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Category Archives: Cinema

Boccaccio al cinema

È stato Giovanni Boccaccio a chiamare “Divina” la commedia di Dante Alighieri; la sua di commedia, invece, è per definizione assai poco divina e decisamente “sboccacciata”, tanto da essere identificata con un genere cinematografico particolarmente triviale: la commedia appunto, boccaccesca.

Andrea del Castagno, Giovanni Boccaccio, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri, affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze

Chissà che penserebbe, una delle tre corone della lingua italiana, se sapesse che il suo nome oggi è fatalmente legato a pietre miliari della storia del cinema come Alle dame del castello piace fare solo quello, La bella Antonia prima monica e poi dimonia e Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, e ancora Quanto è bella la Bernarda, chi la tocca e chi la guarda, Fiorina la vacca, Si salvò solo l’Aretino Pietro con una mano davanti e l’altra di dietro, Fra Tazio da Velletri e Sexcalibur.

Colmo del paradosso, poi, è che il principale responsabile di tanta sciagura sia stato uno degli intellettuali più austeri e rigorosi della cultura italiana: Pier Paolo Pasolini.

È stato infatti il successo del suo Decameron a decretare la nascita del genere “decamerotico”, capace di sfornare valanghe di film in pochi anni e di spaziare dalla commedia scollacciata alla pornografia.

Ci vorranno più di quarant’anni e un altro grande nome del cinema italiano come quello dei fratelli Taviani per rompere l’incantesimo e riscattare il primo romanzo della storia della letteratura italiana.

Ma andiamo con ordine: sono ancora lontani i tempi di Edwige Fenech e Pippo Franco quando l’opera di Boccaccio ispira per la prima volta una produzione cinematografica: è Il Decamerone, diretto e interpretato nel 1912 da Gennaro Righelli, che sarà in seguito il regista del primo film sonoro italiano.

Il film racconta tre novelle del Decameron: la prima è quella di Andreuccio, giovane mercante raggirato da una prostituta, che gli fa credere di essere la sorellastra, se lo porta a casa e lo deruba. Fuggito, il malcapitato si imbatte in due ladri che stanno andando in una chiesa vicina per spogliare di tutti i suoi beni la salma di un vescovo morto qualche giorno prima. Andreuccio accetta di calarsi nella tomba ma viene chiuso nel sepolcro; si salva però quando giungono altri ladri, che lui mette in fuga spaventandoli.Il secondo episodio raccontato da Righelli è quello del conte di Anguersa, accusato falsamente di un delitto e spogliato di tutti i suoi beni, mentre la terza novella vede protagonisti uno stalliere e una principessa.

Lionel Barrymore fu uno dei primi interpreti cinematografici del Decameron (in questa foto nei panni del ricco e avaro Mr. Potter de La vita è meravigliosa, 1946, di Frank Capra)

Il progetto stuzzica subito gli americani, che nel 1924 producono Decameron Nights diretto da Herbert Wilcox con Lionel Barrymore (nonno di Drew, che sarà a sua volta interpretato in un film da Errol Flynn) nei panni di un sultano che si innamora perdutamente di una giovane musulmana.

Quattro anni dopo di nuovo in Italia esce Boccaccesco di Alfredo De Antoni con Isa Pola, l’ultimo film muto tratto dal Decameron, incentrato sulla tragica storia d’amore tra il precettore Ricciardello e la figlia del duca di Spoleto Orietta, stroncata dal Duca che condanna a morte lui e al chiostro lei.

Nel 1936 il film tedesco Boccaccio di Herbert Maisch avvia l’abitudine di usare il nome dello scrittore certaldese come sinonimo di satira e passione amorosa. Il film, infatti, non è tratto dal Decameron ma dall’operetta di Franz Von Supplé, esattamente come l’omologo film prodotto in Italia quattro anni dopo e diretto da Marcello Albani.

Nel 1953 esce invece Le notti del Decamerone dell’argentino Hugo Fregonese, remake di Decameron Nights. Il film vede in scena lo stesso Giovanni Boccaccio e Fiammetta per introdurre tre novelle e ad interpretarli sono la coppia formata da Louis Jourdan e Joan Fontaine, che vestono i panni di tutti i personaggi: Paganino da Monaco e Bartolomea, Bernabò da Genova, Giletta di Nerbona e Beltramo di Rossiglione. Nel ruolo di Pampinea c’è poi una ventenne Joan Collins.

Una locandina di Boccaccio ’70 con le 4 principali interpreti femminili degli episodi e i rispettivi registi

Nel 1962 lo scrittore toscano presta il suo nome – e solo il nome – ad un film che riunisce quattro dei più grandi registi della storia del cinema italiano per riflettere con sarcasmo sul sesso e la morale: Boccaccio ‘70 è diretto da Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti e diviso in quattro episodi firmati da nomi come Suso Cecchi D’Amico, Italo Calvino, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano e Cesare Zavattini. Il film entrerà nella storia del cinema ma non ha una diretta correlazione con il Decameron.In Renzo e Luciana di Monicelli una coppia di giovani sposi non riesce a trovare un momento di intimità a causa dei turni di lavoro, in Il lavoro di Visconti una donna per punire il marito che frequenta le prostitute pretende il pagamento delle sue prestazioni sessuali, mentre ne La riffa Sofia Loren si offre come premio di una lotteria.È però senza dubbio Le tentazioni del dottor Antonio di Fellini l’episodio più celebre, con il moralista Peppino De Filippo alle prese con un gigantesco manifesto sexy attraverso il quale viene sedotto da Anita Ekberg. Il corto era ispirato, peraltro, all’episodio che aveva visto dodici anni prima Oscar Luigi Scalfaro ingiuriare pubblicamente una donna colpevole di essersi scoperta le spalle al ristorante (e che era stata difesa da Totò, che accusò il parlamentare di vigliaccheria perché si era sottratto alla sfida a duello lanciata dai parenti della donna). La storia sarà a sua volta ripresa venticinque anni dopo da un episodio della commedia Rimini Rimini di Sergio Corbucci interpretato da Paolo Villaggio e Serena Grandi.

Otto anni dopo Boccaccio ‘70 esce in Francia Decameron ‘69, che ripete l’operazione attraverso l’opera di sette registi di diversi paesi europei che si ispirano a Boccaccio per parlare di sesso, desiderio, solitudine e omicidio.

Tralasciando opere che un legame con Boccaccio non ce l’hanno nemmeno nel titolo originale ma solo in quello italiano (Decameron francese, Decameron orientale, Decameron nero), nel 1971 arriviamo finalmente al capolavoro di Pier Paolo Pasolini.

Quando si confronta con lo scrittore toscano il collega friulano è uno dei più importanti e discussi intellettuali italiani e senza dubbio il più anticonformista: ha al suo attivo 5 raccolte di poesie, 7 romanzi, 3 testi per il teatro, diverse canzoni scritte con Domenico Modugno e Sergio Endrigo, un programma per la radio, 6 documentari, 16 sceneggiature e 12 film, tra cui Accattone, Mamma Roma, La ricotta, Il Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e uccellini e Che cosa sono le nuvole? con Totò, Porcile, Edipo Re e Medea con Maria Callas.

Nonostante abbia già segnato con queste opere la storia del cinema, Il Decameron si rivela il suo primo vero successo commerciale.

Dopo una lunga e tormentata gestazione che vede cambiare più volte la sceneggiatura, Pasolini decide di ambientare tutto il film a Napoli: e dal momento in cui solo tre novelle del Decameron sono di ambientazione partenopea, il regista ne trasferisce altre dalla Toscana. Elimina inoltre la cornice con i ragazzi fuggiti dalla peste utilizzando due personaggi delle novelle – Ser Ciappelletto e l’allievo di Giotto – come cornice delle novelle stesse.

Ninetto Davoli è Andreuccio da Perugia ne Il Decameron di Pasolini

Il film schiera i due volti-simbolo del cinema pasoliniano – Ninetto Davoli e Franco Citti – affiancati come di consueto da non professionisti, ma anche da nomi importanti come quello di Silvana Mangano, che interpreta la Madonna.

Le novelle scelte sono quella di Andreuccio da Perugia, dei giovani amanti Caterina di Valbona e Riccardo, la storia della suora sorpresa a letto con l’amante che vede la madre superiora che sulla testa ha delle mutande maschili al posto della cuffia (perché a sua volta – quando era stata chiamata a giudicare la peccatrice sorpresa in flagrante – si trovava a letto con il suo, di amante); monache licenziose sono le protagoniste anche dell’episodio di Masetto, ortolano muto di un convento, costretto a soddisfarle tutte.

C’è poi l’episodio di Peronella, che mentre sta tradendo il marito con Giannello lo vede arrivare all’improvviso e fa nascondere l’amante in una botte. Quando il marito le dice che ha portato un’acquirente della stessa botte, lei gli spiega che l’ha già venduta ad un altro compratore, che la sta ispezionando. A quel punto Giannello esce dalla botte dicendo di averla trovata sporca; così il marito cornuto si mette a pulirla mentre i due amanti riprendono il rapporto.

Decisamente più tragica la novella di Lisabetta di Messina, a cui i fratelli uccidono l’amante al quale lei – dopo averlo dissotterrato – taglia la testa per conservarla in un vaso. E ben più triviale quella di Gianni, che sostiene di poter tramutare la contadina Gemmata in un cavallo attraverso un rapporto sessuale. Tingoccio e Meuccio, invece, sono ansiosi di capire cosa ci sia dopo la morte e – soprattutto – se è peccato fare l’amore con la comare.

Infine, la novella di ser Ciappelletto mostra come un peccatore impenitente (assassino, ladro, libertino, pederasta e bestemmiatore) riesce a ingannare un prete in punto di morte, confessandogli peccati veniali se non ridicoli e costruendosi così – dopo la morte – la fama di uomo santo e venerato.

Pier Paolo Pasolini interpreta l’allievo di Giotto nell’ultimo episodio de Il Decameron (1971)

Molto particolare è l’episodio finale, che fa anche da cornice al secondo tempo e vede protagonista lo stesso Pasolini nei panni del migliore allievo di Giotto.Lo spunto arriva da una brevissima novella in cui Giotto – morto appena 20 anni prima della stesura del Decameron – è impegnato in uno scambio di battute sarcastiche con l’amico Forese. I due vengono sorpresi da un diluvio mentre camminano per strada: “Giotto, a che ora – dice Forese guardando l’amico tutto inzaccherato dal fango e dalla pioggia – venendo di qua alla ’ncontro di noi un forestiere che mai veduto non t’avesse, credi tu che egli credesse che tu fossi il migliore dipintor del mondo, come tu se’? — A cui Giotto prestamente rispose: — Messere, credete che, guardando voi, egli crederebbe che voi sapeste l’abici?”.

Nella sceneggiatura di Pasolini Giotto è invece impegnato ad affrescare la basilica di Santa Chiara a Napoli (nella quale, effettivamente lavorò) e ha una visione della Vergine Maria con in braccio il bambino Gesù e tutta la schiera di angeli e santi; visione che il pittore si limita a “copiare”.

Ad interpretare Giotto doveva essere Sandro Penna, uno dei più grandi poeti italiani, che Pasolini considerava il suo maestro. Di fronte al forfait dato all’ultimo momento dal poeta, il regista decide di interpretare lui stesso l’episodio, trasformando però Giotto nel suo migliore allievo; che chiude il film pronunciando, di spalle, la battuta improvvisata da Pasolini direttamente sul set: “Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”.

Vietato ai minori di 14 anni, il film – nonostante i problemi con la censura dovuti alle numerose scene di sesso – vince l’Orso d’argento al Festival del Cinema di Berlino e ottiene un grandissimo successo commerciale. Nella classifica degli incassi della stagione arriva al secondo posto dietro Continuavano a chiamarlo Trinità con Bud Spencer e Terence Hill ed è ancora oggi al sedicesimo posto nella classifica dei film italiani più visti di sempre.

Il trionfo del suo Decameron spinge Pasolini a farne il primo capitolo della “Trilogia della vita”: tre film caratterizzati dall’esaltazione del sesso in tutta la sua bellezza e tratti dalle tre grandi raccolte di novelle medievali: dopo il libro italiano toccherà all’inglese I racconti di Canterbury nel 1972; a chiudere la trilogia Il fiore delle Mille e una notte nel 1974.

A dispetto delle finalità estetico-filosofiche del poeta friulano, però, Il Decameron con la sua allegra e trasgressiva ostentazione della sessualità, inaugura suo malgrado il genere “decamerotico”, caratterizzato da un erotismo in chiave voyeuristica e un umorismo pecoreccio.

Anche Mario Brega, ricordato per le sue interpretazioni nella Trilogia del dollaro di Sergio Leone, si cimentò in una delle tante trasposizioni cinematografiche del Decameron

Il genere produce 15 film nel solo anno 1972 e viene inaugurato subito dopo l’uscita dell’opera di Pasolini da una pellicola che si presenta come il suo seguito: Decameron n. 2… Le altre novelle del Boccaccio di Mino Guerrini, che racconta le storie di Pietro di Vincione, Ferondo, Alibec, Anichino, Messer Puccio, don Felice e Isabetta e Spinelloccio.Nel cast spicca il nome di Mario Brega (attore amato da Sergio Leone e Carlo Verdone); per il resto il film si distingue – secondo Segnalazioni cinematografiche – , “per grossolanità nel comico, per modestia nell’elaborazione cinematografica e per il dilettantismo delle interpretazioni”.

Ha invece poco a che fare con il libro di cui porta il titolo L’ultimo Decameron. Le più belle donne di Boccaccio conosciuto anche come Decameron n.3 di Italo Alfaro.Appena più ambizioso è Decameron n.4 – le belle novelle di Boccaccio diretto sempre nel 1972 da Paolo Bianchini, dove un gruppo di popolane al lavatoio pubblico racconta le novelle di Ofano e la moglie Ghita, Calandrino, frate Rinaldo e frate Alberto da Roma.

Il Decamerone proibito di Carlo Infascelli e Antonio Racioppi è molto vagamente ispirato alle novelle mentre Decameron proibitissimo (Boccaccio mio statte zitto) di Marino Girolami, nonostante lo stile triviale, riprende piuttosto fedelmente il racconto di Boccaccio, sia nella cornice dei giovani fuggiti dalla peste (appena arrivati nella villa trovano un uomo steso a terra e pensano che sia morto, salvo scoprire che è semplicemente ubriaco) sia nella scelta delle novelle, che si aprono con quella di fra’ Pasquale che si vede beffato dall’oggetto del suo desiderio: la vedova Piccarda, ripetutamente molestata, con l’inganno lo fa finire a letto con la sua serva bruttissima e lo denuncia al vescovo.

Siamo ancora nel 1972 ed escono anche Decamerone ‘300 di Renato Savino e Decameroticus di Piergiorgio Ferretti con Riccardo Garrone, che darà il nome al nuovo fortunato genere, anche se in realtà è molto vagamente ispirato a Boccaccio, mescolandone l’opera a quelle di Pietro Aretino e Matteo Bandello.

Il genere è capace di varcare la cortina di ferro e unire occidente consumista e oriente comunista: in Polonia infatti Jan Budkiewicz dirige la commedia erotica Dekameron 40 mentre in America viene prodotto Love Boccaccio Style di Sam Philips.In Germania, invece, lo stile decamerotico viene applicato ad un prodotto locale: Sigfrido e il canto dei Nibelunghi: Siegfried und das sagenhafte Liebesleben der Nibelungen di Adrian Hoven e David F. Friedman, tradotto tuttavia in italiano come La più allegra storia del Decamerone.

Isabella Biagini e Enrico Montesano nel Boccaccio di Bruno Corbucci (1972)

Nel miserabile filone degli emuli di Pasolini si distingue Boccaccio di Bruno Corbucci, ispirato alla novella in cui Buffalmacco e Bruno degli Olivieri fanno credere a Calandrino di avere scoperto una pietra che rende invisibili. Il film, uscito anch’esso nel 1972, è interpretato da un cast d’eccezione che comprende Alighiero Noschese, Enrico Montesano, Mario Carotenuto, Sylva Koscina, Isabella Biagini, Bernard Blier, Lino Banfi e Pippo Franco.

Sul fronte opposto Le calde notti del Decameron di Gian Paolo Callegari con Don Backy e Orchidea De Santis, incentrato su una cintura di castità che non solo non è presente nel Decameron, ma nemmeno nel Medioevo, essendo un falso storico.

Nel famigerato anno 1972 esce anche una sorta di “crossover” tra il Decameron di Pasolini e Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli: si chiama Fratello homo, sorella bona: scritto da Alfredo Tucci e diretto da Mario Sequi, nel manifesto mostra un frate francescano impegnato a spogliare una monaca.La trama vede in realtà protagonista la giovane Chiarina di Vallefiorita, presunta figlia del podestà di una cittadina toscana e destinata a sposare il vecchio e grasso notaio Tebaldo de’ Tebaldi. Con l’aiuto del vero padre, priore di un vicino convento, e di alcuni falsi monaci e monache, la ragazza riesce a evitare il matrimonio impostole e a fuggire con l’uomo amato.

La locandina di Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti – Decameron nº 69 (1972, Romano Gastaldi)

Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti – Decameron nº 69 è firmato nel 1972 da Romano Gastaldi alias Aristide Manaccesi alias Joe D’Amato. Attenzione al numero, che non fa riferimento ai film tratti da Boccaccio ma ad una posizione sessuale.Ispirati al Decameron anche Masuccio Salernitano di Silvio Amadio (sottotitolo: Come fu che Masuccio Salernitano, fuggendo con le brache in mano, riuscì a conservarlo sano) e Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno di Bitto Albertini: anch’esso appartenente al sottogenere del decamerotico sacro, si avvale nei titoli di testa di vignette disegnate da Mordillo e stornelli cantati da Gianni Musy, e nel 1973 ha anche un seguito: Continuavano a mettere lo diavolo ne lo inferno dello stesso Albertini (che narra le imprese erotiche di due soldati che – tra l’altro – entrano in un convento vestiti da frati e ne escono travestiti da suore).Il film avrà un ulteriore seguito apocrifo con il titolo Leva lo diavolo tuo dal convento, titolo italiano della commedia sacro-decamerotica tedesca Frau Wirtins tolle Töchterlei di Franz Antel.Beffe, licenze et amori del Decamerone segreto di Walter Pisani con l’immancabile Orchidea De Santis mette in scena, in realtà, non Boccaccio ma Cecco Angiolieri, l’autore di Si fossi foco arderei lo mondo.Non mancano, nel filone, versioni porno-erotiche di Robin Hood (Le avventure amorose di Robin Hood di Erwin C. Dietrich e Richard Kanter del 1973 e Le piccanti avventure di Robin Hood di Ray Austin del 1984) e di Marco Polo (Le avventure erotiche di Marco Polo sempre di Joe D’Amato del 1994).

Decisamente più serio e filologico è invece il film televisivo spagnolo Cuentos de Giovanni Boccaccio diretto nel 1974 da Pilar Mirò, mentre un Boccaccio apocrifo e dantesco è quello protagonista di Novelle licenziose di vergini vogliose di Joe D’Amato del 1974, in cui lo scrittore sognando di essere guidato attraverso l’inferno apprende alcune storie di dannati.

Con la fine degli anni ’70 il genere decamerotico si esaurisce: Decameron Tales di Franco Lo Cascio con Sarah Young del 1995 non appartiene più alla commedia ma è un vero e proprio porno. Un tributo al genere è invece quello offerto nel 2007 da Decameron Pie di David Leland, che strizza l’occhio al successo della commedia demenziale American Pie, interpretato da Hayden Christensen (divenuto celebre per la saga prequel di Guerre Stellari) con un numeroso cast che comprende Tim Roth, Anna Galiena ed Elisabetta Canalis. Due anni dopo in Brasile esce la serie televisiva Decamerao di Jorge Furtado.

Nel 1984 una delle più celebri novelle del Decameron – quella di frate Cipolla – prende vita sullo schermo in un film tratto, in realtà, da un altro classico della letteratura medievale: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Mario Monicelli, che prende il titolo e i personaggi dalle novelle di Giulio Cesare Croce (Le sottilissime astutie di Bertoldo del 1606 e Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino del 1608); in realtà il regista e i suoi sceneggiatori (Benvenuti, De Bernardi e Suso Cecchi d’Amico) attingono ad un vasto repertorio che spazia da I racconti di Canterbury a Pietro Aretino, da Apuleio, Esopo e Aristofane a Machiavelli, Sacchetti e Le mille e una notte, fino appunto, al Decameron di Giovanni Boccaccio.

Alberto Sordi (frate Cipolla) e Ugo Tognazzi (Bertoldo) nel film di Monicelli del 1984

Spacciatore di reliquie false, Cipolla (cui presta il volto Alberto Sordi) annuncia di aver portato con sé nientemeno che una piuma delle ali dell’arcangelo Gabriele, caduta al momento dell’Annunciazione alla Vergine Maria. Ascoltando la solenne dichiarazione, però, Bertoldo – interpretato da Ugo Tognazzi – decide di fargli uno scherzo e gli ruba la piuma sostituendola con dei carboni. Quando, durante la predica, Cipolla apre il reliquiario e ci trova i carboni al posto della penna, non si perde d’animo e li mostra ai fedeli spacciandoli per quelli che erano stati utilizzati per bruciare sulla graticola San Lorenzo.

A chiudere il cerchio e farlo quadrare, restituendo finalmente al capolavoro di Boccaccio il suo ruolo, nel 2015 arriva l’ultimo, meraviglioso film tratto dal Decameron; meraviglioso di fatto e di nome: Meraviglioso Boccaccio è infatti il titolo scelto da Paolo e Vittorio Taviani per l’opera con cui i registi toscani si confrontano con il loro conterraneo e il grande cinema italiano riscopre la grande letteratura italiana.

Si tratta del penultimo film dei due fratelli autori – tra l’altro – di Allosanfan, Padre Padrone, La notte di San Lorenzo, Kaos, Good Morning Babilonia, Le affinità elettive, Tu ridi, La masseria delle allodole e Cesare deve morire.

Kim Rossi Stuart interpreta Calandrino nel Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani (2015)

Più filologico di quello di Pasolini, il Decameron dei Taviani recupera la tragedia della peste, la cornice con i ragazzi che si raccontano le novelle per ingannare il tempo in attesa che passi l’epidemia, l’ambientazione toscana, ma anche e soprattutto la completezza dell’opera che – per la prima volta – non si limita agli episodi erotici e “boccacceschi” ma torna a comprendere anche novelle più romantiche e tragiche: a fianco all’episodio di Calandrino, Bruno e Buffalmacco (che rimane senza finale, del quale discutono i ragazzi) trova posto la tragedia di Ghismonda (a cui il padre, gelosissimo, fa uccidere l’amante), ritroviamo la madre superiora Isabetta che si mette inavvertitamente in testa le mutande dell’amante per andare a punire la suora trovata a letto con un uomo, ma fa capolino anche la straziante storia di Federico degli Alberighi, innamorato della vedova Giovanna, che si fa invitare a pranzo per chiedere all’uomo di regalare al figlio malato il suo falcone. Non avendo niente da cucinare, però, Federico è costretto a uccidere proprio l’amato e ambito falcone.

Fresco, intenso, divertente, il film si avvale di un cast ricchissimo e in stato di grazia (che vede – tra gli altri – Lello Arena, Kasia Smutniak, Michele Riondino, Carolina Crescentini, Paola Cortellesi, Riccardo Scamarcio, Vittoria Puccini, Flavio Parenti, Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca, Eugenia Costantini e Lino Guanciale) e una fotografia che incanta e restituisce un’epoca come forse solo Barry Lyndon di Stanley Kubrick era riuscito a fare prima.Uno stile di riprese controllato, che rimanda alla rappresentazione pittorica prerinascimentale, fatta di eleganza e geometria e sottolinea la forza vivifica dell’amore con uno stile teatrale, fiabesco e straniato. “I Taviani – scrive Gianluca Arnone sul Cinematografo – onorano la propria terra, la Val d’Orcia, esaltandone bellezze naturali e architettoniche dentro quadri geometrici, di grande luminosità e vivacità”.

Un film su Boccaccio senza nulla di boccaccesco: senza volgarità e senza erotismo; che riscatta finalmente la “Corona” e il suo capolavoro.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura:

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Einaudi, 2014.

Filmografia:

Il Decamerone di Gennaro Righelli, 1912.Le notti del Decamerone di Hugo Fregonese, 1953.Boccaccio ‘70 di Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti, 1962.Il Decameron di Pier Paolo Pasolini, 1971.Decameron n. 2… Le altre novelle del Boccaccio di Mino Guerrini, 1972.Decameron n.4 – le belle novelle di Boccaccio di Paolo Bianchini, 1972.Decameron proibitissimo (Boccaccio mio statte zitto) di Marino Girolami, 1972.Decameroticus di Piergiorgio Ferretti, 1972.Boccaccio di Bruno Corbucci, 1972.Masuccio Salernitano di Silvio Amadio, 1972.Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno di Bitto Albertini, 1972.Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Mario Monicelli, 1984.Decameron Pie di David Leland, 2007.Meraviglioso Boccaccio di Paolo e Vittorio Taviani, 2015.

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La leggenda di Robin Hood

All’ingresso di una fumosa taverna un uomo è inginocchiato a chiedere l’elemosina, tra l’indifferenza degli avventori: “Fate la carità! Sono povero, io! Sono povero!”.

Improvvisamente una freccia si conficca a terra, proprio davanti alla porta della taverna. Subito con un balzo arriva un uomo di verde vestito: “Sono Robin Hood: rubo ai ricchi per dare ai poveri” dice al mendicante, consegnandogli un sacco pieno di monete d’oro; poi gli dà una pacca sulla spalla e se ne va.

Una scena dal film Superfantozzi di Neri Parenti (1985)

Il mendicante, incredulo e colmo di gioia, corre a casa gridando: “Pina! Guarda qua! Guarda quanti soldi! Siamo ricchi! Siamo ricchi!”.

Ha appena fatto in tempo a rovesciare il prezioso bottino sul tavolo, quando nel legno si conficca una freccia. Subito con un balzo arriva l’uomo di verde vestito: “Sono Robin Hood: rubo ai ricchi per dare ai poveri”; raccoglie le monete, riprende il sacco, dà un’altra pacca sulla spalla al poveretto e se ne va.

Il nostro si accascia disperato: “Io nemmeno per venti minuti!”.

Lo sketch inserito da Paolo Villaggio nel film Superfantozzi – uscito nel 1985 e interpretato con Luc Merenda – riassume in un minuto e mezzo oltre un secolo di luoghi comuni con cui il cinema ha raccontato il brigante di Sherwood, contribuendo non solo ad accrescerne il mito ma anche a delinearne lo stesso profilo.

A differenza di tutti i suoi colleghi eroi, infatti, Robin Hood non è né un personaggio storico né un personaggio letterario, ma una vera e propria leggenda in evoluzione, che dal Medioevo ad oggi non ha mai smesso di arricchirsi di dettagli e sfornare personaggi. La letteratura prima e il cinema poi, si sono infatti potuti permettere di rileggere la storia del fuorilegge inglese in mille modi diversi senza rischiare di tradirne l’identità ma – al contrario – contribuendo a svilupparla.

La pagina di un manoscritto conservata alla National Library of Scotland

Le origini storiche Una figura realmente esistita, all’origine della leggenda, probabilmente c’è, ma si tratta di un semplice bandito medievale senza alcuna ambizione romantica: insomma il vero Robyn Hood rubava ai ricchi senza finalità benefiche e senza spasimi d’amore per una bella damigella.

Se si sia trattato di un volgare criminale che si nascondeva nella foresta o di un nobile decaduto a capo di una qualche rivolta popolare, questo non è mai stato chiarito. Inizialmente Robin è descritto come un mercante o un contadino, e solo successivamente diventa un nobile identificato con Earl di Huntington, Robert di Loksley o Robert Fitz Ooth.

Secondo alcune teorie la sua origine è da rintracciare piuttosto nel culto di una divinità della foresta che aveva assunto la forma di una volpe, e in questo caso l’adattamento cinematografico più fedele – paradossalmente – sarebbe il cartone animato della Walt Disney che vede proprio una volpe vestire i panni del giustiziere.

Una tomba con il suo nome esiste, effettivamente, a Loxley nello Yorkshire, ma a complicare le cose ci sono le datazioni molto contrastanti tra loro.

Ad ogni modo i primi documenti in cui compare il suo nome sono una pergamena della Corte d’Assise dello Yorkshire risalente al 1225 in cui si parla di “Robin Hood, fuorilegge” e un testamento datato al 1248 e intestato a “Il conte Robin di Huntingdon”.

Il mito del conte divenuto fuorilegge, tuttavia, si forma in pochissimo tempo: già nel 1377, infatti, il chierico inglese William Langland afferma di conoscere “le ballate di Robin Hood”.

Nello Scottish Chronicon, iniziato da John Fordun proprio nel 1377 e completato dal suo allievo Walter Bower nel 1450, leggiamo: “In quel periodo, tra coloro che erano stati privati dei loro possedimenti si sollevò il celebre bandito Robin Hood, (con Little John e i loro compagni) le cui gesta il volgo si delizia di celebrare in commedie e tragedie, mentre le ballate sulle sue avventure cantate da giullari e menestrelli sono preferite a tutte le altre”.

Bisogna aspettare però il 1510 per trovare il primo racconto completo ancora esistente – Le gesta di Robin Hood – in cui il personaggio inizia a delinearsi come ladro gentiluomo e giustiziere a servizio di Riccardo cuor di Leone, contro il fratello usurpatore Giovanni Senzaterra.

In realtà, ammesso che Robin Hood sia stato davvero un aristocratico trasformatosi in giustiziere, di certo non ha mai combattuto al fianco di Riccardo cuor di Leone mentre ha sicuramente agito durante il regno di Giovanni.

Il conflitto tra Riccardo e Giovanni è invece rigorosamente storico: nel 1191 mentre Riccardo (che dei suoi 10 anni di regno non ne ha passato nemmeno uno in Inghilterra) cercava di conquistare Gerusalemme, Giovanni complottava contro di lui con il re di Francia Filippo Augusto. Tornato vittorioso dalla crociata (dove aveva concluso con il Saldino una tregua di “tre anni, tre mesi, tre giorni, tre ore”) Riccardo era stato catturato e tenuto prigioniero dall’imperatore, che aveva chiesto un riscatto di 100mila sterline (il triplo del reddito annuale della corona inglese) raccolte dalla madre Eleonora d’Aquitania attraverso salatissime tasse e requisizioni, mentre Giovanni e Filippo avevano offerto un contro-riscatto di 80mila marchi per tenerlo prigioniero.

Il 4 febbraio 1194 Riccardo era stato rilasciato e Filippo aveva inviato un messaggio a Giovanni Senzaterra: “Guarda a te stesso, il diavolo è libero”.

Dopo aver cercato di farsi riconoscere come re diffondendo la falsa notizia della morte del fratello, all’usurpatore non era restato che fuggirsene in Francia.

Di fatto, però, Riccardo non era mai tornato a regnare in Inghilterra: arrivato in Normandia alla fine del 1194 si era accorto che Filippo II Augusto, approfittando della sua assenza, aveva cercato di sottrargli diversi feudi, e aveva reagito immediatamente combattendo per cinque anni contro il re di Francia.

Durante l’assedio di un castello ribelle – quello di Châlus-Chabrol – il 25 marzo 1199, mentre camminava intorno alle mura privo della sua cotta di maglia, era stato colpito alla spalla da un balestriere che stava osservando divertito perché usava come scudo una padella.

Il re era tornato alla tenda convinto che la ferita non fosse grave, e invece era morto dopo dodici giorni di agonia, lasciando al fratello traditore una corona sommersa dai debiti.

Per sanarli Giovanni Senzaterra, durante il suo regno (1199-1216) aveva elevato l’imposizione fiscale costringendo molte persone alla miseria e al brigantaggio, soprattutto con la “Legge della Foresta” che accordava alla corte reale un accesso esclusivo alle vaste distese di territori di caccia e di legname da ardere e prevedeva punizioni spietate per i contravventori.

Proprio i forti conflitti con la nobiltà inglese, peraltro, avrebbero costretto Giovanni a firmare la Magna Charta Libertatum: il documento che, limitando il potere del re a favore dei baroni, viene considerato l’atto di nascita della monarchia costituzionale.

Robin Hood nella letteratura Sin dai testi più antichi compaiono il fido Little John e il perfido sceriffo di Nottingham, mentre lady Marian fa la sua apparizione alla fine del Cinquecento in tre drammi teatrali rappresentati soprattutto in occasione della festa di Capodanno: Robin Hood ed il vasaio, Robin Hood ed il frate e Robin Hood e lo sceriffo, ma ne troviamo traccia anche in un dramma francese del 1280: Le jeu de Robin et Marion.

Una delle innumerevoli edizioni di Ivanhoe (Utet)

Il primo grande artista a dare dignità letteraria all’arciere di Sherwood, tuttavia, è Walter Scott, che nel 1819 lo inserisce tra i personaggi del suo capolavoro: Ivanohe, il primo romanzo storico della letteratura moderna, che ispirerà – tra gli altri – Alessandro Manzoni per I promessi sposi.

Ambientato alla fine del XII secolo, Ivanhoe è incentrato sulla lotta tra sassoni e normanni: anche se Robin Hood non è il protagonista del romanzo e non figura nemmeno con il suo nome tradizionale (quanto piuttosto come sir Robert di Loxley) è proprio Scott a fissare i canoni della tradizione moderna.

In Ivanhoe Robin è infatti un nobile sassone in lotta contro l’usurpatore Giovanni Senzaterra, che approfitta dell’assenza del fratello per opprimere il popolo inglese. Riccardo Cuor di Leone, da parte sua, torna dalle crociate sotto le mentite spoglie del Cavaliere Nero e quando si riprende il trono premia la fedeltà di Robert, che definisce “re dei fuorilegge e principe dei bravi ragazzi!”.

Cinquant’anni più tardi ad occuparsi del nostro eroe, dall’altra parte della Manica, è un altro grande scrittore; anche se decisamente più commerciale e meno accurato di Scott.

Quando Alexandre Dumas muore nel 1870 ha raccontato praticamente tutti i grandi eroi della storia e della leggenda: dai Tre Moschettieri al Conte di Montecristo, dalla Regina Margot ai Borgia, da Napoleone a Giovanna d’Arco; vengono pubblicati postumi, invece, i due romanzi sull’aristocratico bandito: Robin Hood, principe dei ladri e Robin Hood il proscritto, che escono rispettivamente nel 1872 e nel 1873 e sigillano definitivamente la versione letteraria del personaggio come nobile sassone che, privato delle sue terre dallo sceriffo di Notthingam, si rifugia nella foresta di Sherwood con frate Tuck e Little John combattendo contro i soprusi del governo.

Mancano appena vent’anni alla nascita del cinema, che darà un contributo fondamentale allo sviluppo del mito, anche perché a vestirne i panni saranno tutti i più grandi divi del cinema d’azione: da Zorro a James Bond, dal generale Custer a Balla coi lupi, dal Gladiatore a Elton John.

Robin Hood al cinema La sua prima traccia cinematografica Robin Hood la lascia, nel 1908, grazie al regista inglese Percy Stow, che gira Robin Hood and his Merry Men. Ad esso seguiranno altri cinque film tra il 1912 e il 1913 prima che – nel 1922 – arrivi il primo grande kolossal destinato a segnare la storia del cinema e dell’immaginario collettivo: è Robin Hood di Allan Dwan, scritto, prodotto e interpretato dal più celebre attore del cinema d’azione dell’epoca del muto.

Il Robin Hood di Douglas Fairbanks

Douglas Fairbanks, il primo kolossal Nato nel 1883 e morto nel 1939, Fairbanks è stato lanciato da David W. Griffith (con cui aveva girato anche il capolavoro Intolerance) ed è arrivato all’eroe di Sherwood dopo aver interpretato i primi film western e I Tre Moschettieri e aver lanciato il mito di Zorro con il film del 1920, il cui successo spingerà il suo ideatore – Johnston McCulley – a dedicargli molti romanzi.

Fairbanks è sposato con la più grande diva del momento – Mary Pickford (che ha ispirato anche È nata una stella) – e ha fondato la casa di produzione United Artists con la stessa Pickford, Griffith e Charlie Chaplin (“I matti hanno rubato le chiavi del manicomio” commentarono i manager delle major).

Il suo Robin Hood – che riprende alcuni passaggi dei romanzi di Dumas – è un eroe mascherato alla Zorro (ma al posto della maschera indossa una barbetta) dietro cui si nasconde il Conte di Huntingdon, e che torna dalla crociata per salvare l’amata Marian, mentre il finale – con il ritorno a sorpresa di re Riccardo – segue la versione di Scott.

Fin dal bambino Fairbanks sognava di interpretare il formidabile arciere e per il suo capolavoro non bada a spese, utilizzando migliaia di figuranti e centinaia di cavalli e ricostruendo il castello quasi a grandezza naturale, tanto da farne la più grande scenografia cinematografica per quasi ottant’anni, record superato solo da Titanic nel 1998. Visitando il mastodontico set, Charlie Chaplin commenta che sarebbe perfetto per un film comico: “Vedrei aprirsi solennemente il ponte levatoio, per poi far uscire un servo che lascia una ciotola di latte per il gatto, e poi rientra”.

Tra gli anni ’20 e ’30 usciranno altre 14 opere su Robin Hood tra corti e lungometraggi, ma bisogna aspettare il 1938 perché arrivi il primo film sonoro capace di segnare la storia del cinema.

L’attore Errol Flynn nei panni di Robin Hood

Errol Flynn e Michael Curtiz: il modello La leggenda di Robin Hood diretto da William Keighley e Michael Curtiz (leggendario regista di Casablanca) è tra i primissimi film girati a colori e vede protagonista Errol Flynn.

Scapestrato e seduttore, il divo australiano prima di diventare attore è stato cuoco, poliziotto, contadino, giornalista, pescatore di perle, cercatore d’oro e pugile. Alcolista impenitente, morirà a 50 anni e chiederà di essere sepolto con 12 bottiglie di whiskey per timore di dover passare la vita eterna senza alcool.

Nel cinema ha debuttato con gli ammutinati del Bounty e tra i suoi film figurano Il principe e il povero, Il conte di Essex, La storia del generale Custer, Le avventure di don Giovanni e La saga dei Forsyte mentre in Furia d’amare del 1958 interpreterà il collega John Barrymore, rampollo della più celebre famiglia di attori americani, nonché nonno di Drew, la bambina di E.T. divenuta in seguito una delle Charlie’s Angels.

Ad affiancare Flynn nel Robin Hood di Curtiz ci sono Olivia de Havilland (la Melania di Via col vento, oggi centenaria) nel ruolo di Lady Marian, Basil Rathborne (il più celebre Sherlock Holmes del cinema) in quelli del rivale Guy, mentre Little John è Allan Hale: lo stesso attore che l’aveva interpretato 16 anni prima con Fairbanks e che nel 1950 tornerà a vestire una terza volta i panni del più fedele compagno di Robin.

È proprio questo film a fissare – in qualche modo – il canone cinematografico destinato a restare immutato per quasi settant’anni.

Inghilterra, anno 1191: re Riccardo Cuor di Leone viene fatto prigioniero in Terra Santa durante le crociate. In sua assenza, suo fratello Giovanni Senzaterra assume la reggenza della nazione e instaura un regime di potere assoluto da parte dei ricchi e dei nobili, i quali soverchiano la gente comune con le tasse e con la prepotenza.

Robin Hood, il capo dei ribelli legittimisti, giura fedeltà a re Riccardo insieme ai suoi compagni e muove una lotta spietata contro l’usurpatore Giovanni e il malevolo sceriffo di Nottingham. Con la sua banda ruba il denaro agli esattori delle tasse restituendolo alla popolazione; nello stesso tempo, cerca di accumulare le ricchezze necessarie per pagare il riscatto che i carcerieri di Riccardo richiedono per la sua liberazione.

Lady Marian, la dama privata del re, si innamora di Robin, dopo aver inizialmente parteggiato per il principe Giovanni, del quale ha scoperto l’intenzione di assassinare il fratello appena questi tornerà in patria.

Durante un torneo per arcieri, Robin viene catturato e condannato a morte per alto tradimento ma riesce a evadere prima che venga eseguita la sentenza. Pochi giorni dopo la sua fuga incontra re Riccardo, tornato in Inghilterra in gran segreto, e lo salva dall’agguato tesogli da Giovanni, che viene arrestato e esiliato, mentre Hood ottiene il titolo di conte di Locksley e Huntington, la libertà per i suoi uomini e il permesso di sposare lady Marian.

La copertina del n°38 di Detective Comics (aprile 1940) con Robin

Batman, piccoli Robin e gli italiani Negli anni successivi è tutto un fiorire di film (generalmente a basso costo) sull’arciere inglese: tra gli anni ’50 e gli anni ’60 si contano 2 serie televisive e 6 opere cinematografiche, tra cui Viva Robin Hood, seguito apocrifo del film con Errol Flynn incentrato sul figlio del bandito, Robin Hood e i compagni della foresta del 1952 (prodotto da Walt Disney e girato nella vera foresta di Sherwood), Gli arcieri di Sherwood diretto nel 1960 dal maestro del cinema horror Terence Fisher (La maschera di Frankenstein, Il fantasma dell’opera, Dracula il vampiro, Il mastino dei Baskerville e La valle del terrore tratti da Sherlock Holmes), e gli italiani Robin Hood e i pirati di Giorgio Simonelli (1960) e Il trionfo di Robin Hood di Umberto Lenzi del 1962.

Nel frattempo, Robin ha ispirato anche un supereroe americano: nel 1940, infatti, ha debuttato sulla rivista Detective Comics il giovane assistente di Batman, che ha ripreso il nome e il look del giustiziere inglese.

Ad inaugurare gli anni ’70 del bandito più buono della storia è un altro film italiano: L’arciere di fuoco di Giorgio Ferroni, con protagonista Giuliano Gemma, che si era formato nei generi peplum e western (tra i titoli da lui interpretati Messalina, venere imperatrice, Arrivano i titani, Ercole contro i figli del sole, Una pistola per Ringo e Un dollaro bucato, mentre nel 1985 avrebbe vestito i panni di Tex, il più celebre cowboy italiano).

La celebre volpe rossa che ha dato il volto al Robin Hood della Walt Disney Picture

Il classico della Walt Disney: Robin diventa una volpe Nel 1973 arriva l’immancabile tocco di Walt Disney: il padre dei cartoni animati, che si era cimentato già con grandi classici come Biancaneve, Cenerentola, Pinocchio, Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan, Il libro della giungla e La spada nella roccia, non poteva certo sfuggire al confronto con il più grande eroe del Novecento cinematografico.

In realtà Robin Hood è il primo film della Disney in cui Walt non abbia messo mano, visto che la produzione è iniziata dopo la sua morte; è anche il primo in cui i personaggi umani vengono interpretati da animali antropomorfi: Robin è una volpe, Little John un orso, Giovanni è un leone e lo sceriffo di Nottingham un lupo. La divinità della foresta, tuttavia, c’entra poco: il vero motivo è che l’idea originaria era di girare un film su Renart la volpe, il protagonista della raccolta di racconti medievali francesi Roman de Renart, compilata tra il XII e il XIII secolo, nei quali gli animali agiscono al posto degli esseri umani, interpretando il topos letterario del mondo alla rovescia.

Il film non era stato concepito nemmeno con l’idea di farne un grande classico come le opere che l’avevano preceduto (e quelle che l’avrebbero seguito, come Winnie The Pooh, La sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin o Il gobbo di Notre Dame): è stato pensato infatti come un prodotto di serie B e gli è stato assegnato un budget talmente basso che gli animatori hanno dovuto riciclare molte scene da film precedenti come Gli Aristogatti e Biancaneve, musiche e suoni da Cenerentola e La bella addormentata, e le animazioni di due personaggi vengono da Il libro della giungla (gli orsi Baloo e Little John e i serpenti Kaa e Sir Biss). Addirittura l’abito di Robin Hood è copiato da quello di Peter Pan. Nonostante questo Robin Hood diventa uno dei classici Disney preferiti del pubblico e ottiene una nomination all’Oscar.

La locandina di Robin e Marian di Richard Leister (1976)

Sean Connery e Audrey Hepburn: il “sequel” Tre anni dopo il cartone animato della Disney, nel 1976 esce il film più atipico sul giustiziere di Sherwood: Robin e Marian di Richard Lester, con la coppia formata da Sean Connery e Audrey Hepburn, affiancati da Robert Shaw (che reduce da Lo squalo interpreta lo sceriffo di Nottingham), Richard Harris (Riccardo Cuor di Leone), Denholm Elliott e Ian Holm nei panni di Giovanni Senzaterra.

Lester ha debuttato negli anni ’60 come regista dei film dei Beatles (A Hard Day’s Night e Help!), è reduce dal successo de I tre moschettieri (1973 e 1974, un terzo episodio lo avrebbe poi diretto nel 1989) e di lì a poco prenderà il posto di Richard Donner in Superman II e Superman III.

Nonostante sia specializzato nelle commedie e dia una forte impronta ironica anche ai film d’azione, il suo Robin Hood è un’opera crepuscolare e malinconica, con i due protagonisti in età decisamente matura (entrambi gli attori vanno per i cinquanta) e un’impostazione della trama che cambia completamente direzione rispetto a quella tradizionale, presentandosi come una sorta di sequel della storia classica, incentrato sugli ultimi anni di vita di Robin Hood.

Sean Connery nella scena in cui scaglia la freccia che segnerà il luogo della tomba di Robin Hood

Quando Riccardo Cuor di Leone muore durante l’assedio del castello di Châlus-Chabrol, Robin – che l’ha seguito nella guerra contro la Francia – torna in Inghilterra dopo vent’anni di assenza; nella foresta di Sherwood ritrova i vecchi compagni mentre Lady Marian si è chiusa in convento diventando monaca. Il nostro eroe cerca così di ritrovare la sua amata e nel frattempo ricomincia la sua lotta contro lo sceriffo di Nottingham.

La storia avrà un epilogo tragico e romanticissimo. E se la vita claustrale di Marian era già presente in alcune versioni precedenti, il finale, con Robin che lancia una freccia fuori dalla finestra della camera dove sta morendo per indicare dove dovrà essere sepolto il suo corpo, si rifà ad una delle leggende più antiche, basata su un’iscrizione presente nell’antica canonica di Kirklees, dove – a 550 metri dalla finestra della camera dove Robin sarebbe morto – esiste un’antica tomba, la cui lapide reca incisa che essa sorge nel punto esatto in cui la freccia scoccata impattò il terreno, e riporta come data di morte dell’eroe il 21 dicembre 1247. E pazienza se la tomba risale in realtà alla seconda metà del Settecento e non ha mai contenuto resti umani.

Kevin Costner in Robin Hood: principe dei ladri di Kevin Reynolds (1992)

Kevin Costner: il Robin “definitivo” Dopo il trascurabile film televisivo del 1991 Robin Hood: la leggenda con un protagonista improbabile (Patrick Bergin, celebre per il ruolo del cattivissimo marito di Julia Roberts in A letto con il nemico) ma una giovane Uma Thurman nei panni di Lady Marian, l’anno successivo arriva in tutto il mondo il film destinato a diventare la versione “definitiva” del classico di Scott e Dumas.

Robin Hood: principe dei ladri di Kevin Reynolds vede Kevin Costner – reduce dai 7 Oscar vinti con Balla coi lupi – raccogliere l’eredità di Douglas Fairbanks ed Errol Flynn in un film che, rilanciando la trama classica, ne aggiorna l’immagine eliminando tutti gli stereotipi che si sono andati stratificando nel corso degli anni: i baffetti, la calzamaglia, la tunica verde e il cappello a punta con la piuma.

Robin di Locksley è un nobile inglese reduce della Terza crociata in Terra Santa, recluso in una prigione di Gerusalemme insieme all’amico d’infanzia Peter Dubois e al saraceno Azeem. Nel 1194 i tre riescono a fuggire ma Peter viene ucciso e in punto di morte supplica Robin di prendersi cura della sorella Marian. Nel frattempo in Inghilterra, Lord Locksley, padre di Robin, viene attaccato ed ucciso nella sua dimora dallo sceriffo di Nottingham, per essersi rifiutato di unirsi alla congiura contro re Riccardo.

Tornato in Inghilterra insieme ad Azeem, Robert trova il castello di famiglia arso e il corpo del padre sbranato dai corvi. Rifugiatosi con Marian nella foresta di Sherwood, viene aggredito da una banda di fuorilegge ribelli al comando di Little John, e – unitosi al gruppo – ne diventa il capo, iniziando una guerra senza quartiere contro lo sceriffo di Nottingham (che arriva ad incendiare la foresta e a rapire Marian) terminata con la rivolta dell’intera popolazione e la morte del perfido sceriffo.

Quando Robin e Marian stanno finalmente per sposarsi, arriva a sorpresa lo stesso Riccardo Cuor di Leone, che benedice l’unione ringraziando Robin dei servigi resi all’Inghilterra.

Nel cast del Robin Hood di Reynolds, Sean Connery interpreta Riccardo Cuor di Leone

Il film si avvale di un cast grandioso di cui fanno parte anche Morgan Freeman, Alan Rickman, Michael Wincott, Christian Slater (reso celebre da Il nome della rosa), Mary Elisabeth Mastrantonio nel ruolo di Lady Marian, e lo stesso Sean Connery, che torna a Sherwood quindici anni dopo per interpretare Riccardo Cuor di Leone.

Reynolds (che si occuperà ancora di Medioevo nel 2006 con Tristano e Isotta) introduce personaggi nuovi come il saraceno Azeem e dà alle avventure del fuorilegge una chiave dichiaratamente romantica, bene espressa dalla colonna sonora dominata dalla ballata Everything I do I do it for you di Bryan Adams.

Nonostante il parere discordante della critica (in molti non perdonano a Costner il suo accento americano) il film segna la chiusura di un ciclo, ponendosi di fatto come ultima e insuperata trasposizione della leggenda classica.

Se nessuno proverà mai a farne un remake, Mel Brooks ne fa subito una parodia: il più celebre regista comico di Hollywood (autore, tra l’altro, di La pazza storia del mondo che aveva ispirato Superfantozzi e del leggendario Frankenstein Junior) ha dedicato all’eroe già una serie televisiva nel 1975: Le rocambolesche avventure di Robin Hood contro l’odioso sceriffo con Dick Gautier. Nel 1993 per il suo penultimo film prende in giro Reynolds e Costner con Robin Hood: uomo in calzamaglia interpretato da Cary Elwes, che vede nei panni di re Riccardo Patrick Stewart, celebre protagonista della nuova serie di Star Trek e futuro professor X nella saga degli X-Men.

Nel Robin Hood di Ridley Scott il principe dei ladri è Russel Crowe

Russell Crowe e Ridley Scott: la versione filologica Passano ben diciotto anni prima che Hollywood torni ad occuparsi di Robin Hood: nessuno ha intenzione di sfidare la versione di Reynods & Costner con l’ennesimo remake, ma nel 2007 gli Universal Studios si trovano tra le mani una sceneggiatura particolarmente originale, che riprende la leggenda invertendo i ruoli: il protagonista, infatti, questa volta è lo sceriffo di Nottingham, tutore della legge innamorato di Lady Marian, mentre l’antagonista è il criminale della foresta che vuole portargliela via.

A prendere le redini del nuovo progetto è Ridley Scott. Entrato nella storia del cinema all’inizio degli anni ’80 con Alien e Blade Runner, il settantenne regista britannico non ha mai perso il gusto per le grandi sfide: ha diretto Thelma & Louise e Soldato Jane, girato film su Cristoforo Colombo, Hannibal Lecter e Mosé, si è già cimentato con il Medioevo per Le crociate e nel 2000 ha riportato al cinema l’antica Roma con Il gladiatore, regalando un Oscar a Russell Crowe.

Ed è proprio Crowe ad essere chiamato a vestire i panni del protagonista. Come Costner anche l’attore neozelandese, pur essendo celebre soprattutto per film d’azione, si è cimentato con ruoli più introspettivi, come quelli interpretati in Insider di Michael Mann (film di inchiesta sull’industria del tabacco) e A Beautiful Mind di Ron Howard sul matematico schizofrenico John Nash.

Durante la fase di preparazione, però, cambia tutto: i produttori temono che questa radicale inversione di marcia rispetto alla tradizione possa essere deleteria: così la sceneggiatura viene stravolta in corso d’opera, il film cambia titolo da Nottingham a Robin Hood, e cambia anche il protagonista pur restando l’interprete: Crowe passa così dal ruolo dello sceriffo a quello del fuorilegge, lasciando la parte a Mattew McFydan.

Cate Blanchett, Lady Marian con Ridley Scott

Ad arricchire il cast arrivano poi l’ex regina Elisabetta I due volte premio Oscar Cate Blanchett nella parte di Lady Marian, Max Von Sydow, William Hurt e Oscar Isaac nei panni di Giovanni Senzaterra, mentre Riccardo Cuor di Leone è interpretato da Danny Huston.

Nonostante la “normalizzazione” rispetto al progetto originario, il film di Ridley Scott mantiene un approccio molto innovativo, discostandosi dal racconto tradizionale e reinventando la leggenda con una maggiore adesione alla realtà storica.

Robin Longstride, infatti, stavolta non è affatto un nobile ma un soldato semplice che segue alla crociata – con assai scarsa convinzione – re Riccardo. Il quale, da parte sua, non tornerà mai in Inghilterra perché muore durante l’assedio di una città francese.

Il film salta infatti il ritorno in patria del valoroso condottiero con cui si concludono gli altri film e racconta invece la successiva guerra in Francia per riconquistare i feudi perduti.

Dopo aver combattuto uniti contro i musulmani, i re “cugini” hanno infatti ricominciato a farsi la guerra e Giovanni Senzaterra ne approfitta per cospirare con Filippo di Francia per liberarsi dell’ingombrante fratello.

Sir Robert Loksley, ufficiale di Riccardo, corre in Inghilterra per annunciare la morte del re ma viene ucciso in un agguato del nemico; a soccorrerlo è proprio Robin, che si trova per caso nei pressi e che – con il suo gruppo – decide di prendersi vestiti, armi e denaro dei cavalieri uccisi. Loksley, però, in punto di morte, fa giurare all’arciere che riporterà la sua spada a Nottingham, al padre Walter, e proteggerà sua moglie Marian.

Tornato in Inghilterra Robin si trova così ad assumere l’identità di Robert Loksley e a combattere contro i soprusi di re Giovanni.

Intanto la Francia marcia contro l’Inghilterra e la nobiltà inglese si ribella a Giovanni per imporre un limite ai poteri della corona. Robin scopre che a scrivere la prima versione della carta che conteneva i diritti dell’aristocrazia era stato proprio suo padre e che per questo era stato ucciso quando lui aveva appena tre anni.

Di fatto la sceneggiatura di Brian Helgeland (autore anche di Il destino di un cavaliere, che vede tra i protagonisti nientemeno che Geoffrey Chaucer) usa la storia di Robin Hood come pretesto per raccontare uno spaccato di storia medievale; non a caso i personaggi immaginari sono affiancati da molte figure storiche come Isabella d’Angoulême, moglie di re Giovanni, Guglielmo il Maresciallo (interpretato da William Hurt) ed Eleonora d’Aquitana, prima regina di Francia e successivamente regina d’Inghilterra, madre di Riccardo cuor di Leone e Giovanni Senzaterra.

Taron Egerton in Robin Hood, l’origine della leggenda di Otto Bathurst (2018)

Taron Egerton, il supereroe mascherato Dopo meno di dieci anni, nel 2018, Robin Hood torna ancora una volta al cinema per un progetto che, come quello di Scott, punta a reinventare il personaggio, ma si colloca agli antipodi sotto il profilo filologico, proponendo un eroe in chiave contemporanea e fumettistica.

Robin Hood – l’origine della leggenda prodotto da Leonardo Di Caprio e diretto da Otto Bathurst, vede protagonista una coppia decisamente rock: a vestire i panni di Robin è infatti Taron Egerton, trentenne gallese che sta per diventare una star mondiale interpretando Elton John in Rocketman; a dare il volto a Lady Marian, invece, questa volta è Eve Hewson, figlia di un altro dei più grandi nomi della musica rock: Bono, cantante degli U2.

Se l’opera di Ridley Scott proponeva una fedelissima ricostruzione storica come alternativa alla leggenda classica, qui siamo sul versante opposto: quello di Egerton è un Robin Hood postmoderno che pur mantenendo formalmente l’ambientazione medievale, di storico non ha nulla: l’architettura di Nottingham sembra quella di Gotham City, l’abito di Robin sposa una giacca di pelle alla Matrix al cappuccio stile Zuckerberg e una sciarpetta che richiama Sherlock, e anche i vestiti di Marian (che indossa addirittura una sorta di chiodo) e dello sceriffo strizzano l’occhio alla moda; la crociata in Terrasanta, poi, ha l’impatto visivo della guerra in Iraq; i soldati non usano la spada ma solo arco e frecce che “mimano” le armi da fuoco nei minimi dettagli (a cominciare dalla postura dei soldati durante gli assalti) mentre la balestra a ripetizione fa il verso alla mitragliatrice.

I lunghi allenamenti a cui si sottopone Robin per diventare un arciere perfetto sembrano voler citare i film di Rocky o quelli sulle origini dei supereroi, e anche la psicologia dei personaggi è decontestualizzata (lo sceriffo di Nottingham cattivissimo perché bullizzato da piccolo).

Non mancano riferimenti espliciti alla politica contemporanea: si pensi allo sceriffo che paventa un’invasione islamica dell’Inghilterra per cercare di distrarre i cittadini dall’aumento di tasse.

Per la prima volta, poi, scompaiono dalla trama sia Riccardo Cuor di Leone che Giovanni Senzaterra, mentre torna il soldato saraceno divenuto compagno del bandito che era stato introdotto dal film di Reynolds: stavolta al posto di Morgan Freeman c’è Jamie Foxx e il personaggio si fonde con quello di Little John.

Quanto alla trama, il nuovo film abbandona gli schemi classici per trasformare Robin Hood in una sorta di Batman medievale: Robert di Loksley, tornato dalla crociata, scopre che tutti lo credono morto, lo sceriffo di Nottingham ne ha approfittato per requisire il suo castello e sua moglie Marian lo ha sostituito con un altro uomo. Per lottare contro il perfido sceriffo, difendere i poveri e riconquistare la sua donna, Robert veste i panni di Robin Hood, eroe mascherato che ruba ai ricchi per dare ai poveri e di cui nessuno conosce la reale identità.

Una scelta che si inserisce nel filone contemporaneo dei supereroi ma che al tempo stesso si richiama al primo Robin cinematografico: quello, mascherato, di Douglas Fairbanks; che, peraltro, era stato anche il padre di Zorro.

Robin Hood ha rappresentato per secoli l’archetipo dell’aristocratico divenuto giustiziere. A lui si è ispirato lo stesso Zorro – primo eroe mascherato della letteratura e del cinema – che, a sua volta, ha rappresentato il modello per Batman e per tutti i supereroi che sono venuti dopo. Un film su Robin Hood che si richiama all’immaginario dei supereroi, allora, rappresenta in qualche modo un cerchio che si chiude; mentre la leggenda continua.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura

Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002.John Gillingham, Richard I, Londra, Yale University Press, 2002.Massimo Bonafin, Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart, in Biblioteca Medievale Saggi, Roma, Carocci, 2006.Le ballate di Robin Hood, Einaudi, 1991Il romanzo di Renart la volpe, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1998.Graham Phillips, Martin Keatman, La leggenda di Robin Hood – Sulle tracce dell’eroe fuorilegge e delle sue generose imprese, Piemme, 1996.James Clarke Holt, Robin Hood. Storia del ladro gentiluomo, Mondadori, 2005.Walter Scott, Ivanhoe, Garzanti, 1979.Alexandre Dumas, Robin Hood il proscritto, Classici Mondadori, 2009.Alexandre Dumas, Robin Hood: il principe dei ladri, Einaudi, 2016.

Filmografia

Robin Hood di Allan Dwan, 1922.La leggenda di Robin Hood di William Keighley e Michael Curtiz, 1938.Gli arcieri di Sherwood di Terence Fisher, 1960.Robin Hood e i pirati di Giorgio Simonelli, 1960.Il trionfo di Robin Hood di Umberto Lenzi, 1962L’arciere di fuoco di Giorgio Ferroni, 1971.Robin Hood di Wolfgang Reitherman, 1973.Robin e Marian di Richard Lester, 1976.Superfantozzi di Neri Parenti, 1985.Robin Hood – la leggenda di John Irvin, 1991Robin Hood, principe dei ladri di Kevin Reynolds, 1992.Robin Hood, uomo in calzamaglia di Mel Brooks, 1993.Robin Hood di Ridley Scott, 2010.Robin Hood – l’origine della leggenda di Otto Bathurst, 2018.

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“Il nome della Rosa” e il film di Verhoeven girati in Umbria

Una delle scene dei morti di peste girata a Perugia, Piazza IV Novembre

Roghi, cadaveri di appestati e intrighi. Le architetture dell’Umbria medievale si prestano alla perfezione come scenario per le riprese di film e serie tv.

Due le produzioni impegnate tra Perugia e Bevagna. Dopo le riprese in piazza IV Novembre a Perugia della serie tv “Il nome della rosa”, ispirata al romanzo di Umberto Eco e diretta da Giacomo Battiato, l’olandese Paul Verhoeven, autore di “Basic Instict” e “Robocop” ha girato in piazza Silvestri e in centro a Perugia alcune scene di “Benedetta”.

Il nome della Rosa Lo sceneggiato si articola in otto puntate da 50 minuti (produzione 11 marzo film-Palomar, distribuzione Rai) andranno in onda sulla Rai nei primi mesi del 2019 nel corso di quattro serate. A Perugia è stata girata la scena del rogo di Pietro da Todi, bruciato per ordine dell’inquisitore Bernard Gui, interpretato da Rupert Everett. Nel cast anche John Turturro nel ruolo di Guglielmo da Baskerville, monaco francescano del XIV secolo che indaga su una serie di omicidi, Fabrizio Bentivoglio e Alessio Boni. Sono state 150 le comparse selezionate a Perugia. Tra i luoghi scelti per le riprese anche la Rocca paolina e l’abbazia di Montelabate.

Bevagna, una scena del film di Paul Verhoeven “Benedetta”, che sarà presentato al prossimo Festival di Cannes

Benedetta Il regista olandese Verhoeven non si distacca molto dal genere che lo ha reso famoso e ha girato un film, ambientato in Italia nel XVII secolo, che racconta la storia di una novizia affetta da disturbi, visioni erotiche, comparsa delle stimmate. Il film è tratto dal libro “Atti impuri” di Judith Brown, in cui la scrittrice racconta la vita di Benedetta Carlini, monaca lesbica vissuta dal 1591 al 1661. La Chiesa condusse un’indagine che portò alla condanna della monaca.

Parlando di Perugia il regista ha detto di essere rimasto «colpito dalla piazza, con i palazzi del Comune e della cattedrale che si guardano, la fontana al centro. La mostrerò in tutta la sua bellezza nel mio nuovo film» che sarà presentato a Cannes. A interpretare la novizia, di nome Benedetta Carlini, sarà Virginie Efira, affiancata dalla star Charlotte Rampling. Per più di due mesi, inoltre, la troupe ha girato a Bevagna, coinvolgendo molti cittadini come comparse e utilizzando allestimenti approntati dagli artigiani del Mercato delle Gaite.

Umberto Maiorca

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“Disincanto”, il Medioevo alcolico del padre dei Simpson

C’era una volta una principessa ubriacona… Il fumettista e disegnatore Matt Groening, padre dei Simpson, la più longeva serie televisiva “made in Usa” di sempre, sceglie il Medioevo per la sua nuova storia. Dieci episodi su Netflix. Si parte il prossimo 17 agosto.

Nel nome c’è già il senso del programma: Disincanto (Disenchantment) è ambientata a Dreamland, un fatiscente regno medievale. Terra di sogni spezzati o quantomeno offuscati.

La protagonista, Bean, è infatti una principessa che ama l’alcol più di ogni cosa: il re, suo padre, all’inizio della storia, dopo una notte di bagordi, la scambia per un vagabondo “ripugnante buono a nulla con mento sfuggente e denti da coniglio”. La barcollante erede al trono nelle sue peripezie è accompagnata dal suo demone personale, Luci, e da un elfo, fantasioso in tutto meno che nel nome: si chiama infatti proprio Elfo e insieme ai suoi partners ne combina di tutti i colori.

Lo strampalato trio è pronto ad affrontare ogni avventura per fare conoscenza con orchi, spiritelli, arpie, folletti, troll, trichechi e, come avverte la produzione “molti sciocchi umani”. Niente di fiabesco. A partire dall’inizio del racconto: “Una principessa, un elfo e un demone entrano in un bar…”.

Matt Groening in una foto di Gage Skidmore

La comedy è animata dai Rough Draft Studios, gli stessi di Futurama, l’altra serie tv partorita dalla mente di Groening e ambientata tra pianeti alieni.

Disincanto coinvolge anche Josh Weinstein, uno dei produttori esecutivi storici de I Simpson, vincitori di ben 32 Emmy Awards, 34 Annie Awards e nel 2016 del People’s Choice Award. La serie è stata anche il primo cartone ad aggiudicarsi il Peadboy Award, l’ambito premio annuale statunitense per le trasmissioni radiofoniche e televisive “eccellenti”.

Cinico e dissacrante come al solito, Groening nel presentare la sua ultima creatura, fa sfoggio di sarcasmo: “Sarà una storia di vita, morte, amore e sesso e come continuare a ridere in un mondo pieno di sofferenza e idioti, a dispetto di ciò che ti dicono anziani, maghi e altri stronzi”.

Disincanto, appunto. E animazione fantasy. Ma per adulti.

Selvaggia d’Urso

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“Il settimo sigillo”, partita a scacchi con la Morte

“Questa è la mia mano, posso muoverla, e in essa pulsa il mio sangue. Il sole compie ancora il suo alto arco nel cielo. E io… io, Antonius Block, gioco a scacchi con la Morte. ” (Antonius Block). Il settimo sigillo, 1957, regia di Ingmar Bergman, è tratto dal dramma “Pittura su legno”, dello stesso Bergman

La generazione precedente alla mia è stata forse segnata soprattutto dalla radio; quella successiva è una generazione decisamente televisiva; la prossima, quella di chi oggi ha fra i dieci e i trenta, è una generazione informatico-telematica, tutta computer e telefonini.

Noialtri che stiamo tra i sessanta e gli ottant’anni, noi generazione della guerra in Vietnam, del boom economico e del Sessantotto, noi contemporanei di Bob Dylan e di Sean Connery, siamo senza dubbio una generazione profondamente segnata dal cinema, intrisa di cinema.

Non che il grande schermo e la pellicola al nitrato d’argento non fossero cose anche di prima: è ormai praticamente un secolo che ogni generazione ha i suoi idoli cinematografici, e Charlot non vale certo meno di Johnny Depp. E noialtri che abbiamo abbastanza rapidamente dimenticato Bo Derek, mentre siamo restati tutti profondamente innamorati di Michelle Pfeiffer, non ci siamo certo scordati (come avremo potuto?) d’essere stati fidanzati con Brigitte Bardot, più di cinquant’anni or sono; e perfino Gilda, Rita Hayworth, riesce ancora a riscaldarci le viscere (quanto meno, intendiamoci, quelle della memoria).

Io, infatti, penso per film. Mi rivedo, ragazzino, bere western e retoriche pellicole sui marines nei cinema all’aperto della mia Firenze di sessant’anni fa; ripenso a Porto delle nebbie come alla pellicola che mi ha introdotto nel “grande” cinema, ma continuo ad aver nostalgia anche non solo per Hitchcock, ma anche per Carné e per Ford, Il postino suona sempre due volte mi tiene ancora sveglio, quando lo becco di notte su una qualche rete televisiva, sia nella versione del 1946 con la dark lady Lana Turner sia in quella del 1981 con un’indimenticabile, fragile, sensualissima Jessica Lange.

Ma ho nostalgia anche e perfino, ebbene sì, dei polpettoni di cappa e spada con Errol Flynn e di quelli della serie Dracula col vecchio caro Christopher Lee. Va da sé che, quando sono sicuro che nessuno mi vede, torno non dico a Totò e a Sordi – quello va da sé – ma anche a Mel Brooks, magari perfino a Villaggio, a Verdone, che Dio mi perdoni, perfino a Pozzetto. Non oltre, naturalmente. Con la signora Marini e con Alvaro Vitali non sono mai sceso a patti.

Poi ci sono i “miei” film: quelli che se potessi non mi stancherei mai di rivedere. Non sono molti: e proprio per questo ho un forte imbarazzo della scelta quando si tratta di parlarne.

“La Morte che gioca a scacchi”: l’affresco di Albertus Pictor realizzato intorno al 1480 nella chiesa di Täby ha ispirato Bergman nella realizzazione de “Il settimo sigillo”

Il mio regista preferito è comunque senza dubbio, dovendo scegliere, Ingmar Bergman, quello che più direttamente e profondamente ha parlato alla mia generazione nutrita di Freud, di Jung, di Kierkegaard, di Nietzsche e di Sartre: la generazione che non aveva visto la guerra (o ne aveva solo qualche ricordo-lampo) ma che era cresciuta tra le sue macerie, che si andava interrogando sugli orizzonti perduti dei grandi ideali e sulla foresta delle grandi illusioni.

Il settimo sigillo è il film che vorrei far vedere ai miei nipoti per cercar di spiegar loro che cosa sia la vita: ammesso che io lo sappia, che lo abbia intuito se non compreso. So bene che, sulle prime, sarei frainteso: può sembrare una pellicola “storica”, sul Medioevo: e infatti, come tale, regge molto più di altre che sono invece, storicamente parlando, più ambiziose (e dal canto mio mi capita di associarlo sempre più spesso a L’armata Brancaleone: un paragone che non ritengo affatto né irrispettoso, né blasfemo, né troppo scherzoso).

Quel che mi colpì prima di tutto nel ’58, quando lo vidi la prima volta (era uscito nel ’57), fu la fotografia: lo scabro bianco-nero del quale Bergman è maestro, lo stesso de Il posto delle fragole. Poi mi colpì, allora, l’aspetto “veritiero” se non addirittura “veridico” di quel Medioevo, che intuii e giudicai subito come profondamente “mio”. Ero difatti un cultore appassionato – e, coi miei diciotto anni, ingenuo – di quel Medioevo che sognavo di studiare all’università (una cosa che del resto ho poi fatto, rendendomi conto in tal modo di che cosa significhi l’eterogenesi dei fini).

Evidentemente mi sbagliavo: ero caduto in una trappola che non mi era stata del resto affatto tesa; avevo visto e sulle prime giudicato con occhi relativamente assuefatti ai film “storici” una pellicola che conteneva un messaggio rigorosamente esistenzialista, non avevo compreso che quel film là non andava assolutamente visto con i medesimi occhi con i quali si poteva guardare non dico La disfida di Barletta, ma neppure l’Aleksander Nievskji o La passione di Giovanna d’Arco.

Gli adolescenti possono anche fingere di apprezzare quello che non capiscono; ma amano quello che sanno riconoscere. Nel Settimo sigillo individuai e apprezzai fino alla passione le cose che avevo imparato di un Medioevo avvicinato soprattutto da autodidatta, sia pure con qualche buona lettura, come L’autunno del Medioevo di Huizinga o Movimenti religiosi e sette ereticali di Volpe. Amai le citazioni del Cavaliere, la morte e il diavolo di Dürer, quelle della Danza Macabra, della Peste Nera, della caccia alle streghe. Era un Medioevo che avrebbe dovuto insospettirmi, sembrarmi troppo convenzionale: ma allora mi affacciavo alla vita e allo studio, il convenzionale era per me una vittoria, era perfino nuovo e originale.

Max von Sydow è Antonius Block, il cavaliere. Bengt Ekerot interpreta la Morte. Bergman affidò il ruolo di Jöns, lo scudiero, terzo principale protagonista del film, all’attore Gunnar Björnstrand

Non compresi quindi che Bergman mi poneva in realtà dinanzi ai grandi archetipi dell’esperienza esistenziale, che il “suo” Medioevo non era il periodo storico grosso modo compreso tra la caduta dell’impero d’Occidente e la scoperta del nuovo mondo, bensì la vita colta nel suo mistero, l’ “età di mezzo” tesa tra due misteri che, se la fede non contribuisce a diradarne il buio pauroso e a conferir loro un senso, restano il Nulla, ben più terribile della Morte e del Diavolo. Il Nulla nel quale lo scudiero Jons invita il cavaliere Antonius Block a specchiarsi, mentre questi affronta l’angoscia del passo decisivo; mentre, dal canto suo, lo scudiero accetta a sua volta di entrare nel Nulla, ma dichiara di farlo ribellandosi.

«Ribellarsi, questa è la nobiltà dello schiavo: la vostra nobiltà sia l’obbedienza»: così insegna Nietzsche nel Così parlò Zarathustra.

Ma nel livido, tempestoso mattino, successivo alla notte del passaggio dell’angelo dell’abisso, l’artista girovago Jot e la sua famiglia si accorgeranno di esser vivi, scampati alla fine; e capiranno che la carità del cavaliere li ha salvati, consentendo loro di ucciderli attraverso uno stratagemma giocato alla Morte durante la loro lunga partita a scacchi. La Morte non si può vincere: capita comunque di poterla eludere, talvolta, e ciò è bene a patto che ne valga la pena.

Il cavaliere reduce dalle crociate, salvando l’umile famiglia di attori nomadi, ha assolto ancora una volta al suo compito di difensore degli umili e degli oppressi. E sono loro, gli umili, che restano in vita; che ereditano la terra.

Un grande esistenzialismo fedele a Nietzsche e a Kierkegaard, ma ben più nobilmente umano rispetto alla cupa miseria dell’annoiata disperazione sartriana.

Franco Cardini

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Il Medioevo secondo Walt Disney

Mago Merlino ne “La spada nella roccia” (The Sword in the Stone, 1963, Walt Disney productions)

Storie di folletti, draghi e maghi blu, animali parlanti, canzoni e balletti, oggetti animati, buoni sentimenti, eroine indifese, principi azzurri, antagonisti cattivi ma non troppo e lieto fine assicurato.

È un Medioevo magico e colorato, quello che ci ha trasmesso Walt Disney, e dal quale l’immaginario contemporaneo non può prescindere: da Biancaneve a Robin Hood, dal Gobbo di Notre Dame a Re Artù, la più grande fabbrica di sogni del XX secolo (oggi titolare anche delle Guerre Stellari di George Lucas e dei supereroi della Marvel) imponendo la versione “definitiva” di grandi classici della letteratura ha definito anche i caratteri di un’intera epoca; certo decisamente meno oscura e sporca di quella immaginata al di fuori dei suoi film; e senza dubbio anche poco filologica: basti pensare al Castello della Bella addormentata, divenuto il simbolo stesso della Disney Productions: riprodotto a grandezza naturale a Disneyland, è ispirato al Castello di Neuschwanstein, in Germania; che, però, non è affatto medievale: è stato costruito infatti alla fine del XIX secolo.

Ma c’è poco da stupirsi, verrebbe da dire con un pizzico di snobismo: cosa ne sanno, gli americani del Medioevo, loro che non l’hanno mai conosciuto?

Eppure si deve proprio al padre del cinema di animazione e all’impero da lui fondato buona parte della riscoperta che il mondo del cinema ha fatto dell’Età di Mezzo. Un interesse che accompagna tutta la vita del geniale imprenditore di origini francesi, e che comincia proprio all’inizio della sua carriera: il primo cortometraggio in assoluto diretto e prodotto da Walt Disney è infatti, nel 1922, Cappuccetto Rosso: un film di 6 minuti incentrato sulla spericolata bambina impegnata ad attraversare il bosco per portare le ciambelle alla nonna. Per decenni ritenuto perduto, il corto vede il giovanissimo disegnatore – allora ventenne – alle prese con l’antichissima fiaba nata in Francia nel XIV secolo e le cui versioni più celebri sono quelle di Perrault (del 1697) e dei Fratelli Grimm (1857).

Little Red Riding Hood (1922) è il primo cortometraggio della Laugh-O-Grams Films, prima società d’animazione di Walt Disney nata nel suo garage di casa, e primo in assoluto dell’intera produzione disneyana. Fu girato e animato da Walt in persona assieme ad Ub Iwerks, con il semplice ausilio di una cinepresa usata.

Laggiù nel Medioevo (Ye Olden Days) è un film del 1933 diretto da Burt Gillett. È un cortometraggio animato della serie Mickey Mouse, prodotto dalla Walt Disney Productions e uscito negli Stati Uniti l’8 aprile 1933, distribuito dalla United Artists. Il film, un musical ambientato nell’Europa medievale, è conosciuto anche con il titolo Topolino menestrello. Per l’unica volta Pippo fa qui la parte dell’antagonista

Lo stesso anno Disney si cimenta per la prima volta con Jack e la pianta di fagioli, dove un ragazzino si arrampica su un fagiolo magico cresciuto a dismisura fino a bucare le nuvole, e sulla cui cima c’è il castello di un gigante. Apparsa per la prima volta nel 1807, la fiaba nasce nel Settecento ma alla fine del XIX secolo viene “spostata” di epoca perché gli scrittori romantici ritengono il Medioevo più adatto all’immaginario fiabesco.

Quando il giovane disegnatore la racconta per la prima volta al cinema mancano ancora 6 anni alla nascita di Topolino, ma un quarto di secolo dopo – nel 1947 – la rispolvera per farla interpretare questa volta proprio alla sua creatura più celebre, all’interno del lungometraggio collettivo Bongo e i tre avventurieri.

Nel 1933 – appena cinque anni dopo la sua nascita – Topolino è protagonista di un cortometraggio che rappresenta un vero e proprio omaggio all’Età di mezzo: Ya Olden Days (in italiano Laggiù nel Medioevo, conosciuto anche come Topolino menestrello) con Pippo per la prima e ultima volta nel ruolo dell’antagonista: la trama vede un re organizzare per la figlia (Minni) il matrimonio con un principe in visita (Pippo). Quando Minni rifiuta, il re la rinchiude in una torre con la sua dama di compagnia Clarabella. Topolino appare come un menestrello itinerante e salva Minni dalla torre, ma il re li scopre prima che possano fuggire e condanna a morte l’eroe, mediante un’anacronistica ghigliottina. Proprio mentre Topolino sta per essere ucciso però, Minni confessa il suo amore per il menestrello; a quel punto il re ordina un duello tra Pippo e Topolino, che riesce a uscirne vincitore sposando Minni.

Knight for a Day (1946) racconta una storia di riscatto: Pippo, nei panni del timido scudiero Cedric si ritroverà per sbaglio a combattere in un torneo con l’armatura del suo signore, riuscendo ad avere la meglio sul classico cavaliere nero delle fiabe

Pippo avrà la sua rivalsa nel 1946 con il corto Knight for a Day: nato come parodia delle telecronache sportive, racconta la storia di riscatto di un timido scudiero che si ritrova per errore a combattere in un torneo con l’armatura del suo signore, riuscendo ad avere la meglio sul classico cavaliere nero delle fiabe. Nel mezzo ci sono ovviamente un gran numero di gag, buffi anacronismi e uno humor graffiante e nonsense.

Al 1937 risale invece il primo lungometraggio di animazione prodotto da Walt Disney, che segna uno spartiacque nella storia del cinema: Biancaneve e i sette nani. Resa celebre dai fratelli Grimm, che l’hanno pubblicata in sette versioni diverse dal 1812 al 1857, l’avventura della principessa prima ripudiata e poi avvelenata dalla matrigna con la famigerata mela è ambientata, in realtà, anch’essa nel Settecento, anche se il castello di Grimilde offre suggestioni medievaleggianti.

Tre anni dopo esce quello che viene considerato il capolavoro assoluto di Walt Disney: Fantasia, in cui è inserito il cortometraggio Topolino apprendista stregone. Ispirato al poema sinfonico composto nel 1897 da Paul Dukas, tratto – a sua volta – dalla ballata scritta da Goethe nel 1797, la storia dell’apprendista alle prese con un incantesimo (una scopa che fa le pulizie da sola) che finisce per sfuggirgli di mano, è diventata proverbiale fino a trasformarsi in un modo di dire, anche grazie al ruolo rivestito dallo stesso film che – come per molti altri casi – ha trasformato in cultura “pop” un archetipo letterario che risale addirittura al retore greco Luciano di Samosata.

Fantasia è un film d’animazione del 1940 diretto da registi vari, prodotto da Walt Disney e distribuito dalla Walt Disney Productions. Con la direzione di storia di Joe Grant e Dick Huemer, e la supervisione di produzione di Ben Sharpsteen, è il terzo Classico Disney. Il film è composto da otto segmenti animati impostati su pezzi di musica classica diretti da Leopold Stokowski, sette dei quali sono eseguiti dall’Orchestra di Filadelfia. Il critico musicale e compositore Deems Taylor agisce come “maestro di cerimonie”, introducendo ogni segmento in scene live action interstiziali

Se altri grandi classici come Cenerentola, pur raccontando storie antichissime hanno un’ambientazione dichiaratamente ottocentesca, con La Bella addormentata nel bosco del 1959 la Disney torna nel Medioevo per raccontare la storia (la cui prima traccia risale al 1340: Perceforest che la colloca, però, all’epoca dei greci e dei troiani) della principessa vittima di una maledizione che la fa cadere in uno stato di morte dopo essersi punta con un fuso, per essere risvegliata – dopo 100 anni – dal bacio di un principe.

Ma è con La spada nella roccia (uscito nel 1963) che Walt Disney si cimenta con il più grande classico della letteratura medievale: il ciclo bretone. Ambientato nell’Inghilterra celtica, il film è tratto in realta dal romanzo omonimo scritto da T.H. White nel 1938 come primo capitolo di una tetralogia dedicata a re Artù. Qui il giovanissimo Artù – un ragazzino soprannominato Semola – è alle prese con gli insegnamenti di mago Merlino e con Excalibur, la spada magica che, una volta estratta dalla roccia, lo trasformerà nel Re d’Inghilterra e nel capo dei Cavalieri della tavola rotonda. La spada nella roccia è anche l’ultimo film di animazione supervisionato dallo stesso Walt Disney, che muore tre anni dopo, nel 1966.

Robin Hood è un film del 1973 diretto da Wolfgang Reitherman. È un film d’animazione prodotto dalla Walt Disney Productions e distribuito negli Stati Uniti l’8 novembre 1973. È il 21º Classico Disney ed è basato sulla leggenda di Robin Hood, utilizzando però animali antropomorfi al posto delle persone. È il primo Classico Disney la cui produzione sia cominciata dopo la morte di Walt Disney e in cui quest’ultimo non sia stato coinvolto in alcun modo

Proprio nel periodo in cui compaiono i primi romanzi del ciclo bretone – e cioè tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo – sarebbe vissuto, secondo le ricostruzioni storiche, il personaggio che ha dato origine alla leggenda di Robin Hood, la cui figura è stata contaminata in seguito con quella di una divinità della foresta che aveva le sembianze di una volpe. Ed è proprio Robin Hood sotto forma di volpe a segnare il ritorno del Medioevo nei classici Disney, con il primo film di animazione realizzato dopo la scomparsa di Walt, nel 1973.

Ci vorranno però più di vent’anni, prima che la Disney torni ad occuparsi dell’epoca d’oro della fiaba con un altro grande classico della letteratura: Il gobbo di Notre Dame, tratto da Notre Dame de Paris di Victor Hugo. Ambientato nel 1482 nella più celebre cattedrale gotica al mondo, il film vede come protagonista Quasimodo, campanaro deforme (è gobbo, zoppo e guercio) considerato un demone dalla popolazione di Parigi e confinato a vivere all’interno della cattedrale.

Al 1998 risale invece l’ultimo film di animazione della Disney di ambientazione medievale: Mulan, la cui storia si svolge nel VI secolo in Cina. Anche in questo caso la protagonista è una principessa, anche se l’immaginario è senza dubbio diverso dal classico Medioevo fiabesco di matrice europea.

Rapunzel – L’intreccio della torre (Tangled) è un film del 2010 diretto da Nathan Greno e Byron Howard. E’ un lungometraggio d’animazione in CGI prodotto dai Walt Disney Animation Studios che è 50º classico Disney. La pellicola si basa sulla fiaba tedesca Raperonzolo scritta dai Fratelli Grimm

Successivamente arrivano altre fiabe medievali ma non si può più parlare, tecnicamente, di cartone animato: Rapunzel, del 2010 – anch’esso tratto dai fratelli Grimm – è la storia di un’altra principessa chiusa nella torre (archetipo presente in molti altri libri, tra cui il seicentesco Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, da cui Matteo Garrone ha tratto il film Il racconto dei racconti) che traghetta la Disney dal cinema di animazione a quello realizzato interamente in Cgi, cioè al computer. Genere a cui appartiene anche Frozen – il regno di ghiaccio uscito nel 2012 e tratto da La regina delle nevi di Hans Christian Andersen: ennesima variazione sul tema di principesse e maledizioni (anche se è il primo ad avere due sorelle come protagoniste) e che, come tutte le opere targate Disney, sostituisce ad atmosfere dark, dettagli sanguinolenti e finali tragici luci colorate, buoni sentimenti e l’immancabile lieto fine divenuto – in quasi in un secolo di cinema – un vero marchio di fabbrica.

Ancora un film realizzato interamente in digitale è Ribelle – The Brave, prodotto nel 2013 dalla Pixar (società controllata dalla Disney) ambientato nella Scozia del V secolo, con il castello di DunBroch che ricostruisce quello di Dunnottar, nei pressi di Stonehaven, proprio in Scozia, edificato però nel XII secolo.

Proprio l’iconografia dei film Disney merita una menzione a parte: a prescindere dall’epoca e dal contesto in cui sono ambientati i film, infatti, i disegnatori ingaggiati dallo studio si sono spesso lasciati ispirare da luoghi reali: oltre agli esempi già citati, vanno ricordati il palazzo del sultano di Aladdin che cita apertamente il Taj Mahal, mausoleo islamico fatto costruire nel 1632 ad Agra, in India, dall’imperatore Shah Jahan per la moglie preferita Mumtaz Mahal; il castello del principe Eric di La Sirenetta, riprende invece le sembianze dell’abbazia altomedievale di Monte Saint-Michel, in Normandia, ispiratrice anche del palazzo reale di Rapunzel, mentre il castello della regina di Biancaneve riprende l’Alcázar di Segovia, in Spagna: una fortezza costruita tra l’XI e il XII secolo, durante la dominazione araba. Il villaggio di Belle in La bella e la bestia, infine, non è invece nient’altro che Riquewihr, in Francia. Nonostante il modello reale, però, per girare la versione dal vivo del film – uscita nel 2017 – la città è stata interamente ricostruita in studio. Perché il Medioevo della Disney è sempre mille volte più colorato della realtà. Ma anche questo fa parte della sua magia.

Arnaldo Casali

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Il cinema barbarico

Il flagello di Dio, nella pellicola del 1982 di Castellano & Pipolo, è lo strepitoso Attila interpretato da Diego Abatantuono

Chissà perché i barbari fanno tanto ridere.

Le temibili orde che nell’immaginario popolare hanno invaso l’Impero romano e distrutto una cultura millenaria tra saccheggi e violenze di ogni genere, al cinema hanno sempre fatto la parte dei giullari di corte.

Nella storia della settima arte, infatti, gli unici momenti memorabili dedicati alle invasioni barbariche sono film comici come Attila, flagello di Dio e Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Quasi un contrappasso o una forma di esorcismo contro la paura atavica dell’invasore selvaggio, mai del tutto sopita.

Considerando quanto il cinema si è lasciato ispirare dal Medioevo, colpisce tanta indifferenza nei confronti del momento fondante del Medioevo stesso; eppure se re Artù, Riccardo Cuor di Leone, Enrico V o Federico Barbarossa sono stati ritratti in grandi kolossal internazionali, figure come Teodorico o Liutprando non sono mai uscite dai libri di storia per entrare nel grande schermo e lo stesso Carlo Magno il massimo che ha avuto è stata una mediocre fiction passata in televisione nel 1994 senza colpo ferire.

Il sole di Montecassino (1953), unica pellicola dedicata a San Benedetto da Norcia

È vero pure che la congiura del silenzio non riguarda certo solo i sovrani barbari: nemmeno Gregorio Magno ha mai avuto il piacere di vedersi ritratto al cinema, mentre Benedetto da Norcia si è dovuto accontentare di un altro filmetto oggi dimenticato: Il sole di Montecassino, uscito nel 1945 con un cast di sconosciuti ma con due nomi come Diego Fabbri e Mario Monicelli – allora alle prime armi – alla sceneggiatura.

Bisogna ammettere, quindi, che è in realtà l’alto Medioevo in generale ad appassionare poco i cineasti, che hanno reso ancora più oscuri quegli anni oscuri concentrandosi quasi esclusivamente negli ultimi secoli dell’Età di mezzo tra epica cavalleresca, crociate, riletture shakespeariane, esplorazioni oceaniche e grandi personalità come Francesco d’Assisi, Giovanna d’Arco e Cristoforo Colombo.

Le invasioni barbariche (2003) è un film canadese, scritto e diretto da Denys Arcand ededicato al delicato tema dell’eutanasia. Ha vinto numerosi premi, tra cui l’Oscar al miglior film straniero

Di fatto le invasioni barbariche, al cinema, sono solo un modo di dire: come nel capolavoro di Denys Arcand del 2003, incentrato sul tema dell’eutanasia, in cui le invasioni del titolo diventano la metafora del decadimento degli ideali, con la morte fisica che fa da contraltare al morire delle ideologie, dei progetti utopici, delle religioni e del sistema economico fondato su liberismo e capitalismo.

Per trovare dei barbari che non siano metaforici, invece, bisogna addentrarsi nella foresta dei titoli minori del genere peplum in voga tra gli anni Cinquanta e Sessanta: qui troviamo produzioni come il dittico avventuroso di Guido Malatesta: La furia dei barbari del 1960 e La rivolta dei barbari del 1965. Nessuno dei due, però, affronta episodi storici: il primo (che vede nel cast anche Raffaella Carrà) è incentrato tutto su personaggi immaginari (anche se vengono citati Alboino e i longobardi), mentre il secondo è addirittura ambientato nell’Antica Roma.

A dispetto del titolo, La caduta dell’impero romano, altro kolossal del genere peplum, diretto da Anthony Mann e uscito nel 1964 con un cast composto – tra gli altri – da Sophia Loren, Alec Guinness, Christophen Plummer e Omar Sharif, non è ambientato ai tempi delle invasioni barbariche ma sotto Marco Aurelio e Commodo, esattamente come il celebre Gladiatore di Ridley Scott.

Di fatto, tra i film dell’epoca quelli che tentano di raccontare davvero quel pezzo di storia d’Europa sono pochissimi: uno è La vendetta dei barbari del 1960 di Warren Jospeh, pseudonimo di Giuseppe Vari, ambientato a Ravenna ai tempi di Alarico e concentrato sulle figure di Ataulfo e Galla Placidia, definito dalla critica del tempo “un intruglio pseudo storico privo di qualsiasi pregio e persino dell’elemento spettacolare”.

La calata dei barbari (1968). Nel cast, anche Orson Welles

Non andò meglio a La calata dei barbari di Robert Siodmak uscito nel 1968, dove compaiono Vitige, Totila e un Giustiniano interpretato nientemeno che da Orson Welles. Peccato che il film – una produzione italo-tedesca-rumena – sia stato un totale fiasco sia di pubblico che di critica.

Per il resto, il poco cinema barbarico si concentra tutto sulle figure di Alboino e Attila, i personaggi che più sono riusciti a colpire l’immaginario collettivo: il re degli Unni era stato capace di governare un vastissimo impero che univa quasi tutti i popoli barbari dell’Eurasia settentrionale e aveva sfidato l’Impero bizantino e l’Impero romano d’occidente: dove passava lui – si diceva – non cresceva più l’erba e secondo una leggenda aveva divorato i suoi due figli, arrostiti dalla moglie nel miele.

La sua avanzata in Italia era stata fermata nel 452 dal crocifisso che gli aveva mostrato papa Leone, anche se gli storici ritengono che probabilmente il vessillo religioso sia stato accompagnato da un congruo riscatto in oro.

Con una vita così spettacolare il condottiero ungherese è stato inevitabilmente il più corteggiato dai registi, pur senza partorire prodotti molto significativi. Se già il cinema muto aveva visto due pellicole – nel 1916 Passano gli unni di Mario Casarini e nel 1918 Attila di Febo Mari – il suo debutto nel cinema moderno il Flagello di Dio lo fa con Attila di Piero Francisci, uscito nel 1954, scritto dal premio Oscar Ennio De Concini e prodotto da Carlo Ponti e Dino De Laurentis. Pur vantando un cast stellare capeggiato da Anthony Quinn e Sophia Loren il film non ha lasciato molte tracce di sé; in compenso all’epoca l’opera era stata sfidata dall’americano Douglas Sirk, che lo stesso anno aveva diretto Il Re dei barbari, dove a interpretare Attila è il “cowboy” Jack Palance, specializzato – come vedremo – nel ruolo di barbaro feroce.

L’attore statunitense Gerard Butler, protagonista della fiction tv Attila (2001)

Nel 1971 sarà un regista connazionale di Attila, Miklós Jancsó, a provare a raccontarne le gesta con un prodotto televisivo altrettanto dimenticato: La tecnica e il rito. In tempi recenti, invece, è stata prodotta la fiction televisiva Attila del 2001 con Gerard Butler nel ruolo del re degli unni, tanto fantasiosa nella sceneggiatura quanto ignorata da critica e pubblico. Da segnalare la presenza dell’unno anche nel film sperimentale Necropolis con Carmelo Bene, realizzato da Franco Brocani nel 1970 (dove Attila è affiancato da Frankenstein, Parsifal, il Diavolo, Montezuma e la Contessa Sanguinaria) e nella saga Una notte al museo con Ben Stiller, iniziata da Shawn Levy nel 2006.

Nato in Pannonia nel 530 e morto a Verona nel 572, Alboino re dei longobardi era stato il primo barbaro a conquistare l’Italia e la sua storia ha tinte fosche tanto quanto quella del suo collega unno: dopo aver ucciso il re dei gepidi Cunimondo, infatti, Alboino ne aveva spostato la figlia Rosmunda e secondo la leggenda, aveva bevuto il vino in un coppa ottenuta con il cranio di Cunimondo, costringendo anche la moglie ad imitarlo.

Il Re longobardo si affaccia per la prima volta sullo schermo nel 1909 con Alboino e Rosmunda di Enrico Pasquali ma il primo film vero e proprio arriva nel 1958 con Il terrore dei barbari di Carlo Campogalliani, in cui contro il longobardo interpretato da Bruce Cabot (protagonista del primo King Kong del 1933) si batte Steve Reeves, il culturista ex Mister Universo divenuto il celebre Ercole di tanti film dell’epoca.

Jack Palance fotografato sul set de Il re dei barbari (1954)

Tre anni dopo lo stesso Campogalliani (specializzato in film d’azione a base di Urusus e Maciste) dirige Rosmunda e Alboino, che punta l’attenzione, questa volta, sul rapporto tra la principessa – interpretata da Eleonora Rossi Drago – e il re longobardo, per il quale torna lo stesso Jack Palance che aveva già dato il volto ad Attila, e destinato a vincere l’Oscar ultrasettantenne con il film Scappo dalla città.

Nel fecondo filone epico-avventuroso degli anni Cinquanta e Sessanta rientra anche l’imbarazzante Tharus figlio di Attila, pellicola firmata nel 1962 da Roberto Bianchi Montero con lo pseudonimo Fred Frank: un regista che ha lasciato una sessantina di opere assai poco memorabili, tra cui spiccano titoli come La zia d’America va a sciare, Notti calde d’oriente, Universo proibito, Sexy nudo, Sexy nel mondo, Sexy follie e Africa sexy e ancora Superspettacoli nel mondo, Le due facce del dollaro, Quella dannata pattuglia, Arriva Durango: paga o muori, Provaci anche tu Lionel, Calore in provincia, Il pomicione, Savana violenza carnale e Albergo a ore, ma anche un altro film di ambientazione medievale – Il magnifico Robin Hood – e uno di ambientazione romana: Le calde notti di Caligola, in cui l’imperatore è alle prese con problemi di impotenza.

Di ambientazione barbarica ma senza alcun preciso riferimento storico è il capolavoro realizzato da Alessandro Blasetti nel 1941: La corona di ferro, che vanta un cast che comprende Gino Cervi, Massimo Girotti, Paolo Stoppa, Rina Morelli e Primo Carnera, e vanta il primo seno nudo della storia del cinema.

A farsi carico dell’ambizioso compito di raccontare la deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre, invece, è nel 2007 il kolossal L’ultima legione, diretto da Doug Lefler, tratto dal romanzo di Valerio Massimo Manfredi e interpretato dai premi Oscar Colin Firth e Ben Kingsley, che cerca di ricollegare la caduta dell’impero romano alla leggenda della spada nella roccia.

La locandina di Barbarians – Roma sotto attacco, produzione per la tv in quattro parti di History Channel (2016)

È stata trasmessa nel 2016, invece, la serie Barbarians. Roma sotto attacco prodotta da History Channel: una saga in quattro puntate che attraversa quasi mille anni di storia raccontando la ribellione dei barbari, tribù dopo tribù e nazione dopo nazione.

Un discorso a parte meriterebbero invece Conan il barbaro e Thor. Il personaggio letterario di Conan, creato dallo scrittore Robert E. Howard e portato al cinema da John Milius in due film che contribuirono – tra il 1982 e 1983 – alla celebrità di Arnold Schwarzenegger, pur richiamandosi all’immaginario “barbarico” è un fantasy che si muove in un’epoca senza tempo. Quanto a Thor, personaggio a fumetti della Marvel portato al cinema per la prima volta da Kenneth Branagh nel 2011, prende spunto da una delle principali divinità scandinave (figlio di Odino) ma è in realtà ambientato ai tempi nostri e si inserisce nell’universo di supereroi che comprende anche Capitan America, Iron Man, Hulk e L’Uomo Ragno.

Anthony Hopkins in Titus (1999)

Immaginario è infine anche il generale romano in lotta contro i goti Tito Andronico, inventato da William Shakespeare per quella che è considerata la sua tragedia più violenta, e portato al cinema da Julie Taymor nel 1999 con Anthony Hopkins e Jessica Lange.

Particolarmente curioso, invece, è il film francese Il re e monsignore (ma il titolo originale suona come “Il buon re Dagoberto”) di Pierre Chevalier, uscito nel 1963 e incentrato sulla storia di uno scolaro distratto costretto a scrivere un saggio sul re franco Dagoberto I (610-639) e che ripropone la coppia di Don Camillo formata da Fernandel e Gino Cervi. Del film è stato fatto un remake nel 1984, diretto da Dino Risi e interpretato – tra gli altri – da Ugo Tognazzi, Michel Serroult, Caorl Bouquet e Isabella Ferrari, che racconta il viaggio immaginario che il re dei Franchi compie alla volta di Roma per farsi assolvere dal Papa dai numerosi peccati della sua vita dissoluta, trovando – però – al posto del severo pontefice (nel frattempo rapito) un sosia indulgente e ruffiano. Nonostante le premesse e i nomi coinvolti, il film – dai toni fortemente satirici e triviali – viene completamente ignorato in Italia.

Di fatto, quindi, gli unici film “barbarici” capaci di segnare davvero la memoria collettiva e la storia del cinema restano proprio quelle due pietre miliari della comicità degli anni Ottanta: Attila, flagello di Dio di Castellano & Pipolo e Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Mario Monicelli. Pur molto diversi tra loro, i film rappresentano entrambi una parodia di quel filone peplum degli anni Sessanta che aveva raccontato i barbari invasori, ed entrambi si iscrivono nel genere cinematografico del Medioevo comico, inventato dallo stesso Monicelli nel 1966 con L’armata Brancaleone.

Diego Abatantuono in Attila, flagello di Dio (1982)

Rozzo, grossolano e infantile come il suo protagonista, Attila flagello di Dio alla sua uscita nel 1982 fu massacrato dalla critica e fu un fiasco al botteghino, ma con il passare del tempo è diventato un vero e proprio fenomeno di culto tanto da generare tormentoni e imitazioni. Il protagonista è Diego Abatantuono, all’epoca all’apice del successo come comico, che ripropone il personaggio del “terrunciello” che lo aveva reso famoso, questa volta in chiave fantamedievale: ad affiancarlo un cast improbabile in cui trova posto un allora sconosciuto Francesco Salvi (ancora lontano dal successo di C’è da spostare una macchina, e che 25 anni dopo sarebbe tornato in un ben diverso Medioevo cinematografico per un’intensa interpretazione di Francesco d’Assisi in Il giorno. La notte. Poi l’alba di Paolo Bianchini), un altro futuro comico di Drive In (Mauro Di Francesco), caratteristi come Angelo Infanti, Vincenzo Crocitto, Tiberio Murgia e Ennio Antonellli, l’allora cantante Rita Rusic destinata a diventare la signora Cecchi Gori e nientemeno che Franz Di Cioccio, batterista del gruppo di rock progressivo più importante d’Italia: la Premiata Forneria Marconi, che firma anche la colonna sonora. Tra siparietti demenziali e battute trash, però, Attila flagello di Dio trova anche il tempo per qualche citazione colta: come quella del “Vae Victis”.

Raccontato da Tito Livio nella sua Storia di Roma dalla sua fondazione scritta tra il 27 a.C. e il 15 d.C., l’episodio vede protagonista Brenno, capo dei Galli senoni che nel 390 a.C. avevano occupato Roma. I Romani stavano pesando su una bilancia l’oro che avrebbero dovuto versare al Gallo come tributo di guerra, quando qualcuno fra loro protestò perché i pesi – sull’altro piatto della bilancia – erano truccati. Brenno allora aveva sfoderato la sua pesante spada e l’aveva posata sul piatto dei pesi (aumentando, quindi, il prezzo del riscatto) esclamando “Guai ai vinti!”.

Una scena del film Attila, flagello di Dio

Il racconto prosegue con l’arrivo di Marco Furio Camillo che, saputa la cosa, aveva raggiunto in fretta Roma e arrivato alla bilancia aveva posato la sua, di spada, sul piatto dell’oro, gridando: “Non con l’oro si deve riscattare la Patria, ma con la spada!”. In seguito lo stesso Furio Camillo aveva guidato la rivolta del popolo romano cacciando Brenno e i suoi dalla città. In una scena del film di Castellano & Pipolo, Attila – assediata a sua volta Roma e chiesto il riscatto in oro – risponde alle proteste dei romani citando proprio quell’episodio: “Come disse il mio amico Brennero – dice Abatatuono storpiando il nome del gallo – vengo, sputo nel piatto, ciapo i soldi e torno a casa”, poi posa la spada sul piatto della bilancia; solo che sbaglia piatto e la posa su quello dell’oro. A quel punto il senatore romano ringrazia per lo sconto e fa ritirare la parte del riscatto che ora risulta in eccesso.

“È stato un instant movie girato molto in fretta e spendendo il meno possibile” ricorda Francesco Salvi. “Noi ci siamo divertiti perché eravamo giovani e amici. La star era Rita Rusic e con lei ci hanno provato tutti finché il titolare del film non ha spiegato di essere titolare anche della ragazza”. L’opera, racconta Salvi, non aveva alcuna ambizione storica: “Era nato proprio come filmettino tra amici, non c’era nessuna voglia di fare un prodotto di qualità. Addirittura per pagare di meno gli attori per i controcampi venivano utilizzate delle sagome di cartone. Una volta mia moglie ha fatto la controfigura di Di Cioccio”.

Decisamente più colto e raffinato è invece Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno uscito nel 1984 e tratto dalle novelle di Giulio Cesare Croce (Le sottilissime astutie di Bertoldo del 1606 e Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino del 1608) già portate sullo schermo due volte: nel 1936 da Giorgio Simonelli e nel 1954 da Mario Amendola e Ruggero Maccari con un cast che comprendeva anche Achille Togliani.

Una delle locandine di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984)

Come aveva fatto con i film su Brancaleone, anche stavolta Monicelli raduna un cast che raccoglie il meglio della commedia italiana, con Ugo Tognazzi nei panni dell’arguto Bertoldo e Maurizio Nichetti in quelli dello stupido Bertoldino, mentre a trasformare il sanguinario Alboino nel barbaro più pacioccone della storia del cinema ci pensa Lello Arena, che costumi e scenografie contribuiscono a rendere ancora più goffo con spade fuori misura, una clava per scettro e un trono così grande che il sovrano ci sta sopra come un bambino sul seggiolone, con tanto di gambe a penzoloni.

Se Castellano e Pipolo per gli sketch di Attila avevano pescato nel repertorio comico dello stesso Abatantuono, Monicelli e i suoi sceneggiatori (Benvenuti, De Bernardi e Suso Cecchi d’Amico) attingono a un repertorio che spazia da I racconti di Canterbury a Pietro Aretino, da Apuleio, Esopo e Aristofane a Machiavelli, Sacchetti e Le mille e una notte, fino al Decameron di Giovanni Boccaccio, da cui è tratto l’episodio di frate Cipolla interpretato da Alberto Sordi.

Spacciatore di reliquie false, Cipolla annuncia di aver portato con sé nientemeno che una piuma delle ali dell’arcangelo Gabriele, caduta al momento dell’Annunciazione alla Vergine Maria.

Alberto Sordi nei panni del boccacesco Fra Cipolla

Ascoltando la solenne dichiarazione, però, Bertoldo decide di fargli uno scherzo e gli ruba la piuma sostituendola con dei carboni. Quando, durante la predica, Cipolla apre il reliquiario e ci trova i carboni al posto della penna, non si perde d’animo e li mostra ai fedeli spacciandoli per quelli che erano stati utilizzati per bruciare sulla graticola San Lorenzo.

Per finire, non possiamo non menzionare Brancaleone in persona, ovvero Vittorio Gassman, che nel Medioevo c’era già stato nel 1956 come Giovanni delle bande nere e nel 1966 come Belfagor dell’Arcidiavolo, e ci sarebbe tornato per I picari dello stesso Monicelli; l’unica “barbarata” che ci ha lasciato, però, è la registrazione di una bellissima poesia di Kostantinos Kavafis: Aspettando i barbari.

Che aspettiamo, raccolti nella piazza? Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia nel Senato? E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari. Che leggi devon fare i senatori? Quando verranno le faranno i barbari.

 

Arnaldo Casali

Per un elenco esaustivo di film sul Medioevo e sui barbari: https://www.cinemedioevo.net

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Bevagna scelta come set dell’attesa serie tv “Il nome della rosa”

Piazza Silvestri, luogo simbolo della città di Bevagna, un comune della provincia di Perugia con 5.000 abitanti, è stata spesso lo scenario di film e serie tv

BEVAGNA – La piazza di Bevagna è stata scelta come set per le scene iniziali de Il nome della rosa, il primo adattamento televisivo del celebre romanzo di Umberto Eco. Il ciak iniziale dello sceneggiato Rai, annunciato in sei puntate, è previsto negli studios di Cinecittà nei primi giorni del gennaio 2018. A Bevagna le riprese, concentrate principalmente tra la chiesa di San Silvestro e il Mercato Coperto, inizieranno invece a febbraio e si protrarranno per alcune settimane.

La città, inserita tra i Borghi più belli d’Italia e le Bandiere Arancioni, di recente è stata scelta anche per le registrazioni di un’altra serie televisiva targata Disney Channel. E in passato ha ospitato altri film famosi. Il regista Mario Mattoli, di origini bevenati, nel lontano 1936 volle girare nella città dei suoi avi Musica in piazza. E anche Franco Zeffirelli ambientò qui alcune scene di Fratello Sole, sorella luna (1972). Fino alla fiction tv di Rai Uno Don Matteo 6.

L’italo-americano John Turturro sarà Guglielmo da Baskerville

Il nome della rosa televisivo, diretto da Giacomo Battiato, propone un cast internazionale. Umberto Eco, scomparso nel 2016, aveva avuto modo di supervisionare la sceneggiatura, scritta da Andrea Porporati in collaborazione con il suo collega britannico Nigel Williams. Il ruolo di Guglielmo da Baskerville, il monaco-detective interpretato da Sean Connery nel kolossal del 1986 diretto da Jean-Jacques Annaud, è stato affidato all’attore italo-americano John Turturro.

L’inglese Rupert Everett si calerà nel ruolo dell’inquisitore Bernardo Gui

Rupert Everett sarà il suo antagonista, Bernardo Gui (F. Murray Abraham nel film di Annaud). Adso da Melk, il novizio che nel film del 1986 era interpretato da un giovane Christian Slater, nella serie tv avrà il volto del diciottenne attore tedesco Damien Hardung. La serie, prodotta da Matteo Levi (con la 11 Marzo) e Carlo Degli Esposti (con Palomar) in collaborazione con Rai Fiction, sarà girata in inglese. Il budget previsto è di 23 milioni di euro. Secondo il quotidiano francese Le Monde, “Il nome della rosa” è uno dei cento libri più importanti del Novecento. Il successivo film girato da Annaud per ben tredici anni (dal 1988 al 2001) ha detenuto il record d’ascolto su RaiUno con di 14 milioni 672 mila spettatori, superato solo dalla visione de “La vita è bella” di Roberto Benigni che registrò 16 milioni 80 mila spettatori.

Una scenografia ideale La piazza bevanate è una delle più importanti realizzazioni urbanistiche dell’Umbria.

Ora si chiama Piazza Silvestri. Una volta era Piazza Maggiore. E prima ancora Piazza Umberto I. E’ uno spazio di grande fascino, pavimentato con lastre di pietra, privo di simmetria e di allineamenti frontali, esaltato dalla monumentale presenza di due chiese, del Palazzo dei Consoli e della bellissima colonna romana di S. Rocco. La fontana, di imitazione medievale, fu fatta costruire nel 1896.

Una piazza sghemba e affascinante. Nella quale spicca, con la sua loggia al piano terreno chiusa da splendide volte a crociera, il Palazzo dei Consoli, realizzato nel 1270 .

Particolare di Piazza Silvestri

Una bella scalinata conduce al piccolo e armonioso Teatro Torti (1886) che offre agli sguardi dei visitatori un loggione e tre ordini di palchi e le magistrali decorazioni di Domenico Bruschi e Mariano Piervittori.

Un’ampia volta, realizzata nel nel 1560, collega il palazzo alla Chiesa di San Silvestro, progettata nel 1195 da maestro Binello. Un vero e proprio capolavoro del romanico umbro: la facciata, nella quale emerge un portale in travertino ornato da rilievi classicheggianti e mosaici geometrici è rimasta incompiuta nella parte alta. Il fregio allegorico va osservato con cura e letto da sinistra a destra: c’è un monte (Cristo) dal quale escono i quattro ruscelli dei Vangeli; dal monte si dispiega un tralcio rigoglioso: la pianta generosa della vite rappresenta la Chiesa in mezzo al quale si nascondono alcuni animali (i fedeli); sulla destra un demonio vomita un fiume dalla bocca.

La chiesa di San Michele che si eleva sull’altro lato della piazza fu edificata dallo stesso Binello, insieme a Rodolfo, appena pochi anni più tardi. La facciata presenta un bel portale ornato da capitelli e da fregi in tre ordini; l’interno, a tre navate, con il presbiterio rialzato e ampia cripta, conserva un Crocifisso del XV secolo con sagome lignee raffiguranti la Madonna, la Maddalena e S. Giovanni, attribuite al Providoni. A lato dell’edificio, la solida torre campanaria cuspidata, con trifora gotica.

Il lato della chiesa di San Silvestro che si affaccia in Piazza Silvestri

Proprio all’ingresso del corso, sulla sinistra, si alza una terza chiesa: San Domenico. Fu fatta costruire nel 1291 sui resti di un oratorio che era dedicato a S. Giorgio e che il Comune di Bevagna volle donare al Beato Giacomo Bianconi a riconoscimento della sua opera di ricostruzione della città, dopo l’assedio di Federico II (1249). Il portale con una lunetta affrescata, risale al XIV secolo.

L’interno, a navata unica con tre absidi, fu trasformato nel 1737. Nell’abside centrale spiccano affreschi giotteschi del XIV secolo: Annunciazione e Scene della vita di S. Domenico. A pochi passi, si possono ammirare una Madonna con Bambino e un Crocifisso, due sculture sculture lignee del XIII secolo. Da un vicolo nascosto dietro alla chiesa si può accedere a un grande ex convento domenicano, che in gran parte poggia su una monumentale costruzione romana del I secolo dopo Cristo.

Una piazza viva, cuore pulsante della città: è qui e lungo il corso che ogni anno, nel mese di giugno, si svolge il Mercato delle Gaite, caratteristica e fedele ricostruzione della vita quotidiana della Bevagna medievale negli anni tra il 1250 e il 1350 curata dai quattro antichi quartieri cittadini: San Giorgio, San Giovanni, San Pietro e Santa Maria.

Selvaggia d’Urso Articolo pubblicato su Umbria Touring

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Fenomenologia di Game of Thrones

Una scena di battaglia in Game of Thrones

C’era una volta il Medioevo. Il Medioevo luccicante e colorato erede degli stilemi figurativi vittoriani e preraffaeliti, il Medioevo dei cavalieri e dalle dame da salvare, un’età da molti di noi sognata e fantasticata durante l’infanzia e che, nel corso dell’ultimo secolo, si è lentamente sedimentata nel nostro immaginario grazie soprattutto all’industria cinematografica.

Sebbene infatti molti studiosi e appassionati dell’Età di Mezzo si considerino costantemente alla ricerca di prodotti di intrattenimento quanto più “fedeli” al passato, sarebbe disonesto non ammettere che molti di noi si siano avvicinati allo studio del Medioevo grazie proprio al Medioevo immaginario, a quel “Medioevo secondo Walt Disney” per citare un lavoro di Matteo Sanfilippo, troppo spesso denigrato dagli accademici o tutt’al più rilegato a curiosa espressione della cultura popolare.

Questo Medioevo, che merita invece di essere analizzato grazie alle competenze degli studiosi che si occupano di indagare la ricezione e la rappresentazione dell’idea di Medioevo, però non esiste più. O meglio, non è più il modello che la grande industria di intrattenimento tende a preferire nel momento in cui si desideri offrire al pubblico un prodotto di ambientazione medievale, medievaleggiante o fantasy. Ciò che è subentrato prepotentemente nel nostro immaginario nel corso dell’ultima decade è infatti un Medioevo che alcuni studiosi hanno definito “gritty”, un termine che, in italiano, potremmo tradurre con “crudo” o “realistico”.

Esempio evidente di questo Medioevo è la fortunatissima serie televisiva Game of Thrones, (d’ora in poi GoT), prodotta dall’emittente statunitense HBO a partire dal 2011 e tratta dalla saga di George Raymond Richard Martin A song of Ice and Fire. Chiunque abbia visto anche soli pochi minuti della serie in questione saprà sicuramente a cosa mi riferisco: le puntate infatti sono spesso connotate da una elevata presenza di crude scene di sesso e violenza, che nulla hanno a che fare con le atmosfere più rassicuranti di altri prodotti di ambientazione analoga a cui il grande pubblico era stato finora abituato.

Daenerys divora un cuore in una celebre scena della prima stagione di Games of Thrones

Ciò che mi interessa in questa sede evidenziare è che la scelta di raffigurare l’Età di Mezzo come un’epoca costellata da ingiustizie, misoginia e violenze di ogni sorta non è (o almeno, non è soltanto) stata dettata de mere motivazioni di carattere commerciale. Sebbene un certo tipo di far televisione sia ormai condiviso da molte emittenti – prima tra tutte la HBO, che produce GoT – il Medioevo “gritty” di Martin è anche e soprattutto il frutto di una precisa scelta stilistica che affonda le sue radici in un determinato modo di guardare alla storia e, in particolare, alla storia medievale.

In un’intervista rilasciata alla rivista «Rolling Stone», G.R.R. Martin, alla domanda se GoT fosse ispirata alla Guerra delle Due Rose e ai romanzi che l’hanno narrata, Martin rispondeva positivamente, ma aggiungeva che “the problem with historical fiction is that you know what it’s going to happen”. Il problema del romanzo storico è che sai già cosa succederà. Tale dichiarazione lascia intendere uno dei motivi ricorrenti nel pensiero dell’autore, cioè la convinzione di aver creato una saga non lontana dall’idea di romanzo storico, con l’innesto di pochi elementi fantasy, ambientata in un mondo parallelo ispirato a luoghi ed eventi “medievali”. È lui, infatti, ad aver paragonato la Barriera (enorme muraglia ghiacciata eretta a nord del continente di Westeros) al Vallo di Adriano, o ad aver rilasciato dichiarazioni come “I like to use history to flavour my fantasy”. Mi piace usare la storia per condire la mia fantasia. La sua opera, e in particolare la sua trasposizione televisiva, dimostra però anche e soprattutto il riflesso di secoli di interpretazioni e rielaborazioni dell’idea di Medioevo, che egli puntualmente mostra di aver assimilato o radicalmente e volontariamente rifiutato.

La serie tv Games of Thrones è basata sulla saga “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R. R. Martin

È infatti lecito chiedersi, quando Martin parla di Medioevo, esattamente, a quale Medioevo si riferisca. A riguardo può tornare utile ricordare quei “dieci modi” di sognare il Medioevo delineati da Umberto Eco nel 1983, tra i quali, a mio avviso, i due che più hanno influenzato l’immaginario di GoT sono quelli che lo scrittore definiva il modo “romantico” e quello “barbarico”.

L’idealizzazione romantica, e soprattutto la sua eco novecentesca, ha ricoperto un ruolo basilare nella formazione dell’autore, nato nel 1948, cresciuto negli anni in cui si affermava Il Signore degli Anelli (la prima edizione è del 1955) e in cui la Disney codificava il suo Medioevo grazie a lungometraggi come La Spada nella Roccia (1963). Entrambi questi poli – unitamente alla saga di Maurice Druon I Re Maledetti – sono fondamentali nella comprensione della idea di Medioevo di Martin, poiché sono i punti da cui partirà per poi distaccarsene nettamente. In particolare, la sua attenzione si concentrerà non tanto sull’opera di Tolkien, ma su quella dei suoi emuli, cioè su quel filone definito solitamente High Fantasy o Sword and Sorcery sviluppatosi in seguito alla pubblicazione della trilogia.

Gli imitatori di Tolkien avrebbero infatti la colpa di averne radicalizzato l’impostazione, rinchiudendosi in schemi che diventeranno poi tipici di buona parte del fantasy novecentesco come, ad esempio, la netta divisione tra bene e male o tra eroi e antagonisti. Per descrivere questo fenomeno, Martin parla di “Disneyland Middle Ages”, laddove il riferimento al parco divertimenti vuole polemicamente alludere alla creazione di un Medioevo falso, erede degli stereotipi vittoriani, creato per quella fetta di popolazione statunitense in cerca di punti di riferimento morali certi.

Nonostante le sue dichiarazioni di “realismo” storico assistiamo quindi in Martin non alla rappresentazione di una percezione del “vero” Medioevo, ma di un Medioevo già mediato, già filtrato attraverso precedenti rappresentazioni. Questo brutale distaccarsi di Martin dal “Disneyland Middle Ages” – un’espressione oltretutto utilizzata in modo simile da Tyson Pugh e Susan Aronstein nel loro Disney Middle Ages – ha suscitato spesso le paure di spettatori preoccupati per i propri figli o le ire dei movimenti femministi, secondo i quali le scelte di Martin, traslate in modo ancor più crudo sul piccolo schermo, sono dettate solo da ragioni di mercato o, nel caso peggiore, da posizioni maschiliste. A tali accuse l’autore ha sempre risposto di non aver fatto altro che raffigurare il “vero” Medioevo o di essere addirittura un femminista e, in merito all’elevata presenza di scene di violenza sessuale, di aver narrato non le espressioni di una sessualità contemporanea, ma di una di tipo medievale. Sembra quindi che l’ossessione per il realismo non abbia fatto altro che condurre Martin a raffigurare un Medioevo non lontano da quello di molti stereotipi.

L’attrice britannica Sophie Turner interpreta il personaggio di Sansa Stark

Emblema del travagliato passaggio da un immaginario medievale post-vittoriano ad uno “gritty” è il personaggio di Sansa Stark, incarnazione dello spettatore medio, cresciuta ascoltando le gesta dei cavalieri e poi scontratasi con la realtà della corrotta capitale del regno, Approdo del Re. È infatti proprio lei la vittima di quella violenta rieducazione dei personaggi condotta da Martin che si traduce nel passaggio da un Medioevo all’altro, dall’età infantile a quella adulta. Eloquente al riguardo è la battuta in cui l’eroina riconosce che nella vita “Non ci sono eroi. Nella vita sono i mostri a vincere”.

Nonostante il continuo richiamo al realismo, il Medioevo di GoT rimane però una anche summa di tutti i Medioevi immaginati o sognati dall’Occidente. Usando le categorie delineate da Cardini nel 1986, in GoT possiamo infatti trovare quello barbarico, colto, feudale, cittadino, nordico, mediterraneo, mistico, scettico, irreligioso, mercantile e guerriero. Realtà cronologicamente e spazialmente lontane tra loro, ma qui unite in un unico universo. In GoT non si attinge però a piene mani da topoi neomedievali solo per trasmettere una precisa idea di Medioevo, ma anche per invitare lo spettatore al paragone con la società odierna, immettendo così nella narrazione anche quel “necessario anacronismo” di cui parlava György Lukács a proposito del romanzo storico. Il realismo in Martin, secondo Elyzabeth Wawrzyniak, si delinea quindi spesso come una “coperta ideologica” che giustifica le sue scelte stilistiche e contenutistiche.

L’attore statunitense Peter Dinklage nei panni di Tyrion Lannister

Se questa operazione ha avuto successo (GoT ha battuto infatti il record di show televisivo più scaricato e piratato della storia), ciò è probabilmente dovuto a una lunga serie di fattori. Escludendo quelli più squisitamente tecnici, tra essi possiamo sicuramente annoverare il medievalismo di Martin, che sembra combaciare con la definizione di Tison Pugh e Angela Jane Weisl, che lo definiscono “a comment on the artist’s contemporary sociocultural milieu”. Un commento sull’ambiente socioculturale contemporaneo dell’artista.

Martin, narrando le vicende che si svolgono nel continente di Westeros, interagisce infatti spesso col suo pubblico e con i temi cari a quest’ultimo. Egli non si limita soltanto a sovvertire i canoni del genere, a ingannare le aspettative dei fan, a “giocare” con la nostra idea di Medioevo, ma mira anche a intrattenere un contatto stabile con la contemporaneità. Tale aspetto, senza scadere nel “presentismo”, ovvero nella tentazione di paragonare qualsiasi evento narrato con eventi o aspetti dell’attualità, merita di essere indagato sia per capire le intenzioni dell’autore, e il ruolo che il Medioevo ha nello svolgere questo ruolo, sia per studiare la ricezione e l’impatto della serie.

Nonostante infatti GoT possa sembrare “solo” una serie televisiva, essa è anche un prodotto sociale storicamente condizionato, che proietta le nostre ansie e paure in un lontano e immaginario Medioevo dipinto, in questo caso, con pretese di realismo storico. Martin, cristallizzando una versione del Medioevo che reputa verosimile, ci ha restituito uno spaccato di come l’uomo contemporaneo oggi veda e immagini l’Età di Mezzo.

La sua, così come gran parte delle produzioni audiovisive di argomento storico, è quindi quasi un’opera storiografica degna di investigazione, che conferma in un certo senso ciò che Marc Ferro sosteneva negli anni Settanta, quando affermava che l’immaginario sia “storia tanto quanto la storia”.

Riccardo Facchini www.facebook.com/MediaEvi

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Brancaleone nel racconto di Monicelli

Vittorio Gassman nei panni del Brancaleone di Monicelli (1966)

“Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio”. Brancaleone da Norcia è il più celebre personaggio del Medioevo cinematografico italiano, creato nel 1966 da Mario Monicelli con l’obiettivo di “mostrare l’altra faccia” di un’epoca colorita e stracciona, per troppo tempo mitizzata e patinata dall’epica cavalleresca.

Iniziatore di un nuovo genere cinematografico, innovatore nel modo di raccontare l’Età di Mezzo e creatore di vero e proprio vocabolario di neologismi e locuzioni, il film L’Armata Brancaleone conta tante fonti di ispirazione quanti emuli e imitatori. Poche opere cinematografiche hanno avuto altrettanta influenza nell’immaginario collettivo e nel linguaggio stesso: se il titolo del film è diventato l’antonomasia che definisce una squadra improvvisata e improbabile, le espressioni “che te ne cale?” o “mai coperto”, inventate dal regista con gli sceneggiatori Age e Scarpelli, hanno finito per entrare nel linguaggio comune.

Il successo strepitoso del film ha dato vita a un vero e proprio genere cinematografico: quello del Medioevo comico, che spazia da Superfantozzi a Quel gran pezzo dell’Ubalda fino a Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno dello stesso Monicelli. E la rilettura fresca e originale dell’Italia medievale è stata capace di travalicare lo schermo cinematografico e approdare in altri ambiti artistici, come il fumetto: basti pensare a Bellocchio e Leccamuffo di Corrado Blasetti e Giovanni Sforza Boselli, pubblicato su “Il Giornalino” a partire dal 1970.

Eppure, il padre di Brancaleone non coccolò troppo la sua illustre creatura. Artigiano austero, fino all’eccesso, Mario Monicelli – forse il più grande maestro della “commedia all’italiana”, autore di pietre miliari della cinematografia, come Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, Romanzo popolare, Un borghese piccolo piccolo, Amici miei e Il marchese del grillo – dimostrava di considerare L’Armata Brancaleone poco più che un film ben fatto e si diceva addirittura pentito di averne girato il seguito.

Chi scrive ha avuto due volte l’occasione di intervistare Monicelli, nel 2006 e nel 2009, in entrambi i casi al festival Le vie del cinema di Narni, e di farsi raccontare la genesi di questo capolavoro.

La locandina de L’Armata Brancaleone (1966)

Spiegava Monicelli: “L’Armata Brancaleone è nata dal desiderio di raccontare cosa accadeva in Italia nell’anno Mille. Il Medioevo era un periodo particolarmente barbaro: in Italia non c’era la civiltà, che in quell’epoca apparteneva solo all’Islam. E allora avevamo voglia di raccontare questo Medioevo alternativo a quello epico che ci propongono i romanzi cavallereschi di Chrétien de Troyes. Che fosse quindi una parodia, ma allo stesso tempo, una contrapposizione a quest’immagine finta di un’epoca eroica e favolosa che si vede nei kolossal hollywoodiani”.

Quindi un Medioevo straccione e fantasioso, sporco, comico, parodistico. Ma per certi versi anche più realistico, in tutta la sua violenza, miseria e crudezza. Non a caso, se il nome Brancaleone appartenne a un vero cavaliere protagonista della Disfida di Barletta (1503), la provenienza norcina del protagonista del film e il suo stemma – che rappresenta un cinghiale – evocano sapori decisamente poco aulici.

Il segreto di un’idea così geniale, raccontava Monicelli, stava innanzitutto nella capacità di copiare: “Tanto non ti inventi mai niente. Anche quando pensi di esserti inventato qualcosa, magari stai attingendo a ricordi che avevi da ragazzo, oppure a una storia che ti ha raccontato un amico e tu fai finta che sia tua. Non si inventa mai niente: uno che ha letto molto, che ha divorato romanzi e personaggi e riesce a far fruttare queste letture, sembra che abbia una grande fantasia; e invece si copia, magari inconsapevolmente, ma si copia. Io ho la fortuna di aver frequentato cinque o sei persone che avevano una sapienza letteraria straordinaria: Suso Cecchi D’Amico, Age, Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi: erano dei grandi conoscitori e riportavano tutto ciò che assumevano”.

Nello specifico – ricordava il regista – Brancaleone trae gran parte dell’ispirazione dal Morgante, il poema comico di Luigi Pulci scritto nel 1478.

Vera e propria parodia dei poemi cavallereschi, il Morgante – ambientato nella corte di Carlo Magno – racconta le peripezie di Orlando e Rinaldo in Asia e in Egitto per combattere gli infedeli, soffermandosi sulla conversione al Cristianesimo – operata dallo stesso Orlando – del gigante Morgante che diventerà suo scudiero.

Proprio come Pulci, anche Monicelli basa gran parte della comicità della sua opera sulla vivacità della lingua: un idioma immaginario, destinato a fare scuola, a cavallo tra il latino maccheronico, la lingua volgare medievale e l’espressione dialettale.

Una scena del film con il celebre cavallo, che Monicelli fece dipingere di giallo

“Quella lingua non l’abbiamo creata – spiegava Monicelli – ma desunta, rubacchiata, soprattutto da Jacopone da Todi, San Francesco e Gregorio Magno. Andavamo a pescare in molti testi medievali. E poi molto dai dialetti, di cui eravamo grandi cultori e intenditori. Pescavamo modi di dire, vocaboli dialettali, specialmente dal sud, e qualche volta, ce li siamo inventati. La verità è che il ritmo e la costruzione li prendevamo soprattutto dai testi di Jacopone da Todi e in parte anche dal Cantico delle creature, che noi dileggiavamo nel modo di parlare. Ci si divertiva a scherzare sul linguaggio – “frate sole, sora luna” – in modo goliardico”. E aggiungeva: “Ci siamo divertiti davvero tanto a scrivere la sceneggiatura. Mano a mano che andavamo avanti, quella lingua ci apparteneva sempre di più e nei tre mesi in cui abbiamo scritto il copione parlavamo sempre in quel modo tra di noi. Devo dire che non è stato il prodotto di un vero e proprio studio, ma di un grande divertimento. Soprattutto in fase di scrittura”.

Una scelta, quella dell’uso del dialetto, particolarmente anticonformista per quei tempi. “Fino al giorno prima si diceva che non bisognava parlare in dialetto. Nei film si voleva l’italiano puro. Io e i miei collaboratori, invece, eravamo sostenitori del dialetto e volevamo usare solo ed esclusivamente quello. Adesso se ne sono accorti tutti, che il dialetto è fondamentale per la lingua italiana”.

L’Armata Brancaleone fu girato nella parte centrale della penisola, che per Monicelli era “l’Italia più autentica”

Eppure fu proprio quella lingua, così astrusa, a rendere scettico il produttore. “Non è che fosse scettico, è che proprio non voleva fare il film. Anche perché, nella lettura, il copione è molto più difficile da capire. Mario Cecchi Gori quando lesse la sceneggiatura, ci disse che c’erano due cose che non gli piacevano: innanzitutto il linguaggio; che lui non capiva, anche perché era un uomo acculturato, ma non eccessivamente. Soprattutto pensava che queste cose dette sullo schermo rendessero il film incomprensibile. E poi è un film che non ha intrighi, sviluppi, non so, tradimenti, amori, ma solo una serie di vagoncini – li chiamava così – uno dietro l’altro, in un treno che non porta da nessuna parte, perché non si sa nemmeno come il film finisce. Io gli dissi: se non lo vuoi fare mi rivolgerò a qualcun altro. Quanto all’intreccio, a me non piacciono i film pieni di intrighi che poi si risolvono alla fine con la giustizia e l’amore che trionfano. A me interessa mettere in piedi personaggi e vicende uno dietro l’altro. Questo mi piace fare. Lui mi rispose: “Bene, allora io non ti pagherò. Se al film ci credi prenderai la percentuale sugli incassi”. Io accettai, e alla fine presi naturalmente più del triplo di quanto lui mi avrebbe offerto. D’altra parte c’è una specie di regola nel cinema italiano: un film che nasce faticosamente finisce bene”.

E’ vero anche che, appena uscito, il film andò, effettivamente, piuttosto male. “Fu promosso e rilanciato grazie ai ragazzini: andavano a vederlo e comprendevano benissimo quella buffa lingua. Parlo di ragazzi di dodici–tredici anni che continuavano a riempire i cinema e lo hanno trasformato in un successo”.

Un successo bissato quattro anni dopo con Brancaleone alle crociate, che si spingeva ancora più oltre nel citazionismo, riprendendo lo stilita di Simon del deserto di Luis Buñuel e addirittura la partita con la morte del Settimo Sigillo di Ingmar Bergman (con la nera falciatrice che in questo caso parlava toscano) e un cast ancora più stellare: se nel primo film ad affiancare Vittorio Gassman c’erano Gian Maria Volontè, Catherine Spaak ed Enrico Maria Salerno, stavolta della squadra fecero parte Adolfo Celi, Stefania Sandrelli, Lino Toffolo, Paolo Villaggio e Gigi Proietti.

“Non volevo girarlo, e infatti sarebbe stato meglio che non l’avessi fatto” commentava Monicelli. Per lui, il film, “sì, era bello, ma un po’ di riporto. E poi quando arrivi per secondo arrivi secondo. Il seguito, anche se è bello come il primo, ha un difetto: che arriva secondo. Come alle corse: il secondo può anche essere più bravo del primo, però è arrivato secondo. Io – anche se ne ho girati due – ai seguiti non ci credo. Ma ci crede il produttore, che ci guadagna molto perché dopo il successo del primo trova tutte le porte già aperte, i privilegi, l’esercente pronto ad accoglierlo. Ma il regista no, perché il regista arriva sempre secondo. Era meglio il primo, ti dicono tutti”.

Tornando all’Armata Brancaleone, Monicelli aveva bellissimi ricordi delle riprese: “L’Italia centrale è, come sempre, la vera Italia. L’Italia non è né il Piemonte – come credevano i piemontesi – né Napoli. L’Italia vera è quella centrale: Toscana, Marche, Umbria e Abruzzo. Qui è avvenuto tutto quello che serviva all’Italia. E’ l’Italia migliore, quella più autentica. L’abbiamo girato tutto qui, il film”.

Mario Monicelli con Vittorio Gassman durante le riprese del film

Il personaggio di Brancaleone da Norcia era stato cucito su misura per Vittorio Gassman: “L’avevo scelto io per quello che era stato il suo primo ruolo comico perché lo conoscevo fuori dal set. Era una persona molto divertente, simpatica, spiritosa, che sapeva cogliere gli aspetti umoristici della vita. E allora mi domandavo: come mai un attore con queste qualità e questa formazione deve fare sempre i drammi, i Re Lear, gli Amleti? Così gli ho proposto una parte comica, e ha avuto il successo che meritava”. “Con Gassman – spiegava Monicelli – avevamo un rapporto di grande familiarità e amicizia e devo dire che ha sempre risposto a quello che gli chiedevo in maniera che mi ha molto favorito. Per cui se io ho una certa notorietà lo devo in gran parte a lui”.

Il resto del cast de L’Armata Brancaleone fu invece scelto gradualmente, cercando gli attori che potessero essere adatti per i personaggi. “I risultati non sono stati sempre buoni: Gian Maria Volonté, ad esempio, non era assolutamente adatto per la parte del bizantino. Io non lo volevo, l’ha voluto Cecchi Gori, che con lui aveva fatto i film di Leone. Io invece avevo proposto la parte a Raimondo Vianello, che però rifiutò categoricamente, e anzi, devo dire che mi trattò anche piuttosto male. Questo perché lui aveva un forte rancore nei confronti del cinema, che lo aveva dimenticato. In televisione formava una coppia comica grandiosa con Ugo Tognazzi, ma Tognazzi è stato preso dal cinema e trasformato in una grande star, mentre Vianello è stato completamente abbandonato. E’ un vero peccato perché avrebbe potuto dare molto e sicuramente avrebbe reso il personaggio del bizantino meglio di Volonté che – anche fisicamente – non era assolutamente adatto alla parte”.

Uno dei personaggi del film che rimangono più nella memoria dello spettatore è il cavallo Aquilante. Una leggenda metropolitana vuole che in realtà sia stata una cavalla. Monicelli spiegava: “In verità, non mi sono mai interessato al sesso del cavallo. Volevo però che avesse questo colore giallino, umile, ispirandomi al prototipo del cavallo di Sancho Panza. L’abbiamo tinto di giallo e gli abbiamo messo una gualdrappa che era una retina miserabile. Il sesso francamente non l’ho guardato”. “E sinceramente – concluse con il solito sarcasmo il grande maestro del cinema, scomparso a 95 anni nel 2010 – credo che anche se lo avessi guardato non avrei saputo riconoscerlo”.

Arnaldo Casali

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