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Category Archives: Inghilterra

La rivolta di Santa Scolastica a Oxford

Scena in taverna da un manoscritto del secolo IVX, British Library

“Una birra amara” chiede Walter Spryngeheuse all’oste della taverna Swindlestock, a Oxford.

E non immagina quanto sarà amara, quella birra: 93 morti, una vera e propria guerra civile e una faida destinata a durare 600 anni. Decisamente la birra più amara della storia.

È il 10 febbraio 1355, festa di Santa Scolastica da Norcia, sorella di San Benedetto, padre del monachesimo occidentale, custode del patrimonio culturale negli anni più oscuri del Medioevo. Sarà proprio lei a dover associare il suo nome al peggiore scontro del millennio tra mondo della cultura e società civile.

“Questa birra fa schifo!” esclama Walter rovesciandola sul bancone. “Dammene un’altra”.

Avete presente quando si dice “Oxford”? Eccola, la proverbiale signorilità degli studenti della più antica università anglosassone e la più prestigiosa del Regno Unito.

Centro di studio e insegnamento sin dal 1096, la cittadina aveva visto espandere sempre più i suoi college dopo che Enrico II aveva vietato agli inglesi – nel 1167 – di iscriversi all’Università di Parigi. Per favorire la crescita dell’Ateneo il re aveva concesso ogni sorta di privilegi agli accademici e gli irrequieti studenti arrivati da ogni angolo d’Europa avevano finito per entrare in conflitto con gli abitanti del piccolo villaggio, che mal sopportavano le loro intemperanze.

Nel 1209 due ragazzi erano stati addirittura giustiziati per aver ucciso una paesana, ne era seguita una rivolta degli studenti e scontri con la cittadinanza che avevano portato alla fuga in massa di buona parte degli accademici; l’Università era stata smantellata per un breve periodo, per tornare poi più grande, forte e tutelata di prima.

Santa Scolastica da Norcia (qui in un affresco nella chiesa del cimitero, a poca distanza dal centro storico di Norcia) si ricorda il 10 febbraio, giorno dela sua morte

Un secolo e mezzo dopo quegli eventi la tensione tra città e toga (town and gown dicono gli inglesi) ha raggiunto il culmine. Gli universitari si sentono i padroni della città: sono i figli dell’aristocrazia in un villaggio di bifolchi, la futura classe dirigente circondata da gente ignorante e ordinaria. Loro sono i principi di Oxford, i pupilli del re e godono di privilegi che i cittadini nemmeno se li sognano. E poi viaggiano tanto, studiano tutto il giorno e quando arriva la sera voglio divertirsi, fare un po’ di casino e gustarsi una birra come si deve, non questa schifezza che ha appena servito John Croidon.

“Ehi, Roger, vieni qui!” chiama Walter.

Mentre l’oste versa un altro boccale al collega, Roger de Chesterfield si fa largo tra gli ubriaconi che affollano la fumosa taverna, si siede al bancone e lascia andare un rutto imponente e maestoso come il ruggito di un leone. Proprio sulla faccia di Croidon.

“Una coppa anche per il mio amico” fa Walter con la voce strascicata di chi, di birre, ne ha bevute già troppe. “Questo posto è una latrina!” esclama Roger sprezzante. “Ecco perché ci galleggiate così bene, voi due!” ribatte l’oste.

“E questa qua non è birra, è piscio di maiale!” urla Walter lanciandola addosso dell’oste. “Tu che ne pensi, Roger?”. Quello prende un sorso dalla sua coppa e poi la sputa sulla faccia di John. “Hai ragione, Walter: è proprio piscio di porco!”.

Le coppe sono vuote, ma la misura è colma. “Adesso basta! Fuori dal mio locale, pezzi d’asino!” grida Croidon. “Come ti permetti di rivolgerti in questo modo, razza di bifolco? Noi siamo studenti del college, non i caprai a cui sei abituato!”. “Se non ve ne andate subito vi abituerete voi ai miei calci nel sedere! Tornatevene al…” ma non fa in tempo a finire la frase perché gli arriva un pesante destro sul mento. Alzato uno sguardo pieno di odio sull’aggressore, John estrae il coltellaccio che tiene sotto il bancone e si avventa contro Walter; un attimo dopo Roger gli è addosso. Due astanti intervengono in soccorso dell’oste e altri tre studenti si buttano nella mischia per difendere i colleghi. In pochi minuti la bettola è tutto un frullare di cazzotti, calci, sedie spaccate su schiene curve, sangue e sputi. Qualcuno chiama soccorsi, chi tenta di mettere pace si guadagna un pugno e poi una coltellata. Un uomo è a terra. No, sono due, anzi tre. Quattro. Cinque. È una carneficina. Che dura tutta la notte. Arrivano gli sbirri e arrestano i facinorosi. Ma quando si trovano di fronte Roger e Walter devono alzare le mani e lasciarli andare. I due studenti escono tranquillamente dalla bettola baldanzosi, con i vestiti strappati ma l’aria fiera. Walter si ferma sulla porta, si asciuga il sangue che gli cola dal naso, e guarda sprezzante John e i suoi amici che vengono portati via dalle guardie. “Mi dispiace – dice ridendo – ma noi siamo Oxford, e voi non siete niente!”.

Un’epigrafe ricorda l’ubicazione della storica taverna di Oxford (foto: Tony Holding)

Al mattino la notizia arriva al sindaco John de Bereford. Tutti vogliono che i due studenti vengano puniti, ma lui non può farlo: l’Ateneo non è sotto la sua giurisdizione e gli accademici godono di speciali privilegi che li rendono sottoposti direttamente alla Corona: l’unico che può ordinarne l’arresto è il cancelliere dell’Università Humphrey de Cherlton. Ed è ciò che gli chiede di fare de Bereford, ma il Rettore fa orecchi da mercante, prende tempo, non si muove. D’altra parte come potrebbe proprio lui andare contro coloro che, anche se in modo indegno, rappresentano comunque la sua potente università? Non importa chi ha cominciato la rissa: un oxfordiano è un oxfordiano e ha ragione anche quando ha torto.

Intanto la situazione è degenerata fino ad arrivare alla guerra civile: gli abitanti di Oxford decidono di farsi giustizia da soli e vanno a caccia dei due facinorosi, ma il corpo studentesco si schiera in blocco a difesa dei colleghi e passa al contrattacco: 200 universitari si lanciano all’assalto del Comune e aggrediscono lo stesso sindaco. La reazione è durissima: persino dalle contrade vicine i contadini si riversano in città per dare man forte agli abitanti al grido di “Havoc! Havoc! Smyt fast, give gode knocks!” (“All’assalto! All’assalto! Colpisci veloce, colpisci bene!”).

Il massacro va avanti per due lunghissimi giorni, finché il College non è costretto a capitolare. Il bilancio è pesantissimo: 93 morti, di cui 63 studenti universitari e 30 residenti.

Sconfitti sì, ma impuniti. Perché se è vero che gli universitari hanno ragione anche quando hanno torto, è vero pure che vincono anche quando perdono: il governo mette infatti fine alla disputa intervenendo a favore dell’ateneo con un nuovo decreto che garantisce ulteriori tutele e privilegi alla popolazione accademica. A memoria delle violenze subite dagli studenti, poi, ogni 10 febbraio il sindaco e i consiglieri della città dovranno marciare a capo scoperto per le vie cittadine e pagare all’università una multa di un centesimo per ogni studioso ucciso, per un totale di 5 scellini e 3 penny.

L’edificio che ospitò Swindlestock Tavern, all’incrocio tra Queen Street e St. Aldates Street è ora sede di una banca

Le tensioni tra Comune e ateneo continueranno a covare sotto la brace per secoli ma nessun episodio di sangue si ripeterà mai più. Quanto al rituale delle scuse e del dazio, proseguirà ogni anno per 470 anni: nel 1825, infatti, il sindaco si rifiuterà di prendervi parte chiudendo così la tradizione.

Per un’autentica pacificazione bisognerà aspettare invece il 10 febbraio del 1955, quando in occasione del 600º anniversario, la commemorazione dei moti studenteschi di Santa Scolastica fornirà l’occasione per un’ideale riconciliazione suggellata da due atti simbolici: l’Università di Oxford assegnerà al sindaco un titolo onorifico, mentre l’autorità cittadina conferirà al vice-cancelliere la cittadinanza onoraria.

Quanto alla taverna della discordia, esiste ancora; anche se nel frattempo è diventata una banca: nell’edificio che ospitava Swindlestock Tavern a Carfax, all’angolo tra via St. Aldates e Queen Street, oggi trova infatti posto la sede della spagnola Santander Bank.

Arnaldo Casali

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La Magna Charta

Giovanni Senzaterra raffigurato in un documento del secolo XIV (Cott. Claude D2. F.113) conservato nella British Library di Londra

Lo chiamavano “Lack Land”, Senzaterra, perché era l’unico, tra gli otto figli del re, ad essere rimasto senza titoli né possedimenti. Giovanni, ultimogenito di Enrico II e Eleonora d’Aquitania, nato a Oxford il 24 dicembre del 1167, fu re d’Inghilterra dal 1199 al 1216.

È passato alla storia come il sovrano che otto secoli fa, il 15 giugno 1215, concesse ai baroni inglesi la Magna Charta, durante una solenne cerimonia che si tenne all’aperto, su un prato, a Runnymede, una piccola località a pochi chilometri da Londra.

Giovanni visse l’atto come una imposizione “disonorevole”. Fece di necessità virtù e sposò la “realpolitik” in un momento di grave debolezza della corona.

Il sovrano plantageneto era appena stato sconfitto dal re di Francia Filippo Augusto nella battaglia di Bouvines (1214) dopo la quale aveva perso tutti i suoi possedimenti fuori dall’Inghilterra. E era uscito sconfitto anche dal braccio di ferro che già a partire dal 1207 aveva ingaggiato con il papa riguardo all’elezione dell’arcivescovo di Canterbury.

I nobili, obbligati a finanziare con pesanti tasse la guerra contro la Francia, si ribellarono e rifiutarono di confermare la loro fedeltà al sovrano. Chiesero di ridiscutere i diritti feudali che regolavano i rapporti con la corona. Giovanni fu costretto a trattare per ricomporre la grave crisi che rischiava di travolgerlo.

La Magna Charta Libertatum, ratificata il 15 giugno 1215 dal re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra

Nella Magna Charta Libertatum furono sanciti una serie di limiti precisi al potere del sovrano che impedivano alla monarchia inglese di degenerare nell’assolutismo. Di fatto, si stabiliva che anche il re doveva rispondere alla legge. I sudditi erano sottoposti alla sua autorità ma non più al suo arbitrio.

Il documento, considerato il primo atto sottoscritto a garanzia delle libertà individuali, ancora oggi è considerato un elemento fondante del moderno stato di diritto. La storiografia liberale ne ha fatto l’atto di nascita della democrazia inglese: una svolta storica, che negli anni e nei secoli successivi, aprì la strada alla monarchia costituzionale e alla affermazione della sovranità del parlamento in tutte le nazioni che in seguito adottarono il modello britannico.

Fu chiamata, in senso letterale, “grande carta” per via della lunghezza del testo. L’accordo su cui Giovanni appose il suo sigillo si rivolgeva “ai fedeli sudditi del re”. Naturalmente, nell’Inghilterra del 1215, gli “uomini liberi” non erano tutti i cittadini. La “grande carta delle libertà” riguardava quindi solo i nobili (conti e baroni), l’alto clero (arcivescovi, vescovi e abati) e i funzionari dello Stato (ministri, giudici, guardiani delle foreste e sceriffi). I servi, che rappresentavano la maggior parte degli abitanti del regno, erano esclusi dalla lista regale: tutti coloro che lavoravano la terra “appartenevano” infatti ai grandi signori proprietari dei latifondi e non godevano di nessuna libertà.

Il documento, in 63 clausole di contenuto specifico, accolse molte richieste dei vassalli. In particolare, stabilì che per decidere l’istituzione di ogni nuova tassa si sarebbe dovuto convocare ogni volta il “Consiglio comune del regno”, un “parlamentum” formato dagli arcivescovi, gli abati, i conti e i maggiori baroni.

Un disegno che illustra il momento della firma della Magna Charta

Venne stabilito il diritto di successione ereditaria dei feudi, il diritto dei baroni a ribellarsi al re di fronte a una “evidente ingiustizia” e l’abolizione di ogni forma di monopolio. Il re non avrebbe più potuto imprigionare gli aristocratici senza prima un processo. In particolare, l’Habeas Corpus prevedeva che “nessun uomo libero sarebbe stato imprigionato o privato dei propri beni se non a seguito del giudizio da parte dei suoi pari o secondo le leggi del Regno”. Fu anche stabilita la regola della proporzionalità della pena rispetto alla gravità del reato. Una apposita clausola chiarì che la Chiesa era libera dall’interferenza del governo. Furono emanate anche una serie di disposizioni che condannavano la corruzione e il malgoverno da parte di pubblici ufficiali. Una speciale legge, detta “della foresta”, abolì i demani regi creati sotto il regno di Giovanni insieme alle multe comminate ai trasgressori. A tutti i mercanti, esclusi quelli provenienti da paesi in guerra con il re, fu concesso il diritto gratuito di ingresso e di uscita dal paese. Altri articoli regolarono molti aspetti della vita quotidiana dalla adozione di identiche misure per la birra, il vino e il grano, fino alla confezione standardizzata delle stoffe, ai prestiti contratti con gli ebrei e al diritto di non risposarsi da parte delle vedove che possedevano delle proprietà. Subito dopo l’accordo, numerose copie della Magna Charta furono inviate agli sceriffi delle varie contee e ai vescovi per chiarire quali fossero le nuove regole della monarchia.

Lo storico documento ebbe però una vita molto breve.

Giovanni Senzaterra dona il suo regno alla Chiesa davanti al legato di papa Innocenzo III (Musei Vaticani)

Giovanni Senzaterra lo considerò un atto estorto con la forza. E si appellò a papa Innocenzo III. Il pontefice, che pure in un primo momento aveva dato il suo assenso al documento, dopo appena dieci settimane, il 24 agosto 1215, emanò una bolla nella quale dichiarò la Magna Charta illegittima. Il papa minacciò di scomunica i firmatari dell’accordo e parlò di “illegalità, ingiustizia, danno per i diritti reali e vergogna per il popolo inglese”. Innocenzo ricordò di essere lui stesso, in qualità di papa, il signore feudale dell’Inghilterra e dell’Irlanda, le cui terre erano state cedute prima a San Pietro e poi concesse di nuovo come feudo al regno inglese al costo di mille marchi l’anno. La risposta dei baroni fu altrettanto dura. La crisi politica del regno riesplose con virulenza e degenerò presto in una vera e propria guerra civile: i nobili invocarono l’intervento del figlio del sovrano Filippo II di Francia, Luigi, che invase l’Inghilterra e fu proclamato re dai nobili nel maggio 1216. Quello stesso anno, il 18 ottobre 1216, Giovanni morì di dissenteria nel castello di Newark nel Nottinghamshire e sul trono conteso d’Inghilterra, sotto la tutela di Guglielmo il Maresciallo, salì suo figlio Enrico, che aveva appena 9 anni. La corona cercò un nuovo accordo con i baroni. La Magna Charta fu riconfermata con alcune modifiche nel 1225 dal nuovo re d’Inghilterra Enrico III, in cambio dell’assicurazione sulla sicurezza della tassazione da parte di tutte le località del Regno. Con il nuovo sovrano il “parlamento” diventò una assemblea di tipo giudiziario, sottoposta al controllo dei funzionari regi. Edoardo I, nel 1297, confermò la Magna Charta che da allora diventò una delle leggi fondanti del regno.

Dal “Consiglio comune del regno” derivò il Parlamento inglese, che nel Trecento si divise in due Camere, la Camera Alta o Camera dei Lord, nella quale sedevano i nobili e il clero e la Camera Bassa o Camera dei Comuni, riservata ai rappresentanti degli altri ordini sociali.

Magna Carta Cum Statutis, ca. 1325, conservata nella Harvard Law School library

Nella attuale legislazione inglese sono ancora in vigore 3 articoli della Magna Charta: l’articolo 1 che garantisce la libertà ed i diritti della Chiesa Anglicana; l’articolo 13 che riconosce i diritti già esistenti alla città di Londra (l’odierna City) e alle altre città; l’articolo 39, che impedisce misure punitive quali l’arresto, la detenzione e l’esilio, per gli uomini liberi se non dopo un regolare processo da tenersi davanti ad una giuria composta dai “pari” dell’imputato.

Solo 4 copie del documento conformi all’originale sono giunte fino a noi. Due sono conservate nella cattedrale di Salisbury e nella British Library.

A Runnymede, dove Giovanni Senzaterra nel 1215 si piegò alla volontà dei baroni, due monumenti, entrambi associati agli Stati Uniti, ricordano lo storico avvenimento. Il primo fu edificato 1957 dalla American Bar Association, la più importante associazione di avvocati e studenti di legge degli Usa. Il secondo fu eretto nel 1965 dal governo inglese in memoria del presidente John Fitzgerald Kennedy su un’area che il governo britannico donò agli Stati Uniti, come omaggio al paese americano che vede nella Magna Charta l’atto fondante della sua Dichiarazione d’Indipendenza, della Costituzione e del “Bill of Rights”.

Federico Fioravanti

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Il primo Parlamento d’Inghilterra

Il palazzo di Westminster al tramonto.

Il primo parlamento d’Inghilterra, ironia della sorte, nacque soprattutto per volontà di un francese, Simone V di Montfort, sesto conte di Leicester, visto a lungo dalla corte inglese e da molti nobili britannici come un ambizioso “parvenu”.

Era il 20 gennaio 1265. Un giorno passato alla storia: perché nei tre regni delle isole britanniche c’erano stati altri parlamenti ma nessuno era mai stato elettivo. Guglielmo il Conquistatore nel 1066 aveva introdotto sull’isola l’usanza normanna del “consiglio del re” al quale partecipavano feudatari e uomini di chiesa. Già nel 1215 Giovanni Senzaterra era stato costretto a concedere ai baroni la Magna Carta, considerata la radice delle moderne costituzioni parlamentari e delle libertà individuali: il patto scritto stabiliva che il sovrano non poteva esigere tasse, se non quelle feudali, senza un via libera del consiglio regale. Nel solenne contratto venivano riconosciuti diritti reciproci. Ma la parola parlamento in Inghilterra arrivò più tardi: comparve per la prima volta nel 1248 per designare un’assemblea di baroni sia ecclesiastici (vescovi e abati) che laici (espressione della corona).

Il 20 gennaio 1265, per la prima volta, l’assemblea era veramente elettiva. Nel Palazzo di Westminster si riunirono i membri dell’aristocrazia e del clero ma anche i rappresentanti delle contee e dei cosiddetti “borough”, i più importanti centri fortificati della nazione. Il diritto di voto fu esteso a tutti coloro che possedevano terra per una rendita di 40 scellini. Nei comuni la scelta dei rappresentanti variò a seconda del singolo municipio perché ogni località pretendeva di adottare un suo specifico metodo di elezione. L’assemblea non fu approvata dal re, Enrico III, figlio primogenito di Giovanni Senza Terra e della contessa Isabella d’Angoulême. Ma il sovrano era nelle mani dei nobili, in senso letterale: prigioniero, insieme a suo figlio, il principe Edoardo, di Simone V di Montfort (1209–1265) che per 18 mesi, dal 1264 fino alla sua morte nella battaglia di di Evesham fu, di fatto, il signore d’Inghilterra.

Effigie di Simone V di Montfort nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Eppure Simone era stato uno dei nove padrini al battesimo del principe ereditario. E soprattutto era il marito della sorella del re. Nel gennaio del 1238 aveva infatti sposato la sedicenne Eleonora Plantageneto.

Il matrimonio fece scandalo perché la ragazza aveva appena fatto un solenne voto di castità perenne. Seppur giovanissima, era già vedova: era stata data in sposa a soli 10 anni al trentacinquenne Conte di Pembroke, figlio di Gugliemo il Maresciallo, tutore di Enrico III e reggente della corona. Senza marito e ancora adolescente, Eleonora era destinata al convento. Ma Simone la sedusse e la sposò in segreto. Enrico III, di mala voglia, accettò il fatto compiuto, tra le altissime proteste della nobiltà inglese che chiedeva di dire la sua, come prevedevano le regole del tempo in occasione di un matrimonio così importante. E anche perché un nobile di non così alto lignaggio diventava, di colpo, potente più di loro.

Anche Edmondo Rich, arcivescovo di Canterbury, tuonò contro le nozze e chiese di inficiarle per il voto di castità calpestato così in fretta. Ma la determinazione della giovane Eleonora ebbe la meglio. La ragazza, innamorata del nobile Simone V di Montrfort, non aveva nessuna intenzione di passare il resto dei suoi giorni in preghiera. Così partì per un pellegrinaggio a Roma: fu ricevuta dal papa e riuscì ad ottenere in fretta la dispensa che annullava il precedente voto di castità. Quel matrimonio fu comunque felice: nacquero sette figli che svolsero un ruolo di primo piano nelle successive vicende della storia inglese.

Enrico III ritratto in marmo nella cattedrale di Salisbury.

L’asprissima lotta di potere tra i sovrani inglesi e i baroni del regno veniva da lontano. Enrico III era salito sul trono a soli nove anni. Suo padre, sul letto di morte l’aveva affidato a un tutore speciale: Guglielmo il Maresciallo, il più celebre dei cavalieri inglesi. Quando il reggente morì, il giovane re si tuffò nell’agone politico ma si trovò subito di fronte a grandi difficoltà. Tentò più volte, invano, di riconquistare alcune delle terre francesi che erano appartenute a suo nonno Enrico II Plantageneto. E sul più ampio tavolo europeo si impegnò a sostenere sia dal punto di vista economico che militare, le imprese politiche del papa Alessandro IV. Ma non riuscì a mantenere gli impegni. E a pagare i tanti debiti che aveva contratto. Così quando il pontefice lo minacciò di scomunica, Enrico III fu costretto a chiedere l’aiuto dei baroni del regno. Quell’assistenza, come succede sempre, non fu gratuita.

I baroni avevano sperimentato il governo dell’aristocrazia durante la minorità di Re Enrico. E alcuni “parlamenti” con un sovrano indebolito dalla reggenza, si erano riuniti più volte, come conferenze a partire dal 1246.

Il peso della potente burocrazia di corte voluta dai sovrani Plantageneti stava stretta ai baroni che di tanto in tanto chiedevano, inascoltati, di ripristinare la Magna Charta. Nell’aprile del 1258 si giunse alla rottura: i baroni costrinsero Enrico III ad accettare una nuova forma di governo che venne esposta nelle disposizioni decise durante quello che fu definito il “Mad Parliament”, il “Parlamento pazzo” di Oxford, il luogo che fu teatro del braccio di ferro tra i nobili e la corona.

Il potere del regno passò a un Consiglio privato di 15 membri che poteva sorvegliare e supervisionare l’amministrazione locale, le nomine ministeriali e la custodia dei castelli reali. I giuramenti di fedeltà dovevano essere prestati sia al re che al Consiglio privato. Venne limitata la presenza degli stranieri nella burocrazia e fu ripristinata la carica di Gran Giustiziere che stava molto a cuore ai baroni. Fu stabilito anche che il Parlamento si dovesse riunire tre volte l’anno per monitorare l’operato di quello che apparve come un direttorio.

Il re era ancora sotto tutela. L’accordo non poteva durare. E infatti non durò. Già l’anno successivo le divergenze tra Enrico III e il più autorevole dei baroni, suo cognato Simone V di Montfort, si acuirono. Finché si arrivò allo strappo: nel maggio del 1262 il re annunciò di non riconoscere più gli Statuti di Oxford. Poco dopo i baroni riuscirono a rimetterli in vigore ma il sovrano li abolì di nuovo dopo qualche mese.

Qualunque trattativa apparve allora inutile. La parola passò alle armi. E l’Inghilterra visse una sanguinosa guerra civile. In una decisiva battaglia combattuta a Lewes nel 1264, le truppe dei baroni ribelli fecero prigionieri il re Enrico III d’Inghilterra, suo figlio, il futuro, Edoardo I d’Inghilterra e anche Riccardo di Cornovaglia, fratello del sovrano.

Simone V di Montfort assunse il governo del regno e il 20 gennaio 1265, convocò il primo Parlamento d’Inghilterra che decretò senza l’assenso del re. Ma i baroni non rimasero uniti. Gilberto di Clare, VII conte di Gloucester lasciò i nobili e tornò nel campo del re. La sua diserzione permise al sovrano di scappare dalla prigione nella quale era stato rinchiuso. Simone allora chiamò a sé i Llywelyn, i signori delle Marche Gallesi che in cambio dell’appoggio del loro esercito chiesero il titolo di principi di Galles e tutti i guadagni che fossero venuti dalla campagna di guerra. Molti baroni non erano d’accordo. Simone invece accettò l’intesa ma perse altri seguaci. Tra alterne e sanguinose vicende, si giunse allo scontro decisivo. Un massacro che cambiò la storia d’Inghilterra: la battaglia di Evesham.

Le forze del re erano il doppio di quelle di Simone V di Montfort. Oltretutto Llywelyn e i suoi gallesi disertarono all’ultimo minuto. L’esercito dei baroni si trovò presto stretto in una tenaglia. Molti baroni che volevano arrendersi furono comunque uccisi. Quasi nessuno venne preso prigioniero in vista del pagamento di un riscatto: la pratica, che fino ad allora era comune in quasi tutte le battaglie, non venne seguita.

Il Parlamento inglese di fronte a re Edoardo in una miniatura del 1300.

La posta in gioco era troppo alta e la strada della pietà non era contemplata. Fu un bagno di sangue. Simone di Montfort e suo figlio Enrico, battezzato con quel nome in onore di suo zio il re, vennero uccisi e i loro cadaveri furono orrendamente mutilati. Tutti i ribelli furono privati delle loro proprietà. Nell’autunno del 1266 le ultime sacche della resistenza dei baroni furono di fatto eliminate.

La famiglia reale riprese il comando dell’Inghilterra. Un nuovo Parlamento, convocato a Marlborough (1267) promulgò alcune delle riforme volute dai baroni che furono attuate negli ultimi anni del regno di Enrico III. Ma già allora il potere venne esercitato dal figlio maggiore Edoardo, che poi diventerà re con il nome di Edoardo I.

Il nuovo sovrano convocò un altro Parlamento nel 1295. Fu chiamato “Model Parliament” perché fu il modello di tutte le successive assemblee. A partire dal cinquantennale regno di Edoardo III (1312-1377), il Parlamento inglese fu diviso in due camere separate: una includeva la nobiltà e l’alto clero, l’altra comprendeva i cavalieri e i cittadini. Nessuna legge poteva essere promulgata né alcuna tassa imposta senza il consenso dei due organi parlamentari.

Poi, a partire dal XV secolo una consuetudine si trasformò in norma: divenne usuale che il Parlamento, prima di approvare la tassazione proposta dal sovrano, presentasse alla corona una serie di doglianze. Il re non solo aveva solo l’obbligo di ascoltarle, ma spesso era tenuto ad accoglierle se voleva che la tassa proposta fosse approvata. Grazie a questo meccanismo l’istituzione parlamentare inglese si trasformò da organo di consultazione in organo di controllo.

Federico Fioravanti

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Plantageneti, un nome di fiore per 14 re

Goffredo Il Bello in una raffigurazione conservata alla Bibliothèque nationale de France

Plantageneti. Si chiamarono così quattordici re d’Inghilterra. La dinastia, compresi i rami cadetti di Lancaster e York, regnò in modo ininterrotto per 331 anni (1154-1485).

L’ultimo sovrano fu Riccardo III, che Shakespeare, nel suo celebre dramma, volle deforme e malvagio. Torna alla mente quel verso disperato, strozzato in un grido, quando il re è solo, sconfitto e ormai vicino alla morte: “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”.

È curioso pensare che le bizze di un altro destriero e un altro regno popolarono uno dei tanti, mitici racconti sulle origini della dinastia.

In Francia, secondo una leggenda, nella lontana estate del 1127 fu proprio un cavallo, lanciato al galoppo e imbizzarrito dal rumore di un tuono, a trascinare in un burrone il quattordicenne conte Goffredo d’Angiò, detto “Il Bello” (1113 -1151) per via della sua riconosciuta avvenenza.

Fu questione di un attimo: “Le Beau” si aggrappò a un arbusto di ginestra che sporgeva sull’orlo del dirupo mentre l’animale precipitava nel vuoto. I rami forti e le radici ben salde della pianta selvatica salvarono la vita al “giovin signore”. Goffredo rimase penzolante sull’abisso fino a quando i suoi compagni di cavalcata lo tirarono fuori. Quella sera, al Castello di Angers, si parlò a lungo del miracoloso episodio. E fu festa grande per l’erede dell’antichissima casata originaria del Gâtinais, “la terra delle mille radure” dell’Île-de-France, che però, già dal IX secolo aveva preso possesso dell’Angiò (Anjou) a cui poco dopo seguirà la confinante contea del Maine.

Goffredo, attento ai segni del destino, volle ogni giorno un fiore di ginestra sul suo cappello. E i suoi figli, e i figli dei suoi figli, furono ricordati con il nome dell’arbusto miracoloso: “planta genét”, la “pianta della ginestra”.

Goffredo V, il primo dei Plantageneti, appena un anno dopo dopo si lasciò guidare dalla ragione di Stato che animava suo padre Folco, detto “Il Giovane” e sposò Matilde (1102–1167), la figlia di Enrico I d’Inghilterra che aveva ben undici anni più di lui e che era già vedova di Enrico V di Franconia, imperatore del Sacro Romano Impero. Matilde portava però in dote il vasto e strategico ducato di Normandia. E di conseguenza, anche una importante ipoteca, che segnò il destino dell’Europa, di qua e di là dalla Manica, per i secoli a venire: un figlio maschio, nato dal matrimonio, sarebbe salito al trono come re d’Inghilterra. Così avvenne. Matilde, detta Maud, ebbe tre figli. Il primogenito, Enrico II, diventò il re francese delle isole britanniche e diede inizio alla dinastia dei Plantageneti.

La stirpe reale, tra vicende alterne e drammatiche, governò un vastissimo territorio che oltre all’Inghilterra e ai diritti feudali vantati su Galles, Scozia e Irlanda orientale, comprendeva la Normandia, la Guascogna e l’Aquitania. Anche se, a partire dal 1206 perse proprio l’antica contea di Angiò che passò al re di Francia. Per il loro stemma i Plantageneti del ramo Lancaster non scelsero la ginestra così amata dall’avo Goffredo V. Vollero un altro fiore, più nobile: una rosa rossa. Anche i parenti del ramo York scelsero una rosa. Ma la vollero bianca, per marcare una differenza che continuava a profumare d’odio. La lunga contesa tra i due rami dell’antica casata per la successione al trono d’Inghilterra, venne ricordata come la “Guerra delle Due Rose”: un feroce conflitto che nel 1485 porterà sul trono inglese un’altra dinastia, quella dei Tudor.

I territori dei Plantageneti nel XII secolo

I vasti e importanti possedimenti dei Plantageneti in terra di Francia, condizionarono per più di un millennio, fino alla “Entente Cordiale” dell’8 aprile 1908, i rapporti di forza e la politica estera di Francia e Gran Bretagna. Quella “amichevole intesa” mise fine a secoli di battaglie e infiniti contrasti che videro protagonisti i Plantageneti soprattutto nella cosiddetta “Guerra dei Cent’anni”. Il famoso conflitto durò, anche se in modo non continuativo, la bellezza di 116 anni. Si concluse con la cacciata degli inglesi dal continente. La Francia, di fatto, raggiunse allora il suo attuale assetto geopolitico, a parte la città di Calais che tornò sotto il governo di Parigi soltanto nel 1558.

I Plantageneti modificarono in modo profondo la civiltà inglese. Anche per via del loro rapporto con la terra d’origine, intessuto dagli interessi, dal sangue e dal rispetto degli onori feudali. Enrico II e gli altri re dopo di lui, potenziarono l’organizzazione amministrativa già perseguita dai precedenti re Normanni. E insieme a una forte burocrazia, crearono un governo centrale che diventerà il cardine su cui poggia ancora l’Inghilterra moderna.

Quanto alla ginestra e alla storia di Goffredo V caduto da cavallo, forse non andò proprio così. Perché già Enrico II, quando prese in moglie Eleonora d’Aquitania, ripudiata dal suo primo marito, il re di Francia Luigi VII, sentì il bisogno di suggerire a un chierico di Caen che si chiamava Robert Wace, la stesura di un altro, fantastico racconto che nobilitasse il lignaggio della famiglia insieme al suo giovane trono di Britannia.

Così, insieme alla leggenda dei Plantageneti si diffuse anche il mito di re Artù. Wace dedicò il “Roman de Brut” nel 1155 alla regina Eleonora. Come traccia della storia, pescò a piene mani nelle leggende locali e nella interessante cronaca latina “Historia Regum Britanniae” di Goffredo di Monmouth (1135 ca.) che adattò in lingua francese, o meglio nel dialetto anglo normanno che parlavano sia Enrico II che sua moglie. Il chierico ripercorse la leggendaria saga di un eroe, Bruto, nipote di Enea, scampato alla guerra di Troia, esiliato nella Britannia a cui diede non solo il nome ma anche una progenie di gloriosi re, tra i quali comparve anche il grande e saggio Artù, modello del monarca ideale sia in pace che in guerra. Wace fu anche il primo cantore della Tavola Rotonda e il primo a nominare Excalibur, la mitica spada del re.

Nel libro, il destino di Artù anticipava quello dei Plantageneti. Anche Artù, come Enrico II, regnava con Eleonora d’Aquitania sulla piccola e grande Bretagna, sulle isole britanniche e sulle terre dell’ovest della Francia. I Celti poi chiamavano la ginestra “balanos”. E l’aggettivo “belenos” in gallico voleva dire “Lo splendente”, lo stesso nome attribuito all’Apollo Celtico, giallo e luminoso come il fiore. Così, nel nuovo mito, i Plantageneti diventarono i figli dello “splendente Belenos”, il nome che su numerose armi celtiche era associato al grifone e al leggendario Uther Pendragon, il “monte di drago”, dispotico signore di Camelot e padre di Artù. Il nome Plantageneto dopo Enrico II non fu più esibito. Tornò in auge con Riccardo, duca di York, padre dei sovrani d’Inghilterra Edoardo IV e Riccardo III. Ma la tradizione associò l’epiteto a tutti i discendenti inglesi di Goffredo d’Angiò.

Riccardo “Cuor di Leone” e Filippo II di Francia ricevono le chiavi di San Giovanni d’Acri durante la terza crociata

Quattordici regni che lasciarono un segno. Enrico II (1154-1189) gettò le basi dello stato inglese. Riprese la lotta contro l’autonomia dei baroni, avviò una riforma giudiziaria di straordinaria importanza e tentò di limitare i privilegi della Chiesa, scontrandosi con l’arcivescovo Thomas Becket, antico amico e consigliere, assassinato dentro la cattedrale di Canterbury. Suo figlio, Riccardo I, detto “Cuor di Leone” (1189-1199) si ribellò al padre e lo sconfisse. La morte di Enrico II, avvenuta lo stesso anno, lo portò sul trono. Ma Riccardo decise di partire per la terza crociata: vendette le terre della corona, gli uffici e i vescovati e spese il tesoro accumulato dal suo predecessore. Durante la crociata, prese San Giovanni d’Acri e sconfisse il Saladino, ma non riuscì a conquistare Gerusalemme. Quando seppe che il fratello Giovanni voleva usurpare il trono, concluse una tregua con il sultano, rientrò in patria e stroncò la ribellione. Giovanni Senza Terra (1199-1216) quinto nella linea di successione di Enrico II, venne chiamato così perché non ebbe la sua parte nella divisione dell’eredità. Fu l’ultimo Plantageneto a vantare il titolo di conte di Angiò, a causa della sconfitta che subì a Bouvines dal re di Francia Filippo II Augusto, che in seguito lo privò anche di tutti i possedimenti a nord della Loira. Enrico III (1216–1272) figlio di Giovanni, divenne re a soli 9 anni. Sposò Eleonora di Provenza da cui ebbe cinque figli. Nove furono invece gli eredi di Edoardo I (1272–1307). Il suo successore Edoardo II (1307–1327) fu deposto dal Parlamento e costretto ad abdicare, prima di essere imprigionato e poi assassinato con un ferro rovente negli intestini nel carcere di Berkley. Edoardo III (1327–1377) allargò in regno con nuove conquiste in Francia e in Scozia e fu ricordato dai posteri come “fiore della cavalleria”. Riccardo II (1377–1399) imprigionato nella Torre di Londra, rinunciò alla corona e morì assassinato.

Sul trono d’Inghilterra salirono allora i Plantageneti del ramo Lancaster. La cerimonia di incoronazione di Enrico IV (1399–1413) fu la prima, dai tempi della conquista normanna, ad essere celebrata in lingua inglese. Enrico IV fu anche il primo sovrano inglese che permise il rogo per gli eretici. Suo figlio, Enrico V (1413–1422) regnò nove anni. Trionfò sui francesi nella battaglia di Azincourt e si fece nominare erede del trono di Francia. Ebbe anche il merito di evitare lo Scisma d’Occidente. Shakespeare ne ricordò in un dramma le tante virtù che ne fecero uno dei sovrani più popolari del Medioevo. Enrico VI Lancaster perse e riconquistò il trono in due distinti momenti (1422–1461 e 1470–1471). Divenne re d’Inghilterra a soli nove mesi, sotto la reggenza dello zio John, duca di Bedford. Alla morte del nonno Carlo VI (1422) ebbe anche la corona di Francia. Ma era affetto da squilibri mentali e sotto il suo regno l’Inghilterra perse i territori francesi, alla fine della Guerra dei Cent’anni.

Edoardo IV inaugurò l’era degli York. Salì anch’egli due volte sul trono. (1461–1470 e 1471–1483). Ossessionato dal potere fece uccidere suo fratello Giorgio, Suo figlio, il povero Edoardo V (1483) regnò per poco tempo: fu subito fatto imprigionare dallo zio Riccardo, duca di Gloucester che si proclamò re con il nome di Riccardo III (1483–1485). Con la sua morte nella battaglia di Bosworth finì, insieme alla “Guerra delle due Rose” anche la dinastia.

Nella loro lunga storia, i Plantageneti furono leoni o gattopardi, a seconda delle occasioni, come gli animali che apparivano in bella mostra sui loro blasoni. Quello di Goffredo” Il Bello” è il più antico stemma medievale che si conosca, insieme a un altro, esibito dal Siniscalco di Francia Raoul I di Vermandois. Il mitico fondatore della dinastia volle uno stemma con le immagini dei predatori che tanto affascinavano i Normanni. Prima di farlo disegnare chiese il permesso a suo suocero, Enrico I Beauclerc.

Il blasone (d’azzurro, a sei leoncelli d’oro) fu riprodotto sulla sua effige funeraria: conosciuta come lo “Smalto di Le Mans”, oggi è conservata nel museo dell’antica capitale della Contea del Maine, proprio nei luoghi dove, quasi 900 anni fa, nacque la leggenda dei Plantageneti.

Federico Fioravanti

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Thomas Becket, l’assassinio nella cattedrale

Il Martirio di Thomas Becket (1220 circa) nella ex chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Spoleto

Un assassinio dentro una cattedrale: la storia di Thomas Becket, santo martire dell’Inghilterra del XII secolo, avvince ancora l’uomo contemporaneo, di fronte ai temi eterni dettati da parole che attraversano ogni giorno la coscienza dell’individuo: libertà e potere, amicizia e tradimento, onore e dovere. L’arcivescovo di Canterbury fu ucciso a colpi di spada da quattro cavalieri durante i vespri del 29 dicembre 1170, forse per ordine del re Enrico II Plantageneto.

La notizia si sparse per l’Europa e colpì come poche altre l’immaginazione dell’uomo medievale. Il sovrano negò di aver voluto la morte dell’uomo che in giorni lontani era stato il suo migliore amico e confidente. E digiunò a lungo per mostrare alla corte e al mondo tutto il suo dolore. La fama di Becket e la sua terribile fine varcarono presto i confini delle isole britanniche. Appena due anni dopo, Papa Alessandro III lo proclamò santo nel corso di una solenne cerimonia celebrata nella città laziale di Segni. Al nuovo martire si attribuirono molti miracoli e la sua tomba diventò meta di incessanti pellegrinaggi. Tanto che Geoffrey Chaucer, padre della letteratura inglese, nel 1387 iniziò a scrivere i “Racconti di Canterbury”, ispirati al percorso di fede che veniva compiuto verso il luogo dove l’arcivescovo morì.

Le cronache sono concordi nel descrivere Becket come un uomo di grande abilità e prontezza di spirito. La sua carriera fu folgorante quanto il suo fascino. Nacque nel 1118 da una famiglia di nobili normanni, l’élite che ormai da cinquanta anni (battaglia di Hastings, 14 ottobre 1066) governava l’Inghilterra. Fu mandato, come tutti i giovani di buona famiglia, a studiare a Parigi, che allora era il centro culturale più importante d’Europa. Quando tornò a Londra, si impiegò a corte presso un contabile.

Ma un altro normanno, l’arcivescovo Teobaldo di Canterbury, lo notò e volle che diventasse un chierico e che completasse gli studi a Roma, a Auxerre e a Bologna, l’università più antica e importante d’Europa. Nel 1154 Thomas diventò arcidiacono della diocesi. La curia sembrava il destino della sua vita. Non andò così, perché l’energico Enrico II, monarca di nascita e lingua francese, si accorse di lui e in pochi mesi lo catapultò nei ranghi più elevati della corte. Thomas fu nominato cancelliere del regno e “unico consigliere del re” (1155). Presto Becket conobbe i sovrani di tutte le più importanti corti d’Europa, trattò con i nobili e i diplomatici, frequentò il papa e vinse anche una guerra contro il re di Francia Luigi VII, mostrando doti militari non comuni.

Per sette anni fu il vero braccio destro del sovrano, parafulmine di molte critiche, anche da parte della Chiesa e dei baroni che pure avevano salutato con favore la sua nomina. Becket, in quella fase della sua vita, fu un uomo di Stato, nel vero senso della parola. Lavorò insieme al suo re per creare una amministrazione centralizzata. Grazie alla profonda conoscenza del diritto romano, la corona inglese imprigionò la voglia di indipendenza dei potenti feudatari e ristabilì l’autorità della monarchia, compromessa nel precedente regno di Stefano di Blois. Insieme a Enrico II, Thomas governò un vasto territorio che andava dalla Scozia ai Pirenei. Diventò il custode del sigillo reale. Fu temuto e rispettato, come attesta la frase contenuta in una lettera che gli scrisse Pietro, abate di Troyes: “Chi non sa che voi siete secondo al re in quattro regni?”. Le cronache dell’epoca lo descrissero come un uomo di potere, a suo agio nel lusso e nella magnificenza della corte: abile falconiere, elegante, amante dello sfarzo, protagonista di proverbiali banchetti, quasi un “dandy” ante litteram, circondato dalla considerazione e dagli omaggi della corte.

La cattedrale di Canterbury in una foto della fine dell’Ottocento

Poi tutto cambiò, dopo la morte improvvisa del suo primo mentore, l’arcivescovo di Canterbury Teobaldo (1161). La più antica diocesi inglese, sede primaziale d’Inghilterra, aveva bisogno di una guida sicura. Soprattutto ne aveva bisogno Enrico II, che voleva il primate dalla sua parte per controllare e limitare il potere e i privilegi della Chiesa. Così il re Plantageneto candidò alla nomina il suo cancelliere. Anche i vescovi erano d’accordo, ad eccezione dell’arcivescovo di Londra che voleva per sé quella carica così importante. Thomas però, almeno all’inizio, non ne voleva sapere. Motivò il suo rifiuto con parole profetiche: “Se Dio mi permettesse di essere arcivescovo di Canterbury, perderei la benevolenza di vostra maestà e l’affetto di cui mi onorate si trasformerebbe in odio, giacché diverse vostre azioni volte a pregiudicare i diritti della Chiesa mi fanno temere che un giorno potreste chiedermi qualcosa che non potrei accettare, e gli invidiosi non mancherebbero di considerarlo un segno di conflitto senza fine tra di noi”.

Enrico insistette. Thomas continuò a declinare l’invito regale. Furono decisive le pressioni del cardinale Enrico di Pisa, nunzio apostolico del papa. Alla fine Becket accettò l’incarico e il 27 maggio del 1162 divenne l’arcivescovo di Canterbury. Il suo mandato iniziò con un gesto dal grande significato simbolico: si trasferì da Londra a Canterbury, quasi a rimarcare la distanza dalla corte. Abbandonò la sua vita di sfarzi, lasciò le vesti lussuose, vestì il cilicio e iniziò una quotidiana distribuzione di elemosine ai poveri. Nel giro di qualche mese, l’uomo di potere si trasformò in un pastore di anime. Il cambiamento fu repentino e totale. E presto il conflitto con Enrico II divenne inevitabile. Il sovrano rivendicava il diritto di giudicare i chierici e i monaci e di imporre tasse sui beni che la Chiesa destinava al sostentamento del clero, al culto e all’assistenza dei poveri. Soprattutto, il re voleva scegliere e nominare i vescovi, dai quali pretendeva un giuramento di vassallaggio, per il quale negava il diritto di appello al papa.

I contrasti con Becket deflagrarono in occasione delle cosiddette Costituzioni di Clarendon (1164), la prima dichiarazione legale della Common Law (Legge Comune) inglese. Erano il tentativo di codificare per iscritto antiche usanze e consuetudini feudali che andavano a beneficio del potere regale e che contrastavano con le posizioni ratificate dal diritto canonico e acquisite dalla Chiesa. Thomas sembrava favorevole alla firma. Ma quando lesse le Costituzioni nei dettagli, dichiarò apertamente il suo dissenso: “Nel nome di Dio onnipotente, non porrò il mio sigillo”. Quel no fu una dichiarazione di guerra verso la corona.

Una miniatura che raffigura una discussione tra Enrico II e Thomas Becket

Intervenne anche il papa, che provò a mediare per far riconciliare Thomas con il re. Alla fine Becket firmò le Costituzioni di Clarendon, ma volle che fosse inserita una clausola: “Salvo honore Dei“. Un apposito concilio, convocato a Northampton, discusse quella formula: “Ponendo in salvo i diritti di Dio”. La sottigliezza giuridica fece infuriare Enrico II. E il vecchio amico del sovrano diventò il primo nemico della corona. Scattarono le rappresaglie reali. Il re minacciò di deporre l’arcivescovo di Canterbury a cui chiese anche di restituire il denaro che aveva ricevuto quando svolgeva il ruolo di lord cancelliere del regno. Becket fuggì in Francia, per sollecitare di persona l’appoggio di papa Alessandro III, che in quel periodo aveva trovato anch’egli rifugio a Parigi a seguito di forti dissensi con il collegio dei cardinali. Le terre di Becket in Inghilterra furono confiscate e i suoi amici vennero perseguitati. La sede primaziale rimase vacante. Il pontefice iniziò una lunga trattativa con il re inglese per trovare una soluzione alla vicenda, che paralizzava i rapporti tra il regno e la Chiesa di Roma.

L’esilio di Becket, ospite in un monastero cistercense, durò sei anni. Lo accolse con interessata benevolenza anche il re Luigi VII, preoccupato della potenza di Enrico II, che già controllava un terzo del territorio francese e che voleva espandere i suoi domini anche nella contea di Tolosa. Il re d’Inghilterra venne di persona in Francia. Il 6 gennaio 1169 incontrò il sovrano francese e Becket a Montmirail, ma non ci furono passi avanti. L’anno dopo, a fatica, il primate e il re si accordarono per una sorta di riconciliazione, rimandando le loro dispute alle decisioni di un futuro concilio. Quando tornò a Canterbury, Thomas fu accolto con grande affetto dalla popolazione. Ma ormai per il re e per la corte era un pericoloso nemico. La goccia che fece traboccare il vaso fu la scomunica di Becket verso due vescovi vicini a Enrico II, deposti a seguito della incoronazione a “re congiunto” del figlio del sovrano “Enrico il Giovane” da parte dell’arcivescovo di York.

La leggenda riporta tutta la rabbia del sovrano contro l’antico confidente, in una celebre frase, urlata al culmine dell’ira, davanti ai cortigiani: “Chi mi libererà da questi preti turbolenti?”. Per quattro cavalieri della corte le parole di Enrico II diventarono un lasciapassare per l’atteso regolamento dei conti: partirono al galoppo alla volta di Canterbury. Entrarono in chiesa, durante la messa, gridando: “Dov’è Thomas il traditore?”. Becket rispose: “Sono qui, ma non sono un traditore, bensì un vescovo e un sacerdote di Dio”. Furono le sue ultime parole: morì trapassato dalle spade davanti all’altare.

La sua fine ne fece un martire della libertà religiosa di fronte all’assolutismo della ragione di Stato. Thomas Eliot nel suo dramma teatrale poetico “Assassinio nella cattedrale”, trasformò Becket in uno stoico che arriva a farsi uccidere pur di affermare fino in fondo il suo diritto alla libertà. L’opera, scritta nel 1935, alludeva in modo chiaro alla brutalità dei regimi dittatoriali che in quegli anni stringevano in una morsa soffocante l’Europa, poco prima di una terribile guerra mondiale.

Gli attori Peter ‘O Toole (Enrico II) e Richard Burton (Becket), tratteggiarono con incredibile bravura una storia diversa nel film di Peter Glenville “Becket e il suo re” (1964), tratto da un’opera teatrale dell’autore francese Jean Anouilh. E resero tutta la tensione di un dramma, dove “l’onore di Dio” è l’invalicabile limite nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa. E dove Becket, nonostante il tradimento, rimane comunque, per sempre, “il caldo amico” di un re ossessionato dal freddo, che cerca invano conforto nel gelo del potere.

Virginia Valente

Peter ‘O Toole e Richard Burton in una scena di “Becket e il suo re” (1964)

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La marcia dei Quaranta Monaci

Era la primavera dell’anno 596 quando quaranta monaci benedettini guidati dal priore Agostino si misero in viaggio per l’Inghilterra. Partirono dal monastero romano di Sant’Andrea sul Celio. Quella spedizione era stata ordinata da papa Gregorio Magno, deciso a convertire al cristianesimo gli abitanti di quell’isola nebbiosa e lontana. Ma i religiosi non erano così convinti di poter affrontare i pagani in un paese così difficile e pieno di insidie. Accadde quindi che quando arrivarono in Francia, si fermassero a lungo in Provenza, indecisi sul da farsi. Qualcuno addirittura voleva tornare indietro, a pregare e lavorare nel tranquillo monastero sul colle vicino al Colosseo. Anche perché i cronisti dell’epoca descrivevano i Sassoni come un popolo feroce e vendicativo. Ma una paterna e ferma lettera del pontefice raggiunse i monaci: il papa intimava loro di riprendere subito il viaggio. Poco prima della Pasqua dell’anno successivo, dopo un faticoso viaggio, la pattuglia dei seguaci della regola benedettina sbarcò in una piccola isola del Kent. Il re d’Inghilterra si chiamava Ethelbert. Era un pagano e tale rimase. Ma aveva sposato Berta, la figlia cristiana di Cariberto, re di Parigi. La giovane francese era molto devota a San Martino di Tours a cui dedicò una chiesa a Canterbury, allora capitale del regno. Il sovrano permise alla moglie di adorare il proprio dio. Confortati dalla benevolenza della regina, i monaci iniziarono a convertire quel popolo, per tanti versi sconosciuto a chi viveva al di qua della Manica. Agostino fu il primo vescovo inglese. E poco tempo dopo diventò arcivescovo di Canterbury. Nuovi benedettini arrivarono da Roma. Due monaci italiani, Mellito e Giusto, furono nominati vescovi di Londra e di Rochester. La missione dei religiosi nel giro di qualche anno si estese nel nord del paese, prima tra le boscose regioni del Northumberland e poi nella fredda e sperduta Scozia. Poco dopo Mellito fondò la cattedrale di San Paolo. E nel 616, venti anni dopo la spedizione dei quaranta monaci, i benedettini favorirono la costruzione di un piccolo santuario nelle vicinanze di Londra, proprio nel punto dove le acque del Tamigi formavano una palude. Così nacque Westminster, un nome che ha segnato nei secoli la storia d’Inghilterra.

Federico Fioravanti

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Il vero nome di Robin Hood

Secondo J. Ritson, erudito settecentesco che raccolse gli antichi canti e le ballate relativi a Robin Hood, il vero nome del leggendario bandito che depredava i ricchi per donare ai poveri era Robert Fitz-Ooth.

Nato nel Nottinghamshire intorno al 1160, sarebbe stato conte di Huntingdon.

La autenticità storica del celebre personaggio è incerta, ma su di lui ci sono molte testimonianze scritte fin dal XIV secolo.

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