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Category Archives: Invenzioni

Scrivere, da Carlo Magno in poi

La scrittura, dalla riforma di Carlomagno ai giorni nostri: un viaggio nel percorso fondante della civiltà europea in compagnia del grande paleografo Attilio Bartoli Langeli.

Scrittura Carolina

Lettere chiare e distinteIl nostro modo di scrivere – di tracciare a mano le parole – ha una data di nascita abbastanza precisa: una trentina d’anni prima dell’800 dopo Cristo.

Siamo davanti a un’iniziativa di Carlomagno, attuata per mano dei suoi intellettuali, primo dei quali Alcuino di York. Costoro – non il gran re: leggere e scrivere non facevano per lui – s’inventarono un alfabeto latino confacente al programma carolingio di unificazione della cultura europea. Così: a b c d eccetera, quasi esattamente nelle forme che io sto vedendo realizzate dal mio computer e che tu, lettore, stai percorrendo con gli occhi. Quell’alfabeto fu l’alfabeto minuscolo di base di tutte le scritture, molte e diverse, che se ne svilupparono nel corso del tempo; ed è tuttora l’alfabeto minuscolo del carattere tipografico romano tondo. Sola differenza importante la s, che aveva la forma diritta ſ e alla quale si preferì, molto tempo dopo, la forma rotonda S, ovviamente per evitare confusioni con la f. Differenze meno vistose riguardano la t, che ha allungato un poco il tratto diritto per incrociare la traversa, e il puntino diacritico sulla i.Eccole, quelle lettere, tutte in fila:

(In verità bisognerebbe aggiungere alle lettere dell’alfabeto due altri segni, il nesso per et, simile alla & commerciale, e il nesso per st, con la curva della s che scende a formare la t).La nuova ‘minuscola’, che nella sua versione testuale è detta ‘carolina’, fa parte di quella che fu una vera e propria politica testuale, che Re Carlo e i suoi dotti intrapresero nell’ambito di un generale programma di rinascita degli studi: «libros catholicos bene emendate», è l’ammonimento che si legge nelle Admonitiones generales sulla disciplina del clero del 789. Con la costituzione della minuscola e l’invenzione della carolina essi si prefissero di sradicare la confusa tradizione scrittoria vigente da tempo nei territori dell’Impero. Dalla corsiva tardo-romana era cresciuta una selva di scritture dette appunto ‘corsive’, generose ma negative rispetto al progetto culturale carolingio, per due motivi: per un verso la loro varietà disordinata, contraria all’esigenza di una unificazione grafica delle terre dell’impero; per l’altri i loro caratteri strutturali, incapaci di esprimere testi puliti e corretti. L’uso di termini come ‘minuscola’ e ‘corsiva’ richiede una precisazione lessicale, perché le due parole hanno un significato assoluto e un significato storico, anzi vari significati storici:

  • minuscola è una scrittura il cui alfabeto si dispone all’interno di uno schema quadrilineare, come sono rigati i quaderni delle prime classi elementari; è il contrario di maiuscola, le cui lettere sono tutte comprese in uno schema bilineare. Quanto alle scritture del medioevo centrale (secoli VIII-XI), si designano come minuscole le scritture discendenti dalla riforma grafica carolingia: la carolina in primo luogo, e numerose altre, sia per libri sia per documenti.
  • corsiva è, in generale, ogni scrittura manuale veloce, dal lat. currere; l’opposto è una scrittura posata, realizzata disegnando al tratto le forme corrette di ciascuna lettera. Di solito sono corsive le scritture documentarie e pratiche, posate le scritture librarie. Nella tarda età romana fu in uso, negli uffici centrali e periferici dell’Impero, una legatissima grafia realizzata currenti calamo; di qui tutte le scritture altomedievali, dette ‘corsive nuove’. Molto tempo dopo il termine fu ripreso per indicare la scrittura tipografica con carattere inclinato sulla destra, allora detto italico (ancora oggi, in francese italique, in inglese italic), ma nell’uso corrente odierno italiano denominato appunto corsivo.

La caratteristica principale delle corsive altomedievali era l’uso dei legamenti sillabici. Molte coppie di lettere non erano realizzate con l’accostamento dei due segni costitutivi, ma questi si connettevano piegandosi vicendevolmente e stravolgendo le rispettive forme. Esempi? Il tracciato del celebre Indovinello veronese, vergato da una mano molto abile e sapiente, nonché quello, anch’esso corsivo e legato, ma più sgraziato, di un’altra mano che si esibisce subito sotto con un Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus:

Verona, Biblioteca Capitolare, ms. LXXXIX, f. 3r

La nuova minuscola s’impiantò prima nei centri scrittori del Palazzo e delle abbazie più vicine a Carlo (Corbie, Tours), poi nei centri scrittori sparsi nei territori dell’impero, Francia Germania Italia centro-settentrionale, e dopo ancora, manu militari, nelle zone annesse dai carolingi. Le corsive ne furono estirpate; ma continuarono, e quanto vigorosamente, nelle aree esterne all’impero. Vitalissima, per esempio, fu la scrittura che gli umanisti battezzarono langobardica e noi, costretti dalla magnifica monografia di Elias Avery Lowe (1914), chiamiamo beneventana. Ad essa, nella sua versione documentaria, si devono i placiti campani del 960 e 963; nella sua ultima e più famosa tipizzazione libraria, quella in uso a Montecassino, il Ritmo cassinese.Che la carolina, la nuova scrittura del testo elaborata in ambito carolingio, fosse una reazione al modo di scrivere corsivo è dimostrato dal suo requisito principale: il “canone” alfabetico. La carolina è una scrittura per lettere: lettere sempre uguali a se stesse, ciascuna chiaramente distinta da tutte le altre. Jacques Fontaine ha parlato di una scrittura «cartesiana», David Ganz di una «grammatica della leggibilità». Si aggiungano altri elementi di innovazione. Lo scarso o nullo uso di compendi, che fa della carolina una scrittura “a tutte lettere”. L’attento uso dell’interpunzione. L’accuratezza delle distinzioni e partizioni del testo, con l’utilizzo di una gamma di scritture ampia e gerarchizzata, ripresa dalle scritture del passato.La scrittura per lettere separate era funzionale a una lettura analitica, discorsiva, lenta, lettera dopo lettera, parola dopo parola, eseguita dall’occhio che scorre placidamente riga dopo riga. Fosse effettuata a voce alta, a voce bassa o in silenzio, la lettura carolina, chiamiamola così, era basata sulla sequenza continua dei segni trasformati in suono, come se il lettore capisse ascoltandosi leggere (mentalmente o a voce alta). La carolina portava a perfezione, realizzandola visivamente sulla pagina, la progressione insegnata dalla precettistica classica, dalla littera (il grafema e fonema elementare) al sensus (il significato) alla sententia (l’idea, il concetto).

Scrittura sintetica, lettura sinteticaLa carolina come scrittura dei libri durò poco – si fa per dire: un paio di secoli. Restò, anche perché assunto stabilmente nella pratica scolastica, l’alfabeto minuscolo. Esso, nelle diverse regioni e secondo le diverse funzioni, fu sottoposto a svariate tensioni e adattamenti. Per i documenti delle cancellerie si usò una scrittura diritta e allungata, la ‘minuscola diplomatica’, mentre i notai continuarono con la corsiva. Per i libri, i centri scrittorii monastici elaborarono proprie tipizzazioni. Una fu, ad esempio, la minuscola ‘romanesca’, radicata nelle abbazie dell’Italia mediana: quella, per intenderci, della Formula di confessione di Sant’Eutizio. Ma il cambiamento più forte e consapevole fu quello che portò alla littera moderna, ossia alla scrittura ‘al modo parigino’.È la scrittura dei libri dell’Università di Parigi. Si tratta di un tipo particolare della scrittura che nei manuali si troverà definita come gotica o textualis, e descritta in termini di tecnica di esecuzione e di maniera stilistica. Una grande famiglia di scritture, che ha dominato l’Europa manoscritta per buoni tre secoli.La caratteristica più appariscente della gotica internazionale è la spezzatura dei tratti e degli archi. Un dato tecnico e stilistico, questo, che la fa apparire singolarmente congruente con la coeva cultura architettonica e artistica: “gotica” la scrittura a mano come “gotiche” l’architettura, la pittura, la scultura, l’epigrafia – d’altronde, la carolina sa un po’ di romanico. Ma la spezzatura è un elemento estrinseco, fra l’altro vanificato dalle molte varianti nazionali e tipologiche della scrittura. Per l’Italia ad esempio si parla di una gotica rotunda, che sarebbe una contraddizione in termini.Come sempre, è la finalità, la funzione culturale che condiziona e impone le soluzioni tecniche, grafiche, compositive; non viceversa. Rilevanti, allora, sono altre caratteristiche della gotica internazionale: la sovrapposizione delle curve contrapposte, che lega insieme due lettere altrimenti separate; il sistema dei trattini sul rigo, che realizza in basso (ma anche in alto, nelle grafie più professionali) un continuum spezzettato coincidente con la parola; l’uso della s rotonda in fine di parola e della r rotonda dopo lettera curvilinea; ed altre. Tutte caratteristiche finalizzate, con una coerenza davvero stupefacente, alla perfetta definizione, delimitazione della parola grafica. Il meccanismo consiste nell’incatenamento delle lettere di una parola e, per conseguenza, nella visibile separazione delle parole. Il “canone alfabetico” della carolina si è trasformato in “canone verbale”. La modificazione della carolina in gotica consiste nel passaggio da una scrittura per lettere separate a una scrittura per parole separate. L’unità elementare del discorso scritto non è più la lettera, ma la parola.

Le lettere, più alte che larghe (meno che nei libri italiani), oppure l’uso spinto dei compendi, oppure entrambi, riducono la lunghezza delle parole grafiche: l’illustrazione fa vedere che, nello stesso spazio, a sinistra hai cinque parole che si srotolano indifferenziate, a destra ne hai otto, ben identificate dagli stacchi della catena grafica.Se questo è vero per tutti i libri tra Due e Quattrocento, conviene – volendo tornare sulle modalità di lettura – riandare alla littera moderna, cioè all’Università parigina e al suo prodotto tipico, il libro scolastico. Si confrontino da lontano le pagine di un libro in carolina originaria e di un libro scolastico parigino:

Avviene come se il testo, già contratto di per sé, fosse sottoposto a una doppia compressione, dal basso e dall’esterno. Alla piena pagina si preferiscono le due colonne, strette fra loro e spinte verso il centro e verso l’alto della pagina. Sono ridotti gli spazi interlineari, mediante l’accorciamento delle aste ascendenti e discendenti. La rigatura impone una gabbia a maglie strette e giustificate. A libro aperto (lo si immagini, il manoscritto parigino, con la pagina di destra speculare a quella riprodotta), hai un blocco di scrittura centrale in tutto-nero, circondato da larghi spazi bianchi. Si noti che, a misurarle, è più ampia (anche se di poco) l’area bianca di quella nera: per dire che tutto si può supporre in una pagina del genere meno che il bisogno di risparmiare carta o pergamena. L’economicità della gotica sta nella riduzione orizzontale della sequenza testuale e nella riduzione verticale degli spazi tra le righe.Il modo di scrivere “alla moderna” discende da una concezione ben determinata del libro come strumento del lavoro intellettuale. Esso è funzionale alla lettura mentale, quella capace di tradurre immediatamente in pensiero ciò che l’occhio vede. L’occhio legato alla mente, non alla voce, non è costretto a vedere e riconoscere ogni lettera: opera una selezione, sufficiente a riconoscere in un baleno la parola e la frase. Una lettura sintetica, come quella del lettore acculturato di oggi che scorre velocemente le strette colonne di un articolo di giornale; mentre il lettore elementare, chiamiamolo così, opera una lettura analitica, tant’è vero che, se lo fa silenziosamente, muove le labbra.Il lettore di un libro universitario di allora era grandemente facilitato nella lettura sintetica dalla scrittura stretta e abbreviata, che aumenta – rispetto alla scrittura a tutte lettere – le parole comprese nello spazio visivo. L’occhio, insomma, percorre il testo in un velocissimo zig-zag. La progressione dalla littera al sensus alla sententia si accorcia enormemente. Se poi, ancora, si considera che in molti libri scolastici il testo è fittamente ripartito in blocchi ben evidenziati, ciò consente a chi legge di saltare, andare a destra e a manca, su e giù – nella pagina e nel libro. S’inventa, per esempio, il titolo corrente in alto. Da queste modalità di scrittura, il lettore sapiente è messo perfettamente in grado di padroneggiare, col minimo sforzo, non solo il testo ma anche il libro intero.Va da sé che queste considerazioni valgono in toto solo per una determinata categoria di testi e solo per una determinata categoria di lettori. Gli innumerevoli libri in gotica scritti in Europa, sia a mano che a stampa (poiché quella scrittura trasmigrò poi in un’ampia parte della produzione tipografica), coprono tutte le specie di contenuto, funzione, qualità. In Italia, per esempio, sono in gotica quei testi delle Origini volgari che sono scritti da amanuensi professionali: come la prima stesura del Cantico delle creature, che sta in un codice fratesco, l’Assisano 338; come due dei tre grandi Canzonieri toscani, il Laurenziano Rediano 9 e il Palatino 418; come molti codici della Commedia di Dante. In gotica, benché semplificata e alleggerita, scrissero i loro testi più formali Petrarca e, sulla sua scia, Boccaccio.

Gli umanisti e il ritorno all’“antico”Francesco Petrarca: veniamo a lui, faro di tutta l’intelligenza italiana trecentesca. Dall’alto della sua concezione aristocratica della cultura scritta, il nostro poeta nutrì una forte insofferenza per i sistemi di produzione libraria vigenti nell’Europa del suo tempo e per le scritture che la veicolavano. Elogiava piuttosto la maiestas dei codici nella scrittura ‘vetusta’: era la carolina, da lui apprezzata, in codici del X e XI secolo, come castigata et clara. Ma non l’imitò, e nemmeno si allontanò dalla gotica, attenuandone piuttosto gli estremismi; e lavorò soprattutto sulla limpidezza e l’equilibrio della pagina.La sua lezione fu recepita da molti, e specialmente dai cólti fiorentini e padovani. Fu a Firenze, sotto l’egida di Coluccio Salutati, che si compì il passo ultimo. Proprio intorno all’anno 1400 Poggio Bracciolini, allievo di Coluccio, si pose a imitare la carolina rotonda dei tempi andati, con tutto ciò che ne derivava in termini di separazione delle lettere, di cura ortografica, di rifiuto delle abbreviazioni, di distesa occupazione della pagina. Nacque così la littera antiqua: un’etichetta che non fa minimamente allusione alla scrittura di età classica, ma significa uno scrivere “all’antica” in contrapposizione allo scrivere “alla moderna”. Due termini di cui noi dobbiamo ben intendere il significato: giacché gli umanisti riandarono al medioevo più antico (carolingio o quasi) per attingervi quella precisione di segno e insieme quella flessibilità e distensione che vollero contrapporre alla produzione in serie e alle pagine costipate del medioevo più recente. La dialettica è tutta interna alla civiltà del libro medievale.L’età propriamente antica, quella romana, giocò invece nel recupero delle maiuscole di tipo epigrafico, le capitali classiche: recupero operato già dallo stesso Bracciolini, alimentato dalla ricerca antiquaria e spalleggiato dal ritorno all’arte e all’architettura classiche. Si formava così un doppio alfabeto, maiuscolo e minuscolo, che congiungeva armonicamente due tradizioni grafiche diverse, quasi avessero la stessa radice. Lo stile lapidario classico influenzò la stessa minuscola “all’antica”, che dopo la metà del secolo acquista in molti centri di produzione in rotondità e regolarità. E quella scrittura poté dirsi, e fu detta, ‘romana’.Ospitata presso le corti signorili, l’antiqua fu la scrittura testuale dell’Umanesimo, e fu capace di attingere risultati massimi in termini sia estetici che filologici. In questi manoscritti magnifici si aveva una terza modalità di lettura rispetto alle due fin qui descritte: se poi era davvero lettura, poiché si tratta piuttosto del godimento del libro in sé, il cui possesso conferiva da solo, a quei mecenati, dignità culturale e prestigio sociale.Da espressione raffinata e alta di un’élite intellettuale e insieme dell’aristocrazia del potere e del denaro, l’antiqua divenne patrimonio comune con la stampa a caratteri mobili, quando – e fu verso il finire del Quattrocento – l’arte tipografica l’adottò per i suoi prodotti migliori. Il cerchio può dirsi concluso quando essa fece propria anche la variante corsiva dell’antiqua, la cosiddetta italica. Il che avvenne per iniziativa di Aldo Manuzio, che commissionò all’incisore Francesco Griffo da Bologna nel 1499 il conio dei nuovi caratteri e li lanciò sul mercato nel 1501 con la sua fortunatissima collana dei classici italiani in formato tascabile. Ecco così i due caratteri tipografici tuttora in uso, il ‘romano tondo’ e il ‘corsivo’ ovvero ‘italico’.

Scrivere il volgareDetta così, la storia della scrittura del testo, perché di questa finora si è parlato, è assai semplice. Tre invenzioni: la carolina dei «libri catholici» patrocinati da Re Carlo e dal suo entourage; la gotica, espressione della modernità in termini per un verso stilistici, per l’altro intellettuali; l’antiqua, un ritorno all’indietro. Le cose stanno in maniera meno semplice. Anzitutto, sono diversi i quadri geografici e i connotati storici. La carolina è un’operazione politica, applicata alla realtà, tutta altomedievale, dei centri scrittori monastici ed ecclesiastici dell’Impero. La gotica agisce nell’età dell’esplosione quantitativa e qualitativa della cultura manoscritta europea. L’antiqua nasce come creazione e bandiera di un circolo esclusivo, quello degli umanisti italiani. Poi, si tratta di scritture “del testo”, cioè prodotte e usate in ambiti ben determinati. Qui s’innesta un ulteriore elemento di differenza. La carolina è sola: è, dove e fin quando fu usata, la scrittura esclusiva di ogni e qualsiasi testo. La gotica, benché generalizzata, e l’antiqua, di per sé elitaria, fanno parte di un panorama plurale, fatto di tante scritture e di tanti libri. Ciò vale per il Trecento e ancor più per il Quattrocento; e vale in particolare per l’Italia, la terra più acculturata d’Europa.In Italia l’espansione della cultura scritta si ebbe con l’accesso del volgare allo stato di scrittura. Possiamo datarlo convenzionalmente all’inizio del XIII secolo, nonostante le sparse sperimentazioni precedenti. Si trattò dell’utilizzo dell’alfabeto latino, che fino ad allora serviva pressoché esclusivamente la lingua latina, per realizzare la scrittura in altra lingua: la lingua parlata, quale che fosse. Il travaso non fu senza difficoltà, anche perché la scrittura del volgare non poteva utilizzare, se non in minima parte, le risorse della littera moderna. Assistiamo così a due fenomeni. Il primo: il ricco sistema abbreviativo latino non poteva che ridursi a pochissimo, solo i segni per la nasale e il segno di p(er). Il secondo: la scrittura per parole separate cambiava di valore. Nella scrittura del latino, la parola grafica coincideva con la parola grammaticale (e proprio grammatica era detto il latino che s’imparava a scuola); nella scrittura del volgare – ben di là da venire la normazione grammaticale e ortografica dell’italiano – la parola grafica coincideva invece con l’unità di emissione fonica, come veniva intesa e realizzata dal parlante-scrivente. Per fare il solito esempio sommo, fra i 366 componimenti del Canzoniere del Petrarca sette iniziano con L’aura (l’incipit più frequente dopo l’imbattibile Amor, con 17 occorrenze): «L’aura gentil», «L’aura serena», «L’aura mia sacra»… Ma nell’autografo, in mancanza dell’apostrofo, sta scritto Laura. Il razionale apostrofo ha eliminato quella sapientissima ambiguità.Non essendo possibile dilungarsi, ciò che qui interessa rilevare è che l’Italia duecentesca, l’Italia delle città, si caratterizzava nel quadro europeo per la larga presenza di un “ceto culturale intermedio”, quello degli alfabetizzati ma illitterati: delle persone cioè, attive soprattutto nelle arti e nei mestieri, potenzialmente capaci di leggere e scrivere ma ignoranti del latino, e perciò in precedenza escluse dal circuito della scrittura e della lettura. Ora, invece, il volgare scritto liberava quelle energie latenti, che poco a poco presero fiducia, producendo però alla lunga anche una situazione di nuovo caos scrittorio, di anarchia grafica.Nel Trecento lo stato delle cose è ancora sotto controllo, almeno al livello della produzione letteraria. A parte gli scriventi improvvisati, lo scrivere volgare è saldamente nella mani dei cólti, bilingui, avvezzi al rapporto col libro. Nella trasmissione dei testi della nascente letteratura italiana, si è detto sopra, la gotica fece la sua parte; ma una parte forse maggiore l’ebbe la scrittura dei notai. In quel secolo essa si stabilizzò nelle forme di una scrittura alta, elegante, agile: la si denomina ‘minuscola cancelleresca’, anche se sarebbe meglio chiamarla notarile. Questa scrittura, i notai naturalmente la usavano per scrivere documenti: ma molti di loro la utilizzarono per scrivere testi in volgare. (Per designare queste scritture, che passano dall’ambito di scrittura loro proprio all’ambito librario, i paleografi parlano di “bastarde”, e la metafora è alquanto sgradevole). A notai – senza dire della loro vistosa presenza nel pantheon degli autori delle Origini, dalla Scuola siciliana allo Stil nuovo, e nel novero dei grandi volgarizzatori – si deve la maggioranza dei codici volgari dell’Italia trecentesca. Così per l’antica vulgata della Commedia, basti ricordare i “Danti del Cento” e il nome del notaio Francesco di ser Nardo da Barberino; così per il testo volgare più lungo che ci sia, il monumentale Costituto senese del 1309-1310, opera del notaio Raniero di Ghezzo Gangalandi; e si potrebbe continuare all’infinito. In notarile, probabilmente, scriveva Dante. Alla notarile fu educato dal suo maestro, il notaio Convenevole da Prato, il Petrarca, figlio di notaio; che seguitò a usarla per le sue lettere e per le minute delle sue rime, il famoso “codice degli abbozzi”. Alla notarile non era insensibile il Boccaccio, che pure aveva alle spalle un’educazione grafica mercantile.Già, i mercanti. L’altra categoria italiana che scrisse molto. Anch’essi ebbero una loro scrittura specifica, la merchatantesca di allora, la ‘mercantesca’ dei manuali di paleografia. Una scrittura rotonda e fluida, legatissima, che può dirsi formata in Toscana alla metà del Trecento e resiste per due secoli in separata autonomia dalle grafie dell’alta cultura. Una scrittura di ceto, solo italiana. Mentre le altre scritture (la gotica, la cancelleresca, la umanistica) sono bilingui, essendo bilingui coloro che le usano, la mercantesca realizza esclusivamente testi volgari, è una scrittura vernacolare. In mercantesca – una mercantesca abile ma retroversa, da mancino – scrive per esempio l’«omo sanza lettere» Leonardo.

Leonardo da Vinci, Homo vitruvianus (1490) foto originale e foto speculare

Gli illitterati di cultura grafica mercantesca non si fecero pregare, e scrissero molti libri in volgare, o con testi propri oppure, e più, trascrivendo testi altrui. Il Quattrocento ne è pieno. Molti di questi copisti lo sono per passione, oggi si direbbero dilettanti allo sbaraglio; ma si contano molti copisti di mestiere, che facevano libri a prezzo.Tra gli autori preferiti era Boccaccio, al quale veniva così riconosciuta ex post la sua origine cetuale, nonostante i suoi tentativi in contrario; ma anche altri novellieri, trattatelli cristiani, manuali professionali.Tutti libri di carta: un altro elemento identitario. Anche il dato materiale, infatti, non va sottovalutato. Il mondo scritto degli illitterati, compresi mercanti e artigiani – registri contabili, lettere commerciali, libri da leggere –, è esclusivamente cartaceo. Leonardo, per dire, scrisse sempre e solo su carta. L’altro mondo è quello dei litterati: bilingui, si è detto, e anfibi anche quanto al supporto. I notai scrivono le loro minute su carta (sono i cosiddetti protocolli), ma se devono scrivere un documento o un registro comunale o, infine, un libro da leggere utilizzano la pergamena. Petrarca? Il “codice degli abbozzi” è cartaceo, l’“originale” del Canzoniere è membranaceo. E anche per le sue lettere lui preferiva la pergamena, unica materia degna di quel latino ciceroniano. L’unica lettera autografa superstite di Boccaccio, scritta in età matura (1366), è in volgare e su carta.Sotto il profilo grafico, se nel Trecento la situazione italiana era sì articolata ma anche organizzata, con il Quattrocento il panorama s’ingarbuglia. Tuttora ben riconoscibili sono i tre tipi della gotica, dell’antiqua e della mercantesca. I notai invece perdono la loro scrittura di status trecentesca e si rivolgono alle più svariate e informi grafie; negli uffici e nelle cancellerie invalgono le scritture di matrice umanistica. La massa della produzione libraria gravita verso la gotica: ma si tratta per l’appunto di una generica propensione, di un’aria di famiglia; ai libri in gotica “formata” si contrappone un coacervo di mani individuali del tutto ingovernabile. La paleografia, qui, perde la bussola. Per chi fa cataloghi di manoscritti quattrocenteschi, la parola d’ordine è di non descrivere, né tanto meno battezzare, la scrittura.

Dalla penna al torchio al computer allo smartphoneNon si tratta solo dei limiti della scienza paleografica. Dalla metà del Quattrocento, e più ancora col nuovo secolo, la scrittura a mano perde il suo principale riferimento: il testo, il libro non si scrive più, si stampa. Con ciò perde molto senso fare storia della scrittura a mano, intesa come insieme strutturato organicamente alle condizioni generali di cultura. Con le scritture dell’età moderna non si può fare paleografia nel senso tipologico e formale. Mentre i notai vanno per conto loro, mantiene una qualche organicità soltanto la scrittura delle cancellerie e degli uffici, solidamente attestata nelle forme della ‘lettera cancelleresca’: a questa erano soprattutto dedicati i trattati di scrittura o, se si vuole, di calligrafia, che, in apparente contraddizione con quanto si va dicendo, ebbero una grande diffusione nel Cinquecento. Ma nella piena età moderna anche quella si smarrisce, a vedere i guazzabugli illeggibili di certi registri burocratici (mentre altri, beninteso, attingono livelli di piena dignità). Delle grafie poi degli scriventi comuni, semplicemente alfabetizzati, non mette conto parlare: quanto all’Italia, perché altrove le cose andarono in modo diverso. I modelli comuni appresi a scuola, quando siano tali, sono lasciati al loro destino: chi scrive poco li imiterà faticosamente per tutta la vita, chi scrive molto li stravolgerà nella sua personale grafia. Un qualche disciplinamento si ebbe soltanto tra fine Settecento e inizio Novecento, con quella scrittura fortemente inclinata e smagrita tipica, ad esempio, dell’epistolografia femminile, ripresa dalla corsiva inglese.Sta di fatto che dal Cinquecento in poi la storia della scrittura a mano è fatta di tante progressive riduzioni del suo ambito d’uso. Adottiamo le formule coniate allora per descrivere la nascita della stampa a caratteri mobili: l’ars manualiter scribendi è poco a poco sostituita da tante forme di ars artificialiter scribendi. Prima di intraprendere questa scorribanda conclusiva, vale la pena ricordare che anche la scrittura a mano è un’attività in qualche modo tecnologica, perché le tre dita nulla potrebbero fare senza la penna, l’inchiostro, la carta. E anche la penna, che a sua volta aveva soppiantato il calamo, scomparve tra Otto e Novecento, sostituita prima dal pennino metallico, prodotto a Birmingham a partire dal 1830 e in uso da noi fino a sessant’anni fa; poi dalla penna stilografica, che otteneva il miracolo di eliminare il calamaio, il più disagevole dei tre strumenti; poi dalla penna biro (dal nome dell’inventore, Lászlo Biro, ungherese emigrato in Argentina), ossia la penna a sfera metallica rotante. Né si dimentichino, ultimi depositari dell’arte calligrafica, l’aristocratica stilografica a sfera e il democratico pennarello.Ma torniamo alle “rivoluzioni inavvertite”, come fu definita da Elizabeth Eisenstein nel 1979 l’invenzione gutenberghiana. Prima rivoluzione, dunque, la stampa a caratteri mobili. Che a sua volta ha una sua storia molto ricca, se è vero che il piombo è oggi cosa dimenticata. Essa, ricordiamolo, fu introdotta in Italia tre lustri dopo Gutenberg, nel 1465, ad opera di Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz. Inutile spender parole su questa innovazione, se non per dire che la storiografia più avvertita mette in guardia dai trionfali ottimismi: la stampa portò sì una formidabile espansione della cultura scritta e della lettura, ma fu anche un forte fattore di disciplinamento e di selezione.Poi la dattilografia, la scrittura meccanica individuale. L’invenzione della macchina da scrivere si deve a livello industriale a Eliphalet Remington, un fabbricante d’armi, nel 1873; a lungo prerogativa degli uffici pubblici, delle segreterie, degli studi professionali, essa inondava (si fa per dire) l’Italia alfabetizzata con la Olivetti Lettera 22, inventata da Marcello Nizzoli nel 1950. La portatile olivettiana significò per la scrittura quello che fu la Seicento nell’Italia del boom.Poi i computer, che hanno eliminato dalla scrittura ogni elemento di materialità e minacciano di far scomparire anche il libro, dividendo il pubblico dei lettori tra la nostalgia, la maggioranza, e l’entusiasmo, una minoranza per ora. Accontentiamoci di annotare due altre scomparse. Una è già avvenuta, ed è la scomparsa della minuta d’autore; la seconda è annunciata, ed è la scomparsa della lettera, che prima o poi sarà azzerata dalla posta elettronica e dai messaggini.Proprio i messaggini sono l’ultima rivoluzione: questa avvertita anzi avvertitissima, il più delle volte con fastidio. Ma almeno si dovrà appuntare che essi segnano la grande riscoperta dello scrivere, fuori della scuola, da parte dei giovani. Né dispiace rilevare le innovazioni che la scrittura digitale ha introdotto. Per esempio la reimmissione come lettera dell’alfabeto comune del k, un po’ come avvenne alle origini del nostro volgare. Per esempio, abbreviazioni e compendi e contrazioni, tali da far definire questo scrivere una brachigrafia sui generis. Resisterà la firma, poiché non ce la toglierà mai la firma elettronica; resisteranno, invincibili, le scritte sui muri; resisteranno le scritture libere, quelle private e segrete, e le scritture obbligate, come i compiti a scuola. E, chi lo sa, qualcuna tra queste scritture potrà ancora darci l’emozione delle più antiche attestazioni volgari, dei dolenti biglietti delle donne fiorentine del Quattrocento, o delle lettere dei nostri emigrati e dei soldati della Grande Guerra.

Attilio Bartoli Langeli Dal periodico dell’Accademia della Crusca La Crusca per voi, (49, dicembre 2014)

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La nascita del cognome

L’albero della vita, capostipite dal quale si dipartono tutte le genti e le storie del mondo, nel mosaico pavimentale della cattedrale di Santa Maria Annunziata, a Otranto (Pantaleone, 1163-1165)

C’è il ladro di pollo e l’esattore delle tasse, il ragazzo fortunato e quello grasso, il feudatario, il piccolo, il bello, il cieco, il sordo e l’astuto, il pennuto, il piemontese e il napoletano, il pastore, il devoto, lo spaccapietra, l’argentiere, il cappellaio, il campanaro, il costruttore di botti, il mugnaio, il coltivatore di canapa e tanti, tanti, tanti figli di.

Dietro ogni cognome c’è una storia; e quasi tutte iniziano nel Medioevo.

Come il Comune, gli occhiali, il libro, la stampa e le cattedrali anche i cognomi attuali sono invenzioni medievali.

Nella Roma antica, infatti il cognome c’era, ma corrispondeva in realtà al nostro soprannome, mentre il ruolo dell’attuale cognome era rivestito dal nome. Un romano veniva identificato per legge da prenomen, nomen e cognomen: il prenome corrispondeva al nostro nome di battesimo, ma al di fuori della famiglia serviva a poco, visto che il campionario era molto ristretto (Marco, Gaio, Tito, Publio e Lucio). Il nome era invece quello della gens, ovvero il clan di appartenenza; anche in questo caso, però, non aiutava molto l’identificazione perché – in epoca repubblicana – le grandi famiglie (Claudia, Giulia, Cornelia e così via) erano poche, per questo la maggior parte dei romani vengono identificati soprattutto attraverso il cognomen, ovvero il soprannome attribuito in età adulta.

Il ritratto immaginato di Publio Ovidio Nasone nelle Cronache di Norimberga (1493)

Poteva arrivare da gesta eroiche (ad esempio Coriolano, dalla presa di Corioli), da caratteristiche fisiche (Nasone) o da abitudini (Caligola portava i sandali militari, detti “caligae”). Con il passare del tempo, però, anche il cognome finisce per diventare ereditario e in età imperiale identifica la famiglia nucleare all’interno della gens; nonostante questo, esistono cognomi comuni anche in gens diverse: si pensi allo storico Publio Cornelio Tacito e all’imperatore Marco Claudio Tacito.

Ad ogni modo nel Medioevo si azzera tutto: sono pochissimi i cognomi attuali di origine romana (come Metelli, Coccia – dalla gens Cocceia e Salvi e Salvini dal cognomen Salvius) mentre è soprattutto tra il XII e il XIII secolo che si vanno strutturando quelli contemporanei.

Nell’Età di Mezzo l’unico nome “legale” è quello di battesimo, la cui varietà nel frattempo si è moltiplicata in modo esponenziale. Nella propria comunità si viene identificati – come ancora oggi accade nei piccoli borghi – con il nome del padre, con il mestiere o con un soprannome; chi viaggia viene spesso additato con il nome della città di provenienza mentre i nobili lo prendono dal loro feudo: Casali, ad esempio, deriva da Casale di Cortona, Di Maio e De Maio da Maggio in provincia di Como, Cordeschi da Cordesco vicino Teramo, mentre Querci dall’omonima località di Pistoia.

Con il passare dei secoli, per preservare i cognomi importanti dall’estinzione, vengono trasmessi anche dalle donne nel caso in cui non ci sia una discendenza maschile; motivo per cui oggi la maggior parte delle famiglie di origine aristocratica ha il doppio cognome.

Buona parte dei cognomi attuali derivano comunque da patronimici, anche se in forme diverse: poteva essere utilizzato in latino o in italiano (Francisci e Di Francesco) e spesso la preposizione cadeva (ecco dunque Daniele alternativo a Danieli, Valentino alternato a Valentini o ancora Salvatore e Salvatori, Guarino e Guarini); in qualche caso restava anche il titolo del capostipite (Mastromatteo, Mastrogiorgio). La variante “Quondam” deriva invece dall’avverbio latino che sta per “fu” e veniva usata quando, al momento del battesimo, il padre del bambino era già morto. Il figlio di un “fu” Carlo diventa dunque Quondamcarlo, mentre il solo Quondam può indicare un trovatello o una semplice abbreviazione.

Una immagine di bottai in un Libro d’Ore (1516) conservato nella Biblioteca di Angers

Non mancano cognomi che alla loro origine hanno soprannomi tutt’altro che benevoli: Fumagalli, ad esempio, significa “ladro di polli” (‘fumare’ è un’espressione gergale lombarda adoperata per indicare sia la cottura alla brace, sia la sottrazione abusiva di un bene) e i primi Baglioni erano figli di “bagli”, funzionari statali addetti alla riscossione delle tasse, all’esecuzione delle condanne e alla convocazione delle milizie. Il Massaro era invece il fattore, mentre i Fornaciari non erano altro che fornai.

I cognomi Bottai e Botteri fanno riferimento a costruttori di botti, mentre i calzolai hanno dato origine ai cognomi Scarparo, Scarpa, ma anche Caligari e Caligaris (dal latino caligarius); Cannavaro e Cannavò derivano dall’antica dizione usata per indicare il cantiniere o il bottigliere, mentre Molinari è un nome da mugnai e Balistreri da fabbricanti di balestre. Chi porta il cognome Argenti ha qualche antenato che lavorava il prezioso metallo, così come – ovviamente – chi si chiama Orefice, mentre Paglia e Pagliai discendono da famiglie contadine così come i Pegoraro.

San Francesco e Dante rappresentano casi emblematici per le origini medievali dei cognomi

Una vera e propria istantanea della nascita dei cognomi si può osservare in personaggi come Francesco e Chiara di Assisi o nella famiglia di Dante Alighieri.

San Francesco, infatti, ad Assisi viene indicato come Francesco di Pietro di Bernardone, o semplicemente Francesco di Bernardone. Allo stesso modo, Chiara è detta “di Favarone di Offreduccio” o piuttosto “di Offreduccio”.

Ad identificare sia Chiara che Francesco, non è quindi tanto il nome del padre quanto quello del nonno, mentre il nipote di Francesco – figlio di suo fratello Angelo – è ricordato nei documenti come Piccardo Bernardone. Ecco dunque che nell’arco di quattro generazioni un nome è diventato un cognome.

Un caso analogo riguarda la famiglia del Sommo Poeta: Dante era figlio di Alighiero di Bellincione e i suoi figli Jacopo e Pietro vengono indicati, a volte come “di Dante” a volte come Alighieri. La famiglia, peraltro, avrebbe mantenuto il cognome anche quando sarebbero venuti a mancare discendenti maschi, tanto che il nome dell’ultimo discendente dell’autore della Divina Commedia, tra gli ospiti dell’edizione 2017 del Festival del Medioevo, si chiama Sperello di Serego Alighieri.

Una pagina dell’archivio parrocchiale di Sant’Ippolito (XIV sec., Bardonecchia, Torino)

A cristallizzare i cognomi e a dargli valore legale ci pensa nel 1563 il Concilio di Trento, che rende obbligatoria la registrazione dei battezzati, affidando ai parroci il compito di registrarli. Nascono così anche cognomi inventati sul momento per trovatelli e “figli di nessuno”: quello più diffuso è senza dubbio Proietti, dal latino “proiectus”, ossia “gettato”, usato per i neonati abbandonati. Stesso dicasi per Diotallevi e per il più raro – e spietato – D’incertopadre.

I cognomi derivati da nomi di battesimo si possono dividere in quelli di origine latina (Giuli, Cesari, Martini), greca (Andreotti, Cristofori, Giorgi), germanica (Bernardi, Carli, Federici) ed ebraica (Adami, Baldassarri, Gasparri), ma ce ne sono anche tipicamente medievali, come Fioravanti (dal nome Fioravante), Bontempi (dall’augurale Bontempo), Mazzilli (da Mazzeo), Brizzi (da Brizio), Diamanti e Cherubini. Non mancano diminutivi come Cardini, che deriva da Riccardini o varianti locali come il veneto Zanussi – diminutivo di Zanni, in veneziano Giovanni.

Il primo Pinna doveva avere l’abitudine di portare una penna sul cappello, mentre gli avi di Liliana Cavani avevano una casa molto modesta (Cavana in emiliano significa “capanna”). Il capostipite dei Berlusconi, poi, era un tipo due volte losco (dal milanese “bis-luscus”); frenate però le battute sui corsi e ricorsi storici: in questo caso per losco si intende “privo di luce” con riferimento a un guercio o uno strabico.

Non è poi troppo difficile indovinare da dove potesse arrivare l’antenato del regista Alessandro D’Alatri o quello dell’ex presidente della Repubblica Napolitano o ancora il primo Piemontese, cognome tipicamente pugliese: una regione, peraltro, dai cognomi particolarmente pittoreschi: basti pensare che solo tra i vescovi si trovano Renna, Castoro e Cornacchia, quest’ultimo vescovo di Molfetta, mentre di Molfetta è il nome del vescovo di Cerignola.

Da segnalare infine l’origine del cognome Trenta: se chi lo porta è sempre stato tra le vittime privilegiate di scherzi telefonici (“Scusi, ho sbagliato numero”) può in compenso vantare l’appartenenza ad un’antica famiglia che faceva parte del Consiglio dei Trenta della propria città.

Tra i nomi di origine satirica, oltre a quelli ricordati, anche Grillo, Bellomo, Quattrocchi, Guerci, Sordi, Astuti, Bruschi, Malerba, Onesti, Acerbi, Agnelli, Bevilacqua, Cattabriga, Magnavacca, Squarcialupo, Pappalardo e Frangipane.

Spregiativo era stato anche il soprannome di Pelavicino affibbiato, per la sua rapacità, al marchese Oberto I morto nel 1148, e condiviso anche dal nipote Oberto II, finito per diventare così il nome dell’importantissimo casato dei Pallavicini.

A una suggestiva leggenda è legata poi la nascita del cognome Malaspina: un dipinto conservato nel castello del paese di Fosdinovo, in provincia di Massa Carrara, ne fa risalire l’origine all’anno 540, quando il nobile Accino Marzio vendicò la morte del padre sorprendendo il re dei Franchi Teodoboerto nel sonno e trafiggendolo alla gola con una spina. Il grido del re – “Ah! Mala spina!” – avrebbe dato origine al casato.

Il campione del calcio Paolo Rossi. E’ probabile che il capostipite della sua famiglia abbia avuto i capelli rossi

Oggi, in Italia, si contano ben 350mila cognomi: un primato mondiale che fa impallidire il ben più ristretto elenco dei nomi, fermo a quota 7mila.

Il più diffuso – chi l’avrebbe mai detto – è Rossi, derivato dal colore dei capelli o dalla carnagione della pelle. Al secondo posto e con la stessa origine troviamo Russo e al terzo Ferrari, che deriva dal mestiere del fabbro, così come Ferretti, Ferrero e – ovviamente – Fabbri.

Non mancano, nelle anagrafi, nelle lapidi dei cimiteri e negli elenchi telefonici cognomi singolari: da Pappacena in Bonacucina a Fattaposta e Assolutissimamente, da Chicchirichì a Ingannamorte, passando per Sguaitamatti, Incantalupo, Tontodimamma, Mezzasalma, Zizzadoro, Pompini, Bonadonna, Boccadoro, Trombatore, Trentacapelli, Pizza, Malinconica, Finocchio, Ammazzaloro, Mancazzo, Addio, Frocione, Topo, Della Gatta, Chiappafredda, Porcelli, Zoccolella, Schifone, Pidocchi, Contacessi, Sterminio, Tirapelle, Coccolone, Saltaformaggio, Scaramuccia, Calamita, Spione e Basta.

Qualche anno fa una trasmissione televisiva andò a Napoli per fare una lunga intervista a tutti i componenti della famiglia Mastronzo. Un cognome imbarazzante, tanto che alcuni di loro ne hanno chiesto la modifica mentre qualcun altro, con più senso dell’umorismo, ha pensato bene di chiamare il figlio Felice: Felice Mastronzo. Eppure anche questo cognome apparentemente paradossale, deriva in realtà dal nome, incautamente contratto, di un autorevole capostipite: Mastro Oronzo.

Arnaldo Casali

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Le biblioteche medievali

Lo scriptorium nel film “Il nome della Rosa”

Labirinto di conoscenza, scrigno di memoria, espressione di grandezza, centro di produzione editoriale, tempio di studio o semplicemente ripostiglio di strumenti. La biblioteca medievale ha mille identità e altrettante architetture.

Trappola di morte per monaci troppo avidi di conoscenza, è quella più famosa della storia della letteratura, posta da Umberto Eco al centro delle vicende narrate nel Nome della rosa (dove il bibliotecario avvelena chi tenta di leggere il libro proibito di Aristotele sull’umorismo) la biblioteca vive una crescita lenta e frastagliata nell’Età di Mezzo, che si apre con la fine delle biblioteche antiche e si chiude con la nascita di quelle moderne.

Di fatto quei mille anni visti ancora oggi come età oscura inventano la biblioteca moderna così come il libro stesso: è all’alba del Medioevo, infatti, che nasce il codice e al suo tramonto che arriva la stampa.

Le grandi biblioteche dell’Antichità – come quella di Alessandria, considerata la più grande al mondo – erano maestosi edifici pubblici in cui il tempio del sapere era strettamente connesso a quello religioso e all’insegnamento.

Armadio-biblioteca in una immagine medievale

Qui i libri erano semplicemente accatastati sugli scaffali: il volume era costituito da un lungo foglio di papiro arrotolato e chiuso – in alcuni casi – all’interno di un astuccio in pelle. Inutile dire che era estremamente fragile e scomodo da leggere, oltre che da conservare; e da produrre: i fogli di papiro si ottenevano infatti incollando insieme le sottili fettucce ritagliate dal fusto della pianta.

La prima rivoluzione tecnologica del mondo editoriale si compie tra il V e il VI secolo, quando il volume viene progressivamente sostituito dal codice, che è composto da una serie di fogli di pergamena sovrapposti e rilegati e protetti da una copertina in legno o in cuoio.

Oltre ad essere molto più resistente (la pergamena si ricava dalla pelle animale lavata, rasata ed essiccata) e riciclabile (l’inchiostro si può grattare via) è molto più comodo da leggere e pratico da conservare: sul dorso della copertina, infatti, viene scritto il titolo e l’autore.

La biblioteca con i quattro vangeli nella lunetta di San Lorenzo (sec. V, mausoleo di Galla Placidia, Ravenna)

Inizialmente i libri vengono conservati in orizzontale, con la prima pagina rivolta verso il basso, mentre successivamente – sempre per ragioni pratiche – verranno disposti in verticale. Questo è il motivo per cui ancora oggi, i titoli dei libri (ma anche quelli delle videocassette e dei dvd) si scrivono dal basso verso alto; o meglio, così si dovrebbero scrivere, anche se si è diffusa molto la tendenza – arrivata dall’America – a stamparli al contrario.

Nel frattempo le grandi biblioteche dell’antichità sono quasi tutte scomparse: tra le ultime c’era la Ulpia Traiana a Roma (che accoglieva anche la statua di Sidonio Apollinare) e quella ospitata dal Palazzo di Costantinopoli.

Le prime biblioteche cristiane trovano posto nelle cattedrali. Papa Ilario (461-468) ne fonda una a San Giovanni in Laterano e la divide in due aule: una per i libri latini e l’altra per i libri in greco, seguendo la stessa architettura di quella fatta realizzare da Galla Placidia a Ravenna una trentina di anni prima.

Poche notizie restano invece delle biblioteca coeva di San Paolino a Nola e di quella fatta costruire sempre a Roma da papa Agapito, mentre nel 554 Cassiodoro ne fonda una in Calabria, seguendo il modello di Alessandria, e che è considerata l’ultima biblioteca dell’antichità.

Un esempio di caratteri carolini minuscoli in una pergamena medievale riutilizzata nei secoli successivi come coperta per un registro cartaceo (documento dell’Archivio di Stato di Bologna)

Quando, decenni dopo, si riaffaccia nei monasteri e nelle corti signorili, la biblioteca è poco più – o poco meno – di un ripostiglio. Nell’alto Medioevo la cultura si fonda sull’insegnamento orale, anche se esistono certamente raccolte librarie nelle corti carolinge dove – d’altra parte – nasce proprio la “carolina”, il carattere tipografico ancora oggi più diffuso.

Lo stesso Carlo Magno era stato committente di libri e la sua corte era diventata un centro di attività scolastica e di ripristino della correttezza linguistica. Eppure non risulta che esistesse ad Aquisgrana una vera e propria biblioteca pubblica, quanto – piuttosto – raccolte personali dell’imperatore.

Lo stesso avviene nel Sacro Romano Impero di Germania, con Ottone I impegnato ad acquistare, commissionare e ricevere in dono libri. Anche nei secoli successivi le biblioteche di corte assumono più il ruolo di tesoro da sfoggiare, composto da volumi preziosi riccamente decorati – che di trasmissione del sapere. A partire dal XIII secolo nelle biblioteche private arriverà invece la letteratura di intrattenimento: poemi in versi, traduzioni in volgare e testi di narrativa. Ma tutto resterà chiuso in casse da portare con sé quando ci si sposta, e non da mettere a disposizione della collettività.

È nelle abbazie, invece, che si forma – lentamente – il concetto di biblioteca moderna.

Agli albori del monachesimo i libri hanno solo ed esclusivamente una funzione liturgica e spirituale: vengono distribuiti ai monaci nelle ore dedicate alle lettura e riposti in uno spazio ricavato nella parete, insieme agli altri strumenti di lavoro.

Nella Regola del maestro, la più antica regola monastica in gran parte ripresa anche da san Benedetto, viene menzionata un’arca, in cui si trovano conservati libri e, insieme a questi, fogli di pergamena non ancora utilizzata e documenti di vario genere. L’arca è conservata in uno stanzino, con arnesi e altre casse di oggetti vari.

San Benedetto, da parte sua, nella Regola scritta per i suoi monaci prescrive che tutti in tempo di Quaresima ricevano in lettura “codices de bibliotheca”. La parola “Biblioteca”, però, in questo caso sta per “Bibbia” e a distribuire le copie è un monaco che svolge anche altre mansioni nella comunità, e che dopo l’uso le sistema in un ripostiglio.

Non esiste dunque, ancora, né un luogo dedicato ai libri, né lo studio o la conservazione di volumi che vadano oltre le Sacre Scritture e qualche opera di carattere edificatorio.

Lo scrptorium in una miniatura tratta dal Libro del los juegos

È in Irlanda, invece, che il rifiuto ascetico della cultura viene superato dal recupero e la trasmissione del patrimonio della cultura greco-romana. L’onda partita dalle coste irlandesi si abbatte presto sul monachesimo benedettino rivoluzionandolo: nelle abbazie europee nascono gli scriptoria, dove i monaci sono impegnati a produrre libri copiando – e salvaguardando così – gli antichi testi.

Non c’è ancora, tuttavia, una precisa distinzione tra scriptorium, biblioteca e archivio. Nello stesso laboratorio vengono copiati i volumi, redatti i documenti e conservato tutto in appositi armadi che si trovano all’interno della stessa sala, o – in qualche caso – in un deposito collocato in una stanza al piano superiore.

Nell’abbazia di San Gallo, progettata nel IX secolo, biblioteca e scriptorium sono collocati tra il presbiterio e il braccio nord del transetto della chiesa, mentre, sull’altro lato della chiesa, in perfetta corrispondenza, tra presbiterio e braccio sud del transetto, si trovano sacrestia nella parte inferiore e repositorio dei vestimenti sacri in quella superiore. È proprio questa la biblioteca che ispirerà Eco per quella – immaginaria – del suo capolavoro.

In ambiente bizantino, invece, l’antica diffidenza per la letteratura non sarà mai del tutto superata: a differenza di quelli cattolici, i monasteri ortodossi non ospiteranno mai vere e proprie biblioteche e anche i pochissimi che hanno ingenti raccolte di libri non sono dotati di uno scriptorium e acquistano i volumi dall’esterno, in gran parte attraverso lasciti e donazioni. Solo a Costantinopoli esiste una biblioteca di consultazione riservata agli studenti dell’accademia patriarcale.

L’ingresso della biblioteca di Fez (Marocco), fondata nell’859 e recentemente restaurata e riaperta al pubblico. L’enorme portale di ferro è dotato fin dall’Antichità di quattro grossi lucchetti, ognuno dei quali si apre con una chiave differente. La biblioteca conserva documenti antichissimi, tra i quali una copia del Corano risalente al secolo IX e scritto su pelle di cammello nell’antica grafia cufica

Al contrario, la cultura islamica attribuisce grande importanza ai libri e alle biblioteche, che diventano importanti centri di studio e di insegnamento dove si effettuano traduzioni dal greco, dal siriaco, dal mediopersiano e dal latino e vengono ospitate le abitazioni degli stessi impiegati (bibliotecari, traduttori e copisti) e gli alloggi per i visitatori, spesso pagati per effettuare ricerche.

Nate sin dal VII secolo, le biblioteche islamiche – che sorgono in tutto il mondo arabo, da Baghdad a Gerusalemme, dal Cairo a Tripoli fino a Mossoul – raggiungono il massimo splendore nel X secolo. Promosse dai califfi, hanno anche un ruolo di propaganda religiosa, in particolare per l’affermazione dell’ortodossia sunnita.

In occidente, invece, la prima biblioteca propriamente detta è forse quella voluta nel secolo XI dall’abate Desiderio a Montecassino dove esiste una piccola stanza adibita alla conservazione dei libri totalmente indipendente dallo scriptorium.

Nel frattempo il monaco addetto al canto liturgico, naturalmente responsabile dei libri del coro, con il progressivo aumento dei volumi sotto la sua custodia finisce per diventare un vero e proprio bibliotecario. Il suo ruolo resta comunque solo quello di distribuire, ritirare e riporre i libri, che vengono letti dai monaci in privato, durante la liturgia o magari nel chiostro, alla luce del giorno, oppure in refettorio durante il pasto.

Tuttavia, tra il IX e l’XI secolo sempre più abbazie – da San Gallo a Cluny, da Bobbio a Montecassino – diventano centri di raccolta e produzione di volumi. Il compito della biblioteca, però, non è ancora quello della fruizione ma solo della salvaguardia della cultura scritta. Gli inventari dei libri, dunque, servono a documentare un tesoro e non a orientare la ricerca.

Nel frattempo si vanno sviluppando anche le biblioteche delle cattedrali, alimentate dai vescovi con committenze alle abbazie ma anche a scribi privati. Le loro dimensioni sono comunque più modeste e questo testimonia come le raccolte siano finalizzate all’uso dei libri (liturgico, scolastico o di edificazione) e non all’accumulo patrimoniale; anche se non mancano eccezioni come la biblioteca della Cattedrale di Verona, dotata di un scriptorium che produce oltre 200 volumi.

La biblioteca dell’abbazia benedettina di Melk

L’ultima grande rivoluzione – il passaggio dalla biblioteca di conservazione alla biblioteca di lettura – viene compiuta alla fine del XIII secolo dagli ordini mendicanti (francescani e domenicani, e in seguito carmelitani e agostiniani) che inventano di fatto la biblioteca moderna introducendo la sala di consultazione.

Sotto il profilo architettonico si tratta di un’aula oblunga, percorsa al centro da un corridoio vuoto e occupata nelle due navate laterali da due serie, disposte in file parallele, di banchi con i libri a questi incatenati e offerti allo studio.

Anche il catalogo, di conseguenza, da semplice inventario diventa uno strumento finalizzato a segnalare la collocazione dei libri, e nasce anche il “memoriale”: una scheda sulla quale vengono segnati dal bibliotecario i volumi in prestito.

I libri, oltre che nella sala di consultazione, sono conservati anche in una stanza “segreta”, ben più fornita, dove sono chiusi in armadi. Viene meno, invece, lo scriptorium: i copisti vengono assunti dall’esterno o individuati tra gli stessi frati, che lavorano però in modo individuale e non collettivo.

Il nuovo modello di biblioteca viene recepito in seguito da tutte le istituzioni bibliotecarie: dalle cattedrali alle università fino alle corti laiche ed ecclesiastiche, ma è solo nel tardo Medioevo che si afferma – nel mondo umanistico – l’esigenza di istituire una biblioteca pubblica. Sono sempre più numerosi i lasciti librari effettuati da collezionisti alle istituzioni religiose o ai Comuni, con l’intento di metterli a disposizione di un vasto pubblico individuando una sede adeguata.

Il Salone Sistino (1587-89), enorme aula a due navate totalmente decorate, con i suoi 70 metri per 15 fu per lungo tempo il cuore della Biblioteca Vaticana, la più grande al mondo

Nascono così le “Biblioteche di Stato” come quella dei Medici a Firenze, degli Sforza a Milano, dei Malatesta a Cesena, dei Montefeltro a Urbino e degli Aragona a Napoli, aperte all’uso di dotti, uomini eminenti e cortigiani.

Ed è proprio questo il modello a cui guarda papa Sisto IV quando, con la bolla del 15 giugno 1475, istituisce la Biblioteca Vaticana, destinata a diventare la madre di tutte le biblioteche pubbliche.

Pubbliche fino a un certo punto, come si è detto. E sotto questo profilo la Biblioteca Vaticana è rimasta legata al modello rinascimentale: ad essa tuttora non si accede, infatti, se non per raccomandazione ecclesiastica e specifica missione. Tanto che a criticarne il difficilissimo accesso sarà persino il padre della narrativa italiana – Alessandro Manzoni – che nei Promessi sposi le contrappone quella Ambrosiana, progettata e fondata a Milano dal cardinale Federigo Borromeo, che dispose che fosse consentito a tutti il libero accesso e la consultazione dei volumi conservati.

Arnaldo Casali

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La Bibbia di Gutenberg

Una delle bibbie di Gutenberg

Il 23 febbraio è il compleanno più importante della storia della letteratura.

Perché il 23 febbraio 1455 esce il nuovo libro.

L’autore non è esattamente un esordiente. E anche il volume in uscita non rappresenta che una nuova edizione di un vecchio classico. Molto vecchio. E molto classico. Un libro così celebre e importante che non ha nemmeno bisogno di un titolo: tutti lo chiamano, semplicemente, Il Libro.

Non si tratta di un’edizione critica, o riveduta e corretta o ampliata. No, il testo è sempre quello: la grande novità, però, sta nella tecnologia innovativa con cui viene prodotto, che rappresenta la più grande rivoluzione editoriale e culturale dell’intera storia dell’umanità: l’invenzione della stampa a caratteri mobili.

Una svolta formidabile che nemmeno la nostra epoca è riuscita a soppiantare. Perché se è vero che questo articolo non lo state leggendo stampato su carta ma sullo schermo di un computer, è vero anche che la maggior parte dei libri che comprate hanno ancora oggi la stessa forma e lo stesso aspetto che avevano 600 anni fa e usano la stessa tecnica messa a punto da Johannes Gutenberg. Con buona pace della stampa digitale e degli e-book da leggere su una tavoletta di plastica.

La statua di Gutenberg a Magonza

Cinquant’anni, orafo, nato in una famiglia aristocratica di Magonza con una lunga tradizione nella lavorazione dei metalli e nel conio delle monete, Johannes Gensfleisch zum Gutenberg da anni ha un pallino: vuole portare in Europa la stampa a caratteri mobili. Una tecnica che in Cina esiste da quattrocento anni (è stata inventata nel 1041 da Bi Shen) mentre noi siamo fermi ancora ai codici confezionati da copisti e miniatori.

Fermi alla prima grande rivoluzione editoriale avvenuta all’alba del Medioevo, quando i rotoli di papiro erano stati sostituiti dai libri in pergamena.

Il papiro, introdotto dagli antichi Egizi, era passato poi ai fenici, ai greci e ai romani. La stessa parola Bibbia (dal greco “Biblos” – libro) deriva indirettamente dal porto fenicio Biblo, da dove si esportava il papiro.

I libri in papiro hanno la forma del rotolo, sono piuttosto scomodi da leggere e anche da conservare e sono fragilissimi. Nella tarda antichità si va così diffondendo il nuovo libro detto Codice da “corteccia”.

Citato già da Marziale (41-104) che ne loda la compattezza, il codice aveva soppiantato il rotolo di papiro solo intorno al IV-V secolo per le motivazioni più disparate: la comodità di lettura, la possibilità di usare entrambe le facciate del foglio e forse anche il desiderio di distinguere i nuovi libri cristiani da quelli antichi legati alla cultura pagana.

Di fatto, quando la storia entra nel Medioevo il volume in papiro appartiene già al passato. Le strisce tagliate dal fusto della pianta acquatica e incollate tra loro sono state sostituite dalla pelle di pecora o di vitello essiccata, e i fogli non sono più incollati tra loro e arrotolati, ma disposti uno dietro l’altro, legati e chiusi da una copertina in cuoio o legno.

La Biblioteca Apostolica Vaticana conserva due copie della Bibbia di Gutenberg, una in pergamena e una in carta

Se il libro medievale è maneggevole e comodo come quello moderno, a differenza di quello moderno è un oggetto di lusso, appannaggio solo delle élite. La pergamena è un materiale costosissimo (e per questo viene spesso riciclato) e ogni singolo libro viene copiato a mano da monaci o professionisti armati di penna d’oca, inchiostro, pazienza. E molto tempo. Parallelamente al lavoro degli amanuensi, poi, c’è quello dei miniatori, che decorano i codici con preziose illustrazioni in foglia d’oro.

Per realizzare un libro, quindi, ci vuole tanto lavoro e per comprarlo tanti soldi. Anche per questo la gran parte della popolazione resta analfabeta: a che serve imparare a leggere, se tanto non puoi permetterti di comprare niente da leggere?

La stampa rappresenta allora una rivoluzione culturale oltre che tecnologica, e Gutenberg lo sa. Quello che non sa è che il suo destino – comune a quello di tanti innovatori (da Antonio Meucci ai fratelli McDonald) – sarà quello di non ricavare alcun guadagno dalla propria straordinaria invenzione e di vedere i suoi rivali arricchirsi con la propria idea.

Ma non è il denaro che conta, quando si deve cambiare il mondo: contano le idee, e l’orafo tedesco ce le ha chiarissime: ha intenzione di utilizzare strumenti e tecniche che esistono già per applicarle a un contesto nuovissimo come la stampa tipografica.

Tornato nel 1448 a Magonza dopo diciotto anni passati a Strasburgo, ha messo in piedi una società con il mercante Johann Fust, con il preciso obiettivo di mettere a punto la nuova tecnica per produrre un’edizione della Bibbia cristiana, nella traduzione latina realizzata in 15 anni da San Girolamo e completata nel 405: la cosiddetta Vulgata.

Una tecnica di stampa esiste già: è la xilografia, ma viene usata solo per immagini e brevi testi. Le matrici di stampa vengono infatti ricavate da un unico pezzo di legno, che può essere impiegato per stampare sempre la stessa pagina. Più che nell’editoria, la xilografia viene impiegata in altri settori per stampare motivi ornamentali sui vestiti, realizzare opere d’arte e produrre le carte da gioco. L’intuizione di Gutenberg, invece, è quella di fabbricare dei caratteri mobili per stampare interi libri. Le pagine, quindi, non saranno incise a mano, ma risulteranno dalla composizione dei vari caratteri, che potranno così essere cambiati e riutilizzati all’infinito. Ne verranno fusi ben 290 tipi diversi per produrre il primo libro della storia.

Fust ha messo a disposizione di Gutenberg 1600 fiorini olandesi in due rate da 800 a distanza di due anni l’una dall’altra. Con i soldi Johannes ha assunto una ventina di operai (tra fonditori di caratteri, compositori, lavoranti al torchio e correttori), acquistato i materiali per la stampa e preso in servizio l’incisore Peter Schöffer.

In Oriente i caratteri mobili erano realizzati in legno e si rompevano molto facilmente. Johannes sceglie di utilizzare solo metalli, in particolare il ferro e l’acciaio. Nelle fucine della Renania e dell’Alsazia la lavorazione del ferro e dell’acciaio è ben conosciuta e non è difficile per il nostro apprenderne la tecnica.

I segni grafici vengono scolpiti su un punzone: un blocchetto in acciaio che viene forgiato per ottenere – attraverso un lungo e delicato lavoro – il disegno in rilievo. Poi il punzone viene battuto a freddo su una matrice in rame, lasciando impressa la forma della lettera. Sulla matrice viene quindi colata una lega metallica formata da piombo, antimonio e stagno, che raffredda velocemente e resiste bene alla pressione esercitata dalla stampa.

Cassetto a caselle per caratteri mobili da tipografia

Si hanno così i caratteri in metallo che una volta rifiniti possono essere utilizzati per comporre i testi. I caratteri sono tenuti in un’apposita cassetta, divisi per lettera, da cui il compositore attinge; per comporre ciascuna linea di testo, occorre selezionare a uno a uno i caratteri (in rilievo e invertiti) corrispondenti alle lettere delle parole e posizionarli in un telaio che viene adagiato sul piano della pressa. Una volta che tutte le linee sono state composte, il telaio viene ricoperto di inchiostro con l’aiuto di pennelli di crine di cavallo. Si posiziona quindi una pagina di carta preventivamente inumidita, che una tavola comprime sotto l’azione di una vite in legno. Ogni pressa è manovrata da due operai e la tipografia arriverà ad impiegarne fino a dodici.

Per costruire la macchina di stampa Gutenberg utilizza una pressa a vite usata per la produzione del vino, che permette di applicare efficacemente e con pressione uniforme l’inchiostro sulla pagina, che deve avere qualità chimiche appropriate ai caratteri in metallo: non viene più diluito con l’acqua, ma con l’olio.

Nel 1449 gli esperimenti erano a buon punto e i due erano già in grado di comporre e stampare sia fogli singoli che libri.

Per collaudare il suo torchio tipografico e i suoi caratteri mobili in lega metallica, Gutenberg ha cominciato, attorno al 1450, a comporre dei testi che riproduce su pagine di carta in fibra di canapa; poi si cimenta con la stampa di piccoli libriccini, come la grammatica latina di Donato.

Ci sono voluti tre anni per completare la stampa di 180 copie della Bibbia. Il tempo in cui un amanuense avrebbe impiegato per portarne a termine una.

Il 23 febbraio 1455 la Bibbia a 42 linee fa dunque il suo debutto a Francoforte. Il libro è composto da due volumi rispettivamente di 322 e 319 fogli, per un totale di 641 fogli, ovvero 1282 pagine.

Una pagina dell’Antico Testamento di una delle Bibbie di Gutenberg

L’Antico Testamento occupa il primo volume e una parte del secondo, che contiene anche tutto il Nuovo Testamento. Quaranta copie vengono stampate su pergamena e 140 su carta di canapa, importata dall’Italia. L’innovazione tecnologica del supporto va quindi di pari passo con quella della scrittura: se il papiro aveva caratterizzato i rotoli antichi e la pergamena i codici medievali, parallelamente alla stampa si affermerà l’utilizzo della carta, arrivato anch’esso fino ad oggi.

Il carattere di Gutenberg imita lo stile gotico, il più usato in Germania, in particolare per i testi liturgici. La forma e l’aspetto sono molto simili a quelli di un codice con tanto di lettere miniate: la versione che viene venduta, infatti, contiene degli spazi bianchi che l’acquirente può far riempire ad un miniatore da lui incaricato. Lasciare al proprietari la rifinitura del libro permette loro di scegliere un artista di propria fiducia e decorazioni più o meno dispendiose. Anche la rilegatura e la copertina sono a carico dell’acquirente: più che libri, infatti, Gutenberg vende fogli stampati. Oltre che il precursore della moderna editoria, l’orafo tedesco lo è anche del metodo Ikea e del fai da te.

Venduta per sottoscrizione, la Bibbia di Gutenberg viene acquistata da istituzioni religiose, soprattutto monasteri. L’operazione suscita un immediato entusiasmo per la qualità tipografica, ma il successo di critica – per così dire – non va di pari passo con quello economico, che tarda ad arrivare.

I rapporti tra i due soci diventano quindi sempre più tesi e nello stesso 1455 – proprio mentre la stampa viene completata – Fust pretende la restituzione del prestito e cita Gutenberg in giudizio vincendo la causa e prendendosi almeno parte dell’attrezzatura per la stampa e i caratteri tipografici.

Anche Schöffer, che ha sposato la figlia di Fust, abbandona il tipografo e si mette in società con il suocero: la Fust und Schöffer raccoglierà i frutti del lavoro di Guitenberg diventando la prima impresa commercialmente redditizia nella storia della stampa e pubblicando nel 1457 un’edizione del Libro dei Salmi con i capilettera in due colori.

La nuova tecnica si diffonderà in poco tempo in tutta Europa: in 50 anni verranno stampati 30mila titoli diversi per una tiratura complessiva superiore ai 12 milioni di copie. I libri stampati fino al 1500 verranno in seguito chiamati “incunaboli”.

Un ritratto di Gutenberg

Gutenberg, da parte sua, cercherà continuare la sua attività aprendo a sua volta una tipografia, ma senza alcuna fortuna. Dopo il successo della Bibbia, non resterà memoria di nessun’altra sua produzione e nel 1462 il nuovo padrone di Magonza lo manderà in esilio insieme a molti altri cittadini. Al suo ritorno scoprirà che buona parte delle persone con cui aveva lavorato non ha fatto rientro e deciderà di abbandonare l’attività di tipografo, morendo solo e dimenticato nel febbraio 1468.

Dei 180 esemplari originari della sua Bibbia, 48 arriveranno al terzo millennio disseminati nei musei di tutto il mondo: dal Giappone alla Germania, dall’Inghilterra al Vaticano.

E se Gutenberg ha di fatto ideato le edizioni economiche del libro, oggi una delle rarissime copie della sua Bibbia non ha un prezzo esattamente popolare: per comprare un esemplare completo della sua Bibbia dovreste spendere circa 10 milioni di dollari. Ma state certi che non lo troverete in libreria.

Arnaldo Casali

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Il Purgatorio, invenzione del Medioevo

La Navicella del Purgatorio – miniatura dal Purgatorio della Divina Commedia Egerton, f.65v – Bologna, 1340

Prima i morti andavano all’Inferno o in Paradiso. Poi nel Medioevo è stato aperto il Purgatorio e hanno finito per andare tutti lì.

“Che gran cosa il Purgatorio!” esclamava entusiasta santa Caterina da Genova alla fine del Quattrocento, salutando la nuova sezione dell’aldilà che – secondo la tradizione – avrebbe visitato personalmente ancora in vita. Un entusiasmo condiviso, secoli dopo, dal ben più laico François-René de Chateaubriand (plenipotenziario di Napoleone) secondo il quale “Il Purgatorio supera in poesia il Cielo e l’Inferno, in quanto rappresenta un avvenire del quale entrambi sono privi”.

In effetti, nella sua dimensione di “eternità provvisoria”, il Purgatorio rappresenta un ossimoro teologico e al tempo stesso l’essenza stessa del Cristianesimo come religione della speranza, oltre che la dimostrazione plastica della tendenza a portare anche nell’oltretomba logiche squisitamente terrene. Non a caso il concetto di “terzo luogo” è totalmente assente nelle Sacre Scritture e si è formato progressivamente nel Medioevo, fino a trovare la sua definitiva consacrazione nella Divina Commedia.

La nascita del Purgatorio di Jacques le Goff pubblicato da Einaudi nel 1982

“E’ chiaro che la nascita di una tale credenza è collegata a profonde modificazioni della società in cui si produce” spiega Jacques Le Goff nel suo celebre studio La nascita del Purgatorio, che nel 1981 ha ricostruito lo sviluppo del fenomeno nel corso dei secoli.

Uno sviluppo che porta da un modello dualistico cielo-terra e Inferno-Paradiso, ad una “terza via” che ha radici molto antiche ma che non troverà una sua definizione prima del XII secolo. E’ tra il 1150 e il 1250 che si afferma infatti l’idea di un aldilà intermedio, nel quale alcuni defunti subiscono una prova che può essere abbreviata dai suffragi dei viventi.

“Esso si basa sulla credenza di un doppio giudizio – spiega ancora Le Goff – il primo al momento della morte e il secondo alla fine dei tempi. Presuppone dunque la proiezione di un’idea di giustizia e di un sistema penale molto sofisticati”.

Se quello del Purgatorio è un concetto totalmente assente nelle religioni antiche è vero anche che per molte di esse il suo ruolo viene ricoperto dalla metempsicosi: è attraverso la reincarnazione infatti, che le anime “abbastanza meritevoli” si purificano per diventare degne di entrare in Paradiso.

Per quanto riguarda la religione ebraica, il principale riferimento teologico all’esistenza di una qualche forma di Purgatorio è contenuto del Secondo libro dei Maccabei, in cui si dice che Giuda Maccabeo “fece compiere un sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero liberati dal loro peccato”. In compenso l’idea di una qualche forma di redenzione post mortem e di un passaggio intermedio tra Inferno e Paradiso viene smentita dallo stesso Gesù, con la parabola del povero Lazzaro e del cattivo ricco: qui il povero si trova nel “seno di Abramo” mentre il ricco finisce nell’Ade tra i tormenti. Nel testo viene precisato che nulla può fare Lazzaro per allievare le sofferenze del ricco e – a differenza di quanto affermato nei Maccabei – viene chiaramente esclusa qualsiasi forma di suffragio da parte dei viventi a favore del defunto.

Il primo testo in cui si ritrova quello che può essere invece considerato, in qualche modo, un antecedente del Purgatorio, è l’Apocalisse di Paolo, scritta nel IV secolo, dove si parla – per la prima volta – di due inferni: uno inferiore, riservato ai dannati, e uno superiore dove si trovano le anime “che attendono la misericordia di Dio”. “Qui vi si trova – spiega Le Goff – una descrizione delle pene dell’Inferno che si ritroverà in gran parte del Purgatorio, quando quest’ultimo sarà stato definito come un inferno temporaneo”.

L’aldilà tripartito, invece, nasce nella letteratura rabbinica ma in era cristiana, quando viene definita una precisa geografia: dopo la morte, le anime finiscono – a seconda dei propri meriti – nei Giardini dell’Eden, nella Geenna o nello Sheol.

La Geenna, che viene citata nel Vangelo anche da Gesù, è il luogo dell’eterno castigo, ed è al di sotto della terra, con cui comunica attraverso un piccolo pertugio dove passa il fuoco che la riscalda (nella realtà, la Geenna era una sorta di discarica dove bruciavano i rifiuti). L’Eden è invece il paradiso terrestre, dove è stato creato Adamo, ora dimora dei giusti e si trova sulla terra, perché solo Dio è nei cieli. Lo Scheol è invece l’oltretomba, un luogo intermedio che rimane comunque sotterraneo e oscuro: è l’insieme delle fosse e delle tombe, il mondo dei morti.

Se san Paolo non ha niente a che fare con la “sua” Apocalisse, nei propri scritti l’Apostolo delle genti parla di un “fuoco purificatore” che aspetta tutti dopo la morte. Il primo vero e proprio concetto di Purgatorio lo troviamo però già nel III secolo, all’interno della Passione di Perpetua e Felicita, che racconta il martirio della santa avvenuto nel 203 ed è basato in gran parte sui ricordi della stessa Perpetua, scritti – o dettati – durante la sua permanenza in carcere.

“Le anime del Purgatorio si consolano con le offerte”, miniatura tratta dal ‘Libro d’Ore di Cathèrine de Clèves’ (1440 circa), Morgan Library & Museum, New York.

Nel testo, troviamo un passaggio particolarmente impressionante: “Mentre eravamo tutti in preghiera – racconta Perpetua – mi sfuggì il nome di Dinocrate e seppi subito che ero degna di chiedere qualcosa per lui e che dovevo farlo. Iniziai una lunga preghiera rivolgendo i miei lamenti al Signore. Già la notte seguente ecco che mi apparve: vedo Dinocrate che esce da un luogo di tenebre dove si trovava con molti altri, tutto ardente e assetato, sporco e coperto di stracci e recante sul viso la piaga che aveva quando morì. Dinocrate era mio fratello, morto all’età di sette anni con il viso divorato da un cancro maligno, e la sua morte aveva suscitato orrore in tutti quanti. Nel luogo in cui si trovava vi era una vasca piena d’acqua con un parapetto troppo alto per la statura di un bambino. E Dinocrate si alzava sulla punta dei piedi, come se volesse bere. Io soffrivo nel vedere che nella vasca vi era dell’acqua, ma che lui non poteva bere. Mi svegliai e seppi che mio fratello stava attraversando una prova. Pregai per lui tutti i giorni”. Dopo qualche giorno Perpetua ha un’altra visione: “Vidi il luogo che avevo già visto e Dinocrate, pulito nel corpo, ben vestito, ristorato, e là dove vi era la piaga vidi una cicatrice e il parapetto della vasca che avevo veduta si era abbassato fino all’altezza dell’ombelico del bambino. E sopra il parapetto vi era una coppa d’oro piena d’acqua. Dinocrate vi si accostò e cominciò a bere, poi dissetato cominciò a giocare gioiosamente con l’acqua, come fanno i bambini”.

Lo sviluppo progressivo del concetto del Purgatorio va anche nella direzione di un’idea “costruttiva” della punizione divina: Clemente Alessandrino e Origene sono convinti che punire ed educare siano sinonimi, e che ogni castigo di Dio serva alla salvezza dell’Uomo. Clemente distingue quindi due categorie di peccatori: quelli per cui – nella vita futura – il castigo è educativo e quello per i quali è punitivo. Nell’altra vita ci sono dunque due fuochi: uno che “divora e consuma” e uno che “santifica”. D’altra parte, la peculiare concezione di Origene – e che fa di lui un eretico – è che non esista un peccatore tanto cattivo, incallito e irriducibile da non potersi purificare completamente e andare in Paradiso. Ne consegue che persino l’Inferno diventa una sorta di Purgatorio. “Poiché non può accettare l’idea della metempsicosi – spiega Le Goff – Origene crede in una nozione di progresso continuo, di un perfezionamento ininterrotto dell’anima dopo la morte: l’apocatasi”. Ed appaiono tre categorie: “I giusti che vanno direttamente in Paradiso, i peccatori lievi che soggiornano solo per un certo periodo nel fuoco di combustione e i peccatori mortali che ci rimangono molto a lungo”.

Resurrezione delle anime dai fuochi del Purgatorio, Beato Angelico, Graduale di S.Domenico

Sant’Ambrogio, da parte sua, ritiene che tutti dopo la morte debbano passare attraverso il fuoco, che avrà un effetto diverso a seconda della loro purezza: può essere ristoro, piombo e purificazione. Al tempo stesso il patrono di Milano afferma chiaramente la possibile efficacia delle preghiere dei vivi per il sollievo dei defunti e il valore dei suffragi. Lui stesso dice di pregare per l’imperatore Teodosio, perché “grazie alle mie preghiere e alle mie lamentazioni, sarà accolto lassù, sulla montagna santa del Signore”.

Qui si rivela anche, da parte della Chiesa, l’uso strategico del Purgatorio per fini politici: “Quale mezzo migliore al fine di rendere docili ai suoi dettami i sovrani, che evocare i castighi che li attendono nell’aldilà in caso di disobbedienza e il peso dei suffragi ecclesiastici per la loro liberazione e salvezza?”.

Il vero padre del Purgatorio è tuttavia Agostino che – parlando di sua madre Monica nelle Confessioni – afferma innanzitutto l’efficacia dei suffragi per i morti. Quanto alla partizione dei peccatori, per il Padre della Chiesa ce ne sono quattro tipi: gli empi, che vanno direttamente all’Inferno, i martiri e i santi che andranno in Paradiso immediatamente, e poi ci sono quelli che non sono del tutto buoni né del tutto cattivi. Per questi ultimi si può sperare al massimo in un “inferno più tollerabile”, mentre gli altri potranno salvarsi attraverso un “fuoco purgatorio”.

Oltre due secoli dopo, Beda il Venerabile, nella sua Historia Ecclesiastica, inserisce un racconto quantomai suggestivo: Drythelm è un laico pio, padre di famiglia, che abita nella regione di Cunningham, vicino alla frontiera con la Scozia. Caduto malato, una sera muore ma all’alba torna in vita mettendo in fuga coloro che vegliavano il suo cadavere. Ritiratosi in un monastero, racconterà molte volte la propria avventura: una figura luminosa vestita di bianco, lo aveva condotto in una valle molto larga e profonda, circondata a sinistra di fiamme spaventose e a destra di terribili rovesci di grandine e di neve. I due versanti erano pieni di anime umane che il vento faceva passare, senza tregua, da un alto all’altro. Drythelm pensò che si trattasse dell’Inferno, ma l’accompagnatore lo smentì. Passato in luoghi sempre più oscuri, finì per trovarsi da solo di fronte a un gran pozzo da cui si levavano palle di fuoco, in cui salivano e scendevano, come scintille, le anime umane. Lo spettacolo era accompagnato da pianti disumani, risa sghignazzanti e da un odore fetido. Quando Drythelm, circondato da diavoli che minacciano di afferrarlo con delle pinze di fuoco si crede perduto, appare improvvisamente una luce che aumenta sempre di più, fino a disperdere i diavoli: è il suo accompagnatore che lo porta stavolta in luoghi luminosi. Così giungono ad un muro lunghissimo e altissimo, poi in un’ampia e verde prateria, piena di fiori, luminosa e profumata dove gruppi di candidi uomini tengono gioiose riunioni. Drythelm pensa di essere arrivato in Paradiso ma l’accompagnatore lo smentisce ancora. Infine, si trova di fronte ad un’immensa e splendida luce. E al termine del viaggio l’accompagnatore spiega: “L’orrenda valle piena di fiamme ardenti è il luogo dove vengono esaminate e punite le anime di coloro che hanno tardato a confessare e correggere i propri peccati; poiché però almeno in punto di morte hanno fatto penitenza, nel giorno del giudizio perverranno al regno dei cieli. Il pozzo fetido che vomita fiamme, poi, è la bocca della Geenna, dove chi è precipitato non potrà essere liberato per l’eternità. Il luogo fiorito dove hai visto divertirsi quella splendente gioventù è quello in cui sono accolte le anime di coloro che escono dal corpo nel fervore delle buone opere ma non hanno ancora raggiunto la perfezione sufficiente a meritare di essere subito accolti nel regno dei cieli”.

Anche se ci troviamo, di fatto, in presenza di un Purgatorio (anzi due), quello di Beda rimane – come quello di Agostino – un oltretomba binario, diviso in due paradisi e due inferni: quelli definitivi e quelli provvisori.

Sollievo per le anime del Purgatorio, affresco della cappella di Notre Dame de Benva

Insomma, alla fine del feudalesimo il Purgatorio ci arriva come concetto ma non come luogo definito. I teologi continuano a parlare di “fuoco purgatorio” mentre solo nel 1100 si va configurando la dottrina che parla del Purgatorio come “terzo luogo”. Se un falso ne attribuisce la definizione a Bernardo di Clairvaux, una lettera di Nicola di Saint-Alban a Piero di Celle, scritta intorno al 1180, dichiara proprio Bernardo il suo “primo ospite”. Secondo Nicola, infatti, il celebre monaco ha compiuto un breve passaggio in Purgatorio prima di entrare in Paradiso perché ostile alla nozione dell’Immacolata Concezione.

Di fatto, è sotto il pontificato di Innocenzo III – papa dal 1198 al 1216 – che viene completata la “costruzione” del Purgatorio. E non è certo un caso se Innocenzo è il papa di Francesco d’Assisi, il primo santo borghese, illustre quanto riluttante rappresentante del “terzo stato” che si fa largo tra aristocrazia e proletariato a cavallo tra il XII e XIII secolo.

L’affermazione del Purgatorio rientra infatti all’interno di un mutamento sociale che passa da uno schema binario a ternario: così come non si può più dividere il mondo tra ricchi e poveri, tra servi e padroni, non si può più dividere nemmeno tra buoni e cattivi, santi e peccatori. Il Purgatorio diventa quindi un oltretomba squisitamente borghese. E secondo Le Goff permettendo la salvezza dell’usuraio, contribuisce alla nascita del capitalismo: “Una delle funzioni del Purgatorio è stata in effetti quella di sottrarre all’Inferno categorie di peccatori che non avevano in precedenza alcuna possibilità di sfuggirvi”.

I sette vizi capitali incatenati davanti a Minosse, affreschi della chiesa di San Giorgio, Mandello del Lario

D’altra parte, se la borghesia è fatta in gran parte di mercanti, notai e avvocati, anche il Purgatorio finisce per seguire logiche e schemi mercantili e giurisprudenziali: “La giustizia divina viene ispirata a nozioni e pratiche della giustizia terrena. Il Purgatorio è trascinato nel turbine raziocinante di una scolastica in delirio, che secerne i problemi più oziosi e cavilla sulle distinzioni più sofisticate, compiacendosi delle soluzioni più arzigogolate, per cui un peccato veniale può diventare mortale e un accumulo di peccati veniali non equivale a un peccato mortale”. “Insomma con il Purgatorio – commenta Le Goff – si apre la contabilità dell’aldilà”.

Anche la religiosità cambia di pari passo con la società: sono ormai lontani i tempi di quel “disprezzo del mondo” alimentato dalla spiritualità monastica e ormai costretto ad arretrare di fronte al crescente attaccamento ai valori terreni legato agli slanci creativi dell’epoca.

Non si tratta più quindi di scegliere tra il cielo e la terra: si deve poter essere degni del cielo anche godendo appieno della terra. “Il XII secolo è il Secolo gaio in cui la civiltà occidentale esplode con una vitalità, un’energia, una volontà di rinnovamento stupefacenti”. Ma è anche il tempo in cui si afferma l’individualismo e anche la religione non è più una forma di appartenenza collettiva, ma diventa un percorso personale. Non a caso è in questa stessa epoca che nasce la confessione dei peccati come è intesa oggi: se agli inizi del Cristianesimo dopo il battesimo veniva richiesta la purezza assoluta (non a caso in molti – come Costantino – si facevano battezzare solo in punto di morte), nel XII secolo si afferma l’idea di potersi “purificare” dai peccati all’infinito attraverso la confessione e la penitenza.

Il Purgatorio diventa così un annesso della terra e prolunga il tempo della vita nell’ambito di una personalizzazione della vita spirituale, che focalizza l’interesse sulla morte individuale più che sul giudizio universale.

Dante e il suo poema, affresco di Domenico di Michelino nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze (1465)

Ma all’affermazione del Purgatorio va di pari passo il suo rifiuto: tanto gli eretici, come i catari e i valdesi, quanto la chiesa separata degli ortodossi, lo negano. E proprio lo scontro dialettico obbliga i latini a definirlo meglio. Gli ortodossi sostengono ancora oggi l’esistenza di una purificazione post mortem e quindi il valore della preghiera per i defunti, ma negano l’esistenza di un “luogo” mentre i valdesi dichiarano che “non vi è altra punizione purgatoria che in questa vita presente”.

Nel XIII secolo il Purgatorio trionfa nella teologia e sul piano dogmatico, diventando una verità di fede e si trova ovunque: nella predicazione, nei testamenti, nella letteratura in lingua volgare, per arrivare al culmine con il Giubileo del 1300, con il quale il Papa accorda ai pellegrini che giungono a Roma l’indulgenza plenaria e la remissione completa dei peccati, fino ad allora concessa solo ai crociati, ed estende il beneficio di tale indulgenza anche alle anime del Purgatorio. Nel Natale del 1300 Bonifacio VIII accorda poi l’indulgenza plenaria anche a tutti i pellegrini morti durante il viaggio verso Roma e a quelli che avrebbero voluto andare ma non hanno potuto.

Insomma, è il papa a decidere chi va in Purgatorio e chi in Paradiso: il potere della Chiesa sull’aldilà giunge così ai suoi vertici massimi, portando al famigerato commercio delle indulgenze.

Solo l’immagine rimane refrattaria a tale trionfo: il Purgatorio è un luogo difficile da rappresentare. A farlo ci pensa però Dante Alighieri con la Divina Commedia, riunendo in un’unica sinfonia la maggior parte dei temi sparsi fino ad allora. Di tante figurazioni geografiche che l’immaginario dell’aldilà gli offriva, Dante sceglie la sola in cui si esprime la vera logica del Purgatorio: quella in cui si sale.

I gironi del Purgatorio – disegno di Settemuse

Il Purgatorio non è quindi sotterraneo, ma una montagna, divisa in sette cerchi sovrapposti, la cui circonferenza diminuisce man mano che ci si avvicina alla vetta. Le anime vi purgano i sette peccati capitali: orgoglio, invidia, collera, pigrizia, gola e lussuria. In cima alla montagna si entra infine nel Paradiso Terrestre.

La salita al Purgatorio diventa metafora stessa della vita cristiana, nella sua progressiva ed eterna liberazione dalle proprie debolezze per elevarsi verso il divino. Ad ogni passo l’anima progredisce e diventa più pura, in un’ascensione sia fisica che spirituale. Il Purgatorio diventa così una vera e propria marcia verso la luce.

“Questa montagna è tale che sempre al cominciar di sotto è grave e quant’uom più va su e men fa male”.

Arnaldo Casali

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La strana storia della bussola

Una bussola moderna, ancora oggi strumento indispensabile in molti ambiti.

La bussola fece la sua comparsa sulle sponde del Mediterraneo nel Medioevo. E innescò un malinteso storico che continuò a propagarsi, con tanto di curiose conseguenze, fino ai giorni nostri.

Nel vecchio continente, il primo riferimento che la riguarda è dell’erudito inglese Alexander Neckam, che la menziona nel De nominibus utensilium (ca. 1180) e già all’inizio del Trecento era uno strumento ben noto. La troviamo nelle cronache del domenicano Giordano da Pisa (1260 – 1311), che scrive: “pare una vile pietra, ma essa è carissima” e, per chiarirne il valore, commenta che sarebbe meglio perdere uno smeraldo che una bussola.

In effetti la bussola è uno strumento prezioso. Anche oggi, nonostante l’ampia disponibilità di mezzi elettronici e satellitari come il GPS (Global Positioning System), in navigazione non è stata del tutto soppiantata. E l’uso marittimo è solo la più nota delle sue applicazioni. I geologi ad esempio, la utilizzano per misurare l’inclinazione degli strati di roccia e senza la bussola non potrebbero svolgere una parte molto importante del loro lavoro.

La componente essenziale della bussola è il magnete. Il termine deriva da Magnesia (città dell’odierna Turchia) dove i greci, verso il 600 a.C., scoprirono un minerale che attirava gli oggetti di ferro. Era quello che oggi conosciamo come magnetite. Ma dal magnete alla bussola ce ne corre. Per inventare lo strumento, è stato necessario che qualcuno si accorgesse che il minerale, lasciato libero di orientarsi, si allinea sempre secondo la direzione nord-sud.

Riproduzione di una antica bussola cinese.

Sembra che se ne siano avveduti i cinesi, che ne fanno cenno come di un indicatore geografico in un dizionario edito nel 121 d.C. e che già da tempo utilizzavano i magneti in giochi e spettacoli di attrazione.

Comunque sia, risalita la Via della Seta, la bussola sbarcò ad Amalfi tra il X e l’XI secolo, insieme ai marinai che traghettavano i crociati in Terra Santa.

Una volta stabilito l’uso, per il magnete venne fuori anche un sinonimo: calamita, che presuppone il suo utilizzo come indicatore di direzione. Infatti deriva dal greco medievale kalamita, ovvero “ago della bussola”, che a sua volta viene da kálamos, “canna” e si riferisce al fatto che i primi aghi magnetizzati, per essere lasciati liberi di orientarsi, venivano appoggiati in bilico sull’estremità di una sottile canna.

La conosceva anche Dante (Paradiso, XII, 29), che la descrive come un oggetto che punta verso la Stella Polare. E Francesco da Buti (1324- 1406), uno dei primi commentatori della Commedia, ne spiega bene la meccanica: «Anno li naviganti uno bussolo che nel mezzo è impernato una rotella di carta leggeri, la quale gira sul detto perno; e la detta rotella ha molte punte, et ad una di quelle che vi è dipinta una stella, è fitta una punta d’ago; la quale punta li naviganti quando vogliono vedere dove sia tramontana, imbriacano colla calamita».

Una bussola fissata nella cassetta di legno.

La dettagliata esposizione di da Buti evidenzia alcuni particolari interessanti. Anzitutto il nome, “bussolo”, che indica la piccola scatola (buxula, cassetta) di legno di bosso (buxus) che conteneva lo strumento e da cui deriveranno anche il bossolo delle munizioni e il bussolotto, recipiente che contiene i dadi del prestigiatore o i numeri da estrarre nelle lotterie.

E poi una bizzarra interpretazione della natura scientifica del magnetismo, che spiega bene lo storico Alessandro Barbero sollecitato da una domanda di Piero Angela: “Non si sapeva spiegarla, ci si limitava a constatarne l’effetto. Poi, ognuno se lo spiegava come voleva. A molti sembrava un fenomeno magico, una bizzarria della natura, come se l’ago fosse vivo. Pensi che anticamente non si era in grado di calamitare l’ago in modo permanente: bisognava accostargli la calamita quando si voleva farlo funzionare e la gente aveva l’impressione che per l’azione della calamita l’ago impazzisse: si diceva «ubriacare l’ago colla calamita»”.

Infine, Francesco da Buti ci dice quanto fosse raffinato lo strumento già alla fine del Trecento. Dai prototipi, semplici bacinelle colme d’acqua in cui l’ago magnetico veniva lasciato galleggiare per evitare che fosse troppo influenzato dalle oscillazioni della nave, nel giro di un centinaio d’anni la bussola acquistò un sistema di bilanciamento interno che permetteva di stabilizzare il magnete dentro il bossolo. E si dotò di una rosa dei venti, in modo da avere costantemente riscontro con altre indicazioni geografiche utili. Alla fine del Medioevo, quando Cristoforo Colombo fece il suo viaggio, le tecniche di navigazione erano già molto avanzate e si servivano di attrezzature e strumenti che per l’epoca erano davvero molto raffinati.

Così equipaggiata, la bussola approda nel XV secolo. E cade all’attenzione dello storico Flavio Biondo (1392 – 1463), che tra l’altro fu il primo a studiare il Medioevo come periodo storico.

Biondo attribuisce agli amalfitani non solo il perfezionamento della bussola ma anche l’invenzione.

Da questo errore in poi, una virgola messa nel posto sbagliato genererà un effetto domino dalle conseguenze inaspettate.

Flavio Gioia al lavoro nel suo studiolo, con il magnete nella bacinella d’acqua in primo piano e il panorama delle colline amalfitane sullo sfondo.

Nel 1511, il filologo bolognese Giambattista Pio riporta la notizia di Biondo con una costruzione della frase un po’ contorta: “Ad Amalfi, in Campania, fu inventato l’uso della calamita, da Flavio si dice” (Amalphi in Campania veteri magnetis usus inventus a Flavio traditur). Il senso era che Flavio (Biondo) aveva detto che la bussola era sta inventata ad Amalfi. Ma qualcuno cambiò posto alle virgole e, come sanno loro malgrado tutti gli studenti dei corsi di Latino, il significato fu radicalmente stravolto. Tradotta, la frase suonava così: “Ad Amalfi, in Campania, fu inventato l’uso della calamita da Flavio, si dice”.

Così cominciò a girare voce che un certo Flavio di Amalfi avesse inventato la calamita. L’errore venne poi amplificato da Scipione Mazzella, uno storico napoletano della seconda metà del Cinquecento. Non si sa come, dalla sua penna uscì che Flavio, inventore della bussola ad Amalfi, fosse però originario di Gioia, in Puglia.

Era l’ultima tessera del domino che aveva dato vita all’inventore italiano della bussola. Pian piano la notazione geografica di provenienza venne dimenticata e il geniale personaggio che non era mai esistito restò legato ad Amalfi con tanto di nome e cognome: Flavio Gioia.

Flavio Gioia immortalato con la sua bussola nella grande statua di Alfonso Balzico, ad Amalfi.

La storia della bussola e del suo inventore di Amalfi, patria di grandi marinai e meravigliose tradizioni legate alla navigazione, era affascinante. Verso la metà del XIX secolo colpì in modo particolare Alfonso Balzico, noto scultore di Cava de’Tirreni, e ne stuzzicò la creatività.

Impressionato dal personaggio, Balzico dedicò a Flavio Gioia ben due opere, che cronologicamente suggellarono l’inizio e la fine della sua carriera artistica. Del primo lavoro, un busto colossale riportato dalla rivista Poliorama nel novembre del 1853, che doveva collocarsi nella Reale Accademia delle Belle Arti di Napoli, resta il modello in gesso nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma perché Balzico utilizzò l’originale per realizzare il suo secondo tributo a Flavio Gioia.

L’ultima opera, portata a termine quasi alla fine della carriera dell’artista, ebbe maggiore fortuna. Il 12 agosto 1892 la rivista Il Torneo ne pubblicò una recensione: “Il Flavio Gioia, col il suo abito marinaresco del 300 fissa l’occhio sulla scatoletta della bussola, e col dito della mano destra segue la direzione dell’ago. Sul volto maschio è come l’accenno di un sorriso, e nell’occhio malizioso brilla il pensiero dell’uomo, che dice allo strumento: te l’ho fatta!”.

Ancora in corso d’opera, sembra che la statua sia stata oggetto di un tentativo di acquisto da parte degli amalfitani. Il 1892 era l’anno delle celebrazioni colombiane e la città trovò l’occasione ideale per commemorare uno dei suoi più illustri concittadini. Un emissario propose a Balzico un anticipo di 4000 lire per la statua di Gioia, promettendone altre 6000 alla consegna. Ma il saldo non fu mai versato e lo scultore annullò il contratto.

Però la statua ormai era fatta e partecipò all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, dove venne premiata con una medaglia d’oro. Poi restò per molti anni a Roma, nel museo privato dedicato all’artista dalla Regina Margherita.

La splendida Amalfi, che dà il nome alla Costiera dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità.

Nel 1917, quando gli eredi di Balzico decisero di chiudere il museo, tutte le opere vennero donate alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Ma la statua di Flavio Gioia non rimase lì per molto. Nel 1926 venne finalmente acquistata dalla città di Amalfi e collocata, nel corso di una solenne inaugurazione, in Piazza Duomo.

Negli anni, Flavio Gioia ha cambiato casa ancora un’ultima volta. Adesso si trova proprio di fronte al mare, nella piazzetta che porta il suo nome affacciata sulla splendida Costiera.

E l’errore, definitivamente smascherato dalla medievista Chiara Frugoni pochi anni fa, non ha avuto conseguenze sulla statua, tanto desiderata e faticosamente acquisita dagli amalfitani. Oggi rimane a simbolo della gloria marinaresca conquistata, questa volta realmente, dalla città durante il Medioevo.

Daniela Querci

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La chiocciola che arriva dal Medioevo

Una pagina della cronaca di Costantino Manasse in cui appare il simbolo @

Il simbolo @ è arrivato lemme lemme fino a noi da secoli che qualcuno ancora si ostina a ricordare come “oscuri”. La chiocciolina che usiamo ogni giorno nella posta elettronica, appare in un codice miniato del Trecento scritto in bulgaro che è conservato nella Biblioteca Vaticana insieme a un altro milione e mezzo di rari e preziosissimi libri.

Nell’antico testo la @ è la prima lettera della parola amen. Spunta in una pagina della “Σύνοψις ἰστορική”, una cronaca universale in 6733 versi politici scritta da Costantino Manasse, nella quale l’intellettuale bizantino volle raccontare la storia del mondo, dagli inizi fino alla morte dell’imperatore d’oriente Niceforo III Botaniate (1002 -1081).

Massimo Arcangeli, docente di Linguistica all’Università di Cagliari e direttore dell’Osservatorio della lingua italiana Zanichelli, ha ricostruito le vicende del famosissimo segno grafico @ nel libro “Biografia di una chiocciola”, edito da Castelvecchi. E ha anche rintracciato la storia italiana della chiocciola in un documento conservato nell’Archivio di Stato di Cagliari: la @ arrivò nel Bel Paese grazie a Giovanni II di Aragona, che nel 1415 diventò il viceré di Sicilia e Sardegna.

Anche il grande Leonardo Da Vinci in un alcuni dei suoi misteriosi scritti inserì una “a” maiuscola all’interno di una “o”. Era un indovinello destinato ai giochi della corte milanese di Ludovico Il Moro. La soluzione del rebus era la parola “anello”.

Ma le origini del simbolo sono ancora più antiche.

Nel 1932, il paleografo statunitense Berthold Louis Ullman pubblicò un libro in cui spiegava che la @ risaliva al VI secolo e che era nata dalla fusione di due lettere: gli amanuensi medievali iniziarono a “legare” la lettera “a” e la lettera “d” per evitare le ripetizioni nello scrivere di continuo in lingua latina “ad”, il complemento di moto a luogo che indicava il posto verso cui si andava o verso cui si entrava.

La scoperta di un’altra traccia fondamentale del simbolo @ si deve a uno studio pubblicato nel 2000 da Giorgio Stabile, storico della Scienza dell’Università “La Sapienza” di Roma. La sua ricerca partì da una raccolta di documenti mercantili italiani di proprietà dell’Istituto internazionale di storia economica “Francesco Datini” di Prato, curata da Federigo Melis. Stabile scoprì che la @ era usata dai mercanti italiani, soprattutto veneziani: rappresentava l’abbreviazione commerciale dell’anfora, unità di peso e capacità dalle origini molto antiche. Indicava una unità di misura corrispondente a circa un quarto di quintale.

Nel tardo Medioevo, quella specie di “a” stilizzata diventò una sorta di convenzione linguistica tra i commercianti veneziani, arabi, spagnoli, greci e latini. Un modo facile per capirsi velocemente: una spirale, simile a un minuscolo labirinto grafico per indicare il prezzo unitario di una merce.

Il professor Stabile, a questo proposito, cita un vocabolario spagnolo-latino di Antonio de Nebrija, edito a Salamanca nel 1492, in cui il termine “anfora” viene tradotto con “arroba”. La stessa parola con cui, ancora oggi, la nostra chiocciolina viene in tutti i paesi di lingua spagnola. Jorge Romance, giornalista e storico medievale, ha ricordato le molte tracce di una misura chiamata arroba nei registri doganali del Regno di Aragona.

La @ emerge con chiarezza anche in un documento di registrazione di una partita di grano di provenienza castigliana, trascritto in un registro del 1448 che si trova presso l’Archivio provinciale di Saragozza.

La @ fu usata nel tardo Medioevo come abbreviazione nelle transazioni commerciali

Il percorso della @ è stato quindi molto simile ad una sua parente stretta, la & che si chiama “e commerciale” proprio perché usata nelle lettere, nei documenti d’affari e anche nelle insegne dei negozi, per evitare di ripetere sempre la “e”, (“et”) quando si dovevano indicare i tanti soci di una azienda. Più tardi, la chiocciolina diventò una “a” commerciale sulle tastiere delle macchine da scrivere. Fino a che il simbolo della ragioneria non fu adottato dalla telematica. In lingua inglese la @ viene anche chiamata “commercial at” con il significato di “at a price of” (“ad un prezzo di”) abbreviato per convenienza nel più veloce “at” (che si pronuncia èt). Un modo pratico per chiamare la chiocciolina, con la quale ormai in tutto il mondo associamo in modo automatico la multimedialità, l’e-commerce e la rivoluzione che internet ha prodotto nelle nostre abitudini.

Un simbolo della ragioneria. Chiamato con nomi curiosi e diversi nelle varie parti del mondo. Arcangeli li ha raccolti con brio nel suo gustosissimo libro. Epiteti strani ma affettuosi che ci fanno capire quanto ormai siamo legati a questo simbolo.

Per noi italiani la la @ è una “chiocciola”. Ma in Russia si chiama “cagnolino”, in Cina “topolino”, in Israele “strudel”, in Giappone “vortice” e in Grecia “paperottolo”. Per i tedeschi è una “coda di scimmia”. Nella Repubblica Ceka è un “filetto d’aringa”, in Svezia una “pasta alla cannella” e in Corsica una “cipolla”. Anche i tanti popoli di origine anglosassone al tecnico “at” spesso preferiscono altri soprannomi: snail (“chiocchiola”); ape (“scimmia”); cat (“gatto”); rose (“rosa”) o whirlpool (“mulinello”). Per i bulgari invece la @ è un “orecchio”. I kazaki, più poetici, preferiscono parlare di “orecchio della luna”.

Uno stravagante storico dell’arte inglese ha suggerito di attribuire alla famosa chiocciola il nome di “orecchio di Van Gogh”, mozzato a metà ad Arles nel 1888 per mano dello stesso pittore con un rasoio, dopo una lite con Gauguin. Van Gogh incartò la sua cartilagine sanguinante e la consegnò a una prostituta alla quale si era molto affezionato.

In effetti, per ironia della sorte, nella strabiliante storia della “chiocciola” un rasoio ha avuto comunque un ruolo determinante. In un giorno del 1973 Leonard Kleinrock, il professore di informatica di Ucla che il 29 ottobre 1969, aveva dato vita a Arpanet, la rete progenitrice di Internet, quando tornò a casa dopo un giro di conferenze, si accorse di aver perso l’utilissimo oggetto con cui si radeva ogni giorno. Lo aveva lasciato nell’ultimo posto in cui era stato, a Brighton in Inghilterra. Allora andò nel suo ufficio, dove il computer centrale era in collegamento con quello della città britannica, e mandò un messaggio nel quale chiedeva se qualcuno potesse aiutarlo a ritrovare il rasoio dimenticato.

Fu la prima email di senso compiuto. Ma non la prima in assoluto.

Il primato appartiene al programmatore statunitense Raymond Tomlinson e risale al 1971. Anche se il prototipo della email, non conteneva un messaggio preciso. Il geniale ricercatore cercava sulla tastiera del suo computer un segno distintivo che non potesse essere confuso con nessun altro. Quasi per esclusione, scelse la @, “at sign” in inglese e “chiocciolina” in italiano: nell’indirizzo di posta elettronica venne così introdotto il simbolo che separava il nome dell’utente da quello dell’account, seguito da un punto e dal dominio. Tomlinson scrisse una serie di messaggi a se stesso, da una macchina all’altra. Ha più volte dichiarato di aver completamente dimenticato il contenuto dei testi: “Forse ho scritto qualcosa del tipo QWERTYIOP…”.

Da sinistra a destra, sono le prime dieci lettere che appaiono sulla tastiera. La posta elettronica è nata così, grazie anche a una piccola chiocciola medievale.

Federico Fioravanti

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La diabolica forchetta

Il coltellino multiuso trovato in una necropoli di Ventimiglia, risale al I-II secolo

L’invenzione della forchetta arrivò all’alba del Medioevo. Anche se, per la verità, nel 1917 a Ventimiglia, in una necropoli romana fu ritrovato una specie di “coltellino svizzero da sopravvivenza” ante litteram. Gli archeologi discutono ancora sulla sua datazione. Forse risale al primo o al secondo secolo dopo Cristo. È rimasto un “unicum”. Il curioso strumento conteneva però, insieme a un cucchiaio e un coltello, anche una specie di forchetta da viaggio.

Quel che è certo è che a Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, intorno al 400 dopo Cristo, qualcuno già usava forchette a tre punte. La prova è in uno straordinario reperto archeologico che si può ancora ammirare al Metropolitan Museum di New York.

Fu alla corte di Bisanzio che l’acuminato pugnale, l’ “imbroccatoio” che già utilizzavano i Romani, si trasformò in una specie di spillone e poi diventò una forchetta. I rebbi, i denti di metallo della posata, rimasero due per almeno qualche centinaio di anni. Prima c’erano i “ligula” o “lingula”: piccoli attrezzi, a una o due punte, che però servivano esclusivamente per infilzare i datteri o altre golosità infarcite con il miele.

Anche i Longobardi che vivevano nell’Italia meridionale avevano conosciuto l’utensile bizantino: nella miniatura del Codice delle Leggi Langobarde del monastero della Cava, appare una immagine del re Rotari impegnato a pulire un pesce usando un coltello e una specie di forchetta.

Cucchiaio d’argento con forchetta, epoca Romana, III sec. d.C., Metropolitan Museum, New York

Ma quando la posata, nell’estate del 1004, apparve per la prima volta in pubblico, lo stupore fu grande. Teatro dell’evento fu la città di Venezia. L’occasione venne dal matrimonio del giovane doge Giovanni Orseolo II (984-1007) con la principessa bizantina Maria Argyropoulaina, figlia del principe bizantino Argiro e nipote dell’imperatore Basilio II. Le nozze erano già state celebrate qualche giorno prima, in pompa magna, a Costantinopoli e tutta la città lagunare voleva vedere la sposa e partecipare alla grande festa prevista in laguna. La ragazza aveva 17 anni: appena tre in meno del marito che due anni prima il padre, il doge Pietro Orseolo II, aveva voluto associare al comando del governo di Venezia. Il genitore dello sposo, nipote del santo doge Pietro I, fu uno dei grandi politici che fecero le fortune della meravigliosa città che poi diventerà Serenissima. Pietro II ottenne dagli imperatori Basilio e Costantino la firma della Bolla d’Oro che definì privilegi e concessioni speciali per i mercanti lagunari. E negli stessi anni si ingraziò abilmente anche Ottone III, imperatore del Sacro Romano Impero, che fece da padrino alla cresima di un altro suo figlio, chiamato Ottone proprio in onore del sovrano che governava l’altra grande potenza del mondo. Quando Giovanni Orseolo II sposò la nobile bizantina, il doge Pietro II era già “Dux Dalmatiae”: il 9 maggio dell’anno 1000, giorno dell’Ascensione, aveva dato il via a una imponente spedizione punitiva contro i pirati che infestavano il mare Adriatico. Quella data segnò l’inizio del dominio veneziano nel canale d’acqua che separa l’Italia dai Balcani: Grado, Pola, Cherso, Veglie, Zara, Spalato, Ragusa e Curzola, vessate dalle discordie che allora laceravano la corona croata, giurarono fedeltà, una dopo l’altra, al vessillo di San Marco. E nella città lagunare la festa dell’Ascensione, chiamata in veneto Sènsa, divenne il giorno della storica cerimonia dello sposalizio con il mare. Il fidanzamento dell’erede del doge con la nobile bizantina era stato deciso dopo un’altra impresa dei veneziani: la cacciata definitiva dei saraceni da Bari, completata in nome dei “desiderata” di Costantinopoli.

Le nozze di Giovanni e Maria suggellavano quindi una strategica alleanza con la capitale dell’impero. La città accorse in massa al memorabile banchetto che seguì allo scambio degli anelli che era già avvenuto a Costantinopoli. Tutti mangiavano con le mani e levavano brindisi augurali all’indirizzo degli sposi. La giovane principessa catalizzava gli sguardi e i commenti. Ma rimaneva fredda e riservata. Grande fu la sorpresa di tutti quando estrasse da una custodia una forchetta d’oro a due rebbi e con studiata eleganza iniziò a portare il pasto alla bocca proprio con quello strano strumento.

Nella cerchia bizantina l’accessorio era già diffuso da tempo. Ma i nobili e il popolo di Venezia condannarono quella che apparve come una ostentazione di snobismo: attraverso l’uso pubblico della forchetta, la potente principessa sembrava rimarcare la differenza tra la Venezia popolare dei pescatori e dei commercianti e la grande capitale nella quale era nata e cresciuta.

Il “piròn”, forchetta veneta

Anche il clero, già diffidente di suo verso tutto ciò che profumava di Bisanzio, levò alte critiche in difesa della semplicità dei costumi. E bollò come peccaminoso l’uso dello strano strumento che i veneziani iniziarono a chiamare “piròn”, per assonanza con la parola bizantina “pirouni”, dal greco “peìro” che vuol dire infilzo. Tanto astio non deve stupire. In quegli anni i rapporti tra la chiesa di Roma e quella ortodossa erano già molto difficili. Le tensioni sarebbero poi culminate nella crisi che portò al Grande Scisma (1054).

In quanto alla principessa, servì a poco la sua cura per l’igiene e la grande attenzione che metteva nel non sporcarsi le mani a tavola come facevano tutti gli altri commensali: pochi anni dopo le fastose nozze, Maria Argyropoulaina, il giovane doge Giovanni Orseolo II e il loro bambino che era stato chiamato Basilio in onore dell’imperatore d’Oriente, vennero uccisi dal morbo della peste a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra. Furono sepolti nella stessa tomba, costruita nella chiesa di San Zaccaria con gran dolore del doge Pietro II.

Nelle affascinanti pagine del libro “Medioevo sul naso” (Laterza, 2001) la medievista Chiara Frugoni ha raccontato con maestria la lunga serie delle straordinarie invenzioni che hanno caratterizzato l’Età di Mezzo. La storica ripercorre in poche righe lo scandalo che causò l’apparizione della forchetta nel 1071, in occasione del matrimonio del doge Domenico Selvo, con Teodora Anna Doukaina, un’altra principessa bizantina, sorella dell’imperatore Michele VII.

Il “Basileus”, che a tutti gli effetti tra i suoi tanti titoli poteva vantare anche quello di “Signore di Venezia”, per l’occasione nominò il doge Selvo “protosebasto”. Il titolo di “primo favorito” dell’imperatore era di carattere ereditario: guidata da Selvo, Venezia incrementò grandemente i suoi traffici con Bisanzio e pose le basi per la sua evoluzione da potente città lagunare a stato indipendente e successivamente a Repubblica Serenissima. Ludovico Antonio Muratori (1672 – 1750), autore degli “Annali d’Italia” e padre della storiografia italiana, ricorda i vani tentativi di Anna Teodora per conquistare i cuori dei veneziani. Insegnò alle dame i segreti del trucco e importò in laguna anche una originale danza bizantina. Ma diede ancora scandalo per via della forchetta. Ne introdusse l’uso non solo in casa sua, ma anche nella cerchia delle famiglie più importanti della città.

San Pier Damiani (1007-1072) e gli altri uomini di Chiesa giudicarono la forchetta come un diabolico strumento di mollezza e perversione. Il santo monaco nella sua opera “De institutione monialis” descrisse in modo scandalizzato il comportamento di Teodora nel giorno del matrimonio: “Non toccava le pietanze con le mani ma si faceva tagliare il cibo in piccolissimi pezzi dagli eunuchi. Poi li assaggiava appena, portandoli alla bocca con forchette d’oro a due rebbi”.

La storica Chiara Frugoni spiega quanto la società medievale fosse poco attenta alle esigenze peculiari dei singoli individui e quanto invece fosse “propensa a pensarsi in gruppo”. La cosa valeva anche per la tavola. Teodora invece ostentava la sua abitudine al lusso in tutti i momenti della giornata, a partire dalla toletta quotidiana: si lavava solo con l’acqua di rugiada e si circondava di incensi e ricercatissimi profumi. Così, quando le sue carni, forse per una grave forma di diabete, andarono in cancrena e la donna morì dopo una agonia atroce, tutti i veneziani videro nella sua fine la giusta punizione divina per i tanti peccati ispirati da una enorme vanità.

“Il pasto”, miniatura dal “De Universo” di Rabano Mauro, Montecassino, X-XI-sec.

La forchetta però, nonostante gli anatemi, fece strada. Nell’Ultima Cena rappresentata sulla ricchissima Pala d’Oro di San Marco si possono notare due forchette e due coltelli destinati a Cristo e Pietro. E curiose miniature che spuntano dalle pagine del “De Universo” di Rabano Mauro, ospitato nell’archivio dell’Abbazia di Montecassino, mostrano due uomini compiti, seduti a tavola che mangiano con la forchetta mentre dialogano amabilmente. Le scene illustrano il capitolo dedicato ai cittadini, “chiamati così affinché vivano riuniti insieme e la loro vita comune sia più piacevole e sicura insieme”.

Un’altra, solitaria forchetta appare in una delle miniature dell’opera “Hortus deliciarum” (XII secolo) della badessa Herrad di Hohenbourg, conservato a Londra. L’uso della nuova posata si affermò tra i ricchi borghesi e i mercanti di Pisa, Venezia e Firenze. Nelle corti si seguiva ancora l’etichetta di Ovidio, che imponeva di mangiare con gesto magnifico, usando tre dita per pescare il cibo solido dai piatti.

La Chiesa rimaneva contraria all’uso di quella piccola forca. Lotario da Segni, che poi diventerà papa con il nome di Innocenzo III (1161-1216) ammoniva i fedeli: “A cosa vi servono le tavole imbandite, le tovaglie ricamate, le forchette e i coltelli di metalli preziosi se poi non vi comportate bene?”. Brunetto Latini invocava l’educazione a tavola, quando nelle tavole le mani unte affondavano nelle pietanze. Scrisse: “E quando siedi a mensa, non fare un laido piglio!”. Bonvesin della Riva (1240-1315) descrisse in dettaglio come si mangiava a Milano nella seconda metà del XIII secolo: parlò di cucchiai e di coltelli ma non citò mai la forchetta che compare invece nel 1297 per la prima volta in Inghilterra, confinata però nell’inventario del re Edoardo I, ricordato come “Gambelunghe” o “martello degli Scoti”.

Altre forchette apparvero nelle doti principesche anche nei secoli successivi, con impugnature di avorio, cristallo e pietra dura. Ma nella vita quotidiana la posata si cominciò ad usare in modo graduale quando si diffuse l’uso della pasta, bollente e scivolosa. Prima si usava un’altra specie di imbroccatoio, descritto in un libro che fu offerto in dono al re di Napoli Roberto d’Angiò (1277-1343) nel quale è scritto: “Mangia poi prendendo le lasagne con un punteruolo di legno”.

Forchette in bronzo

La forchetta fu usata per enfatizzare, anche a tavola, l’eterna divisione tra Guelfi e Ghibellini: i primi la poggiavano sulla tovaglia, a destra del piatto, i secondi preferivano sistemarla in senso orizzontale davanti alla stoviglia, dove ancora oggi si apparecchiano le posate per la frutta. Forchette a due o tre rebbi venivano mostrate nei convivi importanti. Ma resistevano ancora i forchettoni a due punte, utili per reggere la carne da tagliare. Un camarlingo del Comune di Siena scriveva: “Prestai a Massa, nostro famiglio, vinti e quattro imbroccatoi d’ariento, quando si fece la cena agli ambasciatori fiorentini e parigini”. Alla fine del Trecento la forchetta era già molto conosciuta. Franco Sacchetti (1330-1400) ricordato per “Il Trecentonovelle” in cui descrive la società del suo tempo, racconta con brio le avventure a tavola di un certo Noddo che “comincia a raguzzare i maccheroni, avviluppa e caccia giù, e n’avea già mandati sei bocconi giù, che Giovanni avea ancora il primo bocone in su la forchetta…”. Lo scrigno da tavola di re Carlo V di Francia nel 1380 mostrava una forchetta in bella vista, forse per impressionare i più rustici sovrani stranieri. Nei “Racconti di Canterbury”, Madame Eglantine si vanta di mangiare senza bagnare le dita nella salsa. E viene lodata per la grazia con la quale sapeva portare il cibo alle labbra senza lasciarne cadere nemmeno un pezzetto sul seno e soprattutto senza “intingere troppo profondamente le dita nella salsa”.

Novella di Nastagio degli Onesti, Botticelli, 1483, Museo Pucci, Firenze

Nella Firenze del Quattrocento, la famiglia dei Medici possedeva nella propria ricca cucina ben 56 forchette. Il meraviglioso dipinto “Novella di Nastagio degli Onesti”, commissionato come regalo di nozze da Lorenzo il Magnifico alla famiglia Pucci, storica alleata dei signori di Firenze, mostra alcuni componenti della potente dinastia seduti davanti a una tovaglia immacolata mentre reggono un’elegante forchetta a due denti, in attesa delle pietanze.

Una forchetta più sobria appare anche nell’”Ultima cena” affrescata su disegno del Perugino nel refettorio del monastero fiorentino di Sant’Onofrio.

Nell’uso comune, alla fine del XV secolo, tra le classi nobili, l’uso delle forchette era ancora considerato una specie di trasgressione: la civiltà a tavola si misurava con l’abbondanza di tovaglie e tovaglioli e le abluzioni ripetute prima e dopo i pasti. Lo spiegava, riguardo l’educazione dei bambini, anche l’umanista Erasmo da Rotterdam (1466 -1536) che trovava “disdicevole leccarsi le dita unte o pulirle con l’uso della giacca. Meglio servirsi della tovaglia o del tovagliolo”. Un fortunato libretto, il “De moribus in mensa servandis” di Giovanni Sulpicio Verulano, stampato in Aquila nel 1483 tornava sulle vecchie regole: “Mangia con tre dita, non prendere bocconi troppo grossi e non riempire la bocca con ambedue le mani”.

Ultima cena, Perugino e collaboratori, 1490 ca., particolare, monastero di Sant’Onofrio, Firenze

L’imperatore Carlo V (1500-1558), l’uomo più potente del mondo, aveva una dozzina di pregiate forchette personali ma le usava raramente. Jacques le Saige si stupì molto quando nel 1518 partecipò a un banchetto del doge di Venezia: “Questi signori, quando vogliono mangiare prendono il cibo con una forchetta d’argento (“une forquette d’argent”).

A insegnare l’uso della forchetta ai francesi ci pensò la fiorentina Caterina de’ Medici che nel 1533 sposò Enrico II. E si divertì molto quando a corte cominciarono a fare i conti con lo strano utensile che arrivava dall’Italia: “Nel portare la forchetta alla bocca, si protendevano sul piatto con il collo e con il corpo. Era uno vero spasso vederli mangiare, perché coloro che non erano abili come gli altri, facevano cadere sul piatto, sulla tavola e a terra, tanto quanto riuscivano a mettere in bocca”. Suo figlio, Enrico III, cercò di rendere obbligatorio l’uso della forchetta attraverso delle norme scritte. Ma la nobiltà francese derise a lungo l’innovazione “effeminata” . Nella seconda metà del Cinquecento lo scrittore Michel de Montaigne, ospite a Roma del cardinale De Sans, annotò la presenza a tavola di cucchiaio, coltello e forchetta, sistemati tra due salviette insieme al pane, al posto stabilito per ciascun convitato. Nella pancia della nave spagnola “La Girona”, affondata al largo dell’Irlanda nell’anno 1588 furono trovate svariate casse di posate con moltissime forchette.

Nel XVI secolo “il Galateo” di Monsignor della Casa formalizzò le regole dell’etichetta. E la forchetta guadagnò consensi. Il celebre viaggiatore Thomas Coryat che nel maggio 1608 partì a piedi da Londra per visitare Venezia, rimase impressionato dai vantaggi igienici che portava l’uso della posata nella città lagunare. Ma molti anni dopo la puritana Anna Maria d’Austria, figlia di Filippo II di Spagna e moglie di Luigi XIII di Francia, vietava alla sua tavola la “l’inutile forchetta” e persino l’argenteria. Il divieto fu esteso nel 1629 a tutta la popolazione francese addirittura con un decreto. Alla corte di Vienna si mangiò con le dita fino al 1651. Anche Luigi XIV, il “Re Sole”, cacciò dalla sua tavola il duca di Borgogna quando estrasse dalla sua tasca una elegante forchettina. Il sovrano disse che dava il cattivo esempio ai bambini. Il re e Molière per mangiare preferivano usare le dita, definite, senza ironia, “regali posate”. Il “Re Sole” si decise ad usare la forchetta soltanto nel 1684. Alla corte di Vienna si continuò a mangiare con le mani nel piatto fino al 1651. In Inghilterra solo il re Giacomo I usava la forchetta in modo regolare: per tutto il XVII secolo la utilizzarono pochissime famiglie. E in Germania le posate comparvero sulle tavole più raffinate solo alla fine del Seicento.

Novella di Nastagio degli Onesti, 1483, Museo del Prado, Madrid

In Italia l’uso della posata era già diffuso ovunque, anche se la Chiesa rimaneva contraria. Così il cattolico musicista Monteverdi, ogni volta che mangiava con la forchetta, faceva poi recitare tre messe per espiare il peccato commesso.

A sdoganare la forchetta ci pensò, dopo la metà del Settecento, Gennaro Spadaccini, il ciambellano di re Ferdinando II di Borbone che fece nascere le forchette a quattro rebbi per agevolare la presa dei “fili di pasta”. Nacque così la “brucchiéra” o “vròcca” tanto apprezzata dal sovrano buongustaio. Ma a Napoli l’abitudine di mangiare la pasta con le mani perdurò ancora per parecchi decenni.

La forchetta continuò ad essere bandita dai refettori dei conventi fino al XVIII secolo. Nella cattolica Austria nemmeno un esemplare in legno venne concesso a prigionieri politici considerati pericolosi come il generale Lafayette e Silvio Pellico, che alla fine sbottò: ”Crolla forse la monarchia austriaca se invece di mangiare con le dita lo fo con un pezzo di legno?”.

Alla fin fine, il pregiudizio è morto da poco, se si considera che fino al 1897, ai marinai della Royal Navy di Sua Maestà britannica, insieme all’uso dei coltelli, veniva proibito anche quello delle forchette, ritenute “pregiudizievoli alla disciplina e al comportamento virile”.

Federico Fioravanti

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Storia dell’inchiostro

In principio era cenere e acqua. Il brodo primordiale da cui nacque l’inchiostro, all’incirca 4500 anni fa, fu il nerofumo, che rivoluzionò la scrittura e cambiò per sempre la storia dell’uomo.

Veniva preparato da fuochi di legno, resti vegetali o anche animali. Ed era proprio il fumo il prezioso prodotto delle combustioni da conservare. I materiali da ardere dovevano quindi essere coperti, racchiusi in una sorta di pentola con coperchio, fatto di terracotta e poi di metallo, in modo che le particelle di cenere non si disperdessero, ma si depositassero in una patina scura sulle superfici interne del contenitore. Lo dice la parola: inchiostro, dal latino encàustum e prima ancora dal greco en-kaustón, è qualcosa che è bruciato al coperto.

Così, il principale prodotto solido della combustione, il carbonio, veniva recuperato già condensato e pronto da mescolare con l’acqua, perché diventasse abbastanza scorrevole da poter tracciare i magici segni delle parole e delle immagini. Ma se in un’altra sua forma, la grafite, il carbonio è ancora oggi l’elemento più amato da chi non ha perso il piacere di utilizzare una matita, nel nerofumo il mezzo poteva risultare poco omogeneo, troppo sensibile all’umidità e soggetto a spandersi sulla superficie da scrivere o disegnare.

Una importante evoluzione arrivò dall’Oriente con l’inchiostro di china. Verso il 400 d.C. un cinese di nome Wei-Tang elaborò un procedimento in cui la combustione avveniva sotto un imbuto, che convogliava il fumo a condensare su una superficie più circoscritta. La fuliggine concentrata che si otteneva era poi miscelata con colle preparate da corna o pelli animali. Ne risultava una sostanza duttile, che poteva anche essere impastata a formare bastoncini per scrivere: vere e proprie matite ante litteram. L’inchiostro di china, molto usato in Oriente per oltre mille anni, veniva esportato in Occidente anche con il nome di inchiostro indiano. Secondo i trattati cinesi, il prodotto più pregiato era ricavato dalla combustione di oli e resine di specie selezionate di pini, e la colla di migliore qualità era ottenuta dalle corna di cervo. Ma la preparazione laboriosa e l’esportazione rendevano la china costosa, benché le sue prerogative fossero ottime: aveva una stabilità notevole alla luce e al tempo, molto superiore rispetto agli inchiostri usati allora in Europa. Nel X secolo fu introdotta una variante che, sfruttando la fuliggine delle lampade a olio, ridusse i costi e aumentò la disponibilità del prodotto. Un altro inchiostro in uso era il seppia, di colore nero-marrone, ricavato dalle secrezioni della Sepia officinalis o altri cefalopodi e il cui componente essenziale è la melanina.

Galla di roverella (Quercus pubescens) e solfato di ferro (vetriolo verde), che si ricavava dalle mineralizzazioni formate su alcuni tipi di rocce al passaggio dell’acqua.

Ma gli splendidi documenti, i codici miniati e le mappe geografiche, fino alle più alte espressioni dell’arte figurativa prodotte dal Duecento in poi, si devono ad un’altra importante preparazione: l’inchiostro di galla o ferrogallico che, nelle sue infinite declinazioni, fu il principe degli inchiostri dal Basso Medioevo fino all’avvento delle moderne tecniche di produzione dei mezzi di scrittura. Cenni sul potere colorante della galla sono presenti fin dall’età romana.

Le prime ricette conosciute per il suo utilizzo sono contenute nei papiri di Leida e Stoccolma (III-IV secolo). Ma fu durante il Medioevo che la tecnica venne applicata in maniera estesa nel campo della scrittura e conobbe il suo periodo di massima diffusione, sia per la facilità di preparazione che per il costo ridotto.

La particolarità di questo tipo di inchiostro è di sfruttare il tannino, un colorante vegetale molto abbondante nelle galle, piccole escrescenze dovute all’azione di parassiti sulle querce e altri tipi di piante. Dalle galle (le più pregiate erano quelle di Aleppo, in Siria), decorticate e polverizzate con un pestello, si ricavava una polvere che, unita al solfato di ferro, in un certo tempo diventava completamente nera. L’aggiunta di gomma arabica, estratta da alcune varietà di acacia e solubile in acqua, era usata come addensante per dare alla polvere omogeneità e scorrevolezza.

Questo inchiostro penetrava profondamente nelle fibre della pergamena e della carta ed era praticamente indelebile, ma il processo di annerimento richiedeva periodi di esposizione all’aria abbastanza lunghi. Per evitare di iniziare a scrivere con un inchiostro quasi trasparente e abbreviare i tempi di utilizzo, si poteva aumentare la quantità di solfato di ferro, che però rendeva instabile il composto. Il risultato poteva essere un inchiostro tendente al marrone-rossiccio e, soprattutto, un prodotto acido capace di deteriorare irrimediabilmente la pergamena o la carta.

Così, le ricette per la preparazione del migliore inchiostro di galla si moltiplicarono. Ogni alchimista e scienziato interessato al tema aveva la sua.

Il monaco Teofilo, nel XII secolo, nel trattato“De diversis artibus”, riferisce di un inchiostro a base di ferro. E prescrive, per la sua preparazione, un estratto disseccato e polverizzato della corteccia di alcune piante, mescolato con vetriolo verde (composto di zolfo e ferro) o una miscela di ferro in polvere e tannino. Una alternativa alle noci di galla era il Punica granatum o melograno, frutto la cui scorza è ricca di tannini. Teofilo cita anche l’estratto di cespuglio di biancospino fatto macerare nel vino. Consiglia inoltre di preparare gli inchiostri di oro, argento e rame versando i metalli polverizzati in decotti di noci di galla, di aceto, di vino o di gomma arabica in acqua. E disserta sui vari colori: conosce un “nero di Spagna”, adoperato per produrre una specie di lacca simile all’inchiostro di china. Per il rosso ricorre al minio (dal piombo ossidato) e al carminio (dal cinabro) e per il bianco alla biacca (composto di zolfo e piombo). Queste sostanze, mescolate in albume d’uovo o in gomme vegetali per renderle fluide e scorrevoli e stemperate in vino, aceto o in succhi vegetali per migliorarne l’adesione, servivano per comporre i colori fondamentali delle miniature.

Anche il paziente lavoro di ricerca di Sant’Alberto Magno (1193 – 1280), che raccolse tutto il materiale scientifico dell’antichità classica e del Medio Oriente e che in molti casi non si accontentò dell’autorità dei predecessori, ma volle controllare la bontà delle ricette sperimentandole personalmente, nel suo trattato “De Rebus Metallicis et Mineralibus” riferisce della preparazione di un inchiostro con vetriolo verde. Riporta anche che gli scritti di Plinio illustravano un inchiostro a base di fuliggine di carbone e di una gomma non meglio specificata. E annota una giusta e importante osservazione: l’aggiunta di aceto come legante evita che l’inchiostro danneggi il supporto. E alcuni additivi, come zucchero o miele, erano consigliati per aumentare la brillantezza dell’inchiostro e rallentarne l’asciugatura.

L’uso dell’inchiostro di galla in Occidente fu quasi universale e, a partire dal XV secolo, le ricette diventano sempre più articolate e complesse. È stato utilizzato per la scrittura di una enorme quantità di manoscritti e, nella sua formulazione a base acquosa, è servito anche per la stampa di xilografie. Gli scritti di Leonardo da Vinci sono tra i più importati documenti vergati con inchiostro di galla. Poi, con l’introduzione della stampa tipografica, sorsero problemi di applicazione: l’inchiostro di galla non si depositava uniformemente sulle matrici metalliche e Gutenberg dovette aggiungere alla preparazione degli oli per rendere il composto più pastoso.

La diffusione dell’inchiostro di galla si ridusse solo all’inizio del XX secolo, fino a scomparire con l’introduzione dei pennini metallici, che venivano corrosi a causa delle caratteristiche acide della preparazione. Per un breve periodo si tornò a preferire la china e poi subentrarono gli inchiostri moderni.

Daniela Querci

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La teriaca, panacea per tutti i mali

Teriaca. Per tutto il Medioevo e ben oltre il Rinascimento, fu la medicina più ricercata, tra le più citate e costose. Misteriosa quanto basta. Allora, senza le “Istruzioni per l’uso”, bastava attenersi alla saggia regola generale: “Maneggiare con cura”.

Serviva sempre una prescrizione medica. Lo spiegava la parola stessa: teriaca deriva da un vocabolo greco, “therion”, con il quale venivano indicate le vipere e gli animali velenosi in genere. Il femminile di “theriacòs” spiegava a cosa servisse: “Buono contro le morsicature degli animali”.

Un antidoto al veleno dunque. Si credeva che fosse una panacea per tutti i mali. Curava i morsi di vipere e cani ma diventava anche un formidabile ricostituente. Faceva bene alla vista, al fegato e ai reni. Serviva per l’insonnia, l’angina, le febbri maligne, le coliche addominali, le emorroidi, la tosse, l’ipoacusia e l’emicrania e le infezioni di tutti i tipi. Combatteva la lebbra e la peste. Guariva dall’epilessia e anche dalla pleurite. Frenava la pazzia e risvegliava gli appetiti sessuali.

Pieter de Jode, I due ciarlatani (1585-1634)

La ricetta cambiò nei secoli, dai quattro misteriosi ingredienti dell’antichità, mescolati a veleni e citati nel 1198 dal celebre medico Moses Maimonides, fino alle formule pubblicizzate dai ciarlatani nei mercati medievali. Per poi arrivare alla più nota lista degli ingredienti, approvata dalla Serenissima Repubblica di Venezia e ancora consultabile presso la splendida Biblioteca Marciana della città lagunare. Sette droghe semplici, mescolate con il veleno delle vipere e con la pregiata Malvasia, il vino dolce di Malta, Cipro e Rodi: Pepe lungo, Phu (valeriana) Oppio, Cinnamomo (la cannella) Zafferano, Mirrha, e Opobalsamo (balsamo orientale).

Il tipo di vino, cambiò in Spagna e altri paesi. L’opobalsamo rimase un miscuglio di difficile interpretazione. La carne di vipera fu una idea di Andromaco il vecchio, medico di Nerone, molto considerato nell’Età di Mezzo. Altri ingredienti furono tolti o aggiunti a seconda delle latitudini. Gli speziali medievali ricordavano ai loro clienti le vicende storiche legate al prezioso polifarmaco. Spiegavano che era già in uso nel III secolo avanti Cristo negli ambienti medici di Alessandria d’Egitto. E sottolineavano un fatto storico accertato: per alcuni re dell’antichità lo studio dei veleni fu una vera e propria ossessione.

Cominciò Nicomede II di Bitinia, che ne analizzava con passione i componenti. Attalo III Philometore, re di Pergamo, che nel I secolo avanti Cristo mescolava le piante velenose con quelle buone. Diventò così competente sull’argomento, tanto da ordinare al celebre farmacologo Nicandro di Colofone (circa 150 a.C.) di scrivere due distinti trattati: Theriaka, sugli avvelenamenti da animali e Alexipharmaka, dedicato allo studio dei veleni vegetali.

La storia della teriaca iniziò però con un altro famoso antidoto: quello sviluppato da Mitridate VI Eupatore, re del Ponto (132–63 a.C.). Il sovrano, che temeva di essere ucciso in una cospirazione, chiese al suo medico Crateua di studiare tutti i possibili tipi di veleno e anche i loro specifici rimedi. Crateua cominciò a somministrare al re piccole dosi quotidiane di una cinquantina di veleni diversi. Così Mitridate diventò immune da qualsiasi veleno allora conosciuto. Tanto che quando fu sconfitto da Pompeo Magno e volle suicidarsi, fu costretto a chiedere a uno schiavo di essere pugnalato a morte. Dopo Nerone, anche l’ipocondriaco Marco Aurelio (121-180 d.C.), imperatore filosofo, al modo di Mitridate si premuniva dagli avvelenamenti, ingerendo dosi quotidiane della potente e costosissima “medicina”.

Per tutto il Medioevo la teriaca fu molto utilizzata anche dai medici arabi. Giovanni Mesue Damasceno la descrisse “composta da quattro cose”. Il medico e grande filosofo Avicenna fu il primo a aggiungere altri componenti alla ricetta. Nel suo “Liber Canonis” spiegò che la teriaca era più o meno efficace in base all’età della composizione e paragonò la vita umana ai cambiamenti che negli anni subiva la medicina. Nel X secolo, il “Flos Medicinae Scholae Salerni” raccomandava il farmaco: “La teriaca è efficace per l’apoplessia (…) la pleurite (…) la fredda idropisia (…) il morto feto (…) l’epilessia”. Ma la ricetta della scuola laica salernitana veniva criticata nel 1150 da Bernardo il Provenzale, che accusava i medici campani di utilizzare la lobelia al posto dell’orobo. Fatto sta che il mito di una unica medicina utile per tutte le malattie, sogno di ogni farmacologo e paziente, si sviluppò enormemente.

Le crociate e i commerci con l’Oriente di Veneziani, Genovesi, Amalfitani e Pisani portarono in Europa nuove spezie e nuovi veleni. In tutta l’area mediterranea in quel periodo era da tempo conosciuto anche un altro antidoto per i morsi velenosi di serpenti, tarantole e scorpioni: la cosiddetta “terra sigillata di Malta”, raccolta dai Cavalieri ospitalieri nella grotta dove si diceva avesse dimorato San Paolo. Il fondatore del Cristianesimo mentre viaggiava verso Roma, nel 60 dopo Cristo, aveva fatto naufragio sull’isola. Trovò un riparo di fortuna in una grotta infestata da serpenti velenosi. Il santo però li scacciò senza essere morso: da allora il terreno della grotta fu considerato un antidoto ai veleni e l’Ordine dei Cavalieri di Malta iniziò a produrre e a vendere la medicina con specifiche sigillature che ne accertavano il luogo di provenienza.

La preparazione della teriaca passò agli speziali nel 1223, quando un editto promulgato dall’imperatore Federico II di Svevia dal titolo “L’ordinanza medicinale”, separò la professione dei medici da quella degli “aromatari”, i futuri farmacisti, che presto si raccolsero in una apposita corporazione. Da un capitolare veneziano del 1258 sappiamo che la produzione della teriaca era già molto sviluppata. .

Ma il vero e proprio “boom” della medicina universale del Medioevo arrivò alla fine del Trecento. Dai 54 componenti utilizzati dalla ricetta di Mitridate, si passò ai 74 utilizzati dalla farmacopea spagnola. La teriaca migliore, quella più rinomata e apprezzata, arrivava da Venezia. Per qualche secolo fu una importante voce dell’economia cittadina. Il commercio del farmaco diventò quasi un monopolio della città lagunare. La preparazione dell’antidoto nel giro di qualche anno si trasformò in una cerimonia pubblica. Si svolgeva in piazza. Quasi una festa, una delle tante, che la Serenissima ospitava abitualmente. Per attirare meglio la vista del pubblico, chi mescolava e triturava le spezie e i veleni, era vestito con una casacca bianca e con pantaloni rossi. Una regola di trasparenza ispirata all’uso egiziano: la legge al Cairo prevedeva che i medicamenti più comuni, compreso l’hashish e l’oppio, si potessero confezionare in privato mentre la teriaca si doveva preparare in mezzo alla gente, nel tempio di Morestan.

La teriaca veneziana era la migliore di tutte. E costava cara, come ricorda un antico documento del monastero di Camaldoli, nel quale uno speziere benedettino giustificò la spesa sostenuta “per acquistare la triaca in su la fiera di Vinegia”. I trocisci di teriaca (precursori delle moderne pastiglie) venivano confezionati seguendo le antiche regole di Galeno (129-199) i cui insegnamenti fecero scuola tra medici e farmacisti fino al Rinascimento.

La prima regola da seguire era il rispetto degli influssi astrali. La carne essiccata di vipera arrivava dalle femmine dei rettili catturati poco dopo il risveglio invernale sui Colli Euganei. Oltre al veleno, si doveva stare attenti a non utilizzare le vipere gravide. I veneziani uccisero talmente tanti rettili che sui Colli Euganei, nel giro di qualche decennio, le vipere scomparvero. Gli speziali le cercarono allora sui colli vicentini, poi su quelli veronesi e anche in Friuli. E quando i rettili velenosi non si trovarono più, misero in piedi anche allevamenti artificiali.

La teriaca veneziana era la più apprezzata. Quella prodotta in altre zone e considerata falsa, veniva gettata in modo plateale dal ponte di Rialto. Il miracoloso antidoto veniva esportato in Spagna, Francia, Germania, Grecia, Turchia e Armenia, sigillato in apposite confezioni e accompagnato da documenti che attestavano l’autenticità del prodotto.

Per raggiungere il massimo dell’efficacia, la teriaca doveva maturare per almeno 6 anni. Ma la medicina si poteva utilizzare fino a 36 anni dopo la data di preparazione. Si assumeva stemperata nel vino, nel miele o nell’acqua. Le classi abbienti usavano avvolgerla in una foglia d’oro. Andava però presa dopo aver purgato il corpo. I medici, che controllavano il lavoro degli speziali, sostenevano che dovesse essere utilizzata nei mesi caldi solo per casi molto urgenti. Meglio ingerirla in autunno, in inverno e in primavera. Il dosaggio variava, a seconda della gravità della malattia e dell’età del paziente, da una dramma, equivalente a 1,25 grammi, a mezza dramma.

La leggenda e la fortuna dell’antidoto buono per tutte le malattie durarono per secoli, fino all’età moderna. La teriaca continuò ad essere confezionata a Bologna nel corso del 1796 e a Venezia fino alla metà dell’Ottocento. A Napoli, nel 1906 veniva ancora prodotta e venduta secondo le antiche ricette.

Virginia Valente

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