Category Archives: Castelli

Le meraviglie del Castello di Sorbello

Il castello di Sorbello è una maestosa dimora eretta a partire dal X° secolo dalla famiglia dei Marchesi del Monte Santa Maria (da loro stessi rinominata in seguito Bourbon del Monte) su un’altura nella valle del torrente Niccone (affluente del Tevere) in un territorio a cavallo tra Umbria e Toscana.

Queste zone sono sempre state di confine e quindi luoghi di passaggio, ma anche di scontro tra città e stati. Per garantire la sicurezza propria e delle popolazioni locali i Marchesi del Monte edificarono numerosi castelli in tutta l’alta valle del Tevere e nelle zone limitrofe. Alcuni di questi edifici rimasero esclusivamente luoghi di difesa; altri, come Sorbello, assunsero con il tempo un ruolo di centro economico e di potere che preservarono fino al XIX° secolo.

Alle sue origini Sorbello era un luogo fortificato con funzioni di supporto difensivo al Castello di Civitella dei Marchesi (distrutto nel 1416 nei contrasti tra la famiglia e Città di Castello). Dal versante nord-est è visibile parte della sua struttura più antica, con l’ingresso originale ad un’altezza di un paio di metri superiore al livello attuale del terreno. Da qui si accede ancora oggi all’antico cortile con il pozzo ed il mastio che domina sulla parte medievale dell’edificio. Sopra l’ingresso sono visibili, sulla parete esterna, i supporti in pietra della gogna utilizzata per esporre i condannati in luogo visibile a tutta la valle.

Nel Quattrocento il marchese Cerbone, per risolvere problemi dinastici e divenire marchese del Monte Santa Maria, sterminò tutti i discendenti degli altri rami della famiglia e decise di dividere i suoi domini con il fratello Ludovico. Quest’ultimo scelse Sorbello come propria fissa dimora divenendo il primo Bourbon del Monte a vivere in modo stabile nel castello.Da lui discese il ramo marchionale di Sorbello che con il figlio Giovanni Matteo, ottenne l’investitura imperiale del feudo che da allora il feudo fu governato in autonomia fino al 1819.

Il ruolo di centro di uno stato indipendente ha comportato le trasformazioni che dal finire del ‘400 hanno reso il castello un luogo di rappresentanza per la famiglia Sorbello. Ai piccoli locali di una rocca medievale si affiancarono grandi saloni, decorati poi tra il Cinquecento e il Seicento. Questa maestosità dei nuovi salotti e sale da ricevimento era diretta ad impressionare gli ospiti che venivano in rappresentanza del Granduca di Toscana o dello Stato Pontificio. La struttura venne più che raddoppiata abbattendo con ogni probabilità un paio di torri sul versante sud-ovest e creando al loro posto un nuovo, ampio cortile.

Questo castello, a differenza di molte dimore dello stesso tipo, è sempre stato abitato e mantenuto vivo dalla famiglia Bourbon del Monte e dai suoi discendenti. E non è mai stato conquistato nel corso delle pur numerose guerre di età medievale e comunale.

Ne consegue che le modifiche apportate alla struttura si sono realizzate per sovrapposizione, senza eliminare le caratteristiche essenziali delle epoche precedenti ed ancora oggi un occhio attento può riconoscere le diverse fasi in cui sono state realizzate.

Tra Seicento e Settecento, quando la funzione difensiva stava perdendo di importanza, si pensò addirittura di trasformarlo in villa per adeguarsi alle mode dell’epoca. Venne allora abbattuta una parte del muro di cinta esterno per creare un accesso dal lato posteriore che nascondesse le antiche torri. Per fortuna questo progetto venne abbandonato dalla famiglia quando si decise la costruzione della villa del Pischiello sul lago Trasimeno.Tra le sale più interessanti spicca la cosiddetta “Sala del Trono”, dove il marchese reggente esercitava la giustizia e riceveva gli ospiti di riguardo. È alta più di undici metri; nel Seicento fu decorata con colonne in affresco e dotata di un antico orologio con quadrante a sei ore.

La scala di accesso al piano nobile è di fattura seicentesca e sostituì le precedenti scale più piccole e consone ad una rocca medievale. Sono stati conservati in una lunetta due scalini dell’antica scala che conduceva direttamente alla Sala del Trono. La tradizione familiare vuole che questa scala sparita sia ancora oggi utilizzata ogni 19 di luglio dal fantasma di Battistello che viene sempre atteso con trepidazione.

L’attuale chiesa del castello è di impostazione settecentesca come dimostrano le decorazioni decisamente legate all’epoca. La realizzazione della chiesa attesta di un periodo fra Seicento e Settecento di relativa prosperità e di incremento demografico della comunità. Anche i casali colonici della tenuta circostante testimoniano ampliamenti e costruzioni riferibili a quel periodo.

I Sorbello nel Settecento si erano fortemente legati alla corte Savoia e numerosi esponenti della famiglia ebbero ruoli militari o amministrativi nell’ambito dello stato sabaudo. Tant’è che il marchese Carlo Emanuele di Sorbello, nato nel 1800, venne così chiamato perché tenuto a battesimo da Carlo Emanuele di Savoia. La famiglia era politicamente favorevole all’espansione del Piemonte ed all’unificazione italiana sotto Vittorio Emanuele e sosteneva le posizioni anti pontificie.

Durante il Risorgimento i patrioti perugini perseguitati (tra cui anche il primo sindaco di Perugia Danzetta), si rifugiarono a Sorbello, protetti dal marchese Carlo Emanuele.

Con la fine del feudo la grande costruzione fu utilizzata a beneficio dell’azienda agricola che circondava la struttura come luogo di immagazzinamento e stoccaggio dei prodotti e anche come sede delle botteghe artigiane a servizio dell’azienda.

VISITE GUIDATE AL CASTELLO DI SORBELLOIl castello è ricco di storia e di aneddoti legati alla famiglia che lo abita: grazie alla Fondazione Ranieri di Sorbello è oggi visitabile su prenotazione per gruppi guidati interessati a scoprire il fascino del luogo e vivere l’atmosfera di epoche passate.

In questo periodo, nel rispetto delle normative di sicurezza, sarà possibile visitare il Castello di Sorbello in piccoli gruppi: – tutti i giorni fino a venerdì 14 agosto – lunedì 17 agosto – venerdì 21 agosto – da giovedì 27 agosto a domenica 13 settembre Le visite dovranno essere obbligatoriamente prenotate almeno tre giorni prima e partiranno al raggiungimento di un numero minimo di visitatori prenotati. Durante la visita dovrà essere obbligatoriamente indossata la mascherina e dovranno essere rispettate le regole di distanziamento personale.

Per informazioni e prenotazioni: Tel: 339 2222833 – 393 8030024 – 075 5732775 dal lunedì al giovedì (10.00 – 13.00 e 15.00 -17.00 ) E-mail: promoter@fondazioneranieri.org

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Castel del Monte, oltre gli stereotipi

Numerosi interrogativi si affollano intorno a Castel del Monte, edificato per ordine di Federico II di Svevia intorno al 1240 su un banco roccioso dell’altopiano delle Murge occidentali, in Puglia, a 18 chilometri dalla città di Andria.

Perché fu costruito su quella collina? Era un edificio completamente isolato, privo di difese e inabitabile? Perché fu scelta la pianta ottagonale? Ma, soprattutto, cos’è Castel del Monte? Era veramente un castello o, come si continua da affermare da più parti, un tempio, uno scrigno esoterico, un osservatorio astronomico, un hammam?

Il volume “Castel del Monte. La storia e il mito” di Massimiliano Ambruoso (Edipuglia) offre convincenti risposte a questi quesiti ripercorrendo la storia di Castel del Monte sulla base di quanto si evince dall’analisi delle fonti medievali, dalla lettura delle descrizioni effettuate dai viaggiatori dei secoli passati, dallo studio del monumento, in un serrato confronto con gli altri castelli edificati da Federico II e alla luce della vasta storiografia sull’argomento.

Al termine di questo percorso attraverso le fonti, il “castello” Castel del Monte si riappropria della sua originaria identità. In un continuo rimbalzo dalla storia al mito e dal mito alla storia emergono tutti i limiti di letture “alternative” inverosimili e incongrue, risultato e al tempo stesso punto di partenza di un insieme di luoghi comuni penetrati a fondo nell’odierna cultura di massa.

Non vi è opera di divulgazione sull’argomento che non introduca un elemento di mistero: incomprensibile, si dice, appare la dislocazione degli ambienti, poco funzionale per un loro utilizzo pratico, ma la cui fruizione sarebbe giustificabile solo immaginando percorsi iniziatici per fantomatici cavalieri; misteriosa la pianta ottagonale di questo edificio, le cui presunte coincidenze numeriche, geometriche e astronomiche alimentano congetture che conducono inevitabilmente a interpretazioni esoteriche prive di qualsiasi aggancio con la realtà storica; oscuro sarebbe il luogo ove sorge, quella collina ritenuta erroneamente isolata e lontana da ogni contatto con il mondo esterno, e dove si doveva giungere sempre e solo all’alba con un percorso di avvicinamento ritenuto anch’esso un itinerario iniziatico.

L’analisi storica, autentico asse portante del volume, sfata questi e altri stereotipi e si pone come un baluardo insostituibile contro le storture e le deformazioni del mito che ha avvolto Castel del Monte, stravolgendone nel sentire comune l’identità, le origini e le funzioni.

Al termine di una esauriente trattazione, volta a dimostrare, attraverso l’utilizzo delle fonti storiche, come Castel del Monte altro non sia se non un castello a tutti gli effetti, emerge chiaramente come il gioiello dell’architettura federiciana rappresenti un esempio paradigmatico di quel “Medioevo immaginato” e reinventato dalla nostra società contemporanea.

L’intento dello studio proposto è quello di restituire Castel del Monte alla sua storia, reagendo alla tentazione esoterica e alle mistificazioni per riportare la ricerca a un minimo di rigore scientifico.

La presentazione del libro è firmata da Franco Cardini. La prefazione è di Francesco Violante. La stampa è di Edipuglia (www.edipuglia.it).

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Il cassero e la sicurezza in città

La riproduzione di un affresco di Benedetto Bonfigli che mostra le mura difensive della città di Perugia accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Un giorno nel Medioevo. la vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV”, aperta fino al 6 gennaio 2019 a Gubbio (Logge dei tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri)

La città medioevale «si presentava chiusa nelle sue mura, con una figura ben definita, sormontata da innumerevoli torri». A Perugia le torri erano più di settanta e il profilo della città era delimitato da «cinque bracci o dita», dal centro concentrico ai «borghi radiali determinati dagli assi viari che li attraversavano», nei quali si insinuavano, fino a ridosso delle mura, le coltivazioni e le abitazioni dei popolani.

Già nell’XI secolo lo spazio all’interno delle mura etrusche era esaurito sia per lo sviluppo demografico sia per l’ingresso in città della “gente nuova” che «si stabilisce in genere alla periferia delle città o si affolla in zone abbandonate o disdegnate dai cittadini di vecchia data e ancor più dalle famiglie dell’aristocrazia consolare», ma non dai «canonici della cattedrale e i monaci di San Pietro, che possiedono quasi tutte le terre su entrambi i lati di questi due assi, vi facilitano l’insediamento dei loro ex contadini, livellari, affittuari ed enfiteuti del contado».

Nei secoli XII e XIII i cinque rioni cittadini appaiono strutturati e la barriera costituita dalla «cinta romana» viene distrutta e «si procede alla costruzione della cinta nuova, che incorpora alla città i sobborghi». La Chiesa attesta la situazione con la creazione di nuove parrocchie e consentendo l’insediamento degli ordini mendicanti e monasteri femminili. Tra la “gens nova” e i vecchi cittadini c’è ancora una separazione di censo e di interessi, testimoniata da un atto dell’11 luglio del 1223 con il quale i milites e i pedites addivengono ad un accordo che contempla l’abbattimento di opere difensive abusive realizzate dai popolani a ridosso delle mura sulle terre dei nobili. Le differenze tra la “terra vecchia” e la “terra nuova” trova conferma anche nel racconto di Pellini riguardo le porte dei sobborghi che «restarono chiuse la notte fino al 1276, quando gli abitanti di Porta Sole ottennero dalle autorità che rinunciassero a tale uso “non convenevole alla loro fedeltà”, seguiti ben presto dagli abitanti degli altri sobborghi». «Si tratta, più precisamente, di fatti accaduti nel 1266. Malcontento e sorda opposizione alla politica del Comune cominciarono a notarsi tra gli abitanti di Porta San Pietro a causa del regime poliziesco messo in atto dai custodi delle porte. Ma una notte dei primi di luglio le porte furono abbattute e asportate da ignoti». Il nuovo status quo è testimoniato da un documento del 1306 con il quale il Consiglio dei Priori stabilisce che il contado inizia oltre le porte dei borghi.

La fedele riproduzione del Cassaero di Porta Sant’Angelo (Perugia) nel plastico di proprietà del Comune cittadino è in mostra nella sezione “Uno spazio difeso” della mostra

Il Cassero di Porta Sant’Angelo si inserisce in questo contesto di cambiamento sociale, demografico e cittadino ed è una delle porte cittadine costruita a partire dal XIV secolo come margine difensivo del confine settentrionale della città. Nel 1327 «se comencava a cavare egl fondamenta degl mura del borgo de la Concha … a la porta degl dicte mura enlla strada da sancto Matheo». La nascita della porta del Cassero è strettamente connessa con lo sviluppo della zona di porta Conca e con «la necessità di una nuova parrocchia, lavoro e occupazione per la gente, costruzione di un grande tratto di muro a mo’ di recinzione della nuova area abitata». Furono i «signori priori e camerlinghi» a decidere di »circondare di muro molte habitationi fatte di nuovo verso la regione, e parte volta a settentrione, e di farvi una porta, che riuscisse per la dritta a San Matteo. E fu cominciata una tela di muro della Porta, hoggi detta di Sant’Angelo» e chiamarono «come architetto di quest’opra, e della bella Porta che hoggi si vede, un certo mastro Ambrogio». Il tal “mastro” nominato dal Crispolti è Ambrogio Maitani al servizio del Comune di Perugia in quel periodo per fortificazioni e autore delle decorazioni del duomo di Orvieto.

Porta o Cassero di Sant’Angelo è la denominazione che deriva dal vicino tempio dedicato a San Michele Arcangelo, ma in passato era anche chiamata porta degli Armeni per la vicinanza del monastero di San Matteo degli Armeni dei monaci basiliani: in un documento del 1272 il locus viene ceduto ai frati che già dimoravano in San Matteo. Il documento lascia intuire che una chiesa, o una costruzione, esista già. Un anno dopo si procede alla consacrazione della chiesa e i frati chiedono al Comune un aiuto per sostenere le spese della cerimonia. Il Comune accetta di buon grado, dimostrando una insospettata sensibilità. Nel primo decennio del ‘300 si erige una nuova chiesa che ottiene l’indulgenza da Clemente V e si parla di ordine di San Basilio. Un dato interessante è costituito dai lasciti testamentari, che testimoniano come la comunità fosse entrata nel cuore della gente.

Nei Consigli e riformanze del 1273 e negli Statuti del 1295 si fa menzione di una porta difensiva preeistente, ma spostata più in basso, verso la città. L’importanza della torre per il controllo del territorio esterno e di quello interno, del rione stesso, «la mostrarono i borghigiani di porta S. Angelo, i quali non solamente non vollero pagare, ma nemmeno far le guardie, e tostoché ebbero lingua che i Baglioni volevano occupare la torre di S. Angelo, se ne impossessarono essi stessi, né vi fu modo di farla restituire, se non al legato». Per il mantenimento del Cassero erano «destinati 70 fiorini d’oro annui», una guarnigione stabile, «comodità di acque» tale da renderlo «inespugnabile per battaglie di mano onde nelle guerre civili dalle quali fu in vari tempi molestata Perugia, si tenne gran conto della signoria di questa rocca, e vi furono eseguiti molti combattimenti».

Il Cassero com’è oggi, all’ingresso nord del centro storico di Perugia

La costruzione del Cassero richiese molto tempo e la necessità di tale costruzione è testimoniata da una delibera degli organi comunali del 1342 con la quale si stabilisce «che per l’honore, stato e utilità de la cità predicta e deglie borghe d’essa se mure et alzese el muro el quale apresso e longo la porta nuova del borgo overo del soborgo de porta Sant’Angnolo, cioè da la dicta porta enfine a la turre la quale è socto essa porta apresso la strada per la quale se va al monasterio del le donne de Sancto Francesco, quactro overo cinque canne de muro a le spese del comuno de Peroscia, quando parrà aglie segnore priore de l’arte».

La torre fu ingrandita da Gherardo de Puy, abate del monastero maggiore di Cluny, detto il Monmaggiore, nel 1372 e nuovamente rimaneggiata da da Fioravante Fioravanti tra il 1416 e il 1424 su ordine di Braccio Fortebracci, «ma il Cassero o torre o fortificazioni che sopra ai fianchi si veggono della medesima, sappiamo che s’incominciarono a costruire il 24 luglio 1479. cospicua e ben munita è l’alta sua torre quadrata che nei trapassati secoli ebbe continuamente un presidio». Le stratificazioni dei tre diversi interventi costruttivi si notano benissimo nella sagoma della torre e al suo interno: per lo strato inferiore venne utilizzata la locale arenaria lavorata a piccole bugne, seguita da inserti in pietra calcarea e dal laterizio per la volta. Nei piedritti si vede ancora la scanalatura della porta a saracinesca.

Sul finire del XV secolo le torri di Perugia apparivano «logore, scassinate e crollanti». Molte vennero buttate giù e sacceggiate dei materiali. La salvezza del Cassero si deve all’intervento di papa Sisto IV al quale «parea bello il conservare quegli scheletri di animali feroci, nel 1476 fulminò scomunica e pena di cinquanta ducati contro chi le demolisse; ma non potè far sì che a’ nostri tempi più di tre ne restassero, quelle del campanile del Palazzo e della Porta Sant’Angelo, e quella degli Scalzi, detta ancora degli Sciri dal nome della nobile famiglia estinta che la possedeva».

Umberto Maiorca

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La corona dei sette castelli

Il borgo di Rotecastello, cioè “ruota-castello”, prende il nome dalla struttura fortificata a forma di ruota, di cui è visibile la torre principale (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Sette come i colli di Roma, come le meraviglie del mondo, come i giorni della settimana: Rotecastello, San Vito in Monte, Pornello, Ripalvella, Poggio Aquilone, Civitella dei Conti e Collelungo. Sono i castelli che fanno da corona a San Venanzo: custodi di una memoria che affonda le sue radici nella notte dei tempi, capace di richiamare culti antichi, cospirazioni, miracoli, e persino fantasmi e tesori nascosti.

L’infinità di reperti archeologici distribuiti lungo il percorso, testimonia la presenza degli Etruschi prima e dei Romani poi. Le fortificazioni iniziano invece ad essere realizzate al tempo delle invasioni barbariche. Cambieranno più volte padrone, sempre al centro delle guerre di confine fra i Comuni di Orvieto, Perugia e Todi. Poco fuori l’abitato di San Venanzo sorgeva l’Ospedaletto, antico ricovero per pellegrini sorto nel Medioevo sul tracciato dell’antica strada etrusca e che diede poi il nome ad un agglomerato di poche case.

A tre chilometri a sud ovest dal capoluogo appare Rotecastello, ovvero “ruota-castello”. Prende il nome dalla struttura fortificata a forma di ruota, di cui ancora visibile la torre principale: si dice che fosse la prigione e anche il luogo delle esecuzioni dei condannati, che venivano fatti salire fino in cima e poi lanciati verso un fondo armato di pali acuminati. Rimasto sempre legato a Orvieto – che gli concesse gli statuti nel 1502 – ancora oggi il borgo celebra il suo glorioso passato con la manifestazione “Agosto in Medioevo”.

Ben più tormentata è la storia di San Vito, castello edificato, distrutto e ricostruito diverse volte nei corso dei secoli. Abitato sin dal paleolitico, conserva le più antiche tracce della presenza dell’uomo nell’Italia centrale. Il suo nome originario era “Baccano” perché, trovandosi lungo il tragitto che collegava Perugia a Orvieto, era sede di un osteria dove i viandanti – godendosi il riposo e il buon vino – facevano baldoria durante le lunghe notti di inverno. Il nome attuale deriva invece da una leggenda secondo cui nel borgo avrebbe soggiornato il santo siciliano Vito.

San Vito ha due agglomerati urbani, a valle e a monte (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Oggi il paese è diviso in due agglomerati di case: uno a valle – San Vito in Monte – e uno in alto, San Vito Castello: una terrazza a 620 metri di altezza dal quale si gode un panorama che permette di precipitare lo sguardo sui territori di cinque regioni: dall’altopiano Alfino all’Amiata, dal Monte Nerone ai Sibillini e dal Gran Sasso ai Vulsini, passando per il massiccio del Terminillo. La località è famosa per le acque ferruginose della sorgente dell’Acquaforte, utilizzate anche da personaggi illustri come papa Leone XIII, che quando era arcivescovo di Perugia veniva qui a “ritemprare nell’aria e nell’acqua la sua vita”.

Ormai quasi del tutto abbandonato, il castello di Pornello è citato dalle cronache sin dal 1137 e deve il suo nome al fatto che il luogo dove sorge era ricco di pruni. Possedimento dei Bulgarelli, nel 1317 fu assegnato in perpetuo alla Chiesa orvietana. Nel 1380 fu teatro di una battaglia che diede origine a una suggestiva leggenda: Berardo Monaldeschi aveva assalito e saccheggiato Orvieto e si stava dirigendo verso Perugia, quando – proprio nei pressi del castello – era stato sorpreso dalle milizie del conte Ugolino di Montemarte. Del tesoro trasportato non si ebbe più alcuna notizia: secondo la fantasia popolare si trova ancora nascosto da qualche parte, nei dintorni del borgo.

Arrampicato a 295 metri sulla sommità di una collina di marmo e calcare che domina il corso del torrente Fersinone, il minuscolo Poggio Aquilone oggi è occupato da appena 78 abitanti. In un primo tempo si chiamava semplicemente Poggio, ma nel 1312 Arrigo VII di Lussemburgo, alleato di Todi, dopo aver saccheggiato Marsciano dimorò qualche giorno nel Palazzo del Castello e concesse alla città il privilegio di poter inserire nello stemma l’Aquila nera incoronata sopra uno scudo d’oro, aggiungendo così la seconda parte al nome del borgo. Nel 1422 il castello ottenne gli Statuti da Ranuccio il Vecchio, umanista e uomo d’armi al servizio di Venezia. La moglie Todeschina, figlia del Gattamelata, lo amministrò per conto del marito lontano.

Civitella dei Conti, villa fortificata del Trecento, divenne proprietà dei conti di Marsciano, dai quali prende il nome (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Proprio di fronte a Poggio Aquilone si affaccia Civitella dei Conti, villa fortificata nel XIV secolo della quale è oggi possibile ammirare il torrione, le mura perimetrali, la chiesetta e le carceri sotterranee. Recenti campagne di scavi archeologici hanno riportato alla luce testimonianze di civiltà dell’Età del ferro e di epoca etrusca e si suppone che nell’area fosse esistito un tempio pagano, ipotesi incoraggiata dalla presenza di una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, che svolgeva in qualche modo il ruolo di “esorcista” nei luoghi degli antichi culti. “Civitella della Montagna” – questo il nome originale – era passata attraverso molte mani prima di diventare proprietà dei Conti di Marsciano, da cui assunse il nuovo nome. Per secoli è stata contesa tra Perugia e Orvieto e oggi è una proprietà privata.

Eretto anch’esso sui resti di una villa romana, il castello di Collelungo ospita uno dei principali centri religiosi del territorio: la chiesa parrocchiale è infatti il santuario della Madonna della Luce, sorto intorno a un affresco del XIII secolo attribuito a Pietro di Nicola di Orvieto, rimasto nascosto per secoli, nella vecchia chiesa, da uno strato di intonaco che cadde il 24 aprile 1827 durante il rientro di una processione: un evento giudicato miracoloso tanto da attirare da due secoli ammalati, pellegrini e curiosi. Tra i suoi devoti più illustri anche papa Paolo VI, che nel secondo dopoguerra fu ospite a Collelungo della famiglia dei Conti Righetti-Faina.

Il castello ospita anche una cantina rinomata sin dall’Ottocento, che utilizza i sotterranei per l’affinamento dei vini: qui le botti stazionano nelle gallerie lunghe ben 150 metri in un suggestivo percorso tra archi e passaggi segreti, utilizzato anche da Imperia di Montemarte, moglie del signore di Collelungo Corrado Monaldeschi, per allontanarsi di notte dal palazzo e incontrarsi con l’amante. Quando la sventurata venne scoperta fu uccisa dal marito. E da allora diventò, secondo la leggenda, un fantasma che ancora oggi si aggira tra i boschi nelle notti ventose a cavallo di un destriero, invocando il nome del suo perduto amore.

Arnaldo Casali Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

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Il castello cataro di Queribus

Le prime fonti a citare la fortezza di Queribus risalgono al 1020

Il castello di Queribus, situato su uno sperone roccioso a 728 metri di altezza, è un vero “nido d’aquila” sulla catena dei Corbières Orientali, nella regione dell’Aude (Francia meridionale); dalla sua posizione è possibile dominare l’intera pianura del Rossiglione, dai Corbières ai Pirenei e dal mare alla regione del Fénouillède.

Tutta l’area del castello è percorsa da camminamenti a gradini che collegano le tre cinte murarie, situate a livelli differenti, le quali rafforzano la protezione naturale della fortezza; numerose sono le cisterne che, raccogliendo l’acqua piovana, costituivano l’unica forma di approvvigionamento idrico per la guarnigione.

Le cortine difensive presentano varie feritoie e cannoniere, in particolare la seconda cinta orientata a controllo del sottostante passo del Grau de Maury (432 metri).

Il castello si trova nel comune di Cucugnan, nella regione della Linguadoca-Rossiglione, in Francia meridionale

A predominio della fortificazione è situata un’imponente torre poligonale, il donjon, probabilmente del XIII secolo, con una base muraria di circa quattro metri di spessore. Ospita al suo interno la famosa “sala del pilastro”, un ambiente quadrato così chiamato da un pilastro cilindrico che sostiene una crociera a ogiva, le cui nervature poggiano su piccole mensole di forma piramidale; la sala prende luce da una grande finestra con modanatura a croce. L’ingresso è difeso da una caditoia e controllato da una torre quadrata, collocata sul lato destro, al cui interno è ricavata una scala a chiocciola. Il castello di Queribus viene citato per la prima volta, come «Popia Cherbucio», nel testamento di Bernard Taillefer, conte di Besalù, nel 1020. Nel 1117 appartiene ai contadi di Barcellona, Besalù, Cerdagna e Provenza.

Nel castello sono presenti varie cisterne: posta in cima a un cucuzzolo roccioso, l’unico approvvigionamneto idrico possibile era infatti l’acqua piovana

Ramiro II di Aragona lo acquisisce per matrimonio nel 1137 e successivamente lo annette al regno di Aragona quando questo verrà costituito nel 1162. Dieci anni più tardi, figura tra i possessi della conte del Rossiglione e successivamente, sul finire del XII secolo, tra quelli della contea di Fénouillède e del viscontado di Narbona, a opera di Pedro II il Cattolico, re di Aragona.

Nel periodo della persecuzione contro i Catari (la cosiddetta “Crociata albigese”, 1209-1255), Queribus venne coinvolto solo nella seconda parte, nella cosiddetta “crociata reale”, iniziata nel 1216 da Luigi VIII, re di Francia (morto nel 1226), e proseguita dal figlio Luigi IX.

In quegli anni signore di Queribus era Chabert de Barberà, un “faidit” (appellativo dei signori occitani che professavano la fede catara) ribelle alla conquista francese, che fece del suo castello un rifugio di eretici: nel 1241 vi morì il vescovo cataro di Razès, Benoit de Termes, che nel 1207 aveva partecipato al grande contraddittorio nel castello di Pamiers tra i “perfetti” catari e la delegazione cattolica guidata da San Domenico Guzman.

Nel 1254 Luigi IX ordinò al siniscalco di Carcassonne, Pierre d’Autel, di conquistare il castello di Queribus che resistette per un anno sotto la guida di Chabert de Barberà. Purtroppo quest’ultimo cadde vittima di un tranello ordito dal suo vecchio amico Olivier de Termes (parente del vescovo Benoit), il quale lo consegnò ai soldati del re di Francia, dopo averlo tenuto prigioniero nel castello di Aguilar.

La grande sala interna con volta ogivale è alta 7 metri

Chabert de Barberà, a questo punto, negoziò la sua libertà in cambio della resa di Queribus, che fu occupato dai francesi nel maggio del 1255. Questo castello quindi fu l’ultima fortezza catara a cedere ai crociati e non, come normalmente si afferma, quella di Montsegur che venne conquistata nel 1244.

Con il “Trattato di Corbeil” del 1258 venne fissata la frontiera tra Francia ed Aragona lungo la linea montuosa dei Corbières, vicino al castello di Queribus, che venne occupato da un castellano nominato dal siniscalco di Carcassonne; il primo, nel 1259, fu Nicolàs de Navarra.

Quasi tutte le fortezze catare, trovandosi al confine tra il regno di Aragona e quello di Francia, furono utilizzate da quest’ultimo per il controllo della frontiera meridionale. Queribus divenne così una piazzaforte importante nel dispositivo di difesa francese dipendente da Carcassonne, comprendente altri quattro fortezze catare: Aguilar, Peyrepertuse, Puillorenç e Termes (i cosiddetti “cinque figli di Carcassonne”). Il castello venne ampliato e rafforzato proprio in funzione di controllo della frontiera con l’Aragona, e infatti nel 1473 sarà assediato e conquistato dagli Aragonesi.

Solo nel 1659, con il “Trattato dei Pirenei” che spostava la linea di confine tra Francia e Spagna lungo la catena dei Pirenei, Queribus perse la sua importanza strategica, anche se ospiterà una piccola guarnigione per diversi anni; progressivamente però verrà abbandonato dai soldati e occupato da bande di fuorilegge che ne faranno un sicuro rifugio, vista l’imprendibilità dal luogo.

Dal 1907 è classificato tra i “Monuments Historiques de France” e, insieme al vicino villaggio di Cucugnan, gode del beneficio di “luogo protetto”, in base alla legge sui siti storici del 1943. Nel 1951 hanno avuto inizi i primi lavori di rinnovamento e consolidamento, che sono proseguiti negli anni successivi fino ad arrivare, tra gli anni 1998 e 2002, al completo restauro e all’apertura al pubblico.

Enzo Valentini

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Castel dell’Ovo, un simbolo

Castel dell’Ovo sorge su un antico isolotto formato da due scogli uniti da un arco naturale. Da secoli è stato collegato alla terraferma da un corridoio, che ora è il bel viale di ingresso al castello.

Sorretto da un uovo nascosto nelle sue segrete, sorge da un unico blocco di tufo su un’isola che non c’è.

Castel dell’Ovo è a guardia del golfo di Napoli da oltre un millennio, baluardo tra la potenza del mare e quella del fuoco, acquattato sotto il vulcano alle sue spalle.

Luogo leggendario, raffinata villa luculliana, carcere, monastero, fortezza e sede di talismani alchemici, la cittadella murata è anche e soprattutto un simbolo. Che si è evoluto nel tempo e che ogni volta è diventato emblema di un’epoca.

Nell’Antichità rappresentò il mito. Incarnato dalla sirena Partenope, che per il rifiuto di Ulisse si lasciò spiaggiare morente sulla rena di Megaride, piccola isola di due scogli gemelli che diverrà il basamento del castello. L’antichissimo culto, nato nella Grecia orientale approdò così sulla costa tirrenica. La sirena trovò sepoltura nell’isola e genti cumane la colonizzarono. Per fondare, sulle alture di Pizzo Falcone e Monte Echia, il primo nucleo di Partenope, la città antica riemersa nel 1949 con gli scavi di Via Nicotera. Era il VII secolo a.C.

In epoca romana divenne l’emblema dei fasti aristocratici della repubblica. Neapolis, la città nuova costruita a valle di Partenope dal IV secolo a.C. e annessa a Roma dal 326 a.C., piacque a Lucullo (117-56 a.C.). Il console, passato alla storia per i deliziosi convivi e i sollazzi gastronomici, apprezzò in particolare quei due scogli al centro del golfo e ne fece le fondamenta di una splendida villa. Megaride smise allora di essere un’isola. Un corridoio la collegò alla terraferma dove eleganti giardini, che si estendevano fino a Pizzo Falcone e Monte Echia, videro fiorire per la prima volta in Europa ciliegi e peschi importati dalla Persia. Plutarco ricorda i celebri banchetti: “Vi erano d’obbligo, come antipasti, frutti di mare, uccellini di nido con asparagi, pasticcio d’ostrica, scampi. Poi veniva il pranzo vero e proprio: petti di porchetta, pesce, anatra, lepre, pavoni di Samo, pernici di Frigia, morene di Gabes, storione di Rodi. E formaggi, e dolci, e vini”. I cibi erano serviti nella dimora sul golfo al bordo di laghetti pullulanti di pesci e lungo moli che si protendevano sul mare. Lucullo portò nella villa anche collezioni di monete, quadri e sculture raccolte nei suoi numerosi viaggi e costruì una grandiosa biblioteca che contava un numero incredibile di manoscritti ed era aperta a tutti. Megaride divenne un raffinato centro di incontro di studiosi e letterati.

Poi Megaride vide la fine di un impero e il principio di un’epoca. Nel periodo tardo antico divenne la prigione di Romolo Augustolo (461-dopo il 511), l’ultimo imperatore di Roma, sulla cui data di deposizione in Italia si fa iniziare il Medioevo. Romolo era figlio di Flavio Oreste, un generale romano di origine barbara e, al contrario del padre, poteva sedere sul soglio imperiale perché sua madre era di stirpe romana. Nel 475 Oreste depose Giulio Nepote (che regnò per un anno) e mise sul trono il giovane figlio per governare in suo nome. Ma pochi mesi dopo lo sciro Odoacre catturò e uccise Oreste. E, il 4 settembre del 476, si liberò anche di Augustolo, il piccolo imperatore. Il ragazzo venne confinato nel Castellum lucullanum, l’antica villa dei tempi della repubblica. E di lui non si seppe più nulla.

Agli albori del Medioevo il Castellum cambiò radicalmente la sua funzione e divenne un cenobio, luogo di vita sociale (dal greco κοινός, comune e βίος, vita) per una piccola comunità di preghiera devota a Santa Patrizia (ca.664-685). Sembra che la santa, ora sepolta nella chiesa di San Gregorio Armeno al centro di Napoli, sia stata accolta e rifocillata proprio qui in seguito a un naufragio. Compatrona della città insieme al celebre San Gennaro, Patrizia era una nobildonna bizantina fuggita da Costantinopoli per evitare il matrimonio che le imponeva l’imperatore Costante II e seguire la vocazione alla preghiera e all’assistenza. Al suo culto è legato il prodigio della liquefazione del sangue, come per San Gennaro. Secondo la tradizione, il miracolo si ripete nel giorno della sua morte, avvenuta il 25 agosto 685 tra le mura dell’antico edificio.

La Sala delle Colonne. Di età romana, fu probabilmente convertita in refettorio quando la Villa di Lucullo diventò un monastero.

Nel secolo VIII il cenobio si trasformò in un vero e proprio monastero, dimora di seguaci di un leggendario ordine: quello dei basiliani. Giunti sulle coste della penisola per sfuggire alla furia iconoclasta dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico (675-741), che nel 726 ordinò la distruzione delle immagini sacre in tutte le province dell’Impero con azioni che costarono la vita a diversi monaci, i basiliani sbarcati sul golfo trovarono rifugio tra le mura di tufo di Megaride. E le elessero a luogo di preghiera e lavoro, dove si rispettava la regola di San Basilio Magno (329-379). Vescovo e teologo della Cappadocia, Basilio fu tra le figure di spicco del monachesimo cristiano. E’ riconosciuto come padre degli ordini conventuali orientali, gli storici gli attribuiscono anche un grosso peso nello sviluppo di quello occidentale, soprattutto grazie alla sua regola, che fu di ispirazione per San Benedetto. La splendida Sala delle Colonne, che conserva blocchi di pietra cilindrica usati in epoca romana per abbellire la villa di Lucullo, divenne il refettorio dove monaci e monache consumavano i pasti, mentre i cunicoli e le cellette scavati nel tufo, i romitori basiliani, servivano per pregare e riposare. Nel Cenobio in insula maris, indicato in quel periodo anche col nome di isola di San Salvatore, venne edificata la chiesa del Salvatore, di cui restano visibili deboli tracce. Il monastero era un fiorente centro di cultura, nel quale i monaci si dedicavano a copiare codici e creare preziose raccolte. Agli amanuensi del Cenobio luculliano veniva affidata la trascrizione di pergamene dalle più importanti raccolte conventuali e il richiamo che esercitò questa schola scriptoria conferì all’intera città un ruolo notevole tra i centri più importanti della cultura occidentale. Secondo alcune fonti, il monastero conservava anche parte del tesoro della biblioteca di Lucullo, con il quale si contribuì alla diffusione delle opere dell’antichità classica.

Poi il castello cambiò ancora volto. Gli emiri arabi, presi il nord Africa e la penisola iberica, iniziarono a sferrare attacchi contro le coste dell’Italia meridionale. Avevano già strappato il controllo del Mediterraneo ai Bizantini e la penisola era l’ovvia preda seguente. Le incursioni, i saccheggi e i rapimenti sulle coste determinarono l’occupazione e la fondazione di centri da utilizzare per la penetrazione verso l’interno. Tra le prime conquiste ci furono Ischia, Ponza e Lampedusa. Bizantini e Carolingi allora, cominciarono a dotarsi di flotte militari e acquartierarono una importante base della controffensiva a Napoli, ducato autonomo sotto l’autorità formale di Costantinopoli. I monaci abbandonarono Megaride, che da cenobio divenne castrum, una struttura difensiva di grande importanza strategica per la città.

L’interno del castello, dove sarebbe ancora nascosto l’uovo magico di Virgilio.

Tra i secoli IX e XI le funzioni difensive del castrum furono rafforzate. Il primo documento in cui è citato come forte risale al 1128. Si tratta di un accordo tra Sergio VII (†1137), ultimo duca di Napoli, e la repubblica di Gaeta. Sotto la minaccia dell’invasione normanna, il duca giura pace a Gaeta a nome suo e dei suoi sudditi, tra i quali sono elencati anche gli abitanti dell’Arce del Salvatore. Pochi anni dopo la fortezza diventerà sede non solo militare, ma anche regia. La salita al trono di Ruggero II d’Altavilla (1095-1154) nel Regno di Sicilia, porterà i normanni alla conquista di tutta l’Italia meridionale e lo stesso Ruggero farà del castello la sua “principale stanza” nella penisola dove, al suo ingresso in città, terrà il parlamento generale ai napoletani.

Il castrum restò una delle maggiori sedi continentali del Regno di Sicilia per tutta la dominazione normanna. Guglielmo I di Sicilia (1131-1166), detto il Malo, lo fece restaurare e ampliare ed è di questo periodo la costruzione della torre poi detta di Normandia, attribuita a un architetto di nome Buono. Delle quattro torri menzionate nel corso della storia all’interno delle mura fortificate, oggi restano identificabili solo questa, nel lato sud del castello, e la torre di Mezzo, in posizione centrale. Le altre due (torre Colleville sul lato nord e torre Maestra al centro) si conoscono solo grazie al Vasari, secondo il quale Federico II di Svevia (1194-1250) nominò esecutore di ulteriori lavori di consolidamento il Fuccio, architetto e scultore fiorentino, se non addirittura Nicola Pisano. Federico fece del forte anche una sede del tesoro reale, dove raccolse reperti di epoca greca e romana, eleggendo il castrum a museo archeologico ante litteram.

La miniatura del Codice dell’Ordine del Nodo che raffigura Castel dell’Ovo.

Per quanto riguarda l’assetto del castello nel Trecento, la fonte più preziosa di informazioni è la Miniatura del codice dell’Ordine del Nodo, realizzata nel 1352 e conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Nel disegno, solo la torre campanaria è cilindrica, mentre tutte le altre presentano pianta quadrata, merlatura terminale con balestriere e coperture a solaio. La struttura del castello è tipica dell’epoca normanno-sveva, a foggia di cittadella fortificata.

L’Arce del Salvatore continuò ad essere utilizzata principalmente come struttura difensiva anche dagli Angioini. Ed è durante la loro dominazione su Napoli (1266-1442) che compare per la prima volta il riferimento all’uovo. In relazione a lavori eseguiti, la fortezza viene infatti citata come “Chastel du Salvateur eu mer de Naple, qui est dit communement chastel d’euf”. La denominazione trova riscontro nella Cronica di Partenope, un testo anonimo del XIV secolo in cui, tra i diciassette capitoli dedicati alla descrizione dei prodigi che il vate Virgilio (70-19 a.C.) avrebbe compiuto per i napoletani, c’è la collocazione nelle segrete del castello di un uovo magico. Dall’integrità di quest’uovo, immerso in una caraffa di vetro protetta da una gabbia metallica, sarebbe dipeso per sempre il destino della città.

Il valore della leggenda dell’uovo per i napoletani è chiarita da un episodio avvenuto durante il tempo di Giovanna d’Angiò (ca. 1327-1382) che nel 1343, non ancora diciottenne, ereditò il Regno di Napoli. Nel corso di un tentativo di espugnare il regno, Ambrogino Visconti (dei Visconti di Milano) venne imprigionato a Castel dell’Ovo, ma riuscì a evadere grazie al crollo dell’arco naturale che univa da secoli i due scogli di Megaride. Il castello subì danni pesanti e la vista delle rovine convinse la popolazione a credere che Ambrogino avesse rotto l’uovo, che il castello fosse crollato per questo e che il destino di Napoli fosse inevitabilmente segnato. Per riprendere il controllo della città, Giovanna fu costretta a giurare di aver sostituito l’uovo magico con un altro. Può darsi che i danni di quel periodo siano in realtà da attribuire a un maremoto, che intorno alla metà del Trecento viene ricordato nelle cronache di Napoli come una grande calamità per buona parte dell’area partenopea.

Virgilio in un mosaico del III secolo (Museo del Bardo, Tunisi).

Nel XIV secolo comunque, Castel dell’Ovo è già profondamente legato alla figura di Virgilio, del quale Napoli tramanda in particolare le eccezionali facoltà taumaturgiche. A partire dal V sec. d.C. (con la Vita virgiliana riproposta da Svetonio del grammatico Donato) e con rinnovata attenzione dal Duecento in poi, biografia e leggende del poeta romano si fondono indissolubilmente. Il vescovo di Hildesheim Corrado di Querfurt ad esempio, in una lettera del 1196 ad Arnoldo di Lubecca, attribuisce la conquista di Napoli al fatto che il il piccolo modello della città costruito da Virgilio, contenuto in una bottiglia di cristallo, si fosse incrinato.

La guida di Dante nella Commedia fu dunque un nume tutelare per Napoli, che protesse così bene tanto da essere considerato il suo primo patrono, predecessore di San Gennaro. Secondo la tradizione, in tutta l’area dai Campi Flegrei a Napoli ci sono segni del suo intervento prodigioso. Molti hanno a che fare con l’acqua, come la costruzione dei bagni termali di Baia e Pozzuoli e il prosciugamento di paludi insalubri che portavano la peste o l’incanto di acque sorgive che acquistarono il potere di guarire ogni malattia. Altri con gli animali, come la generazione di una mosca e di una sanguisuga d’oro capaci di tenere lontani i corrispettivi naturali che infestavano Napoli, o la forgiatura di un cavallo di metallo che aveva la virtù di guarire quelli veri. Dall’attribuzione di queste azioni magiche, anche le opere di Virgilio acquistarono valore oracolare: vennero chiamate sortes virgilianae e tramandate e interpretate cristianamente. Fu così che Virgilio assunse una veste profetica, esaltata dall’annuncio, dato nella quarta egloga delle Bucoliche quarant’anni prima della nascita di Cristo, della venuta di un divino puer che avrebbe segnato l’inizio di un’età di pace e di serenità.

Le sue spoglie, storicamente traslate a Napoli dopo la morte avvenuta a Brindisi e custodite in un tumulo ancora visibile sulla collina di Posillipo, furono profanate durante il regno di Ruggero il Normanno. E secondo una leggenda, sarebbero state murate a Castel dell’Ovo. Il re infatti conquistata Napoli dopo un lunghissimo assedio, avrebbe permesso a un medico inglese di aprire il sepolcro del poeta. Ma i cittadini riuscirono a trafugare le ossa fino a Castel dell’Ovo e consegnarono solo i libri con le formule magiche che erano stati sepolti con Virgilio. Per rassicurare i napoletani, le preziose reliquie rimasero visibili attraverso una grata per un certo tempo e poi murate. In ogni caso, il sepolcro del poeta lungo la via Puteolana, meta di pellegrinaggio già dal I secolo d. C., continuò ad essere luogo di culto popolare, che da pagano si è poi trasformato in cristiano con la celebre festa di Piedigrotta.

Castel dell’Ovo visto da occidente. Sull’altro lato, protetta dalle possenti mura, una tranquilla baia ospita il variopinto quartiere Borgo Marinari e alcuni club nautici.

Nel corso dei secoli, l’architettura di Castel dell’Ovo è stata modificata ampiamente e le sue funzioni sono cambiate ancora anche se, per la posizione e l’imponenza, fu spesso destinato a carcere. Tra i tanti, vi fu imprigionata la stessa Giovanna d’Angiò nel 1381, il condottiero spagnolo Pietro Navarro (che però il 2 luglio del 1503 riuscì a espugnare il castello grazie all’utilizzo delle mine), il filosofo Tommaso Campanella nel XVI secolo e Francesco De Sanctis dal 1850 al 1853.

Con l’unità d’Italia il castello divenne un presidio della Marina militare e fu utilizzato per la difesa della costa. Dopo la grande epidemia di colera della fine dell’Ottocento, nel periodo del risanamento urbanistico che cambiò volto a molti quartieri storici di Napoli, Castel dell’Ovo rischiò addirittura di scomparire per sempre: un progetto del 1871 ne prevedeva l’abbattimento per far posto ad un nuovo rione. Ma per fortuna non se ne fece nulla. Dopo gli interventi di restauro del terremoto del 1980, è passato dal ministero della Difesa a quello dei Beni culturali e poi al Comune di Napoli.

Oggi, sede della Direzione regionale per i Beni Culturali della Campania, è simbolo della storia e della bellezza di questa terra. Nelle grandi sale, che sono visitabili, si svolgono mostre, convegni e manifestazioni. Parte dello storico rione di Santa Lucia, è adiacente all’incantevole porticciolo turistico del Borgo Marinari, animato da ristoranti e bar e sede storica di alcuni tra i più prestigiosi circoli nautici napoletani.

Daniela Querci

L’incantevole Golfo di Napoli.

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Andare a Canossa

Matilde e Hugo di Cluny intercedono per Enrico IV.

“Andare a Canossa”: una frase così famosa tanto da diventare una specie di proverbio. Anche in lingue diverse dall’italiano. Gli inglesi dicono ”Go to Canossa”. I tedeschi “Nach Canossa gehen”. E i francesi “Aller à Canossa”. L’espressione è entrata nell’uso comune con un chiaro significato: indica un passo umiliante, una penitenza, un perdono da implorare quando non c’è più una via d’uscita.

L’affermazione però non nacque nel Medioevo. Né risuonò sui monti dell’Appennino. Fu Bismarck, primo ministro prussiano dal 1862 al 1890, a scandire bene le fatali parole, davanti al Reichstag, il 14 maggio 1872: “Non preoccupatevi, a Canossa noi non andremo, né col corpo né con lo spirito”. Era la vigorosa risposta, nello stile del personaggio, al gesto di papa Pio IX che si era rifiutato di accreditare l’ambasciatore del neonato impero tedesco presso la Santa Sede.

Bismarck voleva affermare un principio di autonomia: la Germania non accettava nessuna interferenza politica né religiosa. E nemmeno culturale.

Il “cancelliere di ferro” in quel discorso citava un altro imperatore e un altro papa. Pensava a un fatto accaduto 795 anni prima: il 27 gennaio 1077 l’imperatore Enrico IV di Franconia (1050-1106), a piedi nudi e vestito soltanto di un saio, si umiliò come penitente per ottenere la revoca della scomunica papale. Attese tre lunghi giorni e tre gelide notti sotto la neve prima di essere ricevuto e perdonato dal pontefice Gregorio VII (1025-1085).

Le cronache raccontano che fu determinante l’intercessione di Matilde di Toscana, la più ardente alleata del papa, aiutata nell’occasione dall’abate Ugo di Cluny, che era stato padrino di battesimo dell’imperatore.

Per uso e anche per convenzione, l’atto di penitenza comportava il perdono. E la scomunica venne revocata.

Ma come si arrivò al plateale gesto di Enrico IV a Canossa? L’episodio va inquadrato nella cosiddetta “lotta per le investiture”: una serie di conflitti combattuti per quasi cinquanta anni (1075-1122) tra la Chiesa e l’Impero per il conferimento dei ricchi beni ecclesiastici.

Da chi dovevano essere nominati i vescovi e gli abati? Chi doveva dare forma e direzione alla società cristiana? Il problema divenne di cruciale importanza per definire i limiti dei poteri di Papato e Impero.

L’episodio di Canossa è giunto sino a noi ingigantito dall’aneddotica.

Negli atti di un convegno di studi dedicati all’insigne storico Ovidio Capitani (Cisam, Bologna, 15-17 marzo 2013) Paolo Golinelli, ordinario di Storia medievale all’Università di Verona e massimo studioso di Matilde, ha riepilogato le riflessioni di molti medievisti sull’argomento. Lo storico Gioacchino Volpe, già nel 1904 descriveva la vicenda di Canossa come un “comodo arnese di guerra per tanti fantasiosi scrittori di storia medievale”. Giuseppe Fornasari, docente di Storia medievale all’Università di Trieste, in un convegno gregoriano a Salerno (1986) parlò di “un mito storiografico duro a morire e di cui la storiografia non sembra essersi ancora liberata del tutto”. Ovidio Capitani, uno dei massimi studiosi del Medioevo, spiegò a tanti suoi colleghi che a Canossa non ci fu nessuna umiliazione dell’imperatore. Anzi, quella forse fu “la più grande vittoria di Enrico IV”. Paolo Golinelli ha sottolineato la capacità politica di Enrico IV nello “giocare d’anticipo” rispetto alle mosse del papa.

L’incontro di Canossa fu voluto in realtà dall’imperatore che interruppe il viaggio di Gregorio VII verso Augusta, dove avrebbe dovuto essere eletto un nuovo re di Germania.

Glauco Maria Cantarella, già ordinario di Storia medievale all’Università di Bologna, nell’eccellente saggio “Manuale della fine del mondo” (Einaudi Storia, 2015) ricorda che il papa trovò l’imperatore sul suo cammino. Gregorio VII era ormai troppo lontano da Roma e affrontare Enrico IV non era consigliabile.

I resti del Castello di Canossa, sull’Appennino Reggiano (Reggio Emilia).

Così il pontefice si rifugiò nel munitissimo castello di Matilde. Iniziò una trattativa simile a una partita a scacchi. Ma secondo la maggioranza degli storici, nonostante le apparenze, fu il penitente Enrico a condurre gli avvenimenti.

Sui monti dell’Appennino emiliano andò in scena la pubblica rappresentazione di un peccatore famoso che non poteva non essere perdonato. Come ha ben spiegato Paolo Golinelli “quello di Enrico IV non fu nulla più di un atto penitenziale, secondo una prassi consolidata che durò ancora almeno un secolo, per ottenere l’assoluzione”. E assoluzione fu.

Canossa, come scrisse Capitani, rappresentò soltanto un momento di pausa in una crisi che doveva ancora continuare a lungo.

In apparenza poco cambiò: Enrico IV, liberato dalla scomunica, appena due settimane dopo la sua “umiliazione” incontrò i vescovi che gli erano fedeli e provò a catturare il papa in una imboscata. Gregorio scampò al pericolo e per sei mesi si rifugiò nelle fortificazioni di Matilde.

I nobili tedeschi non riconobbero la revoca della scomunica e elessero re Rodolfo di Svevia (marzo 1077). L’inevitabile guerra si concluse con la morte dell’anti re (ottobre 1080). Per Enrico arrivò una seconda scomunica. Ma l’imperatore convocò a Bressanone un sinodo di vescovi tedeschi e lombardi che depose il papa.

Gregorio VII fu sepolto in un sarcofago romano del III secolo. Nel 1954, Papa Pio XII lo fece traslare per pochi giorni a Roma dove fu esposto al pubblico. Poi fu risistemato nella Cattedrale salernitana in una teca d’argento, dove si trova tuttora.

La rottura diventò insanabile. Enrico IV forzò la mano con la soluzione militare: conquistò Roma e si fece incoronare imperatore dall’antipapa Clemente III (1084). L’anno dopo Gregorio VII, morì in esilio a Salerno. Sulla sua tomba furono scolpite le sue ultime parole: ”Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità: perciò muoio in esilio”.

Un altro pontefice, Urbano II, ricostruì una alleanza antimperiale intorno al matrimonio tra Guelfo V di Baviera e Matilde di Canossa che Enrico aveva deposto e privata di quasi tutti i suoi beni.

Nel 1090 l’imperatore tornò in Italia con i suoi soldati: fu sconfitto (1092) e tornò in Germania solo nel 1097. Provò a cercare un accordo con il papa ma fallì nel suo disegno. I nobili tedeschi si ribellarono. E insieme a loro, anche suo figlio, il futuro Enrico V che per paura di perdere il trono imprigionò suo padre e lo costrinse all’abdicazione (1104-1105). L’indomabile Enrico IV si liberò e affrontò e sconfisse il figlio (marzo 1106). Ma poco dopo morì.

In una sua celebre tragedia, Luigi Pirandello ha raccontato le lotte, le nevrosi e anche la solitudine di Enrico IV. La storia invece lo ricorda soprattutto come l’imperatore che “andò a Canossa”.

Eppure nel Medioevo di quella famosa penitenza si parlò poco. Paolo Golinelli (Atti convegno su Ovidio Capitani – Cisam, Bologna, 15-17 marzo 2013) ci ricorda quanto l’avvenimento, per molto tempo, sia stato considerato poco importante da un punto di vista storico.

Dante, per esempio, non scrisse di Canossa e nemmeno di Gregorio VII e Enrico IV. Niccolò Machiavelli nelle sue “Istorie Fiorentine” (I, XV) parlò in modo fugace della penitenza del re senza nominare Matilde e il suo castello.

Di Canossa non c’è traccia nemmeno nella “Storia d’Italia” di Francesco Guicciardini. Furono gli storici protestanti a resuscitare l’episodio, soprattutto in un libello molto diffuso in età luterana (“Passional Christi und Antichristi”, 1521) dove il bacio dell’alluce “gottoso” del papa da parte dell’imperatore, disegnato da Lucas Cranach il Vecchio, è messo in parallelo con la lavanda dei piedi, che Gesù fece agli apostoli, durante l’ultima cena”.

Poi, la polemica antiromana fece il resto.

Federico Fioravanti

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Il castello di Dracula

Il castello di Bran, conosciuto come il Castello di Dracula, è la fortezza più famosa e visitata della Transilvania. Sorge sull’antico confine tra la Transilvania e la Valacchia, a pochi chilometri dalla città di Brasov.

Appare all’improvviso, all’interno di una stretta gola, arroccato su una parete rocciosa. L’alone di mistero che lo avvolge ispirò Bram Stoker, lo scrittore irlandese autore del celebre romanzo gotico dell’orrore ispirato alle raccapriccianti vicende del principe Vlad III di Valacchia, detto Dracula (1431-1476).

In realtà, la vera residenza di Vlad era il castello di Poenari, edificato nel sud della Romania, sulla valle scavata dal fiume Argeş: ancora oggi se ne possono ammirare le rovine, se si ha la pazienza di affrontare una scalinata formata da 1480 gradini. Il castello di Bran fu utilizzato dal principe Vlad in modo saltuario. La fortezza, costruita con blocchi di pietra di fiume mescolati a mattoni, ha subito numerosi restauri e fonde architetture diverse, dal Gotico al Rinascimento.

Stoker non visitò mai di persona il castello. Ne conobbe le vicende soltanto attraverso i libri e i racconti. Ma la sua fantasia galoppò tra le strette scalinate, i labirinti, le torri, le camere a graticcio e i passaggi segreti della spettacolare costruzione che oggi ospita un piccolo museo di arte medievale.

Agli inizi del XIII secolo, sulla cima dove ora sorge il castello, i Cavalieri Teutonici iniziarono a costruire un fortino in legno, a sentinella della valle che da secoli permetteva il transito dei mercanti dalla Valacchia alla Transilvania. I Mongoli distrussero la costruzione nel 1242. Ma il maniero fu ricostruito nel Trecento da Ludovico I d’Angiò. La nuova rocca servì al Regno d’Ungheria come baluardo contro le incursioni dell’Impero ottomano. Sia il principe Mircea il Vecchio (Mircea Cel Bătrân) che suo nipote, Vlad l’Impalatore (Vlad Ţepeş) dormirono nella fortezza che per molti anni fu di loro proprietà.

L’origine del nome Dracula deriva dal padre di Vlad III: l’altrettanto crudele Vlad II faceva parte di un ordine cavalleresco chiamato “Sacro Ordine del Drago”, fondato nel 1408 dall’Imperatore Sigismondo IV per proteggere il Cristianesimo in Europa orientale dalla crescente minaccia turca. In romeno la parola “Drac“ significa drago, ma anche diavolo. Per le sue atrocità in battaglia il nome Vlad II Dragonul (Vlad il Drago) venne quindi mutato in Vlad II Dracul (Vlad il Diavolo). E il nome Draculea, che significa “Figlio del Diavolo”, passò così al principe Vlad III.

Il giovane alfiere del casato dei Drăculești, ebbe una giovinezza segnata dagli orrori: dopo la crociata di Varna nella quale gli ungheresi cercarono di respingere senza successo l’avanzata turca, fu mandato in ostaggio a Edirne, alla corte del sultano Murad II, come garanzia del pagamento dei tributi annuali pretesi dall’impero ottomano. Il principato di Valacchia si trovò così nella drammatica circostanza di essere servo di due padroni: da un lato il regno d’Ungheria, di cui era vassallo, e dall’altro l’impero ottomano, di cui era tributario.

Durante il lungo soggiorno presso la corte turca, Vlad fu vittima di sodomia. E forse da questo derivò l’ossessione per la quale è passato alla storia. Nel 1456, tre anni dopo la conquista di Costantinopoli, quando il padre fu ucciso dagli ungheresi, i turchi gli concessero di riconquistare il trono. E lo accompagnarono nelle sue terre protetto da una scorta di soldati ottomani.

Ma Vlad si emancipò presto dalle strategie del sultano. La sua “leggenda nera” nacque dall’abitudine di far impalare i propri nemici. La pala era una punizione già utilizzata dai turchi. Ma nella mani di Vlad divenne “un vero e proprio strumento di terrore di massa” (N. Davies, 1996).

La pala “alla valacca”, dalla punta affilata e ingrassata, veniva conficcata nel retto della vittima fino a uscirne dalla bocca. Il supplizio poteva durare diversi giorni. La terrificante pratica valse a Vlad l’epiteto di “tepeș“, l’impalatore. Con l’orribile sistema il “voivoda” uccise migliaia di persone, a partire dai nobili valacchi fedeli alla casata dei Dănești, il ramo nemico dei Drăculești. E quando gli emissari turchi tornarono a chiedere la riscossione del tributo annuale, poiché al suo cospetto non si tolsero il copricapo, fece inchiodare i turbanti alle loro teste come punizione. Il conflitto con i turchi andò avanti con alterne e complicate vicende tra inenarrabili crudeltà.

Vlad si distinse per grandi, fulminee e sanguinosissime vittorie, al punto che a Roma e in molte città europee fu salutato come “salvatore della cristianità”. Ma alla fine fu sconfitto. Al termine della guerra Vlad trascorse alcuni anni (1462-1474) come prigioniero alla corte del sovrano ungherese Mattia Corvino, che lo voleva tenere con sé per evitare altri conflitti con i turchi. Fu una carcerazione ferma ma dorata, anche perché Vlad aveva sposato una delle sorelle del re.

Il “voivoda” diventò famoso nel vicino mondo tedesco grazie al “Geshtichte Dracole Wayde”, un resoconto sulle sue gesta pubblicato a Vienna nel 1463. Il testo, che contribuì in modo determinante a alimentare la sua leggenda, è alla base delle molte invenzioni letterarie che lo scrittore Bram Stoker utilizzerà nel suo “Dracula”, pubblicato nel 1897. Le fonti storiche sono discordi sulla fine di Vlad l’Impalatore. Morì, forse in battaglia contro i turchi oppure vittima di un agguato, in una data imprecisata, tra l’ottobre e il dicembre 1476. Fu sepolto nel monastero di Snagov, su un’isola in mezzo a un lago, trentacinque chilometri a nord di Bucarest. I suoi resti, nonostante molte ricerche, non sono però mai stati trovati.

Nella tradizione romena non c’è nessuna traccia del Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle sue vittime. Vlad III di Valacchia viene anzi presentato come un eroe dell’indipendenza nazionale, spietato campione della “storia sacra” del paese per aver protetto le popolazioni dall’implacabile dominio ottomano.

Virginia Valente

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Beccati questo!

Due rivali in aperta campagna. Che si fronteggiano a cento metri di distanza l’uno dall’altro, come avversari in attesa dell’inizio del duello. Oggi, provati dal tempo, appaiono come giganti in disarmo, vecchi antagonisti dai connotati un po’ bizzarri. A cominciare dal nome.

Battezzate dai rispettivi artefici “Beccatiquesto” e “Beccatiquestaltro”, sono due torri al confine fra il territorio perugino e quello senese. Erette da uomini il cui senso dell’umorismo non veniva scalfito dalle ostilità che, nella seconda metà del Trecento, insanguinavano le due repubbliche confinanti.

La causa scatenante della costruzione della prima torre, “Beccatiquesto”, edificata dai senesi poco fuori la cittadina di Chiusi, non è ben documentata. Ma la replica dei perugini all’affronto subito non si fece attendere. Nel giro di un anno il torrione ottagonale toscano si vide ostruire la visuale verso l’Umbria da una massiccia costruzione in travertino, svettante da un poggetto situato a pochi metri dal confine con la repubblica nemica. Il nome della seconda torre era scontato: “Beccatiquestaltro”, tanto per non essere da meno neanche in fatto di toponimi.

Sfruttata principalmente come sede di una dogana pontificia, la torre di “Beccatiquestaltro” ha patito nel corso dei secoli, insieme alla sua vicina e rivale, innumerevoli vicissitudini e qualche gloria, fra le quali la maggiore è senz’altro quella di essere stata immortalata da Leonardo da Vinci nella “Veduta a volo d’uccello della Valdichiana”, una mappa disegnata fra il 1502 ed il 1503 e ora conservata negli archivi della Royal Library del castello di Windsor. E proprio nella mappa, le due acerrime nemiche sono state colte in un atteggiamento che i rispettivi costruttori avrebbero trovato quantomeno sconveniente: legate da un ponte che ne stravolge completamente i ruoli primari, convertiti da ostacoli a pilastri per il passaggio da una riva all’altra del fiume Chiana.

Il ponte doveva permettere il transito attraverso la vasta zona paludosa che era a quei tempi la Valdichiana. Dante Alighieri la ricorda come un luogo malsano ed insalubre, fonte di sofferenze equiparabili a quelle inflitte ai dannati nella decima bolgia infernale. Solo quando tutto il territorio sarà compreso nel dominio mediceo la Valdichiana verrà bonificata, grazie a una lunga serie di interventi di risanamento su progetti di insigni scienziati, fra i quali Galilei e Torricelli.

Oggi il ponte sul Chiana disegnato da Leonardo non c’è più, e le due torri segnano un confine regionale sfumato dall’intersezione di storie e leggende di frontiera. Si può seguire come un itinerario, un viaggio nella terra di mezzo con un piede in Umbria e uno in Toscana. Una volta perse di vista le antiche dogane non c’è modo di capire da che parte si è, tanto armonioso è il paesaggio e intricate le sue storie. Forse, il fascino della Valdichiana sta proprio in questo.

Daniela Querci

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La scommessa di Guédelon

Costruire un castello medievale usando esclusivamente materiali, tecniche e strumenti del XIII secolo. È la sfida che è partita nel 1997 a Guédelon, in Borgogna, nel cuore della Francia.

Quasi un gigantesco gioco di ruolo. Non si consuma elettricità, non si usano le gru e nemmeno i motori a scoppio. Vietati anche tutti i materiali sintetici. Si lavora solo con le pietre, l’acqua, il legname, la sabbia e le argille che abbondano nel territorio. Le dotazioni di sicurezza degli operai e l’orario di lavoro di 8 ore giornaliere sono l’unica concessione alla modernità.

L’ideatore del progetto, Michel Guyot, un restauratore appassionato della “età di mezzo”, ha riproposto i ritmi e le condizioni di lavoro di una vera “fabbrica’” medievale. Anche tutti gli utensili e materiali impiegati nella costruzione vengono fabbricati in loco, seguendo le antiche tecniche. Ci sono forni la cottura della calce, cave dove gli scalpellini, armati di mazze, estraggono e squadrano le pietre e anche una fucina per l’estrazione del ferro. I boscaioli raccolgono il legname nei boschi circostanti e addirittura è stato messo in piedi un piccolo allevamento di animali per il vettovagliamento.

Scopo dell’iniziativa è quello di indagare a fondo sulle tecnologie usate nel Medioevo. La conclusione dei lavori, portati avanti con la consulenza di storici e archeologi, è prevista nel 2023. Il cantiere occupa una trentina di persone. I costi sono coperti dalle visite dei turisti. Il sito è infatti aperto al pubblico e offre la possibilità di osservare i Compagnons Bâtisseurs (l’associazione dei mastri muratori) in piena attività. La località si raggiunge attraverso l’autostrada Lione – Parigi con uscita al casello di Auxerre. Sono 300mila le persone che ogni anno visitano la località. E’ attivo anche un sito web (www.guedelon.fr) dal quale è possibile seguire l’andamento dei lavori.

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