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Category Archives: Eros e dintorni

Le tentazioni sessuali dei monaci

Una scena del film “Il nome della Rosa”

C’è un grande castello in cima alla scalinata, e dentro al castello un grande chiostro, e nel mezzo del chiostro diverse celle, dentro le quali ci sono frati vestiti di bianco.

Pietro vorrebbe entrare in quel palazzo, ma porta con sé un asinello che non può lasciare. Così cerca di trascinarlo su per la scalinata, ma fatti tre o quattro gradini, sui quali anche l’asinello è salito agevolmente, quella mala bestia comincia ad emettere schifosamente sterco dal corpo, quasi avesse appena mangiato dell’erba tenera. Visto quell’umiliante spettacolo, Pietro volge lo sguardo mortificato al gradino più alto e non osa più salire. Sulla cima delle scale vede però comparire tre persone, simili e uguali tanto da sembrare una sola, e tutte lo guardano. Allora una di loro, che sembra Cristo, gli dice: “Sali, sali! Perché non sali? Per il fatto che l’asinello ha fatto secondo sua natura? Che ha a che fare con te? Sali, sali”.

Subito Pietro si sveglia tutto sudato, ancora turbato da quel sogno ma al tempo stesso pieno di gioia e letizia. Benedice il Signore che lo ha illuminato: frate Asino fa secondo la sua natura, e non bisogna dargli troppa importanza. E se la notte porta sogni imbarazzanti, il giovane eremita non deve vivere male la cosa, perché non c’è colpa quando il corpo agisce da solo, contro la sua volontà.

Il problema sessuale è quello che sembra ostacolare più di ogni altra cosa il giovane Pietro Angelerio del Morrone nella sua ricerca della pace: quei sogni fanno svegliare all’improvviso il futuro papa Celestino V nel pieno della notte, madido di sudore. Quelle visioni inconsce, nella solitudine assoluta dell’eremo riportano alle mente le immagini delle donne viste prima di rinchiudersi nel totale isolamento del monte Morrone. “La tentazione – spiega Paolo Golinelli nel libro “Il papa contadino” – se sembrava vinta una volta, era sempre pronta a ripresentarsi risvegliando l’istinto del ventenne, anche se rinchiuso in un antro nascosto nel folto del bosco”. Ecco allora che gli sembra di vederle giacere nude accanto a lui, le belle tentatrici. Una da una parte e una dall’altra: strofinano il loro corpo alla sua giovane pelle, coperta solo da una tunica col cappuccio. “Erano demoni che scomparivano alla recita del Mattutino, o erano serpenti e bisce che popolavano le grotte, che si insinuavano su per la veste e cadevano a terra quando egli si divincolava e vistele le schiacciava furiosamente, facendo uscire un liquido dalla loro bocca”.

Eremo di Sant’Onofrio al Morrone dove visse il futuro Celestino V

Il sesso resterà sempre un tormento per il futuro papa. E le donne una vera e propria ossessione da fuggire in ogni modo e in ogni forma, anche in tardissima età. Dalle testimonianze raccolte al processo di canonizzazione, emerge infatti molto chiaramente come il santo eremita rifiutasse la vista stessa della donna: “Se compì guarigioni su di esse, le guarigioni avvennero per interposta persona o tramite oggetti fatti da lui pervenire all’inferma, mai direttamente”.

Insomma guarire gli infermi sì, ma a debita distanza, se l’inferma in questione appartiene al sesso tentatore. Celestino è così terrorizzato dalle donne che non fa alcuna discriminazione, nemmeno di età. Per poterlo indurre a imporre le mani e guarire una bambina di tre anni, i genitori arrivano addirittura ad ingannare il santo, travestendo la bambina da maschietto. Perché anche una bimbetta di tre anni è una maliarda sensuale per il nostro eremita.

Nessuna meraviglia: ci sono stati santi che si rifiutavano di confessare donne e che inveivano furiosamente contro di loro. Basti pensare alla “dolcezza” con cui Tertulliano (pure, sposato) si rivolgeva al gentil sesso: “Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza. La condanna di Dio verso il tuo sesso permane ancora oggi; la tua colpa rimane ancora. Tu sei la porta del Demonio! Tu hai mangiato dell’albero proibito! Tu hai convinto Adamo, perché il Demonio non era coraggioso abbastanza per attaccarlo! Tu hai distrutto l’immagine di Dio, l’uomo! A causa di ciò che hai fatto, il Figlio di Dio è dovuto morire”.

“Ciò che stupisce semmai – commenta Golinelli – è la tardività di questa ginofobia”. Se Tertulliano scrive in un’epoca (III secolo) in cui i padri della Chiesa ancora si chiedono se la donna abbia un’anima e se le spettino altre funzioni oltre che quella di procreare, Pietro Angelerio nasce nel Duecento, il secolo dell’amore cortese, dei poeti della Scuola Siciliana, oltre che degli ordini mendicanti, anche femminili. D’altra parte Pietro non viene certo da Roma o Firenze, ma da un piccolo ambiente provinciale e contadino.

La paura delle polluzioni notturne è talmente tanta, che Celestino – disperato – prega Dio chiedendogli cosa deve fare quando succede. Deve in quel giorno celebrare la messa oppure no? Chiede consiglio a molti religiosi ma non trova una risposta unanime. C’è chi sostiene che sì, deve celebrare la messa, chi pensa di no, che non si può consacrare il corpo di Cristo dopo essersi “sporcati”. Ma una risposta arriva proprio da quel sogno mandatogli da Dio, con quell’elevazione spirituale turbata dall’asinello che defeca senza ritegno. E’ il suo stesso corpo, l’asinello (non a caso Francesco d’Assisi lo chiamava proprio “frate Asino”) e i bisogni corporali dell’animale simboleggiano quelli sessuali del proprio corpo.

L’animale dentro il monaco

“E’ un problema che tormenta tanti religiosi nel Medioevo” spiega ancora lo storico Golinelli. “Se nel giorno erano stati vigili a combattere contro le tentazioni della carne, la notte – nonostante le veglie e le interruzioni stabilite dalla regola – li trovava impreparati a difendersi dalle immagini che si insinuavano nei sogni: le Nocturnae illusionaes”.

Un inno di Sant’Ambrogio, da recitarsi prima di dormire, è tutta un’invocazione a Dio perché conceda un sonno privo di quei fantasmi che portano a sporcare i corpi: “Se ne stiano lontani i sogni e i fantasmi notturni, schiaccia il nostro nemico, che i corpi non si insozzino”.

Giovanni Cassiano, un teorico del monachesimo del V secolo, dedica un’intera dissertazione nelle sue Collationes, la 22ma, a questo problema. Sull’argomento si soffermava anche la Reugla Magistri, sulla quale san Benedetto impostò la sua Regola, che nel capitolo 80 impone al monaco che è involontariamente incorso in questo infortunio nella notte di confessarlo al mattino all’abate. Non così san Benedetto che, riconoscendone la delicatezza e l’involontarietà, non ne parla esplicitamente e la inserisce tra le piccole mancanze da riferire al padre spirituale. Ma la tradizione monastica successiva continuerà ad avvertire la polluzione notturna come una sporcizia di cui era necessario purificarsi immediatamente. Oddone, abate di Cluny dal 927 al 942, così racconta di Gerardo d’Aurillac: “Quanto orrore avesse delle brutture della carne possiamo comprendere dal fatto che subiva con grande rammarico le illusioni notturne. Infatti, ogni volta che nel sonno era sorpreso da questa disgrazia del genere umano, un servo che dormiva vicino a lui gli portava in luogo adatto la biancheria sempre pronta perché si cambiasse, un asciugamano e un recipiente d’acqua. Il santo non tollerava che il suo corpo fosse sporcato, al punto che l’unica macchia che lo segnava nel sonno egli la lavava con l’acqua e soprattutto con le lacrime”.

Senso di disagio, senso di sporco, così come anche in Pietro Celestino, che tuttavia nella visione descritta va oltre la tradizione benedettina. Assume quasi i tratti della spiritualità francescana, che insegna ad accettare il corpo e le sue manifestazioni come naturali, quando sono spontanee, e quindi non da condannare.

Miniatura dal manoscritto Stowe 17 f. 38, 1300-1325 ca., un frate che suona e una monaca che danza

Vanno però fatte delle distinzioni. Se sulle polluzioni involontarie può esserci tolleranza, la masturbazione viene considerata senza dubbio come una colpa. Nell’autobiografia di Celestino si racconta infatti di un pellegrino (molto giovane) che almeno due volte per notte aveva una polluzione e fu liberato da questo “vizio” dal suono miracoloso delle campane dell’oratorio di Santo Spirito di Maiella, fondato da Pietro Celestino, dove poi decise di fermarsi.

Colpisce tuttavia la grande differenza di visione tra Celestino e Francesco d’Assisi, nato, tra l’altro, circa trent’anni prima del futuro pontefice. Ma Pietro da Morrone era cresciuto in un isolato mondo contadino, mentre il Poverello proveniva dalla borghesia cittadina.

Francesco, infatti, ha una straordinaria apertura nei confronti del mondo femminile e una grande disinvoltura nella frequentazione delle donne. Se ammette Jacopa dei Settesoli (che chiama però, scherzosamente e significativamente “Frate Jacopa” – quasi a sottolineare che non la considera una vera femmina) ai suoi momenti più intimi, morte compresa, con la bellissima Chiara ha un rapporto molto più prudente e distaccato, come testimonia la leggenda secondo cui al termine di un incontro in pieno inverno, alla richiesta della donna, “Quando ci rivedremo?”, avrebbe risposto: “Quando fioriranno le rose”. Resta però una frequentazione sicuramente insolita per un uomo medievale: basti pensare che lo stesso Cantico delle Creature viene scritto durante un soggiorno a San Damiano.

Rilevante è poi il buon senso con cui il santo interpreta le tentazioni sessuali: non una influenza maligna e diabolica, ma una chiamata alle proprie responsabilità. Quando subisce la più forte tentazione sessuale che le fonti gli attribuiscono, Francesco si spoglia completamente nudo e si getta sulla neve. Ma non si limita a calmare così i “bollenti spiriti”: si mette a costruire dei pupazzi di neve, poi dice: “Questa è tua moglie, questi i tuoi figli, questi i servi. Ora lascia tutto e vai a lavorare per dare loro da mangiare”. La sessualità, quindi, non è un male in sé. Al contrario: ma l’attività sessuale comporta delle responsabilità sociali ed economiche che un frate non può permettersi per la vita che ha scelto. Si tratta quindi, di una questione di coerenza, e non di purezza. Quanto alle tentazioni meramente sessuali e alle polluzioni notturne, è significativa la risposta che l’assisiate dà ad un frate che gli si rivolge particolarmente turbato: “Non avere paura, perché ciò che avviene attorno a te, senza il tuo consenso, ti sarà attribuito a merito, non a colpa”.

Arnaldo Casali

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Risus paschalis: le barzellette oscene dei preti

Particolare di un affresco nella sala baronale del castello della Manta (Cuneo), splendida testimonianza della pittura tardogotica dell’Italia settentrionale. L’opera è attribuita all’anonimo pittore Maestro del Castello della Manta

Quante risate alla messa di Pasqua.

Barzellette, battute oscene, satira, imitazioni, parodie e travestimenti hanno caratterizzato per secoli il momento più solenne e sacro della vita cristiana: la liturgia delle liturgie, quella che celebra la Resurrezione di Cristo di cui ogni domenica dell’anno fa memoria. E tutto questo accadeva per iniziativa dei preti e con l’autorizzazione ufficiale del Vaticano, nell’epoca più “buia” e seriosa – almeno stando ai luoghi comuni – della storia dell’umanità: il Medioevo. E non solo: perché il risus paschalis, ampiamente attestato in molte chiese cattoliche a partire dal XIII secolo, è durato per secoli, arrivando fino alle soglie del Novecento.

Il fenomeno è stato studiato approfonditamente dalla teologa e antropologa Maria Caterina Jacobelli, che ne ha fatto il punto di partenza per una riflessione sul fondamento teologico del piacere sessuale.

Lo studio della Jacobelli – pubblicato dalla Queriniana – prende le mosse da una testimonianza risalente alla Germania del 1518: si tratta di una lettera di tale Wolfgang Capito diretta a un certo Candido, a cui viene acclusa un’altra lettera di Giovanni Ecolampadio, diretta allo stesso Capito. Ecolampadio viene criticato perché contrario al risus paschalis, che invece Capito difende, adducendo come motivazione il fatto che “altrimenti i predicatori parlerebbero in templi vuoti. Il volgo, infatti, è talmente privo di giudizio, che ascolta soprattutto quel predicatore che eccita la gente con parole sconce o facendo il buffone sfacciato”.

Nelle sue linee essenziali si tratta di questo: la mattina di Pasqua, durante la messa della risurrezione, il predicatore suscitava il riso dei fedeli con ogni mezzo, ma soprattutto con gesti e parole in cui era predominante la componente oscena. Tra i vari sistemi che il predicatore adottava per far ridere l’assemblea, c’erano l’imitazione di animali e di personaggi grotteschi, ma anche quello di far entrare in chiesa laici vestiti da sacerdoti, racconti di barzellette, gesti irriverenti, parole senza senso o sconce, offese al pudore, mimo di atti sessuali, comportamenti onanistici. Il risus paschalis, spiega la Jacobelli, era fortemente radicato nella cultura cristiana, tanto da essere difeso dai teologi e persino dai vescovi, e da essere utilizzato – dopo la Riforma – sia dai protestanti che dai cattolici, che lo usavano anche per schernirsi a vicenda.

L’uso di far ridere da parte del sacerdote durante la messa è attestato a partire dall’anno 852, quando Incmaro vescovo di Reims mette in guardia i propri sacerdoti proprio da comportamenti scurrili e troppo ilari in chiesa. Anche Dante nella Commedia testimonia questi usi già molto diffusi nella Firenze del Trecento, mentre la prima testimonianza del vero e proprio risus paschalis risale al 1209, quando il Concilio Avernionense stabilisce che nelle vigilie dei santi non si facciano nelle chiese balletti di saltimbanchi, gesti osceni, balli, né si recitino poesie d’amore o canzoni amorose.

La “mappa” del risus paschalis è quindi vastissima, sia a livello geografico che cronologico. Lo troviamo in Germania, Spagna, Sicilia, Firenze, Basilea, Reims, regioni danubiane, praticamente in tutta Europa, a partire dal basso Medioevo fino all’epoca contemporanea. L’ultima attestazione risale al 1917, in Puglia: anche le caratteristiche sono sempre le stesse: rappresentazioni comiche, l’uso di far vestire dei bambini da vescovo, l’apologia del mangiar bene, gesti connessi alla sensualità e al piacere nel luogo e nel momento sacro e da parte del sacerdote o del predicatore con lo scopo di divertire e intrattenere l’assemblea.

Con il passare dei secoli il risus paschalis perde i suoi caratteri più scurrili, restando però sempre tributario della sfera sessuale. Quanto sia radicato e accettato nella Chiesa è testimoniato dal fatto che alcuni di questi racconti scherzosi furono anche stampati in un manuale ad uso dei predicatori che ottenne persino l’imprimatur della Chiesa cattolica. Ci sono, ovviamente, anche teologi e sacerdoti contrari. Erasmo di Rotterdam definisce “la cosa più vergognosa che ci sia” il fatto che nelle feste di Pasqua “alcuni provochino al riso la gente, secondo il desiderio del popolo, con racconti palesemente inventati e il più delle volte osceni, tali che neppure in un convivio un uomo onesto potrebbe ripeterli senza vergognarsi”. Erasmo sottolinea anche che non è “in nessun modo il salmo pasquale a invitare a questo genere di allegria quando dice: “Hic est dies quem fecit dominus, exultemus et laetemur in eo”.

L’Albero della Fecondità, il celebre e particolare affresco medievale che si trova sulla grande parete delle Fonti dell’Abbondanza a Massa Marittima. Si tratta di un affresco del 1265 che raffigura un albero da cui pendono, come enormi frutti, decine di falli. Ai piedi della pianta una folla di donne sta in attesa che cadano, due di loro si accapigliano contendendosene uno

Se Erasmo sente il dovere di fare questa precisazione è perché, evidentemente, questa forma di umorismo era stata legittimata anche da un punto di vista teologico, anche se la motivazione più addotta era che fosse l’unico modo per trattenere la gente in chiesa senza annoiarla.

Nel giorno di Pasqua, infatti, non è considerato opportuno che il predicatore sia troppo serio. È interessante notare come una sorta di risus paschalis sia presente anche nella religione ebraica: nella tradizione rabbinica esistono infatti una serie di scherzi e giochi che il predicatore inserisce nel commento per divertire il pubblico, che altrimenti sarebbe annoiato. Questa parentela con la tradizione rabbinica confermerebbe il fatto che funzione del risus paschalis non sia quella di spiegare misteri, bensì di esilarare l’uditorio.

Secondo la Jacobelli, però, che non fa cenno alla tradizione rabbinica, non si può ridurre questo rituale ad una forma di “intrattenimento” dell’assemblea; non può essere un caso, d’altra parte, il fatto che questo riso sia legato alla gioia della risurrezione e rappresenti quindi anche una valvola di sfogo dopo il lungo e triste periodo quaresimale. Joseph Ratzinger la considera “una forma superficiale e primitiva di gioia cristiana”. “Ma non è forse splendido – spiega il futuro papa – e perfettamente in sintonia che il riso sia diventato simbolo liturgico?”.

Il risus paschalis rappresenterebbe allora un modo – degenerato – di esprimere la gioia per la vittoria di Cristo sul diavolo.

La Jacobelli sottolinea anche il legame del riso con il piacere sessuale, notando come sia collegato alla nascita e propiziatorio della morte. Il riso è simbolo di pienezza di vita, non a caso lo stesso nome di Isacco, il padre di Giacobbe-Israele, è connesso con il riso, e attraverso numerosi miti e fiabe di popoli diversissimi appare un’idea fondamentale: il riso è proprio dell’uomo, di colui che è vivente. Chi ride dimostra di essere vivo: non a caso in polacco esiste un modo di dire che suona come: “Perché ridi? sei vivo?” (“Dlaczego się śmiejesz, żywy jesteś?”).

Il riso stesso assume una valenza salvifica, e a questo proposito l’autrice ricorda una serie di leggende nelle culture più antiche. Il risus paschalis rappresenterebbe quindi il trionfo della vita sulla morte, anche se espresso con forme degenerate, proprio a causa della secolare condanna del cristianesimo nei confronti della sessualità, della corporeità e, appunto, del riso.

Arnaldo Casali

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Le pornoscimmie di Brescia

L’affresco del XIV secolo rinvenuto in una stanza murata di un antico quartiere di Brescia.

Il pianeta delle scimmie in versione erotica. È rimasto nascosto per secoli, dentro una stanza murata in un antico appartamento del quartiere Carmine di Brescia.

Poi è venuto fuori, all’improvviso e per caso, durante la ristrutturazione dell’edificio. Tra lo stupore dei restauratori, infatti, in una lunetta affrescata, sotto uno spesso strato di sudiciume e nerofumo, è comparsa una giovane donna che si intrattiene sessualmente con quattro primati e due cani.

Costruita nel XIII secolo e affrescata con vari dipinti allegorici nel XIV, la stanza – di dimensioni molto ridotte (il punto di massima altezza è di 1,65 metri) – è stata murata, probabilmente in epoca rinascimentale, ed è rimasta inaccessibile per secoli, conservando intatto il suo aspetto.

Il dipinto fa parte di un trittico allegorico che rappresenta il mondo rovesciato tipico delle rappresentazioni carnevalesche in cui i re diventano buffoni e i religiosi e le suore figure licenziose. Non è chiaro se la camera fosse l’alcova di una casa di piacere, ma di certo si trattava di un ambiente riservato. Sin dalla Roma antica, infatti, i lupanari (ovvero le “case chiuse”) presentavano affreschi a tema erotico.

A confermare la sua natura “di servizio” più che artistica, il fatto che l’affresco non presenti una mano particolarmente raffinata. Secondo gli esperti, comunque, il dipinto risale al Quattrocento ed è stato eseguito probabilmente in occasione di una ristrutturazione dell’edificio costruito un secolo prima.

La donna è attorniata da scimmie, cani e un piccolo rettile, che si prendono cura di lei in modo alquanto originale.

La protagonista della scena – una focosa signora che indossa, non a caso, un abito rosso – interrompe la filatura in cui era impegnata, da brava madre di famiglia, per lasciarsi andare a giochi erotici circondata dagli animali. La sua conocchia, simbolo fallico, viene brandita da una scimmia che siede sullo sgabello come fosse un trono e indossa alla vita una spada, vero e proprio comandante di un esercito di scimmie erotiche che hanno conquistato la casa della donna e si preparano a combattere quello che nel Medioevo veniva definito “dolce fatto d’armi”.

L’esercito delle quattro scimmie ha già iniziato a spogliare la donna che è a piedi nudi, mentre sull’albero che funge da attaccapanni si vede una scarpa, un sacco e degli indumenti. Se il sacco, sotto il quale si vede una brocca, potrebbe essere la trasposizione iconografica del proverbio secondo cui “senza il vino e il cibo, l’amore viene preso dalla morsa del freddo”, le scarpe maschili trascinate potrebbero alludere alla presenza di un uomo che, entrato nella stanza, osserva l’affresco e si prepara all’atto sessuale.

La donna tiene gli occhi chiusi e la bocca è serrata su un lungo strumento a fiato retto da una scimmia. Nel frattempo un’altra scimmia le ha scoperto i glutei e si prepara a sodomizzarla.

Da notare anche come i glutei nudi della donna siano simili a quelli scimmie stesse, che hanno il posteriore privo di peluria. D’altra parte, che siano proprio le scimmie ad animare questa scena di sesso “selvaggio” non è certo un caso.

Nel Medioevo, l’iconografia della scimmia appare spesso in atteggiamenti insoliti.

La proverbiale spudoratezza con la quale le scimmie affrontano gli accoppiamenti, così come l’abitudine di masturbarsi, ne hanno fatto da sempre l’incarnazione simbolica della lascivia primordiale. Il loro aspetto comicamente antropomorfo è in grado di sollecitare l’instaurazione di uno stretto parallelismo tra i bisogni primari di una società che nasconde il proprio desiderio sessuale e le “giungle” nelle quali è collocato l’habitat dei primati.

Animale simbolico per eccellenza, nella cultura occidentale la scimmia incarna una viva intelligenza orientata alla perfidia, alla libidine e all’avarizia litigiosa. Nell’arte e nella letteratura cristiane è raffigurata mentre regge uno specchio tra le mani – l’uomo che, a causa dei suoi vizi, è decaduto allo stato animale, e, in particolare, i peccati capitali di avarizia, lussuria e vanità. Non va dimenticato, poi, che quella di “scimmia di Dio” è una delle definizioni di Satana (come la scimmia imita l’uomo, infatti, il diavolo imita Dio) e in molti dipinti il demonio viene raffigurato proprio con le fattezze di una scimmia. Nessun animale può meglio incarnare, quindi, l’allegro tentatore al peccato carnale.

Arnaldo Casali

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Erotismo coniugale

Scene di un casto erotismo coniugale animano due splendidi affreschi di Memmo di Filippuccio conservati a San Gimignano, sulle pareti della Camera del Podestà. Ma le immagini non ci devono ingannare. Nel Medioevo si andava a letto nudi. E nelle case delle persone benestanti, prendere un bagno caldo prima di dormire era una abitudine che seguivano in molti.

La pregevole e inconsueta testimonianza della pittura senese dei primi anni del Trecento fa parte del percorso museale della Pinacoteca e dei Musei Civici di San Gimignano. Il ciclo di affreschi è dedicato all’amore profano. Memmo di Filippuccio realizzò le opere tra il 1305 e il 1311. Alcuni dipinti affrontano amori tormentati e dagli esiti tragici. C’è, per esempio, Aristotele, follemente innamorato della cortigiana Fillide. E Paolo e Francesca che leggono insieme il libro “galeotto”.

Altri affreschi raccontano invece la felicità dell’amore coniugale. La casa appare allora come un luogo felice: i mali del mondo rimangono fuori, lontani dalla seduzione dei sensi che avvolge l’atmosfera domestica.

La prima scena racconta le tenere carezze e gli sguardi complici degli sposi, immersi con gioia nell’acqua calda di una tinozza. Vicino a loro, vigila una serva, a cui ore prima il padrone ha chiesto di accendere il fuoco e scaldare l’acqua: ora vuole solo accertarsi che tutto vada bene e che i padroni godano di un piacere atteso lungo tutta la giornata.

Nell’altra sequenza gli sposi si stanno coricando: la moglie è già a letto e aspetta il marito che scosta le coperte, ansioso di raggiungerla. La domestica, con gesto ampio e teatrale, afferra le tende e si appresta a chiuderle, come si farebbe con un sipario, per celare a altri sguardi l’intima felicità della coppia.

I colori caldi e accoglienti degli affreschi di San Gimignano riemersero sotto vari strati di imbiancatura durante gli anni Venti del Novecento. Li individuò Giovanni Battista Cavalcaselle, uno dei primi storici dell’arte italiani, che intuì subito che le pitture erano di un artista di scuola senese.

L’attribuzione definitiva a Memmo di Filippuccio arrivò dallo studioso Roberto Longhi. Memmo fu il pittore civico per eccellenza di San Gimignano, dopo essersi formato alla scuola di Duccio di Boninsegna e nel cantiere pittorico della Basilica superiore di Assisi dove fu attivo anche Giotto.

All’artista e ai suoi figli Lippo e Tederigo si devono anche il “Ciclo del Nuovo Testamento” nella Collegiata di Santa Maria Assunta e la grande “Maestà” della sala del Consiglio del Palazzo Comunale, nella quale sono evidenti le influenze del grande pittore Simone Martini, che aveva sposato Giovanna, la figlia di Memmo di Filippuccio.

Molte miniature medievali raccontano con dovizia di particolari come si svolgeva il rito del bagno, che era più o meno frequente, a seconda delle possibilità economiche di chi poteva permetterselo.

Nelle corti e i palazzi, i nobili si facevano sistemare la tinozza con l’acqua calda direttamente nella stanza da letto. Essenze pregiate e petali di rosa profumavano l’ambiente. L’usanza del bagno, che per molti storici era più praticata nel Medioevo che nell’Ottocento, risale ai re Carolingi. Carlo Magno, come ricorda il suo biografo Eginardo, “invitava non solo i propri figli a bagnarsi con lui, ma anche nobili e amici”. Così poteva accadere che al rito quotidiano celebrato ad Aquisgrana potessero partecipare anche le guardie e i servitori. Con il risultato che insieme al grande re, si mettevano a mollo un centinaio di uomini per volta.

L’esperienza dei bagni pubblici e degli hamam orientali fu introdotta in Europa dai crociati che tornavano dalla Terra Santa. I bagni, chiamati “stufe”, si diffusero molto rapidamente. Tanto che nel 1292 a Parigi ce n’erano 26 e nella fiamminga Bruges addirittura 40. Nella Londra del re Plantageneto Enrico II l’apertura dei frequentatissimi bagni era annunciata dagli strilloni: “Signori che voi andiate a bagnarvi, a prendere un bagno caldo, senza indugio, i bagni sono caldi, non c’è inganno!”.

Re Vencesilao al bagno, miniatura dalla Bibbia di Vencesilao, 1390.

I frequentatori delle “stufe” diminuirono molto nel Trecento, a seguito delle epidemie, causate anche dal mancato rispetto di elementari regole d’igiene, che falcidiarono la popolazione.

L’invenzione medievale del camino, che spesso troneggiava al centro della cucina, favorì, soprattutto nelle dimore signorili, l’abitudine del bagno caldo.

Nei castelli e più tardi nei palazzi, l’acqua veniva attinta da un pozzo, che a volte si elevava oltre il livello della corte per consentire un agile rifornimento anche nei piani superiori degli edifici. Le tinozze per il bagno in genere erano di legno, cilindriche, ma spesso anche di forma allungata per consentirne l’uso a più persone contemporaneamente.

Nei periodi più caldi, la vasca veniva sistemata nei giardini esterni dei palazzi. Nelle famiglie benestanti, offrire un bagno era uno “status symbol” che i padroni di casa amavano rimarcare nelle conversazioni con i loro pari.

Nei romanzi di cavalleria, al bagno caldo dell’ospite che arrivava al castello stanco e impolverato dopo un lungo e faticoso viaggio, provvedevano spesso la moglie e le figlie del padrone di casa. Tra i doveri delle consorti, c’era anche quello di dare ristoro al coniuge con un bagno ristoratore. Nel libro “Storia di un giorno in una città medievale” (Laterza, 1997) Arsenio e Chiara Frugoni ricordano l’episodio di una moglie tradita ma di animo nobile che quando scopre in quali condizioni di indigenza vive la giovane amante del marito, assicura alla donna una bacinella per l’acqua calda, insieme a molta legna da ardere, ai cuscini e a un buon letto con trapunte, coperte e lenzuola pulite, in modo tale che il marito possa stare in quella povera stanza “come se fosse nella casa famigliare” (Le mesnagier de Paris, libro I, pagine 403-407).

I vapori domestici erano il sogno di molti amanti, come preludio a altre gioie, consumate nell’alcova.

Nella seconda giornata del “Decameron” di Giovanni Boccaccio (novella n.2) si racconta la storia di una piacente vedova che preparava immancabilmente un bagno caldo e anche una bella cena per il marchese Azzo che sovente passava la sera con lei. Ma una volta, per un impegno improvviso, il marchese non venne. E la vedova, sconsolata, fece il bagno da sola. Mentre però si crogiolava nell’acqua calda, sentì i lamenti di un giovane che piangeva e tremava di freddo fuori dalla sua porta. La donna ordinò allora alla sua fantesca di far entrare in casa quel giovane che era “quasi assiderato”. E mossa a pietà, gli offrì anche il bagno che ancora era caldo. L’ospite inatteso, rivestito dei panni del defunto marito della donna, fu invitato anche alla cena, apparecchiata davanti a un grandissimo fuoco. Lavate le mani, il giovane e la vedova iniziarono a mangiare conversando amabilmente. E così il ragazzo finì per sostituire il marchese, in tutto e per tutto.

Federico Fioravanti

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