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Santa Margherita, patrona delle coppie di fatto

Margaritone D’arezzo, Tavola con gli episodi della vita di Santa Margherita di Cortona, fine sec. XIII, Museo Diocesano di Cortona

È la patrona delle “Maddalene”, anche se santa Margherita da Cortona con la Maddalena ha solo una cosa in comune: l’essere stata vittima di una secolare calunnia ad opera della tradizione cattolica.

Né Margherita, né Maria di Magdala sono infatti mai state prostitute. Eppure così le ricorda la Chiesa. Un po’ perché la figura della prostituta redenta è molto bella e funzionale alla pastorale cristiana, un po’ perché i preti hanno sempre avuto difficoltà a distinguere una prostituta da una donna “single”, e nessuna delle due era sposata.

Ma se tutto ciò che sappiamo della Maddalena è che è l’unica donna dei Vangeli ad essere identificata con la città di provenienza anziché con il nome del marito o del padre, di Margherita sappiamo tutto, forse troppo per non creare imbarazzo nei perbenisti.

Celebrata dalla Chiesa Cattolica il 22 febbraio, Margherita da Cortona è infatti l’unica santa della Storia che non solo non è mai stata monaca né suora, ma non era neppure sposata: conviveva.

Nata nel 1247 a Laviano, in provincia di Perugia, in una povera famiglia contadina, Margherita viene allevata – secondo la tradizione – tra mille angherie da una matrigna gelosa e bisbetica come quelle delle fiabe.

Bellissima, e quindi corteggiatissima, a 18 anni scappa di casa e va a vivere con un giovane nobile di Montepulciano di cui si è follemente innamorata.

Nonostante nove anni di convivenza l’uomo non la sposa, nemmeno dopo la nascita di un figlio, e finisce per essere assassinato. La tradizione vuole che sia un cagnolino a guidare la giovane compagna che ritrova il cadavere dell’amato in un bosco.

Cacciata dal castello dai parenti dell’uomo e ripudiata dalla sua famiglia, Margherita trova accoglienza a Cortona, città toscana dove era nato frate Elia Bombarone, il primo ministro generale dell’ordine francescano, che – pur finendo scomunicato e considerato da molti ‘traditore’ di Francesco stesso – ha lasciato nella città toscana una traccia molto robusta del Poverello di Assisi.

Innamoratasi dell’ideale francescano, Margherita lavora come infermiera per le partorienti, educa il figlio – che si farà poi frate minore – e si dedica agli ammalati poveri.

Prende con sé alcune volontarie che si chiameranno “Poverelle”, promuove l’assistenza gratuita a domicilio dei malati e riesce a coinvolgere anche le famiglie nobili della zona, che mettono a sua disposizione somme ingenti con le quali nel 1278 riesce a fondare l’ospedale della Misericordia. L’assistenza è assicurata dalla confraternita delle Poverelle e dai Mantellati, per la quale Margherita – divenuta una Madre Teresa ante litteram – ha scritto gli Statuti di chiara impronta francescana.

L’urna di Santa Margherita, nella basilica dedicata alla santa, a Cortona

Scende anche in piazza, quando è necessario, per pacificare gli animi e per rasserenare il turbolento clima politico del suo tempo. Vive un periodo da contemplativa e una domenica ricompare a Laviano, per raccontare in chiesa, durante la Messa, le sue vicende giovanili chiedendo perdono.

A Cortona spesso la gente va da lei, nella cella presso la Rocca dove si è stabilita nel 1288: chiede il suo intervento nelle contese cittadine e nelle lotte con altre città e nel 1289 è tra coloro che danno vita alla Confraternita delle Laudi. Morirà a Cortona nel 1297, a cinquant’anni di età.

Con dubbio gusto, la Chiesa l’ha fatta patrona delle prostitute redente. In realtà Margherita, con le prostitute – redente o meno – non ha mai avuto niente a che fare. Ma l’antico detto “Margherita da Cortona, che prima di fare la santa faceva la puttana” ci suggerisce la poca tenerezza provata, dalla Chiesa, nei confronti della sua tormentata storia d’amore.

Da sottolineare che Margherita non solo non era una prostituta, ma nemmeno una “ragazza facile”: la sua unica colpa era stata quella di innamorarsi di un uomo che non volle mai regolarizzare la loro unione; più che delle prostitute, quindi, dovrebbe essere patrona delle coppie di fatto.

Arnaldo Casali

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La papessa

La papessa partorisce durante una processione (miniatura del 1450)

Habemus Papam. L’eletto, ancora tremante, ancora incredulo, riceve l’omaggio deferente di tutti i suoi confratelli. Si inginocchiano, gli baciano l’anello. Poi lo accompagnano in processione nella sala del trono, dove lo fanno accomodare su una sedia di porfido rosso, che al posto del cuscino ha un grande buco.

A questo punto uno dei più giovani presenti si avvicina, si inginocchia, mette una mano sotto la sedia e prende a palpare i testicoli e la verga del nuovo papa. Poi grida a gran voce: “Ha il pene e i testicoli!” e tutti rispondono: “Sia lodato il Signore!”. Quindi si procede finalmente alla gioiosa consacrazione del papa eletto.

Non sarà proprio il massimo, come cerimonia, infilare le mani dentro le mutande del vicario di Cristo. Ma d’altra parte la Chiesa non può permettersi un altro papa donna.

Quello che era successo il giorno di Pasqua dell’anno 858 durante la solenne processione per le vie di Roma, era stato davvero imbarazzante.

Papa Giovanni VIII aveva celebrato la messa solenne a San Pietro e stava tornando in pompa magna a San Giovanni in Laterano, sede del vescovo di Roma. La folla festante gli si era stretta intorno ma giunti all’altezza della basilica di San Clemente il cavallo che portava il papa, spaventato dalla ressa, si era imbizzarrito provocando al pontefice le doglie.

E così la processione si era fermata perché il papa doveva partorire. Un bel maschietto, peraltro, peccato che subito dopo la papessa smascherata era stata legata per i piedi allo stesso cavallo, che l’aveva trascinata per tutta Roma; poi era stata lapidata a Ripa Grande e infine fatta a pezzi. I suoi resti erano stati sepolti nella stessa strada della tragedia, dove nessuna processione papale sarebbe mai più passata. Al suo posto sarebbe stato eletto Benedetto III, che avrebbe avuto grande cura di cancellare ogni memoria dell’unico papa donna della storia della Chiesa.

Cattedra porphyretica. Insieme alla sedia stercoraria, restò in uso fino alla elezione di Leone X, nel 1513

“E ‘allora st’antra ssedia sce fu mmessa / pe ttastà ssotto ar zito de le vojje / si er pontefisce sii Papa o Ppapessa” scrive Giuseppe Gioachino Belli.

Ma come era arrivata quest’antesignana di Lady Oscar sul trono più alto del mondo?

Secondo la leggenda, Giovanna era nata in Inghilterra ma il padre l’aveva fatta educare in Germania, a Magonza. Travestita da uomo, era riuscita ad entrare in un monastero in Grecia con il nome di Giovanni Anglico e arrivata a Roma aveva insegnato e scalato la carriera ecclesiastica accanto a papa Leone IV alla cui morte – nell’855 – era stata eletta con il nome di Giovanni VIII.

In realtà il vero Giovanni VIII (morto, peraltro assassinato) avrebbe regnato vent’anni dopo – dall’872 all’882 – e nessuna papessa Giovanna è mai esistita.

Eppure la popolarità raggiunta dalla leggenda fu tanta che nessuno – fino al XVI secolo – ha messo in dubbio la sua veridicità, divenuta uno dei temi più cari alla polemica protestante. Anche se proprio un protestante – il pastore David Blondel – sarà il primo a smentirla categoricamente alla metà del Seicento.

D’altra parte se il periodo cronologico del presunto regno di Giovanna è in realtà totalmente coperto da papa Benedetto, la sedia “a ciambella” in porfido effettivamente utilizzata dai pontefici risale a molti secoli prima: si tratta, infatti, di troni romani – probabilmente degli antichi “water” o sedie usate per il parto dalle imperatrici – che i papi già in età costantiniana avevano utilizzato per sottolineare la loro continuità con il potere romano. Non si trattava quindi di uno strumento per presunti test di virilità, ma un segno tangibile di quel potere che aveva indotto i papi ad assumere il titolo di “Pontefice massimo”, un tempo attributo degli imperatori.

La prima testimonianza della leggenda risale al 1240 e oggi si ritiene che sia nata come satira antipapale in ambienti vicini all’imperatore Federico II di Svevia (entrato in conflitto con il papato tanto da essere scomunicato). Eppure la sua diffusione fu tale che la papessa – oltre ad essere immortalata nei tarocchi – viene citata anche da personaggi autorevoli come Guglielmo di Ockham e Giovanni Boccaccio ed è stata inserita persino in elenchi ufficiali dei papi come quello del Duomo di Siena, dove figurano 171 busti tra cui quello del “finto” Giovanni VIII.

D’altra parte le leggende non nascono mai dal nulla e di materiale su cui ricamare la chiesa altomedievale ne aveva offerto a sufficienza: se Giovanna Anglica non è mai esistita, la Chiesa cattolica ha avuto davvero una sua papessa, altrettanto determinata ma assai più potente, spregiudicata e disinibita di quella leggendaria.

È Marozia, la regina della pornocrazia romana. È dell’epoca in cui è ambientata la leggenda e senza bisogno di spacciarsi per un uomo ha comandato la Chiesa per due decenni. E se papa, formalmente, non lo è mai stata, dei papi è stata amante, madre e nonna. Due di questi, tra l’altro, si chiamavano proprio Giovanni.

Bella, affascinante e spregiudicata, anche se analfabeta Marozia riesce a tenere le redini di Roma e della Chiesa cattolica per più di vent’anni tra amanti, matrimoni, amicizie, alleanze, intrighi e guerre.

Diventata ad appena quindici anni amante e poi concubina di papa Sergio III, si sposa per ben tre volte e sempre per accordi politici: la prima volta nel 909 con Alberico di Spoleto; poi, rimasta vedova, con Guido marchese di Toscana, nemico di papa Giovanni X. Con il marito Marozia assalta il Laterano, fa imprigionare e deporre il vescovo di Roma e pilota l’elezione dei tre papi successivi, l’ultimo nei quali – nel 931 – è suo figlio Giovanni XI.

Di carattere debole e remissivo, Giovanni – che diventa papa a 21 anni – è totalmente succube della madre, che si stabilisce nello stesso palazzo del Laterano e governa direttamente la Chiesa, mentre il figlio non prende una sola iniziativa.

Nel 932 Giovanni celebra il terzo matrimonio della madre, questa volta con il re d’Italia Ugo di Provenza, il quale però entra subito in conflitto con un altro figlio di Marozia – Alberico – che verrà schiaffeggiato dal neo patrigno proprio durante la festa di nozze.

Raffigurazione del parto della papessa Giovanna nella pubblicazione di Heinrich Steinhöwel (1474, Ulm)

Alberico sposerà Alda, figlia di Ugo e si vendicherà instaurando una nuova signoria su Roma. Caccerà il suocero da Roma, arresterà la madre e confinerà in Laterano il fratellastro, destinato a trascorrere anche gli ultimi anni senza fare praticamente nulla.

L’unico atto degno di nota di Giovanni XI resta il privilegio, assegnato all’abate di Cluny, di poter aggregare altri monasteri e porre l’intero ordine sotto la diretta dipendenza del papa, togliendoli dunque dalla giurisdizione dei vescovi. Un privilegio tale che gli abati di Cluny diventeranno – nel corso del Medioevo – potenti quanto i sovrani.

La leggenda della papessa non fa altro, dunque, che trasfigurare il pontificato formale di Giovanni XI controllato da Marozia, che avvenne realmente un’ottantina di anni dopo quello presunto di Giovanna.

A tenere viva la leggenda, d’altra parte, c’è anche l’estrema confusione che regna attorno al nome Giovanni, il più utilizzato nella storia della Chiesa e nel Medioevo. Una confusione tale da lasciare un posto vacante: la cronologia dei papi passa infatti – per un errore di conteggio – da Giovanni XIX (discendente della stessa Marozia) a Giovanni XXI.

Giovanni XX, dunque, è un papa fantasma mai esistito. O forse, chissà, Giovanna era proprio lui.

Arnaldo Casali

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Cara moglie ti scrivo

Carezze e abbracci, manifestazioni di affetto nate con l’uomo

Un marito affettuoso e amorevole. La tenerezza di un uomo attempato che si preoccupa per le sorti della giovane consorte, tanto da arrivare persino a suggerirle un futuro insieme a un nuovo marito, quando lui non ci sarà più.

Il ritratto emerge dalle pagine de Le Ménagier de Paris, scritto tra il 1392 e il 1394 da un colto parigino per lasciare alla moglie quindicenne istruzioni per il futuro. Sembra che la ragazza venisse dalla provincia e fosse poco edotta su molti argomenti. Lei stessa avrebbe chiesto al marito di darle dei consigli, forse un po’ intimorita dalla vita nella grande città e desiderosa di apprendere gli usi e i costumi della metropoli.

Così l’uomo si premura di informarla sugli abiti consoni per una signora, che dovranno essere “senza troppi o troppo pochi ornamenti” e le raccomanda di uscire sempre ben pettinata: mai con “la testa orribilmente arruffata come quella di un leone”.

Sul contegno da tenere a passeggio, le suggerisce modi casti e studiati, che non diano adito a maldicenze: “Quando ti rechi in città o in chiesa, […] cammina a testa alta e con gli occhi bassi, senza mai batter le palpebre; guarda diritto davanti a te a una distanza di circa quattro pertiche, senza guardare né uomini né donne, né a destra né a sinistra né in alto, non lanciare occhiate di qua e di là, e non fermarti mai a parlare con qualcuno per la strada”. Dalle indicazioni, fin troppo dettagliate, traspare un pizzico di innocua gelosia, che l’anziano consorte vuole dissimulare spacciandola per una raccomandazione alla futura vedova.

Una moglie amorevole cerca di alleviare stanchezza e sofferenze del coniuge

Il testo affronta anche temi personali, come l’atteggiamento da tenere nell’intimità di coppia: “Se avrai un marito dopo di me”, le scrive, “abbi cura grandissima della sua persona e ti raccomando dagli sempre biancheria pulita perché questo è compito tuo. E dato che la cura degli affari fuori di casa compete agli uomini, per questo un marito deve preoccuparsene, andare e venire, viaggiare di qua e di là, con la pioggia e con il vento, con la neve e con la grandine, ora bagnato, ora asciutto, ora sudato, ora tremante di freddo, mal nutrito, male alloggiato, mal riscaldato e senza buoni letti, e nulla lo abbatte perché è sostenuto dalla speranza di trovare la moglie al suo ritorno che si prenda cura di lui e delle sue comodità, delle gioie e dei piaceri che ella gli darà; di togliersi le scarpe davanti a un buon fuoco, di lavarsi i piedi e di cambiarsi le scarpe e le calze, di avere buone cose da mangiare e da bere, di essere ben servito e ben curato, di dormire bene fra bianche lenzuola e col berretto da notte, ben coperto e con buone pellicce. Certo queste premure ispirano all’uomo l’amore e il desiderio di tornare a casa e di rivedere la sua buona moglie, e di star lontano dalle altre donne. E perciò ti consiglio di festeggiare così tuo marito ogni volta che arriva e che riparte e di non stancartene mai, e anche di non litigare con lui e ricordare il proverbio campagnolo che dice: ci sono tre cose che portano un padre di famiglia lontano da casa, cioè un tetto in rovina, un camino che fa fumo e una moglie brontolona”.

Ma Le Ménagier de Paris non si limita a istruzioni di comportamento e a lezioni per la buona convivenza sociale e familiare. Comprende consigli culinari e un gran numero di ricette descritte in dettaglio, tanto da essere considerato il più importante testo di cucina francese di tutto il Medioevo. Ed è anche un vero e proprio trattato domestico, un vademecum per i lavori di casa che offre un interessante spaccato di vita quotidiana, con rilevanza tanto storica quanto sociale.

La bottega di un macellaio del XIV secolo

La sezione gastronomica contiene preziose notizie sul commercio della carne a Parigi. All’epoca in città c’erano decine di macellai (19 solo nella zona delle Porte-de-Paris), che vendevano ogni settimana un totale di 3080 pecore, 514 buoi, 306 vitelli e 600 maiali. E nelle cucine del re Carlo VI si cucinavano ogni settimana 120 pecore, 16 buoi, 16 vitelli, 12 maiali, 600 polli e 400 piccioni.

Tra i dettagli pratici, si trovano indicazioni su come rimestare una zuppa di piselli o fagioli per evitare che si attacchi alla pentola e come aggiungere sale e grasso a una minestra senza che fuoriesca dalla pentola durante il bollore.

Questi consigli di cottura rimandano a considerazioni sui metodi di riscaldamento dell’epoca. L’invenzione del camino, ad esempio, è del XIII secolo e dal Trecento compare con più frequenza nelle case delle famiglie agiate, dove in genere viene costruito direttamente sotto il tetto. La cucina quindi, si trova in alto nelle abitazioni dei benestanti, in cima a una fila di scale da salire con carichi di legna da ardere, acqua e alimenti. Non molto comodo, certo, ma la cappa del camino, fatta di legno e facilmente infiammabile, vicino al tetto incanala meglio il fumo ed è più sicura.

Molte pagine sono dedicate anche alla scelta dei cibi, da fare secondo la stagione: “Per sapere se un coniglio è carnoso devi tastare il muscolo dietro al collo. Ricorda che il momento migliore per le alici è marzo. Le carpe vanno cotte bene altrimenti è pericoloso mangiarle” e “devono avere le squame bianche e non giallastre o rosse, altrimenti non provengono da acque pulite. La carpa più carnosa è quella che ha occhi grandi che fuoriescono dalla testa. E nota che se vuoi portarti dietro una carpa viva per tutto il giorno, avvolgila in un panno bagnato e tienila in una borsa o in un secchio con la pancia verso l’alto, senza farle prendere aria”.

Le platesse invece, “devono essere tenere al tatto, mentre per il rombo vale il contrario. Per ingrassare un’oca non devi darle né farina bianca né la crusca, ma un insieme delle due, aggiunto a una identica quantità di avena: mescola il tutto con acqua e in 15 giorni l’oca sarà ben ingrassata”.

E ancora, “Per dare al pollo e al cappone il sapore di selvaggina, devi ucciderli tagliando loro la gola e poi infilarli subito in un secchio pieno d’acqua molto fredda; così resteranno anche freschi per un paio di giorni come se fossero stati appena macellati. Puoi distinguere le anatre selvatiche più giovani da quelle più vecchie, anche se hanno le stesse dimensioni, dalle loro penne, che sono più tenere negli animali più giovani rispetto a quelli più vecchi. Inoltre, puoi distinguere un’anatra selvatica da una di allevamento perché la prima ha le zampe rosse, mentre l’altra le ha gialle”.

Dopo 24 menù completi per pranzi e cene, decine di ricette e interi paragrafi su tutti gli utensili da cucina necessari e tutte le stoviglie da mettere in tavola secondo gli ospiti da ricevere, seguono istruzioni per i servi e i valletti da affittare per un ricevimento importante, compresi quelli “addetti a togliere il pane dalla tavola”, quelli “adibiti a versare l’acqua” e “almeno due valletti destinati a prendere le stoviglie dall’armadio e portarle agli ospiti”. E naturalmente va preso anche un cuoco, che costerà “quattro franchi e mezzo e i suoi aiutanti complessivamente un franco. Totale, 5 franchi e mezzo”.

La camera del podestà (1305-13011), affresco di Memmo di Filippuccio, San Gimignano

Poi, oltre a consigli di giardinaggio, cura e rammendo degli abiti, trucchi per smacchiare i vestiti e indicazioni per la conservazione dei mobili, c’è un intero capitoletto dedicato ai metodi per liberarsi dalle pulci. Che rende chiara l’entità del flagello che attanagliava le nottate dell’uomo del Trecento, povero o facoltoso che fosse:

“D’estate abbi cura che non vi siano pulci nella tua camera o nel tuo letto. Ci puoi riuscire in sei modi, a quanto mi risulta. Infatti ho sentito dire che spargendo per la camera foglie di ontano, le pulci vi restano prese. Poi ho sentito dire che, preparando qualche fetta di pane coperta di vischio per gli uccelli o di terebinto – un arbusto mediterraneo caratterizzato da piccoli fiori in pannocchia e frutti che contengono semi oleosi – e mettendola sul pavimento, di notte, con una candela accesa piantata in mezzo a ogni fetta, le pulci vengono e ci restano invischiate. Un altro modo che ho scoperto e che è vero: prendi una coperta ruvida e stendila nella tua stanza e sul tuo letto e tutte le pulci ci salteranno sopra e vi resteranno prese. Lo stesso puoi fare usando pelli di pecora, poi ho anche visto stendere delle coperte sulla paglia e sul letto, e quando le pulci nere saltavano sopra esse, erano immediatamente individuate sullo sfondo bianco e uccise. Ma il modo migliore è guardarsi da quelle che si annidano nelle coperte, nelle pellicce e nella stoffa dei vestiti. Perché sappi che io l’ho provato e quando le coperte, le pellicce o i vestiti in cui vi sono pulci sono piegati, pigiati e chiusi in una cassa strettamente legata con cinghie o in un sacco ben legato e compresso, o altrimenti pressati in modo che le pulci non abbiano luce né aria e restino imprigionate, immediatamente esse periscono”.

Tanti altri particolari rivelano interessanti notizie su beni e attività importanti nella gestione della vita domestica. Le candele, ad esempio, dovevano essere spente con grande cura, per evitare incendi e sprechi: “Procura che ognuno dei servi abbia un candeliere vicino al letto, su cui mettere la sua candela, e che gli sia stato insegnato bene a spegnerla con la bocca o con la mano prima di entrare nel letto e non con la camicia”.

Le Ménagier de Paris è utile anche per sfatare alcuni luoghi comuni sul Medioevo, come quello della magia. Se ne trova cenno in un paragrafo dedicato alla cura dei cavalli. Per la buona salute degli animali, il marito lascia alla moglie una ricetta magica: “Prendi una crosta di pane e scrivi ciò che segue: bestera, bestie, nay, brigonay, dictera, sagragan, es, domina, fiat, fiat, fiat”. E il fatto che un uomo colto e tanto benestante da possedere cavalli ricorra a formule rituali, indica come, in generale, le pratiche magiche nel Trecento non presupponessero fini deviati o corrotti, ma fossero piuttosto un patrimonio di tutti gli strati della società, come accade oggi con la scaramanzia. Probabilmente mentre scriveva, il colto parigino avrà sorriso e si sarà detto qualcosa di simile all’odierno: “Non è vero, ma ci credo”.

Giochi e intrattenimenti per passare il tempo in compagnia

Il trattato conta all’incirca 300 pagine, ma purtroppo non è completo. Nelle intenzioni dell’autore doveva contenere ancora una parte dedicata ai divertimenti, agli enigmi, ai giochi di parole e ogni altra cosa utile per intrattenere gli ospiti.

Pubblicato per la prima volta nel 1846 dal barone Girolamo Pichon, che se ne occupò per conto della Società dei bibliofili francesi, probabilmente è stato scritto sull’onda del movimento letterario promosso dal predecessore di Carlo VI, Carlo V detto il Saggio, che fondò la Biblioteca Reale (la futura Biblioteca Nazionale di Francia) e incoraggiò i sudditi alla stesura di trattati sui temi più vari, tecnici e non. Fu dietro sua richiesta, ad esempio, che lo chef reale Guillaume Tirel scrisse Le Viandier Taillevent.

Guillaume Tirel è il primo cuoco francese di professione di cui si conservi memoria. Era soprannominato Taillevent per il gran naso che sembrava tagliare il vento o, secondo altre versioni, per il finissimo olfatto di cui era dotato. Fu Sergente d’arme sotto Carlo V e nel 1381 venne nominato Maestro di cucina, in considerazione dell’onesto e soddisfacente servizio reso. La sua arte ci è stata tramandata grazie al manoscritto Le Viandier Taillevent, redatto in forma poetica intorno al 1380. Ma questa è un’altra storia.

Daniela Querci

Per il testo completo de Le Ménagier de Paris: http://www.gutenberg.org/ebooks/44070

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L’assassinio di Ipazia

Allegoria della Geometria. Miniatura tratta dal manoscritto Burney 275 degli Elementi di Euclide, nella traduzione latina dall’arabo attribuita a Adelardo di Bath, circa 1309-1316 (British Library, Londra).

È l’8 marzo dell’anno 415, un lunedì di quaresima per i cristiani di Alessandria d’Egitto. Un lunedì di silenzio e preghiera. Un lunedì di guerra.

Ipazia, matematica, astronoma, filosofa neoplatonica e insegnante di grande prestigio, sta tornando a casa. Poco più che cinquantenne, è la più importante intellettuale della città, un punto di riferimento non solo per i suoi studenti, ma anche per le autorità politiche e religiose. Non è serena: la tensione è salita alle stelle da quando il vescovo Cirillo è entrato in conflitto con il prefetto Oreste e c’è chi ha messo in giro la voce che sia proprio lei a impedire la riconciliazione.

Non è serena Ipazia, ma non si aspetterebbe mai quello che sta per succedere. La sua lettiga viene improvvisamente circondata da un gruppo di diavoli inferociti: sono fanatici cristiani guidati da Pietro. La assalgono e la tirano giù dalla lettiga, la picchiano. Lei cerca di dimenarsi, chiede aiuto, ma il suo grido è coperto da quello degli assalitori infervorati e soffocato dal suo stesso sangue.

La trascinano fino al Cesareo, l’ex tempio di Augusto diventato la Cattedrale dei cristiani, e qui le strappano la veste, la lasciano nuda di fronte all’altare. Pietro la colpisce con una mazza ferrata mentre gli altri raccolgono dei cocci appuntiti e con questi iniziano a colpirla. Uno, dieci, cento volte il suo corpo viene trafitto in un’orgia mistica di sangue, grida, preghiere, delirio. Ipazia viene scorticata fino alle ossa e respira appena quando le si avventano sul volto e le cavano gli occhi, ma anche dopo che il suo cuore ha smesso di battere la furia non si ferma: la sua carne viene strappata, il suo corpo fatto a brandelli. Le staccano la testa, le braccia, le gambe; continuano a farla a pezzi finché di ciò che era stato Ipazia d’Alessandria non rimane che una poltiglia sanguinolenta. Allora portano ciò che resta all’inceneritore e bruciano tutto, senza lasciare traccia di una delle donne più importanti della storia dell’umanità.

La morte di Ipazia, Charles William Mitchell, 1885.

Ipazia era nata ad Alessandria d’Egitto tra il 355 e il 370, suddita dell’Impero romano d’oriente. Suo padre Teone era un filosofo e un matematico molto conosciuto, anche per aver salvato dall’oblìo gli Elementi di Euclide (sua l’edizione utilizzata fino alla fine dell’Ottocento) e per aver commentato e pubblicato l’Almagesto di Tolomeo e scritto un saggio sull’astrolabio piano. Teone, che aveva osservato e descritto l’eclissi solare del 15 giugno 364, era anche il Rettore del Museo di Alessandria, il principale centro studi della città, e aveva educato la figlia all’astronomia, alla matematica e alla geometria, ma la giovane Ipazia – frequentando la scuola neoplatonica – aveva subito anche influenze teosofiche e occultistiche ereditate da filosofie e religioni egizie e assiro-babilonesi.

È proprio a fianco del padre che la ragazza “debutta” come intellettuale, collaborando ad uno dei suoi libri: è lo stesso Teone a scrivere infatti che la sua edizione del Sistema matematico di Tolomeo è stata “controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”. Si tratta del volume che contiene la teoria astronomica geocentrica destinata a restare in auge fino all’arrivo di Copernico. In astronomia Ipazia finisce per superare il suo stesso padre e maestro. Le sue opere non ci sono arrivate, ma ne conosciamo i titoli: Commentario alla Aritmetica di Diofanto, Commentario al Canone astronomico e Commentario alle sezioni coniche d’Apollonio Pergeo, considerato il suo capolavoro. All’insegnamento delle scienze esatte aggiunge quello della filosofia, commentando Platone, Aristotele e i filosofi maggiori e succede al padre come capo della scuola alessandrina.

La scuola fa riferimento al Museo di Alessandria, fondato settecento anni prima da Tolomeo I, generale di Alessandro Magno e primo re dell’Egitto ellenistico, come centro di studi dedicato alle muse, le divinità protettrici delle scienze e delle arti, e ne fa parte anche la più celebre biblioteca dell’antichità.

Il discepolo più illustre di Ipazia è Sinesio, arrivato da Cirene per assitere alle sue lezioni: filosofo, poeta e oratore, Sinesio diventerà vescovo di Tolemaide, cercando di operare una sintesi tra la dottrina cristiana e il pensiero filosofico neoplatonico, e costruirà un astrolabio “concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra”. “Ipparco – spiega Sinesio – lo aveva intuito e fu il primo a occuparsene ma noi, se è lecito dirlo, lo abbiamo perfezionato mentre lo stesso grande Tolomeo e la divina serie dei suoi successori si erano contentati di uno strumento che servisse semplicemente da orologio notturno”. Un altro strumento costruito seguendo le indicazioni di Ipazia è l’idroscopio, un tubo cilindrico che serve a misurare il peso dei liquidi.

Come Socrate, Ipazia insegna per le strade e tra i suoi ammiratori si annovera anche il prefetto romano Oreste, che cerca spesso il suo consiglio nelle questioni di carattere pubblico. Per Ipazia, infatti, la filosofia non è semplice erudizione, ma “uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità”. “L’Atene di oggi – scrive Sinesio al fratello Evozio – non ha nulla di eccelso a parte i nomi delle località; al giorno d’oggi l’Egitto tiene desta la mente avendo ricevuti i semi di sapienza da Ipazia. Atene, al contrario, che fu un tempo la sede dei sapienti, viene ora onorata solo dagli apicoltori”.

Un busto di marmo della scienziata alessandrina.

Anche dopo aver lasciato Alessandria ed essere diventato cristiano, Sinesio rimane legatissimo a Ipazia, a cui invia lettere piene d’affetto (“Abbraccia per me la venerabilissima e piissima filosofa, il beato coro che gode della divina voce, ma soprattutto il beatissimo padre Teotecno”) e ogni suo scritto prima di pubblicarlo. Quando finisce il Dione, in cui delinea il rapporto tra filosofia e letteratura, lo manda a Ipazia con una lettera: “Se tu ritieni che lo scritto debba essere pubblicato, lo destinerò tanto ai retori quanto ai filosofi: agli uni recherà diletto, agli altri profitto, sempre che non venga respinto da te che hai la facoltà del giudizio”.

“Ipazia era giunta a tanta cultura – scrive Socrate Scolastico – da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”. “La donna – aggiunge Socrate – gettandosi addosso il mantello e uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo”. “Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura – scrive ancora, pochi decenni dopo la sua morte – accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale”.

“Era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente – aggiunge Damascio, un secolo dopo la morte – e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei”. Divenuta un punto di riferimento così imprescindibile per la città di Alessandria, Ipazia si trova quindi a rivestire – suo malgrado – anche un ruolo politico, vivendo da protagonista il momento più caldo degli scontri interreligiosi tra le varie comunità di Alessandria, che si fanno particolarmente cruenti all’inizio del quattrocento.

Quella destinata a diventare una vera e propria guerra civile inizia durante i lavori di trasformazione del tempio di Dioniso in chiesa cristiana, quando vengono alla luce i resti di un tempio segreto dedicato al culto di Mitra. Tra i resti qualcuno sostiene di aver trovato anche teschi umani e i cristiani lo prendono come il segno che in quel luogo venivano svolti sacrifici umani. Il vescovo Teofilo organizza così una processione antipagana in cui vengono fatti sfilare per la città gli oggetti sacri trovati nel tempio; l’atto di dileggio provoca l’ira dei pagani che attaccano i cristiani, provocando una feroce reazione. Scoppia una vera e propria guerra civile, con i cristiani che assediano il tempio di Serapide in cui si sono rifugiati i pagani. Lo stesso imperatore Teodosio II, apertamente filo cristiano, è costretto a intervenire inviando una lettera a Teofilo in cui gli chiede di perdonare le offese recate dai pagani concedendogli, in cambio, la distruzione del tempio e dell’annessa biblioteca.

Ipazia, da parte sua, se sotto il profilo filosofico resta neutrale nei confronti del cristianesimo (scegliendo la corrente del neoplatonismo meno ostile al Vangelo), sotto il profilo politico e sociale non può che guardare alla nuova religione con paura e diffidenza: nel cristianesimo vede fanatismo, violenza, intolleranza. I cristiani di Alessandria non fanno che distruggere templi e biblioteche e azzuffarsi in continuazione con ebrei e pagani. La leader della scuola alessandrina tende così a sostenere – con il neoplatonismo – un sistema eclettico di filosofia che prende il meglio da tutte le filosofie religiose contrapposto al dilagare della nuova religione che vuole, invece, cancellarle.

Cirillo di Alessandria (370-444) è venerato come santo sia dalla Chiesa Cattolica che dalla Ortodossa.

Nel 412 Teofilo muore e al suo posto viene eletto vescovo suo nipote Cirillo, nonostante l’opposizione di buona parte della comunità cristiana che lo considera troppo violento e autoritario. Coetaneo di Ipazia, Cirillo – venerato oggi come santo – incarna alla perfezione la Chiesa che, dopo l’editto di Teodosio del 380 che ne ha fatto religione di Stato, ha iniziato a trasformarsi da perseguitata a persecutrice e assume in città un potere molto maggiore di quanto ne avesse avuto suo zio: con il suo episcopato quello del vescovo di Alessandria diventa un ruolo politico a tutti gli effetti. Cirillo ha persino una sua guardia personale, un vero e proprio corpo di polizia i cui militi vengono detti “parabolani” e riesce a chiudere le chiese eretiche, spogliando il vescovo novaziano di tutti i suoi possedimenti.

D’altra parte Alessandria è una città in pieno fermento culturale e religoso dove si trovano pagani di ogni culto e cristiani di ogni eresia, oltre che molti ebrei. Sono proprio questi ultimi il successivo obiettivo di Cirillo.

Nel 414, durante un’assemblea popolare, alcuni ebrei denunciano al prefetto Oreste il maestro cristiano Ierace accusandolo di seminare discordie. Si tratta del più strenuo sostenitore di Cirillo, “il più attivo nel suscitare gli applausi nelle adunanze in cui il vescovo insegnava”. Ierace viene arrestato e torturato, provocando la ritorsione dei cristiani contro gli ebrei e la conseguente reazione della parte ebraica dando luogo a reciproci massacri.

La reazione di Cirillo è durissima: l’intera comunità ebraica viene cacciata dalla città, gli averi confiscati e le sinagoghe saccheggiate e distrutte. Oreste, indignato, fa arrestare i cristiani responsabili degli attentati alle sinagoghe. A quel punto i cristiani, istigati dal Vescovo, si rivoltano contro lo stesso prefetto: un gruppo di parabolani giunti dal deserto circonda il carro di Oreste e lo insulta chiamandolo “sacrificatore ed elleno” e lanciandogli delle pietre. Uno di loro – chiamato Ammonio – riesce a colpirlo e a ferirlo. La tensione sale alle stelle: un gruppo di pagani, accorsi, disperde i parabolani e cattura Ammonio consegnandolo all’autorità. Oreste fa processare e torturare l’aggressore fino alla morte, ma Cirillo gli tributa solenni onori funebri e lo definisce un martire, come se fosse morto per la fede.

Siamo allo scontro aperto. Oreste si appella all’imperatore Teodosio che però – anche a causa dell’influenza subita dalla sorella cristiana – si rifiuta di intervenire. La situazione precipita nel caos. Cirillo cerca una riconciliazione con Oreste che chiede consiglio a Ipazia.

Cosa abbia risposto Ipazia non lo sappiamo, ma di certo Cirillo è convinto che quella donna non abbia un buon ascendente sul prefetto. Una donna che resta la più importante e autorevole rappresentante del paganesimo, che tiene testa ad ogni uomo smentendo la presunta inferiorità femminile predicata da tutti i padri della Chiesa.

Particolare da La scuola di Atene (1509-1511), Raffaello (Musei Vaticani). Nell’affresco, che rappresenta i più celebri filosofi e matematici dell’antichità, Ipazia è l’unica donna presente.

La donna è “un tempio costruito su una cloaca” aveva scritto Tertulliano, la “porta del diavolo” che dovrebbe “camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l’ignominia e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione”. Proprio una donna è diventata adesso il principale ostacolo al trionfo del cristianesimo ad Alessandria. Quella donna è allora l’incarnazione del male e deve morire.

Quali siano le reali responsabilità di Cirillo nell’assassinio di Ipazia non lo sapremo mai. Ma forse, che sia il vero mandante o solamente il responsabile morale, cambia poco. Quel che è certo è che gli assassini rimarranno impuniti e gli ultimi neoplatonici verranno tolti di mezzo dall’imperatore Giustiniano, che chiuderà la scuola alessandrina nel 529.

Unica matematica donna per più di un millennio, Ipazia sarà la sola figura femminile rappresentata nella “Scuola di Atene” di Raffaello.

Come tutti i giganti della storia, la martire pagana è diventata il simbolo di tutto e del contrario di tutto: c’è chi la vede come un Galileo al femminile – vittima dell’oscurantismo della Chiesa – e chi, tutto al contrario, vede nella sua morte lo scontro fra la cultura antica di cui è stata l’ultima grande esponente e la modernità portata dal cristianesimo.

E se gli anticlericali ne hanno fatto un grande vessillo non è mancato nemmeno, da parte cattolica, chi ha tentato ipotesi a dir poco stravaganti, come Diodata Roero Saluzzo, che nel poemetto in versi Ipazia ovvero Delle Filosofie, pubblicato nel 1827, ipotizza una conversione della filosofa al cristianesimo operata da Cirillo e la sua uccisione da parte di un sacerdote pagano.

Arnaldo Casali

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Sant’Agata, la testa più dura della lava

Martirio di sant’Agata, miniatura dal Codice Bodmer 127.

Ha una bellezza irresistibile e “la testa più dura della lava dell’Etna”, Agata. Che non si arrende a lusinghe, né a minacce, né a torture.

È il 5 febbraio dell’anno 251 e la giovane nobile siciliana viene spinta dentro una fornace ardente.

Nei giorni precedenti le sono state stirate le membra, le hanno lacerato la pelle con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, ma ogni tormento invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuova forza. Al colmo del furore il proconsole Quinzano, innamorato e respinto, le aveva fatto tagliare i seni con enormi tenaglie. Poi era stata riportata in cella sanguinante e ferita, ma nella notte era stata miracolosamente guarita a seguito di una visione. Allora il proconsole aveva ordinato che fosse bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate. Adesso, mentre il fuoco brucia le sue carni, rimane intatto il velo che la ragazza indossa. Poi un terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla seppellendo due consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi, spaventata, si ribella al supplizio e il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.

Secondo la “Passio Sanctae Agathae”, risalente alla seconda metà del V secolo, Agata apparteneva ad una ricca famiglia catanese convertitasi al cristianesimo. Ad appena 15 anni Agata (il cui nome deriva dal greco Agathé, ovvero “buona”) aveva deciso di consacrarsi totalmente a Dio e il vescovo di Catania le aveva imposto con un’apposita cerimonia il “flammeum”, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate.

Nel mosaico di Sant’Apollinare nuovo in Ravenna (VI secolo) Agata è raffigurata con la tunica lunga, dalmatica e stola a tracolla, abbigliamento che lascia supporre che fosse diventata diaconessa, un ruolo molto importante nel cristianesimo delle origini.

Se nella chiesa di oggi il diacono è ridotto praticamente al ruolo del sacrestano, a quei tempi era il responsabile economico della comunità: colui che si occupava di distribuire i beni ai poveri. L’affidamento ad una donna di tale ruolo è tanto più significativo dal momento in cui nella chiesa moderna il diaconato, così come gli altri due ordini sacri (presbiteriato ed episcopato) è stato inibito al sesso femminile e è riservato agli uomini.

Giovanni di Bartolo (secolo XIV), Il busto-reliquiario argenteo di Sant’Agata conservato nel Duomo di Catania (foto di Riccardo Spoto).

Studi storico-giuridici più recenti sostengono che Agata non potesse avere meno di 21 anni quando il proconsole di Catania Quinziano se ne era invaghito, ma vistosi rifiutato, l’aveva accusata di vilipendio della religione di Stato, in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, e l’aveva fatta arrestare. Dopo aver tentato inutilmente un programma di “rieducazione” della ragazza affidandola ad una cortigiana nome Afrodisia (che l’aveva sottoposta – secondo la leggenda – a tentazioni immorali di ogni genere, con festini, orge e banchetti) aveva imbastito un processo contro di lei, concluso con la tortura e l’esecuzione. Esattamente un anno dopo, il 5 febbraio 252, una violenta eruzione dell’Etna minaccia Catania: molti cittadini, sia cristiani che pagani, accorrono al suo sepolcro e, preso il velo che ne ricopre i resti, lo portano di fronte alle colate della lava dell’Etna che si fermano miracolosamente..

Da allora il velo – conservato nella cattedrale della città – è stato portato spesso in processione per scongiurare le catastrofi, riuscendo a salvare Catania più di quindici volte: l’ultima nel 1886. La santa avrebbe preservato inoltre la sua città nel 535 dagli Ostrogoti, e nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Nel 1040 le reliquie della santa vengono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasporta a Costantinopoli; nel 1126, però, due soldati della corte imperiale – il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo – le riconsegnano il 7 agosto al vescovo di Catania ad Aci Castello. Il 17 agosto il corpo tornerà nel Duomo, dove viene ancora oggi conservato in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santaituzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono – secondo la tradizione – di re Riccardo Cuor di Leone.

Nel 1231 Federico II di Svevia giunge in Sicilia per assoggettarla. Molte città, però, si ribellano e Catania è tra queste. Federico II ne ordina allora la distruzione, ma i catanesi ottengono che, prima dell’esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venga celebrata l’ultima messa, alla quale presenzia lo stesso Federico II. Durante quella funzione il re svevo, sulle pagine del suo breviario, legge una frase che suona come un pericoloso avvertimento: “Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est”. L’imperatore abbandona così il progetto di distruzione e revoca l’editto accontentandosi soltanto che il popolo passi sotto due spade incrociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. La città ricorda questo evento con un bassorilievo di marmo che si trova oggi all’ingresso del palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico II di Svevia.

Martirio di Sant’Agata di Giovan Pietro da Cemmo, Santa Maria, Esine, Val Camonica (foto: Luca Giarelli).

Tra i tanti miracoli tramandati, tra i più clamorosi c’è quello del 1169, quando un terremoto fece da preludio a una tremenda eruzione. Un fiume di lava, scorrendo per i pendii dell’Etna e allargandosi per le campagne, distruggeva ogni cosa al suo passare e avanzava inarrestabile verso la città. Ma, come era avvenuto un anno dopo la morte di Sant’Agata, una processione col sacro velo bloccò il fiume di lava. Miracoli simili i catanesi li otterranno anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, nel 1536, nel 1567 e nel 1635. Ma l’eruzione più disastrosa avviene nel 1669: una serie di bocche si aprono lungo i fianchi del vulcano, che erutta lava e lapilli per 68 giorni. La lava distrugge molti centri abitati e giunge fino in città, circondando il fossato del Castello Ursino.

Nella sacrestia della cattedrale un affresco, realizzato dieci anni dopo l’eruzione da chi aveva vissuto in prima persona quei tragici momenti, descrive le scene quasi apocalittiche di quella distruzione. Quando il magma era giunto a una distanza di trecento metri dal duomo, miracolosamente cambiò direzione per andare a scaricarsi in mare.

A quella terribile eruzione è legato anche un altro evento prodigioso: un affresco, che raffigurava Sant’Agata in carcere, e che si trovava in un’edicola sulle mura della città, fu trasportato intatto dal fiume di lava per centinaia di metri. Ora quel dipinto si trova sull’altare maggiore della chiesa di Sant’Agata alle Sciare, a Catania.

Nel corso dei secoli Agata ha protetto i catanesi da guerre, terremoti ed epidemie, ma il suo culto si è allargato ad ogni parte d’Italia e d’Europa, a partire da Palermo (che se la contende con Catania come patrona fino al XVI secolo, quando viene soppiantata da Santa Rosalia) alla Puglia, regione protagonista di una singolare diatriba.

Sant’Agata in un disegno di Modigliani.

Secondo una leggenda l’8 agosto 1126 sant’Agata apparve in sogno a una donna che si era addormentata dopo aver lavato i panni nella spiaggia della Purità a Gallipoli e l’avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo, che celermente giunse nella spiaggia insieme ad altri ecclesiastici. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella. La reliquia rimase a Gallipoli, nella Basilica Concattedrale di Sant’Agata, dal 1126 al 1389, quando il principe Orsini Del Balzo la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale è ancora oggi custodita presso un convento di frati francescani. Secondo il vescovo gallipolino Montoya de Cardona la reliquia fu trafugata furtivamente dagli abitanti di Galatina “ex auctoritate” e fu “rubata furtivamente e all’insaputa dell’Università gallipolitana”. Numerosi sono stati i tentativi dei gallipolini di riportare nella Concattedrale di Sant’Agata la reliquia, a partire dal vescovo Gaetano Muller, il quale scrisse una lettera al cardinale prefetto dell’epoca, fino ad arrivare ad Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista, tutti inutili.

Oggi Agata è patrona, oltre che di Catania, della Repubblica di San Marino, di 37 città in Italia (dalla Lombardia alla Puglia), 20 in Spagna, 10 in Francia, 2 in Germania e 2 in Olanda, ma conta devoti anche in Belgio, Canada, Brasile e Malta.

Arnaldo Casali

Piero della Francesca, Sant’Agata, Polittico di Sant’Antonio, 1460, particolare, Galleria Nazionale dell’Umbria.

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