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Category Archives: Invenzioni

Gli occhiali

Sembra che lenti per ingrandire dei particolari fossero utilizzate già nell’antica Roma, ma è del 1352 la prima documentazione sugli occhiali, usati con costanza per attenuare i difetti della vista: è il ritratto del cardinale Ugone di Provenza di Tommaso di Modena, conservato nella Sala del Capitolo della Chiesa di San Nicolò a Treviso.

Non sorprende la locazione del ritratto: lì vicino, tra Venezia e Murano, già da tempo si lavorava il vetro e nei Capitolari delle Arti Veneziane della fine del Duecento e dell’inizio del Trecento si parlava di “lapides ad legendum” e “roidi da ogli”, lenti di ingrandimento e occhiali da vista.

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Le sette note

Le sette ‪‎note‬ esistono da sempre, ma sapevate che la loro denominazione ha origine nel ‪Medioevo‬?

Guido d’Arezzo, monaco benedettino, nell’XI sec. nominò ciascuna nota con le prime sillabe dei primi sei versi dell’inno “Ut queant laxis” dedicato a San Giovanni Battista.

«UTqueant laxis REsonare fibris MIra gestorum FAmuli tuorum SOLve polluti LAbii reatum Sancte Johannes»

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L’età delle invenzioni

Altro che “secoli bui”. Il Medioevo è stata una fucina di ‪scoperte‬ e ‪‎innovazioni‬: dalla ruota idraulica al mulino a vento, dalla staffa alla bussola, dalla carriola agli orologi meccanici.

E poi la forchetta, la pasta, il salame, i bottoni, gli occhiali, la stampa a caratteri mobili, l’algoritmo e la camera oscura.

Lo spiega bene ‪Umberto Eco‬: “Il Medioevo inventa tutte le cose con cui stiamo ancora facendo i conti, le banche e la cambiale, l’organizzazione del latifondo, la struttura dell’amministrazione e della politica comunale, le lotte di classe e il pauperismo, la diatriba tra Stato e Chiesa, l’università, il terrorismo mistico, il processo indiziario, l’ospedale e il vescovado, persino l’organizzazione turistica: sostituite le Maldive con Gerusalemme e avete tutto, compresa la guida Michelin”.

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Il punto ha una lunga storia

Esclamativi, interrogativi o messi sulle “i”. Anche sui punti, un punto va fatto comunque. Nel Medioevo era l’unico segno di interpunzione. Veniva usato per dividere il periodo, con diverse funzioni (in basso, in mezzo o in alto) a seconda della sua posizione rispetto all’altezza della scrittura. Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la conseguente diffusione dei libri, altri segni arricchirono la punteggiatura. E il punto trovò con naturalezza la posizione che occupa ancora oggi.

Altra storia è quella del punto interrogativo, una delle tante invenzioni dei vituperati “secoli bui” con le quali facciamo i conti ancora oggi. I monaci copisti per sottolineare una domanda, scrivevano “questio” alla fine della frase. Per comodità e abitudine abbreviavano usando le due lettere iniziali della preqnante parola latina: “qo”. Con il tempo, forse per aiutare il lettore, la sigla venne in qualche modo stilizzata. E così la “q” diventò una specie di ricciolo e la “o” si trasformò in un punto sottostante. Di domanda, naturalmente.

Perché per sottolineare l’entusiasmo, la gioia o la sorpresa, i monaci alla fine della frase scrivevano una parolina: “io”. Con il tempo, la “i” passò sopra la “o” che si trasformò in un punto e rimase in basso, ad esclamare: “!”.

Facilitare la lettura servì anche a mettere i puntini sulle “i”. Proprio per evitare equivoci. La “i” all’epoca non aveva il puntino che sfoggia oggi. E così l’occhio spesso si affaticava nel distinguere la lettera dalla vicina “m” e anche dalla “u”. Il provvidenziale puntino, da allora fa chiarezza. Da qui “i puntini sulle i”. Per la precisione. Quella che mancò a Martino che per un punto perse la cappa di abate.

L’aneddoto medievale ricorda che il caritatevole Martino, abate dell’abbazia di Asello, volle sulla sua porta una iscrizione: “Porta patens esto. Nulli claudaris honesto.” Voleva dire: “Porta, resta aperta. Non chiuderti a nessuna persona onesta”. Lodevole intenzione. Ma chi eseguì il lavoro sbagliò proprio a mettere il punto. E scrisse: “Porta patens esto nulli. Claudaris honesto.” Quindi, tutta un’altra storia: “Porta, non restare aperta a nessuno. Chiuditi alla persona onesta”. Un po’ troppo per l’abate. Lo scandalo fu tale che il papa lo degradò togliendoli il mantello che indicava il ruolo. Rimase il modo di dire, negli scritti e nella memoria orale: un famoso proverbio che ancora oggi ci ammonisce contro le distrazioni.

 

Federico Fioravanti

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