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Category Archives: Città

Le città, memoria dell’Italia

“L’urbs [la città fisica] sono le mura, ma la civitas [la città intesa come cittadinanza] non sono le pietre ma la gente che la abita”.

Tavola Strozzi, olio su tavola di possibile attribuzione a Francesco di Lorenzo Rosselli, databile al 1472 e conservata nel Museo nazionale di San Martino di Napoli. Rappresenta una veduta di Napoli del XV secolo (foto: Wikipedia, pubblico dominio)

Rileggere queste parole delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia (560ca-636) dà le vertigini. Proprio per la sovrapposizione tra questi due mondi distintivi della città medievale: composta da un lato da mura, torri e porte, che compongono l’elemento spaziale di separazione tra ciò che è concepito come urbano e ciò che non lo è. Mentre, dall’altro, emerge, in tutta la sua potenzialità, la città degli uomini, con i loro stili di vita, le loro sensibilità, il loro sentirsi diversi in quanto cittadini. Perché in città si respira, specialmente nel medioevo della rinascita dopo il Mille, un’aria nuova e diversa. Di raccordi. Di solidarietà. Di possibilità che altrove è impossibile ritrovare.

Firenze, “veduta a volo di uccello della pianta detta della Catena”, riferita a Francesco di Lorenzo Rosselli, 1471-1482 ca. (foto: Wikipedia, pubblico dominio)

Un clima che Dante Alighieri, nel Convivio, definisce di “vicinanza”, perché, sottolinea, “come dice lo Filosofo [Aristotele] l’uomo naturalmente è compagnevole animale”. E la vicinanza dove si può esprimere meglio se non in città?

Di questa città medioevale occorre sempre riparlare. Soprattutto per l’Italia. Per un motivo ovvio che spesso si dimentica. Lo metteva in luce Carlo Cattaneo già nell’800. La città, sosteneva, è “l’unico principio per cui possano i secoli delle istorie italiane ridursi a esposizione evidente e continua. Senza questo filo ideale, la memoria si smarrisce nel labirinto delle conquiste, delle fazioni, delle guerre civili e nell’assidua composizione e scomposizione degli stati”.

La città medioevale, insomma, come paradigma della storia italiana, come fil rouge da cui mai discostarsi. Perché senza di essa, senza il ricorso al suo ricordo, alla sua storia, lo spirito civile non può che “ricadere, contristato e oppresso dal sentimento di una tetra fatalità”.

Pianta di Roma nel Medioevo – Atlante storico di William R. Shepherd (1923) (foto: Wikipedia, pubblico domino)

Su questa base, proviamo per un attimo ad immaginarlo un Medioevo italiano senza le città. Senza i suoi comuni. Senza le grandi innovazioni di Genova, Venezia, Firenze. Senza le grandi capitali di respiro europeo, come Napoli, Roma, Milano. Esercizio impossibile… Ma non pensiamo solo ai fulcri dello sviluppo medievale. Cosa sarebbe il nostro territorio senza la miriade di mille campanili che ancora contraddistinguono la nostra identità e la nostra specificità nazionale, tanto a Nord quanto a Sud della Penisola?Luoghi dove in passato, come scriveva Roberto Sabatino Lopez, si viveva dello stimolo “che proviene dalla convivenza di persone di diversa origine, dalla coesistenza di professioni, di classi sociali, di produzioni economiche”. Un miscuglio, proseguiva, “infinitamente variabile nella sua composizione”, che rendeva ogni città un ente unico e inconfondibile, “un fattore di accelerazione e di progresso in ogni campo”.

Ripensare a questo modello medievale, seguire questo filo, riconsiderare questo “organismo pluricellulare vivente” nel quale avevano la chance di convivere, spalla a spalla, l’umile carpentiere con Boccaccio o Giotto – gente di città per eccellenza! -, è dunque tutt’altro che una fatica inutile. Anzi, aiuta a ribadire tanti aspetti della nostra modernità, di quello che siamo oggi.

Riprendere quello stato d’animo, rielaborarlo con i nostri occhi contemporanei, diventa allora uno sforzo di arricchimento generale. Con una riflessione sulla città che va rafforzata, con iniziative che si aprano ad un pubblico quanto più ampio possibile, come è accaduto, con grande successo, nell’edizione 2017 del Festival del Medioevo.

Per evitare il pericolo dell’oblio. Della perdita di identità. Dell’abbandono dei monumenti e della bellezza del decoro urbano all’incuria dell’assenza di memoria. Perché, come diceva mago Merlino nel film Excalibur, la grande maledizione degli uomini resta sempre la stessa, fatale: dimenticare.

Amedeo Feniello

Da leggere: Alberto Grohmann, La città medievale, Laterza, 2003. Henri Pirenne, Le città del Medioevo, Laterza, 2007. Jacques Le Goff, La città medievale, Giunti Editore, 2011. Arsenio e Chiara Frugoni, Storia di un giorno in una città medievale, Laterza, 2016. Franco Franceschi, Le città italiane nel Medioevo. XII-XIV secolo, Il Mulino, 2012. Gian Piero Brogiolo – Sauro Gelichi, La città nell’alto Medioevo italiano, Laterza, 1998. Enrico Guidoni, La città dal Medioevo al Rinascimento, Laterza 1992. Andrea Augenti, Città e porti dall’antichità al Medioevo, Carocci, 2018. Francesca Bocci, Per antiche strade. Caratteristiche e aspetti delle città medievali, Viella, 2013.

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La libertà sognata nella pietra: San Marino (neo)medievale

SAN MARINO DALLA PROSPETTIVA DEL MEDIEVALISMO La linea d’orizzonte tracciata dal monte Titano è inconfondibile, sia che la si guardi dagli Appennini di cui è ultima propaggine, sia dalla pianura Padana, su cui la costa del monte si affaccia come un balcone: sono tre pinnacoli di roccia, su ciascuno dei quali si erge una fortificazione.1 Il palazzo pubblico di San Marino (foto dell’Autore, febbraio 2019)

Questo paesaggio intravisto dalla lontananza appare fisso da secoli; mentre, se ci si avvicina alla città, presto ci si rende conto dei mutamenti intervenuti, soprattutto negli ultimi cento anni, nel territorio, nel tessuto urbanistico, negli edifici e monumenti. Sono trasformazioni avvenute nel segno della modernità, ma con un sentimento di reverenza per il passato. Un passato che è avvertito come fondativo dell’identità sammarinese e che per questo, trascendendo il semplice restauro o finanche la ricostruzione, è stato in buona parte fabbricato ex novo. San Marino è un abitato di origini antiche che, come altre città della penisola italiana e del continente europeo, ha accentuato, in tempi relativamente recenti, la sua facies medievale, tornando a essere, agli occhi di chi vi giunge, una città che evoca il tempo eroico che per noi occidentali rappresenta il luogo di giunzione fra storia e immaginario. Le tre rocche svettano sulle creste del monte, le strade sono ben lastricate, più giri di mura merlate e turrite avvolgono la città, le facciate delle case e dei palazzi sono costruite con conci perfetti di arenaria, la pietra locale bianca e grigia lavorata ad arte dagli scalpellini. E tutto appare nitido e nuovo.

La ricostruzione “in stile medievale” di una città non è un qualcosa che possa sorprendere: al contrario, si tratta di un’attività diffusa in Europa negli ultimi due secoli. Allo stesso modo, il “Palio delle Balestre” (sviluppatosi tra il 1956 e il 1976), le “Giornate Medievali” (nate nel 1993) o il “Torneo dei Castelli” (che esiste dal 2002) rendono San Marino un testimone vivace dell’ampio fenomeno socio-culturale che, capillarmente diffuso, chiamiamo “medievalismo”. E, come accade quasi ovunque, lo fanno in un modo che di fatto nega le specificità, poiché l’identità viene evocata attraverso un sistema che è modulare e globalizzato: di balestrieri, palî e cortei è pieno il mondo.2 Pietro Tonnini (?), schizzo della facciata del palazzo pubblico. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

Tuttavia, rispetto a tutti gli altri siti “rimedievalizzati”, San Marino possiede una caratteristica peculiare. Il fatto che sia una repubblica indipendente, conferisce al suo costante richiamo al medioevo un peso e una funzione la cui importanza, per altre località, è inconcepibile. San Marino è – nel mondo – l’unico comune di origine medievale che, mantenuta la propria autonomia in età moderna, ha raggiunto l’indipendenza in età contemporanea ed è uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale.3 Ma la percezione e la rappresentazione del medioevo, il periodo durante il quale ha avuto origine la libertà di questa piccola repubblica, si sono modificate nel tempo. Oggi San Marino non possiede solo un’identità medievale, ma anche un’identità neomedievale. Questo è il senso della motivazione con cui il 7 luglio 2008 il centro storico della città di San Marino è stato iscritto – insieme con il monte Titano e il centro storico di Borgo Maggiore – nella lista del patrimonio mondiale UNESCO: “L’idea di ‘medioevalizzazione’ del centro storico può essere considerata come un’espressione dell’identità nazionale ricercata attraverso un’immagine idealizzata”.4 Si tratta di un caso interessante, perché la “autenticità” del sito, che per l’UNESCO è un criterio fondamentale di selezione, non corrisponde alla conservazione dello stato originario, bensì a una condizione dinamica. Il restauro, la ricostruzione medievalista, sono elementi che contribuiscono a dotare il “monumento” di valore culturale. In questo senso, San Marino condivide la posizione di un altro celebre sito monumentale iscritto – dal 1998 – nel World Heritage List, ovvero la città fortificata di Carcassonne, in Linguadoca.5 L’una e l’altra città sono degne di figurare nella lista dei monumenti più importanti del mondo non solo per la loro storia medievale, ma anche per la loro prosecuzione “medievalista”.6 Francesco Azzurri, schizzo per una lampada in ferro battuto, “Ferramenta da porsi sul prospetto principale del palazzo,”, del 1893. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

Quanto si riferisce in questo contributo, costituisce una prima lettura complessiva del fenomeno medievalista sammarinese in chiave comparativa, cioè non tanto dal punto di vista della storia dell’architettura – una disciplina in cui questo caso è già ben studiato – quanto dalla prospettiva degli studi sul medievalismo, che sono necessariamente transdisciplinari e necessitano proprio per questo anche di lavori che traghettino informazioni e concetti da una disciplina all’altra.7

Altre ne verranno; ma questa rilettura era tempo di compierla, poiché gli argomenti qui trattati (che sono fondamentali per capire il mondo contemporaneo, poiché riguardano l’immagine della Repubblica di San Marino che per prima ci raggiunge) solitamente vengono ancora oggi tenuti in un angolo, con un sentimento di imbarazzo. Non molti inquadrano questi temi al di fuori del pregiudizio di trovarsi di fronte a una solenne falsificazione, considerando la “rifabbrica” sammarinese una mera storia succedanea della “vera” storia medievale, e andando per di più a trascegliere, come censurabili esempi, soltanto le manifestazioni epidermiche e turistiche – sagre fantasy, musei delle torture e cinture di castità – di un fenomeno culturale di ben più ampia portata e rilevanza.8

Francesco Azzurri, schizzo per una lampada in ferro battuto. AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), b. 56. © Istituti culturali RSM

L’opinione comune (sia dei sammarinesi che dei turisti) permane sostanzialmente inconsapevole del fenomeno medievalista e della sua azione mimetica nei confronti dei manufatti di età medievale. Moltissimi restano convinti – e vengono convinti di continuo – che San Marino e Gradara, per proporre un altro esempio notissimo, siano testimoni ottimamente conservati del passato medievale, dimenticando o non sapendo che sono in gran parte ricostruiti.9 Non ci troviamo di fronte a una storia falsa, né tantomeno a una storia di contraffazioni che andrebbero ad alterare la percezione della realtà. Al contrario, la storia che questi casi ritraggono e che qui si tenta di indagare, è quella di un sogno che si è tradotto in monumenti di pietra: è la storia del sogno del medioevo nel mondo contemporaneo, che è il risultato non solo della cultura medievale, ma di tre secoli di costruzioni mitologiche. Questo sogno è ciò che dà il senso della storia nell’ora presente e ha effetti imponenti nell’attualità. Senza il palazzo pubblico e le tre penne rinnovate, il periodo medievale, che in queste contrade fu davvero vissuto, cesserebbe di riattivarsi nel mondo di oggi. Cesserebbe dunque di essere storia contemporanea.10 I protagonisti della costruzione del palazzo pubblico in una stampa dell’epoca (particolare)

L’OTTOCENTO Comune di castello formatosi nel corso del Duecento,11 la costruzione del mito sammarinese abbraccia tre secoli, dal principio del Seicento alla fine dell’Ottocento.12 Modello di ideali politici, San Marino comincia a essere universalmente nota da quando la Francia rivoluzionaria e Napoleone le riconoscono un ruolo esemplare, di depositaria ancestrale della libertà repubblicana, e pertanto non la inglobano nella Repubblica Cispadana né, in seguito, nel Regno d’Italia.13 In virtù della sua situazione peculiare, il regime di storicità che le è proprio è in parte coincidente e in parte divergente rispetto alle altre città della penisola italiana. Nonostante sia periferica rispetto al Grand Tour e poi al turismo ottocentesco, e benché sia ignota o malvista da alcuni grandi intellettuali, che non le riconoscono vera libertà, e dunque non la inseriscono nell’alveo maggiore della storia comunale, essa giunge a rappresentare la quintessenza della grandezza della civiltà italiana intesa come una civiltà di città libere.14 Prima con Joseph Addison, poi con Melchiorre Delfico e in seguito con Giosue Carducci,15 San Marino partecipa, in posizione propria, del mito dei comuni, della loro matrice latina, della loro giustizia, operosità e libertà: ciò che è quanto ha segnato la storiografia in Italia per tutto l’Ottocento. È allora che viene individuato il principale retaggio del glorioso passato italiano nello splendore delle città medievali: la ricchissima Firenze culla dell’arte, la dotta Bologna madre dell’Università, le prodi città congiurate della Lega lombarda che si batterono per l’indipendenza, antesignane del risorgimento, fino ad Assisi francescana e a Genova, Pisa, Amalfi e Venezia potenze marinare.16 In questo quadro, San Marino, che è libera nei secoli, assurge a figura simbolica di una libertà perpetua e repubblicana che ha origini remote – nella donazione del monte al santo eponimo in età tardoantica – e arriva fino ai nostri giorni, ma che conosce anch’essa, altresì, una fase apicale nel “momento medievale dell’indipendenza”.17 Il palazzo pubblico di San Marino oggi (foto reperita sul web con licenza commons)

San Marino viene così presentata come il primo comune d’Italia, costituito di uomini liberi raccoltisi intorno al diacono Marino, un comune che si è dato un ordinamento prima degli altri, che non ha avuto bisogno “di aspettar la pace di Costanza [1183] per farsi le leggi” e che ha emanato statuti “fra i più antichi d’Italia”.18 Un comune, che, sopravvissuto con le sue istituzioni collegiali, non avrebbe neppure conosciuto l’esperienza, giudicata in generale come negativa, della signoria monocratica tardomedievale e rinascimentale.19 Come è noto, nel corso dell’Ottocento l’Europa fu in gran parte ricostruita nel segno del medioevo. In questo contesto, che è il frutto di numerosi incroci culturali, diverse città italiane conobbero una medievalizzazione dei loro edifici, che avvenne soprattutto in due periodi. Il primo corrisponde all’incirca all’ultimo ventennio del XIX secolo e può essere epitomizzato in Italia dai lavori di Camillo Boito, Alfredo d’Andrade, Alfonso Rubbiani e Luca Beltrami.20 Il secondo periodo si colloca invece negli anni del fascismo (1922-1943), un periodo nel quale non fu esaltata soltanto la classicità romana (come si potrebbe pensare a una lettura superficiale), bensì anche il retaggio medievale. Durante il fascismo i sindaci delle città italiane presero il titolo di ascendenza medievale di “podestà”, furono rinnovate o inventate numerose feste cittadine di coloritura medieval-rinascimentale, furono esaltati i “condottieri” e i “capitani di ventura” risalenti a quel periodo e vennero restaurati (in certi casi quasi interamente ricostruiti) i centri storici di città come Assisi, Arezzo e San Gimignano.21 Firenze, palazzo della Signoria (foto reperita sul web con licenza commons)

Sostanzialmente, durante il fascismo le due epoche, nella narrazione della storia patria, si specializzarono: l’Italia nella sua interezza fu vista come “romana” (ed ecco tornare i fasci littori, le legioni, le aquile, il saluto romano e l’impero sul Mediterraneo…) ma le singole città – le piccole patrie – furono viste come fieramente “medievali”, facendo esse risalire le loro glorie al periodo comunale.22 San Marino entra perfettamente in questa cronologia e in questo processo storico; gli anni che vanno all’incirca dal 1880 al 1940 sono infatti quelli durante i quali fu modellata la sua immagine neomedievale. Si può ben dire che, nei primi anni Ottanta dell’Ottocento, “al mito costruito in versi, in orazioni, in saggi di storia politica, manc[asse ancora] un’iconografia adeguata”.23 In questa terra povera e isolata (come si evince, tra l’altro, dalle fotografie e dai resoconti di diversi viaggiatori24), alla costruzione ideologica, ormai formalizzata, faceva difetto l’apparato simbolico di più immediata intelligenza: una corrispondenza artistica, urbanistica e monumentale che permettesse di rendere subito identificabile la statualità e l’indipendenza ab antiquo della repubblica. Il nuovo palazzo pubblico rispose perfettamente a questa esigenza.25 Abbandonato il progetto in stile neoclassico (1836), la nuova sede delle istituzioni più elevate della Repubblica fu edificata tra il 1884 e il 1894 su disegno dell’architetto romano Francesco Azzurri (1827-1901), da poco divenuto presidente dell’Accademia di San Luca, cui fu richiesto di ispirarsi all’architettura medievale.26 Presidente della commissione della fabbrica del palazzo fu invece il sammarinese Pietro Tonnini (1820-1894), pittore e patriota, del quale si conservano in Archivio di Stato numerose lettere che permettono di seguire l’avanzamento dei lavori, sia di costruzione che di decorazione, e che consentono di individuare la rete di personaggi coinvolta a vario titolo nell’impresa: dal capomastro Giuseppe Reffi, a Marino Fattori, Carlo Malagola e Marin-Joseph-Gaston Noël des Vergers.27 Questa “operazione di pura fantasia tardo romantica”28 con la quale il fulcro dello Stato sammarinese si ammantò di panni medievali, va letta, pur nella sobrietà delle dimensioni, al fianco di altre celebri opere architettoniche neogotiche costruite con analogo intendimento: soprattutto il palazzo di Westminster (1840-1865), sede del parlamento britannico, il municipio di Monaco di Baviera (1867-1908), il municipio di Vienna (1872-1883) e il palazzo del Parlamento di Budapest (1883-1902).

Le mura di San Marino (foto dell’Autore, febbraio 2019)

Città-stato oltre che minuscola nazione, San Marino mostra però, attraverso il suo palazzo, di prendere a modello quella che veniva ritenuta la maggior repubblica medievale per eccellenza, cioè Firenze. Il palazzo pubblico di San Marino evoca, pur essendo molto più piccolo, il palazzo della Signoria attribuito ad Arnolfo di Cambio, che, iniziato al principio del Trecento (ma le cui bifore in facciata sono anch’esse, si badi, neogotiche), era stato la sede del parlamento del Regno d’Italia solo pochi anni prima, dal 1865 al 1871.29 Firenze repubblicana e gloria dei comuni medievali, certo. Ma anche opulenta. La costruzione del palazzo pubblico a San Marino a imitazione di quello fiorentino indica uno snodo politico culturale che è premessa ai grandi lavori urbanistici dei primi decenni del Novecento: il superamento della celebrazione della libertà di una comunità frugale e rurale – un modello risalente alla repubblica romana – a favore della glorificazione della ricca città comunale.30 Gli anni dell’edificazione del palazzo pubblico sono gli stessi dei primi progetti di apertura al turismo.31 E sono quelli della pubblicazione dell’opera L’Archivio governativo di Carlo Malagola,32 che dà le chiavi di lettura cronologiche della storia sammarinese ritrovando, recensendo, ordinando i documenti dell’Archivio di Stato, i cui attori compariranno poi nell’odonomastica sammarinese dei nostri giorni.33 Il famoso archivista, in corrispondenza con Pietro Tonnini, è bolognese. È proprio a Bologna – alla città neomedievale del palazzo di re Enzo, della Aemilia Ars (l’equivalente italiano del movimento Arts and Cratfst) e della celebrazione dell’VIII centenario dell’Università – che San Marino si rivolge in quegli anni: non solo a Carlo Malagola, ma anche a Pietro Ellero e, soprattutto, a Giosue Carducci, il quale viene invitato a tenere una solenne orazione per l’inaugurazione del palazzo (30 settembre 1894). Il suo discorso è ritenuto talmente importante per la storia di San Marino, che fino a non molto tempo fa il suo primo capitolo veniva fatto imparare a memoria a scuola.34 Porta San Francesco (foto reperita sul web con licenza commons)

IL NOVECENTO Gli anni dell’edificazione del palazzo pubblico sono gli stessi del movimento pro Arengo, che sfocia nella riunione del 25 marzo 1906 con cui l’assemblea dei capifamiglia divenne il corpo elettorale riconosciuto istituzionalmente, sancendo in tal modo la fine dell’oligarchia.35 Certo, si trattava di una innovazione democratica, ma anch’essa fu proposta in forme evocanti il medioevo. Si pretendeva infatti di tornare all’arengo (che come è noto non si riuniva più dal Cinquecento), cioè alle forme pure della democrazia partecipativa di età medievale. Ciò che è nuovo veniva proposto come antico, il cambiamento si presentava come una tradizione rinnovata: un procedimento, questo, ben diffuso e altrimenti noto che si ritrova, nella storia di San Marino, anche nel 1925, con la estensione del titolo di “capitani di Castello”, già presente in tre circoscrizioni, a tutte le circoscrizioni del territorio, il quale venne diviso in dieci zone denominate, appunto, Castelli.36 Così, nella Repubblica di San Marino le magistrature di governo locale ricevettero un nome– capitano di Castello – di limpida risonanza medievale poco tempo prima rispetto al Regno d’Italia, dove il 4 febbraio 1926 fu istituita l’analoga carica di “podestà” per designare il capo di un’amministrazione comunale.37 La fase di maggiore trasformazione di San Marino come città neomedievale corrisponde agli anni del fascismo.38 Data a questo periodo la vigorosa attività del sammarinese Gino Zani (1882-1964), ingegnere del genio civile.39 Formatosi a Bologna (e questa ascendenza culturale si sarebbe avvertita nella rimedievalizzazione di San Marino, come già era accaduto al tempo della costruzione del palazzo pubblico a fine Ottocento),40 Gino Zani fu un pioniere del cemento armato.41 Uomo pratico e razionale, di idee socialiste, massone per qualche anno e poi tiepido fascista,42 lavorò molti anni a Reggio Calabria per ricostruire la città dopo il devastante terremoto dello Stretto di Messina (28 dicembre 1908). A Reggio, in alcune opere di edilizia privata, egli già disegna nelle forme di un eclettismo medieval-rinascimentale.43 A San Marino, è evidente l’escalation quantitativa rispetto al periodo di Azzurri. Non si trattò infatti di riedificare un singolo edificio – per quanto simbolicamente assai rilevante – bensì di “rifabbricare” una città intera. Questo approccio “globale” da parte di un “architetto integrale” e dotato di una visione d’insieme, coincide con le teorie sui monumenti e sul loro rapporto imprescindile con l’ambiente circostante che negli anni di attività di Zani erano propugnate da Gustavo Giovannoni (1873-1947) e da Corrado Ricci (1858-1934) e avrebbero portato nel 1939 in Italia a un’efficace legge di tutela dei beni culturali.44

In particolare, il legame tra Zani e Ricci è ben testimoniato. Quest’ultimo, proveniente da Ravenna, nella qualità di presidente della Commissione governativa per la conservazione dei ricordi storici sammarinesi e delle antichità istituita nel 1916, nel 1919 iniziò il restauro della mura di cinta. Personaggio ben noto nella storia culturale, incantato dal Montefeltro e da San Marino, di cui ci ha lasciato vivide descrizioni,45 Corrado Ricci è colui che identifica per primo l’unità paesistica tra città e territorio come l’elemento cardine dell’identità sammarinese, non più determinata soltanto dall’aspro monte Titano o dal singolo edificio da ricostruirsi in forme neomedievali, ma dall’intera città inserita nel contesto ambientale.46 Ricci è il prefattore del libro di Gino Zani Le fortificazioni del monte Titano (1933), un saggio di ricostruzione storica e un profilo di progetto architettonico che precede solo di pochi anni le massicce ricostruzioni.47 La rocca della “Guaita” di San Marino (foto reperita sul web con licenza commons)

Molti anni dopo, nella sua seconda opera storica, pubblicata poco tempo prima di morire, Zani così descriveva lo skyline da lui idealizzato di San Marino: “Visto con gli occhi della fantasia poté sembrare ammirabile e suggestivo il trecentesco castello ghibellino del monte Titano, sormontato da tre rocche e da tre penne, munito di alte mura, di torri ancora più alte, di merli a coda di rondine, che profilavano sul cielo le loro sagome ferrigne”.48Questa fantasmagoria è quanto vediamo oggi realizzato. Gino Zani identificò l’elemento distintivo dell’identità di San Marino proprio nel suo sistema di fortificazioni.49 Egli infatti indicò “nel sistema di fortificazioni, l’elemento cardine dell’identità di San Marino, l’equivalente in pietra della sua mitica coesione civile e religiosa”.50 Contro chi indicava la preponderanza delle strutture rinascimentali-cinquecentesche, egli rispose individuando un carattere “uniformemente trecentesco” delle opere di difesa, e dunque la gran parte di esse fu ricostruita in forme risalenti a quel periodo.51 Questa – e non la conservazione nel tempo di strutture prettamente medievali – è la ragione per cui le rocche e le mura di San Marino, a differenza delle architetture militari degli altri centri abitati presenti nella medesima area (come per esempio Rimini, Pesaro, Urbino, o, ancora più vicini, Montescudo e naturalmente San Leo52) mostrano un aspetto trecentesco anziché rinascimentale.

L’opera mastodontica durò dal 1923 al 1940. Quando terminarono i lavori, un’intera cinta muraria era stata aggiunta, attorno alla torre della Cesta era stata inventata ex novo una fortezza, trionfavano ovunque bertesche, barbacani, spalti e merlature, archi, mura di raccordo. Dopo le mura e le tre penne fu la volta dell’abitato, anch’esso sottoposto a una “medievalizzazione capillare”.53 Furono eseguiti lavori imponenti alla chiesa e alla porta di San Francesco,54 alle facciate delle case e degli edifici pubblici, alle strade e alle piazze, collegate da terrazze, scalinate, balaustre.55 Il risultato finale fu quello di una città diversa da quella antica, con l’ingresso principale dal basso (porta San Francesco), omogenea, pulita e razionale pur nel suo essere neomedievale.56 L’opera appariva erudita e fondata su studi storici;57 ma non per questo era filologicamente esatta, poiché anche l’invenzione artistica vi giocava una parte rilevante. Come ha scritto Luca Morganti, “una sorta di leggerezza dell’organizzazione generale della rocca produce un effetto straniante che rivela ascendenze oniriche legate alla capacità immaginativa del gioco.”58

Ma quali erano gli scopi per cui si era dato avvio e compimento a un’opera di così vasta portata e di così notevoli conseguenze? La grande opera rispondeva a molteplici esigenze. Innanzitutto, serviva a porre rimedio a una situazione di oggettivo degrado del patrimonio monumentale sammarinese. Le mura versavano in uno stato disastroso e tutta la vecchia città aveva bisogno di essere ripulita e trovare un nuovo decoro. La proposta di una ricostruzione completa avanzata da Zani la ebbe vinta su un’altra proposta, quella di restaurare le mura e le rocche lasciandole allo stato di rovine, in ossequio a un gusto romantico che evidentemente non era più convidiso.59 Il secondo scopo era quello di dare lavoro agli operai edili e agli scalpellini, perseguendo una politica di grandi opere pubbliche simile a quella dell’Italia fascista e generalmente diffusa nel contesto politico-economico degli anni Trenta. La ricostruzione della città, insieme con la realizzazione e il potenziamento delle infrastrutture, tra le quali soprattutto la ferrovia da e per Rimini, avrebbe permesso di avviare meglio la città al turismo.60 Ancora, questa scelta di ricostruire la città accentuando le forme medievali, si poneva come un’efficace strategia di rappresentazione del potere da parte degli intellettuali provinciali e degli appartenenti ai ceti dirigenti sammarinesi, che in quel periodo si identificavano con l’adesione al Partito. Un partito, quello fascista sammarinese, che, rispetto all’omologo italiano, mancava dell’elemento rivoluzionario, collocandosi su posizioni conservatrici che propugnavano un ritorno alla fase oligarchica precedente il 1906. Anche per questa ragione, dunque, i ceti dirigenti si sentivano ben rappresentati dal recupero medievalista.61 Ma, come accadeva nel resto della penisola italiana, questo ritorno al medioevo piaceva a tutti, anche ai ceti popolari e subalterni in genere, che amavano le feste in costume largamente favorite dallo Stato, e di cui i restauri e le ricostruzioni erano degna cornice.62 Non si può comprendere fino in fondo il caso di San Marino se non si tiene a mente che in quella stessa tornata d’anni furono massicciamente ricostruite Assisi e San Gimignano, che la Giostra del Saracino di Arezzo data al 1931 e il Palio di Ferrara al 1937, e che al 1938 risale la ricostruzione della casa (e del balcone!) di Giulietta a Verona.63 A partire dal 1935 anche a San Marino si va creando un vero e proprio percorso turistico “che viene offerto […] al nascente turismo di massa e che entra a far parte dell’immagine tradizionale”.64 Gino Zani alla scrivania. © Archivio Zani, San Marino

Dunque la rimedievalizzazione del centro storico di San Marino aveva un valore eminentemente politico, in linea con l’idea che permeava tutta la cultura fascista, cioè che l’architettura è uno strumento di governo.65 I lavori, finanziati anche dal governo italiano, furono voluti soprattutto da Giuliano Gozi (1894-1955), segretario di Stato per gli affari esteri e interni e, di fatto, il capo della Repubblica di San Marino durante tutto il periodo fascista.66 Questi si attivò personalmente, intervenendo nel piano regolatore e fornendo a Gino Zani schemi planimetrici e suggerimenti. Giuliano Gozi, scrive Guido Zucconi, comprende “la necessità di accelerare il processo di medievalizzazione del borgo antico, nel nome di una ritrovata identità storica. Giunge ad affermare un concetto determinante per i destini edilizi della città del Titano: il fascismo rappresenta l’unico tramite attraverso il quale è possibile creare un’immagine urbana adeguata alla sua storia”.67 Ed è stato altresì ossevato dal medesimo studioso come “paradossalmente, proprio nel ventennio fascista, ossia nella fase storica ove la sua plurisecolare autonomia si riduce al minimo, San Marino [venga] come non mai sottoposta ad un’opera di autoesaltazione simbolica”.68 Guardando al versante italiano, questa medievalizzazione attuata su larga scala è da collegarsi forse all’attività politico-culturale del medievista Pietro Fedele, ministro italiano dell’Istruzione pubblica dal 1925 al 1928,69 ed è da confrontarsi certamente con iniziative analoghe prese in diverse altre città della penisola con il triplo obiettivo di incoraggiare il turismo, esprimere al meglio l’autorappresentazione delle classi dominanti in provincia e rinforzare l’identità civica, cioè il sentimento di patria cittadina.

Quest’ultima, in particolare, era l’intenzione di fondo di Gino Zani per San Marino, dove, naturalmente, città e nazione coincidevano. L’intensa campagna di lavori pubblici, concepita a partire da un progetto unitario, aveva lo scopo dichiarato di “dare un volto ad una repubblica che si è conservata intatta fino ad oggi nel suo spirito e nelle sue istituzioni medievali”,70 mentre l’uso della pietra locale aveva anch’esso una forte connotazione identitaria, per l’impiego di maestranze e materiali di costruzione tradizionali e perché lo stesso santo Marino era stato scalpellino.71Il materiale lapideo non lo si sarebbe dovuto impiegare (e in effetti non fu impiegato) solamente per la parte più antica di San Marino, quella medievale che ora diventava anche neomedievale, bensì per l’intera città, entro e fuori le mura. Questa è la principale differenza, qualitativa e quantitativa, tra San Marino e le altre antiche città della penisola italiana “rimedievalizzate” nel corso degli anni Trenta: la pietra concia, con la sua capacità di omogeneizzazione visiva del tessuto urbano, sarebbe servita tanto per l’antico borgo, quanto per le nuove espansioni urbane, in tal modo unite fra loro da un materiale evocativo del passato.72 Come decenni prima Pugin e e Ruskin per l’Inghilterra con il gotico, il ruolo che Zani attribuiva alla propria architettura neomedievale era quello di consentire il recupero dello stile ‘tipicamente sammarinese’, lo stile nazionale di un piccolo popolo caparbiamente radicato sulla sua montagna.73 Un popolo – e di conseguenza uno stile architettonico – che nelle sue parole era “ruvido, semplice, povero”, fatto delle stesse pietre cavate dalla montagna su cui sorge la città.74 E mi sembra che Zani, ingegnere figlio di un muratore, sia riuscito nel suo intento.

La defascistizzazione del dopoguerra coinvolgerà, in parte, le persone, senza però andare a toccare il tessuto architettonico della città. A quanti criticavano l’operato dell’amministrazione fascista, che avrebbe speso inutilmente ingenti risorse costruendo merli e castelletti medievali invece di case operaie, Gino Zani, non fascista ma uomo concreto, replicò che proprio i suoi merli – tutt’altro che improduttivi – erano ciò che consentiva la valorizzazione turistica.75 Come in effetti è stato ed è ancor oggi.76

Tommaso di Carpegna Falconieri

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1 Ringrazio Anna Guerra per l’aiuto nella ricerca presso l’Archivio di Stato di San Marino. Questo articolo è già apparso in forma meno estesa con il titolo San Marino neomedievale, in Città di San Marino, a cura di G. Allegretti, San Marino, Ente Cassa di Faetano, 2017 (Storia dei Castelli della Repubblica di San Marino, 9), pp. 191-198; tradotto da Alison Locke Perchuk, è apparso con il titolo Liberty Dreamt in Stone: The (Neo)Medieval City of San Marino, Práticas da História. Journal on Theory, Historiography and Uses of the Past, 9 (2019), pp. 59-93, http://www.praticasdahistoria.pt/issues/2019/9/03_PDH09_Falconieri.pdf (cons. 18/03/2020). La presente versione è un aggiornamento dell’edizione inglese. 2 Sul medievalismo e le rievocazioni storiche: V. Ortenberg, In Search of the Holy Grail. The Quest for the Middle Ages, New York, Hambledon Continuum, 2007, pp. 225–235; T. di Carpegna Falconieri, Medioevo militante: La politica di oggi alle prese con barbari e crociati, Torino, Einaudi, 2011, pp. 106–120. Poiché la bibliografia è in crescita continua, rinvio al sito Medievally Speaking, http://medievallyspeaking.blogspot.it (cons. 18/03/2020). Si vedano anche U. Longo, ‘Tra un manifesto e lo specchio’. Piccola storia del medievalismo tra diaframmi, maniere e pretesti e T. di Carpegna Falconieri, Cinque altri modi di sognare il medioevo. Addenda a un testo celebre, entrambi in corso di stampa sul Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo, 122 (2020). 3 “Permanent Mission of the Republic of San Marino to the United Nations”, United Nations Permanent Missions, https://www.un.int/sanmarino/ (cons. 16/03/2020). 4 Portale ufficiale della Repubblica di San Marino, San Marino Patrimonio dell’Umanità – Dichiarazione Unesco, http://www.sanmarino.sm/on-line/home/san-marino/dichiarazione-unesco.html (cons. 16/03/2020): “San Marino è una delle più antiche repubbliche del mondo e l’unica città-Stato che sussiste, rappresentando una tappa importante dello sviluppo dei modelli democratici in Europa e in tutto il mondo. (…) Le mura difensive e il centro storico hanno subito modifiche nel tempo, comportando un intensivo restauro e una ricostruzione tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo – processo che può essere considerato come parte integrante della storia del bene e che riflette gli approcci in mutamento della conservazione e della valorizzazione del patrimonio nel tempo. Criterio (iii): San Marino e il Monte Titano costituiscono una testimonianza eccezionale dell’istituzione di una democrazia rappresentativa fondata sull’autonomia civica e l’autogoverno, avendo esercitato con una continuità unica e senza interruzione il ruolo di capitale di una repubblica indipendente dal XIII secolo. (…) Numerosi elementi del centro storico che sono stati conservati oppure che sono stati restaurati, si iscrivono in una lunga tradizione. Gli interventi del XX secolo potrebbero essere qualificati come elementi dannosi all’integrità, ma fanno anche loro parte della storia del bene. L’ubicazione e il quadro della città di San Marino presentano un livello elevato di autenticità. Per quanto riguarda le funzioni e gli usi, esiste una continuità in relazione al ruolo della città storica come capitale del piccolo Stato. I lavori di restauro e di ricostruzione realizzati a cura di Gino Zani possono essere considerati come parte integrante della storia del bene e valutati in quanto applicazione dei principi teorici provenienti dal movimento romantico di restauro. Nel presente caso, l’idea di ‘medioevalizzazione’ del centro storico può essere considerata come un’espressione dell’identità nazionale ricercata attraverso un’immagine idealizzata del centro storico”. Cfr. N. Matteini e A.M. Matteini, La Repubblica di San Marino. Guida storica e artistica della Città e dei Castelli, Rimini, Graph Edizioni, 2001, p. 82. 5 Historic Fortified City of Carcassonne, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/345 (cons. 16/03/2020): “The Committee decided to inscribe this property on the basis of criteria (ii) and (iv), considering that the historic town of Carcassonne is an excellent example of a medieval fortified town whose massive defences were constructed on walls dating from Late Antiquity. It is of exceptional importance by virtue of the restoration work carried out in the second half of the 19th century by Viollet-le-Duc, which had a profound influence on subsequent developments in conservation principles and practice”. Cfr. L. Mazza, Gino Zani: San Marino come Carcassonne, Ananke: Cultura, storia e tecniche della conservazione, 14 (1996), pp. 17–25; F. Bottari, Un medioevo a ‘Perfetta regola d’arte’: a margine dell’iscrizione Unesco e dell’interessante caso Gino Zani, Identità sammarinese: riflessioni sulla libertà e la democrazia fra politica, storia, cultura, 1 (2009), pp. 13–29; E. Tamagnini, L’importanza dell’opera di Zani per il riconoscimento Unesco di San Marino quale patrimonio dell’umanità, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, a cura di L. Morganti, San Marino, Centro sammarinese di studi storici, Università degli studi della Repubblica di San Marino, 2018, pp. 21-24. 6 Cfr. anche i massicci interventi di restauro e trasformazione avvenuti nel XIX secolo nella cattedrale medievale di Roskilde in Danimarca (sito UNESCO dal 1995), che stavolta hanno il valore di provvedere “a clear overview of the development of European religious architecture”. Roskilde Cathedral, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/695 (cons. 16/03/2020). Invece il ruolo del restauro non viene considerato elemento di valutazione per altri celebri monumenti medievali che sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità e che hanno conosciuto modificazioni significative nell’età contemporanea, come la cattedrale di Chartres per opera di Viollet-le-Duc (sito UNESCO dal 1979) e la città di San Gimignano in Toscana (sito UNESCO dal 1990). In altri casi, come quello dello Historic Centre of Český Krumlov nella Repubblica Ceca (sito UNESCO dal 2006), che è stato anch’esso largamente restaurato e in parte ricostruito, si giustifica il rispetto del criterio dell’autenticità con il fatto che “restoration works on the facades of the buildings are carried out in compliance with strict international standards for heritage conservation. Only traditional materials and techniques are used”. Historic Centre of Český Krumlov, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, https://whc.unesco.org/en/list/617 (cons. 16/03/2020). Di un altro sito, quello di Tel, anch’esso nella Repubblica Ceca (sito UNESCO dal 1992), è detto espressamente “The Historic Centre of Tel is of high authenticity because it escaped the mania for over-restoration of the 19th century”. Historic Centre of Tel, UNESCO–Culture–World Heritage Centre–The List, http://whc.unesco.org/en/list/621 (cons. 16/03/2020): il che è l’opposto del criterio considerato per Carcassonne. 7 È per esempio l’approccio della rivista postmedieval. A journal of medieval cultural studies attiva dal 2010. Per alcune considerazioni, rimando a T. di Carpegna Falconieri, Medievalismi. Il posto dell’Italia, in Medievalismi italiani (secoli XIX-XXI), a cura di T. di Carpegna Falconieri e R. Facchini, Roma, Gangemi, 2018, pp. 9-28: 10-12. Nel febbraio 2020 presso l’Istituto storico italiano per il medio evo è stato fondato “Medievalismo. Centro studi ricerche”: http://www.isime.it/index.php/attivita-scientifica/medievalismo (cons. 16/03/2020). Il 19 giugno 2020 a Bertinoro, nell’ambito del Secondo Convegno della Medievistica Italiana (18-20 giugno 2020) si terrà il panel Il medievalismo tra storia della storiografia, cultural studies e società di massa, organizzato da Francesca Roversi Monaco, con la partecipazione di Alessandro Barbero, di Umberto Longo e di chi scrive. 8 Cfr. l’incipit di G. Zucconi, Gino Zani: La rifabbrica di San Marino 1925–1943, Venezia, Arsenale, 1992, p. 7: “Perché una monografia su San Marino? Perché dedicare tempo e fatica ad un caso che non ha mai goduto di buona fama presso gli studiosi di architettura? Con le sue rocche ricostruite, con le sue mura tirate a lucido e i suoi monumenti privi di patina dell’antico, la città del Titano sembra accontentare solo i palati meno esigenti (…). Nel caso di San Marino, il giudizio ruota ancora attorno al trito e moralistico dualismo falso-autentico”. Vedi anche Id., L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 143-150: 144-145; L. Morganti, Diversamente moderno. Sull’anacronismo di Gino Zani tra continuità e cesure, tra progetto e restauro, ivi, pp. 151-178: 161-166. 9 Gradara è una rocca medievale situata a circa 40 km San Marino, nella regione Marche, in gran parte ricostruita negli anni 1921-1923 dall’ingegner Umberto Zanvettori, la cui ricca collezione di armi antiche si trova oggi a Roma, a Castel Sant’Angelo. Una tradizione romantica vuole che in questa fortezza si sia consumato l’efferato omicidio di Paolo e Francesca cantato da Dante (Inferno, canto V, vv. 82-142). Vedi M.R. Valazzi, La rocca di Gradara, Urbino, Novamusa Montefeltro, 2003; M.C. Pepa, Francesca da Rimini. Mitografia di un personaggio femminile medievale, Studi pesaresi, 5 (2017), pp. 18-34. Il sito ospita dal 2014 il convegno annuale “Il Medioevo fra noi”, organizzato dalle Università di Urbino, Bologna e Roma Sapienza, dal Polo museale delle Marche e dall’Istituto storico italiano per il medioevo; si tratta dell’unico appuntamento fisso in Italia dedicato allo studio del medievalismo. 10 “Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il carattere di ‘storia contemporanea’, perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni”: B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p. 5. 11 F.V. Lombardi, San Marino nell’età medioevale: I rapporti fra il comune e i vescovi di Montefeltro, in Storia e ordinamento della Repubblica di San Marino, San Marino, Cassa rurale depositi e prestiti di Faetano, 1983, pp. 38–61.” 12 A. Garosci, San Marino: Mito e storiografia tra i libertini e il Carducci, Milano, Edizioni di comunità, 1967; G. Spadolini, San Marino: L’idea della repubblica, con documenti inediti dall’archivio di Pasquale Villari, Firenze, Le Monnier, 1989; R. Montuoro, Come se non fosse nel mondo: La Repubblica di San Marino dal mito alla storia, San Marino, Edizioni del Titano, 1992; D. Bagnaresi, Miti e stereotipi: L’immagine di San Marino nelle guide turistiche dall’Ottocento a oggi, San Marino: Centro sammarinese di studi storici, Università degli studi della Repubblica di San Marino, 2009. 13 Garosci, San Marino, pp. 148–149. 14 In particolare San Marino non compare nel celebre scritto di Carlo Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane (1858), Firenze, Vallecchi, 1931. In precedenza, Montesquieu, Hegel e Sismondi non le risparmiano critiche. Vedi Voyages de Montesquieu, publiés par le baron Albert de Montesquieu, Bordeaux, Gounouilhou, 1896, t. II. p. 81 (cfr. Garosci, San Marino, p. 105); G.G.F. Hegel, Scritti politici, a cura di A. Plebe, Bari, Laterza, 1961, p. 140 (cfr. Garosci, San Marino, p. 160 s.). A pesare è soprattutto il giudizio di Sismondi, che viceversa è il principale artefice della mitizzazione dei comuni medievali italiani nell’Ottocento; vedi J.Ch.L. Simonde de Sismondi, Histoire des Républiques italiennes du Moyen Âge (1807-1818), Paris, Furne et C.ie-Treuttel et Wurtz, 1840, vol. VIII, p. 237: “Trois, ou même quatre républiques, en comptant San-Marino, ont continué à repousser de leur sein le pouvoir d’un seul, mais sans garder leur liberté, sans conserver aucune ombre, ni de la souveraineté du peuple, ni de la garantie des droits et de la sûreté des citoyens” (ringrazio Marion Bertholet per avermi segnalato questo passo); Id., Storia della libertà in Italia (1832), vol. II, Milano, Vallardi, 1860, p. 76-77: “Dopo l’assoggettamento di Siena tre sole repubbliche rimaneano in Italia, Lucca, Genova e Venezia, quando non si voglia tener conto anche di San Marino, terra libera, situata sulla vetta d’un monte della Romagna, che infino a’ di nostri si è celata egualmente alle usurpazioni ed alla istoria”. 15 J. Addison, Remarks on Several Parts of Italy, &c. in the Years 1701, 1702, 1703, London, printed for Jacob Tonson, within Grays-Inn Gate next Grays-Inn Lane, 1705; M. Delfico, Memorie storiche della Repubblica di San Marino (1804), Napoli, G. Nobile, 1864, rist. anast. Bologna, Atesa, 1981; G. Carducci, La libertà perpetua di San Marino: Discorso al Senato e al popolo tenuto il 30 settembre 1894, Bologna, Zanichelli, 1947. Su questi tre autori si vedano Garosci, San Marino, rispettivamente pp. 93–106, 165–226 e 355–374; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 41 ss., 152–154. Su Melchiorre Delfico vedi oggi soprattutto G. Allegretti, Melchiorre Delfico e San Marino. Dal ripudio della storia a una storia appassionata, in M. Delfico, Lettere a Giuseppe Mercuri, a cura di G. Allegretti, C. Malpeli, V: Tabarini, San Marino, Centro sammarinese di studi storici, in corso di stampa. 16 T. di Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo: due mitomotori per costruire la storia della nazione e delle ‘piccole patrie’ tra Risorgimento e Fascismo, in Storia e piccole patrie: Riflessioni sulla storia locale, a cura di R.P. Uguccioni, Pesaro-Ancona, il lavoro editoriale, 2017, pp. 78–101. Specifici studi recenti sulle mitografie cittadine costruite o rinverdite nell’Ottocento: F. Roversi Monaco, Il comune di Bologna e re Enzo: costruzione di un mito debole, Bologna, Bononia University Press, 2012); Ead., “‘Il gran fatto che dovrà commemorarsi’: L’Alma Mater Studiorum e l’Ottavo Centenario della sua fondazione. Medioevo, memoria e identità a Bologna dopo l’Unità d’Italia”, in Medievalismi italiani, pp. 149-162; P. Grillo, Legnano 1176. Una battaglia per la libertà, Roma-Bari, Laterza, 2010; F. Pirani, Le repubbliche marinare: archeologia di un’idea, in Medievalismi italiani, pp. 131-148; Su Assisi: T. di Carpegna Falconieri, L.E. Yawn, Forging Medieval Identities: Fortini’s Calendimaggio and Pasolini’s Trilogy of Life, in The Middle Ages in the Modern World: Twenty-First–Century Perspectives, ed. B. Bildhauer and C. Jones, Oxford, Oxford University Press, 2017, pp. 186-215. Riferimenti a San Marino in I. Porciani, L’invenzione del medioevo, in Arti e storia nel medioevo. Vol. IV. Il medioevo al passato e al presente, a cura di E. Castelnuovo e G. Sergi, Torino Einaudi, 2004, pp. 253-279: 278; M. Moretti-I. Porciani, Italy’s Various Middle Ages, in The Uses of the Middle Ages in Modern European States: History, Nationhood and the Search for Origins, ed. R.J. W. Evans and G.P. Marchal, New York, Palgrave Macmillan, 2011, pp. 177-196: 193; Carpegna Falconieri, Medioevo militante, p. 107; Id., ‘Medieval’ Identities in Italy: National, Regional, Local, in Manufacturing Middle Ages: Entangled History of Medievalism in Nineteenth-Century Europe, ed. P. Geary and G. Klaniczay, Amsterdam, Brill, 2013, pp. 319–345: 343. 17 Garosci, San Marino, p. 12, con riferimento specifico alle interpretazioni di Delfico e Carducci. 18 Delfico, Memorie storiche, p. 41; cfr. Carducci, La libertà perpetua, p. 12: “La plebe mariniana, pur avanti che spuntasse il verde dei comuni italiani, già era matura nella libertà”; ivi, p. 7: “Quando il secolo decimosecondo viene a spazzare via dagli annali italiani la caligine barbarica, prima tra le repubbliche, su l’alto Titano e le sette circostanti colline, scorgesi, diritta ferma ed intera, la forza e la libertà di San Marino”. 19 Delfico, Memorie storiche, p. 27; cfr. Carducci, La libertà perpetua, p. 13: “Qui la repubblica evitò signoria (attraverso la trasformazione dei due consoli nei capitani reggenti) (…). E qui nessuno accennò mai di levarsi tiranno”. È noto peraltro che a San Marino (come a Lucca, Genova e Venezia), in età bassomedievale e moderna il governo si trasformò in senso oligarchico, da cui il giudizio negativo di Sismondi citato in nota 14. Sul tema del passaggio dalle istituzioni comunali a quelle signorili: A. Zorzi, Le signorie cittadine in Italia, secoli XIV-XV, Milano, B. Mondadori, 2010; Id., Tiranni e tirannide nel Trecento italiano, Roma, Viella, 2013. 20 G. Zucconi, L’invenzione del passato. Camillo Boito e l’architettura neomedievale 1855-1890, Venezia, Marsilio, 1997; Alfredo d’Andrade: tutela e restauro. Torino, Palazzo Reale, Palazzo Madama, 27 giugno-27 settembre 1981, a cura di M.G. Cerri, D. Biancolini Fea, L. Pittarello, Firenze, Vallecchi, 1981; Alfonso Rubbiani e la cultura del restauro nel suo tempo (1880–1915): Atti delle giornate di studio su Alfonso Rubbiani e la cultura del restauro del suo tempo (1881–1915), Bologna, 12–14 novembre 1981, a cura di L. Bertelli e O. Mazzei, Milano, Franco Angeli, 1986; Luca Beltrami architetto: Milano tra Ottocento e Novecento, a cura di L. Baldrighi, Milano Electa, 1997; più in generale: Arti e storia nel medioevo. Vol. IV. Il medioevo al passato e al presente; Medioevo fantastico. L’invenzione di uno stile nell’architettura tra fine ‘800 e inizio ‘900, a cura di A. Chavarría e G. Zucconi, Firenze, all’Insegna del Giglio, 2016. Accadde non di rado, allora, che per conferire una patina medievale si andasse distruggendo ciò che di medievale vi era davvero; come accadde alle mura urbiche di Bologna. 21 Si vedano soprattutto D. Ghilardo, Building New Communities: New Deal America and Fascist Italy, Princeton, Princeton University Press,1989; L. Di Nuccio, Fascismo e spazio urbano. Le città storiche dell’Umbria, Bologna, il Mulino, 1992; S. Cavazza, Piccole patrie. Feste popolari tra regione e nazione durante il Fascismo, Bologna, il Mulino, 20032; D.M. Lasansky, The Renaissance Perfected: Architecture, Spectacle, and Tourism in Fascist Italy, University Park, Pennsylvania State University Press, 2004; Ead., Urban Editing, Historic Preservation, and Political Rhetoric: The Fascist Redesign of San Gimignano, Journal of the Society of Architectural Historians, 63, n. 3 (2004), pp. 320–353; Carpegna Falconieri-Yawn, Forging Medieval Identities; Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo, pp. 86 ss. 22 Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo. 23 Zucconi, Gino Zani, p. 8. Vedi anche Garosci, San Marino, p. 348, che cita Tullio Massarani, Diporti e Veglie, Milano, U. Hoepli, 1897, p. 491, per il quale l’architetto Francesco Azzurri fu “appassionatamente devoto all’assunto di tradurre in un poema di pietra quest’altro secolare poema d’una pacifica comunanza”. 24 Vedi per esempio O. Brizi, Quadro istorico della Serenissima Repubblica di San Marino, Firenze, Stabilimento artistico Fabris, 1842, p. 44 (cfr. Garosci, San Marino, p. 246): “Questa piccola città si compone di diversi borghi quasi tutti scoscesi e mal lastricati e di varie piazzette fiancheggiate da qualche palazzo ma in generale da case che poco promettono all’esterno, ma che nell’interno sono montate anzichenò con gusto”. Vedi anche Garosci per altri commenti di E. About, Rome contemporaine, Paris, M. Lévy frères et C.ie, 1861: borgo “mal bâti, mal pavé et mal tenu”; vedi infine C. Ricci, San Marino e San Leo, Nuova Antologia, 122 (serie 3, 38), 1893, pp. 242-257: 256: “Sulle tre penne del Titano sorgono fosche torri. La capitale della vetusta repubblica si stende nella pendenza del monte, a ponente. Tutto è silenzioso in quel nido d’aquila, tutto chiuso, tutto deserto nelle vie”. I testi di questo articolo furono riprodotti insieme a suggestive fotografie in Il Montefeltro: trentadue tavole fotografiche di Alessandro Cassarini illustrate da Corrado Ricci, Bologna, Stab. Tip. Zamorani e Albertazzi, 1894. Sulla posizione isolata e di malagevole accesso di San Marino e sul superamento di questa condizione vedi Bagnaresi, Miti e stereotipi, spec. pp. 131-151. 25 Su di esso: Repubblica di S. Marino: inaugurazione del nuovo palazzo del Consiglio Principe Sovrano, 30 settembre 1894: numero unico, Roma, E. Perino, 1894; O. Fattori, Il nuovo palazzo governativo della Repubblica di San Marino, Bologna, Zanichelli, 1894; Garosci, San Marino, pp. 348-351; Zucconi, Gino Zani, p. 8; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 91–92, 151 ss.; L.M. Morganti, Il patrimonio dello Stato: l’architettura storica della Repubblica di San Marino, San Marino, AIEP, 2001, ad indicem; sul web è utile il testo di F. Michelotti, Storia palazzo pubblico, www.consigliograndeegenerale.sm/on-line/home/listituzione/palazzo-pubblico/storia.html (cons. 17/03/2020). Infine e soprattutto si veda Un palazzo medievale dell’Ottocento. Architettura, arte e letteratura nel palazzo pubblico di San Marino, a cura di G. Zucconi, Milano, Jaca Book, 1995. 26 Zucconi, Gino Zani, p. 8; Michelotti, Storia palazzo pubblico. Sull’architetto, celebrato in un busto all’ingresso del palazzo pubblico datato al 1903: M. Talamona, Francesco Azzurri architetto romano, in Un palazzo medievale, pp. 35–58. Azzurri fu due volte presidente dell’Accademia di San Luca, nel 1880–1882 e nel 1893–1895 esercitando i suoi mandati prima e dopo la costruzione del palazzo sammarinese; “Presidenti dell’Accademia di San Luca”, Accademia Nazionale di San Luca, http://www.accademiasanluca.eu/docs/accademici/elenco_2015/presidenti_san.luca.pdf, cons 20/03/2020. In Repubblica, egli disegnò anche la torre campanaria di Borgo Maggiore (1896). A Roma, progettò numerosi edifici, tra cui l’ospedale di S. Maria della Pietà; mi piace ricordarlo anche come l’autore del basamento su cui poggia la statua di Cola di Rienzo sotto il Campidoglio realizzata da Girolamo Masini. 27 Repubblica di San Marino, Archivio di Stato (=AS RSM), Fabbrica del palazzo pubblico, Disegni, piante, corrispondenza (F. Azzurri), busta 56, spec. i fascicoli 2 (disegni), 3 (bozzetti, corrispondenza varia) e 4 (145 lettere di Pietro Tonnini a Francesco Azzurri dal 1881 al 1894, corrispondenza varia dal 1886 al 1895, comprese alcune lettere di Carlo Malagola). Dalle lettere si evince il ruolo di Tonnini, che diresse i lavori e condivise con Azzurri – che stava a Roma dove era console generale della Repubblica – proposte architettoniche e problemi tecnici. Fra le molte lettere si possono segnalare a titolo di esempio quelle in cui si parla di Malagola (per es. lettera del 26 ottobre 1886), di Noël de Vergers (2 agosto 1892, 7 agosto 1894), dei disegni del banco dei capitani reggenti (31 gennaio 1891). In Archivio di Stato si conserva anche una serie di 13 tavole ritrovata nel 2008, contenenente alcuni disegni progettuali di Francesco Azzurri per il palazzo pubblico. 28 Zucconi, Gino Zani, p. 8. 29 Secondo Garosci, San Marino, p. 358, il palazzo pubblico “arieggia” quello della Signoria. Secondo Tullio Massarani (cit. da Garosci, San Marino, p. 349), invece, l’edificio “fa subito pensare, ragion tenuta delle dimensioni, a quel palazzo del Podestà, detto oggi del Bargello, in Firenze”. Pietro Tonnini accenna a modelli casentinesi medievali per la decorazione del palazzo in AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, busta 56, fasc. 4, lettera del 22 settembre 1893. 30 Cfr. Garosci, San Marino, p. 350. 31 Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 85 ss. 32 C. Malagola, L’Archivio governativo della Repubblica di San Marino riordinato e descritto: Aggiunti gli statuti sammarinesi dal 1295 alla meta del secolo XIV, Bologna, Fava e Garagnani, 1891; ed. anast. San Marino, Biblioteca di San Marino, 1981. 33 Secondo l’art. 3 della la Legge 26 settembre 1980, n. 75, Adeguamento continuo nell’ordinamento topografico ed ecografico, le Giunte di Castello (cioè gli equivalenti delle giunte comunali italiane) hanno competenza in materia toponomastica e devono ottenere il parere positivo dell’Archivio di Stato. L’Ordinamento stradale approvato dal consiglio grande e generale con la legge 74 (sic) del 26 settembre 1980, pp. 58-59, prevede che l’odonomastica sammarinese sia suddivisa in gruppi distinti,diversi dei quali rimandano a documenti medievali dell’Archivio di Stato; in particolare i gruppi 7 (nomi desunti dal Placito feretrano); 8 (dal doc. del 3 luglio 1296, l’inquisitio di Raniero abate di S. Anastasio sul significato della libertà), 9 (dal doc. del 10 febbraio 1320 con cui gli uomini di Busignano diventano abitanti sammarinesi), 11 (dal doc. del 28 dicembre 1375, acquisto di Pietracuta), 12 (dal terzo statuto, del 1353). Altri personaggi medievali legati alla storia di San Marino sono contemplati nei gruppi 27, 28 e 30 del medesimo Ordinamento stradale. 34 Carducci, La libertà perpetua; Repubblica di S. Marino: Inaugurazione del nuovo palazzo; Fattori, Il nuovo palazzo; AS RSM, Fabbrica del palazzo pubblico, b. 56, fasc. 5: Libro d’Oro per l’inaugurazione del nuovo palazzo pubblico. Si vedano Garosci, San Marino, pp. 327-375; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 151–154. Pietro Tonnini era morto il 24 agosto precedente e non poté assistere all’inaugurazione dell’edificio. 35 R. Bonelli, Gli istituti fondamentali della costituzione sammarinese e la loro evoluzione – dall’arengo al referendum, in Storia e ordinamento della Repubblica di San Marino, pp. 164–175; Id., Gli organi dei poteri pubblici nell’ordinamento della Repubblica di S. Marino, San Marino, A.T.E., 1984, pp. 19 ss.; G.B. Reffi, Pietro Franciosi e il movimento pro Arengo, in La tradizione politica di San Marino. Dalle origini dell’indipendenza al pensiero politico di Pietro Franciosi, a cura di E. Righi Iwanejko, Ancona, il lavoro editoriale, 1988, pp. 473–485. 36 Legge 16 marzo 1925, n. 10. Prima di allora portavano il nome di Castello (e assumenva il nome di capitano di Castello il loro governatore) solamente Montegiardino, Faetano e Serravalle, cioè gli abitati annessi nel 1463 in seguito alla guerra contro i Malatesta, mentre un quarto abitato, Fiorentino, era stato decastellato subito dopo l’annessione. I nomi attuali dei Castelli sono stabiliti dalla Legge 30 novembre 1979, n. 75, Riforma delle Giunte di Castello, con cui i distretti vengono ridotti a nove tramite l’accorpamento di Montale e Fratta in “Città”. 37 Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo, pp. 91–92, 100. 38 La bibliografia sugli intrecciati rapporti fra medievalismo e fascismo italiano è abbastanza nutrita; si vedano per essa i recenti saggi di Carpegna Falconieri, Roma antica e il Medioevo e D. Iacono, Condottieri in camicia nera. L’uso dei capitani di ventura nell’immaginario medievale fascista, in Medievalismi italiani, pp. 53-66. Diversi interventi su questo tema, riguardanti varie nazioni, sono stati presentati in occasione del convegno internazionale The Middle Ages in the Modern World, Rome, 21-24 Novembre 2018 (interventi di D. Iacono, P.A. Martins, A. Tomedi: vedi il programma su https://themamo.org/mamo2018-rome/, cons. 16/03/2020). Presso l’Istituto storico germanico di Roma è previsto per i giorni 7-8 giugno 2021 lo svolgimento del convegno internazionale Il medioevo e l’Italia fascista: al di là della romanità. Sul fascismo sammarinese in particolare, che ebbe praticamente la stessa durata (1923-1943) di quello italiano: A.L. Carlotti, Storia del partito fascista sammarinese, Milano, Celuc, 1973; di converso, la bibliografia sul medievalismo sammarinese di età fascista è interamente contenuta in quella su Gino Zani, per la quale vedi infra. 39 L’architettura di Gino Zani per la ricostruzione di Reggio Calabria, 1909-1935, a cura di M. Lo Curzio, Reggio Calabria-Roma, Gangemi, 1986; L. Rossi, Gino Zani, ingegnere 1882-1964, Repubblica di San Marino, SUMS-Busto Arsizio, Nomos, 2015 (illustrato e con un’appendice documentaria), e oggi Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi nel 2014 per commemorare i cinquant’anni dalla sua morte. Il volume è stato presentato da Tullia Iori e da chi scrive il 7 febbraio 2019 presso il Dipartimento di Storia dell’Università di San Marino. Come sito di riferimento si segnala: Istituto ingegnere Gino Zani, https://www.ginozani.org/, cons. 18/03/2020. 40 Rossi, Gino Zani, ingegnere, pp. 28-31; L. Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino e la figura di Zani dai primi anni del XX secolo sino all’assunzione di incarichi per gli Istituti culturali, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 41-85: 63; Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, p. 144; Morganti, Diversamente moderno, pp. 154-156, 182-184. 41 Su cui si veda T. Iori, Il cemento armato in Italia: dalle origini alla seconda guerra mondiale, Roma, Edilstampa, 2001. 42 Sulle posizioni di Gino Zani, che ebbe la tendenza a non accettare incarichi politici e che tuttavia non mi paiono ancora del tutto chiarite: Rossi, Gino Zani, ingegnere, pp. 106-110; G. Zani, “Gino”, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 35-40: 38-39; Rossi, Il contesto storico-politico, spec. pp. 61-66 e 71-73, da confrontare con M. Lo Curzio, L’opera di Gino Zani a Reggio Calabria, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 87-122: 91, 113. 43 Ivi, pp. 103-104. È stato osservato come il percorso seguito da Gino Zani sia inverso rispetto al solito: egli passò infatti dall’art nouveau (nella sua declinazione liberty tipicamente italiana) al neomedievalismo, anziché il contrario, come accadeva di solito: Morganti, Diversamente moderno, p. 170. 44 Zucconi, Gino Zani, p. 26; Tamagnini, L’importanza dell’opera di Gino Zani, p. 21; A. Galassi, Gino Zani e l’identità della Città-Stato, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 25-28: 27; Rossi, Il contesto storico-politico, p. 55; Lo Curzio, L’opera di Gino Zani a Reggio Calabria, p. 91; G. Rossini, Gino Zani. La trasformazione della città dal 1927 al 1963, in Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 131-142: 141; Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, pp. 145-149; Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 237-238. La Legge cui faccio riferimento è la 1089 del 1° giugno 1939. 45 Ricci, San Marino e San Leo, pp. 242–257; Id., Il Montefeltro: Trentadue tavole; Id., La Repubblica di San Marino, Bergamo, Istituto d’arti grafiche, 1903; Id., Nostalgie feltresche, in Id., Figure e fantasmi, Milano, Hoepli, 1931, pp. 327–352. Sul suo legame con San Marino: Garosci, San Marino, pp. 343–348. 46 Zucconi, Gino Zani, p. 26. 47 G. Zani, Le fortificazioni del monte Titano. Con prefazione di Corrado Ricci, Napoli, Istituto arti grafiche G. Rispoli, 1933 (edizione anastatica con una introduzione di G. Zucconi: San Marino, Banca agricola commerciale della Repubblica di San Marino, 1997). 48 G. Zani, Il territorio di San Marino attraverso i secoli, Faenza, F.lli Lega, 1963, p. 155. 49 Zucconi, Gino Zani, p. 26. 50 Zucconi, Gino Zani, p. 237. Vedi anche Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino, p. 59, e Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, p. 237. 51 Zucconi, Gino Zani, pp. 33, 39. Vedi in proposito Le fortificazioni del monte Titano, passim; Id., Il territorio di San Marino, p. 152: “Nel secolo decimoquarto il castello di San Marino raggiunse la sua maggiore efficienza, ed i suoi abitanti seppero acquistarsi la stima e il rispetto dei paesi circostanti”. P. 154: “Da quanto ho fin qui esposto, nessuno potrà dubitare che il periodo aureo per le mura castellane del Monte Titano sia rappresentato dal secolo XIV, l’unico secolo durante il quale il Comune abbia avuto un completo ed organico sistema di fortificazioni, conforme alle necessità del tempo”. 52 Sulla fortezza di San Leo vedi oggi D. Sacco, A. Tosarelli, La Fortezza di Montefeltro. San Leo: processi di trasformazione, archeologia dell’architettura e restauri storici, Firenze, all’Insegna del Giglio, 2016. 53 Gino Zani, pp. 46–47. 54 G. Zani, I restauri della porta di San Francesco, Libertas perpetua, IV, n. 2 (1936), pp. 1-14 dell’estratto. 55 Una cronologia delle opere di Zani si trova in Zucconi, Gino Zani, pp. 90–91. Vedi anche Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 236-258 e, per i lavori condotti negli altri Castelli della Repubblica, ivi, pp. 301-304. 56 Rossini, Gino Zani. La trasformazione della città dal 1927 al 1963, p. 136; Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, pp. 275-276. 57 Su Zani come storico: Rossi, Il contesto storico-politico, pp. 78 ss. 58 Morganti, Diversamente moderno, p. 161. 59 Questa era stata, in particolare, la proposta dell’architetto Vincenzo Moraldi, per la quale si veda Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, ad indicem. 60 Rossi, Il contesto storico-politico, pp. 58-59; Bagnaresi, Miti e stereotipi. 61 Morganti, Diversamente moderno, p. 171. Anche in Italia le élites locali e fasciste che negli anni Trenta ricrearono le feste medieval-rinascimentali appartenevano in larga misura ai vecchi ceti dei possidenti agrari, tradizionalisti e non industriali: Cavazza, Piccole patrie, p. 205. 62 Ivi. 63 Ivi, passim; Carpegna Falconieri, Medioevo militante, pp. 106-120; Id., Roma antica e il Medioevo; A. Bernard, La Casa di Giulietta di Antonio Avena. Quando l’architettura diventa ‘coup de théâtre’, in Medioevo fantastico. L’invenzione di uno stile nell’architettura tra fine ‘800 e inizio ‘900, pp. 74-85. Gli esempi potrebbero continuare: tra questi ricordiamo almeno Gubbio, Spoleto, Perugia, Todi e Ravenna. 64 Zucconi, Gino Zani, p. 39. Lo stesso autore, nella sua recente messa a punto L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, pp. 143 ss., sottolinea quanto il caso sammarinese non sia eccezionale. 65 Morganti, Diversamente moderno, p. 173. 66 Gino Zani. L’ingegnere, l’architetto, lo storico, ad indicem. 67 Zucconi, Gino Zani, p. 23 (pp. 19-26 sull’intero periodo fascista). Sulle guide turistiche del periodo: Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 105-110, 163-168. 68 Zucconi, Gino Zani, p. 23. 69 Su di lui: La figura di Pietro Fedele intellettuale, storico, politico, a cura di C. Crova, Roma, Istituto storico italiano per il medio evo, 2016. 70 Zucconi, Gino Zani, p. 7, che cita lo stesso Gino Zani. 71 Ivi, pp. 8-9. 72 Zucconi, L’opera di Gino Zani alla luce di nuove prospettive critiche, p. 148. 73 Morganti, Diversamente moderno, pp. 161 ss. 74 G. Zani, La chiesa vecchia di San Marino, San Marino, Arti grafiche F. Della Balda, 1935, p. 11; cfr. Zucconi, Gino Zani, p. 14; Morganti, Diversamente moderno, p. 158. 75 Zucconi, Gino Zani, pp. 77–78; Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 247–248. Nel 1950 Gino Zani divenne direttore degli istituti culturali della Repubblica di San Marino, incarico che ricoprì fino alla morte. Sulle sue attività in questa funzione: Rossi, Il contesto storico-politico di San Marino, p. 77-85. 76 Bagnaresi, Miti e stereotipi, pp. 183–244, sulla Immagine di San Marino nell’editoria turistica dal dopoguerra a oggi; in particolare pp. 204-214 per il rapporto fra identità, riappropriazione del passato e rievocazione folkloristica (soprattutto in relazione al Corpo dei Balestrieri e ai musei delle armi). Già nel 1949, San Marino entrava nel mondo dello spettacolo di finzione con il film Prince of Foxes, interpretato da Tyrone Power, Orson Welles e Wanda Hendrix (cfr. Morganti, Diversamente moderno, pp. 255-256).

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Le origini di Venezia

Le origini di Venezia sono ancora un capitolo oscuro della storia del Medioevo, su cui poco ci dicono le fonti di cui disponiamo, spesso tra l’altro mescolando in modo inestricabile realtà e leggenda.

Basilica Cattedrale Patriarcale di San Marco. Consacrata per la prima volta nell’828, è stata edificata nelle attuali fattezze tra il 1063 e il 1617

L’unica cosa veramente certa è che Venezia nacque bizantina e tale si mantenne per alcuni secoli. I Veneziani (o “Venetici” come li chiamavano i Bizantini) elaborarono già nel X secolo una leggenda, di cui si ha notizia nell’opera di Costantino VII Porfirogenito (l’imperatore erudito sul trono di Bisanzio dal 913 al 959), secondo cui la loro città sarebbe stata fondata in “un luogo deserto, disabitato e paludoso” al tempo dell’invasione di Attila, quando cioè il re unno devastò la terraferma veneta distruggendo Aquileia e altri centri minori. Il racconto era destinato a nobilitare l’origine della città lagunare facendola derivare da un avvenimento drammatico che colpiva fortemente l’immaginario collettivo.

Ma la realtà era più modesta: i Veneziani non si insediarono in territori deserti e la migrazione ebbe luogo in un lungo arco di tempo. Le isole in cui si sarebbe formata Venezia erano infatti abitate già in epoca romana, anche se non siamo in grado di dire se si sia trattato di insediamenti di una certa importanza o più semplicemente di poche case isolate o al massimo di piccoli villaggi.

La chiesa di san Giacomo a Rialto in un’opera del Canaletto. Secondo la leggenda, fu edificata lo stesso giorno della nascita di Venezia

Significativa è in proposito una lettera di Flavio Aurelio Cassiodoro, il senatore romano che fu ministro dei re ostrogoti, a cui si deve una descrizione della laguna in una sua lettera del 537-538 con la quale ordinava il trasporto per nave di rifornimenti alimentari dall’Istria a Ravenna. Questi dovevano passare attraverso la rotta interna (i cosiddetti “Septem Maria” da Ravenna ad Altino e, di qui, ad Aquileia) sotto il controllo dei “tribuni marittimi” delle Venezie e la circostanza offre a Cassiodoro lo spunto per descrivere l’ambiente lagunare in cui si poteva navigare anche quando le condizioni del tempo non consentivano di avventurarsi in mare.Gli abitanti, egli aggiunge, vi avevano le proprie case “alla maniera degli uccelli acquatici”, con le barche legate fuori come se si trattasse di animali, e la loro unica ricchezza consisteva nella pesca e nella produzione del sale. Un ambiente, a quanto pare, con una struttura sociale ancora primitiva, ma possiamo anche chiederci fino a che punto la retorica dell’autore può avere deformato la realtà dei fatti.

La nascita di Venezia, al di là di quanto raccontano le leggende, fu un processo lento, e tutto sommato oscuro, iniziato nella seconda metà del VI secolo e protrattosi per una settantina di anni o ancora di più, fino almeno al IX secolo, se si considera formazione di quel complesso urbano che oggi è la città di Venezia. Anche se erano abitate, le lagune continuavano a restare un elemento secondario rispetto alle vicine città della terraferma che avevano raggiunto una particolare fioritura in epoca romana.

Resti del decumano che attraversava il quartiere nord-orientale della città di Alitno (foto Cervellin)

Tra queste la principale era Aquileia; venivano poi Oderzo, Concordia, Altino, Padova e Treviso, la cui importanza era cresciuta all’epoca della dominazione ostrogota. Tutti questi centri, che in misura diversa concorsero alla nascita di Venezia, avevano come caratteristica comune la presenza di collegamenti fluviali con il mare attraverso i quali fin dai tempi più antichi venivano esercitati i commerci.Le città legate alla nascita di Venezia facevano parte dell’ampia provincia di Venetia et Histria, costituita come decima regione dell’Italia romana al tempo dell’imperatore Augusto e divenuta provincia quando Diocleziano nel III secolo aveva riformato l’ordinamento amministrativo. La regione era così chiamata dalle due popolazioni preminenti, i Veneti e gli Histri, e si estendeva su un ampio territorio che dall’Istria giungeva a comprendere gran parte delle Tre Venezie fino al fiume Adda nell’attuale Lombardia. “La Venezia – scrive il longobardo Paolo Diacono nell’VIII secolo – non è costituita solo da quelle poche isole che ora chiamiamo Venezia, ma il suo territorio si estende dai confini della Pannonia al fiume Adda, come provano gli Annali in cui Bergamo è detta città delle Venezie” e più avanti fornisce anche una spiegazione dell’origine del nome Veneti: «il nome Veneti – anche se in latino ha una lettera in più – in greco significa ‘degni di lode’».

Teste virili e muliebri nel MUseo Archeologico nazionale di Altino (foto: Holapaco77)

La storia di Venezia bizantina inizia al tempo della guerra gotica, il lungo conflitto con il quale Giustiniano I riconquistò Italia. La Venetia et Histria – dove i Bizantini comparvero nel 539 – fu un fronte secondario, ma non di meno ebbe a risentire le conseguenze devastanti della guerra, che portò con sé distruzioni, violenze, carestie ed epidemie ricorrenti. Verso il 540 fu sottomessa dagli imperiali; poi durante la controffensiva ostrogota degli anni Quaranta venne spartita fra questi, i Goti e i Franchi per tornare infine sotto l’impero verso il 556 quando il generalissimo Narsete riuscì a riportare il confine alle Alpi.Scrive un cronista del tempo che dopo la fine della guerra l’Italia era “tornata all’antica felicità” ma, se mai questa vi fu, durò molto poco. Nel 568, guidati dal loro re Alboino, i Longobardi provenienti dalla Pannonia invasero infatti l’Italia superando le Alpi Giulie e dilagando nella pianura. Nell’arco di quattro anni quasi tutta l’Italia a nord del Po fu conquistata e l’invasione mise fine all’unità territoriale della regione veneta dove, nella parte orientale, restarono ai Bizantini soltanto Padova con il vicino castello di Monselice, Oderzo, Altino e Concordia.

Fu anche la causa dell’inizio di un progressivo spostamento delle popolazioni della terraferma: di fronte ai nuovi venuti, la cui ferocia era proverbiale, le lagune offrivano un rifugio sicuro a causa della loro incapacità di condurre operazioni che richiedessero l’uso delle flotte. Le autorità ecclesiastiche temevano inoltre queste genti, ancora in gran parte pagane o al massimo di fede ariana, e il primo a dare l’esempio fu il patriarca di Aquileia, Paolino, che con il tesoro della chiesa si spostò in laguna nel vicino castello di Grado.I fuggiaschi pensavano sicuramente a un rifugio temporaneo, così come doveva essere accaduto in altre circostanze, ma questa volta gli avvenimenti presero un corso diverso che andava al di là delle aspettative dei protagonisti. I Longobardi si insediarono stabilmente in Italia e la loro progressiva espansione territoriale finì per accentuare gli spostamenti verso la costa delle popolazioni non intenzionate a restare sotto il loro dominio.

Antica mappa di Venezia

Si trattò in ultima analisi di un avvenimento epocale, destinato cioè a cambiare il corso della storia: da un lato causò la frammentazione politica del territorio italiano, durata poi per secoli, dall’altro fu la causa determinante dell’origine di Venezia, che forse in condizioni diverse mai sarebbe esistita.

I Bizantini tentarono inutilmente di cacciare i Longobardi, ma loro avanzata proseguì inesorabile nel corso degli anni, anche se con fasi di remissione e occasionali controffensive imperiali, fino ad arrivare nel 751 alla definitiva caduta di Ravenna, dove già nel VI secolo si era insediato l’esarco che per conto di Costantinopoli governava il territorio italiano, portando così alla fine del dominio di Bisanzio al centro e al nord della penisola. Il destino della terraferma veneta si compì nella prima metà del VII secolo.Nel 601 il re longobardo Agilulfo in guerra con Bisanzio si impossessò di Padova distruggendola e, poco più tardi, di Monselice. La presenza imperiale si riduceva così ai soli capisaldi di Concordia, Altino e Oderzo, ugualmente però destinati a cadere. Nel 616 Concordia era longobarda e verso il 639, quando il re Rotari condusse un attacco a fondo contro l’esarcato, fu la volta di Altino e di Oderzo.

Buona parte delle popolazioni prese quindi la via delle lagune e, seguendo gli itinerari fluviali che in epoca più antica avevano segnato i loro rapporti con il mare, si insediarono in un’ampia fascia costiera che andava dai lidi di Grado fino a quelli di Chioggia.

Non siamo in grado di avere idee chiare su questi spostamenti, su cui le fonti veneziane sono piuttosto confuse, ma possiamo affermare che il più importante riguardò il trasferimento dei quadri amministrativi da Oderzo verso la nuova città di Eraclea o Eracliana, fondata in quegli anni al margine della terraferma per volontà dell’imperatore Eraclio al fine di dare un nuovo centro a ciò che restava della provincia veneta. Finiva in questo modo per la Venezia di terraferma il processo storico iniziato con l’invasione longobarda e si concludeva con la nascita di una nuova realtà lagunare, costituita da un’amministrazione bizantina al governo di una specie di federazione di isole destinate a dar vita alla futura città di Venezia.

La nuova realtà politica formatasi nelle lagune veneziane continuò a essere parte integrante della storia dell’impero di Bisanzio per ancora un paio di secoli. Verso il 715 (o secondo un’altra cronologia nel 697) le isole lagunari ebbero un proprio duca che diede inizio alla lunga serie dei “dogi” veneziani.

Ritratto del doge Orso Ipato

Secondo la tradizione locale, il primo ad essere promosso alla carica fu un cittadino di Eraclea, di nome Paulicio, seguito da un secondo duca Marcello e da un terzo di nome Orso, ma la critica moderna è piuttosto diffidente su questa interpretazione e tende piuttosto a considerare Orso il primo vero duca veneziano, collocando la sua elezione verso il 726, nel momento in cui parte delle popolazioni italiane (e fra questi i Venetici) si ribellarono ai decreti iconoclasti dell’imperatore Leone III.Si tratterebbe in altre parole di un governatore locale eletto in contrapposizione a Bisanzio quando – come si legge nella Vita di papa Gregorio II – i sudditi in rivolta “senza tenere conto dell’ordinazione dell’esarco, in ogni parte di Italia elessero propri duchi” ma, anche se questa ribellione vi fu, ebbe breve durata e già nel 727 in un documento ufficiale Leone III e Costantino V si riferivano a Venezia come “la nostra provincia da Dio conservata”.

Poco più tardi, inoltre, l’esarco in fuga da Ravenna temporaneamente occupata dai Longobardi trovò rifugio nelle lagune e poté riconquistare la sua città con l’aiuto della flotta venetica.

Le isole veneziane restarono sotto il dominio imperiale anche dopo che, nel 751, i Longobardi misero fine all’esarcato, ma i rapporti con Costantinopoli cominciarono ad allentarsi al punto che nell’804 andò al potere a Malamocco (dove era stata spostata la capitale) un doge rappresentante del partito favorevole alla nuova potenza dei Franchi che si stava affermando e, quindi, avverso a Bisanzio. La situazione territoriale in terraferma si era infatti profondamente modificata: Carlo Magno nel 774 aveva messo fine al regno dei Longobardi conquistando dopo qualche tempo anche l’Istria bizantina. Nell’800 si era inoltre fatto proclamare imperatore, contrapponendo così a Costantinopoli una nuova potenza con una decisa volontà di supremazia in Occidente.

Mappa di Venezia di Homann Erben, 1729 (Harvard Library)

In questo modo Venezia passava di fatto nell’orbita carolingia senza un’apparente reazione da parte di Bisanzio, ma quando nell’806 Carlo Magno assegnò Venezia, l’Istria e la Dalmazia al figlio Pipino, nella sua qualità di re d’Italia, l’imperatore Niceforo I, per riaffermare i diritti di Bisanzio, inviò una flotta che andò a gettare le ancore nella laguna veneta. Ne seguì una guerra bizantino-franco-venetica, con l’arrivo di un’altra flotta bizantina a Venezia, un tentativo fallito da parte di Pipino di conquistare le isole e, infine, una pace conclusa ad Aquisgrana nell’812 con cui Costantinopoli riconosceva a Carlo Magno il titolo di imperatore ma in cambio otteneva il dominio su Venezia.L’inviato imperiale che aveva trattato con Carlo Magno, lo spatario Arsafio, nell’811 a nome del suo signore dichiarò deposti il doge filofranco Obelerio e i due suoi fratelli associati al trono sostituendoli con il duca lealista Agnello Partecipazio, riportando così decisamente il governo cittadino sotto l’influenza di Costantinopoli.

Questi avvenimenti segnarono l’ultimo intervento diretto di Bisanzio nella vita veneziana. Il ducato, anche se formalmente soggetto a Bisanzio, si avviò in realtà verso una progressiva indipendenza, pur mantenendo per secoli un forte legame con l’impero. Difficile dire quando Venezia sia divenuta indipendente, tenendo conto che il fatto avvenne senza scosse violente, ma soltanto come un processo naturale di evoluzione.

La dottrina storica ha avanzato molte ipotesi in proposito, collocando in momenti diversi l’effettiva indipendenza fra IX e XI secolo e si può dire soltanto che già nel corso della prima metà del IX secolo vennero fatti passi notevoli in questa direzione: Agnello Partecipazio trasferì la capitale a Rialto, dando così una nuova fisionomia al ducato, e nell’828 sotto il suo successore Giustiniano il corpo di San Marco venne portato da Alessandria a Venezia dove costituì il simbolo della nuova città, sostituendo il culto bizantino di San Teodoro.

I cavalli della Basilica di San Marco

E ancora, alcuni anni più tardi, i Veneziani conclusero un trattato con i Franchi (il Pactum Lotharii dell’840) con cui si comportavano né più né meno come uno stato autonomo. Ciò non significava l’indipendenza da Bisanzio, almeno come siamo soliti intenderla nei nostri schemi storici: da parte bizantina si seguitava a guardare a Venezia come una lontana provincia e da parte veneziana, non si sa se più per comodità che per convinzione, si continuò a lungo ad accettare una supremazia ideale di Bisanzio.

Venezia mantenne un vincolo di sostanziale alleanza con l’Oriente fino al XII secolo, quando sotto i sovrani Comneni i rapporti cominciarono a incrinarsi, e l’aspetto più importante di questa furono i privilegi commerciali concessi a partire da Basilio II nel 992 e consolidati a partire dal 1082 con la crisobolla con cui Alessio I Comneno consentì ai Veneziani di commerciare in quasi tutto il suo impero senza pagare tasse. Oltre ai vincoli politici, tuttavia, si ebbe un rapporto culturale nel senso più ampio, in forza del quale Costantinopoli continuò a essere un modello indipendente dalla subordinazione politica, tanto che si può parlare di una Venezia bizantina anche quando era venuta meno una effettiva dipendenza.

Questo rapporto si manifestò ampiamente in campo artistico (ed è sufficiente ricordare la chiesa di San Marco o la Pala d’Oro ordinata a Costantinopoli in cui ancora si vede lo smalto di Irene Dukas “eu\sebestaéth au\gouésth”), ma soprattutto nell’influsso esercitato dalla corte bizantina su quella ducale, riscontrabile nel sistema della coreggenza, con cui i dogi più antichi alla maniera bizantina cercavano di trasmettere il potere nell’ambito delle loro famiglie, nelle cerimonie di investitura ducale, nei vincoli matrimoniali (fra IX e XI secolo si annoverano tre dogaresse bizantine) e, infine nella concessione di titoli nobiliari bizantini ai duchi veneziani, un’usanza iniziata alle origini stesse del ducato e conservata sia pure in modo discontinuo fino all’XI secolo.

Il secolo successivo portò da una parte alla piena affermazione di Venezia come potenza mediterranea e dall’altra al progressivo allentamento e infine alla rottura dei tradizionali vincoli con Bisanzio.

L’apice della crisi fu raggiunto nel 1171, allorché Manuele I Comneno fece arrestare a sorpresa i Veneziani presenti nell’impero e confiscare tutti i loro beni. Si trattò, secondo le fonti cittadine, di un atto proditorio, compiuto al fine di impossessarsi delle loro ricchezze, secondo quelle bizantine di una giusta ritorsione per la loro arroganza; ma al di là delle reciproche rivalse, resta il fatto che i rapporti fra le due potenze ne furono irrimediabilmente compromessi, malgrado i successivi tentativi di riportarli alla normalità compiuti con una serie di trattati nel 1187, nel 1189 e ancora nel 1198.

San Marco e il Leone (foto: Petar Milošević)

Di fronte alla instabilità della politica bizantina, e al pericolo che Costantinopoli ormai in decadenza finisse in mano a qualche potenza ostile, maturò forse a Venezia il proposito di definire questi rapporti in maniera più duratura e soprattutto di garantire la sicurezza della presenza commerciale nell’impero. L’occasione venne con la Quarta Crociata, partita da Venezia nel 1202 e alla quale presero parte anche i Veneziani guidati dal loro doge Enrico Dandolo. La crociata non arrivò mai in Terra Santa e, per una serie di circostanze più o meno fortuite, deviò alla volta della capitale dell’Oriente, che crociati e Veneziani conquistarono nell’aprile del 1204, per poi insediarsi in gran parte del suo territorio, instaurando così un impero latino destinato a durare fino al 1261.

Venezia diveniva in questo modo una potenza imperiale, rovesciando a proprio vantaggio il secolare legame con Bisanzio e spartendosi assieme agli altri vincitori l’impero di Romania. Per i contemporanei era un atto giusto e necessario, che Martin da Canal e altri giustificano come perfetta espressione della loro fede e come altrettanto perfetta esecuzione della volontà del papa.Si tratta, naturalmente, di propaganda, anche se espressa con convinzione, ma anche di una significativa espressione dell’orgoglio civico di una città divenuta stato.

Venezia “la più bella del mondo” – come scrive il da Canal – si abbelliva ancor più con le prede di guerra portate da Costantinopoli e, si può aggiungere, in questo modo faceva sì che numerose opere d’arte fossero preservate dalle ingiurie del tempo e degli uomini per arrivare fino ai nostri giorni.

Giorgio Ravegnani

FONTIOrigo civitatum Italiae seu Venetiarum, a cura di Roberto Cessi, Roma, Tipografia del Senato, 1933.Translatio Sancti Marci, a cura di Nelson McCleary, Note storiche et archeologiche sul testo della Translatio S. Marci, «Memorie storiche forogiuliesi», XXVII-XXIX (1931-33).Giovanni Diacono, Historia Veneticorum, edizione e traduzione di Luigi Andrea Berto, Bologna, Zanichelli, 1999.Strabone, La prima parte della Geografia di Strabone, di greco tradotta in volgare italiano da Alfonso Bonaccioli, Venezia, appresso Francesco Senese, 1562.Cassiodoro, testo della Lettera ai tribuni marittimi, XIII brano delle Variae, è tratto da Samuele Romanin, Storia documentata di Venezia, v.1, Venezia, Pietro Naratovich, 1854.Procopio di Cesarea La guerra gotica, Roma, Forzani e C. tipografi del Senato, 1895-1898, nella traduzione italiana di Domenico Comparetti. 

BIBLIOGRAFIAAA.VV., Storia di Venezia, 12 volumi, Treccani, 1990-2002. Claudio Azzara, Venatiae. Determinazione di un’area regionale fra antichità e alto Medioevo – Canova 1994.Franco Bordin, Da Altino a Venezia continuità di una civiltà – Helvetia Editrice, San Donà di Piave, 2008 Marcello Brusegan, Storia insolita di Venezia – Newton & Compton, 2003.Riccardo Calimani, Storia della Repubblica di Venezia. La Serenissima dalle origini alla caduta – Mondadori, 2019.Antonio Carile – Giorgio Fedalto, Le origini di Venezia – Patron, 1978.Frederic C. Lane, Storia di Venezia – Einaudi, 1978.Alvise Giorgi, Una città, una repubblica, un impero – Mondadori.Alvise Giorgi, La Repubblica del Leone. Storia di Venezia – Bompiani, 2001.John J. Norwich, Storia di Venezia – Ugo Mursia Editore, 2015.Gherardo Ortalli – Giovanni Scarabello, Breve storia di Venezia – Pacini Editore, 1998.Giorgio Ravegnani, Bisanzio e l’Occidente medievale – Il Mulino, 2019.Giorgio Ravegnani, Bisanzio e Venezia – Il Mulino, 2020John Ruskin, Le pietre di Venezia, Milano, 1987.Paolo Tozzi, La scoperta di una città scomparsa: Eraclea Veneta – Atheneaeum, 1984

WEBBiblioteca nazionale Marciana www. marciana.venezia.sbn.it

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Ragusa, città della prima quarantena

Quarantena. La prima, storica decisione di isolare un gruppo di persone per provare a debellare una malattia infettiva, venne presa il 27 luglio 1377 nella città dalmata di Ragusa, l’attuale Dubrovnik. Il nemico da combattere era la Peste Nera, la spaventosa epidemia che dal 1347 in più riprese sterminò oltre 30 milioni di persone, circa un terzo della popolazione europea.

Ragusa medievale in una rappresentazione di Konrad Von Grünenberg, un cavaliere tedesco del sec. XV che scrisse un diario illustrato del suo pellegrinaggio verso la Terra Santa

Un isolamento letterale: a Ragusa i malati vennero confinati per un periodo di almeno quattro settimane su scogli disabitati, lontani dalla città. Questo mese di separazione forzata, all’inizio veniva chiamato “trentino”. Ma nel Quattrocento, a Venezia, fu allungato a quaranta giorni. E il nuovo tempo della contumacia nel dialetto veneto diventò quarantena, ad indicare i quaranta giorni del tempo massimo utile per superare la fase acuta di ogni malattia, senza ulteriore possibilità di contagio.

Il lazzaretto, luogo destinato per eccellenza ai malati contagiosi, nacque nel 1423 quando gli equipaggi delle navi che provenivano dalle zone infette furono costretti dai veneziani a una sosta obbligata nell’isola di Santa Maria di Nazareth. Quel luogo, chiamato nazaretto, per assonanza con il nome di Lazzaro, risuscitato da Gesù dal sepolcro, diventò lazzaretto. La segregazione forzata servì a limitare il contagio. Anche se soltanto nel 1464, di fronte al ritorno della peste, Pisa seguì l’esempio veneziano, insieme a Firenze (1479) e Milano (1489).

Paolo Uccello, Diluvio e recessione delle acque (particolare), Santa Maria Novella, Firenze

IL NUMERO DI NUOVA VITA Perché proprio quaranta giorni? Già Ippocrate, il medico greco fondatore della medicina scientifica, credeva che fosse quello il tempo giusto per riemergere dal male e ritrovare la salute. Un numero simbolico anche per gli astronomi babilonesi: associavano il tempo delle quattro decadi tra i mesi di aprile e di maggio in cui le Pleiadi, sette stelle luminose ospitate nella costellazione del Toro non erano più visibili, con le terribili inondazioni che nello stesso periodo flagellavano la Mesopotamia. Catastrofiche ma vitali per l’agricoltura.

Nella cultura ebraica quaranta anni era il tempo di una generazione. Il popolo ebraico vagò nel deserto per 40 lunghi anni prima di raggiungere la Terra promessa. Quaranta anni fu il tempo di durata della punizione dell’Egitto (Ezechiele 29). Isacco scelse di attendere quaranta anni prima di costruire la sua famiglia. E i maschi potevano iniziare lo studio della Kabbalah, la sapienza mistica e spirituale raccolta nella Bibbia, solo dopo aver compiuto 40 anni di vita. Quaranta giorni era il periodo della penitenza e della purificazione. Quasi una morte, capace però di anticipare una rinascita. Il diluvio universale, ricorda l’Antico Testamento, durò 40 giorni e 40 notti. E Noè ne attese altri 40 prima di uscire dall’arca (Genesi 6 – 9). Mosè restò sul monte Sinai 40 giorni e 40 notti (Esodo 24) prima di ricevere le “dieci parole” di Dio. Golia sfidò Israele per 40 giorni di seguito prima d’essere atterrato dalla provvidenziale fionda di Davide (1 Samuele 17). E anche Elia camminò per 40 giorni e 40 notti fino all’altura dell’Oreb, l’altro nome del Sinai, dove Dio gli si manifestò attraverso il mormorio di un vento leggero (1Re 19). Il profeta Giona ammoniva: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta”. Gesù rimase a digiunare nel deserto per quaranta giorni. E ascese al cielo quaranta giorni dopo la resurrezione. Nella liturgia cristiana la Quaresima che dura quaranta giorni, è il tempo particolare di preparazione alla Pasqua che serve a favorire un cammino di rinnovamento spirituale. Quaranta era il numero perfetto anche secondo Sant’Agostino.

MORS NIGRA Quando i governanti di Ragusa segregarono per legge i marinai e i mercanti in odor di contagio, erano passati venti anni dalla prima comparsa in Europa della cosiddetta Peste Nera (1347). Non a caso chiamata così dal latino peius: la “malattia peggiore”. Una pestis, che come altre gravi epidemie portava rovina e distruzione. Nera per le macchie livide e scure che comparivano sulla pelle e sulle mucose dei malati. Mors nigra, alle quale, anche per gli astrologi, “le nazioni si arresero”. Incubo ricorrente per le genti d’Europa. Anche dopo il Trecento, almeno per i successivi tre secoli, quando riapparve, in modo ciclico ogni 10-12 anni con tutto il suo carico di morte e paura.

Immagine al microscopio a scansione elettronica del batterio Yersinia Pestis (da: www.mirror.co.uk)

ENFIATURE E GAVOCCIOLI La medicina del tempo riteneva che la trasmissione del flagello avvenisse per la “corruzione dell’aria”. In realtà la malattia era trasmessa da un batterio, che oggi chiamiamo Yersinia Pestis dal nome del batteriologo dell’istituto Pasteur Alexandre Yersin che lo scoprì nel 1894. Il batterio, trasportato dalle pulci ospiti dei ratti infetti, veniva poi trasmesso all’uomo. La spaventosa malattia si propagava attraverso le vie respiratorie dopo una incubazione di poche ore. L’annuncio della morte arrivava con la nausea, il vomito, la cute annerita, un forte mal di testa e la febbre alta. Sintomi accompagnati dalla comparsa sul corpo dei malati di linfonodi dolenti e ingrossati, i cosiddetti bubboni, descritti da Boccaccio nell’introduzione al Decamerone: “Certe enfiature quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo…le quali i volgari nominavan gavoccioli”.

IL LANCIO DEI CADAVERI Gli studi recenti ci dicono che il focolaio dell’epidemia di peste fu l’area intorno al lago Balkhash, nell’attuale Kazakistan. Il contagiò si propagò ad incredibile velocità: da Tabriz a Astrakan, risalendo il Volga fino al Don per poi ridiscendere verso il Mar Nero e invadere la penisola di Crimea. Arrivò in Europa a causa di una specie di guerra batteriologica ante litteram, scatenata dalle tribù tatare e dai Mongoli che assediavano Caffa, la ricca colonia genovese sulla via dell’Oriente. Le armate nomadi erano comandate da Ganī Bek, un discendente di Gengis Khan. La peste aveva già infettato i soldati dell’Orda d’Oro. Il khan sapeva di avere sempre meno tempo per vincere la guerra. Decise allora un’ultima mossa crudele: ordinò di catapultare i cadaveri infetti dei suoi uomini oltre le mura. Il notaio piacentino Gabriele de Mussi raccontò l’orrore di quei giorni: “Legarono i cadaveri su catapulte e li lanciarono all’interno della città, perché tutti morissero di quella peste insopportabile. I cadaveri lanciati si spargevano ovunque e i cristiani non avevano modo né di liberarsene né di fuggire”. Appena l’esercito degli appestati di Ganī Bek allentò l’assedio, alcune decine di mercanti genovesi con le loro navi cariche di spezie, di sete e di grano della Crimea, fecero in fretta e furia rotta verso occidente. Approdarono a Costantinopoli. Poi raggiunsero l’Italia. In quasi tre settimane di un penoso viaggio, l’epidemia esplose in tutta la sua virulenza. Nella sua Historia Siculorum il francescano Michele da Piazza annotò l’arrivo di dodici imbarcazioni nel porto di Messina.

Malati di peste bubbonica nella rappresentazione di una Bibbia del sec. XV

Erano i primi giorni del mese di ottobre 1346. Bastarono pochi contatti fra gli abitanti della città siciliana e gli equipaggi, già decimati dalla peste: in pochi giorni l’epidemia dilagò in tutti i territori circostanti. I marinai furono scacciati con la forza. La flotta proseguì il suo disperato viaggio verso Genova che però negò l’ingresso nel porto ai suoi concittadini. Marsiglia, che accolse i marinai il 1 novembre, diventò la porta del contagio per tutta l’Europa. La peste invase i porti atlantici, inglesi, francesi e danesi. E colpì pressoché tutte le grandi città. Compresa Avignone, allora sede della corte pontificia, dove insieme a metà della popolazione morirono 6 cardinali e 93 membri della curia. Solo poche aree d’Europa vennero risparmiate dal flagello: la Fiandra, la Boemia, la Polonia e Milano che in quel periodo era di fatto isolata a causa della guerra contro i Gonzaga.Guy de Chauliac, medico della corte papale, descrisse la desolazione di quei mesi: “Si moriva senza servitore, si veniva sepolti senza prete, il padre non visitava il figlio, né il figlio il padre, la carità era morta, la speranza annientata”. Insieme alla malattia e alle stragi, si moltiplicarono le processioni, le preghiere, i digiuni, le opere pie, i voti collettivi. Assembramenti che peggiorarono la situazione e alimentarono il contagio.

TRE TUTORI A VENEZIA La Repubblica di Venezia, duramente colpita dal contagio, rispose in modo deciso: fin dai primi giorni dell’insorgere dell’epidemia istituì una magistratura speciale composta da tre tutori della salute pubblica. All’inizio del 1348 i Provveditori alla Sanità Nicola Venier, Marco Querini e Paolo Bellegni ordinarono che i cadaveri degli appestati venissero raccolti su due isole abbandonate, San Leonardo di Fossamala e San Marco in Boccalama. Quando non ci fu più spazio i morti furono sistemati a San Martino di Strada e a S. Erasmo. Fu introdotto anche l’obbligo di denuncia dei malati. Ma non bastò murare le case dei contagiati, bruciare gli oggetti che si pensavano infetti e spargere la calce viva su tombe sempre più numerose. I macabri conteggi stilati alla fine della pestilenza ci dicono che nella bella e grande città che allora contava almeno 110mila abitanti, morì almeno la metà degli abitanti. Cinquanta antiche famiglie si estinsero. Nel 1374 il governo dei dogi arrivò a vietare l’ingresso in laguna alle navi. Nello stesso periodo Barnabò Visconti, signore di Milano e di altre terre lombarde, bloccò per dieci giorni l’accesso alle porte di Reggio Emilia a chiunque fosse sospettato di poter trasmettere il contagio. Ma a meno di venti anni dalla comparsa della peste, nessuna misura sembrava in grado di arginare il panico e la morte.

Il Liber Viridis, documento originale che conserva le norme applicate per la prima quarantena della storia

IL RIMEDIO DI JACOBO A Ragusa la Peste Nera arrivò il 15 gennaio 1348. Fu “orrendissima e crudelissima”, come scrisse quasi duecento anni dopo lo storico Niccolò Ragnina. Nella prima fase l’epidemia durò quasi tre anni e provocò più di 7mila morti a fronte di una popolazione che non arrivava a 30mila abitanti. La peste ricomparve per altre quattro volte tra il 1361 e il 1374. La prima, specifica legge sull’isolamento forzato di persone, animali e merci fu emanata il 27 luglio 1377. Il documento originale della prima quarantena della storia è conservato negli archivi ragusei. Nel Liber Viridis, un volume di color verde che raccoglieva tutte le leggi, fu scritto: “Chiunque provenga dalle terre infette non deve entrare a Ragusa o nel suo territorio” (“Veniens de locis pestiferis non intret Ragusium nel districtum”). Non si voleva arrivare alla chiusura completa del porto né fermare il traffico delle merci, vitale per l’economia della città. Ai passeggeri delle navi e alle carovane che arrivavano via terra venne imposto di attendere 30 giorni prima di poter entrare in città. L’operazione di salute pubblica fu costruita nei minimi dettagli. La quarantena scattò in due luoghi distinti: l’isola di Mercana, riservata all’isolamento forzato dei marinai, dei mercanti e dei viaggiatori che giungevano via mare e Cavtat, l’antico abitato di Ragusa Vecchia, qualche chilometro più a sud della città nuova, dove fu allestito il ricovero delle carovane cariche di merci che arrivavano dalla terraferma. Negli anni successivi anche altre isole, Bobara, Supetar e Lokrum, si trasformarono in luoghi temporanei di confino. I primi rifugi, non erano protetti. E gli esiliati, seppure riforniti di acqua e cibo dalle barche che facevano la spola dal centro cittadino, erano esposti alla pioggia, al freddo, al vento o alla calura estiva. Vennero così costruite delle baracche di legno che poi, alla fine di ogni quarantena, venivano bruciate insieme alle suppellettili degli appestati. Ma il governo raguseo si preoccupava anche di rimborsare gli ospiti della quarantena per i danni subiti alle proprietà personali.A sovrintendere tutte le prime operazioni sanitarie c’era Jacobo da Padova, il physicus civitatis, l’ufficiale medico responsabile della sanità cittadina assunto dallo stato.

Le città nelle quali la Repubblica di Ragusa ebbe consolati o consolati e fondachi (Fonte: volume Io Adriatico – Civiltà di mare tra frontiere e confini a cura del Fondo Mole Vanvitelliana, Motta editore 2001)

RESPUBLICA INDIPENDENTE Ragusa aveva conquistato soltanto da pochi anni una faticosa autonomia politica, dopo un secolo e mezzo di dominio lagunare. Venezia, sfiancata da una estenuante guerra contro il Regno d’Ungheria appoggiato nelle campagne venete dalle aggressive truppe di Padova, fu costretta a subire la Pace di Zara, firmata il 18 febbraio 1358. Dovette così accettare le dure condizioni imposte da Re Luigi I, figlio primogenito di Carlo Roberto d’Angiò e erede della corona magiara: tutti i territori della Dalmazia, dal Quarnaro a Durazzo insieme con le isole, passarono all’ambizioso e potente re ungherese. Il suo alleato Francesco da Carrara, signore di Padova, in cambio della fine degli estenuanti scontri nelle campagne trevigiane, ottenne invece di poter fare incetta di grandi quantità di sale e di costruire mulini e fortificazioni nell’entroterra senza che Venezia potesse più intervenire. Il doge Giovanni Dolfin rinunciò al titolo di “Duca di Dalmazia e Croazia” che era stato assunto ben due secoli prima da Vitale Falier. E Zara diventò la nuova capitale del Regno di Dalmazia.

In questa situazione, Ragusa trovò il modo per ottenere una formale indipendenza: si riconobbe vassalla di Luigi I, si impegnò a pagare al sovrano un tributo annuo di 500 ducati, a cantare laudes in cattedrale in onore del nuovo re, e in caso di guerra, a mettere a disposizione delle armate ungheresi qualche buona galea. Ma di fatto si emancipò e iniziò un percorso di autonomia politica che a partire dal 1403 portò la Communitas Ragusina a definirsi con orgoglio Respublica. Una forma di governo che tra alterne vicende durò fino al 1808, quando Napoleone inglobò Ragusa nel Regno d’Italia.

Una rappresentazione di Ragusa (Dubrovnik) del 1667, costruita a ridosso di una ripida e boscosa altura

RUPI E QUERCE I romani d’oriente chiamavano la città Lausa. In greco ξαυ, xau, vuol dire “precipizio” o “rupe”. Costantino Porfirogenito in un suo celebre passo spiegava che i Lausaioi, erano “quelli che vivono sulla rupe”. La corruzione del nome, nell’uso comune, portò poi ai Rausaioi. Da cui Ragusa. Ma già nel XII secolo la città costruita su uno scoglio a precipizio sul mare veniva chiamata in tutto il mondo slavo Dubrovnik. In croato la parola dubrava indica un bosco di querce, le stesse che all’epoca infittivano le pendici del monte San Sergio (in croato Srđ) che proteggeva sia dalla bora che dai barbari la città antica prima che sorgesse una nuova civitas. I Turchi più tardi chiameranno Ragusa anche Dobro-Venedik, che significa Buona Venezia.

LA CASTA DEI NOBILI RAGUSEI Il potere era un privilegio di pochi. Spettava solo ai patrizi che sostenevano di discendere dalle famiglie romane che nel lontano 614, in fuga da Epidaurus, l’antica civitas, assediata dai barbari slavi, trovarono rifugio sull’isolotto di Ragusium.Nel sistema oligarchico i cittadini di origine slava e i contadini erano esclusi da qualunque potere decisionale. E erano vietati anche i matrimoni misti. Nel Trecento queste antiche famiglie, di fatto proprietarie della città-stato, erano 90. Alla fine del Medioevo ne rimarranno soltanto 9.

La Costituzione di Ragusa, promulgata nel 1272 dal conte veneziano Marco Giustiniani, era modellata sulle leggi della Repubblica di Venezia: il Libro degli Statuti (Liber statutorum civitatis Ragusii) prevedeva che al vertice del sistema ci fosse un Rettore. Come il doge veneziano, aveva pochi poteri e compiti quasi soltanto di rappresentanza. Ma a differenza del dux lagunare, eletto a vita, era a scadenza. Per evitare anche solo la voglia di una tentazione autoritaria, i nobili ragusei pensarono bene di ridurre al massimo il tempo dell’alta carica: prima 6 mesi, poi 3. Finché il “doge raguseo”, chiamato “Sua Serenità”, salvo casi eccezionali, iniziò a rimanere in carica solo per un mese. Così, dal 1358 al 1808, nella piccola repubblica marinara si alternarono più di 5000 rettori. Li eleggeva il Consiglio Maggiore, supremo organo legislativo: un club ancora più chiuso, soprattutto a partire dal 1332 quando per legge venne impedita la creazione di nuove famiglie nobili. Nel Salone del Gran Consiglio campeggiava una scritta, un monito per chi esercitava un potere sovrano: Oblite privatorum, publica curate (Dimenticate i vostri privati interessi e abbiate cura di quelli pubblici). Il governo spettava invece al Minor Consiglio, composto da 12 senatori.

Affresco di una farmacia (Magister Collinus, secc. XV-XVI), Castello di Issogne, Val d’Aosta. Per approfondimenti, leggi: La nascita della farmacia

SANITÀ GRATUITA E “BONI MEDESI”… La salute pubblica era da sempre la principale preoccupazione della piccola repubblica marinara. Ragusa fu il primo stato d’Europa, nel 1301, ad assicurare per legge un servizio sanitario gratuito per tutti i suoi cittadini, di qualunque condizione sociale. Gli statuti ricordano: “Le cure mediche spettano a chiunque viva nel territorio raguseo”. Già nel 1296, sulla rupe era stato costruito uno dei primi sistemi fognari dell’età medievale. Così efficiente che ancora oggi è in funzione. Nel 1317 all’interno del convento francescano venne aperta la prima farmacia pubblica d’Europa. Nel 1347, l’anno della peste nera, lo stato si preoccupò anche di creare quello che forse fu il primo centro di assistenza al mondo riservato agli anziani. Meno di un secolo dopo, nel 1432, una parte del Monastero di Santa Chiara fu adibito ad orfanotrofio pubblico.

Ragusa cercava medici ovunque. E li pagava bene. Nel Duecento la maggior parte dei physici e dei cerusici veniva reclutata a Venezia, nel Regno di Napoli e anche nella Marca. Fino ai primi decenni del XIV secolo il ruolo di ufficiale medico fu appannaggio quasi esclusivo dei salernitani, eredi della prima e più importante tradizione medica d’Europa.Ma a partire dagli anni Quaranta del Trecento i governanti ragusei iniziarono ad assumere medici provenienti dalle quotate università bolognesi e padovane. Il prezzo di ingaggio non era un problema. L’importante è che si trattasse di “boni medesi”. Esemplare, a questo riguardo, una lettera d’incarico inviata nel 1359 dal rettore Giovanni de Bona a tre “nobili e dileti zitadin”, che vivevano in Italia, responsabili di un incarico importante e delicato, quasi da agenti segreti: “Vuy debie esser syndigi et procuradori del nostro comun azerchar de uno bon medico in cirosia in Venezia(…) Et se in Venesia non podesi aver algun de questi in, et vuy pone la sorte intro de vuy, qual debia andar fuori de Venesia a cerchar (…) Et de bia andar a zercar a Padoa. A se a Padoa non se podesse aver, debia andar a Bologna al espiese del nostro comun, per che semo consiliadi, che la se trovara a Bologna de boni medesi”.

La diffusione della Peste Nera tra il XIV e il XVIII sec. e le rotte marittime che la portarono nei vari paesi

IL MERCATO DELLA PUGLIA Ragusa dopo il flagello della Peste Nera riemerse più forte di prima. La sua “zente de mar”, dal ricco mercante all’ultimo dei marinai, aveva una vocazione innata per il commercio. Filippo Diversi, un esule lucchese che trovò lavoro a Ragusa come insegnante alla metà del Quattrocento, spiegò bene questa attitudine: “Il territorio di Ragusa sia perché infecondo sia perché alquanto popoloso, non rende molto, talché con questa terra nessuno potrebbe mantenere la propria famiglia (…). Per questo è necessario dedicarsi al commercio”. Più che una scelta dunque, una necessità. Fu il grande mercato del sud dell’Italia che sorresse Ragusa nel momento della crisi e fece da trampolino per il rilancio economico. Affari diplomazia marciarono insieme. Con Molfetta c’era già un antico trattato di scambio che risaliva addirittura al 1148. Alla fine del Trecento si firmarono altri accordi commerciali. Con poca, arida terra da coltivare, la piccola repubblica marinara era costretta ad importare quasi tutto dalla vicina Puglia: olio, grano, vino, ortaggi, frutta, carne sotto sale e persino il pesce. I ragusei compravano anche la lana, su cui costruirono le loro fortune trasformando la città dalmata in uno dei centri tessili più importanti del Mediterraneo. Fu fondamentale anche l’alleanza politica con il re di Napoli che esentò le navi dalmate dal pagamento delle tasse portuali. La flotta mercantile cresceva insieme alla città. Anche grazie ad una forte immigrazione di mercanti catalani e fiorentini, sempre più inseriti nella vita cittadina.

“NAVIGARE ALLA RAGUSEA” I nuovi commerci si aggiungevano a quelli degli schiavi, delle spezie, del rame, della cera, dei metalli preziosi e del cinabro, il minerale rosso dal quale si poteva estrarre il mercurio, usato nelle pitture e nelle miniature oltre che nelle pratiche alchemiche. Nel giro di qualche decennio Ragusa arrivò a controllare anche quasi tutto il commercio del sale tra l’area balcanica e la penisola italiana.

La grande ricchezza e le transazioni continue di denaro portarono anche alla nascita di un detto, “raguseo”, ad indicare, in senso spregiativo, gli strozzini e gli usurai. Ma la “società chiusa” dei patrizi ragusei, se nascondeva le chiavi del potere a chi non era nato nobile, concedeva di continuo nuove opportunità anche ad altre categorie sociali. Così, un altro modo di dire fece fortuna nei porti d’Europa: “navigare alla ragusea”. Indicava un accordo grazie al quale anche i marinai partecipavano ai guadagni dei mercanti e dell’armatore.

Caracca, in un particolare dalla Caduta di Icaro di Pieter Bruegel il Vecchio (circa 1558)

L’ARGENTO E LE CARACCHE Il grano dalla Puglia, i panni dai principali empori d’Europa, l’argento dai Balcani: per secoli Ragusa fu al centro delle principali rotte del commercio, in una incessante attività di import-export. Grazie alle sue navi, le belle e veloci caracche, tanto famose che anche Shakespeare nel “Mercante di Venezia” (atto I, scena I) ne lodò l’agilità e l’eleganza.La città, che batteva moneta propria già dal XII secolo, era ormai una tappa obbligata per tutti i mercanti che puntavano a Costantinopoli che le carovane potevano raggiungere via terra in 24 giorni. Molto stretti erano i rapporti con Rimini e Ferrara. E soprattutto con Ancona. Le merci dal Mar Nero, via Ragusa, passavano sull’altra sponda dell’Adriatico e proseguivano via terra per Firenze. Poi, sull’Arno, raggiungevano Livorno, fino alla penisola iberica e all’Inghilterra. Nel 1373 ottenne una dispensa da papa Urbano per la navigazione “ad partes infedelium”. Così, pur pagando un tributo, comunque vantaggioso, la maggior parte del traffico tra l’Italia e il porto anatolico di Bursa passava per la piccola repubblica, collegata di continuo anche ai grandi porti tirrenici di Genova e Pisa. E comunque legata, al di là della continua e sospettosa rivalità, anche con Venezia, città nemica per eccellenza. Una specie di “Hong Kong dei Balcani ottomani”, secondo lo storico inglese Noel Malcolm. Nel giro di 150 anni, fra il 1300 e il 1450 la ricchezza disponibile quadruplicò. In anticipo su tutti gli altri stati europei, nel 1395, la città approvò una legge di assicurazione marittima. In 30 diversi centri della Turchia operavano ormai in modo permanente quasi 300 mercanti ragusei. Da Barletta a Sofia, da Costantinopoli ad Alessandria d’Egitto, le colonie della minuscola città-stato si moltiplicarono e si arricchirono di fondaci, chiese ed ospedali. Una succursale ragusea nacque persino a Goa, in India, intorno a una chiesa dedicata all’amato patrono San Biagio.

DUE CHILOMETRI DI MURA Con la ricchezza cresceva il bisogno di sicurezza. Le mura furono rafforzate per tutto il XIV secolo con l’innalzamento di quindici torri quadrate, a protezione sia del porto, chiuso ogni sera con una catena, sia dell’entroterra. I lavori continuarono per altri due secoli. Due chilometri di mura cingono ancora oggi la città. La meraviglia dei turisti è la stessa che nel 1485 colse un pellegrino di Mons che nel suo diario annotò: “E’ una città così grandemente fortificata che non ne esiste una simile in alcuna altra parte del mondo: ha forti bastioni, torri, due profondi fossati e, tra di essi, solide mura e merlature; tutto è costruito in pietra squadrata”.

PARLARE ITALIANO Gli abitanti di Ragusa, racchiusi in una enclave romana e cattolica dentro un modo slavo e musulmano, insieme all’italiano e ai dialetti slavi parlavano anche il dalmatico, una lingua neolatina che però scomparve alla fine del Quattrocento. I documenti pubblici erano vergati sia in latino che in italiano. Nel 1472 l’italiano diventò la lingua ufficiale dello stato. Da allora le classi dirigenti si sforzarono di parlarlo con un accento toscano al posto del veneziano che era stato utilizzato per secoli. Del resto i rapporti con Firenze erano strettissimi. E non solo per i commerci. A Ragusa nel 1332, da una famiglia di mercanti di origine fiorentina, nacque il novelliere Franco Sacchetti. Poliziano lodava “i ragusei per quanto offrivano alla cultura italiana”. Benedetto Cotrugli (1416-1419), nato a Ragusa e morto a L’Aquila, scrisse Della mercatura et del mercante perfetto, la prima pubblicazione italiana sulla scienza commerciale. Molti scrittori rielaborarono in italiano le saghe del popolo slavo. Altri scrissero indifferentemente in italiano, latino e croato. Un gran numero di artisti, pittori, artigiani, architetti e musicisti di lingua italiana lavorarono su tutte e due le sponde dell’Adriatico. Il Palazzo dei Rettori, i Chiostri e il Palazzo della Zecca furono realizzati da architetti che arrivavano dall’Italia. A Livorno riaffiorano cognomi come Raùgi o Raugèi. A Firenze c’era la Strada dei Ragusei. E a Venezia, vicino alla stazione ferroviaria, ai Carmini, si può passeggiare ancora per la Calle dei Ragusei o attraversare il bel Ponte dei Ragusei ricostruito in ghisa nell’Ottocento. Nella raccolta di novelle Mille e una notte sono nominate, oltre a Costantinopoli, solo sei città, tutte italiane: Roma, Venezia, Genova, Pisa, Zara e Ragusa.

La fortezza di Lovrijenac (foto: Eric Hossinger per flickr)

“FRANCHISIA” PER TUTTI La fortezza di Lovrijenac, fuori dalle mura, a 37 metri di altezza sul livello del mare, è una sentinella di pietra a protezione della città. È la Fortezza Rossa di Approdo del Re della serie televisiva del Trono di Spade. Una leggenda assicura che fu costruita in appena tre mesi, con il lavoro volontario di tutti i cittadini, angosciati dalle minacce veneziane. Ospita il museo archeologico e d’estate diventa uno scenografico teatro all’aperto. È un simbolo della storia di Ragusa. Soprattutto per l’iscrizione in latino che accoglie i viaggiatori: “Non bene pro toto libertas venditur auro”. La libertà non si vende, per tutto l’oro del mondo. La “franchisia”, la libertà d’asilo, fu usata dai ragusei anche come una assicurazione di fronte alle incertezze della politica. La tradizione iniziò con Riccardo Cuor di Leone d’Inghilterra, che secondo un racconto favoloso fu salvato da un naufragio al largo di Lokrum nel 1192 al suo ritorno dalla terza crociata e per questo donò a Ragusa 100mila monete d’oro grazie alle quali fu edificata la cattedrale dedicata alla Madonna dell’Assunzione. Dentro le possenti mura di Ragusa trovarono rifugio molti principi dei Balcani spodestati, esiliati e in cerca di una rivincita. Ma anche nel 1464 Sigismondo Malatesta, dopo il conflitto con Pio II. E Pier Soderini, l’ultimo gonfaloniere della repubblica di Firenze. Accadde nel 1512. Quando Roma e Venezia chiesero la sua consegna, Ragusa rispose con una lettera che riportava quanto era scritto negli statuti cittadini: “La terra nostra è franca ad ognuno et a grandi et a pizzoli”. E nel 1492 fu la volta degli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna e dal Portogallo. Sulla rupe dalmata trovarono casa e contribuirono in modo determinante alle fortune economiche del piccolo stato.

Ragusa abolì per prima il commercio degli schiavi, nel 1416

L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ Ragusa fu anche il primo stato al mondo ad abolire il commercio degli schiavi. La tratta, a lungo fiorente, aveva perso vigore alla fine del Trecento. I mercanti ragusei li avevano venduti e comprati per secoli, con grandi profitti nei porti di tutto il Mediterraneo. I patrizi li acquistavano come domestici e li ostentavano fra i loro pari come status symbol. La storica decisione del Maggior Consiglio, arrivò nel 1416, sollecitata dalle infiammate pressioni del vescovo francescano Antonio Diodati da Rieti e dalla chiara volontà del vicino re d’Ungheria: “Chiunque si chiama raguseo, non possa, sotto verun pretesto, od intenzione, ardire o presumere di comperare né vendere alcun schiavo”.

REPUBBLICA DELLE SETTE BANDIERE “Non ragusate!”, urlava Napoleone a Marmont, il generale che nel 1808 pose fine all’indipendenza di Dubrovnik. Il neologismo imperiale indicava l’attitudine storica dei nobili che governavano la piccola repubblica: spaccare il capello in quattro, cavillare, trovare continue scappatoie. Un’opinione condivisa in tutte le cancellerie europee. Quei dalmati, per tutti, erano il popolo “delle Sette Bandiere”, capaci com’erano di servire in contemporanea il Papato e l’Impero, Venezia, e l’Ungheria, il Turco e la Spagna e insieme anche i corsari barbareschi. Uno “stato cuscinetto” tra Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam che della sua debolezza fece una forza. L’arte della diplomazia ha segnato la sua storia secolare. Cattolica ma suddita del sultano. Senza esercito ma potente. Classista al suo interno però aperta al mondo. Capace comunque di scelte innovative e coraggiose. Come la legge che nel 1377 istituì la prima quarantena. E che cambiò la storia della medicina.

Federico Fioravanti

FONTI:Decisione di quarantena a Dubrovnik, 1377, Archivi di Stato di Dubrovnik, Liber Viridis, Leges et istruzione, vol.11. Simon de Covino, De judicio Solis in convivio Saturni, 1350, p.22. S.Razzi, La storia di Ragusa, Lucca 1595, ristampa Forni Editore, 1980.Francesco Maria Appendini, Notizie istorico-critiche sulle antichità storia e letteratura de’ Ragusei, Dubrovnik 1803 Academic Press Inc, 1972.

BIBLIOGRAFIA:Robin Harris, Storia e vita di Ragusa – Dubrovnik, la piccola Repubblica adriatica, Santi Quaranta, Treviso 2008.David Abulafia, Il Grande Mare. Storia del Mediterraneo, Mondadori 2017.Konstantin Jireček, L’eredità di Roma nelle città della Dalmazia durante il medioevo (3 voll.) AMSD, Roma 1984-1986 Alberto Cipriani A peste, fame et bello libera nos Domine: le pestilenze del 1348 e del 1400, Società pistoiese di storia patria, 1990. Ovidio Capitani, Morire di peste: testimonianze antiche e interpretazioni moderne della peste nera del 1348, Patron, 1995. Stefano D’Atri, Medici salernitani a Ragusa (Dubrovnik) nel XIV secolo, Rassegna Storica Salernitana, Laveglia&Carlone Editore, 2015.Peter Frankopan, Le vie della seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, 2017.Sergio Bertelli, Trittico: Lucca, Ragusa, Boston: tre città mercantili tra Cinque e Seicento, Donzelli 2004.Cristiano Caracci, Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei, Edizioni della Laguna, 2004.Giacomo Scotti, Ragusa, la quinta repubblica marinara, LINT Editoriale, 2006.Sergio Anselmi – Antonio Di Vittorio, Ragusa e il Mediterraneo: ruolo e funzioni di una repubblica marinara tra Medioevo ed età Moderna, Bari, Cacucci, 1990.F. W.Carter, Dubrovnik (Ragusa): A Classic City State, Academic Press Inc, 1972.William Naphy- Andrew Spicer, La peste in Europa, Il Mulino 2006.Loris Premuda, Storia della quarantena nei porti italiani, Acta Medica Historiae patavinae, 1978.William Hardy McNeill, La peste nella storia: epidemie, morbi e contagio dall’antichità all’età contemporanea, Einaudi, 1982.

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Trevi, morte e rinascita

Per quanto gli assetti creati sotto le insegne di Roma siano stati in genere duraturi, le morti delle città antiche furono eventi relativamente frequenti nella Penisola.

In posizione collinare, Trevi si affaccia sulla Valle umbra

Sin da tempi remoti, il tema ha attratto l’attenzione degli studi: una morte va sempre spiegata. Due i “serial killer” sovente portati alla sbarra: invasioni barbariche e terremoti hanno predominato (e predominano) gran parte dell’edito inerente. Tuttavia, se la scelta di insediare un luogo è estremamente multifattoriale, ancora più complessa è la decisione di abbandonarlo dopo secoli. I muri si caricano di significati che esulano dalla topografia, tali da far restare anche di fronte a migliori opzioni: andarsene è sempre la scelta più difficile. Vediamo ancora città distrutte da fiumi in piena, sciami sismici ed eserciti in lotta ma si ritorna, le macerie si rinnalzano e la vita continua, diversa ma sempre lì.

Non sono pertanto scosse o invasori, incendi né alluvioni a uccidere una città: questa muore quando non vi sono motivazioni per tornare; e ciò è spesso avvenuto decenni prima che il “serial killer” sferri il colpo di grazia. Trevi in Umbria è il giusto sito per cogliere la variegata complessità della morte di un insediamento. Le città piccole, infatti, si prestano alla lettura di quei fenomeni che, nella vastità di insediamenti maggiori, ci parrebbero confusi da un ronzante rumore di fondo. Lì gli scavi diretti da Donatella Scortecci (UniPG) stanno portando alla luce nel sito di Pietrarossa tracce di un passato ben più articolato di quanto un tempo creduto.

La domus di Pietrarossa

La cittadina dovette sorgere con la romanizzazione del territorio umbro, suggellata dalla fondazione della Colonia Latina di Spoleto e dal passaggio della Via Flaminia. Ceramiche e monete emerse nel 2016 (III sec. a.C.) fanno da pendant all’enorme base repubblicana con dedica a Giove, rinvenuta nel 1980: quel Giove Capitolino, emblema dell’espansione romana fatta di strade di penetrazione e piccole repliche di Roma. La grande domus attualmente indagata dovette essere costruita intorno al I sec. a.C., mentre a modifiche medio-imperiali si devono gli splendidi mosaici policromi appena scoperti. Per il resto, i ritrovamenti stanno sottolineando l’inserimento di Trebiae nel sistema commerciale basato sulla navigabilità del Clitunno, il quale dovette fare della città una sorta di succursale commerciale per Spoleto da e verso Roma. La domus restò in uso fino al V secolo, quando gli spazi vennero sottoposti a una drastica selezione: alcuni definitivamente abbandonati; altri rifunzionalizzati, con la realizzazione di un piccolo cimitero infantile sulle pavimentazioni antiche.

Particolare del grande mosaico marino rinvenuto a Pietrarossa

Trebiae sta morendo: i terremoti? I barbari? No, sta solo cambiando aspetto in ragione di un mutato contesto. Sul grande mosaico marino rinvenuto nel 2017 viene deposta una spessa colte di ceneri, ossa animali e ceramiche: decenni di cucina e formidabili informazioni sulla transizione tardoantica. Non è solo la cenere a depositarsi: anche l’argilla in due secoli di alluvioni ricoprirà (e salverà) pavimenti e muri dallo smontaggio e dal riuso che ne ha asportato il resto. E se il dissesto idrogeologico è un riflesso della morte dello Stato romano, questo finì per far scomparire importazioni a lunga distanza, con la perdita della navigabilità fluviale.

È la fine? No! C’è ancora vita, diversa, ma sempre tale: un’officina si impianta su quello che quasi certamente è il lato orientale del peristilio, lungo la più probabile Flaminia. Si fondono metalli per farvi oggetti d’uso quotidiano, antiche monete con effigi femminili vengono raccolte per farne monili, si strappano e immagazzinano lastre di marmo così da rivenderle. È il ciclo del recupero a dare nuove motivazioni ed è “vita”, così come lo sono le tombe. Una necropoli di individui dai tratti culturali germanici viene creata pochi metri dalla chiesa (VI-VII sec.). Facile tirare in ballo i Longobardi, a pochi passi da un Ducato nascente. Nel frattempo altra vita sta accumulando uno spesso strato organico su ciò che resta dei ruderi della città. Poi? Man mano che si lascia la tarda antichità, le tracce di Trebiae vengono sempre meno. A 2 km di distanza, ora, c’è la nuova Trevi. Lì “cocci” rovinati lungo le pendici del colle e tombe (VI sec.) stanno dando finalmente un “quando” a delle mura di incerta datazione.

Ma anche quando una città muore ne resta la memoria, in fondo l’unica cosa a sopravvivere alla morte.

L’Abbazia di Bovara

Il nostro “luogo della memoria”, a dirla con Andrea Augenti, è la chiesa di Pietrarossa: quella S. Maria de Trevi, non a caso, delle carte bassomedievali, forse l’antica cattedrale per il vescovato trevano, presto assorbito dalla “mega-diocesi” spoletina.

Ma la memoria è un fluido potente per le istanze contingenti, come i totalitarismi del passato recente ci hanno tristemente mostrato. Tuttavia una città con un suo vescovo non basta per rivendicare autonomie e filiazioni: nel mondo medievale serve un santo! Già Foligno nel X secolo aveva avanzato rivendicazioni, sognando il proprio martire, Feliciano, abbattere un tempio in quel Castrum Trebatium che è la Trevi in altura. Anche Perugia farà morire il suo Costanzo a due passi dalla Porta del Cieco. Nel XII secolo, però, con un Ducato in progressiva crisi, i tempi sono maturi perché Trevi giochi le proprie carte nel sorgere dei comuni. La Passio di S. Emiliano, opera di un ignoto benedettino, è un piccolo capolavoro di diplomazia e uso strumentale della memoria.

Trevi ha avuto un suo santo! Giunse come vescovo su consiglio degli spoletini (“date a Cesare quello che è di Cesare”), scampò miracolosamente a mille supplizi e, infine, subì “doverosamente” il martirio. Dove? Guarda caso nel retro dell’Abbazia di Bovara: il vero mandante ideologico delle svolte comunali trevane. Emiliano porse il capo ai suoi carnefici a tre miglia da quella “civitas Lucana” (Pietrarossa) che dista, appunto, esattamente tre miglia dal millenario Ulivo del martirio.

L’Ulivo di Sant’Emiliano

Emiliano, eroe fondatore della diocesi d’un tempo, in quella città antica esistita in quel luogo che nello stesso secolo ancora compare come “Trevi de Planu”.

Bisogna allora distruggere la città erede, esecrarla con il furto delle reliquie e razziare l’Abbazia, garante del ricordo della città antica (e dell’uso dello stesso).

Così, nel 1214, Spoleto vendicò l’affronto di una sovranità non riconosciuta. Ma era troppo tardi e Trevi è ancora lì a far mostra di sé: la città vecchia con le sue storie, vere e presunte, diede alla nuova altri motivi per restare.

 

Stefano Bordoni

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Gubbio, i luoghi del potere

Vista dall’alto della città di Gubbio

Abbandonata la Città romana, che si estendeva a ventaglio in un’area pianeggiante nei pressi e a valle del torrente Camignano, l’abitato di Gubbio, progressivamente, si contrae verso le pendici del “Monte”.

Questo processo si intensifica in epoca altomedioevale e poi soprattutto nel XII secolo, periodo che rappresenta una svolta decisiva nella storia civile e religiosa della Città. A partire dalla seconda metà del XII secolo, infatti, Gubbio viene ricostruita in posizione di altura, sopra un’alta scarpata, dove, per l’appunto, si edificano i luoghi strategici dell’esercizio del potere e della vita spirituale, la cattedrale e il palatium communis, l’antico palazzo comunale o Palazzo della Guardia. Proprio in cima al Monte, inoltre, alla fine del XII, o più probabilmente all’inizio del XIII secolo, viene trasportata, traslata, la reliquia più venerata della comunità, il corpo incorrotto del patrono, Sant’Ubaldo.  È un’operazione apparentemente inspiegabile, audace e provocatoria, ma sottolinea con forza la volontà di riattualizzare il valore sacrale e cultuale del colle che da ora in poi diverrà il riferimento ideale di ogni componente della Città e pertanto eletto ad emblema araldico del Comune.

Nel XIII secolo l’ampliamento della cinta muraria e l’erezione delle maggiori chiese cittadine determinarono localizzazione e morfologia dell’attuale nucleo urbano: tali nuove costruzioni delineano, infatti, un impianto urbanistico cruciforme, e fissarono la suddivisione della Città in quartieri. L’antico centro amministrativo, allora, posto a monte della Città, non è più in grado di rispondere ai requisiti di centralità e alle nuove e pressanti esigenze amministrative del Comune, in forte crescita economica e demografica.

È per questo motivo che nel 1321 gli eugubini decidono di costruire due nuovi palazzi in sostituzione dell’antica residenza comunale. Per il nuovo complesso monumentale venne scelto un luogo centrale, in modo che le fabbriche fossero risultate tangenti a tutti i quartieri.

Il complesso monumentale dei palazzi pubblici eugubini è formato da una triade di costruzioni in rapporto strettissimo tra di loro: il Palazzo del Popolo (poi detto dei Consoli), la Platea Comunis (Piazza Grande) e il Palazzo del Podestà (o del Comune). Il progetto unitario per la costruzione del Palazzo del Popolo, del Palazzo del Podestà e di Piazza Grande tendeva pertanto a configurare il nuovo centro cittadino come nucleo direzionale amministrativo. Proprio le delibere comunali del tempo impongono infatti che il Palazzo dei Consoli doveva essere eretto tangente ai quartieri di San Giuliano e San Martino, mentre il Palazzo del Podestà ai restanti quartieri di Sant’Andrea e di San Pietro.

Quattro strade, una per quartiere Anzi, secondo recentissimi studi, il complesso monumentale doveva essere raggiunto da ben quattro strade, una per ogni quartiere. Secondo questa ipotesi, la rampa porticata del Palazzo dei Consoli (prospetto sud), interrotta, che scende inclinata verso la sottostante e attuale via Baldassini (nel Trecento detta via di fosso), doveva proprio consentire l’accesso alla Piazza dalla parte bassa dell’abitato.

Questa soluzione architettonica, per di più, doveva essere replicata, sempre secondo questa ipotesi, presso il Palazzo del Podestà: un’analoga rampa di accesso, simmetrica a quella del Palazzo del Popolo, avrebbe dovuto collegare, senza soluzione di continuità, l’attuale via Savelli alla Platea Comunis. Questi concreti atti amministrativi pongono in essere, di fatto, la scelta di costruire, nel centro geometrico della Città, la nuova sede del governo cittadino rispondendo all’esigenza di dare consistenza al nuovo baricentro urbano, il fulcro della Città-Stato.

Si spiega allora la concezione architettonica del complesso, che doveva ispirarsi a criteri di estrema monumentalità affidati all’esaltazione delle altezze e dei volumi. Si intese pertanto realizzare un imponente e audace centro urbano quale simbolo della civitas. Insomma, la costruzione degli edifici di governo è, a Gubbio, l’impresa edificatoria più importante del XIV secolo e costituisce l’ultimo grande sforzo di trasformazione della Città.

L’antico Palazzo del Popolo era il luogo emblematico del governo cittadino medioevale. Presso la Sala dell’Arengo, l’imponente aula maggiore, erano convocati i consigli popolari, il Consilium Generale Populi, che deteneva il potere legislativo in applicazione alle norme dello Statuto del 1338. Dal 1909 ospita il Museo Civico.

Tra 1321 e 1332, anno in cui prendono avvio i veri e propri lavori di costruzione, si datano una serie di operazioni preliminari propedeutiche all’edificazione vera e propria: la sistemazione delle strade a monte della valle del fosso (l’attuale via Baldassini) e lo scavo delle fondamenta. L’immane sforzo costruttivo, iniziato sotto la direzione dell’architetto Angelo da Orvieto, si protrasse, a ritmo serratissimo, fino alla metà del XIV secolo. Angelo da Orvieto è attivo in Umbria nella prima metà del Trecento ed è citato per la prima volta in un documento che ne testimonia la presenza a Perugia nel 1317 come consulente per i lavori di restauro all’acquedotto del 1277. Lavora anche in altri luoghi dell’Umbria settentrionale, come a Città di Castello, dove realizza il Palazzo del Comune o dei Priori.

Grazie ai documenti archivistici sappiamo che la prima lunga fase di costruzione del Palazzo dei Consoli si sviluppò tra 1332 e 1342 quando l’edificio si alzò di oltre venti metri dal livello di via Baldassini.

La facciata di Palazzo dei Consoli

La firma di Angelo da Orvieto Di certo tra 1336 e 1337 i lavori arrivarono al portale maggiore: su di esso, infatti, sono scolpite due lunghe epigrafe di grande importanza storica, recanti le date di inizio lavori (1332), di quando “fu posta questa pietra” dell’architrave (1336) e il nome dell’architetto Angelo da Orvieto.

Sta di fatto che nel 1338 si riunisce nel Palazzo, per la prima volta, il Consiglio generale. A questa data l’edificio è dunque parzialmente agibile e, a definizione dell’aula maggiore, venne realizzato un importante dipinto murale: la Vergine col Bambino in trono tra San Giovanni Battista, antico protettore che gli eugubini onoravano secondo una remota consuetudine, e Sant’Ubaldo, massima ragione di gloria della città.

È fin troppo evidente la finalità civica di questo dipinto a partire dalla posizione prescelta per la sua realizzazione, un punto sopraelevato ben visibile nella sala delle adunanze dei consigli popolari, luogo emblematico del governo cittadino. Secondo altri documenti, inoltre, nel 1341 gonfaloniere e consoli si riuniscono nella sala superiore, allora coperta da strutture provvisorie. Le vicende politiche che travagliano Gubbio dal 1350 al 1384 impediscono di terminare l’impegnativo progetto che solo alla fine del secolo successivo trova coronamento anche con il completamento di Piazza Grande.

I lavori significativi tra XIV e la fine del XV secolo furono: 1389, conclusione della torre campanaria e mostra dell’orologio; 1480, il Comune delibera di completare la piazza pensile; 1491, il Comune delibera di costruire una scala per collegare la Piazza alla via sottostante, tramite il loggiato o galleria inclinata, al fine di portare a termine le sostruzioni della stessa Piazza (progetto molto ambizioso e rimasto incompiuto); 1494, si appalta il parapetto merlato.

Nel 1534 i magistrati eugubini, temendo che possa cadere il vecchio tetto del Palazzo, convocano tre dei quattro soprastanti alla fabbrica del nuovo tetto ed alcuni “magistri nomine lombardi, et lignaminis eugubinis” tra cui Mariotto di Paolo Sensi detto il “Terzuolo” (celebre maestro di legname e soprastante ai lavori pubblici di Gubbio), Giacomo Maffei e Cacciarabbia (maestri di legname, titolari di importanti ed attive botteghe di falegnameria).

Interrogato circa l’opportunità “de apontulando dictum tectum usque ad tempus novum”, maestro Terzuolo, evidentemente il più esperto e autorevole dei tecnici convocati, si pronuncia positivamente: a suo avviso devono essere puntellati i monaci e i cavalli del tetto.

Nel 1536 vennero dunque realizzate le volte dell’ultimo piano e nel 1549 la copertura della volta centrale in piombo. Come è stato notato, la qualità dell’architettura del Palazzo è anche frutto di un assoluto rigore geometrico “semplice nelle relazioni elementari, quanto complessa nel risultato finale”. La facciate non rispondono, infatti, ad una banale applicazione dei principi di simmetria, quanto piuttosto ad un proporzionamento degli elementi costruttivi “sorretto da più raffinate elaborazioni”.

L’edificio è costruito in conci lapidei, di forma agile e slanciata. Una scalea a ventaglio sale al gotico portale, fiancheggiato da due bifore a pieno centro. Al di sopra del portale, si trova un’alta parete liscia, tripartita da robusti risalti rettangolari (contrafforti aggettanti come lesene), poi un ordine di sei finestre a pieno centro, accoppiate a due a due e ordinate da una cornice a dentelli che gira sugli archi e li congiunge.

Il motivo a dentelli è per altro assai comune in epoca gotica e contraddistingue molte chiese urbane eugubine duecentesche come la cattedrale, Santa Maria Nuova o San Francesco. Alla sommità un coronamento di archetti ogivali e un ordine di merli rettangolari, appaltati alla fine del Quattrocento, chiude la parte superiore del complesso. Sulla sinistra svetta la torretta campanaria. Gli altri lati del palazzo ripetono, nella sostanza, le forme e i caratteri decorativi della facciata principale, ad eccezione del fianco sinistro (lato sud ovest) da dove prende abbrivio, al piano della piazza, un portico ad archi ogivali che scende fortemente inclinato. Avrebbe dovuto condurre, secondo il progetto originario, mai completato, alla strada sottostante, detta del Fosso, l’attuale via Baldassini. Al secondo piano, infine, vi è una loggia coperta da cui si gode il panorama della Città urbana ed extraurbana.

Secondo alcuni studiosi la parte dell’edificio relativa alle due logge (quelle inferiori inclinate e quelle al livello del piano nobile) doveva “dichiarare un certo distacco” di tale corpo di fabbrica dal Palazzo vero e proprio. L’altezza di questa parte è infatti inferiore rispetto a quella del Palazzo stesso, ma anche alcuni dettagli architettonici sembrano volersi distaccare dalla costruzione principale, come denunciano i livelli delle cornici marcapiano: nella parte delle logge, infatti, le cornici inferiori sono più alte rispetto a quelle del corpo principale e le superiori più basse.

Palazzo dei Consoli e gli arconi che sostengono Piazza Grande visti dal basso (via Baldassini)

Palazzo dei Consoli, un grattacielo di 60 metri L’edificio misura circa 60 m, da via Baldassini alla sommità della torre campanaria. La grande campana, detta “Campanone”, pesa 20 quintali ed è un rifacimento del 1769, come apprendiamo da un’incisione che si legge scolpita nella stessa.

La costruzione del palazzo, tranne le travature del tetto, fu interamente condotta a pietra anche per il motivo di evitare il pericolo di incendi; essa fu ricavata dalle cave dei monti vicini. Il taglio magistrale delle pietre rese possibile una loro connessione così precisa da non ravvisarvi lo strato di cemento.

Secondo una consuetudine tipica degli edifici sacri la lunetta del grande portale presenta un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e Santi: si tratta di San Giovanni Battista e Sant’Ubaldo, patroni di Gubbio ed è opera di Bernardino di Nanni dell’Eugenia che lo realizzò nel 1495, anche se la parete venne completamente ridipinta da Benedetto Nucci nel Cinquecento. Sull’architrave sono scolpiti tre stemmi un tempo policromi: quello di Gubbio (contraddistino dal monte a cinque gobbe con lambello e gigli), dello Stato della Chiesa (le chiavi petrine decussate) e del re Roberto d’Angiò (il cui simbolo è il giglio).

Ai lati vi è la seguente iscrizione in lingua volgare: “A.D. 1332 fu chome(n)çata (qu)esta opera / e quando fu posta questa pietra … 1336 del m(ese) dottobre”. Sulla lunetta dell’ arco leggiamo invece in carattere gotico, i seguenti versi leonini: ANNO MILLENO TERCENTUM TER QUOQUE DENO / AC BINO CEPTUM FUIT HOC OPUS INDEQUE TECTUM / EST UBI COMPLETUS HIC ARCUS LIMINE LETUS / POST CEPTUM CUIUS ANNUS QUIBUS FUIT HUIUS / POST ORTUM CHRISTI NUMERO CREDATUR ET ISTI / STRUXIT ET IMMENSIS HOC ANGELUS URBS-VETERENSIS. Dal 1800 ai primi del 1900 un orologio pubblico si trovava incastonato sulla facciata sud-ovest; il meccanismo dello strumento era collegato alle campane. Si parla, tuttavia, dell’esistenza di un orologio fin dal 1390. Non sappiamo ancora su quale facciata fossero collocati nelle varie epoche gli orologi che si sono susseguiti.

Piazza Grande, la Platea comunis, vista dall’alto

La Platea Comunis, straordinaria piazza pensile Non è chiaro se il Palazzo dei Consoli fosse stato originariamente progettato come corpo svettante ed isolato, un grattacielo di 60 m, oppure si prevedesse sin dall’inizio di affiancarlo con l’avanzamento della piazza pensile.

Questo grande slargo, la Platea Comunis, si apre tra i due palazzi pubblici che si fronteggiano e non ha eguali nelle città medioevali e rinascimentali italiane per il prodigio tecnico e strutturale che lo caratterizza e per il respiro monumentale che la distingue.

Dalla sottostante via Baldassini è possibile ammirare la straordinaria perizia ingegneristica con cui la Piazza fu realizzata, essendo sostenuta da quattro enormi “arconi”, divisi da robusti setti murari collegati, a loro volta, da centine a tutto sesto. Tra il 1475 e il 1480, sotto la signoria di Federico di Montefeltro, il Comune decise di terminare la costruzione della Piazza rimasta fino ad allora incompiuta.

La parte della Piazza realizzata, comunque, doveva essere pavimentata a mattoni. Un documento archivistico del 1452, infatti, testimonia che il fornaciaio Sabatino di Giovanni, assieme al fratello Agostino, fornisce al Comune ben 25.300 mattoni proprio per la pavimentazione di Piazza Grande.

Ad ogni modo, nel 1481 fu stipulato il contratto per l’ampliamento della Piazza preesistente con Battista di Franceschino di Stefano da Perugia.

Secondo il contratto il maestro perugino si impegna a: “fornire li tre speroni incomençati et fornire la piaça cum fondamenti boni et sufficienti de la grosseça començata infino ale poste dele prime volte et da quello in su de piedi doi e meço infino ale poste de le infrascripte quatro volte et quello meno de groseça paresse ala exellentia del signore o ala comunità de dicta cità et supradicti tre muri fundare et fare quatro volte quale piglino dal muro del palaço di consoli in sino al muro presso el palaço del podestà et tirarlo innanci verso la strada del fosso al paro de li dicti palaçi et el prespecto de li muri de dicti speroni verso la strada del fosso sieno de petra quadra de martello spontata et non pontigiata et rempire le dicte volte ale poste de muro sufficientemente ad uso de bono maestro, rempite in tucto li fianchi dele volte alpare del piano dele volte al piano in modo se possa matonare”.

Queste sottocostruzioni vennero realizzate dal 1481 al 1483 dal richiamato mastro Battista di Franceschino da Perugia, ma alcuni non scartano l’ipotesi che suggestioni progettuali potrebbero essere giunte direttamente da Francesco di Giorgio Martini, grande architetto civile e militare di origine senese allora impegnato per la residenza ducale di Federico da Montefeltro.

Come sintetizza efficacemente Sannipoli “l’allineamento definitivo del fronte sud-occidentale della piazza con le corrispettive facciate dei due palazzi trecenteschi, e i grandi archi di notevole impatto stereometrico aperti su via del fosso, permisero di completare quel centro urbano come ‘meraviglia’ immaginata nella prima metà del Trecento”.

La colonna portante della Sala trecentesca di Palazzo Pretorio

Un solo grande pilastro nel cuore del Palazzo del Podestà La storia costruttiva del Palazzo del Podestà, oggi Pretorio, inizia, come per il Palazzo dei Consoli, nel 1321. I due cantieri, infatti, dovettero procedere di pari passo almeno fino agli anni quaranta del Trecento.

Tuttavia, se nel 1342 il Palazzo dei Consoli può considerarsi quasi completamente agibile, tanto da ospitare le decorazioni pittoriche ad affresco, poco chiaro risulta lo stato di avanzamento dei lavori per la fabbrica prospiciente. La costruzione è ancora in corso nel 1348.

Il Palazzo, di notevoli dimensioni, prevedeva un’ala quadrangolare, quella che si affaccia su Piazza Grande, come residenza del Podestà e come sede degli Uffici Comunali, e un’altra ala (un fabbricato acquisito dalla famiglia Gabrielli, restaurato e collegato al corpo di fabbrica principale) come abitazione dei funzionari locali e forestieri (notai, giudici ecc.). Il complesso era ricadente sui quartieri di S. Andrea e di S. Pietro.

L’ultima fase dei lavori risale al 1349-1350 quando la costruzione si interrompe anche a causa dell’agitazione politica locale. In particolare nel 1349 il Magistrato, collegio formato dai Consoli e dal Gonfaloniere di Giustizia, ridefinisce i termini contrattuali con le maestranze all’opera: viene modificato il progetto iniziale che prevedeva merli, parapetti ed archetti, e il tetto dovrà essere a due spioventi.

Attorno alla metà del Trecento, dunque, il Palazzo del Podestà appare come un’opera indefinita, insomma, incompiuta. Il carattere principale della sua architettura era dato dalla scelta tipologica della sala ipostila che si ripete per tre piani. Un solo grande pilastro sorregge infatti quattro ampie volte a crociera formando uno spazio quadripartito. Purtroppo non abbiamo molti elementi per risalire a come doveva essere il “progetto” iniziale del Palazzo del Podestà. La cosa certa è che fu manomesso più e più volte. Nella seconda metà del XVI secolo, per fare un solo esempio, l’edificio è oggetto di un drastico intervento per la costruzione delle carceri ducali: questi lavori stravolgono l’assetto originario della fabbrica. Si vengono a creare due piani in luogo dell’unica e maestosa sala a livello di Piazza Grande, che doveva essere alta oltre 8 metri. Si manomettono le grandi finestre, tamponate e sostituite da altre aperture, mentre il pilastro centrale viene occultato dalle tramezzature.

Lo stato di conservazione, per di più, peggiora nel corso del XVII e XVIII secolo, quando sono documentati continui interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, anche dovuti ai terremoti. All’inizio dell’Ottocento il Palazzo del Podestà ospita l’amministrazione giudiziaria e alcuni uffici comunali. E dopo l’unità d’Italia diviene sede definitiva del municipio.

Francesco Mariucci

Scarica qui la GUIDA DEL MUSEO CIVICO DI PALAZZO DEI CONSOLI

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Il cassero e la sicurezza in città

La riproduzione di un affresco di Benedetto Bonfigli che mostra le mura difensive della città di Perugia accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Un giorno nel Medioevo. la vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV”, aperta fino al 6 gennaio 2019 a Gubbio (Logge dei tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri)

La città medioevale «si presentava chiusa nelle sue mura, con una figura ben definita, sormontata da innumerevoli torri». A Perugia le torri erano più di settanta e il profilo della città era delimitato da «cinque bracci o dita», dal centro concentrico ai «borghi radiali determinati dagli assi viari che li attraversavano», nei quali si insinuavano, fino a ridosso delle mura, le coltivazioni e le abitazioni dei popolani.

Già nell’XI secolo lo spazio all’interno delle mura etrusche era esaurito sia per lo sviluppo demografico sia per l’ingresso in città della “gente nuova” che «si stabilisce in genere alla periferia delle città o si affolla in zone abbandonate o disdegnate dai cittadini di vecchia data e ancor più dalle famiglie dell’aristocrazia consolare», ma non dai «canonici della cattedrale e i monaci di San Pietro, che possiedono quasi tutte le terre su entrambi i lati di questi due assi, vi facilitano l’insediamento dei loro ex contadini, livellari, affittuari ed enfiteuti del contado».

Nei secoli XII e XIII i cinque rioni cittadini appaiono strutturati e la barriera costituita dalla «cinta romana» viene distrutta e «si procede alla costruzione della cinta nuova, che incorpora alla città i sobborghi». La Chiesa attesta la situazione con la creazione di nuove parrocchie e consentendo l’insediamento degli ordini mendicanti e monasteri femminili. Tra la “gens nova” e i vecchi cittadini c’è ancora una separazione di censo e di interessi, testimoniata da un atto dell’11 luglio del 1223 con il quale i milites e i pedites addivengono ad un accordo che contempla l’abbattimento di opere difensive abusive realizzate dai popolani a ridosso delle mura sulle terre dei nobili. Le differenze tra la “terra vecchia” e la “terra nuova” trova conferma anche nel racconto di Pellini riguardo le porte dei sobborghi che «restarono chiuse la notte fino al 1276, quando gli abitanti di Porta Sole ottennero dalle autorità che rinunciassero a tale uso “non convenevole alla loro fedeltà”, seguiti ben presto dagli abitanti degli altri sobborghi». «Si tratta, più precisamente, di fatti accaduti nel 1266. Malcontento e sorda opposizione alla politica del Comune cominciarono a notarsi tra gli abitanti di Porta San Pietro a causa del regime poliziesco messo in atto dai custodi delle porte. Ma una notte dei primi di luglio le porte furono abbattute e asportate da ignoti». Il nuovo status quo è testimoniato da un documento del 1306 con il quale il Consiglio dei Priori stabilisce che il contado inizia oltre le porte dei borghi.

La fedele riproduzione del Cassaero di Porta Sant’Angelo (Perugia) nel plastico di proprietà del Comune cittadino è in mostra nella sezione “Uno spazio difeso” della mostra

Il Cassero di Porta Sant’Angelo si inserisce in questo contesto di cambiamento sociale, demografico e cittadino ed è una delle porte cittadine costruita a partire dal XIV secolo come margine difensivo del confine settentrionale della città. Nel 1327 «se comencava a cavare egl fondamenta degl mura del borgo de la Concha … a la porta degl dicte mura enlla strada da sancto Matheo». La nascita della porta del Cassero è strettamente connessa con lo sviluppo della zona di porta Conca e con «la necessità di una nuova parrocchia, lavoro e occupazione per la gente, costruzione di un grande tratto di muro a mo’ di recinzione della nuova area abitata». Furono i «signori priori e camerlinghi» a decidere di »circondare di muro molte habitationi fatte di nuovo verso la regione, e parte volta a settentrione, e di farvi una porta, che riuscisse per la dritta a San Matteo. E fu cominciata una tela di muro della Porta, hoggi detta di Sant’Angelo» e chiamarono «come architetto di quest’opra, e della bella Porta che hoggi si vede, un certo mastro Ambrogio». Il tal “mastro” nominato dal Crispolti è Ambrogio Maitani al servizio del Comune di Perugia in quel periodo per fortificazioni e autore delle decorazioni del duomo di Orvieto.

Porta o Cassero di Sant’Angelo è la denominazione che deriva dal vicino tempio dedicato a San Michele Arcangelo, ma in passato era anche chiamata porta degli Armeni per la vicinanza del monastero di San Matteo degli Armeni dei monaci basiliani: in un documento del 1272 il locus viene ceduto ai frati che già dimoravano in San Matteo. Il documento lascia intuire che una chiesa, o una costruzione, esista già. Un anno dopo si procede alla consacrazione della chiesa e i frati chiedono al Comune un aiuto per sostenere le spese della cerimonia. Il Comune accetta di buon grado, dimostrando una insospettata sensibilità. Nel primo decennio del ‘300 si erige una nuova chiesa che ottiene l’indulgenza da Clemente V e si parla di ordine di San Basilio. Un dato interessante è costituito dai lasciti testamentari, che testimoniano come la comunità fosse entrata nel cuore della gente.

Nei Consigli e riformanze del 1273 e negli Statuti del 1295 si fa menzione di una porta difensiva preeistente, ma spostata più in basso, verso la città. L’importanza della torre per il controllo del territorio esterno e di quello interno, del rione stesso, «la mostrarono i borghigiani di porta S. Angelo, i quali non solamente non vollero pagare, ma nemmeno far le guardie, e tostoché ebbero lingua che i Baglioni volevano occupare la torre di S. Angelo, se ne impossessarono essi stessi, né vi fu modo di farla restituire, se non al legato». Per il mantenimento del Cassero erano «destinati 70 fiorini d’oro annui», una guarnigione stabile, «comodità di acque» tale da renderlo «inespugnabile per battaglie di mano onde nelle guerre civili dalle quali fu in vari tempi molestata Perugia, si tenne gran conto della signoria di questa rocca, e vi furono eseguiti molti combattimenti».

Il Cassero com’è oggi, all’ingresso nord del centro storico di Perugia

La costruzione del Cassero richiese molto tempo e la necessità di tale costruzione è testimoniata da una delibera degli organi comunali del 1342 con la quale si stabilisce «che per l’honore, stato e utilità de la cità predicta e deglie borghe d’essa se mure et alzese el muro el quale apresso e longo la porta nuova del borgo overo del soborgo de porta Sant’Angnolo, cioè da la dicta porta enfine a la turre la quale è socto essa porta apresso la strada per la quale se va al monasterio del le donne de Sancto Francesco, quactro overo cinque canne de muro a le spese del comuno de Peroscia, quando parrà aglie segnore priore de l’arte».

La torre fu ingrandita da Gherardo de Puy, abate del monastero maggiore di Cluny, detto il Monmaggiore, nel 1372 e nuovamente rimaneggiata da da Fioravante Fioravanti tra il 1416 e il 1424 su ordine di Braccio Fortebracci, «ma il Cassero o torre o fortificazioni che sopra ai fianchi si veggono della medesima, sappiamo che s’incominciarono a costruire il 24 luglio 1479. cospicua e ben munita è l’alta sua torre quadrata che nei trapassati secoli ebbe continuamente un presidio». Le stratificazioni dei tre diversi interventi costruttivi si notano benissimo nella sagoma della torre e al suo interno: per lo strato inferiore venne utilizzata la locale arenaria lavorata a piccole bugne, seguita da inserti in pietra calcarea e dal laterizio per la volta. Nei piedritti si vede ancora la scanalatura della porta a saracinesca.

Sul finire del XV secolo le torri di Perugia apparivano «logore, scassinate e crollanti». Molte vennero buttate giù e sacceggiate dei materiali. La salvezza del Cassero si deve all’intervento di papa Sisto IV al quale «parea bello il conservare quegli scheletri di animali feroci, nel 1476 fulminò scomunica e pena di cinquanta ducati contro chi le demolisse; ma non potè far sì che a’ nostri tempi più di tre ne restassero, quelle del campanile del Palazzo e della Porta Sant’Angelo, e quella degli Scalzi, detta ancora degli Sciri dal nome della nobile famiglia estinta che la possedeva».

Umberto Maiorca

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Perugia, torri e pozzi della città medievale

Benedetto Bonfigli (Galleria Nazionale dell’Umbria, 1461-77). L’affresco rappresenta l’assedio di Totila e il ritrovamento miracoloso del corpo di Sant’Ercolano. La scena è ambientata davanti a una monumentale veduta delle mura etrusche tra Porta Marzia (a sinistra) e la torre-chiesa di Sant’Ercolano (a destra, in primo piano)

La storia di Perugia si svela agli occhi di chi sa guardare. La città “turrena” con le sue settanta torri medievali è ancora sotto gli occhi di cittadini e turisti. Basta alzare gli occhi al cielo e scrutare nelle pieghe degli antichi palazzi.

Molte costruzioni sono ormai scomparse. Altre, ancora ben visibili, si stagliano tra i tetti dell’acropoli. Altre ancora, nascoste allo sguardo, sono state inglobate in strutture rinascimentali o seicentesche.

Sono i segni di pietra dell’età d’oro della città. Nel XIII secolo Perugia rifiorisce: le mura etrusche, danneggiate dal tempo e dalle guerre, vengono restaurate e la cinta muraria si allarga in modo progressivo. I nobili e i ricchi trasformano le proprie abitazioni e le dotano di torri. Strutture imponenti, simbolo plastico del potere, gli alti edifici garantiscono la sicurezza cittadina nei turbolenti agoni politici dell’Età di Mezzo oppure ospitano i depositi di armi e si trasformano nelle casseforti di pietra delle ricchezze delle grandi famiglie.

Molte torri sono crollate. E dopo i tanti terremoti o le infinite guerre intestine, non sono mai state più ricostruite. Altre sono scomparse, inghiottite dall’imponente costruzione della Rocca Paolina, edificata dopo la Guerra del Sale del 1540, l’insurrezione popolare contro papa Paolo III che segnò il definitivo assoggettamento della città alla dominazione pontificia.

La Torre degli Sciri e una casa-torre nel centro storico di Perugia. Scorcio da Via dei Priori

Se quella degli Sciri, con i suoi 46 m di altezza, è la piú conosciuta delle torri perugine, altrettanto si può dire del Cassero di Porta Sant’Angelo, una delle porte cittadine incorporate nelle mure etrusche intorno al 1300, come margine difensivo del confine settentrionale della città medievale.

Sul corso principale, intitolato a Pietro Vannucci, detto Il Perugino, svetta invece la torre campanaria di Palazzo dei Priori, dall’impianto goticheggiante, costruita sul torrione di Benvenuto di Cola sul finire del XIV secolo.

Nella parte in ombra del Palazzo Comunale emerge ancora la torre di Madonna Dialdana (o Madonna Septendana, vedova di Zigliuccio di Benvenuto Oddoni) la cui abitazione fu inglobata nell’edificio pubblico, in quella famosa via della Gabbia che prende il nome dalla cella in cui si chiudevano i rei, per poi esporli al pubblico ludibrio e ad una atroce morte per inedia. Poco lontano è ancora ben visibile la Torre dei Donati, una delle poche non distrutte per fare spazio alla Rocca Paolina, proprio sopra la Porta della Mandorla. Solo la parte inferiore dell’edificio è originale, tutto il resto è stato ristrutturato nell’Ottocento. In via del Bufalo, l’angolo di una casa-torre poggia su una colonna in travertino. Nei pressi di via Oberdan, si imbocca via Floramonti, che prende il nome dalla nobile famiglia che qui abitò fino al XVII secolo e che ha lasciato una torre molto ben conservata anche se confusa tra i palazzi che la circondano. I resti di altri svettanti edifici, si possono scorgere in via Danzetta e in via della Torricella.

La chiesa-torre di Sant’Ercolano, raffigurata anche nell’affresco di Benedetto Bonfigli (vedi foto sopra)

Più di ogni altra costruzione, colpisce però lo sguardo la chiesa di Sant’Ercolano, costruita tra il 1297 e il 1326 a ridosso delle mura etrusche. L’imponente costruzione ottagonale, somiglia più a una struttura militare che ad un edificio religioso: una chiesa-torre, tra le poche rimaste in Europa, con le bianche mura esterne e la tipica struttura gotica trecentesca.

Lungo la vicina via Regale, emerge da lontano il campanile quadrato con finestroni, alto 60 metri, della basilica di San Domenico, realizzato da Gasperino di Antonio a partire dal 1464. E poco oltre, tra i tetti delle case di Borgo XX Giugno, con i suoi 61,45 metri di altezza, svetta l’aguzzo campanile poligonale del complesso benedettino di San Pietro, costruito nel 1463 su disegno di Bernardo Rossellino, nell’area dove già nel VI secolo sorgeva l’antica cattedrale.

Perugia, città verticale. Da scalare anche con lo sguardo. Basta tenere il naso all’insù per scoprire balconi, terrazze e ballatoi. Come in via Bontempi, dove un balcone aggettante sulla strada è circondato da una balaustra in pietra che reca lo stemma del Capitolo della cattedrale di San Lorenzo: segno tangibile che l’immobile rientrava tra le tante proprietà della Chiesa. Nell’antica piazza del Sopramuro, si può ancora ammirare l’elegante balcone del palazzo del Capitano del popolo, ora sede della Corte d’appello di Perugia. Sopra l’Arco dei Priori una trifora porta luce nell’ufficio del presidente del consiglio comunale di Perugia.

Gli archi delle antiche porte antiche, si sono trasformati in veri giardini pensili: quello dei Gigli, in fondo a via Bontempi mostra una finestrella da cui pendono dei fiori; l’Arco della Mandorla, in piazza Mariotti, è rigoglioso in primavera; sull’arco degli Sciri ondeggiano al vento piante e ombrelloni e lo stesso accade più sotto, a Porta Trasimena.

Porta Marzia, uno degli ingressi alla Rocca Paolina (1540-43), e il balcone belvedere dal quale la vista spazia sulla valle ai piedi di Perugia

Anche Porta Cornea, arco di Sant’Ercolano, è arricchita da piante e fiori. Antonio da Sangallo il Giovane, per aver salvato questo meraviglioso monumento di età etrusca dalla distruzione: smontandolo pietra per pietra il Sangallo spostò infatti l’antico arco dalla sua posizione originale e lo ricollocò quattro metri più avanti, a fare da cornice trionfale allo stemma del papa Farnese. Sopra la Porta Marzia, meraviglioso monumento di età etrusca salvato dalla distruzione dall’architetto del papa, Antonio da Sangallo il Giovane dopo il 1540, si affaccia un balcone dal quale si domina la Valle Umbra. E in via delle Prome, un altro curioso balcone con peducci sovrasta l’architrave di una porta che reca la data del 1447.

In Piazza Grande, ora IV Novembre, la Fontana Maggiore, simbolo della città, è racchiusa tra due preziosi balconi pubblici: da un lato la scalinata e la balaustra della Vaccara, dall’altra le cosiddette Logge di Braccio, volute dal condottiero dopo la conquista della città nel 1416.

Perugia turrita, ma anche sotterranea. La città è ricchissima di pozzi, costruiti per dissetare l’acropoli. Quelli privati, all’interno dei chiostri dei conventi o degli antichi palazzi, sono centinaia. In piazza Biordo Michelotti, all’interno del palazzo Veracchi Crispolti è ancora visibile il pozzo dove fu gettato il corpo del famoso condottiero, signore di Perugia, trucidato il 10 marzo 1398 dai sicari guidati da Francesco Guidalotti, abate di San Pietro.

Decine e decine anche i pozzi pubblici che ancora campeggiano nelle piazze e nelle vie cittadine, tutti caratterizzati dal grifo rampante, a imperitura memoria del Comune medievale.

Pozzo nel chiostro del Collegio della Sapienza vecchia (foto Armando Flores Rodas per Comune di Perugia)

Tra quelli meglio conservati ne va segnalato uno in piazza Giordano Bruno, profondo 18,90 metri e di sicuro anteriore al 1245, anche se nella vera, la balaustra di protezione chiusa attorno al foro, è incisa la data del 1452; reca un Grifo rampante, la conchiglia dei pellegrini di san Giacomo (più avanti c’era un ospedale jacopeo) e il monogramma di Cristo in greco. Poco lontano, un pozzo che risale al XV secolo, riporta in una lapide, in parte murata in un palazzo, una graticola, simbolo del Capitolo Laurenziano. Serviva a rifornire d’acqua il vicino ospedale per pellegrini. A Sant’Ercolano, addossato al muraglione di contenimento, ci sono i resti della cavità (solo la vera e le lapidi laterali) che segnava l’andamento che doveva aver l’antico scalzo etrusco fino alla Porta Marzia. E dentro la Rocca Paolina si può ancora ammirare un pozzo di origine romana, proprio in corrispondenza della casa di Gentile Baglioni. Un manufatto medievale si trova in un cortile privato al numero civico 33 di via Bartolo. In via del Bufalo, invece, resta una vera rialzata e incastonata nel muro.

Un altro pozzo si trova nel cortile interno di Palazzo dei Priori, una delle più compiute espressioni architettoniche della civiltà medievale italiana, sede del Comune di Perugia, della Galleria Nazionale dell’Umbria e delle due maggiori corporazioni medievali cittadine: il Nobile Collegio della Mercanzia e il Nobile Collegio del Cambio. In via della Nespola, una piccola traversa della centrale via Ulisse Rocchi, all’interno di una galleria d’arte, un intero palazzo si avvita intorno a un pozzo profondissimo. Un’altra cavità, visibile ai turisti e ai perugini, invece, si trova nel chiostro del duomo di San Lorenzo, incassata nel muro di destra, dietro l’abside: è anteriore al 1345, scende per una profondità di 37 metri e raccoglie almeno 10 metri di acqua.

Pozzo in Via del Castellano

Un grande pozzo con puteale dodecagono, ispirato alla fontana Maggiore, si può ammirare nel bel chiostro del Collegio della Sapienza Vecchia, l’istituzione fondata nel 1361 per accogliere gli studenti poveri che si trasferivano a Perugia per seguire i corsi di Teologia e Diritto.

In fondo a via dei Priori, davanti a San Francesco al Prato, seconda chiesa francescana della città e luogo privilegiato di sepoltura degli esponenti delle grandi famiglie perugine, spicca un pozzo cinquecentesco con il grifo rampante in rilievo. Nella centralissima piazza Piccinino i perugini riportarono invece un serbatoio di pietra che in origine era stato costruito davanti al Tempio di San Michele arcangelo al Cassero, nei pressi di una delle cinque porte medievali della città.

Fuori dalle mura cittadine, nel contado di Porta Sole, sotto la grande chiesa sconsacrata di San Bevignate, una delle testimonianze meglio conservate al mondo dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio, i monaci guerrieri costruirono ben tre pozzi.

Da quello che sbuca dietro l’altare, nel Medioevo si riteneva che sgorgasse un’acqua miracolosa, grazie proprio all’intervento personale dell’eremita, il “santo misterioso” che i perugini canonizzarono a furor di popolo nel 1453.

Umberto Maiorca Articolo pubblicato su MedioEvo N° 257 di giugno 2018

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La nascita delle città

San Gimignano (Siena). Per la caratteristica architettura medievale del suo centro storico è Patrimonio UNESCO dell’umanità. La città è per lo più intatta nell’aspetto due-trecentesco ed è uno dei migliori esempi in Europa di organizzazione urbana di età comunale

Castel, Poggio, Pieve, San, Rocca. Molti nomi di città in Italia e in Europa iniziano così. E non è un caso: perché se nell’alto Medioevo, caduto l’Impero di Occidente, le antiche città romane vanno scomparendo, dopo il mille nascono le nuove città: quelle destinate ad arrivare fino ai giorni nostri.

La città – “questa meravigliosa scoperta della rinascita medievale” – scrive Arsenio Frugoni. Nei cosiddetti “anni oscuri”, quelli della calata dei barbari, del saccheggio, delle distruzioni, della fuga delle istituzioni, le piccole città erano completamente scomparse, mentre la stessa Roma entrava nella sua fase più buia, con il vescovo rimasto unica autorità dilaniata delle lotte tra famiglie patrizie.

“Quante città erano prima scomparse, nell’orrendo abbandono che con la consunzione dell’impero romano, le epidemie, le invasioni, le scorrerie, la fame avevano causato!” scrive Frugoni in Storia di un giorno in una città medievale. “Più che al dramma violento dell’incendio e della distruzione nemica, raggela il pensare a quel lento morire delle case sole, dove il tempo non ha più misura umana, ma solo quella della vegetazione che si impadronisce d’ogni cosa, e si insinua e sgretola inesorabilmente”.

Nell’epoca feudale le popolazioni si erano raccolte – in piccoli gruppi – al riparo di un castello o di un’abbazia, le due grandi istituzioni che si erano spartite il potere in quel periodo. Dentro c’era la corte – religiosa o laica che fosse – fuori la servitù: contadini e operai che, legandosi a un padrone, speravano di poter sopravvivere alle carestie e ai saccheggi. “Poi, in quell’Europa tormentata, si era venuto determinando come un assestamento: le raffiche guerresche si erano diradate. Nuove scoperte tecniche, nel campo agricolo e dei trasporti avevano garantito le generazioni, liberandole dal tragico appuntamento troppo frequente con le carestie”.

Di fatto dopo l’anno Mille è tutto un fermento di forze nuove, rinasce l’artigianato e il commercio, nascono i borghi abitati dai “borghesi” che stimolano la produzione per i loro commerci. Le città riprendono vita e allargano la loro cinta muraria inglobando anche i borghi, mentre intorno ai castelli e alle abbazie la vita si va organizzando in modo sempre più autonomo, fino a formare delle vere e proprie città che finiranno per emanciparsi sempre di più dal “padrone” per arrivare alla nascita dei Comuni, che nel XII secolo segna di fatto la fine del feudalesimo.

Oriolo, in provincia di Cosenza. Nacque come fortezza a difesa dei cittadini scappati dalle coste per rifugiarsi dalle continue incursioni dei saraceni. È arroccato su uno sperone a 500 metri d’altezza e conserva uno splendido borgo medievale intatto

Ma nel corso del Medioevo nasceranno anche città totalmente nuove, intorno ai nodi stradali di importanti comunicazioni. Ogni borgo e ogni castello costruisce le sue mura, che rappresentano una difesa militare ma sono anche il segno di un sentimento collettivo di appartenenza.

Quando al tramonto le porte della città vengono chiuse, si resta completamente isolati dal mondo esterno. “Come sopra un bastimento, le mura contribuivano a creare un sentimento di unità tra gli abitanti: in un assedio o in una carestia, la morale del naufragio si sviluppava facilmente. Ma dietro quelle mura i “privilegiati” cittadini non erano sempre in pace. Le case dei nobili, o dei ricchi, ostentavano le loro torri svettanti sui tetti. Frequenti erano le lotte per il trionfo di una fazione sull’altra, che veniva, se vinta, cacciata di nido, bandita dalla città”.

L’immagine tipica di una città medievale è quella di una cinta di mura che contiene case piccole e addossate l’una all’altra, dominate da torri di pietra scura, disposte con disordine estroso lungo vie tortuose e strette.

Montagnana (Padova) vanta uno dei migliori esempi in Europa di cinta muraria medievale. I suoi solidi contrafforti racchiudono ancora oggi tutto il centro storico della cittadina

Ma l’affollamento, spiega Frugoni, non è originario: è il frutto spesso del tardo Medioevo, quando per evitare un ulteriore ampliamento della cerchia delle mura, si preferisce sfruttare il terreno adibito a orti e cortili per costruire altre case. “L’irregolarità delle vie, talora, è accettazione dei livelli del terreno, ma è anche accorgimento per spezzare la forza del vento invernale e difendersi contro il sole estivo”.

D’altra parte le baracche degli artigiani non avranno vetri fino al Seicento e la maggior parte della vita attiva dei cittadini trascorre all’aperto. Non vanno poi dimenticati – a giustificare l’irregolarità delle strade – i fiumiciattoli – o “forme” ricoperti o andati distrutti.

Quel che è certo è che l’architettura della città medievale è completamente diversa da quella romana: se l’antica città ha una forma a scacchiera ed è costruita intorno al cardo e al decumano (cioè i principali assi stradali), quella medievale ha una forma a raggiera, che parte dal cuore della città – e cioè l’abbazia o i castello – e va verso la campagna. Lo schema radiocentrico è proprio dello sviluppo a partire da un nucleo centrale, in una subordinazione “che certo lo schema geometrico a scacchiera, a lotti tutti uguali e intercambiabili non poteva soddisfare”.

“Il Medioevo non è egualitario, ma fondamentalmente gerarchico” ricorda Frugoni. “Gerarchia è individuazione di dignità, di compiti. Questa individuazione è fortemente espressa dalla città”. A determinare la fisionomia è dunque la specializzazione dei quartieri: il ghetto, ad esempio, nasce per il desiderio degli ebrei di mantenere le proprie forme caratteristiche di vita e per quello da parte dei cittadini di evitare una promiscuità religiosa, ma non c’è alcun obbligo di dimorare in un quartiere chiuso, cosa che avverrà infatti per la prima volta solo nel Quattrocento a Torino. C’è poi la specializzazione professionale: ogni via è abitata da artigiani dediti a un mestiere particolare, che rimane nel toponimo di tante città italiane (via degli orefici, vico della birra, via dei tintori).

Firenze, Piazza della Signoria. È ancora la sede del potere civile e il cuore della vita sociale della città. A forma di L, si trova nella parte centrale della Firenze medievale, a sud del Duomo

Anche la piazza, nel Medioevo, si specializza. La città medievale di solito ne ha tre principali: la piazza politica, la piazza religiosa e la piazza economica. La piazza religiosa è quella della Cattedrale: di solito ha una grandezza modesta, e non ci sboccano mai trionfalmente strade di grande traffico: le vie, infatti, le scorrono intorno o vi si innestano.

Solo in epoca moderna alcuni architetti hanno deciso di distruggere quell’ambiente creando piazze immense, basti pensare a Milano o a Piazza San Pietro in Roma, con la realizzazione di via della Conciliazione che ha comportato – negli anni ’30 – la distruzione di un intero quartiere che copriva alla vista la basilica.

Nella piazza del Duomo si danno le sacre rappresentazioni, si svolgono le processioni. La piazza politica ha invece misure più vaste, destinata com’è alle adunanze di tutti i cittadini, ed è il cuore della città. Dominata dal Palazzo Pubblico è spesso adorna di una grande fontana o del pulpito per le concioni (si pensi, ad esempio a Narni).

Verona. Piazza delle Erbe è la piazza più antica della città, e sorge sopra l’area del foro romano. Nell’età romana era il centro della vita politica ed economica. Con il tempo gli edifici romani hanno lasciato il posto a quelli medievali e, ancora oggi, la bellissima piazza ospita mercati e commerci ambulanti

La piazza economica è quella del mercato, e sorge acanto alla piazza politica. Nelle antiche città romane rappresenta spesso la saldatura tra la città antica e quella medievale. Se la città si è sviluppata intorno all’abbazia o al castello si trova di fronte al suo centro generatore. Qualche volta è specializzata (pescheria, piazza delle erbe, mercato del bestiame) e presenta fontane per la lavare gli erbaggi e bacili di pietra per le carni e per il pesce.

Le strade non sono sempre lastricate e il marciapiede viene introdotto solo tardivamente – a Firenze nel 1235. Le strade sono strette e accidentate, non sono pensate per i carri ma per i pedoni, d’altra parte è a piedi che si muovono le persone. Per la pioggia si provvede con una fila di portici e con la sporgenza dei tetti, dato che gli ombrelli in Italia appariranno solo alla fine Cinquecento. “Non esisteva nessuna illuminazione, se non le fiammelle che tremolavano di fronte alle immagini sacre”.

Ma di giorno la strada è tutta piena di vita: gli artigiani vi espongono i loro manufatti. Ognuno pensa a tenere pulito il tratto di strada davanti casa sua. Quanto agli spazzini municipali, sono le galline e i porci che si aggirano per le strade spazzolando i rifiuti e tenendo pulito: sono loro la vera nettezza urbana medievale.

Arnaldo Casali

Urbino: la città (dal latino urbs-urbis). Di origini romane (Urvinum Mataurense) dal Medioevo subì una radicale ristrutturazione, per poi diventare uno dei più fulgidi centri rinascimentali d’Europa

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Quando nacque L’Aquila

Basilica di Collemaggio (Foto: Lorenzo Head)

“Gridarono tutti insieme: Facciamo una città così bella che nessun’altra nel regno le si possa paragonare” scrive Buccio di Ranallo, nelle Cronache dalla fondazione dell’Aquila.

“Noi felicemente regnanti e vittoriosamente trionfatori nel nostro ereditario Regno di Sicilia, abbiamo da poco preso questa provvida deliberazione: che nel luogo detto Aquila, tra Forcona e Aminterno, si costruisca una città unitaria, che stabiliamo doversi chiamare col nome di Aquila, dal nome dello stesso luogo e dagli auspici delle nostre insegne vincitrici. Stabiliamo che si deve delimitare la città entro i seguenti confini, cioè da Orno Putrido fino a tutto Aminterno, destinando demanialmente al territorio e al distretto della stessa città all’università tutte le colline adiacenti che si chiamano Aquila, e tutte le terre circostanti. E siamo anche, secondo la pienenezza del nostro potere e con speciale favore consapevolmente, i militi e singoli che popolano e uomini che si trovano entro i sopraddetti confini, di qualunque condizione o professione, i loro eredi e i loro successori con tutti i loro beni e figli, in perpetuo, da ogni dominio o giurisdizione o soggezione di conti e qualsivogliano persone, liberandoli completamente da tutti i pesi personali e reali”.

Con questo privilegio, datato 1254 e firmato dal re Corrado IV di Svevia, figlio di Federico II, viene fondata la città dell’Aquila.

Il territorio dove sorge la città, in realtà, era già abitato sin dai tempi antichi. In origine da sabini e vestini, poi nel III secolo avanti Cristo era stato conquistato dai romani che avevano fondato la città di Amiternum a pochi chilometri dalla città moderna. Passato nel medioevo sotto il ducato di Spoleto e poi sotto il dominio normanno, il territorio aveva visto già nel 1229 gli abitanti dei castelli abruzzesi ribellarsi al giogo vassallatico dei baronati normanno-svevi e cercare di costituire una città con il permesso di papa Gregorio IX, senza riuscire però riuscire a concretizzare il proposito. Ci avevano riprovato poi sotto Federico II, ma anche questa volta non avevano concluso nulla.

Incoronazione di Corrado IV di Svevia

“Affinché anche abbia un bell’aspetto e si ingrandisca continuamente – si legge ancora nel privilegio del 1254 – concediamo che la stessa città possa munirsi secondo la propria conformazione di un giro di mura a scopo difensivo e all’interno, fin da ora, possa essere arricchita di case che tuttavia non superino l’altezza di cinque canne. In essa ci sia mercato generale due volte all’anno, per venti giorni, che si svolga in qualsiasi modo, e tre volte a settimana possano liberamente mettere su un mercato particolare, ai cui scambi commerciali tutti insieme o singolarmente da qualsiasi parte con i loro commerci ed averi, in tutta sicurezza, sotto la protezione del nostro nome e maestà, vengano e si trattengano e se ne ritornino. Noi infine dichiariamo, col presente privilegio, che nella predetta città vogliamo avere un castello, da costruirsi a spese della città”.

L’obiettivo di Corrado – che inserisce nel privilegio delle clausole che salvaguardano certi diritti dei feudatari espropriati – è garantire il controllo di un’area di confine del suo regno. La tradizione vuole che siano 99 i castelli che contribuiscono alla fondazione della città, anche se è più probabile che il numero effettivo si aggirasse intorno alla sessantina. A ricordo della costituzione, la campana della Torre Civica batte ancora oggi, al tramonto, 99 rintocchi mentre il primo grande monumento della città è la fontana delle 99 cannelle.

“Rapida dovette essere la crescita della città – scrive Paolo Golinelli in Il papa contadino – una crescita sostenuta dal desiderio degli abitanti di sottrarsi al dominio dei castellani e dal favore della Chiesa”.

Il 20 febbraio 1257, infatti, papa Alessandro IV su richiesta dei cittadini aquilani, eleva a dignità vescovile la chiesa dei santi Massimo e Giorgio, costituita all’interno delle mura. La città dell’Aquila diventa così anche Diocesi. Questo porta a una concentrazione in essa di simpatie guelfe, tali da essere avvertite come un pericolo da Manfredi, che arriva a decidere, nel 1259, di smantellare le mura e disperderne gli abitanti. La sconfitta della dinastia sveva e l’arrivo di Carlo d’Angiò nel Regno di Napoli segnano la rinascita della città, grazie alla nuova concessione degli angioini per la ricostruzione degli edifici e il ripopolamento.

Gli abitanti di L’Aquila dovevano venire dai castelli vicini, ma sono soprattutto i contadini e i pastori a inurbarsi, finendo per costituire un Comune di Popolo contro il quale – ancora cent’anni dopo, attorno al 1355 – Buccio di Ranallo inveisce, sia perché gli aquilani non avrebbero rispettato i patti che prevedevano il risarcimento dei feudatari ai quali erano stati sottratti i territori, sia per il disprezzo riservato ai “villani”.

Pietro del Morrone, eletto papa con il nome di Celestino V

Nel 1288 l’eremita Pietro del Morrone, decide di edificare all’Aquila la basilica di Santa Maria di Collemaggio, capolavoro dell’arte romanica e monumento simbolo della città. Proprio nella basilica da lui fortemente voluta, il monaco sarà incoronato papa con il nome di Celestino V il 29 agosto 1294.

Il primo consiglio cittadino è composto dai sindaci dei vari villaggi e L’Aquila non ha una vera e propria autonomia giuridica riconosciuta fino al regno di Carlo II di Napoli, che nomina un Camerlengo come responsabile dei tributi. Da quel momento, le tasse vengono pagate da tutta la città in quanto tale, mentre, in precedenza, erano pagate solo dai singoli villaggi. L’Aquila diventa così teatro di una serie di violente lotte tra alcune delle famiglie che si contendono l potere: tra questi i Pretatti e i Camponeschi, che hanno la meglio dopo una decina di anni di guerra. Successivamente, il Camerlengo acquisisce anche un potere politico, diventando presidente del consiglio cittadino. La città, autonoma, anche se compresa nel regno di Sicilia, e poi regno di Napoli (salvo un breve periodo in cui entra nel confinante Stato Pontificio), viene governata da una diarchia composta dal consiglio e dal capitano regio, cui si aggiunge, nel XIV, secolo il conte Pietro Camponeschi che, da privato cittadino, diventa il terzo membro di una nuova triarchia.

Poi al potere arriva un capopopolo di origine nobile che imposta una politica autonomista e per questo diventa molto amato dai popolani ma inviso agli angioini: è Niccolò dell’Isola del Gran Sasso, nato nel 1230 e arrivato in città intorno al 1270: “Uomo di ingegno e di cuore, chiudeva in sé la forte tempora d’un Rienzi e d’un Masaniello, senza la riflessa ambizione del primo e volgarità del secondo” scrive Casti in “L’Aquila degli Abruzzi”.

Niccolò fa togliere tasse e balzelli, favorendo così l’aumento della popolazione e l’economia aquilana (soprattutto la coltura e il commercio dello zafferano), si adopera per la costruzione degli edifici pubblici come il palazzo del re, quello degli ufficiali regi e il tribunale, restaura ed edifica chiese e completa la cerchia delle mura. Poi, forte dell’appoggio popolare, muove guerra ai castelli vicini, che limitano la libertà di espansione della città e ne condizionano il futuro, e in pochi giorni batte le fortezze di Roio, Ocre, Poranica, Pizzoli, Preturo, Barete. Sono gli anni dell’Isolano quelli in cui la città assume la sua fisionomia e anche la sua identità: gli anni delle grandi costruzioni e della libertà.

Questa politica popolare non manca di suscitare reazioni da parte dei feudatari locali, che invocano l’intervento del Re, senza, peraltro, ottenerlo. Carlo lo zoppo è infatti impegnato in Sicilia con la guerra del Vespro e non può permettersi di intervenire nelle diatribe locali. Niccolò dell’Isola resta quindi saldo nel suo potere per ancora quattro anni e il capitano regio viene di fatto costretto ad agire in accordo con Niccolò senza dunque essere più libero di esercitare le sue funzioni, ossia la giustizia criminale e il mantenimento dell’ordine pubblico. Carlo II, d’altra parte, legittima l’azione del capopopolo: il 13 gennaio 1293 da Nizza, assegna all’Isolano ben dieci once annue di provvisione per i servizi resi alla corte. Tre giorni dopo, in una missiva destinata al capitano e a lui, li prega di garantire a un chierico il possesso di una chiesa e dei relativi diritti che gli aveva assegnato.

Niccolò è ormai un vero e proprio eroe vivente per gli aquilani. In un epigrafe del 1284 viene definito “pater patriae et Aquilane civitatis defensor”

In questo clima l’Isolano, forte del favore popolare, “cominciò a eccedere alquanto il modo et la mesura della modestia” . Usurpa il beneficio di una chiesa aquilana, poi tolto ai suoi eredi dal re il 12 giugno 1294. L’ostilità della nobiltà aquilana si fa sempre più aspra, Niccolò convoca allora un parlamento cittadino, nel quale presenta l’esistenza dei castelli del circondario come lesiva della libertà del popolo aquilano e conduce alla distruzione di alcuni di quei castelli. I suoi avversari reagiscono denunciandone lo strapotere direttamente al re. Secondo loro gli aquilani amano più Niccolò che il sovrano, il quale “no potea aver denaro” senza il suo beneplacito.

Carlo Martello d’Angiò

Nel 1292 i conflitti tra i due schieramenti determinano la consegna a Gentile di Sangro, capitano dell’Aquila, di ostaggi, poi liberati nel gennaio 1293. Forse per lo stesso motivo Nicoluccio, figlio naturale di Niccolò, viene destinato in custodia alla corte napoletana, il 20 febbraio 1293, su ordine di Carlo Martello.

In “Carlo D’Angiò e Celestino V all’Aquila”, Clementi sostiene che il punto di rottura definitivo tra l’Isolano e gli Angiò sia la distruzione da parte degli aquilani della fortezza della Leonessa, fatta costruire con ingenti somme di denaro della corona per controllare le vallate che mettevano in comunicazione il Regno di Napoli con lo Stato della Chiesa.

In estate Carlo II, considerando anche la distruzione non autorizzata delle rocche, ritiene che la situazione non sia più gestibile e ordina l’uccisione di Niccolò, inviando una spedizione capeggiata da Carlo Martello, che giunge all’Aquila il 10 luglio 1293. Niccolò però gli va incontro con un folto drappello di cavalieri rendendogli omaggio e in un successivo incontro riesce a convincerlo dell’infondatezza delle accuse di tradimento che gli vengono rivolte. Carlo II non desiste e invia una nuova spedizione sotto la guida di Gentile di Sangro.

“Per lo mal che fece Aquila che guastò le castella senza commannamento lo re mando lo figlio, cioè Carlo Martello, che occidere facesse Misser Niccolò dell’Isola per quale via potesse” scrive Buccio da Ranallo.

Il forte sostegno popolare ne rende impossibile l’eliminazione fisica in modo aperto: viene quindi deciso di ucciderlo in segreto, con l’aiuto di un po’ di veleno. Il proposito viene attuato e Niccolò muore in un giorno imprecisato antecedente il 12 agosto 1293.

La città di solleva contro il Re: la morte dell’eroe cittadino traccia un solco profondo tra gli aquilani e la corona e Carlo d’Angiò si rende conto che sta rischia di perdere completamente il controllo della giovane città. Bisogna assolutamente trovare il modo di ricucire lo strappo e l’occasione più propizia diventa l’elezione a papa del santo eremita Pietro del Morrone, favorita – non a caso – dallo stesso Carlo, che riesce anche ad ottenere che la trionfale incoronazione avvenga proprio all’Aquila, siglando così la riconciliazione tra Chiesa, popolo e Regno di Napoli.

Arnaldo Casali

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