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Category Archives: Carnevale

Il Carnevale di Venezia

Lotta tra Carnevale e Quaresima, Pieter Bruegel il Vecchio (1559), Kunsthistorisches Museum, Vienna

È la fine del mondo che conosciamo, e ci piace da morire.

Il Doge è un cane e un cane è il doge, non c’è servo né padrone, né ricco né povero, né maschio né femmina: tutti sono uguali e nessuno ha volto, e puoi fare tutto quello che ti pare, tutto quello che ti passa per la testa, perché è Carnevale e ogni scherzo vale. È libertà senza freni, è il paese dei balocchi, è anarchia organizzata; è il regno del caos.

È il 1296 e a Venezia la festa diventa legge.

Il Senato della Repubblica Serenissima dichiara infatti festivo il giorno precedente la Quaresima, formalizzando quella che è una tradizione già radicata da secoli nella Laguna. Sono almeno duecento anni, infatti, che il Carnevale scatena la follia dei veneziani per sei settimane: dal giorno successivo al Natale alla vigilia dei quaranta giorni di penitenza in preparazione della Pasqua, ma qualche volta viene anticipato addirittura ai primi giorni di ottobre.

Il Carnevale, d’altra parte, è antico quanto l’uomo: se cosa significhi la parola non è mai stato chiarito definitivamente (carnem levare, ovvero eliminare la carne dopo il martedì grasso, carnualia – giochi campagnoli – o addirittura da carrus navalis , ovvero nave su ruote, in riferimento a un carro allegorico) è certo che la festa affonda le sue radici in rituali atavici e raccoglie l’eredità dei Saturnali: la più importante festività romana e l’unica che si celebrava in tutto l’impero.

I saturnali iniziavano il 17 dicembre e si concludevano il 23: per sette giorni tutte le città sottomesse a Roma erano addobbate a festa e la gente andava in giro mascherata come gli attori teatrali. Si festeggiava Saturno, dio del tempo e della fertilità e si ricordava l’età dell’oro, quando tutti gli uomini erano uguali, senza schiavi né padroni. Per una settimana non c’era differenza tra servi e signori; anzi, erano gli stessi padroni che servivano i loro schiavi. I saturnali avevano ripreso, a loro volta, le feste dionisiache greche durante le quali si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell’ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza.

Nell’era cristiana i saturnali avevano finito per dettare l’agenda ai rituali natalizi (il cenone, lo scambio di doni, la liturgia nel tempio) mentre gli aspetti più trasgressivi erano confluiti nel Carnevale, periodo dalla durata variabile (la fine dipende dalla Pasqua, e quindi dalla Quaresima, l’inizio varia a seconda dei luoghi e del periodo storico) stabilito dalla Chiesa con il preciso obiettivo di contrapporre al periodo di penitenza un momento di abbondanza e divertimento con cui far sfogare i fedeli prima delle lunghe settimane di digiuno. Allo stesso modo, sotto il profilo politico rappresenta il momento per una – sia pur temporanea – riscossa del popolo contro gli oppressori, tanto più funzionale nella Repubblica di Venezia, che pone rigidi limiti su questioni come la morale comune e l’ordine pubblico.

Ecco allora che nel 1296 il Senato decide di formalizzare il Carnevale, concedendo al popolo un periodo dedicato interamente al divertimento, durante il quale i veneziani e i forestieri si riversano per le vie della città con musiche e balli sfrenati. L’utilizzo delle maschere permette inoltre da una parte il livellamento di tutte le divisioni sociali e dall’altra di deridere impunemente le autorità e l’aristocrazia.

Ritratto di Marco Polo (Venezia, 15 settembre 1254 – 8 gennaio 1324), mosaico di Enrico Podio (1860-70), Palazzo Tursi, Genova

Tra i veneziani che si ritrovano a festeggiare il primo Carnevale c’è anche il quarantenne Marco Polo, appena tornato da un viaggio in oriente durato ben 24 anni.

“Buongiorno signora maschera” dice Marco quando, aggirandosi tra le vie della città, incontra qualcuno, e anche lui – con la Larva in faccia, il tricorno in testa e il tabarro sulle spalle – dimentica di essere un mercante, un esploratore, il viaggiatore per antonomasia e l’ambasciatore del Kublai Khan, e diventa uno dei tanti personaggi dell’immenso palcoscenico veneziano, in cui attori e spettatori si fondono in un unico ed immenso corteo di figure e di colori.

Il personaggio che incontra più spesso è la baùta, maschera utilizzata non solo a Carnevale, ma anche a teatro, in altre feste, negli incontri galanti ed ogni volta si voglia corteggiare nel totale anonimato; proprio per questo la particolare forma della maschera permette di bere e mangiare senza doversela togliere.

Una versione contemporanea della Gnaga veneziana

Non è difficile poi incontrare una Gnaga, ovvero una popolana con la maschera da gatta, che gira portando al braccio una cesta con dentro un gattino emettendo suoni striduli e miagolii beffardi, a volte vestita da balia. Dietro la maschera da gatta, in realtà, si nasconde un uomo, accompagnato da altri uomini mascherati da bambini. La Moretta è invece una piccola maschera di velluto scuro, indossata con un cappellino e velature raffinate. La Moretta è una serva muta: non parla mai, perché la maschera che indossa si regge tenendo in bocca un bottone.

Oltre alle maschere, Marco incontra in giro per la città giocolieri, acrobati, musicisti, danzatori, domatori di animali con i costumi più fantasiosi e disparati. I venditori ambulanti offrono ogni genere di mercanzia: dalla frutta di stagione ai ricchi tessuti, dalle spezie ai cibi provenienti da paesi lontani. Quando Marco era partito per l’oriente, nel 1271, esistevano già produttori e venditori di maschere e costumi, e scuole dove impararne la realizzazione fatta impastando argilla, cartapesta, gesso e garza, per poi passare alla fase di colorazione e l’aggiunta di particolari come disegni, ricami, perline, piumaggi. Quando era tornato dalla Cina i mascareri erano diventati dei veri e propri artigiani riconosciuti che realizzavano maschere di fogge e fatture sempre più ricche e sofisticate.

Per tutto il periodo del Carnevale ogni altra attività passa in secondo piano e intere giornate sono consacrate a festeggiamenti, burle, divertimenti e spettacoli soprattutto in Piazza San Marco e lungo la Riva degli Schiavoni.

Non manca chi si approfitta di tanta libertà: con il passare del tempo scippi, ruberie e molestie diventano all’ordine del giorno; c’è persino ci si veste da frate per entrare nei conventi e spassarsela con le monache, tanto da costringere le autorità ad introdurre sempre più limitazioni e decreti contro l’abuso e l’utilizzo fraudolento o non ortodosso dei travestimenti.

Già a partire dal 22 febbraio 1339 verrà introdotto il divieto di circolare in maschera di notte, mentre un decreto del 24 gennaio 1458 proibirà l’ingresso in maschera nei luoghi sacri, al fine di evitare che vengano compiute multas inhonestates.

Troppo spesso i mantelli sono utilizzati per nascondere armi, per questo un altro decreto proibirà la detenzione di armi e di qualsiasi oggetto di natura pericolosa per l’incolumità altrui. Le pene per questi reati saranno molto pesanti, sia pecuniarie, con sanzioni salate, che di reclusione.

Un altro problema riguarda le prostitute; tollerate ma pur sempre considerate fonte di perdizione e malcostume, nonché portatrici di pericolose malattie come la sifilide. Anche loro approfittano del Carnevale per aggirare le numerose limitazioni a cui devono sottostare: verrà quindi proibita anche la prostituzione in maschera, con pene severissime che – oltre ad una multa salata – comprenderanno la flagellazione lungo il tragitto da piazza San Marco al Rialto, la berlina e il bando per quattro anni dal territorio della Repubblica.

La festa della libertà, della trasgressione e del caos diventerà dunque sempre di più una festa di divieti, regolamenti e limitazioni, senza per questo, però, perdere il fascino che ancora oggi vede riversare ogni anno migliaia di persone in quella che resta la città del Carnevale per eccellenza.

Arnaldo Casali

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Quel diavolo di un Arlecchino

La Caccia Selvaggia dipinta da Friedrich Wilhelm Heine (1882)

È il 1 gennaio 1091. Un giovane prete di nome Gualchelmo sta attraversando la foresta per tornare nella sua chiesa di St. Aubin d’Anjou, nel piccolo borgo di Bonneval. Ha appena visitato un parrocchiano malato che abita oltre la foresta. Fa freddo e tira forte il vento. È normale, siamo in Normandia, a pochi chilometri dalla costa.

Gualchelmo è solo. Intorno non c’è anima viva. Quando, da lontano, si sente un rumore di cavalli al galoppo, urla di dolore, una risata diabolica. Gualchelmo si nasconde dietro una siepe, giusto in tempo per ammirare un corteo sconfinato di uomini e donne torturati da demoni. E poi una fila sterminata di vescovi, giudici e cavalieri. Tutti morti e tutti dannati. A chiudere questo exercitus mortuorum c’è un gigante a cavallo, un demone con una maschera nera in volto e una clava di legno in mano che picchia ridendo i suoi compagni di viaggio. Il prete lo riconosce, ha sentito parlare di lui, sa che ogni inverno scorrazza col suo corteo di anime morte e dannate lungo le coste normanne. E a bassa voce, mormora il suo nome: Hellequin.

Il primo a raccontare la leggenda della Mesnée d’Hellequin, la masnada di Arlecchino, è lo storico normanno Orderico Vitale nella sua Historia Ecclesiastica, terminata nel 1141. Nel centro e nord Europa pagano si credeva che in alcune notti di tempesta invernali, un essere soprannaturale guidasse un corteo di folletti, bestie e spiriti in una caccia selvaggia senza fine, tra cielo e terra. Chi fosse capitato in mezzo a questa corsa sarebbe stato rapito e portato nel Regno dei morti. Il dio o il demone infernale a capo di questa masnada cambiava a seconda della cultura.

Odino cavalca Sleipnir, cavallo a otto zampe

In Scandinavia si credeva che a capo della “Caccia Selvaggia” ci fosse la dea della morte Hel e le sue valchirie Herlequins o addirittura lo stesso Odino che cavalca Sleipnir, un cavallo a otto zampe. In Germania Odino diventò Herla King (re dell’Aldilà) e in Inghilterra Herla Cyning. L’avvento del cristianesimo trasformò gli dei pagani in demoni e gli spettri in anime dannate.

La credenza della “Caccia selvaggia” arrivò anche nel nord della Francia. Il demone ctonio, cioè sotterraneo, diventa Herlequin dopo essersi fuso con la leggenda di Hellequin de Boulogne, un conte cristiano delle Fiandre realmente ucciso nell’Abbazia di Samer intorno nel 880 d.C. mentre combatteva i Normanni.

Da lì nacque la leggenda del cavaliere dannato che ritorna nel campo dove era morto per fare penitenza dei suoi peccati passati. Lo scrive Walter Scott, l’autore di Ivanhoe, che allega il riassunto dei versi dedicati a questo conte a un suo lavoro sulla poesia scozzese, Minstrelsy of the scottish Border.

Herla King, Hellequin, Arlecchino. La trasformazione da anima dannata a diavolo comico deve molto al lavoro di Adam de la Halle, trovatore del XII secolo in lingua d’oil.

Zuffa tra Alichino e Calcabrina, illustrazione di Gustave Doré relativa al XXII canto della Divina Commedia

È il 1 maggio 1262 e ad Arras, nella sua città natale, Adam detto “il gobbo” mette per la prima volta in scena Jeu de la Feuille, considerato uno dei più antichi esempi di teatro profano del Medioevo. Protagonista dell’opera è Herlequin Croquesots, un diavolo comico con una maschera nera che mima un ghigno diabolico: ha due protuberanze sulla fronte, residui delle corna da diavolo, ormai perdute. Sul palco, con in testa un mantello a cappuccio multicolore, prende in giro i cittadini del paese raccontando davanti a tutti i difetti di ognuno.

Ormai Herlequin non fa più paura: è libero di scioccare, sputare, essere scurrile, scherzare con chiunque, come un personaggio fuori dal comune. Arlecchino è diventato un diavolo comico e la sua maschera inizia a diffondersi in Francia, con qualche sporadico spettacolo in Italia. Alcune fonti dicono che Dante Alighieri avrebbe assistito a uno spettacolo del genere il 1 maggio del 1304 a Firenze oppure durante il viaggio a Parigi, che Boccaccio ci assicura il Poeta abbia intrapreso.

In ogni caso, Dante doveva averne sentito parlare, visto che inserisce un personaggio di nome Alichino nella Divina Commedia. Siamo nel XXI canto dell’Inferno. Qui i diavoli sono di casa e Alichino non fa eccezione. Fa parte dei Malebranche, il gruppo di demoni che vigila affinché i dannati della quinta bolgia dell’ottavo cerchio rimangano nella pece bollente. Alichino non ha ancora il nome di Arlecchino che oggi conosciamo, ma non perde il suo carattere comico.

Dante lo descrive come un credulone e la sua disavventura è uno dei pochi passaggi comici dell’Inferno.

Nel XXII canto, Alichino con arroganza accetta davanti agli occhi stupiti di Dante e Virgilio l’offerta del dannato Ciampolo di Navarra, che pur di non essere squartato dai diavoli promette di far sbucare fuori dalla pece bollente altri sette suoi compari. Ma in un momento di distrazione generale Ciampolo riesce a rituffarsi nello stagno bollente e a scappare dai demoni.

Per recuperare dalla figuraccia, Alichino cerca in modo goffo di raggiungerlo per uncinarlo. Ma non ci riesce. Allora il collega demone Calcabrina, infuriato, raggiunge Alichino. I due si azzuffano e cadono nella pece bollente, mentre Dante e Virgilio se ne vanno lasciando i due diavoli al loro destino.

Solo verso la fine del Cinquecento nasce l’Arlecchino che tutti conosciamo. Durante il carnevale del 1584, Tristano Martinelli, attore della Compagni dei Comici Gelosi, adattò il personaggio bergamasco Zani, per il pubblico francese, fondendolo con la maschera demoniaca di Herlequin. È Arlecchino, il servo sciocco ma all’occorrenza diabolicamente astuto, con una maschera nera ghignante e un vestito di lino grezzo, con rombi di tutti i colori per adattarsi al gusto parigino dell’epoca.

Andrea Fioravanti

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Tagliare la testa al toro

Una caccia al toro di una miniatura del Bestiario di Ashmole (1200–1225 ca.) Oxford, Bodleian library.

Chiudere la questione, risolvere definitivamente il problema. Per farla breve, “tagliare la testa al toro”.

Il curioso modo di dire identifica una soluzione drastica, alla quale ricorriamo per liberarci del fastidio una volta per tutte. E viene dal Medioevo.

La storia da cui scaturisce il detto si ambienta in quel di Venezia nella seconda metà del XII secolo. Nel 1162 Ulrico di Treven (m. 1181), patriarca di Aquileia, decise per un colpo di mano sulla città di Grado, che il doge veneziano Enrico Dandolo (ca. 1107-1205) governava per la Serenissima.

Ulrico, esponente di una nobile famiglia bavarese, aveva ottenuto l’investitura solo un anno prima grazie a Federico Barbarossa, che in cambio pretese da lui l’appoggio all’antipapa Vittore IV. Il patriarca tedesco era quindi sensibile alle esigenze del Sacro Romano Impero e il suo interesse per la città di Grado era dovuto alle fiorenti saline che, insieme a quelle di Chioggia, Pirano e Ravenna, costituivano una fonte di reddito primaria per l’economia della Repubblica di Venezia e un valido antagonista al commercio del sale dello Stato Pontificio, che con le produzioni di Comacchio e Cervia riforniva tutto l’entroterra padano attraverso il corso del Po.

Federico Barbarossa si sottomette all’autorità di Alessandro III (Palazzo Pubblico di Siena). Il pontefice si dimostrò un valido alleato della Repubblica di Venezia nei conflitti con Federico Barbarossa e Ulrico di Treven fu liberato grazie all’intercessione del pontefice.

L’attacco del vescovo di Aquileia costrinse alla fuga Enrico Dandolo, che riparò a Venezia sotto la protezione del doge Vitale II Michiel. Ma la Serenissima non poteva permettersi di perdere Grado e le sue saline. La potente flotta veneziana sferrò un contrattacco fulmineo e prese prigionieri Ulrico di Treven insieme a dodici chierici e a dodici feudatari, suoi alleati nella presa della città lagunare.

Per affrancare il patriarca, Venezia impose condizioni molto particolari. Un monito che avrebbe ricordato nei secoli l’umiliazione che aspettava chi avesse tentato una azione contro la Repubblica: ogni anno, nel giorno di Giovedì Grasso, il doge di Aquileia avrebbe consegnato ai veneziani dodici pani, dodici porci e un toro, da distribuire ai cittadini nel corso di uno spettacolo pubblico. E Ulrico, pur di riavere la sua libertà, accettò.

I dodici pani, che rappresentavano i feudatari alleati di Ulrico, venivano distribuiti al popolo, mentre la carne dei dodici porci (i dodici chierici) era per i senatori della Repubblica. La fine più macabra spettava al toro (il patriarca di Aquileia), che veniva decapitato durante una cerimonia altamente simbolica allestita in Piazza San Marco. Una vera festa popolare per uno dei giorni più importanti del Carnevale, il cui svolgimento è ben descritto da Giustina Renier Michiel in “Origine delle feste veneziane” (Milano, 1829):

“Che che sia di ciò, la festa fu decretata; se ne prescrisse la celebrazione ed il metodo, e ciascun anno si rinnovò con solennità, con entusiasmo, con allegria generale. Eccone l’ordine stabilito. Ricevuti dal Patriarca gli effetti stipulati, si custodivano gelosamente nel Palazzo Ducale. Il giorno innanzi la gran festa, erigevansi nella sala, detta del Piovego, alcuni castelli di tavola, rappresentanti le fortezze dei signori Friulani. Ivi pure, raccoglievasi il Magistrato del Proprio, che in forma legale pronunciava sentenze di morte contro il toro ed i porci. Il corpo de’ Fabbri essendosi altamente segnalato nella vittoria contro Ulrico, come quello de’ Casseleri nella liberazione delle Venete Spose involate dai Triestini in Olivolo, meritò il privilegio di tagliar la testa al toro. E per ciò la mattina del Giovedì Grasso, armati tutti di lance, di scimitarre ignude e di lunghissime apposite spade, si recavano al Palazzo Ducale con alla testa il loro gonfalone, e preceduti da scelta banda militare. Ad essi consegnavasi il toro ed i porci, che venivano condotti con molto apparato sulla piazza di san Marco. Queste vittime passavano in mezzo alla moltitudine, avida di vederle atterrate. Il popolo coll’occhio scintillante e pieno il cuore della propria gloria, usciva in trasporti di gioja, ch’erano quasi altrettanti pegni di nuove vittorie. Stava esso attendendo con impazienza il segnale, e parevagli rivedere il giorno del suo trionfo, e vi applaudiva con altissime grida a punizione e vergogna de’ i suoi nemici. La grande esecuzione, o diremo piuttosto il simbolico sacrificio, che si faceva alla presenza del Doge e della Signoria, era sempre accompagnato da non interrotti battimenti di mano, e a fischi ed urli di scherno contro i vinti.”

Una rappresentazione della Venezia del XII secolo. Nei primi anni del dogado di Vitale II Michiel, la Serenissima si schierò contro Federico Barbarossa a fianco della Lega Lombarda.

Il patriarcato di Aquileia ottemperò all’umiliante accordo per molti secoli. E “tagliare la testa al toro” restò per altrettanto tempo una delle maggiori feste del Carnevale veneziano, anche se pian piano l’evento perse i suoi caratteri più cruenti.

Ancora nel XVI secolo, nonostante fosse stata abolita l’uccisione dei 12 porci, si conservava la consuetudine di tagliare la testa al toro. Al tempo del doge Andrea Gritti, il 7 marzo 1520, il potente Consiglio di Dieci decretò, perché “non è decoro de la Signoria nostra” di non portare più i maiali “all’Ufficio del Proprio” (Archivio di Stato di Venezia, Consiglio di Dieci, Misti, registro anno 1521, c. 124). Ma restava confermata la dispensa delle loro carni, dei pani e la decapitazione del toro. Dal 1550 infatti, i documenti non menzionano più i maiali ma il “sacrificio del toro”, la cui organizzazione era affidata agli Ufficiali alle Rason Vecchie, continuò a essere praticato anche dopo la caduta della Serenissima (maggio 1797). L’ultima “caccia al toro” di Venezia, che ordinariamente si teneva nei campi maggiori, fu quella di Campo S. Stefano del 22 febbraio 1802. Ma nelle campagne circostanti, come a Muggia, l’usanza fu conservata fino alla metà dell’Ottocento.

Oggi, se l’emblema di Venezia resta comunque il leone alato, raffigurazione simbolica dell’evangelista San Marco, il toro è uno dei simulacri del suo celebre carnevale. E “tagliare la testa al toro” rimane un augurio per chiudere in modo definitivo, insieme al carnevale, qualsiasi questione in sospeso.

Daniela Querci

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Carnevale, il drago e il santo spodestato

Una versione della leggenda di San Marcello e il drago è scolpita nel portale di Sant’Anna, a Notre-Dame de Paris.

Un drago di paglia e un serpente di pietra. Nella cultura medievale Carnevale e Quaresima sono questo: due ideologie contrapposte che si identificano nella leggenda di un santo vincitore su un essere mostruoso. E che, in fin dei conti, rappresentano i due volti del Medioevo: l’immaginario e il reale.

Il santo è Marcello, vescovo di Parigi durante la dinastia dei merovingi, i primi re franchi. Le sue vicende attraversano fasi di alterna fortuna come poche altre. Nato da una famiglia di umili origini in un tempo in cui le dignità ecclesiastiche erano riservate ai membri dell’aristocrazia, la carica vescovile sarebbe dovuta rimanere fuori questione per Marcello. Invece, fu protagonista di una eccezionale ascesa episcopale e di una serie di azioni miracolose che gli valsero una popolarità indiscussa. Almeno per qualche secolo.

La più nota e importante è senz’altro la cacciata di un mostro che imperversava nei dintorni di Parigi, lungo la bassa valle della Bièvre. Venanzio Fortunato, biografo e agiografo del VI secolo, nella Vita Sancti Marcelli riporta il miracolo, che avvenne dove adesso si snoda il boulevard Saint-Marcel. Là, il corpo di una donna di nobili origini che in vita era stata infedele al consorte, veniva continuamente dilaniato da un terribile drago-serpente e non trovava pace. I parenti atterriti chiesero aiuto e Marcello, accorso con il popolo, affrontò la bestia. Nel racconto di Venanzio, il santo percosse tre volte il capo del drago col pastorale, gli coprì gli occhi con il lembo del mantello e gli intimò di andarsene. Intimidito da tanta determinazione il mostro, sconfitto, si allontanò per sempre.

La straordinaria vittoria del vescovo, che da solo debella il drago senza spargimento di sangue, ha un significato più sociale che religioso, perché è un atto che libera la città dal nemico pubblico, non dal male evangelico. Al contrario di San Giorgio, eroe guerriero che annienta il diavolo in una delle sue metamorfosi terrene, Marcello convince il drago ad andarsene, come un domatore che sottomette la fiera al suo volere.

È in questo senso che il gesto gli assicura il ruolo di protettore della città. Tra il X e il XII secolo sarà una figura amatissima, al punto che le sue reliquie verranno traslate in Notre-Dame. E sembra che la capitale dei franchi abbia trovato il suo patrono.

Ma le sorti di Marcello sono destinate a mutare ancora. Nel XIII secolo sarà detronizzato e sostituito da San Dionigi, per il quale re Dagoberto ha fatto erigere la grande basilica che nel tempo diverrà il simbolo del culto della monarchia capetingia e poi dell’ideologia nazionale francese: Saint-Denis.

Il cristianesimo cambia la leggenda e il drago diventa un serpente di pietra, annientato dal santo.

Quando Marcello e il drago cadono in disgrazia, la leggenda cambia volto e diventa oggetto di una interpretazione diversa, mirata a stravolgerne il significato originario. Nel 1270, la nuova versione è già scolpita nella pietra che sormonta il portale di Sant’Anna della cattedrale di Notre-Dame. Qui San Marcello usa il mantello come un guinzaglio per tenere fermo il drago e lo uccide affondando il pastorale nelle sue fauci.

Ma, a dispetto del tentativo, San Marcello e il drago passeranno alla storia come uno dei rari fallimenti della cristianità di evangelizzare un mito pagano.

E lo faranno incarnandosi nel Carnevale.

Nel XII secolo, la festa nasce infatti in occasione di processioni liturgiche pubbliche, le rogazioni, che hanno lo scopo di allontanare calamità e disgrazie. Sono cortei durante i quali il popolo festoso lancia frutta e dolci nelle fauci di un grande serpente di paglia. Un rito folcloristico in cui al drago-serpente di San Marcello è attribuito il ruolo originario, per ricordare di fronte al potere costituito della religione, la Quaresima, la figura contestataria della civiltà, il Carnevale.

Una delle poche pratiche, dunque, che sfugge al controllo ideologico più potente dell’epoca, il cristianesimo. E una delle rare manifestazioni popolari alle quali il calendario liturgico non riesce a sovrapporsi, anche se serve a prepararsi a un periodo di astinenza e digiuno imposto dalla Chiesa. Le altre, dal Natalis solis, la celebrazione del sole che diventa il Natale di Cristo, a Cerere alla ricerca della figlia rapita da Plutone, fusa nella Madonna Candelora del 2 febbraio con la purificazione di Maria per riproporre il mito di Proserpina che scompare ogni inverno per riapparire in primavera, vengono tutte in qualche modo assoggettate al vivere cristiano.

Miniatura da Le Roman de Fauvel di Gervais du Bus (1310 – 1314)

Il Carnevale quindi, come festa che precede e si contrappone alla Quaresima, nasce nel Medioevo. Ma, pur essendo una produzione medievale non legata direttamente a ricorrenze dell’Antichità, ha parecchie cose in comune con alcune di queste: l’uso delle maschere e i travestimenti, gli eccessi sul piano alimentare, sessuale e di comportamento, fino alla messa in campo di scontri fisici, come le “battagliole”. Alcuni caratteri della celebrazione del Carnevale si ritrovano in festeggiamenti molto antichi, come le dionisiache greche o i saturnali romani, caratterizzati da una temporanea liberazione dagli obblighi sociali e dalle gerarchie, che lasciano sfogo allo scherzo e alla dissolutezza dei costumi. Nelle miniature del Roman de Fauvel, un’opera satirica in versi composta tra il 1310 e il 1314 da Gervais du Bus, il comportamento chiassoso di un gruppo di festanti dà esattamente questa impressione.

Anche la parola carnevale è stata inaugurata intorno all’anno Mille e evidenzia il contrasto con il successivo periodo di Quaresima. È legata alla privazione della carne (carnem levare) che verrà associata inizialmente solo all’ultimo giorno di festa e ai banchetti del martedì grasso. E il dualismo pagano-religioso affiora di nuovo. L’etimologia di Quaresima infatti, rimanda al contrario a un contesto del tutto cristiano: quadragesima dies, periodo di raccoglimento e rinunce nei quaranta giorni che precedono la Pasqua. Era stato fissato durante il concilio di Nicea (325), dove per la prima volta si parla di quarantena, in analogia con il periodo di ritiro trascorso da Cristo nel deserto. Ai tempi di Carlo Magno era già diventata una consuetudine e veniva rispettata su diversi piani: si faceva penitenza e astensione dai rapporti sessuali e in generale si evitava di partecipare a tutto quello che risultava in contrasto con l’idea di purificazione, come balli, teatro e tornei d’armi.

Ma il precetto più legato all’idea di Quaresima resta quello alimentare: si consumava un solo pasto al giorno e la carne era completamente bandita dalla dieta. Solo il pesce restava fuori dal divieto, perché nel Medioevo si pensava che, non accoppiandosi, fosse immune dal peccato di lussuria e non contaminato dall’intervento del sesso. Rispetto all’età Romana, nel Medioevo la carne acquista un grande valore simbolico, ben descritto in un testo piccardo del XIII secolo. Nella “Battaglia di Quaresima e Carnevale” grigliate, spiedini, arrosti e pasticci accorrono in aiuto a Carnevale, minacciato dai truci pesci di mare, di stagno e di fiume di Quaresima, che ha nelle sue schiere di adepti anche burro, latte acido, pasticci e crema. Lo scontro verrà vinto da Carnevale e si potrà finalmente aggiungere carne alle pietanze in ogni giorno dell’anno.

Daniela Querci

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