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Category Archives: Francesco d’Assisi

Francesco, santo subito

Madonna degli angeli e San Francesco. L’affresco con il celebre volto del poverello è attribuito a Cimabue (Basilica di San Francesco, Assisi)

“Nelle diverse parti del mondo, Francesco splendeva di miracoli e accorrevano da ogni dove al suo corpo santo quelli che, per i meriti di lui, avevano goduto grandi e straordinari benefici del Signore”.

È il 16 luglio 1228 e sono passati appena un anno, nove mesi e sette giorni dalla morte del santo più celebre del mondo.

Santo, sì, santo subito; santo da un pezzo. Da una quindicina di anni, almeno. Nell’arco di poche stagioni il matto di Assisi, quel giovane di belle speranze con un passato da mercante e un futuro da cavaliere, che di punto in bianco si era trasformato in un vagabondo e s’era messo a vivere in mezzo ai lebbrosi, quella specie di buffone mistico senza tonaca né regola, che si ostinava a vivere da pezzente, senza un tetto sopra la testa e fuori da ogni ordine riconosciuto dalla Chiesa, proprio lui – Dio solo sa come – era diventato il personaggio più famoso della cristianità. Nell’arco di poche stagioni la gente che fino a poco prima lo prendeva a sassate o rideva di lui si era messa a baciargli le mani, a strappargli pezzi di tonaca da conservare come reliquia.

Prima un amico – Bernardo da Quintavalle – lo aveva seguito e si era messo a vivere con lui. Poi un altro amico. Poi un altro tizio ancora, che lo conosceva appena di vista. Poi uno che non l’aveva mai visto prima, e poi decine e poi centinaia e poi migliaia di uomini e donne di ogni età e classe sociale erano accorsi ad Assisi per far parte della sua fraternità. Che poi per forza di cose alla fine era diventata un vero e proprio ordine religioso, e che ordine! Il più celebre, il più potente, il più importante della Chiesa. Era arrivato addirittura in Egitto per far la pace con il Sultano, Francesco da Assisi. Aveva predicato ovunque e mandato i suoi frati in giro per l’Europa.

Miracolo del crocifisso a San Damiano (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

I miracoli, poi, si sprecavano: si raccontava che avesse tramutato l’acqua in vino, fatto risorgere ragazzini morti, parlato con gli animali, curato ogni sorta di malattia, che fosse persino apparso in sogno al Papa.

Negli ultimi giorni di vita Francesco aveva dovuto vivere sotto scorta, perché gli assisani erano terrorizzati all’idea che morendo lontano dalla sua patria, durante uno dei suoi numerosi viaggi, il cadavere potesse essere trattenuto in terra straniera. Francesco era di Assisi e il suo corpo – vivo o morto – apparteneva alla città.

Così, quando aveva avuto l’ultima crisi a Siena, era stato portato in tutta fretta alla Porziuncola. E qui, ascoltando il suo Cantico e degustando i dolci di frate Jacopa, nudo sulla nuda terra, aveva reso l’anima, la sera del 3 ottobre 1226.

Francesco aveva scelto la Porziuncola come casa sua e dei suoi frati e qui aveva voluto che fosse sepolto il suo amico Pietro Cattani, primo vicario dell’ordine – scelto dal fondatore quando aveva deciso di rinunciare ad ogni forma di potere – e che era rimasto schiacciato dal peso di quella responsabilità di cui lo stesso Poverello non era riuscito a farsi carico.

L’idea di seppellire lì anche Francesco, però, non era stata presa in considerazione nemmeno per un momento: Santa Maria degli Angeli si trovava in piena campagna, ed era troppo rischioso conservare i resti del santo al di fuori della mura della città, dove facilmente sarebbero stati preda dei tombaroli.

Così il corpo di Francesco – dopo aver sostato a San Damiano per consentire a Chiara un ultimo saluto – aveva trovato posto in pieno centro cittadino, all’interno della chiesetta di San Giorgio che lo stesso Francesco aveva restaurato dopo San Damiano e la Porziuncola.

San Francesco riceve le stigmate (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

Intanto, annunciandone al mondo la morte, frate Elia – nuovo vicario dell’Ordine – aveva anche spiegato di aver trovato sul suo cadavere i segni della passione di Cristo, e frate Leone – segretario e confessore di Francesco – aveva confermato che l’amico e maestro aveva ricevuto quelle stimmate due anni prima, durante un’estasi sul monte della Verna, e le aveva tenute nascoste per tutto quel tempo.

Quell’ultimo e incredibile miracolo aveva accresciuto ancora di più la venerazione per il Poverello, che aveva finito per essere considerato un vero e proprio “Altro Cristo”.

“Persone d’entrambi i sessi, dopo la sua morte e per la sua intercessione, fecero ritorno al Signore – racconta ancora la Leggenda dei tre compagni, attribuita tradizionalmente ed erroneamente a Leone, Rufino e Angelo (a causa di una lettera a loro firma tramandata insieme al manoscritto) – numerosi personaggi della nobiltà con i loro figli indossarono il saio francescano mentre le spose e le figlie entravano nei monasteri delle Povere Donne”.

“Così pure parecchi uomini della cultura e celebri letterati, – continua la biografia, opera in realtà, di laici assisani – sia del laicato che del clero, rinunciando al fascino dei piaceri, al peccato e alle cupidità mondane, entrarono a loro volta nell’Ordine, impegnandosi a seguire, ognuno secondo la particolare grazia ricevuta da Dio, la povertà e gli esempi di Cristo e del suo servo Francesco”.

“A questo Santo si può ben a ragione applicare quanto fu detto di Sansone – chiosa la Leggenda – che furono molti più i nemici ch’egli uccise morendo, di quelli che aveva ucciso vivendo”.

Non c’era dunque nient’altro da fare, per la Chiesa, che formalizzare quello che il popolo aveva deciso già da un bel pezzo.

Il sogno di Gregorio IX (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

D’altra parte, appena un anno dopo la morte del nostro, era stato eletto papa – con il nome di Gregorio IX – Ugolino dei Conti di Segni, il cardinale più vicino a Francesco e, soprattutto, all’ordine francescano.

Vescovo di Ostia, Ugolino era stato scelto da Onorio III come protettore dell’Ordine, e si era adoperato a lungo perché Francesco “mettesse in regola” – in ogni senso – la sua confraternita, con una regola, appunto, che lo stesso cardinale aveva supervisionato e che il papa aveva approvato.

Eletto pontefice nel 1227, Gregorio aveva rivendicato la sua amicizia con Francesco anche per stroncarne spietatamente le ultime volontà: di fronte alla severità mostrata dal fondatore nel suo Testamento, infatti, una delegazione dell’ordine guidata da frate Elia e di cui faceva parte anche Antonio di Padova, si era recata dal papa per sapere se gli ordini contenuti nel Testamento – giudicati troppo duri dai frati – fossero vincolanti o meno; e Gregorio li aveva rassicurati, sostenendo che dal momento in cui il santo aveva redatto le sue ultime volontà dopo essersi dimesso formalmente dalla guida della congregazione, non aveva alcun diritto di impartire ordini e quindi, i frati potevano infischiarsene beatamente di quello che il santo aveva “comandato fermamente per obbedienza”.

L’ordine non aveva più bisogno di una guida spirituale, di un testimone del Vangelo, di una coscienza critica e sempre vigile che lo aiutasse a restare fedele a sé stesso: aveva bisogno invece di un santo fondatore che lo legittimasse definitivamente e ne accrescesse il prestigio e il potere.

Così, “il signor papa Gregorio – racconta Tommaso da Celano nella sua Seconda vita – trovandosi a Perugia con tutti i cardinali e altri prelati, cominciò a trattare la sua canonizzazione. Tutti furono concordi e si dissero favorevoli. Lessero e approvarono i miracoli, che il Signore aveva operato per mezzo del suo servo, ed esaltarono con le più alte lodi la santità della sua vita”. Non deve fare troppa strada, il pontefice, per arrivare ad Assisi: è già da qualche anno, infatti, che Perugia – roccaforte guelfa – è diventata di fatto una delle sedi pontificie, ma anche acerrima nemica della ghibellina Assisi.

Lo stesso Francesco aveva avuto un pessimo rapporto con Perugia: se in gioventù ci aveva passato oltre un anno come prigioniero di guerra, anche da celebrità aveva dovuto affrontare i pregiudizi subiti in quanto assisano.

Gregorio IX ritratto dal pennello di Raffaello Sanzio nel ciclo di affreschi La Virtù e la Legge (Stanza della Segnatura, musei Vaticani)

Ad ogni modo, per la solenne cerimonia arrivano ad Assisi non solo decine di dignitari ecclesiastici, ma anche una folta rappresentanza di principi e baroni, oltre che “una moltitudine innumerevole di popolo confluito da diverse località, e che il Papa aveva convocato”.

Il 16 luglio, dunque, il papa si reca da Perugia ad Assisi seguito da tutto lo stuolo dei prelati e una gran folla.

“Quando tutti si trovarono nel luogo preparato per una circostanza così solenne – racconta Tommaso – da principio papa Gregorio parlò al popolo ed annunziò con affetto dolcissimo le meraviglie del Signore. Poi, con un nobilissimo discorso, tessé le lodi del padre san Francesco, versando lacrime di commozione mentre esponeva la purezza della sua vita”.

Una vita già chiusa in una biografia ufficiale che Gregorio ha chiesto di scrivere a tempo di record a Tommaso da Celano, ex capo dei francescani in Germania; il libro susciterà però molte polemiche in città: seguendo il mandato di Ugolino, infatti, il frate scrittore (autore – tra l’altro – del celebre inno funebre Dies Irae) si è preoccupato più di scrivere un’agiografia di stampo classico – ricalcando la figura di Francesco su quella dei santi più celebri – piuttosto che restare fedele alla verità storica. La cosa non è andata proprio giù a chi Francesco l’ha conosciuto bene, e tanto meno alla sua famiglia che nel libro di Tommaso ci fa una pessima figura. Così, vent’anni dopo, lo scrittore sarà costretto a scrivere una seconda vita del santo, riveduta e corretta e composta utilizzando – questa volta – testimonianze di prima mano.

Finito il suo discorso, papa Gregorio alza le mani al cielo e con voce sonora proclama ufficialmente santo Francesco d’Assisi, stabilendo che la sua festa venga celebrata il 4 ottobre: il frate era morto infatti il 3 ma dopo i vespri (e il giorno medievale comincia la sera, non a mezzanotte).

“Ecco, beato padre, abbiamo tentato nella nostra semplicità di lodare, come meglio ci è stato possibile, le tue mirabili azioni e di esporre a tua gloria almeno alcuni aspetti delle innumerevoli virtù della tua santità. Siamo convinti che le nostre parole hanno tolto molto splendore alla tua grandezza, perché non sono in grado di esprimere i prodigi di tanta perfezione” scrive Tommaso. “Tu ormai ti nutri col fiore di frumento, di cui eri affamato; ora ti disseti al torrente delle delizie, di cui prima eri assetato. Ma non crediamo che l’abbondanza della casa di Dio ti abbia così inebriato, da farti dimenticare i tuoi figli perché anche Colui che ti disseta si ricorda di noi”.

Al termine della solenne celebrazione lo stesso Gregorio pone la prima pietra della maestosa basilica dedicata al santo e che sarà edificata sul “Colle dell’inferno”, dove un tempo si svolgevano le esecuzioni dei condannati a morte, e che d’ora in avanti sarà detto “Colle del Paradiso”.

La basilica di San Francesco ad Assisi. Al termine della via lastricata, a destra, il portale di ingresso della basilica inferiore, da cui parte la scalinata che conduce alla basilica superiore

La prima parte della chiesa – la cosiddetta Basilica inferiore – sarà ultimata anch’essa a tempo di record, in appena due anni, tra l’eccitazione di frate Elia e il disappunto dei compagni di Francesco, che conoscendo bene la contrarietà assoluta del santo nei confronti di un progetto simile (anni prima si era messo a demolire personalmente un convento in costruzione a Santa Maria degli Angeli) si opporranno energicamente, tanto che Bernardo da Quintavalle arriverà a distruggere l’urna in cui si raccolgono le offerte.

Ma i problemi saranno ancora più gravi al momento della traslazione del corpo del santo dalla chiesetta di San Giorgio alla sua dimora definitiva, con l’esplosione di veri e propri tafferugli tra i frati e i cittadini di Assisi.

La cerimonia avverrà meno di due anni dopo, il 25 maggio 1230, vigilia di Pentecoste, quando dopo “magnifici preparativi”, la cassa con le ossa del santo sarà levata da terra tra lo squillo di trombe e deposta su un carro “riccamente ornato con una mirabile varietà” racconta padre Candide Chalippe Recolletto in Vita del serafico patriarca san Francesco di Assisi, pubblicata in Francia intorno al 1600.

“Ma per cagione del gran peso convenne farlo tirare ai buoi, che di scarlatto furono ricoperti”. “Il ministro generale e alcuni dei padri dell’ordine de’ più riguardevoli – prosegue Recolletto – erano stati nominati dal papa suoi commissari e vicari apostolici per la solennità, ma non fu loro possibile far l’ufficio loro. Imperocché i Principali di Assisi, che avevano fatto mettere all’armi molta gente, si impossessarono per forza del santo corpo”.

I rappresentanti del Comune, dopo aver agguantato la bara facendo uso di violenza, non permetteranno a nessuno di toccarla temendo che venga sottratta qualche reliquia. Giunti alla chiesa nuova, impediranno alla gente di vedere i resti del santo. “Ebbero l’ardire di prenderlo tumultuosamente, cosicché il sacro deposito fu toccato dalle profane lor mani e collocato nel suo proprio sito”.

Nella confusione generata, a nessun religioso sarà permesso di rendere omaggio al corpo di Francesco. Ma lo stesso frate Elia sarà sospettato di aver organizzato tutta l’operazione per impedire, ancora una volta per ragioni di sicurezza, che si sapesse dove si trovi – esattamente – la tomba e l’ingresso ai sotterranei per raggiungerla, con l’obiettivo di scongiurare una eventuale profanazione.

La sommità del colle del Paradiso, su cui sorgono le due basiliche sovrapposte. A destra, il bosco di San Francesco

D’altra parte il contemporaneo Marco da Lisbona, nella sua Cronaca della Traslazione, pur tacendo riguardo alla rissa confermerà come Elia “direttore della Sacra funzione, fatto segretamente trasferire il corpo del santo in luogo non a tutti noto, ma a pochi amici suoi, ed essendo seguito molto rammarico tra i frati che si erano congregati più per vedere il detto corpo che per fare il capitolo generale, a tutti frate Elia con poche e sagge parole soddisfece”.

Venuto a sapere dei tumulti, il pontefice, furibondo, lancerà sul popolo di Assisi l’interdetto e una pesante invettiva in cui li paragona ad Oza, che Dio punì con la morte per aver osato toccare l’Arca dell’Alleanza. Convocherà poi a Roma i rappresentanti del Comune autorizzando il Vescovo a scomunicarli in caso di disobbedienza.

Avuta soddisfazione ed essendosi sincerato “dell’operato e del fine degli assisani” Gregorio accorderà immediatamente il perdono alla città e cinque anni dopo – nel 1235 – tornerà lui stesso per consacrare la nuova basilica, che ricoprirà di privilegi e di ricchi arredi: su tutti una croce d’oro, scintillante di pietre preziose con incastonata una reliquia del legno della croce di Cristo, oltre a suppellettili liturgiche, altri oggetti utili al servizio dell’altare e molti preziosi e splendidi paramenti sacri.

La basilica sarà inoltre esentata dalla giurisdizione del vescovo di Assisi e sottoposta direttamente al Papa. Un privilegio di cui la chiesa madre del francescanesimo e il convento annesso godranno ininterrottamente per 775 anni: a revocarlo, infatti, sarà papa Benedetto XVI con un motu proprio del 9 novembre 2005 con cui la basilica e il convento saranno posti – per la prima volta – sotto l’autorità del vescovo diocesano.

La tomba di San Francesco (basilica inferiore, Assisi)

Quei tumulti del 1230, pur se rimossi dalla cronaca ufficiale, lasceranno però il loro segno nei secoli. La tomba del santo rimarrà infatti ignota e misteriosa per 600 anni creando anche una feroce polemica tra i frati conventuali e i frati osservanti, i “ribelli” che troveranno sede proprio alla Porziuncola e che arriveranno a negare che il corpo del santo sia davvero custodito nella Basilica di Assisi. Una lotta senza esclusione di colpi e destinata a passare anche attraverso commedie teatrali satiriche, e che vedrà come principali contendenti il frate conventuale padre Baldassarre Lombardi e l’osservante padre Flaminio Annibali, che nel 1779 darà alle stampe il volume Quanto incerto sia che il corpo del serafico S. Francesco esista in Assisi. D’altra parte anche chi dava per scontato che la basilica voluta da Gregorio ed Elia contenesse le reliquie doveva ammettere che “la situazione presente del corpo forma difficoltà, intorno alle quali non si può parlar chiaro”.

“Nessuno sa infatti né come né dove il corpo è depositato” scrive padre Recolletto nel suo volume, tradotto in italiano più di un secolo dopo. Nessun frate potrà dire di aver visto la tomba, e se la leggenda parlerà di un corpo conservatosi integro, in piedi e con gli occhi aperti, con le piaghe “fresche e vermiglie”, sotto il pontificato di Clemente XI (1700-1721) il frate francescano e vescovo di Assisi Ottavio sosterrà, al contrario, che il corpo “si trova in cenere ed ossa sotto l’altare della basilica maggiore e non esiste alcun sotterraneo”, ricevendo per questo il rimprovero del papa e la proibizione ad affrontare ancora l’argomento.

Pio VII ritratto da Jacques Louis David all’incoronazione di Napoleone Bonaparte

Da parte sua, Pio V (1566-1572) ordinerà segretamente degli scavi sotto la basilica, senza riuscire però ad individuare né la cripta né la tomba.

Ci riproverà Pio VII nel 1818, e questa volta – dopo ben 52 notti di scavi segreti nei sotterranei – la tomba tornerà finalmente alla luce per essere autenticata definitivamente dal papa il 5 settembre 1820.

Insieme alle ossa, i vescovi dell’Umbria, i periti laici e i notai troveranno anche la traccia di quei tafferugli: lo scheletro, infatti, non si presenterà integro ma con le ossa tutte sparse, “centrifugate” dai movimenti bruschi a cui la cassa era stata sottoposta durante quella violenta e imbarazzante traslazione di cui le cronache avevano cercato di cancellare, inutilmente, la memoria.

Arnaldo Casali

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Il ritorno di Francesco in Egitto

Uno dei manifesti al Cairo per annunciare la visita di Papa Francesco in Egitto (28 e 29 aprile 2017) (Foto: Reuters – LaPresse)

Disarmato in una terra di guerra, a parlare di pace con il nemico. Dopo 798 anni Francesco torna in Egitto per completare un percorso e per riprendere un discorso; per chiudere un cerchio e disegnare una colomba; per combattere la paura e conquistare la speranza; per superare il passato e liberare il futuro.

Nel luglio del 1219 Francesco d’Assisi, in piena crociata, arriva a Damietta: armato solo della sua fede incontra il sultano Malek Al-Kamil inventando il dialogo interreligioso. È infatti il primo cristiano a rapportarsi pacificamente con l’Islam in un’epoca in cui la Chiesa promuove la Guerra santa di tutti i popoli europei contro il comune nemico islamico benedicendo la spada insanguinata, perché chi uccide un musulmano – secondo le parole di san Bernardo di Clairvaux – “non commette omicidio ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi. Uccide in piena coscienza e muore tranquillo: morendo si salva, uccidendo lavora per il Cristo”.

Una guerra, quella contro l’Islam, che non deve conoscere tregua né tantomeno accordi diplomatici; tanto che Gregorio IX (che vantava di essere stato amico di Francesco e cardinale protettore dei francescani) arriverà a scomunicare l’imperatore Federico II, colpevole di aver conquistato la Terra Santa senza spargimenti di sangue.

Lo stretto abbraccio fra Papa Francesco e il grande imam Ahmed al-Tayyeb è la foto simbolo dell’incontro

Nel 2017 papa Francesco arriva al Cairo in pieno stato di emergenza, a due settimane dalle stragi rivendicate dallo Stato Islamico che sono costate la vita a 47 cristiani. Ci arriva “pellegrino di pace” a petto scoperto, senza macchine blindate, per incontrare il presidente Al Sisi e abbracciare il grande imam Ahmed al-Tayyeb.

Ottocento anni fa il gesto di quel giovanotto di Assisi che aveva rifiutato qualsiasi istituzionalizzazione della sua scelta religiosa, era semplicemente inaudito: andava nella linea opposta rispetto a quella del Papa; che, se tollerava il fraticello che predicava l’umiltà e la povertà in una Chiesa ricca e potente, era solo per non trovarsi un altro eretico di mezzo.

Un gesto così inaudito, quello del Giullare di Dio, che le stesse biografie ufficiali hanno cercato di giustificare come ansia di martirio o tentativo di proselitismo, tanto da inventare anche un’improbabile “ordalìa”, ovvero una sfida tra i due a dimostrare l’autentica fede passando indenni attraverso il fuoco.

Giotto di Bondone, San Francesco davanti al Sultano – Assisi, Basilica superiore di San Francesco

D’altra parte è curioso come tante leggende si siano innestate su uno degli episodi più documentati sotto il profilo storico. Si tratta infatti di uno dei rari frammenti della vita di Francesco ad essere testimoniato “in presa diretta” da fonti esterne al mondo francescano, senza la mediazione della narrazione agiografica.

Il primo a citare il viaggio del Poverello di Assisi in Egitto, infatti, non è un biografo del santo ma un cronista della crociata: Giacomo da Vitry, vescovo e predicatore che nel marzo del 1220, pochi mesi dopo l’evento, lo racconta in una lettera in cui non fa il nome di Francesco ma ne parla come del Fondatore dell’Ordine dei Frati Minori, commentando che con la sua iniziativa “non ha ottenuto granché”.

Qualche anno dopo, tra il 1223 e il 1225 – ancora vivente Francesco – Giacomo torna a parlare dell’episodio nella sua Historia Occidentalis in cui riconosce, al contrario, il successo dell’iniziativa, visto che “ora i saraceni ascoltano volentieri i frati minori quando predicano la fede in Gesù Cristo e l’insegnamento del Vangelo”.

Ma il racconto più attendibile dell’episodio è probabilmente quello di Ernoul, che aveva passato quasi tutta la sua vita nei campi crociati dopo esserci arrivato come scudiero di Baliano II d’Ibelin, e che era stato testimone oculare dei fatti.

Anche Ernoul (che scrive intorno al 1227) non fa il nome di Francesco, e a differenza di Giacomo da Vitry, nonostante sia molto colpito dall’episodio e molto documentato sugli eventi, sembra non conoscere minimamente il protagonista. Parla infatti genericamente di “due chierici” (Francesco era accompagnato da frate Illuminato) che “si trovavano nell’esercito a Damiata”.

“Si recarono dal Cardinal legato – scrive Ernoul – e gli manifestarono la loro intenzione di andare a predicare al sultano; ma volevano fare questo con il suo beneplacito”. Il cardinale risponde che, per conto suo, non darà mai l’autorizzazione, perché nel campo nemico sarebbero sicuramente uccisi. “Ma essi risposero che se ci andavano lui non avrebbe avuto nessuna colpa, perché non era lui che li mandava ma semplicemente permetteva che vi andassero”.

San Francesco parla al sultano d’Egitto al-Malik al-Kāmil. Bassorilievo di Arnaldo Zocchi sul monumento a San Francesco, St. Joseph Square, Cairo (1909)

I due insistono tanto che il cardinale alla fine si arrende, lavandosi le mani da ogni responsabilità. “Allora i due chierici partirono dal campo cristiano, dirigendosi verso quello dei saraceni. Quando le sentinelle del campo saraceno li scorsero che si avvicinavano, congetturarono che certo venivano come portatori di qualche messaggio o perché avevano intenzione di rinnegare la loro fede. Si fecero incontro, li presero e li condussero davanti al Sultano”.

Quando giungono alla presenza di Malik Al-Kamil, il sultano chiede loro se sono venuti a portare qualche messaggio o se vogliono convertirsi all’Islam. I due rispondono che “giammai si sarebbero fatti saraceni, ma piuttosto erano venuti a lui portatori di un messaggio del signore Iddio per la salvezza della sua anima”. “Se voi non volete credere – gli dicono – noi consegneremo la vostra anima a Dio, perché vi diciamo in verità che se morirete in questa legge che ora professate, voi sarete perduto né mai Dio avrà la vostra anima”.

Il Sultano accetta quindi di imbastire un dibattito teologico con i due cristiani alla presenza dei suoi dignitari maggiori e gli incaricati del culto e Francesco e Illuminato rispondono che se non riusciranno a dimostrare quanto asseriscono, si faranno volentieri mozzare la testa. I dignitari convocati, però, rifiutano di farsi indottrinare dai cristiani e suggeriscono di uccidere subito la coppia di predicatori. Rimasto solo con i due, il Sultano considera che “sarebbe una ricompensa malvagia far morire voi, che avete voluto coscientemente affrontare la morte per salvare l’anima mia nelle mani del Signore Dio”. Decide quindi di offrire ai due chierici di restare con lui assicurando terre e possedimenti e di fronte al loro rifiuto li riempie di doni (oro, argento e drappi di seta) per farli poi scortare verso il loro accampamento. “Essi protestarono che non avrebbero preso nulla dal momento che non potevano avere l’anima di lui per il Signore Iddio, poiché essi stimavano cosa assai più preziosa donare a Dio la sua anima che il possesso di qualsiasi tesoro. Sarebbe bastato che desse loro qualcosa da mangiare, e poi se ne sarebbero andati”.

Il sultano fa offrire loro quindi un abbondante pasto. “Finito, essi si congedarono da lui che li fece scortare sani e salvi all’accampamento dei cristiani”.

Così molto probabilmente sono andate le cose. Eraclio, altro storico della crociata che scrive intorno al 1230, aggiunge che Francesco rimane con l’esercito cristiano a Damietta fino a quando la città non viene presa, e che “egli notò che il male e il peccato cominciavano a crescere tra la gente dell’accampamento e ne provò tanto dispiacere che se ne andò via e si fermò per un pezzo in Siria. Poi fece ritorno al suo paese”.

Il Corno con le bacchette di S. Francesco in avorio scolpito, lamina d’argento incisa e bulinata, bacchette lignee e cinque catenelle custodite nella basilica di Assisi

Se le reliquie custodite nella Basilica di Assisi sono autentiche, comunque, qualche dono come un corno e altri oggetti preziosi – per non offendere l’ospitalità del sovrano – Francesco l’aveva comunque accettato. Particolarmente interessante è il fatto che l’incontro tra Francesco e Malek Al-Kamil sia ricordato non solo da fonti cristiane, ma anche da fonti islamiche: nell’epigrafe funeraria di un saggio musulmano, Ibn al-Zayyât, che era consigliere spirituale di Malik Al-Kâmil, si dice infatti che questo saggio aveva avuto “un’avventura memorabile con un monaco cristiano”.

“L’incontro, dunque, vi è stato – come spiega il francescanista Marco Bartoli – è stato percepito come straordinario dai contemporanei e i due protagonisti erano uomini, per ragioni diverse, propensi alla pace”.

Il primo biografo di Francesco a parlare dell’episodio, è il primo biografo in assoluto: Tommaso da Celano, che nella sua prima vita del santo, pubblicata nel 1228 a due anni dalla morte, aggiunge violenze, minacce e torture subite da Francesco da parte dei “sicari del Sultano” mentre nella seconda, scritta quasi vent’anni dopo e redatta utilizzando i ricordi di molti compagni, inserisce una profezia: “Un giorno, avuta notizia che i nostri disponevano a battaglia, si addolorò fortemente e rivolto al compagno disse: “Il Signore mi ha mostrato che se avverrà oggi lo scontro, andrà male per i cristiani”. Poi si rivolge ai crociati, “e per il loro bene scongiura a non dar battaglia, e minaccia la disfatta”. I militari, però, lo prendono per uno scherzo e vanno all’attacco, salvo poi doversi dare alla fuga. “Il santo era vinto dalla compassione – conclude Tommaso – soprattutto compiangeva gli spagnoli, che vedeva ridotti a ben pochi a causa del loro maggiore slancio nel combattere”.

Questo episodio darà in seguito origine a speculazioni interpretative agli antipodi tra loro: se gli storici pacifisti lo considerano un tentativo di Francesco di fermare la crociata, quelli guerrafondai ci vedono un santo “stratega” che non vuole mandare i soldati in battaglia perché ne ha già previsto l’esito negativo.

Quindici anni dopo – nel 1263 – San Bonaventura, impegnato a normalizzare il suo fondatore, nella Legenda Maior riporta più o meno i racconti precedenti (sostituendo però Damietta con Babilonia e sottolineando che si trattava del terzo tentativo del santo di raggiungere i paesi arabi) mentre nei Cinque discorsi per le feste del padre san Francesco lavora di fantasia aggiungendo la sfida con il Sultano e la passeggiata sui carboni ardenti.

Una delle leggende su San Francesco e il sultano dipinta dal Beato Angelico, Lindenau Museum, Altenburg

I Fioretti (che raccolgono leggende risalenti a metà del Trecento) sostengono infine che il Sultano era così ammirato da Francesco da aver autorizzato i compagni a predicare nelle sue terre. Particolarmente piccante è poi l’episodio della “femmina bellissima nel corpo ma sozza nell’anima” che cerca di indurlo al peccato. “Io accetto – risponde Francesco di fronte all’allettante proposta – andiamo a letto”. La donna prova a portarlo in camera, ma Francesco risponde: “Vieni con meco, io ti menerò a un letto bellissimo”. E la porta di fronte a un letto di fuoco, in cui Francesco – spogliatosi nudo – si sdraia invitando la meretrice a fare lo stesso. “E standosi così santo Francesco, per grande ispazio con allegro viso, e non ardendo né punto abbronzando, quella femmina per tale miracolo ispaventata e compunta in cuor suo, non salmente si penté del peccato e della mala intenzione, ma eziando si convertì perfettamente alla fede di Cristo e diventò di tale santità, che per lei molte anime si salvarono in quelle contrade”. Per concludere, il Sultano manifesta al santo la volontà di convertirsi al cristianesimo, ma preferisce evitare di farlo subito per non mettere a rischio la vita dello stesso Francesco, promettendo però di farsi battezzare dai frati dopo la sua morte.

La cronaca di frate Illuminato, da parte sua, riporta un dibattito molto serrato (e altrettanto improbabile) tra Francesco e il Sultano, in cui Malek Al-Kamil – dimostrando di conoscere a memoria il Vangelo, dice: “Il vostro Signore insegna che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vi vuol togliere la tonaca. Quanto più voi cristiani non dovreste invadere le nostre terre”. Come dargli torto? Eppure Francesco lo fa: “Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Altrove, infatti, è detto: Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te. E con questo ha voluto insegnarci che se anche un uomo ci fosse amico o parente dovremmo essere disposti a separarlo, ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tenta di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla religione di lui quanti più uomini potete”.

La Chartula autografa di San Francesco (Assisi, Basilica di S. Francesco, Cappella delle Reliquie)

In questo racconto, dunque, si cerca di giustificare lo scandaloso gesto di pace di Francesco cercando di farlo passare per un’agguerritissima forma di proselitismo. Peccato che a smentire lo pseudo Illuminato sia Francesco stesso, che tornato dall’Egitto fa scrivere nella Regola non bollata (quella cioè, che non verrà approvata dal Papa, ma che riflette più fedelmente il pensiero del santo rispetto a quella ufficiale): “O frati tutti, riflettiamo attentamente che il Signore dice: ‘Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano’, poiché il Signore nostro Gesù Cristo, di cui dobbiamo seguire le orme, chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono, dunque, nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, e li dobbiamo amare molto poiché, a motivo di ciò che essi ci infliggono, abbiamo la vita eterna”. E specifica: “I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio”.

Ma non finisce qui: che quel viaggio voluto per sete di martirio si fosse trasformato in uno straordinario incontro umano e spirituale, lo prova anche una preghiera scritta da Francesco nel 1224: l’unica, peraltro, di cui possediamo il manoscritto autografo, essendo stata vergata dal santo in un biglietto consegnato a frate Leone durante la permanenza alla Verna.

Lo stesso Leone annota sulla pergamena di aver avuto il biglietto proprio nei giorni in cui il santo riceveva le stimmate. Il foglio (conservato oggi nella cappella delle reliquie della Basilica di Assisi) riporta su una facciata una benedizione, e sull’altra le Lodi di Dio altissimo, che non sono altro che una traduzione e una sintesi della più celebre preghiera islamica: I 99 nomi di Allah. Un incredibile esempio, dunque, di preghiera comune, che anticipa di oltre settecento anni lo storico incontro di Assisi voluto da Giovanni Paolo II nel 1986.

Uno dei momenti dell’incontro di Papa Francesco con il grande imam Ahmed al-Tayyeb (Foto: Reuters/Mohamed Abd El-Ghany)

Trent’anni dopo quell’incontro, proprio Francesco è diventato papa. E non è solo una questione di nome (come è noto, non era mai stato usato da nessun pontefice prima): perché Jorge Mario Bergoglio dimostra ogni giorno di voler attuare ai vertici della Chiesa proprio lo stesso programma che Francesco aveva tentato dal basso: una Chiesa povera, che sta in mezzo ai poveri, e che persegue la pace e il dialogo con tutti anche – e soprattutto – con quelli che la società cristiana occidentale considera oggi i principali nemici.

E se ci sono voluti secoli, prima che un papa avviasse – sulle orme di Francesco d’Assisi – un dialogo con l’Islam, oggi l’incontro al Cairo lo riprende in una fase particolarmente delicata e dopo anni di gelo dovuti a incidenti diplomatici avvenuti durante il pontificato precedente.

Ieri come oggi, quindi, quella che dal centro dell’Italia va verso il cuore dell’Egitto è – per usare l’espressione di padre Gwenolè Jeusset – componente della Fraternità internazionale di Istanbul per il dialogo interreligioso e presidente della Commissione internazionale francescana per le relazioni con i musulmani – “la strada che apre gli orizzonti alla pace”.

Arnaldo Casali

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Francesco e il sultano, anatomia di un incontro

Beato Angelico, San Francesco davanti al sultano, Lindenau Museum, Altenburg

L’incontro tra Francesco d’Assisi e Malik Al-Kâmil continua a fare discutere e a far pubblicare nuove ricerche. John Tolan ha pubblicato per la Seuil “Le Saint che le Sultan. La rencontre de François d’Assise et de l’Islam. Huit siècles d’interpretation”.

L’incontro tra Francesco d’Assisi e Malik Al-Kâmil, avvenuto a Damietta, in Egitto, nel 1219, è divenuto ben presto un “luogo della memoria”, cioè uno di quegli episodi che si sono caricati di letture e interpretazioni nel corso dei secoli, che ne hanno di volta in volta modificato i connotati ed i tratti di partenza. Tolan conduce il lettore attraverso i testi e le immagini, che, nei secoli, hanno trasmesso e interpretato (e quindi modificato) il ricordo di quell’incontro. Il lettore non addetto ai lavori potrà forse stupirsi nell’apprendere che le prime fonti non hanno avuto origine nell’ambiente francescano, ma in quello, in parte ben distinto, dei cronisti della Crociata.

Il primo a parlarne è Giacomo da Vitry, vescovo e predicatore, che aveva nella Crociata un ruolo ufficiale. Egli parla della visita di Francesco al sultano per la prima volta in una lettera del febbraio o al massimo del marzo 1220, cioè a una distanza di pochi mesi dall’avvenimento. Il commento dell’alto prelato, che non fa il nome di Francesco ma dice che si tratta del fondatore dell’Ordine dei Frati Minori, è che, con la sua iniziativa, egli “non ha ottenuto granché”.

Giacomo ritornò poi a parlare dell’incontro qualche anno più tardi, tra il 1223 e il 1225, nella sua opera maggiore: la Historia Occidentalis, composta quando ormai la crociata si era rivelata un fallimento. In questo contesto la valutazione dell’iniziativa di Francesco (di cui adesso si fa esplicitamente il nome) è tutt’altra perché, a dire di Giacomo, adesso “i saraceni ascoltano volentieri i frati minori quando predicano la fede in Gesù Cristo e l’insegnamento del Vangelo”.

Il libro di John Tolan

La seconda fonte è un anonimo redattore di una cronaca della crociata, o, meglio, di una continuazione di una cronaca precedente. L’anonimo è verosimilmente schierato dalla parte di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme che, nel corso della crociata, si era più volte scontrato con il delegato papale, cardinal Pelagio. Questa fonte, che risale probabilmente agli anni 1227-1229, mette in cattiva luce il cardinal Pelagio, mentre presenta Malik Al-Kâmil come un saggio sovrano che dialoga cortesemente con i due “chierici” cristiani (anche questa fonte non fa il nome di Francesco) che si erano recati da lui. Le fonti successive sono tutte successive alla canonizzazione di Francesco (avvenuta nel 1228) e quindi inevitabilmente legate al problema di conciliare l’episodio di Damietta con l’immagine di santità che si intendeva proporre attorno alla vita di Francesco.

Il primo a tentare l’operazione fu Tommaso da Celano nella sua Vita beati Francisci. L’idea di Tommaso è che Francesco si sia recato in Oriente (anzi, come lui dice, in Siria) per la sua sete di martirio. Dopo di lui Enrico d’Avranches, che non era francescano, ma era forse il poeta più “alla moda” in quel momento, propose un poema in versi nel quale l’incontro con il sultano assume il carattere di una dotta disputa tra maestri di teologia.

Mentre Enrico non ebbe pressoché alcuna influenza sulla produzione successiva, una delle opere in questo senso più feconde fu senza ombra di dubbio la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio.

Il dottore serafico, che era nel momento in cui scriveva la sua biografia, anche Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori, dilatò in modo sorprendente il racconto di Tommaso da Celano, introducendo in particolare l’episodio dell’ordalia. Francesco, davanti al rifiuto dei dotti musulmani, avrebbe proposto al sultano una prova del fuoco: avrebbe cioè camminato sui carboni ardenti per provare al verità della sua fede.

Giotto di Bondone, San Francesco davanti al Sultano

Bonaventura ha però qualcosa in comune con Tommaso da Celano: dovendo spiegare in qualche modo l’insuccesso della missione presso il sultano (che non portò né alla sua conversione né al martirio di Francesco) tutti e due gli autori francescani spiegano che Dio aveva predisposto per Francesco un’altra forma di martirio, quello delle stimmate, che si sarebbe avverato puntualmente qualche anno più tardi.

Altri due autori francescani però danno letture in parte divergenti dell’episodio: il primo è Angelo Clareno, uno dei principali esponenti dei cosiddetti spirituali, e l’altro Ugolino da Montegiorgio, autore degli Actus beati Francisci, un testo destinato a grandissima fortuna letteraria nel suo adattamento in volgare italiana, con il titolo I Fioretti. Il primo presenta il viaggio in Oriente come l’inizio di tutte le disgrazie dell’Ordine, dato che i frati malvagi, ispirati dal diavolo, avrebbero colto l’occasione per introdurre dei rilassamenti nella primitiva regola di vita. Clareno non fa altro che situare nel 1219 quegli scontri tra Spirituali e Comunità di cui lui stesso era uno dei protagonisti, quasi un secolo dopo.

Ugolino da Montegiorgio invece osa proporre una lettura innovativa dell’episodio. Negli Actus infatti l’insuccesso viene trasformato in successo perché Francesco arriva a convertire il sultano, che però si farà battezzare solo in punto di morte, qualche anno più tardi.

Una seconda parte del volume di Tolan è poi dedicata agli sviluppi successivi di questo “luogo della memoria”. A partire dalle rappresentazioni iconografiche dal XIV secolo fino alle edizioni a stampa della leggenda di Bonaventura, passando per i testi contemporanei alla grande lotta contro i Turchi, che ha impegnato l’Europa a partire dal XV secolo. Testi che, ovviamente, mettono in risalto la violenza del sultano e dei suoi sbirri. Si arriva così all’Illuminismo che, con Voltaire, dipinge Francesco come un religioso fanatico davanti ad un sultano colto e tollerante. Mentre nel XIX secolo Francesco verrà salutato come antesignano della presenza europea in Medio Oriente, apostolo della civiltà occidentale. Il quinto ed ultimo capitolo è invece dedicato alla costruzione dell’immagine di Francesco come “apostolo della pace” tra XX e XXI secolo, giungendo fino a parlare della Giornata Mondiale per la Pace promossa da Giovanni Paolo II nel 1986.

Alla fine si resta quasi persuasi: le immagini che le diverse generazioni si sono costruite attorno a questo “luogo della memoria” sono non solo tante, ma, spesso, divergenti se non contrapposte. In effetti le fonti spesso ci dicono di più della sensibilità di chi le ha scritte e della generazione nella quale furono concepite che dell’episodio di Damietta in sé. Se è vero però che le immagini costruite su questo luogo della memoria sono cangianti, non è vero per questo che la verità storica di quell’avvenimento sia ormai perduta. Affermare una cosa simile sarebbe come dire che il lavoro degli storici non serve a nulla.

Montefalco, Complesso museale di San Francesco, Benozzo Gozzoli, Francesco d’Assisi e il sultano al-Kamil, una scena del ciclo di affreschi sulla vita del santo

Ma, alla fine, Francesco, ha davvero incontrato il sultano? Proprio le fonti citate da Tolan spingono a dire alcune cose semplici, che non possono essere confutate. La prima è che quell’incontro vi fu. Gli storici credono alla verità di un avvenimento quando esso è attestato da più fonti non dipendenti l’una dall’altra e questo è esattamente il caso di quel che è avvenuto a Damietta.

La seconda cosa è che quell’avvenimento suscitò la meraviglia dei contemporanei.

La terza cosa è che, una volta conosciuto il protagonista, è lecito guardare alle altre fonti che lo riguardano per interpretare i motivi per cui è giunto a compiere un tale gesto. Forse, generazione dopo generazione ci si è avvicinati ad una verità che i contemporanei han fatto fatica a capire.

Il vantaggio che oggi abbiamo riguarda proprio la conoscenza delle fonti. Per molti secoli il racconto pressoché unico dell’evento è stato quello fornito da Bonaventura nella Legenda Maior, che, come giustamente mette in guardia Tolan, non è privo di interpretazioni e amplificazioni.

Un discorso forse a parte meritano le fonti di parte araba.

Come sanno tutti gli specialisti, si deve al grande arabista francese Louis Massignon la scoperta di un Kawâkib (elogio funebre) di un saggio musulmano, Ibn al-Zayyât, che era consigliere spirituale di Malik Al-Kâmil, nel quale si dice che questo saggio ebbe una hikâya mashhûra (un’avventura memorabile) con un râhib (un monaco cristiano). Massignon non ebbe dubbi: si trattava di un riferimento alla visita di Francesco a Damietta.

La prova del fuoco davanti al sultano – Giotto, basilica di S. Croce, Firenze

Le cose che ora sappiamo sono dunque quelle che abbiamo provato a dire: che l’incontro vi è stato, che è stato percepito come straordinario dai contemporanei e che i due protagonisti erano uomini, per ragioni diverse, propensi alla pace.

Malik Al-Kâmil secondo le cronache della Crociata propose più volte un accordo ai crociati, che rifiutarono nella presunzione di poter giungere ad una vittoria militare, e, anche in seguito lo stesso sultano firmò il famoso accordo con Federico II per la concessione decennale dei Luoghi Santi.

La pace cercata dal sultano era dunque principalmente una pace politica. Davanti a lui Francesco aveva fatto della pace un asse della sua scelta di vita, al punto di scrivere nel suo Testamento: “L’Altissimo mi rivelò questo saluto: il Signore ti dia pace”. La pace di Francesco era dunque anzitutto un’idea religiosa, che non ricusava però ripercussioni sul piano storico e politico, come la sua predicazione testimonia.

Marco Bartoli tratto da “Adesso” n.41 – www.reteblu.org

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Il mio Francesco

Liliana Cavani nelle riprese di scena di “Francesco d’Assisi” (1966) . Fonte: www.lilianacavani.it

Era il 1966 e Angelo Guglielmi, allora dirigente della Rai, doveva produrre una celebrazione dedicata a Francesco; uno spettacolo di prosa, da mettere in scena dentro uno studio di via Teulada, e me ne parlò. Io gli dissi subito: non mi interessa né lavorare in studio, né la figura di San Francesco.

Venivo da una famiglia che dire laica è poco e Francesco d’Assisi mi interessava soltanto come poeta. Poi però, per curiosità avevo voluto leggere una biografia di Francesco e mi capitò in mano quella scritta da Paul Sabatier, che per me è tra le migliori. È un testo che, alla fine del XIX secolo inaugurò gli studi francescani moderni e che la Chiesa aveva messo all’indice. A me invece piacque moltissimo: non è un testo agiografico ma un vero romanzo di formazione. Mi fece capire (e vedere) l’avventura di un giovane che non sa decidersi cosa far di sé, perché l’idea di fare il commerciante come suo padre lo avvilisce. Tenta l’avventura delle armi (si è addestrato, è bravo e ha i muscoli pronti) ma non solo si scoccia, come si direbbe oggi, ma scopre di avere una forte avversione per la violenza… vidi in quel Francesco confuso sui valori un giovane di oggi, con sentimenti autentici e oltretutto applicabili ad un ragazzo come ad una ragazza, e per quello mi piacque.

Rimasi stupefatta dall’attualità e dalla modernità di questa figura, e questo per diversi motivi: primo, perché Francesco non è un francescano; secondo, perché la sua era una rivoluzione generazionale, e per questo sempre attuale. Mi sono trovata a condividere tante cose. Così ho detto a Guglielmi: facciamone un film a basso costo, e lui che amava le sfide, chiamò Leo Pescarolo, che era un produttore che non aveva ancora fatto un film ma sognava di farlo, e gli affidò il progetto.

Il budget che ci misero a disposizione era di soli trenta milioni di lire, ovvero il costo che era preventivato per la trasmissione televisiva. Fu il mio primo film, ma fu anche il primo film in assoluto della televisione italiana. E con trenta milioni lo abbiamo fatto. Ebbe la fortuna di essere invitato a Venezia, dove allora non c’era ancora una sezione giovani; i giovani, a Venezia, non se li filava nessuno. Fui invitata a mostrare il film da un gruppetto di critici che lo avevano amato vedendolo in Tv. Ricordo tra questi estimatori Giovanbattista Cavallaro dell’Avvenire, che fu promotore dell’invito a Venezia, dove il film ebbe molto successo.

La locandina di “Francesco d’Assisi” (1966)

In quell’anno – il 1966 – a Venezia c’era in concorso La prise de pouvoir par Louis XIV di Roberto Rossellini che ebbe molto successo e vinse il Leone d’oro. Questo film bellissimo e il mio vennero considerati i due veri eventi del Festival, proprio a causa del loro stile considerato nuovo e dirompente. Mi fecero varie interviste insieme a Roberto Rossellini: il grande maestro del cinema italiano e la giovane debuttante. Per me fu il vero premio. Era simpaticissimo e ricordo che mentre aspettavamo che posizionassero le luci mi raccontava aneddoti spiritosi sulla lavorazione dei suoi film e su Francesco giullare di Dio”.

Ci fu una proiezione per Ettore Bernabei che era il direttore generale della Rai e per altri funzionari. Il film piacque ma l’impatto fu forte. Per fortuna era stato invitato il responsabile del Centro Cattolico Cinematografico, un monsignore molto sensibile e intelligente che incoraggiò Bernabei a trasmetterlo dicendo che se ne assumeva tutta la responsabilità. Il monsignore – Francesco Angelicchio – pochi mesi prima aveva sostenuto e difeso Il vangelo secondo Matteo di Pasolini. E così Francesco di Assisi fu trasmesso e piacque moltissimo. Però ci fu un’interpellanza in Parlamento di un deputato del Movimento Sociale che criticò la Rai per avere disonorato il santo protettore d’Italia. Monsignor Angelicchio purtroppo fu in seguito spostato dal Centro Cattolico Cinematografico e mandato a dirigere una grande parrocchia di periferia. Sono rimasta sempre in contatto con lui: ero curiosa di sapere come un intellettuale come lui avrebbe potuto condurre una grande e difficile parrocchia suburbana. Se la cavò benissimo: la parrocchia diventò un centro attivo di accoglienza per i giovani perché don Francesco fondò una grande scuola professionale di tecnologia. I giovani così preparati trovavano lavoro. Era un grande sacerdote. E (chi l’avrebbe detto?) al suo funerale scoprii che era stato il primo sacerdote consacrato dell’Opus Dei. In seguito, a causa di questo film che diventò il film del dissenso cattolico, fui bollata come cattolica cripto-comunista. Allora si davano sempre etichette a destra come a sinistra. Era impossibile capire o credere che una persona fosse semplicemente libera di testa.

Lou Castel in “Francesco d’Assisi” del 1966

Francesco, Chiara e il ’68 Non voleva essere una scelta provocatoria: scelsi Lou Castel perché dopo aver visto tanti altri giovani attori mi sembrò il più giusto. In seguito ho scoperto che era un giovane che aveva fatto una scelta radicale per un ideale. Anche se il suo era il marxismo, era stato capace di spogliarsi di tutto. Poi hanno detto che il mio film ha anticipato il ’68 e del resto in effetti io immagino il movimento francescano un po’ come quello sessantottino, non a caso il mio film è stato percepito come qualcosa di nuovo. Si afferrava che c’era qualcosa di nuovo nell’aria, perché c’era in Francesco.

Ce lo immaginiamo sempre con delle tuniche come quelle che indossano oggi i frati, invece quando lui si denuda di fronte al padre, il vescovo gli dà un indumento da contadino, un camicione che ancora usavano in campagna all’inizio del secolo scorso. Ad ogni modo la grande modernità di Francesco e Chiara si fatica a raccontarla bene perché le fonti sono insufficienti e se si azzarda qualcosa si può pensare che me la sono inventata. È evidente, per esempio, che Chiara era una femminista ante litteram. Fugge di casa, decide da sola della propria vita, una cosa che a quei tempi non era neanche pensabile. Comunque su Chiara le fonti sono soltanto agiografiche. D’altra parte le testimonianze sono passate attraverso il filtro di Elia da Cortona, il capo generale dell’ordine francescano al momento della morte di Francesco, quello che aveva fatto costruire la grande basilica di Assisi.

Se la popolarità di Francesco venne, come indica la parola dalla gente comune, tanta, che capiva o comunque ne intuiva la purezza, chi poi organizzò alla grande tutto il “movimento” francescano fu l’intellettuale e intelligentissimo Elia. Fu lui a inviare una direttiva ai frati affinché quelli che avevano conosciuto personalmente Francesco inviassero una loro testimonianza alla sede centrale.

Le testimonianze così raccolte diventarono le “Fonti” francescane. Certo, non senza scartarne qualcuna e non senza divergenze perché i primi seguaci (come frate Leone) avevano idee differenti sull’eredità di Francesco e furono isolati e pare anche picchiati. E così dal vivido calore del movimento francescano che aveva dei connotati del miglior Sessantotto, si passò al culto organizzato con quel che ne conseguì, anche se a mio parere il francescanesimo ha conservato una vitalità capace di rinnovarsi.

Il film ebbe, come si dice, una storia di successo. Fu richiesto in tanti posti. Per esempio subito dopo Venezia fui invitata a presentare il mio film a Praga dal gruppo di intellettuali di “Carta 90”. Era il periodo della famosa Primavera di Praga: si erano liberati dell’occupazione dei russi e vivevano nell’ebbrezza della libertà, che però durò poco. Nel ’68 a Praga arrivarono i carri armati sovietici. La festa era finita. Non ho mai saputo cosa accadde a tanti intellettuali che avevo conosciuto, eccetto Milos Forman, che andò in America e lo rividi a New York 10 anni dopo.

Mickey Rourke nel film “Francesco” di Liliana Cavani (1989)

Il secondo “Francesco” Con il primo film mi resi conto in realtà di avere soltanto avviato una riflessione su Francesco. Avevo lacune, acerbità e resistenze. Per esempio, in quella prima versione non ero riuscita a raccontare l’episodio delle stimmate. La seconda volta mi sono detta: ci provo e se funziona tengo la scena, altrimenti la tolgo. Abbiamo realizzato un unico piano sequenza, con due macchine. Non potevo fare altro. Non potevo controllare i gesti delle mani e l’espressione del viso. Ho potuto soltanto parlarne con Mickey, esprimergli il significato per Francesco di quell’evento. Un significato grande; una risposta più grande di quella che si aspettava. Mickey ha capito. Ci siamo commossi mentre giravamo quella scena, e ci siamo commossi poi rivedendola in proiezione. Così ho deciso di lasciarla.

Prima di iniziare le riprese di un film cerco di passare qualche giorno con i protagonisti. Si fa una lettura della sceneggiatura e si parla. Mickey è venuto apposta a Roma una settimana prima: ci siamo visti tutti i giorni per parlare di Francesco. Mickey aveva studiato a New York all’Actor’s Studio, anzi ne era stato un attore modello e dopo il suo corso è stato lì anche come insegnante. In quei pomeriggi parlavamo anche di noi, della nostra vita e anche di cose molto personali. Mickey è un formidabile ascoltatore, cosa rara. Lui fece tesoro di certe mie vicende: dopo aver girato la sequenza in cui Francesco ha il dolore di non sentirsi connesso al suo Cristo e si dispera e piange, gli ho chiesto: “Cosa pensavi in quel momento?”. Mi ha risposto: “A quando tu bambina aspettavi tuo padre che non arrivava”. È un metodo che ha avuto molta efficacia.

Ho sempre pensato che un attore recita, ma mai fino in fondo, e se non ha qualcosa che lo connette al personaggio, non può rendere più di tanto, perché il cinema non è il teatro: l’obiettivo della camera svela l’animo umano. L’obiettivo è davvero obiettivo, scava nell’animo. Ho sempre pensato quindi che nel mio protagonista fosse necessaria la partecipazione vera, autentica. Avevo visto Mickey nel film L’anno del dragone, parlai di lui con Charlotte Rampling che aveva fatto con lui un thriller, Angel Heart e le dissi della mia idea; lei mi rispose che Mickey era un uomo straordinario e fraterno. E così volli incontrarlo mentre stava girando un film.

Liliana Cavani e Mickey Rourke. Foto Paul Ronald – Francesco, 1989 (Fonte: www.lilianacavani.it)

Andai a trovarlo nel New Jersey, dove stava lavorando. Ho potuto vederlo solo la sera tardi, in hotel. Si è fatto portare due pizze in camera, che abbiamo mangiato seduti sulla moquette. Non c’erano poltrone e sedie. Parlava poco e ogni tanto ravanava in cerca di non so che dentro una vecchia sacca che aveva accanto. Mi domandò ad un certo punto come doveva essere in Francesco. Gli risposi che andava bene com’era, com’era lì con me, con la stessa semplicità e timidezza. Qualunque fesseria si dica di Mickey, di fatto è timido e gentile. Allora manteneva una squadra di amici al seguito (come, d’altra parte, faceva anche Lou Castel) e un fratello malato con accompagnatore. Manteneva tutti. Per questo Mickey e Lou non sono diventati ricchi: amavano condividere. Non erano d’istinto francescani? Quello che è certo, è che la recitazione di Mickey e Lou nel ruolo di Francesco non era mai meccanica. Se fosse possibile crederlo direi che si sono messi in contatto con Francesco, perché il regista non può fare più di tanto.

All’inizio della conversione di Francesco ho inserito un vangelo in volgare, cioè non in latino, come era stato scritto fino ad allora. Era nella lingua parlata che inizia ad essere scritta. Il vangelo in volgare, in quel periodo, è diffuso, però in segreto. Allora c’erano varie eresie che trovavano ispirazione proprio dalla lettura del vangelo non mediata dall’interpretazione del clero. Francesco si ispira alla lettura diretta delle parole del Cristo e le vuole prendere alla lettera (“sine glossa”), cioè non secondo le interpretazioni ecclesiastiche. Per quello Francesco ha rischiato di apparire eretico: perché si muoveva sul sentiero, sia pure stretto, dell’ortodossia.

Nei primi due film non ho inserito l’episodio della crociata che pure è molto importante. È un episodio molto discusso perché le fonti sono molto scarse e quelle che ci sono, sono troppo agiografiche. L’unico elemento su cui ho potuto appoggiare con esattezza una parte di racconto, è la testimonianza sul fatto che lui era comunque contrario alla guerra e predicava la pace. Al punto che il saluto tipico che insegnò di ritorno dalla crociata era dall’arabo: “la pace sia con voi”. Le crociate erano volute accanitamente dai papi con l’adesione di nobili cadetti, ma anche di avventurieri di ogni specie che col pretesto di liberare il Santo Sepolcro andavano di fatto alla conquista di territori per arricchirsi. I puri erano credo assai pochi o degli esaltati: erano vere guerre di conquista e Francesco lo comprese presto. Tentò di sicuro di arginare violenza e carneficine ma capì che le sue forze erano inadeguate. Oltretutto lo spirito di fede di Francesco non prevedeva la propaganda ma il solo esempio, la sola testimonianza.

L’attirce Helena Bonham Carter interpretò Chiara in “Francesco” del 1989

Chiara Anche in questo caso le fonti sono molto carenti. Ho agito per intuizione, quindi non per documenti storici. Per Francesco quella che oggi chiamiamo la parità della donna è fuori discussione. Dio creatore non commette ingiustizie, la fratellanza è totale. È implicito nella bellissima poesia di Francesco, il Cantico delle creature: non ci sono generi o razze inferiori. Inoltre Chiara è stata la sua consigliera. Nel tentare la realizzazione dello status di fratello minore di Gesù Francesco chiedeva consiglio a Chiara, che io ho sempre immaginato per quanto possibile come una donna più giovane di lui con una grande mente libera e con un grande coraggio. Chiara sarebbe stata la prima a non capire una diminutio a causa del suo sesso. Penso che Francesco e Chiara abbiano riflettuto tantissimo sulle parole del vangelo anche insieme: infatti Francesco quando aveva dei dubbi o si sentiva confuso si rivolgeva a Chiara. Penso che loro due insieme nell’interpretare le parole di quel testo siano riusciti a superare svariati secoli di fraintendimenti. A questo si deve l’attualità sconcertante di Francesco e Chiara. I film raccontano tutto questo.

Ho anche pensato che di sicuro all’inizio Chiara e le sue compagne volevano mantenersi facendo lavori umili, quindi lavorando fuori dal convento. Ma specie a quei tempi avrebbero corso il pericolo di aggressioni. Il mondo allora era anche più pericoloso di oggi per ragazze e donne in giro senza un uomo accanto.

E se davvero Chiara e le sue compagne fossero state aggredite? Se fossero accaduti stupri o cose del genere? Se è possibile oggi lo era anche ieri, di più forse. Del resto Francesco va dal Papa per avere una protezione. Spesso infatti i fratelli che andavano in giro a predicare erano aggrediti e presi a sassate persino dai fedeli e dai preti. Se il mondo era pericoloso per i fratelli, lo era ancora di più per le sorelle. E forse episodi spiacevoli sono accaduti. Forse – è una mia ipotesi – hanno deciso insieme che le donne non dovevano lasciare il convento. E deve essere stata per Chiara una decisione dolorosa, per lei che era stata abituata ad assistere i poveri direttamente fin da ragazzina. Credo che Chiara si sia adeguata con fatica alla decisione della clausura, lo avverti dalla tenacia con la quale pretese una nuova regola scritta da lei stessa per lei e le sue compagne. La prima regola monastica scritta da una donna. Secondo me hanno escogitato insieme questa regola, che fa sì che lei sta dentro il convento, ma vive in povertà come i poveri che stanno fuori. Come nei vasi comunicanti: chiudiamo la porta ma io vivo con le stesse difficoltà che hanno le persone più povere, cioè esattamente come i frati che stanno fuori.

Chiara è stata testardamente fedele a questa regola giudicata dal clero troppo severa. E quando il papa (Francesco era già morto) le chiese di renderla meno aspra lei rifiutò di farlo. Non era da tutti contraddire il Papa.

Una povertà assoluta che nelle clarisse si è conservata fino ad oggi: un mio amico di Bergamo si ricorda che durante la guerra in momenti difficilissimi suo padre portava del cibo alle clarisse affamate e prive di tutto perché non tenevano nulla per loro. Lo stesso so che faceva un tale che portava cibo alle clarisse di Carpi e doveva pregarle di non regalare tutto ai poveri che bussavano. È rimasta nelle clarisse la fermezza al concetto dei vasi comunicanti con l’esterno. Se c’è gioia la si condivide se c’è fame idem.

Liliana Cavani con Mickey Rourke e Helena Bonham Carter. Foto Paul Ronald – Francesco, 1989 (Fonte: www.lilianacavani.it)

Le fonti francescane Come accennavo Elia da Cortona mette le basi al culto di Francesco: chiede ai frati che lo hanno frequentato e ora sparsi nel mondo di inviare una testimonianza scritta. Le testimonianze sarebbero state indispensabili ai biografi che furono subito messi al lavoro (Tommaso da Celano, Bonaventura da Bagnoregio ecc…). Quando feci il primo Francesco queste testimonianze e le biografie erano ancora sparse, invece quando feci il secondo erano raccolte in un unico volume (bellissimo) a formare le “Fonti francescane”. Tra queste fonti quella che mi piacque sempre fu La leggenda dei tre compagni, perché mi sembra il testo più ispirato e la testimonianza più veritiera sulla sostanza del movimento francescano. Nel film (il secondo) tutto il racconto è infatti affidato al ricordo di questi compagni della prima ora. Al gruppo ho aggiunto Chiara perché se ci fu persona che capì a fondo la vocazione di Francesco fu proprio lei, e anche lei del resto fu tra i primi a seguire Francesco.

Io & Francesco Devo tanto alla televisione e al cinema. Sono stati i miei master conquistati sul campo. Sono laureata a Bologna in lettere antiche (volevo fare l’archeologa) ed ero tanto ignorante in storia contemporanea. Tra documentari e film ho dovuto e voluto approfondire il ventesimo secolo, storia e religione. La mia formazione è stata laica al cento per cento e la religione è stata per me una scoperta fatta a poco a poco e poi con Francesco e affrontata con freschezza, penso, come si fa un viaggio in un paese quasi del tutto ignoto. Un paese pieno di bellezza ma anche di trabocchetti. D’altra parte la Chiesa è “persone” e non tutte sono splendide. Francesco lo era. Francesco non era un teologo ma insieme a Chiara è arrivato alla radice fondante della religio, del legame uomo-Dio. E un’altra cosa: Francesco è di certo il primo femminista della storia dopo Gesù Cristo. Viceversa, questa sapienza è tuttora carente nella cultura del clero in generale e questo fatto penso che provocherà per la prima volta nella storia l’indifferenza di tante donne verso la cultura cattolica.

Liliana Cavani

(estratto dal libro “Tra cielo e terra. Cinema, artisti e religione” a cura di Arnaldo Casali)

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