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“Dio lo volle?” 1204: la vera caduta di Costantinopoli

Dal 21 maggio in libreria l’ultimo saggio della storica Marina Montesano: “Dio lo volle? 1204: la vera caduta di Costantinopoli” (Salerno Editrice, 2020). Pubblichiamo un estratto dell’introduzione del libro dedicato alla storia della quarta crociata.

La quarta crociata partí da Venezia nell’autunno del 1202. I veneziani avevano imbarcato pellegrini e combattenti che, seguendo l’appello del pontefice Innocenzo III, avrebbero dovuto prendere il mare per raggiungere la Terrasanta e impegnarsi nella conquista di Gerusalemme, che dal 1187 era tornata ai musulmani.

La conquista di Costantinopoli nel 1204 (David Aubert, miniatura XV sec.)

Tuttavia, la spedizione non arrivò mai a vedere le coste del Vicino Oriente: si fermò invece a Costantinopoli. La millenaria capitale di quell’Impero che a tutti gli effetti era erede dell’antica Roma venne saccheggiata e conquistata, inglobata insieme ai suoi territori in una nuova formazione istituzionale, detta “Impero latino d’Oriente”.

Il problema di fondo che la quarta crociata pone è dato dalla sua singolarità: una spedizione partita con l’ormai consueto scopo di riprendere Gerusalemme o almeno rafforzare la presenza latina in Terrasanta, si conclude invece in modo del tutto inedito con la conquista di un’antica capitale cristiana.

Tuttavia, già le definizioni sono fuorvianti: quando usiamo l’espressione “caduta di Costantinopoli” il pensiero corre immediatamente al 1453 e alla conquista ottomana; per contro, la conquista del 1204 viene generalmente definita come “quarta crociata” in quel computo (la prima, la seconda, la terza crociata… e cosí via) che in realtà rende poca giustizia alla complessità del fenomeno crociato ma che, rigidamente manualistica, finisce per essere adoperata dalla maggior parte della storiografia specialistica.

L’entrata dei crociati a Costantinopoli (Dipinto di Eugène Delacroix, 1840)

È vero che oggi la visione pluralistica del fenomeno crociato prevale: non solo le spedizioni dirette a Gerusalemme vanno considerate crociate, ma anche quelle combattute nella penisola iberica, nel Baltico, in Africa settentrionale; senza contare le crociate interne, come quelle contro i Catari nel sud della Francia o contro i nemici politici scomunicati dai pontefici; infatti, il criterio legale, ossia il voto di pellegrinaggio prestato dai combattenti e l’input papale, è ciò che diviene determinante.

Ebbene, queste caratteristiche sono presenti nella spedizione che finí a Costantinopoli, ma il voto di crociata (o di pellegrinaggio, come sarebbe piú corretto dire) era stato preso con altro fine che non conquistare la capitale dell’Impero bizantino.

È dunque possibile definirla “quarta crociata”? Come detto, si tratta di una numerazione un po’ sterile, ma il problema che sta dietro questa domanda non lo è; l’incertezza su quanto stava accadendo si palesa anche nelle fonti coeve, impegnate a darne una giustificazione, e giunge fino alla storiografia contemporanea: quella che si occupa della storia di Bisanzio, la bizantinistica, ha generalmente considerato la conquista come un atto deliberato ai danni di Costantinopoli; la medievistica e la crociatistica occidentali, per contro, sono state assai piú caute, fino a sposare il punto di vista di uno dei protagonisti degli eventi, il cronista Goffredo di Villehardouin, che presenta una concatenazione di eventi e incidenti casuali che avrebbero condotto al sacco della città.

Possiamo ascrivere al primo “partito” il grande bizantinista Georg Ostrogorsky, il quale scrive:

L’idea della conquista di Costantinopoli era una vecchia eredità normanna, e già durante la seconda crociata veniva discussa nell’entourage di Luigi VII; durante la crociata di Federico Barbarossa la sua realizzazione sembrò imminente; l’erede di Barbarossa e del re normanno, Enrico VI, la pose al centro della sua politica. Ed ora che Venezia gettava sul piatto della bilancia i suoi interessi commerciali e politici, l’idea divenne realtà. La progressiva secolarizzazione dell’idea di crociata giungeva alla sua conclusione logica: la crociata diventava uno strumento di conquista e si rivolgeva contro l’Impero cristiano d’Oriente.

Per il secondo “partito” possiamo citare l’esempio di Donald E. Queller, che reputa

sovrastimato il potere degli uomini di controllare gli eventi […]. Per me, vi è maggiore interesse nel vedere l’esercito crociato preso in una catena di eventi che ebbero la meglio sulle loro intenzioni, portandolo passo dopo passo verso la città cristiana sul Bosforo.

Enrico Dandolo davanti a san Marco su un grosso da 26 denari (matapan)

Un complotto contro Costantinopoli o una concatenazione di eventi accidentali? Fra queste due posizioni un po’ estreme se ne possono tracciare molte altre, ben piú sfumate. E tuttavia, neppure queste esauriscono il problema, poiché un altro grande quesito concerne i ruoli dei protagonisti: chi fu il motore dell’azione? Quale ruolo ebbe Venezia con il suo anziano ma energico doge Enrico Dandolo? Quale fu quello di Bonifacio di Monferrato, che guidava i pellegrini-crociati? E, ancora, quale fu la funzione di papa Innocenzo III? Primo motore della crociata, finí davvero come uno “spettatore senza potere”?

Naturalmente, non si tratta di dare la caccia al colpevole, compito che certo non spetta allo storico, quanto di valutare, nei limiti del possibile, azioni e intenzioni per comprenderne la logica. Proprio la difficile interpretazione dell’episodio ha fatto sí che di esso molto si sia scritto.

In particolar modo, non mancano storie della quarta crociata che seguono nel dettaglio gli eventi; per questo in “Dio lo volle?” il lettore troverà qualcosa di diverso: un’analisi concisa ma di lunghissima durata dei rapporti fra Oriente bizantino e Occidente latino, quest’ultimo declinato in diverse parti, ossia quelle che diventano importanti nel 1204: il papato e Venezia soprattutto, ma anche altre.

La copertina del saggio (Salerno editrice, 2020)

Tale scelta ha il fine di mostrare in primo luogo perché i contemporanei abbiano sentito il bisogno di giustificare la conquista: Bisanzio restava all’epoca non soltanto un Impero cristiano, ma anche l’erede diretto della tradizione romano-imperiale, anche se l’espansione latina a Oriente aveva innescato un processo nuovo; il mondo latino aveva acquisito ricchezze e potenza che gli consentivano di confrontarsi con Bizantini e Arabi, vecchi dominatori del Mediterraneo; si era dotato di un’istituzione imperiale che, da Carlo Magno in poi, si era costruita una autocoscienza nuova; per non parlare del papato, che ormai si considerava autorità superiore a tutte le altre del mondo cristiano.

Come scriveva il cronista e vescovo imperiale Ottone di Frisinga nella seconda metà del XII secolo,

Sappiate che tutta la potenza e la scienza umana hanno la loro origine in Oriente e finiscono in Occidente

È il tema della translatio da Oriente a Occidente caro a molti suoi contemporanei. La lunga durata serve dunque per seguire, seppure per sommi capi, l’evolversi di questo processo e del rapporto fra Occidente e Costantinopoli, nella convinzione che tale prospettiva potrà gettare almeno in parte una nuova luce sugli eventi del 1204.

Marina Montesano

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La nascita di Costantinopoli

Quando pensava a una nuova capitale per il suo impero, Costantino Il Grande (280-337) aveva in mente Serdica, l’attuale Sofia, oggi capitale della Bulgaria.

Il volto della statua colossale di Costantino I (Musei Capitolini, Roma)

Una predilezione su cui concordano le principali fonti storiche. Espressa già prima di superare una serie interminabile di battaglie dalla quale, alla fine, emerse come il vincitore in una lunga e spietata lotta per il potere che nell’arco di 18 anni coinvolse, insieme a lui, ben altri 8 imperatori, a partire da suo padre il generale Costanzo Cloro, chiamato così, “chlorus”, per il pallore dell’incarnato. Massimiano, Galerio, Severo, Massimino Daia, Licinio, Massenzio e il vecchio Domizio Alessandro, un “usurpatore” che nel 308 ebbe l’idea di farsi acclamare augusto d’Africa: nel 326, tutti gli augusti erano tutti svaniti nel gorgo di vicende terribili e tumultuose. Ora c’era un solo impero. E soprattutto un unico imperatore.

Mancava solo una capitale costruita a sua immagine e somiglianza. Ogni imperatore, sul modello di Alessandro Magno ne aveva scelta una nelle varie regioni dell’impero, a volte adottando una città, a volte fondandone una ex novo.

“La mia Roma è Serdica”, ripeteva Costantino a se stesso e a chi gli era intorno. La scelta, almeno all’inizio, lo convinceva per due ottimi motivi. Il primo era affettivo: sentiva quelle aspre terre dell’Illiria, della Tracia e della Pannonia, comprese tra il Mar Nero, l’Adriatico e l’Egeo, come la sua vera patria. Lì era venuto al mondo suo padre. Lui stesso era nato nella città fortificata di Naisso, lungo il fiume Nišava, nell’attuale Serbia, a poco più di un centinaio di miglia da Serdica. Provenivano dal cosiddetto triangolo illirico anche tutta un’altra serie di imperatori, ascesi al potere a partire dal 268. Idoli dei legionari, tutti di origine plebea: da Claudio il Gotico ad Aureliano, fino a Probo e al grande Diocleziano. Soldati ruvidi e coraggiosi. Figli del limes danubiano ma per molti versi più romani dei romani.

L’altro motivo era una disaffezione che in alcuni periodi arrivò a rasentare l’odio: in realtà, Costantino, inebriato del mito di Roma non ne sopportava i cittadini. E i romani, in fondo, non amavano lui. Almeno quanto lui volesse. In riva al Tevere, si criticava l’amore per i fasti orientali di un imperatore che, ornato di bracciali e collane, nel momento del trionfo aveva ignorato la rituale ascesa al Campidoglio e non aveva reso grazie a Giove, simbolo eterno della grandezza di Roma. Non solo: Costantino aveva sciolto la guardia pretoriana di Massenzio e abolito i popolari giochi dei gladiatori, oltre ad aver riempito di chiese una città nella quale insieme ai nuovi, tanti cristiani, convivevano, soprattutto nelle fasce più abbienti della popolazione molti cittadini che praticavano ancora i riti dei loro padri. L’antipatia era manifesta. E ricambiata. Quella grande, cinica e corrotta città, appariva a Costantino sempre più lontana e ingovernabile. Soprattutto dopo l’uccisione di Crispo (302-326), quando si moltiplicarono i sarcasmi, le critiche e le condanne, sempre meno velate, per l’autocrate capace di mettere a morte anche suo figlio.

L’imperatore aveva da tempo preso coscienza di un fatto: Roma non poteva più essere il centro del mondo e il cuore dell’impero. Ne rimaneva il nome, quello sì, immortale: Caput Mundi. E la gloria perduta. La bussola della storia seguiva quella dell’economia e del potere militare e politico. E indicava l’Oriente.

Il realismo politico vinse sulle ragioni del cuore anche per Serdica capitale: l’antico oppidum dei Traci aveva una posizione geografica sfavorevole, inadatta a un adeguato controllo di un impero così vasto.

L’estensione dell’impero romano alla morte di Costantino I

Dopo la vittoria del 18 settembre 324 a Crisopoli contro Licinio, un nuovo sogno orientale abbagliò Costantino: Troia, la città madre di Roma, poteva, anzi, doveva essere la sua nuova capitale. La posizione geografica era eccellente. E il fascino del luogo appariva irresistibile: una Nuova Roma proprio nella patria di Enea. La nascita di un nuovo mondo là dove tutto era iniziato. Un ritorno alle origini del mito.

Zosimo, scrittore bizantino del VI secolo, autore di una storia di Roma in sei libri, ci ricorda che il luogo preciso scelto per la fondazione della nuova capitale era situato tra l’antica Ilio e il capo Sigeo: l’imperatore

vi pose le fondamenta ed eresse una parte del muro che ancora oggi possono vedere quelli che navigano verso l’Ellesponto.

Jacob Burckhardt, il grande storico di Basilea vissuto nel XIX secolo, descrisse in modo vivido la determinazione di Costantino: “Si recò di persona là dove da millenni si sacrificava sui tumuli degli eroi di Omero; sulla tomba d’Aiace, intorno all’ex campo greco, tracciò il perimetro della futura città”.

Sembrava fatta. Ma all’improvviso i lavori cessarono. Costantino aveva di nuovo cambiato idea. Un ripensamento sul quale, a distanza di secoli, è difficile fare piena luce. Forse fu dettato da opportunità politiche o dai consiglieri cristiani dell’imperatore, contrari alla costruzione della nuova capitale del mondo sulle rovine di quella che era la più mitologica delle città pagane. Ancora una volta, molti anni dopo, quando il Cristianesimo si era ormai affermato in tutto l’impero, la propaganda imperiale spiegò la vicenda parlando di una visione: Dio stesso aveva ordinato a Costantino di fermarsi.

Dove doveva sorgere la Nuova Roma? L’imperatore pensò anche a Tessalonica, l’attuale Salonicco. Ma la ricca città fondata dai Macedoni e chiamata con il nome della sorellastra di Alessandro Magno, era già stata la capitale di Galerio, il primo augusto della tetrarchia dopo il ritiro a vita privata del vecchio Diocleziano. Allora la scelta, che sembrava quella definitiva, cadde su Calcedonia, la colonia greca nel mar di Marmara, che sorgeva sulla sponda asiatica del Bosforo. Ma fu un altro segno del destino, questa volta pagano, a cambiare il corso delle cose.

Leggenda vuole che alcune aquile, rubassero le funi con le quali i progettisti di Costantino stavano misurando il perimetro della futura capitale dell’impero e le portassero in volo sull’altra riva, a Bisanzio, la città costruita dai Greci nel VII secolo avanti Cristo.

Il Bosforo in una foto da satellite

L’imperatore aveva già visitato il luogo due anni prima, quando aveva sconfitto Licinio, il suo ultimo concorrente al trono. Appariva perfetto: al confine tra l’Asia e l’Europa e in una posizione strategica, dalla quale si potevano controllare sia i commerci via terra tra i due continenti che le rotte marittime dal Mar Egeo al Mar Nero.

Bisanzio sorgeva su una penisola che per tre lati era difesa dalle acque: ad est il Bosforo, a nord il Corno d’Oro e a sud il Mar di Marmara. Per via di terra era accessibile da un solo lato, ad occidente. Ma lì si poteva difendere con un adeguato sistema di mura. La città era collegata alla regione balcanica e all’Adriatico attraverso la via Egnatia e alla frontiera siro-persiana grazie ad una strada militare che tagliava in due la penisola anatolica.

Nella scelta del sito di Bisanzio, c’erano da metter in conto anche fondamentali esigenze strategiche. Dalle rive del Bosforo la vigilanza diretta dei confini imperiali appariva più agevole. E si potevano controllare meglio le crescenti ambizioni del risorto impero persiano.

Non si trattava di costruire ex novo una nuova capitale. Ma Costantino volle comunque un tradizionale e solenne rito di fondazione. Gli astrologi considerarono come favorevole la posizione delle stelle. E gli àuguri, attraverso il volo degli uccelli, accertarono la benevolenza degli dei. Nelle sue vesti di sommo sacerdote, con la cerimonia della limitatio, l’imperatore tracciò sul terreno con una lancia i confini della città a lui consacrata e quadruplicò l’ampiezza della antica colonia greca.

Nel 326 fu posata la prima, simbolica pietra.

Elena con suo figlio Costantino il Grande e la Vera Croce in una icona ortodossa bulgara

L’imperatore impresse un ritmo frenetico ai lavori. La penisola sul Bosforo divenne il luogo del più grande cantiere dall’epoca dell’incendio di Roma al tempo di Nerone. Migliaia e migliaia di lavoratori accorsero a Bisanzio da ogni lato dell’impero. Bisognava far presto. Costantino fece ampliare e restaurare i precedenti edifici voluti a Bisanzio da Settimio Severo. L’ippodromo venne ricostruito in direzione del mare. Accanto fu edificato il Gran Palazzo: un immenso sistema di edifici di quasi 100mila metri quadrati con terrazze e giardini che digradavano dolcemente verso il Mar di Marmara. Statue e preziosi marmi policromi abbellirono le Terme. E nell’area oggi compresa tra la basilica di Santa Sofia e la Moschea Blu, nacque il Foro: una grande piazza pubblica, delimitata da quattro portici (tetrastoon). Era l’Augusteion, chiamato così in onore di Elena, l’augusta, l’imperatrice madre che un tempo era stata una locandiera e che ora partecipava alla gloria di quel figlio nato da una relazione con Costanzo Cloro, padrone del mondo conosciuto e a cui tutti si prosternavano come fosse un dio.

Come Roma, Costantinopoli sorgeva su sette colli e venne divisa in quattordici distretti amministrativi. E come Roma si arricchì di grandiosi edifici pubblici, collegati tra loro da una strada imponente: la Mese (la “via di Mezzo”) larga 25 metri e costeggiata da portici colonnati, all’interno dei quali trovarono spazio negozi di ogni tipo.Ad est, la Mese iniziava dal Milion, una colonna miliare d’oro dalla quale si poteva misurare la distanza che separava Costantinopoli dalle province dell’impero. Nacque un più efficiente sistema di mura fortificate. Un grande acquedotto e grandi cisterne assicuravano l’approvvigionamento idrico.

Sul modello romano, Costantino istituì anche un Senato. Ma non voleva soppiantare Roma, o perlomeno l’idea di Roma: per lungo tempo nei ranghi dello stato romano, i senatori che vivevano in riva al Tevere rimasero più importanti di quelli di Costantinopoli. Tanto da essere chiamati clarissimi, mentre quelli della città sul Bosforo venivano appellati soltanto come clari. Quanto al potere, per entrambi le classi senatoriali era ridotto. Quelli di Costantinopoli erano assoggettati completamente all’imperatore. Vennero reclutati pressoché tutti dai territori orientali. Questo fatto ebbe conseguenze importanti: nella compagine imperiale il Senato di Roma si trovò, di fatto a rappresentare l’elemento latino. Quello di Costantinopoli soltanto l’elemento greco. Una contrapposizione che in futuro avrebbe segnato una ulteriore frattura tra la pars orientis e la pars occidentis dell’impero.

Costantino, come a Roma, volle un Prefetto che governasse la città. Ma come per il Senato, era un ruolo formale. Quello che davvero contava era la volontà dell’imperatore.

Costantinopoli illustrata da Hartmann

Nella nuova, grande città, pagani e cristiani ottennero spazi paritari. E accanto ai templi nacquero chiese di grande bellezza.

Per sostenere i grandiosi lavori della sua capitale, Costantino utilizzò enormi somme di denaro, fece abbattere i boschi del Ponto Eleusino e svuotare le celebri cave di marmo dell’isola di Proconneso.

Molte città vennero spogliate dei loro tesori: meraviglie dell’arte antica destinate ad abbellire la nuova capitale. Solo nell’area dei bagni pubblici vennero sistemate ottanta grandi statue bronzee. Le cronache citano una statua di Pallade da Lindo e un’altra di Zeus che proveniva da Dodona, il centro dell’Epiro sede degli oracoli dedicati alle divinità pelasgiche. Sulla “spina” dell’Ippodromo vennero sistemati i quattro celebri cavalli, scolpiti nel bronzo di Corinto e attribuiti a Lisippo, che dopo la quarta crociata (1204) furono portati nella basilica veneziana di San Marco. Nel “sacco di Costantinopoli” i crociati distrussero anche una splendida statua di bronzo che raffigurava Ercole, anch’essa di Lisippo. Sappiamo anche di un’altra statua di Zeus, opera di Fidia, che finì bruciata in un incendio nell’anno 462. Un gruppo di Muse dall’Elicona vigilava sulle decisioni del Senato. Girolamo (347- 420) padre della Chiesa, dopo la morte di Costantino, vergò parole di condanna per quel caotico costruire:

Inaugurano Costantinopoli mentre quasi tutte le città vengono spogliate.

Ancora più severo fu, nell’Ottocento, Burckardt che addebitò all’imperatore quello che apparve

il più vergognoso e immane saccheggio della storia.

L’atto di fondazione fu grandioso e segnato dai riti con i quali, mille anni prima, era stata consacrata Roma. L’11 maggio 330 fu celebrata la cerimonia della dedicatio.

Per Costantino, la Nuova Roma doveva richiamare sempre l’antica. Alle due città venne assegnato lo stesso nome segreto, Flora, che doveva rimanere per l’eternità ed essere suggellato da pratiche misteriche in grado di assicurare alla nuova città la stessa fortuna di quella fondata da Romolo il 21 aprile del 753 avanti Cristo.

Sull’11 maggio 330, il giorno della nascita di Costantinopoli, i resoconti delle fonti storiche, tanto per cambiare, sono discordanti. Eusebio di Cesarea, vescovo e storico, apologeta dell’imperatore, afferma che la nuova e grande città fu consacrata al Dio dei martiri cristiani. La Chronographia del greco-siriano Giovanni Malala, scritta due secoli dopo i fatti (560 circa) sostiene invece che prima della dedicatio, l’imperatore avrebbe fatto trasportare in segreto da Roma il Palladium, l’antica e venerata effige lignea che Enea avrebbe portato da Troia nel Lazio. Un talismano che in modo arcano aveva protetto per secoli le sorti del Caput Mundi e che ora tornava in Oriente a trasferire il mito dell’invincibilità a Costantinopoli.

La Colonna di Costantino(foto: Jose Mario Pires)

L’imperatore avrebbe fatto seppellire il simulacro troiano sotto una gigantesca colonna, alta 32 metri e formata da sette blocchi cilindrici di porfido sovrapposti. Nel corso della fondazione della città venne posizionata proprio al centro del Foro e in suo onore fu chiamata Colonna di Costantino. Giovanni Malala ci informa che

sulla sua colonna egli pose la sua statua, che ha sul capo sette raggi.

Nel centro della sua città e anche del suo impero, Costantino volle essere raffigurato come una divinità solare: Helios Apollo “il sole che tutto domina con lo sguardo”, come recitava un’altra iscrizione usata dai suoi sudditi di Termesso, una città sui monti Tauri.La Colonna di Costantino conosciuta anche come “Colonna bruciata” o “Pietra cerchiata” è il solo resto importante sopravvissuto all’età del fondatore di Costantinopoli.

Costantino non rinunciò mai alla sua funzione di Pontifex maximus. Un imperatore “papa” affascinato dal monoteismo al quale si era avvicinato già al tempo della guerra contro Massenzio. Lo storico Franco Cardini sottolinea l’atteggiamento ambiguo dell’imperatore di fronte al credo religioso. Certo, era attratto dal cristianesimo della madre Elena. Ma per lungo tempo più che monoteista “fu enoteista: adorava una divinità suprema accompagnata da altri dei”.

La tradizione cristiana vuole che nel 337, sentendo la morte vicina, volle essere battezzato. Tra i tanti edifici nati durante la fondazione di Costantinopoli, l’unico che fu completato prima della sua morte fu la chiesa dei Santi Apostoli. Il sarcofago dell’imperatore venne posto in posizione centrale tra i cenotafi dei dodici apostoli.

Un altro segno di come Costantino volle passare alla storia: un “isoapostolo”. Uguale agli Apostoli. Quasi un omologo di Cristo.

Federico Fioravanti

Bibliografia sulla civiltà bizantina: Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, 1993. Silvia Ronchey, Lo Stato bizantino, Einaudi, 2002. Cécile Morrison, Il mondo bizantino, Einaudi, 2004 – Edizione italiana a cura di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini. Charles Diehl, La civiltà bizantina, Garzanti, 1962. Steven Runciman, La civiltà bizantina, Ghibli, 2014. Gerhard Herm, I bizantini, Garzanti, 1997. Cyril Mango, La civiltà bizantina, Laterza 2019. Umberto Eco (a cura di), L’Antichità, Encyclomedia, 2012.

Bibliografia su Costantino Il Grande, Bisanzio e Costantinopoli: Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, BUR 2009. Timothy Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine, Cambridge, MA: Harvard University Press, 1982. Tommaso Braccini, Bisanzio prima di Bisanzio. Miti e fondazioni della nuova Roma, Salerno, 2019. Richard Krautheimer, Tre capitali cristiane. Topografia e politica, Einaudi, 1987.Augusto Fraschetti, La conversione. Da Roma pagana a Roma cristiana, Laterza 2004. J. Burckhardt, L’età di Costantino il Grande, Firenze, 1990. Manfred Clauss, Costantino e il suo tempo, Il Mulino, 2013. Alessandro Barbero, Costantino il Vincitore, Salerno Editore, 2016. Eberhard Horst, Costantino il Grande, Milano, 1987. A. Marcone, Pagano e cristiano. Vita e mito di Costantino, 2002. Roger Rémondon, La crisi dell’impero romano, da Marco Aurelio ad Anastasio, Milano, 1975. Furio Sampaoli, Costantino il grande e la sua dinastia, 1955. Umberto Eco (a cura di), L’Antichità, Encyclomedia, 2012. Antonio Spinosa, La grande storia di Roma, Mondadori, 1996. Michael Grant, Gli imperatori romani. Storia e segreti, Newton&Compton editori, 2005. Giuseppe Corradi, Gli imperatori romani, Torino, 1994.

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La condanna dei Tre Capitoli

L’imperatore bizantino Giustiniano (482-565) dirigeva la vita della Chiesa come quella dello Stato. Nessun altro imperatore, né prima né dopo di lui, ebbe un così forte potere di controllo sui papi e i patriarchi.

Giustiniano raffigurato in un mosaico di San Vitale a Ravenna

Giustiniano decideva sulle questioni dogmatiche e anche su quelle liturgiche. Dirigeva concili. Scriveva di suo pugno opere teologiche e anche inni religiosi. Interveniva di persona per ogni singola questione ecclesiastica.

Il 5 maggio 553 convocò a Costantinopoli il V concilio ecumenico. L’obiettivo dell’imperatore era quello di portare a una posizione comune la Chiesa d’Oriente e quella di Occidente nella condanna del monofisismo (dal greco μονος, monos, “solo, unico” e ϕύσις, phýsis, “natura”).

L’eresia, sostenuta dal monaco Eutiche (378- 454) riconosceva a Cristo la sola natura divina e ne cancellava quella umana.

Giustiniano cercava un compromesso con i monofisiti, presenti in Siria e in Egitto. Allo stesso tempo, la nuova politica imperiale di conquiste in Occidente imponeva un accordo con la Chiesa di Roma. La posizione antimonofisita dei papi alimentava l’ostilità delle forze separatiste copte e siriane verso il potere centrale di Costantinopoli. Giustiniano cercò in ogni modo di uscire da questo problema.

Il concilio ecumenico del 553 condannò come infetti di eresia i cosiddetti Tre Capitoli (τρίακεϕάλαια). Erano le proposizioni teologiche contenute negli scritti dei vescovi Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e di Iba di Edessa. Questi religiosi erano favorevoli al nestorianesimo, la dottrina di Nestorio, il patriarca di Costantinopoli morto nel 451, già condannata, più di cento anni prima, nel Concilio di Efeso (431).

Nestorio raffigurato in un’opera di Romeyn de Hooghe del 1688

Nestorio sosteneva l’esistenza, in Gesù Cristo, oltre che di due nature (divina e umana), anche di due persone. Ma enfatizzava la natura umana di Gesù rispetto a quella divina.

Con la condanna dei cosiddetti Tre Capitoli, Giustiniano puntava al ritorno ritorno dei monofisiti all’unità della fede. Cercò di soddisfare sia l’Oriente che l’Occidente. Ma finì con il non accontentare nessuno. Le dispute dottrinali non cessarono. Con mille esitazioni, i patriarchi orientali approvarono l’editto imperiale ma a condizione che anche il papa fosse d’accordo.

Gran parte dei vescovi d’Occidente si oppose però in modo anche violento ai decreti del concilio. Certo non per la condanna in sé del nestorianesimo. Ma per un’altra, importante ragione: appena due anni prima, nel Concilio di Calcedonia del 451, gli scritti di Teodoreto e Ibas erano stati riconosciuti come ortodossi. Molti vescovi videro quindi le conclusioni del V concilio ecumenico di Costantinopoli e gli anatemi voluti da Giustiniano come un vero e proprio attentato al sinodo precedente.

Le contestazioni furono durissime. I vescovi africani arrivarono a scomunicare papa Vigilio, che pure era stato deportato a Costantinopoli e costretto con la forza a sottoscrivere i decreti del concilio.

Anche dopo la solenne condanna dei Tre Capitoli da parte del concilio, i vescovi dell’Africa, dell’Illirico e della Dalmazia fecero resistenza. In Italia settentrionale si arrivò anche a uno scisma che divise la Chiesa d’Occidente per circa un secolo e mezzo: fu riassorbito a fatica, con la sola eccezione della provincia di Aquileia, che si riunì alla Chiesa di Roma soltanto nel 698, all’epoca di papa Sergio.

Il V concilio ecumenico di Costantinopoli estirpò il nestorianesimo in modo definitivo in Occidente. I nestoriani trovarono rifugio nell’impero persiano. Le Chiese nestoriane ebbero grande diffusione in Oriente e confluirono in parte nella Chiesa caldea. Tracce del nestorianesimo rimangono ancora oggi in India e in Iraq.

I decreti del Concilio di Costantinopoli del 553 sono validi ancora oggi per la Chiesa cattolica e per la Chiesa ortodossa. Ma anche per i vetero cattolici e i luterani.

Professano ancora il monofisismo tre grandi Chiese che risalgono al VI secolo: quella egiziana o copta, la Chiesa siriaca giacobita e la Chiesa armena.

Virginia Valente

Da leggere:Georges Tate, Giustiniano – Salerno Editrice, 2006.Giorgio Ravegnani, L’età di Giustiniano, Carocci editore, 2019.Cyril Mango, La civiltà bizantina, Laterza 2019. Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, 1993 Silvia Ronchey, Lo Stato bizantino, Einaudi, 2002. Steven Runciman, La civiltà bizantina, Ghibli, 2014. Charles Diehl, La civiltà bizantina, Garzanti, 1962. Gerhard Herm, I bizantini, Garzanti, 1997.

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La morte di Maometto II il Conquistatore

Il 3 maggio 1481 morì Maometto II il Conquistatore (1432–1481), settimo sultano dell’impero ottomano. Era salito al trono a soli 13 anni. Ne aveva appena 21 quando conquistò Costantinopoli (1453) e mise agli undici secoli di storia della civiltà bizantina. Occupò il Peloponneso e soggiogò la Serbia. Si spinse fino a Otranto dove lo fermò l’esercito radunato da papa Sisto IV (1480).

Il famoso ritratto di Maometto II di Gentile Bellini conservato nel Victoria and Albert Museum di Londra

Per i Turchi, Mehmet II fu il Ghazi, il conquistatore per eccellenza.

Paragonò le sue azioni imperiali a quelle di Alessandro Magno. Si vedeva come un nuovo Cesare, capace di conquistare Roma (“La Mela Rossa”) e poi riunire, sotto un unico dominio, tutti i territori dell’antico Impero Romano.

Sognava di unificare sotto il suo comando le tre grandi religioni del Libro: Cristianità, Islam ed Ebraismo. Ma morte lo colse quando aveva appena attraversato il Bosforo per attaccare i Mamelucchi burji che regnavano sulle terre degli attuali Egitto, Siria e Arabia Saudita.

Era già gravemente malato. Ma molti storici accreditano l’ipotesi che sia stato il Bayazid II, suo successore, ad avvelenarlo. Alla sua morte, esplose una guerra civile tra gli eredi al trono, i suoi due figli: Cem, spalleggiato dalla Corte e dal Gran Visir e Bayazid, sostenuto dai Giannizzeri. La spuntò quest’ultimo, che fu sultano dell’impero fino alla sua morte (1512). E che, come il padre, morì avvelenato dal figlio e successore Selim (1465-1520) che pensò bene di sterminare anche tutti i suoi fratelli.

Bayazid II, come suo padre, protesse i poeti e amò la cultura: aveva studiato matematica, teologia e filosofia e parlava l’arabo e il persiano.

La tomba di Maometto II il Conquistatore, la Moschea del Fatih, che lo stesso sultano fece edificare a İstanbul sul sito della chiesa dei Santi Apostoli, è tuttora oggetto di grande venerazione.

Il sultano Maometto II ritratto da Paolo Veronese (Palazzo Topkapı, İstanbul)

Il suo mito ha attraversato i secoli.

Mehmet II, in molte occasioni spietato anche con i suoi sudditi, scampò a ben 14 attentati. Fu insieme colto e crudele. Ma anche tollerante: lasciò in funzione la Chiesa bizantina e ordinò al suo Patriarca di tradurre in turco i testi cristiani.

Terrorizzò l’Occidente. Eppure ne subì il fascino artistico e letterario. La sua libreria superava quelle italiane dei Medici e degli Sforza, e includeva la Geografia Tolemaica, l’Iliade di Omero, e altri preziosi testi in greco, arabo ed ebraico.

Costruì un grandissimo impero, che poi però svanì, come le altre cose del mondo. Una caducità di cui era consapevole. Tanto da recitare, in quel fatale 29 maggio 1453 , giorno della conquista di Costantinopoli, quando varcò le soglie del grande palazzo imperiale, i dolenti versi persiani giunti fino a noi grazie al suo grande e raffinato biografo Tursun Beg:

Il ragno monta la guardia nei portici della cupola di Khusraw. La civetta suona il silenzio nel Palazzo di Afrasiyab. Così va il mondo, destinato ad aver fine.

Virginia Valente

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Il grande Digenis Akritas, eroe dell’epopea bizantina

Bisanzio, ovvero Nuova Roma-Costantinopoli, fu un faro di cultura, politica e religione nell’intero arco del periodo che ancora oggi chiamiamo Medioevo. Nel primo spazio temporale, tra la caduta di Roma e l’anno Mille, l’Impero d’Oriente fu la vera fiaccola di civiltà e prosecutore materiale dell’antica caput mundi.

Una società colta, come la definiva Kazhdan, ricca di un humus sociale figlio di antiche e diverse comunità, ora però unite sotto un unico scettro. Questo mélange di diversità portò Sir Robert Byron a definire l’Impero dei Romani d’Oriente come una “tripla fusione” composta da un corpo romano, da una mente greca, e da un’anima orientale.

Gli Acriti (soldati scelti bizantini) in un’antica rappresentazione.

In questa società, per certi versi eclettica, per altri terribilmente conservatrice, non erano rari gli amori dissoluti. Nelle varie opere giunte fino ai giorni nostri, ve n’è una assai interessante che stuzzica l’immaginazione e ricolma uno spazio creduto perduto sotto la rigida dottrina cristiana: il Digenis Akritas.

Questo poema, per altro anonimo, è tra i più importati di tutta l’epopea bizantina. Gli ultimi studi lo riconducono al X secolo, un periodo di grandi cambiamenti nell’Impero dei Romei. La dinastia macedone, che governava Costantinopoli da quasi un secolo, aveva infatti dato vita ad una grande fase espansiva a danni dell’Impero degli Arabi Abbasidi. Una sorta di guerra perenne dove un’ampia fascia di territorio, confinante tra le due grandi realtà geopolitiche della zona, era in balia di bande combattenti.

Una pagina del manoscritto originale del XII secolo, vergato in greco bizantino

In questi luoghi, tra un monte romeo e una valle araba, ecco che sboccia la leggenda del grande Digenis, anch’egli figlio di queste terre essendo, come dice il suo nome, figlio di due etnie. L’eroe non assomiglia ai suoi alter-ego latini, come Orlando o Cid. Lui non ama essere fedele al suo Imperatore, anzi è totalmente avulso dalle gerarchie e così amante della propria libertà che si dissocia da ogni legame con Costantinopoli e continua la sua vita seguendo un individualismo senza limiti. Digenis non segue alcuna forma di onore formale, bensì vive di emozioni forti e segue solamente il suo fiuto e il suo codice etico. Più che un eroe è un antieroe, difende principalmente se stesso e la sua amata consorte.

Eppure le sue grandi doti guerresche e le sue gesta inconsulte non rimangono sorde all’orecchio del Basileus. L’Imperatore tenta di conoscere questo grande guerriero, l’Akrita, ossia colui che combatte nel confine dell’Impero, ma Digenis non accetta mai di incontrarlo, anzi, lo sfida affermando che sarebbe in grado di batterlo senza alcuna difficoltà. D’altronde l’antieroe è un figlio del confine, non ha legami di giuramento e non è un servitore dell’impero.

Digenis è un personaggio solitario, non ha compagni con i quali poter dividere le proprie avventure, preferisce la singolar tenzone alle grandi battaglie. È di certo cristiano, ma non segue pedissequamente i dettami della legge divina, anzi i suoi comportamenti, sebbene mitigati alcune volte dal terrore della punizione divina, sono al di fuori di ogni regola. Non è un cavaliere che difende la fede dai nemici musulmani, pur preservando forte la sua indole cristiana non combatte i suoi nemici in quanto miscredenti, ma li distrugge solo per un suo particolare vanto e per aumentare ulteriormente la sua aura di invincibilità.

Basilio Akritas e il drago raffigurati in un piatto bizantino del XIII secolo

D’altronde il confine non è terra per nobili ed eroi. È un luogo di scontro continuo e assiduo fatto di ratti, di punizioni, di scontri e battaglie senza mai una fine. Non esiste, infatti, uno scontro finale che porti poi alla pace tra i contendenti e questo genera nell’antieroe una continua ricerca della preservazione del proprio essere e del suo strettissimo cerchio famigliare. Come dice perfettamente Maltese, il codice di Digenis è costituito da: “onore, per l’uomo, è rapire e sposare la donna amata, difendere la propria donna dagli aggressori esterni, razziare e possedere le donne altrui”.

Il poema nasce proprio da un ratto compiuto dal padre dell’eroe, Musur, che approfittando dell’assenza del genitore e dei fratelli, rapisce una fanciulla figlia di un generale romeo stanziato sul confine. L’emiro arabo, però, si innamora perdutamente della donna e decide di convertirsi al cristianesimo, assieme a tutto il suo gruppo, e di tornare nelle terre imperiali. Può così sposarsi e generare prole, l’anno successivo nasce Digenis.

Digenis segue le orme paterne ma non si innamora di alcuna donna mussulmana, bensì di una splendida donna cristiana, tenuta però segregata e ben protetta in casa dal gelosissimo padre. L’innamorato sfodera così tutto il suo charme da grande amatore. Inizia a corteggiare la fanciulla cantando sotto la sua finestra accompagnandosi con una cetra, lei si mostra dalla finestra e si innamora perdutamente dell’eroe. Così, Digenis, la convince a scappare e la rapisce in una notte stellata. Appena il padre si accorge che sua figlia è sparita, assieme ai suoi figli maschi, rincorre i due fuggitivi e li raggiunge. Digenis non mostra paura ed impavido li affronta e li vince sconfiggendoli tutti. Al padre non resta che riconoscere l’amore della figlia e le intenzioni dell’eroe.

Il romanzo però non termina qui, anzi, si infittisce di interessantissimi aneddoti e la narrazione diventa sempre più avvincente. Ora che l’eroe ha ottenuto la sua bella la deve difendere dalle mille avversità e da diversi pericoli. D’altronde il confine non è luogo di pace e di tranquillità, anzi è località irta di ostacoli e bramosa di vite umane. Digenis dimostra tutto il suo valore vincendo subito un drago che per l’occasione si era trasformato in un bellissimo giovane e aveva tentato di violentare la moglie. Poi è il turno di un leone che l’acrita vince uccidendolo con un colpo di clava, ma la vita di frontiera non permette sogni tranquilli. I due, mentre cantano il loro amore, vengono sorpresi da un gruppo di predoni. Digenis li sconfigge tutti poi sfida i loro migliori guerrieri a duello, vincendo ancora una volta.

Akristas e il drago – Piatto bizantino – Museo Archeologico di Castro (LE)

La donna, in questo ambiente, è il centro di tutto il nucleo narrativo. Il possesso, il ratto, la difesa di essa è il fulcro dell’onorabilità dell’eroe o del guerriero.

Digenis però non si limita solo a questo. Anzi, non contento della sua vita famigliare tradisce l’amata per ben due volte. La prima esperienza si concreta poco dopo il matrimonio, con una donna araba appena vista vicino ad una fonte in pieno deserto. La donna è così bella che Digenis crede di cadere in un tranello del demonio e si fa il segno della croce. Una volta vinte le sue paure si avvicina ed inizia ad ascoltare la sua richiesta d’aiuto. Lei è così triste per problemi di cuore, si è innamorata di un soldato romeo che dopo tre giorni di passione l’ha abbandonata in mezzo al deserto senza lasciarle nulla per vivere. Mentre la ragazza racconta le sue vicende, ecco che giunge un gruppo di predoni arabi con l’intento di uccidere entrambi. A quel punto Digenis, rimasto in incognito, sfodera tutta la sua baldanza guerriera e sconfigge velocemente i nemici. L’eroe è così costretto a rivelarsi e promette alla donna di portarla dal suo amante e di costringerlo poi a sposarla. Ma il richiamo fisico è troppo forte, durante il tragitto, Digenis, pur respinto a forza dalla dama, la violenta. Una volta ricondotta la donna dal suo amante romeo e dopo averlo costretto a sposarla torna verso casa con il cuore ricolmo di sensi di colpa, mostrando ancora una volta la sua psicologia ambivalente. Da un lato costringe il suo rivale in amore ad accettare il matrimonio affermando così il suo codice etico cristiano, da un altro dimostra la sua codardia nel non rilevare all’uomo la violenza perpetrata a danni della sua futura moglie.

Eppure anche quest’azione non placa la sua voglia di primeggiare. L’animo del nostro eroe non è mai, infatti, domo, tutt’altro esso è un vortice di passioni inconsulte che sfociano sempre in combattimenti fisici. Quando, nel suo quotidiano controllo delle frontiere, trova un gruppo di predoni, si scaglia con tutta la sua forza contro di loro e li stermina velocemente. Mentre sta finendo gli ultimi avversari vede apparire il loro capo: l’amazzone Maximò che lo sfida a duello. Lo scontro è alla pari, nessuno dei due duellanti pare vincere, fino a quando Digenis riesce a ferire la mano dell’avversaria facendole perdere la spada. A quel punto Maximò supplica il nostro eroe di non ucciderla offrendosi, ancora vergine, all’acrita. Digenis rifiuta in prima battuta, affermando di avere già una bella moglie a casa che lo attende, ma la vista dell’amazzone, coperta solamente di un vestito simile ad una ragnatela, lo fa avvampare e l’unione fisica si concreta ancora una volta. Intanto la moglie, insospettita dal ritardo, chiede a Digenis i motivi di tale fatto ma lui dimostra una grande abilità oratoria e riesce a convincerla usando parole dolci. Poi però il senso della vergogna diventa irresistibile, l’eroe torna sul luogo del misfatto e uccide l’amazzone.

In conclusione, si può affermare che il Digenis è un campione anarchico che vive ogni giorno della sua vita come se fosse l’ultimo. La sua fiamma ardente è votata alla battaglia, materia in cui eccelle, anzi ne è il campione, ma senza la sua controparte fisica, ossia l’amore biblico verso le donne che in precedenza aveva difeso e quindi conquistato, il suo temperamento non avrebbe pace. Non avendo capi non ha neppure un codice morale né un codice etico, il suo comportamento è legato al luogo in cui risiede, una sorta di limbo dove tutto può accadere senza avere grosse conseguenze. Essendo lui stesso emblema di quella terra ne respira e ne vive le contraddizioni più vere e sincere. L’arcaico tipo di guerriero della frontiera si fonde così, come dice giustamente Maltese, nella più recente epica cristiana mantenendo però le contraddizioni di questi due mondi completamente diversi.

Nicola Bergamo

Da leggereDigenis Akritas, Poema anonimo bizantino, traduzione a cura di P. Odorico, prefazione di E. V. Maltese, Giunti, Firenze 1995.Figure bizantine, C. Diehl, traduzione di M. S. Ruffolo, introduzione di Silvia Ronchey, Einaudi, Torino 2007

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Pulcheria, la castità come potere

Pulcheria in una immagine di Hieronymus Wierix (sec. XVII)

Imperatrice di fatto se non di nome, Aelia Pulcheria nacque nel gennaio del 399 e morì attorno al 455 d.C.. Era figlia di Arcadio ed Eudocia, prima coppia a regnare sulla pars orientalis dell’Impero romano dopo la spartizione definitiva di Teodosio I.

Figura già bizantina, dunque, e non solo in ossequio alle ripartizioni della storiografia, ma per l’atmosfera di ieratica religiosità e rigida ortodossia che Pulcheria seppe imporre alla corte di Costantinopoli e ai rituali della vita cittadina.

Quando nacque, la coppia imperiale aveva già una figlia, Flacilla; poco dopo nacquero altre due sorelle e soprattutto l’erede al trono, Teodosio. Le cronache non registrano differenze nelle solennità del cerimoniale di battesimo, a conferma del ruolo cruciale, retaggio della tradizione romana, svolto dalle donne della famiglia imperiale nel garantire la continuità dinastica. Tradizione che Pulcheria seppe mantenere e al contempo innovare, con una formula inconsueta attinta ai principi della fede cristiana.

Lo storico palestinese Sozomeno, nel V secolo, ne ricorda l’ottima istruzione: nonostante le fonti siano molto lacunose a riguardo, possiamo immaginare che abbia ricevuto l’educazione che si richiedeva alle donne del suo rango. Tuttavia, Pulcheria seppe distinguersi: con ammirazione forse agiografica si ricorda la sua perfetta conoscenza sia del greco che del latino e la familiarità con la letteratura classica. Ricevette sicuramente anche un’educazione religiosa, affidata a un alto prelato, a un monaco o a una guida spirituale. Rimasta presto orfana dei genitori, Pulcheria dovette occuparsi del fratello e delle sorelle, facendo da tutrice e occupandosi della loro educazione e formazione religiosa.

Nel 408 Teodosio salì al trono: aveva otto anni; nel 414, Pulcheria venne nominata Augusta, benché ne avesse solo quindici. Sozomeno e altri storici descrivono l’evento come un riconoscimento del ruolo di tutela che da tempo la sorella esercitava nei confronti del fratello. Una procedura istituzionale quantomeno inconsueta che elevava di fatto una donna al rango ufficiale di reggente. Ruolo che Pulcheria continuò a mantenere, anche quando il fratello divenne adulto e prese in mano le redini dell’Impero.

Pulcheria in una immagine oleografica

Già due anni prima, nel 412, Pulcheria aveva reso pubblica la decisione che avrebbe segnato definitivamente la sua immagine: la scelta del voto di castità, alla quale si aggiunse la rinuncia al matrimonio, non sappiamo se spontanea o imposta, da parte delle sue tre sorelle.

Era pratica non inconsueta, da parte di matrone cristiane dell’aristocrazia tardo-imperiale, quella di abbandonare la mondanità e gli impegni pubblici per ritirarsi a vita privata, dedicandosi alla preghiera e alle opere pie. Ma la scelta di Pulcheria, amplificata dalla cassa di risonanza del suo rango e “istituzionalizzata” attraverso la proclamazione pubblica, imprimeva al fenomeno contorni quasi epocali: la commistione tra legittimazione politica e virtù religiose si faceva sempre più stretta.

Se è vero, come ha scritto Georg Ostrogorsky nella Storia dell’Impero bizantino, che Bisanzio fu un connubio di struttura statale romana, cultura greca e religione cristiana, non c’è dubbio che la figura di Pulcheria abbia nutrito quell’alone d’incenso sacro che gravita da sempre sull’immagine della corte di Costantinopoli.

Alla porpora, all’oro e ai broccati della tradizione tardo-imperiale romana, alle raffinatezze dell’erudizione greca, Pulcheria associò, e spesso cercò di sostituire, i toni austeri e i silenzi della meditazione, il salmodiare delle processioni religiose, la frugalità, i digiuni e le mortificazioni dell’ascetismo cristiano.

La partecipazione dell’Augusta alla vita dell’impero fu intensa. Le fonti insistono sul ruolo svolto nelle dispute teologiche e nelle fondazioni religiose, ma Pulcheria fu attiva anche nella politica culturale: alla sua influenza si fa risalire il provvedimento con cui, tra il 415 e il 416, Teodosio II interdisse i pagani da tutte le pubbliche funzioni. Non fu l’unica occasione in cui Pulcheria seppe imporre le sue idee: persino la moglie di Teodosio II, la giovane Athenai, fu scelta dall’Augusta. Figlia di un retore pagano di Atene, nutrita di letture classiche ma autrice anche di ispirati inni religiosi, Eudocia, questo il nome cristiano che la giovane prese dopo il matrimonio, fu a lungo rivale della cognata a corte, fino a essere costretta, per intrighi di palazzo, a ritirarsi a Gerusalemme.

Testa di una statua di Teodosio II conservata al Louvre

La religiosità dell’Augusta impose alla vita di palazzo le cadenze pie della vita monastica: “Egli [Teodosio] – scrive Socrate Scolastico – rese il suo palazzo simile a un monastero: poiché, insieme alle sue sorelle, si alzava presto la mattina per recitare gli inni di lode a Dio” (Socrate Scolastico, Ecclesiastica Historia, VII, 22). Pulcheria fu la guida spirituale di Teodosio: lo incitava a dedicarsi alla vita semplice e alla devozione quotidiana.

Preghiere, funzioni, digiuni e letture edificanti: l’imperatore e le tre sorelle conducevano vita comunitaria, assistendo alle funzioni religiose e conducendo le processioni che attraversavano le vie di Costantinopoli e che saranno poi una scena ricorrente nella capitale; visitando chiese, monasteri e ospizi e occupandosi di poveri e malati; dedicandosi a lavori manuali. Tra preghiere e astinenze, la vita della famiglia imperiale scorreva secondo le cadenze di una ritualità già bizantina.

Il nome di Pulcheria è legato a opere pie e a molte fondazioni, anche se è difficile stabilire con certezza quali chiese e monasteri siano riconducibili a iniziativa diretta dell’Augusta e quali alla sua influenza presso il fratello: le fonti che ce ne parlano, come la Chronographia di Teofane nel IX secolo, sono tarde, e probabilmente già orientate a costruire il culto di Pulcheria, vergine e santa, più che alla realtà storica della sua azione evergetica.

Ma certo il suo ruolo non fu secondario nel graduale processo di trasformazione che fece di Costantinopoli una città cristiana: parafrasando il detto di Ottaviano (I sec. d.C.), che si sarebbe ascritto il merito di aver trovato Roma in mattoni e di averla lasciata di marmo, si può dire che Pulcheria nacque in una capitale che era la città di Costantino e la lasciò “Città della Vergine”.

Pulcheria riceve reliquie di santi da suo fratello Teodosio II – Particolare di un bassorilievo in avorio conservato nel Museo del duomo di Treviri

Alcuni episodi sono rivelatori: lo storico palestinese Xanthopulos, nel XIV secolo, riporta la notizia dell’invio a Pulcheria di un prezioso carico di reliquie dalla Palestina, comprendenti alcune gocce del latte della Vergine, qualche goccia del sangue di Cristo, un fuso per filare appartenuto a Maria e l’icona della Vergine dipinta da san Luca; l’Augusta le fece deporre solennemente nel santuario della Theotokos a Costantinopoli. Il racconto ha già il tono favolistico delle cronache medievali di Rodolfo il Glabro.

Certo è invece il suo ruolo nelle controversie teologiche che sancirono la progressiva affermazione dell’ortodossia nicena sulla natura umana e divina di Cristo. In particolare il ruolo dell’Augusta fu decisivo al Concilio di Calcedonia, nel 451, che sancì la condanna del credo nestoriano. Pulcheria vi venne acclamata come la “nuova Elena” – essendo già sant’Elena madre di Costantino. L’imperatrice presiedette l’apertura delle sedute conciliari accanto a Marciano, il generale sposato pochi mesi prima: morto Teodosio II, la continuità dinastica era passata alla sorella che l’aveva trasferita a Marciano, accettando di sposarlo purché rispettasse i suoi voti di verginità. Dall’esito del Concilio Pulcheria guadagnò fama di grande intransigenza morale; da cui la santificazione come “custode della fede” e l’istituzione del culto il 10 settembre.

Una moneta d’oro raffigurante Pulcheria

Prima e dopo Calcedonia, l’imperatrice intrattenne una fitta corrispondenza con il papa Leone I, con monaci e prelati, calandosi con grande energia nel ruolo di paladina dell’ortodossia contro le minacce dell’eresia monofisita. Sul versante opposto, le sue prese di posizione le valsero, da parte di nestoriani e monofisiti, accuse di ogni nefandezza e in modo particolare di incesto col fratello. Morì nel luglio del 453; fu sepolta nella chiesa dei santi Apostoli a Costantinopoli.

“Castità al potere”, ha scritto in merito, a ragione, la storica Christine Angelidi. Ma sarebbe forse più preciso parlare di castità come potere. La rinuncia alla procreazione, e quindi al destino “naturale” della femmina, diventa rifiuto del ruolo imposto e strumento culturale per l’accesso al potere che solo il ruolo di “madre di re” sembrava rendere possibile. Armata della propria castità come un’Atena cristiana, e in controtendenza rispetto all’ostilità del diritto romano verso la verginità femminile in genere, in Pulcheria la fecondità biologica lascia spazio a quella spirituale, in una transizione del modello femminile dalla peccatrice Eva a Maria redentrice del genere umano.

Roberto Limonta voce dall’Enciclopedia delle donne

Fonti e risorse bibliografiche: Socrate Scolastico, Ecclesiastica Historia in J. P. Migne (éd.), PG LXVII, c. 30-842 Sozomeno, Ecclesiastica Historia in J. P. Migne (éd.), PG LXVII, c. 843-1724 Teofane, Chronographia, I, De Boor, Leipzig 1883 Xanthopulos, Historia Ecclesiastica in J. P. Migne (a cura di), PG 145 (604-1333), PG 146, PG 147 (8-448) C. Angelidi, Pulcheria. La castità al potere, Jaca Book, Milano 1998 E. Cantarella, La condizione femminile in U. Eco (a cura di), La grande storia. L’antichità, vol. 10, Encyclomedia Publishers, Milano 2011 G. Dagron, Costantinopoli. Nascita di una capitale (330-451), Einaudi, Torino 1991 K. G. Holum, Theodosian Empresses. Women and Imperial Dominion in Late Antiquity, University of California Press, Berkeley-London-Los Angeles 1982 G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino 1968 A.M. Talbot, La donna in G. Cavallo (a cura di), L’uomo bizantino, Laterza, Bari-Roma 1992

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L’Editto di Tessalonica, vero inizio del Medioevo

Sessantasette anni.

Solo 67 anni per ribaltare il tavolo; meno della vita di un uomo, per passare da perseguitati a persecutori, da setta sovversiva a religione di Stato.

Il 27 febbraio 380 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano emanano l’Editto di Tessalonica e il cristianesimo diventa la confessione ufficiale dell’Impero Romano secondo i canoni del credo niceno.

Arrigo Minervi (scultore della I meta del XX secolo). Particolare della porta minore di sinistra del Duomo di Milano raffigurante l’Editto di Milano

Sono passati 67 anni dall’Editto di Milano con cui, il 13 giugno 313, Costantino e Licinio legalizzavano la fede cristiana, chiudendo definitivamente le persecuzioni che fino a due anni prima avevano insanguinato l’impero, proprio nel momento in cui a Spalato moriva l’uomo che aveva legato il suo nome alla più feroce di quelle campagne: Diocleziano.

Se il 23 febbraio del 303 con l’Editto di Nicomedia erano stati bruciati i libri sacri cristiani, distrutte le chiese, confiscati i beni, vietate le assemblee e proibita qualsiasi difesa in azioni giuridiche, tolte le cariche e i privilegi ai cittadini di alto rango, inibiti onori per i nati liberi e l’emancipazione per gli schiavi, fino ad arrivare ad arresti, torture ed esecuzioni sommarie, novant’anni dopo il primo dei Decreti teodosiani datato 24 febbraio 391 avrebbe messo al bando ogni genere di sacrificio pagano, anche in forma privata, sancito il divieto di ingresso nei templi e proibito anche solo avvicinarsi ai santuari e adorare statue o manufatti. L’anno successivo un altro decreto avrebbe proibito esplicitamente anche i culti pagani privati (quelli dei lari, dei geni, e dei penati), e equiparato al reato di lesa maestà l’offerta di sacrifici, che avrebbe comportato la perdita dei diritti civili, la confisca delle abitazioni dove si fossero svolti i riti, e ingenti multe per i decurioni che non avessero fatto rispettare la legge, fino ad arrivare alla pena di morte.

Nel frattempo, ad Alessandria il vescovo Teofilo chiederà e otterrà da Teodosio il permesso di convertire in chiesa il tempio di Dioniso, generando scontri feroci con i pagani che porteranno ad una guerra civile culminata con il massacro di Ipazia.

Sarà colpito anche il tempio di Artemide di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, mentre l’arcivescovo Giovanni Crisostomo organizzerà una spedizione ad Antiochia per demolire i templi e uccidere gli idolatri.

La palestra di Olympia, dove dal 776 a.C. al 393 d.C. si svoldero le prime 292 edizioni dei Giochi olimpici

Per compiacere sant’Ambrogio, poi, Teodosio nel 393 arriverà ad abolire i Giochi Olimpici mettendo fine alla più importante manifestazione sportiva del mondo, durata più di mille anni con 292 edizioni, e bisognerà aspettare un millennio e mezzo prima che qualcuno li riporti in vita.

Eppure, a dispetto dalle apparenze, l’atto di Teodosio e Graziano (Valentiniano ha appena nove anni al momento dell’editto) non segna il compimento del percorso avviato da Costantino e Licinio 67 anni prima ma, al contrario, una vera e propria inversione di tendenza, sotto tutti i punti di vista.

Se l’editto del 313 rappresenta il trionfo della laicità e della libertà religiosa, infatti, quello del 380 segna l’inizio della teocrazia.

D’altra parte Costantino e Teodosio – considerati gli ultimi due grandi imperatori romani – non avrebbero potuto essere più diversi tra loro per il carattere ma soprattutto per il modo di gestire quella che rappresenta comunque una realtà minoritaria dell’impero, dove la maggioranza dei cittadini professa ancora i culti pagani.

Costantino aveva emancipato i cristiani guidato da uno spirito ecumenico che puntava ad unificare l’impero sotto un culto monoteista, mescolando quelli di Cristo, di Mitra e del Sole.

L’imperatore nato in Serbia voleva che la religione non rappresentasse un motivo di divisione nell’impero, ma – al contrario – lo rendesse più forte sotto la protezione dell’unico Dio; Dio del quale, però, solo Cesare è il rappresentante in terra.

Testa dell’acrolito monumentale di Costantino (cortile del Palazzo dei Conservatori, Musei capitolini, Roma)

Mantenendo per tutta la vita una forte ambiguità sul suo credo personale, Costantino si era assunto la responsabilità di guidare tutte le confessioni, tanto da essere contemporaneamente il Pontefice Massimo della religione pagana e il promotore del primo grande concilio del cristianesimo: quello di Nicea. E se da una parte aveva trasformato il giorno del Sole Invitto – il 25 dicembre – in quello natale di Cristo, dall’altra aveva coniato la settimana moderna assegnando a tutti i giorni i nomi di divinità pagane: luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno e sole.

Insomma Costantino inseguiva una pace religiosa che vedeva le varie confessioni unite in un sostanziale monoteismo e sottomesse alla sua tutela, mentre alle chiese cristiane non era concessa alcuna forma di potere: il cristianesimo, come il paganesimo, restava espressione dell’autorità imperiale.

Graziano e Teodosio fanno esattamente l’opposto, inaugurando il nuovo corso della storia cristiana che caratterizzerà tutto il Medioevo, e nel far questo più che seguire l’esempio di Costantino lo sconfessano e addirittura lo scomunicano.

Con l’editto di Tessalonica, infatti, l’autorità imperiale non solo sceglie il cristianesimo come religione di stato contrapponendolo ai culti pagani, ma ne sancisce l’autenticità nel credo di Nicea e lo affida all’autorità dei vescovi di Roma e di Alessandria, condannando solennemente l’eresia ariana alla quale lo stesso Costantino aveva aderito formalmente quando, prima di morire, si era fatto battezzare.

La legalizzazione del cristianesimo nel 313 era stata un capolavoro di diplomazia e strategia politica che nulla aveva a che fare con una conversione dell’impero alla fede di Cristo: non a caso, se Costantino era un “simpatizzante” cristiano anomalo e ambiguo, Licinio era restato saldamente ancorato al paganesimo. Totalmente opposta la situazione settanta anni dopo: entrambi gli imperatori, infatti, sono convinti cristiani, anzi fedeli cristiani che non si limitano ad aderire al credo, ma si sottomettono apertamente ai ministri della Chiesa rinunciando a quel ruolo sacerdotale di garante, fermamente rivendicato da Costantino.

La discriminazione avviata da Graziano e Teodosio segna dunque anche l’abdicazione al ruolo religioso dell’autorità imperiale e – di fatto – l’inizio dello sfaldamento culturale e politico dell’impero romano.

Graziano fu imperatore romano dal 375 al 383, anno della sua morte

Non a caso è proprio Graziano il primo imperatore a rinunciare al titolo di “Pontefice Massimo”: il grado religioso supremo della società romana che a partire da Augusto era stato appannaggio dell’imperatore e che sarà ereditato – significativamente – proprio dal papa di Roma, il cui potere, temporale e spirituale, crescerà progressivamente fino a fargli rivendicare – nel mezzo dell’Età di mezzo – un’autorità assoluta in tutto il mondo cristiano.

Teodosio – da parte sua – appena due giorni dopo essere arrivato a Costantinopoli caccerà il vescovo ariano Demofilo affidando la chiesa della città al capo della minoranza cattolica Gregorio Nazianzeno, mentre nel 381 renderà festivo il Giorno del Sole ribattezzandolo però “Giorno del Signore” (Dies Dominici).

Per certi versi, quindi, forse è proprio il 27 febbraio dell’anno 380 dall’incarnazione di Gesù Cristo, che finisce davvero l’impero romano.

Perché è con l’Editto di Tessalonica, che Roma (che già non è più Roma da un pezzo, visto che la capitale dell’impero romano si è spostata a Milano e Costantinopoli) imponendo per la prima volta una verità dottrinale come legge dello Stato, abbandona quell’idea di integrazione religiosa che aveva caratterizzato tutta la sua storia e aveva visto la creazione di un singolare pantheon in cui trovavano posto antichi culti italici, l’olimpo greco, le divinità germaniche, quelle egiziane e quelle arrivate dall’Oriente.

Ma non sono solo la libertà e il pluralismo religioso, ad essere minati dall’Editto: il 27 febbraio 380 i tre imperatori abdicano infatti anche, come detto, al ruolo di suprema autorità religiosa che tutti i loro predecessori avevano rivestito a prescindere dalla fede professata, consentendo così la nascita di quel contro-potere incarnato dalla gerarchia cattolica che finirà per ribaltare i ruoli: se fino a quel momento nell’impero cristiano c’era un potere religioso affidato a un’autorità laica (come avviene ancora oggi nell’Islam), per quasi due millenni sarà il potere laico ad essere sottoposto all’autorità religiosa.

Più che con l’ininfluente deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’occidente, nel 476, è allora forse proprio con l’Editto del 380 che si dovrebbe dare inizio ufficialmente al Medioevo.

“Gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio augusti. Editto al popolo della città di Costantinopoli. Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all’insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste. Dato in Tessalonica nel terzo giorno dalle Calende di Marzo, nel consolato quinto di Graziano augusto e primo di Teodosio augusto”.

Arnaldo Casali

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La notizia choc della caduta di Costantinopoli

Philippe de Mazerolles, L’assedio di Costantinopoli, dalla Chronique de Charles VII di Jean Chartier, 1470 ca.

Fu un corriere del doge a portare a papa Niccolò V la notizia della caduta di Costantinopoli. Era l’8 luglio 1453. La città era stata conquistata dai turchi ottomani guidati da Maometto II, il 29 maggio, dopo un terribile assedio durato cinquantacinque giorni. Il pontefice ascoltò, impietrito, il racconto dell’ambasciatore.

Federico III, l’ultimo imperatore incoronato a Roma, fu informato degli avvenimenti solo pochi giorni dopo. Le cronache raccontano che pianse a lungo prima di ritirarsi nelle sue stanze, dove rimase per giorni a pregare. Dopo 1058 anni l’Impero Romano d’Oriente cessava di esistere. I popoli europei vissero l’avvenimento come uno choc anche se la grande capitale che dominava con le sue leggendarie architetture gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, era da tempo isolata, quasi soffocata dai vasti possedimenti del sultano, tanto da poter essere rifornita ormai solo via mare.

Fernand Braudel, il grande storico francese, per descriverne l’agonia usò una celebre metafora: “Un cuore, rimasto miracolosamente vivo, di un corpo enorme da lungo tempo cadavere”.

Nell’immaginario delle genti d’occidente, la “seconda Roma” sembrava eterna, come l’altra, immortale metropoli, nata mille anni prima sulle rive del Tevere.

L’impero bizantino nel XV secolo

Costantino I, seguendo l’antico rito etrusco di Romolo, aveva fondato la grande città nel 330 dopo Cristo, nel luogo dove prima sorgeva Bisanzio, l’insediamento greco voluto dai coloni di Megara nel 667 avanti Cristo. Costantinopoli visse per secoli il suo destino di capitale: dell’Impero Romano (330-395), dell’Impero Romano d’Oriente (395-1204), dell’Impero Latino (1204-1261) e di nuovo dell’Impero Bizantino (1261-1453). In Grecia la caduta della città alimentò leggende nefaste. Tanto che ancora adesso il giorno della sfortuna non è considerato il venerdì (in ricordo della morte di Gesù Cristo) ma il martedì, il giorno della settimana in cui avvenne il passaggio di Costantinopoli agli ottomani.

Gli uomini semplici che pregavano nelle chiese d’occidente videro nella ferale notizia la conferma di tutte le loro angosce. E identificarono i turchi con i Gog e i Magog, i mitici, sanguinari e selvaggi popoli citati nella tradizione biblica e poi anche in quella coranica, dei quali parlava anche Giovanni nell’Apocalisse (20, 7-8):”E quando saranno finiti i mille anni, Satana verrà sciolto e uscirà dalla sua prigione per sedurre le nazioni che sono ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarle a battaglia, in numero sì grande come la rena del mare”.

Il martirio di san Metodio

Tornarono di attualità anche le profezie attribuite a San Metodio (250-311) vescovo di Olimpo e di Filippi, secondo il quale gli agareni (arabi) avrebbero invaso l’Europa. Le creature d’Ismaele, figlio di Abramo, nelle superstizioni popolari assunsero di colpo le sembianze degli ottomani guidati da Maometto II, il settimo sultano.

Nell’Italia del tardo Quattrocento fece fortuna la “Pronosticatio”, un’opera illustrata da quaranta silografie dell’astrologo tedesco Johannes Lichtenberger, nella quale le premonizioni di Metodio tornarono d’attualità: “Tempo verrà che gli agareni ancora… usciranno dal deserto e conquisteranno il mondo… e strangoleranno i sacerdoti nei luoghi sacri, dove giaceranno con le donne, bevendo dai calici consacrati e legando gli animali alle sante tombe”.

Costantinopoli in mano al sultano evocò nuovi scenari di morte, ispirati al giudizio universale citato negli scritti di Gioacchino da Fiore (1130-1202), il frate cistercense eremita “di spirito profetico dotato” (Dante, Paradiso XII), diventato così sapiente anche grazie ai viaggi compiuti da giovane in Siria, in Palestina e sul Bosforo. Di conseguenza, la fine del mondo che l’abate prevedeva intorno al 1260 fu spostata avanti di due secoli.

Altre leggende identificarono in Untersberg, la “montagna di casa“ dei salisburghesi, nel luogo dell’ultima battaglia, l’apocalittico scontro finale contro i Gog e i Magog. Riemerse un pentimento collettivo: quello di non aver aiutato a sufficienza i bizantini. Anche se in riva al Bosforo, negli ultimi decenni dell’impero, gli abitanti della grande capitale già non si definivano più “romani” ma “elleni”.

Il famoso ritratto di Maometto II di Gentile Bellini conservato nel Victoria and Albert Museum di Londra

Del resto, il detto “meglio un turbante che il cappello cardinalizio” rappresentava da tempo il sentire comune della popolazione, che guardava ai “fratelli” d’occidente con un sospetto mescolato all’ostilità.

Se ne accorsero tutti quando i bizantini bocciarono senza appello la faticosa riunificazione della Chiesa greca a quella di Roma, proclamata nel Concilio di Firenze (1439) nel quale si era prodigato in prima persona anche l’imperatore Giovanni VIII Paleologo. Costantinopoli era perduta. Niccolò V, dal soglio di Roma, tuonò contro Maometto II, “rosso drago dell’Apocalisse” e “precursore dell’Anticristo”. Con una bolla solenne, invitò tutta la cristianità a una nuova crociata contro gli ottomani. Per finanziare l’impresa, moltiplicò le gabelle ai cardinali, ai vescovati, ai monasteri e alle abbazie di tutte le regioni d’Europa.

Enea Silvio Piccolomini, segretario del papa e futuro pontefice, imbevuto della cultura greca e degli ideali della classicità, nel 1454 quasi urlò la sua disperazione ai delegati della Dieta di Francoforte: “Ci hanno colpiti in Europa, nella nostra patria, nella nostra casa, qui dove viviamo e l’hanno fatto con durezza”. Il suo appello, uno delle prime testimonianze della nascita di una coscienza europea, fu molto lodato ma rimase inascoltato. Nessun principe tedesco rispose alle richieste papali.

Lo fece però Venezia, che in nome dei commerci e del realismo politico, caldeggiò l’idea di una riconquista con la forza delle armi. Dopo la morte di Niccolò V (1455) il suo successore Callisto II, papa dal 1455 al 1458, mise in piedi una flotta che provò ad attaccare il sultano in Grecia e convinse gli ungheresi a organizzare una crociata durante la quale, a Belgrado, gli ottomani furono clamorosamente sconfitti. Il re di Boemia Georg Podiebrad, il primo monarca europeo a rinunciare alla fede cattolica, propose alle potenze del Vecchio Continente la nascita di una lega permanente per combattere i turchi. Il sovrano era un seguace di Jan Hus, il teologo fondatore di un movimento rivoluzionario cristiano che fu precursore della Riforma luterana. I regnanti cattolici, allarmati dal suo fervore e dalle sue idee, respinsero l’invito alla battaglia.

Pinturicchio – Pio II giunge ad Ancona per dare inizio alla crociata, 1502-1507

Nel 1458 il senese Enea Silvio Piccolomini, che da giovane aveva studiato a Bisanzio, diventò papa con il nome di Pio II. E provò, con tutte le sue forze, a riconquistare Costantinopoli. Tanto da arrivare a scrivere anche una lettera apostolica nella quale invitava Maometto II a convertirsi alla religione di Roma. Stanco e malato, il pontefice decise di recarsi in oriente a capo di un esercito, grazie alle navi fornite da Venezia. Seguì su una poltrona, immobile e pensieroso, l’imbarco delle truppe nel porto di Ancona. Ma proprio allora le forze lo abbandonarono. Consapevole dell’enormità dell’impresa, il papa rinunciò al suo sogno. Con la sua morte (1464) finì anche l’idea della crociata.

Le armi lasciarono presto il posto alla diplomazia. Con i negoziati, tornarono anche i commerci. Venezia riprese i suoi traffici. La colonia genovese di Galata, sulla sponda settentrionale del Corno d’Oro, fu riconosciuta dal sultano come enclave cristiana in territorio turco. Bastò abbattere le mura, accettare un governatore ottomano e spogliare i campanili dalle campane. Costantinopoli diventò Istanbul e tornò al suo destino di crocevia del mondo. La popolazione passò in breve tempo da quattromila a centomila abitanti.

Maometto II volle che i turchi si trasferissero in massa sulle rive del Bosforo. Invogliò con case, orti e giardini i nuovi cittadini. Di fronte alle molte resistenze, ricorse al “surgun”, la deportazione. Andò di persona a Bursa per costringere gli artigiani e i commercianti della ricca città mercantile a trasferirsi nella sua capitale. Parlando di Istanbul, Ashiqpashazade, cronista dell’impero, scrisse: “Il sultano ordinò che da ogni angolo della terra vi venissero trasportate con la forza le famiglie, sia ricche che povere”.

Una mappa di Costantinopoli e delle sue mura

Molteplici nazionalità affollarono la grande città. Insieme ai turchi arrivarono greci, ebrei, italiani, armeni, arabi, spagnoli, serbi, croati, bulgari e persiani.

Il sultano preservò gli edifici bizantini. Musulmani, cristiani e ebrei convissero seguendo le leggi ottomane. Fino ai primi anni dell’Ottocento, l’italiano, idioma del commercio e del mare, rimase la seconda lingua della grande città. Istanbul, come Costantinopoli, tornò ad essere il centro del mondo, capace di riemergere da guerre, massacri e scontri di civiltà. Un luogo del potere. Per antonomasia.

Maometto II, il Conquistatore, lo sapeva bene. Alla fine del mese di maggio del 1453, quando la città era ormai nelle sue mani, osservando dall’alto di Aya Sofia le rovine della reggia bizantina, meditò sulla caducità delle conquiste e degli imperi.

E recitò antichi versi dell’amata Persia: “Il ragno monta la guardia nei portici della cupola di Khusraw. La civetta suona il silenzio nel palazzo di Afrasiyab. Così va il mondo, destinato ad aver fine”.

Federico Fioravanti

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Il saccheggio di Costantinopoli

Il sacco di Costantinopoli, miniatura del XV secolo

Costantinopoli, la grande città di civiltà cristiana, inespugnata dai tempi di Costantino il Grande, non fu conquistata dagli arabi o dai “pagani” ma da un esercito di crociati.

La razzia che ne seguì fu senza precedenti. Geoffroy de Villehardouin, che pure era l’apologeta della spedizione, ricordò quel 13 aprile 1204 come “il più grande saccheggio dalla creazione del mondo”. Così, poco più di ottocento anni fa, naufragò l’Impero Cristiano Bizantino e prese corpo l’Impero Latino d’Oriente.

La Quarta Crociata, nata con lo scopo di liberare Gerusalemme, mise invece a ferro e a fuoco e sfregiò in modo indelebile la multietnica capitale che l’imperatore romano Costantino aveva fondato nel 330 sul luogo dove prima sorgeva la mitica Bisanzio.

La città fu orribilmente devastata, depredata delle sue immense ricchezze e mutilata di innumerevoli opere d’arte. Nulla fu risparmiato. Per tre giorni, le atrocità, gli incendi, i delitti e le torture si moltiplicarono, in uno scenario apocalittico.

I crociati conquistano Costantinopoli (Gustave Doré)

I testimoni dell’orrore Niceta Coniata, già segretario del basileus Isacco, testimone oculare dei fatti, raccontò con parole disperate, mescolate alle preghiere, la ferocia di quelle ore: ”Dalla gente latina, ora come allora, Cristo è stato di nuovo spogliato e deriso, e le sue vesti sono state spartite, e, anche se il suo fianco non è stato trafitto dalla lancia, il fiume del Sangue Divino ha di nuovo inondato la terra”.

Il cronista bizantino parlò inorridito dei “precursori dell’Anticristo”. E annotò che perfino i musulmani erano “umani e benevoli” in confronto agli invasori occidentali, che pure “portavano la croce attaccata sulle spalle”.

Il metropolita di Efeso Jean Masaritès ripercorse con angoscia il furore di “guerrieri sconsiderati, arcieri, cavalieri, portatori di gladio che respiravano l’omicidio”. Ugo di Berzé, poeta e cavaliere, protagonista della spedizione, evocò con vergogna il ricordo dei crociati dimentichi delle vera fede.

Ernolfo scrisse che i francesi “entrarono a Costantinopoli con i colori di Dio e dentro la città indossarono quelli del demonio”.

Molto più indulgente appare il racconto di Geoffroy de Villehardouin, che dopo la crociata divenne Maresciallo di Champagne e di Romania. La sua “De la Conquête de Constantinople”, il più antico testo di prosa narrativa in lingua francese, è la fonte principale dell’evento. Con uno stile elegante ripercorre la vicenda dei comandanti crociati “costretti” dalla perfidia dei Greci a togliere l’impero e le sacre reliquie dalle mani degli scismatici imperatori, per farne dono alla Santa Romana Chiesa.

Roberto di Clari, piccolo cavaliere della Piccardia, descrisse l’umore dei “poveri” cavalieri, appena un anno dopo la conquista di Costantinopoli, quando tornarono nei loro miseri feudi francesi, con un bottino irrisorio, consapevoli di essere stati truffati dai “grandi signori” che dovevano guidarli alla liberazione della Terrasanta.

Mappa di Costantinopoli (1422) del cartografo fiorentino Cristoforo Buondelmonte

Il sogno della conquista Per i cittadini dell’Impero d’Oriente Costantinopoli era semplicemente la “Polis”, la città per eccellenza. Come se non ce ne fosse un’altra in giro degna di tale nome. Gli abitanti della metropoli si sentivano i soli, legittimi eredi di Roma. Chiamavano se stessi Romani e con lo stesso nome venivano appellati dagli altri popoli.

A imitazione della Città Eterna, la metropoli era stata edificata su sette alture e divisa in quattordici “regiones”. Nel dodicesimo secolo la città attirava mercanti, pellegrini e viaggiatori da ogni parte del mondo e contava 250.000 abitanti a fronte dei quasi 70.000 di Roma. Il Bosforo, la stretta vena d’acqua che segna la linea del confine tra l’Asia e l’Europa, era una irresistibile calamita per i popoli e le merci.

In Occidente l’avversione verso Bisanzio era cresciuta in modo progressivo a partire dallo scisma ecclesiastico del 1054 e con l’inizio delle Crociate.

L’idea di una conquista armata di Costantinopoli aveva già sfiorato i cavalieri francesi al seguito di Luigi VII durante la seconda, fallimentare spedizione in Terrasanta. Federico Barbarossa accarezzò l’idea nel 1190, quando ottenne il passaggio nella capitale bizantina nella sua marcia verso i luoghi del Santo Sepolcro. Suo figlio, Enrico VI, ne fece invece un perno della sua politica di conquista. Soprattutto attraverso il matrimonio del fratello Filippo, l’ultimo erede maschio del Barbarossa, con Irene, la figlia dell’imperatore Isacco II Angelo.

Alessio IV Angelo, Biblioteca Estense Universitaria di Modena

La debolezza e le ambiguità della dinastia regnante a Costantinopoli non fecero che aggravare la situazione. Nel 1195 Alessio Angelo, il fratello di Isacco II, si fece acclamare imperatore dalle truppe, quando il basileus era lontano dalla capitale, impegnato in una battuta di caccia. L’imperatore tornò in catene a Costantinopoli. Poi fu accecato e imprigionato dentro una torre. Enrico VI, in nome della cognata Irene e di suo fratello Filippo ebbe allora l’occasione di presentarsi come il protettore della famiglia reale detronizzata da un vero e proprio “colpo di Stato”. Alessio III, impaurito dalle sue minacce, tentò in ogni modo di calmarlo. Ci riuscì, per poco, diventando, di fatto, un vassallo del Sacro Romano Impero: si impegnò infatti a versare ogni anno all’imperatore svevo 1600 libbre d’oro. In tutte le province orientali venne imposta una speciale tassa, che la popolazione, vessata da tempo da ogni genere di imposte, chiamò “alamanikon”. Una tassa “tedesca” di scopo: soldi in cambio della pace. Alessio III arrivò a far aprire le tombe degli imperatori nella chiesa dei Santi Apostoli per privare le auguste salme degli ornamenti d’oro. Ma nemmeno questo bastò per raggiungere la stratosferica somma richiesta dall’imperatore svevo.

La situazione sembrava precipitare. Il piano di conquista di Costantinopoli era ben vivo, in attesa di una nuova crociata. Ma nel settembre del 1197, a soli 32 anni, Enrico VI morì per una infezione intestinale. A Costantinopoli la notizia venne accolta con entusiasmo, anche perché portò con sé, come conseguenza diretta, l’abolizione dell’odiato balzello. Alessio III, rinfrancato dalla scomparsa, dimenticò i suoi balbettii diplomatici e addirittura propose al papa una alleanza tra “l’unica Chiesa e l’unico Impero”, che il vicario di Cristo lasciò cadere nel vuoto.

Innocenzo III, ritratto nel Sacro Speco di Subiaco

L’appello di Innocenzo III Sul soglio di Pietro, nel frattempo, era salito un personaggio di grande carisma: il coltissimo e austero Innocenzo III (1161–1216). Il nuovo papa si fece intronizzare il giorno del suo 37º compleanno. Fu il primo pontefice a utilizzare uno stemma personale. Si ispirava alle concezioni teocratiche di Gregorio VII. Con lui, il capo supremo e riconosciuto della cristianità occidentale non era più, come fino a pochi anni prima, l’imperatore. Ma il papa.

Per Innocenzo, il potere spirituale era superiore a quello temporale, “come il Sole alla Luna” e come l’anima al corpo. Il ruolo del vicario di Cristo, detentore della “plenitudo potestatis”, era “a metà strada fra l’uomo e Dio, al di sotto di Dio ma al di sopra dell’uomo”. E quindi a lui era affidato “il governo non solo della Chiesa universale ma di tutto il mondo”. Appena qualche mese dopo la sua elezione, il 15 agosto 1198, Innocenzo III emanò una enciclica con la quale incitava i cattolici alla riconquista di Gerusalemme. Nessun sovrano rispose all’appello. Riccardo I d’Inghilterra “Cuor di Leone”, fresco vincitore della guerra contro Filippo II, morì pochi mesi dopo, mentre assediava un castello. E il re di Francia, colpito da l’interdetto del papa dopo il ripudio della moglie Ingeburge di Danimarca, non poteva essere disponibile.

Dissero no anche molti principi tedeschi, nemici giurati del pontefice. Così, l’idea della Quarta Crociata cominciò a prendere forma soltanto nel 1199, in seguito alle appassionate prediche di un curato della Marna, Folco di Neuilly.

Il progetto trovò i suoi primi sostenitori tra alcuni nobili francesi, in occasione di un torneo cavalleresco, organizzato dal conte Tebaldo III di Champagne a Écry-sur-Seine, nelle Ardenne. L’arruolamento non era del tutto disinteressato. Tebaldo, che aveva appena 22 anni, era il fratello di Enrico di Champagne, che due anni prima era precipitato da una finestra a San Giovanni d’Acri dopo aver sposato Isabella di Gerusalemme, legittima titolare del trono gerosolimitano. Con il nobile e ardimentoso cavaliere, aderirono alla crociata anche suo cognato, il conte delle Fiandre Baldovino IX e suo cugino, il conte di Blois, di Chartres, di Châteaudun e di Clermont.

Alla vigilia della partenza, Tebaldo morì all’improvviso, lasciando ai crociati tutte le sue sostanze. Capo della spedizione diventò allora, per acclamazione, Bonifacio di Monferrato.

Crociati all’assalto. Frammento del mosaico pavimentale dalla chiesa di San Giovanni Evangelista a Ravenna

L’ingaggio capestro I crociati decisero di raggiungere la Terrasanta via mare. Scartate Marsiglia e Genova, scelsero di appoggiarsi a Venezia, che per ironia della sorte, aveva appena chiesto al papa di essere dispensata dalla spedizione verso il Santo Sepolcro per non compromettere i suoi commerci con l’Egitto.

Ma Enrico Dandolo (1107-1205) doge ultranovantenne e quasi cieco, cambiò idea in fretta e concluse con i capi della spedizione crociata un incredibile ingaggio: per 85.000 marche imperiali d’argento (due volte le entrate annuali del re di Francia) i veneziani si impegnarono a costruire le navi sufficienti al trasporto di 4.500 cavalieri con i loro cavalli, 9.000 scudieri e 20.000 fanti. Il doge assicurò anche i rifornimenti di vettovaglie necessari e promise di partecipare all’impresa con ben cinquanta navi da guerra della repubblica marinara in cambio del 50 per cento del bottino della conquista.

Ma alla data prevista per la partenza, nell’aprile 1202, a Venezia si presentarono soltanto diecimila uomini: il denaro raccolto non bastava a coprire le spese di trasporto, calcolate per quasi 35.000 persone.

Dandolo, da buon commerciante, ricordò ai cavalieri crociati che un contratto è un contratto. E i veneziani si rifiutarono di prendere il mare. La situazione però si fece presto insostenibile: i crociati, accolti all’inizio con grandi feste, ora bivaccavano al Lido. L’esercito di armati fomentava disordini e nervosismi. L’impresa rischiava di abortire.

Ma a quel punto il doge fece una proposta che i crociati non erano più in grado di rifiutare: i cavalieri, i fanti e gli scudieri potevano pagare il loro debito “monstre” di 34.000 marchi lavorando per Venezia. Facendo quello che meglio sapevano fare: la guerra. Ma contro Zara, la città dalmata ribelle alleata del re d’Ungheria che Venezia non riusciva a piegare. Poi la spedizione si sarebbe diretta, come previsto, in Terrasanta. Il particolare che Zara fosse una città cristiana e che il giuramento crociato vietava espressamente la lotta fra cristiani non fermò il progetto. Certo, ci furono proteste e altre defezioni. Ma il grosso dell’esercito si adeguò alle circostanze. E a ottobre una flotta di duecento navi con a bordo trentamila soldati dei quali più di ventimila erano veneziani, levò le ancore. Sulla imbarcazione che guidava il lungo corteo, c’era anche Enrico Dandolo, crociato a 95 anni e vero regista politico dell’impresa.

Nave con marinaio che suona il corno durante la IV crociata (foto Alinari)

La croce e i commerci Zara fu conquistata e rasa al suolo, anche se la popolazione aveva appeso i crocifissi sulle mura delle case. Molti abitanti vennero trucidati. I francesi, scontenti del bottino, si resero protagonisti di una sanguinosa guerriglia contro i soldati veneti. Così le strade si riempirono anche dei cadaveri degli invasori. Alla fine di novembre, sulla testa dei crociati arrivò pure la scomunica del papa, furente per l’oltraggio fatto al re cattolico d’Ungheria e ai cattolicissimi croati.

L’intoppo fu presto superato. I crociati francesi e tedeschi riuscirono, seppure a fatica, a farsi togliere la scomunica. I veneziani invece, non se ne preoccuparono. Perché allora, come scrisse lo storico e filosofo statunitense Will Durant (1885 –1981) “il commercio teneva dietro alla croce, e forse era anzi la croce ad essere guidata dal commercio”.

L’idea fissa di Dandolo era un’altra: approntare una spedizione contro Costantinopoli, la città che ormai danneggiava i commerci di Venezia, nonostante i quasi sessantamila mercanti italiani che vivevano stabilmente sul Bosforo. Tra l’altro, trenta anni prima, nella grande metropoli, membro di una ambasceria, il doge era stato coinvolto in una rissa, era stato imprigionato e aveva quasi perso la vista. Ma i risentimenti personali contavano poco di fronte alla “real politik”.

L’occasione arrivò quando tra le macerie di Zara piombò il principe Alessio Angelo, figlio del basileus Isacco II, deposto e accecato dal fratello Alessio III. Il giovane era riuscito a fuggire dalla prigione dove era rinchiuso insieme a suo padre. E ora, dopo un incontro infruttuoso con papa Innocenzo III, con il determinante aiuto di suo cognato, Filippo di Svevia, chiedeva ai crociati di rimetterlo sul trono di Costantinopoli. In cambio, prometteva ai crociati e ai veneziani, il pagamento dei 34.000 marchi che Venezia doveva ancora riscuotere e un altro aiuto concreto: diecimila cavalieri dell’esercito bizantino che sarebbero serviti a portare a termine la progettata conquista di Gerusalemme. L’erede al trono si impegnava anche a lasciare in Terrasanta 500 cavalieri. E oltretutto ventilava una riunificazione della Chiesa d’Oriente con quella di Roma.

Dandolo e Bonifacio persuasero la truppa. E nel maggio del 1203 a Corfù venne firmato l’accordo che certificava la deviazione della crociata.

La flotta arrivò davanti a Costantinopoli il 24 giugno. Meno di un mese dopo, il 17 luglio 1203, la città cadde, nonostante la strenua difesa di una guardia scelta di seimila soldati vichinghi, che da quasi due secoli era responsabile della difesa della capitale. Alessio III fuggì con i gioielli della corona. Suo fratello Isacco II, seppure cieco, fu rimesso sul trono, insieme al figlio Alessio IV, autore del rocambolesco accordo con i crociati.

Il giovane principe si trovò presto in una difficile situazione: da un lato non era in grado di mantenere le mirabolanti promesse fatte ai capi della spedizione crociata. Dall’altro, i bizantini lo accusavano di essere ricattato dai Latini che bivaccavano accampati sotto le mura della città. Alla fine di gennaio la popolazione si ribellò. Nella rivolta, Alessio IV perse il trono e la vita. Qualche giorno dopo, anche suo padre morì in prigione. Alessio V Ducas Murzuflo, esponente di punta del partito antilatino e genero di Alessio III diventò imperatore.

Folco da Neully predica per la Quarta Crociata

Il grande bottino All’alba del 13 aprile 1204, dopo avere minuziosamente patteggiato con Venezia la spartizione del bottino, i crociati entrarono nella “regina di tutte le città”. I crociati attaccarono dopo aver ricevuto l’assoluzione. Il saccheggio sembrò infinito anche agli stessi protagonisti dell’impresa. I grandi signori si impadronirono in fretta dei palazzi più ricchi e dei conventi.

Baldovino scrisse al papa il suo resoconto: “Viene presa una innumerevole quantità di cavalli, di oro e di argento, di sete, di vesti preziose e di gemme e di tutto ciò che tra gli uomini è elencato tra le ricchezze. Viene trovata una tale immensità di abbondanza che non pareva possedere l’intera Latinità”.

Gunther di Pairis annotò che “tutti improvvisamente da poveri e stranieri che erano divennero ricchissimi”.

La città era sotto choc. Lo storico Fernand Braudel nel volume “Lezione di storia” paragonò Costantinopoli a un coniglio “pelato vivo” dai conquistatori.

La cupidigia della razzia fu spiegata con vivide parole da Roberto di Clari: “Dacché il mondo fu creato, non erano mai stati visti né conquistati tesori così grandi, né così magnifici, né così ricchi, né ai tempi di Alessandro, né ai tempi di Carlo Magno, né prima, né dopo. Neppure io credo, per quanto a mia conoscenza, che nelle quaranta città più ricche del mondo vi siano tante ricchezze quanto se ne trovarono a Costantinopoli”.

I cavalli della basilica di San Marco prima del sacco di Costantinopoli adornavano l’ippodromo della città

L’assalto alle reliquie L’incetta e il commercio delle reliquie caratterizzarono il grande saccheggio. La ricchezza di Costantinopoli si può ancora ammirare in decine di città d’Europa. Il capo di San Giovanni Battista fu portato ad Amiens. Amalfi volle come ricordo la testa di Sant’Andrea e il vescovo di Soissons spedì ai suoi parrocchiani il capo di Santo Stefano insieme a una reliquia di San Giovanni. Halbstadt pretese le reliquie di San Giacomo. I resti di San Clemente, razziati dalla Chiesa di Santa Teodosia, furono portati a Cluny. I baroni si divisero la Vera Croce, a parte un pezzetto trasportato a Parigi e una parte inviata in omaggio al papa. Re Luigi IX di Francia pagò la bellezza di 10.000 monete d’argento per la “vera” Corona di Spine e per custodirla costruì la Sainte Chapelle.

I veneziani trasportarono in laguna una infinità di capolavori: mosaici, pietre rare, manoscritti, cammei, medaglioni, straordinari gioielli e addirittura parti intere di splendidi edifici.

Ancora oggi il tesoro di San Marco conserva la più bella collezione d’artigianato bizantino che comprende il sarcofago Veroli, il più bel pezzo al mondo d’avorio bizantino intagliato e il Salterio dell’Imperatore Basilio, insieme a 32 calici bizantini e centinaia di reliquie e paramenti sacri.

Il doge Dandolo spedì a Venezia, come segno del suo trionfo, i quattro magnifici cavalli di bronzo placcati d’oro, risalenti ai tempi di Costantino che adornavano l’ippodromo della capitale. Nei secoli, sono diventati uno dei simboli della città lagunare e si possono ancora ammirare in cima alla galleria della basilica di San Marco.

La conquista di Costantinopoli, mosaico del 1216

Le statue perdute Nell’arco di 72 ore, Costantinopoli perse opere d’arte di inestimabile valore. Statue di Fidia, Prassitele e Lisippo scomparvero per sempre. I grandi bronzi vennero fusi per coniare le monete che servirono a pagare i soldati. Di tanti capolavori, rimase solo il ricordo. Il racconto di Niceta Coniata è un lungo e dolente elenco di meraviglie. “Quello che fu così prezioso all’antichità divenne ad un punto volgare materia; quello che costò un tempo immensi tesori, fu dalla bestialità latina in moneta converso. Le statue di marmo non solleticarono l’avarizia dei vincitori, furono però dal loro selvaggio talento in gran parte guaste ed infrante”.

Con parole accorate, lo storico evocò l’immagine della enorme statua di Giunone, esposta nella piazza dedicata all’imperatore Costantino. Così grande che “ai barbari”, per trasportare la testa della dea fino al palazzo di Bucoleone. servì un carro trainato a fatica da otto buoi.

Un’altra statua, nello stesso luogo, raffigurava Paride che offriva a Venere il pomo della discordia. E sulla cima di un grande obelisco, decorato con grazia da una moltitudine di figure scolpite, spiccava “La seguace del vento”: una statua capace di girare su se stessa a seconda della brezza che con forza diseguale arrivava dal Bosforo nelle varie ore del giorno. Sotto, intorno al monumento, erano raffigurate decine di specie di uccelli che con il loro canto salutavano il sorgere del sole. E poi “flauti, mastelli, pecore belanti e saltellanti capretti; sotto scorreva l’acqua del mare e si vedevano branchi di pesci, alcuni dei quali caduti nelle reti, altri che le rompevano e di nuovo si immergevano liberamente nelle profondità marine; c’erano alcuni amorini, a gruppi di due o tre, gli uni di fronte agli altri, nudi, mentre si scagliavano reciprocamente delle mele, scuotendosi tutti in una dolce risata”.

Per decenni, i racconti popolari ricordarono la statua equestre esposta in piazza del Monte Tauro: un cavallo al galoppo, e in groppa un cavaliere, con un braccio teso ad est, verso il sole. Forse era Giosuè che nell’episodio biblico comandava all’astro di fermare la sua corsa. Oppure il superbo Bellerofonte, che tentava la scalata al cielo su Pegaso, il cavallo alato.

Nei pressi del circo, scomparvero per sempre le effigi in bronzo dei tanti aurighi raffigurati sui loro carri e di favolosi animali egizi come l’aspide, il basilisco, il coccodrillo. Fu distrutta anche una statua famosa dedicata a Elena, la bellissima moglie di Menelao, icona dell’eterno femminino, che causò la guerra di Troia: “Regolarissime ed eleganti erano le sue forme, la chioma alle aure diffusa, languidi gli occhi e le labbra e le braccia dello tesso bronzo rendeva immagine di vermiglie rose e d’intatta neve”.

L’ippodromo, galleria d’arte all’aperto nel cuore pulsante della città, fu spogliato dei suoi celebri ornamenti. Vicino alle gradinate, riedificate in marmo nel X secolo, spiccava una colossale opera di Lisippo: un Ercole seduto sopra un letto di vermena, con il gomito sinistro appoggiato sul ginocchio. L’altezza delle gambe superava quella di un individuo in piedi e “la cintura di un uomo avvolgeva a malapena il pollice dell’eroe”. Poco oltre, altre meraviglie: l’antica Scilla; un cavaliere su un asino; la mitica lupa di Romolo e Remo; un’aquila con un serpente negli artigli; una sfinge col volto di donna e il corpo di un mostro; un elefante; il cavallo del Nilo con la coda ricoperta di squame e un uomo impegnato nella disperata lotta contro un leone.

Quasi un simbolo di una città ferita a morte. Il saccheggio durò tre giorni. Poi il marchese di Monferrato e il doge ordinarono che l’immenso bottino fosse trasportato in tre grandi chiese della città, difese in egual numero da soldati veneziani e francesi.

Le mura teodosiane durante la quarta crociata

Il nuovo assetto Alla spartizione del bottino seguì la divisione dell’impero. Baldovino IX, conte di Fiandra, protetto dai veneziani, salì sul trono dell’Impero Latino d’Oriente e ottenne un quarto di tutto il vecchio territorio dell’Impero Bizantino. Il francese sostituì il latino come lingua ufficiale dello Stato. Il nuovo impero si polverizzò presto in una miriade di piccoli e grandi principati. Secondo gli accordi, Bonifacio di Monferrato doveva essere compensato con un territorio in Asia minore. Ma dopo varie lotte si impadronì di Tessalonica e fondò un regno che comprendeva anche la Tessaglia e la Macedonia.

A Morea, sul Peloponneso nacque un principato autonomo francese.

Anche Costantinopoli venne spezzettata in otto zone: cinque ottavi andarono all’imperatore e tre ottavi a Venezia. Papa Innocenzo III condannò con durezza il saccheggio e comminò scomuniche e punizioni. Ma accettò il fatto compiuto che gli riconosceva piena supremazia su tutta la Chiesa cristiana d’Oriente e d’Occidente.

Sulla cattedra di Santa Sofia quale primo patriarca latino di Costantinopoli venne nominato il veneziano Tommaso Morosini. I vescovi bizantini furono deposti e sostituiti da prelati romani. Fu fatta pressione sul clero ortodosso perché si sottomettesse al papato, ma senza risultato.

La Quarta Crociata portò a Venezia un vero e proprio impero coloniale e sancì la sua egemonia su tutto il Mediterraneo orientale: la città lagunare arrivò a controllare gli stretti, l’ingresso nel Bosforo e tutta la rotta marittima dalla laguna veneta fino a Costantinopoli. La repubblica marinara si impadronì dei principali porti dell’Ellesponto e del Mar di Marmara, dei centri strategici del Peloponneso oltre che di Ragusa e Durazzo. Divenne padrona anche delle isole Ionie, di Creta, che comprò da Bonifacio, della la maggior parte delle isole dell’arcipelago e della città di Adrianopoli, nevralgico centro della Tracia imperiale.

L’Impero Latino di Costantinopoli durò mezzo secolo. Nel 1261 la signoria di Bisanzio tornò alla dinastia bizantina dei Paleologhi che regnò più a lungo di qualunque altro casato. Fino al 1453, quando le armate turche guidate da Maometto II tornarono a violare le mura della città e la grande cattedrale di Santa Sofia.

Federico Fioravanti

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Istanbul, i nomi del destino

Per secoli Istanbul, la città che mescola il vento d’Asia con il profumo d’Europa, si chiamò anche Bisanzio. La colonia greca, fondata 600 anni prima di Cristo, poi divenne Costantinopoli, capitale di un impero che si estendeva su tre continenti, dalla Mesopotamia al Nord Africa e dal Mar Caspio all’Adriatico.

Un cronista bizantino, pensando ai ripetuti assedi che dovette subire, la definì “il luogo del desiderio universale”. Per il ventenne Maometto II che nel 1453 ne fece la capitale dell’impero ottomano diventò una dolce ossessione. Quel 29 maggio che segnò la fine della storia dell’impero romano d’Oriente, il sultano ammirò a lungo il sogno realizzato della sua giovane vita di conquistatore.

La città, costruita all’estremità di una penisola triangolare, era circondata da acque profonde che formavano una fortezza naturale e allo stesso tempo consentivano un facile accesso alle navi che salpavano verso il Mediterraneo, l’Africa e il Mar Nero. A nord, la capitale bizantina mostrava il suo famoso porto, lungo 6 chilometri e largo almeno mille metri, chiamato il Corno d’Oro per il colore dorato che assumeva con il sole calante. Una triplice cinta di mura merlate, protetta da fossati e intervallata da 192 torrioni, abbracciava le strade e i quartieri, lungo un percorso di quasi 7 chilometri che saliva e scendeva a seconda delle asperità del terreno.

A sud il piccolo bacino interno del Mar di Marmara, univa l’Egeo con il Mar Nero. A Oriente, la stretta via d’acqua del Bosforo segnava con la sua linea blu il limite tra l’Asia e l’Europa. E all’interno le rotte commerciali tra i due continenti si incrociavano di continuo tra il Danubio e l’Eufrate. Un centro e un confine. Un incrocio di storie e di civiltà. Una città di genti diverse e lontane che in periodi e idiomi differenti vollero dare un nome o un epiteto alla grande capitale.

Istanbul, il nome di oggi, era usato dai turchi nella lingua quotidiana molti anni prima conquista di Maometto II: nasce da una espressione greca che racconta la meraviglia della comune destinazione dei popoli del mondo: “eis ten polin”, ovvero “verso la città”, la Polis per antonomasia, quella per cui non c’è bisogno di altri aggettivi. Così, con il nome Polis, la chiamarono i greci di 800 anni e la chiamano ancora i greci di oggi, anche se il termine ufficiale fu per secoli Konstantinoupolis Nèa Rome, la mitica Nuova Roma.

Secondo una tradizione armena riportata da Abraham di Ankara, Maometto II deformò il nome della capitale in Islambol (“abbondante di Islam” ) utilizzando l’assonanza con l’espressione “eis ten polin”. Come per Costantino anche per il sultano la rifondazione della Polis, la città per eccellenza, coincise con una conversione. La capitale e il suo impero, con l’imperatore passarono dal paganesimo al cristianesimo. E il sultano sostituì il cristianesimo con la religione di Allah.

Da Byzantion, l’antico insediamento ellenico che l’imperatore Costantino, alla ricerca di un secondo centro dell’Impero, decise di rifondare e di ribattezzare con il proprio nome (Costantinopoli) deriva anche il termine “bizantino” che usiamo ancora oggi ma che non esisteva nel Medioevo se non in modo episodico in alcuni documenti che indicavano comunque i soli abitanti della capitale dell’impero.

Loro, i cittadini di Costantinopoli, chiamavano se stessi “Romaioi “ perché si ritenevano i diretti discendenti della Roma dei Cesari. E così, con la parola “Rum” e cioè romani, venivano chiamati anche dagli arabi e dagli ottomani. Carlo Magno, che voleva rappresentare se stesso come l’unico successore degli imperatori di Roma, in ogni occasione continuò però a chiamarli “Greci”.

Ogni popolo aveva la sua Costantinopoli. Per i serbi, i bulgari e i russi era Zarigrado, la città degli imperatori. Altri genti di origine slava la chiamavano Michaelgrad. Gli armeni, quando parlavano con i loro parenti lontani, dicevano di vivere a Gosdantnubolis, la città fondata dall’imperatore Costantino. Lo stesso facevano gli ottomani che nelle monete e in tutti i documenti ufficiali la indicarono come quasi sempre come Qostantiniyyeh. I letterati invece, approfittarono della licenza poetica per lodare la splendida Dar-i Se’adet, La Casa della Buona Sorte che godeva dell’ambita fortuna di ospitare il sultano. Per i Persiani era Asitaneh, la Casa dello Stato e della legge. I cronisti medievali norreno-islandesi la descrissero con la parola Miklagarður che nella loro lingua voleva dire La Grande Città.

I nomi e gli epiteti si moltiplicarono, come in nessun altro caso nella storia. In lingue diverse si raccontò lo stesso carismatico centro di vita e di potere: Stambul, Kushta, Rumiyya al-kubra e Nuova Gerusalemme.

Per i pellegrini medievali fu La Città d’Oro oppure la Città del Pellegrinaggio e anche Città dei Santi, La Regina delle Città e La Città custodita da Dio. Fino a diventare La Città millenaria, La Città degli Imperatori e “tout court” La Città delle Città. Il mondo arabo coniò anche altre mirabolanti definizioni: Casa del Califfato, Trono del Sultanato, Porta della Felicità, Occhio del Mondo e Rifugio dell’Universo. Istanbul, il nome di oggi, usato per secoli dagli ottomani, arrivò in modo ufficiale soltanto nel 1930, per volontà di Ataturk, il presidente della moderna Turchia che però volle trasferire ad Ankara la capitale dello Stato.

La città rimane una magnetica e vitale capitale del mondo: con più di 14 milioni di abitanti, se si considerano anche i quartieri asiatici, è il centro municipale più popoloso d’Europa.

L’arte e la storia, Bisanzio e Costantinopoli, gli imperi e la megalopoli, il grande passato e il rischioso futuro: tutto si mescola ancora nel luogo che tanto colpì l’immaginazione di Cosma, vescovo del X secolo: “Giungemmo a una città di bellezza inenarrabile. Le mura erano costruite di dodici filari e ciascuno era di una diversa pietra preziosa; le porte erano d’oro e d’argento. Entro le mura trovammo dorato il terreno, dorate le case, dorate le ville. La città era piena d’una luce ignota e d’un soave profumo…”.

Federico Fioravanti

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