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La battaglia di Crécy

Una immagine della battaglia di Crécy.

È il 1346, e fra il regno di Francia e quello d’Inghilterra è in corso quella che a partire dall’Ottocento verrà chiamata la “guerra dei Cent’anni”. Il conflitto aveva preso il via nel 1337, allorquando il re d’Inghilterra Edoardo III Plantageneto (1312 –1377), già duca di Guienna e dunque feudalmente obbligato verso il re francese, aveva formalizzato la sua opposizione all’ascesa al trono di Francia di Filippo VI di Valois (1293 – 1350): Filippo era stato in effetti solo uno dei candidati alla soluzione della crisi dinastica apertasi nel 1328 alla morte di Carlo IV; lo stesso Edoardo, stanti i legami familiari della madre, Isabella di Francia, avrebbe potuto a buon diritto aspirare alla corona francese.

Beninteso, anche altri fatti avevano partecipato all’avvelenamento del clima fra i due regni, già nei primi anni Trenta: intromettendosi nella turbolenta questione scozzese, Filippo VI aveva infatti offerto riparo e sostegno all’erede legittimo del regno di Scozia, quel giovanissimo David Bruce contro il quale Edoardo III aveva invece sostenuto Edoardo di Balliol. Per di più, per rintuzzare le posizioni della corte plantageneta in merito alla corona francese Filippo aveva ordinato nel 1337 la confisca della Guienna, in risposta alla quale Edoardo aveva sconfessato il proprio omaggio feudale e rivendicato per sé il trono di Francia; due anni più tardi, non prima di essersi assicurato l’appoggio di una parte delle Fiandre e del Sacro Romano Impero, il re d’Inghilterra aveva allestito una prima spedizione armata, che tuttavia si era risolta in un’incursione su suolo francese incapace di risultati significativi. Negli anni immediatamente successivi, il conflitto era proseguito fra occasionali battaglie – in primo luogo quella navale di Sluys, che aveva visto gli inglesi conseguire il controllo della Manica – inconcludenti campagne e lunghe tregue.

Nell’estate 1346 il conflitto subisce un’accelerazione: l’11 luglio Edoardo III salpa dall’isola di Wight alla testa di un esercito di quindicimila uomini, facendo vela verso la Normandia. Da La Hogue muove una scorreria di ampio respiro, ma se da un lato l’armata inglese – efficacemente divisa in più colonne disposte in parallelo fra loro, a disegnare un fronte di diversi chilometri – accumula un grande bottino grazie al saccheggio di Valogne, Carentan, Saint-Lô, Caen, dall’altro lato il mancato coordinamento con la flotta costringe Edoardo a optare per una marcia serrata verso le Fiandre. Giunti sulla Senna, gli inglesi devono fare i conti con la demolizione dei ponti messa in atto dai francesi: non possono che risalire il corso del fiume fin quasi a Parigi, per poi riuscire ad attraversarlo a Poissy il 16 agosto e nuovamente puntare a nord.

Miniatura quattrocentesca della battaglia di Crécy tratta dalle Cronache di Jean Froissart.

La strategia attendista di Filippo VI cede allora il passo alle pressioni della nobiltà al comando dell’esercito francese, che insiste per intervenire: da Amiens un’armata di circa cinquantamila uomini si lancia all’inseguimento del nemico, che affretta il passo e il 24 agosto attraversa la Somme al guado di Blanchetacque. Benché a tre giorni di marcia dalle Fiandre, ormai incalzati dai francesi gli inglesi optano per acquartierarsi nei pressi del villaggio di Crécy-en-Ponthieu, disponendosi lungo un pendio in attesa dell’arrivo dell’esercito francese, che sopraggiunge il 26 agosto.

La battaglia si profila all’orizzonte. Da un lato c’è l’esercito di Edoardo III d’Inghilterra, che la campagna estiva ha ridotto a circa undicimila uomini fra fanti, arcieri e cavalieri. Dall’altro lato c’è l’esercito di Filippo VI: quasi cinque volte più numeroso, guidato da alcune fra le più grandi personalità laiche della Francia e dell’Occidente tutto, forte di un’istituzione militare considerata pressoché invincibile: la cavalleria pesante francese.

Se è vero che la cavalleria, in senso lato, affonda le proprie radici ben prima del Medioevo, è vero anche che è solo a partire dalla fine dell’XI secolo che essa inizia ad assumere quelle peculiarità impresse tutt’oggi nell’immaginario collettivo.

Si pensi alla tecnica guerriera: la cavalleria antica e altomedievale sfruttava il galoppo del cavallo in combinazione ad armi da lancio quali giavellotti ed archi, oppure – più frequentemente – si limitava a impiegare il cavallo per portarsi sul campo di battaglia. Quand’anche non smontava da esso il cavaliere – ma sarebbe forse più opportuno parlare di soldato a cavallo – si trovava ad ingaggiare la mischia in modo di fatto non troppo dissimile dal fante, impiegando mazze, lance relativamente corte o armi da taglio. È solo sullo scorcio dell’XI secolo che la cavalleria compie un salto di qualità, mettendo a punto una tecnica esclusiva in grado di sbaragliare il nemico: la carica con la lancia lunga. Si tratta di una tecnica articolata – figurativamente documentata, ad esempio, nel celebre arazzo di Bayeux, che ha per protagonista la cavalleria normanna trionfante ad Hastings nel 1066 – che per risultare efficace, combinando forza d’urto e precisione del colpo, richiede un allenamento e ancor più un equipaggiamento via via più onerosi, dunque al di fuori della portata delle classi sociali più modeste. Non basta: la carica funziona quando eseguita da più cavalieri ben coordinati fra loro; l’allenamento di gruppo prima, e la battaglia poi, inducono perciò all’affiatamento gli esponenti di quella che nel XII secolo è diventata una conclamata eccellenza militare, capace di distinguersi e di fare la differenza sul campo di battaglia.

La tomba del Principe Nero, figlio di Edoardo III, nella Cattedrale di Canterbury.

Evidentemente, l’evoluzione della figura del cavaliere non può essere ridotta al solo aspetto funzionale. È ancora fra XI e XII secolo che, a partire dalla Francia d’oïl e dall’area anglo-normanna, il concetto di cavalleria si direbbe via via travalicare l’ambito puramente professionale per ammantarsi, in senso ascendente, di una certa valenza sociale. Cavalleria e aristocrazia, che ancora nelle fonti altomedievali appaiono come inequivocabilmente distinte, iniziano con il tempo a compenetrarsi, promuovendo sul lungo periodo lo sviluppo di un complesso sistema di pratiche e di valori condivisi all’origine della cosiddetta etica cavalleresca. Complice l’ampia letteratura in tema del basso medioevo – riflesso e al contempo motore dell’evoluzione della cavalleria – nel corso del XIII secolo la figura del cavaliere sviluppa, a tratti fino all’esasperazione, quei connotati morali non a caso definiti oggi cavallereschi: il coraggio, il senso dell’onore, lo spirito di sacrificio, la solidarietà di corpo. Non si tratta di propensioni astratte: è in questo alveo, ad esempio, che matura la pratica del riscatto riservata ai cavalieri sconfitti, pratica certo non priva di un lampante riscontro economico e tuttavia indice anche di uno sviluppato senso di comune retroterra culturale. Beninteso, non mancano al contempo testimonianze di una certa degenerazione, sia in termini sociali che in termini militari: si pensi all’ostentazione del proprio status che porta il cavaliere a disprezzare chi gli è socialmente inferiore, nonché al personalismo guerriero che vede il cavaliere desideroso a ogni costo di distinguersi in battaglia.

Possibile che, a partire da un simile sistema di valori, nel Trecento la cavalleria sia occasionalmente giunta alla sottovalutazione dell’importanza in battaglia della disciplina di gruppo? Si può in effetti essere tentati di rispondere di sì, tanto più alla luce dell’esito della battaglia di Crécy, che vede l’esercito inglese trionfare su quello francese a dispetto della propria esiguità numerica: un risultato reso possibile dall’adozione di una lucida, efficacissima tattica di posizionamento e impiego delle proprie forze, tattica peraltro già sperimentata in occasione delle guerre scozzesi e in grado di mettere a nudo la scarsa coordinazione del nemico.

Mappa della battaglia di Crécy , The Department of History, United States Military Academy.

La collina lungo la quale si dispone l’armata di Edoardo III è infatti protetta sul fianco destro dal corso del fiume Maye e, ancora oltre, dalla foresta di Crécy: a meno di non volere stralciare la convenzione cavalleresca che trova biasimevole aggirare il nemico da sinistra, i francesi non possono dunque attaccare che frontalmente, perdipiù in salita. Inoltre, gli inglesi disseminano anzitempo il campo di battaglia di trincee e palizzate, così da rallentare – fino a spezzarla – la carica della cavalleria francese. L’armata di Edoardo è infine divisa in tre corpi – anche detti battaglie – composti da fanti e cavalieri smontati da cavallo; gli arcieri vengono collocati non solo ai lati di tali corpi, ma anche – adottata una formazione a cuneo – in posizione d’avanguardia.

L’armata di Filippo si direbbe giungere impreparata allo scontro. Quando appura la posizione degli inglesi essa sta marciando in un ordine che non ha nulla a che vedere con lo schieramento da assumere in battaglia, il che rende oltremodo caotico l’avvicinamento al nemico: retroguardia e avanguardia finiscono per non comunicare, con il risultato che quest’ultima si porta dietro la divisione mediana e continua ad avanzare fino a entrare in contatto visivo con le battaglie inglesi; la confusione prende allora il sopravvento, e la coordinazione fra i comandanti e i cavalieri francesi viene definitivamente meno. L’avvicinamento al fronte nemico dei balestrieri di Filippo – alcune migliaia di mercenari genovesi che, stante il caos in cui versa la colonna francese, si trovano sprovvisti dei propri pavesi – si risolve in un disastro: gli archi lunghi di cui dispongono gli arcieri inglesi hanno infatti una gittata superiore a quella delle balestre genovesi, e hanno dunque buon gioco a mettere in rotta queste prime schiere nemiche. La ritirata in disordine dei balestrieri finisce perdipiù per impedire qualsivoglia manovra all’avanguardia della cavalleria francese, che a sua volta diviene bersaglio delle frecce inglesi contribuendo a paralizzare l’offensiva del proprio esercito, la cui disposizione sul campo di battaglia ha ormai rinunciato a qualsivoglia criterio tattico. Nell’arco di quattro o cinque ore, una dopo l’altra le schiere dei cavalieri di Francia vedono i loro ranghi decimati e la loro carica spezzata, e a poco servono le estemporanee sortite con le quali alcune personalità riescono a portarsi fra le fila nemiche. I cavalieri di Filippo che cadono feriti sul campo di battaglia sono finiti con il coltello dai fanti di Edoardo, e questo del tutto a prescindere dall’opportunità dell’abituale riscatto.

Edoardo III conta i morti dopo la battaglia di Crécy, Jean Froissart, Chroniques (Vol. I).

Il bilancio di Crécy è tanto buono per l’Inghilterra quanto drammatico per la Francia: le perdite francesi sono ingenti, il prestigioso comando dell’esercito è pressoché azzerato, l’invincibile cavalleria di Filippo VI è a pezzi. Più ancora che il dato numerico, l’esito della battaglia porta alla luce tutti i limiti – alcuni intrinseci, altri sviluppati con il tempo – della cavalleria pesante: una dolorosa lezione che la Francia, nel corso dei centosette anni che mancano alla conclusione in sordina della cosiddetta “guerra dei Cent’anni”, si sentirà ripetere ancora.

La cavalleria medievale non finisce nel 1346 a Crécy, ma è certo anche qui che si consuma lo scarto fra immaginario cavalleresco e nuova, severa realtà bellica.

Jacopo Mordenti

Tratto dal n° 79 di Storica National Geographic

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Cortenuova, il crepuscolo dell’Impero

La statua di Federico II, Palazzo Reale, Napoli.

Il Carroccio è perso, la croce di ghisa spezzata e gettata nel fango, il comandante Tiepolo fatto prigioniero e poi giustiziato. Milano e Brescia rischiano di essere assediate e rase al suolo. Le città del nord Italia si sottomettono a Federico II. Il 27 novembre del 1237 Federico II “vendica” la disfatta del nonno, il Barbarossa, avvenuta sessantuno anni prima a Legnano.

Nella pianura bergamasca lo “Stupor mundi” infligge una sonora sconfitta militare alla rinata Lega lombarda, ma non riesce a cogliere i frutti politici che lo avrebbero reso padrone dell’Italia. Cortenuova è il punto più alto della parabola di Federico II.

Le premesse Unificare i possedimenti imperiali di Germania e d’Italia. Un sogno accarezzato da Federico Barbarossa e da Enrico VI, ma sempre infrantosi davanti al desiderio di indipendenza dei Comuni lombardi e del Papa. Un sogno che neppure Federico II riuscì a realizzare, costretto a correre in Germania per punire il figlio ribelle Enrico dopo essere riuscito a piegare la nobiltà del Sud Italia. E una volta pacificata la Germania di nuovo in Italia per piegare i lombardi. Era diritto dell’imperatore governare sui territori del Sacro romano impero. “Senonché era già suo era il regnum del Mezzogiorno. Pertanto se la colata montante da sud si fosse fusa con quella discendente da nord, un unico magma avrebbe sommerso, nel centro, un’altra potenza: quella del patrimonium sancti Petri”1. Lo stesso Federico II, attraversando il Mincio nel 1236, aveva ricordato che era suo diritto “avventurarmi nelle terre dell’impero” come un qualsiasi pellegrino o viandante. I riottosi Comuni del Nord, i ligures, o Collegati, Milano, Brescia, Mantova, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Verona, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara e Alessandria, avevano rifiutato di sottomettersi a Federico II, di partecipare a Diete e negoziati. Rivendicavano quelle libertà conquistate sul campo di Legnano. Guerra, quindi. Anche se l’imperatore svevo preferiva utilizzare il termine “perseguimento di un diritto” quando indicava la punizione da infliggere ai ribelli.

Si prepara la guerra Federico aveva fatto ritorno in Italia nell’estate del 1236, assediando e saccheggiando Vicenza. Papa Gregorio IX aveva cercato di mediare tra Federico e i lombardi, ma il 5 novembre 1236 a Brescia si erano rinsaldati i legami della seconda Lega lombarda ed erano state respinte tutte le richieste dell’imperatore. Un altro tentativo di mediazione del Pontefice era stato portato avanti a Brescia, nel luglio del 1237, alla presenza dei legati pontifici Tommaso di Santa Sabina e Rinaldo d’Ostia e dei rappresentanti dell’imperatore Hermann von Salza, Gran Maestro dell’Ordine teutonico, e il cancelliere Pier della Vigna. Mentre a Brescia si trattava, Federico rinforzava il suo contingente con 2.000 cavalieri teutonici e 6.000 arcieri saraceni, raccogliendo le truppe alleate di Ezzelino da Romano e di Gaboardo di Arnstein dalla Toscana, fino a raggiungere il numero di 15.000 uomini in armi. L’esercito federato, composto da 6.000 fanti e 2.000 cavalieri, era al comando di Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia. Lo seguiva il Carroccio e la Compagnia dei Forti, altri mille uomini tra cavalieri e pedoni guidati da Enrico da Monza. La campagna dell’imperatore si aprì con la conquista di Mantova, senza colpo ferire. La città aprì le porte all’approssimarsi dell’esercito imperiale. Cosa che non fece Montichiari, dove una guarnigione di 1.500 fanti e 20 cavalieri resistette per due settimane, permettendo alle truppe della Lega di raggiungere Brescia ed impedendo che Federico la cingesse d’assedio. L’imperatore diede ordine, allora, di devastare il territorio, con l’intenzione di far uscire l’esercito della Lega dalla città e dare battaglia in campo aperto. I bresciani non abboccarono e preferirono attendere i soldati delle altre città federate, ancora in marcia per congiungersi con gli alleati.

Cortenuova. Miniatura dal manoscritto chigiano di Giovanni Villani (XIV sec., Biblioteca Vaticana).

La battaglia L’imperatore di ritirò a Pontevico, nelle vicinanze di Cremona. I ligures scelsero Manerbio, poco a nord dell’accampamento imperiale, in un terreno paludoso e protetto da un fiume, tenendo fede ad una strategia puramente difensiva. “Federico II nel 1237 si mostrò desideroso di imporre rapidamente la sua autorità ai comuni cittadini dell’Italia settentrionale e rinfacciò ai Milanesi la tattica dilatoria da loro adottata: «Temendo di venire con noi a battaglia campale, si sforzano di sbarrare il passo al nostro valoroso esercito in strettoie e ai passaggi dei fiumi, formano con i loro armati2 masse che contrappongono ai nostri cavalieri rendendo così impossibile un combattimento libero e senza impedimenti» nel quale sia possibile ottenere, una volta per tutte, la vittoria decisiva”3. A Cortenuova questa tattica, però, costò la sconfitta alla truppe della Lega lombarda.

L’imperatore decise di togliere il campo il 23 novembre, superò il fiume Oglio e congedò una parte delle truppe alleate. Federico II aveva deciso di porre termine alla campagna e di svernare in territorio sicuro. Almeno questo intesero i comandanti della Lega lombarda. E iniziarono a smobilitare anch’essi, marciando verso nord in direzione di Milano. L’esercito imperiale segue la direzione di nord-ovest, risale il fiume per 22 chilometri e si attesta a Soncino. I Collegati vanno a nord, da Manerbio verso Lograto e poi virano verso Chiari e raggiungono Palazzolo. Marciano paralleli all’Oglio e nella nebbia i due eserciti non si vedono. Probabilmente le due colonne sentono il rumore di ferro e carriaggi. Dalla sua posizione Federico può controllare la via di fuga verso Milano e verificare velocemente se i nemici intendono superare l’Oglio a nord o a sud e muovere di conseguenza. Per di più alle spalle dei Collegati c’è un contingente di bergamaschi attestato tra Ghisalba e Cividate al Piano con l’ordine di segnalare con il fumo il passaggio del fiume da parte del nemico. Un compito che i bergamaschi assolsero con molto rigore, dando alle fiamme la chiesa. Virtualmente i soldati della Lega sono già accerchiati.

La propaganda federiciana, posteriore alla battaglia, ha inteso attribuire all’imperatore una precisa strategia per attirare in trappola la Lega lombarda, attraverso un finto ripiegamento per condurre la battaglia in terreno favorevole. Secondo quanto scrive il cancelliere Pier delle Vigne (la vista delle “insegne mortuarie” dei ribelli avvenne “casualiter tamen feliciter”, cioè casualmente, ma con successo), invece, sembra più che Federico si sia reso conto di aver provocato un’occasione favorevole con la sua decisione e di averne prontamente approfittato.

La mattina del 27 novembre le truppe della Lega si apprestano a muovere, dopo aver trascorso la notte nei pressi del castello di Cortenuova, dove si erano trincerati allargando lo spazio tra mura e fossato per collocare il Carroccio. Il simbolo della libertà comunale era trainato, in questa occasione, non dai lenti buoi, ma da veloci e resistenti cavalli da guerra, che muovono per guadare l’Oglio. Passano il fiume le avanguardie di fanteria, poi i milanesi e i piacentini. Intorno alle tredici buona parte dell’esercito ha varcato il fiume e una lunga fila di picchieri e pavesai è schierata a difesa delle operazioni. Il Carroccio e le salmerie sono ancora a Cortenuova. All’improvviso, da sud, giunge un cavaliere. È un esploratore di Federico. L’uomo si lancia verso le truppe della Lega e urla: “Allerta! L’imperatore vi darà sempre battaglia”.

Federico II è già stato avvertito dei movimenti nemici e l’esercito si è subito messo in movimento per coprire i 18 chilometri che lo separano dai lombardi. I soldati di Federico marciano a ranghi compatti, bandiera dopo bandiera, ognuna segue il vessillo del proprio comandante. L’ora è tarda per dare battaglia, ma Federico ha deciso di regolare i conti ugualmente. Il cronista Matteo da Parigi immagina l’imperatore che arringa i suoi uomini: “Alza e dispiega , tenace alfiere mio, l’aquila mia vincitrice. Miei guerrieri, che tante volte vi inebriaste del sangue nemico, sguainate le vostre terribili lame. Travolgete con il vostro furore codesti ratti, che hanno osato uscire dalla loro tane. Che provino oggi le lance folgoranti dell’imperatore romano”.

Federico II entra in Cremona col Carroccio.

Gli imperiali coprono la distanza in poche ore e verso le tre l’avanguardia si scontra con un drappello di cavalieri lombardi, mettendolo in fuga. L’imperatore fa marciare le truppe disposte su sette colonne e quando giunge sull’obiettivo non fa schierare le truppe nell’ordine di battaglia, ma lancia subito all’attacco la sua cavalleria dopo un fitto lancio di frecce da parte dei suoi saraceni. Milanesi e piacentini non si aspettavano una marcia così rapida e un attacco altrettanto veloce. L’unica difesa pronta era il muro di “palvesi” rivestiti di cuoio pesante e una siepe di “lanze longhe”.

Uno schieramento coeso, ma poco numeroso e non in grado di contrastare il tiro dei saraceni e le cariche dei cavalieri teutonici. Il fronte si rompe in poco tempo e i lombardi superstiti cercano di raggiungere Cortenuova, dove già erano ammassati milanesi e alessandrini ammassati intorno al Carroccio. La cavalleria della Lega lombarda, decisiva sul campo di Legnano, viene spazzata dal terreno di battaglia dai duemila “teothoni” lasciando al suolo un ammasso di uomini disarcionati, morti, feriti, cavalli trafitti o scossi. La confusione, d’altronde, regna anche nel campo lombardo quando Federico immette nello scontro le altre truppe venete di Ezzelino da Romano e, poi, la retroguardia con l’intento di cogliere una vittoria decisiva prima del buio. I fanti lombardi, però, tengono duro per quasi tre ore e l’antemurale dei picchieri ripiega ordinatamente. Al grido di “Roma guerriera! L’imperatore guerriero” gli uomini di Federico assaltano le “lanze longhe”, cercano di scalzare dal fossato i picchieri alessandrini e di penetrare nel quadrilatero guelfo stretto attorno al Carroccio, dal quale si alza il grido di “Sant’Ambrogio”. Ancora Matteo da Parigi: “Infiniti, dall’una e dall’altra parte, vengono schiantati. E il grido in mischia dei combattenti, l’urlo dei morenti, il rombo delle armi, il nitrir dei cavalli, il ruggito dei cavalieri che si avvinghiano, la martellante percussione dei colpi folgoranti, gremiscono di fragore lo stesso cielo”.

Più volte nel corso di quelle ore le truppe federiciane sono sul punto di vincere la battaglia, lo stesso imperatore lo ricorda in un suo scritto: “Superato il fossato vedemmo alcuni dei nostri arrivare fino quasi a toccare il timone del Carroccio”. I lombardi, però, tengono duro e respingono i tentativi di penetrazione nel quadrato difensivo. Lo stesso comandante Pietro Tiepolo cade nelle mani dei ghibellini mentre combatte. Gli imperiali scavalcano il contrafforte e il fossato, si fanno sotto, vengono respinti, non c’è spazio per caricare e i cavalieri gettano le lance e mettono mano a spade e asce. Il corpo a corpo infuria. La Compagnia dei Forti rimane saldamente al proprio posto. Poi giunge la sera e cala la nebbia. Federico sospende l’attacco, ma ordina alle truppe di dormire in assetto da guerra, senza togliere le armature, pronti a tutto. Già “nel settembre del 1236 fanti e cavalieri dei comuni fedeli a Federico II giungono al fiume Chiese a non più di due miglia dall’esercito della Lega lombarda, e ivi rimasero tutta la notte armati e schierati aspettando l’arrivo dell’imperatore”4.

L’attacco finale è previsto per le prime luci dell’alba. D’altronde “in azioni intraprese allo spuntare dell’alba si distinguono sia Federico II sia suo figlio Enzio: nel novembre del 1237, durante i movimenti che porteranno alla battaglia di Cortenuova, l’imperatore di primissimo mattino ordinò ai fanti di varcare l’Oglio, il 27, sempre «summo mane», un cavaliere fu inviato a sfidare il nemico che stava a sua volta attraversando il fiume”5.

Federico II di Svevia.

Durante la notte, approfittando delle nebbia e delle maglie larghe nel blocco degli imperiali attorno a Cortenuova, le truppe lombarde abbandonano il campo, lasciando il Carroccio, spogliato delle insegne, della croce di ghisa e danneggiato in modo da renderlo irriconoscibile. All’alba il castello di Cortenuova è deserto, ma l’imperatore ordina alla sua cavalleria di inseguire i fuggiaschi. La piena dell’Oglio e del Serio impedì alla maggior parte di fuggire e riparare a Brescia o Milano e molti finirono annegati. I prigionieri furono almeno 5.000. Altrettanti rimasero sul campo di battaglia. “Nel 1237, dopo la vittoria di Cortenuova contro la seconda Lega lombarda, Federico II fece scrivere, con la solita magniloquenza, che «in nessun’altra guerra vi furono tanti morti» e che «le sepolture non bastano agli uccisi», ma non si ha alcuna memoria di necropoli, salvo il ritrovamento di qualche sporadico e insignificante frammento di ossa”6. Le perdite imperiali furono esigue.

Le conseguenze Federico II aveva riscattato la sconfitta di Legnano e inflitto una disfatta umiliante alla Lega lombarda. Il Carroccio sfilò per le vie di Cremona trainato da un elefante. Il comandante Pietro Tiepolo, incatenato al Carroccio che sarà poi donato alla città di Roma, verrà spedito a Trani e lì impiccato. L’imperatore Federico celebrò il suo trionfo, distrusse Cortenuova, accettò la sottomissione di Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona e l’omaggio di Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato, intimò ai milanesi e ai bresciani la resa incondizionata (senza ottenerla) e si inimicò ulteriormente papa Gregorio IX. La parabola di Federico II aveva raggiunto il suo apice, poi verranno la sconfitta di Fossalta, la prigionia del figlio Enzo e la morte nel 1250.

Umberto Maiorca

1 Raffaele Iorio, La rivincita dell’imperatore, in Storia e dossier, Giunti, n. 104, aprile 1996, pp. 39-45. 2 Flavius Vegetius Renatus, Epitoma rei militaris, Stutgardiae-Lipsiae, 1995. 3 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, p. 184. 4 A. A. Settia, op. cit., p. 246. 5 A. A. Settia, op. cit., pp. 254-255.

Bibliografia essenziale Caproni R., La battaglia di Cortenuova, Cortenuova, 1987 Cattaneo G., Federico II di Svevia, Roma, 1992 Kantorowicz E., Federico II imperatore, Milano 1976

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Azincourt, l’autunno della cavalleria feudale

La Battaglia di Azincourt (miniatura XV secolo, Lambeth Palace Library).

L’epopea della cavalleria medievale si infranse, in una fredda e umida mattina autunnale, nella pianura di Azincourt di fronte alla selva di frecce scagliate dai longbowmen, “villani” gallesi armati di arco lungo.

La battaglia di Azincourt (25 ottobre 1415) renderà manifesto quello che era già stato anticipato, ma non compreso, a Crécy (1340) e a Poitiers (1356): una forza leggera e mobile, con arcieri e uomini d’arme, ben diretta sul campo e con terreno favorevole, è superiore alle pesanti armi feudali, alla massa scomposta di cavalieri nobili a caccia di gloria prima che della vittoria, combattenti che ritenevano disonorevole battersi contro persone di ceto inferiore.

I nobili francesi, infatti, pensavano ancora ad una guerra “di classe”, fatta da cavalieri contro cavalieri, per dimostrare il proprio valore e, magari, prendere prigioniero il nemico per poi chiedere un riscatto. Quella mattina si trovarono di fronte l’esercito di Enrico V (9 agosto 1387-31 agosto 1422) formato da uomini d’arme, soldati non nobili, che combattevano con spada, mazza e arco, elmo o camaglio, e pronti ad utilizzare la “misericordia”, uno stiletto a quadrello che infilavano nelle fessure dell’elmo dei cavalieri disarcionati. Ad Azincourt gli uomini d’arme fecero strage della cavalleria francese. Anche a battaglia quasi finita, quando eseguirono l’ordine del re di passare a fil di spada i prigionieri.

Lo scenario politico La guerra dei “Cento anni” tra Francia e Inghilterra fu un lungo susseguirsi di campagne, scorrerie, grandi battaglie, assedi e intrighi politici. La pace di Brétigny del 1360 assicurò il dominio inglese nella Francia occidentale, di Calais, Cherbourg, Brest, della Guienna e anche un cinquantennio di pace. Con l’ascesa al trono di Carlo VI, malato di mente, si accesero i contrasti tra il partito dei borgognoni e degli armagnacchi per la gestione del potere in Francia. Enrico V aveva da poco represso la ribellione dei lollardi in Inghilterra (tacitando le richieste dell’alto clero), quando accettò l’invito dei Borgognoni ad intervenire in Francia, sia per consolidare le proprie conquiste territoriali sia per racimolare un grande bottino e tenere impegnati i suoi nobili. Intenzione del re era anche quella di stabilire rapporti economici e commerciali più saldi tra i Paesi Bassi e l’Inghilterra.

Enrico V (1387-1422) in un ritratto di autore sconosciuto, National Portrait Gallery, Londra.

L’invasione Forte di 15.000 uomini, nel 1415, Enrico V sbarcò a Le Havre e puntò subito sulla roccaforte di Harfleur. La città capitolò dopo un assedio di cinque settimane senza che l’esercito francese riuscisse a portare soccorso. L’armata inglese fu decimata, però, da un’epidemia di dissenteria e alla caduta della città restavano ad Enrico poco più di 6.000 combattenti. A questo punto Enrico V cambiò piano e trasformò la spedizione in una “chevauchée”, una incursione di rapine, saccheggi e incendi a danno del territorio e della popolazione, da attuare lungo il tragitto di ritorno verso Calais. Il re sperava di rifornire il suo esercito nella roccaforte inglese, rimpatriare i soldati feriti (“l’esercito inglese che vinse nel 1415 ad Azincourt aveva al suo servizio non meno di venti chirurghi e di personale analogo disponeva anche l’esercito francese”1) e svernare al sicuro. La piena della Somme (lo scontro si svolgerà sui terreni gessosi dove 500 anni dopo avverrà una delle battaglie più lunghe e sanguinose della Prima guerra mondiale) costrinse il re inglese a prendere l’antica via romana fra Albert e Daupame, vicino Sars. Da lì si diresse verso la valle Termoise, in direzione di Blagny, in cerca di un guado non controllato dai francesi. Riuscì ad attraversare la Somme nei pressi di Nesle, puntando poi su Peronne e risalendo verso nord. Giunto nei pressi del castello di Azincourt, però, incrociò la strada dell’esercito francese. Il 24 ottobre uno degli esploratori inglesi tornò indietro al galoppo e avvertì il duca di York: “Di fronte a noi c’è un mondo di gente”. Il re volle certezze sulla presenza dell’esercito francese lungo la via della ritirata e inviò lo scudiero Daffyd Gamme a controllare. L’uomo d’arme raggiunse una collina e osservò la colonna di soldati che sfilava nella valle in basso: era proprio l’esercito francese composto da oltre 20mila uomini. Tornato indietro riferì ad Enrico: “Sire, ce ne sono abbastanza da uccidere, abbastanza da catturare e abbastanza da mettere in fuga”. Enrico V raggiunse un’altura e osservò la lunga fila di cavalieri, pedoni, carriaggi, pennoni e banderuole che continuavano a sfilare a distanza. I due eserciti marciarono paralleli per alcune miglia, fino a raggiungere una stretta pianura tra Azincourt e Maisoncelles. Qui si accamparono per la notte a distanza di tre tiri d’arco l’un dall’altro. Il re inglese mandò un’ambasciata per trattare un lasciapassare: la restituzione di Harfleur in cambio del libero transito fino a Calais. I francesi rifiutarono. E allo scendere della notte iniziò a piovere.

La preparazione Enrico V non dormì quella notte, aggirandosi per l’accampamento, riflettendo e incitando i soldati, i compagni d’arme. Ispezionò le squadre di arcieri gallesi ricordando loro che i francesi avrebbero tagliato due dita della mano destra a qualunque arciere avessero catturato. Il re inglese pensava alla battaglia dell’indomani. La mattina del 25 ottobre Enrico controllò il campo e sorrise: il terreno arato che si stendeva tra i due eserciti, circondato dalla foresta di Azincourt a sinistra e di Tremencourt a destra, era fangoso, pesante e stretto, meno di 1 chilometro. Uno spazio contenuto, a forma di clessidra, all’interno del quale la cavalleria francese non avrebbe potuto dispiegarsi e caricare pesantemente. Un fronte molto stretto, invece, che poteva ben essere coperto dai longbowmen di Enrico. L’arco lungo gallese univa la potenza di lancio della balestra ad una cadenza di tiro pressoché tripla. Grazie a speciali punte era in grado di penetrare la pesante corazza dei cavalieri. I longbowmen si spostavano a cavallo o a piedi e combattevano in ranghi come gli uomini d’arme, indossavano giacche imbottite, a volte pettorine di ferro o una cotta di ferro, un elmo aperto davanti o un camaglio (un cappuccio di maglia di ferro), all’epoca della battaglia era già in uso indossare schinieri e avambracci di metallo.

Rappresentazione schematica della battaglia: le forze inglesi sono in rosso, le francesi in blu.

Lo schieramento Gli inglesi si schierano con gli uomini d’arme dispiegati su quattro file e gli arcieri in formazione a cuneo a copertura dei fianchi dell’esercito e dietro le fila dei fanti. I cento cavalieri nobili si dispongono attorno al re. Davanti allo schieramento vengono piantati dei pali appuntiti per fermare la carica di cavalleria. L’esercito francese contava 1.500 balestrieri e 4.000 arcieri al comando del maestro David de Rambunes, 2.500 tra cavalieri pesanti e uomini d’arme e oltre 15.000 fanti (comprese le salmerie). I francesi erano guidati dal Conestabile d’Albret, dal maresciallo Boucicaut, dal duca D’Alençon e dal conte di Marle, vista l’impossibilità del “re folle” Carlo VI di Valois di governare regno ed esercito, e si schierarono con una parte dei cavalieri all’ala destra, e un’altra a sinistra e tre “battaglie” al centro. La “battaglia” era la suddivisione in ondate di cariche della cavalleria o di fanti. La prima “battaglia” era la più ambita, perché permetteva ai cavalieri di mostrare il proprio valore. Il Conestabile d’Albret aveva studiato un piano che prevedeva l’avvio della battaglia attraverso un fitto lancio di dardi e frecce da parte dei balestrieri e degli arcieri per decimare le fila dei longbowmen. Poi sarebbero partite le cariche: la prima per travolgere le fila nemiche, la seconda per dare il colpo di grazia e la terza per eliminare fuggiaschi e prendere prigionieri. I nobili cavalieri francesi rifiutarono tale piano, ritenendolo un oltraggio e spinsero affinché la fanteria finisse ai lati del campo di battaglia. I balestrieri non scoccarono un dardo nel corso dello scontro, finendo relegati tra i carriaggi. I cavalieri francesi, quindi, si accalcarono per prendere posto nella “prima battaglia”, di fronte agli inglesi.

La battaglia di Azincourt fu immortalata anche da Shakespeare nell’Enrico V.

La battaglia Sono le 7 del mattino, le bandiere e i vessilli non garriscono per l’assenza di vento e perché bagnati dalla pioggia notturna. Enrico V passa in rassegna lo schieramento e, come racconta William Shakespeare nell’Enrico V (Atto IV, scena III), arringa le truppe: “Noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino”. I francesi, però, non si muovono, sparano solo qualche colpo con i pochi cannoni (alle prime presenze sul campo di battaglia), ma con scarsi risultati vista la ridottissima cadenza di tiro e a causa delle condizioni del terreno: le palle di pietra non rimbalzavano nel fango e non arrecavano danno agli inglesi. Per quasi tre ore i due schieramenti si guardano da lontano, ma nessuno fa la prima mossa. Tanto che molti cavalieri francesi smontano di sella e mandano gli scudieri a prendere acqua e cibo. Enrico V prende una decisione che cambierà il corso della giornata: si consulta con sir Thomas Erpingham (comandante degli arcieri) e con il duca di York e decide di far avanzare i suoi soldati. I longbowmen (circa 6.000) e gli uomini d’arme divelgono i pali di protezione e avanzano, nel fango, fino a portarsi a distanza di tiro degli archi, circa 300 metri. Le prime file piantano nel terreno i pali frangicarica e rientrano nei ranghi. Gli uomini d’arme inglesi sono un migliaio. Enrico è senza speroni, segno che combatterà a piedi, in mezzo ai suoi. I francesi guardano dalle loro posizioni e non intervengono, perdendo il vantaggio tattico di attaccare un esercito in movimento. Gli inglesi riprendono fiato dopo l’avanzata nel fango, incoccano le frecce e danno inizio alla battaglia. Seimila frecce si abbattono sui francesi provocando morti, feriti (tra uomini e cavalli) e disordine. Le cavalcature impazzite travolgono tutto ciò che hanno intorno, i feriti cercano di guadagnare le retrovie per farsi medicare. I cavalieri che riescono a lanciarsi nella carica, dopo aver superato il caos che regna nella prima fila, si trovano impantanati nel fango e il tradizionale “élan” si perde prima ancora di entrare a contatto con gli inglesi. I quali continuano a scoccare frecce che decimano le schiere avversarie avanzanti a ranghi serrati, spalla contro spalla. Un bersaglio troppo facile per gli arcieri gallesi. Il destino di morte e ferite che era toccato ai cavalieri tocca anche ai fanti e agli uomini d’arme appiedati che provano a guadagnare il campo di battaglia. E mentre i fanti avanzano a piedi, con gli scudi alzati a proteggersi dalle frecce, l’ala destra francese carica gli inglesi, ma in maniera scoordinata, e si infrange contro la prima “battaglia” di cavalieri che si ritirava e i pedoni francesi all’attacco.

L’arco lungo inglese, chiamato anche Longbow gallese, è un potente arco medievale lungo circa 6 piedi (1,8 m), utilizzato da inglesi e gallesi per la caccia e come arma di guerra.

“I cavalieri francesi non fecero alcun tentativo di aggirare gli inglesi sul fianco o di attaccare gli arcieri dotati di forti archi lunghi”2. E quando i primi francesi riescono ad arrivare al corpo a corpo si ritrovano così compatti da non poter utilizzare le spade, mentre gli inglesi li assalgono da tutti i lati con le spade “bastarde”, cioè da mischia, corte, a lama larga e pesante, o con le mazze a manico lungo utilizzate per piantare i frangicarica. “Gli inglesi assaltarono i francesi con spade, asce e altre armi, e incontrarono poca resistenza” scrisse un anonimo cronista francese. Molti cavalieri cadono nella mischia e finiscono affogati nel fango sotto il peso delle armature o calpestati dai combattenti (destino che toccherà al duca di York nelle fila inglesi). Gli arcieri inglesi si arrampicano sulle cataste dei corpi francesi per bersagliare la seconda “battaglia” che avanza agli ordini del duca d’Alençon. Altri gruppi di arcieri si muovono come mute di cani a caccia di fuggitivi o soldati isolati. La mischia va avanti per poco. I francesi iniziano ad arrendersi e gli inglesi fanno migliaia di prigionieri, dividendo i nobili dai “villani”. Dai primi si possono lucrare forti somme di riscatto. In lontananza la terza “battaglia” francese si dirige verso il bosco di Tramecourt. Gli inglesi pensano ad un tentativo di prenderli alle spalle (alcuni popolani al seguito francese hanno già saccheggiato il campo del re inglese rubando il sigillo, la corona e il guardaroba di Enrico). In realtà si tratta di una fuga, di soldati che abbandonano il campo di battaglia, ma il re inglese non lo sa e prende una decisione che rimarrà come una macchia sul suo onore: far uccidere i prigionieri per poter fronteggiare un eventuale attacco. Minacciando di impiccare chiunque non avesse eseguito l’ordine, Enrico comanda alla sua guardia personale di iniziare l’eccidio. Cadono tutti coloro che non erano nobili, non avevano indosso i simboli della casato o non potevano permettersi un riscatto. Il duca di Brabante, in battaglia con l’armatura di un ciambellano e senza sopravveste con i colori del casato, viene passato per le armi. Alla fine dello scontro si contano i morti. Gli inglesi ebbero 500 perdite tra soldati e cavalieri. “Dopo la vittoria inglese ad Azincourt gli oltre seimila caduti furono inumati sul luogo dai contadini della zona per interessamento del vescovo di Arras”3. I francesi piangono la perdita del Conestabile di Francia, tre duchi, 90 signori feudali, oltre 1.500 cavalieri e 7.000 fanti. Seimila arcieri gallesi avevano avuto ragione della cavalleria francese. La lezione, però, non era stata ben appresa, neanche da chi aveva applicato tale strategia. Nel marzo del 1421 Enrico V venne sconfitto a Baugé, e suo fratello morì in battaglia, proprio perché aveva rinunciato ad usare la stessa tattica, mettendo da parte gli arcieri e attaccando con la sola cavalleria.

Conseguenze La sconfitta ad Azincourt e il possesso di Harfleur permisero ad Enrico V di condurre diverse campagne di devastazione nell’arco dei quattro anni successivi, consolidando le conquiste e riprendendo possesso della Normandia. Con il trattato di Troyes del 1420 e con il matrimonio tra lo stesso Enrico e Caterina, la figlia di Carlo VI, vennero poste le basi affinché le corone d’Inghilterra e Francia, se pur chiaramente distinte in base al trattato, finissero sullo stesso capo. Tre anni prima della battaglia di Azincourt, però, era nata, nel villaggio di Domrémy nel dipartimento dei Vosgi, una bambina alla quale venne messo nome di Giovanna. La guerra dei “Cento anni” (1337-1453) si avviava alla favorevole conclusione per la Francia. In oltre cento anni era cambiato il modo di far la guerra ed era cambiata l’Europa. L’Inghilterra si sarebbe votata al mare, il Sacro romano impero diventava una questione tedesca e la Francia assurgeva a nazione unificata.

Umberto Maiorca

1 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, pag. 283 2 G. Regan, Il guinnes dei fiaschi militari, Mondadori, 1999, pag. 142 3 A. A. Settia, op. cit., pag. 294

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Bouvines, la domenica che cambiò l’Europa

La battaglia di Bouvines, tratta da una edizione dell’opera Grandes Chroniques de France (1335-1340), Londra, British Library.

Giorno del Signore 27 luglio 1214, campagna nei dintorni di Bouvines, nelle Fiandre, tra Lille e Tournay.

L’aria è calda e ferma. I cavalieri e i fanti francesi di Filippo Augusto (1180-1223) sono in posizione, schierati in linea, tre fronti su due file ciascuno. Alle loro spalle il ponte di Bouvines e il territorio del Sacro romano impero. Di fronte, le truppe dell’imperatore Ottone IV di Brunswick (1198-1218). L’unico modo per salvare la vita e poter tornare a casa è vincere la battaglia che si appresta ad essere combattuta.

Nella terra di Fiandra si gioca il destino di buona parte dell’Europa. In tutto 20.000 uomini in armi che si fronteggiano. Tra i tanti simboli e le innumerevoli insegne che sventolano sul campo, al di sopra di tutto, si ergono due stemmi: i gigli del re di Francia Filippo Augusto, che ha deciso di impugnare l’orifiamma di Saint-Denis e l’Aquila, circondata d’oro, dell’imperatore sassone, scomunicato, Ottone IV di Brunswick. È una calda domenica estiva e si combatte per il destino dell’Europa.

Come si è arrivati a questo momento? Bisogna fare un passo indietro per comprendere la situazione. Le armi che si fronteggiano sono quelle del re di Francia e dell’imperatore, ma una complessa trama politica, con logiche di potere che si dipanano dal Mare del Nord alla Sicilia, coinvolge i veri protagonisti dello scontro. A fianco dei due combattenti, infatti, si scorgono gli uomini, le speranze e le ombre del giovane Federico II di Svevia (1196-1250), re di Sicilia, e la lunga mano di papa Innocenzo III (1198-1216), che ha deciso di sbarazzarsi del poco fidato Ottone IV, confidando sulla promessa del giovane svevo di non unire mai la corona di Sicilia con quella del Sacro romano impero. Legato alle sorti di Ottone c’è re Giovanni d’Inghilterra (1199-1216), il Senza Terra, alleatosi con l’imperatore nel tentativo di conquistare alcuni territori sul suolo di Francia e impegnato in una feroce guerra nell’Anjou e nel Poitou, rivendicando i diritti dell’ava Eleonora d’Aquitania.

Papa Innocenzo III.

La casa di Svevia, tra conquiste territoriali e politiche matrimoniali è riuscita a concentrare nelle proprie mani i territori europei dell’Impero ed il regno di Sicilia. Alla morte di Enrico VI (1190- 1197), il figlio del Barbarossa, la moglie Costanza aveva assunto la reggenza e affidato la tutela del piccolo Federico al pontefice Innocenzo III. Nel 1208 i baroni e i prelati del regno di Sicilia giurano fedeltà a Federico. Il giovane svevo, però, adesso re di Sicilia, avrebbe potuto trasformarsi in una grave minaccia. Se Federico, infatti, fosse divenuto anche imperatore, avrebbe unificato le due corone e la Sicilia, territorio vassallo della Santa Sede, avrebbe fatto parte dell’Impero. Stringendo il patrimonio di San Pietro in una stretta mortale, più pericolosa di quella Longobarda secoli prima. L’appoggio alla candidatura imperiale di Ottone IV di Brunswick, da parte di Innocenzo III, è, quindi, il passo successivo per evitare che Federico possa vantare diritti sulla nomina imperiale. Una scelta che, però, suscita i sospetti di Filippo Augusto di Francia, che teme un’alleanza tra il futuro imperatore e Giovanni Senza Terra, in chiave anti-francese. A risolvere la situazione, però, ci pensa direttamente lo stesso Ottone, quando decide di muovere alla conquista della Sicilia. Il pontefice scomunica l’imperatore, il 18 novembre 1210. Scomunica che scatena subito la ribellione della maggiornanza dei feudatari tedeschi e la conseguente deposizione di Ottone, designando Federico II di Hohenstaufen nuovo imperatore. Intanto Innocenzo III aveva fatto sposare il diciassettenne Federico con Costanza, sorella di Pietro III d’Aragona. E il giovane imperatore si era impegnato a non unificare mai le due corone.

Un solo particolare non si incastrava nel complesso rompicapo dinastico: per conquistare la corona imperiale era necessario toglierla dal capo di Ottone. Federico, allora, fa il primo passo e stringe accordi con Filippo Augusto di Francia, ben lieto di trovare un alleato potente per contrastare Ottone e Giovanni Senza Terra e immaginare una Francia integra e più vasta territorialmente sotto il suo potere. Nella piana di Bouvines, il 27 luglio 1214, si decide la partita. Due imperatori e due re: il vincitore sarebbe rimasto l’unico pretendente alla corona imperiale, l’alleato sarebbe diventato padrone della Francia.

Ottone aveva radunato il suo esercito, circa 3.000 cavalieri e 6-7.000 fanti, compresi gli alleati inglesi e alcuni vassalli francesi, nei pressi di Nivelles. Il re di Francia, invece, tramite i legami feudali era riuscito a richiamare 1.300 cavalieri nobili e, grazie al denaro e alla coscrizione forzata (l’antico diritto chiamato bannus) circa 1.000 sergenti e 4-5.000 fanti tra le milizie cittadine, concentrandosi a Péronne. I due eserciti si cercarono per giorni, rincorrendosi fino a rovesciare le posizioni, con i francesi a nord e gli imperiali a sud. Avute nuove notizie, alquanto incomplete, circa le mosse del nemico, i due sovrani mossero nuovamente l’esercito. Filippo Augusto salendo ancora più a nord, Ottone seguendolo inconsapevolmente. Quando il re francese seppe che l’imperatore si trovava in marcia dietro di lui, decise di fermarsi e di dare battaglia. Una decisione pericolosa. Alle sue spalle, infatti, si aprivano i territori dell’Impero, del nemico. Bisogna combattere per riguadagnare la sicurezza del territorio francese.

Lo schema della battaglia di Bouvines.

Quando Ottone giunse sul campo di battaglia, con sua sorpresa, trovò i francesi già schierati. Nonostante fosse venuto a mancare l’effetto sorpresa, l’imperatore decise ugualmente di attaccare e senza pensarci un attimo lanciò i suoi contro il fronte francese. Il primo contatto avvenne sul fianco sinistro imperiale tra i cavalieri fiamminghi e la fanteria di Soissons. L’aria fu squarciata dal grido di guerra di migliaia di uomini; lance, spade, mazze risuonarono sugli scudi, mentre il nitrito umido dei cavalli spezzava il lungo urlo dei fanti. Insegne e stendardi garrivano al vento, mentre trombe e buccine squillavano. Gli armati di Ottone, si lanciarono sul fianco destro dello schieramento francese, tenuto da cavalieri non nobili, detti sergenti, e dai primi gruppi di fanteria mercenaria, il “ceto” professionista della guerra del XIII secolo. Sotto la spinta della cavalleria imperiale l’ala destra francese sembrò cedere, ma l’intervento dei cavalieri francesi, guidati personalmente dal re Filippo, che caricarono a lancia bassa, respinse gli imperiali. Lo scontro si allargò alle altre schiere, e da una parte e dall’altra, tutti i gruppi di armati si lanciarono nel combattimento. Le cariche della cavalleria imperiale vennero respinte dai fanti francesi; la fanteria tedesca ebbe la meglio del centro avversario, ma fu spazzata via dalla carica dei cavalieri francesi. La mischia si protrasse per ben tre ore, quando Ottone tentò il tutto per tutto, puntando con i cavalieri al centro dello schieramento francese, dritti contro il re Filippo. Lo schieramento francese nemico, però, dopo un leggero sbandamento indietro, si compattò dietro le picche della fanteria francese, passando al contrattacco. L’imperatore stesso venne disarcionato, rischiando di finire prigioniero. Fu salvato dall’intervento dei cavalieri sassoni, che lo portarono via dal campo di battaglia, provocando la rotta di buona parte dell’esercito imperiale. Solo il fianco destro, tenuto da Rinaldo di Borgogna, riuscì a tenere il fronte permettendo la fuga del resto dell’esercito. Il conte dispose i picchieri in cerchio (anticipando la formazione di battaglia, a quadrato, dei picchieri svizzeri nel XV secolo) e all’interno i cavalieri, i quali uscivano di formazione per attaccare e poi rifugiarsi di nuovo all’interno del cerchio. La resa avvenne solo quando il conte Rinaldo fu disarcionato e non riuscì a riparare dietro i picchieri.

La battaglia di Bouvines si rivelò un’eccezione anche dal punto di vista delle perdite umane. In un’epoca in cui tra i cavalieri il combattimento era più formale che mortale, in cui si cercava di prendere prigionieri per chiedere un riscatto, gli imperiali lamentarono la perdita di 170 cavalieri (140 quelli fatti prigionieri) e un numero imprecisato di fanti. Per i francesi il bilancio fu molto meno pesante.

L’esito della battaglia in una edizione delle Grandes Chroniques de France, Parigi, secolo XIV.

Con la fuga dell’imperatore il fronte si ruppe definitivamente in favore di Filippo Augusto che, con questa vittoria, affermò il suo potere sovrano nei suoi confini e in Europa. L’aquila conquistata dai francesi fu portata a Federico II, il nuovo imperatore. Ottone si ritirò in Sassonia, mentre il re Giovanni, sconfitto anche nell’Anjou, dovette rientrare in patria senza nessuna conquista territoriale e politicamente indebolito, tanto che, l’anno successivo, fu costretto a concedere ai nobili la Magna Charta.

Per eccesso si può dire che quella domenica mattina si posero le basi dell’Europa moderna: in Francia si rafforzò una monarchia assoluta durata fino alla Rivoluzione francese, in Inghilterra il re ebbe un potere limitato dalla aristocrazia e poi dalla borghesia, mentre la Germania rimase frammentata fino all’unificazione avvenuta con Bismark.

Umberto Maiorca

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Tagina, il destino di un impero

Rocca Flea, a Gualdo Tadino, risale al basso Medioevo. Fu edificata su un antichissimo luogo di culto dedicato a San Michele Arcangelo, fondato in epoca longobarda (sec. VIII-IX) e chiamato Sant’Angelo di Flea.

Umbria orientale, città di Gualdo Tadino. Il doppio nome, dal longobardo wald (bosco) e dal semitico tagin (corona o primavera), indica una storia antica e travagliata, scritta da popoli di origini diverse che, in qualche episodio, hanno deciso le sorti di un impero.

Questo è uno di quelli.

E’ l’alba del 30 giugno 552. La popolazione di Tagina, l’antica Gualdo Tadino, osserva attonita due armate schierate sulla piana ai piedi del villaggio. Lo spettacolo è impressionante: una moltitudine di soldati tra fanti, arcieri e cavalieri, è pronta a combattere. Lo scontro è decisivo. Resterà nella storia come la Battaglia di Tagina, la chiave di volta della guerra bizantina contro gli Ostrogoti, il popolo venuto dal nord che ha conquistato la penisola dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

L’esito del combattimento decreterà la sorte dell’intera guerra. L’armata barbara che domina l’Italia è da tempo sulle tracce dell’esercito dell’Impero Romano d’Oriente, che da Costantinopoli ha attraversato i Balcani per liberare Roma, e finalmente lo intercetta nella zona di Tagina.

I due schieramenti si fronteggiano, scrutandosi a vicenda. L’aria calda d’estate imperla di sudore le fronti dei soldati, mentre brividi gelidi corrono lungo le loro schiene. La tensione per lo scontro imminente è palpabile.

San benedetto riconosce e accoglie Totila, Luca signorelli, storie di San Benedetto a Monte Oliveto Maggiore (Asciano, Siena).

Il Re ostrogoto Totila osserva con studiata freddezza l’armata nemica. Il suo corpo è immobile, ma la sua mente lavora alacremente. Sta valutando le forze dell’avversario, e si rende conto che i suoi uomini sono in netta minoranza rispetto ai 20.000 soldati del generale Narsete. Intravede un’unica possibilità per ribaltare le sorti di quella che sembra una sconfitta annunciata. Giocare d’astuzia. Dichiara di volersi arrendere, e l’esercito bizantino si rilassa, abbassando un po’ la guardia. E’ un grave errore.

Totila sferra a sorpresa un attacco fulmineo, e conquista una collina dove si arrocca con i suoi uomini, nell’attesa dei rinforzi. Sa che stanno per raggiungerlo 2.000 soldati a cavallo guidati da Teia, il suo più fidato luogotenente, e vuole ritardare lo scontro fino a quel momento. Per temporeggiare, propone al nemico una sfida al singolare: chiama dalle file dei suoi soldati Cocca, il combattente più forte e spietato, un disertore bizantino che si è guadagnato una sinistra reputazione per la sua potenza e crudeltà nei duelli. Alla sfida risponde Anzala, l’armeno, guardia del corpo di Narsete.

I due uomini si fronteggiano a cavallo. Tutto intorno c’è un silenzio irreale. Nell’aria immobile serpeggia un’ostilità tangibile fra i due avversari. Cocca parte veloce alla carica, ma Anzala rimane fermo al suo posto. Anche il suo destriero ha sangue freddo: obbedendo ai suoi ordini, scarta di lato solo all’ultimo istante, quando il disertore bizantino gli è quasi addosso. E in quel momento l’arma di Anzala scatta fulminea, pugnalando mortalmente al fianco il nemico.

E’ un cattivo presagio per gli Ostrogoti, ma Totila non si perde d’animo. In sella al suo enorme destriero, inscena una danza di guerra rivolta ai bizantini. La sua armatura dorata scintilla al sole e il lungo mantello color porpora è agitato dal vento, mentre esegue il complicato esercizio equestre che mira a provocare un crollo nel morale degli avversari.

Quando infine Teia lo raggiunge con i rinforzi, Totila volge le spalle al nemico. Rompe le formazioni e pranza indifferente con tutti i suoi uomini, per dimostrare una sfacciata sicurezza sull’esito dell’imminente battaglia. In realtà si augura di spiazzare gli antagonisti con il suo comportamento sprezzante, e aspetta paziente che i tarli del dubbio e della paura si facciano strada nella mente dei bizantini, per indebolire il loro rendimento al momento dello scontro.

Ritratto tradizionalmente identificato con Narsete, dal mosaico raffigurante la corte di Giustiniano nella Basilica di San Vitale, a Ravenna.

Ma nei suoi calcoli non ha tenuto conto delle capacità del generale bizantino Narsete. Un uomo duro ed esperto, che non si lascia ingannare dalle tattiche psicologiche del nemico. Ha più di sessant’anni ormai, ed è cresciuto fra gli intrighi di corte del palazzo imperiale di Costantinopoli, dove si è guadagnato l’illimitata fiducia dell’Imperatore Giustiniano e di sua moglie Teodora, portando a termine delicate missioni diplomatiche che hanno salvato più volte l’Impero Romano d’Oriente dalla disgregazione. L’imperatore lo ha da poco fregiato del titolo di generale, e lo ha incaricato di riconquistare l’Italia, caduta in mano agli Ostrogoti dopo la decadenza dell’Impero Romano d’Occidente.

Narsete è un eunuco, e forse il Re barbaro lo sottovaluta per questo. E’ un armeno persiano di umili origini, che ha iniziato la sua carriera come servitore alla corte di Costantinopoli. Grazie al favore di Teodora ha scalato in poco tempo la gerarchia degli addetti alla camera da letto imperiale, diventando prima tesoriere, e poi primo ufficiale dell’Impero.

E’ anche un eccellente stratega. Nonostante la superiorità numerica del suo esercito, schiera i suoi uomini in assetto fortemente difensivo, ammassando al centro una fitta falange di fanti longobardi ed eruli, e disponendo ai lati gli arcieri bizantini, con la cavalleria alle spalle. Durante il pranzo dei nemici permette alle truppe di rinfrescarsi, ma ordina che nessuno lasci la propria posizione.

Totila infine, quando sferra l’attacco, lancia i suoi uomini in massa verso il centro della formazione avversaria. Spera in una battaglia veloce, che colpisca subito al cuore il nemico, per evitare le pesanti conseguenze dell’azione degli arcieri bizantini.

Ma Narsete è preparato. Ordina agli arcieri di inclinare il loro tiro verso il centro, in modo da proteggere i fanti falciando la prima linea ostrogota. In questo modo, anche l’attacco della cavalleria di Teia si fa più esitante, e i barbari subiscono altissime perdite.

Verso sera, Narsete sferra l’attacco finale. Lo schieramento nemico è ormai caotico, completamente disorganizzato. Le file ostrogote si rompono, e gli uomini si disperdono, pensando a salvarsi più che a combattere.

Alla fine, 6.000 Ostrogoti rimarranno sul campo. Totila stesso è ferito gravemente. I suoi fedelissimi lo trascinano nel bosco che lambisce la piana. Morirà poco lontano da Gualdo Tadino. La disfatta è totale. E la guerra praticamente vinta. Entro la fine dell’anno Narsete riprende Roma, caduta con una debole resistenza ostrogota.

Grazie alla battaglia di Tagina, l’Impero è di nuovo Romano. La città eterna, con Venezia, Ravenna, la Romagna e le isole di Sicilia e Sardegna, resterà ai bizantini per altri due secoli. Diversa la sorte di gran parte dell’Italia settentrionale e centrale, che verrà presto conquistata dai Longobardi. E’ sotto il dominio di questa popolazione della Germania orientale che la cittadina umbra acquisirà la prima metà del suo nome attuale, Gualdo, dopo la distruzione quasi completa del 996 ad opera di Ottone III, Imperatore del Sacro Romano Impero.

Ma questa è un’altra storia.

Daniela Querci

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La vittoria del “re lebbroso”

“D’un tratto, ecco spuntare i cavalieri franchi, veloci come lupi e latranti come cani. Essi si fecero sotto per lo scontro ravvicinato, dardeggiando come fuoco. E i figli di Maometto ripiegarono”. Le parole di un cronista arabo raccontano in poche e amare parole, la peggiore sconfitta militare mai subita dal grande condottiero musulmano Saladino.

La battaglia di Montgisard fu combattuta il 25 novembre del 1177 nei pressi di una fortezza templare che sorgeva vicino la città di Ramla. Fu il trionfo del “re lebbroso”, il sedicenne Baldovino IV, che con soli 500 cavalieri e poche migliaia di unità di fanteria, a cui si aggiunsero all’ultimo momento 80 cavalieri Templari, affrontò lo sterminato esercito di più di 20mila soldati del sultano della Siria e dell’Egitto.

Quando i cristiani si resero conto di quanti uomini del Saladino avessero davanti, restarono quasi pietrificati dalla paura.

La reazione del giovane e coraggioso sovrano è rimasta immortalata nel celebre dipinto “La Battaglia di Ascalona”, conservato nella reggia di Versailles, opera del pittore ottocentesco Charles Philippe Larivière.

Baldovino, piegato dalla malattia, smontò a fatica da cavallo e si fece portare dal vescovo di Betlemme la reliquia della Vera Croce. Si inginocchiò e pregò a lungo tra le lacrime, chinando la testa fino al suolo.

I soldati cristiani, commossi dalla fede del sovrano, giurarono di non cedere al nemico e di non ripiegare in battaglia.

Poi il “re lebbroso” si alzò e ordinò la carica contro le soverchianti forze del nemico: un disperato attacco frontale. La folle decisione colse di sorpresa e disorientò il grande esercito del sultano che prima sbandò paurosamente e poi si disperse nell’immensa pianura.

Nella carica, in prima fila, insieme a quel “giovane e bello re sventurato”, c’erano anche trenta “morti viventi”: i cavalieri dell’Ordine di San Lazzaro, con il volto sfigurato dalla lebbra, combattevano senza la protezione dell’elmo per terrorizzare il nemico.

Fu un bagno di sangue. Migliaia di soldati musulmani vennero uccisi. Lo stesso Saladino si salvò a stento fuggendo su un cammello da corsa, protetto dalla guardia mamelucca. Nella ritirata verso l’Egitto il sultano perse il novanta per cento delle sue truppe, martoriate da insolite e pesantissime piogge e dai continui attacchi alle spalle delle tribù dei beduini.

Il giovane Baldovino IV fu il primo a credere che l’intervento divino avesse deciso le sorti della battaglia. Come ringraziamento, sul luogo dove i suoi soldati avevano sbaragliato l’esercito di Saladino, fece costruire un monastero benedettino e lo dedicò a Santa Caterina d’Alessandria, la cui ricorrenza viene tuttora celebrata il 25 novembre.

Il prestigio del sultano, come scrisse lo storico Runciman “aveva subito un colpo terribile”. La strabiliante e imprevedibile vittoria cristiana alimentò la leggenda del giovane re (nella foto, una scena del film “le Crociate” di Ridley Scott) ma non modificò gli equilibri politici dell’Asia Minore.

Baldovino evitò con le poche forze che aveva a disposizione di attaccare Saladino in Egitto. E rafforzò saggiamente le sue difese del suo regno ai confini dei territori controllati da Damasco. Per altri dieci anni i cristiani regnarono a Gerusalemme. Ma il leggendario condottiero curdo prese presto la sua rivincita: appena due anni dopo la battaglia di Montgisard, Saladino attaccò e sconfisse il “re lebbroso” e il maestro dei Templari Oddone di Saint-Amand prima a Marj’Uyun e poi nelle vicinanze del castello del Guado di Giacobbe, 160 chilometri più a nord di Gerusalemme.

Baldovino IV morì nel 1185, dopo 11 anni di regno, quasi cieco, stremato dalla lebbra e dalle diatribe familiari. Aveva solo 24 anni.

E nell’estate del 1187, dieci anni dopo la vittoria di Montgisard, per i cristiani arrivò la terribile sconfitta di Hattin: in autunno Saladino poté entrare trionfalmente a Gerusalemme. E niente fu più come prima.

Federico Fioravanti

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