ai nostri giorni.

Per prima cosa, dobbiamo esaminare l’origine del suo toponimo latino Hibernia, attraverso cui è possibile proporre tesi legate ad interpretazioni etimologiche e linguistiche. In prima battuta, rimanendo nella semantica afferente alla lingua latina, il termine Hibernia potrebbe derivare da -hiems (inverno) indicando di conseguenza la natura invernale e fredda dell’isola.

Nelle fonti greche invece, l’isola era conosciuta già in epoca più antica col nome di Iérnē, riscontrabile nell’opera di Pitea di Massalia di cui ci è stato tramandato il resoconto del suo tentativo di effettuare un periplo del mondo conosciuto. Il nome greco rimbalzò successivamente in Tolomeo (Ἰουερνία) e Strabone (Iérne) e, analizzandolo, è possibile supporre che il termine possegga radici linguistiche celtiche. Infatti, com’è ben noto presso i linguisti, il dialetto celtico insulare irlandese conserva una traccia di questo nome nel termine *Iveriu (proveniente dal celtico pi-wer- = fertile) e testimonierebbe come l’Ibernia fosse in origine una terra indicata per la coltivazione.

Conferma di tale notizia è riscontrabile anche in Pomponio Mela, che riporta come l’isola fosse molto feconda e adatta al pascolo di armenti. Il Libro delle Invasioni, una cronaca irlandese redatta attorno al XI secolo, riportò invece la tradizione secondo cui il nome Hibernia fosse una locuzione geografica e che si intendesse mettere in evidenza la sua posizione occidentale rispetto alla concezione terrestre della società greco romana.

La diffusione dei Celti in Europa all’epoca dell’apogeo della loro civiltà (III secolo a.C.)

Gaeli e Galli Considerando poi il punto di vista etnico, numerosi studi moderni hanno confermato come l’Irlanda subì un’invasione dal continente attorno al V/VI secolo a.C. e che i suoi abitanti parlassero un dialetto di celtico insulare detto goidelico/gaelico. Queste genti, secondo le attestazioni documentarie, erano chiamate appunto Gaeli (da cui derivò anche l’etnonimo Galli) poiché provenivano dalla Gallia e dal Nord dell’Iberia e si diffusero in tutto l’arcipelago britannico.

Questa κοινῇ celtica che si venne a creare nelle due isole è testimoniata anche da Tacito, il quale riportava ancora nel I secolo come i Britanni e i Celti d’Irlanda avessero essenzialmente gli stessi costumi. In accordo con lo storico romano troviamo anche Claudio Tolomeo, autore della famosa Geographia, il quale stilando la lista degli etnonimi tra Ibernia e Britannia indicò come i Brigantes fossero attestati in entrambe le isole e anche i Manapi, indicati come tribù ibernica nell’opera, presentano un’assonanza con il nome dei Menapi stanziati nella Gallia Belgica.

Insomma, analizzando le fonti sembra che i Romani ritenessero gli antichi irlandesi come un ramo della grande moltitudine delle popolazioni celtiche che si erano diffuse in Europa dall’Età del Bronzo. A partire infatti dalle civiltà celtiche convenzionalmente definite come La Tene e Halstatt, gli archeologi sono complessivamente d’accordo nel ritenere che, a partire dal V secolo a.C., l’Europa continentale fosse un’area a prevalenza celtica. Dal punto di vista etnico, se si eccettua il periodo della romanizzazione, qualcosa cambiò soltanto nel V-VI secolo d.C. durante il periodo delle invasioni barbariche.

La migrazione degli Scoti In particolare, oltre alle migrazioni germaniche, nelle isole britanniche si rilevò in quel periodo un movimento “interno” di genti celtiche in particolare quando migrarono nella Britannia settentrionale popolazioni dall’Irlanda chiamati Scoti. Per questo motivo, l’Irlanda iniziò, a cavallo tra tarda antichità e Medioevo, ad essere chiamata con il nome di Scotia Maior mentre gli ex territori della Caledonia, com’era chiamata dai Romani e dove si stanziarono gli Scoti, vennero denominate Scotia Minor.

Questi popoli, delle cui aggressività scrisse Ammiano Marcellino, erano già attestati come popolo barbaro stanziato all’interno dei confini dell’impero romano nel 297 come confermava l’opera conosciuta come Laterculo Veronese o Nomina Provinciarum Omnium. In tal senso anche Nennio, monaco anglosassone del secolo X, nella sua Historia Brittonum ipotizzò per gli Scoti una provenienza dalla penisola iberica come raccolto dallo stesso storico da fonti autorevoli presso quel popolo. Questa notizia trovò conferma anche in Beda il Venerabile che, con la sua Historia Ecclesiastica gentis Anglorum, confermò come gli Scoti fossero originari dell’Irlanda.

Prima di procedere nel corso dei secoli della storia d’Irlanda, è utile soffermarsi ancora sulla fase antica e in particolare su un dibattito ancora in corso sui rapporti tra Romani e Hibernia. Il centro della questione verte sulla interpretazione dei passi dell’Agricola in cui Tacito affermava come l’isola fosse facilmente conquistabile dal suocero Agricola in rapporto al fatto che i Romani non riuscirono mai a porla effettivamente sotto il loro controllo.

I popoli dell’Irlanda antica

Il racconto di Strabone Le ragioni per cui il generale romano non conquistò effettivamente l’Ibernia non sono note, tuttavia è possibile supporre che logisticamente soggiogare l’isola non valesse la pena in termini economici, oppure che fosse considerata una questione subalterna rispetto al controllo delle zone settentrionali della Britannia.

Quello che tuttavia emerge dalle fonti è che i Romani conoscessero l’isola e i suoi abitanti, che certamente intrattenevano anche rapporti commerciali con le tribù britanne; ad esempio, nell’odierno Galles, sono state ritrovate iscrizioni ascrivibili proprio ai Celti d’Irlanda.

Che cosa sappiamo, più approfonditamente, riguardo questi popoli? Come abbiamo avuto modo di vedere nella prima parte, gli studiosi sono concordi nel ritenere Britanni e Irlandesi giunsero nell’arcipelago britannico in seguito alla migrazione dei Celti continentali che si intensificò specialmente tra V e VI secolo a.C .

Tuttavia, mentre i Britanni in seguito ad i contatti con la Gallia mutarono lingua e abitudini, tanto che lo stesso Cesare ravvisò la vicinanza tra lo stile di vita degli abitanti del Kent e quello gallico, gli Irlandesi preservarono le loro peculiarità originarie. Anche nelle fonti classiche si può trovare un riflesso di questa originaria unità in quanto nei frammenti di Pitea del III secolo a.C. chiamava Pretani entrambe le popolazioni senza distinzione alcuna. E Avieno nel suo Ora Maritima distingueva tra gli abitanti di Albione e la gens Hiernorum dell’Irlanda.

I regni e le principali città d’Irlanda nel 900 ca.

Nel 1946 lo storico irlandese O’Rahilly codificò un modello storico che divideva in quattro ondate le invasioni celtiche provenienti dal continente; la prima, quella più antica era quella dei Priteni/ Pretani, quelli che poi i Romani latinizzarono in Pitti, probabilmente per la loro abitudine a dipingersi il corpo in battaglia. La seconda ondata è quella degli Eraìnn (V secolo), provenienti dalla Belgica, popolo di cui parla anche Cesare. Due secoli dopo, dall’Armorica, giunse l’ondata detta Laginiana composta da Laigin, Domnainn e Gálioin. Attorno al 100 a.C. infine giunse infine dall’Aquitania l’ultima ondata di Galli definita goidelica.

Ben poco però è possibile ricavare riguardo agli usi e ai costumi di questi popoli, in quanto le più antiche iscrizioni irlandesi sono databili dopo il 300 d.C. e sono composte da iscrizioni in gaelico con lettere latine. Anche scorrendo un’opera successiva come il Libro delle Invasioni, non si trovano tracce concrete in quanto la narrazione sulle origini degli Irlandesi si confonde con vicende bibliche, facendoli discendere direttamente da Albanus, figlio di Iafeth. Qualche altro dato controverso lo troviamo in Strabone, che descrive così gli abitanti dell’Irlanda:

Intorno alla Britannia vi sono alcune altre isolette. Ve n’ha inoltre una grande, l’Ierna, che si stende al settentrione della Britannia, la quale è maggiore in larghezza che in lunghezza. Di quest’isola non abbiamo cosa alcuna da poter dire con sicurezza, se non che i suoi abitanti sono più incolti dei Britanni, siccome quelli che nutronsi di carni umane e sono voraci; mangiano i loro padri quando son morti, stimando così di dar loro onorevole sepoltura; e si mischiano palesemente non solo colle altre donne, ma ben anche colle madri e colle sorelle. [Strab. IV, 5]

A prescindere da alcuni aspetti folcloristici, quello che sappiamo per certo è che il nucleo centrale della società era rappresentato dalla Tuath (tribù) a cui c’era a capo un re (rì Tuaithe) che nelle fonti romane diventa regulus, alla stregua di quanto già riscontrato presso i Galli da Cesare. Un gradino più in basso nella gerarchia c’erano i nobili (flaithi), che rappresentavano una sorta di aristocrazia guerriera a cui veniva richiesto il contributo maggiore per la difesa della tribù. Al di sotto troviamo la classe media (Oes Dana) tra cui troviamo i mestieranti e i sacerdoti druidici (drì). Quest’ultimi, alla stregua della descrizione fornitaci da Cesare, rappresentavano una casta molto considerata anche presso Britanni e Galli: detenevano il monopolio della trasmissione orale e venivano spesso chiamati in causa per dirimere le controversie giuridiche tra le tribù. Muovendoci poi verso il fondo della piramide sociale, troviamo contadini e possessori di buoi (bòaire e aithech) e infine, coloro che non possedevano alcun diritto civile, gli schiavi (mug).

Itinerari ipotetici della spedizione di Agricola in Ibernia

Le genti ignote Tornando alla natura dei rapporti tra Romani e Ibernici, sebbene la storiografia ufficiale ancora oggi dichiari che nessun piede romano calpestò mai il suolo irlandese, alcuni studiosi hanno proposto delle ipotesi alternative in tal senso. Oltre al già citato Tacito, uno spunto in tal senso fu fornito da Giovenale il quale, in una sua satira, dichiarava che le legioni romane si erano spinte oltre le coste irlandesi. Affermare con certezza se questa frase fosse un’iperbole o dato storico, è difficile da dirsi. Quello che è certo è che Agricola aveva studiato l’isola e che pensò certamente ad espandere il dominio Romano sull’Ibernia, tanto che Tacito affermò che avrebbe potuto essere conquistata in pochi giorni e con una sola legione.

Tralasciando questa particolare riflessione (che potremmo collocare all’interno dell’usuale punto di vista romanocentrico poco imparziale), è importante analizzare come nel capitolo XXIV dell’Agricola, poco prima di trattare dell’Irlanda, lo storico romano affermò come il generale, nel quinto anno del suo comando in Britannia, mosse per primo alla scoperta di genti ignote ai Romani. L’interpretazione di alcuni studiosi dunque fu quella di ritenere che le navi di Agricola mossero verso l’Ibernia e approdarono nell’attuale zona di Dublino, dove si concentra la maggior parte dei ritrovamenti romani nell’isola. Ancora Tacito riportava come, nel 82 d.C. Agricola accolse un principe irlandese esule in Britannia per poi aiutarlo successivamente nella riconquista del suo titolo.

La leggenda di Tuathal Techtmar Alcuni studi, in particolare quello di R. Warner, hanno voluto vedere in questo principe la conferma di una figura leggendaria come quella di Tuathal Techtmar, principe irlandese che in diverse cronache medievali viene dipinto come il primo che unificò l’Irlanda sotto un unico dominio e il primo della tribù dei Goideli.

Egli, in tenera età, sarebbe stato scacciato in Britannia, nella terra natia della madre Eithne e successivamente sarebbe rientrato e avrebbe riconquistato il trono in seguito a diverse battaglie. Sebbene il suo esilio britannico sia datato alla prima parte del II secolo, alcuni studiosi hanno ipotizzato che la sua vittoria fu talmente repentina da supporre che fu aiutato da truppe romane. Il dibattito su tale affermazione è tutt’oggi aperto e solo un approfondimento delle indagini archeologiche nell’area di Drumaragh, dove sono state trovate tracce di un forte simile a quelli romani in Britannia, potrà dirimere la questione.

Oltre all’assonanza del toponimo con la parola “Roma”, l’area presenta numerosi reperti di matrice romano-britannica, anche di epoche relative al tardo impero, inseriti all’interno di un perimetro fortificato molto simile ai castra eretti dai legionari. Tuttavia, altre teorie hanno supposto che la presenza di oggetti di origine romana nell’area potrebbero derivare da spedizioni non “ufficiali” come quelle di Agricola, ma ricollocabili comunque a popoli sottoposti all’influenza di Roma. Molto probabilmente infatti, questi ritrovamenti sarebbero ascrivibili al passaggio in Irlanda di truppe ausiliarie romano britanne che, al seguito di Tuathal Techtmar, lo aiutarono nella riconquista dell’isola e vi si insediarono successivamente.

Anche Tolomeo che, come abbiamo visto nella sua Geografia, utilizzò per le tribù stanziate in Hibernia, proprio nella zona di Drumanagh, gli stessi etnonimi di popoli britanni come Menapi e Briganti, a testimonianza dell’esistenza di legami tra Britannia romana e Ibernia e di come fosse lecito supporre un passaggio di popoli da una all’altra isola, non necessariamente sotto l’egida romana.

Il promontorio di Drumanagh, a nord est di Dublino

I quattro regni Per avere notizie sullo status quo dell’Irlanda prescindendo dalle fonti latine, è necessario analizzare brevemente un’opera semileggendaria come “La Grande Razzia” (in gaelico Táin Bó Cúailnge) basata su racconti orali del IV secolo e trascritta a più riprese sino al secolo XI. Basata appunto sulla trasmissione orali dei bardi irlandesi ed intrisa pertanto di topoi letterari celtici, subì successivamente una rivisitazione ad opera dei monaci cristiani che ne curarono la messa per iscritto. Un’opera poliedrica dunque, in grado di mostrare, al netto degli espedienti narrativi tipici di un testo epico, tutte le trasformazioni culturali avvenute in Irlanda dall’antichità al periodo medievale.

Dal testo si evince come gli Irlandesi (chiamati èrainn, da cui deriva il termine odierno di Eire) erano divisi anticamente in quattro regni chiamati Ulaid, Connachta, Laigin e Mumudei quali, ancora oggi, conservano la radice del nome rispettivamente con Ulster, Connacht, Leinster e Munster. La successiva aggiunta del suffisso – ster, con riferimento al possesso della terra, secondo alcuni studi, sarebbe il lascito linguistico lasciato in epoca medievale dal passaggio delle popolazioni scandinave che razziarono l’isola.

Prendendo sempre ovviamente con le pinze le suggestioni che la lettura di un libro come questo potrebbe implicare, è possibile ipotizzare come quest’opera celebrasse in qualche modo la superiorità degli antichi Erainn rispetto alla nuova dinastia goidelica degli O’Neill, giunta come detto nel V secolo a.C., che aveva il suo centro di potere nella città di Tara, mai menzionata nel Tain.

A Tara, secondo quanto attestato nella Cronaca d’Irlanda (una recente sistemazione degli annali irlandesi per gli eventi che vanno dal 432 al 911) veniva nominato con un rito pagano il re Supremo d’Irlanda, che governava su tutti i regni. Questi popoli, in concordanza con quanto affermato dalle fonti latine, presentavano diverse affinità con gli omologhi celtici, in particolare prevedevano la possibilità che una donna amministrasse un regno (in Ibernia, la regina Medb regnava sul Connacht, come Cartimandua e Budicca in Britannia). Una traccia ancora più antica collegherebbe poi il matrimonio rituale del re con la terra a scopo sacrale e per propiziare la fertilità (chiamato in gaelico Banais Rigi) con altre liturgie similari ancora in usi oggi in Africa Nera. Con l’erede dei Goideli, il re Louiguir/Loegario, avrà a che fare il famoso Patrizio, attualmente patrono d’Irlanda, durante la sua opera evangelizzatrice.

Unicum a livello europeo Prima di affrontare la questione patriciana, bisogna sottolineare come l’Irlanda rappresenti un unicum a livello europeo tale da non poter essere incasellata nelle convenzionali cesure storiche europee.

Il passaggio infatti tra Antichità e Medioevo, genericamente conosciuto come Tardo-antichità e che interessò tutto il continente europeo e ugualmente la Britannia, non toccò l’Irlanda.

Al riparo dalle invasioni e solo marginalmente influenzata dalla romanizzazione, la penisola ibernica non subì gli influssi barbarici e la lenta dipartita della romanità come il resto del mondo romano, ma al contrario subì proprio in questo periodo una latinizzazione dotta grazie all’opera dei missionari cristiani.

Detta in soldoni, il latino non venne introdotto attraverso la conquista dei romani prima e la contaminazione successiva delle lingue romano-barbariche, ma tramite lo studio della letteratura classica messo in atto nei monasteri irlandesi (altro tratto peculiare rispetto all’evangelizzazione) introdotti dal cristianesimo che ne conservarono e tramandarono i tratti più puri e eruditi. Il passaggio tra mondo antico e Medioevo in Irlanda non fu dunque caratterizzato da un periodo di passaggio ma avvenne repentinamente e quasi senza scossoni politici e sociali.

Ma quando arrivò il cristianesimo in Irlanda? Le notizie sono scarne e frammentarie rispetto ad esempio alla Britannia, dove già sotto Diocleziano moriva come martire cristiano Albano (305) e, ancora prima (179) secondo Beda, Lucio re di Britannia inviava una missiva a papa Eleuterio durante l’impero di Marco Aurelio e del figlio Commodo al fine di ricevere il battesimo cristiano. Quest’ultima notizia, attestata anche da Goffredo di Monmouth, sarebbe da intendersi come infondata: già sotto Antonino Pio la Britannia era saldamente sotto il controllo romano ed era pertanto impossibile che esistesse una carica in opposizione al dominio di Roma. Se per la Britannia le fonti sono diverse, per l’Ibernia le attestazioni sono molto più tarde e si riferiscono al periodo immediatamente successivo al ritiro delle legioni romane dalla Britannia ordinato dall’imperatore Onorio (410).

Una vetrata nella cattedrale di Carlow (Irlanda) con l’immagine di San Patrizio

La missione di Patrizio La prima notizia presente nelle fonti è quella di Beda, che per l’anno 431 indicò come papa Celestino inviò il vescovo Palladio a predicare agli Scoti che credevano in Cristo. Sappiamo sempre da Beda che fuori dai confini della ormai ex Britannia romana si era concentrata la missione evangelizzatrice di diversi santi, in particolare si ricorda per i Pitti Niniano di Whithorn che, nel IV secolo, aveva introdotto quei popoli alla fede cattolica. Era pertanto possibile che nell’Irlanda fosse giunta in qualche modo l’influenza cristiana che, storicamente, avvenne ufficialmente tramite l’opera di Patrizio (389-461), figlio di Concessa e di Calpurnio, diacono e decurione nella Britannia nord occidentale.

Sebbene alcuni studiosi, in particolare T. O’Rahilly, ritengano che l’attuale biografia patriciana sia sovrapposta all’azione evangelizzatrice di Palladio, ci limitiamo a considerare i dati storici forniti dalle fonti.

Stando a ciò, Patrizio fu rapito da predoni irlandesi pagani all’età di sedici anni mentre soggiornava in Galles, successivamente si formò in Gallia, ordinato da Germano di Auxerre e nel 432 venne inviato in Irlanda, dove fondò diversi monasteri, per primo quello di Armagh.

Al contrario di quanto accadde nel resto d’Europa, dove la romanità lasciava via via spazio all’affermazione di nuovi regni, in Irlanda avanzava parallelamente al cristianesimo attraverso l’opera del britanno Patrizio. Esaminando il suo apostolato, è possibile delineare diverse peculiarità rispetto agli omologhi europei, in particolare il fatto che non dovette affrontare il martirio per riuscire nella sua opera di conversione e, in secondo luogo, in quanto fondò il suo successo sulla sintesi che produsse con il mondo celtico-pagano.

Il trifoglio per spiegare la Trinità Al monaco britanno sono attribuiti diversi miracoli, in particolare quello di aver liberato l’isola dai serpenti, che sono così ritratti nelle icone raffiguranti il santo; il trifoglio, che è diventato un simbolo dell’Irlanda e di Patrizio stesso, venne poi usato dal monaco per spiegare ai pagani il funzionamento del concetto di trinità, altrimenti difficilmente assimilabile dai nativi.

Un’icona di San Patrizio con il trifoglio

Patrizio poi, per la sua familiarità con quel mondo pagano, venne descritto quasi come un druido, in competizione con gli altri maghi del paese per dimostrare la superiorità del Dio cristiano su quelli autoctoni. In tal senso è emblematico ciò che avvenne a Tara di fronte al re irlandese, quando Patrizio, accendendo un fuoco dove non era permesso dai culti druidici, affrontò i maghi del re sconfiggendoli e convertendo lo stesso re al cristianesimo. In seguito all’azione patriciana, il cristianesimo irlandese iniziò a svilupparsi attorno alle singole abbazie con i monaci che si prodigavano per raggiungere e convertire ampi strati della popolazione che, al netto della tradizione agiografica, dovette essere certamene più graduale.

Il cristianesimo si impose via via nei secoli successivi, generando a sua volta un importante esponente missionario, cioè il famoso Colombano (540-615) la cui missione toccò l’Europa continentale e anche il nord dell’Italia, in cui è tutt’oggi venerato in decine di città.

Paolo Pietro Giannetti

Fonti anticheAnonimo, Libro delle invasioni d’irlanda, consultabile online su http://www.bifrost.it/celti/fonti/leborgabala-1.html. Anonimo, Nomina provinciarum omnium, a cura di a. Riese, in Geographi Latini Minores, Heilbronn 1878. Anonimo, La grande razzia, táin bó cúailnge, a cura di M. Cataldi, Milano 1996. AAnonimo, The chronicle of ireland, a cura di T. M. Charles, Liverpool 2006. Postumo Rufo Festo Avieno, Ora Maritima, consultabile su http://www.thelatinlibrary.com/avienus.html. Beda il Venerabile, Historia ecclesiastica gentis anglorum, a cura di M. Lapidge, Voll. I-II, Milano 2010.Decimo Giunio Giovenale, Satire, a cura di B. Santorelli, Milano 2011. Goffredo di Monmouth, Storia dei re di britannia, a cura di G. Agrati e M. L. Magini, Parma 2010. Nennio, Historia Brittonum, a cura di A. Morganti, Rimini 2003. Pitea di Massalia, L’Oceano, in S. Bianchetti, Pitea di Massalia, L’Oceano. Introduzione, testo, traduzione e commento, Roma 1998. Pomponio Mela, La geografia del Mediterraneo, Soveria Mannelli 2008. Strabone, Geografia, a cura di F. Trotta, Milano 1996. Cornelio Tacito, Agricola, a cura di M. Stefanoni, Milano 2000. Claudio Tolomeo, Geografia, a cura di E.L. Stevenson, New York 2011.

BibliografiaD. Ò Croinin, A New History of Ireland, vol. I, Oxford 2005. N. Davies, The Isles, a History, Saffron Walden 2000. Martino, Roman Ireland, Cork 2003. S. Duffy, Medieval Ireland, an encyclopedia, New York 2005.S. Duffy, Ireland in the Middle Ages, Londra 1997. R. Fletcher, The Barbarian Conversion, from paganism to Christianity, New York 2011. G. Iorio, L’Apostolo Rustico, vita e miracoli di S. Patrizio d’Irlanda, Rimini 2000. F. Le Roux, C.J. Guyonvarc’h, I druidi, Parigi 1986. T. O’Rahilly, Early Irish History and Mythology, Dublino 1946. T. O’Rahilly, The Two Patricks, a lecture on the History of Christianity in Fifth century Ireland, Dublino 1984. B. Raftery, Atlas of the Celts, Dublino 2001. C. Sneyder, The Britons, Londra 2003. R.B. Warner, Tuathal Techtmar: a mith or ancient literary evidence for a Roman invasion?, in Emania, 13 (1995), pp. 23-32.

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Giuliano l’Apostata, imperatore in direzione ostinata e contraria

Giuliano l’apostolo dell’anticonformismo.

Ribelle, irriducibile, stonato, sempre fuori dal coro, “controcorrente rispetto all’onda della storia” come lo ha definito la studiosa della civiltà bizantina Silvia Ronchey. Costantemente in marcia in direzione ostinata e contraria.

Busto di ignoto diademato, forse Giuliano l’Apostata (360-363 d.C., Museo archeologico nazionale di Atene, Foto: Giovanni Dall’Orto per Wikimedia Commons)

Gli altri si rasano? E lui porta la barba; gli altri fanno la guerra e lui la filosofia, gli altri si tuffano nei nuovi stili della retorica e lui riscopre i classici, gli altri cercano il potere e lui cerca sé stesso, gli altri pensano al teatro e alle danze, e lui pensa a Dio. Gli altri si truccano e si danno le arie, e lui è rozzo e semplice. Gli altri si spartiscono il mondo, lui cerca di elevare la sua spiritualità. Gli altri inseguono la conquista del mondo e lui è un condottiero noglobal. Gli altri si convertono al cristianesimo, e lui torna alla religione ellenica.

In fuga da ogni etichetta, è anticonformista anche nei confronti di sé stesso, coerentemente contraddittorio com’è: serioso e sarcastico, razionalista e superstizioso, semplice e megalomane, pacifico e guerrafondaio, tollerante e teocratico, affascinato da Cristo e nemico del cristianesimo.

Chiamatelo pure l’Apostata, ma lui resta il più fedele e il più religioso dei Cesari. Pagano, sì ma laico no, mai.

Laici erano gli imperatori cristiani, che si erano convertiti solo per tenersi buoni il nuovo potere in piena espansione, per cavalcare l’onda che stava travolgendo il mondo, per domare una fede rivoluzionaria: laico era Costantino, che aveva legalizzato il cristianesimo solo per assumerne il controllo e sfruttarlo per le sue ambizioni politiche.

Giuliano no, Giuliano ci crede davvero, in Dio.

Ma non al Galileo buonista che offre un Paradiso a buon mercato: lui crede a a quello dei avi, a quello che ha creato, guidato, protetto, vegliato l’umanità per millenni: Giuliano riscopre le sue radici, non le rinnega.

Perché lui ci crede profondamente, lui – forse solo lui è rimasto, a crederci davvero – nelle radici.

Non vuole imporre a nessuno un culto che non gli appartiene; non vuole imporlo ai cristiani, ma non vuole nemmeno che i cristiani lo impongano agli altri. Ognuno deve pregare il suo Dio: quella che rifiuta è la globalizzazione del culto: tutti i popoli devono riscoprire le proprie radici; anche gli ebrei, tanto che prova persino a ricostruire il Tempio di Gerusalemme, anche se i lavori – appena cominciati – vengono fermati da un terremoto e non riprendono più.

Il Dio dell’universo – secondo Giuliano – ha affidato a ciascun popolo un proprio protettore. Il problema dei cristiani è che loro, un Dio, non ce l’hanno: perché i cristiani non sono un popolo, ma solo un gruppo di eretici: “Non sono né ebrei né greci, ma appartengono all’eresia galilea” scrive:

“Infatti, in un primo tempo seguirono la dottrina di Mosè poi, apostatando, presero una loro via propria mettendo insieme dagli Ebrei e dai Greci i vizi che a questi popoli furono legati dalla maledizione di un demone; presero la negazione degli dei dall’intolleranza ebrea, la vita leggera e corrotta dalla nostra indolenza e volgarità, e osarono chiamare tutto questo religione perfetta. Ne venne fuori un’invenzione messa insieme dalla malizia umana. Nulla avendo essa di divino, e sfruttando la parte irragionevole dell’anima nostra che è incline al favoloso e al puerile, riuscì a far tenere per veritiera una costruzione di mostruose finzioni”.

In blu: sviluppo del cristianesimo fino al 325; In celeste: sviluppo del cristianesimo fino al 600. (La mappa non riporta accuratamente la conversione al cristianesimo degli Arsacidi d’Armenia del 301 o la cristianità della Britannia – provincia romana – nel 300)

Lo stesso Gesù, d’altra parte, non è certo un’antica e potente divinità:

“È nominato da poco più di trecento anni, senza che nella sua vita abbia fatto alcunché di memorabile, a meno che non si considerino grandi imprese aver guarito zoppi e ciechi e aver esorcizzato indemoniati nei paesucoli di Betsaida e di Betania”.

È però vero che anche Gesù è considerato dai Cristiani un dio, ma si tratta di una deviazione dalla stessa tradizione apostolica. E Giuliano, che il cristianesimo lo ha studiato a fondo, lo sa bene:

“Che Gesù fosse Dio non osò dirlo né Paolo, né Matteo, né Luca, né Marco, ma solo l’ineffabile Giovanni, quando vide che già molta gente, in molte città di Grecia e d’Italia, era presa da questo contagio”.

In compenso che i cristiani fossero già dissoluti in origine lo dimostra lo stesso Paolo, quando rivolgendosi ai suoi discepoli, scrive che

“né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapinatori erediteranno il Regno di Dio. E voi non ignorate queste cose, fratelli, perché anche voi eravate così”.

Flavio Claudio Giuliano è nato a Costantinopoli nel 331, nel mezzo di quei settant’anni che separano la legalizzazione del cristianesimo dalla sua imposizione come religione ufficiale dell’impero. Si chiama Flavio come tutti i membri della famiglia di Costantino, Claudio come il fondatore della dinastia Claudio il Gotico, e Giuliano come il nonno materno.

La madre Basilina muore pochi mesi dopo il parto: si dirà poi che aveva sognato di dare alla luce un nuovo Achille. Giuliano porterà con sé la nostalgia di una figura che non ha mai conosciuto e le dedicherà un giorno una città di nuova fondazione: Basilinopoli.

Suo padre è Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino e tra i suoi possibili eredi. Ma nemmeno lui vedrà crescere il figlio: quando Costantino muore improvvisamente nel 337 la situazione precipita nel caos. Il figlio Costanzo II arriva subito a Costantinopoli per organizzare i funerali e prepararsi alla successione, ma i pretendenti al trono sono fin troppi. Così, per fare un po’ di pulizia vengono massacrati gran parte dei parenti del defunto imperatore, tra cui lo stesso Giulio Costanzo.

Gli unici a sopravvivere alla strage sono Giuliano e il fratellastro Gallo. Oltre al padre vengono uccisi anche il fratellastro maggiore, uno zio e sei cugini.

“Tutto quel giorno fu una carneficina – ricorderà – e per l’intervento divino la maledizione tragica si avverò. Si divisero il patrimonio dei miei avi a fil di spada e tutto fu messo a soqquadro”.

Testa dell’acrolito monumentale di Costantino (274-337), conservata nel cortile del Palazzo dei Conservatori, presso i Musei capitolini a Roma

Divenuto adulto, Giuliano rintraccerà nella bramosia di potere di Costantino l’origine di tutti i mali dei suoi discendenti:

“Ignorante com’era credeva che bastasse avere un gran numero di figli per conservare la sostanza, che aveva accumulato senza intelligenza, non preoccupandosi di fare in modo che i figli fossero educati da persone sagge”.

Chi abbia ordinato la strage non si è mai saputo: ufficialmente è un’iniziativa presa dai soldati stessi, che vogliono sul trono solo figli dell’imperatore. Ma sicuramente Costanzo II non muove un dito per impedirla, né punisce i responsabili. Secondo alcune fonti è stato lo stesso Costantino, in un testamento affidato al vescovo ariano Eusebio, ad accusare i fratellastri di averlo avvelenato.

Quel che è certo è che quando rimane orfano di entrambi i genitori Giuliano ha solo sei anni e viene affidato proprio al vescovo Eusebio, trascorrendo le estati nella villa della nonna a Nicomedia, dove studia retorica e filosofia e viene educato alla religione cristiana.

“In quella profonda calma ci si poteva sdraiare e leggere un libro e di tanto in tanto riposare gli occhi. Quando ero un bambino, quella casa mi sembrava il luogo di villeggiatura più bello del mondo”.

Qui avviene l’incontro con l’eunuco Mardonio, già precettore della madre, che viene incaricato di provvedere alla sua istruzione. Da lui Giuliano apprende la letteratura classica e soprattutto Omero, che gli apre la fantasia sul mondo favoloso dell’epica:

“Il mio pedagogo mi abituava a chiamare serietà l’essere rozzo, saggezza l’essere insensibile, e forza d’animo il resistere alle passioni, e mi ammoniva dicendomi: – Non lasciarti trascinare dai tuoi coetanei che frequentano i teatri ad appassionarti per gli spettacoli. Ami le corse dei cavalli? Ce n’è una bellissima in Omero. Prendi il libro e leggi”.

Successivamente per ordine dell’imperatore viene trasferito insieme al fratellastro Costanzo Gallo nella villa imperiale di Macellum in Cappadocia:

“Che cosa dovrei dire dei sei anni passati in quel podere altrui, come coloro che i Persiani tengono sotto guardia nelle fortezze, senza che nessun estraneo si avvicinasse, né fosse concesso a nessuno degli antichi conoscenti di farci visita? Vivevamo esclusi da ogni serio insegnamento, da ogni libera conversazione, allevati in mezzo a uno splendido servitorame, esercitandoci con i nostri schiavi come con dei colleghi”.

Ritornato finalmente alla corte di Costantinopoli, Giuliano a vent’anni si allontana dal cristianesimo, maturando una concezione religiosa ispirata all’antico politeismo e al misticismo neoplatonico.

Il filosofo Giamblico di Calcide (250 ca. – 330 ca.), esponente di spicco della scuola filosofica del neoplatonismo

Secondo la filosofia neoplatonica – inaugurata da Plotino e proseguita dai suoi diretti allievi Porfirio e Giamblico – tutta la realtà è concepita come emanazione dell’entità divina assoluta, l’Uno: compito supremo dell’uomo è cercare di risalire a quell’unità, giungendo all’assimilazione mistica con il divino, che è possibile raggiungere attraverso la razionalità del pensiero, con la contemplazione o le pratiche magiche.

Giuliano viene descritto “di media statura, con i capelli lisci, un’ispida barba a punta, con begli occhi lampeggianti, segno di viva intelligenza, le sopracciglia ben marcate, il naso diritto e la bocca piuttosto grande, con il labbro inferiore pendulo, il collo grosso e curvo, le spalle larghe, ben fatto dalla testa ai piedi, così da essere eccellente nella corsa”.

È di carattere estroverso, di modi semplici e si fa avvicinare volentieri, senza mostrare l’alterigia e il distacco comuni ai personaggi d’alto rango.

A Efeso Giuliano viene istruito alla teurgia giamblica:

“Sentì parlare – scrive Libanio – degli dei e dei dèmoni che hanno creato questo universo e lo mantengono in vita, apprese che cos’è l’anima, da dove viene, dove va, ciò che la fa cadere e ciò che la risolleva, che cosa sono per essa la prigionia e la libertà”.

Infine, viene iniziato al culto mitralico:

“L’oscurità attraversata da improvvisi lampi di luce – scrive Ignazio Tantilo – lunghi silenzi rotti da mormorii, voci, grida, e poi il frastuono di musiche cadenzate da un ritmo ripetitivo, profumi d’incenso e di altre fragranze, oggetti animati da formule magiche, porte che si spalancano e si chiudono da sole, statue che si animano e tanto fuoco di torce”.

Ufficialmente si dichiara ancora cristiano praticante, ma nella sua villa a Nicomedia si intrattiene con “amici delle Muse e degli altri dei”, tra cui retori, sacerdoti e sacerdotesse.

“Fin da fanciullo – dirà – fu insito in me un immenso amore per i raggi del dio, e alla luce eterea indirizzavo il pensiero tanto che, non stanco di guardare sempre al Sole, se uscivo di notte con un cielo puro e senza nubi, subito, dimentico di tutto, mi volgevo alle bellezze celesti”.

Nel frattempo Costanzo II riesce a impadronirsi di tutto l’impero, mentre Gallo fa una carriera lampante che lo porta a diventare uno dei più stretti collaboratori dell’imperatore, ma finisce per tradirlo ed essere condannato a morte nel 354.

Giuliano, che ha 23 anni, viene convocato dal cugino a Milano.

Durante il viaggio visita la Ilio cantata da Omero, dove Pegasio, un vescovo che si definisce cristiano ma che segretamente adora il Sole, favorisce il culto di Ettore, la cui statua di bronzo “brillava, tutta lucida d’olio” e accompagna Giuliano a visitare il tempio di Atena e la presunta tomba di Achille.

Arrivato a Milano viene accusato di aver tramato con il fratellastro contro l’imperatore e incarcerato per sei mesi. Poi viene esiliato ad Atene, dove arriva nell’estate del 355. Mai esilio fu più gradito:

“Era come se Alcinoo, dovendo punire un Feace colpevole, l’avesse messo in prigione nei propri giardini”.

In Grecia visita le rovine dei templi, partecipa a culti misterici e si intrattiene con sacerdoti, ma conosce anche i futuri vescovi Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo.

“Non prevedevo nulla di buono – scriverà Gregorio – vedendo il suo collo sempre in movimento, le spalle sobbalzanti come piatti di una bilancia, gli occhi dallo sguardo esaltato, l’andatura incerta, il naso insolente, il riso sguaiato e convulso, i movimenti della testa senza ragion d’essere, la parola esitante, le domande poste senza ordine né intelligenza e le risposte che si accavallavano le une con le altre come quelle di un uomo senza cultura”.

Già in autunno viene però richiamato da Costanzo II a Milano. Si affida completamente alla volontà degli dei, che non lo tradiscono: questa volta, infatti, le intenzioni dell’imperatore si rivelano tutt’altro che ostili: Giuliano riceve il titolo di Cesare, sposa la sorella dell’imperatore Elena e viene mandato in Gallia a difendere l’impero dalla minaccia dei Franchi e degli Alamanni.

Elena, figlia dell’imperatore Costantino I e moglie di Giuliano l’Apostata, raffigurata in una moneta romana

Giuliano continua a praticare segretamente i culti pagani, mentre la moglie Elena – come la nonna – è una fervente cristiana; tra i due non c’è idillio né dialogo, e nemmeno eredi: Elena rimane infatti incinta due volte ma una volta perde il figlio durante la gravidanza e l’altra lo partorisce morto.

In Gallia Guliano arriva con 360 soldati e nessuna preparazione militare. La guerra la conosce solo dai libri di Giulio Cesare, ma non ha bisogno di esperienza: l’imperatore – diffidente nei confronti del cugino – gli ha affidato i suoi migliori generali che rispondono del proprio operato direttamente all’imperatore. Solo dopo un anno di guerra Costanzo gli affida finalmente il controllo effettivo della spedizione, e Giuliano non lo delude: dopo aver sconfitto gli alemanni a Strasburgo attraversa il Reno e si riprende tutti i presidi romani che erano stati occupati dal nemico, per ritirarsi poi a Parigi.

“La mia cara Lutezia. I Celti chiamano così la cittadina dei Parisii. È un’isola non grande, posta sul fiume, e un muro la cinge tutta intorno: ponti di legno permettono il passaggio da entrambi i lati, e raramente il fiume cala o s’ingrossa, in generale rimane uguale d’estate e d’inverno, offrendo un’acqua dolcissima e purissima a chi vuole vederla o berla”.

Nella primavera del 358 si spinge fino alle Fiandre per combattere i Franchi, riuscendo a gestire una situazione delicatissima a causa delle poche risorse a disposizione. Le sue non sono vittorie effimere:

“Dopo che ebbe lasciato le provincie occidentali e per tutto il tempo che rimase in vita – scrive Ammiano Marcellino – tutti i popoli si mantennero quieti, quasi fossero stati pacificati dal caduceo di Mercurio”.

Il giovane Cesare non si limita a riconquistare dei territori, ma procede ad una riforma radicale delle amministrazioni, riducendo di due terzi le tasse e riuscendo a farsele bastare in modo molto saggio: da una parte smette di opprimere le zone colpite di guerra e dall’altra di concedere condoni ai ricchi evasori di altre province. Riforma anche la giustizia, presiedendo i processi di appello e pretendendo prove.

“Chi sarà colpevole se basterà negare?” gli dicono: “E chi sarà innocente se basterà accusare?” replica.

Mentre dimostra di essere un eccellente amministratore, inizia anche la sua attività di scrittore, componendo una serie di Panegirici, alcuni dei quali ironicamente dedicati a Costanzo, che definisce “un cittadino sottoposto alla legge, non un monarca al di sopra di essa”. Che potrebbe sembrare un complimento, se non fosse che proprio Costanzo nella sua Lettera al Senato aveva teorizzato una società senza leggi, bastando la figura dell’imperatore a regolare secondo giustizia il civile consesso umano.

Nel gennaio del 360 proprio Costanzo – impegnato nella guerra contro i persiani – chiede a Giuliano di inviargli metà del suo esercito e della sua guardia personale.

Mappa ipotetica di Lutetia Parisiorum (l’antica Parigi) nel 508, tratta dal Traité de la Police di Nicolas Delamare (1705)

“La popolazione di Parigi – scrive Libanio – credeva di essere alla vigilia di una nuova invasione e della rinascita dei mali che erano stati estirpati con grande fatica. Le madri che avevano dato dei figli ai soldati mostravano loro i nuovi nati che allattavano ancora e supplicavano che non li abbandonassero”.

Salutato l’esercito riunito in Campo di Marte, Giuliano si intrattiene con i comandanti per il banchetto dell’addio. Quella notte, grandi clamori si alzano fino alle finestre del palazzo:

“Mentre le grida si facevano sempre più forti e tutto il palazzo era in subbuglio – scrive – chiesi al Dio di mostrarmi un segno, ed egli subito mi accontentò e mi ordinò di cedere e di non oppormi alla volontà dell’esercito”.

La mattina dopo, issato sugli scudi, viene portato in trionfo dai soldati. In una lettera inviata a Costanzo offre un contingente militare limitato e chiede piena autonomia nel governo della Gallia.

È un vero e proprio atto di insubordinazione: Costanzo respinge ogni accordo e gli aizza contro Vadomario, re degli Alemanni:

“Costanzo ci solleva contro i barbari – protesta Giuliano – mi proclama presso di loro suo aperto nemico”.

Nella primavera del 361, arrestato e deportato Vadomario, Giuliano inizia la sua marcia contro Costanzo. Non ha, in realtà, nemmeno bisogno di sconfiggerlo: l’imperatore muore il 3 novembre, a 44 anni e dopo 24 di regno, designandolo – sembra – come suo successore. E Giuliano ricambia la cortesia: l’11 dicembre, appena arrivato a Costantinopoli la prima cosa che fa è tributare tutti gli onori al suo predecessore, anche se poi fa bruciare vivi i consiglieri che erano stati suoi delatori.

La seconda è ordinare di erigere un mitreo nell’interno del palazzo imperiale. Tanto per far capire che l’aria è cambiata. Durante il regno di Costanzo i cristiani hanno acquistato sempre più potere: la religione del Galileo è diventata un’arma nelle mani del figlio di Costantino, che ha sostenuto l’intolleranza nei confronti dei pagani e degli ebrei e si è messo alla guida degli ariani. Giuliano, invece, proclama la tolleranza generale nei confronti di tutte le religioni e di tutti i culti: vengono riaperti i templi pagani chiusi e celebrati i sacrifici, mentre tornano dall’esilio i vescovi cristiani che le reciproche dispute tra ortodossi e ariani avevano allontanato dalle loro città.

Il mitraismo si diffuse nell’area del Mediterraneo orientale intorno al II-I secolo a.C. e venne praticato anche nell’Impero romano dove raggiunse il suo apice tra il III e il IV secolo (nell’immagine: Mitra e il toro in un affresco dal Mitreo di Marino (III secolo)

Non tardano ad arrivare, però, vere e proprie discriminazioni: il 17 giugno 362 emana un editto con il quale stabilisce l’incompatibilità tra la professione di fede cristiana e l’insegnamento nelle scuole pubbliche. Non vuole essere – almeno formalmente – una forma di persecuzione, ma una richiesta di coerenza:

“È necessario che tutti gli insegnanti abbiano una buona condotta e non professino in pubblico opinioni diverse da quelle intimamente osservate. In particolare, tali dovranno essere coloro che istruiscono i giovani e hanno il compito di interpretare le opere degli antichi, siano essi retori, grammatici e ancor più sofisti, poiché questi ultimi, più degli altri, intendono essere maestri non di sola eloquenza ma anche di morale, e sostengono che a loro spetta l’insegnamento della filosofia civile. Trovo assurdo che chi spiega gli scritti di Omero, Esiodo, Demostene, Erodono, Tucidide, Isocrate e Lisia disprezzi gli dèi che quelli onoravano. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono ma, se invece vogliono insegnare, insegnino prima con l’esempio”.

D’altra parte l’incompatibilità tra la cultura greco-romana e il cristianesimo è condivisa da buona parte degli intellettuali cristiani. Non a caso, appena vent’anni dopo, sant’Ambrogio convincerà l’imperatore Teodosio ad abolire i Giochi Olimpici.

“Finora, si avevano molte ragioni per non frequentare i templi e la paura, ovunque avvertita, giustificava la dissimulazione delle vere opinioni sugli dei. Ora, poiché questi dei ci hanno reso la libertà, mi sembra assurdo che si insegni ciò che non si crede giusto. Se i maestri cristiani credono che questi autori si siano sbagliati circa le entità da venerare, vadano allora nelle chiese dei Galilei a spiegare Matteo e Luca. Voi affermate che bisogna rifiutare le offerte dei sacrifici? Bene, anch’io voglio che le vostre orecchie e la vostra parola si purifichino astenendosi da tutto ciò a cui io ho sempre desiderato partecipare insieme con coloro che pensano e fanno quello che io amo”.

Al tempo stesso Giuliano si preoccupa di offrire ai pagani un’alternativa credibile al cristianesimo, e così si adopera per organizzare una vera e propria “chiesa”, con gerarchie che imitano quelle cristiane: al vertice c’è lo stesso imperatore, nella sua qualità di pontefice massimo, seguito da sommi sacerdoti, responsabili ciascuno per ogni provincia i quali, a loro volta, nominano i sacerdoti delle diverse città.

Anche sotto il profilo dell’assistenza sociale la chiesa pagana di Giuliano segue l’esempio di quella cristiana:

“Dobbiamo dividere i nostri averi con tutti, ma più generosamente con i poveri e i derelitti, in modo che possano soddisfare le loro esigenze. E posso aggiungere, senza timore di apparire paradossale, che dovremmo dividere cibo e vestiti anche con i malvagi. Poiché è all’umanità che è in ognuno che noi dobbiamo dare, non al singolo individuo”.

Ecco dunque che la spiritualità dell’Apostata si spinge fino all’assistenza ai detenuti (proibita dall’imperatore pagano Licinio) e all’istituzione di ricoveri per mendicanti, ostelli per stranieri, asili per donne e orfanotrofi.

Antiochia in epoca romana (I-IV sec.) con il tracciato delle mura e i principali monumenti (fonte: Wikimedia Commons)

Nell’estate del 362 Giuliano – deciso a riprendere la guerra mai vinta contro i persiani – si trasferisce ad Antiochia. Qui l’accoglienza è festosa, ma l’idillio finisce presto.

L’incompatibilità di carattere tra l’austero e mistico imperatore e la città frivolissima e a maggioranza cristiana crea subito un corto circuito. Cominciano a circolare persino epigrammi che lo deridono: il suo aspetto è troppo trascurato per essere quello dell’uomo più potente del mondo: la barba è fuori moda, il taglio di capelli rozzo. Gli rimproverano di essere troppo serioso e al tempo stesso troppo alla mano per un imperatore.

Insomma, in definitiva, Giuliano è un cafone che non sa vestirsi né truccarsi, né stare in società, né farsi rispettare. E che, peraltro, non ne azzecca una: il calmiere che impone per abbassare i prezzi degli alimentari finisce per irritare i commercianti che fanno sparire i prodotti dai mercati danneggiando tutti. Non solo, ma è grottesco e paradossale che mentre cerca di risanare l’economia intervenendo a gamba tesa sui mercati, spenda cifre assurde per i sacrifici rituali con cui cerca di ingraziarsi gli dei in vista della guerra.

“Inondò gli altari con il sangue di innumerevoli vittime, giungendo a sacrificare fino a cento buoi per volta – scrive Ammiano Marcellinio – insieme a greggi e a candidi uccelli provenienti da ogni parte dell’Impero, provocando un esborso di denaro inusitato e onerosissimo. Chiunque si dichiarasse, a torto o a ragione, esperto nelle pratiche divinatorie, era ammesso, senza alcun rispetto per le regole prescritte”.

Nei pressi della città si stende, in una valle ricca di boschi e di acque, il sobborgo di Dafne, dove sorge un santuario dedicato ad Apollo, rappresentato da una statua di avorio e lambito dalla fonte Castalia, che la leggenda sostiene essere parlante. Fatto chiudere da Costanzo e andato in rovina, ci è stata costruita sopra una cappella dove è stato sepolto il vescovo Babila.

Giuliano, che prima ancora di arrivare ad Antiochia aveva chiesto di restaurare il tempio, quando in agosto cade la ricorrenza della festa del dio si reca a Dafne ma qui trova una brutta sorpresa: il Consiglio municipale, formato in gran parte di cristiani, non ha preparato alcun festeggiamento.

Le interrogazioni votive di Giuliano non ottengono risposta dalla statua o dalla fonte Castalia, e – consigliato da un sacerdote – si convince che è la presenza del sepolcro del vescovo ad essere responsabile del silenzio degli dei. Così fa riesumare i resti di Babila e li seppellisce ad Antiochia, creando una sollevazione dei cristiani. Poco tempo dopo, nella notte del 22 ottobre il tempio di Dafne viene distrutto da un violento incendio. Le indagini volte a scoprire i responsabili non approdano a nulla ma Giuliano si convince che siano stati i cristiani e per ritorsione fa chiudere la cattedrale di Antiochia.

Maiorina di Giuliano, recto

Poi sfoga la sua rabbia con un libro satirico che esce nel febbraio 363 e che non è altro che una grande invettiva contro Antiochia e i suoi cittadini. E se loro lo deridono per la sua barbetta da capra, lui risponde chiamando il libro Misopogon, ovvero “Il nemico della barba”.

Secondo l’imperatore, Antiochia si presenta come un esempio estremo di polis tryphosa, cioè città preda della tryphè, vocabolo che può essere tradotto con “mollezza di carattere”, “delicatezza”, “voluttuosità”, “indolenza”. Giuliano ce l’ha in particolare con la predilezione degli antiocheni per gli spettacoli teatrali e per le gare all’ippodromo.

Lui, d’altra parte, si vanta di avere sempre evitato il teatro e detestato i ludi circenses e anche per questo si era trovato benissimo in Gallia: perché i celti e i germani, propensi alla frugalità e alla semplicità non potevano in nessun modo apprezzare gli spettacoli teatrali reputandoli grotteschi e osceni:

“Così dunque anche tra i Celti, come il Misantropo di Menandro, io recavo affanni a me stesso. Tuttavia, se la selvatichezza dei Celti sopportava ciò, logicamente lo tollera male una città felice come questa, beata e popolosa di uomini, dove ci sono molti ballerini, molti flautisti, più mimi che cittadini, e dove non c’è rispetto per chi governa”.

“Ai deboli infatti conviene arrossire – scrive sarcastico – mentre ai valorosi, come voi, si addice far baldoria fin dall’alba e gozzovigliare di notte, per non insegnare a parole, ma dimostrare con i fatti, che non vi preoccupate delle leggi; tutti belli, alti, lisci e senza barba, emuli, giovani allo stesso tempo e vecchi”.

“E tu – dice rivolto a se stesso – pensavi davvero che la tua selvatichezza, la tua misantropia, la tua goffaggine, potessero andar d’accordo con tutto questo? Tu, il più idiota e attaccabrighe di tutti gli uomini tanto sciocca e leggera è questa animuccia, che i più ignobili dicono sapiente, da credere di doverla adornare ed abbellire con la saggezza?”

“Mi ha in odio la maggioranza – scrive ancora con amarezza – per non dire la totalità del popolo, che professa l’incredulità negli dèi e mi vede attaccato ai dettami della religione patria; mi hanno in odio i ricchi, a cui impedisco di vendere ogni cosa ad alto prezzo; tutti poi, mi odiano a motivo dei ballerini e dei teatri, non perché io li privi di queste delizie, ma perché a me di queste delizie importa meno dei ranocchi delle paludi”.

“Di tutti i mali – continua l’invettiva – sono io l’autore, perché ho posto benefici e favori in animi ingrati. La colpa è della mia stupidità, non della vostra libertà”.

Mosaico del III secolo nella Necropoli vaticana sotto la basilica di San Pietro, nella volta nel Mausoleo dei Giulii: in una delle ipotesi interpretative, nel mosaico sarebbe ritratta una raffigurazione di Gesù nelle vesti del dio-sole – Apollo-Helios/Sol Invictus – alla guida del carro

Per consolarsi del pessimo rapporto con gli uomini, Giuliano si rifugia in Dio, e in particolare nel dio del Sole, a cui dedica un inno in cui la figura di Helios sembra ricalcare – in realtà – quella di Cristo, Verbo fatto carne.

“Helios Re procedette come unico dio da un dio unico, cioè dal mondo intelligibile che è uno, unifica l’infimo con il supremo, contiene in sé il mezzo della perfezione, dell’unione, del principio vitale e dell’uniformità della sostanza. Nel mondo sensibile è la sorgente di tutti i benefici e racchiude in sé la causa eterna delle cose generate”.

“Helios re universale – prega – donami la tua grazia, una vita buona, una sapienza più perfetta, una mente ispirata e nel modo più lieve e al momento opportuno il distacco dalla vita stabilito dal destino. Possa io salire a lui e stargli accanto per l’eternità, ma se ciò fosse troppo per i miei meriti, almeno per molti e lunghi periodi di anni!”.

Complice anche la scarsa vita sociale, quello di Antiochia è un periodo particolarmente prolifico sotto il profilo letterario: l’imperatore scrittore si cimenta infatti anche con tre libri di polemica anticristiana: Contro i Galilei (ai quali risponderà Cirillo di Alessandria con Contra Iulianum) e con un vero e proprio “kolossal”: la satira I Cesari, che racconta di una festa data da Romolo nella casa degli dèi, alla quale vengono invitati tutti gli imperatori romani. Di ogni Cesare vengono così delineati i molti vizi e le poche virtù: dall’ambizioso Giulio Cesare al camaleontico Ottaviano, Tiberio, grave all’apparenza ma crudele e vizioso, Caligola, “mostro crudele”, Claudio “corpo senz’anima” e l’intrattabile Settimio Severo.

Ogni imperatore si sceglie una divinità protettrice, e Costantino corre subito incontro alla Lussuria che, accoltolo teneramente lo adorna di vesti femminili colorate, lo liscia tutto e lo porta dall’Empietà dove si trovava anche Gesù che si aggira da quelle parti e predica: “Chi è corruttore, assassino, maledetto, rifiutato da tutti, venga con fiducia: lavandolo con quest’acqua lo renderò puro in un attimo”.

Il 5 marzo 363 Giuliano lascia finalmente Antiochia con un esercito di 65mila uomini. Rifiuta il trattato di pace del re persiano Sapore e – accompagnato dal cugino Procopio (“bello, grande e triste – lo descrive Temisto – dalla figura sempre curva, dallo sguardo sempre a terra, che nessuno ha mai visto ridere”) arrivato all’ultimo avamposto romano, nonostante tutti gli auspici siano negativi, si inoltra nel regno sasanide.

Il percorso di Giuliano e del suo esercito, dalla partenza da Costantinopoli alla morte

La spedizione in un primo momento si rivela trionfale: Giuliano conquista una fortezza dopo l’altra, costringendo il nemico a chiudersi tra le mura della capitale Ctesifonte. La città, però, appare imprendibile e l’imperatore rinuncia all’assedio risalendo il Tigri.

La marcia è tormentata dal caldo, dalla guerriglia, dalla sete e dalla fame, perché i persiani bruciano i raccolti nelle terre attraversate dai Romani. Il 16 giugno appare finalmente all’orizzonte l’esercito di Sapore, che però si limita a seguire da lontano le truppe di Giuliano, rifiutando il combattimento aperto e ingaggiando solo brevi incursioni di cavallerie. Il 21 giugno l’esercito romano si ferma a Maranga per una sosta di tre giorni. Giuliano impiega come al solito il tempo libero dalle occupazioni militari leggendo e scrivendo.

La notte del 25 giugno gli sembra di scorgere nel buio della sua tenda una figura: è il Genius Publicus, quello che gli era apparso nell’esaltante notte di Lutetia e lo aveva invitato a non lasciarsi sfuggire l’occasione di prendere il potere. Ora ha però il capo velato a lutto, lo guarda senza parlare, poi si volta e lentamente svanisce.

La mattina dopo, malgrado l’opinione contraria degli aruspici, fa levare le tende per riprendere la marcia. Gli dicono che nella retroguardia è scoppiata una guerriglia; l’imperatore – senza nemmeno indossare l’armatura – accorre a cavallo e si lancia nella mischia quando un giavellotto lo colpisce sul fianco. Cerca subito di estrarlo da solo, ma cade da cavallo e sviene. Portato nella sua tenda, “si rianimò, credette di star meglio, volle le sue armi ma le forze non risposero alla volontà; chiese il nome della località: ‘è Frigia’, gli risposero. Allora Giuliano comprese che tutto era perduto: un tempo aveva sognato un uomo biondo che gli aveva predetto la morte in un luogo con quel nome”.

Le sue guide spirituali gli ricordano il suo destino, fissato dall’oracolo di Helios:

“Quando avrai sottomesso al tuo scettro la razza persiana, inseguendoli fino a Seleucia a colpi di spada, allora salirai all’Olimpo su un carro di fuoco attraverso le vertiginose orbite del cosmo. Liberato dalla dolorosa sofferenza delle tue membra mortali, raggiungerai la dimora senza tempo della luce eterea, che abbandonasti per entrare nel corpo di un mortale”.

Sentendosi soffocare, Giuliano chiede dell’acqua: appena finito di bere perde conoscenza. Ha 32 anni e ha regnato meno di venti mesi.

Statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

“Udite, popoli! – scrive esultante Gregorio di Nazianzio – fu estinto il tiranno, il dragone, l’Apostata, il Grande Intelletto, l’Assiro, il comune nemico e abominio dell’universo, la furia che molto minacciò sulla Terra, molto contro il Cielo operò con la lingua e con la mano”.

Giuliano sarà l’ultimo imperatore pagano. Solo una minuscola pausa nella marcia trionfale del nuovo potere religioso. I cristiani lo sanno e non lo nascondono: oltre a rovesciare altari e distruggere templi, avviano subito la demolizione della figura dell’Apostata, arrivando ad accusarlo di sacrifici umani.

I discepoli e gli amici dell’imperatore, invece, cercano di farsi dimenticare, aspettandosi persecuzioni che – in effetti – non tardano ad arrivare. Solo Libanio – che era stato suo maestro, e poi strettissimo collaboratore – lo celebra e arriva ad accusare un cristiano del suo omicidio.

Nella sua Historia Ecclesiastica, scritta quasi un secolo dopo i fatti, Teodoreto di Cirro racconterà che Giuliano raccolse con le mani il sangue uscito dalla sua ferita e lo alzò al cielo gridando: “Hai vinto, Galileo!”, mentre secondo Filostorgio Giuliano dopo aver raccolto il suo sangue con le mani lo lanciò verso il Sole gridando “Korèstheti” (“Saziati!”) e maledicendo gli altri Dei “cattivi e distruttori”.

Col passare dei secoli, Giuliano l’Apostata diventerà un simbolo contraddittorio – nemico del cristianesimo ma ottimo amministratore, fondamentalista pagano ed emblema laicista – che affascinerà e ispirerà per secoli artisti e intellettuali, da Lorenzo il Magnifico a Voltaire, da Gibbon a Ibsen.

“Col formare non molti, ma anche solo tre o quattro filosofi, tu puoi arrecare al genere umano maggiori benefici di quanto non possano fare parecchi imperatori messi insieme. Quanto a me, sono consapevole di non possedere nessuna speciale virtù, tranne quella di non credere di avere le più belle virtù. Rimetto tutto nelle mani di Dio, così da essere scusato delle mie mancanze e da poter apparire discreto e onesto per gli eventuali successi della mia opera di governo”.

Arnaldo Casali

Da leggere:La rinascita degli dei: opere filosofiche e politiche dell’ultimo grande imperatore pagano, I Dioscuri, 1988. Cirillo di Alessandria, Contra Iulianum, Patrologia Graeca 76 Filostorgio, Historia Ecclesiastica, Berlino 1972 Giamblico, De vita Pythagorica, Stoccarda 1975 Ammiano Marcellino, Res gestae, Berlino 1915 Libanio, OrazioniPolymnia Athanassiadi, Giuliano. Ultimo degli imperatori pagani, Genova, ECIG, 1992 Jacques Benoist-Méchin, L’imperatore Giuliano, Milano, Rusconi, 1979 Luca Desiato, Giuliano l’Apostata, Milano, Mondadori, 1997 Goffredo Coppola, La politica religiosa di Giuliano l’Apostata, Bari, Edizioni di Pagina, 2007 Maria Carmen De Vita, Giuliano imperatore filosofo neoplatonico, Milano, Vita e Pensiero, 2011 Giovanni Filoramo, La croce e il potere, Roma-Bari, Laterza, 2011 Giuliano, Contra Galilaeos, Lipsia 1880 Nello Gatta, Giuliano Imperatore. Un asceta dell’idea dello Stato, Padova, Ar, 1995 Ignazio Tantillo, L’imperatore Giuliano, Roma-Bari, Laterza, 2001Voltaire, Dizionario filosofico, Milano, Mondadori, 1955 Edward Gibbon, The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, 6 voll., London, Strahan & Cadell 1776-1789 Arnaldo Marcone, Giuliano. L’imperatore filosofo e sacerdote che tentò la restaurazione del paganesimo, Salerno editrice, 2019Henrik Ibsen, Imperatore e Galileo, 1873Joseph Bidez, Vita di Giuliano Imperatore, (1930), Rimini, Il Cerchio, 2004

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La Britannia romana tra mito e realtà storica

Mentre nell’Europa continentale, con il definitivo sgretolamento dell’impero romano d’Occidente, resistettero per poco tempo territori (come il regno di Siagrio) che ancora si riconoscevano nelle idee e nella storia di Roma seppur fossero formalmente sottoposti all’impero romano d’Oriente, è molto interessante approfondire quanto accadeva contemporaneamente oltre Manica.

Ultimi decenni della Britannia romana (dal 383 al 410 ca.)

Com’è noto, la Britannia era entrata in orbita romana a partire dal governo di Claudio e vi era rimasta per circa 400 anni. Nel V secolo, in seguito alle imponenti migrazioni che colpirono l’Europa, l’impero romano vide contrarsi i territori in suo controllo e venne incontro a grosse difficoltà tali da impedire la difesa della propria capitale, saccheggiata più volte dai barbari nel corso del V secolo.

A fronte di queste situazioni, secondo quanto ci riporta Zosimo con il famoso “Rescritto” dell’imperatore Onorio, fu deciso nel 410 di ritirare le ultime legioni romane dalla Britannia per cercare di arginare le scorribande barbariche nella penisola italica.

Privati così della protezione di Roma, i Britanni romanizzati dovettero per forza di cose provvedere alla propria difesa. Tenteremo quindi di indagare in questa sede gli eventi che accaddero tra il 410 e il 550 in Britannia per trovare un fil rouge di continuità romana nella cosiddetta “Dark Age of Britain”.

Come al solito le fonti, seppur confuse e spesso contraddittorie, rappresentano per uno storico il costante punto di partenza. Il riferimento principale è certamente il contemporaneo lavoro De Conquesto et excidio Britanniae di Gildas, dove si legge che i Britanni risposero al vuoto di potere riorganizzandosi attorno a dei piccoli reguli alla stregua di quanto avveniva in epoca preromana.

Alla stessa maniera essi si frammentarono politicamente in tanti piccoli regni, guidati da signori della guerra locali (duces bellorum) che sfruttavano la loro rete di clientes per crearsi un proprio seguito armato. Di questi piccoli signori, chiamati tyrants (dal latino Tigerni), sappiamo ben poco. Quello che è poco ipotizzabile è che il lascito romano, nei costumi e negli usi, si cancellasse istantaneamente in contemporanea alla partenza delle legioni. In tal senso, le evidenze archeologiche emerse in alcuni studi hanno permesso di supportare questa tesi.

Infatti, sebbene la romanizzazione in Britannia non fosse permeata totalmente in tutti gli strati della popolazione, alcuni ritrovamenti hanno addirittura dimostrato come, sino al VI/VII secolo, le costruzioni romane non solo fossero ancora in uso, ma anche implementate e migliorate.

Sebbene è noto che alcuni forti romani, specialmente nel nord dell’isola, venissero abbandonati gradualmente attorno al 400, non tutte le truppe lasciarono l’isola.

A sparigliare poi ancora di più le carte in tavola, nonostante la discordanza cronologica delle fonti a nostra disposizione, sappiamo che attorno alla metà del V secolo la Britannia subì le invasioni di Sassoni, Iuti e Angli dal Mar Baltico, mentre dall’Irlanda si intensificarono le scorribande degli Scoti.

L’adventus Saxonum, sebbene la presenza in Britannia di mercenari sassoni fosse già confermata a partire dal II/III secolo inquadrati come ausiliari nell’esercito romano, suddivise l’isola in due: ad est i sassoni/angli e i romani-britanni ad ovest, nell’odierno Galles e Cornovaglia.

Statua di Gildas nel monastero francese di Morbihan (foto: Romery)

Le fonti coeve motivano l’arrivo dei Sassoni con l’invito da parte di Vortigern (429), mai nominato da Gildas al contrario di Nennio e Beda, per respingere le invasioni dei Pitti e degli Scoti. Gildas appunto non nominò mai direttamente Vortigern, specificando che la scelta di chiamare i Sassoni fu di un consiglio dei capi delle civitates britanne, a testimonianza dell’esistenza di una sorta di federazione tribale già in uso presso le popolazioni di stirpe celtica.

Altre fonti al contrario chiamarono Vortigern “re dei Britanni” e lo indicarono come unico responsabile dell’arrivo dei Sassoni. La pressione di questi popoli, come citato da Gildas, divenne via via sempre più insostenibile per i Britanni, tanto che, all’incirca nel 450, questi chiesero l’intervento romano, in particolare al generale Ezio, con quello che attraverso l’opera di Beda è passato alla storia come il gemitus Britannorum.

Tuttavia, la richiesta d’aiuto passò inascoltata a causa delle enormi difficoltà in cui versava l’impero d’Occidente che a malapena riusciva a gestire i territori della Gallia e dell’Italia.

Ma cosa o chi era rimasto dei romani in Britannia? Dalle fonti emerge chiaramente il nome di Ambrosio Aureliano, l’ultimo dei romani come venne definito da Gildas, come colui che guidò alla vittoria i Britanni contro i Sassoni (alcuni ipotizzano che fosse lui il generale vittorioso a Badon Hill), mentre Nennio ne sottolineava la discendenza da imperatori e consoli romani.

La Britannia ai tempi di Gildas di Rhuys, abate e storico britanno (500 ca. – 570)

Attraverso documenti e interpretazioni tenteremo in questa sede basandosi sulle fonti, di sottolineare una sorta di continuità tra età antica e quella medievale dell’elemento romano proprio tramite questo personaggio.

Tornando al contesto storico, è possibile osservare come Nennio, nella sua Historia Brittonum, indicasse come Vortigern detenesse il controllo della Britannia governando “degli attacchi romani e del timore di Ambrosio”. Difficilmente dunque, poteva riferirsi allo stesso Ambrosio Aureliano del Monte Badon (496) perché troppo avanti con gli anni. Poteva essere tuttavia un suo parente, discendente di imperatori della gens Aurelia (Marco Aurelio per l’appunto), che operava in quel periodo?

Nella lista di consoli troviamo un Quinto Aurelio Simmaco, collega di Ezio nel 446 e, sempre riferibile allo stesso periodo, è stato ritrovato un quantitativo ingente di monete detto “Hoxne Treasure” di epoca romana con l’incisione più ricorrente riferita ad un Aurelius Ursicinus. Che fosse parente di Ambrosio Aureliano o del Quinto Aurelio di cui sopra, dalle fonti non è possibile trarre alcuna evidenza.

D’altro canto, è una coincidenza storicamente curiosa che siano state ritrovate, proprio nella prima metà del V secolo, tracce evidenti della gens Aurelia in Britannia.

Cosa furono poi quegli attacchi romani di cui aveva paura Vortigern? Dopo l’abbandono della Britannia di Onorio, Roma tentò di ripristinare una sorta di dominio nell’isola attraverso l’opera di Germano di Auxerre prima, vescovo soldato che operò nell’isola nel 429 e nel 447, e con il suo omonimo vescovo di Man tra il 460 e il 470.

In questo coacervo di notizie semi leggendarie, emerge dunque dalle fonti un passaggio di consegne tra Vortigern e Ambrosio, il cui nome gallese è Embreis Guletic, che divenne re delle terre occidentali di Britannia.

Dinas Emrys, da Pennant s’ Un giro in Galles , 1778

Dove localizzare questo regno? La maggior parte delle ipotesi propende nel territorio circostante la fortezza di Dynas Emrys, che riporta attualmente il nome gallese di Ambrosio Aureliano, un forte di epoca post romana dove secondo la narrazione di Nennio un giovane Merlino/Ambrosio predisse la vittoria del drago rosso (Galles) sul drago bianco (Sassoni).

Il regno del Powys gallese dunque, sarebbe il centro dell’azione di Ambrosio che culminerà con la vittoria dei romano-britanni sui Sassoni del 496.

Sembra evidente che, in questo caso, storia e leggenda si intersechino mescolandosi; di certo però, il legame tra Ambrosio Aureliano e Roma venne ribadito anche da Gildas e Goffredo di Monmouth, che raccolsero questa tradizione.

Re Artù di Julia Margaret Cameron per Idylls of the King and Other Poems di Alfred Tennyson , 1874

Secondo quest’ultimo, Ambrosio sarebbe stato figlio di Costantino II (Custennin, erede di una tradizione di usurpatori già presenti nella Britannia romana con quel nome) e di una fanciulla romana, fratello di Uther Pendragon (il cui nome significa letteralmente Grande Capo Drago).

Qui si innesta il mito arturiano, dove Uther, fratello di Ambrosio Aureliano, avrebbe poi generato il famoso Re Artù. L’elemento romano dunque, secondo questa ricostruzione ipotetica, sarebbe rimasto conservato nella linea dinastica che, dalla gens Aurelia sino al leggendario re Artù, avrebbe attraversato il passaggio tra la Britannia romana e alto medievale dando vita al ciclo arturiano.

In conclusione poi, altre due note di colore: parlando di re suoi contemporanei, Gildas si riferisce a Maglocunus del Gwynedd (497-549) e Cuneglasus (VI secolo) del Powys come eredi detentori rispettivamente del titolo di Drago (che compare nello stemma del regno) e dell’orso. Il padre di Cuneglasus del Powys, secondo le liste di re gallesi, sarebbe Owain Ddangtwin, ovvero il detentore del titolo di Orso originale.

Secondo alcuni studiosi sarebbe questo leggendario re gallese, proveniente dal territorio originario di maggior concentrazione dei romano-britanni, sarebbe il re Artù storico. Questi due titoli, nella loro etimologia gallese, sono molto importanti; se per il drago è stata trovata correlazione con Uther e la profezia di Ambrosio (prima fratello e poi consigliere di Uther con il nome di Merlino secondo Nennio), l’orso (in gallese “Arth”) indicherebbe proprio una correlazione col titolo di Artù.

La profezia di Merlino che presenta la leggenda duratura del Drago Rosso è centrata su Dinas Emrys

Questo dunque non dovrebbe essere considerato un nome ma un titolo che, come usanza britanna (ma anche romana, basti pensare alla continuità storica del titolo di Cesare o Augusto) andava in eredità ai re gallesi e, se vogliamo, di sangue romano.

E proprio Artù fu, secondo alcuni studiosi, a guidare la vittoria dei romano- britanni a Badon Hill, spostando appunto la data della battaglia attorno ai primi vent’anni del VI secolo.

A conferma dell’esistenza di un enclave romano britannica separata dagli altri territori sottoposti al controllo anglosassone, sono stati condotti diversi studi genetici che confermano come queste zone abbiano una sequenza genetica molto diversa rispetto alle popolazioni dell’est inglese, che manifestano a loro volta tratti germanici e nordici.

In tutto questo, trova quindi fondamento l’affermazione di Ward-Perkins che nel suo capolavoro “La caduta di Roma e la fine della civiltà” afferma come gli ultimi romani a cedere agli Anglosassoni furono i gallesi che nel 1282 si arresero agli inglesi di Edoardo II. La continuità del mito di Roma è certificata dalla Storia: Carlo Magno, i re Prussiani, gli Zar di Russia e lo stesso fascismo tentarono, tutti a loro modo, di far rivivere e rinnovare i fasti di Roma Antica.

La Tavola Rotonda in una raffigurazione di Évrard d’Espinques (1475 ca.)

Riuscire quindi ad innestare il mito di Artù sul tronco dell’impero romano sarebbe, incontrovertibilmente, un modo per asserire la continuità di Roma nella storia.

Sebbene i limiti di questa ricostruzione siano molti e ben noti a chi mastica di storia, alla fine di questa breve digressione sembra chiaro che non si possa più rinchiudere la storia in cesure convenzionali e rigide che non tengono conto della fluidità delle dinamiche sociali e storiche del genere umano.

Il mondo romano non scomparve improvvisamente ma al contrario, contaminandosi con le nuove popolazioni che giunsero in Europa tra il IV e il VII secolo, determinò la nascita di quegli embrioni di stati nazionali che caratterizzano le epoche storiche successive.

Roma e il suo lascito dunque, continuano a vivere nella storia del genere umano e credo che, diffondendone ancora oggi gli echi tramite lo studio di eventi tanto lontani, ognuno di noi contribuisca a darvi continuità.

Paolo Pietro Giannetti

BibliografiaFonti: Gildas, De Excidio et Conquestu Britanniae, a cura di S. Giuriceo, Rimini 2005. Nennio, Historia Brittonum, a cura di A. Morganti, Rimini 2003. Zosimo, Storia Nuova, a cura di F. Conca, Milano 2007. Goffredo di Monmouth, Storia dei Re di Britannia, a cura di G. Arati e M.L. Magini, Parma 2005. Costanzo di Lione, Vita di San Germano di Auxerre, a cura di E. A. Mella, Roma 2015.Chronica Gallica 452, in MGH Auctores Antiquissimi, Tomo IX, Vol. I, a cura di Th. Mommsen, Berlino1892. Chronica Gallica 511, in MGH Auctores Antiquissimi, Tomo IX, Vol. I, a cura di Th. Mommsen, Berlino1892. Cronaca Anglosassone, in The Anglo-Saxon Chronicle, a cura di J. Ingram, Londra 1912.Studi moderni:R. G. Collingwood, J. N. L. Myers, Roman Britain and the English Settlements. Pp. xxvi + 515; 10 Maps. Oxford: Clarendon Press, 1936. Cloth, 12s. 6d.A. Giardina, A. Vauchez, Il mito di Roma Da Carlo Magno a Mussolini, Roma-Bari 2016. J. Morris, The Age of Arthur: A History of the British Isles from 350 to 650, Londra 2004. G. Phillips, M. Keatman, The real story of King Arthur, Londra 1992. F. Pryor, Britain AD: a Quest for Arthur, England and the Anglo-Saxons. London, Harper Collins 2004.Snyder, The Britons, Londra 2008.B. Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Roma – Bari 2008.Sitografia:R. Martiniano et alia, Genomic signals of migration and continuity in Britain before the AngloSaxons (https://www.nature.com/articles/ncomms10326).

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Campi Catalaunici, l’ultima vittoria di Roma

Una donna, un vescovo e l’ultimo generale romano fermarono Attila, il flagello di Dio, nella scorreria tra il Reno, la Mosa e la Loira. Santa Genoveffa e il vescovo Anario ne rallentarono l’avanzata, fermandolo sotto le mura di Parigi e di Orléans. Sarà poi l’esercito di Valentiniano III imperatore, al comando del generale Ezio e collegato ai visigoti di Teodorico I, a travolgere gli unni di Attila in una grande battaglia combattuta nell’odierna Marna francese nei pressi di Chalons, il 20 giugno del 451, ricacciandoli al di là del Reno, anche se per poco tempo.

La battaglia dei Campi Catalaunici in un manoscritto del XIV secolo (Biblioteca Nazionale Olandese)

L’antefatto Il giovane Ezio era stato consegnato come ostaggio ad una tribù di unni, alla corte di Rua, all’età di cinque anni a “garanzia dei trattati che l’amministrazione imperiale stipulava con i popoli stanziati lungo le frontiere per garantirsi la fornitura di truppe”.

Possibile ritratto di Ezio in un medaglione scolpito nel sarcofago di Stilicone (Museo della Civiltà romana, Roma) (fonte dell’attribuzione: Ian Hughes, Ezio. La nemesi di Attila, 2017, LEG edizioni)

Tornato a Roma e in qualità di comes domesticorum, era stato inviato in Pannonia a reclutare truppe tra gli unni. Quando era tornato in Italia, però, sul trono sedeva Galla Placidia. Il generale romano si salvò dalla vendetta imperiale grazie alla devozione che i cavalieri unni avevano per lui.

Nei successivi quattro anni sconfisse visigoti, franchi e iutungi, arrivando alla carica di magister militum praesentalis. Nei venti anni successivi continuò a infliggere sconfitte ai visigoti (Mons Colubrarius), ai burgundi, ai goti, ai franchi (Vicus Helena) e ai nemici a corte che lo volevano morto.

Le cose cambiarono quando Attila unificò le tribù unne sotto il suo comando e pretese di creare un suo regno a scapito della parte occidentale dell’Impero romano. Attila, oltre al pagamento del tributo annuo di 160 chili d’oro, voleva anche la mano della principessa Onoria (forse interpretando male una lettera che la donna gli aveva scritto e con la quale chiedeva il suo aiuto).

Non avendo ottenuto quanto chiedeva, nel 451, Attila passò il Reno e invase la Gallia. Ezio, senza i suoi mercenari unni, si rivolse a Teodorico I e ai suoi visigoti per fronteggiare la minaccia.

L’estensione dell’impero romano (giallo) e dell’impero unno (arancione) nel 450

L’invasione “La grande invasione della Gallia da parte di Attila incontrò, infatti, il suo primo scacco a Lutezia, l’odierna Parigi, quando santa Genoveffa rianimò la popolazione incitandola a resistere contro l’aggressore.

Incapace di conquistare l’imprendibile Ile de la Cité, l’orda unna si diresse allora verso Aureliana (al moderna Orléans), teoricamente difesa dagli alani che ne taglieggiavano la popolazione. Le autorità cittadine decisero di aprire le porte ad Attila, ma ancora una volta, fu un cristiano, il vescovo Anario, a incitare il popolo alla resistenza. I cittadini cristiani si posero sulle mura e, pur non essendo dei guerrieri professionisti, costrinsero gli unni a un assedio che durò settimane: poi, quando era già stata aperta una breccia, giunse notizia dell’imminente arrivo dell’esercito di soccorso comandato da Ezio, l’ultimo grande generale romano, così Attila dovette togliere il campo e rinunciare alla conquista della città.

La successiva colossale battaglia dei Campi Catalaunici suggellò il fallimento dell’invasione unna, maturato proprio in quell’assedio infruttuoso”. Le città di Treviri, Metz, Magonza, Amiens e Colonia non furono altrettanto fortunate e furono saccheggiate.

Il profilo di Attila in un medaglione rinascimentale

La battaglia Prima della battaglia Attila chiese consiglio ai suoi indovini. Dalle viscere degli animali emerse il vaticinio della rovina degli unni, ma anche della morte di uno dei comandanti nemici. Attila, sperando che si trattasse delle morte di Ezio, decise di sfidare la sorte: se fosse morto il comandante romano, lui avrebbe vinto la battaglia.

I due eserciti si trovarono di fronte in un luogo imprecisato tra Chalons e Troyes il 20 giugno del 451 (alcuni storici ipotizzano anche fine settembre, intorno al 27). L’unica fonte storica della battaglia viene dalla cronaca di Giordane, un goto che la scrisse un secolo dopo lo scontro, esaltando il coraggio e l’audacia delle sue genti.

“L’armata di Ezio vedeva schierati gli alani del re Sangibaldo al centro, i visigoti di Teodorico a sinistra, i soldati del comandante in capo a destra”. Attila rispondeva con uno schieramento con gli unni al centro, gli ostrogoti di Valamiro sul fianco destro e Ardarico con i suoi gepidi a sinistra. “Poco dopo l’alba, Ezio riuscì ad anticipare l’avversario impadronendosi di un’altura situata sul fianco sinistro dello schieramento nemico, e lì si fermò, in attesa dell’attacco di Attila, che scattò solo nel pomeriggio, quando il sole era a svantaggio degli assalitori”.

La linea dei romani e degli alani resse l’urto della carica nemica e subito si accese un corpo a corpo furioso, nel quale le truppe imperiali “fecero valere la loro maggiore preparazione” e una maggiore disciplina.

Attila incontra papa Leoe I in una rappresentazione del Chronicon Pictum, una cronaca medievale risalente al Regno d’Ungheria del secolo XIV

I visigoti, intanto, avevano attaccato l’ala opposta unna. Nonostante Teodorico cadesse, ucciso da una freccia (come avevano vaticinato gli indovini di Attila), i suoi uomini ebbero la meglio sugli avversari e, sgomberato il campo, poterono minacciare il fianco destro di Attila, rimasto scoperto. Visto il pericolo, il re unno decise per una ritirata nel suo accampamento, difendendosi fino a notte. Al mattino entrambi gli eserciti erano troppo fiaccati dalle ingenti perdite per riprendere la battaglia.

Torismundo, figlio di Teodirico, si affrettò a tornare a Tolosa per reclamare il trono. Il generale Ezio non fece nulla per trattenere l’alleato, senza il quale non aveva la forza di attaccare gli unni. Attila, considerando le forze che gli erano rimaste e il ricco bottino da mettere al sicuro, preferì sganciarsi e lasciare il campo al generale romano. Si sarebbe, comunque, ripresentato poco tempo dopo in Italia arrecando morte e distruzione l’anno successivo. Questa volta, con scarse truppe sotto il suo comando, il generale Ezio riuscì solo a rallentare l’avanzata di Attila.

Il re unno si fermò solo davanti all’insistenza di un vecchio solo: papa Leone I (così almeno vuole la leggenda).

Umberto Maiorca

Bibliografia: Renzo Rossi, Dizionario delle grandi battaglie, Vallardi, 1996Alberto Leoni, Storia militare del Cristianesimo, Piemme, 2005Andrea Frediani, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia, Newton compton, 2011Paul K. Davis, Le cento battaglie che hanno cambiato la storia, Newton compton, 2006Giorgio Ravegnani, Ezio, Salerno editrice, 2018

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IV secolo (312-324) – In hoc signo vinces

L’irresistibile ascesa di Costantino, dalla vittoria del 312 nella battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, al trionfo contro il suo ultimo rivale Licinio, nello scontro decisivo di Crisopoli nel 324. Dodici anni segnati da grandi e importanti avvenimenti: l’emanazione dell’Editto di Milano che riconobbe piena libertà di culto ai cristiani, l’inaugurazione dell’Arco di Costantino e della prima Basilica di San Pietro, l’istituzione della domenica come giorno dedicato alla festa e la nascita del solido, la moneta imperiale d’oro fino che darà il nome ai soldi e ai soldati e che alcuni storici ricorderanno come “il dollaro del Medioevo”.

Battaglia di Ponte Milvio (Scuola di Raffaello, Stanze Vaticane)

CRONOLOGIA:

312 – Costantino entra in Italia dal passo del Monginevro con 40.000 uomini. Le truppe di Massenzio sono quattro volte superiori. Il figlio di Massimiano può infatti schierare ben 160.000 soldati. Ma l’avanzata di Costantino è inarrestabile: vince a Segusio (l’attuale Susa) crocevia dei diversi itinerari transalpini . Ma non fa saccheggiare la città e riprende presto la marcia. L’esercito di Massenzio viene travolto vicino Augusta Taurinorum, l’attuale Torino.

Sogno di Costantino, dalle Storie della Vera Croce di Piero della Francesca, 1460 ca.

Cadono in rapida successione Milano, Brescia e Verona. Muore in battaglia Ruricio Pompeiano, il miglior generale di Massenzio. Altre città della pianura padana, grate per la clemenza usata verso la popolazione civile, si sottomettono in modo volontario all’imperatore.

Costantino il Grande sconfigge le forze di Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio. È il 28 ottobre 312: a pochi chilometri dalla Città Eterna si fronteggiano due eserciti, entrambi romani. E due imperatori che dovevano entrambi il loro potere a un colpo di mano. A poche settimane dall’inverno, un assedio avrebbe di sicuro logorato le forze di Costantino. Ma Massenzio commette l’errore di rinunciare alla protezione delle mura. Vuole lo scontro aperto. E all’altezza di Ponte Milvio attraversa il Tevere su un ponte di barche: la sua cavalleria pesante, stretta tra il fiume e i nemici, viene travolta. La strage di uomini e cavalli colora di rosso le acque del Tevere.

Massenzio muore annegato. Il giorno dopo la battaglia il suo cadavere, con la testa mozzata, viene ripescato nelle acque del Tevere. Dopo di lui, non ci sarà più un imperatore che risiederà stabilmente a Roma.

Il trionfo del Cristianesimo nel sogno di Costantino. Eusebio di Cesarea ha tramandato la leggendaria tradizione: Costantino gli raccontò che il giorno prima della battaglia di Ponte Milvio aveva sognato, in mezzo al cielo, un trofeo luminoso a forma di croce. Sovrastava il sole. E accanto c’era una scritta: Touto nika (in greco, “Con questo vinci”). Una successiva tradizione la trasformò nel famoso In hoc signo vinces (“In questo segno vincerai”). La notte seguente, Cristo apparve in sogno all’imperatore “e gli ordinò di costruire un oggetto ad immagine del simbolo che si era palesato in cielo, e di servirsene come protezione nei combattimenti contro i nemici”. Dopo quella visione, il futuro solus imperator avrebbe fatto apporre sugli scudi il monogramma chi-ro, le iniziali nella lingua greca del nome di Cristo, Christos: il cristogramma da allora onnipresente nelle chiese, nei paramenti ed in innumerevoli opere d’arte.

Costantino entra a Roma da unico imperatore dell’impero d’Occidente. Ha 40 anni. Governa su Gallia, Britannia, Italia, Spagna e Africa. Scioglie in modo definitivo la guardia imperiale dei pretoriani, fedelissima a Massenzio, e fa smantellare il loro grande accampamento al Viminale.

Il solido, moneta di oro fino (due pezzi dell’epoca di Leone I)

Il solido, la moneta che darà nome ai soldi e ai soldati Costantino fonda il sistema monetario dell’impero sul solidus, la moneta d’oro fino che sostituisce l’aureo usato nell’impero romano. Il solido viene coniato in abbondanza in tutto l’impero a partire dal 312. Era più largo e più sottile degli aurei. Rimase la moneta standard per i commerci internazionali fino all’XI secolo. Così stabile e popolare da essere definita da molti storici come “il dollaro del Medioevo”. Con i solidi, venivano pagate le truppe imperiali e anche i mercenari. Da cui il termine soldato in italiano, soldier in inglese e soldat in francese. E altre parole, verbi e modi di dire, come soldo, solidità, assoldare oppure stare al soldo di qualcuno.

313 – Costantino e Licinio emanano l’Editto di Milano che riconosce ai cristiani piena libertà di culto e dispone che vengano loro restituiti i beni confiscati. La nuova religione viene equiparata alle altre già praticate nell’impero. Aderire al cristianesimo non viene più considerata una colpa contro lo stato. Alla proclamazione dell’editto non è estranea la volontà di Elena, madre di Costantino. Una mossa avveduta: i cristiani, ormai presenti in tutti i ceti sociali e in tutti i luoghi dell’impero, sono diventati una fondamentale forza politica.

A Milano Licinio sposa Costanza, sorella di Costantino. I due augusti firmano anche un patto di alleanza. Ma ormai è chiaro che la pace non potrà durare a lungo.

L’alleanza tra Licinio e Costantino esclude il terzo imperatore, rimasto fieramente pagano.

Massimino Daia passa all’azione: si fa proclamare imperatore dalle sue truppe, rompe la tregua con Licinio, sconfina in Occidente e conquista Bisanzio.

Licinio in una scultura conservata nei Musei Vaticani

Licinio affronta Massimino e lo sconfigge nella battaglia di Tzirallum, in Tracia. Il campo di battaglia è nei pressi di Adrianopoli, vicino al confine tra l’Asia e l’Europa. Massimino Daia, travestito da schiavo, riesce a mettersi in salvo. Arrivato a Nicomedia, punisce i sacerdoti pagani che avevano predetto la sua vittoria. Revoca anche gli editti contro i cristiani, sperando di mitigare l’ostilità della popolazione. Poi, inseguito dai soldati di Licinio, si ritira dietro la catena del Tauro. Ma a Tarso si ammala e muore sfiancato dalla calura di agosto.

Gli unici imperatori superstiti sono due cognati: Costantino (Occidente) e Licinio (Oriente).

Diocleziano muore nella sua villa di Salona, vicino Spalato.

Licinio ordina una strage di parenti. Vuole togliere di mezzo tutti coloro che in qualche modo possono accampare diritti per future successioni al trono. Fa uccidere i due figli bambini di Massimino Daia. Poi ordina le esecuzioni di Candiniano, figlio del suo ex protettore Galerio e di Severiano, erede dell’augusto Severo, assassinato nel 307 nelle segrete di Massenzio. Condanna a morte anche Valeria e Prisca, la figlia e la moglie di Diocleziano.

Valeria e Prisca sfuggirono per un anno alla cattura. Quasi un anno dopo la condanna a morte emanata da Licinio, vennero riconosciute e catturate in una strada di Tessalonica (Salonicco): furono decapitate su una piazza della città. E i loro cadaveri vennero gettati in mare. Per anni Diocleziano, dalla sua villa vicino a Spalato, aveva scritto lettere accorate e dignitose nelle quali chiedeva che Prisca e Valeria potessero tornare da lui. Ma né Licinio né Massimino Data, che pure dovevano i loro onori e le loro cariche al vecchio imperatore, vollero mai liberare le due donne, usate come ostaggi nella lotta per il potere.

314 – Silvestro viene eletto papa. Succede all’africano Milziade. Verrà poi riconosciuto santo. Protagonista di un pontificato lungo 21 anni (314-325) è il primo pontefice di una Chiesa non minacciata dalle persecuzioni dei primi secoli. Ma la sua azione è oscurata dal carisma e dalla personalità dell’imperatore Costantino. Silvestro non partecipa né al Concilio di Arles (314) né a quello di Nicea(325): le decisioni prese gli vengono solo comunicate. Sotto il suo pontificato Costantino fa costruire la prima basilica di San Pietro (319). Per alcuni secoli viene creduto autentico il falso documento della “Donazione costantiniana” in cui l’imperatore donava a Silvestro e ai suoi successori la città di Roma e anche alcune province italiane. Il documento, già dubbio nel X secolo, viene riconosciuto del tutto falso nel Quattrocento.

A Treviri viene fondato il primo vescovado a nord delle Alpi. La città fondata da Augusto sulle rive della Mosella era già stata scelta ai tempi dell’istituzione della tetrachia (284) come residenza di uno dei cesari. Treviri è una delle città più popolose del tardo impero romano: vanta mura di ampiezza eccezionale insieme alle terme, a una basilica e a un grande teatro.

L’Arco di Costantino a Roma (foto: Livioandronico 2013)

315 – La costruzione dell’Arco di Costantino A Roma viene elevato il grande monumento che celebra la vittoria su Massenzio del 312. Costruito tra il Colosseo e l’Arco di Tito, lungo la strada percorsa per celebrare i trionfi dell’antica Roma, l’Arco di Costantino si sviluppa in tre fornici con quattro colonne corinzie incastonate alle pareti. Un vero e proprio museo di scultura romana, straordinario per ricchezza e importanza. Il senato lo dedicò a Costantino in occasione dei decennalia dell’Impero. Imponenti le misure: 21 m di altezza, 25,9 metri di larghezza e 7,4 m di profondità. L’iscrizione sopra il fornice centrale ricorda che la vittoria su Massenzio fu conseguita instinctu divinitatis (per ispirazione divina). Una espressione che non ha un esclusivo significato cristiano. Tanto che gli aristocratici romani e la popolazione dell’Urbe, in maggioranza ancora pagana, potevano ricondurre la frase alla tradizionale religione dei loro padri. Diverse sculture ritraggono le Vittorie, divinità fluviali e altre figure allegoriche. La vittoria contro Massenzio è illustrata in sei lunghi pannelli che illustrano, nei dettagli, la campagna militare: dalla partenza dell’esercito di Costantino da Milano all’assedio di Verona, fino alla battaglia di Ponte Milvio e all’ingresso in città di Costantino dai Rostri del Foro Romano a cui seguì la distribuzione di denaro al popolo all’interno del Foro di Cesare.

316 – Costantino vuol fare dell’Italia uno “stato cuscinetto” tra i due augusti. Conferisce a suo cognato Bassiano (marito della sorellastra Anastasia) il titolo di cesare e gli promette la giurisdizione sulla penisola e sulle province danubiane. Chiede a Licinio di riconoscere la nomina che rimane a lungo sospesa. Licinio teme l’accordo e lo strapotere di Costantino. D’accordo con Senicione, fratello di Bassiano, convince quest’ultimo a ordire una congiura contro Costantino che però scoipre il complotto e fa arrestare e condannare a morte il cognato. Subito dopo, chiede a Licinio di consegnargli anche Senecione. Licinio rifiuta. È il casus belli che porta i due imperatori a uno scontro armato.

A Cibali, in Pannonia, Costantino sconfigge Licinio. Il rivale si ritira ad Adrianopoli.

Licinio nomina suo cesare Aurelio Valerio Valente, dux limitis della regione del Danubio. È la provocazione con la quale fa sapere a Costantino che non lo considera più il legittimo signore d’Occidente e che può conferire cariche imperiali senza avere la sua approvazione.

Dura reazione di Costantino che vince ancora Licinio nella battaglia di Mardia (l’odierna città bulgara di Harmanli).

317 – Il 1 marzo gli imperatori rivali firmano una pace che durerà sette anni (fino al 324). Il nuovo accordo prevede la cessione dell’Illirico a Costantino. Entrambi gli imperatori si impegnano a rispettare i rispettivi confini territoriali.

Licinio è costretto a far giustiziare Aurelio Valerio Valente ma conserva l’Oriente, la Tracia, il Ponto, l’Asia e l’Egitto e governa con le sue leggi la sua parte di impero.

La pace del 317 certifica l’esistenza di due regni “separati” ed indipendenti. È la fine della tetrarchia voluta da Diocleziano, fondata invece sull’unità imperiale e sulla suddivisione del potere tra tue augusti e due cesari.

In segno di pace, a Serdica (l’attuale Sofia) vengono creati tre nuovi cesari: Crispo e Costantino il Giovane, entrambi figli di Costantino, e il figlioletto di Licinio e Costanza che porta lo stesso nome del padre.

I due imperatori sono divisi sull’atteggiamento verso i cristiani: Costantino li favorisce, Licinio li combatte.

Lattanzio raffigurato in una pittura murale del IV secolo

Il cristiano Lattanzio precettore dell’erede al trono Crispo Lattanzio, scrittore e apologeta cristiano di grande fama, viene chiamato a Treviri, in Gallia, da Costantino per fare da precettore al figlio Crispo. Una scelta rivelatrice della politica dell’imperatore verso i cristiani. Lattanzio infatti in una delle sue opere più famose, il De mortibus parsecutorum, descrive con molti particolari, le persecuzioni di Diocleziano e degli altri imperatori romani sino all’editto di Milano. E ammonisce: prima o poi tutti sono stati colpiti dalla punizione divina e hanno concluso in modo tragico o inglorioso la propria vita. Per lui, nel mondo, c’era un senso vivo del male. Ma lo scoppio d’ira di Dio “atterra i malvagi”. Lattanzio fu riscoperto nel Rinascimento da autori come Angelo Poliziano e Pico della Mirandola e per il suo periodare elegante si guadagnò il soprannome di “Cicerone cristiano”.

318 – Costantino rafforza ovunque i suoi confini. Per combattere i barbari ma anche per preparare un nuovo conflitto contro Licinio. L’imperatore viaggia per molto tempo lungo il limes dell’Illirico, costruisce nuove teste di ponte, potenzia le flotte fluviali e marittime e costruisce nuovi arsenali militari.

Testa in marmo di Costantino (Metropolitan Museum of Arts, New York)

319 – A Roma Costantino fa costruire la prima basilica di San Pietro. L’antica basilica di San Pietro in Vaticano è la più grandiosa delle chiese cimiteriali fatte edificare da Costantino a Roma. Nasce intorno al 319 nel luogo della tomba di Pietro, in un punto accidentato che presenta dislivelli di oltre dieci metri: nell’area sono ancora presenti i resti del circo di Caligola, teatro delle feroci persecuzioni ordinate da Nerone contro i cristiani durante le quali l’apostolo Pietro aveva subito il martirio. Cinque navate e centoventi altari: una costruzione grandiosa, simile alla Basilica di San Paolo fuori le Mura. Verrà demolita secoli dopo per fare spazio alla chiesa monumentale di oggi.

320 – Licinio attacca in modo formale il potere della Chiesa. Vieta i sinodi, restringe l’attività del clero ed espelle i cristiani da tutte le cariche governative.

321 – La domenica diventa giorno di festa Nulla come il calendario scandisce la vita dei cittadini. Un decreto emanato nel 321 vieta il lavoro la domenica per tutte le categorie sociali ad eccezione dei lavoratori agricoli. È l’inizio di una legislazione filocristiana. Soprattutto perché non lavorano i giudici: lo stato protegge così i cristiani nel giorno in cui si devono recare in chiesa. Nel decreto, conservato nel Codex Iustinianus, non viene usata la parola domenica ma il termine dies solis, il giorno del sole. Anche perché se fosse stato utilizzato il nome cristiano la legge sarebbe stata incomprensibile per la maggior parte dei cittadini. Così invece, tutti possono capire, cristiani e pagani. Qualche decennio, dopo un’altro decreto proibirà ai giudici di chiamare in tribunale i giudei di sabato, loro giorno di festa.

Piede di Costantino, frammento di statua conservata nel cortile del Palazzo dei Conservatori, presso i Musei capitolini a Roma

Costantino sposta il suo esercito nella regione illirica. Licinio lascia la Tracia e la Mesia e si ritira in Anatolia.

322 – Goti e Sarmati saccheggiano le due provincie abbandonate da Licinio.

323 – I Goti continuano a devastare i territori imperiali. Costantino lascia il quartier generale di Tessalonica, sconfina in Tracia e doma i barbari. Ordina di non pagare più il tributo annuale ai Goti. I barbari vengono assoldati come mercenari nel suo esercito (in 40.000 secondo lo storico Giordane).

Licinio protesta per lo sconfinamento di Costantino nei suoi territori. Le rimostranze si susseguono per mesi.

324 – Dopo sette anni riesplode la guerra civile: resa dei conti tra Licinio e Costantino.

Licinio raccoglie vicino Adrianopoli un esercito di 300.000 fanti e 15.000 cavalieri, insieme ad una flotta di 350 navi.

Costantino ammassa le sue truppe vicino Tessalonica: ha un esercito di 120.000 uomini formato dalle genti più bellicose d’Europa. La sua flotta non ha più di duecento navi.

Licinio ha una flotta che è quasi il doppio di quella del rivale ma non sfrutta il suo grande vantaggio sul mare e attende l’esercito di Costantino al riparo di Adrianopoli.

Le province dell’impero romano nella sua massima espansione

Licinio viene sconfitto prima nello scontro terrestre di Adrianopoli e poi in quello navale dell’Ellesponto per poi soccombere al suo rivale il 18 settembre nella decisiva battaglia di Crisopoli (l’attuale Uskudar).

Licinio fugge a Nicomedia insieme a quel che resta del suo esercito ma viene inseguito e catturato.

Costanza, sorella di Costantino e moglie di Licinio intercede verso il fratello. Chiede che al marito venga risparmiata la vita in cambio della abdicazione al trono. L’imperatore sconfitto è costretto a prostrarsi ai piedi di Costantino e ad implorare la pietà del vincitore.

Licinio viene confinato a Calcedonia. Ma la sua sentenza di morte è solo rimandata: viene ucciso un anno dopo, dopo essere stato accusato di complottare per tornare sul trono.

Costantino I è Totius orbis imperator, imperatore del mondo intero.

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IV secolo (306-311) – La guerra dei nove imperatori

Va in pezzi la tetrarchia, l’esperimento costituzionale ideato da Diocleziano (due augusti e due cesari scelti senza tener conto della successione dinastica). La lotta per il potere si trasforma presto in una guerra. Il conflitto dura 18 anni e coinvolge 9 imperatori: Galerio, Costanzo Cloro, Severo, Massimino Daia, Licinio, Costantino, Massenzio, l’ex augusto Massimiano e l’usurpatore d’Africa Domizio Alessandro.

La statua di Costantino a York nel luogo in cui fu proclamato imperatore nel 306 (foto: Philip Jackson)

CRONOLOGIA:

306 – Diocleziano ha abbandonato il potere e ha costretto al ritiro anche l’altro imperatore Massimiano.

I nuovi augusti sono Galerio e Costanzo Cloro.

Busto di Galerio

Galerio, figlio adottivo di Diocleziano, ha il compito di nominare i due nuovi cesari: sceglie Flavio Severo per l’Occidente e Massimino Daia per l’Oriente. A Severo è affidato il governo dell’Italia, della Pannonia, della regione alpina della Rezia (l’attuale Alto Adige con parti di Svizzera, Baviera e Austria), del Norico (ora Austria centrale) e della diocesi africana. Massimino Daia riceve l’Egitto e le province più orientali dell’impero. Le nomine dei nuovi cesari, entrambi poco conosciuti, provocano malumori tra i soldati.

Costanzo Cloro è augusto dell’Occidente e imperatore anziano. Ma governa solo in Gallia, Britannia e Spagna.

Galerio è di grado inferiore a Costanzo Cloro ma lo supera per autorità effettiva. Governa infatti i Balcani e l’Asia Minore e ha l’appoggio totale dei nuovi cesari. Massimino Daia è suo nipote e anche figlio adottivo. Saverio, da tempo è un suo protetto. E a Nicomedia, sotto il suo controllo, vive Costantino, il figlio dell’altro imperatore Costanzo Cloro.

Sia Massenzio, figlio dell’ex imperatore Massimiano che Costantino, erede di Costanzo Cloro, sono esclusi dalla successione al trono.

Costantino raggiunge suo padre che si prepara alla guerra contro i Pitti e gli Scoti in Britannia. L’imperatore Costanzo Cloro sa che suo figlio è in pericolo: Costantino vive a Nicomedia, alla corte di Galerio e può essere eliminato. Costanzo scrive all’altro augusto: gli chiede di lasciare andare suo figlio. L’imperatore Galerio prende tempo. Ma Costantino non aspetta la sua decisione. Decide di fuggire. E porta con sé il figlio Crispo, nato l’anno precedente, e la madre di lui, Minervina. Non vuole lasciarli come ostaggi a Nicomedia. Una lunga cavalcata attraverso l’Europa, dal Bosforo alla Pannonia, fino alla Gallia. Ad ogni stazione di posta, dopo il cambio dei cavalli, Costantino azzoppa gli animali rimasti nelle stalle per non farli utilizzare dagli inseguitori.

Busto di Costanzo Cloro, marito di Teodora, figlia di Massimiano e padre dell’imperatore Costantino (Altes Museum, Berlino)

In Britannia Costantino guida in battaglia le truppe del padre, già piegato da una grave malattia. Trionfa sui Pitti e gli Scoti. E ottiene sul campo le insegne di comando delle legioni.

Costanzo muore a Eburacum, l’antica York, appena un anno e mezzo dopo la sua nomina ad imperatore.

Le truppe eleggono Costantino imperatore. Insieme ai legionari lo acclamano anche gli Alamanni guidati da re Croco, capo del primo esercito barbaro che combatte a fianco dei Romani. Si narra che Costantino abbia tergiversato prima di accettare il trono. Di certo, dimostra subito sapienza politica: sa che deve cogliere l’occasione al balzo e far digerire la nomina all’ostile Galerio. Così scrive all’imperatore di non aver avuto il tempo di chiedere il suo consenso per via della grande distanza tra la Britannia e l’Asia minore. E di essere stato acclamato dai legionari in modo spontaneo, senza averlo chiesto. Spiega di aver accettato per evitare il caos o l’ascesa di altri capipopolo. Una lettera prudente. Ma alla fine avverte comunque Galerio: la porpora gli spetta come naturale diritto di successione.

Galerio schiuma rabbia ma alla fine ratifica l’elezione di Costantino. L’imperatore usa comunque il suo potere: promuove Severo al ruolo di augusto al posto del defunto Costanzo Cloro e assegna a Costantino soltanto il titolo di cesare. Costantino non protesta. La tetrarchia, almeno per la forma, è ancora salva.

Colpo di stato di Massenzio (275-312), che si ribella alla successione imperiale che ha favorito Severo. Massenzio è il figlio dell’ex imperatore Massimiano e della moglie siriana Eutropia: sua moglie è Valeria Massimina, figlia di Galerio. È quindi figlio e genero di imperatori. Contesta le regole della tetrarchia che non riconosce la successione dinastica. A Roma lo acclamano i senatori e la popolazione: la città è vessata dalle tasse imperiali per la prima volta, dopo quasi cinquecento anni di privilegi fiscali (dalla conquista della Macedonia). Lo sostengono con forza anche i pretoriani, la più nobile e privilegiata milizia della Roma imperiale, guardia scelta fondata dal primo imperatore Augusto che ora Galerio e Severo vogliono ridurre di numero o addirittura sopprimere.

Un busto di Massenzio conservato al Louvre

Massenzio è padrone di Roma. Assume il titolo di augusto. Tra le sue prime decisioni c’è la concessione della piena libertà di culto ai cristiani e la restituzione alle chiese dei beni confiscati. Lo appoggiano le province dell’Italia centrale e meridionale. E anche l’Africa, il granaio di Roma.

L’ex imperatore Massimiano accorre in aiuto del figlio. Massenzio gli offre di nuovo la porpora e lo saluta come “augusto per la seconda volta” ma in realtà gli offre un ruolo con meno poteri e di rango inferiore.

Massenzio si illude che suo suocero, l’imperatore più anziano della tetrachia, lo riconosca. Ma Galerio ordina a Severo di marciare su Roma e punire l’usurpatore.

307 – Severo lascia Milano e marcia contro Massenzio. Ma trova una vera e propria armata a difesa delle mura aureliane con le coorti pretoriane in assetto di guerra e macchine da lancio pronte a resistere all’assedio.

Gran parte delle truppe di Severo diserta e passa con Massenzio. Il contingente della cavalleria maura e gli altri soldati non vogliono combattere contro il figlio del loro ex generale e imperatore Massimiano.

Severo è costretto alla fuga e scappa verso il nord dove spera di ricostituire il suo esercito.

Massimiano alla testa delle truppe del figlio, insegue Severo fino a Ravenna. L’imperatore da assediante diventa assediato. Ma la città è ben fortificata, circondata dalle paludi e munita di viveri a sufficienza.

Massimiano offre una tregua. Severo tratta la resa: rinuncia al rango di imperatore ma in cambio chiede di aver salva la vita.

L’imperatore d’Occidente è nelle mani di Massenzio: viene portato come ostaggio a Roma e imprigionato.

Massimiano a nome del figlio Massenzio cerca una alleanza in Gallia con Costantino: Galerio è un nemico mortale per tutti e due.

Costantino a Treviri sposa Fausta, l’ultima figlia di Massimiano e riceve anche anche il titolo di augusto dal suo nuovo suocero. L’alleanza con la famiglia di Massenzio è suggellata da una fastosa cerimonia. La prima moglie Minervina è morta o forse ripudiata. Costantino ammassa truppe a ridosso delle Alpi ma non entra ancora nel conflitto contro l’imperatore d’Oriente.

Galerio sbarca in Italia con l’esercito d’Oriente composto dai veterani illirici. Vuole vendicare Severo, cacciare Massenzio e suo padre Massimiano e punire il popolo, i pretoriani e il senato di Roma. L’esercito d’Oriente arriva a Narni, a meno di cento km da Roma. Ma molti dei veterani illirici disertano e Massimiano logora il nemico evitando la battaglia frontale. Galerio decide per la ritirata. Ma per tenere unite le sue truppe permette saccheggi feroci: le campagne vengono bruciate, i villaggi e i paesi incendiati, i contadini trucidati.

Massenzio fa uccidere Severo, ormai inutile ostaggio. L’imperatore Galerio non ha più alleati in Occidente.

Testa monumentale di Massimiano

308 – Massiminiano si rivolta contro il figlio Massenzio: vuole il potere solo per sé. Cerca l’acclamazione dei soldati. Davanti a una grande assemblea delle truppe accusa il figlio di debolezza e strappa le vesti imperiali di Massenzio. Ma i soldati non lo seguono.

Massimiano è costretto a lasciare l’Italia. Sceglie di rifugiarsi in Gallia, vicino a sua figlia Fausta, alla corte del genero Costantino.

C’è un nono imperatore: Domizio Alessandro. Si fa acclamare dalle truppe di stanza in Africa e in Sardegna. È un anziano prefetto pretorio della provincia africana. I suoi soldati contestano la deposizione di Galerio. Massenzio dubita a ragione della sua fedeltà. E pretende una garanzia: chiede che il figlio del prefetto venga inviato a Roma come ostaggio. Alessandro rifiuta e sceglie l’indipendenza da Roma. Massenzio minaccia Alessandro ma non può intervenire, impegnato com’è a controllare gli spostamenti dei soldati di Costantino.

Domizio Alessandro interrompe le forniture di grano a Roma. Il popolo è affamato: scoppiano sommosse per il pane. Intervengono i pretoriani: la rivolta finisce in un bagno di sangue con centinaia di morti.

La tetrachia è a pezzi. Galerio chiede aiuto a Diocleziano e convoca un incontro a Carnuntum (oggi Petronell) una fortezza romana nell’alta Pannonia, a metà strada tra le attuali città di Vienna e Bratislava. All’incontro partecipano Galerio, Diocleziano e Massimiano. Diocleziano è invitato a tornare sul trono ma rifiuta. Ma forte del suo carisma ordina a Massimiano di abdicare in modo definitivo.Massenzio viene riconosciuto come usurpatore e nemico pubblico dell’impero.Licinio, un leale soldato di Galerio, è nominato imperatore d’Occidente: sostituisce il defunto Severo. Costantino ottiene il titolo di filius Augustorum ma viene di nuovo retrocesso alla carica di cesare insieme a Massimino Data. La nuova tetrarchia (due augusti di rango superiore e due cesari di rango inferiore) prevede: Galerio, augusto d’Oriente (Provincie illiriche, Tracia, Dacia, Grecia, Macedonia, Asia minore); Licinio, augusto d’Occidente (Pannonia, Norico, Rezia); Massimino Daia, cesare d’Oriente (Vicino Oriente, Egitto) e Costantino, cesare d’Occidente (Britannia, Gallie, Germania Superiore e Inferiore, Spagna).

La spartizione di Carnuntum non accontenta nessuno dei due cesari: entrambi aspiravano al titolo di augusti. E Licinio non può governare l’Occidente, che di fatto è ormai diviso ormai tra l’usurpatore Massenzio e Costantino. Diocleziano torna al suo esilio volontario nella villa in Dalmazia. Parlerà poi di Carnunto come della “cena dei tradimenti”. L’armonia ritrovata è infatti soltanto di facciata. Nuovi venti di guerra spirano sull’impero. Licinio, appoggiato da Galerio, deve riconquistare i territori d’Occidente usurpati da Massenzio e Domizio Alessandro.

309 – Massenzio si sente accerchiato. Stringe allora alleanza con Massimino Data. Li unisce una avversione profonda al Cristianesimo. Si accordano per una futura divisione dell’impero.

La difesa dei culti pagani diventa maniacale, sia per Massenzio che per Massimino. A Roma e in Palestina i cristiani vengono obbligati a partecipare ai sacrifici. Nascono nuovi grandi edifici da adibire a templi per le feste pagane.

I resti della basilica di Massenzio del Palatino

LA BASILICA DI MASSENZIO, CAPOLAVORO DI ARCHITETTURA Sul colle della Velia, tra il Palatino e l’Equilino, nei pressi del Foro Romano, l’imperatore inizia i lavori del grande monumento che porterà il suo nome. La Basilica di Massenzio è un vero capolavoro di architettura: lunga 100 metri e larga 65 con la fronte sul lato del Colosseo e una grande navata centrale alta 35 metri fiancheggiata da due ali minori. Le tre navate non furono coperte, come al solito, da travature piane poggiate su colonne ma da volte a crociera rette da enormi pilastri. Fu Costantino a finire i lavori. Una sua colossale statua in marmo e in bronzo sostituì quella che in origine raffigurava Massenzio: la testa era alta 2,6 metri e il piede misurava due metri. Splendidi resti marmorei che possiamo ancora ammirare nel cortile del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. Nel 1349 un terremoto fece crollare le meravigliose volte della basilica. Solo una delle otto colonne alte 20 metri e addossate ai pilastri rimase al suo posto. Nel 1614, papa Paolo V la fece trasferire nella piazza di Santa Maria Maggiore con l’impiego di ben sessanta cavalli.

Muore, affogato nel Tevere, Romolo (294-309), primogenito di Massenzio e di Valeria Massimilla, figlia dell’imperatore Galerio. Ha appena 14 anni. Con lui finisce anche la speranza della dinastia imperiale di Massenzio. E anche di suo nonno, l’ex imperatore Massimiamo, ormai in rotta con il figlio e allontanato da Roma. Il giovane Romolo viene divinizzato e sepolto in un mausoleo lungo la Via Appia. Massenzio edifica un tempio in suo onore nel Foro Romano.

310 – Massimiano si ribella al genero Costantino e per la terza volta si proclama imperatore. È il colpo di coda del vecchio generale, associato al potere imperiale da Diocleziano, tornato augusto con il figlio Massenzio e poi costretto all’abdicazione dopo l’incontro dei tre imperatori a Carnuntum.

È Fausta, moglie di Costantino, a far fallire il colpo di stato del padre Massimiano contro suo marito. Massimiano ha sollevato i soldati che erano sotto il suo comando ad Arles. Ha annunciato la morte di Costantino e riassunto la porpora imperiale. Ma la gran parte dell’esercito non lo segue. Costantino era guerra contro i Franchi: avvertito da Fausta, torna in modo precipitoso nel sud della Francia per punire il tradimento del suocero. Massimiano si barrica a Marsiglia: la città è protetta da mura in grado di sostenere un lungo assedio. Ma viene tradito a sua volta: le porte vengono aperte e Costantino lo cattura. Massimiano non ha scampo. E si suicida prima di essere decapitato.

Costantino ripudia la parentela con Massimiano. Nega anche che il suo potere sia dovuto all’aiuto ricevuto dall’ex imperatore. E si si mette sotto la protezione del dio Sole-Apollo-Mitra.

Domizio Alessandro e Costantino si riconoscono augusti a vicenda e rafforzano la loro alleanza contro l’usurpatore Massenzio.Massimino Daia si fa proclamare augusto da suoi soldati.

L’Arco di Galerio a Salonicco, particolare della battaglia sul fiume (foto: J. Matthew Harrington)

311 – Galerio ha un cancro all’inguine e lotta per mesi contro il suo male. La cronaca dei suoi ultimi giorni ci arriva da una fonte a lui avversa: quella del retore e scrittore cristiano Lattanzio che, sei anni dopo i fatti (317), scrisse il De mortibus persecutorum (Le morti dei persecutori), un’opera dedicata alla fine violenta degli imperatori che combattereno il Cristianesimo, da Nerone a Massimino Daia.

Già dall’estate del 310 l’imperatore si era trasferito a Sardica, l’odierna Sofia, capitale della Bulgaria. E secondo il cronista cristiano, si era lasciato andare a stravizi e dissolutezze di ogni tipo. Alla fine dell’estate si scoprì un’ulcera ai genitali che si propagò in fretta al basso ventre. La cronaca avversa di Lattanzio si dilunga sul fetore delle ferite, con le bocche delle ulcere pullulanti di vermi. E sul fetore emanato dal corpo dell’augusto, ormai confinato nel suo palazzo. Non servono i profumi, i bagni e le pomate. E nemmeno le disperate cure di medici, maghi e guaritori di ogni tipo. Piegato dal male, spinto dalla moglie Valeria, Galerio chiama al suo capezzale anche medici cristiani.

A pochi giorni dalla sua morte l’imperatore Galerio promulga un editto di ritrattazione e di tolleranza a favore dei cristiani. Il provvedimento viene emanato il 30 aprile, anche a nome di Licinio e Costantino. L’editto mette fine alle persecuzioni di Diocleziano, all’epoca caldeggiate anche dallo stesso Galerio.

Ai cristiani si concede, purché rispettino le leggi, piena libertà di culto e la riedificazione delle chiese distrutte. Il Cristianesimo ottiene di fatto lo status di religio licita: è un culto riconosciuto ed ammesso in tutto l’impero romano. L’editto di Galerio è il primo provvedimento che rende legge la politica di tolleranza verso i cristiani e precede di due anni l’Editto di Milano (313) che verrà sottoscritto da Costantino e Licinio.

Galerio muore nel maggio del 311 tra indicibili sofferenze. Al suo capezzale c’è Licinio, al quale l’imperatore morente affida, “raccomandandoli alla sua protezione”, la moglie Valeria e il figlio illegittimo Candiniano.

Con la morte di Galerio ha termine anche la tetrarchia. L’impero, con l’usurpatore Massenzio, ha ancora quattro imperatori: Licinio, Massimino Daia, Costantino e lo stesso Massenzio. Tutti si sono proclamati augusti. E nessuno vuole fare un passo indietro.

Le regioni dei Balcani nel sec. IV

Massimino Daia, il cui governo si limita all’Egitto e alla Siria, pretende di essere riconosciuto capo dell’impero per la sua maggiore anzianità: si impadronisce dell’Asia Minore e tenta di togliere a Licinio anche la penisola balcanica.Licinio che governa solo la Rezia, la Pannonia e una parte dell’Illiria, reagisce con le sue armate e avanza verso l’avversario. Con i due eserciti accampati sulle opposte rive del Bosforo, la guerra sembra inevitabile. Massiminio e Licinio stipulano un accordo. Il patto tra i due imperatori sanziona la separazione geografica dell’Europa dall’Asia: il limite dei loro domini coincide con il confine tra i due continenti.Valeria, vedova di Galerio fugge dalla custodia di Licinio e si rifugia a Nicodemia da Massimino Daia. Con lei ci sono anche la madre Prisca, moglie di Diocleziano, e Candiniano, figlio di Galerio. Valeria non voleva sposare Licinio. Ma cade dalla padella alla brace: anche Massimino la vuole in moglie per aumentare il suo prestigio imperiale. Tanto che è pronto a divorziare dalla sua legittima consorte. Ma Valeria respinge anche lui. E Massimino, infuriato, la fa confinare ai margini del deserto in uno sperduto villaggio della Siria.

Massenzio, alla prese con la carestia che infuria in Italia, decide di riprendersi l’Africa, “granaio di Roma”.

Una armata guidata dal prefetto del pretorio Volusiano sconfigge Domizio Alessandro. L’usurpatore d’Africa viene fatto prigioniero e giustiziato. L’esercito di Massenzio depreda le ricche terre d’Africa e confisca tutte le proprietà dei partigiani di Alessandro.

La riconquista dell’Africa finanzia il rafforzamento dell’esercito di Massenzio che acquista nuove truppe, assolda la cavalleria maura e rivendica la sovranità di tutto l’Occidente.

La tetrarchia è morta ma sulla scena dell’impero rimangono comunque quattro imperatori: in Oriente Massimino Daia e Licinio e in Occidente Costantino e Massenzio.

Lo scontro tra Massenzio e Costantino ormai è inevitabile.

Ritratto di Eusebio di Cesarea

EUSEBIO SCRIVE LA PRIMA CRONOLOGIA DEL MONDO Le società antiche registravano gli avvenimenti ma non le date nei quali avvenivano. Il primo a ricondurre la storia di tutti i popoli del mondo alla cronologia di Roma è Eusebio di Cesarea (265-340), l’infaticabile intellettuale che costruisce l’immagine ufficiale di Costantino e che per questo gode di un particolare favore dell’imperatore. Il testo greco del Chronicon, scritto intorno al 311, salvo pochi frammenti, è andato perduto. Conosciamo l’opera nella sua totalità solo attraverso una versione in lingua armena e un’altra traduzione parziale compilata da san Girolamo. Secondo Eusebio la prima data storica attendibile, a causa dell’incertezza del tempo vissuto da Adamo nel Paradiso, è la nascita di Abramo, corrispondente al quarantesimo anno di regno dell’assiro Nino (2016 a.C.). Il Chronicon si conclude con il Concilio di Nicea e con le feste per i venti anni di regno di Costantino (325 d.C.), date aggiunte in un’altra edizione. Una cronologia universale e biblica che si dispiega attraverso tavole sinottiche. Roma e l’impero costituiscono l’apice e il punto di convergenza delle cronologie nazionali dei vari popoli dell’antichità, dai Caldei e dagli Assiri fino ai Greci e ai tanti regni ellenistici. Eusebio introduce anche una geniale innovazione visiva: gli anni di ciascuno degli antichi regni scorrono verticalmente in colonne parallele scandite in decadi. In mezzo compare invece lo spatium historicum: notizie brevi notizie su re, guerre e avvenimenti vari. Eusebio scrive anche un’altra opera, la sua più importante: una Historia ecclesiastica in dieci libri costruita sui documenti scritti della chiesa primitiva.

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IV secolo (270-305) – Diocleziano, il riformatore

Le profonde riforme di Diocleziano e di Costantino il Grande cambieranno la storia del mondo allora conosciuto. E permetteranno a un impero romano ormai in agonia di sopravvivere, in Oriente, per altri undici secoli. L’epocale trasformazione comincia all’inizio del IV secolo dopo Cristo. La figura del sovrano viene sacralizzata. Diocleziano introduce la tetrarchia. Lo stato cambia volto. Fisco, giustizia e pubblica amministrazione diventano appannaggio di una nuova classe dirigente: i ministri di palazzo, riassunti, al loro vertice dall’emblematica figura del prefetto del pretorio che di fatto assurge al ruolo di vice imperatore. I barbari premono ai confini dell’impero. Diocleziano riprende le feroci persecuzioni contro i cristiani.

Mappa della Tetrarchia voluta da Diocleziano

CRONOLOGIA:

270 – L’imperatore Aureliano (214-275) fa cingere Roma da una corona di imponenti mura. Per circoscrivere l’espansione urbanistica della città. Ma la grande barriera è voluta soprattutto per difendere l’Urbe dall’invasione dei barbari che premono lungo i confini dell’impero. La fortificazione si sviluppa per circa 19 km. Le mura hanno uno spessore di 3 metri e mezzo e raggiungono una altezza di 6 metri e mezzo. E ogni 30 metri sono protette da massicce torri quadrate.

279 – Prima grande ondata di invasioni germaniche nell’impero romano.

Ritratto di Diocleziano a Villa Doria Phamphili a Roma.

284 – Diocleziano (247-313), un ufficiale dalmata, figlio di un liberto di umili origini, diventa imperatore in un momento storico di grave crisi economica con i popoli nomadi in armi che premono alle porte del grande impero. Decide subito di non voler vivere a Roma: la nuova capitale diventa Nicomedia (l’attuale città turca di Izmit, quasi novanta chilometri a sud est di Istanbul). Roma, di colpo, scopre di non essere eterna: dalla prospera Nicomedia che abbellisce di templi e grandiosi edifici, Diocleziano può controllare meglio i confini sempre a rischio della Siria.

285 – Diocleziano sceglie Massimiano (245-310) come suo vice e lo manda in Gallia con il titolo di cesare per reprimere la prima grande rivolta dei Bagaudi, i barbari bretoni che si ribellano al fisco di Roma. Massimiano è un soldato serbo, rude e aggressivo ma fedele, nato a Sirmio una città fortezza della Pannonia romana.

286 – Massimiano diventa co-imperatore. Diocleziano lo nomina augusto e gli affida le province occidentali dell’impero. Milano è la nuova capitale della pars Occidentis. Durante una solenne cerimonia religiosa, secondo la tradizione del culto pagano, Diocleziano, come primo imperatore, assume il titolo di Iovis, figlio di Giove. E riserva a Massimiano, che comunque rimane a lui subordinato, il titolo di Herculius, figlio di Ercole. Come dire: la politica a Diocleziano, le azioni militari a Massimiano.Campagne militari di Diocleziano, impegnato a rendere più sicure le frontiere: lungo i confini danubiani sconfigge i Sarmati, i Carpi e gli Alemanni.

287 – Sacralizzazione della figura imperiale. A Nicodemia Diocleziano adotta un cerimoniale fastoso, di chiara origine persiana, che isola fino a rendere inaccessibile la figura del sovrano, protetto ad ogni ora del giorno e della notte dalle truppe di palazzo e da una folla di cortigiani di ogni ordine e grado. Viene introdotto il rito orientale della proskynesis, ossia della prostrazione di fronte l’imperatore, secondo una ordo salutationis. L’adoratio dell’imperatore segue un preciso rituale. Diventa sacro tutto quello che è vicino al sovrano, dalla camera da letto (sacrum cubiculum) all’assemblea dei consiglieri imperiali (sacrum concistorum).

290 – Diocleziano sconfigge gli Arabi che avevano invaso gran parte della Siria.

I Tetrarchi, scultura in porfido ora a Venezia dei quattro co-regnanti che governarono l’impero romano durante la riforma di Diocleziano

293 – Tetrarchia: Diocleziano divide il potere imperiale tra quattro persone, due augusti e due cesari. Una tetrarchia appunto (in greco “potere diviso in quattro”) nella quale i cesari sono in posizione subordinata rispetto agli augusti. Ma una volta giunti al trono e al ruolo di augusto, potranno, a loro volta, nominare altri due cesari. Diocleziano sceglie come cesare un suo fedelissimo, il militare Galerio (250-311) nato a Serdica, ora Sofia, capitale della Bulgaria. Costanzo Cloro (250-306), chiamato così per il pallore del suo volto, originario dell’Illiria e padre del futuro imperatore Costantino, è invece il cesare scelto da Massimiano. L’impero rimane unito da un punto di vista costituzionale anche con più autorità responsabili del governo. Le leggi vengono emanate in nome di tutti e quattro i sovrani.Per cementare la tetrarchia i due cesari vengono adottati dal loro rispettivo imperatore. Così Galerio si unisce in matrimonio con Valeria, figlia di Diocleziano. E Costanzo Cloro, in nome della ragione di stato, sposa Teodora, figliastra di Massimiano. Ma non lascia la concubina Elena dalla quale ha avuto un figlio, all’epoca appena tredicenne: Costantino, il futuro grande imperatore.Quattro imperatori per quattro nuove capitali. Tutte lontane dalle tradizioni repubblicane di Roma e situate in territori strategici per la difesa dei confini dell’impero: Nicomedia (Diocleziano), Sirmio (Galerio), Milano (Massimiano) e Treviri (Costanzo Cloro). L’esperimento costituzionale voluto da Diocleziano è pensato per regolare il passaggio del potere. L’imperatore vuole evitare le sanguinose lotte dei decenni precedenti e le continue usurpazioni. Ogni augusto, dopo aver regnato per venti anni, doveva rinunciare al potere e cedere in modo spontaneo la carica imperiale al suo cesare. Ma la tetrarchia fallirà presto. E sarà superata in modo definitivo da Costantino il Grande che nel 324 accentrerà tutti i poteri nelle sue mani. La Britannia torna sotto l’impero. Un usurpatore, Carausio, da sette anni si era proclamato imperatore. Costanzo Cloro muove contro di lui. Ma ancora prima che il cesare di Massimiano possa agire, Carausio viene ucciso dal suo primo ministro Allectus. Dopo tre anni di regno, Allectus viene sconfitto dalle truppe imperiali e strangolato da Giulio Asclepiodoto, uomo di fiducia di Costanzo Cloro, con la brutale tecnica dell’incaprettamento. E l’isola viene restituita all’imperatore.

298 – Diocleziano mette ordine all’interno e anche lungo i confini. Seda una serie di ribellioni in Egitto. Insieme a Galerio attacca i Persiani e li vince, saccheggiando la loro ricca capitale Ctesifonte (ora un sito archeologico in Iraq) costruita su una delle direttrici dell’antica Via della Seta. La pace di Nisibi assicura ai Romani la sovranità delle terre oltre il Tigri e il controllo del commercio carovaniero. Diocleziano pone anche un re vassallo, Tiridate III, sul trono d’Armenia, con lo scopo di creare in quella regione un solido bastione dell’impero in Oriente.Inizia una gigantesca riforma amministrativa dell’impero caratterizzata da un forte controllo del governo centrale. Diocleziano porta a cento il numero delle province e ne riduce le dimensioni. Il potere militare viene separato da quello politico. Gli eserciti di ogni provincia dipendono da un dux, il potere civile è affidato a un preside che governa il territorio anche da un punto di vista economico. Le province vengono raggruppate in dodici diocesi governate da altrettanti vicari, subordinati a quattro prefetti del pretorio (uno per ogni tetrarca). Questi alti funzionari di fatto diventano i luogotenenti degli augusti.L’Italia perde l’immunità fiscale di cui aveva goduto per secoli. Il territorio viene suddiviso in dodici regiones raggruppate in un’unica diocesi, chiamata Italiciana. Il vicario imperiale fissa la sua residenza a Milano.Raddoppia il numero dei legionari. L’esercito raggiunge i 500.000 uomini ma si sdoppia. Una parte delle truppe è destinata alla guerra, l’altra alla repressione rapida delle ribellioni. Ai confini la difesa dello Stato prese la forma di grandi opere di fortificazione.La gestione delle tasse viene rivoluzionata per facilitare il finanziamento delle spese militari. Una grandiosa riforma fiscale si occupa dei contadini, tassati in proporzione alla terra che coltivano.Nasce un calmiere dei prezzi. Un apposito editto regola i prezzi delle merci e le retribuzioni delle varie categorie dei lavoratori. Ma esplode la borsa nera e la riforma fallisce.

301 – L’Armenia diventa il primo paese cristiano della storia: Tiridate III (255-324) proclama il cristianesimo religione ufficiale dello stato.

Porfirio in un ritratto medievale

PORFIRIO SALVA E TRASMETTE IL SAPERE DI PLOTINO – Quello che sappiamo di Plotino, il maggiore filosofo della fine dell’Antichità, vero, grande erede di Platone e padre del neoplatonismo, lo dobbiamo al suo discepolo prediletto: Porfirio (233-305), un siriano di Tiro, animato da una varietà quasi enciclopedica di interessi, dalla filosofia all’astrologia, dalla musica alla matematica, fino alle pratiche magiche dell’oriente.Nel 301 raccoglie e pubblica tutti gli scritti di Plotino. Le Enneadi contengono 54 trattati, scritti da Plotino fra il 254 e il 269. Porfirio li sistema in sei gruppi di nove trattati, da cui il nome Enneadi (ennea in greco vuol dire nove). L’opera è ordinata in senso tematico. La prima parte contiene i trattati di argomento etico, la seconda gli scritti di fisica, la terza di cosmologia, la quarta si occupa dell’anima, la quinta dell’intelletto, la sesta i trattati che, a partire dall’intellegibile, conducono all’esame dell’Uno, primo principio del tutto. Molte pagine delle Enneadi sono al livello dei più bei passi di Platone e di Aristotele. Qual è il senso più alto dell’uomo? Per il pensiero greco risiede nel ”contemplare”: cercare la verità e saperla guardare nella sua interezza. Così per Plotino e Porfirio la ”contemplazione” assurge a forza creatrice di tutta quanta la realtà.Recenti studi sulla storia della scienza hanno messo in rilievo il ruolo determinante delle Enneadi e del neoplatonismo nell’affermarsi della rivoluzione scientifica copernicana con la dissoluzione nell’età umanistica delle concezioni aristoteliche che facevano da supporto al paradigma tolemaico.Porfirio vive tra la Grecia e l’Italia e muore a Roma. È il commentatore principe delle opere di Platone e Aristotele: in un suo scritto andato perduto si sforza di dimostrare quanti punti di contatto ci siano fra i due grandi filosofi dell’antichità. Scrive anche una Vita di Plotino. Ma rispetto al suo maestro accentua il dualismo tra anima e corpo. Rivaluta il misticismo, l’ascesi e le pratiche magiche di origine orientale. E manifesta una avversione profonda per il cristianesimo a cui contrappone la tradizione etica della classicità. Nell’opera Contro i cristiani Porfirio giudica Cristo, “pio e religioso” ma non sopporta i suoi seguaci che “lo venerano come un dio e lo credono morto e poi risorto”. In un suo celebre passo sottolinea la debolezza di Gesù che, al contrario di Socrate, pianse sulla croce e “non seppe affrontare la morte con dignità”. Una verità rivelata esiste. Ma per il greco e pagano Porfirio non è certo il cristianesimo: piuttosto è quella che nei secoli è stata trasmessa ad alcuni prescelti, senza distinzione di sesso o religione.Alla nozione cristiana di creazione, il filosofo siriano contrappone così la tesi tradizionale dell’eternità del mondo. Così, per Porfirio l’immortalità non è una grazia concessa dalla divinità ma una proprietà inerente alla natura stessa dell’anima. Alle sue idee, sessanta anni dopo la sua morte, si ispirerà Giuliano l’Apostata (331-363) l’ultimo imperatore pagano. Ma l’opera di Porfirio avrà una grande importanza soprattutto per il pensiero medievale. Il filosofo di Tiro fornirà ai primi teologi cristiani i termini per definire gli angeli (demoni buoni) e anche una fondamentale chiave di volta per affrontare il mistero della Trinità con il suo Padre-Uno che è anche Figlio-Pensiero e Vita-Potenza. Il suo scritto più famoso nel Medioevo sarà l’Introduzione alle categorie di Aristotele (Isagoge), l’opera nella quale, scrivendo a un suo allievo, Porfirio codifica la dottrina dei cinque predicabili (genere, specie, differenza, proprio e accidente). Costruisce una struttura logica gerarchica, che nei testi medievali sarà conosciuta come l’Albero di Porfirio che illustra la classificazione logica della “sostanza”. Porfirio pone il problema degli universali: i generi e le specie hanno un’esistenza reale o soltanto mentale? Nella versione latina di Boezio l’opera diventerà un irrinunciabile punto di discussione per molti filosofi medievali, dallo stesso Boezio fino a Pietro Abelardo, Tommaso d’Aquino, Duns Scoto e Guglielmo di Ockham. La Introduzione alle categorie di Aristotele verrà tradotta anche in arabo. E con il titolo di Isāghūjī rimarrà a lungo il testo classico per gli studi della logica nel mondo musulmano. Ancora oggi la tassonomia beneficia dei concetti contenuti nell’Albero di Porfirio, adottata nella sistematica cladistica, la classificazione degli organismi viventi.

303 – Diocleziano inizia la grande persecuzione contro i cristiani. Lo incoraggia Galerio, anche se Prisca, moglie del cesare e figlia di Diocleziano ha abbracciato la nuova religione. È una lotta all’ultimo sangue tra vecchio e nuovo ordine. Vengono vietate tutte le riunione dei cristiani a scopo di culto. L’imperatore ordina la distruzione delle chiese e dei testi sacri. I sacerdoti vengono arrestati se non accettano di sacrificare alle divinità pagane. Diocleziano fa il suo primo ingresso a Roma. Ha sessanta anni e regna da venti. Il 20 novembre insieme a Massimiano, celebra il trionfo dopo le guerre vittoriose sul Danubio, in Britannia e in Africa. Ma lascia presto l’Urbe, nonostante l’inverno avanzato, ansioso di fare ritorno a Nicomedia.

305 – Diocleziano abdica. È il primo imperatore a fare questa scelta in modo volontario. Si ritira a vita privata nella natia Dalmazia, nel suo gigantesco palazzo di Spalato. Morirà nel 313.Il-co imperatore Massimiano non vuole lasciare il potere ma alla fine accetta la decisione di Diocleziano e come l’altro imperatore si ritira nella sua residenza di campagna.A Roma vengono inaugurate le grandiose terme di Diocleziano. Costruite a nord del colle del Viminale sono state fatte edificare da Massimiano insieme ad altri grandiosi edifici che abbelliscono la città. Milano, a lungo sede della residenza di Massimiano, è ormai il centro effettivo del potere politico e militare imperiale in Italia.Galerio e Costanzo Cloro diventano augusti. Massimino II Daia e Severo II sono i loro cesari.

Arnobio di Sicca

L’INSOLITA OPERA DI ARNOBIO – Arnobio scrive Adversus nationes. “Contro le genti”. Intese come i barbari. È il titolo dell’unica opera giunta fino a noi di Arnobio, un famoso maestro di retorica nato a Sicca, nell’odierna Tunisia, e morto intorno al 327. Arnobio aveva combattuto a lungo, con ardore, i cristiani. In età matura, con lo stesso zelo, abbraccia la nuova religione. E per convincere il vescovo della sua città della bontà della sua conversione, nel 305 scrive, in sette libri, Adversus nationes, forse la più insolita fra le opere apologetiche della letteratura latina. Arnobio, cristiano della prima ora, zoppica nella conoscenza delle Sacre Scritture. Ma con una prosa elegante e ricca di reminiscenze classiche difende i cristiani dall’accusa di essere la causa di tutti i mali e cerca di dimostrare come anche negli scritti dei filosofi pagani si ritrovi molta dottrina cristiana. Nella sua scrittura emerge il cursus, derivato dal numerus della prosa classica: un andamento ritmico del periodo che chiude in modo armonico la frase e che comprende almeno due parole, ognuna fornita di un accento proprio.

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L’Editto di Tessalonica, vero inizio del Medioevo

Sessantasette anni.

Solo 67 anni per ribaltare il tavolo; meno della vita di un uomo, per passare da perseguitati a persecutori, da setta sovversiva a religione di Stato.

Il 27 febbraio 380 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano emanano l’Editto di Tessalonica e il cristianesimo diventa la confessione ufficiale dell’Impero Romano secondo i canoni del credo niceno.

Arrigo Minervi (scultore della I meta del XX secolo). Particolare della porta minore di sinistra del Duomo di Milano raffigurante l’Editto di Milano

Sono passati 67 anni dall’Editto di Milano con cui, il 13 giugno 313, Costantino e Licinio legalizzavano la fede cristiana, chiudendo definitivamente le persecuzioni che fino a due anni prima avevano insanguinato l’impero, proprio nel momento in cui a Spalato moriva l’uomo che aveva legato il suo nome alla più feroce di quelle campagne: Diocleziano.

Se il 23 febbraio del 303 con l’Editto di Nicomedia erano stati bruciati i libri sacri cristiani, distrutte le chiese, confiscati i beni, vietate le assemblee e proibita qualsiasi difesa in azioni giuridiche, tolte le cariche e i privilegi ai cittadini di alto rango, inibiti onori per i nati liberi e l’emancipazione per gli schiavi, fino ad arrivare ad arresti, torture ed esecuzioni sommarie, novant’anni dopo il primo dei Decreti teodosiani datato 24 febbraio 391 avrebbe messo al bando ogni genere di sacrificio pagano, anche in forma privata, sancito il divieto di ingresso nei templi e proibito anche solo avvicinarsi ai santuari e adorare statue o manufatti. L’anno successivo un altro decreto avrebbe proibito esplicitamente anche i culti pagani privati (quelli dei lari, dei geni, e dei penati), e equiparato al reato di lesa maestà l’offerta di sacrifici, che avrebbe comportato la perdita dei diritti civili, la confisca delle abitazioni dove si fossero svolti i riti, e ingenti multe per i decurioni che non avessero fatto rispettare la legge, fino ad arrivare alla pena di morte.

Nel frattempo, ad Alessandria il vescovo Teofilo chiederà e otterrà da Teodosio il permesso di convertire in chiesa il tempio di Dioniso, generando scontri feroci con i pagani che porteranno ad una guerra civile culminata con il massacro di Ipazia.

Sarà colpito anche il tempio di Artemide di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, mentre l’arcivescovo Giovanni Crisostomo organizzerà una spedizione ad Antiochia per demolire i templi e uccidere gli idolatri.

La palestra di Olympia, dove dal 776 a.C. al 393 d.C. si svoldero le prime 292 edizioni dei Giochi olimpici

Per compiacere sant’Ambrogio, poi, Teodosio nel 393 arriverà ad abolire i Giochi Olimpici mettendo fine alla più importante manifestazione sportiva del mondo, durata più di mille anni con 292 edizioni, e bisognerà aspettare un millennio e mezzo prima che qualcuno li riporti in vita.

Eppure, a dispetto dalle apparenze, l’atto di Teodosio e Graziano (Valentiniano ha appena nove anni al momento dell’editto) non segna il compimento del percorso avviato da Costantino e Licinio 67 anni prima ma, al contrario, una vera e propria inversione di tendenza, sotto tutti i punti di vista.

Se l’editto del 313 rappresenta il trionfo della laicità e della libertà religiosa, infatti, quello del 380 segna l’inizio della teocrazia.

D’altra parte Costantino e Teodosio – considerati gli ultimi due grandi imperatori romani – non avrebbero potuto essere più diversi tra loro per il carattere ma soprattutto per il modo di gestire quella che rappresenta comunque una realtà minoritaria dell’impero, dove la maggioranza dei cittadini professa ancora i culti pagani.

Costantino aveva emancipato i cristiani guidato da uno spirito ecumenico che puntava ad unificare l’impero sotto un culto monoteista, mescolando quelli di Cristo, di Mitra e del Sole.

L’imperatore nato in Serbia voleva che la religione non rappresentasse un motivo di divisione nell’impero, ma – al contrario – lo rendesse più forte sotto la protezione dell’unico Dio; Dio del quale, però, solo Cesare è il rappresentante in terra.

Testa dell’acrolito monumentale di Costantino (cortile del Palazzo dei Conservatori, Musei capitolini, Roma)

Mantenendo per tutta la vita una forte ambiguità sul suo credo personale, Costantino si era assunto la responsabilità di guidare tutte le confessioni, tanto da essere contemporaneamente il Pontefice Massimo della religione pagana e il promotore del primo grande concilio del cristianesimo: quello di Nicea. E se da una parte aveva trasformato il giorno del Sole Invitto – il 25 dicembre – in quello natale di Cristo, dall’altra aveva coniato la settimana moderna assegnando a tutti i giorni i nomi di divinità pagane: luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno e sole.

Insomma Costantino inseguiva una pace religiosa che vedeva le varie confessioni unite in un sostanziale monoteismo e sottomesse alla sua tutela, mentre alle chiese cristiane non era concessa alcuna forma di potere: il cristianesimo, come il paganesimo, restava espressione dell’autorità imperiale.

Graziano e Teodosio fanno esattamente l’opposto, inaugurando il nuovo corso della storia cristiana che caratterizzerà tutto il Medioevo, e nel far questo più che seguire l’esempio di Costantino lo sconfessano e addirittura lo scomunicano.

Con l’editto di Tessalonica, infatti, l’autorità imperiale non solo sceglie il cristianesimo come religione di stato contrapponendolo ai culti pagani, ma ne sancisce l’autenticità nel credo di Nicea e lo affida all’autorità dei vescovi di Roma e di Alessandria, condannando solennemente l’eresia ariana alla quale lo stesso Costantino aveva aderito formalmente quando, prima di morire, si era fatto battezzare.

La legalizzazione del cristianesimo nel 313 era stata un capolavoro di diplomazia e strategia politica che nulla aveva a che fare con una conversione dell’impero alla fede di Cristo: non a caso, se Costantino era un “simpatizzante” cristiano anomalo e ambiguo, Licinio era restato saldamente ancorato al paganesimo. Totalmente opposta la situazione settanta anni dopo: entrambi gli imperatori, infatti, sono convinti cristiani, anzi fedeli cristiani che non si limitano ad aderire al credo, ma si sottomettono apertamente ai ministri della Chiesa rinunciando a quel ruolo sacerdotale di garante, fermamente rivendicato da Costantino.

La discriminazione avviata da Graziano e Teodosio segna dunque anche l’abdicazione al ruolo religioso dell’autorità imperiale e – di fatto – l’inizio dello sfaldamento culturale e politico dell’impero romano.

Graziano fu imperatore romano dal 375 al 383, anno della sua morte

Non a caso è proprio Graziano il primo imperatore a rinunciare al titolo di “Pontefice Massimo”: il grado religioso supremo della società romana che a partire da Augusto era stato appannaggio dell’imperatore e che sarà ereditato – significativamente – proprio dal papa di Roma, il cui potere, temporale e spirituale, crescerà progressivamente fino a fargli rivendicare – nel mezzo dell’Età di mezzo – un’autorità assoluta in tutto il mondo cristiano.

Teodosio – da parte sua – appena due giorni dopo essere arrivato a Costantinopoli caccerà il vescovo ariano Demofilo affidando la chiesa della città al capo della minoranza cattolica Gregorio Nazianzeno, mentre nel 381 renderà festivo il Giorno del Sole ribattezzandolo però “Giorno del Signore” (Dies Dominici).

Per certi versi, quindi, forse è proprio il 27 febbraio dell’anno 380 dall’incarnazione di Gesù Cristo, che finisce davvero l’impero romano.

Perché è con l’Editto di Tessalonica, che Roma (che già non è più Roma da un pezzo, visto che la capitale dell’impero romano si è spostata a Milano e Costantinopoli) imponendo per la prima volta una verità dottrinale come legge dello Stato, abbandona quell’idea di integrazione religiosa che aveva caratterizzato tutta la sua storia e aveva visto la creazione di un singolare pantheon in cui trovavano posto antichi culti italici, l’olimpo greco, le divinità germaniche, quelle egiziane e quelle arrivate dall’Oriente.

Ma non sono solo la libertà e il pluralismo religioso, ad essere minati dall’Editto: il 27 febbraio 380 i tre imperatori abdicano infatti anche, come detto, al ruolo di suprema autorità religiosa che tutti i loro predecessori avevano rivestito a prescindere dalla fede professata, consentendo così la nascita di quel contro-potere incarnato dalla gerarchia cattolica che finirà per ribaltare i ruoli: se fino a quel momento nell’impero cristiano c’era un potere religioso affidato a un’autorità laica (come avviene ancora oggi nell’Islam), per quasi due millenni sarà il potere laico ad essere sottoposto all’autorità religiosa.

Più che con l’ininfluente deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’occidente, nel 476, è allora forse proprio con l’Editto del 380 che si dovrebbe dare inizio ufficialmente al Medioevo.

“Gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio augusti. Editto al popolo della città di Costantinopoli. Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all’insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste. Dato in Tessalonica nel terzo giorno dalle Calende di Marzo, nel consolato quinto di Graziano augusto e primo di Teodosio augusto”.

Arnaldo Casali

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L’Editto di Milano

Arrigo Minervi (scultore della I meta del XX secolo). Particolare della porta minore di sinistra del Duomo di Milano raffigurante l’Editto di Milano

“Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità”.

È il 13 giugno 313. Sono passati otto mesi dalla Battaglia di Ponte Milvio, e da quell’In Hoc Signo Vinces che ha cambiato la storia e la religione, anche se poi non si è capito mai che segno fosse esattamente. Una croce secondo la leggenda, il cristogramma secondo la storia, un meteorite o una congiunzione di pianeti secondo gli astronomi. L’integrazione religiosa, più probabilmente, secondo il primo imperatore cristiano.

Tra i sovrani più ambiziosi dell’intera storia romana, Costantino era nato nel 274 dall’unione di Costanzo Cloro e della sua concubina Elena ed era cresciuto in Oriente alla corte di Diocleziano, durante la tetrarchia che vedeva l’impero amministrato da due cesari e da due augusti. Dopo la morte del padre – cesare, e in seguito augusto di Occidente – nel 306 Costantino era stato acclamato dalle sue milizie suo successore. Ne erano seguite guerre che avevano visto il pretendente allearsi con Licinio contro Massenzio e Massimino Daia.

Approfittando del vuoto di potere lasciato dai due tetrarchi di Occidente (che avevano scelto come capitali Treviri e Milano) il generale Massenzio era diventato il padrone di Roma, dove era rimasto solo il Senato e, dopo una serie di battaglie, il 28 ottobre 312 Costantino lo aveva battuto definitivamente a Ponte Milvio, assumendo il controllo di tutta l’Italia.

Secondo la tradizione, quando era ancora a Torino, Costantino si era rivolto in preghiera all’“unico Dio” e poco dopo mezzogiorno era stato testimone dell’apparizione di un incrocio di luci sopra il sole con la scritta ἐν τούτῳ νίκα, ovvero “Con questo vinci”.

Nella notte successiva gli era apparso Cristo, ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno che aveva visto in cielo. Nei giorni successivi Costantino aveva chiamato dei sacerdoti cristiani per essere istruito sulla religione il cui contenuto gli era ancora ignoto.

Testa di Costantino, conservata nel cortile del Palazzo dei Conservatori, presso i Musei capitolini a Roma

In battaglia Costantino aveva quindi fatto precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola “Christòs”) sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati avevano sconfitto l’avversario: Massenzio, pagano, era affogato nel crollo di Ponte Milvio che lui stesso aveva fatto costruire, e il nuovo imperatore si era convertito al cristianesimo. Almeno secondo la tradizione: in realtà Costantino si sarebbe fatto battezzare solo 25 anni dopo e per tutta la vita avrebbe mantenuto una certa ambiguità sotto il profilo religioso.

Quel che è certo, comunque, è che Costantino – in quell’occasione – aveva rifiutato di consultare gli aruspici prima della battaglia, e quando era entrato a Roma in trionfo aveva evitato di salire in Campidoglio, dove si trovava il tempio più sacro degli dei pagani.

Oggi esistono le più disparate ipotesi riguardo a ciò che l’imperatore avesse visto a Torino (alcuni hanno ipotizzato una congiuntura tra pianeti chiamata “La croce del cigno”) e quale fosse esattamente il significato di quella frase passata alla storia in latino anche se in realtà fu pronunciata in greco. In molti sostengono che Costantino non affidasse le sorti della battaglia a Gesù Cristo ma al Dio Sole (il cui simbolo – una croce sovrapposta ad una X con al centro un cerchio – assomiglia molto al monogramma di Cristo). Ma per lui, Costantino, questo non faceva molta differenza. La differenza, per l’imperatore, stava piuttosto tra l’Olimpo degli Dei e il Dio unico e onnipotente che aveva scelto di venerare.

Aveva smesso di crederci da anni, Costantino, in Giove, Giunone, Marte e tutte le favole dell’Olimpo. Aveva smesso di partecipare ai sacrifici per Saturno e per tutti gli altri dei. Solo superstizione, pensava. Nessuno ci credeva veramente in quelle storie, in quei pettegolezzi sulle divinità. Era ormai chiaro a tutti che si trattava di un mondo divino fatto a misura di quello umano; con bugie, tradimenti, rivalità e guerre. Erano solo storie da raccontare e i sacrifici semplici scongiuri per cacciare la cattiva sorte.

Moneta di Costantino, con una rappresentazione del Sol Invictus e l’iscrizione SOLI INVICTO COMITI, “al Sole Invitto compagno

Ma il Sole no, quello era un Dio vero: era completamente diverso dagli altri dei, e completamente diverso dagli uomini. Lui era là, nella sommità del cielo. Tutti gli uomini lo potevano vedere, e tutti gli uomini ne sperimentavano ogni giorno la potenza.

A lui gli uomini dovevano la luce e il calore. Senza di lui non crescevano piante, non nascevano gli animali. Senza di lui l’uomo era perduto. Il freddo lo assaliva e nelle tenebre non poteva muoversi, non poteva difendersi dai pericoli né vedere quello che lo circondava.

Quanto più lui era lontano tanto più la vita era difficile per l’uomo. Durante l’inverno si allontanava e il freddo aumentava e le ore di luce erano più corte e il cibo non c’era.

Era un Dio strano. La cosa più bella e potente che si potesse ammirare nella volta celeste. Eppure ogni giorno si spegneva lentamente, scendeva dalla vetta del cielo e cadeva sotto la terra, e moriva. E ogni giorno resuscitava sorgendo all’orizzonte per salire ancora sul suo trono nel cielo. Una passione e una gloria che si rinnovavano ogni giorno, ogni anno. Ogni notte la Luna si faceva portatrice della speranza in un giorno nuovo, ogni giorno l’appassire della luce era l’annuncio di una notte che sarebbe arrivata. Ogni estate si passava nel calore e nella luce aspettando con timore il gelo dell’inverno. Ed ogni duro inverno si affrontava coraggiosamente nella certezza di una nuova estate.

Aureliano aveva consacrato ufficialmente il tempio del Sol Invictus nel 274, gli aveva dedicato la festa del 25 dicembre e ne aveva fatto la principale divinità del pantheon romano. Con il passare del tempo il giovane Costantino, nato insieme al Sole Invitto, ne era diventato sempre più devoto: amava partecipare ai culti nel tempio, osservare i canti e le preghiere che salivano insieme al fumo dei sacrifici fino a raggiungere il cielo, che avrebbe ringraziato donando agli uomini una nuova primavera, ancora luce, ancora caldo, ancora vita, ancora speranza.

Che fosse il segno di Cristo o quello del Sole ad avergli donato la vittoria a Ponte Milvio, allora, cambiava davvero poco.

Moneta di Costantino (ca.327) con la rappresentazione del monogramma di Cristo sopra il labaro imperiale

In fondo Costantino non ci vedeva molta differenza: Cristo, come il sole, viveva ciclicamente una storia fatta di gloria, passione, morte e resurrezione. E il Dio dei cristiani era unico, padre e onnipotente, esattamente come quello la cui protezione aveva invocato scendendo nella Città Eterna.

Nel frattempo già da un anno l’imperatore Galerio aveva emanato un editto con cui si metteva fine alla più feroce e sanguinosa persecuzione dei cristiani, avviata da Diocleziano nel 303.

Diocleziano era stato un imperatore particolarmente conservatore sotto il profilo religioso, anche se ad istigarlo contro i cristiani era stato – in realtà – lo stesso Galerio, al tempo suo vice. In un primo momento la persecuzione aveva riguardato solo l’eresia dei manichei, religione “straniera” arrivata dall’Oriente e accusata di fomentare disordine e instabilità, mentre la persecuzione contro il cristianesimo nel suo complesso era iniziata il 17 novembre 303 con la tortura e l’esecuzione del diacono Romano di Cesarea, colpevole di aver rifiutato di compiere atti divinatori.

Diocleziano in un primo momento aveva pensato di limitarsi ad impedire ai cristiani di ricoprire incarichi politici e militari, ma Galerio lo aveva convinto della necessità di un vero e proprio sterminio, se si voleva scongiurare l’ira degli dei indignati per l’empietà della nuova setta arrivata dalla Palestina e sempre più diffusa a Roma. I cristiani, sosteneva Galerio, avevano creato uno Stato nello Stato, che era governato da proprie leggi e magistrati, possedeva un tesoro e manteneva la coesione grazie all’opera dei vescovi che dirigevano le diverse comunità dei fedeli cui erano preposti attraverso decreti cui si obbediva ciecamente; occorreva, quindi, intervenire prima che il Cristianesimo contaminasse irrimediabilmente i ranghi dell’esercito. Il Potere doveva abbattere quel contropotere che rifiutava qualsiasi assimilazione. Secondo la tradizione, lo stesso Apollo avrebbe confermato la necessità di un intervento drastico, perché la presenza di “empi” gli impediva – secondo l’oracolo – di fornire il proprio aiuto.

Icona ortodossa bulgara con l’imperatore e la madre Elena e la vera croce

Il 23 febbraio 303 a Nicomedia, capitale dell’impero d’Oriente, era stato affisso un editto che disponeva il rogo dei libri sacri, la confisca dei beni delle chiese e la loro distruzione, il divieto per i cristiani di riunirsi e di tentare qualunque tipo di difesa in azioni giuridiche, la perdita di carica e privilegi per i cristiani di alto rango, l’impossibilità di raggiungere onori ed impieghi per i nati liberi, e di poter ottenere la libertà per gli schiavi, oltre che l’arresto di alcuni funzionari statali. Dopo un paio di attentati subiti dalla residenza di Diocleziano, poi, la persecuzione era diventata ancora più feroce: arresti, torture ed esecuzioni erano aumentate in modo esponenziale in Oriente e a Roma, mentre in Britannia il padre di Costantino era stato molto meno intransigente.

Quel che certo è che l’azione di Diocleziano aveva fallito miseramente. Il cristianesimo era uscito rafforzato dalle persecuzioni: i martiri erano divenuti modelli di fede ancora oggi venerati, mentre gli stessi pagani avevano finito per solidarizzare con le vittime di questa “pulizia religiosa”. Nel 305 Diocleziano – caso unico nella storia dell’impero romano – si era dimesso spontaneamente lasciando il posto allo stesso Galerio, che aveva portato avanti, seppure in modo intermittente, le persecuzioni fino al 311, quando aveva firmato la resa a Sofia con un editto a nome di tutto il collegio tetrarchico pubblicato il 30 aprile e nel quale si legge:

“Considerando la nostra benevolenza e la consuetudine per la quale siamo soliti accordare il perdono a tutti, abbiamo ritenuto di estendere la nostra clemenza anche al loro caso, e senza ritardo alcuno, affinché vi siano di nuovo dei cristiani e si ricostruiscano gli edifici nei quali erano soliti riunirsi, a condizione che essi non si abbandonino ad azioni contrarie all’ordine costituito”. “Con altro documento – prosegue il testo – daremo istruzioni ai governatori su ciò che dovranno osservare. Perciò, in conformità con questo nostro perdono, i cristiani dovranno pregare il loro dio per la nostra salute, quella dello Stato, e di loro stessi, in modo che l’integrità dello Stato sia ristabilita dappertutto ed essi possano condurre una vita pacifica nelle loro case”.

Quelle istruzioni, in realtà, non erano mai state emanate a causa della morte di Galerio. Per questo nel febbraio del 313 i due padroni dell’impero si erano riuniti a Milano per discuterle e firmare un documento congiunto.

Diocleziano, ritiratosi in una splendida villa a Spalato, in quello stesso periodo aveva ricevuto l’invito alle nozze tra Costanza, sorella di Costantino, e Licino, succeduto a Galerio come imperatore d’Oriente. Diocleziano morirà, significativamente, proprio alla vigilia dell’Editto di Milano con cui Costantino e Licino formalizzano la sua sconfitta sdoganando ufficialmente e definitivamente la religione cristiana nell’impero romano.

È stato soprattutto Costantino ad insistere per la riabilitazione dei cristiani; d’altra parte le sue simpatie per la Chiesa non sono certo un segreto. Licinio, al contrario, è rimasto fedele alla religione tradizionale ma ha capito che la pace religiosa è fondamentale per la stabilità dell’impero. Tanto più nella sua parte di impero, che è quella dove le persecuzioni sono state più spietate e dove i cristiani sono ancora oggetto di discriminazione e forme di intolleranza: lo stesso Massimino Daia, suo rivale, ha ricominciato le esecuzioni capitali nei territori sotto la sua giurisdizione. Licinio, da parte sua, sconfitto Massimino ad aprile ha consentito ai cristiani di costruire luoghi di culto e ha restituito loro tutti i beni confiscati.

Se non puoi batterli – pensano entrambi gli imperatori – fatteli amici. L’integrazione dei cristiani, e del loro sistema di potere, all’interno dell’impero non può prescindere dalla loro emancipazione.

Più che l’avvio di una cristianizzazione dell’impero, comunque, l’Editto di Milano rappresenta un modello di integrazione: se nel testo si parla apertamente di libertà religiosa per i cristiani si aggiunge anche che la stessa deve essere garantita ai fedeli di qualsiasi altro credo e il riferimento religioso è ad una divinità generica – “qualunque essa sia” – della quale si invoca la protezione.

Costantino non ha nessuna intenzione di cambiare gli equilibri religiosi nell’impero; un impero in cui il 90% della popolazione segue ancora i culti tradizionali pagani. Al contrario, l’imperatore un equilibro religioso lo vuole creare: non vuole più che la fede possa rappresentare un elemento di tensione, di divisione, di discriminazione, di conflitto. La pace romana passa per la libertà e l’integrazione. E di questa pace e integrazione è lui stesso – Costantino – il garante. Non a caso, pur avvicinandosi sempre più apertamente al cristianesimo, mantiene l’incarico di Pontefice Massimo della religione tradizionale, fa costruire templi pagani e promuove con sempre maggiore forza il culto del Sole.

Paradossalmente, mentre convoca e presiede a Nicea il primo grande Concilio Ecumenico chiamato a dibattere di questioni teologiche sulla natura di Cristo e ad affermare una dottrina unica, chiara e definitiva per tutta la Chiesa espellendo gli eretici, Costantino persegue un sincretismo che fonda insieme il culto di Cristo, quello di Mitra e quello del Sole in un’unica religione in cui possano riconoscersi tutti i cittadini romani.

In particolare a Costantino interessa identificare Cristo con il sole: non a caso sceglie la festa del Sole invitto – il 25 dicembre – come data del Natale e la domenica come giorno festivo della settimana, chiamandola però “Giorno del Sole”, mentre assegna gli altri 6 giorni alle vecchie divinità pagane della Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno.

La colonna di Costantino a Istanbul

D’altra parte la crisi sociale dell’impero e l’influsso delle spiritualità orientali hanno messo in crisi ormai già da tempo l’antico sistema religioso romano e si è andato diffondendo un sincretismo venato di monoteismo che tende a vedere nelle immagini degli dei tradizionali l’espressione di un unico essere divino. Il modello religioso di Costantino, dunque, è quello di una pluralità di riti nell’unità di Dio. Un Dio che può assumere diversi nomi ma che resta padre, protettore e onnipotente.

Nel 316, durante la guerra contro lo stesso Licinio per assumere il controllo di tutto l’impero, Costantino farà dedicare le monete “Al Sole Invitto, ministro del Signore” anche se – nel frattempo – in alcune lettere private scrive di voler convertire tutto il mondo al cattolicesimo.

Più che cristiano, dunque, Costantino – almeno pubblicamente – è un convinto monoteista e un grandioso promotore di ecumenismo, che cerca di unificare le fedi affini e di rispettare anche le altre. Con una sola eccezione: l’ebraismo. Mentre emancipa i cristiani, infatti, l’imperatore tende ad emarginare sempre di più i “fratelli maggiori” che – al contrario – negli ultimi secoli si erano perfettamente integrati nella società romana. Nel corso del Concilio di Nicea l’imperatore prende le distanze da qualsiasi celebrazione comune della Pasqua mentre l’anno dopo – nel 326 – emanerà una legge che proibisce agli ebrei di convertire e circoncidere i loro schiavi. Paradossalmente è proprio questo grande promotore di tolleranza, libertà ed ecumensimo a gettare le basi dell’antisemitismo che avvelenerà l’Europa per secoli.

La sintesi più sublime della politica religiosa di Costantino resta ancora oggi la colonna fatta erigere nella nuova capitale da lui fondata, Costantinopoli, realizzata in porfido proveniente da Eliopoli in Egitto, la “città del sole”. Sotto il suo basamento, secondo la tradizione, vengono seppelliti il Palladio (il più importante simulacro propiziatorio della religione romana) e alcuni frammenti della croce di Cristo ritrovata da sant’Elena in Palestina, mentre sulla sommità è posta una statua raffigurante l’imperatore in veste di divinità solare con lo sguardo rivolto al sole nascente, sulla testa una corona a sette raggi e sulla mano destra il globo con la croce. Con un’iscrizione che recita “Costantino, che splende come il sole”. Insieme divino e devoto.

Arnaldo Casali

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