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La notizia choc della caduta di Costantinopoli

Philippe de Mazerolles, L’assedio di Costantinopoli, dalla Chronique de Charles VII di Jean Chartier, 1470 ca.

Fu un corriere del doge a portare a papa Niccolò V la notizia della caduta di Costantinopoli. Era l’8 luglio 1453. La città era stata conquistata dai turchi ottomani guidati da Maometto II, il 29 maggio, dopo un terribile assedio durato cinquantacinque giorni. Il pontefice ascoltò, impietrito, il racconto dell’ambasciatore.

Federico III, l’ultimo imperatore incoronato a Roma, fu informato degli avvenimenti solo pochi giorni dopo. Le cronache raccontano che pianse a lungo prima di ritirarsi nelle sue stanze, dove rimase per giorni a pregare. Dopo 1058 anni l’Impero Romano d’Oriente cessava di esistere. I popoli europei vissero l’avvenimento come uno choc anche se la grande capitale che dominava con le sue leggendarie architetture gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, era da tempo isolata, quasi soffocata dai vasti possedimenti del sultano, tanto da poter essere rifornita ormai solo via mare.

Fernand Braudel, il grande storico francese, per descriverne l’agonia usò una celebre metafora: “Un cuore, rimasto miracolosamente vivo, di un corpo enorme da lungo tempo cadavere”.

Nell’immaginario delle genti d’occidente, la “seconda Roma” sembrava eterna, come l’altra, immortale metropoli, nata mille anni prima sulle rive del Tevere.

L’impero bizantino nel XV secolo

Costantino I, seguendo l’antico rito etrusco di Romolo, aveva fondato la grande città nel 330 dopo Cristo, nel luogo dove prima sorgeva Bisanzio, l’insediamento greco voluto dai coloni di Megara nel 667 avanti Cristo. Costantinopoli visse per secoli il suo destino di capitale: dell’Impero Romano (330-395), dell’Impero Romano d’Oriente (395-1204), dell’Impero Latino (1204-1261) e di nuovo dell’Impero Bizantino (1261-1453). In Grecia la caduta della città alimentò leggende nefaste. Tanto che ancora adesso il giorno della sfortuna non è considerato il venerdì (in ricordo della morte di Gesù Cristo) ma il martedì, il giorno della settimana in cui avvenne il passaggio di Costantinopoli agli ottomani.

Gli uomini semplici che pregavano nelle chiese d’occidente videro nella ferale notizia la conferma di tutte le loro angosce. E identificarono i turchi con i Gog e i Magog, i mitici, sanguinari e selvaggi popoli citati nella tradizione biblica e poi anche in quella coranica, dei quali parlava anche Giovanni nell’Apocalisse (20, 7-8):”E quando saranno finiti i mille anni, Satana verrà sciolto e uscirà dalla sua prigione per sedurre le nazioni che sono ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarle a battaglia, in numero sì grande come la rena del mare”.

Il martirio di san Metodio

Tornarono di attualità anche le profezie attribuite a San Metodio (250-311) vescovo di Olimpo e di Filippi, secondo il quale gli agareni (arabi) avrebbero invaso l’Europa. Le creature d’Ismaele, figlio di Abramo, nelle superstizioni popolari assunsero di colpo le sembianze degli ottomani guidati da Maometto II, il settimo sultano.

Nell’Italia del tardo Quattrocento fece fortuna la “Pronosticatio”, un’opera illustrata da quaranta silografie dell’astrologo tedesco Johannes Lichtenberger, nella quale le premonizioni di Metodio tornarono d’attualità: “Tempo verrà che gli agareni ancora… usciranno dal deserto e conquisteranno il mondo… e strangoleranno i sacerdoti nei luoghi sacri, dove giaceranno con le donne, bevendo dai calici consacrati e legando gli animali alle sante tombe”.

Costantinopoli in mano al sultano evocò nuovi scenari di morte, ispirati al giudizio universale citato negli scritti di Gioacchino da Fiore (1130-1202), il frate cistercense eremita “di spirito profetico dotato” (Dante, Paradiso XII), diventato così sapiente anche grazie ai viaggi compiuti da giovane in Siria, in Palestina e sul Bosforo. Di conseguenza, la fine del mondo che l’abate prevedeva intorno al 1260 fu spostata avanti di due secoli.

Altre leggende identificarono in Untersberg, la “montagna di casa“ dei salisburghesi, nel luogo dell’ultima battaglia, l’apocalittico scontro finale contro i Gog e i Magog. Riemerse un pentimento collettivo: quello di non aver aiutato a sufficienza i bizantini. Anche se in riva al Bosforo, negli ultimi decenni dell’impero, gli abitanti della grande capitale già non si definivano più “romani” ma “elleni”.

Il famoso ritratto di Maometto II di Gentile Bellini conservato nel Victoria and Albert Museum di Londra

Del resto, il detto “meglio un turbante che il cappello cardinalizio” rappresentava da tempo il sentire comune della popolazione, che guardava ai “fratelli” d’occidente con un sospetto mescolato all’ostilità.

Se ne accorsero tutti quando i bizantini bocciarono senza appello la faticosa riunificazione della Chiesa greca a quella di Roma, proclamata nel Concilio di Firenze (1439) nel quale si era prodigato in prima persona anche l’imperatore Giovanni VIII Paleologo. Costantinopoli era perduta. Niccolò V, dal soglio di Roma, tuonò contro Maometto II, “rosso drago dell’Apocalisse” e “precursore dell’Anticristo”. Con una bolla solenne, invitò tutta la cristianità a una nuova crociata contro gli ottomani. Per finanziare l’impresa, moltiplicò le gabelle ai cardinali, ai vescovati, ai monasteri e alle abbazie di tutte le regioni d’Europa.

Enea Silvio Piccolomini, segretario del papa e futuro pontefice, imbevuto della cultura greca e degli ideali della classicità, nel 1454 quasi urlò la sua disperazione ai delegati della Dieta di Francoforte: “Ci hanno colpiti in Europa, nella nostra patria, nella nostra casa, qui dove viviamo e l’hanno fatto con durezza”. Il suo appello, uno delle prime testimonianze della nascita di una coscienza europea, fu molto lodato ma rimase inascoltato. Nessun principe tedesco rispose alle richieste papali.

Lo fece però Venezia, che in nome dei commerci e del realismo politico, caldeggiò l’idea di una riconquista con la forza delle armi. Dopo la morte di Niccolò V (1455) il suo successore Callisto II, papa dal 1455 al 1458, mise in piedi una flotta che provò ad attaccare il sultano in Grecia e convinse gli ungheresi a organizzare una crociata durante la quale, a Belgrado, gli ottomani furono clamorosamente sconfitti. Il re di Boemia Georg Podiebrad, il primo monarca europeo a rinunciare alla fede cattolica, propose alle potenze del Vecchio Continente la nascita di una lega permanente per combattere i turchi. Il sovrano era un seguace di Jan Hus, il teologo fondatore di un movimento rivoluzionario cristiano che fu precursore della Riforma luterana. I regnanti cattolici, allarmati dal suo fervore e dalle sue idee, respinsero l’invito alla battaglia.

Pinturicchio – Pio II giunge ad Ancona per dare inizio alla crociata, 1502-1507

Nel 1458 il senese Enea Silvio Piccolomini, che da giovane aveva studiato a Bisanzio, diventò papa con il nome di Pio II. E provò, con tutte le sue forze, a riconquistare Costantinopoli. Tanto da arrivare a scrivere anche una lettera apostolica nella quale invitava Maometto II a convertirsi alla religione di Roma. Stanco e malato, il pontefice decise di recarsi in oriente a capo di un esercito, grazie alle navi fornite da Venezia. Seguì su una poltrona, immobile e pensieroso, l’imbarco delle truppe nel porto di Ancona. Ma proprio allora le forze lo abbandonarono. Consapevole dell’enormità dell’impresa, il papa rinunciò al suo sogno. Con la sua morte (1464) finì anche l’idea della crociata.

Le armi lasciarono presto il posto alla diplomazia. Con i negoziati, tornarono anche i commerci. Venezia riprese i suoi traffici. La colonia genovese di Galata, sulla sponda settentrionale del Corno d’Oro, fu riconosciuta dal sultano come enclave cristiana in territorio turco. Bastò abbattere le mura, accettare un governatore ottomano e spogliare i campanili dalle campane. Costantinopoli diventò Istanbul e tornò al suo destino di crocevia del mondo. La popolazione passò in breve tempo da quattromila a centomila abitanti.

Maometto II volle che i turchi si trasferissero in massa sulle rive del Bosforo. Invogliò con case, orti e giardini i nuovi cittadini. Di fronte alle molte resistenze, ricorse al “surgun”, la deportazione. Andò di persona a Bursa per costringere gli artigiani e i commercianti della ricca città mercantile a trasferirsi nella sua capitale. Parlando di Istanbul, Ashiqpashazade, cronista dell’impero, scrisse: “Il sultano ordinò che da ogni angolo della terra vi venissero trasportate con la forza le famiglie, sia ricche che povere”.

Una mappa di Costantinopoli e delle sue mura

Molteplici nazionalità affollarono la grande città. Insieme ai turchi arrivarono greci, ebrei, italiani, armeni, arabi, spagnoli, serbi, croati, bulgari e persiani.

Il sultano preservò gli edifici bizantini. Musulmani, cristiani e ebrei convissero seguendo le leggi ottomane. Fino ai primi anni dell’Ottocento, l’italiano, idioma del commercio e del mare, rimase la seconda lingua della grande città. Istanbul, come Costantinopoli, tornò ad essere il centro del mondo, capace di riemergere da guerre, massacri e scontri di civiltà. Un luogo del potere. Per antonomasia.

Maometto II, il Conquistatore, lo sapeva bene. Alla fine del mese di maggio del 1453, quando la città era ormai nelle sue mani, osservando dall’alto di Aya Sofia le rovine della reggia bizantina, meditò sulla caducità delle conquiste e degli imperi.

E recitò antichi versi dell’amata Persia: “Il ragno monta la guardia nei portici della cupola di Khusraw. La civetta suona il silenzio nel palazzo di Afrasiyab. Così va il mondo, destinato ad aver fine”.

Federico Fioravanti

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Il saccheggio di Costantinopoli

Il sacco di Costantinopoli, miniatura del XV secolo

Costantinopoli, la grande città di civiltà cristiana, inespugnata dai tempi di Costantino il Grande, non fu conquistata dagli arabi o dai “pagani” ma da un esercito di crociati.

La razzia che ne seguì fu senza precedenti. Geoffroy de Villehardouin, che pure era l’apologeta della spedizione, ricordò quel 13 aprile 1204 come “il più grande saccheggio dalla creazione del mondo”. Così, poco più di ottocento anni fa, naufragò l’Impero Cristiano Bizantino e prese corpo l’Impero Latino d’Oriente.

La Quarta Crociata, nata con lo scopo di liberare Gerusalemme, mise invece a ferro e a fuoco e sfregiò in modo indelebile la multietnica capitale che l’imperatore romano Costantino aveva fondato nel 330 sul luogo dove prima sorgeva la mitica Bisanzio.

La città fu orribilmente devastata, depredata delle sue immense ricchezze e mutilata di innumerevoli opere d’arte. Nulla fu risparmiato. Per tre giorni, le atrocità, gli incendi, i delitti e le torture si moltiplicarono, in uno scenario apocalittico.

I crociati conquistano Costantinopoli (Gustave Doré)

I testimoni dell’orrore Niceta Coniata, già segretario del basileus Isacco, testimone oculare dei fatti, raccontò con parole disperate, mescolate alle preghiere, la ferocia di quelle ore: ”Dalla gente latina, ora come allora, Cristo è stato di nuovo spogliato e deriso, e le sue vesti sono state spartite, e, anche se il suo fianco non è stato trafitto dalla lancia, il fiume del Sangue Divino ha di nuovo inondato la terra”.

Il cronista bizantino parlò inorridito dei “precursori dell’Anticristo”. E annotò che perfino i musulmani erano “umani e benevoli” in confronto agli invasori occidentali, che pure “portavano la croce attaccata sulle spalle”.

Il metropolita di Efeso Jean Masaritès ripercorse con angoscia il furore di “guerrieri sconsiderati, arcieri, cavalieri, portatori di gladio che respiravano l’omicidio”. Ugo di Berzé, poeta e cavaliere, protagonista della spedizione, evocò con vergogna il ricordo dei crociati dimentichi delle vera fede.

Ernolfo scrisse che i francesi “entrarono a Costantinopoli con i colori di Dio e dentro la città indossarono quelli del demonio”.

Molto più indulgente appare il racconto di Geoffroy de Villehardouin, che dopo la crociata divenne Maresciallo di Champagne e di Romania. La sua “De la Conquête de Constantinople”, il più antico testo di prosa narrativa in lingua francese, è la fonte principale dell’evento. Con uno stile elegante ripercorre la vicenda dei comandanti crociati “costretti” dalla perfidia dei Greci a togliere l’impero e le sacre reliquie dalle mani degli scismatici imperatori, per farne dono alla Santa Romana Chiesa.

Roberto di Clari, piccolo cavaliere della Piccardia, descrisse l’umore dei “poveri” cavalieri, appena un anno dopo la conquista di Costantinopoli, quando tornarono nei loro miseri feudi francesi, con un bottino irrisorio, consapevoli di essere stati truffati dai “grandi signori” che dovevano guidarli alla liberazione della Terrasanta.

Mappa di Costantinopoli (1422) del cartografo fiorentino Cristoforo Buondelmonte

Il sogno della conquista Per i cittadini dell’Impero d’Oriente Costantinopoli era semplicemente la “Polis”, la città per eccellenza. Come se non ce ne fosse un’altra in giro degna di tale nome. Gli abitanti della metropoli si sentivano i soli, legittimi eredi di Roma. Chiamavano se stessi Romani e con lo stesso nome venivano appellati dagli altri popoli.

A imitazione della Città Eterna, la metropoli era stata edificata su sette alture e divisa in quattordici “regiones”. Nel dodicesimo secolo la città attirava mercanti, pellegrini e viaggiatori da ogni parte del mondo e contava 250.000 abitanti a fronte dei quasi 70.000 di Roma. Il Bosforo, la stretta vena d’acqua che segna la linea del confine tra l’Asia e l’Europa, era una irresistibile calamita per i popoli e le merci.

In Occidente l’avversione verso Bisanzio era cresciuta in modo progressivo a partire dallo scisma ecclesiastico del 1054 e con l’inizio delle Crociate.

L’idea di una conquista armata di Costantinopoli aveva già sfiorato i cavalieri francesi al seguito di Luigi VII durante la seconda, fallimentare spedizione in Terrasanta. Federico Barbarossa accarezzò l’idea nel 1190, quando ottenne il passaggio nella capitale bizantina nella sua marcia verso i luoghi del Santo Sepolcro. Suo figlio, Enrico VI, ne fece invece un perno della sua politica di conquista. Soprattutto attraverso il matrimonio del fratello Filippo, l’ultimo erede maschio del Barbarossa, con Irene, la figlia dell’imperatore Isacco II Angelo.

Alessio IV Angelo, Biblioteca Estense Universitaria di Modena

La debolezza e le ambiguità della dinastia regnante a Costantinopoli non fecero che aggravare la situazione. Nel 1195 Alessio Angelo, il fratello di Isacco II, si fece acclamare imperatore dalle truppe, quando il basileus era lontano dalla capitale, impegnato in una battuta di caccia. L’imperatore tornò in catene a Costantinopoli. Poi fu accecato e imprigionato dentro una torre. Enrico VI, in nome della cognata Irene e di suo fratello Filippo ebbe allora l’occasione di presentarsi come il protettore della famiglia reale detronizzata da un vero e proprio “colpo di Stato”. Alessio III, impaurito dalle sue minacce, tentò in ogni modo di calmarlo. Ci riuscì, per poco, diventando, di fatto, un vassallo del Sacro Romano Impero: si impegnò infatti a versare ogni anno all’imperatore svevo 1600 libbre d’oro. In tutte le province orientali venne imposta una speciale tassa, che la popolazione, vessata da tempo da ogni genere di imposte, chiamò “alamanikon”. Una tassa “tedesca” di scopo: soldi in cambio della pace. Alessio III arrivò a far aprire le tombe degli imperatori nella chiesa dei Santi Apostoli per privare le auguste salme degli ornamenti d’oro. Ma nemmeno questo bastò per raggiungere la stratosferica somma richiesta dall’imperatore svevo.

La situazione sembrava precipitare. Il piano di conquista di Costantinopoli era ben vivo, in attesa di una nuova crociata. Ma nel settembre del 1197, a soli 32 anni, Enrico VI morì per una infezione intestinale. A Costantinopoli la notizia venne accolta con entusiasmo, anche perché portò con sé, come conseguenza diretta, l’abolizione dell’odiato balzello. Alessio III, rinfrancato dalla scomparsa, dimenticò i suoi balbettii diplomatici e addirittura propose al papa una alleanza tra “l’unica Chiesa e l’unico Impero”, che il vicario di Cristo lasciò cadere nel vuoto.

Innocenzo III, ritratto nel Sacro Speco di Subiaco

L’appello di Innocenzo III Sul soglio di Pietro, nel frattempo, era salito un personaggio di grande carisma: il coltissimo e austero Innocenzo III (1161–1216). Il nuovo papa si fece intronizzare il giorno del suo 37º compleanno. Fu il primo pontefice a utilizzare uno stemma personale. Si ispirava alle concezioni teocratiche di Gregorio VII. Con lui, il capo supremo e riconosciuto della cristianità occidentale non era più, come fino a pochi anni prima, l’imperatore. Ma il papa.

Per Innocenzo, il potere spirituale era superiore a quello temporale, “come il Sole alla Luna” e come l’anima al corpo. Il ruolo del vicario di Cristo, detentore della “plenitudo potestatis”, era “a metà strada fra l’uomo e Dio, al di sotto di Dio ma al di sopra dell’uomo”. E quindi a lui era affidato “il governo non solo della Chiesa universale ma di tutto il mondo”. Appena qualche mese dopo la sua elezione, il 15 agosto 1198, Innocenzo III emanò una enciclica con la quale incitava i cattolici alla riconquista di Gerusalemme. Nessun sovrano rispose all’appello. Riccardo I d’Inghilterra “Cuor di Leone”, fresco vincitore della guerra contro Filippo II, morì pochi mesi dopo, mentre assediava un castello. E il re di Francia, colpito da l’interdetto del papa dopo il ripudio della moglie Ingeburge di Danimarca, non poteva essere disponibile.

Dissero no anche molti principi tedeschi, nemici giurati del pontefice. Così, l’idea della Quarta Crociata cominciò a prendere forma soltanto nel 1199, in seguito alle appassionate prediche di un curato della Marna, Folco di Neuilly.

Il progetto trovò i suoi primi sostenitori tra alcuni nobili francesi, in occasione di un torneo cavalleresco, organizzato dal conte Tebaldo III di Champagne a Écry-sur-Seine, nelle Ardenne. L’arruolamento non era del tutto disinteressato. Tebaldo, che aveva appena 22 anni, era il fratello di Enrico di Champagne, che due anni prima era precipitato da una finestra a San Giovanni d’Acri dopo aver sposato Isabella di Gerusalemme, legittima titolare del trono gerosolimitano. Con il nobile e ardimentoso cavaliere, aderirono alla crociata anche suo cognato, il conte delle Fiandre Baldovino IX e suo cugino, il conte di Blois, di Chartres, di Châteaudun e di Clermont.

Alla vigilia della partenza, Tebaldo morì all’improvviso, lasciando ai crociati tutte le sue sostanze. Capo della spedizione diventò allora, per acclamazione, Bonifacio di Monferrato.

Crociati all’assalto. Frammento del mosaico pavimentale dalla chiesa di San Giovanni Evangelista a Ravenna

L’ingaggio capestro I crociati decisero di raggiungere la Terrasanta via mare. Scartate Marsiglia e Genova, scelsero di appoggiarsi a Venezia, che per ironia della sorte, aveva appena chiesto al papa di essere dispensata dalla spedizione verso il Santo Sepolcro per non compromettere i suoi commerci con l’Egitto.

Ma Enrico Dandolo (1107-1205) doge ultranovantenne e quasi cieco, cambiò idea in fretta e concluse con i capi della spedizione crociata un incredibile ingaggio: per 85.000 marche imperiali d’argento (due volte le entrate annuali del re di Francia) i veneziani si impegnarono a costruire le navi sufficienti al trasporto di 4.500 cavalieri con i loro cavalli, 9.000 scudieri e 20.000 fanti. Il doge assicurò anche i rifornimenti di vettovaglie necessari e promise di partecipare all’impresa con ben cinquanta navi da guerra della repubblica marinara in cambio del 50 per cento del bottino della conquista.

Ma alla data prevista per la partenza, nell’aprile 1202, a Venezia si presentarono soltanto diecimila uomini: il denaro raccolto non bastava a coprire le spese di trasporto, calcolate per quasi 35.000 persone.

Dandolo, da buon commerciante, ricordò ai cavalieri crociati che un contratto è un contratto. E i veneziani si rifiutarono di prendere il mare. La situazione però si fece presto insostenibile: i crociati, accolti all’inizio con grandi feste, ora bivaccavano al Lido. L’esercito di armati fomentava disordini e nervosismi. L’impresa rischiava di abortire.

Ma a quel punto il doge fece una proposta che i crociati non erano più in grado di rifiutare: i cavalieri, i fanti e gli scudieri potevano pagare il loro debito “monstre” di 34.000 marchi lavorando per Venezia. Facendo quello che meglio sapevano fare: la guerra. Ma contro Zara, la città dalmata ribelle alleata del re d’Ungheria che Venezia non riusciva a piegare. Poi la spedizione si sarebbe diretta, come previsto, in Terrasanta. Il particolare che Zara fosse una città cristiana e che il giuramento crociato vietava espressamente la lotta fra cristiani non fermò il progetto. Certo, ci furono proteste e altre defezioni. Ma il grosso dell’esercito si adeguò alle circostanze. E a ottobre una flotta di duecento navi con a bordo trentamila soldati dei quali più di ventimila erano veneziani, levò le ancore. Sulla imbarcazione che guidava il lungo corteo, c’era anche Enrico Dandolo, crociato a 95 anni e vero regista politico dell’impresa.

Nave con marinaio che suona il corno durante la IV crociata (foto Alinari)

La croce e i commerci Zara fu conquistata e rasa al suolo, anche se la popolazione aveva appeso i crocifissi sulle mura delle case. Molti abitanti vennero trucidati. I francesi, scontenti del bottino, si resero protagonisti di una sanguinosa guerriglia contro i soldati veneti. Così le strade si riempirono anche dei cadaveri degli invasori. Alla fine di novembre, sulla testa dei crociati arrivò pure la scomunica del papa, furente per l’oltraggio fatto al re cattolico d’Ungheria e ai cattolicissimi croati.

L’intoppo fu presto superato. I crociati francesi e tedeschi riuscirono, seppure a fatica, a farsi togliere la scomunica. I veneziani invece, non se ne preoccuparono. Perché allora, come scrisse lo storico e filosofo statunitense Will Durant (1885 –1981) “il commercio teneva dietro alla croce, e forse era anzi la croce ad essere guidata dal commercio”.

L’idea fissa di Dandolo era un’altra: approntare una spedizione contro Costantinopoli, la città che ormai danneggiava i commerci di Venezia, nonostante i quasi sessantamila mercanti italiani che vivevano stabilmente sul Bosforo. Tra l’altro, trenta anni prima, nella grande metropoli, membro di una ambasceria, il doge era stato coinvolto in una rissa, era stato imprigionato e aveva quasi perso la vista. Ma i risentimenti personali contavano poco di fronte alla “real politik”.

L’occasione arrivò quando tra le macerie di Zara piombò il principe Alessio Angelo, figlio del basileus Isacco II, deposto e accecato dal fratello Alessio III. Il giovane era riuscito a fuggire dalla prigione dove era rinchiuso insieme a suo padre. E ora, dopo un incontro infruttuoso con papa Innocenzo III, con il determinante aiuto di suo cognato, Filippo di Svevia, chiedeva ai crociati di rimetterlo sul trono di Costantinopoli. In cambio, prometteva ai crociati e ai veneziani, il pagamento dei 34.000 marchi che Venezia doveva ancora riscuotere e un altro aiuto concreto: diecimila cavalieri dell’esercito bizantino che sarebbero serviti a portare a termine la progettata conquista di Gerusalemme. L’erede al trono si impegnava anche a lasciare in Terrasanta 500 cavalieri. E oltretutto ventilava una riunificazione della Chiesa d’Oriente con quella di Roma.

Dandolo e Bonifacio persuasero la truppa. E nel maggio del 1203 a Corfù venne firmato l’accordo che certificava la deviazione della crociata.

La flotta arrivò davanti a Costantinopoli il 24 giugno. Meno di un mese dopo, il 17 luglio 1203, la città cadde, nonostante la strenua difesa di una guardia scelta di seimila soldati vichinghi, che da quasi due secoli era responsabile della difesa della capitale. Alessio III fuggì con i gioielli della corona. Suo fratello Isacco II, seppure cieco, fu rimesso sul trono, insieme al figlio Alessio IV, autore del rocambolesco accordo con i crociati.

Il giovane principe si trovò presto in una difficile situazione: da un lato non era in grado di mantenere le mirabolanti promesse fatte ai capi della spedizione crociata. Dall’altro, i bizantini lo accusavano di essere ricattato dai Latini che bivaccavano accampati sotto le mura della città. Alla fine di gennaio la popolazione si ribellò. Nella rivolta, Alessio IV perse il trono e la vita. Qualche giorno dopo, anche suo padre morì in prigione. Alessio V Ducas Murzuflo, esponente di punta del partito antilatino e genero di Alessio III diventò imperatore.

Folco da Neully predica per la Quarta Crociata

Il grande bottino All’alba del 13 aprile 1204, dopo avere minuziosamente patteggiato con Venezia la spartizione del bottino, i crociati entrarono nella “regina di tutte le città”. I crociati attaccarono dopo aver ricevuto l’assoluzione. Il saccheggio sembrò infinito anche agli stessi protagonisti dell’impresa. I grandi signori si impadronirono in fretta dei palazzi più ricchi e dei conventi.

Baldovino scrisse al papa il suo resoconto: “Viene presa una innumerevole quantità di cavalli, di oro e di argento, di sete, di vesti preziose e di gemme e di tutto ciò che tra gli uomini è elencato tra le ricchezze. Viene trovata una tale immensità di abbondanza che non pareva possedere l’intera Latinità”.

Gunther di Pairis annotò che “tutti improvvisamente da poveri e stranieri che erano divennero ricchissimi”.

La città era sotto choc. Lo storico Fernand Braudel nel volume “Lezione di storia” paragonò Costantinopoli a un coniglio “pelato vivo” dai conquistatori.

La cupidigia della razzia fu spiegata con vivide parole da Roberto di Clari: “Dacché il mondo fu creato, non erano mai stati visti né conquistati tesori così grandi, né così magnifici, né così ricchi, né ai tempi di Alessandro, né ai tempi di Carlo Magno, né prima, né dopo. Neppure io credo, per quanto a mia conoscenza, che nelle quaranta città più ricche del mondo vi siano tante ricchezze quanto se ne trovarono a Costantinopoli”.

I cavalli della basilica di San Marco prima del sacco di Costantinopoli adornavano l’ippodromo della città

L’assalto alle reliquie L’incetta e il commercio delle reliquie caratterizzarono il grande saccheggio. La ricchezza di Costantinopoli si può ancora ammirare in decine di città d’Europa. Il capo di San Giovanni Battista fu portato ad Amiens. Amalfi volle come ricordo la testa di Sant’Andrea e il vescovo di Soissons spedì ai suoi parrocchiani il capo di Santo Stefano insieme a una reliquia di San Giovanni. Halbstadt pretese le reliquie di San Giacomo. I resti di San Clemente, razziati dalla Chiesa di Santa Teodosia, furono portati a Cluny. I baroni si divisero la Vera Croce, a parte un pezzetto trasportato a Parigi e una parte inviata in omaggio al papa. Re Luigi IX di Francia pagò la bellezza di 10.000 monete d’argento per la “vera” Corona di Spine e per custodirla costruì la Sainte Chapelle.

I veneziani trasportarono in laguna una infinità di capolavori: mosaici, pietre rare, manoscritti, cammei, medaglioni, straordinari gioielli e addirittura parti intere di splendidi edifici.

Ancora oggi il tesoro di San Marco conserva la più bella collezione d’artigianato bizantino che comprende il sarcofago Veroli, il più bel pezzo al mondo d’avorio bizantino intagliato e il Salterio dell’Imperatore Basilio, insieme a 32 calici bizantini e centinaia di reliquie e paramenti sacri.

Il doge Dandolo spedì a Venezia, come segno del suo trionfo, i quattro magnifici cavalli di bronzo placcati d’oro, risalenti ai tempi di Costantino che adornavano l’ippodromo della capitale. Nei secoli, sono diventati uno dei simboli della città lagunare e si possono ancora ammirare in cima alla galleria della basilica di San Marco.

La conquista di Costantinopoli, mosaico del 1216

Le statue perdute Nell’arco di 72 ore, Costantinopoli perse opere d’arte di inestimabile valore. Statue di Fidia, Prassitele e Lisippo scomparvero per sempre. I grandi bronzi vennero fusi per coniare le monete che servirono a pagare i soldati. Di tanti capolavori, rimase solo il ricordo. Il racconto di Niceta Coniata è un lungo e dolente elenco di meraviglie. “Quello che fu così prezioso all’antichità divenne ad un punto volgare materia; quello che costò un tempo immensi tesori, fu dalla bestialità latina in moneta converso. Le statue di marmo non solleticarono l’avarizia dei vincitori, furono però dal loro selvaggio talento in gran parte guaste ed infrante”.

Con parole accorate, lo storico evocò l’immagine della enorme statua di Giunone, esposta nella piazza dedicata all’imperatore Costantino. Così grande che “ai barbari”, per trasportare la testa della dea fino al palazzo di Bucoleone. servì un carro trainato a fatica da otto buoi.

Un’altra statua, nello stesso luogo, raffigurava Paride che offriva a Venere il pomo della discordia. E sulla cima di un grande obelisco, decorato con grazia da una moltitudine di figure scolpite, spiccava “La seguace del vento”: una statua capace di girare su se stessa a seconda della brezza che con forza diseguale arrivava dal Bosforo nelle varie ore del giorno. Sotto, intorno al monumento, erano raffigurate decine di specie di uccelli che con il loro canto salutavano il sorgere del sole. E poi “flauti, mastelli, pecore belanti e saltellanti capretti; sotto scorreva l’acqua del mare e si vedevano branchi di pesci, alcuni dei quali caduti nelle reti, altri che le rompevano e di nuovo si immergevano liberamente nelle profondità marine; c’erano alcuni amorini, a gruppi di due o tre, gli uni di fronte agli altri, nudi, mentre si scagliavano reciprocamente delle mele, scuotendosi tutti in una dolce risata”.

Per decenni, i racconti popolari ricordarono la statua equestre esposta in piazza del Monte Tauro: un cavallo al galoppo, e in groppa un cavaliere, con un braccio teso ad est, verso il sole. Forse era Giosuè che nell’episodio biblico comandava all’astro di fermare la sua corsa. Oppure il superbo Bellerofonte, che tentava la scalata al cielo su Pegaso, il cavallo alato.

Nei pressi del circo, scomparvero per sempre le effigi in bronzo dei tanti aurighi raffigurati sui loro carri e di favolosi animali egizi come l’aspide, il basilisco, il coccodrillo. Fu distrutta anche una statua famosa dedicata a Elena, la bellissima moglie di Menelao, icona dell’eterno femminino, che causò la guerra di Troia: “Regolarissime ed eleganti erano le sue forme, la chioma alle aure diffusa, languidi gli occhi e le labbra e le braccia dello tesso bronzo rendeva immagine di vermiglie rose e d’intatta neve”.

L’ippodromo, galleria d’arte all’aperto nel cuore pulsante della città, fu spogliato dei suoi celebri ornamenti. Vicino alle gradinate, riedificate in marmo nel X secolo, spiccava una colossale opera di Lisippo: un Ercole seduto sopra un letto di vermena, con il gomito sinistro appoggiato sul ginocchio. L’altezza delle gambe superava quella di un individuo in piedi e “la cintura di un uomo avvolgeva a malapena il pollice dell’eroe”. Poco oltre, altre meraviglie: l’antica Scilla; un cavaliere su un asino; la mitica lupa di Romolo e Remo; un’aquila con un serpente negli artigli; una sfinge col volto di donna e il corpo di un mostro; un elefante; il cavallo del Nilo con la coda ricoperta di squame e un uomo impegnato nella disperata lotta contro un leone.

Quasi un simbolo di una città ferita a morte. Il saccheggio durò tre giorni. Poi il marchese di Monferrato e il doge ordinarono che l’immenso bottino fosse trasportato in tre grandi chiese della città, difese in egual numero da soldati veneziani e francesi.

Le mura teodosiane durante la quarta crociata

Il nuovo assetto Alla spartizione del bottino seguì la divisione dell’impero. Baldovino IX, conte di Fiandra, protetto dai veneziani, salì sul trono dell’Impero Latino d’Oriente e ottenne un quarto di tutto il vecchio territorio dell’Impero Bizantino. Il francese sostituì il latino come lingua ufficiale dello Stato. Il nuovo impero si polverizzò presto in una miriade di piccoli e grandi principati. Secondo gli accordi, Bonifacio di Monferrato doveva essere compensato con un territorio in Asia minore. Ma dopo varie lotte si impadronì di Tessalonica e fondò un regno che comprendeva anche la Tessaglia e la Macedonia.

A Morea, sul Peloponneso nacque un principato autonomo francese.

Anche Costantinopoli venne spezzettata in otto zone: cinque ottavi andarono all’imperatore e tre ottavi a Venezia. Papa Innocenzo III condannò con durezza il saccheggio e comminò scomuniche e punizioni. Ma accettò il fatto compiuto che gli riconosceva piena supremazia su tutta la Chiesa cristiana d’Oriente e d’Occidente.

Sulla cattedra di Santa Sofia quale primo patriarca latino di Costantinopoli venne nominato il veneziano Tommaso Morosini. I vescovi bizantini furono deposti e sostituiti da prelati romani. Fu fatta pressione sul clero ortodosso perché si sottomettesse al papato, ma senza risultato.

La Quarta Crociata portò a Venezia un vero e proprio impero coloniale e sancì la sua egemonia su tutto il Mediterraneo orientale: la città lagunare arrivò a controllare gli stretti, l’ingresso nel Bosforo e tutta la rotta marittima dalla laguna veneta fino a Costantinopoli. La repubblica marinara si impadronì dei principali porti dell’Ellesponto e del Mar di Marmara, dei centri strategici del Peloponneso oltre che di Ragusa e Durazzo. Divenne padrona anche delle isole Ionie, di Creta, che comprò da Bonifacio, della la maggior parte delle isole dell’arcipelago e della città di Adrianopoli, nevralgico centro della Tracia imperiale.

L’Impero Latino di Costantinopoli durò mezzo secolo. Nel 1261 la signoria di Bisanzio tornò alla dinastia bizantina dei Paleologhi che regnò più a lungo di qualunque altro casato. Fino al 1453, quando le armate turche guidate da Maometto II tornarono a violare le mura della città e la grande cattedrale di Santa Sofia.

Federico Fioravanti

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Istanbul, i nomi del destino

Per secoli Istanbul, la città che mescola il vento d’Asia con il profumo d’Europa, si chiamò anche Bisanzio. La colonia greca, fondata 600 anni prima di Cristo, poi divenne Costantinopoli, capitale di un impero che si estendeva su tre continenti, dalla Mesopotamia al Nord Africa e dal Mar Caspio all’Adriatico.

Un cronista bizantino, pensando ai ripetuti assedi che dovette subire, la definì “il luogo del desiderio universale”. Per il ventenne Maometto II che nel 1453 ne fece la capitale dell’impero ottomano diventò una dolce ossessione. Quel 29 maggio che segnò la fine della storia dell’impero romano d’Oriente, il sultano ammirò a lungo il sogno realizzato della sua giovane vita di conquistatore.

La città, costruita all’estremità di una penisola triangolare, era circondata da acque profonde che formavano una fortezza naturale e allo stesso tempo consentivano un facile accesso alle navi che salpavano verso il Mediterraneo, l’Africa e il Mar Nero. A nord, la capitale bizantina mostrava il suo famoso porto, lungo 6 chilometri e largo almeno mille metri, chiamato il Corno d’Oro per il colore dorato che assumeva con il sole calante. Una triplice cinta di mura merlate, protetta da fossati e intervallata da 192 torrioni, abbracciava le strade e i quartieri, lungo un percorso di quasi 7 chilometri che saliva e scendeva a seconda delle asperità del terreno.

A sud il piccolo bacino interno del Mar di Marmara, univa l’Egeo con il Mar Nero. A Oriente, la stretta via d’acqua del Bosforo segnava con la sua linea blu il limite tra l’Asia e l’Europa. E all’interno le rotte commerciali tra i due continenti si incrociavano di continuo tra il Danubio e l’Eufrate. Un centro e un confine. Un incrocio di storie e di civiltà. Una città di genti diverse e lontane che in periodi e idiomi differenti vollero dare un nome o un epiteto alla grande capitale.

Istanbul, il nome di oggi, era usato dai turchi nella lingua quotidiana molti anni prima conquista di Maometto II: nasce da una espressione greca che racconta la meraviglia della comune destinazione dei popoli del mondo: “eis ten polin”, ovvero “verso la città”, la Polis per antonomasia, quella per cui non c’è bisogno di altri aggettivi. Così, con il nome Polis, la chiamarono i greci di 800 anni e la chiamano ancora i greci di oggi, anche se il termine ufficiale fu per secoli Konstantinoupolis Nèa Rome, la mitica Nuova Roma.

Secondo una tradizione armena riportata da Abraham di Ankara, Maometto II deformò il nome della capitale in Islambol (“abbondante di Islam” ) utilizzando l’assonanza con l’espressione “eis ten polin”. Come per Costantino anche per il sultano la rifondazione della Polis, la città per eccellenza, coincise con una conversione. La capitale e il suo impero, con l’imperatore passarono dal paganesimo al cristianesimo. E il sultano sostituì il cristianesimo con la religione di Allah.

Da Byzantion, l’antico insediamento ellenico che l’imperatore Costantino, alla ricerca di un secondo centro dell’Impero, decise di rifondare e di ribattezzare con il proprio nome (Costantinopoli) deriva anche il termine “bizantino” che usiamo ancora oggi ma che non esisteva nel Medioevo se non in modo episodico in alcuni documenti che indicavano comunque i soli abitanti della capitale dell’impero.

Loro, i cittadini di Costantinopoli, chiamavano se stessi “Romaioi “ perché si ritenevano i diretti discendenti della Roma dei Cesari. E così, con la parola “Rum” e cioè romani, venivano chiamati anche dagli arabi e dagli ottomani. Carlo Magno, che voleva rappresentare se stesso come l’unico successore degli imperatori di Roma, in ogni occasione continuò però a chiamarli “Greci”.

Ogni popolo aveva la sua Costantinopoli. Per i serbi, i bulgari e i russi era Zarigrado, la città degli imperatori. Altri genti di origine slava la chiamavano Michaelgrad. Gli armeni, quando parlavano con i loro parenti lontani, dicevano di vivere a Gosdantnubolis, la città fondata dall’imperatore Costantino. Lo stesso facevano gli ottomani che nelle monete e in tutti i documenti ufficiali la indicarono come quasi sempre come Qostantiniyyeh. I letterati invece, approfittarono della licenza poetica per lodare la splendida Dar-i Se’adet, La Casa della Buona Sorte che godeva dell’ambita fortuna di ospitare il sultano. Per i Persiani era Asitaneh, la Casa dello Stato e della legge. I cronisti medievali norreno-islandesi la descrissero con la parola Miklagarður che nella loro lingua voleva dire La Grande Città.

I nomi e gli epiteti si moltiplicarono, come in nessun altro caso nella storia. In lingue diverse si raccontò lo stesso carismatico centro di vita e di potere: Stambul, Kushta, Rumiyya al-kubra e Nuova Gerusalemme.

Per i pellegrini medievali fu La Città d’Oro oppure la Città del Pellegrinaggio e anche Città dei Santi, La Regina delle Città e La Città custodita da Dio. Fino a diventare La Città millenaria, La Città degli Imperatori e “tout court” La Città delle Città. Il mondo arabo coniò anche altre mirabolanti definizioni: Casa del Califfato, Trono del Sultanato, Porta della Felicità, Occhio del Mondo e Rifugio dell’Universo. Istanbul, il nome di oggi, usato per secoli dagli ottomani, arrivò in modo ufficiale soltanto nel 1930, per volontà di Ataturk, il presidente della moderna Turchia che però volle trasferire ad Ankara la capitale dello Stato.

La città rimane una magnetica e vitale capitale del mondo: con più di 14 milioni di abitanti, se si considerano anche i quartieri asiatici, è il centro municipale più popoloso d’Europa.

L’arte e la storia, Bisanzio e Costantinopoli, gli imperi e la megalopoli, il grande passato e il rischioso futuro: tutto si mescola ancora nel luogo che tanto colpì l’immaginazione di Cosma, vescovo del X secolo: “Giungemmo a una città di bellezza inenarrabile. Le mura erano costruite di dodici filari e ciascuno era di una diversa pietra preziosa; le porte erano d’oro e d’argento. Entro le mura trovammo dorato il terreno, dorate le case, dorate le ville. La città era piena d’una luce ignota e d’un soave profumo…”.

Federico Fioravanti

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Santa Sofia, tra il Cristianesimo e l’Islam

L’Islam e il Cristianesimo si sposano a Hagia Sophia, la Santa Sapienza che distilla ancora i tre nomi della grande e misteriosa città: Bisanzio, Costantinopoli e Istanbul svelano la loro storia dentro una immensa e straordinaria basilica.

Un luogo da sempre simbolo della capitale d’Oriente: prima chiesa bizantina, poi moschea ottomana (1453-1935) e poi, per volontà del presidente Ataturk, museo nazionale della repubblica di Turchia.

Il 27 dicembre dell’anno 537, fu il gran giorno della consacrazione della basilica. Davanti a tanta bellezza, l’imperatore Giustiniano non trattenne l’orgoglio di chi sapeva di poter parlare ai secoli: “Gloria a Dio che mi ha fatto degno di questo! Ti ho superato, oh Salomone!”. E ordinò quattordici giorni di festeggiamenti, che furono accompagnati da pubbliche elargizioni di denaro, feste, musiche e celebrazioni che coinvolsero tutti gli abitanti della grande città.

La cupola, costruita mille anni prima di quella di San Pietro a Roma, apparve come un prodigio di eleganza e di leggerezza: 30 metri di diametro e 56 di altezza, con la volta argentea, rivestita all’interno da migliaia di tessere di lucenti mosaici. Forse Giustiniano quel giorno pensò a Costantino che per primo, nel vasto spazio poco lontano dal palazzo imperiale, volle costruire la prima cattedrale della sua nuova capitale. Ma non fece in tempo a vedere la fine dei lavori che aveva ordinato. Fu il suo successore, Costanzo II, nel 360, a consacrare e ingrandire il tempio che divenne la chiesa episcopale di Costantinopoli. Poco dopo, la distrusse un incendio. Ma Teodosio II la riconsacrò nel 415. Fu di nuovo incendiata, con gravi danni, durante la rivolta di Nika.

Finché Giustiniano, nel 532, si impegnò a ricostruire una basilica nuova. Nei suoi sogni doveva essere la “più sontuosa dall’epoca della Creazione”. Riuscì nell’impresa: in soli 5 anni, il famoso architetto Isidoro di Mileto e il matematico e fisico Artemio di Tralle, assistiti dallo stesso imperatore, portarono a termine l’opera, per la quale fu necessario il lavoro di diecimila operai. Preziosi materiali vennero raccolti in ogni parte del vasto impero: marmi verdi dalla Tessaglia, pietre nere dalla regione del Bosforo e grandi pietre gialle dalla Siria. Otto colonne di porfido giunsero dal Tempio di Giove Eliopolitano di Baalbek. Colonne di granito arrivarono dall’Egitto. E altre otto colonne ellenistiche furono trasportate dal tempio di Artemide di Efeso. I rossi mattoni di Rodi, composti da una argilla particolarmente leggera, servirono per costruire la spettacolare cupola. Ogni pezzo riportava la medesima scritta: “È Dio che l’ha fondata, Dio le recherà soccorso”. Tanta fede serviva per le sacre incoronazioni dei reali bizantini e per ospitare degnamente la sede del patriarca ortodosso di Costantinopoli.

Ma le iscrizioni devote nulla potettero contro una serie di terremoti che indebolirono e lesionarono a più riprese la costruzione. Tanto che durante il sisma del 7 maggio 558, la cupola crollò e distrusse l’ambone, l’altare e il ciborio della cattedrale. Ci vollero altri cinque anni per riaprire la basilica al culto (563) e per ricostruire una cupola nuova, più leggera, più alta di 6 metri e protetta da massicce muraglie di sostegno.

Nei secoli, seguirono altri crolli e altre ricostruzioni. Fino agli anni della Quarta crociata e al saccheggio delle reliquie che il tempio subì nell’anno 1203: la Sacra Sindone, una pietra della tomba di Cristo, il latte della Vergine Maria e le ossa di numerosi santi vennero trafugate e abbellirono diverse cattedrali d’Europa. Hagia Sophia fu trasformata in una chiesa cattolica fino alla “riconquista bizantina” del 1261. Ma il tempio era ormai gravemente danneggiato e fu chiuso dopo nuovi crolli a cui seguirono altri restauri.

Poi, per quasi cinquecento anni, la basilica diventò la grande moschea di Costantinopoli. Nel 1453 Maometto II promise ai suoi soldati tre giorni di libero saccheggio se la grande città, capitale dell’impero d’Oriente, fosse caduta. Il giorno stesso della capitolazione, le porte di Santa Sofia vennero abbattute. E il saccheggiò iniziò. Lo interruppe il sultano che ordinò la trasformazione della chiesa in moschea. Quando uno degli ulama che era con lui, salì sul pulpito e iniziò a recitare la Shahada, nacque, di fatto, Aya Sofya. Il grande luogo di culto fu di nuovo restaurato. Scomparvero le croci, i mosaici parietali vennero intonacati e ai lati dell’edificio, negli anni successivi, furono costruiti, a più riprese, dei minareti. Il patriarca si trasferì nella Chiesa dei Santi Apostoli.

Aya Sofya fu abbellita da due colossali colonne che nel XVI secolo il sultano Solimano il Magnifico (1520-1566) riportò dopo la conquista dell’Ungheria. Gli abbellimenti e i restauri continuarono per altri trecento anni, fino ai grandi lavori ordinati dal sultano Abdul Mejid I e completati in soli due anni, tra il 1847 e il 1849, sotto la direzione dell’architetto ticinese Gaspare Fossati, assistito dal fratello Giuseppe, ingegnere. La grande cupola e le volte vennero consolidate. Alle colonne furono appesi quattro giganteschi medaglioni circolari, che riportano i nomi di Allah, del profeta Maometto, dei suoi due nipoti e dei primi quattro califfi (Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali). Gli antichi mosaici bizantini vennero scoperti e poi ricoperti con uno strato d’intonaco. E nuovi lampadari a goccia sostituirono le vecchie illuminazioni.

Il museo nazionale ricorda questa e altre vicende. Hagia Sophia è un sontuoso libro d’arte e di storia. Le sue gigantesche proporzioni ne fanno uno dei monumenti dell‘architettura più importante di tutti i tempi. Nella pianta della grande basilica, come in un disegno divino, le figure geometriche del quadrato e del rettangolo si fondono in modo armonioso. La grandiosa innovazione, mai utilizzata in precedenza, dei quattro pennacchi che sostengono e innalzano la cupola, permette un passaggio elegante dalla forma quadrata della base dei piloni a quella sferica che sovrasta l’edificio, quasi a dominare lo spazio.

Lo sguardo corre verso l‘alto, dove tra le ombre e i chiaroscuri compare l’immagine dello stemma imperiale di Giustiniano. Tra mosaici, marmi di pregio, pannelli, colonne in porfido e capitelli scolpiti, si arriva al grande vano della navata centrale.

Procopio di Cesarea, nel suo trattato “De aedificiis”, raccontò l’effetto mistico di una luce che sembra generata dalla basilica stessa: arriva filtrata, a ogni ora del giorno dalle quaranta finestre che costeggiano la cupola e dalle altre aperture disposte a livelli diversi sulle grandi pareti di Hagia Sophia.

Una luce che si riverbera sui mosaici dorati e sui preziosi paramenti. E che sembra quasi annullare la consistenza e il peso stesso delle strutture. Ma che nei secoli ha continuato a illuminare la chiesa ortodossa orientale, quella cattolica romana e il vasto mondo musulmano.

Federico Fioravanti

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Digesto, capolavoro di Giustiniano

Digestum, pandette fiorentine

Giustiniano I ci parla ancora oggi, con le parole di Dante: “d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano…” (Paradiso, VI, 10-12).

L’imperatore bizantino (482–565) ha lasciato contrastanti ricordi della sua opera di governo. Ma anche una straordinaria eredità: il “Corpus iuris civilis”, una compilazione omogenea della legge romana che ancora oggi è alla base del diritto civile. Un’opera gigantesca, caposaldo della scienza giuridica di ogni tempo, che rimane l’ordinamento giuridico più diffuso al mondo. È composta da 4 parti: il Digesto, il Codice, le Istituzioni e le Novelle.

Il Digesto fu promulgato il 16 dicembre 533. La parola viene dal latino “Digestus”. E’ il participio al passivo del verbo “digerere” che vuol dire disporre, separare e classificare gli argomenti in modo ordinato. Le vaste trattazioni complessive del diritto romano furono chiamate anche con un’altra parola, di origine greca: “Pandette”, che spiega la completezza delle norme contenute in quei volumi, “onnicomprensive e riguardanti qualsiasi materia”. La premessa al Digesto fu scritta da Giustiniano in persona. L’imperatore spiegò che l’opera nacque non perché le leggi mancassero ma perché erano troppe.

Fu un lavoro colossale, trascritto sia nella lingua greca che in quella latina. Durò appena tre anni: un record, soprattutto se lo valutiamo attraverso i parametri della modernità. L’imponente impresa, seguita passo passo dall’imperatore, ebbe un protagonista assoluto: Triboniano, “questor sacri palatii”, ministro della Giustizia dell’impero. Fu lui a suggerire a Giustiniano di riprendere l’idea di Teodosio II di codificare i testi della giurisprudenza classica. E fu sempre lui a scegliere la commissione che portò a termine il progetto. Insieme a Triboniano facevano parte della squadra di lavoro il ministro del Tesoro Costantino (“comes sacrarum largitionum”), i professori di Bisanzio Teofilo e Cratino, i professori di Berytus (l’odierna Beirut) Doroteo e Anatolio, e undici avvocati: Stefano, Mena, Prosdocio, Eutolmio, Timoteo, Leonide, Leonzio, Platone, Giacomo, Costantino e Giovanni.

Triboniano nell’atto di consegnare il Digesto all’imperatore Giustiniano I, nella parte sinistra dell’affresco “Le Virtù e la Legge” di Raffaello Sanzio, situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro Stanze Vaticane.

La “banca dati” utilizzata per la gigantesca ricerca fu fornita in buona parte dalla biblioteca personale del giurista di Giustiniano: Triboniano, ricordato dai suoi detrattori anche per il suo sconfinato amore per il lusso e la venalità, possedeva infatti molti libri, preziosi e rarissimi.

Poco prima del disfacimento dell’impero romano, nel 410, quando Alarico, re dei Visigoti, assediò, espugnò e saccheggiò Roma, non esisteva ancora nessuna raccolta ufficiale dei materiali giuridici. Il diritto romano, come ricorda Lucio De Giovanni (“Il Medioevo, Barbari, Cristiani, Musulmani”, Encyclomedia) non ebbe caratteri unitari e nella sua lunghissima storia non fu mai codificato.

Per raccogliere in un’unica opera la secolare produzione della giurisprudenza romana, la commissione di esperti formata da Triboniano consultò 1528 libri di quaranta autori diversi, dall’età repubblicana al III secolo dopo Cristo. Da questa montagna di norme bisognava estrarre una raccolta logica e armoniosa di saggezza giuridica, che potesse essere usata con comodità da parte dei giudici e degli avvocati dell’impero. Dopo una accurata analisi di più di 3 milioni di righe, si arrivò a riclassificare ben 9950 iura. Così, vennero fuori i 50 libri del Digesto, divisi in titoli, frammenti e paragrafi. Ogni frammento è preceduto dall’indicazione, con i riferimenti del giurista e del volume citato.

L’opera si compone di sette parti. La prima è chiamata “Prota”, che in greco significa “principi”. Comprende i libri 1-4 che contengono le posizioni generali del diritto e del processo studiate dagli studenti del primo anno insieme alle Istituzioni di Giustiniano. La seconda parte “Dei giudizi” (“De iudiciis”) arriva fino al libro 11. La terza parte “Delle cose” (“De rebus”) è composta dai libri 12-19. La quarta parte è chiamata “Umbilicus”, che significa “mezzo” e la quinta, “Dei testamenti” (“De testamentis”). La sesta parte (libri 37-44) e la settima (libri 45-50), non hanno invece un nome particolare. Nel libro 50, emerge una vera e propria perla del diritto: “Del significato delle parole”, una specie di dizionario dei termini giuridici usati nell’antica Roma.

Il Digesto venne utilizzato sia per la pratica forense sia per la scuola giuridica: diventò infatti oggetto degli studi degli studenti di diritto dal secondo al quarto anno. L’imperatore fu entusiasta dell’opera. Scrisse che “il Signore stesso” aveva aiutato i giuristi nella sbalorditiva impresa. E presentò i 50 libri come le basi del “tempio della Giustizia”.

Un testo unico e coerente, munito di forza di legge: Giustiniano lo impose alla prassi per la risoluzione di qualsiasi controversia. Dal quel fatale dicembre del 533 il sovrano bizantino impedì che i giuristi ricorressero alla consultazione diretta delle fonti antiche. E nel giro di 15 giorni dalla promulgazione dell’opera, dispose che fossero eseguite settanta copie del Digesto: la grande mole di documenti fu quindi trascritta in due lingue e in tempi rapidissimi, grazie a un sistema di distribuzione dei singoli fascicoli a vari gruppi di amanuensi.

Giustiniano assimilava le sette parti del Digesto ai sette pianeti del sistema solare, la cui ascensione sulla volta celeste era osservata dagli antichi astrologi. Così, nel descrivere una delle parti dell’opera, l’imperatore usò il verbo “exoriri”, quasi ad indicare un virtuoso percorso di innalzamento verso le stelle. Appassionato giurista, l’imperatore bizantino presentava il Digesto proprio come la musica delle sfere: un’opera perfetta.

Non furono dello stesso parere molti altri giuristi del Cinquecento e del Settecento. In particolare i Culti, esponenti della scuola di diritto che si sviluppò in Francia nel XVI secolo che arrivarono a descrivere Triboniano come un “malefico architetto”, colpevole di avere manipolato e “in parte distrutto (…) il grande patrimonio giuridico della romanità classica”. L’illuminista milanese Pietro Verri lo bollò come un ministro “ignorante e venale”.

Giustiniano, mosaico di San Vitale, Ravenna

Sotto accusa, con il senno di poi, venne messa la scelta di Giustiniano che ordinò la distruzione di tutto il materiale originario che era stato elaborato.

I compilatori del Digesto, per adeguare i testi al diritto vigente, apportarono modifiche ai documenti giuridici. Per esempio, in tutti i testi la parola mancipatio, che indicava il negozio solenne del diritto romano fu sostituita dal termine tradizio (trasferimento). E siccome i giuristi classici erano pagani, il ricorrente nome di Giove e le citazioni delle altre divinità, furono cancellate oppure sostituite con la parola “Dio”. Cambiamenti e cancellazioni di sicuro contestabili. Ma l’antica sapienza giuridica fu salvata comunque dalla rovina.

Il manoscritto originale del Digesto è scomparso. Per fortuna però disponiamo di un altro manoscritto, quasi contemporaneo all’età di Giustiniano, composto tra il VI e il VII secolo: è la Littera Florentina o Codex Florentinus. Nel XII secolo era conservato a Pisa, repubblica marinara che aveva stretti rapporti con Bisanzio. Dopo la presa di Pisa (9 ottobre 1406) diventò parte del bottino di guerra di Firenze e oggi è ospitato nella Biblioteca Medicea Laurenziana.

Federico Fioravanti

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