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La leggenda nera di Ortensia Baglioni

Veduta di Parrano (Terni), uno dei feudi di Ortensia Baglioni – foto Elena Volterrani

Nel corso della sua lunga e tormentata vita perse quattro figli e tre mariti. Una donna decisamente molto distratta; o estremamente pericolosa.

È ricordata come la “Lucrezia Borgia di Parrano”, ma il paragone con Ortensia Baglioni, in realtà, è ingeneroso nei confronti della povera Lucrezia, vittima di una fama pessima ma comunque immeritata.

Ortensia, invece, con tre mariti e due figli ammazzati è senza dubbio la donna più scaltra, letale e spregiudicata della storia a cavallo tra Medioevo e Rinascimento.

D’altra parte tra cospirazioni e intrighi di palazzo, lei, c’era nata e cresciuta: figlia del conte Antonio Baglioni e di Beatrice Farnese, Ortensia è nipote sia della bellissima Giulia Farnese, amante di papa Alessandro VI Borgia che di suo fratello Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III.

È proprio lo zio cardinale a darla in sposa nel 1531 a Sforza Marescotti, un soldato rampollo di un’antica e gloriosa famiglia bolognese. Dall’unione nascono Alfonso e Beatrice; appena sette anni dopo il matrimonio, però, Sforza viene assassinato dai suoi vassalli. Vedova tutt’altro che inconsolabile (e anzi – si mormora – mandante del delitto) l’anno successivo Ortensia sposa Girolamo di Pier Giovanni di Marsciano, con cui fa altri due figli: Marcantonio e Girolamo. Anche il secondo marito sei anni dopo toglie il disturbo, ucciso da un piatto di maccheroni avvelenati servitogli dall’amorevole consorte.

Il borgo di Pornello (Terni) – Foto Fiorenzo Lo Grasso

Tempo quattro anni, e il 7 maggio 1549 Ortensia convola a terze nozze con il conte Ranuccio Baglioni, ponendo però come condizione che lo sposo le assegni i feudi di Parrano e Pornello. Anche con Ranuccio Ortensia concepisce due figlie, Elena e Lavinia. Ma poi si libera del marito: esattamente come Sforza, infatti, il 18 settembre 1553 il conte viene ucciso in un agguato tesogli dai vignanellesi, esasperati dalle continue vessazioni del loro padrone ma anche stavolta, si dice, istigati dalla signora.

Nel frattempo è scomparso Paolo III Farnese e a succedergli è il cardinale Giovanni Maria Ciocchi Del Monte, che ha assunto il nome di Giulio III. Il nuovo papa è zio di Ascanio Della Corgna, Capitano generale della fanteria e della cavalleria e cognato di Ranuccio, di cui ha sposato la sorella Giovanna. Due giorni dopo l’omicidio, Giulio III mette le due bambine sotto la tutela di Ascanio, affidandogli anche i feudi di Vignanello e di Parrano, mentre la guardia papale arresta Ortensia. Il tribunale pontificio ascolta molti testimoni, tra cui il cardinale Tiberio Crispo di Orvieto, secondo il quale la donna è “onesta e una buona moglie”, mentre Ranuccio viene descritto come un violento che trattava malissimo i suoi vassalli “sichè dico meravegliarme che non prima sia stato ammazzato da quelli suditi”. Il processo si conclude con l’assoluzione della donna: sulla forca finiscono cinque paesani.

Nel 1565 Ortensia, che ha ripreso possesso del suo feudo, scrive il proprio testamento lasciando al figlio Alfonso il castello di Vignanello e a Elena e Lavinia quello di Parrano. A Girolamo, invece, lascia un altro piatto di maccheroni avvelenati e anche Lavinia muore “atossicata” ancora giovanissima, mentre Marcantonio si toglie di mezzo da solo per morte naturale. Ma su nessun decesso viene aperta una indagine.

Lo stemma Marescotti-Farnese

A impedire a Ortensia di rimettere le mani sul feudo di Parrano, resta però la contessina Elena, il cui tutore è lo zio Ascanio. Determinata a manovrare la vita della figlia, appena compie 14 anni comincia a cercarle un marito, ma deve scontrarsi con i ripetuti rifiuti della ragazza. Il conflitto raggiunge tali livelli che per proteggere la contessina dalle grinfie della madre il papa arriva a far rinchiudere la giovane in monastero e a proibirle di contrarre matrimonio senza la sua autorizzazione. Ortensia, nel frattempo, si è insediata nel castello, approfittando dell’assenza di Elena che vive a Perugia dagli zii, e tollera l’invasione materna solo “per honore suo per non la cacciare via”.

La velenosa contessa, che non si fa certo intimidire dall’ostilità della ragazzina, scrive al cugino Alessandro Farnese. E spiega di essere a Parrano proprio su invito della figlia; “Questo castello monsignor mio mi riesce molto meglio che io non pensavo: vassalli fidelissimi et amorevolissimi; solo ce manca uno buono patrone che tema Idio et governa le sue pecorelle iustamente”. Ortensia manda in continuazione messaggeri a Perugia perché convincano la figlia a raggiungerla a Parrano, ma Elena non ha nessuna intenzione di lasciarsi avvicinare dalla madre e quando la vede arrivare non le permette nemmeno di entrare nel palazzo. La donna non sia arrende e in occasione della Pasqua del 1567 tenta un nuovo approccio mandando come ambasciatore il figlio Alfonso. Durante il pranzo, però, l’erede fa alla sorella uno strano discorso, che suona come un sinistro avvertimento: “Se vostra Signoria morisse, signora contessa, a me mi resterebbe qualche cosa di vostro: ma se morissi io non ve resteria a voi cosa alcuna de mio; perché io ho figli”.

Convinta che la madre voglia eliminarla per lasciare tutto al fratello, Elena è ancora più decisa a non mettere piede a Parrano. Tuttavia, le mani della famigerata Ortensia riescono a insinuarsi fino a Pieve del Vescovo, dove la contessina sta passando un piacevole soggiorno in compagnia della zia Giovanna. È il 23 aprile ed Elena è abbastanza incauta da lavarsi il viso con l’acqua da toletta che la madre le ha mandato “per rendere più liscia la pelle”. Qualche ora dopo l’applicazione dell’unguento la ragazza si sente male e dopo due giorni di agonia muore, all’età di sedici anni. Il corpo viene trasportato a Perugia, accompagnato “da circa cento contadini et altre genti con lumi” e seppellito nella chiesa di San Fiorenzo a Porta Sole. Prima, però, viene chiesta un’autopsia perché il cadavere si è gonfiato ed è diventato nero, e il Papa ordina un’indagine. Quando il 7 maggio 1567 il commissario pontificio Gandolfi giunge a Parrano, Ortensia – circondata da un piccolo esercito formato da vassalli e da banditi – si rifiuta di consegnargli il feudo. Gandolfi è costretto a desistere ma una settimana dopo torna, prende possesso del castello e trascina Ortensia davanti al Governatore di Roma.

Castel Sant’Angelo. Costruito nel II secolo d.C. come mausoleo per le spoglie dell’imperatore Adriano, fu spesso utilizzato come luogo di prigionia

Rinchiusa ancora una volta a Castel Sant’Angelo, la donna viene assolta da tutte le accuse e ritorna in possesso del castello e degli altri beni sequestrati. E il 9 marzo 1574 dona al nipote Marcantonio di Alfonso i castelli di Vignanello, Parrano, Pornello e Mealla “per la conservazione della famiglia”.

Alfonso e Marcantonio, divenuti i padroni assoluti, scatenano la loro ferocia con delitti e vessazioni ai danni delle popolazioni sottoposte, offrendo anche rifugio a banditi provenienti dal Regno di Napoli, tanto da attirarsi addosso anche un’inchiesta ordinata da papa Gregorio XIII che culmina con uno scontro armato e l’arresto per ribellione e lesa maestà.Scarcerati tre anni dopo, padre e figlio tornano nei loro feudi. Le nefandezze continuano. Ortensia si sfoga con il cugino cardinale: “Quando io pensavo dopo tanti stenti et mie fatighe potermi riposare, mi trovo afflitta da un figliolo tiranno, che sempre è andato peggiorando. Et il patir mio è infinito”.

Intanto, nel 1574 Marcantonio ha sposato Ottavia di Piefrancesco Orsini conte di Bomarzo, il committente del celebre Parco dei Mostri. Avranno sette figli, ma anche molti guai: tanto è violento e arrogante il marito, infatti, che la donna arriva a intentargli una causa per ottenere la separazione.

Alfonso morirà a Roma il 25 marzo 1604, lasciando tutto il potere nelle mani del figlio, che rispetterà la tradizione di famiglia: finirà ammazzato in un agguato tesogli la notte del 4 settembre 1608, finito con due colpi di archibugio e poi straziato con un’accetta.

In compenso tra i sette figli di Marcantonio non mancherà una santa: Clarice, monaca francescana canonizzata nel 1807 da Pio VII. Un’altra pargola, invece, viene chiamata proprio con il nome della famigerata bisnonna: futura marchesa di Fabro, nascerà appena quattro anni dopo la morte di Ortensia, che si spegne serenamente – se così si può dire – il 12 aprile 1582. Con sette morti sulla coscienza e due processi per omicidio. Ma un patrimonio ricchissimo e indiviso.

Arnaldo Casali

Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

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Maria Maddalena, da apostola a prostituta

Maddalena penitente e otto storie della sua vita (Maestro della Maddalena, ca. 1280-1285, Galleria dell’Accademia, Firenze)

Tra le donne evangeliche in Occidente è forse la più conosciuta, a parte Maria madre di Gesù, ed è la più misconosciuta e falsificata. Tuttavia, a suo modo, anche molto amata dal popolo cristiano, per ragioni tradizionali e simboliche che con i Vangeli hanno poco a che fare; e perciò anche molto raffigurata, molto raccontata: sappiamo quanti dipinti, dal Medioevo all’Ottocento (e poi, nell’ultimo secolo, quanti film sulla vita di Cristo), hanno contribuito a consolidarne l’immagine erronea. Per questo viene automaticamente associata a due elementi visivi fissi, cioè i lunghi capelli sempre e spesso, nei dipinti, anche un vaso.

In termini evangelici, però, capelli e vaso hanno a che fare non con lei, bensì con un altro personaggio affascinante, enigmatico, molteplice: la donna che unse Gesù, dal quarto evangelista identificata con un’altra Maria, quella di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro. Invece per Marco/Matteo rimane senza nome e Luca presenta come autrice dell’unzione una peccatrice galilea, ugualmente anonima.

Per questo, oltre che con la peccatrice, Maria di Magdala viene identificata anche con Maria di Betania, in Occidente; mentre l’Oriente cristiano ha sempre distinto le tre donne evangeliche. Anzi, Maria di Betania, tradizionalmente letta come prototipo delle mistiche, diventa la Maddalena “dopo la cura”, e pazienza per la geografia. Infatti Magdala, cioè Migdal, si trova in Galilea, sul lago di Tiberiade; Betania invece in Giudea, è praticamente un sobborgo di Gerusalemme, e non si capisce davvero come facesse a essere “di Magdala” una che era “di Betania”.

Maria di Magdala nella chiesa d’Occidente ha perduto il suo autentico volto evangelico di discepola e di apostola, e ha acquisito un volto immaginario in cui si fondono i caratteri spirituali di tre donne dei Vangeli, tra loro ben diverse. Avere tre volti è abbastanza prossimo al non averne nessuno, l’eccesso di valenza simbolica rende evanescente la persona.

Tornando ai simboli visivi, i capelli evocano la sessualità, e per questo le donne ebree avevano l’obbligo sociale e religioso di non mostrarsi mai in pubblico a testa scoperta: trasgredire l’obbligo equivaleva a una sorta di adulterio, e poteva costituire un valido motivo di ripudio. Anche il vaso in termini simbolici è un simbolo di femminilità, evoca la rotondità dei fianchi e la destinazione materna del corpo femminile. L’immediato riferimento visivo non si verifica per nessun’altra donna; nemmeno per la madre di Gesù, che resta nell’immaginario come avvolta da un nimbo di bellezza-luce, amorevolezza e castità, senza particolari esteriori che possano connotarla, a parte il velo.

Cristo in pietà tra la Madonna e Santa Maria Maddalena con simboli della Passione (Maestro della Madonna Straus, notizie 1390-1410, Galleria dell’Accademia, Firenze)

Già, il velo: nell’iconografia tradizionale è rarissimo che Maria di Magdala lo porti. Questo, certo, perché si devono vedere i capelli lunghi, e anche perché la testa coperta è attributo della donna regolare e rispettabile, in gran parte del mondo antico (ma anche moderno, fino a tempi non troppo remoti).

Tutti credono di conoscere la Maddalena, almeno per sentito dire; in realtà quasi nessuno, se non ha qualche conoscenza scritturistica di prima mano, conosce il personaggio evangelico, la discepola prediletta e autorevole, la prima testimone della Resurrezione.

Assunzione di Santa Maria Maddalena (Antonio del Pollaiolo, 1460 ca., Museo della Pala del Pollaiolo, Staggia Senese)

Il suo ruolo nell’evento di Gesù è assolutamente unico, e possiamo trovarne una prova (molto discreta, ma di grande significato) nel fatto che sia nominata più di qualsiasi altra donna della cerchia di Gesù, e sempre al primo posto: questo genere di precedenze non è irrilevante nella Scrittura. Proprio questa singolare dignità evangelica rende tanto più strano il destino riservatole nella tradizione cristiana.

L’unico tra gli evangelisti che nomini Maria di Magdala prima della crocifissione di Gesù è Luca (8,1-3), nel breve ma fondamentale passo riguardante le discepole galilee. Di queste donne dice cumulativamente due cose molto importanti: 1) che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità; 2) che aiutavano con i loro beni il gruppo itinerante. Ciò significa che dovevano essere abbastanza ricche e – cosa singolare per quei tempi – anche abbastanza libere di disporre dei propri beni, oltre che della propria esistenza.

Di Maria di Magdala in particolare viene detto che era stata liberata da ben sette demoni. Il sette nella cultura ebraica esprime la pienezza. Secondo l’evangelista quindi Maria di Magdala proveniva da una grave realtà di malattia. Forse psicosomatica, come diremmo noi oggi – ma quale malattia non lo è?

Gli altri tre evangelisti ricordano per la prima volta le donne seguaci di Gesù nel momento della crocifissione e della sepoltura, e poi nei racconti pasquali. I vari racconti non coincidono nei particolari, fuorché appunto per la presenza di Maria di Magdala, per il suo ruolo di testimone. In quel momento supremo, le donne vengono nominate dagli evangelisti come persone ben note: evidentemente si vuole intendere che non compaiono in questo momento per la prima volta. E se devono esser nominate in quel momento non è per scrupolo di completezza o per rendere omaggio al loro amore e alla loro fedeltà, o per altre ragioni “moderne” dello stesso genere; solo perché era necessario – e di solito a questo aspetto non si presta sufficiente attenzione. Chi raccontava la morte di Gesù e la sua vittoria sulla morte, parlando o scrivendo, non poteva rifarsi alla testimonianza dei discepoli maschi, i quali non c’erano perché erano fuggiti nel momento dell’arresto del loro Rabbi (un fatto doloroso, poco onorevole, ma evidentemente conosciuto da tutti). Perciò diventava inevitabile rifarsi alla testimonianza delle donne; quantunque le donne in Israele non fossero abilitate a testimoniare.

Santa Maria Maddalena (Piero di Cosimo, 1490-95, Palazzo Barberini, Roma)

Va sottolineato che, se i discepoli maschi di Gesù non fossero fuggiti, le discepole certo sarebbero state lì ugualmente; ma noi oggi non sapremmo della loro presenza, perché gli evangelisti non avrebbero considerato essenziale rilevarla. Così come è avvenuto con la presenza delle donne all’ultima Cena.

Da alcuni vangeli apocrifi di tinta gnostica e di elevata qualità spirituale (come il Vangelo di Maria e il Vangelo di Tommaso), che sono significativi pur se non possono venir considerati fonti storicamente attendibili, si ricava l’impressione che qualche perplessità e qualche gelosia a riguardo del ruolo privilegiato e autorevole di Maria di Magdala potesse esistere già all’interno della cerchia dei discepoli di Gesù.

L’equivoco, che comincia a farsi sentire fin dai primi secoli, viene consolidato, praticamente ufficializzato, a partire dal V secolo. Determinante risulta la responsabilità di papa Gregorio Magno: il quale, oltre a “chiarire” definitivamente la presunta identità di Maria di Magdala con la sorella di Lazzaro e con la peccatrice (chiarimento che confonderà la questione per molti secoli), plasma la fisionomia leggendaria della Maddalena leggendo i sette demoni di cui parla Luca come emblema dei sette peccati capitali: “Septem ergo daemonia Maria habuit quod universis vitiis plena fuit” (Maria dunque aveva sette demoni, nel senso che era piena di tutti i peccati). Con ciò l’immagine della Grande Peccatrice è fatta e finita, bollata dalla grandissima autorità di Gregorio e consegnata al futuro. Resisterà, in Occidente, per quasi un millennio e mezzo.

Uno sbaglio di esegesi, d’accordo; che però non sarebbe potuto avvenire, e soprattutto non sarebbe durato così a lungo, se l’humus ideologico e psicologico non fosse stato favorevole. Una donna irregolare, peccatrice (prostituta, visto che i peccati sessuali sembrano gli unici che possano avere rilevanza morale e sociale, per una donna), poi pentita e redenta attraverso fiumi di lacrime e – secondo la leggenda, il cui peso qui supera quello dei Vangeli – abissi di umiliazione e decenni di assurda penitenza postpasquale, rientra negli schemi patriarcali e li consolida, perciò è edificante ed è “bella”. Invece una donna che sia discepola prediletta di Gesù durante la vita pubblica di lui e poi annunciatrice della sua resurrezione, dunque apostola, è scomoda, disturba nel profondo.

Santa Maria Maddalena (Luca Signorelli, 1504 ca., Duomo, Orvieto)

Questa confusione oggi è superata, ufficialmente: ma più nella teoria che negli effetti. Superata dagli studiosi, dai teologi (dai protestanti con circa un secolo di anticipo rispetto ai cattolici, perché i protestanti erano più abituati al confronto personale con la Scrittura e meno condizionati dal peso della tradizione); non però dalla massa dei fedeli, e neppure da tutti i pastori. Ancora in certe omelie, quando capita di parlare di Maria di Magdala – ma capita poco, rispetto a quella che dovette essere la sua rilevanza nella vicenda di Gesù – , il suo volto reale di discepola viene oscurato dal volto immaginario di peccatrice; e quando si legge il racconto lucano della peccatrice, ancora qualche predicatore cede alla tentazione di chiamare Maddalena quella donna!

Una volta nel calendario liturgico della chiesa cattolica Maria di Magdala era etichettata come “penitente”. Oggi non più. Ma chi ha il coraggio di chiamarla seriamente “apostola”? Il termine non viene usato se non in funzione analogica, lirica, suggestiva…, comunque accuratamente svuotato di qualsiasi effettiva risonanza ecclesiale. L’appellativo di confessore della fede non ha il femminile. Le donne sante erano (e sono) ancora poche e poco rilevanti, all’infuori dei paradigmi fissi della verginità o del martirio.

Eppure anche Agostino, certo non sospettabile di eccessive compiacenze a riguardo delle donne, chiama apostola Maria di Magdala: anzi, apostola apostolorum, seguendo Giovanni 20, 1-18. “Apostola degli apostoli”, nel senso che riceve da Gesù un incarico apostolico nei confronti di quelli stessi che noi chiamiamo apostoli; ma per chi abbia anche solo orecchiato un po’ la lingua ebraica e il suo modo di formare il superlativo, potrebbe anche aleggiarvi qualcosa come “la più apostola di tutti”…

Lilia Sebastiani

(da Adesso n.38)

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Dorotea Bucca, la prima insegnante universitaria

Busto di Dorotea Bucca, scultore di Casa Fibbia (1680-1690 ca.), Palazzo Masetti Calzolari, Bologna

Ha aperto un varco nella Storia come solo pochissime donne sono riuscite a fare: è la Giovanna d’Arco della scienza e della filosofia, l’Ipazia di Alessandria del Medioevo, la Chiara d’Assisi del mondo laico, una precorritrice dell’intero movimento femminista.

Dorotea Bucca è la prima insegnante universitaria della storia, salita in cattedra nella prima università d’Europa, in un’epoca in cui alle donne veniva impedito di studiare anche solo per imparare a leggere e scrivere.

Come Ipazia è figlia d’arte, come Giovanna cresce in una famiglia che asseconda le sue attitudini, come Chiara è la prima donna ad assumere incarichi prettamente maschili, come altre pochissime donne del Medioevo riuscirà a farsi largo in un mondo di uomini divenendo l’autorevole maestra per centinaia di loro.

A differenza però di Ipazia (capo della scuola di Alessandria nel IV secolo), di Giovanna (condottiera dell’esercito francese alla riscossa durante la Guerra dei Cent’anni) e di Chiara (prima donna a scrivere una regola monastica), di Dorotea sappiamo pochissimo; nessuno dei suoi contemporanei, pur riconoscendone l’autorità e l’importanza, si è infatti preso la briga di raccontarne la vita, e nemmeno uno dei suoi scritti è giunto fino a noi.

Tutto ciò che sappiamo su Dorotea Bucca, di fatto, è quanto riportato nel libro di Giovanni Boccaccio Delle donne illustri. Con una piccola notazione da premettere: e cioè che Boccaccio è vissuto tra il 1313 e il 1375, mentre Dorotea dal 1360 al 1436; aveva quindi appena quindici anni quando morì il suo presunto biografo.

L’edizione del libro “Delle donne illustri” di Giovanni Boccaccio, curata e aggiornata da Francesco Serdonati nel 1596

In effetti il libro dedicato dallo scrittore fiorentino alle grandi donne dell’antichità e del Medioevo ci è giunto attraverso una stampa pubblicata da Filippo Giunti e curata da Francesco Serdonati nel 1596: è lui, dunque, l’autore del profilo biografico della prima docente universitaria donna, aggiunto – insieme a molti altri – nella nuova edizione dell’opera di Boccaccio, tradotta dal latino in volgare da Giuseppe Betussi e aggiornata “con una giunta fatta dal medesimo d’altre donne famose e un’altra nuova giunta fatta da Francesco Serdonati d’altre donne illustri antiche e moderne”.

Donati racconta che Dorotea, nata a Bologna nel 1360, era figlia di un importante insegnante dell’università di Bologna, di cui ci sono rimaste però ancora meno notizie che su di lei: Giovanni Bucco, “bolognese filosofo e medico di gran fama”.

Giovanni aveva dunque “una figliuola nomata Dorotea, la quale s’esercitò parimente nelle lettere e fece tal profitto, che ancor essa meritò di conseguire l’insegne del dottorato nello studio di Bologna nella scienza di filosofia”.

Giovanni è così fiducioso nel talento della figlioletta, da incoraggiarla nello studio delle lettere e della medicina fino a farle conseguire il dottorato in filosofia. Poco dopo Dorotea si cimenta in una pubblica lettura all’Università di Bologna, ottenendo un successo tale, che alla morte del padre nel 1390 è lei stessa a ereditare la cattedra di medicina e filosofia dello Studio bolognese. “Come ancora oggi – scrive Serdonati – appare nella camera di Bologna al campione dei lettori stipendiati”. Per continuare a insegnare agli studenti del padre, a Dorotea – che ha trent’anni di età – viene garantito uno stipendio di cento lire, cifra enorme per il periodo.

Dorotea, scrive ancora il biografo, “esercitò molti anni tale ufficio con suo grande onore e con soddisfazione di tutta la città e a udir lei concorrevano molti scolari d’ogni nazione, cosa veramente rara e degna d’esser notata e ammirata”.

La prima insegnante universitaria donna occuperà infatti la cattedra per ben 46 anni, fino al 1436, quando morirà quasi ottantenne tra la venerazione dei suoi studenti.

A differenza di molte sue “colleghe” femministe ante litteram, infatti, Dorotea affronta una carriera sostanzialmente priva di ostacoli: i suoi quasi cinquant’anni di insegnamento trascorrono serenamente nel rispetto dei colleghi e degli allievi: forse anche per questo il suo personaggio non ha “fatto notizia” ed è ignorato persino dall’Enciclopedia Treccani.

Se pensiamo a Ipazia (massacrata da fanatici cristiani), a Giovanna d’Arco, abbandonata dal suo stesso re nelle mani del nemico e bruciata sul rogo, e agli stessi scontri tra Chiara d’Assisi e il papato, ci rendiamo conto che la maggior parte delle grandi donne del Medioevo ha fatto emergere la propria grandezza attraverso il conflitto con gli uomini, pagando spesso con la vita il prezzo del carisma e dell’indipendenza.

È vero anche, però, che il contesto in cui cresce Dorotea è il migliore che la giovane intellettuale possa trovare in Europa: c’è infatti molta più apertura in Italia, riguardo all’educazione delle donne in materie scientifiche, di quanto non avvenga nello stesso periodo, ad esempio, in Inghilterra.

Trotula di Salerno (Miscellanea medica XVIII), inizi del secolo XIV

Nel suo campo Dorotea trova un antecedente innanzitutto nelle mulieres salernitane, le donne della Scuola medica di Salerno che – caso unico nella storia accademica – godevano di ancora maggiore autorevolezza dei colleghi uomini. La più celebre tra esse era Trotula di Salerno, “magistra” nata tra il 1030 e 1040 e morta verso la fine del secolo, che aveva sposato Giovanni Plateario senior, altro illustre maestro della Scuola, scritto il libro De mulierum passionibus e trovato il tempo di crescere due figli: Giovanni Plateario il Giovane e Matteo Plateario.

Contemporanee di Dorotea sono invece Albella (che compone due trattati in versi), Mercuriade (autrice di quattro opere), Jacobina Felice, Alessandra Giliani e Margherita.

Successivamente si faranno notare invece Costanza Calenda e Rebecca Guarna, fisica, chirurga e scrittrice del XIV secolo, cresciuta in un’importante famiglia salernitana e destinata a lasciare alcuni trattati su febbre, urina ed embrioni.

Quello che stupirà, però, è che Dorotea ha un precedente ancora più illustre in un mondo che immaginiamo il più chiuso in assoluto nei confronti delle donne: l’Islam.

Se l’Università di Bologna è la più antica d’Europa, infatti, è solo la terza ad essere sorta nel mondo: la prima in assoluto è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, fondata nell’anno 859 proprio da una donna: Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea e di un centro di istruzione religiosa e politica per la comunità di al-Qarawiyyūn.

Più che delle grandi eroine che hanno legato il loro nome a imprese gloriose, quindi, Dorotea è testimone eccellente di quell’esercito silenzioso di donne che, nel corso dei secoli, hanno fatto crescere l’emancipazione femminile non attraverso atti eroici ma nella quotidianità, senza lasciare una memoria sensazionale ma dando un fondamentale contributo a rendere normale ciò che un tempo sembrava inaudito.

Arnaldo Casali

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Le streghe, “donne difettose”

Incubus concepisce Merlino con la madre nel romanzo Histoire de Merlin di Robert de Boron (1280 1290, Bibliothéque Nationale de France)

Prudentia, Nicolosa, Bessie, Eleanor, Thomette, Bardonneche; e ancora Belisandra, Margaretha, Gera, Margery…

Questi sono solo alcuni dei nomi che possiamo rintracciare negli atti processuali in Europa contro donne considerate eretiche in quanto streghe.

“È la verità che è stregha, ne è pubblica la voce et fama”, testimoniano nei verbali i vicini di casa. La cattiva reputazione delle imputate è nota fino ai paesi limitrofi. Le accusate sono personalità ben conosciute, a cui i compaesani e non solo, si rivolgevano spesso per comprare verbena o calaminta, perfette per disinfettare le ferite e riprendere le forze dopo la malattia nei boschi viterbesi; o ancora per annullare gli effetti dell’alcool di un marito poco dedito ai doveri coniugali in Veneto; assistere le partorienti o disfare il malocchio lanciato sui bambini da altre streghe delle campagne umbre; e ancora si faceva riferimento a loro per ottenere un filtro che facesse concepire una nobile donna inglese, bere una bevanda tonificante dopo una grave malattia in Scozia, o risanare una contessa in Austria con foglie di mela e noce.

Vi è però un’altra faccia della medaglia: nel corso dei secoli queste donne arrivano anche a provocare l’impotenza, scatenare terribili tempeste, far impazzire il bestiame che non avrebbe più dato latte, infliggere atroci morti ai neonati ancora “stretti nella cunnola” per ricavarne unguenti e sacrifici per Satana. Tutto ciò in virtù del patto con il demonio, col quale raccontano di congiungersi carnalmente durante i sabba, le loro riunioni notturne.

Due pagine del Malleus Maleficarum (1487, Boston Medical Library Rare Books Collection)

È nel tardo Medioevo che si arriva a questa concezione delle streghe e alla redazione di un manuale che ne regolamenta la persecuzione con crescente rigore: il Malleus Maleficarum (Il Martello delle streghe). Pubblicato tra il 1486 e il 1487 da due frati domenicani, H. Institor (von) Kramer e Jacob Sprenger, il libro sviluppa le caratteristiche della stregoneria che diverrà centrale nell’età moderna. L’opera ha un grande successo al punto che tra il 1487 e il 1669 se ne contano ben 29 edizioni.

Anche prima del Malleus si discuteva del demonio, temuto da ogni buon cristiano, come pure delle fattucchiere e sono molte le fonti che dimostrano quanti vi ricorressero, però in virtù del nuovo patto queste donne giungono a schiacciare le immagini devozionali, compiere atti spregevoli e omicidi. I nuovi eretici sono prevalentemente di sesso femminile e ben diversi dai precedenti delinquenti colpevoli di superstizione. Ormai i due autori abbracciano la visione diabolica della stregoneria che ha alla base l’accordo con Lucifero, lasciando al passato la concezione illusoria del Canon Episcopi che metteva in guardia i vescovi dalla pericolosa arte della magia, ma considerava, al pari di credenze, le testimonianze delle donne che raccontavano di aver compiuto lunghe cavalcate notturne. Gesti che per le autorità non erano stati mai compiuti, se non nei sogni delle protagoniste, dove il diavolo si era potuto insinuare perché quelle donne si erano allontanate dalla fede.

Eva tentata dal diavolo nelle sembianze di serpente (1455, Le Miroir de Humaine Salvation, Ludolphus de Saxonia, attribuito)

Le streghe rinnegano la propria fede, sputano sulle ostie benedette “biastemando ai Santi” e compiono altri atti osceni come il bacio nel deretano (osculum infame) a prova della fedeltà al loro nuovo signore. La fede cristiana è persa, i voli e i sabba sono diventati realtà. Citando i frati domenicani, le “peggiori erano quelle che si comportavano in modo più abominevole delle bestie, eccetto i lupi”. Queste donne sono accusate di uccidere i bambini, provocare la sterilità e le grandinate. Satana sceglie sempre le donne come streghe, non c’è dubbio per gli autori, a parte qualche stregone.

Ma per quale motivo? Secondo i due domenicani, le streghe sono donne “difettose”.

Le loro vocazioni naturali le rendono perfette per collaborare con Lucifero: fanno parte di una specie diversa che è “debole d’intelletto quasi come i bambini”. La stregoneria è tipicamente femminile perché la donna, non l’uomo, è “difettosa dalla Creazione”. E spiegano nel Malleus Maleficarum: “Si può notare che c’è come un difetto nella formazione della prima donna, perché essa è stata fatta con una costola curva, cioè una costola del petto ritorta come se fosse contraria all’uomo. Da questo difetto deriva anche il fatto che, in quanto animale imperfetto, la donna inganna sempre”.

È avvezza al peccato, come già la prima donna, Eva. Perde facilmente la fede che è pronta a mettere in dubbio alla prima occasione, rinnegando persino il battesimo. Più lussuriosa e infima dell’uomo, è dedita alle sporcizie carnali: con la sua concupiscenza porta scompiglio e disordine nella società. Come se non bastasse, è considerata subdola, un pericolo occulto che la rende più amara della morte. Irosa e capace di odiare, con uguale ardore, coloro che prima aveva amato e frequentato. Come Antonietta, moglie di Pierre, che sulle Alpi francesi avvelenò l’acqua del suo vicino di nome Jean.

Queste streghe hanno il cuore come una rete carica di malvagità: “Ecco perciò sono le donne più infette che gli uomini, dunque eresia delle streghe, non degli stregoni”.

Il demonio insinua le donne (ca. 1450, Bibliothéque Nationale de France)

Le astuzie nei processi Una donna così subdola anche durante i processi cercherà di attirare gli uomini e raggirarli con astuzie, facendo leva sui desideri carnali. Notai, podestà e soldati potevano essere tratti in inganno anche solo dallo sguardo. Ecco allora l’intervento di altre donne nel processo, scelte tra quelle sicuramente oneste e di buona reputazione. Spettava a loro spogliare le imputate prima di condurle al carcere, togliendo qualche stregoneria che potevano portare cucita addosso, come quella del silenzio.

Era infatti un dato certo che la strega non poteva piangere, perciò per valutare l’innocenza o la colpevolezza, i giudici inducevano al pianto l’imputata con una formula precisa: “Nella misura in cui sei innocente versa le tue lacrime, se invece sei colpevole, non farlo in nessun modo”. Però piangere, filare, ingannare è proprio delle donne e quindi anche la strega colpevole poteva riuscire a farlo, convincendosi della sua innocenza pur di salvarsi. D’altronde, è pacifico che le donne usano il pianto quando devono ottenere qualcosa. La sospettata poteva anche riuscire a bagnarsi furtivamente gli occhi e le guance con la saliva, perciò i suoi carcerieri dovevano rimanere particolarmente vigili.

Per capire la sincerità o meno di questi comportamenti, i giudici dovevano ricercare testimoni di buona fama così da poterne valutare la reputazione; è quanto accadde in un processo del centro Italia celebrato nel XVI secolo, dove secondo il documento rogato dal notaio a carico della “vedova del fu Michele”, furono ascoltati solo testi considerati “gente dabbene”. Bisogna interrogare anche le amiche, capaci di svelare ogni trucco dell’imputata: si sa, le donne a causa della “lingua lubrica, quando sanno qualcosa per le loro male arti”, non riescono a nasconderlo.

Gli autori del Malleus arrivano persino a sostenere che le streghe potevano provocare illusioni, “come portar via il membro” dei soldati che ispezionavano le case o sporcare di veleno le giunture di mani e braccia rimaste scoperte dai vestiti.

Il bacio a Satana con cui le streghe rinnegavano Dio (1608, Osculum infame, Francesco Maria Guazzo nel Compendium maleficarum)

Rimedi contro le astuzie diaboliche Cosa fare dunque? In via preventiva, sempre meglio portare addosso del sale esorcizzato la domenica delle palme e anche erbe benedette, avvolte insieme con la cera, anch’essa benedetta.

Durante l’arresto bisognava impedire alle sospettate di correre in camera, perché in quel luogo avrebbero potuto recuperare certi arnesi preposti a dare la stregoneria del silenzio, celati con rituali specifici. Le ispezioni andavano condotte anche tra le pietre smosse vicino al camino, dove quelle donne nascondevano gli unguenti di lupo o cane.

Le prescrizioni per scongiurare le astuzie erano chiare: si dia da bere un calice o una tazza d’acqua santa dove era stata versata una goccia di cera benedetta, pratica da ripetere a digiuno e tre volte al giorno. Altre donne rasino completamente le imputate. Il tutto invocando la Santissima Trinità. Secondo giudici illustri, le streghe possono essere smascherate più facilmente il venerdì, giorno in cui “costumano pigliare un’immagine del Crocifisso, e gli fanno tutti quei vilipendi, e strazi, che furono fatti a Cristo Salvatore nel tempo della sua amarissima passione”.

Per spogliare dei poteri la strega e il diavolo che può camuffarsi da amante, gli stessi giudici consigliano l’uso di rami d’ulivo benedetti, il fegato del pesce sopra alla cenere insieme al fumo degli incensi. Questi rimedi erano utili anche per smascherare le adepte che usavano certe polveri di colore “ruffo o cinerizio”, orpelli fatti di capelli e legnetti, grazie ai quali si trasformano in civette, gazze e lupi. Giammai potranno assumere le sembianze della colomba “perché Dio glielo ha vietato”.

Ma ormai le testimonianze e i documenti ci conducono oltre il Medioevo.

La condanna al rogo (ca. 1574, Biblioteca Centrale di Zurigo, collezione di Johann Jakob)

Quali pene? Uno dei principi cardine del sistema penitenziario dell’Inquisizione era raggiungere il ravvedimento morale dell’eretico applicando sanzioni che lo avrebbero portato al pentimento e alla conversione.

Il colpevole sarebbe diventato un esempio per gli altri e non di rado, avrebbe svelato i nomi dei suoi complici. Confrontando gli atti degli archivi europei emerge che nel corso dei secoli si alternarono pene diverse: dall’assoluzione, con ingiunzione di compiere pellegrinaggi e pubbliche penitenze deliberate dal tribunale ecclesiastico, alla confisca dei beni “a die commissi delicti” (dal giorno in cui il reato era compiuto), fino ad indossare fogli dove erano stati scritti i reati commessi, mentre le colpevoli cavalcavano un asino tra le vie del paese.

Ancora: l’esilio, la fustigazione e il rogo nella pubblica piazza. Poteva anche capitare che il tribunale dell’Inquisizione assolvesse le imputate da tutti i reati, ma che, nonostante il ricongiungimento con la Chiesa, durante lo stesso giorno le streghe fossero condannate a morte da quello civile.

Fu così per un gruppo di donne della campagna francese. Una di loro, di nome Thomette, nel XV secolo era stata scagionata completamente dal giudice ecclesiastico, mentre quello laico la condannò a rispondere addirittura con la sua vita. Sebbene l’accusa fosse la stessa, eresia, sopra la donna pendevano ancora ben 14 capi d’imputazione tra cui l’essere entrata in rapporto con il diavolo, l’aver ascoltato il suo parere, aver rinnegato Dio, creato polveri magiche con cui aveva commesso malefici e ucciso bambini e aver partecipato ai sabba.

Padre Jean- Baptiste Labat nelle sue Cronache di viaggio in Italia e Spagna, nel 1714 documenta l’applicazione del supplizio della corda, con cui si torturava la vittima sospendendola a 10 piedi di altezza da terra. Fatto che possiamo riscontrare anche nei processi celebrati nel XVI secolo vicino Roma, dove una presunta strega venne “così sospesa” affinché “potesse venir interrogata”.

Le conoscenze pervenute fino ad oggi si intrecciano quindi, mischiando e confondendo folclore, leggende e vicende processuali realmente avvenute. Spesso, scorrendo queste pagine scritte a mano, dove i notai annotavano talvolta anche fatti personali, ricette e rimedi contro i malefici o le malattie, leggiamo di comportamenti talmente assurdi da superare ogni fantasia.

Nel lungo elenco di testimoni e imputate compaiono moltissime donne: vicine di casa, cognate, ostetriche, nemiche. Non di rado gli uomini restano nell’ombra, eccetto chi amministra la giustizia. Come scrivevano gli autori del Malleus Maleficarum: «Benedetto l’Altissimo che finora ha preservato il sesso maschile da un così grande flagello».

Mazzo delle erbe contro le streghe (notte di San Giovanni, lago di Barcis, PN)

Le streghe moderne Ancora oggi ci sono zone come il lago di Barcis in provincia di Pordenone, dove la notte di San Giovanni le donne raccolgono in un mazzo le erbe “magiche”, come iperico, ruta e rosmarino, da portare in chiesa o da bruciare per tenere lontano gli influssi maligni. Olivo benedetto, lauro e saggina vanno invece posti sulle soglie delle case: la strega perderà del tempo per contare tutti i singoli rametti prima di entrare, perché è risaputo, le donne non resistono alle tentazioni! Così anche in Spagna, precisamente vicino alla città di Salamanca, dove durante la domenica delle Palme vengono benedetti i rami di alcuni alberi specifici, da sistemare nelle abitazioni per tenere lontano il “mal de oio”.

Ci sono siti diventati meta turistica grazie alla ricostruzione storica e dove sono state girate serie televisive di grande successo, ambientante nei luoghi in cui effettivamente furono celebrati anche processi per eresia.

Uno di questi luoghi si trova in Scozia, precisamente nelle Highlands vicino alla città di Inverness. Famosa per la battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile 1746.

I siti di Balnauran of Clava e Milton of Clava, poco distanti, sono diventati il teatro di una delle scene più importanti di “Outlander”. Tratta dalle novelle di Diana Gabaldon, la serie televisiva racconta le avventure della viaggiatrice nel tempo Claire Beauchamp Randall Fraser. Ripercorre le vicende della disfatta scozzese e ha appassionato milioni di spettatori anche con le sue storie dedicate alla stregoneria, di cui la protagonista viene accusata.

Lilias Adie, il volto di una strega realmente esistita ricostruito dall’Università di Dundee (foto Christopher Rynn, University of Dundee)

Di recente, è stato ricostruito il volto di una donna del XVIII secolo accusata di essere una strega. Lilias Adie, secondo un suo vicino di casa, un certo Nelson, aveva provocato all’uomo una grave malattia. La storia si svolse nel Fife, in Scozia. Gli storici dell’Università di Dundee hanno ridisegnato i tratti somatici della donna, condannata per stregoneria. Lilias morì nel 1704, forse suicida, dopo aver confessato di aver scelto Satana come amante.

L’équipe degli studiosi scozzesi ha utilizzato una scultura virtuale in 3D per ricreare il volto della donna: nessuna traccia di quello che per l’immaginario collettivo potrebbe essere un aspetto stregonesco. Piuttosto, l’immagine di una donna comune, che pagò per una colpa assurda.

Casi di donne accusate di stregoneria sono stati registrati in Europa anche nel corso del Novecento: povere donne, sottoposte a elettroshock dopo essere state internate su precisa richiesta delle famiglie d’origine.

Monia Montechiarini

(Vietata la riproduzione, anche parziale, dell’articolo).

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Chiarissima Chiara

La Tavola del Maestro di Santa Chiara, capolavoro della fine del XIII secolo e prima opera agiografica dedicata alla fondatrice delle Clarisse

Un bagliore improvviso aveva illuminato la notte e una scia di fuoco si era trascinata a terra in un battito. Chiara aveva ammirato quello spettacolo dal suo lettuccio di paglia, attraverso la finestra del dormitorio che incorniciava il cielo stellato. Poi non aveva resistito alla tentazione, e come faceva da bambina, aveva espresso un desiderio.

Ora le mani rugose stringono la pergamena da cui pende il rosso sigillo di ceralacca. Fa un caldo terribile, in questo 11 agosto dell’anno 1253 dall’incarnazione del Signore, ma Chiara sembra non sentirlo: abbraccia come un’amante quella regola fresca di bolla pontificia, non smette di baciarla. È un refrigerio, è una benedizione, è il traguardo di una vita intera; è la vittoria finale dopo una lotta senza quartiere durata oltre vent’anni: un braccio di ferro con il Papa che ha messo a dura prova la sua fede, il suo coraggio, la sua determinazione.

Ma ora ha vinto: due giorni fa è arrivata da Roma la sospirata approvazione: l’approvazione della prima regola monastica scritta da una donna. È stata durissima ma ce l’ha fatta, Chiara, e ora può morire in pace. Sì, può morire in pace, finalmente, perché nessuno ormai potrà più distruggere la sua utopia, nessuno potrà censurare la sua esperienza: il sogno di Francesco è nero su bianco, con tanto di bolla papale.

Ci avevano provato in tutti i modi, a normalizzare la sua rivoluzione. Avevano tentato di costringerla a diventare una monaca qualunque, ad accettare rendite e privilegi, a seguire regole astratte scritte da uomini come facevano tutte le altre donne, a chiuderla in convento sotto stretta clausura, a farle interpretare la parte della dolce discepola del Serafico Padre; a incarnare il sesso debole in un idillio mistico-amoroso con il Giullare di Dio, il Poverello di Assisi, l’Altro Cristo.

Codice Membranaceo contenente la regola delle Clarisse (Oristano, Archivio del convento di Santa Chiara)

Volevano farla stare al suo posto, chiusa tra le sbarre a offrirsi al mondo come Reverenda Madre, la bella statuina nel presepe francescano.

Ma non avevano capito con chi avevano a che fare: Chiara aveva sfidato lo stesso Papa, per costringerlo ad accettare le sue condizioni; era arrivata a fare una sorta di sciopero della fame, rifiutando ogni forma di assistenza materiale per protestare contro le disposizioni che volevano dividere fratelli e sorelle. Il papa aveva proibito ai frati minori di visitare i monasteri delle clarisse, e Chiara aveva reagito cacciando anche quelli che portavano le elemosine: “Ce li tolga tutti allora i frati, dato che ci toglie quelli che ci porgono il nutrimento di vita”. E il papa, immediatamente, aveva dovuto fare marcia indietro.

“Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù” aveva scritto Tommaso da Celano in un imbarazzante capitolo della sua biografia di Francesco. Aveva appena 36 anni, Chiara, quando Tommaso aveva pubblicato la sua Vita di san Francesco, ma il frate scrittore l’aveva già messa sull’altare, parlando di lei come di una santa: “Pietra preziosa e fortissima divenne la pietra basiliare per tutte le altre pietre di questa famiglia religiosa”; “nobile per grazia; vergine nel corpo, purissima di spirito; giovane di età, matura per saggezza; costante nel proposito, ardente ed entusiasta nell’amore a Dio; piena di sapienza e di umiltà”. “Ma cosa scrive, questo? – aveva esclamato stizzita leggendo quelle pagine – Non sono ancora morta, io!”.

Ma le cose si erano capovolte, con il tempo: vent’anni dopo Chiara era stata punita per la sua ribellione al papa con una sorta di damnatio memoriae: nella Seconda vita scritta da Tommaso da Celano su Francesco, infatti, il suo nome era stato completamente rimosso. Tanto era stata esaltata nel primo libro, quanto ignorata nel secondo. Ma di questo a lei certo importava ben poco: quello che le interessava era che – pur senza citarla – nel suo secondo libro Tommaso ci avesse infilato anche i suoi, di ricordi. Ma soprattutto, voleva ottenere una nuova vittoria: Il Privilegio della povertà, ovvero il Privilegio di non avere alcun privilegio. Che detto così sembra quasi una battuta spiritosa, ma invece era una cosa terribilmente seria. E aveva dovuto forzare la mano a Gregorio IX, per ottenerlo. Perché era una richiesta inaudita: ogni monastero al mondo si sostentava con rendite, proprietà, privilegi. Ma Chiara non aveva nessuna intenzione di fare la monaca: lei voleva condividere la vita di assoluta povertà di Francesco e dei suoi compagni. Lei e le sue sorelle, quindi – esattamente come i frati – dovevano vivere del lavoro delle proprie mani e delle elemosine; senza alcuna sicurezza, senza alcuna garanzia, e senza alcun genere di protezione. “Se è per il voto che temi – le aveva detto Gregorio – noi ti sciogliamo dal voto”. “Santo padre – aveva risposto lei – per nulla mai desidero essere sciolta dalla sequela di Cristo!”.

Tommaso da Celano, primo biografo di San Francesco

Infine, la Regola: la cosa più difficile. Perché non si è mai vista una donna che si mette a scrivere una regola. Le regole le fanno gli uomini, e le donne si limitano a seguirle. Il cardinale Ugolino, che poi era diventato Gregorio IX, ne aveva scritta una per tutte le monache che – in giro per il mondo – avevano voluto seguire l’esempio di Francesco. E tutte le abbadesse dei monasteri francescani l’avevano accettata. Tutte, tranne Lei. E alla fine, dall’ennesimo braccio di ferro con il Laterano era uscita vittoriosa. Alla fine, è proprio il caso di dire. Perché è arrivata giusto l’altro ieri, l’approvazione definitiva della sua regola. E ora finalmente Chiara se ne può andare: può abbandonare questo corpo martoriato, chiudere gli occhi e immergersi nell’eterno. E riabbracciare finalmente Francesco, dopo 27 lunghissimi anni. Ricorda ancora come fosse avvenuto un’ora fa il loro primo incontro, e quella notte magica, a Santa Maria degli Angeli.

Una gioia immensa, la più grande che avesse mai provato. Tutti riuniti in quella piccola chiesetta; l’aria fresca di quella notte di primavera. Francesco in persona le aveva tagliato i capelli, poi Chiara si era spogliata dei suoi vestiti da nobildonna e aveva indossato il sacco delle contadine.

Tutti erano profondamente eccitati, ma nello stesso tempo turbati nel pensiero di quello che le sarebbe potuto accadere, nella preoccupazione di dove poterla rifugiare. Perché sapevano bene che Chiara non avrebbe mai potuto vivere con loro; che la cosa li avrebbe inevitabilmente associati agli eretici, proprio ora che il Papa li aveva onorati della sua approvazione. Solo tra gli eretici, infatti, si trovano donne e uomini che convivono. Ma Francesco aveva già pensato a tutto: l’aveva fatta subito portare nel ricco e potente monastero benedettino di San Paolo delle abbadesse. Non a fare la monaca, però, beninteso, ma la serva: la serva delle monache.

Gregorio IX in un antico capolettera

Qui erano arrivati lo zio Monaldo con tutto il parentame a cavallo e armati fino ai denti, ben determinati a non accettare uno scandalo simile. Avesse fatto la monaca – in un convento così importante, poi – non avrebbero avuto niente da ridire. Ma che un membro della loro famiglia si potesse ridurre in quello stato, a fare la servetta, no, era un’infamia che la famiglia di Offreduccio non poteva permettersi.

Avevano tentato di portarsela via, prima con le buone e poi con le cattive, ma Chiara si era aggrappata alla tovaglia dell’altare e si era tolta il velo, mostrando la testa rasata. Era un segno inequivocabile: Chiara era a tutti gli effetti una penitente, e quindi – esattamente come Francesco – era passata sotto la giurisdizione della Chiesa. Nulla poteva fare, a questo punto, la famiglia, per impedirle di seguire la sua strada, e Monaldo e i cugini se ne erano dovuti tornare ad Assisi con le pive nel sacco. Dopo quello spiacevole incidente, però, le monache l’avevano gentilmente pregata di accomodarsi fuori dal convento, ché altre rogne del genere non le volevano. D’altra parte fare la conversa in un monastero di abbadesse altolocate non era certo l’aspirazione di Chiara, che era stata piuttosto contenta di andarsene subito. Francesco, ancora una volta, si era occupato di trovarle una sistemazione, e alla fine l’aveva portata nel convento della chiesa di Sant’Angelo.

D’altra parte il grande santo non poteva far mancare “un aiuto al sesso più debole – come scriverà l’anonimo compilatore della Legenda Sanctae Clarae virginis – il quale, preso dal gorgo della libidine, era attratto dalla volontà ed ancor più vi era spinto dalla fragilità”.

Ma la verità è che non era stato Francesco, a convertire Chiara, checché se ne dica: altro che sesso debole! Lei aveva scelto di dedicare la sua vita al Vangelo prima ancora che lo facesse lui, anche se era ancora soltanto una bambina.

La Chiesa di San Paolo delle Abbadesse si trova al di fuori del nucleo abitato di Bastia Umbra, poco lontano da Assisi. L’edificio, eretto tra l’XI e il XII secolo, era collegato ad un monastero benedettino femminile. Nel 1212, su richiesta di San Francesco d’Assisi, accolse per alcune settimane Santa Chiara d’Assisi, ma i suoi familiari tentarono, anche in modo violento, di riportarla a casa

Lui ci aveva messo una vita, per capire cosa voleva davvero dalla vita: era stato un ricco commerciante, il re della gioventù di Assisi: era felice, aveva tutto quello che un uomo può desiderare, e sapeva divertirsi. Poi quell’ansia di ulteriorità che lo tormentava, lo aveva portato sulla strada della guerra: voleva farsi crociato, per guadagnarsi un titolo nobiliare. Poi era andato a combattere i perugini. Infine, quando aveva ormai 24 anni, aveva dato di matto: aveva regalato ai poveri tutte le sue ricchezze e si era messo a vivere in mezzo ai lebbrosi. Il padre lo aveva trascinato in tribunale, e il processo si era svolto sulla piazza di San Rufino, proprio dove si affacciava il palazzo della famiglia di Chiara e lei lo aveva seguito, quel processo, affacciata alla finestra. Aveva 12 anni, a quei tempi, ma aveva già iniziato a rifiutare proposte di matrimonio e deciso di seguire la strada della povertà. Mentre lui si spogliava completamente nudo di fronte a tutta la città, lei indossava umili maglie sotto i vestiti sontuosi, per assaggiarne almeno un po’, di umiltà. E per il resto, faceva quello che poteva; quello che può fare una giovane nobildonna di città: tanta elemosina, fino al punto di privarsi spesso del cibo per mandarlo ai più bisognosi; continuava a rifiutare le sempre più frequenti proposte di matrimonio della migliore gioventù di Assisi. Non voleva sposarsi, ma non voleva nemmeno farsi monaca. E certo di alternative a quel tempo non ce ne erano mica. Ma era stato proprio quel matto a indicarle la strada: la strada della follia; perché l’amore – l’amore quello vero – è così: al cuore non si comanda.

Era un nemico, oltre che un matto, Francesco di Bernardone. Apparteneva a quella borghesia che aveva cacciato la famiglia di Offreduccio da Assisi – una decina di anni prima – insieme a tutti i “maiores”, la nobiltà che abitava nella parte alta della città. Quelli si erano rifugiati a Perugia, e poi i perugini – con il loro appoggio – avevano attaccato gli assisani.

San Francesco rinuncia ai beni terrenni, la quinta delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, (Giotto, 1295 -1299)

Francesco, al tempo in cui inseguiva ancora sogni di gloria militare, catturato a Collestrada era rimasto per un anno nelle prigioni di Perugia, ed era tornato parecchio malconcio. Si diceva che fosse proprio la malattia, ad avergli dato alla testa. Ma ora era proprio quella follia a tracciare la strada. Se l’aveva fatto Francesco, di spogliarsi tutto e vivere in mezzo ai poveri, poteva farlo anche lei. Non si era fatto mica monaco, lui, né tantomeno prete. Altro che maiores, il suo gruppo si faceva chiamare “minores”. Era esattamente questo che Chiara voleva dalla vita: da sorella maggiore voleva diventare una “sorella minore”. Aveva iniziato con la beneficenza, mandando delle elemosine agli operai della Porziuncola. Poi anche suo cugino Rufino si era unito a quell’allegra brigata e lei – ormai diciottenne – aveva deciso che era arrivato il suo turno. Era riuscita ad incontrarlo diverse volte. Una volta Francesco stesso si era presentato in persona al palazzo degli Offreduccio ma Monaldo, lo zio di Chiara che aveva preso il comando della famiglia dopo la morte del padre Favarone, lo aveva cacciato. Allora si era mossa Chiara, accompagnata dall’amica d’infanzia Bona di Guelfuccio, per andare a trovarlo. Erano stati incontri clandestini, segreti e brevi, che a vederli non ci avrebbe creduto nessuno, che quell’interesse era di natura divina e non sessuale. Anche perché quando stavano insieme, Chiara e Francesco, facevano scintille; in ogni senso: le parole di Francesco la infiammavano e la illuminavano. Qualche anno dopo, l’unica volta in cui Chiara si era recata alla Porziuncola per pranzare con Francesco e i suoi compagni, da Assisi erano accorsi con le tinozze d’acqua, convinti che ci fosse un incendio, tanta era la luce che si era irradiata da quella valle. Dunque bisognava tenere a freno le malelingue: la città è piccola e la gente mormora. E cosa avrebbero detto di una giovane e aristocratica zitella che si vede con una sorta di eccentrico penitente senza abito né regola? Nel corso di quei rari e brevi incontri, comunque, Chiara aveva comunicato a Francesco la sua ferma intenzione di seguirlo. Era una donna più che matura e bisognava prenderla sul serio. Anche perché aveva già regalato tutti i beni della sua dote ai poveri, rifiutandosi di venderli ai parenti stessi che avevano offerto un prezzo altissimo. “Non si possono truffare i poveri” aveva detto lei. E Francesco l’aveva presa sul serio davvero. E per il grande momento non aveva lasciato niente al caso: come giorno aveva scelto la Domenica delle Palme, e aveva stabilito un messaggio in codice per segnalare l’approvazione da parte della Chiesa. Entrata in Cattedrale, Chiara – a differenza di tutte le sue amiche – non era andata a prendere il ramo d’ulivo dalle mani del vescovo; lo stesso vescovo Guido, però, vedendola si era mosso dall’ambone, aveva sceso i gradini e aveva raggiunto la ragazza, consegnadole la palma. Quella notte, poi, era fuggita dal palazzo di famiglia uscendo dalla porta dei morti, sul retro: quella chiusa, che si apriva – appunto – solo per far passare i cadaveri. E lei stessa si era dovuta adoperare per sgombrarla e forzarne la serratura.

Poi l’affannato cammino per le vie deserte di Assisi, l’uscita dalla porta della città, con la complicità di una guardia. E infine la corsa gioiosa per il bosco con la sua accompagnatrice fino a quando – nel luogo convenuto – non si erano incontrate con due fraticelli.

Si erano guardati pieni di eccitazione, di affanno, di sorriso. I lunghi capelli biondi sciolti le ricoprivano le spalle come un manto dorato; la torcia in mano; e gli occhi neri che sprizzavano gioia.

Senza pronunciare una parola, si erano incamminati verso la Porziuncola, dove li aspettavano Francesco con gli altri.

Si sentiva confusa e felice mentre gli otto piedi marciavano gioiosi verso Santa Maria degli Angeli e quando era arrivata in vista della minuscola chiesa aveva visto brillare decine di fiaccole.

“Non lasciarmi sola!” esclama tra i singhiozzi Agnese, ridestandola dai suoi ricordi. Chiara si guarda intorno e si accorge di essere circondata da tutte le sue sorelle: Francesca, Benvenuta, Illuminata, Pacifica, Cristiana. Ci sono anche frate Leone e frate Angelo, che per quasi trent’anni si sono assunti la responsabilità di custodire la memoria di Francesco contro i tentativi di “normalizzazione” operati dalla Curia romana e dai vertici dell’Ordine. Grazie a Leone e Chiara, il monastero di San Damiano è diventato un vero e proprio centro di resistenza francescana; Leone ha affidato a Chiara i rotoli con le sue memorie e Chiara – a sua volta – ha affidato i suoi a Leone. “Non lasciarmi sola, sorella mia!” ripete Agnese piangendo.

Il Monastero di Sant’Angelo di Panzo, sulle pendici orientali del Monte Subasio, sotto l’Eremo delle Carceri

Non aveva resistito quindici giorni, Caterina, senza la sorella maggiore. Aveva sedici anni, quando Chiara se ne era andata di casa. E dopo due settimane l’aveva raggiunta nell’eremo di Sant’Angelo in Panzo: un antico convento semi-diroccato ma da cui sgorgava una sorgente che alimentava tutta Assisi. Mai metafora era stata più appropriata e le due sorelle erano felici di vivere lì, insieme ad altre donne laiche, che avevano deciso di fare vita comune in preghiera e in penitenza, ma senza prendere i voti.

Monaldo e il resto della famiglia, però, dopo aver tentato invano di riportare a casa la primogenita, avevano deciso di riprendersi almeno Caterina. D’altra parte la sorella minore, a differenza di Chiara, non aveva ricevuto nessuna tonsura e non rientrava dunque in alcuno status ecclesiastico: era solo una laica che era scappata di casa e si era rifugiata in una Chiesa. Con lei, dunque, la famiglia non si era fatta problemi: erano arrivati in dodici al convento e avevano chiesto pacificamente di entrare. Poi si erano diretti verso Caterina: “Perché sei venuta in questo luogo? – le avevano detto – Affrettati al più presto a tornare con noi!”. Di fronte al rifiuto della ragazza, l’avevano agguantata e trascinata di peso fuori dalla chiesetta. Il problema è che quel peso si era fatto sempre più pesante. Chiara era assorta nella preghiera mentre i cugini non riuscivano più a muovere il corpo di Caterina. “Avrà mangiato piombo a cena!” avevano sghignazzato, strappandole i vestiti e i capelli. Avevano chiamato anche soccorsi, facendosi aiutare da contadini arrivati dai campi e dalle vigne, ma era stato del tutto inutile. Allora Monaldo, furioso, le aveva sferrato un pugno violentissimo in faccia con il guanto di ferro. Quel pugno, però, non era mai arrivato a destinazione perché all’improvviso lo zio era stato colto da un dolore atroce al braccio e il drappello se ne era dovuto tornare a casa, ancora una volta con le pive nel sacco.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Francesco aveva tagliato i capelli anche a Caterina, e le aveva cambiato nome in Agnese “perché mansueta come un agnello” aveva battuto quella congrega senza alzare una mano, armata solo della sua determinazione e delle preghiere di Chiara.

La chiesa di San Damiano, alle porte di Assisi

Poco dopo Francesco aveva capito che non si trattava più di trovare un luogo adatto per accogliere una giovane penitente: stava nascendo già una nuova comunità, proprio come era accaduto a lui quando l’amico Bernardo di Quintavalle gli aveva detto di voler condividere la sua vita. E se la comunità dei fraticelli si era rifugiata a Santa Maria degli Angeli, bisognava trovare un posto anche per le sorelle. La scelta era caduta su San Damiano, la chiesetta diroccata che Francesco stesso aveva restaurato con le sue mani e dove aveva vissuto per un periodo. Poco tempo dopo le due sorelle erano state raggiunte da Pacifica di Guelfuccio, la sorella di Bona (che, invece, aveva scelto di sposarsi), poi Benvenuta, originaria di una nobile famiglia di Perugia, e poi tante altre ragazze, quasi tutte di origini aristocratiche. La prima ad andarsene, invece, era stata proprio Agnese: Francesco l’aveva mandata in giro per l’Italia a fondare nuovi monasteri delle Povere Dame: si era stabilita a Monticelli, in Lombardia e poi aveva passato tutta la vita a fondare monasteri nell’Italia centrale e settentrionale. Solo adesso che ha 58 anni è finalmente tornata a San Damiano dalla sorella, e non ha nessuna intenzione di separarsene ancora.

“Non lasciarmi sola!” grida ancora Agnese piangendo. “Sorella carissima – risponde Chiara – piace a Dio che io me ne vada, ma tu smetti di piangere perché poco tempo dopo di me, anche tu verrai al Signore e il Signore ti darà una grande consolazione prima che me ne vada da te”.

Agnese si asciuga le lacrime e sorride. Beatrice guarda le due sorelle, prima l’una poi l’altra; cerca i loro sguardi, per capirci qualcosa anche lei. Sorelle in ogni senso, perché Beatrice è stata la terza, della famiglia, a unirsi alle Povere Dame di San Damiano. E non l’ultima: qualche tempo dopo addirittura la loro madre – Ortolana – aveva deciso di entrare in quello strambo monastero. L’unica delle sorelle a prendere marito era stata Penenda, la secondogenita, e alla fine a San Damiano – tra parentele di sangue e parentele di spirito – non ci si capiva più niente: perché Ortolana era madre carnale e figlia spirituale di Chiara, e viceversa, e non si sapeva più chi doveva chiamare madre chi. “Ma importa poco – amava ripetere la badessa – perché qui non ci sono più madri né figlie: siamo tutte sorelle”.

Santa Chiara dipinta da Giotto con l’attributo del giglio

“Siamo tutte… tutte sorelle” ripete Chiara con voce sempre più flebile, tra i colpi di tosse. “Mangia qualcosa – le fa Beatrice – sono diciassette giorni che non tocchi cibo”. “Sono allenata” sorride lei.

Se c’è qualcosa su cui Chiara si era trovata in dissenso persino con Francesco, era il digiuno. Lei ne aveva fatto quasi una cifra stilistica: non solo praticava il digiuno due volte a settimana nei periodi normali e tutti i giorni durante la Quaresima, ma addirittura alternava giorni di digiuno con giorni in cui non mangiava proprio nulla. E solo il fine settimana, in periodo di festa, si concedeva un bicchiere di vino. Non c’era da stupirsi, se Chiara ancora giovane aveva finito per ammalarsi.

Francesco, da parte sua, aveva visto quegli eccessi di mortificazione come una forma di fanatismo e una mancanza di rispetto nei confronti del proprio corpo, che è un dono di Dio. Digiunava anche lui, certo, ma solo per dare il buon esempio ai suoi compagni e per tenere a bada gli istinti: voleva dominare il proprio corpo, distaccarsi dai bisogni materiali, ma non c’era in lui nessuna intenzione di affliggere l’organismo. Anzi: amava le cose buone e i mostaccioli di frate Jacopa. Ma non era bastato nemmeno il suo ascendente su Chiara per farle cambiare idea: alla fine il nostro era stato costretto a ricorrere all’autorità del Vescovo per costringerla a non lasciare passare un giorno senza mangiare almeno un’oncia e mezza di pane.

Anche sul letto, Francesco aveva dovuto alzare la voce. Non amava certo i cuscini di piume, il Poverello; ma a tutto c’è un limite: Chiara dormiva sulla nuda terra, sopra un sacco di sermenti di vite, usando un pezzo di legno come guanciale. Diamine, ci dormiva anche Francesco, sulla nuda terra, ma un conto è rinunciare a lussi e comodità, un conto è farsi del male deliberatamente. Durante il capitolo delle stuoie Francesco aveva proibito a tutti i frati di indossare cilici o altri attrezzi dolorosi sotto la tonaca. E alla fine aveva convinto Chiara ad accettare una stuoia e un letto di paglia.

Frate Rinaldo si avvicina a quel lettuccio misero: “Devi avere pazienza, Chiara. Tanta pazienza. Questa malattia è il tuo martirio”. “Dopo che ho conosciuto la grazia del mio signore Gesù Cristo attraverso il suo servo Francesco – gli risponde lei – caro fratello, nessuna pena mi è stata fastidiosa, nessuna penitenza mi è stata pesante, nessuna malattia mi è stata dura”. “Quanto sei grande, Chiara! Quanto sei forte!” escalma Cristiana. Poi aggiunge: “Ti ricordi quando volevi partire per il Marocco e convertire gli infedeli? Come hai messo in imbarazzo il papa, con quel proposito di violare così palesemente la clausura? E quando hai cacciato i saraceni da San Damiano con il Santissimo salvando tutta la città?”. “Sei un’eroina. Ma anche un’ottima dottoressa – aggiunge Balvina – ti ricordi quando mi hai curato quel dolore terribile all’anca e ti sei tolta il velo per farne una fasciatura?”. “E quando con il tuo speciale impiastro hai guarito la fistola che mi aveva oppresso per anni?” fa Benvenuta. “E di come mi hai guarito dalla febbre idropica con la tua arte medica! – aggiunge Amata – te lo ricordi?” “A me hai fatto recuperare la voce!” interviene la perugina, “e a me hai fatto passare la sordità!” esclama Cristiana. “E quando ti è caduta addosso la porta del monastero, e non ti sei fatta niente?” si inserisce suor Angeluccia. “E della gattuccia che ti portava la tovaglia – soggiunge Francesca – te lo ricordi? Non potevi alzarti dal letto e continuavi a chiamare qualcuna che ti portasse quella tovaglia. Ma l’unica a rispondere al tuo appello era stata la nostra gattuccia, che te l’aveva portata strascinandola per terra”. “Sì, e tu ti sei arrabbiata – interviene Benvenuta – “cattiva, non la sai portare!”’ l’hai rimproverata. E allora la gattuccia l’aveva avvolta per non farla toccare per terra”. “E che dire – fa Pacifica – di quando hai moltiplicato i pani come Cristo? Abbiamo mangiato in cinquanta una sola pagnotta, e alla fine eravamo sazie!”. “E te lo ricordi quando ci hai raccontato che ti è apparso il diavolo, sotto forma di un giovane negro e ti ha detto che se piangi troppo diventerai cieca e poi ti si scioglierà il cervello e ti uscirà dalle narici e così finirai con l’avere il naso storto?” “E quella volta che sei stata due giorni e due notti in contemplazione, immobile sul tuo letto, senza accorgerti del tempo che passava?” “E quando ti ho dato un calcio in bocca, madre Chiara, te lo ricordi?” si affaccia un’altra sorella. “E che hai sempre esagerato, nel voler essere serva di tutte. Va bene darci l’acqua, va bene lavare i sedili del refettorio, ma addirittura lavarci i piedi quando tornavamo da qualche giro, era troppo”. “Che goffa che sei – aggiunge Francesca – Chiara ti voleva baciare il piede e tu, per ritrarlo, l’hai colpita in piena faccia!”. Chiara sorride. “E voi vi ricordate di quando Francesco mi ha allattato?”.

Cala il gelo. Cristiana guarda Leone e Angelo, imbarazzata, poi sussurra alla badessa: “Sssh… non raccontare queste cose…”. “E perché non dovrei?” ribatte Chiara, e prosegue: “Francesco si scoprì il petto e mi disse di succhiare il suo capezzolo, e io l’ho fatto e ho succhiato con gusto fino a che non ne è uscito il latte che ha nutrito la mia anima”. Cristiana guarda ancora Leone. “E’ stata una visione – gli dice all’orecchio – non è accaduto veramente”. “Sì, lo so” sorride Leone. “E poi il suo capezzolo mi è rimasto in bocca – continua Chiara – e Francesco è rimasto dentro di me. Per sempre”.

Sorride, Chiara. Nessun dolore fisico potrà toglierle quel sorriso stampato sulla faccia. E si stringe ancora al cuore la sua Regola.

Rivede la visita di papa Innocenzo di qualche giorno fa. Era entrato in monastero con tutto lo stuolo di cardinali. Voleva rivederla viva, per l’ultima volta. Aveva salito gli stretti gradini che portavano al dormitorio e l’aveva trovata stesa sul suo giaciglio, con il dolore nel corpo e la gioia nel volto. Gli aveva allungato la mano per farsela baciare ma Chiara aveva chiesto di poter baciare anche il piede. Subito due monache avevano portato uno sgabello di legno e il papa ci aveva poggiato la sua sacra fetta; quella ci aveva stampato sopra baci appassionati, sopra e sotto; poi gli aveva chiesto la remissione di tutti i peccati. “Avessi io bisogno solo di questa indulgenza” aveva risposto il vicario di Cristo, benedicendola e impartendole l’assoluzione. “Lodate il Signore, figliole mie! – aveva esclamato quando tutti se ne erano andati – perché Cristo oggi si è degnato di concedermi un dono tale che il cielo e la terra non basterebbero per ricompensarlo!”.

C’era sempre stato un rapporto complicato, con i vicari di Cristo. Una dialettica conflittuale, un amore spinto dalla santità e frenato dalla burocrazia. Di fatto i cardinali protettori dell’ordine e i papi che si erano succeduti l’avevano forzata ad assumere il ruolo di fondatrice di un ordine che in realtà non aveva mai fondato. Perché l’esperienza che si era formata ed era cresciuta a San Damiano non aveva niente a che fare con quella di tutti gli altri monasteri francescani sorti parallalamente in tutta Italia. Suor Filippa Mareri, per dirne una, Chiara non l’aveva mai conosciuta; Francesco le aveva parlato di lei, ma aveva costruito in modo del tutto indipendente la sua esperienza monastica a Borgo San Pietro. In giro per l’Italia, poi, c’erano tante comunità di “vergini prudenti” che non avevano avuto niente a che fare nemmeno con Francesco: a promuoverle e gestirle era stato il cardinale Ugolino, ed era stato lui – poi – a convincere il papa a riunire tutte queste esperienze diverse in un unico ordine religioso, che inizialmente si chiamava La congregazione delle povere dame della valle di Spoleto e della Toscana senza che ci fosse un legame ufficiale con i francescani e di cui lo stesso Ugolino aveva scritto la regola. Una regola basata sulla clausura, che Chiara non condivideva. Si trattava, di fatto, di due carismi completamente diversi, ma la Pianticella di Francesco era stata forzata ad entrare – con il suo monastero – in quel nuovo ordine, e solo la sconfinata ammirazione che il cardinale aveva per Chiara le aveva permesso, progressivamente, di imporre il suo ideale su quell’ordine che avrebbe finito presto per portare il suo stesso nome, ottenendo il privilegio della povertà, il legame con i frati minori, e una regola tutta nuova scritta personalmente da lei. In cui – ad esempio – la clausura viene stemperata, dal momento in cui le suore non devono restare recluse ma possono uscire dal monastero per “utile, ragionevale, manifesto e approvato motivo”. Eppure in realtà, per secoli, quello di Assisi resterà un monastero a “statuto speciale” e a molte clarisse nel mondo, a cominciare da Agnese di Boemia, verrà impedito per decenni di seguire la forma di vita di San Damiano.

Chiara d’Assisi ritratta da Piero della Francesca

Chiara guarda fuori della finestra il cielo limpido di questo giorno di mezza estate. E le sembra ancora più limpido, ancora più azzurro, ancora più chiaro, questo cielo. E’ circondata da frati e preti che recitano la Passione del Signore, ma quasi non li sente più. Continua a fissare il cielo d’estate, le sembra già quasi di esserci dentro, a quel cielo. Come se la porta, lassù, si stesse per aprire. Poi, tornando a guardare il gruppo di persone che prega attorno al suo giaciglio, si accorge che è arrivato frate Ginepro: un magnifico Giullare di Dio. A vederlo si sente piena di energia: “Ginepro! – esclama allegra – hai sotto mano qualcosa di nuovo sul Signore?”. Ma non sente la risposta. Quando il frate apre la bocca le sembra che dalla fornace del suo cuore fervente, anziché suoni escano delle scintille fiammanti che la riscaldano d’amore. Poi guarda le sorelle in lacrime: “Amate sempre la povertà!” raccomanda. “E ricordatevi che quando uscite dal monastero e vedete gli alberi, le fronde e i fiori, dovete sempre lodare il Signore! E anche quando vedete gli uomini e le altre creature, sempre tutte le cose e in tutte le cose dovete lodare Dio!”. Sospira. “E che Dio vi benedica! Vi benedica tutti! E riempia di grazia tutte le sorelle dei nostri monasteri poveri, presenti e future!”. Frate Angelo, tra le lacrime, cerca di consolare le sorelle. Leone bacia il letto di paglia. Tutti i volti sono gonfi di lacrime, i petti risuonano di singhiozzi. “Va’ sicura – mormora Chiara – perché avrai una buona guida di viaggio. Va’ perché chi ti ha creato, ti ha santificato e custodendoti sempre come una madre custodisce suo figlio, ti ha voluto bene con amore”. “Tu – aggiunge – Signore benedetto, sei colui che mi ha creato”. “Ma con chi stai parlando?” le chiede Agnese. “Io parlo all’anima mia benedetta” risponde Chiara. “Vedi anche tu il re della gloria che io vedo?”. “Cosa?” fa in tempo a dire Agnese, prima che le arrivi una fitta di dolore fortissima; la suora si gira istintivamente verso la porta del dormitorio e vede che sta entrando una turba di vergini vestite di bianco che portano ognuna sulla testa ghirlande d’oro. Tra di esse ne avanza una più luminosa dalle altre: sulla testa ha una corona con una specie di turibolo, da cui si irradia una luce quasi accecante. Quella donna si avvicina al lettuccio di Chiara, si piega su di lei e la stringe in un abbraccio dolcissimo. Poi le vergini la coprono con un pallio di meravigliosa bellezza e tutte fanno a gara a servirla, lavandole il corpo e decorando il suo letto. Quando Agnese si riscuote Chiara è morta, ma il suo volto sorridente continua a risplendere come in quella visione. Le mani nodose stringono al petto la sospirata Regola approvata dal Papa. I frati e le suore raccolti intorno al giaciglio piangono, e non sanno se di gioia o di dolore, non sanno più se hanno perso un’amica o hanno guadagnato una santa.

Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù. Adesso si può dire, adesso che non c’è più. Adesso che ci sarà sempre.

Arnaldo Casali

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Giovanna d’Arco al rogo

La morte di Giovanna d’Arco in un dipinto di Jules Eugène Lenepveu (1886-1890), Panthéon de Paris

Solo una croce, vorrebbe adesso. Solo una voce.

Una croce da guardare per l’ultima volta, prima che i suoi occhi siano chiusi dalle fiamme. Una voce che la benedica. Che la rassicuri. Che le dica che, no, Giovanna, tu non sei un’eretica: gli eretici sono quelli che ti hanno legato a questo palo. Gesù è con te: è sempre stato con te e anche adesso è con te, e muore con te su questo patibolo. E tu muori con lui sul suo.

Non sei un’eretica, Giovanna. Dio è con te. La storia è con te. E anche il Papa, sarebbe con te, se solo sapesse cosa stanno combinando in suo nome.

Non sei un’eretica, Giovanna la Pulzella, tu sei una martire e sei un’eroina. Hai combattuto per una nobile causa, sei sempre rimasta fedele a Dio: con il tuo corpo vergine che nessuno è riuscito a violare, con il tuo cuore indomito che nessuno è riuscito a piegare; con la tua fede salda che niente ha potuto far vacillare. Con il tuo amore per la patria, che nessuno è riuscito a far rinnegare.

Non sei un’eretica, Giovanna la Pulzella, non sei una figlia del demonio. Tu sei un’eroina, Giovanna, tu sei una santa. Ti hanno umiliata, ti hanno condannata, e oggi – 30 maggio 1431 – ti bruciano sul rogo come una strega. Ma la storia ti darà ragione. Perché le fiamme bruciano il tuo corpo ma non riusciranno a incenerire il tuo cuore. Perché vincerai la tua guerra: sì, gli inglesi saranno cacciati dal suolo francese, gli stessi abitanti della città in cui ti stanno uccidendo si ribelleranno contro l’invasore e scateneranno la riscossa e la tua amata Patria sarà una grande nazione, nei secoli dei secoli, che non si piegherà mai di fronte a nessuno straniero.

E anche la Chiesa ti darà ragione: faranno un altro processo, dopo la tua morte. Un processo a chi ti ha processato, e sarai completamente riabilitata. Non solo, ma sarai proclamata addirittura santa, e diventerai la santa patrona della tua amata Francia.

Quindi non piangere, piccola Giovanna, ma sorridi. Perché il vincitore non è colui che vince sempre, ma colui che anche quando perde, non è vinto mai!

Ecco, una voce che le dicesse tutto questo, vorrebbe. Ma dove sono santa Caterina, santa Margherita e l’arcangelo Michele? Dove sono adesso? Perché restano in silenzio? Perché la lasciano sola proprio adesso che più che mai ha bisogno di qualcuno che le asciughi le lacrime e la confermi nella sua missione?

Perché non sente più le loro voci, ma solo quelle degli inglesi che urlano: “Death to the witch! Death to the witch!”. Perché non vede croci, ma solo gli sguardi gelidi degli uomini che l’hanno condannata? Uomini di chiesa: vescovi, preti, frati, che in nome del Papa e di Dio l’hanno messa al rogo come strega ed eretica. E se avessero ragione loro? E se davvero quelle voci non fossero state di Dio ma del demonio? Cosa può saperne lei? E’ solo una ragazzina di 19 anni, una contadina analfabeta che si è messa a capo di un esercito solo perché sapeva – perché sentiva – che era Dio a chiederglielo. E se anche Dio ora la stesse condannando? Se davvero dopo quelle del rogo ci fossero le fiamme dell’inferno ad aspettarla? Se davvero il perfido vescovo Cauchon non fosse al soldo degli inglesi ma inviato dal Signore per punirla e per correggerla?

No, non è possibile. Perché il Signore non tende trappole, il Signore non si serve della menzogna, non inganna per fare del male. Perché Dio è verità! E quegli uomini di Dio, da quando l’hanno catturata – anzi da quando l’hanno comprata – anzi da quando l’hanno processata abusivamente per conto di quelli che l’avevano comprata, non hanno fatto che tenderle tranelli, inventare accuse totalmente infondate, violare qualsiasi regola.

Anche qui, nella piazza del Mercato di Rouen, un attimo fa: dopo che la sentenza di morte è stata letta, anziché essere presa in custodia dal balivo o dal suo luogotenente come previsto dalla legge, Jehanne è stata abbandonata nelle mani del boia e incatenata sul palo, sopra una gran quantità di legna sistemata in modo tale da scongiurare anche quella che è la prassi per i morti sul rogo: e cioè, che il condannato muoia asfissiato dal fumo e il suo corpo prenda fuoco solo dopo morto. No, Giovanna deve bruciare viva. Così hanno deciso gli Uomini di Dio.

Giovanna d’Arco interrogata in prigione dal cardinale di Winchester, Paul Delaroche, olio su tela, 1824, Musée des beaux-arts, Rouen

D’altra parte per essere un vescovo, Pierre Cauchon, se ne è sempre fregato con una certa disinvoltura delle regole: è arrivato persino a farla spiare durante la confessione, d’accordo con il prete sacrilego, per cercare di strapparle qualche segreto che potesse incriminarla, peraltro inutilmente. D’altra parte è vero anche, che sempre in violazione delle più sacre regole, stamattina ha esaudito il suo ultimo desiderio di ricevere la comunione, nonostante l’avesse appena scomunicata come eretica.

L’ha anche costretta a firmare un’abiura fasulla, una settimana fa. Era avvenuto nel cimitero della chiesa di Saint Ouen: di fronte alla forca già pronta e al cardinale di Whinchester Beaufort le era stato chiesto di rinnegare tutte le affermazioni fatte durante il processo.

Grazie a Dio, però, tra quei sedicenti uomini di Dio ce ne era anche qualcuno che a Dio ci credeva veramente e si era ribellato a quel sistema marcio, e due inquisitori domenicani e uno dei giudici l’avevano informata dei suoi diritti.

“Mi rimetto a Dio e al nostro santo padre il Papa” aveva risposto Jehanne.

L’appello al Papa avrebbe dovuto interrompere immediatamente il processo e trasferirlo a Roma. Eppure, nonostante la presenza di un cardinale, la ragazza si era sentita rispondere che “il Papa è troppo lontano”. E subito dopo Cauchon aveva iniziato a leggere la sentenza di morte. “Accetto tutto quello che i giudici e la chiesa vorranno sentenziare!” l’aveva interrotto la ragazza.

A quel punto le avevano consegnato l’abiura da firmare: otto righe in cui la Pulzella d’Orleans si impegnava a non riprendere le armi, né portare abiti maschili, né capelli corti: agli atti, però, metteranno un documento di 44 righe.

La firma della Pulzella d’Orleans. Nonostante fosse analfabeta, Giovanna sapeva scrivere il suo nome

Ma Giovanna non era stupida e nemmeno una sprovveduta; anzi, era più furba di quanto i suoi giudici pensassero, e quell’abiura l’aveva firmata – sì – ma con una X. Peraltro, ostentando un enigmatico sorriso.

Normale, avevano pensato loro, è solo una povera analfabeta. Peccato però che – quantunque analfabeta – il suo nome Giovanna lo sapesse scrivere eccome, e con esso avesse firmato molte lettere, mentre la X, come aveva dichiarato durante lo stesso processo, la usava in guerra come codice, per far capire a un capitano che doveva fare esattamente il contrario di quanto scritto nella lettera.

La firma di Jehanne, quindi, rappresentava tutto l’opposto di un’abiura.

La sentenza emessa era stata comunque durissima: Giovanna era stata condannata alla carcerazione a vita nelle prigioni ecclesiastiche, a “pane di dolore e acqua di tristezza”. Ma, quantomeno, sarebbe stata sorvegliata da donne e non da uomini, non più costretta ai ferri giorno e notte e libera dal tormento dei continui interrogatori.

Cauchon, però, ancora una volta sprezzante di ogni regola, aveva ordinato di riportarla nella prigione da cui era stata presa, e in cui si trovava dal 23 dicembre 1430, dove lui, vescovo di Beauvais, l’aveva fatta rinchiudere dopo averla “comprata” a nome del Re d’Inghilterra da Giovanni di Lussemburgo, che l’aveva tenuta in custodia dopo la sua cattura avvenuta il 23 maggio 1430 a Margny. Una cattura resa possibile grazie al tradimento del governatore della città di Compiègne: mentre Giovanna stava ancora tentando un ultimo assalto al nemico, quello aveva dato ordine di chiudere le mura della città pur sapendo che le ultime compagnie non erano ancora rientrate.

Una immagine medievale che narra le gesta di Giovanna d’Arco

Così la Pulzella, che proteggeva la ritirata dell’esercito, era rimasta fuori dalle mura e catturata dagli ufficiali di Giovanni di Lussemburgo, vassallo del duca di Borgogna e a servizio del Re d’Inghilterra.

Nei primi mesi Jehanne era stata trattata come una prigioniera di alto rango e si era anche conquistata la simpatia di tre dame del castello di Beaurevoir, che – peraltro – portavano il suo stesso nome: Jeanne de Béthune, moglie di Giovanni di Lussemburgo, la figlia Jeanne de Bar e Jeanne di Lussemburgo, zia del potente vassallo, che era giunta persino a minacciare di diseredarlo se la Pulzella fosse stata consegnata agli inglesi.

Giovanni, da parte sua, aveva fissato – come da uso – un’ingente somma per il riscatto della prigioniera: 10mila lire tornesi. Tanto avrebbe dovuto pagare il Re di Francia per rimettere in libertà la sua più grande condottiera.

Carlo VII di Francia in un ritratto di Jean Fouquet (sec. XV)

A sorpresa, però, non era stato Carlo VII a pagare il riscatto ma il vescovo Cauchon, per conto del Re d’Inghilterra. E quando l’anziana Jeanne di Lussemburgo era morta, il nipote aveva potuto incassare tranquillamente quel patrimonio (per raccogliere il quale erano state aumentate le tasse alla popolazione della Normandia) e consegnare, il 21 novembre 1430, la Pulzella nelle mani del nemico.

Dopo aver girato diverse fortezze, il 23 dicembre la più grande minaccia per gli inglesi era approdata a Rouen. Nel frattempo il Bastardo di Orléans aveva tentato varie missioni segrete per liberarla, mentre Giovanna stessa aveva tentato due volte la fuga: la prima volta aveva approfittato di una distrazione delle guardie, che però erano riuscite a riacciuffarla; la seconda volta, invece, aveva annodato le lenzuola e ci si era calata da una finestra per poi lasciarsi cadere nel vuoto, sfiorando la morte e finendo immobilizzata a letto per due giorni. A Rouen Giovanna era stata rinchiusa in una cella stretta, con i piedi serrati in ceppi di ferro giorno e notte, guardata a vista da tre soldati all’interno della stessa cella e due da fuori, con una seconda pattuglia piazzata al piano superiore.

Il processo era iniziato all’insegna dell’illegalità: era accusata di eresia e giudicata dal tribunale dell’Inquisizione, eppure era detenuta in un carcere militare come prigioniera di guerra; d’altra parte lo stesso inquisitore generale di Francia Jean Graverent si era rifiutato di istruire il processo, e il suo vicario per Rouen Jean Lemaistre aveva declinato “per la serenità della propria coscienza”.

Cauchon, dopo aver mandato tre delegati in giro per la Francia a cercare informazioni che potessero incastrare l’imputata, aveva quindi avviato il processo da solo, affidando la sentenza a quarantadue “assessori” scelti fra teologi e uomini di Chiesa di fama che avrebbero interrogato la ragazza.

Il processo era dunque iniziato il 3 gennaio 1431, con una certa confusione riguardo al capo di imputazione: dopo averlo promosso “per stregoneria”, infatti, Cauchon l’aveva cambiato in “per eresia”.

Che la Pulzella fosse Pulzella, cioè vergine, era impossibile, pensava il vescovo inquisitore: è bella, giovane, piena di grinta e di passione e ha passato tre anni in mezzo ai soldati; sicuramente se li sarà passati tutti. Sputtanarla – è proprio il caso di dire – sarà la scintilla che farà incendiare il rogo di questa nemica della Borgogna e dell’Inghilterra. Così l’aveva fatta sottoporre, ancora una volta, a un esame ginecologico. Con sua amara sorpresa, però, le matrone che l’avevano esaminata avevano sentenziato: la ragazza era illibata. La Pulzella era davvero Pulzella.

Il 21 febbraio 1431 si era tenuta la prima udienza pubblica nella cappella del Castello di Rouen e Giovanna aveva dimostrato subito la sua lucidità e la sua grinta.

“Giuri di dire la verità a qualsiasi domanda ti verrà posta?” “No – aveva risposto lei – lo farò solo su domande che riguardano la fede”.

Visto che si trattava di un processo per eresia i giudici erano stati costretti ad accettare la condizione posta. Non potevano certo pretendere che un prigioniero di guerra rivelasse a un tribunale ecclesiastico segreti politici riguardanti il conflitto in corso.

Quando però Cauchon le aveva ordinato di recitare il Padre Nostro, lei gli aveva risposto che lo avrebbe fatto solo in confessione.

Così lo aveva messo con le spalle al muro e in forte imbarazzo: Cauchon era un prete, prima che un giudice. E poteva rifiutare di confessare una penitente che con quella stessa richiesta dimostrava la sua buona fede e la sua volontà a sottomettersi all’autorità della Chiesa? No, non poteva. Ma l’aveva fatto.

Poi era iniziato il bombardamento di domande. Lei aveva una risposta per ognuna, ma veniva interrotta in continuazione e i segretari del processo trascrivevano le sue parole omettendo tutto quello che le risultasse favorevole, tanto che il notaio Guillame Manchon aveva minacciato di astenersi dal presenziare ulteriormente.

Il castello di Rouen in una miniatura dalle Vigiles de Charles VII di Martial d’Auvergne, Parigi, XV secolo

Dal giorno seguente il processo si era spostato in una sala del castello sorvegliata da guardie inglesi.

Di chi erano le voci che le parlavano e le davano consigli, perché aveva guidato l’assalto di Parigi in un giorno festivo e – soprattutto – perché indossava abiti maschili? Perché? Perché andare a cavallo con la gonna non è molto pratico, e nemmeno indossare pizzi e merletti sotto l’armatura. E anche perché quando sei in prigione e i tuoi carcerieri sono maschi, se porti i pantaloni quanto meno gli complichi un po’ più la vita, se cercano di violentarti.

Tentavano di suggerirle anche le risposte, i giudici; ma lei non si faceva intimidire: “Stai attento, vescovo Cauchon – aveva detto – pensa alla salvezza della tua anima!”. Si rifiutava con pacata fermezza di rispondere a qualsiasi domanda riguardasse strategie di guerra, mentre non aveva problemi a raccontare i suoi dialoghi con santa Margherita, santa Caterina e l’arcangelo Michele. Purché le domande, s’intende, fossero pertinenti.

“Le tue voci ti hanno detto che saresti riuscita ad evadere dalla prigione?” le avevano domandato. “E io dovrei venire a dirvelo?” aveva risposto lei con sarcasmo. Per accusarla di stregoneria si erano attaccati persino ai suoi giochi di infanzia. “E’ vero che da bambina giocavi intorno a una pianta detta L’Albero delle fate e intrecciavi ghirlande?”. “Sì, è vero”. “E c’erano delle fate, in quell’albero?” “Se c’erano io non le ho viste”.

Le udienze si susseguivano, giorno dopo giorno. I giudici continuavano ad accanirsi sulla sua abitudine di portare abiti maschili e capelli corti, come se ci fosse qualcosa di eretico in tutto questo. Cercavano di farla cadere in contraddizione o di estirparle qualche notizia sul nemico.

La statua di Giovanna d’Arco a Notre Dame de Paris

“Quanto era luminosa la sala, quando hai incontrato per la prima volta il Delfino di Francia?” “Cinquanta torce, senza contare la luce spirituale!” “Non ritieni di aver peccato mettendoti in viaggio per incontrare il Delfino di Francia contro il parere dei tuoi genitori?” “Poiché era stato Dio a chiedermelo, avessi avuto anche cento padri e cento madri, fossi anche nata figlia di re, sarei partita ugualmente”. “Hai tentato di suicidarti, quando sei saltata giù dalla torre del castello di Beaurevoir?” “No, era un tentativo di evadere. Ed era un mio diritto, visto che sono prigioniera di guerra”. “E’ vero che portavi con te una mandragora?” “No. So che molti ritengono che porti fortuna e denaro, ma io non ci credo”. “Perché in battaglia portavi sempre lo stendardo?” “Perché non volevo uccidere nessuno. E non ho mai ucciso nessuno”. “Sei certa di non cadere più in peccato mortale?” “Mi rimetto in tutto a Nostro Signore” “Sei certa di trovarti in stato di grazia?” “Se non lo sono, che Dio mi ci metta; se lo sono che Dio mi ci mantenga!” “Quale è stato il segno che è stato dato al Delfino per convincerlo a prestarti fede?” “Un angelo ha consegnato al Delfino Carlo una corona di grande valore, simbolo della volontà divina che guidava le sue azioni al fine di far riconquistare il regno di Francia” “Dunque tu hai visto un angelo?” “Vengono spesso tra gli uomini senza che nessuno li veda; io stessa li ho visti molte volte in mezzo alla gente” “L’arcangelo Michele, con cui dici di parlare, ha i capelli?” “E per quale ragione avrebbero dovuto tagliarglieli?” “Ti sottometti all’autorità della Chiesa?” “Sì, ma per primo a quella di Dio”. “Tu sai che esiste una Chiesa trionfante e una Chiesa militante?” “Che Dio e la Chiesa siano una cosa sola, mi sembra chiaro. Ma voi, perché fate tanti cavilli?”.

Per sei interrogatori i giudici avevano cercato qualunque appiglio per dichiararla eretica o strega, per sei interrogatori Jehanne aveva riconosciuto l’autorità della Chiesa e aveva ribadito di affidarsi completamente a Dio.

Alla fine, il 27 e il 28 marzo le avevano letto i 70 articoli che componevano il suo atto di accusa: secondo loro Giovanna avrebbe bestemmiato, portato con sé una mandragora, stregato lo stendardo, la spada e il suo anello conferendo ad essi virtù magiche; frequentato le fate, venerato spiriti maligni, tenuto commercio con due “consiglieri della sorgente”, fatto venerare la propria armatura, formulato divinazioni, preteso di entrare in contatto direttamente con il divino senza la mediazione della Chiesa, e – soprattutto – indossato abiti maschili.

Il 31 marzo, interrogata nella sua cella, Jehanne aveva acconsentito a sottomettersi alla Chiesa, a patto che non le fosse chiesto di affermare che le voci non provenissero da Dio. Nonostante le sue suppliche, però, non le fu acconsentito di partecipare alla messa di Pasqua né di fare la comunione.

La locandina di Joan of Arc, film del 1948 diretto da Victor Fleming e interpretato da Ingrid Bergman

I settanta articoli erano stati poi condensati in 12 sottoposti alla giuria degli assessori, in cui la si definiva “idolatra”, “invocatrice di diavoli”, “blasfema”, “eretica” e “scismatica”. Molti dei giudici, però, si erano trovati a difendere Giovanna: Raoul le Sauvage aveva ritenuto che tutto il processo dovesse essere inviato al Papa, il vescovo di Avranches aveva detto che non c’era nulla di impossibile in quanto affermato dalla ragazza, mentre Jean Lohier aveva sbottato: “Questo processo è illegale nella forma e nella sostanza: gli assessori non sono liberi ma costretti a giudicare sotto minaccia, le sedute si tengono a porte chiuse, gli argomenti trattati sono troppo complessi per una ragazzina; e soprattutto, questo processo non ha niente a che fare con l’eresia: è un processo politico con cui si vuole colpire il re di Francia!”.

La reazione nei confronti del giudice era stata durissima, tanto da costringerlo a fuggire immediatamente da Rouen.

Il 16 aprile, poi, c’era stato il presunto tentato avvelenamento: Giovanna si era ridotta in fin di vita dopo aver mangiato un pesce che le aveva mandato Cauchon. All’inizio di maggio la Pulzella aveva subito “ammonizioni caritatevoli” e minacce di tortura, continuando ad appellarsi inutilmente al Papa.

Poi, il 24 maggio, c’era stata quell’abiura fasulla, al termine della quale Jehanne si era ritrovata ancora nella sua cella e con un trattamento ancora più pesante. Il Vescovo voleva indurla a riprendere gli abiti maschili per poterla mandare finalmente al rogo, così aveva autorizzato una delle guardie a violentarla.

Quello le era saltato addosso all’improvviso, ma in tre anni di guerra in prima linea la ragazza aveva imparato a difendersi e il tentato stupro era finito con una lotta da cui era uscita ferocemente massacrata.

La mattina di domenica 27 maggio un altro soldato le aveva rubato gli abiti femminili e le aveva gettato in cella quelli da uomo. Nonostante le sue proteste, non le erano stati concessi altri vestiti, e così – a mezzogiorno – Giovanna era stata costretta a cedere. Quando il giorno dopo erano arrivati Cauchon e il viceinquisitore Lemaistre (che aveva da tempo abdicato alla sua coscienza a causa delle pressioni subite) Giovanna aveva affermato di aver ripreso l’abito maschile di propria iniziativa, poiché si trovava tra uomini e non, come suo diritto, in una prigione ecclesiastica, sorvegliata da donne.

Interrogata per l’ennesima volta, aveva ribadito di credere che le voci che la consigliavano erano quelle di santa Caterina e santa Margherita, di essere stata inviata da Dio per la liberazione della Francia e di non aver capito una sola parola dell’atto di abiura: “Dio mi ha mandato a dire per bocca di santa Caterina e santa Margherita quale miserabile tradimento ho commesso accettando di ritrattare tutto per paura della morte; mi ha fatto capire che, volendo salvarmi, stavo per dannarmi l’anima!”. “Preferisco fare penitenza in una sola volta e morire – aveva aggiunto – piuttosto che sopportare più a lungo la sofferenza di questa prigione”.

Il 29 maggio Cauchon ha riunito per l’ultima volta il tribunale per decidere la sorte di Giovanna. Su 42 assessori 39 hanno dichiarato che è necessario leggerle nuovamente l’abiura formale e proporle la “Parola di Dio”. Cauchon e Lemaistre, però, hanno ignorato completamente il parere della giuria e condannato Giovanna al rogo.

No, Dio non può accettare tutto questo. Non può. Dio è giustizia. Dio è misericordia.

Ma allora perché resta in silenzio proprio adesso? Adesso che la sua diletta, la Pulzella di Orléans mandata a salvare la Francia, vestita di bianco come una sposa sta per essere divorata dalle fiamme insieme a tutto ciò che le è appartenuto, tutto ciò che ha anche soltanto toccato, perché nessuna sua traccia possa restare in questo mondo? Perché nessuna voce arriva a confortarla? Perché nessuna croce si para davanti al suo sguardo a dirle che – sì – è da cristiana che muore, Giovanna d’Arco, non da eretica, non da strega, non da adoratrice del demonio.

Cade in ginocchio, la Pulzella, mentre le fiamme si alzano a divorarla. E invoca Dio, la Vergine, l’Arcangelo Michele, santa Margherita e santa Caterina. Chiede disperatamente una croce. Una croce da stringere al petto.

La Bergman durante uno spettacolo teatrale al teatro San Carlo di Napoli, il 26 novembre 1953. Dalla piéce venne tratto il film “Giovanna d’Arco al rogo” del 1954, diretto da Roberto Rossellini

“Datemi una croce!”

A quel punto quasi un miracolo: un soldato inglese prende dalla fascina che sta ardendo due rami secchi, li lega a forma di croce e li porta alla condannata. Jehanne se li stringe al petto mentre le fiamme divorano il suo corpo vergine.

La Pulzella piange e invoca Dio. Vorrebbe vedere una croce ma vede solo fumo davanti a sé. “Perdono! Perdono! Perdono!” grida. Invoca il perdono, offre il perdono. Prega Dio, chiede una croce. Il boia esita, ma i soldati inglesi lo aggrediscono per costringerlo a gettare nel fuoco zolfo, olio e carbone: ci vuole un fuoco bello grosso e potente, per far scomparire subito dalla faccia della terra la Pulzella di Orléans. Perché della Puttana dei Armagnac non resti che cenere.

“Vi prego, datemi dell’acqua benedetta! Vi prego!” grida Jehanne.

Ma ormai nessuno può più avvicinarsi: Giovanna d’Arco è una torcia umana. Ormai brucia. Brucia tutto. Brucia la carne. Brucia la vita. Brucia il mondo intorno. Fuoco di dannazione? Fuoco di purificazione?

Una croce. Vorrebbe morire guardando una croce. Una croce, ti prego. E all’improvviso tra le fiamme scorge proprio una croce. Una grande croce di luce che sembra ardere con lei. La croce, sì, la croce! La vede!

Il dolore è atroce. Tutto il suo corpo è in fiamme. Ma Cristo è lì con lei. “Gesù!” grida Giovanna prima che la sua vita ardendo si spenga.

Ma quella croce rimane lì, di fronte al rogo, sorretta con tutta la sua forza da Isambart de La Pierre, il frate domenicano che aveva cercato di aiutarla in quei mesi, e che aveva risposto alla sua ultima invocazione.

Brucia Giovanna d’Arco. Ma non tutta. Quando il rogo si spegne, la Pulzella d’Orléans non c’è più ma il suo cuore è ancora lì. Nessuno riuscirà a distruggerlo, e nessuno potrà impedirgli di continuare a battere nel petto di milioni di persone negli anni, nei decenni, nei secoli.

E nel profondo del suo cuore rovente lui prese ad avvolgere Giovanna d’Arco e là in alto e davanti alla gente lui appese le ceneri inutili del suo abito bianco

Ho visto la smorfia del suo dolore ho visto la gloria nel suo sguardo raggiante anche io vorrei luce ed amore ma se arriva deve essere sempre così crudele e accecante

Arnaldo Casali

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Ildegarda e la lingua artificiale

Ildegarda di Bingen in una raffigurazione del manoscritto Scivias

L’Esperanto ha un patrono. Anzi, una santa patrona: è Ildegarda di Bingen.

La lingua artificiale creata nel XIX secolo dall’oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof trova infatti un antecedente proprio nella monaca tedesca, tra le più importanti figure della spiritualità femminile medievale. Scrittrice, drammaturga, poetessa, musicista, compositrice, filosofa, cosmologa, naturalista, ma anche consigliera politica, profetessa, fondatrice del monastero Bingen am Rhein, religiosa controcorrente e anticonformista, Ildegarda è stata anche l’autrice di una delle prime lingue artificiali di cui si abbiano notizie, la Lingua ignota, da lei utilizzata probabilmente per fini mistici.

La Lingua ignota utilizza un alfabeto di 23 lettere, definite le ignotae litterae. Ildegarda ha parzialmente descritto la lingua in un’opera intitolata Lingua ignota per hominem simplicem Hildegardem prolata, di cui sono sopravvissuti solo due manoscritti, entrambi risalenti al Duecento: il Codice di Wiesbaden e un manoscritto di Berlino.

Il testo è un glossario di 1011 parole con traslitterazione per la maggior parte in latino e in tedesco medioevale. Le parole sembrano essere per lo più nomi con qualche aggettivo. Sotto l’aspetto grammaticale la lingua ideata da Ildegarda appare come una parziale rilessificazione della lingua latina: è stata forgiata, cioè, adattando parole nuove sulla grammatica latina.

Non si sa se sia mai stata usata da altre persone al di fuori della sua creatrice.

Le 23 litterae ignotae di Ildegarda

Secondo alcuni studiosi del XIX secolo l’intenzione della monaca tedesca sarebbe stata proprio quella di proporre una lingua universale che unisse tutti gli uomini (per questo motivo santa Ildegarda è oggi come la patrona degli esperantisti), tuttavia oggi è generalmente accettato che la “Lingua ignota” sia stata concepita come un linguaggio segreto, simile alla “musica inaudita” di Ildegarda, della quale ella avrebbe avuto conoscenza per ispirazione divina.

Monaca aristocratica, Ildegarda più volte definì se stessa come “una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio”. Fedele peraltro al significato del suo nome, “protettrice delle battaglie”, fece della sua religiosità un’arma per una battaglia da condurre per tutta la vita: scuotere gli animi e le coscienze del suo tempo.

Non ebbe timore di uscire dal monastero per trattare con vescovi e abati, nobili e principi. In contatto epistolare con il monaco cistercense Bernardo da Clairvaux, come lui rivoluzionò il concetto stesso di monachesimo, uscendo dal chiostro per prendere parte attiva nella vita politica e religiosa del suo tempo.

Ildegarda fu infatti in stretti rapporti con l’imperatore Federico Barbarossa, che poi sfidò con parole durissime quando questi oppose due antipapi ad Alessandro III. L’imperatore, peraltro, non si vendicò dell’affronto, ma lasciò cadere il rapporto di amicizia che fino ad allora l’aveva legato alla mistica.

Una immagine tratta dal Liber Divinorum Operum (sec. XIII)

Nel 1169 Ildegarda eseguì persino un esorcismo su una tale Sigewize, che aveva fatto ricoverare nel suo monastero, dopo che altri religiosi non erano approdati a nulla: nel rito da lei personalmente condotto volle però naturalmente la presenza di sette preti, visto che solo i sacerdoti – secondo la Chiesa Cattolica – sono dotati del ministero di esorcista.

“Nel monastero di Rupertsberg vicino a Bingen nell’Assia in Germania – recita il Martirologio romano – santa Ildegarda, vergine, che, esperta di scienze naturali, medicina e di musica, espose e descrisse piamente in alcuni libri le mistiche contemplazioni, di cui aveva avuto esperienza”.

Ildegarda morì nel 1170 e fu seppellita nel Monastero di Rupertsberg. Quando però nel 1632, durante la Guerra dei Trent’anni, il monastero fu distrutto e bruciato dagli Svedesi, i monaci benedettini portarono via con loro le reliquie nella cappella del priorato di Eibingen, dove ancora oggi si trovano.

Papa Giovanni Paolo II, in una lettera per l’ottocentesimo anniversario della sua morte, salutò in Ildegarda la “profetessa della Germania” e la donna “che non esitò a uscire dal convento per incontrare, intrepida interlocutrice, vescovi, autorità civili, e lo stesso imperatore”.

Il 10 maggio 2012 papa Benedetto XVI la proclamò santa e il 7 maggio dello stesso anno dottore della Chiesa. La sua memoria liturgica cade il 17 settembre, giorno della sua morte. Tale giorno, secondo la tradizione, sarebbe stato “predetto” dalla santa a seguito di una delle sue ultime visioni

Ildegarda nel corso della sua vita ebbe infatti numerosissime visioni, di cui ha lasciato dettagliati resoconti illustrati nei manoscritti Scivias e Liber divinorum operum. Alcuni studiosi hanno suggerito che l’origine di queste visioni sia di tipo neurologico. Lo storico della scienza e della medicina Charles Singer le attribuì ad aure di origine emicranica, teoria resa popolare dal celebre neurologo Oliver Sacks, autore del “Risvegli” da cui fu tratto il film con Robert De Niro e Robin Williams, e scomparso dopo una lunga malattia nel 2015.

Arnaldo Casali

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Jeanne, la Pulzella d’Orleans

Ritratto di Giovanna d’Arco del 1485 circa (Centre Historique des Archives Nationales, Parigi)

Ha un’armatura bianca e un cavallo nero, e tra le mani lo stendardo con Dio Padre che benedice il giglio di Francia, affiancato dagli arcangeli Michele e Gabriele.

“Chi mi ama mi segua!” grida Giovanna lanciandosi al galoppo.

È l’8 maggio 1429: il giorno della riscossa del popolo francese contro l’invasore straniero; il giorno del riscatto, del coraggio, della libertà; il giorno della speranza. E a guidare l’assalto non c’è un generale ma una una ragazzina: un’adolescente analfabeta che non conosce il mestiere delle armi, non fa parte dell’esercito, non sa nulla di strategie militari ed è armata solo di una incrollabile fede in Dio e un altrettanto incrollabile amore per la patria.

È la Vergine di Lorena secondo i francesi, la Puttana degli Armagnac secondo gli inglesi; ma da oggi diventerà per tutti la Pulzella di Orléans. Una figura unica nella storia dell’umanità: l’unica donna ad aver comandato un esercito, l’unica santa ad essere stata bruciata come eretica; l’unica guerrafondaia pacifista, che prima di cacciare l’invasore gli chiede di andarsene per cortesia; l’unica adolescente capace di moralizzare e spiritualizzare un esercito mettendo al bando saccheggi, ritorsioni, violenze gratuite e persino le bestemmie. Tra i tanti che hanno guidato guerre in nome di Dio, Giovanna d’Arco è l’unica che ha tentato di farla guidare veramente da Dio, la sua guerra.

Nata il giorno dell’Epifania nel 1412 a Domrémy, un minuscolo villaggio di 152 abitanti della Lorena, nel nord-est della Francia, Jeanne era cresciuta in una famiglia contadina: suo padre si chiamava Jacques d’Arc e la madre Isabelle Romée. Sin dalla nascita aveva dimostrato un carisma fortissimo: cristiana devota, ancora bambina visitava e confortava i malati, donava ai poveri i propri vestiti e spesso offriva il proprio letto ai senzatetto. Poi, quando aveva tredici anni, a mezzogiorno di un giorno di mezza estate, mentre se ne stava a lavorare in giardino aveva udito delle voci e visto un grande bagliore nel quale erano apparsi l’arcangelo Michele, santa Caterina e santa Margherita, che l’avevano invitata a consacrarsi totalmente a Dio facendo voto di castità “per tutto il tempo – racconterà lei stessa – che a Dio fosse piaciuto”.

La casa natale di Giovanna d’Arco a Domrémy-la-Pucelle, nel dipartimento dei Vosgi della regione Grand Est (nord-est della Francia)

In un primo momento aveva deciso di non raccontare niente a nessuno. Qualche piccola confidenza con i genitori era bastata però a metterli in allarme, tanto da indurli a prometterla sposa ad un giovane di Toul, per sistemarla prima che con la sua testa calda potesse commettere qualche sciocchezza. Giovanna aveva però rifiutato con decisione la proposta di matrimonio, tanto che il fidanzato l’aveva citata in giudizio di fronte al tribunale del vescovo. La ragazza aveva subito un vero e proprio processo ma era riuscita a vincere la causa dimostrando che il fidanzamento era avvenuto senza il suo assenso. I genitori si erano dovuti così arrendere all’idea di avere una figlia speciale, che non aveva nessuna intenzione di seguire il destino di tutte le altre donne. Che fossero grilli o santi, quelli che Jeanne aveva per la testa, di certo era determinata ad assecondarli: per la Vergine di Lorena si preparava un futuro straordinario, e lei non vedeva l’ora di andargli incontro.

Intanto era arrivata la guerra. Una guerra che in realtà era iniziata già da novant’anni, ma che per decenni era rimasta silente. Era una guerra tra Stati cugini, che sin dalla loro formazione avevano intrecciato rapporti di sangue, unificando e separando in continuazione i rispettivi regni: se il primo re dell’Inghilterra moderna, Guglielmo il Conquistatore, era vassallo del Re di Francia in quanto duca di Normandia, il matrimonio tra Enrico II d’Inghilterra (1133-1189) ed Eleonora d’Aquitania aveva portato in dote alla corona inglese una gran parte del territorio francese. Nel 1216 poi, un re francese – Luigi VIII – aveva seduto per breve tempo sul trono inglese. La guerra era scoppiata quando Isabella, figlia di Filippo IV il Bello di Francia, aveva sposato Edoardo II d’Inghilterra, e il figlio Edoardo III aveva rivendicato tanto il regno di Inghilterra quanto quello di Francia.

Alla rivalità tra francesi e inglesi, nel 1400, si era aggiunta la faida interna tra armagnacchi e borgognoni. Nel 1380 Carlo VI era salito al trono ancora bambino, e per questo le redini del regno erano tirate da un Consiglio di Reggenza composto dai duchi di Angiò, Borgogna, Orlèans e Berry. Quando Carlo aveva assunto il potere le cose erano andate ancora peggio, perché il giovane sovrano aveva dimostrato subito i segni della pazzia. Così la reggenza era passata alla regina Isabella e i due consiglieri più influenti erano stati lo zio Filippo l’Ardito duca di Borgogna e il fratello Luigi d’Orléans. Nel 1407 l’assassinio di Luigi aveva fatto scoppiare la guerra civile: il figlio di Luigi, Carlo, si era alleato con Bernardo VII conte di Armagnac, che aveva iniziato una lotta senza tregua contro i borgognoni che, a loro volta, avevano chiamato in soccorso gli invasori inglesi.

Nulla poteva sapere, di questioni dinastiche e di politica internazionale, una piccola contadina della Lorena. Quando però – nell’estate del 1428 – il suo villaggio era stato assalito dalle truppe nemiche, la Guerra dei cent’anni, la giovane visionaria, l’aveva toccata con mano.

Inglesi e borgognoni devastavano, saccheggiavano, incendiavano, massacravano e violentavano senza alcuna pietà, lasciando dietro di sé sangue, lacrime e desolazione. Ai soldati poco interessava chi fosse il Re e quale terra toccasse difendere: la guerra era solo un’ottima occasione per fare razzia e sfogare gli istinti più brutali.

La statua di Giovanna d’Arco a Orléans

In preda al terrore, la famiglia d’Arco aveva abbandonato la propria casa ed era fuggita dalla valle della Mosa verso Neufchâteau. Di fronte a quell’orrore, Giovanna – che aveva ormai 16 anni – non aveva potuto fare a meno di interessarsi al conflitto e il parroco, dal quale andava a confessarsi tutti i giorni, le aveva spiegato che gli inglesi avevano cinto d’assedio Orléans, ed erano prossimi ad occuparla. La città, che si trovava sul lato settentrionale della Loira aveva, per la posizione geografica ed il ruolo economico, un valore strategico, perché rappresentava una via d’accesso a tutte le regioni meridionali; se gli inglesi fossero riusciti a prenderla niente avrebbe più impedito loro di prendersi anche il resto della Francia.

Giovanna aveva deciso dunque di scendere in campo per liberare Orléans dagli inglesi e la prima cosa da fare era correre in soccorso di Carlo VII, Delfino di Francia al quale i borgognoni avevano opposto – come pretendente al trono – il re d’Inghilterra Enrico VI.

Nessuno avrebbe potuto prendere sul serio una ragazzina che decide di liberare la Francia dall’invasore. Ma i genitori si erano ormai abituati alla sua stramba personalità, il parroco garantiva che la giovane era un’autentica cristiana e quindi – chissà – magari Dio le aveva parlato davvero; magari davvero il Signore Onnipotente aveva deciso di servirsi di una contadina adolescente per liberare il popolo francese da una guerra secolare. Giovanna era quindi riuscita a convincere i genitori a lasciarla andare, ed era partita per un viaggio che l’avrebbe portata alla guerra, alla gloria, al rogo, all’altare.

La prima tappa era stata Vaucouleurs dove, con l’appoggio dello zio Durand Laxart, era riuscita ad incontrare il capitano della piazzaforte – Robert de Baudricourt – il 13 maggio 1428; quello le aveva riso in faccia e l’aveva rimandata a casa. Per nulla demoralizzata, Giovanna era tornata alla carica altre due volte, incitando le folle alla lotta per la liberazione e assicurando di custodire un messaggio di salvezza da parte di Dio.

Quanto fosse bella, Giovanna, non lo sappiamo; ma di certo doveva essere incredibilmente affascinante e carismatica, per riuscire a conquistare chiunque si trovasse di fronte. Anche lo scettico Robert, che – impressionato dal successo che la ragazza aveva riscosso tra il popolo e l’esercito – aveva deciso di sottoporla ad una sorta di esorcismo da parte del curato del luogo, Jean Fournier. Fournier aveva attestato che la ragazza non era una povera pazza ma una fervente cristiana in buona fede. Robert de Baudricourt, ormai conquistato a sua volta dal fascino della ragazza, le aveva così affidato una scorta che l’avrebbe accompagnata al cospetto del sovrano. Senza neppure avvisare i suoi genitori Giovanna era partita da Vaucouleurs il 22 febbraio 1429, accompagnata da 6 uomini tra corrieri, soldati e servitori. In undici giorni il piccolo drappello aveva percorso la strada irta di pericoli che attraversava i territori contesi tra Francia e Borgogna, riscuotendo clamore in tutto il Paese: la promessa recata dalla Vergine della Lorena di un aiuto sovrannaturale in grado di rovesciare la sorti della guerra che apparivano ormai segnate, rappresentava l’ultima speranza per i sostenitori del Delfino. Per questo Giovanni detto il Bastardo d’Orléans, figlio illeggitimo del duca Luigi fratello di Carlo VI (e dunque cugino del Delfino) aveva inviato a raccogliere informazioni due suoi emissari a Chinon, dove si trovava la corte di Carlo VII e dove la Pulzella era appena giunta.

Giovanna d’Arco e il Re, in una miniatura tratta dai “Vigiles du roi Charles VII”

L’intero paese attendeva ormai le gesta della celebre ragazza, per questo il Delfino aveva deciso di sottoporla a nuove prove: prima l’aveva fatta aspettare due giorni fuori dal castello, poi l’aveva ricevuta in un immenso salone confondendosi tra i 200 nobili presenti e facendo sedere sul trono un cortigiano qualsiasi. Senza alcuna titubanza Giovanna aveva ignorato il falso Delfino e si era inginocchiata ai piedi di Carlo spiegandogli di essere stata inviata da Dio per portare soccorso a lui e al suo regno. Le prove, per Giovanna non erano però ancora finite: il pretendente al trono – pur colpito dalle azioni e dalle parole della ragazza – non poteva rischiare di mettere il futuro della Francia nelle mani di una strega o una meretrice, così aveva sottoposto Giovanna ad un esame per verificare se fosse davvero vergine come sosteneva. La giovane pronta a sfidare un’armata a mani nude non poteva certo farsi intimidire da una visita ginecologica. “E’ intatta” aveva dichiarato solennemente l’ostetrica dopo averla esaminata a fondo in un salone del castello, di fronte a decine di testimoni. L’ultima prova doveva verificare ancora una volta la sua ortodossia in tema di fede: Giovanna era stata ascoltata da alcuni ecclesiastici di chiara fama, fra cui il vescovo di Castres, confessore dello stesso Carlo; poi era stata inviata a Poitiers per un esame più approfondito, che era durato ben tre settimane e aveva visto la contadina analfabeta che parlava in nome di Dio interrogata da un gruppo di teologi provenienti dalla giovane università della città e dal cancelliere di Francia e arcivescovo di Reims Regnault de Chartres. Superato anche quell’esame (nonostante le perplessità di Regnault) Carlo si era arreso alla magnetica aspirante condottiera e le aveva concesso di accompagnare una spedizione militare in soccorso di Orléans.

Giovanna d’Arco scaccia le prostitute in una miniatura

Giovanna non è, ovviamente, inquadrata nell’esercito, e non ha alcun incarico formale. Ma non ne ha alcun bisogno per realizzare il suo progetto: più autorevole di qualsiasi generale, ha avviato senza indugio una vera e propria riforma delle truppe francesi. Le prostitute che seguivano i soldati sono state allontanate, bandite ogni forma di violenza o saccheggio, proibite le bestemmie, imposte le confessioni e due volte al giorno l’esercito deve riunirsi in preghiera intorno al suo stendardo. Ci si sarebbe potuti aspettare una rivolta di massa, invece i provvedimenti della bambina impertinente rappresentano un’iniezione di fiducia per quegli uomini abituati ad usare i muscoli e la mazza ferrata ben più che il cuore e il cervello. Grazie alla Vergine di Lorena l’esercito francese non si sente più un’armata allo sbando ma un popolo eletto, che combatte in nome di Dio per la più nobile delle cause. Gli occhi magnetici di Giovanna, la sua bellezza pura, il suo carisma e il suo coraggio fanno innamorare tutti. E quegli uomini che dell’amore – fino a quel momento – conoscevano solo il desiderio di un’agognata penetrazione tra due cosce al tramonto di una dura giornata, scoprono che una donna può accendere nell’uomo un desiderio ben diverso: quello di diventare una persona migliore, quello di crescere in coraggio e nobilità per essere all’altezza dell’amore dell’amata.

Grazie alla Vergine di Lorena quelle orde di soldataglia che non esitavano a rapinare la popolazione che avrebbero dovuto difendere, si sono tasformati miracolosamente in nobili cavalieri, nei paladini del popolo francese. E così la gente, che fino al giorno prima non faceva che ripetere che i soldati – a prescindere che sventolino una bandiera rossa o una azzurra – vengono sempre per rubare le galline e che quindi l’unica cosa che c’è da fare, di fronte alla guerra, è cercare di mettersi al riparo, adesso si sentono coinvolti nella lotta per la libertà. Guardano con fiducia a quell’esercito eroico, corrono in loro soccorso, si arruolano come volontari. Soldati e capitani, popolo e nobili, sono tutti al fianco della Pulzella per preparare la riscossa.

Giovanna d’Arco in armatura e a cavallo

Ma ora che si prepara la battaglia, quella vera, Jeanne la Pucelle non vuole più essere la Vergine visionaria capace di infervorare le folle con il suo carisma e la sua bellezza: vuole essere un soldato. Un soldato a tutti gli effetti; un soldato tra i soldati, in grado di combattere e dare ordini, senza essere vista sempre come la ragazzina da ammirare e da proteggere. “Io sono una condottiera, non una mascotte portafortuna” si dice. Così si è tagliata i capelli corti, come un uomo, ha vestito l’armatura, ed è salita a cavallo portando alla cintura una spada benedetta e una ascia da guerra.

Gli inglesi, per cingere d’assedio Orléans, hanno costruito e restaurato undici fortezze intorno alla città: le Tourelles, Champ Saint-Privé, Augustins, Saint-Jean-le-Blanc, Saint-Laurent, Croix-Boissée, Saint-Loup, le tre dette “Londre”, “Rouen” e “Paris” (sulla riva settentrionale della Loira), ed infine di Charlemagne sull’isola omonima.

Ogni comunicazione con l’esterno via fiume è bloccata, mentre in mano francese è rimasta la fortezza dello Châtelet, così come l’isola fortificata detta “Belle-Croix”. Tutti i tentativi di infrangere la morsa che si stringe sempre più intorno a Orléans è fallito e molti capitani – negli ultimi mesi – hanno abbandonato la città, difesa dal Bastardo.

Giovanna con il suo esercito è arrivata il 29 aprile e – accolta dal cugino del re – è entrata trionfalmente a Orléans dalla porta di Bourgogne, tra le poche ancora libere, preceduta da un corteo di preti intonanti il Veni Creator. Non ha ancora fatto niente ma è già un’eroina: la sua fama la precede ovunque rendendola sempre più il cuore di tutte le speranze dei cuori francesi. Il Bastardo ha deciso di aspettare il vento favorevole per far entrare tramite il fiume le truppe – composte da 6500 uomini – e i viveri che Giovanna ha portato con sé per sfamare la popolazione allo stremo. La Pulzella ha contestato con asprezza la decisione del comandante, inaugurando una serie di battibecchi con le gerarchie militari che la accompagneranno per tutta la vita. Il giorno dopo è stata raggiunta a sorpresa da due dei suoi fratelli – Giovanni e Pietro – che si sono uniti all’esercito. Prima di passare all’attacco, però, la Vergine ha voluto fare un ultimo tentativo di risolvere la questione senza violenza: si è recata al bastione di Belle-Croix, l’unico punto dove si può essere a portata di voce con il nemico e ha gridato agli inglesi di arrendersi. La risposta non è stata tra le più delicate: “Tornatene a guardare le vacche, puttana degli armagnacchi! Se ti prendiamo ti bruciamo viva!”. C’è da dire che gli inglesi hanno tanti difetti, ma sono di parola. Non sono comunque gli unici a restare immuni dal fascino della Pulzella: l’arcivescovo di Reims, da sempre ostile ai progetti di Giovanna e scettico nei confronti delle sue rivelazioni, non intendeva procedere oltre Blois, dove si è accampata il resto dell’armata e il Bastardo è stato costretto a minacciare di arresto i capitani se non si fossero messi immediatamente in marcia e a supplicare l’arcivescovo di proseguire fino alla città assediata, dove è arrivato il 4 maggio. Nel frattempo, Giovanna, rimasta a Orléans, si è recata ad ispezionare le fortezze nemiche. Messo l’esercito al sicuro all’interno delle mura, dopo pranzo il Bastardo si è recato da Giovanna, annunciandole che il capitano John Fastolf si sta avvicinando con un grosso contingente armato. E’ la prima volta che un comandante dell’esercito l’ha finalmente coinvolta nei progetti militari e la ragazza ne è galvanizzata. “Bene – ha risposto – avvisatemi non appena sarà vicino, o vi farò tagliare la testa!”. “Agli ordini” ha replicato, divertito, il Bastardo.

Quella sera stessa, però, mentre dormiva Giovanna ha avuto un incubo, o forse un presentimento. Si è svegliata di colpo ed è scesa alla camera del suo paggio gridando: “Il sangue di Francia viene versato e voi non mi avvisate!”. Indossata in tutta fretta l’armatura è salita a cavallo, si è fatta passare lo stendardo da una finestra del castello e si è lanciata al galoppo. L’esercito francese aveva lanciato un attacco alla bastia di Sant-Loup senza che nessuno le avesse detto niente e il risultato è stata una disfatta: ma i soldati, già in ritirata, alla vista dell’eroina si sono ripresi d’animo e si sono volti nuovamente all’assalto: “Andiamo, miei prodi! – ha gridato la ragazza – Dio è con noi e vi condurrò alla vittoria!”. Ne è seguita una carneficina, ma alla fine la fortezza inglese è stata conquistata e data alle fiamme. E’ stato il suo primo trionfo, eppure – di fronte ai corpi dei soldati dei due fronti, guardando quelle teste mozzate, quei corpi dilaniati, le sue stesse mani coperte di sangue – Giovanna è scoppiata a piangere. E quando si è accorta che alcuni inglesi si sono travestiti da preti per cercare di fuggire, li ha presi sotto la sua protezione impedendo ai francesi di fare loro del male.

Il giorno dopo, 5 maggio, festa dell’Ascensione, Giovanna – che è già stanca di quella violenza – ha voluto fare un ultimo tentativo di chiudere la guerra senza versare altro sangue. Ha quindi scritto un messaggio in cui intima agli inglesi di abbandonare l’assedio “se non volete subire una disfatta di cui si serberà memoria per secoli”. Visto che, venendo meno anche al diritto di guerra, gli inglesi non hanno rispetto neppure per i messaggeri e ne hanno già catturano uno, il messaggio è stato avvolto su una freccia infuocata lanciata sul campo inglese e accompagnata dal grido: “Leggete! Sono notizie!”. Poco dopo dal fronte nemico è arrrivata la risposta: “Sono notizie della puttana degli Armagnac!”.

Anche tra i suoi non sono mancati i problemi: non tutti i comandanti sono disposti a prendere ordini da una ragazzina e durante il consiglio di guerra il Bastardo ha un bel lavoro diplomatico da fare per scongiurare – o far rientrare – le defezioni. Il 6 maggio l’esercito francese ha sconfitto le truppe asseragliate nella fortezza degli Augustins, contringendole a rifugiarsi nelle Tourelles e Giovanna si è guadagnata la sua prima ferita di guerra.

Il giorno dopo, finita la messa, si è armata e ha guidato l’esercito alla conquista dell’ultima fortezza inglese: è un’altra carneficina, una mischia infernale, con gli inglesi che – asseragliati – danno fondo a tutti macchinari di guerra a loro disposizione per liberarsi della presa francese: palle di cannone, olio bollente, cascate di frecce: Giovanna si unisce ai soldati che cercano di scalare le mura, ma mentre sta posizionando una scala di legno viene trafitta da una freccia. Caduta a terra esanime, viene trascinata via dai suoi uomini tra il giubilo degli inglesi e il terrore dei francesi che la credono morta.

Statua equestre di Giovanna d’Arco (Emmanuel Fremiet, 1874, Place des Pyramides,Parigi)

La ferita, tra il collo e la scapola, è profonda e dolorosa e viene medicata con lardo e olio d’oliva. A sera, il Bastardo d’Orléans sta per far suonare la ritirata: il sole tramonta e gli uomini sono spossati. Giovanna riesce a rialzarsi e con le forze rimaste lo raggiunge chiedendogli di aspettare: che i soldati si riposino, mangino e bevano. Ma che nessuno si allontani. Si ritira per qualche minuto in peghiera in una vigna, e quando torna vede il suo stendardo sventolare in prossimità delle Tourelles: a portarlo è un soldato cui il suo attendente Jean d’Aulon lo ha affidato a sua insaputa. Giovanna si lancia al galoppo fino al ponte e glielo strappa dalle mani: i soldati lo prendono per un segnale e si lanciano in un furioso assalto; nel frattempo gli abitanti di Orléans, dalla riva nord del ponte, hanno gettato una grondaia su un arco distrutto, e da lì fanno partire un altro attacco. Gli inglesi si danno alla fuga; alcuni, come il comandante della guarnigione William Glasdale, cadono nella Loira e annegano; anche le Tourelles sono prese e 200 uomini fatti prigionieri. La sera Giovanna, ferita, stanca e commossa, rientra nella città attraverso il ponte, accolta dal popolo “con un gran trasporto di gioia e commozione”.

L’indomani è il giorno della riscossa. Il giorno del riscatto, del coraggio, della libertà. Il giorno della speranza.

Gli inglesi hanno demolito i bastioni e liberato i prigionieri, disponendosi a dare battaglia in campo aperto e anche l’esercito francese è pronto per l’ultima battaglia. Giovanna ha un cavallo nero e un armatura bianca e sventola un vessillo con Dio padre che benedice il giglio di Francia, affiancato dagli arcangeli Michele e Gabriele. Il Bastardo di Orléans e gli altri capitani per lanciare l’assalto finale aspettano il segnale della comandante in capo, anzi in campo; non un generale ma una ragazzina: un’adolescente analfabeta, che non conosce il mestiere delle armi, non fa parte dell’esercito, non sa nulla di strategie militari ed è armata solo di una incrollabile fede in Dio e un altrettanto incrollabile amore per la patria.

Giovanna d’Arco ritratta nel registro del Parlamento parigino del 1429

“Chi mi ama mi segua!” grida Giovanna lanciandosi al galoppo. I due eserciti si fronteggiano per appena un’ora, poi gli inglesi si ritirano e i francesi partono all’insegumento. “Fermi! – grida Giovanna – lasciateli andare! Tornate indietro”. “Perché?” chiede il Bastardo. “Perché se ne stanno andando di loro spontanea volontà” risponde la ragazza. “E poi perché è domenica: è tempo di pregare, non di uccidere”. Su ordine della condottiera, dunque, le armate francesi tornano in città e qui assistono ad una messa celebrata all’aperto per una folla oceanica. I soldati di Giovanna possono ancora scorgere le armate nemiche, mentre ricevono la comunione in questa giornata di riscatto, di libertà e di lode a Dio. Una giornata che rovescerà davvero le sorti della guerra, impedendo agli anglo-borgognoni di occupare la parte meridionale del paese, ristabilendo le comunicazioni tra le due sponde della Loira e dando avvio all’avanzata dei francesi verso nord.

La chiamavano la Vergine di Lorena, i francesi, mentre per gli inglesi era la Puttana degli Armagnac. Ma da oggi e per sempre Giovanna d’Arco sarà per tutti la Pulzella di Orléans.

Arnaldo Casali

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L’immeritata fama di Lucrezia Borgia

Per alcuni storici dell’arte il Ritratto di Flora di Bartolomeo Veneto rappresenta Lucrezia Borgia

È la donna con la peggiore reputazione della storia.

Leggende, letteratura, malelingue contemporanee e teatro ottocentesco l’hanno dipinta come cortigiana mondana, incestuosa, assassina e avvelenatrice di mariti. In realtà Lucrezia Borgia non era niente di tutto ciò. Ragazza “di rara e documentata bellezza” (Pietro Bembo conservava un ricciolo dei capelli tra le sue carte), affascinante e astuta, perfetta castellana rinascimentale, abile politica e accorta diplomatica.

La sua colpa fu quella di appartenere alla famiglia più potente, corrotta, sanguinaria e spregiudicata del Rinascimento e di restare coinvolta – più spesso come vittima che come complice – nei mille intrighi del padre e del fratello.

Eppure le tracce che ha lasciato sono tanto memorabili che Ludovico Ariosto la cita nel suo capolavoro mentre a Portaria, in Umbria, le è stata dedicata addirittura un’apposita rievocazione che si svolge ogni anno.

Nata a Subiaco nel 1480 sotto il segno dell’Ariete, Lucrezia è l’unica figlia femmina del cardinale Rodrigo Borgia e di Vannozza Cattenei. I suoi fratelli sono Cesare, Juan e Jofré Borgia. Viene educata nel convento di San Sisto e affidata alle cure della cugina del padre Adriana Mila. Grazie anche a precettori privati fra cui Carlo Canale (marito di Vannozza) impara lo spagnolo, il francese, l’italiano e un po’ di latino e viene iniziata alla poesia, alla musica, alla danza, al disegno e al ricamo.

Nel 1492 Rodrigo viene eletto papa con il nome di Alessandro VI, senza cambiare minimamente le sue abitudini libertine.

Quando ha undici anni il padre inizia a pensare al matrimonio di Lucrezia; il primo pretendente è lo spagnolo Cherubino Juan de Centelles, ma non se ne fa niente; l’anno successivo Lucrezia viene fatta fidanzare – per procura – con il nobile don Gaspare da Procida. Meno di un anno dopo, però, il papa-papà cambia idea, scioglie il fidanzamento e – quando ha tredici anni – la dà in sposa a Giovanni Sforza con una cerimonia sfarzosa e lasciva: ci sono tutte le nobildonne romane, 12 cardinali, e – secondo i racconti – “il papa presenta cinquanta coppe d’argento piene di confetti, che in segno di grande letizia vengono versati nel seno di molte donne”.

Burcardo, maestro di cerimonie durante il pontificato di Alessandro VI, racconta un altro paio di episodi che alimenteranno il mito di donna perversa e licenziosa: “Il duca di Valentino aveva fatto venire in palazzo cinquanta cortigiane e tutta la notte stettero in voglia di balli e riso: dopo una cena veloce, le cortigiane erano entrate ed avevano iniziato a ballare con servitori e giovani di casa, ‘primo in vestibus suis deinde nude’; a notte fonda Cesare fece mettere in terra i candelabri accesi e le donne nude a carponi dovevano fare a gara per raccogliere le castagne lanciate loro, incitate dal Papa, Cesare e domina Lucretia sorore sua”.

Il secondo episodio narrato dal cerimoniere avviene l’11 novembre 1501, quando da una finestra, Alessandro VI e Lucrezia assistono “cum magno risu et delectatione” ad una selvaggia scena di monta fra quattro stalloni e due giumente.

Il papa-papà pretende di vigilare personalmente alla prima notte di nozze tra la figlia e lo Sforza per verificare che il matrimonio non venga consumato. L’accordo prevede che si aspettino infatti cinque mesi.

I due sposi vivono in un primo tempo a Roma, poi Lucrezia si trasferisce a Pesaro, seguita dall’amante del papa Giulia e dalla suocera.

Presunto ritratto di Lucrezia Borgia nella Disputa di Santa Caterina del Pinturicchio

Quattordicenne, Lucrezia viene raffigurata dal Pinturicchio come santa Caterina d’Alessandria nella Disputa della santa con i filosofi, sotto lo sguardo vigile di suo fratello Juan vestito all’orientale in groppa a un cavallo.

Quando i Borgia, bisognosi di nuove alleanze, non hanno più bisogno degli Sforza, prima tentano di uccidere Giovanni, poi lo accusano di impotenza. Per contro, Giovanni – sostenuto dallo zio Ludovico il moro – accusa Lucrezia di essere l’amante del padre e del fratello. Si rifiuta, però, di acconsentire alla richiesta di avere con lei un rapporto sessuale di fronte a testimoni. Infine – costretto dalla famiglia – accetta l’annullamento del matrimonio in cambio della dote della ragazza, dichiarata illibata (senza in realtà alcun esame).

Intanto Lucrezia è così illibata da essere rimasta incinta del messaggero di Alessandro, Pedro Calderon, e si rifugia in un convento per partorire in segreto. Tra le tante relazioni sessuali attribuite alla Borgia, questa è l’unica certa e documentata.

Il bambino nasce deforme e viene affidato al fratello Cesare di cui viene dichiarato – con la bolla Illegittime genus che lo chiama “Infante romano” – figlio naturale. Con una bolla successiva, il papa smentisce però la prima e lo dichiara figlio suo. Ben due documenti ufficiali, quindi, attesterebbero rapporti incestuosi di Lucrezia con il padre e il fratello, confermando così – paradossalmente – le accuse di Giovanni Sforza che alimenteranno la leggenda nera della duchessa.

Il 15 giugno 1497 il duca di Gandia, Juan, fratello di Lucrezia, viene ripescato cadavere nel Tevere; subito i sospetti si addensano su Cesare che ha sempre ambito al posto di capitano delle truppe pontificie occupato da Juan. Alcuni invece affermano che Cesare abbia ucciso Juan, perché quest’ultimo era l’amante di Lucrezia e padre dell’infante romano. Ancora una volta, confermando la relazione incestuosa tra i due fratelli. Che, comunque – con o senza sesso – senza dubbio sono legatissimi.

Il 21 luglio 1498 Lucrezia si sposa in seconde nozze con Alfonso D’Aragona, del quale finisce addirittura per innamorarsi. Nel frattempo, però Cesare viene rifiutato da Carlotta d’Aragona e sposa Carlotta d’Albert di Navarra; re Luigi lo nomina duca di Valentinois in cambio del suo aiuto a riconquistare il regno di Napoli. Alfonso, allarmato, si rifugia dai suoi parenti abbandonando Lucrezia, che aspetta un bambino.

Nel 1499 il papa-papà nomina Lucrezia governatrice di Spoleto e Foligno. “Vi prescriviamo, per evitare di incorrere nel nostro dispiacere – scrive il papa ai governanti delle città – di obbedire alla duchessa Lucrezia come alla nostra propria persona e di eseguire i suoi ordini con ardore e con zelo”.

Incinta di 6 mesi, Lucrezia l’8 agosto 1499 parte accompagnata dal fratello Joffré. “Sulla strada per Spoleto, bruciante sotto il sole d’agosto – scrive Giovanni Marredes, grande amico di Cesare Borgia che sorveglia la donna – lentamente cavalcava Lucrezia, nel mezzo di un fulgido corteo. La fulva bellezza della sua ridonante chioma faceva ombra al brillìo dei suoi occhi semichiusi”. “La figlia del papa – commenta Pompeo De Angelis – aveva 19 anni e sapeva di essere una bambola di pezza nelle mani del padre”. Il 14 agosto 1499 il corteo fa sosta a Terni – rivale di Spoleto – e Lucrezia è ospitata a Palazzo Mazzancolli, poi si dirige verso la meta facendo il giro largo dei Monti Martani, anziché passare per la Somma, perché la strada breve è infestata dai briganti.

A Portaria i cortigiani indossano gli abiti a cerimonia e in gran gala Lucrezia entra nella rocca di Spoleto, dove viene raggiunta dal marito Alfonso, emette decreti e legifera seguendo le direttive paterne, riuscendo a mantenere la pace con Terni. Mette al mondo anche il suo secondo figlio, che viene chiamato Rodrigo come il nonno. A Spoleto Lucrezia resterà fino al 1502. “La sua reggenza, così breve – scrive De Angelis – non può rappresentare la scrittura di un trattato di buon governo, ma poteva essere un avviso di prudenza per i politicanti della Chiesa”.

Da Spoleto Lucrezia si accorge che le radici delle difficoltà per il padre affondano a Terni, roccaforte della famiglia Colonna, principale avversaria dei Borgia. La città viene così dichiarata ribelle e scomunicata. “Era accaduto che nel pieno del Giubileo del 1500 una grossa armata aveva assalito Cesi dandosi al saccheggio”. Contro i mercenari il papa manda Bartolomeo D’Alviano che li ricaccia dentro le mura. I ternani chiedono perdono al papa e lo ottengono accogliendo Cesare Borgia diretto a Imola.

Lucrezia Borgia ritratta dal Pinturicchio

Intanto la coppia è tornata a Roma, ma deve fronteggiare i ripetuti attentati orditi da Cesare – geloso della sorella – alla vita di Alfonso. Il 15 luglio 1500 l’uomo viene ferito gravemente, ma assistito dai migliori medici del Papa, nonostante le gravi ferite, riesce a guarire. Lucrezia e Sancha, sorella di Alfonso, non si allontanano mai dal capezzale del convalescente. Chiedono una scorta armata a guardia della stanza di Alfonso, lo fanno curare solo da medici arrivati da Napoli e preparano esse stesse il cibo per timore di un avvelenamento. Ma Cesare sibila: “Ciò che non stato compiuto a pranzo, può benissimo essere fatto a cena”. Il 18 agosto Michelotto da Corella, sicario di Cesare, riesce a fare allontanare le due donne e a uccidere finalmente Alfonso.

“La sera stessa – scrive Burcardo – verso la prima ora della notte, il cadavere del duca di Bisceglie fu trasportato nella basilica di San Pietro e deposto nella cappella di Nostra Signora delle Febbri”.

La versione ufficiale parla di una brutta caduta dell’infermo. Ma di fronte alle accuse, Cesare ammette l’omicidio e si giustifica dicendo che il cognato aveva tentato di ucciderlo con un colpo di balestra.

Furiosa con il padre e il fratello, Lucrezia viene colta da un’altissima febbre con delirio e rifiuta persino di mangiare. “Prima, era in grazia del papa madonna Lucrezia sua figlia la quale è savia e liberale, ma adesso il papa non l’ama tanto” scrive l’ambasciatore veneziano Paolo Capello. Alessandro decide che è meglio far cambiare aria alla giovane vedova: prima la nomina governatrice di Nepi, poi combina un matrimonio con Alfonso d’Este. Lucrezia aveva appena rifiutato quello con il duca di Gravina e al papa che gli chiedeva il perché, Lucrezia – come riferisce il cronista veneziano Sanudo – aveva risposto a gran voce e alla presenza di altre persone: “Perché i miei mariti sono malcapitati”.

È invece lei stessa a partecipare alle trattative con estensi, desiderosa di allontanarsi da Roma e di smarcarsi da una famiglia davvero troppo ingombrante. Per dimostrare le sue doti, Alessandro le affida – nel 1501 – lo stesso governo del Vaticano, in sua assenza.

Ritratto a olio di Dosso Dossi realizzato tra il 1515 e il 1520, raffigurante Lucrezia Borgia conservato alla National Gallery of Victoria di Melbourne

Nel 1502 Lucrezia – che ha appena 21 anni – si dirige a Ferrara, sua nuova destinazione, dove viene accolta da maldicenze e diffidenza. La cognata Isabella è la più scandalizzata e ostile ma anche lo stesso Alfonso è tutt’altro che entusiasta di questo matrimonio impostogli per interesse dal padre Ercole.

Ciò nonostante, Lucrezia viene ricevuta a Ferrara con una grande festa e riuscirà a farsi apprezzare dalla cittadinanza e dalla corte, a cominciare da Pietro Bembo e Ludovico Ariosto. Con Bembo, in particolare, intesse un rapporto molto intenso fatto di stima e fascino reciproci, incontri e lettere in rima fino ad assumere i contorni di amore appassionato. Bembo è anche l’unico a starle vicino quando muore Alessandro VI e nessuno – eccetto lei – in tutta la corte veste il lutto.

L’incontro con Ariosto avviene invece il giorno stesso delle sue nozze. Il poeta le offre un epitalamio nuziale in latino di ispirazione catulliana nel quale, alternativamente, i romani manifestano il loro cordoglio per la partenza della fascinosa donna e i ferraresi esultano e la acclamano come loro signora.

Secondo il gossip dell’epoca, la prima notte di nozze il matrimonio viene consumato per tre volte. Di certo Lucrezia darà al marito sette figli (tre dei quali moriranno subito il parto) ma sarà ripetutamente tradita. Ne otterrà tuttavia la fiducia: in sua assenza, a lei Alfonso affida infatti la reggenza del ducato.

Quando diventa papa Giulio II della Rovere, acerrimo nemico dei Borgia, Lucrezia scende attivamente sullo scacchiere geopolitico appoggiando il fratello Cesare nelle sue guerre contro il Vaticano, osteggiata pubblicamente (e appoggiata privatamente) dal suocero Ercole. Alla sua morte, nel 1503, diventa duchessa di Ferrara e amministra attivamente il potere, intervenendo anche nelle faide famigliari, come quella che vede contrapposti i cognati Giulio e Ippolito.

La famiglia Borgia in un dipinto di Dante Gabriel Rossetti (1863)

Nel 1507 muore Cesare Borgia e Lucrezia, ricevuta la notizia, mostra “prudenza grande” limitandosi a dire: “Quanto più cerco di conformarme con Dio, tanto più me visita de affanni”. In seguito, in onore del fratello fa scrivere un canto funebre, in cui il Valentino viene presentato come l’eroe inviato dalla Divina Provvidenza per unificare la penisola italiana. Nel frattempo ha intessuto una relazione di profonda amicizia – e secondo molti, passione amorosa – con Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, che finirà per diventare alleato del papa e nemico degli estensi, rifiutandosi però di muovere loro guerra. I duchi saranno persino scomunicati, ma alla morte di Giulio II il vento torna a soffiare nella direzione favorevole: viene infatti eletto papa Leone X, di cui è segretario particolare proprio Pietro Bembo e la pace torna tra Ferrara e il Vaticano.

Negli ultimi anni di vita Lucrezia vivrà una profonda crisi religiosa e si farà terziaria francescana. “Se per un certo periodo era vissuta da peccatrice – commenta Indro Montanelli – sicuramente morì da santa”.

Si spegne a Ferrara per setticemia, dopo l’ennesimo parto, il 24 giugno 1519, a 39 anni. Le sue ultime parole sono: “Sono di Dio per sempre”.

Di lei scrive Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso: “Lucrezia Borgia, di cui d’ora in ora la beltà, la virtù, la fama onesta e la fortuna crescerà, non meno che giovin pianta in morbido terreno” .

Arnaldo Casali

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Gemma, la moglie di Dante

Anche Luca Signorelli ritrasse Dante, in un particolare delle “Storie degli ultimi giorni” (1499-1502), affrescato nella cappella di San Brizio del duomo di Orvieto

“Io era tra coloro che son sospesi, e donna mi chiamò, beata e bella, tal che di comandar io le richiesi. Lucevan li occhi suoi più che la stella”.

Dante Alighieri è nel suo studio, intento a correggere il manoscritto della Commedia. “Questo m’è venuto proprio bene – commenta – Lucevan li occhi suoi più che la stella”. “Sempre a parlare di donne, eh. Ma nessuna, nessuna delle tue poesie parla di me!” sbotta Gemma, entrata nella stanza. “Ma che c’entra? Tu sei mia moglie!” “E allora? Sembra sconveniente, per i poeti, scrivere della moglie. Chissà perché invece è del tutto naturale scrivere di un’altra donna. Peraltro moglie anche lei. Di un altro, però…”.

Non è improbabile come potrebbe apparire, questa immaginaria scenata di gelosia ai danni del Sommo Poeta da parte della legittima consorte: l’unica donna di cui Dante Alighieri non parla mai nei suoi scritti, che hanno reso immortali figure femminili come Francesca, Pia, Costanza, Cunizza da Romano, Matelda e persino Piccarda Donati, cugina della stessa Gemma e strappata al monastero per un matrimonio imposto dai parenti.

Gemma Donati era nata a Firenze il 3 marzo 1265, figlia del nobile ser Manetto, ed era coetanea di Dante e un anno più vecchia di Bice Portinari, la donna che le ruberà il posto nella Storia. E certo la povera donna non doveva essere troppo contenta del fatto che tutta Firenze parlasse dell’amore immortale di suo marito per Beatrice. D’altra parte, di fronte a qualsiasi obiezione il capo famiglia le avrebbe risposto che “le donne non capiscono queste cose. L’amore di cui scrivo è una cosa diversa. Tu sei mia moglie, sei la madre dei miei figli”.

E la moglie non può mai essere la donna che si ama. Basti pensare alle storie di Francia: qualche volta succede che si arriva a sposare la donna che si ama, però poi la storia finisce subito. L’amata può diventare la moglie, ma la moglie non può diventare l’amata. Che cosa sarebbe successo, se Tristano avesse sposato Isotta o se Romeo e Giulietta fossero vissuti felici e contenti?

Certo Dante non avrebbe mai potuto – e probabilmente nemmeno voluto – sposare Beatrice. E anche solo a pensare una cosa del genere, gli sarebbe sembrato di sminuire quell’amore così nobile. Quanto a Gemma, il 9 gennaio 1277 – quando avevano appena undici anni – era stata promessa a Dante con un atto firmato presso il notaio ser Oberto Baldovini e una dote di 200 fiorini. I Donati – a cui apparteneva il barone Corso, capo della fazione dei Neri, e Forese, amico di Dante – erano una delle famiglie più influenti di Firenze e storica rivale degli Alighieri. Le nozze erano quindi strategiche per entrambe le casate. Una decina di anni dopo viene celebrato il matrimonio. La datazione è tutt’altro che sicura: alcuni lo collocano tra il 1283 e il 1285, altri tra il 1290 e il 1295. Dall’unione nascono comunque quattro figli: Iacopo, Pietro, Antonia e Giovanni.

Gabriel Rossetti, “Il sogno di Dante alla morte di Beatrice” (1856)

Secondo una teoria piuttosto improbabile di Giovanni Boccaccio, i genitori decidono di far prendere moglie a Dante per consolarlo della morte di Beatrice. “Era quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, quando, sì come piacque a Colui che tutto puote, essa, lasciando di questo mondo l’angosce, n’andò a quella gloria che li suoi meriti l’avevano apparecchiata” scrive nel Trattatello in laude di Dante. “Della qual partenza Dante in tanto dolore, in tanta afflizione, in tante lagrime rimase, che molti de’ suoi più congiunti e parenti ed amici niuna fine a quelle credettero altra che solamente la morte”. “Gli giorni erano alle notte iguali e agli giorni le notti – continua Boccaccio – delle quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantità di lagrime; e parevano li suoi occhi due abbondantissime fontane d’acqua surgente, intanto che i più si maravigliarono donde tanto umore egli avesse che al suo pianto bastasse”.

Dante sembra rispondere al più classico stereotipo dell’uomo distrutto: spento, trasandato, con la barba lunga, passa le giornate fissando il vuoto. Quando sembra aver finalmente superato il lutto, racconta l’autore del Decameron, i genitori decidono che è venuto il momento di farlo sposare: “Rincominciarono a sollecitare lo sconsolato; il quale, come che infino a quella ora avesse a tutte ostinatamente tenute le orecchie chiuse, alquanto le cominciò non solamente ad aprire, ma ad ascoltare volentieri ciò che intorno al suo conforto gli fosse detto. La qual cosa veggendo i suoi parenti, acciò che del tutto non solamente de’ dolori il traessero ma il recassero in allegrezza, ragionarono insieme di volergli dar moglie; acciò che, come la perduta donna gli era stata di tristizia cagione, così di letizia gli fosse la nuovamente acquistata. E, trovata una giovane, quale alla sua condizione era decevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E dopo lunga tencione, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento seguì l’effetto: e fu sposato”.

Le conseguenze del matrimonio, però, sono disastrose. D’altra parte, dice Boccaccio, “qual medico s’ingegnerà di cacciare l’aguta febbre col fuoco, o il freddo delle medolla dell’ossa col ghiaccio o con la neve?”.

Secondo il primo dantista il matrimonio per il poeta si rivela una gabbia. Dante non sopporta di dover rendere conto delle sue azioni e dei suoi sentimenti a qualcuno: “Egli, usato liberamente di ridere, di piagnere, di cantare o di sospirare, secondo che le passioni dolci o amare il pungevano, ora o non osa, o gli conviene non che delle maggiori cose, ma d’ogni picciol sospiro rendere alla donna ragione, mostrando che ’l mosse, donde venne e dove andò; la letizia cagione dell’altrui amore, la tristizia esser del suo odio estimando. Oh fatica inestimabile, avere con così sospettoso animale a vivere, a conversare, e ultimamente a invecchiare o a morire!”.

Insomma Gemma è una donna invadente e indiscreta. In una parola insopportabile, di certo non remissiva e sottomessa e l’insofferenza di Dante è tanta da portare ad una vera e propria separazione dei coniugi: “Egli, una volta da lei partitosi, che per consolazione de’ suoi affanni gli era stata data, mai né dove ella fosse volle venire, né sofferse che là dove egli fosse ella venisse giammai; con tutto che di più figliuoli egli insieme con lei fosse parente”.

“Sei poeti toscani” di Giorgio Vasari (1554). Da destra: Cavalcanti, Dante, Boccaccio, Petrarca, Cino da Pistoia e Guittone d’Arezzo. Minneapolis Institute of Art

Che le nozze combinate per strategia politica non si fossero rivelate particolarmente esaltanti è probabile. Ma è pur vero che Boccaccio, per sua stessa ammissione, nutre un certo pregiudizio nei confronti del matrimonio, che – a suo avviso – non è roba per intellettuali. “Lascino i filosofanti lo sposarsi a’ ricchi stolti, a’ signori e a’ lavoratori – commenta infatti subito dopo – e essi con la filosofia si dilettino, molto migliore sposa che alcuna altra”.

D’altra parte è difficile che Boccaccio abbia inventato tutto di sana pianta, visto che per scrivere la biografia aveva effettuato delle vere e proprie interviste a persone che avevano conosciuto personalmente Dante, a cominciare dalla figlia Antonia, monaca a Ravenna; che peraltro, assumendo il nome di suor Beatrice aveva a sua volta dimostrato più venerazione per la musa del padre che per la sua stessa madre. Se dunque la versione dello scrittore certaldese – pur molto discussa – fosse attendibile, non dovrebbe stupirci vedere Gemma impegnata a chiedere conto al marito del suo amore per Beatrice.

“Se l’avessi amata davvero magari anche nel modo in cui Paolo amava Francesca, l’avresti almeno pensato, di sposarla! Fra te e lei non c’è mai stato altro che un saluto vero? Un saluto suo, peraltro… non si capisce nemmeno se tu rispondevi. Oppure questo è quello che scrivi, e nella realtà le cose sono andate diversamente?”. “Io non le ho mai sfiorato l’orlo della veste se è questo che vuoi sapere – replica lui, insofferente – nemmeno con il pensiero! E lei è morta da anni, ormai”. “Lei è morta, lo so – dice Gemma – ma più passa il tempo e più è viva… e se fosse una donna vivente, anche amata da te, non mi darebbe da pensare. I morti sono più forti dei vivi, contro di loro non si può combattere”. “Lei per me – ribatte Dante – era… un annuncio. Una via d’accesso a un’altra realtà, diversa da questa nostra terrena. Era un’elevazione. Amandola senza chiedere nulla e senza volere nulla, io mi innalzavo al di là di me stesso. Al di là di questo mondo di vane parvenze. Lei era un’intenzione di Dio fatta visibile. Lei era la più pura immagine vivente di Dio. Tu vivi accanto a me. Lei non ti ha tolto nulla, come tu non potevi togliere nulla a lei. Io ho sposato te”. “Insomma, io la carne e lei lo spirito”. “Ecco, sì, qualcosa del genere”.

È pur vero che se della moglie non scrive, con la sua famiglia Dante rimarrà sempre in ottimi rapporti; segno che a prescindere da quanto fosse forte l’intesa tra i due coniugi, una rottura vera non ci fu mai. Opinione abbastanza diffusa è comunque che Gemma – a differenza dei figli – non abbia seguito il marito nell’esilio. Sarebbe dunque questa la separazione a cui allude Boccaccio. L’unica certezza è che alla morte di Dante – avvenuta a Ravenna nel 1321 – Gemma era ancora viva, e nel 1329 reclamò presso le autorità fiorentine la parte della sua dote dai beni confiscati al marito. Trasferitasi dal borgo di San Martino del Vescovo in quello di San Benedetto, Gemma morì tra gli ultimi mesi del 1342 e i primi del 1343: in un atto del 9 gennaio del 1343, infatti, Iacopo Alighieri si dichiara erede della madre.

Particolare del monumento a Dante in Piazza Santa Croce a Firenze (1865)

“Senti un’altra cosa – fa la donna prima di lasciare il marito alle sue pergamene – c’è Nella, la moglie di mio cugino Forese, che è molto offesa con te, lo sapevi sì? In quei sonetti orribili, pieni di oscenità che tu e Forese vi scrivete, devi avere detto qualcosa anche di lei… che Forese a letto non vale niente, che sua moglie ha freddo. Non ho capito nemmeno tutto, di quella roba, ma Nella ha tolto il saluto anche a me”. “Mai dai, si fa per scherzare – risponde il Sommo Poeta ridendo – Voi donne non le capite queste cose. Tu comunque quelle poesie non le dovresti nemmeno leggere. Mi stupisco di te: non sono cose da donne oneste”. “Com’è che gli uomini onesti possono scrivere cose che le donne oneste non possono leggere?”. “Uomini e donne sono fatti da Dio in modo diverso, per diversi destini” conclude il capo famiglia con spocchia e insofferenza, ritornando a lavorare al suo libro. Un libro in cui Beatrice arriverà addirittura a guidarlo in Paradiso, e da cui la moglie resterà completamente esclusa.

Eppure, nel finale del canto quinto del Purgatorio, potrebbe essere nascosto un affettuoso omaggio del poeta a Gemma. Facendo parlare Pia dei Tolomei del suo matrimonio, infatti inerisce – pur se “nascosto” – il nome della moglie. “Ricorditi di me, che son la Pia: Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma”.

Arnaldo Casali

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