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Category Archives: Dante Alighieri

La nascita di Dante

“Il poeta più conosciuto è il più grande degli sconosciuti”. Il paradosso di Indro Montanelli appare calzante ancora oggi.

Il volto di Dante Alighieri nel monumento in Piazza Santa Croce a Firenze (Enrico Pazzi, 1865)

Della vita privata di Dante sappiamo ancora poco. A partire dal cognome. I codici registrano ben 19 varianti: Alegheri, Alegeri, Aleghieri, Alleghieri, Allaghieri, Allighieri, Allageri, Allagheri, Allegheri, Allegeri, Alageri, Alagheri, Alaghieri, Aldigherri, Aldighieri, Adeghieri, Aligeri, Aligheri e Alighieri.

Qual è quella giusta? Per comodità e consuetudine, si è adottata la forma “Alighieri” caldeggiata dal Boccaccio. Anche se Jacopo, il figlio del poeta, in vita si firmò Alagherii o de Alagheriis.

L’AERE TOSCO I’ fui nato e cresciuto/ sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa… Così Dante si presenta nel XXIII canto dell’Inferno (v. 94-95). E nella Commedia (Paradiso, XXII, 112-117) ricorda che venne alla luce quando il sole si trovava nella costellazione dei Gemelli:

in quant’io vidi ‘l segnoche segue il Tauro e fui dentro da esso.O gloriose stelle, o lume pregnodi gran virtù, dal quale io riconoscotutto, qual che si sia, il mio ingegno,con voi nasceva e s’ascondeva voscoquelli ch’è padre d’ogne mortal vita,quand’io senti’ di prima l’aere tosco

Beatrice in un’opera di Marie Spartali Stillman (1895)

Che anno era? Una attenta rilettura dei passi danteschi relativa alla nascita di quella Commedia che poi sarà chiamata Divina, ci porta a credere che fosse il 1265. L’immaginario viaggio nell’oltretomba è ambientato nel 1300, l’anno del primo Giubileo, voluto da papa Bonifacio VIII. Se Dante era allora “nel mezzo del cammin di nostra vita”, avrebbe quindi dovuto avere 35 anni, considerando che la vita media ideale era di circa 70 anni.

Gli altri indizi a favore del 1265 ce li fornisce il poeta stesso quando parla di Beatrice. Finalmente la rivede, nel Purgatorio (canto XXXII). E placa la sua decenne sete di lei. L’amata era morta dieci anni prima, nel 1290, a circa 24 anni. Dalla Vita Nuova, sappiamo che Beatrice sarebbe nata nel 1266 e che aveva dieci mesi meno di Dante.

Nel 1265 la costellazione dei Gemelli, il bel nido di Leda (Paradiso, XXVII, 98) splendeva fra il 14 maggio e il 15 giugno. Dante nacque in maggio. Pietro Giardini, un notaio ravennate che fu vicino al poeta negli ultimi anni della sua vita, lo raccontò a Boccaccio: davanti a lui, sul letto di morte, Dante che aveva “trapassato il cinquantesimosesto” contò gli anni e i giorni della sua vita proprio a partire da un mese di maggio.

“NEL MIO BEL SAN GIOVANNI” La casa degli Alighieri era nel sestiere fiorentino di San Pier Maggiore, in una piazza dietro la chiesa di S. Martino del Vescovo, di fronte alla Torre della Castagna. Vicino alla chiesa della Badia e al Palazzo del Podestà, a metà strada tra il Duomo e l’attuale e famosa piazza della Signoria.

Nel sestiere abitavano famiglie influenti come i Cerchi o i Donati o i Portinari, casato d’origine di Beatrice. Aristocratici e popolani vivevano gomito a gomito. I clan rivali rafforzavano di continuo le loro case fortificate e munite di torri. Guelfi contro Ghibellini. Guelfi Neri (i Donati) di antica nobiltà contro Guelfi Bianchi (i Cerchi) partiti dal niente e diventati ricchissimi.

Il Battistero di San Giovanni a Firenze, consacrato nel 1059

Dante fu battezzato il 26 marzo 1266 “nel mio bel San Giovanni” (Inferno, XIX, 17): il Battistero, il tempio cittadino per antonomasia, il luogo sacro della Firenze medievale, dove il Comune conservava i trofei di guerra e custodiva il carroccio. A quel tempo, non c’erano ancora né Santa Maria Novella né Santa Maria del Fiore. Il campanile di Giotto non era ancora stato costruito. Nemmeno la cupola di Brunelleschi e nessuno dei grandi palazzi che poi edificarono i Medici.

Il Battistero era il più grande e importante edificio della città. Quel 26 marzo, come ogni anno, si rinnovava l’antica tradizione di battezzare insieme tutti i bambini nati nel corso dell’ultimo anno. Una cerimonia alla quale partecipava l’intera città. Era passato appena un mese dalla battaglia di Benevento che vide la sconfitta e la morte di Manfredi, figlio naturale di Federico II, erede degli Hohenstaufen e ultimo sovrano del regno di Sicilia. Con la fine del partito ghibellino, anche a Firenze i Guelfi sognavano di ripristinare un governo popolare. E si preparavano a rientrare in città anche alcuni esuli della famiglia degli Alighieri, espulsi poco tempo prima.

IL DESTINO NEL NOME Lo chiamarono Durante. Come il nonno, il padre di sua madre Bella, il giudice fiorentino Durante degli Abati. Ma lui, per tutta la vita, volle essere chiamato Dante. Fu chiamato Dante. E Dante si firmò, in tutti i documenti, sia pubblici che privati.

Del resto, di Durante non c’è traccia in nessun documento che riguardi Dante in vita: né nei verbali che riguardano le sue testimonianze né nelle sentenze che lo condannarono al doloroso esilio da Firenze.

Durante compare una sola volta, il 9 gennaio 1343, ventidue anni dopo la morte del poeta, in un atto sottoscritto dal figlio Jacopo Alighieri, primo commentatore della Commedia. È ripetuto addirittura due volte, forse per dare maggiore forza e regolarità al certificato amministrativo: “Cum Durante, ol. vocatus Dante, cd. Alagherii de Florentia, fuerit condempnatus et exbanitus per d. Cantem de Gabriellibus de Egubio“. “Quando Durante, già chiamato Dante, del fu Alighiero di Firenze, fu condannato e bandito dal signor Cante Gabrielli da Gubbio”.

Tradizione voleva ai nuovi nati venisse imposto il nome del casato paterno. È singolare che nel caso di Dante fosse invece stato scelto il nome del padre della madre Gabriella, detta Bella. Lo storico Filippo Villani ci spiega che locutionis florentine, alla maniera fiorentina, il poeta fu chiamato con syncopato nomine.

Un diminutivo. Ma per Dante, non fu certo una diminutio: il poeta portava il suo nome con orgoglio. Come scrisse nelle Rime (94, XCIII) nel capoverso di una risposta :

Io Dante a tte, che mm’hai cosi chiamato

oppure nella sua Commedia:

Dante, perché Virgilio se ne vada,non pianger anco, non piangere ancora

(Purgatorio, XXX, 55-56).

Nei capoversi dei sonetti inviati dai poeti e dagli amici il rimando è continuo: Dante Alleghier, Cecco, tu’ servo amico (Cecco Angiolieri), Dante, i’ non odo in quale albergo soni (Cino da Pistoia) o anche Dante, un sospiro messagger del core (Guido Cavalcanti).

Nel Medioevo c’era la convinzione diffusa che il nome celasse anche il destino di chi lo portava. Dante, che per tutta la vita sentì di essere un predestinato, sarebbe senz’altro stato d’accordo con la interpretazione che del suo nome fece Boccaccio nell’Accessus delle Esposizioni (38-41): Dante è colui che dà, che dona, che attraverso le sue opere ha lasciato sapienza e bellezza, virtute e canoscenza.

IL MITICO CACCIAGUIDA Il capostipite degli Alighieri era Cacciaguida, vissuto nel XII secolo. Dante farà partire proprio da lui la storia nota della sua famiglia. Nacque tra il 1091 o 1101 e morì intorno al 1148. Secondo Dante, ansioso di nobilitare le sue origini familiari, fu ordinato cavaliere da un non meglio identificato imperador Currado. Il trisavolo, personaggio centrale della Divina Commedia, cadde in battaglia in Terrasanta durante la seconda crociata.

Giovanni di Paolo, Dante e Cacciaguida, miniatura, anni ’40 del XV secolo

Nel poema di Dante è tra i combattenti, nel cielo di Marte. Racconta la storia della sua famiglia. Parla di una Firenze ormai scomparsa

dentro da la cerchia antica, ond’ ella toglie ancora e terza e nona,si stava in pace, sobria e pudica.

(Paradiso. XV, 97-99).

Ricorda che

ne l’antico vostro Batisteo insieme fui cristiano e Cacciaguida

(Paradiso XV,134-135).

E aggiunge:

Moronto fu mio frate ed Eliseo;mia donna venne a me di val di Pado,e quindi il sopranome tuo si feo.

(Paradiso XV, 136-138).

Da quella moglie, una ragazza della Val Padana arrivò il nome della famiglia. Gli Alighieri non erano ricchi. E nemmeno con grandi ascendenze nobiliari. Il poeta lo ricorda con orgoglio, per bocca dell’avo, nel canto successivo:

O poca nostra nobiltà di sangue,se gloriar di te la gente faiqua giù dove l’affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sarà mai:ché là dove appetito non si torce,dico nel cielo, io me ne gloriai.

(Paradiso, XVI 1-6).

La nobiltà, del resto, è però un mantello che si accorcia presto, poiché il tempo di giorno in giorno lo taglia:

Ben se’ tu manto che tosto raccorce:sì che, se non s’appon di dì in die,lo tempo va dintorno con le force.

(Paradiso XVI, 7-9).

La Firenze di Cacciaguida era ben lontana dalla città duecentesca, quella de La gente nova e i sùbiti guadagni(Inferno XVI, 73). Il trisavolo rivendica con orgoglio le sue origini:

Li antichi miei e io nacqui nel locodove si truova pria l’ultimo sestoda quei che corre il vostro annual gioco.

Basti d’i miei maggiori udirne questo:chi ei si fosser e onde venner quivi,più è tacer che ragionare onesto.

(Paradiso XVI, 34-45)

LA DINASTIA DI BELLINCIONE Da Cacciaguida nacquero Preitenitto e Aldighiero, che i fiorentini chiamarono anche Aldaghiero e poi Alighiero.Il bisnonno di Dante ebbe a sua volta due figli: Bello e Bellincione.

Dal primo nacque un altro ramo della famiglia, quello Del Bello, esponenti del partito guelfo, espulsi da Firenze dopo la battaglia di Montaperti del 4 settembre 1260, combattuta tra i Guelfi di Firenze e i Ghibellini senesi affiancati dai cavalieri inviati da Manfredi di Svevia e dagli esuli ghibellini capeggiati da Farinata degli Uberti: Lo strazio e ’l grande scempio/ che fece l’Arbia colorata in rosso (Inferno X, 85-86).

Il museo Casa di Dante (Via Santa Margherita 1, Firenze)

Bello, primogenito di Alighiero, fu insignito del titolo di cavaliere. Uno dei suoi figli, Geri, ch’io vidi lui a piè del ponticello/ mostrarti, e minacciar forte col dito, e udi’ ‘l nominar Geri del Bello (Inferno XXIX, 25-27), è il primo membro della propria famiglia che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno. Era il cugino del padre del poeta. Dante lo sistema nell’Inferno, fra i seminatori di discordia. Accusato di rissa e percosse in un processo a Prato, fu assassinato da Brodaio dei Sacchetti.

L’altro figlio di Alighiero, il nonno di Dante, si chiamava Bellincione. Di professione faceva il cambiatore: un piccolo prestatore di denaro, in stretti rapporti d’affari con la nobiltà fiorentina. Conosciuto e stimato a Firenze ma non autorevole quanto Bello, il fratello maggiore.Bellincione per due volte e per sette anni complessivi, conobbe la via dell’esilio. Lo ricorda con sarcasmo a Dante nel decimo canto dell’Inferno l’orgoglioso ghibellino di Firenze Farinata degli Uberti, confinato tra gli eretici, nel sesto cerchio dell’orrenda cavità:

mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversia me e a miei primi e a mia parte,sì che per due fiate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;ma i vostri non appreser ben quell’arte».

(Inferno, X, 42-51).

L’INNOMINATO ALIGHIERO Bellincione era ancora vivo nel 1269, quando fu redatto l’estimo dei danni ricevuti dai Guelfi durante la supremazia ghibellina. Ebbe sei figli maschi. Di quattro conosciamo il nome: Brunetto, Gherardo, Bello e il primogenito Alighiero, chiamato come il nonno e padre del grande poeta.

Dante Alighieri, Sandro Botticelli, 1495, Ginevra, collezione privata

Dante che pure parlò di tutti, non citò mai il padre in nessuna delle sue opere, come fece del resto con la moglie Gemma.

Una labile traccia di Alighiero appare in un documento del 1257 dal quale risulta che prestò 20 lire e 8 soldi a una certa Bencisia, moglie di un tal Ristori de Montemurlo. E poco altro.

Come suo padre Bellincione, Alighiero visse di operazioni finanziarie, prestiti, compravendita di case e terreni e forse anche di usura. Tanto che il verseggiatore Forese Donati, nella Tenzone poetica che scambiò con Dante (sei sonetti ingiuriosi, tre per parte) ne parlò quasi come un malfattore:

Ben so che fosti figliuol d’Allaghieri,e acorgomene pur a la vendettache facesti di lu’ sì bella e nettade l’aguglin ched e’ cambiò l’altr’ieri.

I due poeti si rispondevano “per le rime”, a volte in modo crudele, con insulti e pesanti allusioni alla loro vita privata e ai loro familiari più stretti.

Anche Dante dileggiava Forese: lo accusava di ghiottoneria e di trascurare la moglie Nella. E anche di essere un ladro come molti membri della sua famiglia. Ma l’intento, feroce e gioioso allo stesso tempo, era solo letterario.

Forese era amico di Dante. Divenne anche suo parente acquisito dopo il matrimonio del poeta con Gemma Donati. Era il fratello minore di Corso Donati, feroce capo dei Guelfi Neri e di Piccarda Donati, La mia sorella, che tra bella e buona / non so qual fosse più (Purgatorio XXIV, 10 ), giovanissima monaca delle clarisse, costretta da Corso ad abbandonare il convento per sposare Rossellino della Tosa, facinoroso rappresentante del partito dei Guelfi Neri: fuor mi rapiron de la dolce chiostra: / Iddio si sa qual poi mia vita fusi (Paradiso III, 107-108).

IL RICORDO DI BELLA Quando Dante venne al mondo, Alighiero era già anziano. Era nato intorno al 1220 e forse morì poco dopo il 1275. Sposò Bella, figlia del giudice Durante degli Abati, che risiedeva nello stesso sestiere di San Pier Maggiore. Una famiglia potente. Ma soprattutto ricca. Segno anche del prestigio sociale all’epoca raggiunto all’epoca da Bellincione che voleva un buon partito per il suo primogenito.

Gli Abati, al contrario degli Alighieri, erano seguaci del partito ghibellino. Ma i matrimoni tra famiglie nemiche, soprattutto quelle di non primissimo piano, erano frequenti e servivano anche a stemperare i conflitti permanenti di partito che animavano la vita cittadina. Alighiero non era di sicuro un uomo colto ma seppe assicurare una certa tranquillità economica alla sua famiglia.

Bella morì giovane, per cause sconosciute tra il 1270 e il 1273. Lasciò Dante e un’altra figlia, della quale non conosciamo il nome, che andò in moglie a Leone Poggi, banditore del Comune di Firenze. Una sorella di sangue alla quale Dante fu di certo legato da un amore profondo: è lei la donna giovane e gentile… di propinquissima sanguinitade congiunta a cui allude nella Vita Nuova, (XXIII, 11-12).

Nelle rappresentazioni letterarie non erano ammessi i ricordi dell’intimità familiare. Dante non fa eccezione alla regola: di sua madre scrive solo una volta, in modo commosso, quando fa dire a Virgilio: benedetta colei che ‘n te s’incinse! (Inferno. VIII 45). Una citazione del Vangelo di Luca (11,27) forse più diretta alla sua gloria futura di poeta che al ricordo della mamma. Ma indizio, comunque, del peso di una assenza che segnò la sua vita.

LAPA E LA NUOVA FAMIGLIA Alighiero, vedovo e con due bambini in casa, si risposò presto con Lapa, erede di Chiarissimo Cialuffi, un mercante di certo agiato ma non di una famiglia importante, dalla quale ebbe altri due figli: Francesco, e Tana (Gaetana) detta Trotta, che andò in sposa a Lapo Riccomanni, un piccolo banchiere fiorentino. Della sorellastra Dante ricorderà le cure amorevoli che ricevette durante una malattia giovanile. Francesco fu vicino al fratello per tutta la vita: lo soccorse a più riprese, coprendo i suoi debiti, fino a rimanere creditore di 1098 fiorini che Dante mai gli rimborsò. Condusse una vita ritirata e modesta. Sposò Piera Caleffi, di famiglia ghibellina e andò a vivere in campagna in una casetta a San Pietro a Ripoli. Non s’immischiò nella politica se non per aiutare il suo geniale fratello.

Dante, Luca Signorelli 1499-1502, particolare delle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

Alighiero lasciò orfani i suoi quattro figli tra il 1275 e il 1281: una data incerta come tante altre notizie sulla vita del giovane Dante. I figli ebbero in eredità due poderi, a Camerata e a San Miniato a Pagnolle e due piccoli terreni nel popolo di Sant’Ambrogio.

Non certo grandi ricchezze. Ma Dante riuscì a studiare forse anche grazie a qualche lascito del nonno Bellincione. Come era d’uso all’epoca, per i primi studi fu affidato a un doctor puerorum che si chiamava Romano e che aveva una scuola nel “popolo di San Martino” vicino alle case degli Alighieri.

Il piccolo Dante iniziò ad apprendere la scrittura volgare per poi passare allo studio del latino, la lingua della scienza della quale parla nel Convivio (1, 13, 5): questo mio volgare fu introduttore di me nella via di scienza, che è ultima perfezione [nostra], in quanto con esso io entrai nello latino e con esso mi fu mostrato: lo quale latino poi mi fu via a più inanzi andare.

Due avvenimenti in questi primi anni giovanili daranno una svolta alla sua vita: l’incontro con Beatrice avvenuto nel maggio del 1274 e narrato nella Vita Nova quando il poeta aveva 9 anni. E tre anni dopo, il 9 febbraio 1277, il precoce contratto di matrimonio, stipulato secondo l’uso del tempo, con Gemma di Manetto Donati, appartenente a un ramo minore della potente famiglia fiorentina di Corso e Forese Donati.

Il matrimonio fu perfezionato solo in seguito, nel 1285. Ma già due anni prima delle nozze, a nove anni dal primo fatale incontro, Dante dirà al mondo e a se stesso che la gloriosa donna della sua mente (Vita Nova, 11,1) è Bice, la figlia del ricco e nobile cittadino Folco Portinari. Beatrice nel 1287 andò in sposa a Simone de’ Bardi ma nella vita del poeta rimase baldanza d’Amore a segnoreggiare (Vita Nova, 11,9).

“IL BELLO OVILE” In questa Firenze, dinamica e rissosa, pronta al balzo economico degli anni successivi, animata dai perenni cantieri e segnata dalle lotte di partito, Dante visse i primi 36 anni della sua vita.

Poi verranno i giorni delle accuse infamanti e della spietata sentenza emessa il 10 marzo 1302 dal podestà Cante Gabrielli: “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”.

Nella povertà di una lunga e dolorosa lontananza dalla patria, Dante sentirà come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale (Paradiso, 58-60).

Lontano da Firenze nascerà la Divina Commedia, una prodigiosa opera letteraria, la prima scritta in una lingua europea moderna, sintesi straordinaria della realtà storica e della cultura medievale.

Cosciente di sé e del suo valore, quasi alla fine del suo Paradiso, Dante sognerà l’impossibile: mitigare con la gloria del suo capolavoro i cuori “crudeli” dei fiorentini. E rivedere il luogo più simbolico della città della sua infanzia: quel “bel San Giovanni ”, il Battistero dedicato al patrono:

bello ovile ov’io dormi’ agnello,nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro velloritornerò poeta, e in sul fontedel mio battesmo prenderò ‘l cappello;

(Paradiso, XXV, 5-12).

Federico Fioravanti

Bibliografia essenziale: Dante Commedia, I Meridiani, Mondadori. Dante Vita Nuova, Rime (a cura di Donato Pirovano e Marco Grimaldi), Salerno editrice. Giovanni Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, Garzanti, 2007. Enciclopedia Dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Marco Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita, Mondadori, 2012. Guglielmo Gorni, Dante. Storia di un visionario, Laterza 2008 Enrico Malato, Dante, Salerno editrice, 2017. Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Laterza, 2001. Indro Montanelli, Dante e il suo secolo, Rizzoli, 1974. Cesare Marchi, Dante, Rcs, 2005.

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Dante e l’Islam

I controversi rapporti tra Dante e la cultura islamica vengono esplorati a fondo nel libro di Massimo Campanini Dante e l’Islam. L’empireo delle luci (Studium, 2019). Il libro colma un vuoto lasciato nella memoria dell’Occidente. E indaga il retaggio del pensiero islamico in Dante, di cui offre anche una innovativa ipotesi biografico- intellettuale con particolare enfasi sul contesto politico. Ne emerge che i mondi, arabo ed euro-occidentale, non erano chiusi e reciprocamente ostili, ma continuamente interagenti al di là dello “scontro di civiltà”.

Il libro di Massimo Campanini ritorna su un tema tra i più intriganti della critica dantesca: i rapporti del sommo poeta con la cultura islamica. Si tratta di questione controversa: se, a vari livelli, non è possibile negare che Dante abbia almeno subito le suggestioni dell’Islam, d’altro canto molti specialisti, desiderosi di non contaminarne la grandezza con influssi esogeni, cercano in ogni modo di minimizzarli.

Si tratta di questioni che intersecano l’italianistica, l’islamologia e anche la filosofia medievale e che, in un’epoca sempre più aperta alle contaminazioni disciplinari, meriterebbero di sollecitare l’inter-disciplinarietà. Se pochi italianisti sono sufficientemente addentro alle questioni islamologiche, altrettanto pochi islamologi sono familiari con le sottigliezze filologiche dell’italianistica.

Per risalire a un’autorevole firma del passato, Francesco Gabrieli negava recisamente ogni influsso della poesia araba sul trobar provenzale. Arrivando a tempi più recenti, Alberto Casadei lamentava sulla “Lettura” del Corriere della Sera del 25 novembre 2018 come studi eruditi, ma basati, a suo avviso, su fragili riscontri testuali, ipotizzassero rapporti di Dante con testi “alieni” poco noti (per esempio quelli di Averroè) o con sistemi filosofici diversi dai consueti (il neoplatonismo invece del tomismo) grazie a interpretazioni azzardate: dimenticando però che il filone Dante-Islam ha una venerabile tradizione, da Bruno Nardi a Maria Corti fino ad arrivare, ancora nel 2015, a Jan Ziolkowski, Brenda Deen Schildgen, e altri.

Il più antico ritratto conosciuto di Dante Alighieri, databile tra il 1336 e il 1337, nel Palazzo dei Giudici a Firenze

Studiosi come Diego Quaglioni si sono spinti a sancire apoditticamente che la felicità come fine del consorzio umano è sviluppo “assolutamente originale”di Dante sulla base di Aristotele, mentre è un luogo comune dei filosofi musulmani come al-Farabi (vissuto nel X secolo), che Dante li abbia conosciuti o meno.

Un caso probante della problematicità dei rapporti tra il nostro poeta-filosofo e l’Islam rimane la vexata quaestio se egli si sia ispirato, nel concepire la Commedia, al Libro della scala di Maometto: anche se non esistono elementi probanti a dimostrarlo, tuttavia le somiglianze tra il “poema sacro” e l’aldilà musulmano tracciato nel Libro della scala sono tante e tali che è difficile escluderlo con altrettanta nettezza. Dante stesso, del resto, offre motivo di dubitare: se, infatti, soprattutto nella Commedia , egli è piuttosto aspro e polemico contro l’Islam; d’altra parte, sempre nella Commedia ma ancor di più nel Convivio, teorizza una cosmologia in cui le tracce di arabismo sono evidentissime: dalla struttura fisica dei cieli al ruolo degli intelletti che muovono le sfere per appetito d’amore (e intellettivo).

Il libro di Campanini si occupa dunque di collocare meglio Dante in un orizzonte culturale in cui l’Arabismus diventava sempre più incisivo. La corte di Federico II di Svevia, la cui inclinazione filo-araba è innegabile, fu una fucina di questa contaminazione tra i saperi dell’Oriente islamico e quelli della tradizione cristiano-latina. E Federico ha rappresentato una figura chiave per l’ideale dell’Impero nel Medioevo – un motivo centrale del pensiero politico di Dante. Alla corte di Federico II nacque la prima scuola poetica “italiana” di cui lo Stil Novo è stato una importante propaggine. L’averroismo di Dante, l’averroismo e Dante rappresentano un altro punctum dolens. Vi sono ancora studiosi di prestigio, quali Luca Bianchi, che insistono a ridurre l’averroismo a una disputa di scuola, per così dire, senza un autentico spessore filosofico. Averroisti sarebbero semplicemente quei magistri che leggevano e commentavano Aristotele attraverso il pensatore arabo, senza condividerne teorie peculiari. Campanini, al contrario, cerca di evidenziare un averroismo di Dante che ne qualifica precipuamente il pensiero.

Averroè raffigurato nel Trionfo di San Tommaso di Andrea di Bonaiuto, nel Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella a Firenze

L’arabismo in generale emerge evidente, secondo Campanini, non solo, come si è già detto, nella cosmologia, ma anche nella discussione teologica: l’immagine di Dio come “luce etterna che sola in te sidi, sola ti intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi” (Paradiso XXXIII, 123-125) riprende infatti in chiave trinitaria quella distinzione tra intelligenza, intelletto e intelligibilità che si reperisce sia in al-Farabi sia in Averroè. Insomma, Dante si trovava al crocevia di molteplici influssi e correnti. Il libro di Campanini studia inoltre in un lungo e articolato capitolo la biografia di Dante offrendo una ricostruzione che ambisce a suggerire una nuova ipotesi.

L’evoluzione bio-bibliografica di Dante lo trasformerebbe da poeta in qualche modo “laico” a poeta mistico in cui però i retaggi della filosofia – e soprattutto della filosofia di impronta greco-araba attraverso al-Farabi e i commentari aristotelici di Averroè – continuano a operare in profondità. Metodologicamente l’autore rivendica il suo essere filosofo e non filologo, il che lo porta, forse, a audacie interpretative che la buona filologia non oserebbe. Ma, d’altro canto, la filologia senza la filosofia, cioè l’accademismo testuale senza la verve della speculazione, non è in grado di restituire gli autori del passato al tempo presente, e farne dei pensatori e poeti “vivi”, non imbalsamati nelle biblioteche.

Un manoscritto del XV secolo che mostra il viaggio di Mohammed da Mecca alla Moschea della Roccia di Gerusalemme e quindi al Cielo

Campanini accoglie spesso le tesi di Marco Santagata mentre si mostra più cauto con quelle di Giorgio Inglese, di cui comunque appezza il rigore dell’indagine.

La politica in ultimo viene a saldare tutti i fili: come infatti la metafisica di al-Farabi e Averroè è finalizzata alla costruzione della città virtuosa, così la Commedia di Dante si prefiggerebbe, nella analisi di Campanini, anche il fine etico-politico di riformare la società del tempo, l’Italia e l’Europa. Dante, viator cristiano, concepiva se stesso come il profeta della palingenesi del mondo “medievale”.

Massimo Campanini è laureato in Filosofia e diplomato in lingua araba. Ha insegnato nelle università di Urbino, Milano, Orientale di Napoli e infine Trento. Attualmente è Accademico dell’Ambrosiana di  Milano and visiting professor allo IUSS Pavia e al S. Raffaele di Milano. Fin dagli inizi della sua carriera accademica si è occupato di studi coranici, di pensiero filosofico e politico medievale e moderno, e di storia contemporanea dei paesi arabi. Ha tradotto dall’arabo all’italiano opere di al-Ghazali, al-Farabi e Averroè. Tra le sue monografie The Qur’an, Modern Muslim Interpretations (Routledge 2011),  Philosophical Perspectives on Modern Qur’anic Exegesis (Equinox 2016), Al-Ghazali and the divine (Routledge 2018).

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Dante Alighieri, una vita in esilio

Dante. Una vita in esilio di Chiara Mercuri

“I giorni, i mesi, gli anni immediatamente seguenti all’esilio sono un tempo in cui Dante cerca di rappresentarsi la sua cacciata da Firenze come una faccenda esclusivamente politica. Cosa che nei fatti è, ma che il suo inconscio continua invece a percepire come una sconfitta personale. La sua del resto è stata anche una scommessa privata.

La scommessa di ascendere ai più alti gradi del governo della città, pur provenendo da una famiglia modesta e dissestata. La scommessa che Firenze potesse divenire, oltre che un modello di progresso economico, anche un modello di progresso politico. La scommessa di realizzare – dopo le riforme di Giano – una società più giusta, dove per valore potesse essere concesso a un uomo come Dante ciò che a Corso Donati era elargito per nascita. E nella nuova Firenze tutto questo era stato anche possibile, lo abbiamo visto: che un nobile decaduto come Dante divenisse priore, che un magnate come Giano si radunasse col popolo, che un popolano come Dino Compagni assurgesse alle più alte cariche del Comune. La scommessa di questo gruppo di persone nuove, che avevano tutte superato gli sbarramenti delle loro rispettive ascendenze sociali, era stata, dunque, in un primo momento vinta.

Ma subito dopo, irrimediabilmente, persa. Tutti e tre, in luogo di essere onorati per la loro militanza in favore della città, furono allontanati come criminali comuni: furono strappate loro le case, requisite le terre, interdetti i pubblici uffici, tenuti a lungo o per sempre in esilio. Spesso commettiamo l’errore di pensare all’esilio come ad una pena non così dura, come ad un semplice allontanamento dalla propria città. Ma l’esilio non è una migrazione, che certamente si porta dietro il dolore dello sradicamento, ma che non esclude comunque la possibilità di un rientro, magari momentaneo. L’esilio non è solo una mannaia che recide ogni tuo legame identitario, affettivo, sociale e politico, l’esilio è un mar Rosso che ti si richiude alle spalle, senza aprirti alcuna Terra Promessa; che ti lascia lì, in mezzo al guado, impossibilitato ad andare avanti, ma impedito pure nel tornare indietro.

Mandare qualcuno in esilio nell’Italia del Trecento significava fargli terra bruciata intorno, significava distruggergli il nido, buttargli giù la casa, pietra a pietra, sasso a sasso, trave a trave. Significava rendergli pure impossibile di costruirsene uno nuovo, in un’altra città, in un’altra terra, almeno nelle vicinanze di Firenze. Un esule non aveva grandi possibilità di restare a lungo in una delle città limitrofe, senza rischiare la vita; le pressioni di Firenze sulle altre città toscane erano micidiali e l’ordine di rendere impossibile e malfida la vita ai fuoriusciti era tassativo. Se per giunta il governo che ti aveva cacciato era particolarmente violento e senza scrupoli, intimava pure di eseguire la tua sentenza di morte fuori città, dovunque ti trovassi: in ogni momento un sicario stipendiato poteva prenderti la vita, mentre, a sera, ignaro rincasavi”.

Chiara Mercuri, Dante. Una vita in esilio    Laterza editore

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Dante, irascibile e sublime

Dettaglio della statua dedicata a Dante in Piazza Santa Croce a Firenze, opera dello scultore Enrico Pazzi (1865)

Se c’è una cosa che Dante Alighieri proprio non tollerava, era di essere citato a sproposito. Il Sommo Poeta non sopportava proprio di sentire i popolani cantare le sue rime, magari dimenticando e storpiando le parole, né tantomeno ascoltarle declamate dai cafoni in assai poco dignitosi contesti bucolici. Ed era pronto anche a menare le mani, per difendere la purezza della sua poesia.

Nato a Firenze nel 1265 in una famiglia borghese di origini aristocratiche, il piccolo Dante con la puzza sotto il naso ci era nato e cresciuto. Il padre – Alighiero di Bellincione – faceva il cambiavalute ed era di simpatie guelfe. Ma non era da lui che il figlio avrebbe ereditato le ambizioni politiche. Alighiero ne aveva così poche da riuscire a salvarsi dall’esilio dopo la battaglia di Montaperti. Dante, invece, nella mischia ci si butterà ancora giovanissimo e ci resterà tutta la vita.

“Se non volete darmi affetto datemi almeno un po’ di potere” recita la battuta di un film di Nanni Moretti. E chissà che non siano state proprio le carenze affettive, a spingere l’Alighieri verso un’affermazione pubblica: la mamma – Bella degli Abati, di famiglia ghibellina – era morta quando il figlioletto aveva appena cinque anni e il padre si era risposato con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Che aveva probabilmente svolto, più o meno, il classico ruolo da matrigna delle fiabe. Dopo aver studiato grammatica, retorica e dialettica, Dante era diventato allievo del politico ed erudito Brunetto Latini, celebre autore del Tresor, di cui proprio il devoto allievo svelerà pubblicamente (almeno ai posteri) le tendenze omosessuali, gettandolo – affettuosamente – nell’inferno. Successivamente si era dedicato agli studi di filosofia presso la scuola domenicana di Santa Maria Novella e quella francescana di Santa Croce.

A diciotto anni aveva conosciuto Bice Portinari, figlia del fondatore dell’ospedale di Firenze, che pure aveva già visto una volta quando aveva nove anni. Due anni dopo aveva sposato Gemma Donati, a cui era stato promesso sin da quando era appena dodicenne.

Morta probabilmente di parto – a 24 anni – Beatrice diventerà la più celebre musa della storia della letteratura. Ma già prima della sua prematura scomparsa, il giovane poeta ha iniziato a scrivere e cantare rime con gli amici della sua ristretta e spocchiosissima cerchia di letterati.

A Firenze, al numero 1 di Via Santa Margherita, c’è il Museo Casa di Dante. La csa degli Alighieri è stata ricostruita agli inizi del secolo scorso

Dopo un soggiorno a Bologna – una sorta di Erasmus ante litteram – il poeta si è gettato a capofitto nel dibattito che oppone il “dolce stil novo” di Guido Cavalcanti alla scuola siculo-toscana di Guittone d’Arezzo.

All’inizio degli anni ’90 Dante Alighieri è un giovane e brillante poeta già molto conosciuto a Firenze. Ma la fama di letterato non basta ad appagare le sue ambizioni: si dà anche alla politica, iniziando una carriera militare che lo porta a combattere nelle guerre contro Arezzo e Pisa, nel 1294 fa parte della delegazione che scorta Carlo Martello D’Angiò (figlio di Carlo II) a Firenze, poi è ambasciatore per conto del Comune e nel 1300 diventa addirittura uno dei sette priori della città opponendosi alle ingerenze di papa Bonifacio VIII.

La Divina Commedia che lo trasformerà nel padre della letteratura italiana e in uno dei più importanti scrittori al mondo, è ancora di là da venire, ma Dante di Alighiero è già uno dei cittadini più conosciuti di Firenze e le sue rime sono molto apprezzate non solo dagli intellettuali ma anche dal popolo. Forse anche troppo apprezzate, tanto che qualcuno le ha persino messe in musica, facendone canzonette da canticchiare allegramente mentre si lavora. E questa è una cosa che Dante Alighieri proprio non sopporta. Il suo volgare non è per il volgo ed è decisamente meglio non farsi sorprendere dall’autore a canticchiare i suoi versi. Perché sono guai.

Racconta Franco Sacchetti – scrittore vissuto a Firenze tra il 1332 e il 1400 – nel suo Trecento novelle che un giorno Dante, uscito di casa dopo pranzo “passando per porta San Pietro, battendo ferro uno fabbro su la ‘ncudine, cantava il Dante come si canta uno cantare, e tramestava i versi suoi, smozzicando e appiccicando, che parea a Dante ricevere di quello grandissima ingiuria”.

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio; sì che fortuna od altro tempo rio non ci potesse dare impedimento, anzi, vivendo sempre in un talento, di stare insieme crescesse ’l disio”.

Dante ritratto da Salvador Dalì

Come si permette quel cafone di canticchiare i suoi versi storpiandoli a piacimento, mentre batte il ferro caldo sull’incudine? Senza dire una parola, il poeta entra nella bottega, prende le tenaglie, il martello, le bilance e tutti gli arnesi e le butta in mezzo alla strada. Alle proteste del fabbro – privato dei ferri del mestiere e guastato nella sua arte – il poeta replica: “Tu canti il libro e non lo dì com’io lo feci; io non ‘ho altr’arte e tu me la guasti”. Il fabbro rimane basito. Non sa cosa rispondere: raccoglie mestamente le sue cose, e pensa bene di cambiare repertorio. “E se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancellotto e lasciò stare il Dante”.

Un’altra volta il poeta-priore se ne sta andando in giro per Firenze armato fino ai denti: “E portando la gorgiera e la bracciaiola, come allora si facea per usanza” racconta Sacchetti. A un tratto si imbatte in un asinaio che trasporta la spazzatura “il quale asinaio andava drieto agli asini cantando il libro di Dante, e quando aveva cantato un pezzo, toccava l’asino e diceva: “Arri”.

Dante gli si fionda come una furia, si toglie il pesante bracciale e lo usa come arma dando una grande sbatacchiata sulle spalle dell’uomo. Quello si gira spaventato e il sommo poeta urla: “Cotesto ‘arri’ non vi miss’io”. L’asinaro non è remissivo come il fabbro e si ribella: sfotte il poeta tirando fuori la lingua fin quanto ne può e condisce la smorfia con abbondanti gesti osceni a cui il poeta risponde – con ben più stile (anche se poco dolce e men che meno nuovo) – con battute sprezzanti.

Un caratterino non facile, il Sommo Poeta. Quando nel 1301 partirà alla volta di Roma come ambasciatore, i suoi concittadini non lo faranno più tornare, decretandone l’esilio e costringendolo a vagabondare in giro per l’Italia fino alla morte, che avverrà nel 1321 a Ravenna, dove ancora oggi riposano i resti del padre della letteratura italiana. Così sublime e così arrogante e irascibile.

Arnaldo Casali

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Gemma, la moglie di Dante

Anche Luca Signorelli ritrasse Dante, in un particolare delle “Storie degli ultimi giorni” (1499-1502), affrescato nella cappella di San Brizio del duomo di Orvieto

“Io era tra coloro che son sospesi, e donna mi chiamò, beata e bella, tal che di comandar io le richiesi. Lucevan li occhi suoi più che la stella”.

Dante Alighieri è nel suo studio, intento a correggere il manoscritto della Commedia. “Questo m’è venuto proprio bene – commenta – Lucevan li occhi suoi più che la stella”. “Sempre a parlare di donne, eh. Ma nessuna, nessuna delle tue poesie parla di me!” sbotta Gemma, entrata nella stanza. “Ma che c’entra? Tu sei mia moglie!” “E allora? Sembra sconveniente, per i poeti, scrivere della moglie. Chissà perché invece è del tutto naturale scrivere di un’altra donna. Peraltro moglie anche lei. Di un altro, però…”.

Non è improbabile come potrebbe apparire, questa immaginaria scenata di gelosia ai danni del Sommo Poeta da parte della legittima consorte: l’unica donna di cui Dante Alighieri non parla mai nei suoi scritti, che hanno reso immortali figure femminili come Francesca, Pia, Costanza, Cunizza da Romano, Matelda e persino Piccarda Donati, cugina della stessa Gemma e strappata al monastero per un matrimonio imposto dai parenti.

Gemma Donati era nata a Firenze il 3 marzo 1265, figlia del nobile ser Manetto, ed era coetanea di Dante e un anno più vecchia di Bice Portinari, la donna che le ruberà il posto nella Storia. E certo la povera donna non doveva essere troppo contenta del fatto che tutta Firenze parlasse dell’amore immortale di suo marito per Beatrice. D’altra parte, di fronte a qualsiasi obiezione il capo famiglia le avrebbe risposto che “le donne non capiscono queste cose. L’amore di cui scrivo è una cosa diversa. Tu sei mia moglie, sei la madre dei miei figli”.

E la moglie non può mai essere la donna che si ama. Basti pensare alle storie di Francia: qualche volta succede che si arriva a sposare la donna che si ama, però poi la storia finisce subito. L’amata può diventare la moglie, ma la moglie non può diventare l’amata. Che cosa sarebbe successo, se Tristano avesse sposato Isotta o se Romeo e Giulietta fossero vissuti felici e contenti?

Certo Dante non avrebbe mai potuto – e probabilmente nemmeno voluto – sposare Beatrice. E anche solo a pensare una cosa del genere, gli sarebbe sembrato di sminuire quell’amore così nobile. Quanto a Gemma, il 9 gennaio 1277 – quando avevano appena undici anni – era stata promessa a Dante con un atto firmato presso il notaio ser Oberto Baldovini e una dote di 200 fiorini. I Donati – a cui apparteneva il barone Corso, capo della fazione dei Neri, e Forese, amico di Dante – erano una delle famiglie più influenti di Firenze e storica rivale degli Alighieri. Le nozze erano quindi strategiche per entrambe le casate. Una decina di anni dopo viene celebrato il matrimonio. La datazione è tutt’altro che sicura: alcuni lo collocano tra il 1283 e il 1285, altri tra il 1290 e il 1295. Dall’unione nascono comunque quattro figli: Iacopo, Pietro, Antonia e Giovanni.

Gabriel Rossetti, “Il sogno di Dante alla morte di Beatrice” (1856)

Secondo una teoria piuttosto improbabile di Giovanni Boccaccio, i genitori decidono di far prendere moglie a Dante per consolarlo della morte di Beatrice. “Era quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, quando, sì come piacque a Colui che tutto puote, essa, lasciando di questo mondo l’angosce, n’andò a quella gloria che li suoi meriti l’avevano apparecchiata” scrive nel Trattatello in laude di Dante. “Della qual partenza Dante in tanto dolore, in tanta afflizione, in tante lagrime rimase, che molti de’ suoi più congiunti e parenti ed amici niuna fine a quelle credettero altra che solamente la morte”. “Gli giorni erano alle notte iguali e agli giorni le notti – continua Boccaccio – delle quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantità di lagrime; e parevano li suoi occhi due abbondantissime fontane d’acqua surgente, intanto che i più si maravigliarono donde tanto umore egli avesse che al suo pianto bastasse”.

Dante sembra rispondere al più classico stereotipo dell’uomo distrutto: spento, trasandato, con la barba lunga, passa le giornate fissando il vuoto. Quando sembra aver finalmente superato il lutto, racconta l’autore del Decameron, i genitori decidono che è venuto il momento di farlo sposare: “Rincominciarono a sollecitare lo sconsolato; il quale, come che infino a quella ora avesse a tutte ostinatamente tenute le orecchie chiuse, alquanto le cominciò non solamente ad aprire, ma ad ascoltare volentieri ciò che intorno al suo conforto gli fosse detto. La qual cosa veggendo i suoi parenti, acciò che del tutto non solamente de’ dolori il traessero ma il recassero in allegrezza, ragionarono insieme di volergli dar moglie; acciò che, come la perduta donna gli era stata di tristizia cagione, così di letizia gli fosse la nuovamente acquistata. E, trovata una giovane, quale alla sua condizione era decevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E dopo lunga tencione, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento seguì l’effetto: e fu sposato”.

Le conseguenze del matrimonio, però, sono disastrose. D’altra parte, dice Boccaccio, “qual medico s’ingegnerà di cacciare l’aguta febbre col fuoco, o il freddo delle medolla dell’ossa col ghiaccio o con la neve?”.

Secondo il primo dantista il matrimonio per il poeta si rivela una gabbia. Dante non sopporta di dover rendere conto delle sue azioni e dei suoi sentimenti a qualcuno: “Egli, usato liberamente di ridere, di piagnere, di cantare o di sospirare, secondo che le passioni dolci o amare il pungevano, ora o non osa, o gli conviene non che delle maggiori cose, ma d’ogni picciol sospiro rendere alla donna ragione, mostrando che ’l mosse, donde venne e dove andò; la letizia cagione dell’altrui amore, la tristizia esser del suo odio estimando. Oh fatica inestimabile, avere con così sospettoso animale a vivere, a conversare, e ultimamente a invecchiare o a morire!”.

Insomma Gemma è una donna invadente e indiscreta. In una parola insopportabile, di certo non remissiva e sottomessa e l’insofferenza di Dante è tanta da portare ad una vera e propria separazione dei coniugi: “Egli, una volta da lei partitosi, che per consolazione de’ suoi affanni gli era stata data, mai né dove ella fosse volle venire, né sofferse che là dove egli fosse ella venisse giammai; con tutto che di più figliuoli egli insieme con lei fosse parente”.

“Sei poeti toscani” di Giorgio Vasari (1554). Da destra: Cavalcanti, Dante, Boccaccio, Petrarca, Cino da Pistoia e Guittone d’Arezzo. Minneapolis Institute of Art

Che le nozze combinate per strategia politica non si fossero rivelate particolarmente esaltanti è probabile. Ma è pur vero che Boccaccio, per sua stessa ammissione, nutre un certo pregiudizio nei confronti del matrimonio, che – a suo avviso – non è roba per intellettuali. “Lascino i filosofanti lo sposarsi a’ ricchi stolti, a’ signori e a’ lavoratori – commenta infatti subito dopo – e essi con la filosofia si dilettino, molto migliore sposa che alcuna altra”.

D’altra parte è difficile che Boccaccio abbia inventato tutto di sana pianta, visto che per scrivere la biografia aveva effettuato delle vere e proprie interviste a persone che avevano conosciuto personalmente Dante, a cominciare dalla figlia Antonia, monaca a Ravenna; che peraltro, assumendo il nome di suor Beatrice aveva a sua volta dimostrato più venerazione per la musa del padre che per la sua stessa madre. Se dunque la versione dello scrittore certaldese – pur molto discussa – fosse attendibile, non dovrebbe stupirci vedere Gemma impegnata a chiedere conto al marito del suo amore per Beatrice.

“Se l’avessi amata davvero magari anche nel modo in cui Paolo amava Francesca, l’avresti almeno pensato, di sposarla! Fra te e lei non c’è mai stato altro che un saluto vero? Un saluto suo, peraltro… non si capisce nemmeno se tu rispondevi. Oppure questo è quello che scrivi, e nella realtà le cose sono andate diversamente?”. “Io non le ho mai sfiorato l’orlo della veste se è questo che vuoi sapere – replica lui, insofferente – nemmeno con il pensiero! E lei è morta da anni, ormai”. “Lei è morta, lo so – dice Gemma – ma più passa il tempo e più è viva… e se fosse una donna vivente, anche amata da te, non mi darebbe da pensare. I morti sono più forti dei vivi, contro di loro non si può combattere”. “Lei per me – ribatte Dante – era… un annuncio. Una via d’accesso a un’altra realtà, diversa da questa nostra terrena. Era un’elevazione. Amandola senza chiedere nulla e senza volere nulla, io mi innalzavo al di là di me stesso. Al di là di questo mondo di vane parvenze. Lei era un’intenzione di Dio fatta visibile. Lei era la più pura immagine vivente di Dio. Tu vivi accanto a me. Lei non ti ha tolto nulla, come tu non potevi togliere nulla a lei. Io ho sposato te”. “Insomma, io la carne e lei lo spirito”. “Ecco, sì, qualcosa del genere”.

È pur vero che se della moglie non scrive, con la sua famiglia Dante rimarrà sempre in ottimi rapporti; segno che a prescindere da quanto fosse forte l’intesa tra i due coniugi, una rottura vera non ci fu mai. Opinione abbastanza diffusa è comunque che Gemma – a differenza dei figli – non abbia seguito il marito nell’esilio. Sarebbe dunque questa la separazione a cui allude Boccaccio. L’unica certezza è che alla morte di Dante – avvenuta a Ravenna nel 1321 – Gemma era ancora viva, e nel 1329 reclamò presso le autorità fiorentine la parte della sua dote dai beni confiscati al marito. Trasferitasi dal borgo di San Martino del Vescovo in quello di San Benedetto, Gemma morì tra gli ultimi mesi del 1342 e i primi del 1343: in un atto del 9 gennaio del 1343, infatti, Iacopo Alighieri si dichiara erede della madre.

Particolare del monumento a Dante in Piazza Santa Croce a Firenze (1865)

“Senti un’altra cosa – fa la donna prima di lasciare il marito alle sue pergamene – c’è Nella, la moglie di mio cugino Forese, che è molto offesa con te, lo sapevi sì? In quei sonetti orribili, pieni di oscenità che tu e Forese vi scrivete, devi avere detto qualcosa anche di lei… che Forese a letto non vale niente, che sua moglie ha freddo. Non ho capito nemmeno tutto, di quella roba, ma Nella ha tolto il saluto anche a me”. “Mai dai, si fa per scherzare – risponde il Sommo Poeta ridendo – Voi donne non le capite queste cose. Tu comunque quelle poesie non le dovresti nemmeno leggere. Mi stupisco di te: non sono cose da donne oneste”. “Com’è che gli uomini onesti possono scrivere cose che le donne oneste non possono leggere?”. “Uomini e donne sono fatti da Dio in modo diverso, per diversi destini” conclude il capo famiglia con spocchia e insofferenza, ritornando a lavorare al suo libro. Un libro in cui Beatrice arriverà addirittura a guidarlo in Paradiso, e da cui la moglie resterà completamente esclusa.

Eppure, nel finale del canto quinto del Purgatorio, potrebbe essere nascosto un affettuoso omaggio del poeta a Gemma. Facendo parlare Pia dei Tolomei del suo matrimonio, infatti inerisce – pur se “nascosto” – il nome della moglie. “Ricorditi di me, che son la Pia: Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma”.

Arnaldo Casali

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Beatrice, “venuta da cielo in terra a miracol mostrare”

Hendrik Christian Andersen, Dante e Beatrice, 1921

A Firenze l’8 giugno 1290 una donna giovane e ricca morì di parto. Aveva compiuto da poco 24 anni. Si chiamava Bice. Era la figlia di Folco Portinari, un facoltoso banchiere fiorentino, originario di Portico di Romagna, piccolo centro dell’Appennino forlivese cresciuto nella vallata del Montone, lungo la strada che conduceva a Firenze, famoso fin dall’epoca dei Romani come luogo di mercati, da cui il nome stesso (“porticum”).

Il paese, che a partire 1386 diventerà il capoluogo dei territori romagnoli della Repubblica Fiorentina, conserva ancora la sua struttura urbanistica medievale, con le abitazioni intrecciate dai passaggi coperti: tre piani di case sovrastanti, dominate dall’alto da una torre e dal palazzo del podestà. Nel livello intermedio, tra gli edifici nobiliari, più in alto delle case un tempo abitate dagli artigiani e dai popolani, ancora oggi si riconosce il palazzo dei Portinari che la piccola Bice frequentò a lungo nella sua infanzia.

Folco era il direttore di una filiale di credito legata al Banco dei Medici. Diventò ricchissimo grazie alle finanza e alle alte e ripetute commissioni sui prestiti. Firenze, come era inevitabile, diventò presto la sua città.

Affari e politica, allora come oggi, erano legati a strati, come le case di Portico. E Folco, nel 1282, di Firenze diventò anche priore.

Vicolo coperto di Portico di Romagna

Come altri finanzieri, per salvare la sua anima dal peccato dell’usura, spinto da Monna Tessa, la governante di famiglia e incoraggiato anche dal vescovo Andrea dei Mozzi, nel 1285 decise di donare una buona parte della sua fortuna alla fondazione di Santa Maria Nuova, che ancora oggi è il più importante ospedale del centro di Firenze. A Folco è tuttora intitolata la strada che costeggia l’antico arcispedale, tra via dell’Oriuolo e piazza Santa Maria Nuova.

L’idea assistenziale di Monna Tessa era ispirata dalla regola di San Francesco d’Assisi. La fantesca, di umili origini, fu la prima donna infermiera, fondatrice dell’Ordine delle Oblate nell’anno 1288. Era così ascoltata dal banchiere perché aveva cresciuto tutte e sei le figlie femmine della famiglia Portinari. Bice, ricca di dote e di grazia, era destinata a un matrimonio importante. E così avvenne. Giovanissima, sposò il figlio di un importante collega del padre: Simone, detto Mone, appartenente alla ricchissima famiglia dei Bardi, originari di Ruballa, un paesino vicino Bagno a Ripoli.

I Bardi con le loro fortune, segnarono la storia della città: al massimo dello splendore, la loro compagnia era una delle più ricche del Trecento, con decine di filiali in Italia, Europa, Africa e Asia. Per un lungo periodo, insieme ai Peruzzi e agli Acciaiuoli, i Bardi ebbero il monopolio delle finanze papali. La loro ascesa fu eclatante, così come il crollo delle loro fortune: nel 1343, durante la famosa rivolta popolare contro le grandi famiglie cittadine, la loro residenza fu assalita e saccheggiata dalla folla inferocita. E due anni dopo, nel 1345, quando il re d’Inghilterra Edoardo III si rifiutò di restituire ai Bardi e ai Peruzzi i debiti contratti nella guerra dei Cento Anni, la compagnia dichiarò un clamoroso fallimento che ebbe conseguenze gravissime su tutta l’economia fiorentina.

Ma nel giugno del 1290, più di cinquanta anni prima di questi avvenimenti, la morte di Bice Portinari lasciò un altro segno. Indelebile. Non solo a Firenze ma nell’anima e nella memoria di Dante Alighieri. La figlia di Folco Portinari, maritata con un Bardi, fu sepolta nella tomba della famiglia del marito, in Santa Croce: il sepolcro, vicino alla Cappella dei Pazzi, è segnalato da una lapide sui cui spicca l’antico stemma familiare.

Henry Holiday, Dante incontra Beatrice al ponte Santa Trinita, 1883

Ma grazie ai versi scolpiti del poeta, Bice vive ancora, in tutti noi, da secoli, con il nome di Beatrice, simbolo d’Amore, Sapienza e ansia eterna di Bellezza. Una donna amata e perduta. La prima a lasciare una traccia immortale nella storia della letteratura italiana. La riflessione di Dante intorno all’incontro con Beatrice diventò il vero punto di svolta della sua maturazione umana e poetica. La sua morte gettò il poeta nella costernazione. Le parole che Dante ci ha trasmesso raccontano un turbamento indicibile, un “traviamento morale” che più tardi porterà Alighieri allo studio approfondito della filosofia. E nel “Convivio”, l’amore per una donna diventerà amore per il sapere.

Le “Rime petrose” (“Così nel mio parlar voglio esser aspro”), tutte scritte dopo il 1296, tra la morte di Beatrice e l’esilio, furono l’occasione di nuove esperienze poetiche. Nel nome di Beatrice è invece tutta la “Vita Nova”, che vedrà la prima pubblicazione quasi tre secoli dopo, nel 1576, ma fu composta tra il 1292 e il 1293, due anni dopo la fine terrena di Bice Portinari. I versi e la prosa si alternano e mescolano la vita con la letteratura, in quella che è una vera e propria autobiografia: la gioia per l’amata in vita è legata alla ricerca di una consolazione per la sua morte. Beatrice è la fonte perenne da cui sgorga la poesia di Dante. Un libro della memoria, a partire dall’incipit. La vita di Dante è “rinnovata dall’amore“. Il più nobile dei sentimenti, libero, perché lontano dalle cose terrene, diventa il motore di una profonda introspezione umana e morale e il nutrimento fondamentale di una rinascita esistenziale. Dante cominciò a raccogliere i suoi primi versi in un’unica opera proprio a partire dal 1290. Il libro accoglie 25 sonetti, 1 ballata e 5 canzoni, all’interno di una struttura in prosa divisa in 42 capitoli. I testi più antichi risalgono al 1283, quando il poeta aveva solo 18 anni.

Marie Spartali Stillman, Beatrice (1895)

Nel celebre sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare“, Beatrice è una visione: “cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare“. “Cosa” perché le parole non possono descriverla in modo pieno e forse nemmeno definirla: è una donna vera ma anche una creatura celeste, meraviglioso riflesso dell’ansia di ascesa spirituale e di purificazione del poeta e di chi legge i suoi versi immortali.

“Da cielo in terra a miracol mostrare…“. Dante racconta: la prima volta che vide Beatrice aveva appena nove anni e nove mesi. Bice aveva compiuto nove anni e tre mesi. Il poeta la rivide solo un’altra volta a 18 anni, nel 1283, e sempre all’ora nona (le 15). Il 9, che rappresenta il miracolo, accompagna le apparizioni dell’amata: quadrato di 3, è il numero perfetto, simbolo della Trinità. Si identifica in Cristo, figlio di Dio. Beatrice, scesa in terra per salvare Dante, è quindi una figura esemplare dell’Amore. Così la storia d’amore non appartiene solo al poeta ma all’umanità intera.

Con la “Vita Nuova” inizia la “tirannia d’Amore”, di Beatrice, protagonista anche nelle “Rime” e soprattutto nella “Commedia”. All’inizio, amata e cantata secondo i canoni dell’amor cortese, “donna-angelo” dello Stilnovo. Ma è già una raffigurazione di Cristo. E sembra anticipare il valore allegorico che avrà nella “Commedia” che Giovanni Boccaccio nel “Trattatello in laude di Dante” (1373) volle chiamare “Divina”. L’opera di poesia più grande della civiltà medievale e di tutti i tempi. Capace, proprio perché scritta in “volgare”, di arrivare al cuore di tutti gli uomini, di qualunque condizione sociale.

Dalla “selva oscura”, allegoria dello smarrimento del poeta, fino alla redenzione finale e alla visione di Dio nel Paradiso. Beatrice è il simbolo di un itinerario che conduce a Dio. Evocata da Virgilio già nel secondo canto dell’Inferno, quando il poeta mantovano rivela a Dante la missione che lo attende:

“E donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi. Lucevan li occhi suoi più che la stella; e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella…”

Dante Gabriele Rossetti, Beatrice, 1882

Beatrice è spinta, per sua stessa ammissione, dall’amore divino:

“amor mi mosse, che mi fa parlare…”

Sulla cima del monte del Purgatorio (canto XXX) sostituisce Virgilio come guida di Dante:

“Sovra candido vel cinta d’uliva donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva”

Beatrice appare avvolta in una nuvola di fiori. E rimprovera con durezza Dante che ha abbracciato il peccato e abbandonato il suo amore:

“questi si tolse a me, e diessi altrui”

Nel Paradiso, il suo ruolo si compie con pienezza. Nel primo Cielo della Luna (canto IV) diventa pura verità, scienza divina. E scioglie i dubbi teologici di Dante:

“O amanza del primo amante, o diva”, diss’io appresso, “il cui parlar m’inonda e scalda sì, che più e più m’avviva…”

La donna risponde al poeta con uno sguardo sfavillante d’amore:

“Beatrice mi guardò con li occhi pieni di faville d’amor così divini, che, vinta, mia virtute diè le reni, e quasi mi perdei con li occhi chini.”

Beatitudine e dolcezza, bellezza unita a letizia: questa è Beatrice nella visione del grande poeta. Poi, nell’Empireo, nel decimo cielo del Paradiso (canto XXXI), la donna torna nel suo seggio, nella Candida Rosa. Nell’ultimo tratto del viaggio ultraterreno il ruolo di guida viene assunto da San Bernardo di Chiaravalle. Ma il mistico si muove ancora per volontà di Beatrice, con lo scopo preciso di esaudire il desiderio finale del poeta, quello della visione di Dio:

“E “Ov’è ella?”, sùbito diss’io. Ond’elli: “A terminar lo tuo disiro mosse Beatrice me del loco mio”

Dante sa bene che se è giunto sin lì e ha potuto vedere tante cose è grazie al potere e la bontà della donna amata. E la ringrazia:

“Così orai; e quella, sì lontana come parea, sorrise e riguardommi; poi si tornò a l’etterna fontana.”

Dante Gabriele Rossetti, Il saluto di Beatrice, 1882, Toledo Art Museum

Nella Vita Nuova Beatrice era stata “figura” di Cristo soltanto per Dante. La donna amata nella Divina Commedia diventa l’ispiratrice della sua poesia: una maestra di verità, incarnazione stessa della visione divina che permette a Dante e all’umanità intera di arrivare al Paradiso e alla contemplazione di Dio.

Una donna donna reale e insieme una figura celeste, frutto della fantasia poetica. Il nome latino di età imperiale Beatrix, nasce da beatricem, “colei che dà beatitudine”, “colei che rende felici”. Anche per Dante fu con ogni probabilità un senhal, un nome fittizio impiegato per la prima volta nella poesia trobadorica. In genere, il termine era riservato alla donna amata ma celava anche l’identità degli amici o di altri personaggi. Guglielmo d’Aquitania, per esempio, nascondeva il nome dell’amata con la parola “bon vezi“, il buon vicino. Sordello da Goito parlava di una “dolza enemia”, una nemica dolce, oppure di “restaur” (ristoro).

E Raimbaut de Vaqueiras (1165 -1207), che ispirò anche Petrarca nei suoi “Trionfi”, chiamava la sua dama, capace ad usare la spada come un uomo, “bel cavaller”. Raimbaut fu un precoce joglar, abile menestrello. Alla corte di Guglielmo del Baus, principe d’Orange imparò il mestiere delle armi e si affermò presto come un trovatore. Intorno al 1190 lasciò la Provenza e si trasferì nell’Italia del Nord. A Tortona lavorò alla corte dei Malaspina. Poi passò al servizio di Bonifacio del Monferrato, capo della quarta crociata. Tra i castelli piemontesi si innamorò perdutamente di una donna di nome Beatrice, sorella del marchese, che da allora diventò la protagonista dei suoi versi. La penultima strofa del suo canto più famoso, “Kalenda Maya” (Calendimaggio in provenzale) recita:

 

“Tanto gentile sboccia, per tutta la gente Donna Beatrice, e cresce il vostro valore; di pregi ornate ciò che tenete e di belle parole, senza falsità; di nobili fatti avete il seme; scienza, pazienza avete e conoscenza; valore al di là di ogni disputa vi vestite di benevolenza. Donna graziosa, che ognuno loda e proclama il vostro valore che vi adorna, e chi vi dimentica, poco gli vale la vita…”

Dante, che conosceva il provenzale e i poeti provenzali, quasi cento anni dopo scrisse i celeberrimi versi:

“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core, che ’ntender no la può chi no la prova: e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira”.

Federico Fioravanti

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Paolo e Francesca

Lei nacque a Ravenna. Lui a Verucchio. Paolo e Francesca erano cognati: il fratello maggiore di lui, lo zoppo e rozzo Gianciotto, legittimo marito della giovane, uccise i due amanti forse nel Castello di Gradara oppure nella Rocca di Castelnuovo, vicino Meldola, tra il 1283 e il 1285.

Le potenti famiglie dei Malatesta e dei Da Polenta, che dopo anni di scontri avevano suggellato la loro conveniente alleanza attraverso il matrimonio dei loro eredi, misero presto a tacere il clamoroso fatto di sangue: nei documenti ufficiali, negli atti pontifici e nelle cronache del tempo nemmeno una riga viene dedicata alla tragica fine della giovane coppia. Del resto, all’epoca il diritto alla vendetta per tradimento era accettato come un pilastro della costruzione sociale.

La struggente vicenda d’amore divenne poi immortale grazie a Dante Alighieri, che seppur commosso da tanta passione, sistemò gli amanti sventurati nel cerchio dei lussuriosi e condannò il fratricida Gianciotto alla Caina.

“Quelle colombe dal disio chiamate” in seguito ispirarono Boccaccio, Pellico, D’Annunzio, Ingres, Rodin, Čajkovskij e molti altri artisti e poeti. Noi ricordiamo Paolo e Francesca con i gesti, la voce e le parole del grande Vittorio Gassman (canto V della Divina Commedia).

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La prima copia della Divina Commedia

“La gloria di colui che tutto move per l’universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove. Nel ciel che più de la sua luce prende fu’ io, e vidi cose che ridire né sa né può chi di là sù discende; perché appressando sé al suo disire, nostro intelletto si profonda tanto, che dietro la memoria non può ire”.

I primi versi del ‪Paradiso‬ ammaliano ancora i lettori in tutte le lingue del mondo. La ‪Divina Commedia‬ fu il primo libro stampato in lingua italiana.

La prima edizione vide la luce a ‪Foligno‬, in trecento copie, il 5 ed il 6 aprile 1472 grazie al tedesco Johannes Numeister e al folignate Evangelista Mei. L’aggettivo “divina” fu usato per la prima volta da Giovanni ‪‎Boccaccio‬ nel “Trattatello in laude di ‪‎Dante‬” del 1373.

La dizione “Divina Commedia”, divenne comune solo dalla metà del Cinquecento in poi, quando Ludovico Dolce, nella sua edizione veneziana del 1555, stampata da Gabriele Giolito de’ Ferrari, riprese il titolo di Boccaccio.

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