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Category Archives: Francesco d’Assisi

Francesco al cinema

L’ha fatto Franco Zeffirelli il film più bello che il cinema abbia mai dedicato a Francesco d’Assisi. E ha fatto anche il più brutto. Che poi è lo stesso.

La locandina del film di Zeffirelli (1972) una coproduzione Italia-Regno Unito dedicata a San Francesco di Assisi

Delle decine di film prodotti in oltre un secolo, Fratello sole, sorella luna è senza dubbio quello che più ha segnato l’immaginario collettivo: i suoi fotogrammi sono diventati santini, la colonna sonora è entrata nel repertorio delle canzoni di chiesa. Eppure non c’è opera più odiata dai critici cinematografici e dagli storici francescanisti.

Tra luoghi comuni e visioni rivoluzionarie, momenti di alta poesia e forte imbarazzo, il cinema ha esplorato quasi ogni aspetto del santo più poliedrico della storia della Chiesa, mostrandolo di volta in volta come mistico e pacifista, sognatore e politico, devoto e dissacratore.Il “Giullare di Dio” ha ispirato giganti della settima arte come Roberto Rossellini, Liliana Cavani, Franco Zeffirelli, Pierpaolo Pasolini, ma anche Federico Fellini e Lina Wertmuller (che hanno collaborato rispettivamente alle sceneggiature dei film di Fellini e Zeffirelli), e altrettanti grandi nomi che non sono riusciti, però, a mandare in porto i loro progetti, come Gabriele d’Annunzio, Guido Gozzano, Michelangelo Antonioni, Roberto Benigni e Maurizio Nichetti.

La prima apparizione di Francesco sul grande schermo risale al 1911 in Il Poverello di Assisi di Enrico Guazzoni, in cui il santo umbro è interpretato dal torinese Emilio Ghione. Sette anni dopo, nel 1918, arriva il primo vero kolossal: Frate Sole di Mario Corsi e Ugo Falena con Umberto Palmarini e Silvia Malinverni. Restaurato e reso nuovamente disponibile alla visione dalla Cineteca di Bologna, il film racconta la storia del santo attraverso una successione di quadri che si rifanno a Giotto e si avvalgono di sontuose scenografie e incredibili effetti speciali.

L’epoca del muto, per la filmografia francescana, si chiude nel 1927 con Frate Francesco di Giulio Cesare Antamoro, con protagonista Alberto Pasquali: un attore già avvezzo ai ruoli sacri, visto che aveva debuttato nove anni prima interpretando Gesù in Cristo dello stesso Antamoro e aveva ripreso la parte in Redenzione, incentrato su Maria di Magdala. Il film, che segue l’intera vita del santo dalla conversione alla morte, è meno spettacolare di Frate Sole e più accurato nella ricostruzione storica, anche se i critici lo accusarono di essere freddo e lento.

La locandina del primo film sonoro dedicato a San Francesco, una produzione messicana

Il primo film sonoro su Francesco arriva invece dal Messico nel 1944; è San Francisco de Asís di Alberto Gout. Opera dimenticata, forse non a torto, come molte di quelle che la seguiranno (specialmente oltre oceano), piuttosto che lavorare sulle fonti preferisce romanzare la vita del protagonista, soffermandosi su episodi completamente inventati e rimescolando la cronologia di quelli storici.

A rendere giustizia al santo, nel 1950, scende in campo nientemeno che il più grande regista italiano: Roberto Rossellini, reduce da Roma città aperta, Paisà, Germania Anno Zero e Stromboli gira quell’anno Francesco giullare di Dio che rimane, ad oggi, uno dei massimi capolavori del cinema francescano e forse l’unico in grado di cogliere davvero lo spirito del francescanesimo delle origini, restituendo la purezza di un rapporto così immediato con la natura, le creature, e il sacro, tenendosi lontano dalla retorica e dall’oleografia.A differenza di tutti i suoi predecessori Rossellini, non prende spunto dalla Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio ma si ispira ai Fioretti e alla Vita di frate Ginepro, racconti popolari di matrice leggendaria ma senza dubbio più fedeli allo spirito del personaggio.Il grande maestro non si limita ad innovare i contenuti, ma rivoluziona anche la forma, portando il neorealismo nel cinema storico: il film, infatti, è girato tutto in ambienti reali e non in teatri di posa e gli interpreti sono attori non professionisti, ma molto vicini ai personaggi di cui vestono i panni. I fraticelli sono interpretati da tredici veri frati del convento di Maiori, in Campania, mentre a dare il suo volto a Francesco è fra’ Nazario Gerardi, che resta senza dubbio e in ogni senso il Francesco più “vero” della storia del cinema.

Totalmente agli antipodi rispetto all’opera di Rossellini si colloca il primo e ultimo kolossal prodotto a Hollywood: Francesco d’Assisi di Michael Curtiz, uscito nel 1961.Un incontro improbabile e tardivo, quello tra il leggendario regista di Robin Hood e Casablanca e il Poverello di Assisi, che non può che tradursi in un kolossal senza però l’epica e la potenza ai quali il soggetto si prestava ma, al contrario, con la senilità che si addice a un vecchio maestro che a 75 anni si cimenta con una tematica che gli è completamente estranea.

Liliana Cavani alla regia del suo primo capolavoro cinematografico sul anto patrono d’Italia (Francesco d’Assisi, 1966) [foto: lilianacavani.it]

Cinque anni dopo, nel 1966, arriva la nuova rivoluzione del cinema francescano: quella targata Liliana Cavani, da cui nessuno – da questo momento – potrà più prescindere.Nata a Carpi in una famiglia operaia laicissima, Liliana ha 33 anni, si è laureata in Lettere, diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia e ha vinto il concorso in Rai (30 posti su 11mila partecipanti): qui ha girato dei documentari sul Terzo Reich e sulle donne della Resistenza.

“Angelo Guglielmi, allora dirigente della Rai, doveva produrre una celebrazione dedicata a Francesco – racconta – uno spettacolo di prosa, da mettere in scena dentro uno studio di via Teulada, con un attore che recitava il Cantico delle creature”.Liliana, che è rimasta folgorata dalla lettura della Vita di San Francesco di Paul Sabatier, rifiuta di dirigere lo spettacolo e con il budget a disposizione per la serata – trenta milioni di lire – propone di girare un film.“Rimasi stupefatta dalla modernità di questa figura: la sua è stata una rivoluzione generazionale, e per questo sempre attuale”.Francesco di Assisi esce nell’ottobre del 1966 ed è il primo film prodotto dalla televisione italiana: viene trasmesso in due puntate ma presentato anche al Festival di Venezia. Il suo Francesco è un giovane ribelle, l’approccio del film profondamente sociale tanto da essere accusato di “criptocomunismo” e sarà considerato un precursore del ’68.Fa scalpore la scelta del protagonista: il ventitreenne Lou Castel è diventato celebre con il film-scandalo Pugni in tasca di Marco Bellocchio, dove interpreta un ragazzo che massacra la sua famiglia. Nel caso poi non fosse abbastanza chiaro il senso della scelta, Cavani chiama nel cast anche lo stesso Bellocchio come attore, affidandogli una piccola parte. Nel ruolo di Leone, invece, c’è Riccardo Cucciolla, che sarà l’anarchico Nicola Sacco in Sacco e Vanzetti di Montaldo e Antonio Gramsci nel Delitto Matteotti di Florestano Vancini.

La locandina del film della Cavani del 1966 [foto: lilianacavani.it]

Ad oltre cinquant’anni dalla sua uscita, il Francesco di Assisi di Liliana Cavani è considerato il migliore in assoluto tanto dalla critica cinematografica quanto da quella storiografica. A contribuire all’oscuramento del capolavoro, però, appena sei anni dopo arriva Fratello sole, sorella luna, che ne rappresenta quasi la nemesi.

Se il Francesco della Cavani è sessantottino quello di Zeffirelli è hippie; se la regista emiliana gli fa dire “chi non lavora non mangi” citando san Paolo, quello toscano preferisce il Vangelo: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre”.Ad affiancare il britannico Graham Faulkner ci sono altri volti sconosciuti come Judi Bowker nel ruolo di Chiara e Leigh Lawson in quello di Bernardo da Quintavalle, ma anche nomi importanti come Valentina Cortese (che interpreta la madre Pica), Adolfo Celi (l’ispettore dell’imperatore) e Alec Guinness (Innocenzo III).

La musica riveste nel film un ruolo cruciale, tanto da rappresentare ancora oggi una delle colonne sonore più celebri della storia del cinema: composta da Riz Ortolani, si avvale di due brani scritti con il musicista venticinquenne Jean-Marie Benjamin, destinato a diventare funzionario Onu, organizzatore di grandi eventi televisivi e culturali, prete e inviato speciale di papa Giovanni Paolo II durante la guerra in Iraq.

La copertina della colonna sonora di Riz Ortolani per il film di Zeffirelli su San Francesco

Le due canzoni – Fratello sole, sorella luna e Preghiera semplice – sono ispirate rispettivamente al Cantico delle Creature e alla preghiera pacifista scritta agli inizi del Novecento ma attribuita tradizionalmente allo stesso Francesco d’Assisi. A cantare entrambe, nella versione italiana, un cantautore di vent’anni che ha appena pubblicato il suo primo album: Claudio Baglioni tornerà poi sui luoghi del film venticinque anni dopo in occasione della promozione dell’album Io sono qui. Per la versione internazionale del film, invece, Zeffirelli si rivolge ad uno dei più grandi cantautori al mondo: Donovan, considerato il “Bob Dylan scozzese”.

Sotto il profilo delle scenografie e dei costumi il film di Zeffirelli è tra i più rigorosi, arrivando a ricostruire la chiesa di San Damiano a grandezza naturale. Le riprese vengono effettuate nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, nella Piana di Castelluccio di Norcia, nell’Abbazia di Sant’Antimo a Castelnuovo dell’Abate a Montalcino, nei boschi vicino Grosseto, e a Gubbio tra i vicoli e nel palazzo dei Consoli, mentre la basilica di San Giovanni in Laterano a Roma viene “interpretata” dal Duomo di Monreale, in provincia di Palermo.

Il film vale anche a Zeffirelli il David di Donatello per la migliore regia. È quindi forse anche il suo straordinario successo una delle cause del progressivo inasprimento del giudizio da parte della critica, unitamente – non c’è dubbio – alle prese di posizione del regista in ambito religioso e politico.

Diciassette anni dopo l’uscita Fratello sole, sorella luna, il “monopolio” di Zeffirelli viene spezzato da un nuovo film, e a farlo è ancora Liliana Cavani, che si riprende il “suo” Francesco con un kolossal che, anche a trent’anni di distanza, resta l’opera più completa sul santo di Assisi, capace di unire poesia, popolarità e rigore storico.“Il primo film è più acerbo ma avevo bisogno di farlo per capire Francesco, mentre il secondo è la storia di un innamoramento”. Sono passati 22 anni da Francesco d’Assisi: quella che allora era una regista Rai al suo debutto è diventata uno dei nomi più importanti del cinema italiano: ha girato pietre miliari come Galileo, I cannibali da Sofocle, Al di là del bene e del male da Nietzsche e Il portiere di notte.

Il nuovo film sul santo prende nettamente le distanze da Zeffirelli, ma anche dalla stessa precedente opera di Cavani, di cui si presenta non come un sequel o un approfondimento, ma come un vero e proprio remake. In comune i due film hanno la lunga durata (126 minuti trasmessi in due puntate il primo, 158 per il cinema il secondo), la ricerca storica, la produzione firmata Rai e la scelta provocatoria del protagonista, che questa volta è Mickey Rourke, reso celebre dal più ‘scandaloso’ film erotico degli anni ’80: Nove settimane e ½ interpretato al fianco di Kim Basinger. Proprio nel periodo dell’uscita del film è sotto accusa per il suo aiuto agli orfani dei militanti dell’Ira, l’organizzazione terroristica che combatte per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord, a cui sceglie di donare l’intero compenso ricevuto per la pellicola.

Mickey Rourke nel Francesco del 1989 di Liliana Cavani

Così improbabile sulla carta, il Francesco di Rourke si rivela il più intenso di tutta la filmografia francescana, l’unico in grado di rendere persino il momento mistico dell’impressione delle stimmate.“Su quel set è nato un sodalizio speciale, irripetibile – spiega Fabio Bussotti, interprete di frate Leone – Di chi è la responsabilità di questa magia? Forse di Francesco stesso, ma anche di una qualità del lavoro che non ho più ritrovato. Uno studio di introspezione sui personaggi, sui rapporti sociali e sul Medioevo che è durato mesi”.“Con Riccardo di Torrebruna che faceva Pietro Cattani, Paco Reconti che era Rufino e Diego Ribon che interpretava Bernardo da Quintavalle – aggiunge – non siamo semplicemente rimasti amici: siamo diventati davvero fratelli. Lo dico sempre, ci siamo trovati sul set e non ci siamo più lasciati. Amore a prima vista e un’amicizia, vera, rarissima da trovare nel mondo dello spettacolo”.Quanto quell’esperienza abbia segnato l’attore allora venticinquenne, lo dimostra anche il fatto che alla scena delle stimmate Bussotti abbia dedicato il suo quinto romanzo: San Francesco al Central Park, uscito nel 2017.

Sono passati tredici anni dal capolavoro di Liliana Cavani quando, nel 2002, arriva l’immancabile fiction. A produrla è la Taodue di Pietro Valsecchi e a trasmetterla Canale 5.In cabina di regia c’è Michele Soavi, che si è fatto le ossa come autore horror al seguito di Dario Argento e ha diretto La Chiesa, La setta e Dellamorte Dellamore. Il protagonista è l’attore del momento: Raoul Bova, affiancato da Gianmarco Tognazzi nei panni di Bernardo da Quintavalle, Claudio Gioè in quelli di Pietro Cattani e Paolo Briguglia in quelli di Silvestro. Pietro di Bernardone è Mariano Rigillo, Toni Bertorelli papa Innocenzo III, Erika Blanc la madre Pica, mentre a dare il volto a Chiara è l’attrice francese Amélie Daure.

Raoul Bova nei panni di Francesco d’Assisi nella fiction televisiva di Mediaset del 2002

Il film – che si chiama esattamente come quello di Liliana Cavani – resterà nella filmografia francescana se non come il peggiore almeno come quello più inutile. Soavi non coglie infatti nemmeno una delle opportunità che aveva di dire qualcosa di nuovo di Francesco: pur avendo a disposizione quasi quattro ore riesce a non aggiungere niente a quello che era stato già raccontato sul Giullare di Dio mettendo insieme un film che sembra essere stato scritto senza aver letto nemmeno un libro sul patrono d’Italia (senza parlare poi delle fonti!) ma semplicemente inventando e scopiazzando i film più famosi.Un terzo della fiction, infatti, è palesemente plagiata da Fratello sole sorella luna, un altro terzo da Francesco della Cavani e l’ultimo terzo è totalmente inventata senza nessun appoggio né ispirazione dalla vita o dal carattere di Francesco.

La locandina della produzione RAI Chiara e Francesco (2007)

Cinque anni dopo la fiction di Canale 5 arriva l’inevitabile risposta della Rai. A produrla la vera e propria “Fabbrica dei santi” televisiva, ovvero la società Lux Vide.Chiara e Francesco di Fabrizio Costa, nonostante tutti i limiti di un’operazione profondamente istituzionale, rappresenta in realtà qualcosa di piuttosto innovativo nella filmografia francescana. La fiction di Rai Uno è infatti la prima, come recita lo stesso titolo, a mettere sullo stesso piano Chiara e Francesco. Ma è anche la prima a mostrare Francesco come “giullare di Dio”, l’unica a presentare il presepe di Greccio e la prima – dai tempi di Michael Curtiz – a mettere in scena l’incontro con il Sultano.

Appena un mese dopo il debutto televisivo di Chiara e Francesco, il 9 novembre 2007 al festival Popoli e Religioni di Terni viene proiettato, per la prima volta, Il giorno, la notte. Poi l’alba di Paolo Bianchini: un film completamente autoprodotto a bassissimo costo, incentrato sul leggendario incontro tra il santo – di ritorno dalla crociata – e l’imperatore Federico II di Hohenstaufen. Il progetto prende spunto dal ritrovamento nel Castello Svevo di Bari, intorno al 1400, di una targa che indica il luogo in cui si ritiene fosse avvenuto nel 1220 l’incontro tra il Poverello di Assisi e lo “Stupor Mundi”.“Il film vuole immaginare questo evento – spiega Bianchini – che contrappose due personaggi singolarmente moderni nei loro modi di pensare ed agire: entrambi convinti dell’inutilità delle guerre di religione, entrambi cercatori di armonie: mistiche e religiose quelle di Francesco, politiche e naturali quelle di Federico”.

Domenica 20 novembre 2011 Liliana Cavani sale ancora sul palco del festival Popoli e Religioni di Terni per presentare la versione restaurata di Francesco di Assisi e ricevere l’Angelo alla carriera e annuncia a sorpresa l’intenzione di girare un terzo film sul santo. Sono passati 25 anni da Francesco, Liliana Cavani ha girato altri due film per il cinema: Dove siete io son qui nel 1993 con Anna Bonaiuto e Chiara Caselli e Il gioco di Ripley nel 2002 con John Malkovich. Successivamente la regista emiliana si è dedicata alla regia di opere liriche mentre nel 2005 è tornata a girare film per la Rai.

Dopo una gestazione di quasi tre anni (durante i quali la regista realizza un documentario sulle clarisse) le riprese di Francesco iniziano finalmente nel luglio del 2014 a Spoleto, dove in una via del centro storico viene ricostruita la bottega di Bernardone.Ad interpretare il Poverello questa volta è un perfetto sconosciuto: il polacco Mateusz Kosiulkiewicz; a vestire i panni di Chiara, è invece Sara Serraiocco, giovanissima ma già acclamata attrice abruzzese.A testimoniare i legami che si erano creati sul set nel 1989, nel cast tornano i tre attori che interpretavano i compagni di Francesco: Diego Ribon, che allora era Bernardo da Quintavalle, ora presta il volto all’avvocato di Bernardone, Paco Reconti che era Rufino qui è il servo Raniero mentre Fabio Bussotti resta frate e dal ruolo di Leone passa a quello di Silvestro.

Mateusz Kosiulkiewicz interpreta San Francesco nel terzo film di Liliana Cavani dedicato al poverello di Assisi

Come i primi due, anche questo film non solo è totalmente incentrato sulle fonti ma tiene conto dei progressi fatti dagli studi francescani negli ultimi vent’anni, offrendo aspetti completamente inediti. A cominciare dall’incontro con il Sultano. Ma il terzo Francesco di Liliana Cavani è soprattutto il primo film a riabilitare la figura di frate Elia liberandolo dalla “maledizione” in cui era rimasto incatenato per secoli, prima dalle fonti francescane come i Fioretti (a causa della scomunica) e poi dalla letteratura e dalla cinematografia francescana del Novecento (a causa del suo ruolo di “traditore” dell’ideale primitivo). “Ho voluto sottolineare il forte legame che c’è fra Francesco ed Elia fino alla fine – conclude la regista – un’amicizia resa possibile dal fatto che Francesco si rifiuta di giudicare gli altri”.

Appena due anni dopo l’ultimo Francesco di Liliana Cavani arriva al cinema un nuovo film che ne riprende, in qualche modo, le medesime istanze: Il sogno di Francesco di Arnaud Louvet e Renauld Fely è infatti totalmente incentrato sul rapporto tra il Poverello e frate Elia da Cortona.Il film rappresenta la prima produzione francese sul santo che della Francia porta il nome, e rinsalda un legame che è stato fondamentale sia nella vita di Francesco che negli studi francescani.

Proprio un francese – Paul Sabatier – è stato infatti l’iniziatore degli studi francescani moderni e il fondatore della Società internazionale di studi francescani di Assisi, e francese è il principale studioso francescanista contemporaneo: Jacques Dalarun, che nel 2014 ha ritrovato una vita inedita di Tommaso da Celano, diventando così protagonista della più importante scoperta del secolo in ambito francescano.

Jacques Dalarun, uno dei protagonisti di varie edizioni del Festival del Medioevo, è l’autore de La Vita ritrovata del beatissimo Francesco (Biblioteca Francescana, 2016) sulla biografia del santo redatta da Tommaso da Celano nel decennio 1230-1240 e scoperta dallo storico francescanista nel 2014

Più che raccontare la vita del santo (di cui vengono proposti solo pochi episodi) il film – girato in appena 36 giorni tra la Francia e l’Umbria – ruota attorno al rapporto tra Francesco, ritratto come un sognatore e un utopista, e il suo vicario, pragmatico ma anche molto tormentato, e sulle difficoltà di far approvare la regola dal Papa.

Anche Maurizio Nichetti, una delle menti più creative e anticonformiste dello spettacolo italiano, si è cimentato con la figura di Francesco d’Assisi, e lo ha fatto con un film di animazione che, però, non è ancora uscito.Il progetto Francesco: una vita in viaggio tra terra e cielo risale addirittura al 2011 e già dal 2013 erano pronte molte scene. Eppure, dopo 8 anni il film non è ancora stato messo in programmazione dalla Rai, che lo ha co-prodotto con Lanterna Magica, lo studio di animazione celebre per La freccia azzurra e La gabbianella e il gatto di Enzo D’Alò.“Si tratta di una vita di san Francesco per famiglie” racconta Nichetti. “In realtà l’elezione di papa Francesco ci ha un po’ complicato la vita. Prima avremmo potuto completarlo senza che nessuno se ne accorgesse: quando il nuovo papa ha scelto di seguire le orme di Francesco d’Assisi il progetto è diventato più importante, e – paradossalmente – più difficile da realizzare. Perché tutti si sono spaventati: come bisogna parlare di san Francesco adesso che ne parla lo stesso papa? Insomma tutti gli occhi sono puntati su chiunque voglia affrontare l’argomento”.

Non è l’unico progetto ancora incompiuto: è stata annunciata la produzione di una serie televisiva – Franciscus – le cui riprese erano previste tra Umbria e Lazio nel mese di marzo, ma che sono state annullate a causa dell’allarme Sars-CoV-2, creando così il paradosso: se la lebbra non aveva fermato Francesco, il Coronavirus ha fermato chi voleva raccontarne le gesta.

Arnaldo Casali

N.d.a.: La filmografia francescana è un tema ancora inedito in letteratura. Questo articolo rappresenta il primo embrione di un libro – Francesco al cinema – curato dall’autore e di prossima pubblicazione per Graphe.it edizioni.

Filmografia completa Il Poverello di Assisi di Enrico Guazzoni, Italia, 1911 Frate Sole di Mario Corsi e Ugo Falena, Italia, 1918 Frate Francesco di Giulio Cesare Antamoro, Italia, 1927San Francisco de Asís di Alberto Gout, Messico, 1944Francesco giullare di Dio di Roberto Rossellini, Italia, 1950Francesco d’Assisi (Francis of Assisi) di Michael Curtiz, Stati Uniti,1961Uccellacci e Uccellini di Pierpaolo Pasolini, Italia, 1966Francesco di Assisi di Liliana Cavani, Italia, 1966Fratello sole, sorella luna (Brother Sun, Sister Moon) di Franco Zeffirelli, Italia-Regno Unito, 1972Francesco di Liliana Cavani, Italia, 1989Chiara d’Assisi di Serafino Rafaiani, Italia, 1993Francesco di Michele Soavi, Italia, 2001Chiara e Francesco di Fabrizio Costa, Italia, 2007Il giorno, la notte. Poi l’alba di Paolo Bianchini, Italia, 2007Giro giro tondo di Giacomo Moschetti (cortometraggio), Italia, 2013Francesco di Liliana Cavani, Italia, 2014Il sogno di Francesco (L’Ami – François d’Assise et ses frères) di Arnaud Louvet e Renauld Fely, Francia, 2016

Bibliografia essenzialeT. Subini, San Francesco e il cinema in A. Cacciotti, M. Melli (a cura di) Francesco plurale, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2015T. Subini, La doppia vita di “Francesco giullare di Dio”. Giulio Andreotti, Félix Morlion e Roberto Rossellini, Libraccio, Milano 2013E. Mosconi, L’impressione del film. Contributi per una storia culturale del cinema italiano, 1895-1945, Vita e Pensiero, Milano, 2006G. D’Annunzio, La crociata degli innocenti. Mistero in 4 atti, lavoro originale per cinematografo messo in scena da A. Boutet e A.Traversa, Sonzogno, Milano 1915G. Gozzano, San Francesco d’Assisi, ed. critica a cura di M. Masoero, Edizioni dell’Orso, Torino, 1997F. Zeffirelli, Autobiografia, Mondadori, Milano 2006A. Casali (a cura di), Tra cielo e terra. Cinema, artisti e religione, Pendragon, Bologna, 2011A. Vauchez, Francesco d’Assisi. Tra storia e memoria, Einaudi, Torino, 2010G. Conti Calabrese, Pasolini e il sacro, Jaca Book, Milano 1994A. Canziani, Quando il cinema incontra il non filmabile. “San Francesco” sullo schermo in Il signore ti dia pace. Celebrazioni centenarie dell’Ordine francescano secolare: dalla Regola di Niccolò IV ad oggi (1289-1989), Edizioni Francescane, Bologna 1991D. Meccoli (a cura di), San Francesco d’Assisi nel cinema dal muto al sonoro, Tipografia Editrice, Roma 1982E. M. Campani, Cinema e sacro. Divinità, magia e mistero sul grande schermo, Gremese, Roma 2003 M. Benedetti, T. Subini (a cura di), Francesco da Assisi. Storia, arte, mito, Carocci editore, Roma 2019

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I sette miracoli di Gubbio e l’ottavo. Una parabola

Il libro si può acquistare alla libreria Fotolibri di Gubbio o via e-mail o telefono presso la Fondazione Giuseppe Mazzatinti (indirizzi e contatti in fondo alla pagina)

Un piccolo, grande evento editoriale. “I sette miracoli di Gubbio e l’ottavo. Una parabola”, è un raro racconto favolistico, tradotto in italiano per la prima volta e ispirato ai “Fioretti di San Francesco”, scritto dal frate domenicano Raimondo Leopold Bruckberger (1907-1998).

L’operazione editoriale è curata dalla Fondazione Mazzatinti.

È il giugno del 1951 quando Bruckberger, scrittore, traduttore e regista, invia al filosofo umbro Pietro Ubaldi il dattiloscritto, chiedendogli di tradurlo in italiano. Il domenicano, all’epoca, è già uno dei più importanti personaggi della cultura e della Chiesa francese: nato nel 1907 e prete dal 1934, ha militato nella Resistenza durante l’invasione nazista, è stato arrestato dalla Gestapo e ha accolto De Gaulle nella cattedrale di Notre Dame dopo la liberazione di Parigi. Come sceneggiatore ha scritto Gli angeli del peccato di Robert Bresson e ha diretto il film I dialoghi delle carmelitane. Nel 1947 ha fondato la rivista letteraria francese Il cavallo di Troia pubblicata da Gallimard, dove ha pubblicato il racconto Il Lupo di Gubbio, tradotto in inglese da Gerold Lauck nel 1948 con le illustrazioni di Peter Lauck.

Tre anni dopo Bruckberger invia il libro a Gubbio, dove Pietro Ubaldi, che è nato a Foligno nel 1886, insegna inglese. Ubaldi ha scritto 24 libri che analizzano il rapporto tra scienza e fede attraverso il sistema di evoluzione dell’universo. Stimatissimo da Enrico Fermi e Albert Einstein, è stato messo all’indice da papa Pio XII (ma sarà riabilitato da Giovanni XXIII) e candidato al premio Nobel. Quando gli arriva il libro di Bruckberger sta per trasferirsi in Brasile, dove resterà fino alla morte, nel 1972. Per questo risponde al domenicano di non potersi occupare del suo volume, e lo lascia – insieme a tutto al suo archivio – al fratello Giuseppe, il quale a sua volta lo affiderà ai coniugi Giovanni e Luisa Beretta.

Dopo 66 anni quel volume – insieme alla corrispondenza tra lo scrittore e il filosofo – è riemerso dall’archivio di Anna Beretta per essere finalmente tradotto e pubblicato in italiano per iniziativa dalla Fondazione Mazzatinti.

Il volume, la cui traduzione è stata curata da Alessandro Pauselli, viene distribuito insieme alla ristampa anastatica della versione inglese per poter preservare e divulgare a livello internazionale l’unico “originale” disponibile di questa preziosissima opera d’arte ispirata ai Fioretti di San Francesco.

“Un messaggio, quello che emerge dal libro, apparentemente semplice, non effimero – commenta Gianfranco Cesarini, presidente della Fondazione Mazzatinti, nella prefazione all’opera – storicamente incardinato nella cornice medievale, di cui Gubbio è una perla”.

Leggi la presentazione di Gianfranco Cesarini Leggi la storia dei rapporti fra Raimondo Leopold Bruckberger, Pietro Ubaldi e la marchesa Giuseppina Benveduti

Acquista il libro in libreria: Libreria Fotolibri Corso Garibaldi, 57 – 06024 Gubbio (Pg). Tel: 075 922 25 41

Oppure ordinalo alla Fondazione Mazzatinti: E-mail: a.monacelli@fondazionemazzatinti.org Tel.: 338 6674780

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Per Francesco, che illumina la notte

La vita di San Francesco e del suo ordine raccontata da Tommaso da Celano, il biografo del “Poverello”, testimone oculare della vita del santo: il poeta autore del “Dies irae”, l’intellettuale che visse da spettatore impotente le lotte interne ed esterne alla comunità francescana che si scatenarono dopo la morte del maestro.

A proporre un nuovo punto di vista della storia di San Francesco e dei suoi frati è il romanzo Per Francesco, che illumina la notte di Elsa Flacco (Oakmond Publishing).

Il titolo del libro evoca il verso del Cantico delle Creature: “Laudato sii, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale en allumini la nocte”. Come il santo di Assisi, “novellus focus” per gli uomini di buona volontà capaci di recepire il suo universale messaggio d’amore.

L’appassionante racconto fa rivivere attraverso dialoghi, luoghi e storie dell’epoca, la straordinaria avventura terrena di un uomo che ha cambiato per sempre il volto della Chiesa.

L’idea del romanzo è nata nell’ottobre del 2014, dopo la notizia del ritrovamento della seconda ‘Vita di Francesco’ scritta da Tommaso da Celano, scoperta dallo storico Jacques Dalarun in un codice messo all’asta negli Stati Uniti e acquistato dalla Bibliotheque Nationale de France.

Affascinata dalla vicenda e dal personaggio di Tommaso, Elsa Flacco ha iniziato una dettagliata ricerca storica che si è presto trasformata in opera narrativa.

Il testo di Tommaso da Celano è stato scritto in un lasso di tempo che va dal 1232 al 1239. I fatti raccontati nel libro abbracciano invece quasi un trentennio: dal 1224 al 1253.

http://www.oakmond-publishing.com/autori-it/elsa-flacco-it/

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Francesco, santo subito

Madonna degli angeli e San Francesco. L’affresco con il celebre volto del poverello è attribuito a Cimabue (Basilica di San Francesco, Assisi)

“Nelle diverse parti del mondo, Francesco splendeva di miracoli e accorrevano da ogni dove al suo corpo santo quelli che, per i meriti di lui, avevano goduto grandi e straordinari benefici del Signore”.

È il 16 luglio 1228 e sono passati appena un anno, nove mesi e sette giorni dalla morte del santo più celebre del mondo.

Santo, sì, santo subito; santo da un pezzo. Da una quindicina di anni, almeno. Nell’arco di poche stagioni il matto di Assisi, quel giovane di belle speranze con un passato da mercante e un futuro da cavaliere, che di punto in bianco si era trasformato in un vagabondo e s’era messo a vivere in mezzo ai lebbrosi, quella specie di buffone mistico senza tonaca né regola, che si ostinava a vivere da pezzente, senza un tetto sopra la testa e fuori da ogni ordine riconosciuto dalla Chiesa, proprio lui – Dio solo sa come – era diventato il personaggio più famoso della cristianità. Nell’arco di poche stagioni la gente che fino a poco prima lo prendeva a sassate o rideva di lui si era messa a baciargli le mani, a strappargli pezzi di tonaca da conservare come reliquia.

Prima un amico – Bernardo da Quintavalle – lo aveva seguito e si era messo a vivere con lui. Poi un altro amico. Poi un altro tizio ancora, che lo conosceva appena di vista. Poi uno che non l’aveva mai visto prima, e poi decine e poi centinaia e poi migliaia di uomini e donne di ogni età e classe sociale erano accorsi ad Assisi per far parte della sua fraternità. Che poi per forza di cose alla fine era diventata un vero e proprio ordine religioso, e che ordine! Il più celebre, il più potente, il più importante della Chiesa. Era arrivato addirittura in Egitto per far la pace con il Sultano, Francesco da Assisi. Aveva predicato ovunque e mandato i suoi frati in giro per l’Europa.

Miracolo del crocifisso a San Damiano (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

I miracoli, poi, si sprecavano: si raccontava che avesse tramutato l’acqua in vino, fatto risorgere ragazzini morti, parlato con gli animali, curato ogni sorta di malattia, che fosse persino apparso in sogno al Papa.

Negli ultimi giorni di vita Francesco aveva dovuto vivere sotto scorta, perché gli assisani erano terrorizzati all’idea che morendo lontano dalla sua patria, durante uno dei suoi numerosi viaggi, il cadavere potesse essere trattenuto in terra straniera. Francesco era di Assisi e il suo corpo – vivo o morto – apparteneva alla città.

Così, quando aveva avuto l’ultima crisi a Siena, era stato portato in tutta fretta alla Porziuncola. E qui, ascoltando il suo Cantico e degustando i dolci di frate Jacopa, nudo sulla nuda terra, aveva reso l’anima, la sera del 3 ottobre 1226.

Francesco aveva scelto la Porziuncola come casa sua e dei suoi frati e qui aveva voluto che fosse sepolto il suo amico Pietro Cattani, primo vicario dell’ordine – scelto dal fondatore quando aveva deciso di rinunciare ad ogni forma di potere – e che era rimasto schiacciato dal peso di quella responsabilità di cui lo stesso Poverello non era riuscito a farsi carico.

L’idea di seppellire lì anche Francesco, però, non era stata presa in considerazione nemmeno per un momento: Santa Maria degli Angeli si trovava in piena campagna, ed era troppo rischioso conservare i resti del santo al di fuori della mura della città, dove facilmente sarebbero stati preda dei tombaroli.

Così il corpo di Francesco – dopo aver sostato a San Damiano per consentire a Chiara un ultimo saluto – aveva trovato posto in pieno centro cittadino, all’interno della chiesetta di San Giorgio che lo stesso Francesco aveva restaurato dopo San Damiano e la Porziuncola.

San Francesco riceve le stigmate (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

Intanto, annunciandone al mondo la morte, frate Elia – nuovo vicario dell’Ordine – aveva anche spiegato di aver trovato sul suo cadavere i segni della passione di Cristo, e frate Leone – segretario e confessore di Francesco – aveva confermato che l’amico e maestro aveva ricevuto quelle stimmate due anni prima, durante un’estasi sul monte della Verna, e le aveva tenute nascoste per tutto quel tempo.

Quell’ultimo e incredibile miracolo aveva accresciuto ancora di più la venerazione per il Poverello, che aveva finito per essere considerato un vero e proprio “Altro Cristo”.

“Persone d’entrambi i sessi, dopo la sua morte e per la sua intercessione, fecero ritorno al Signore – racconta ancora la Leggenda dei tre compagni, attribuita tradizionalmente ed erroneamente a Leone, Rufino e Angelo (a causa di una lettera a loro firma tramandata insieme al manoscritto) – numerosi personaggi della nobiltà con i loro figli indossarono il saio francescano mentre le spose e le figlie entravano nei monasteri delle Povere Donne”.

“Così pure parecchi uomini della cultura e celebri letterati, – continua la biografia, opera in realtà, di laici assisani – sia del laicato che del clero, rinunciando al fascino dei piaceri, al peccato e alle cupidità mondane, entrarono a loro volta nell’Ordine, impegnandosi a seguire, ognuno secondo la particolare grazia ricevuta da Dio, la povertà e gli esempi di Cristo e del suo servo Francesco”.

“A questo Santo si può ben a ragione applicare quanto fu detto di Sansone – chiosa la Leggenda – che furono molti più i nemici ch’egli uccise morendo, di quelli che aveva ucciso vivendo”.

Non c’era dunque nient’altro da fare, per la Chiesa, che formalizzare quello che il popolo aveva deciso già da un bel pezzo.

Il sogno di Gregorio IX (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

D’altra parte, appena un anno dopo la morte del nostro, era stato eletto papa – con il nome di Gregorio IX – Ugolino dei Conti di Segni, il cardinale più vicino a Francesco e, soprattutto, all’ordine francescano.

Vescovo di Ostia, Ugolino era stato scelto da Onorio III come protettore dell’Ordine, e si era adoperato a lungo perché Francesco “mettesse in regola” – in ogni senso – la sua confraternita, con una regola, appunto, che lo stesso cardinale aveva supervisionato e che il papa aveva approvato.

Eletto pontefice nel 1227, Gregorio aveva rivendicato la sua amicizia con Francesco anche per stroncarne spietatamente le ultime volontà: di fronte alla severità mostrata dal fondatore nel suo Testamento, infatti, una delegazione dell’ordine guidata da frate Elia e di cui faceva parte anche Antonio di Padova, si era recata dal papa per sapere se gli ordini contenuti nel Testamento – giudicati troppo duri dai frati – fossero vincolanti o meno; e Gregorio li aveva rassicurati, sostenendo che dal momento in cui il santo aveva redatto le sue ultime volontà dopo essersi dimesso formalmente dalla guida della congregazione, non aveva alcun diritto di impartire ordini e quindi, i frati potevano infischiarsene beatamente di quello che il santo aveva “comandato fermamente per obbedienza”.

L’ordine non aveva più bisogno di una guida spirituale, di un testimone del Vangelo, di una coscienza critica e sempre vigile che lo aiutasse a restare fedele a sé stesso: aveva bisogno invece di un santo fondatore che lo legittimasse definitivamente e ne accrescesse il prestigio e il potere.

Così, “il signor papa Gregorio – racconta Tommaso da Celano nella sua Seconda vita – trovandosi a Perugia con tutti i cardinali e altri prelati, cominciò a trattare la sua canonizzazione. Tutti furono concordi e si dissero favorevoli. Lessero e approvarono i miracoli, che il Signore aveva operato per mezzo del suo servo, ed esaltarono con le più alte lodi la santità della sua vita”. Non deve fare troppa strada, il pontefice, per arrivare ad Assisi: è già da qualche anno, infatti, che Perugia – roccaforte guelfa – è diventata di fatto una delle sedi pontificie, ma anche acerrima nemica della ghibellina Assisi.

Lo stesso Francesco aveva avuto un pessimo rapporto con Perugia: se in gioventù ci aveva passato oltre un anno come prigioniero di guerra, anche da celebrità aveva dovuto affrontare i pregiudizi subiti in quanto assisano.

Gregorio IX ritratto dal pennello di Raffaello Sanzio nel ciclo di affreschi La Virtù e la Legge (Stanza della Segnatura, musei Vaticani)

Ad ogni modo, per la solenne cerimonia arrivano ad Assisi non solo decine di dignitari ecclesiastici, ma anche una folta rappresentanza di principi e baroni, oltre che “una moltitudine innumerevole di popolo confluito da diverse località, e che il Papa aveva convocato”.

Il 16 luglio, dunque, il papa si reca da Perugia ad Assisi seguito da tutto lo stuolo dei prelati e una gran folla.

“Quando tutti si trovarono nel luogo preparato per una circostanza così solenne – racconta Tommaso – da principio papa Gregorio parlò al popolo ed annunziò con affetto dolcissimo le meraviglie del Signore. Poi, con un nobilissimo discorso, tessé le lodi del padre san Francesco, versando lacrime di commozione mentre esponeva la purezza della sua vita”.

Una vita già chiusa in una biografia ufficiale che Gregorio ha chiesto di scrivere a tempo di record a Tommaso da Celano, ex capo dei francescani in Germania; il libro susciterà però molte polemiche in città: seguendo il mandato di Ugolino, infatti, il frate scrittore (autore – tra l’altro – del celebre inno funebre Dies Irae) si è preoccupato più di scrivere un’agiografia di stampo classico – ricalcando la figura di Francesco su quella dei santi più celebri – piuttosto che restare fedele alla verità storica. La cosa non è andata proprio giù a chi Francesco l’ha conosciuto bene, e tanto meno alla sua famiglia che nel libro di Tommaso ci fa una pessima figura. Così, vent’anni dopo, lo scrittore sarà costretto a scrivere una seconda vita del santo, riveduta e corretta e composta utilizzando – questa volta – testimonianze di prima mano.

Finito il suo discorso, papa Gregorio alza le mani al cielo e con voce sonora proclama ufficialmente santo Francesco d’Assisi, stabilendo che la sua festa venga celebrata il 4 ottobre: il frate era morto infatti il 3 ma dopo i vespri (e il giorno medievale comincia la sera, non a mezzanotte).

“Ecco, beato padre, abbiamo tentato nella nostra semplicità di lodare, come meglio ci è stato possibile, le tue mirabili azioni e di esporre a tua gloria almeno alcuni aspetti delle innumerevoli virtù della tua santità. Siamo convinti che le nostre parole hanno tolto molto splendore alla tua grandezza, perché non sono in grado di esprimere i prodigi di tanta perfezione” scrive Tommaso. “Tu ormai ti nutri col fiore di frumento, di cui eri affamato; ora ti disseti al torrente delle delizie, di cui prima eri assetato. Ma non crediamo che l’abbondanza della casa di Dio ti abbia così inebriato, da farti dimenticare i tuoi figli perché anche Colui che ti disseta si ricorda di noi”.

Al termine della solenne celebrazione lo stesso Gregorio pone la prima pietra della maestosa basilica dedicata al santo e che sarà edificata sul “Colle dell’inferno”, dove un tempo si svolgevano le esecuzioni dei condannati a morte, e che d’ora in avanti sarà detto “Colle del Paradiso”.

La basilica di San Francesco ad Assisi. Al termine della via lastricata, a destra, il portale di ingresso della basilica inferiore, da cui parte la scalinata che conduce alla basilica superiore

La prima parte della chiesa – la cosiddetta Basilica inferiore – sarà ultimata anch’essa a tempo di record, in appena due anni, tra l’eccitazione di frate Elia e il disappunto dei compagni di Francesco, che conoscendo bene la contrarietà assoluta del santo nei confronti di un progetto simile (anni prima si era messo a demolire personalmente un convento in costruzione a Santa Maria degli Angeli) si opporranno energicamente, tanto che Bernardo da Quintavalle arriverà a distruggere l’urna in cui si raccolgono le offerte.

Ma i problemi saranno ancora più gravi al momento della traslazione del corpo del santo dalla chiesetta di San Giorgio alla sua dimora definitiva, con l’esplosione di veri e propri tafferugli tra i frati e i cittadini di Assisi.

La cerimonia avverrà meno di due anni dopo, il 25 maggio 1230, vigilia di Pentecoste, quando dopo “magnifici preparativi”, la cassa con le ossa del santo sarà levata da terra tra lo squillo di trombe e deposta su un carro “riccamente ornato con una mirabile varietà” racconta padre Candide Chalippe Recolletto in Vita del serafico patriarca san Francesco di Assisi, pubblicata in Francia intorno al 1600.

“Ma per cagione del gran peso convenne farlo tirare ai buoi, che di scarlatto furono ricoperti”. “Il ministro generale e alcuni dei padri dell’ordine de’ più riguardevoli – prosegue Recolletto – erano stati nominati dal papa suoi commissari e vicari apostolici per la solennità, ma non fu loro possibile far l’ufficio loro. Imperocché i Principali di Assisi, che avevano fatto mettere all’armi molta gente, si impossessarono per forza del santo corpo”.

I rappresentanti del Comune, dopo aver agguantato la bara facendo uso di violenza, non permetteranno a nessuno di toccarla temendo che venga sottratta qualche reliquia. Giunti alla chiesa nuova, impediranno alla gente di vedere i resti del santo. “Ebbero l’ardire di prenderlo tumultuosamente, cosicché il sacro deposito fu toccato dalle profane lor mani e collocato nel suo proprio sito”.

Nella confusione generata, a nessun religioso sarà permesso di rendere omaggio al corpo di Francesco. Ma lo stesso frate Elia sarà sospettato di aver organizzato tutta l’operazione per impedire, ancora una volta per ragioni di sicurezza, che si sapesse dove si trovi – esattamente – la tomba e l’ingresso ai sotterranei per raggiungerla, con l’obiettivo di scongiurare una eventuale profanazione.

La sommità del colle del Paradiso, su cui sorgono le due basiliche sovrapposte. A destra, il bosco di San Francesco

D’altra parte il contemporaneo Marco da Lisbona, nella sua Cronaca della Traslazione, pur tacendo riguardo alla rissa confermerà come Elia “direttore della Sacra funzione, fatto segretamente trasferire il corpo del santo in luogo non a tutti noto, ma a pochi amici suoi, ed essendo seguito molto rammarico tra i frati che si erano congregati più per vedere il detto corpo che per fare il capitolo generale, a tutti frate Elia con poche e sagge parole soddisfece”.

Venuto a sapere dei tumulti, il pontefice, furibondo, lancerà sul popolo di Assisi l’interdetto e una pesante invettiva in cui li paragona ad Oza, che Dio punì con la morte per aver osato toccare l’Arca dell’Alleanza. Convocherà poi a Roma i rappresentanti del Comune autorizzando il Vescovo a scomunicarli in caso di disobbedienza.

Avuta soddisfazione ed essendosi sincerato “dell’operato e del fine degli assisani” Gregorio accorderà immediatamente il perdono alla città e cinque anni dopo – nel 1235 – tornerà lui stesso per consacrare la nuova basilica, che ricoprirà di privilegi e di ricchi arredi: su tutti una croce d’oro, scintillante di pietre preziose con incastonata una reliquia del legno della croce di Cristo, oltre a suppellettili liturgiche, altri oggetti utili al servizio dell’altare e molti preziosi e splendidi paramenti sacri.

La basilica sarà inoltre esentata dalla giurisdizione del vescovo di Assisi e sottoposta direttamente al Papa. Un privilegio di cui la chiesa madre del francescanesimo e il convento annesso godranno ininterrottamente per 775 anni: a revocarlo, infatti, sarà papa Benedetto XVI con un motu proprio del 9 novembre 2005 con cui la basilica e il convento saranno posti – per la prima volta – sotto l’autorità del vescovo diocesano.

La tomba di San Francesco (basilica inferiore, Assisi)

Quei tumulti del 1230, pur se rimossi dalla cronaca ufficiale, lasceranno però il loro segno nei secoli. La tomba del santo rimarrà infatti ignota e misteriosa per 600 anni creando anche una feroce polemica tra i frati conventuali e i frati osservanti, i “ribelli” che troveranno sede proprio alla Porziuncola e che arriveranno a negare che il corpo del santo sia davvero custodito nella Basilica di Assisi. Una lotta senza esclusione di colpi e destinata a passare anche attraverso commedie teatrali satiriche, e che vedrà come principali contendenti il frate conventuale padre Baldassarre Lombardi e l’osservante padre Flaminio Annibali, che nel 1779 darà alle stampe il volume Quanto incerto sia che il corpo del serafico S. Francesco esista in Assisi. D’altra parte anche chi dava per scontato che la basilica voluta da Gregorio ed Elia contenesse le reliquie doveva ammettere che “la situazione presente del corpo forma difficoltà, intorno alle quali non si può parlar chiaro”.

“Nessuno sa infatti né come né dove il corpo è depositato” scrive padre Recolletto nel suo volume, tradotto in italiano più di un secolo dopo. Nessun frate potrà dire di aver visto la tomba, e se la leggenda parlerà di un corpo conservatosi integro, in piedi e con gli occhi aperti, con le piaghe “fresche e vermiglie”, sotto il pontificato di Clemente XI (1700-1721) il frate francescano e vescovo di Assisi Ottavio sosterrà, al contrario, che il corpo “si trova in cenere ed ossa sotto l’altare della basilica maggiore e non esiste alcun sotterraneo”, ricevendo per questo il rimprovero del papa e la proibizione ad affrontare ancora l’argomento.

Pio VII ritratto da Jacques Louis David all’incoronazione di Napoleone Bonaparte

Da parte sua, Pio V (1566-1572) ordinerà segretamente degli scavi sotto la basilica, senza riuscire però ad individuare né la cripta né la tomba.

Ci riproverà Pio VII nel 1818, e questa volta – dopo ben 52 notti di scavi segreti nei sotterranei – la tomba tornerà finalmente alla luce per essere autenticata definitivamente dal papa il 5 settembre 1820.

Insieme alle ossa, i vescovi dell’Umbria, i periti laici e i notai troveranno anche la traccia di quei tafferugli: lo scheletro, infatti, non si presenterà integro ma con le ossa tutte sparse, “centrifugate” dai movimenti bruschi a cui la cassa era stata sottoposta durante quella violenta e imbarazzante traslazione di cui le cronache avevano cercato di cancellare, inutilmente, la memoria.

Arnaldo Casali

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Il ritorno di Francesco in Egitto

Uno dei manifesti al Cairo per annunciare la visita di Papa Francesco in Egitto (28 e 29 aprile 2017) (Foto: Reuters – LaPresse)

Disarmato in una terra di guerra, a parlare di pace con il nemico. Dopo 798 anni Francesco torna in Egitto per completare un percorso e per riprendere un discorso; per chiudere un cerchio e disegnare una colomba; per combattere la paura e conquistare la speranza; per superare il passato e liberare il futuro.

Nel luglio del 1219 Francesco d’Assisi, in piena crociata, arriva a Damietta: armato solo della sua fede incontra il sultano Malek Al-Kamil inventando il dialogo interreligioso. È infatti il primo cristiano a rapportarsi pacificamente con l’Islam in un’epoca in cui la Chiesa promuove la Guerra santa di tutti i popoli europei contro il comune nemico islamico benedicendo la spada insanguinata, perché chi uccide un musulmano – secondo le parole di san Bernardo di Clairvaux – “non commette omicidio ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi. Uccide in piena coscienza e muore tranquillo: morendo si salva, uccidendo lavora per il Cristo”.

Una guerra, quella contro l’Islam, che non deve conoscere tregua né tantomeno accordi diplomatici; tanto che Gregorio IX (che vantava di essere stato amico di Francesco e cardinale protettore dei francescani) arriverà a scomunicare l’imperatore Federico II, colpevole di aver conquistato la Terra Santa senza spargimenti di sangue.

Lo stretto abbraccio fra Papa Francesco e il grande imam Ahmed al-Tayyeb è la foto simbolo dell’incontro

Nel 2017 papa Francesco arriva al Cairo in pieno stato di emergenza, a due settimane dalle stragi rivendicate dallo Stato Islamico che sono costate la vita a 47 cristiani. Ci arriva “pellegrino di pace” a petto scoperto, senza macchine blindate, per incontrare il presidente Al Sisi e abbracciare il grande imam Ahmed al-Tayyeb.

Ottocento anni fa il gesto di quel giovanotto di Assisi che aveva rifiutato qualsiasi istituzionalizzazione della sua scelta religiosa, era semplicemente inaudito: andava nella linea opposta rispetto a quella del Papa; che, se tollerava il fraticello che predicava l’umiltà e la povertà in una Chiesa ricca e potente, era solo per non trovarsi un altro eretico di mezzo.

Un gesto così inaudito, quello del Giullare di Dio, che le stesse biografie ufficiali hanno cercato di giustificare come ansia di martirio o tentativo di proselitismo, tanto da inventare anche un’improbabile “ordalìa”, ovvero una sfida tra i due a dimostrare l’autentica fede passando indenni attraverso il fuoco.

Giotto di Bondone, San Francesco davanti al Sultano – Assisi, Basilica superiore di San Francesco

D’altra parte è curioso come tante leggende si siano innestate su uno degli episodi più documentati sotto il profilo storico. Si tratta infatti di uno dei rari frammenti della vita di Francesco ad essere testimoniato “in presa diretta” da fonti esterne al mondo francescano, senza la mediazione della narrazione agiografica.

Il primo a citare il viaggio del Poverello di Assisi in Egitto, infatti, non è un biografo del santo ma un cronista della crociata: Giacomo da Vitry, vescovo e predicatore che nel marzo del 1220, pochi mesi dopo l’evento, lo racconta in una lettera in cui non fa il nome di Francesco ma ne parla come del Fondatore dell’Ordine dei Frati Minori, commentando che con la sua iniziativa “non ha ottenuto granché”.

Qualche anno dopo, tra il 1223 e il 1225 – ancora vivente Francesco – Giacomo torna a parlare dell’episodio nella sua Historia Occidentalis in cui riconosce, al contrario, il successo dell’iniziativa, visto che “ora i saraceni ascoltano volentieri i frati minori quando predicano la fede in Gesù Cristo e l’insegnamento del Vangelo”.

Ma il racconto più attendibile dell’episodio è probabilmente quello di Ernoul, che aveva passato quasi tutta la sua vita nei campi crociati dopo esserci arrivato come scudiero di Baliano II d’Ibelin, e che era stato testimone oculare dei fatti.

Anche Ernoul (che scrive intorno al 1227) non fa il nome di Francesco, e a differenza di Giacomo da Vitry, nonostante sia molto colpito dall’episodio e molto documentato sugli eventi, sembra non conoscere minimamente il protagonista. Parla infatti genericamente di “due chierici” (Francesco era accompagnato da frate Illuminato) che “si trovavano nell’esercito a Damiata”.

“Si recarono dal Cardinal legato – scrive Ernoul – e gli manifestarono la loro intenzione di andare a predicare al sultano; ma volevano fare questo con il suo beneplacito”. Il cardinale risponde che, per conto suo, non darà mai l’autorizzazione, perché nel campo nemico sarebbero sicuramente uccisi. “Ma essi risposero che se ci andavano lui non avrebbe avuto nessuna colpa, perché non era lui che li mandava ma semplicemente permetteva che vi andassero”.

San Francesco parla al sultano d’Egitto al-Malik al-Kāmil. Bassorilievo di Arnaldo Zocchi sul monumento a San Francesco, St. Joseph Square, Cairo (1909)

I due insistono tanto che il cardinale alla fine si arrende, lavandosi le mani da ogni responsabilità. “Allora i due chierici partirono dal campo cristiano, dirigendosi verso quello dei saraceni. Quando le sentinelle del campo saraceno li scorsero che si avvicinavano, congetturarono che certo venivano come portatori di qualche messaggio o perché avevano intenzione di rinnegare la loro fede. Si fecero incontro, li presero e li condussero davanti al Sultano”.

Quando giungono alla presenza di Malik Al-Kamil, il sultano chiede loro se sono venuti a portare qualche messaggio o se vogliono convertirsi all’Islam. I due rispondono che “giammai si sarebbero fatti saraceni, ma piuttosto erano venuti a lui portatori di un messaggio del signore Iddio per la salvezza della sua anima”. “Se voi non volete credere – gli dicono – noi consegneremo la vostra anima a Dio, perché vi diciamo in verità che se morirete in questa legge che ora professate, voi sarete perduto né mai Dio avrà la vostra anima”.

Il Sultano accetta quindi di imbastire un dibattito teologico con i due cristiani alla presenza dei suoi dignitari maggiori e gli incaricati del culto e Francesco e Illuminato rispondono che se non riusciranno a dimostrare quanto asseriscono, si faranno volentieri mozzare la testa. I dignitari convocati, però, rifiutano di farsi indottrinare dai cristiani e suggeriscono di uccidere subito la coppia di predicatori. Rimasto solo con i due, il Sultano considera che “sarebbe una ricompensa malvagia far morire voi, che avete voluto coscientemente affrontare la morte per salvare l’anima mia nelle mani del Signore Dio”. Decide quindi di offrire ai due chierici di restare con lui assicurando terre e possedimenti e di fronte al loro rifiuto li riempie di doni (oro, argento e drappi di seta) per farli poi scortare verso il loro accampamento. “Essi protestarono che non avrebbero preso nulla dal momento che non potevano avere l’anima di lui per il Signore Iddio, poiché essi stimavano cosa assai più preziosa donare a Dio la sua anima che il possesso di qualsiasi tesoro. Sarebbe bastato che desse loro qualcosa da mangiare, e poi se ne sarebbero andati”.

Il sultano fa offrire loro quindi un abbondante pasto. “Finito, essi si congedarono da lui che li fece scortare sani e salvi all’accampamento dei cristiani”.

Così molto probabilmente sono andate le cose. Eraclio, altro storico della crociata che scrive intorno al 1230, aggiunge che Francesco rimane con l’esercito cristiano a Damietta fino a quando la città non viene presa, e che “egli notò che il male e il peccato cominciavano a crescere tra la gente dell’accampamento e ne provò tanto dispiacere che se ne andò via e si fermò per un pezzo in Siria. Poi fece ritorno al suo paese”.

Il Corno con le bacchette di S. Francesco in avorio scolpito, lamina d’argento incisa e bulinata, bacchette lignee e cinque catenelle custodite nella basilica di Assisi

Se le reliquie custodite nella Basilica di Assisi sono autentiche, comunque, qualche dono come un corno e altri oggetti preziosi – per non offendere l’ospitalità del sovrano – Francesco l’aveva comunque accettato. Particolarmente interessante è il fatto che l’incontro tra Francesco e Malek Al-Kamil sia ricordato non solo da fonti cristiane, ma anche da fonti islamiche: nell’epigrafe funeraria di un saggio musulmano, Ibn al-Zayyât, che era consigliere spirituale di Malik Al-Kâmil, si dice infatti che questo saggio aveva avuto “un’avventura memorabile con un monaco cristiano”.

“L’incontro, dunque, vi è stato – come spiega il francescanista Marco Bartoli – è stato percepito come straordinario dai contemporanei e i due protagonisti erano uomini, per ragioni diverse, propensi alla pace”.

Il primo biografo di Francesco a parlare dell’episodio, è il primo biografo in assoluto: Tommaso da Celano, che nella sua prima vita del santo, pubblicata nel 1228 a due anni dalla morte, aggiunge violenze, minacce e torture subite da Francesco da parte dei “sicari del Sultano” mentre nella seconda, scritta quasi vent’anni dopo e redatta utilizzando i ricordi di molti compagni, inserisce una profezia: “Un giorno, avuta notizia che i nostri disponevano a battaglia, si addolorò fortemente e rivolto al compagno disse: “Il Signore mi ha mostrato che se avverrà oggi lo scontro, andrà male per i cristiani”. Poi si rivolge ai crociati, “e per il loro bene scongiura a non dar battaglia, e minaccia la disfatta”. I militari, però, lo prendono per uno scherzo e vanno all’attacco, salvo poi doversi dare alla fuga. “Il santo era vinto dalla compassione – conclude Tommaso – soprattutto compiangeva gli spagnoli, che vedeva ridotti a ben pochi a causa del loro maggiore slancio nel combattere”.

Questo episodio darà in seguito origine a speculazioni interpretative agli antipodi tra loro: se gli storici pacifisti lo considerano un tentativo di Francesco di fermare la crociata, quelli guerrafondai ci vedono un santo “stratega” che non vuole mandare i soldati in battaglia perché ne ha già previsto l’esito negativo.

Quindici anni dopo – nel 1263 – San Bonaventura, impegnato a normalizzare il suo fondatore, nella Legenda Maior riporta più o meno i racconti precedenti (sostituendo però Damietta con Babilonia e sottolineando che si trattava del terzo tentativo del santo di raggiungere i paesi arabi) mentre nei Cinque discorsi per le feste del padre san Francesco lavora di fantasia aggiungendo la sfida con il Sultano e la passeggiata sui carboni ardenti.

Una delle leggende su San Francesco e il sultano dipinta dal Beato Angelico, Lindenau Museum, Altenburg

I Fioretti (che raccolgono leggende risalenti a metà del Trecento) sostengono infine che il Sultano era così ammirato da Francesco da aver autorizzato i compagni a predicare nelle sue terre. Particolarmente piccante è poi l’episodio della “femmina bellissima nel corpo ma sozza nell’anima” che cerca di indurlo al peccato. “Io accetto – risponde Francesco di fronte all’allettante proposta – andiamo a letto”. La donna prova a portarlo in camera, ma Francesco risponde: “Vieni con meco, io ti menerò a un letto bellissimo”. E la porta di fronte a un letto di fuoco, in cui Francesco – spogliatosi nudo – si sdraia invitando la meretrice a fare lo stesso. “E standosi così santo Francesco, per grande ispazio con allegro viso, e non ardendo né punto abbronzando, quella femmina per tale miracolo ispaventata e compunta in cuor suo, non salmente si penté del peccato e della mala intenzione, ma eziando si convertì perfettamente alla fede di Cristo e diventò di tale santità, che per lei molte anime si salvarono in quelle contrade”. Per concludere, il Sultano manifesta al santo la volontà di convertirsi al cristianesimo, ma preferisce evitare di farlo subito per non mettere a rischio la vita dello stesso Francesco, promettendo però di farsi battezzare dai frati dopo la sua morte.

La cronaca di frate Illuminato, da parte sua, riporta un dibattito molto serrato (e altrettanto improbabile) tra Francesco e il Sultano, in cui Malek Al-Kamil – dimostrando di conoscere a memoria il Vangelo, dice: “Il vostro Signore insegna che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vi vuol togliere la tonaca. Quanto più voi cristiani non dovreste invadere le nostre terre”. Come dargli torto? Eppure Francesco lo fa: “Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Altrove, infatti, è detto: Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te. E con questo ha voluto insegnarci che se anche un uomo ci fosse amico o parente dovremmo essere disposti a separarlo, ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tenta di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla religione di lui quanti più uomini potete”.

La Chartula autografa di San Francesco (Assisi, Basilica di S. Francesco, Cappella delle Reliquie)

In questo racconto, dunque, si cerca di giustificare lo scandaloso gesto di pace di Francesco cercando di farlo passare per un’agguerritissima forma di proselitismo. Peccato che a smentire lo pseudo Illuminato sia Francesco stesso, che tornato dall’Egitto fa scrivere nella Regola non bollata (quella cioè, che non verrà approvata dal Papa, ma che riflette più fedelmente il pensiero del santo rispetto a quella ufficiale): “O frati tutti, riflettiamo attentamente che il Signore dice: ‘Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano’, poiché il Signore nostro Gesù Cristo, di cui dobbiamo seguire le orme, chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono, dunque, nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, e li dobbiamo amare molto poiché, a motivo di ciò che essi ci infliggono, abbiamo la vita eterna”. E specifica: “I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio”.

Ma non finisce qui: che quel viaggio voluto per sete di martirio si fosse trasformato in uno straordinario incontro umano e spirituale, lo prova anche una preghiera scritta da Francesco nel 1224: l’unica, peraltro, di cui possediamo il manoscritto autografo, essendo stata vergata dal santo in un biglietto consegnato a frate Leone durante la permanenza alla Verna.

Lo stesso Leone annota sulla pergamena di aver avuto il biglietto proprio nei giorni in cui il santo riceveva le stimmate. Il foglio (conservato oggi nella cappella delle reliquie della Basilica di Assisi) riporta su una facciata una benedizione, e sull’altra le Lodi di Dio altissimo, che non sono altro che una traduzione e una sintesi della più celebre preghiera islamica: I 99 nomi di Allah. Un incredibile esempio, dunque, di preghiera comune, che anticipa di oltre settecento anni lo storico incontro di Assisi voluto da Giovanni Paolo II nel 1986.

Uno dei momenti dell’incontro di Papa Francesco con il grande imam Ahmed al-Tayyeb (Foto: Reuters/Mohamed Abd El-Ghany)

Trent’anni dopo quell’incontro, proprio Francesco è diventato papa. E non è solo una questione di nome (come è noto, non era mai stato usato da nessun pontefice prima): perché Jorge Mario Bergoglio dimostra ogni giorno di voler attuare ai vertici della Chiesa proprio lo stesso programma che Francesco aveva tentato dal basso: una Chiesa povera, che sta in mezzo ai poveri, e che persegue la pace e il dialogo con tutti anche – e soprattutto – con quelli che la società cristiana occidentale considera oggi i principali nemici.

E se ci sono voluti secoli, prima che un papa avviasse – sulle orme di Francesco d’Assisi – un dialogo con l’Islam, oggi l’incontro al Cairo lo riprende in una fase particolarmente delicata e dopo anni di gelo dovuti a incidenti diplomatici avvenuti durante il pontificato precedente.

Ieri come oggi, quindi, quella che dal centro dell’Italia va verso il cuore dell’Egitto è – per usare l’espressione di padre Gwenolè Jeusset – componente della Fraternità internazionale di Istanbul per il dialogo interreligioso e presidente della Commissione internazionale francescana per le relazioni con i musulmani – “la strada che apre gli orizzonti alla pace”.

Arnaldo Casali

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Francesco e il sultano, anatomia di un incontro

Beato Angelico, San Francesco davanti al sultano, Lindenau Museum, Altenburg

L’incontro tra Francesco d’Assisi e Malik Al-Kâmil continua a fare discutere e a far pubblicare nuove ricerche. John Tolan ha pubblicato per la Seuil “Le Saint che le Sultan. La rencontre de François d’Assise et de l’Islam. Huit siècles d’interpretation”.

L’incontro tra Francesco d’Assisi e Malik Al-Kâmil, avvenuto a Damietta, in Egitto, nel 1219, è divenuto ben presto un “luogo della memoria”, cioè uno di quegli episodi che si sono caricati di letture e interpretazioni nel corso dei secoli, che ne hanno di volta in volta modificato i connotati ed i tratti di partenza. Tolan conduce il lettore attraverso i testi e le immagini, che, nei secoli, hanno trasmesso e interpretato (e quindi modificato) il ricordo di quell’incontro. Il lettore non addetto ai lavori potrà forse stupirsi nell’apprendere che le prime fonti non hanno avuto origine nell’ambiente francescano, ma in quello, in parte ben distinto, dei cronisti della Crociata.

Il primo a parlarne è Giacomo da Vitry, vescovo e predicatore, che aveva nella Crociata un ruolo ufficiale. Egli parla della visita di Francesco al sultano per la prima volta in una lettera del febbraio o al massimo del marzo 1220, cioè a una distanza di pochi mesi dall’avvenimento. Il commento dell’alto prelato, che non fa il nome di Francesco ma dice che si tratta del fondatore dell’Ordine dei Frati Minori, è che, con la sua iniziativa, egli “non ha ottenuto granché”.

Giacomo ritornò poi a parlare dell’incontro qualche anno più tardi, tra il 1223 e il 1225, nella sua opera maggiore: la Historia Occidentalis, composta quando ormai la crociata si era rivelata un fallimento. In questo contesto la valutazione dell’iniziativa di Francesco (di cui adesso si fa esplicitamente il nome) è tutt’altra perché, a dire di Giacomo, adesso “i saraceni ascoltano volentieri i frati minori quando predicano la fede in Gesù Cristo e l’insegnamento del Vangelo”.

Il libro di John Tolan

La seconda fonte è un anonimo redattore di una cronaca della crociata, o, meglio, di una continuazione di una cronaca precedente. L’anonimo è verosimilmente schierato dalla parte di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme che, nel corso della crociata, si era più volte scontrato con il delegato papale, cardinal Pelagio. Questa fonte, che risale probabilmente agli anni 1227-1229, mette in cattiva luce il cardinal Pelagio, mentre presenta Malik Al-Kâmil come un saggio sovrano che dialoga cortesemente con i due “chierici” cristiani (anche questa fonte non fa il nome di Francesco) che si erano recati da lui. Le fonti successive sono tutte successive alla canonizzazione di Francesco (avvenuta nel 1228) e quindi inevitabilmente legate al problema di conciliare l’episodio di Damietta con l’immagine di santità che si intendeva proporre attorno alla vita di Francesco.

Il primo a tentare l’operazione fu Tommaso da Celano nella sua Vita beati Francisci. L’idea di Tommaso è che Francesco si sia recato in Oriente (anzi, come lui dice, in Siria) per la sua sete di martirio. Dopo di lui Enrico d’Avranches, che non era francescano, ma era forse il poeta più “alla moda” in quel momento, propose un poema in versi nel quale l’incontro con il sultano assume il carattere di una dotta disputa tra maestri di teologia.

Mentre Enrico non ebbe pressoché alcuna influenza sulla produzione successiva, una delle opere in questo senso più feconde fu senza ombra di dubbio la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio.

Il dottore serafico, che era nel momento in cui scriveva la sua biografia, anche Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori, dilatò in modo sorprendente il racconto di Tommaso da Celano, introducendo in particolare l’episodio dell’ordalia. Francesco, davanti al rifiuto dei dotti musulmani, avrebbe proposto al sultano una prova del fuoco: avrebbe cioè camminato sui carboni ardenti per provare al verità della sua fede.

Giotto di Bondone, San Francesco davanti al Sultano

Bonaventura ha però qualcosa in comune con Tommaso da Celano: dovendo spiegare in qualche modo l’insuccesso della missione presso il sultano (che non portò né alla sua conversione né al martirio di Francesco) tutti e due gli autori francescani spiegano che Dio aveva predisposto per Francesco un’altra forma di martirio, quello delle stimmate, che si sarebbe avverato puntualmente qualche anno più tardi.

Altri due autori francescani però danno letture in parte divergenti dell’episodio: il primo è Angelo Clareno, uno dei principali esponenti dei cosiddetti spirituali, e l’altro Ugolino da Montegiorgio, autore degli Actus beati Francisci, un testo destinato a grandissima fortuna letteraria nel suo adattamento in volgare italiana, con il titolo I Fioretti. Il primo presenta il viaggio in Oriente come l’inizio di tutte le disgrazie dell’Ordine, dato che i frati malvagi, ispirati dal diavolo, avrebbero colto l’occasione per introdurre dei rilassamenti nella primitiva regola di vita. Clareno non fa altro che situare nel 1219 quegli scontri tra Spirituali e Comunità di cui lui stesso era uno dei protagonisti, quasi un secolo dopo.

Ugolino da Montegiorgio invece osa proporre una lettura innovativa dell’episodio. Negli Actus infatti l’insuccesso viene trasformato in successo perché Francesco arriva a convertire il sultano, che però si farà battezzare solo in punto di morte, qualche anno più tardi.

Una seconda parte del volume di Tolan è poi dedicata agli sviluppi successivi di questo “luogo della memoria”. A partire dalle rappresentazioni iconografiche dal XIV secolo fino alle edizioni a stampa della leggenda di Bonaventura, passando per i testi contemporanei alla grande lotta contro i Turchi, che ha impegnato l’Europa a partire dal XV secolo. Testi che, ovviamente, mettono in risalto la violenza del sultano e dei suoi sbirri. Si arriva così all’Illuminismo che, con Voltaire, dipinge Francesco come un religioso fanatico davanti ad un sultano colto e tollerante. Mentre nel XIX secolo Francesco verrà salutato come antesignano della presenza europea in Medio Oriente, apostolo della civiltà occidentale. Il quinto ed ultimo capitolo è invece dedicato alla costruzione dell’immagine di Francesco come “apostolo della pace” tra XX e XXI secolo, giungendo fino a parlare della Giornata Mondiale per la Pace promossa da Giovanni Paolo II nel 1986.

Alla fine si resta quasi persuasi: le immagini che le diverse generazioni si sono costruite attorno a questo “luogo della memoria” sono non solo tante, ma, spesso, divergenti se non contrapposte. In effetti le fonti spesso ci dicono di più della sensibilità di chi le ha scritte e della generazione nella quale furono concepite che dell’episodio di Damietta in sé. Se è vero però che le immagini costruite su questo luogo della memoria sono cangianti, non è vero per questo che la verità storica di quell’avvenimento sia ormai perduta. Affermare una cosa simile sarebbe come dire che il lavoro degli storici non serve a nulla.

Montefalco, Complesso museale di San Francesco, Benozzo Gozzoli, Francesco d’Assisi e il sultano al-Kamil, una scena del ciclo di affreschi sulla vita del santo

Ma, alla fine, Francesco, ha davvero incontrato il sultano? Proprio le fonti citate da Tolan spingono a dire alcune cose semplici, che non possono essere confutate. La prima è che quell’incontro vi fu. Gli storici credono alla verità di un avvenimento quando esso è attestato da più fonti non dipendenti l’una dall’altra e questo è esattamente il caso di quel che è avvenuto a Damietta.

La seconda cosa è che quell’avvenimento suscitò la meraviglia dei contemporanei.

La terza cosa è che, una volta conosciuto il protagonista, è lecito guardare alle altre fonti che lo riguardano per interpretare i motivi per cui è giunto a compiere un tale gesto. Forse, generazione dopo generazione ci si è avvicinati ad una verità che i contemporanei han fatto fatica a capire.

Il vantaggio che oggi abbiamo riguarda proprio la conoscenza delle fonti. Per molti secoli il racconto pressoché unico dell’evento è stato quello fornito da Bonaventura nella Legenda Maior, che, come giustamente mette in guardia Tolan, non è privo di interpretazioni e amplificazioni.

Un discorso forse a parte meritano le fonti di parte araba.

Come sanno tutti gli specialisti, si deve al grande arabista francese Louis Massignon la scoperta di un Kawâkib (elogio funebre) di un saggio musulmano, Ibn al-Zayyât, che era consigliere spirituale di Malik Al-Kâmil, nel quale si dice che questo saggio ebbe una hikâya mashhûra (un’avventura memorabile) con un râhib (un monaco cristiano). Massignon non ebbe dubbi: si trattava di un riferimento alla visita di Francesco a Damietta.

La prova del fuoco davanti al sultano – Giotto, basilica di S. Croce, Firenze

Le cose che ora sappiamo sono dunque quelle che abbiamo provato a dire: che l’incontro vi è stato, che è stato percepito come straordinario dai contemporanei e che i due protagonisti erano uomini, per ragioni diverse, propensi alla pace.

Malik Al-Kâmil secondo le cronache della Crociata propose più volte un accordo ai crociati, che rifiutarono nella presunzione di poter giungere ad una vittoria militare, e, anche in seguito lo stesso sultano firmò il famoso accordo con Federico II per la concessione decennale dei Luoghi Santi.

La pace cercata dal sultano era dunque principalmente una pace politica. Davanti a lui Francesco aveva fatto della pace un asse della sua scelta di vita, al punto di scrivere nel suo Testamento: “L’Altissimo mi rivelò questo saluto: il Signore ti dia pace”. La pace di Francesco era dunque anzitutto un’idea religiosa, che non ricusava però ripercussioni sul piano storico e politico, come la sua predicazione testimonia.

Marco Bartoli tratto da “Adesso” n.41 – www.reteblu.org

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Il mio Francesco

Liliana Cavani nelle riprese di scena di “Francesco d’Assisi” (1966) . Fonte: www.lilianacavani.it

Era il 1966 e Angelo Guglielmi, allora dirigente della Rai, doveva produrre una celebrazione dedicata a Francesco; uno spettacolo di prosa, da mettere in scena dentro uno studio di via Teulada, e me ne parlò. Io gli dissi subito: non mi interessa né lavorare in studio, né la figura di San Francesco.

Venivo da una famiglia che dire laica è poco e Francesco d’Assisi mi interessava soltanto come poeta. Poi però, per curiosità avevo voluto leggere una biografia di Francesco e mi capitò in mano quella scritta da Paul Sabatier, che per me è tra le migliori. È un testo che, alla fine del XIX secolo inaugurò gli studi francescani moderni e che la Chiesa aveva messo all’indice. A me invece piacque moltissimo: non è un testo agiografico ma un vero romanzo di formazione. Mi fece capire (e vedere) l’avventura di un giovane che non sa decidersi cosa far di sé, perché l’idea di fare il commerciante come suo padre lo avvilisce. Tenta l’avventura delle armi (si è addestrato, è bravo e ha i muscoli pronti) ma non solo si scoccia, come si direbbe oggi, ma scopre di avere una forte avversione per la violenza… vidi in quel Francesco confuso sui valori un giovane di oggi, con sentimenti autentici e oltretutto applicabili ad un ragazzo come ad una ragazza, e per quello mi piacque.

Rimasi stupefatta dall’attualità e dalla modernità di questa figura, e questo per diversi motivi: primo, perché Francesco non è un francescano; secondo, perché la sua era una rivoluzione generazionale, e per questo sempre attuale. Mi sono trovata a condividere tante cose. Così ho detto a Guglielmi: facciamone un film a basso costo, e lui che amava le sfide, chiamò Leo Pescarolo, che era un produttore che non aveva ancora fatto un film ma sognava di farlo, e gli affidò il progetto.

Il budget che ci misero a disposizione era di soli trenta milioni di lire, ovvero il costo che era preventivato per la trasmissione televisiva. Fu il mio primo film, ma fu anche il primo film in assoluto della televisione italiana. E con trenta milioni lo abbiamo fatto. Ebbe la fortuna di essere invitato a Venezia, dove allora non c’era ancora una sezione giovani; i giovani, a Venezia, non se li filava nessuno. Fui invitata a mostrare il film da un gruppetto di critici che lo avevano amato vedendolo in Tv. Ricordo tra questi estimatori Giovanbattista Cavallaro dell’Avvenire, che fu promotore dell’invito a Venezia, dove il film ebbe molto successo.

La locandina di “Francesco d’Assisi” (1966)

In quell’anno – il 1966 – a Venezia c’era in concorso La prise de pouvoir par Louis XIV di Roberto Rossellini che ebbe molto successo e vinse il Leone d’oro. Questo film bellissimo e il mio vennero considerati i due veri eventi del Festival, proprio a causa del loro stile considerato nuovo e dirompente. Mi fecero varie interviste insieme a Roberto Rossellini: il grande maestro del cinema italiano e la giovane debuttante. Per me fu il vero premio. Era simpaticissimo e ricordo che mentre aspettavamo che posizionassero le luci mi raccontava aneddoti spiritosi sulla lavorazione dei suoi film e su Francesco giullare di Dio”.

Ci fu una proiezione per Ettore Bernabei che era il direttore generale della Rai e per altri funzionari. Il film piacque ma l’impatto fu forte. Per fortuna era stato invitato il responsabile del Centro Cattolico Cinematografico, un monsignore molto sensibile e intelligente che incoraggiò Bernabei a trasmetterlo dicendo che se ne assumeva tutta la responsabilità. Il monsignore – Francesco Angelicchio – pochi mesi prima aveva sostenuto e difeso Il vangelo secondo Matteo di Pasolini. E così Francesco di Assisi fu trasmesso e piacque moltissimo. Però ci fu un’interpellanza in Parlamento di un deputato del Movimento Sociale che criticò la Rai per avere disonorato il santo protettore d’Italia. Monsignor Angelicchio purtroppo fu in seguito spostato dal Centro Cattolico Cinematografico e mandato a dirigere una grande parrocchia di periferia. Sono rimasta sempre in contatto con lui: ero curiosa di sapere come un intellettuale come lui avrebbe potuto condurre una grande e difficile parrocchia suburbana. Se la cavò benissimo: la parrocchia diventò un centro attivo di accoglienza per i giovani perché don Francesco fondò una grande scuola professionale di tecnologia. I giovani così preparati trovavano lavoro. Era un grande sacerdote. E (chi l’avrebbe detto?) al suo funerale scoprii che era stato il primo sacerdote consacrato dell’Opus Dei. In seguito, a causa di questo film che diventò il film del dissenso cattolico, fui bollata come cattolica cripto-comunista. Allora si davano sempre etichette a destra come a sinistra. Era impossibile capire o credere che una persona fosse semplicemente libera di testa.

Lou Castel in “Francesco d’Assisi” del 1966

Francesco, Chiara e il ’68 Non voleva essere una scelta provocatoria: scelsi Lou Castel perché dopo aver visto tanti altri giovani attori mi sembrò il più giusto. In seguito ho scoperto che era un giovane che aveva fatto una scelta radicale per un ideale. Anche se il suo era il marxismo, era stato capace di spogliarsi di tutto. Poi hanno detto che il mio film ha anticipato il ’68 e del resto in effetti io immagino il movimento francescano un po’ come quello sessantottino, non a caso il mio film è stato percepito come qualcosa di nuovo. Si afferrava che c’era qualcosa di nuovo nell’aria, perché c’era in Francesco.

Ce lo immaginiamo sempre con delle tuniche come quelle che indossano oggi i frati, invece quando lui si denuda di fronte al padre, il vescovo gli dà un indumento da contadino, un camicione che ancora usavano in campagna all’inizio del secolo scorso. Ad ogni modo la grande modernità di Francesco e Chiara si fatica a raccontarla bene perché le fonti sono insufficienti e se si azzarda qualcosa si può pensare che me la sono inventata. È evidente, per esempio, che Chiara era una femminista ante litteram. Fugge di casa, decide da sola della propria vita, una cosa che a quei tempi non era neanche pensabile. Comunque su Chiara le fonti sono soltanto agiografiche. D’altra parte le testimonianze sono passate attraverso il filtro di Elia da Cortona, il capo generale dell’ordine francescano al momento della morte di Francesco, quello che aveva fatto costruire la grande basilica di Assisi.

Se la popolarità di Francesco venne, come indica la parola dalla gente comune, tanta, che capiva o comunque ne intuiva la purezza, chi poi organizzò alla grande tutto il “movimento” francescano fu l’intellettuale e intelligentissimo Elia. Fu lui a inviare una direttiva ai frati affinché quelli che avevano conosciuto personalmente Francesco inviassero una loro testimonianza alla sede centrale.

Le testimonianze così raccolte diventarono le “Fonti” francescane. Certo, non senza scartarne qualcuna e non senza divergenze perché i primi seguaci (come frate Leone) avevano idee differenti sull’eredità di Francesco e furono isolati e pare anche picchiati. E così dal vivido calore del movimento francescano che aveva dei connotati del miglior Sessantotto, si passò al culto organizzato con quel che ne conseguì, anche se a mio parere il francescanesimo ha conservato una vitalità capace di rinnovarsi.

Il film ebbe, come si dice, una storia di successo. Fu richiesto in tanti posti. Per esempio subito dopo Venezia fui invitata a presentare il mio film a Praga dal gruppo di intellettuali di “Carta 90”. Era il periodo della famosa Primavera di Praga: si erano liberati dell’occupazione dei russi e vivevano nell’ebbrezza della libertà, che però durò poco. Nel ’68 a Praga arrivarono i carri armati sovietici. La festa era finita. Non ho mai saputo cosa accadde a tanti intellettuali che avevo conosciuto, eccetto Milos Forman, che andò in America e lo rividi a New York 10 anni dopo.

Mickey Rourke nel film “Francesco” di Liliana Cavani (1989)

Il secondo “Francesco” Con il primo film mi resi conto in realtà di avere soltanto avviato una riflessione su Francesco. Avevo lacune, acerbità e resistenze. Per esempio, in quella prima versione non ero riuscita a raccontare l’episodio delle stimmate. La seconda volta mi sono detta: ci provo e se funziona tengo la scena, altrimenti la tolgo. Abbiamo realizzato un unico piano sequenza, con due macchine. Non potevo fare altro. Non potevo controllare i gesti delle mani e l’espressione del viso. Ho potuto soltanto parlarne con Mickey, esprimergli il significato per Francesco di quell’evento. Un significato grande; una risposta più grande di quella che si aspettava. Mickey ha capito. Ci siamo commossi mentre giravamo quella scena, e ci siamo commossi poi rivedendola in proiezione. Così ho deciso di lasciarla.

Prima di iniziare le riprese di un film cerco di passare qualche giorno con i protagonisti. Si fa una lettura della sceneggiatura e si parla. Mickey è venuto apposta a Roma una settimana prima: ci siamo visti tutti i giorni per parlare di Francesco. Mickey aveva studiato a New York all’Actor’s Studio, anzi ne era stato un attore modello e dopo il suo corso è stato lì anche come insegnante. In quei pomeriggi parlavamo anche di noi, della nostra vita e anche di cose molto personali. Mickey è un formidabile ascoltatore, cosa rara. Lui fece tesoro di certe mie vicende: dopo aver girato la sequenza in cui Francesco ha il dolore di non sentirsi connesso al suo Cristo e si dispera e piange, gli ho chiesto: “Cosa pensavi in quel momento?”. Mi ha risposto: “A quando tu bambina aspettavi tuo padre che non arrivava”. È un metodo che ha avuto molta efficacia.

Ho sempre pensato che un attore recita, ma mai fino in fondo, e se non ha qualcosa che lo connette al personaggio, non può rendere più di tanto, perché il cinema non è il teatro: l’obiettivo della camera svela l’animo umano. L’obiettivo è davvero obiettivo, scava nell’animo. Ho sempre pensato quindi che nel mio protagonista fosse necessaria la partecipazione vera, autentica. Avevo visto Mickey nel film L’anno del dragone, parlai di lui con Charlotte Rampling che aveva fatto con lui un thriller, Angel Heart e le dissi della mia idea; lei mi rispose che Mickey era un uomo straordinario e fraterno. E così volli incontrarlo mentre stava girando un film.

Liliana Cavani e Mickey Rourke. Foto Paul Ronald – Francesco, 1989 (Fonte: www.lilianacavani.it)

Andai a trovarlo nel New Jersey, dove stava lavorando. Ho potuto vederlo solo la sera tardi, in hotel. Si è fatto portare due pizze in camera, che abbiamo mangiato seduti sulla moquette. Non c’erano poltrone e sedie. Parlava poco e ogni tanto ravanava in cerca di non so che dentro una vecchia sacca che aveva accanto. Mi domandò ad un certo punto come doveva essere in Francesco. Gli risposi che andava bene com’era, com’era lì con me, con la stessa semplicità e timidezza. Qualunque fesseria si dica di Mickey, di fatto è timido e gentile. Allora manteneva una squadra di amici al seguito (come, d’altra parte, faceva anche Lou Castel) e un fratello malato con accompagnatore. Manteneva tutti. Per questo Mickey e Lou non sono diventati ricchi: amavano condividere. Non erano d’istinto francescani? Quello che è certo, è che la recitazione di Mickey e Lou nel ruolo di Francesco non era mai meccanica. Se fosse possibile crederlo direi che si sono messi in contatto con Francesco, perché il regista non può fare più di tanto.

All’inizio della conversione di Francesco ho inserito un vangelo in volgare, cioè non in latino, come era stato scritto fino ad allora. Era nella lingua parlata che inizia ad essere scritta. Il vangelo in volgare, in quel periodo, è diffuso, però in segreto. Allora c’erano varie eresie che trovavano ispirazione proprio dalla lettura del vangelo non mediata dall’interpretazione del clero. Francesco si ispira alla lettura diretta delle parole del Cristo e le vuole prendere alla lettera (“sine glossa”), cioè non secondo le interpretazioni ecclesiastiche. Per quello Francesco ha rischiato di apparire eretico: perché si muoveva sul sentiero, sia pure stretto, dell’ortodossia.

Nei primi due film non ho inserito l’episodio della crociata che pure è molto importante. È un episodio molto discusso perché le fonti sono molto scarse e quelle che ci sono, sono troppo agiografiche. L’unico elemento su cui ho potuto appoggiare con esattezza una parte di racconto, è la testimonianza sul fatto che lui era comunque contrario alla guerra e predicava la pace. Al punto che il saluto tipico che insegnò di ritorno dalla crociata era dall’arabo: “la pace sia con voi”. Le crociate erano volute accanitamente dai papi con l’adesione di nobili cadetti, ma anche di avventurieri di ogni specie che col pretesto di liberare il Santo Sepolcro andavano di fatto alla conquista di territori per arricchirsi. I puri erano credo assai pochi o degli esaltati: erano vere guerre di conquista e Francesco lo comprese presto. Tentò di sicuro di arginare violenza e carneficine ma capì che le sue forze erano inadeguate. Oltretutto lo spirito di fede di Francesco non prevedeva la propaganda ma il solo esempio, la sola testimonianza.

L’attirce Helena Bonham Carter interpretò Chiara in “Francesco” del 1989

Chiara Anche in questo caso le fonti sono molto carenti. Ho agito per intuizione, quindi non per documenti storici. Per Francesco quella che oggi chiamiamo la parità della donna è fuori discussione. Dio creatore non commette ingiustizie, la fratellanza è totale. È implicito nella bellissima poesia di Francesco, il Cantico delle creature: non ci sono generi o razze inferiori. Inoltre Chiara è stata la sua consigliera. Nel tentare la realizzazione dello status di fratello minore di Gesù Francesco chiedeva consiglio a Chiara, che io ho sempre immaginato per quanto possibile come una donna più giovane di lui con una grande mente libera e con un grande coraggio. Chiara sarebbe stata la prima a non capire una diminutio a causa del suo sesso. Penso che Francesco e Chiara abbiano riflettuto tantissimo sulle parole del vangelo anche insieme: infatti Francesco quando aveva dei dubbi o si sentiva confuso si rivolgeva a Chiara. Penso che loro due insieme nell’interpretare le parole di quel testo siano riusciti a superare svariati secoli di fraintendimenti. A questo si deve l’attualità sconcertante di Francesco e Chiara. I film raccontano tutto questo.

Ho anche pensato che di sicuro all’inizio Chiara e le sue compagne volevano mantenersi facendo lavori umili, quindi lavorando fuori dal convento. Ma specie a quei tempi avrebbero corso il pericolo di aggressioni. Il mondo allora era anche più pericoloso di oggi per ragazze e donne in giro senza un uomo accanto.

E se davvero Chiara e le sue compagne fossero state aggredite? Se fossero accaduti stupri o cose del genere? Se è possibile oggi lo era anche ieri, di più forse. Del resto Francesco va dal Papa per avere una protezione. Spesso infatti i fratelli che andavano in giro a predicare erano aggrediti e presi a sassate persino dai fedeli e dai preti. Se il mondo era pericoloso per i fratelli, lo era ancora di più per le sorelle. E forse episodi spiacevoli sono accaduti. Forse – è una mia ipotesi – hanno deciso insieme che le donne non dovevano lasciare il convento. E deve essere stata per Chiara una decisione dolorosa, per lei che era stata abituata ad assistere i poveri direttamente fin da ragazzina. Credo che Chiara si sia adeguata con fatica alla decisione della clausura, lo avverti dalla tenacia con la quale pretese una nuova regola scritta da lei stessa per lei e le sue compagne. La prima regola monastica scritta da una donna. Secondo me hanno escogitato insieme questa regola, che fa sì che lei sta dentro il convento, ma vive in povertà come i poveri che stanno fuori. Come nei vasi comunicanti: chiudiamo la porta ma io vivo con le stesse difficoltà che hanno le persone più povere, cioè esattamente come i frati che stanno fuori.

Chiara è stata testardamente fedele a questa regola giudicata dal clero troppo severa. E quando il papa (Francesco era già morto) le chiese di renderla meno aspra lei rifiutò di farlo. Non era da tutti contraddire il Papa.

Una povertà assoluta che nelle clarisse si è conservata fino ad oggi: un mio amico di Bergamo si ricorda che durante la guerra in momenti difficilissimi suo padre portava del cibo alle clarisse affamate e prive di tutto perché non tenevano nulla per loro. Lo stesso so che faceva un tale che portava cibo alle clarisse di Carpi e doveva pregarle di non regalare tutto ai poveri che bussavano. È rimasta nelle clarisse la fermezza al concetto dei vasi comunicanti con l’esterno. Se c’è gioia la si condivide se c’è fame idem.

Liliana Cavani con Mickey Rourke e Helena Bonham Carter. Foto Paul Ronald – Francesco, 1989 (Fonte: www.lilianacavani.it)

Le fonti francescane Come accennavo Elia da Cortona mette le basi al culto di Francesco: chiede ai frati che lo hanno frequentato e ora sparsi nel mondo di inviare una testimonianza scritta. Le testimonianze sarebbero state indispensabili ai biografi che furono subito messi al lavoro (Tommaso da Celano, Bonaventura da Bagnoregio ecc…). Quando feci il primo Francesco queste testimonianze e le biografie erano ancora sparse, invece quando feci il secondo erano raccolte in un unico volume (bellissimo) a formare le “Fonti francescane”. Tra queste fonti quella che mi piacque sempre fu La leggenda dei tre compagni, perché mi sembra il testo più ispirato e la testimonianza più veritiera sulla sostanza del movimento francescano. Nel film (il secondo) tutto il racconto è infatti affidato al ricordo di questi compagni della prima ora. Al gruppo ho aggiunto Chiara perché se ci fu persona che capì a fondo la vocazione di Francesco fu proprio lei, e anche lei del resto fu tra i primi a seguire Francesco.

Io & Francesco Devo tanto alla televisione e al cinema. Sono stati i miei master conquistati sul campo. Sono laureata a Bologna in lettere antiche (volevo fare l’archeologa) ed ero tanto ignorante in storia contemporanea. Tra documentari e film ho dovuto e voluto approfondire il ventesimo secolo, storia e religione. La mia formazione è stata laica al cento per cento e la religione è stata per me una scoperta fatta a poco a poco e poi con Francesco e affrontata con freschezza, penso, come si fa un viaggio in un paese quasi del tutto ignoto. Un paese pieno di bellezza ma anche di trabocchetti. D’altra parte la Chiesa è “persone” e non tutte sono splendide. Francesco lo era. Francesco non era un teologo ma insieme a Chiara è arrivato alla radice fondante della religio, del legame uomo-Dio. E un’altra cosa: Francesco è di certo il primo femminista della storia dopo Gesù Cristo. Viceversa, questa sapienza è tuttora carente nella cultura del clero in generale e questo fatto penso che provocherà per la prima volta nella storia l’indifferenza di tante donne verso la cultura cattolica.

Liliana Cavani

(estratto dal libro “Tra cielo e terra. Cinema, artisti e religione” a cura di Arnaldo Casali)

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