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Sempach, il trionfo degli alabardieri svizzeri

Arnold Winkelried in un ritratto di Füssli del 1750

Il cammino della Svizzera verso la secolare indipendenza è frutto degli accordi sottoscritti da città e cantoni, in chiave difensiva, e dalla forza sprigionata sui campi di battaglia dalle formazioni di picchieri e alabardieri. La battaglia di Sempach, il 9 luglio del 1386, è uno dei momenti fondamentali della storia elvetica, sia perché compromise la posizione di potere degli Asburgo nei territori a sud del fiume Reno, sia perché assunse un forte valore simbolico nella lotta per l’indipendenza e generò, attraverso il sacrificio in battaglia di Arnold von Winckelriet, quello che è considerato il primo eroe nazionale svizzero.

L’antefatto Il territorio che comprende l’attuale Svizzera, fu teatro di scontri militari ed economici nel corso di tutta l’epoca medievale. In questa parte di Europa si scontravano le mire di predominio di diversi signori feudali, di ricche città e di comunità agricole molto gelose delle proprie prerogative. I tre cantoni principali, Uri, Schwyz e Unterwalden, furono i principali attori della lotta contro gli Asburgo, prima ancora che la dinastia si impossessasse del titolo imperiale. Da un lato c’erano le città e il contado che miravano ad estendere i propri privilegi e la libertà dai signori feudali, dall’altra gli Asburgo che volevano ampliare i loro possedimenti fino a comprendere tutta l’area tra l’Austria e le Alpi. Ed è in questo contesto che i cantoni svizzeri sottoscrissero il patto federale che rimarrà alla base della costituzione della confederazione elvetica. Per oltre cento anni i cantoni e gli Asburgo si sfidano con schermaglie, razzie, colpi di mano, assedi di fortezze e città, scontri nei passi alpini, il tutto alternato a tregue e accordi.

Prima della battaglia Il rapporto tra cantoni e duchi di Asburgo si acuisce quando Leopoldo III pone in essere una intensa campagna di annessione di territori mediante conquiste militari, riscatto di diritti feudali e acquisti in denaro. I cantoni rispondono con la sottoscrizione di varie leghe cittadine in funzione antiasburgica, tra le quali spiccano Zurigo, Zug, Soletta, Berna, Lucerna e alcune città della Germania meridionale. Dopo alcune schermaglie e l’assedio della roccaforte di Rotenburg, il duca Leopoldo III decise di fare sul serio e preparò un contrattacco, con una forza di spedizione forte di oltre 4.000 uomini, tra cavalieri raccolti nei possedimenti svevi, alsaziani, argoviesi, turgoviesi e tirolesi, e rinforzata da mercenari italiani, francesi e tedeschi, radunata a Brugg nell’Argau. Il comando dell’esercito, diviso in tre colonne, era affidato a Giovanni di Ochsenstein e la direttrice di marcia prevedeva l’attacco di Lucerna e Zurigo. E le truppe elvetiche, non più di 1.600 uomini, si apprestarono a difendere quelle città, radunandosi sul Reuss a Gislikon. Verso la fine di giugno, però, la cavalleria asburgica si presentò sotto le mura di Sempach, una cittadina a 15 chilometri da Lucerna, dopo aver saccheggiato paesi e bruciato i raccolti dell’intera zona.

L’affresco della battaglia nella parete della chiesa di Sempach

Lo scontro L’avanguardia svizzera e il contingente asburgico si incontrarono, la mattina del 9 luglio del 1386, nei pressi del villaggio di Hildensrieden. Il terreno non era favorevole all’utilizzo della cavalleria, così il duca Leopoldo III, pensando che quello avvistato fosse un contingente isolato, diede ordine alla prima colonna di smontare e disporsi in quadrato, con le lance puntate contro gli avversari. Le altre due colonne avrebbero atteso il momento opportuno per caricare sui fianchi la formazione elvetica. I cantonali si disposero in formazione serrata a cuneo, la cui punta era costituita dall’ala destra dell’originaria colonna di marcia (suddivisa in tre tronconi: avanguardia, corpo centrale e retroguardia) e rafforzata dalle unità più combattive. La formazione elvetica, inoltre, partiva da una posizione sfavorevole, in fondo ad una collina, in cima alla quale già appariva l’avanguardia asburgica.

La cittadina di Sempach

Lo scontro iniziò intorno a mezzogiorno, con i due schieramenti che vennero a contatto in cima all’altura. La preponderanza numerica delle truppe di Leopoldo III fece indietreggiare le forze cantonali, subito pressate sul fianco da alcuni reparti di cavalleria asburgica. Gli svizzeri seppero fronteggiare questo duplice attacco rovesciando la punta del cuneo all’ala sinistra, per fermare la cavalleria, e contenere la fanteria asburgica sul fronte principale. Nel frattempo gli svizzeri indietreggiavano ancora, ben sapendo che il resto dell’armata elvetica, forte degli uomini del cantone di Uri, era ormai in prossimità del campo di battaglia. Con l’arrivo dei rinforzi l’azione degli alabardieri svizzeri riprese vigore e, da una situazione difensiva, i cantonali passarono all’attacco, riuscendo ad incunearsi nel fronte asburgico e bloccando le cariche della cavalleria nemica sul fianco.

Winkelried a Sempach in un’opera di Konrad Grob

L’azione risolutiva, secondo la leggenda posteriore, fu opera di Arnold von Winckelriet, il quale, armato di un pesante spadone a due mani, nel momento in cui i due quadrati di picchieri e alabardieri si trovavano in una situazione di stallo, tenendosi a distanza con le lunghe lance, avrebbe urlato: “Ora apro un varco nella loro linea, proteggete, cari concittadini e confederati, mia moglie e i miei bambini”. Detto questo si sarebbe gettato, a peso morto, contro le picche asburgiche, rompendone alcune e facendone abbassare molte, permettendo, così, ai commilitoni di rompere il fronte avversario.

La prima citazione di questo atto, pur anonimo, si trova nelle cronache zurighesi del 1476. Ulteriori elementi e descrizioni si trovano in documenti successivi, redatti tra il 1513 e il 1564 (Diebold Schilling di Lucerna, Aegidius Tschudi). Il gesto eroico, reale o immaginario, provocò il crollo della prima linea della fanteria di Leopoldo III, spazzata via dagli svizzeri che roteavano le alabarde e le picche come un contadino nei campi di grano al tempo della mietitura. Il duca tentò di porre rimedio all’avanzata elvetica immettendo sul terreno dello scontro la seconda linea di cavalieri. La carica dei quali, però, si arrestò ben prima di arrivare a tiro della alabarde svizzere, immersa nella confusione creata dalla prima linea in ritirata. Quei pochi cavalieri che giunsero davanti agli svizzeri non avevano la necessaria forza d’urto per tentare di travolgere il quadrato di picchieri. E finirono disarcionati e uccisi.

Alabarda usata a Sempach, qui senza bastone, riprodotta da La Forgia del Grifone

Lo scontro proseguì per almeno due ore, con gli svizzeri che avanzavano e finivano sul campo tutti i nemici che rimanevano a terra, mentre la fanteria e la cavalleria nemica cercava la fuga o di rompere il fronte avversario. La terza linea del duca Leopoldo non intervenne mai: visto come si sviluppava la battaglia, i cavalieri fecero dietro front e fuggirono, portandosi dietro anche le salmerie e i cavalli dei nobili che combattevano appiedati.

Alla fine dello scontro, sul terreno rimasero 1.800 austriaci, tra cui 700 cavalieri, lo stesso duca Leopoldo III, un margravio, tre conti, cinque baroni e tanti nobili (tra cui i rampolli della famiglie d’Aarberg, von Baldegg, von Bechburg, von Büttikon, von Eptingen, von Falkenstein, von Hallwil, von Reinach e von Rotberg).

Gli svizzeri avevano perso appena 200 uomini, ma avevano gettato le basi della futura indipendenza, consolidata con la vittoria nella battaglia di Mortgarten, e inaugurato la lunga stagione di trionfi del quadrato svizzero sui campi di battaglia europei nell’autunno del Medioevo.

Umberto Maiorca

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Bannockburn, l’indipendenza della Scozia

Il monumento a Robert Bruce sullo sfondo dei territori conquistati

La battaglia di Bannockburn, 23 e 24 giugno del 1314, si inserisce nella lotta tra i Plantageneti e la riottosa e litigiosa nobiltà scozzese: i primi intenzionati a porre sotto la propria corona tutti i territori dell’isola atlantica; i secondi a perseguire le attese di libertà, costituendo un regno indipendente.

In due giorni di scontri Robert Bruce sconfisse gli inglesi e sancì il suo diritto ad indossare la corona del regno di Scozia.

La situazione in Inghilterra L’invasione normanna non aveva toccato le highlands, le lowlands e le midlands. Guglielmo il conquistatore era troppo impegnato a sottomettere i sassoni e consolidare il proprio potere per pensare ad una nuova avventura oltre l’antico confine del vallo di Adriano. Nel corso degli anni era stata attuata una politica matrimoniale, facendo imparentare famiglie normanne con quelle scozzesi, in attesa di tempi migliori in cui far valere legittime aspirazioni.

Un tratto del Vallo di Adriano, eretto tra la Britannia, la provincia romana più settentrionale dell’impero, e la Caledonia (attuale Scozia).

Ben diversa la situazione venutasi a creare con l’ascesa al trono dei Plantageneti. La politica espansionistica di Edoardo I, subito dopo la sottomissione del Galles, si era indirizzata alla Scozia, dove nel 1286 era morto Alessandro III, lasciando il regno alla figlia. Edoardo I pensò subito ad un matrimonio tra la giovane e suo figlio; ma la principessa morì prima di poter realizzare l’alleanza matrimoniale. Così Edoardo I appoggiò le mire di John Balliol. Una scelta che, però, fece insorgere buona parte della nobiltà scozzese, capeggiata dai Bruce. Con una breve campagna e la vittoria di Dunbar gli inglesi presero possesso della Scozia ed Edoardo I nominò un vicerè.

La mano dura degli inglesi in Scozia fomentò, però, una nuova rivolta guidata da William Wallace. Sua la vittoria a Stirling Bridge e in tanti altri scontri con gli inglesi, fino alla sconfitta di Falkirk nel 1298, la cattura e l’uccisione nel 1305, dopo aver perso l’appoggio della nobiltà scozzese e del nobile scozzese Robert Bruce.

Nel 1307 Robert Bruce si sentì abbastanza forte da proclamarsi re di Scozia e provocare la reazione inglese. Edoardo I sconfisse Bruce a Methuen Park, ma non placò la ribellione. Tanto che lo scozzese sconfisse il luogotenente di Edoardo, il conte di Penbroke, a Loudon Hill a maggio del 1307. Due mesi dopo moriva Edoardo I. E la storia dell’Inghilterra cambiava.

Il monumento a William Wallace eretto sulle alture intorno alla piana di Bannockburn, vicino al castello di Stirling

Edoardo II non era all’altezza del padre. Lasciò trascorrere tre anni prima di riprendere l’iniziativa in Scozia, lasciando tutto il tempo a Bruce di riorganizzare il proprio esercito e di assediare le guarnigioni inglesi. Nel 1313 Robert Bruce pose sotto assedio il castello di Stirling, stringendo un accordo con il comandante della guarnigione De Mowbray: se entro un anno non fosse arrivato un contingente in soccorso, gli inglesi avrebbero dovuto abbandonare la fortezza.

La preparazione dello scontro L’anno di tempo era quasi trascorso, quando Edoardo II riuscì a convincere i baroni e i feudatari a muovere guerra agli scozzesi e a radunare l’esercito a Wark entro il 10 giugno. L’armata inglese era composta da 15.000 fanti, 3.000 arcieri gallesi, 2.000 inglesi, 2.000 cavalieri pesanti e poche centinaia di cavalieri leggeri. Robert Bruce poteva contare su non più di 500 cavalieri leggeri, 6.000 picchieri e 2.000 uomini delle higlands, chiusi nella formazione degli schiltron, tecnica del quadrato difensivo che si rivelò vincente e che fu alla base del cambiamento delle tecniche di guerra degli inglesi nel corso della Guerra dei Cento anni. All’ultimo momento si aggiunsero almeno 3.000 combattenti dei signori feudali e di alcune città scozzesi.

Il luogo dello scontro era quasi scontato: da un lato Bruce attendeva la caduta della rocca di Stirling o l’arrivo dell’esercito di soccorso, dall’altro Edoardo che puntava ad una campagna breve a causa dei limiti della ferma feudale e per le difficoltà di approvvigionamento in un territorio frastagliato e umido. Bannockburn, a sud di Stirling, attendeva i due contendenti.

La fortezza di Stirling, residenza reale scozzese

La battaglia di Bannockburn A due giorni dalla scadenza dell’accordo tra Bruce e De Mowray, le truppe inglesi giunsero in vista di Stirling. Edoardo II dispose gli uomini di dieci battaglie (la suddivisione crescente dell’ordine di attacco) e si mosse a sud del fiume Forth, verso le linee scozzesi. Bruce aveva disposto i suoi uomini in tre battaglie: l’avanguardia al comando di Thomas Randolph, conte di Moray, costituita da 1.800 picchieri; la parte centrale, sempre di 1.800 uomini, agli ordini del fratello Edoardo, conte di Carrick; per lui riservò la retroguardia con 2.400 uomini. La cavalleria era affidata a James Douglas e Robert Keith, con l’ordine di aggirare la formazione inglese.

La posizione scelta da Bruce era perfetta per frenare l’assalto della cavalleria inglese: davanti ai suoi uomini si stendeva una stretta pianura paludosa, mentre ai lati si allungavano le sponde fangose del Bannock e una fitta foresta. Il comandante della guarnigione di Stirling aveva consigliato ad Edoardo di non accettare lo scontro in quella zona paludosa, tropo favorevole alla fanteria scozzese, ma il sovrano ritenne disonorevole ritirarsi davanti al nemico. Il secondo errore lo commise relegando arcieri e fanti ad un ruolo secondario, preferendo le cariche di cavalleria. Arcieri e fanti, invece, erano i più adatti ad attaccare i quadrati (schiltron, istrice) difensivi scozzesi.

Il 23 giugno Edoardo II fece la sua mossa: mandò all’assalto l’avanguardia, al comando di Humprey de Bohun, conestabile d’Inghilterra e conte di Hereford, e del conte di Gloucester Gilbert de Clare. Un distaccamento di 800 uomini comandato dai lord Clifford e Beaumont, invece, ebbe l’ordine di aggirare le posizioni nemiche. Robert Bruce rispose con delle manovre che furono scambiate dagli inglesi come una ritirata, causando l’avanzamento anche delle altre truppe.

La statua di Robert Bruce, posta a memoria della battaglia sulla piana di Bannockburn

Un cavaliere, Henry de Bohun (il cavaliere al quale Edoardo I aveva assegnato le terre confiscate a Bruce dopo la sconfitta di Methuen Park), riconobbe il re scozzese e lo sfidò a singolar tenzone. Bruce accettò lo scontro, evitò l’assalto lancia in resta dell’avversario e lo caricò con l’ascia, spaccandogli la testa con un colpo diretto sull’elmo, scatenando l’entusiasmo degli scozzesi. La carica degli uomini delle highlands respinse gli inglesi verso nord-est, costringendoli ad abbandonare il campo di battaglia. Anche la manovra aggirante inglese si trasformò in sconfitta. La cavalleria di Edoardo II si infranse, carica dopo carica, contro l’ala sinistra scozzese, chiusa nel quadrato degli schiltron (formazione a ranghi serrati protetta da scudi, picche e pance, introdotta dai greci, perfezionata dai macedoni e resa invincibile dai romani, evolutasi con gli svizzeri nel XV secolo e portata alla vittoria in tutta Europa dai tercios spagnoli, fino all’eroica resistenza sul campo di Waterloo delle truppe di Wellington). Dopo aver perso molti uomini, inoltre, gli inglesi furono attaccati dalla cavalleria scozzese. I pochi sopravvissuti riuscirono a ripiegare all’interno del castello di Stirling o a raggiungere l’armata principale. La prima giornata di battaglia si concludeva con la chiara supremazia scozzese.

Lo schema tattico della battaglia (da Mondostoria.it)

Ancora convinto della vittoria, Edoardo II attraversò il Bannockburn e pose l’accampamento per la notte. All’alba del 24 giugno, il re inglese si trovò di fronte lo schiltron di Bruce al centro, quello del fratello Edoard a destra e quello di De Moray a sinistra, con arcieri scozzesi e cavalleria ai lati. Per il re inglese era impensabile che la fanteria attaccasse i cavalieri pesanti della sua armata, così schierò gli arcieri gallesi di fronte al nemico e dietro la cavalleria pesante, disposta in tre ondate. I gallesi iniziarono a tempestare gli scozzesi di frecce, mietendo molte vittime; ma quando la tattica stava dando i suoi frutti, i nobili inglesi pretesero l’onore della carica. Gli arcieri sospesero i lanci per non colpire i cavalieri, ma dando il tempo agli scozzesi di recuperare la compattezza del quadrato difensivo. Contro il quale si infransero le cariche dei cavalieri inglesi, rallentati anche dal terreno acquitrinoso.

Gli schiltron possedevano l’addestramento e la saldezza per resistere ai cavalieri pesanti inglesi. Le lunghe lance fermavano la carica e disarcionavano i cavalieri, i quali venivano finiti a colpi d’ascia o fatti prigionieri e portati all’interno del quadrato per il riscatto. La ristrettezza del campo di battaglia, chiuso tra il fiume, le colline e i boschi, inoltre, non facilitava i movimenti dei cavalieri. Il sovrano scozzese, inoltre, ordinò a lord Keith e alla sua cavalleria leggera, di aggirare sul fianco gli inglesi e caricare gli arcieri. I quali privi della protezione della fanteria e presi sul fianco furono massacrati sul posto o si diedero alla fuga precipitosa, aumentando la confuzione tra le fila dei cavalieri che indietreggiavano per riorganizzarsi. Anche l’ultima carica, cui parteciparono anche i cavalieri della riserva, si infranse contro gli “istrici” scozzesi. I cavalli venivano uccisi dalla lunghe lance o s’impennavano disarcionando i cavalieri.

La ricostruzione dell’ultima fase della battaglia in un documentario della BBC

Ormai il fronte inglese era allo sbando. Era il momento atteso da Robert Bruce. Diede l’ordine di attacco e gli schiltron passarono dalla formazione difensiva a quella d’assalto. Avanzando con le lance stese e puntando contro la massa vacillante dei cavalieri inglesi, li ricacciarono indietro, contro il grosso della fanteria che ancora non era entrato in battaglia, ma che vista la rotta dei cavalieri, si sbandò. Cavalieri e fanti morirono nella fuga, molti affogati nelle acque del Forth, o vennero fatti prigionieri.

La battaglia era finita. Edoardo II cercò rifugio nel castello di Stirling, ma inseguito dalla cavalleria scozzese proseguì la fuga verso Dunbar e riguadagnò il confine inglese. Nel corso della battaglia gli inglesi persero, tra i caduti e i prigionieri, almeno 700 nobili e diverse migliaia di fanti. Il conte di Hereford trovò rifugio nel castello di Bothwell, ma dovette arrendersi con 1.600 uomini alcuni giorni dopo. Trovarono la morte cul campo il conte di Gloucester, 22 baroni e 68 cavalieri di fama. Gli scozzesi razziarono il campo reale, impossessandosi del Sigillo privato d’Inghilterra. Molti cavalieri e soldati ebbero salva la vita perché gli scozzesi si fermarono a depredare il campo. Si dice che l’esercito di Robert Bruce ebbe un solo caduto. Più verosimile il numero di 2 cavalieri morti e 500 picchieri caduti tra le fila scozzesi.

Le conseguenze Robert Bruce aveva vinto e dal successo sul campo di battaglia discendeva anche il riconoscimento come re di Scozia fino alla sua morte nel 1328. Gli inglesi, invece, avevano imparato la lezione e compresero che la carica della cavalleria pesante non era l’unica tattica di battaglia. Nella guerra dei Cento anni, i nobili cavalieri accettarono di combattere appiedati, lasciando agli arcieri un ruolo risolutivo sul campo di battaglia.

Umberto Maiorca

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La battaglia di Benevento

Manfredi incoronato (miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani)

Manfredi, il re “bastardo” figlio di Federico II, non immaginava che Carlo d’Angiò, alle prese con problemi finanziari e alleati turbolenti, riuscisse a tenere insieme l’esercito raccolto lungo la strada e, soprattutto confidava nella fedeltà dei suoi baroni, nella rete di castelli a difesa del suo regno, nelle frecce degli arcieri saraceni e nella guardia personale con le nuove armature, più leggere e resistenti di quelle dei cavalieri francesi.

Il re di Sicilia, non aveva fatto i conti, però, con il tradimento, gli intrighi, l’inganno dei parenti e la forza dell’esercito franco-angioino.

E di fronte alla carneficina di Benevento e all’infrangersi del sogno di Federico, suo padre, scelse di morire in mezzo alla mischia, senza insegne regali, da semplice e coraggioso cavaliere.

 

I contendenti Carlo d’Angiò, non era la pedina che si credeva nelle mani di papa Clemente IV, ma per arrivare ad impossessarsi del regno del Sud era pronto a tutto.

Carlo d’Angiò ritratto da Arnolfo di Cambio (Roma, Musei Capitolini)

Accettò ben volentieri la nomina a senatore e comperò, dal Pontefice, l’onore della “crociata” contro Manfredi, al prezzo di benefici ed esenzioni a favore della Chiesa, oltre alla promessa di non ambire a riunificare la Penisola sotto il suo scettro (piano sia di Federico II sia di Manfredi). Una crociata con il benestare del Papa, il quale assolveva «ladri, briganti, stregoni, incendiari, sacerdoti concubinari, purché partecipino all’impresa dando denari e uomini a Carlo». Il pretendente al trono parte da Marsiglia, tra aprile e maggio del 1265, e giunge a Roma, insediandosi in Laterano (papa Clemente IV risiede a Perugia) e inizia l’opera diplomatica per isolare Manfredi e portare dalla sua parte la nobiltà romana. Manfredi temporeggia. Prova a infastidire l’Angiò con una scorreria ad est di Roma. Il francese, con le poche truppe a sua disposizione marcia fino a Tivoli. Lo scontro non avvenne perché Manfredi preferì ritirarsi.

Carlo prosegue nella sua politica di dispensare favori e promesse e il suo partito si allarga, tra sostenitori e neutrali. Nel frattempo il vescovo Guido di Mello, presule di Auxerre, conduce l’armata francese in Italia, attraverso il Col di Tenda nel novembre del 1265. I francesi, forti di 20.000 fanti, 6.000 cavalieri e 600 balestrieri montati, trovano la strada spianata lungo la loro discesa fino a Roma, dove il 6 gennaio del 1266, Carlo è incoronato re.

 

Il castello Boncompagni Viscogliosi, edificato su una fortificazione medievale, e la cascata grande del fiume Liri a Isola del Liri (Frosinone). Il Liri scorre tra Abruzzo, Lazio e Campania e alla confluenza col Gari prende il nome di Garigliano. Fin dal Medioevo è documentato anche con il nome Verde e così è menzionato da Dante a proposito di Manfredi di Sicilia, i cui resti mortali per ordine papale furono dissotterrati a Benevento e traslati fuori dei confini del Regno di Sicilia

L’invasione del sud Di fronte a questa situazione disastrosa, Manfredi corre ai ripari, seppur tardivi: rinforza la linea difensiva dei castelli lungo il fiume Liri, concentrando le forze tra Rocca d’Arce e San Germano, affidando le difese a Riccardo, conte di Caserta, e Giordano d’Anglano, chiede rinforzi in Germania, assolda mercenari, chiama a raccolta i ghibellini italiani (in pochi risposero, come ricorderà lo stesso Manfredi poco prima della battaglia), riunisce i contingenti di saraceni e promuove la leva feudale (con scarsi risultati e gravi ritardi di esecuzione). Il re di Sicilia, al comando di 5.000 cavalieri e 10.000 saraceni, si dispone lungo la seconda linea di difesa lungo il Volturno, nei pressi di Capua, in attesa del nipote Corrado d’Antiochia, comandante del contingente che operava nelle Marche. Truppe che, tagliate fuori dalla rapida marcia dell’Angiò, non giungeranno mai. Si tratta di misure che Manfredi prende con grave ritardo rispetto alla situazione venutasi a creare.

Il 20 gennaio, infatti, Carlo d’Angiò muove guerra, sapendo di non poter attendere oltre, correndo il rischio di veder sfaldarsi il fronte anti Manfredi, tessuto insieme con il Papa a colpi di intrighi e promesse di conquista. Le insegne francesi, quelle del Pontefice e dei guelfi italiani, marciano insieme lungo la via Latina, tra due ali festanti di folla. L’esercito angioino passa per Anagni, Frosinone e Ceprano, dove varca il confine del regno del sud su un ponte sguarnito di ogni difesa.

Cassino (nella foto vista dall’alto della celebre abbazia di Montecassino) tra i secoli IX e XIX era conosciuta come San Germano. Assunse questo nome dalla donazione delle reliquie di San Germano di Capua, custodite nella Chiesa del Salvatore e meta di pellegrinaggi

I francesi non incontrano alcun ostacolo anche nell’entrare a Rocca d’Arce. Poco più complessa si rivela la conquista di San Germano, difesa dall’Anglano con 6.000 uomini. Davanti alle mura dell’odierna Cassino, infatti, i francesi si arrestano per alcuni giorni e, mentre i capi riflettono su come assaltare la città, una squadra di cavalieri ghibellini ne esce per abbeverare i cavalli. Ne nasce subito uno scontro e la conseguente ritirata degli uomini dell’Anglano. Un gruppo di cavalieri angioini, però, si getta all’inseguimento e riesce a penetrare a San Germano prima che venga chiusa la postierla dalla quale erano usciti i cavalieri di Manfredi. I pochi angioini riescono a travolgere la debole difesa degli assediati e ad issare sulle mura il giglio di Francia, provocando la resa immediata della città. Nel giro di pochi giorni si arrendono, quasi senza combattere, 32 castelli e rocche. L’intero sistema difensivo del nord del regno è caduto.

Carlo prosegue l’avanzata lungo il Volturno, piegando poi verso il Sannio, con l’intenzione di passare per Alife e Telese e cogliere alle spalle Manfredi, sempre di stanza a Capua. Lo svevo, però, avvertito delle mosse del nemico, si dirige alla volta di Benevento, deciso a sbarrare il passo all’avversario. Ormai lo scontro tra i due è ineluttabile, anzi necessario: Manfredi non può più cedere terreno e non si fida più dei suoi baroni; l’Angiò non può più tenere insieme l’esercito senza l’immediata conquista del trono e delle ricchezze del regno.

Le truppe angioine si presentano davanti a Benevento il 25 febbraio, dopo aver attraversato i passi montani del Sannio coperti di neve. Manfredi si è disposto poco più a nord, dietro il fiume Calore, nei pressi di Santa Maria della Grandella. Ancora una volta il re di Sicilia si trova in una posizione favorevole, ma non ne approfitta. Non attende che sia l’esercito avversario ad attraversare l’unico e stretto ponte sul Calore, ma ordina ai suoi di passare oltre e disporsi dalla battaglia. Le operazioni richiedono diverse ore, l’esercito di Manfredi si sfilaccia e la cavalleria sveva si trova nella svantaggiata posizione di dover caricare il nemico in salita, perdendo così velocità e potenza d’urto.

 

La battaglia di Benevento in una miniatura del secolo XIV

La battaglia «Il sovrano schierò d’avanguardia i suoi arcieri saraceni, poi dispose tre linee successive di cavalleria, la prima costituita da 1.200 tedeschi e affidata a Giordano d’Anglano, la seconda da un migliaio di mercenari lombardi e toscani, oltre a qualche centinaio di saraceni, al comando di Galvano Lancia, conte di Salerno, e di Bartolomeo Semplice, e la terza da oltre un migliaio di leve feudali siciliane, sotto il suo diretto comando». Il rivale angioino schierò «una prima linea di fanteria, nella quale i balestrieri avevano la preponderanza numerica, per controbilanciare l’azione degli arcieri saraceni; di seguito, il principe schierò la propria cavalleria, anch’essa su tre linee». La prima linea era affidata ad Ugo di Mirepoix e Filippo di Monfort con 900 cavalieri, la seconda era sotto gli ordine direttamente di Carlo e composta dal fiorentino Guido Guerra con 1.400 lance italiane e francesi; Giles Le Brun e Roberto di Fiandra comandavano la terza linea composta da 700 combattenti fiamminghi, con il compito di aggirare le truppe avversarie.

La battaglia ebbe inizio prima che Manfredi potesse schierare per intero le proprie truppe. Lo scontro si accese dopo un nutrito lancio di frecce da parte delle truppe saracene, le quali non attesero né gli ordini del re né l’arrivo della cavalleria tedesca («non è noto se di propria iniziativa, o per ordine di Manfredi, o in seguito, come sembra probabile, all’errata interpretazione di un ordine ricevuto» riporta l’enciclopedia Treccani nella pagina web sulla battaglia). Dopo un primo momento di smarrimento e dopo gravi perdite, però, la prima linea di cavalieri provenzali si ricompose e caricò i saraceni, i quali senza copertura e l’appoggio dei cavalieri pesanti teutonici, vennero spazzati via.

La battaglia di Benevento miniata nella Nuova Cronica di Giovanni Villani

La violenta contro carica di Giordano d’Anglano parve non solo ristabilire l’equilibrio, ma far pendere la bilancia dalla parte sveva. Le armature tedesche sembravano impenetrabili, tutti i colpi rimbalzavano o scivolavano di lato. Carlo fece intervenire anche la seconda linea angioina, aumentando la pressione sulle forze di Manfredi e facendole indietreggiare. I francesi, inoltre, scoprirono, nel corso del combattimento, che le armature dei tedeschi avevano un punto debole: l’attaccatura della protezione del braccio sotto l’ascella. E lì colpirono le spade angioine. I comandanti angioini, inoltre, diedero un ordine che contrastava con qualsiasi norma cavalleresca: intimarono ad arcieri, balestrieri e fanti di colpire i destrieri dei cavalieri nemici, causando perdite e confusione tra le file sveve.

Il comandante svevo Lancia, infine, aveva appena terminato l’attraversamento del Calore e stava riorganizzando le sue truppe, quando dovette fronteggiare l’assalto della terza linea francese, giunta in battaglia dopo una larga manovra di aggiramento. I pochi ghibellini italiani si diedero alla fuga e anche i cognati di Manfredi e la nobiltà lasciarono il campo di battaglia. Il sogno di un regno d’Italia unito dalle Alpi alla Sicilia era svanito e ogni possibilità di rivincita era infranta. Manfredi si tolse l’armatura e l’elmo con i simboli dell’aquila argentata, scambiò la sovrarmatura con Tebaldo Annibaldi e si gettò nella mischia, trovandovi la morte.

L’epigrafe in memoria di Manfredi di Svevia con i versi di Dante Alighieri, al Ponte Vanvitelli di Benevento

Solo 600 cavalieri, su 3.600, riuscirono a fuggire, ma «in quella battaglia ebbe gran mortalità d’una parte e d’altra, ma troppo più della gente di Manfredi» scrisse il cronista Villani ricordando l’episodio.

Carlo d’Angiò, supportato da papa Clemente IV, vietò la sepoltura dei caduti fino a quando non fosse stato rinvenuto il corpo del re di Sicilia. E il cadavere di Manfredi venne trovato tre giorni dopo da un popolano in mezzo ai cadaveri di fanti e cavalieri; issatolo sul dorso di un asino andava in giro gridando: «Chi accatta Manfredi?». Il villano venne fustigato da un nobile francese e il corpo di Manfredi portato davanti a Carlo. Fu riconosciuto dai cognati e dal fedele Giordano d’Anglano (giustiziato l’anno successivo in Provenza dopo un tentativo di fuga dalla prigionia), il quale chiese di darne onorata sepoltura. Carlo d’Angiò rispose che non poteva, in quanto Manfredi era scomunicato e non poteva essere sepolto in terra consacrata. Il corpo del re di Sicilia venne tumulato ai piedi del ponte di Benevento e coperto di sassi dai soldati angioini. In seguito Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, lo fece esumare e seppellire lungo il corso del Liri, fuori dai confini del regno del sud. Ipotesi alla quale crede anche Dante Alighieri quando incontra il re di Sicilia nel terzo canto del Purgatorio.

Umberto Maiorca

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La battaglia della Piana dei Merli

Il bozur, fiore dal colore vermiglio

Sulla Piana dei Merli alla fine di giugno, cresce ancora il bozur, un fiore dal color di porpora che ricorda il sangue versato dagli eroi della Serbia.

I canti popolari tramandarono la leggenda nei secoli: quel fiore spuntò il giorno di San Vito, proprio nel luogo dove il 28 giugno 1389, l’esercito guidato da Lazar Hrebeljanovic, l’ultimo principe serbo, fu massacrato dalle milizie turche del sultano Murad I (1362-1389).

La feroce battaglia segnò la fine della indipendenza del popolo balcanico. L’evento marchiò in modo indelebile la storia della regione e diede inizio al dominio politico e militare degli ottomani, che durò per cinquecento anni.

Kosovo Polje, il “campo” o la “piana dei merli” si estende nei pressi della città di Pristina e con il tempo, ha dato il nome a tutto il territorio circostante.

Nel 1389 il principe Lazar fu catturato e poi ucciso insieme ai suoi compagni di sventura. Ma come il personaggio dei vangeli di cui porta il nome, risuscitò negli infiniti racconti della rovinosa sconfitta: una ferita della Storia che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria collettiva del popolo serbo.

Il luogo della battaglia del 1389

Ami Bouè, pioniere delle ricerche geologiche nei Balcani, nel libro “La Turquie d’Europe” parla di una data spartiacque: per tutti i serbi l’anniversario può essere paragonato alla data della nascita di Cristo. Per centinaia di anni, infatti ogni avvenimento importante, fu accompagnato dalla stessa domanda: “Questo è successo prima o dopo il nostro asservimento?”. “Il Golgota serbo: Kosovo 1389” è il titolo di un libro sull’argomento dello storico americano Thomas Emmert: nei secoli, la battaglia del Kosovo fu vista come l’origine di tutte le sventure della Serbia.

San Lazar

Lazar, il principe guerriero, fu canonizzato dalla Chiesa ortodossa.

L’epica, alimentata dal ricordo della patria perduta, fu tramandata dalla musica e dalle parole dei guslar, i cantastorie medievali che suonavano la gusla, uno strumento a corda singola con archetto, derivato dalla lira bizantina. Jovan Skerlić, un famoso critico letterario vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, scrisse: “Come l’incendio di Troia dà luce a tutta l’antichità greca, così la disfatta del Kosovo illumina i canti popolari serbi e la poesia nazionale”.

La gusle, strumento della musica popolare serba

Nell’intreccio balcanico, la storia e le leggende si mescolano ancora. Alla metà del Mille i piccoli principati serbi, già convertiti al Cristianesimo, erano vassalli o del “basileus” di Costantinopoli oppure del re d’Ungheria. Ai loro confini premeva l’impero bulgaro che fino a cento anni prima era uno degli stati più grandi del vecchio continente. Il primo regno serbo, riconosciuto come indipendente dal papa, nacque nel 1077 a Zeta, in Montenegro. Poco dopo Stefano Nemanja, gran zupan (principe) della Raska, si emancipò dal vassallaggio di Bisanzio e riunì in un solo stato le diverse entità slave dei Balcani. Un suo pronipote, Dusan, estese i suoi domini fino al golfo di Corinto e si fece incoronare a Skopje “zar dei serbi e dei greci”. Sognava di conquistare anche Costantinopoli e progettava insieme al pontefice una crociata contro i turchi. Ma nel 1355 morì all’improvviso, forse per avvelenamento. Sotto suo figlio Uros, detto il Debole, il regno si sfaldò. Intanto i turchi, guidati dal sultano Murad I, avevano sconfitto i bizantini e premevano sui Balcani. Di fronte alla minaccia dell’invasione, Lazar, il più potente principe serbo ancora indipendente, si alleò con Tvrtko Kotromanic, signore della Bosnia, che aveva ricevuto da poco la corona dal re d’Ungheria e si era proclamato sovrano di tutti i popoli serbi.

La battaglia di Kosovo

Lo scontro finale ebbe luogo alla piana dei Merli, oggi Kosovo Polje, nel giorno di San Vito del 1389, che secondo il calendario giuliano cade il 15 giugno e secondo quello gregoriano il 28 giugno. L’esercito turco contava 40.000 uomini. Tra loro spiccavano i giannizzeri, le “forze nuove”: soldati di professione scelti tra i giovani prigionieri dei turchi, votati al celibato e allevati nella fede musulmana. I serbi e i bosniaci, tra fanti e cavalieri, erano almeno 25.000.

La ricostruzione storica corregge il mito del ciclo epico serbo: Kosovo Polje non fu la lotta tra la Serbia cristiana e gli infedeli. Al seguito di Lazar c’erano contingenti valacchi, croati, bulgari e albanesi. E numerosi vassalli cristiani rinforzavano anche le truppe di Murad I. Al mattino, il campo ottomano fu percorso dal dramma: secondo la tradizione serba il sultano morì, pugnalato nella sua tenda dal cavaliere Miloš Obilić, che si era introdotto nell’accampamento nemico. Per i turchi invece Murad I cadde con le armi in pugno. In ogni caso, suo figlio, Bayezid I, capovolse le sorti dello scontro: “come una folgore” si lanciò sulle truppe serbe, indebolite dal tradimento di Vuk Brankovic, genero del principe Lazar, che abbandonò il campo di battaglia e diventò per sempre “il fellone” descritto nelle innumerevoli canzoni popolari dedicate a quel giorno fatale. La cavalleria serba fu travolta dalle soverchianti forze nemiche. Lazar fu imprigionato e decapitato davanti al cadavere di Murad I.

Le terre serbe nel secolo IX secondo il De Administrando Imperio dell’imperatore bizantino Costantino VII

La leggenda evoca una storia dal grande valore simbolico: alla vigilia della battaglia un falcone, proveniente da Gerusalemme, volò fino all’accampamento del principe Lazar, con in becco un’allodola. Una metafora di Sant’Elia che portava al condottiero cristiano un messaggio di Dio. Lazar doveva scegliere: poteva vincere e essere sovrano in terra oppure affrontare la sconfitta e avere per sempre la gloria dei cieli. Consapevole della caducità delle cose terrene, Lazar scelse di morire. La Serbia visse così il suo destino di paese martire: un sacrificio di sangue per la gloria di Cristo, unito allo struggente rimpianto di un regno perduto, da allora vagheggiato nelle canzoni e negli splendidi affreschi delle chiese medievali.

I poemi popolari sulla battaglia della Piana dei Merli furono riscoperti agli inizi del Novecento, pubblicati nelle scuole e mandati a memoria, insieme alle prime grammatiche. La tradizione orale dei cantastorie, celebrata nella letteratura scritta non solo dai serbi ma da tutti i popoli slavi del sud, divenne lo spartito fondamentale dell’identità nazionale. Non a caso, in ricordo di una lontana battaglia, si accese anche la miccia della Grande Guerra: Gavrilo Princip, l’attentatore che a Sarajevo uccise l’arciduca Ferdinando, scelse per la sua missione di morte proprio la data del 28 giugno 1914. I principi albanesi nel 1389 combatterono accanto a Lazar e ai suoi alleati bosniaci e valacchi. Ma per un paradosso della Storia, lo scontro contro gli ottomani, che vide uniti i popoli dei Balcani, oggi è simbolo di una divisione.

La storia recente, ancora avvelenata dalle derive nazionalistiche, è stata a lungo sfregiata da stragi, odi razziali, guerre e “pulizie etniche”.

Serbia e Kosovo

Oggi la popolazione del Kosovo, secondo un censimento che risale al 2011 è per il 92% albanese, per il 5,3% serba e per il 2,7% di altre etnie. Nel paese, che ha un territorio grande poco più dell’Abruzzo, vivono 1 milione e 800mila persone.

Il più giovane stato d’Europa ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. È stato riconosciuto da 74 stati nel mondo: l’81% dei paesi dell’Unione Europea e l’86% dei membri della Nato.

Ma non dal Vaticano e nemmeno da Russia, Cina, India, Brasile, Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania.

Federico Fioravanti

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La battaglia di Poitiers

La battaglia di Poitiers in un dipinto di Charles de Steuben. A cavallo Carlo Martello, rivolto verso Abd er-Rahman (a destra)

Il 10 ottobre del 732, nella pianura nei dintorni di Tours, tra Poitiers e Moussais, si affrontano i franchi di Carlo (da quel giorno Martello) e i mori (i numidi dei tempi di Annibale) di Abd er-Rahman. Con la vittoria dei franchi l’espansionismo musulmano si fermerà ai Pirenei, cambiando definitivamente il destino dell’Europa.

Dall’Oriente alla Spagna La sconfitta rimediata dalle armate musulmane tra il 717 e il 718 durante il tentativo di assedio di Costantinopoli, spinse a cercare un’altra via alla diffusione della fede: dal nord Africa alla Spagna. Cartagine era già caduta nel 697. Le popolazioni berbere avevano accettato l’islam negli anni successivi. La Spagna era a poche miglia dall’altra parte dello stretto. L’emiro Musa ibn Nusair nel 711 inviò Tarik ibn Ziyad (da lui prenderà nome lo stretto di Gibilterra, Gebel al Tarik, monte di Tarik) con 7.000 uomini a compiere una scorreria a vasto raggio, ma le divisioni interne tra i vari potentati visigoti portarono, nel giro di pochi anni, quasi tutta la penisola iberica sotto il possesso musulmano. La pressione musulmana aveva varcato anche i Pirenei, con il mobile esercito berbero a razziare più volte la Gallia meridionale e mettendo a rischio le regioni centrali.

La battaglia di Poitiers fu il risultato di un’azione politica da un lato e del desiderio di razzia di un territorio molto ricco dall’altro. A livello politico sia il governatore e generale Abd er Rahman sia Carlo Martello non avevano accettato l’accordo tra Oddone di Aquitania (insofferente al potere franco) e Othman ben ali Neza, signore di una parte dei Pirenei settentrionali, a sua volta desideroso di sganciarsi dal potere omayyade. Così il generale musulmano decise di marciare contro il rinnegato Neza, lo annientò e poi proseguì verso le fertili valli della Gallia meridionale. Sconfisse sul campo Oddone nei pressi di Bordeaux e puntò su Tours, inseguendo le leggendarie ricchezze dell’abbazia di San Martino. Le truppe more giunsero fino «alla Loira, saccheggiando anche la chiesa di Sant’Ilario»1. A quel punto intervenne Carlo Martello, maggiordomo di palazzo del re merovingio, dopo aver incassato la sottomissione di Oddone.

La tomba di Carlo Martello (690 ca. – Quierzy, 11 novembre 741) a Saint-Denis. Carlo esercitò il potere regale dal 737 al 741 pur non avendone il titolo (era un ministro del regno). Il soprannome Martello (diminutivo di Marte), secondo un’ipotesi, gli venne attribuito da alcuni cronisti della dinastia carolingia per la sua particolare capacità bellica

I due eserciti L’esercito di Carlo Martello ammontava ad almeno 30.000 uomini, «un insieme di soldati di professione da lui comandati nelle campagne in Gallia e Germania, e un’assortita moltitudine di miliziani poco equipaggiati e scarsamente addestrati». I franchi combattevano a piedi e a cavallo, indossavano armature di cuoio e ferro ed erano armati di spade e asce, da battaglia e da lancio. L’esercito franco era costituito «in gran parte, di milizia territoriale, mista ai guerrieri delle scara, le forze d’élite della corona merovingia: armati pesantemente, con scudo, elmo, cotta di maglia, possedevano addestramento e flessibilità di impiego, così da essere l’anello di congiunzione tra il cavaliere del tardo-romano impero e quello medievale».

Abd er-Rahman poteva contare su 80.000 uomini, in gran parte mori che combattevano a cavallo con scimitarre e lance, senza armatura e senza archi. Si battevano con una sola tattica: la carica frontale di cavalleria. Ed era anche «il loro punto debole … non sapevano far altro che attaccare; erano addestrati solo a questo e non avevano neanche il concetto di difesa». I musulmani si presentarono allo scontro, inoltre, rallentati e appesantiti dal frutto delle razzie compiute nella regione. Una preda che nessuno voleva abbandonare, visto che la spedizione era stata organizzata «per fare bottino, più che per assoggettare» il ricco Poitou e le valli della Loira e della Senna.

L’esercito musulmano procedeva lentamente con il suo carico di ricchezze, quando all’orizzonte apparvero Carlo Martello e le sue truppe. L’effetto sorpresa c’era stato, ma i franchi non ne approfittarono. Preferirono tenersi a distanza per una settimana, studiando il nemico e saggiandone la consistenza e forza con piccoli attacchi delle avanguardie. Il comandante musulmano, fu colto di sorpresa dalla comparsa dei nemici, ma non pensò neanche di abbandonare il bottino e dare battaglia. Anzi, approfittando della pausa offerta dai franchi, spedì una parte delle sue truppe verso sud, come scorta al bottino, lungo la strada verso i Pirenei e la Spagna, ma «la ritirata, rallentata dal bottino, … divenne impraticabile nei pressi di Poitiers».

ʿAbd er-Raḥmān I al-Dākhil, ovvero “l’Immigrante” (in arabo: عبد الرحمن الداخل‎; Damasco, marzo 731 – Cordova, 788), fu il primo emiro indipendente di al-Andalus

La battaglia Carlo aveva avuto modo di conoscere il modo di combattere dei musulmani e le truppe di cui disponeva, con relativo armamento, avrebbero potuto ben contrastare il nemico. Il comandante franco dispose i suoi uomini «in un quadrato difensivo composto principalmente dai suoi franchi, ma integrato da elementi presi dalle numerose tribù assoggettate», gepidi, alamanni, sassoni, bavari e germani, in modo da costituire un muro di scudi e lance contro cui «la cavalleria musulmana si accanì senza risultato» mentre «i giavellotti e le asce da lancio di questi colpivano duramente gli uomini e i cavalli che si avvicinavano». La fanteria franca, inoltre, era «schierata su un campo di battaglia ristretto, limitato da appigli tattici alle ali per evitare aggiramenti» costituiti dai fiumi Clain e Vienne e da un bosco dove si nascose la cavalleria di Oddone.

L’esercito franco era, quindi, disposto «in una grande massa, su terreno ben difendibile e con i fianchi protetti da alcuni ostacoli naturali», ma il comandante musulmano non pensò a tattiche alternative, i cavalieri si disposero in «un’unica massa e si lanciarono in una carica furibonda Nell’impossibilità di girare intorno ai fianchi dello schieramento nemico e attaccare dal retro e i cavalieri arabi dovettero compiere ripetuti assalti frontali». I musulmani confidavano anche sull’effetto destabilizzante che avrebbe prodotto la comparsa sul campo di battaglia dei cammelli da trasporto, il cui pungente odore era insopportabile ai cavalli dei franchi, ma lo schieramento nemico non si mosse. Così la disposizione delle truppe musulmane a mezzaluna perdeva di efficacia.

Gli uomini di Abd er-Rahman continuavano ad attaccare, a subire perdite e non guadagnare un metro di terreno perché «i franchi, abili nel maneggio dell’ascia e della spada» li respingevano «riparando in breve tempo i piccoli varchi aperti nel loro schieramento». Isidoro Pacense, nella Cronaca mozarabica, descrive una formazione difensiva solida, con «gli uomini del nord immobili come un muro; sembravano saldati insieme in un baluardo di ghiaccio impossibile da sciogliere, mentre trucidavano gli arabi con le spade. Gli Austrasiani, dagli enormi arti e le mani di ferro, colpivano coraggiosamente nel cuore della battaglia». I franchi, chiamati per la prima volta «europei» in una cronaca coeva, tennero il fronte contro le cariche di cavalleria leggera musulmana e «la francisca, un’ascia che poteva anche essere lanciata, dovette lavorare molto quel giorno per disarcionare i cavalieri o finirli a terra, mentre la siepe di lance e il muro di scudi cristiani risultavano invalicabili». Per i cavalieri berberi e mori, infatti, non c’era molta scelta: finire infilzati sulle lance, schiacciati dai cavalli imbizzarriti o uccisi a colpi d’ascia una volta caduti a terra e in balia dei soldati franchi che uscivano dai ranghi per finire gli avversari appena l’ondata di cavalleria prendeva la via della ritirata. I musulmani iniziano a d arretrare, i cavalli sono sfiniti per le continue cariche e infruttuose cariche.

Lo schema tattico della battaglia (immagine ©ArsBellica, www.arsbellica.it)

Ad un certo punto della battaglia, però, Abd er-Rahman riuscì a penetrare lo schieramento franco con un drappello di cavalieri. Nello stesso momento Oddone d’Aquitania, «al segnale convenuto dell’accensione di un fuoco», aveva portato un contingente di cavalleria alle spalle dei mori e aveva attaccato il campo. Una cronaca islamica, riportata da Edward Creasy (Fifteen decisive battle of the world, p. 166): «molti musulmani temettero per la sicurezza delle spoglie che avevano ammassato nelle tende, e tra i loro ranghi cominciò a circolare la falsa voce che il nemico stava saccheggiando l’accampamento; perciò, numerosi squadroni di cavalleria si precipitarono a difenderlo». Fu l’inizio del tracollo del fronte musulmano. Carlo Martello dà ordine ai suoi di avanzare, compatti, sempre difesi dal muro di scudi. I fanti saraceni, senza protezione, non possono nulla contro la stazza degli uomini del nord e le armi pesanti. Il corpo a corpo si trasforma in una carneficina. La ritirata improvvisa dei musulmani lasciò isolato Abd er-Rahman «che venne infilzato da un fante austrasiano» e morì sul campo. Nella letteratura epica posteriore si racconta che fu abbattuto da un colpo di scure di Carlo Martello.

Con il calare del sole lo scontro diminuisce d’intensità e alla fine i mori si ritirano verso Poitiers. Carlo Martello, con poca cavalleria e temendo di finire in trappola, non inseguì il nemico e «si accontentò di occupare il campo di battaglia» con la sua fanteria. Il mattino successivo dal campo musulmano non si ode alcun rumore. Gli esploratori franchi lo trovano vuoto. Il nemico si è ritirato nella notte, appena scoperto che il generale Abd er-Rahman era morto nella battaglia.

Le perdite musulmane non sono mai state quantificate, ma si ritiene che furono ingenti visto che gli storici arabi ricordano lo scontro come “il lastricato dei martiri della fede”, mentre nel campo franco si stima che persero la vita almeno 1.500 soldati. Le cronache medievali riportano la cifra di 1.007 caduti per i franchi e l’inverosimile cifra di 375.000 per gli arabi. Abd er-Rahman cadde combattendo e «i cronisti arabi affermano che fu vittima della sua stessa audacia, per essersi spinto troppo oltre e aver ceduto all’avidità di portarsi dietro un grande bottino, che ne aveva rallentato i movimenti e che lo aveva posto in condizione di inferiorità di fronte al nemico».

Espansione islamica tra i secoli VII e VIII

Le conseguenze Poitiers fu, certamente, il punto d’Europa più a nord toccato dai musulmani nel corso dei tentativi di espansione o di invasione o razzia e «da allora gli arabi, peraltro divisi e alla prese con le rivolte dei berberi, non furono più in grado di minacciare concretamente lo scacchiere a nord dei Pirenei». Carlo Martello ottenne vittorie più decisive «con la collaborazione della fortissima cavalleria longobarda, ad Arles, ad Avignone e, soprattutto, sul fiume Berre, non lontano da Narbona, liberando dall’occupazione islamica quasi tutto il Mezzogiorno di Francia (Aquitania, Provenza, Settimania): un ciclo operativo che vide il proprio epilogo nella riconquista di Narbona, nel 759, a opera di Pipino il Breve». L’affermazione di Carlo Martello a Poitiers, «i cronisti cristiani, che dopo la vittoria sugli arabi videro in lui il difensore della fede, lo chiamarono “Martello”, per equipararlo a Giuda Maccabeo, condottiero dell’Antico Testamento, anch’egli contraddistinto da quel soprannome», permise di estendere il suo potere alla Gallia meridionale e ottenere la fedeltà di Oddone. Lo scontro portò anche ad accelerare il percorso della costituzione della cavalleria pesante come evoluzione dei rapporti tra re e nobiltà e la concessione delle terre. Armare un cavaliere servivano ricchezze e l’economia dell’epoca era legata alla terra. Per potenziare la cavalleria i re franchi iniziarono a distribuire le terre a loro soggette, anche quelle della Chiesa, a nuovi soggetti, mentre i nobili di vecchia data premevano per rendere ereditari i propri possedimenti. «Dopo questa vittoria la cavalleria cominciò a prevalere anche tra i franchi, soprattutto grazie alla diffusione della staffa, a partire dall’VIII secolo», proveniente dalle steppe dell’Asia centrale, la staffa si diffuse rapidamente in Europa e permetteva al cavaliere di rimanere saldo in sella e aumentare la forza e violenza del colpo di lancia o di spada, rendendo la carica di cavalleria pesante inarrestabile in campo aperto. È anche il contatto con gli arabi nel sud della Francia, e con la loro cavalleria, «a far emergere per i franchi, diventati ormai il regno egemone dell’Occidente cristiano, la necessità di modernizzare le proprie strutture militari».

Se Carlo Martello avesse perso a Poitiers «oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e dall’alto delle sue cattedre si dimostrerebbe a un popolo circonciso, e la verità della rivelazione di Maometto» mentre con «l’affermazione del potere franco nell’Europa occidentale, confermata dalla battaglia di Tours, modellò la società e i destini del continente».

Umberto Maiorca

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La battaglia di Hastings

La battaglia di Hastings e i suoi antefatti sono descritti nell’Arazzo di Bayeux

Il 14 ottobre del 1066 l’esercito normanno al comando del duca Guglielmo (poi detto il Conquistatore), composto da arcieri, fanti pesanti e cavalieri, si scontra, sulle colline di Hastings, con le schiere di re Aroldo Godwinson, costituite dalle truppe scelte degli housecarles (truppe addestrate al combattimento in maniera continua) e da sudditi che prestavano servizio annuale (fyrd, poco esperti e molto disubbidienti) e qualche centinaio di contadini male armati.

Dopo ore di battaglia e dopo aver corso il rischio di morire e di perdere lo scontro, Guglielmo è padrone del campo. Aroldo è morto, trafitto da una freccia all’occhio. I sassoni sono in fuga e i normanni sono padroni dell’Inghilterra e in pochi anni ne cambieranno usi, costumi e il volto di isola alle propaggini dell’Europa: «è proprio nella grande capacità dei normanni di adattarsi a differenti ambiti culturali e religiosi che va trovata la chiave dei fatti che portarono alla conquista dell’Inghilterra».

L’antefatto Edoardo il confessore muore il 5 gennaio del 1066, senza figli, e subito nascono dispute per la sua successione. Da un lato c’è Aroldo Godwinson, conte del Wessex, fratello della vedova del re, investito del titolo da Edoardo stesso sul letto di morte e ben visto dalla nobiltà sassone. Dall’altra c’era Guglielmo, duca di Normandia, che si faceva forte di una promessa fatta alcuni anni prima durante un soggiorno in Francia, prima ancora di diventare re, sempre da Edoardo («è degno di nota il fatto che per proteggersi dai sassoni, Edoardo si fosse circondato di normanni»). Terzo incomodo era Tostig, fratello di Aroldo, conte di Northumbria, e alleato con il re norvegese Harald Hardrada, anch’egli desideroso di salire al trono d’Inghilterra. Dovendo battersi contro il fratello, Tostig si allea con i norvegesi per conquistare l’isola, mentre Guglielmo prima di tentare la conquista dell’Inghilterra gioca la carta diplomatica e incassa l’approvazione papale che «ebbe come conseguenza che un numero molto maggiore di nobili della Francia settentrionale aderì» alla sua causa. Un sostegno considerevole se si considera che «quando Guglielmo, duca di Normandia, organizza la spedizione che lo porterà ad assumere la corono d’Inghilterra dopo la battaglia di Hastings, deve ricorrere più allo spirito di conquista dei propri cavalieri che alle norme feudali; e questo per non trovarsi con un esercito che avrebbe combattuto solo per 40 giorni e comunque non fuori dai confini del Ducato».

Aroldo raffigurato nell’Arazzo di Bayeux

Il breve regno di Aroldo Aroldo viene eletto dal consiglio della nobiltà e dei capi religiosi (witan) nuovo re d’Inghilterra e deve subito fronteggiare, a luglio del 1066, il fratello Tostig e l’attacco all’isola di Wight. Per tutta l’estate si susseguono scontri di piccola entità, fino al 25 settembre, quando Aroldo sorprende e sconfigge il fratello e il re norvegese Harald Hardrada (entrambi trovano la morte sul campo di battaglia, il norvegese trafitto da una freccia alla gola) a Stamford Bridge, circa 15 chilometri a nord di York. Uno scontro durissimo nel quale perdono la vita almeno 1.000 housecarles e un numero imprecisato di fyrd. Per i norvegesi è anche peggio, tanto che il figlio di Harald giurò che non avrebbe attaccato mai più l’Inghilterra. Il re vichingo venne preso alla sprovvista dall’attacco di Aroldo e «inviò un contingente al di là del ponte, sulla riva occidentale, per avere il tempo di schierare i suoi uomini su quella orientale dietro un muro di scudi; ma gli inglesi liberarono il ponte e irruppero sulla riva opposta, lanciando un attacco che vide Harald chiudere nel modo più glorioso una vita esemplare da condottiero».

Aroldo è ancora sul campo di battaglia quando viene a conoscenza delle intenzioni di Guglielmo e gli si fa incontro con una veloce contromarcia (dopo aver coperto 320 chilometri in 5 giorni per affrontare i vichinghi, ne fece 90 in due giorni per tornare a Londra, riprendere fiato e per dirigersi contro i normanni) con tutti gli uomini disponibili, perdendone diversi per la via in quanto avevano espletato il servizio annuale, di solito 60 giorni, scaduto il quale gli uomini del fyrd potevano tornarsene a casa. Il nerbo dell’esercito sassone è costituito dagli housecarles, «esperti soldati di fanteria pesante che indossavano cotte di maglia e combattevano servendosi di asce dal manico lungo adottate dai vichinghi». Gli housecarles portavano «un elmo conico con un nasale e probabilmente un guardanuca di maglia di ferro; a protezione del corpo era portato un usbergo di maglia indossato sopra una veste imbottita. Le gambe e i piedi erano protette da stoffa imbottita legata con lacci. Lo scudo era grande e a forma di mandorla, fatto di legno coperto di cuoio indurito, spesso rinforzato da strisce di metallo, con un umbone metallico al centro, in corrispondenza dell’impugnatura interna». Appesa alla cinta portavano una spada corta, ma l’arma preferita era la battleaxe, l’ascia a due mani di origine danese «lunga oltre un metro, con la sua grande lama ricurva: un’arma spaventosa, che inflisse gravi perdite a fanti e cavalieri normanni». A supporto di queste truppe scelte serviva la milizia (fyrd, «la nazione in armi, la mobilitazione generale degli uomini liberi per la difesa, per esempio, del shire, delle coste, del borough»), cioè tutti i maschi in età militare che dovevano servire per un certo numero di giornate il re in armi. Erano pochi gli uomini del fyrd che potevano permettersi maglie di ferro, spade e scudi. Vesti imbottite e mazze erano, spesso, le uniche protezioni e armi d’offesa. Per due secoli, però, avevano difeso l’Inghilterra dalle scorrerie dei vichinghi, ma non servivano con continuità e non avevano l’addestramento degli housecarles. Seguivano truppe ausiliarie formate da contadini per le operazioni di scavo, approvvigionamento e anche di combattimento con forconi e bastoni.

Le forze in campo Aroldo poteva contare su 2.000 housecarles e 5.500 miliziani. Guglielmo aveva ai suoi ordini 2.000 cavalieri e 5.000 fanti e arcieri e balestrieri, arma che fece la sua prima comparsa sui campi di battaglia proprio ad Hastings. Altre fonti arrivano a considerare almeno in 30.000 uomini la forza d’invasione, ma appare poco credibile viste le scarse conoscenze sia in campo marittimo dei normanni e sia di logistica per l’epoca. Tanto che per la preparazione della navi da trasporto per uomini e cavalli si affidò ai maestri d’ascia bizantini. Guglielmo, alla fine, salpò verso l’Inghilterra con circa 450 navi. L’esercito normanno era costituito da vassalli di Guglielmo, mercenari e avventurieri del nord della Francia e delle Fiandre e dell’Italia meridionale. I cavalieri normanni indossavano «usberghi di maglia ad anelli simili a quelli degli housecarles, ma anche più lunghi, uniti in un unico pezzo dalla testa sino alle gambe. Le loro armi principali erano la spada e la lancia» mentre alcuni «usavano anche mazze ferrate». La fanteria combatteva con giavellotti, spade e scudi più grandi di quelli dei cavalieri, mentre gli arcieri erano spesso contadini «muniti di arco corto, efficace sino a 80-100 metri di distanza». Gli eserciti normanno e sassone, almeno sul campo di Hastings, erano equivalenti per numero e forza d’impatto nel corpo a corpo, ma gli “uomini del nord” potevano contare proprio sull’arco, arma che alla fine si rivelò la più letale, decidendo l’esito dello scontro.

Il vettovagliamento delle navi (Arazzo di Bayeux)

Guglielmo salpa dal porto di Saint Valéry-sur-Somme e sbarca sulla costa meridionale tra i castelli di Hastings e di Pevensey, per poi marciare su Londra, il 28 settembre. «La tappezzeria di Bayeux ci mostra nel 1066 l’esercito di Guglielmo il Conquistatore prepararsi alla spedizione d’Inghilterra imbarcando botti di vino, ciò che non escludeva affatto la necessità di vettovagliarsi in territorio nemico: poco dopo lo sbarco, infatti, informa la stessa fonte, la cavalleria “si affrettò verso Hastings per razziare cibo”»1 e per cercare di attirare in campo aperto Aroldo, il quale stava facendo riprendere fiato alle sue stanche truppe a Londra. Se il re sassone non fosse corso contro i normanni intenti a saccheggiare i suoi domini personali e li avesse attirati verso l’interno, lontani dalla via di fuga del mare, «le possibilità di una vittoria sassone sarebbero state ben maggiori». I due comandanti, invece, corsero incontro al proprio destino. E mentre i normanni razziavano il territorio si trovarono addosso gli uomini di Aroldo. Il re sassone sapeva di essere in inferiorità numerica e non osò attaccare, nonostante l’effetto sorpresa, decidendo di attestarsi sul crinale di una collina e facendo assumere ai suoi una formazione in linea, concava, a ranghi serrati, con gli uomini armati di asce e spade dietro gli scudi.

La posizione scelta da Aroldo era perfetta per una difesa ad oltranza. Dalla collina di Senlac si dominava tutta la valle, dove scorreva un fiumiciattolo, fiancheggiato ai lati da un terreno paludoso e accidentato e da boschi, cosa che rendeva «praticamente impossibili manovre di aggiramento» costringendo Guglielmo ad attaccare frontalmente.

Lo schema tattico della battaglia

La battaglia Quella sassone era una formazione serrata contro la quale si infransero diversi assalti normanni. La tattica militare normanna prevedeva una carica frontale da parte della cavalleria pesante, resa ancor più devastante dal perfezionamento delle staffe e dall’introduzione di una sella che bloccava il cavaliere in posizione frontale e «che permettevano al cavaliere di restare in sella quando colpiva un nemico con la pesante lancia» e rendere il colpo ancor più duro e devastante. Per poter mettere in atto questa tattica, però, Guglielmo avrebbe dovuto attirare i sassoni in campo aperto. Aroldo si guardava bene dallo scendere dalla collina, ben sapendo che l’unica possibilità di vittoria era data dal rimanere trincerati dietro la siepe di scudi e respingere gli assalti fino allo sfaldamento dell’esercito avversario. Sia Aroldo sia Guglielmo sapevano che «il pendio rendeva estremamente difficile caricare contro i sassoni con speranze di successo».

Gli uomini di Guglielmo attraversarono il terreno paludoso e si schierarono davanti a Senlac Hill «ordinati in tre divisioni: i bretoni, i franco-fiamminghi e i normanni veri e propri, che costituivano la metà dell’esercito … La distanza era meno di 150 metri in linea d’aria e il dislivello era poco più di 10 metri. I bretoni erano a sinistra, i normanni al centro e i franco-fiamminghi erano a destra, più o meno paralleli all’ala sinistra dello schieramento di Aroldo», rispettivamente sotto il comando di Alan Fergant di Bretagna, il conte Eustache de Boulogne e il siniscalco William fitz Osbern. I normanni erano schierati con gli arcieri in prima linea, i fanti alle loro spalle e con i cavalieri in terza linea, visto che la conformazione del terreno non permetteva una carica immediata.

La città di Hastings

La battaglia ebbe inizio poco dopo le nove del mattino, con i normanni che si portarono a circa centocinquanta metri dal fronte sassone e iniziarono a scagliare frecce e giavellotti contro i nemici, per poi dare l’assalto alla pavesata di scudi retta dagli housecarles che «restando fianco a fianco, in modo che i bordi si sovrapponessero fra scudo e scudo» formavano «un muro impenetrabile». Il fitto lancio di dardi non provocò l’effetto voluto «perché a causa del ripido pendio, le frecce e i dardi delle balestre finirono oltre gli inglesi o ricaddero sui loro scudi». Guglielmo decise di mandare avanti la fanteria, risalendo al ripida collina. Le truppe normanne, come riporta il cronista Guglielmo di Poitiers, furono accolte da un lancio di giavellotti, lance, sassi e tronchi, prima di poter venire a contatto con il nemico. Il rumore delle armi e del metallo colpito, schiacciato e spezzato risuonavano le voci dei combattenti: «Olicrosse (Holy Cross, Santa Croce), Godamite (God Almight, Dio Onnipotente), Ut, ut, ut, (Out, out, out, Fuori, fuori, fuori)». E una volta arrivati quasi in cima alla collina i fanti armati di spada e ascia poco poterono contro i sassoni fermi dietro gli scudi. Assalto dopo assalto venivano rigettati indietro. A quel punto la fanteria, rigettata indietro, finì contro la cavalleria normanna in attesa sul fianco sinistro, scompaginandone la formazione e creando disordine. Anche Guglielmo finì disarcionato e subito si sparse la voce della sua morte. I ranghi normanni iniziarono a sfaldarsi. Salvo ricomporsi immediatamente all’apparire del duca, che aveva compreso il pericolo, a cavallo e senza elmo per farsi riconoscere dai suoi: «Guardatemi! Sono vivo e sarò vincitore, con l’aiuto di Dio!». Aroldo non approfittò di questo momento favorevole e trattenne i suoi uomini dietro il muro di scudi, mentre alle sue spalle continuavano ad affluire gli uomini del fyrd che non avevano trovato spazio sulla collina, andando a coprire i vuoti dei caduti. Nelle fila normanne, intanto, il vescovo di Bayeux, Oddone, «aveva fatto in modo che i fuggitivi più veloci non si allontanassero troppo dallo scacchiere dello scontro e tornassero a schierarsi per combattere di nuovo». Le due ali degli eserciti avversari si erano, comunque, volatilizzate. Aroldo tentò di coprire i buchi con quegli uomini che erano rimasti nelle retrovie, ai piedi della collina. Guglielmo rinforzò il fianco con quanti soldati riuscì a recuperare fermandone la fuga.

Dopo quattro ore di scontro ferocissimo, nel corso del quale lo stesso Guglielmo si era visto uccidere tre cavalli nella mischia e aveva riportato un’ammaccatura sullo scudo a seguito di un colpo d’ascia, la situazione non era cambiata: i normanni attaccavano e i sassoni si difendevano. Guglielmo di Poitiers ricorda che «si ebbe poi un insolito tipo di combattimento con una parte che attaccava a intermittenza con tutta una serie di manovre, mentre l’altra sosteneva l’assalto restando inchiodata sul posto».

Nel fragore e nella confusione della mischia, tra scudi spezzati, elmi infranti e spada che scintillavano nell’aria incrociandosi, mentre i normanni si ritiravano dopo l’ennesimo e infruttuoso assalto, un gruppo di miliziani sassoni abbandonò le proprie fila per inseguirli. Appena arrivati in pianura si ritrovarono isolati e vennero distrutti da una carica di cavalleria. Guglielmo comprese che quello era l’unico modo di vincere la battaglia, così ricorse ad un inganno. Mandò all’attacco la fanteria e la cavalleria, ma con l’ordine di fingersi impauriti e arretrare subito dopo il primo contatto con il nemico: «questa volta furono molti di più i miliziani inglesi che cedettero alla tentazione. Forse pensarono che una carica tempestiva all’inseguimento dei normanni in ritirata avrebbe portato alla definitiva vittoria sul nemico». Il re Aroldo non riuscì a trattenere i suoi uomini. I miliziani scesero di corsa dall’altura e si lanciarono contro i fanti in ritirata. Appena furono in pianura, però, comparvero i cavalieri normanni, che avevano fatto dietrofront, e con una sola carica spazzarono via i fyrd sassoni. Per molti storici, però, si tratterebbe «di una manovra troppo complicata per un esercito medievale» e sarebbe solo un evento nella continua evoluzione del combattimento. In ogni caso si rivelò vincente per la parte normanna. Per due volte Guglielmo utilizzo questo stratagemma. Nella pianura giacevano, morti, anche Gyrth e Leofwine, i due fratelli di Aroldo, accanto allo stendardo con lo stemma del Dragone del Wessex.

La morte di Aroldo (Arazzo di Bayeux)

Aroldo e gli agguerriti housecarl, però, presidiavano ancora la cima di Senlac Hill e sloggiarli da lì sopra era impresa difficile. Guglielmo schierò nuovamente arcieri e balestrieri e fece tempestare di dardi lo schieramento avversario, dopo aver ordinato di «sollevare gli archi in modo che le frecce cadessero dall’alto scavalcando la muraglia di scudi». I sassoni erano chiusi dietro e sotto gli scudi, come una testuggine romana, ma una freccia si infilò nella fessura tra due scudi e si conficcò nell’occhio di Aroldo, ferendolo mortalmente (episodio illustrato nell’arazzo di Bayeux). Le truppe sassoni si disgregarono aprendo ampi varchi nelle loro fila. I bretoni iniziarono «a risalire sul lato occidentale del pendio e cominciarono ad aggirare l’ala destra dei sassoni»2. Eustache de Boulogne attaccò con un contingente di cavalieri dal lato orientale, stringendo i sassoni in una morsa sempre più stretta. Tanto che i miliziani rimasti si disgregarono e tentarono di fuggire gettandosi di corsa lungo la collina. Gli housecarl, invece, mantennero la posizione fino ad essere sopraffatti dai normanni. Un gruppo di combattenti era rimasto a guardia di Aroldo morente e resistette attorno allo stendardo con l’effige del “Fighting man” fin quando «vi penetrarono i cavalieri guidati da Eustache e da Guy de Ponthieu e fecero a pezzi lo sfortunato re sassone». La guardia del re era legata a lui «da un impegno personale e combatteva sotto il so vessillo dorato e ornato di pietre preziose, in cui era raffigurato un uomo nell’atto di combattere». Altre fonti riferiscono che Aroldo «sia stato ucciso da un cavaliere normanno mentre era agonizzante, un gesto per il quale l’autore fu degradato e punito da Guglielmo». L’arazzo di Bayeux mostra crudamente il campo di battaglia cosparso di cadaveri di soldati e di corpi mutilati dalle tremende asce sassoni o dai pesanti spadoni normanni. L’ultima resistenza sassone fu opposta da un gruppo di housecarl ad un chilometro dal luogo della battaglia. Trincerati dietro un fosso rinforzato con tronchi d’albero, i sassoni resistettero fino alle cinque del pomeriggio agli assalti normanni. Poi fu un massacro. Anche il prode Eustache de Boulogne, fidato di Guglielmo, morì in quell’ultimo scontro.

La spoliazione dei morti, sul fondo del particolare dell’Arazzo di Bayeux

Poi iniziarono le operazioni di spoliazione dei morti, come si vede bene «nel margine inferiore della tappezzeria di Bayeux; essa raffigura, infatti, alcuni uomini intenti a spogliare i morti delle loro armature e a raccogliere in mucchio spade e scudi custoditi da uno di loro armato di lancia, indizio quest’ultimo, che si trattava forse di una spogliazione sistematicamente organizzata». Il cadavere di Aroldo fu riconosciuto dalla donna del re sassone e consegnato alla madre «affinché gli desse sepoltura». Le fonti della battaglia di Hastings sono, però, quasi tutte di provenienza normanna ed è molto verosimile che riportino una versione cavalleresca dell’episodio, lodando il comportamento cavalleresco del duca. Confrontando altre fonti e con quanto si vede nell’arazzo di Bayeux, appare molto probabile che il corpo di Aroldo venisse smembrato e gettato in mare, o inumato sulla riva, su ordine di Guglielmo, il quale riteneva il re sassone un pagano e non degno di una sepoltura cristiana. Secondo un racconto di fonte sassone, invece, Aroldo fu sepolto nell’abbazia di Waltham, da lui fondata e sostenuta con prebende e concessioni.

Del destino dei corpi dei caduti, invece, poco si sa. Secondo la cronaca di Guglielmo di Poitiers, il Conquistatore si sarebbe comportato «in modo magnanimo verso i nemici “benché quelle vittime fossero degli uomini empi”; a sentire Guido di Amiens, al contrario, essi furono abbandonati “ai vermi, ai lupi, agli uccelli e ai cani”». Il fatto che sul luogo dello scontro non siano state trovate tracce di sepolture, anche comuni, fa propendere per quest’ultima ipotesi, cioè per un comportamento riscontrato in tanti altri campi di battaglia.

Alla fine dello scontro i normanni contarono almeno 3.000 uomini caduti. I sassoni ebbero perdite più elevate, ma non quantificate, anche se pochi tornarono alle proprie case. Guglielmo «preferì attendere rinforzi dal continente e assumere gradualmente il controllo del territorio circostante la capitale, al fine di isolarla e costringerla alla resa, invece di sottoporla ad un difficile assedio. Agì pertanto prima ad est nella zona di Canterbury, poi ad ovest fino a Winchester, impadronendosi del Wessex; quindi superò il Tamigi e risalì a nord fino a Cambridge, per entrare a Londra solo in dicembre, dopo aver raccolto la sottomissione di gran parte dei notabili del regno» e venire incoronato a Westminster a Natale.

Una volta conquistata l’intera isola «al posto di un paese sciatto e indisciplinato sorse un regno unito e compatto sotto un’autorità centrale, sicura e ereditaria». L’Inghilterra di Guglielmo e dei suoi successori «invece di diventare uno stato scandinavo di confine, l’Inghilterra divenne una forza di primo piano nello sviluppo dell’Europa occidentale, mentre il potere e l’influenza dei vichinghi finirono in secondo piano».

Umberto Maiorca

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La battaglia di Sant’Egidio

Braccio Fortebraccio ritratto da Salvatore Fiume (1949)

Il Papa da un lato che guarda alla città, Firenze dall’altro che preserva i suoi denari, i Visconti che incombono o le compagnie di ventura che imperversano nel contado. Per i perugini, nell’estate del 1416, la scelta è molto difficile. È il destino, o meglio la caparbietà di un uomo d’arme, a scegliere per loro. È Braccio Fortebraccio.

Braccio (Andrea) Fortebraccio (Perugia 1368 – l’Aquila 1424) è un aristocratico, un soldato, un condottiero al pari di Biordo Michelotti, entrambi «devono la loro vocazione militare al fatto che, cacciati dalla città dopo la disfatta della loro fazione, hanno trovato un mezzo per sopravvivere e comunque mantenere il loro rango». Al servizio di pontefici e re, Braccio medita vendetta e il ritorno in città, da vincitore, dopo anni di esilio.

Nei primi anni del XIV secolo il Comune di Perugia è «in preda a difficoltà finanziarie insormontabili» e le «forze al servizio di Perugia sono sempre più spesso pagate dai suoi alleati, Milano o Firenze». Sempre più difficile è anche mantenere il vasto contado sotto il proprio controllo anche se «tranne che nel 1414, quando il governo comunale si inchina davanti alla superiorità militare di Braccio da Montone, le minacce esterne non bastano a rovesciare un regime», confermando la superiorità della città sul contado.

La situazione politica La condizione della città fino alla conquista di Braccio vede l’alternarsi al potere di Biordo Michelotti, capo indiscusso a seguito del tumulto dei Raspanti il 3 agosto del 1393. A marzo del 1398 viene assassinato dal cognato Francesco de’ Guidalotti «senza però che la sua scomparsa porti, contrariamente ai calcoli dei suoi avversari, al ritorno dei nobili al potere né alla riconciliazione col Papa». I priori si accordano con il duca di Milano e nel gennaio del 1400 gli conferiscono pieni poteri. Nel 1402 i discendenti di Giangaleazzo Visconti riconsegnano la città a Bonifacio IX. Dal 1408 al 1414, anno della sua morte, infine, Perugia è sotto il controllo di Ladislao re di Napoli. Fino alla battaglia di Sant’Egidio, quindi, la città viene amministrata dalle magistrature comunali, le quali «costantemente minacciate dalle truppe di Braccio da Montone, dedicano tutte le loro energie a racimolare denaro per pagare mercenari capaci di contenere gli assalti del famoso condottiero».

Uno scorcio di Perugia nel XV secolo da un affresco di Benedetto Bonfigli (1454)

La battaglia Nell’aprile del 1416 Braccio non è più al soldo del Pontefice, ha appena venduto la libertà di Bologna per 82.000 ducati d’oro, e ricompare in Umbria all’improvviso, alla testa di truppe sempre più numerose grazie ai soldi bolognesi, con il fido Tartaglia al suo fianco.

Braccio si presenta davanti alla città da Porta Sole, verso Monteluce e un primo scontro si accende a Fontenuovo. L’assalto viene respinto e «il giorno dopo subisce la medesima sorte un altro duplice assalto condotto sia da Fontenuovo che da Santa Giuliana. L’ostinazione del popolo nella difesa della propria città è sublime e anche le donne non disertano il loro posto nell’aiutare i combattenti» gettando pietre, vasi e brocche dalle finestre. Il carattere ardente dei perugini, d’altronde, era ben conosciuto, tanto che «i magistrati per risparmiare il sangue dei cittadini avevano severamente vietato loro di uscire dalle mura per combattere, e, per avvalorare il divieto avevano fatto murare quasi tutte le porte, ma i perugini erano i più bellicosi uomini d’Italia e quando i soldati di Braccio venivano a provocarli saltavano giù dalle mura o si facevano calare con una fune al basso» pur di dare battaglia. Ogni volta che i bracceschi si avvicinano piovono «dall’alto delle mura e delle torri flutti d’olio bollente e macigni contro gli assalitori».

Braccio decide, quindi, di porre l’assedio alla città, potendo contare sull’autorità riconosciuta sopra «centoventi castelli e ottanta villaggi». Il condottiero, quindi, «dai ritentati approcci della invelinita città tornava pesto e sanguinoso», ma poi sposta il suo quartier generale tra Brufa e Mirualdolo una volta avuta notizia che Carlo Malatesta, chiamato dalle magistrature comunali in qualità di “Difenditore dei Perugini per la Santa Chiesa”, lo minaccia con le sue truppe (2.700 cavalli), alle quali si sono aggiunte quelle di Ceccolino Michelotti (per altri 1.500 cavalli) e di Paolo Orsini (con migliaia di fanti e cavalieri, ma non giungerà in tempo per la battaglia e verrà sconfitto e ucciso a Colfiorito), dalla parte di Assisi.

Dal Pincetto, punto panoramico nel centro storico di Perugia, la visuale spazia sulla piana di Sant’Egidio, teatro della battaglia. In lontananza, sul fianco del monte Subasio, si vede Assisi.

I due eserciti si trovano di fronte a Sant’Egidio (più precisamente a Capanne di Ripa) il 7 luglio per il Pellini, il 12 per Muratori e Sismondi, ma la «condizione di Braccio era più pericolosa perché i perugini potevano fare una sortita ed assalirlo alle spalle e poteva giungere in aiuto dé suoi nemici Paolo Orsini e raddoppiarne il numero». Braccio è accampato «in quell’angusta pianura che giace tra il Tevere e Sant’Egidio, sulla strada d’Assisi». Insegne, lance ed elmi scintillanti brillano nel sole estivo.

Ecco come descrive la battaglia lo storico Sismondi: «I due eserciti, della medesima nazione e della stessa indole, si pareggiavano per impetuoso valore e per astio scambievole, Braccio divise il suo esercito in piccole bande, assolutamente staccate le une dalle altre, le quali movevano all’assalto ciascuna da sé, e poscia ritraevansi per ricomporre le loro ordinanze, indi, tornar di nuovo alla pugna; il Malatesta, secondo l’antica tattica, non fece che tre schiere della sua gente, cioè le due ali ed il centro. Da una parte la battaglia rinnovavasi senza interrompimento, dall’altra una parziale vittoria non decideva della giornata. Inoltre Braccio avea fatto apparecchiare moltissimi vasi pieni d’acqua per abbeverare i suoi cavalli e rinfrescare i soldati dopo ogni scaramuccia, senza che per ciò fare fossero costretti a rompere le ordinanze; la quale previdenza fu cagione della sua vittoria. La pugna durò sette ore, sotto l’ardente sole di luglio; e l’arsura accrescevasi per la densa polvere che ingombrava l’aria. I soldati del Malatesta, che vedevano scorrere il Tevere là vicino a cinquecento passi, non poterono all’ultimo resistere alla tentazione di accorrervi e dissetarsi, e ruppero i loro ordini.

Uno dei nipoti di Carlo Malatesta, Sigismondo, ritratto da Piero della Francesca (1451 ca.)

Braccio approfittò di quest’istante per piombare impetuosamente sopra di loro. Il Tartaglia da una banda e i fuoriusciti perugini dall’altra scompigliarono i soldati del Malatesta, e ne buttarono moltissimi nel fiume; quindi la rotta fu intiera; il solo Agnolo della Pergola riuscì ad aprirsi lo scampo con quattrocento cavalli all’incirca, e Carlo Malatesta rimase prigioniere con due suoi nipoti e circa tremila cavalieri. Ceccolino dei Michelotti, ch’ebbe la sventura di cadere nelle mani di Braccio, dal quale era acerbamente odiato, siccome capo in Perugia d’un partito da lungo tempo a Braccio nemico, fu, per quanto comunemente si crede, ucciso in carcere». Carlo Malatesta e i suoi nipoti trascorsero cinque mesi in prigionia e poi furono riscattati per 80.000 fiorini.

Lo scontro di Sant’Egidio non fu una grande battaglia, pur di fronte al numero di soldati che vi parteciparono, se si guarda al numero dei morti: appena 300 di parte perugina e 180 per i bracceschi, dopo sette ore di scontro. La battaglia, che rimane uno scontro medievale di masse di cavalieri e fanti, mise in luce la capacità di controllo sui propri soldati durante il combattimento da parte di Braccio.

Per dirigere meglio il proprio esercito, infatti, Braccio era solito dividere in squadroni e pattuglie i suoi uomini, in modo da poter lanciare più attacchi o dirigere le truppe dove si accendeva maggiormente la mischia. Una divisione che portava al maggior controllo delle forze in campo e ad una rotazione delle stesse, le quali potevano usufruire di momenti di riposo e per dissetarsi.

Una tecnica mutuata, probabilmente, dal modo di combattere dei legionari in prima fila, i quali al comando si ritraevano e lasciavano il posto al commilitone alle spalle. A Sant’Egidio la tattica si rivelò vincente. Braccio, inoltre, «aveva svolto un lavoro meticoloso di spionaggio e conosceva a menadito sia le forze perugine, sia il campo di battaglia, e si preparò di conseguenza».

Il pannello centrale della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello (1438 ca.), conservato alla Galleria degli Uffizi. Per lungo tempo si è ritenuto che raffigurasse la battaglia di Sant’Egidio

I soldati del Malatesta, invece, procedevano in formazione serrata, disposti in un grande semicerchio, tenendo le colline alle proprie spalle, per attirare i bracceschi e poi chiuderli a tenaglia. Il Malatesta era talmente sicuro della riuscita del suo piano che si ritirò nelle retrovie, nella sua tenda, in attesa che i suoi luogotenenti concludessero la battaglia. Braccio tenne le truppe nemiche costantemente sotto pressione con continui attacchi su tutto il fronte e quando vide i primi segni di cedimento (molti soldati avevano abbandonato il proprio posto per andare a bere al Tevere) lanciò l’attacco conclusivo con le riserve.

«A fianco di Braccio è un valoroso capitano, Malatesta I Baglioni, il quale deve vendicare la morte del padre Pandolfo e tanti anni di esilio. Al di sopra della canea si leva la voce di Braccio: “Animate i vostri soldati, o Baglione! Ricordate vostro padre trascinato morto per le vie di Perugia! Vendicatelo”».

Nella battaglia si distinsero anche il giovanissimo figlio di Braccio, Oddo, e l’allievo Niccolò Piccinino.

La battaglia di Sant’Egidio fu, comunque, un episodio molto conosciuto e commentato all’epoca, tanto che per anni si è creduto che anche Paolo Uccello avesse voluto ritrarlo in un suo famoso dipinto: quello che adesso è conosciuto come la Battaglia di San Romano (uno scontro tra senesi e fiorentini), un trittico, ora diviso tra la Galleria degli Uffizi, la National Gallery di Londra e il Louvre di Parigi.

Altra differenza tra i due schieramenti sono quelle che vedevano Braccio preferire l’utilizzo della cavalleria pesante, mentre Carlo Malatesta puntava su schiere compatte di fanti, ma senza disporli in quadrato (come i picchieri svizzeri pochi decenni dopo) e senza l’appoggio di picche e pali per fermare i cavalli.

Lo stemma di Braccio Fortebraccio, con il montone nero in campo dorato che ricorda le origini del casato (proveniente dal borgo di Montone a nord di Perugia), è affrescato all’interno del palazzo dei Priori di Perugia, nella splendida Sala dei Notari

Braccio «se ancora non era arrivato a concepire un piano di battaglia, nell’accezione moderna, certamente si preoccupava di un’accurata preparazione, che teneva conto degli elementi a favore e a sfavore». Luigi Bonazzi è uno storico certamente non tenero con Braccio, ma riconosce al condottiero quel titolo che gli compete «per la restaurata arte militare. Che le battaglie moderne assomiglino più alle antiche che a quelle del medio evo, in cui il nerbo della guerra consisteva tutto nella cavalleria gravemente armata, lo ha già osservato il medesimo autore. Ora, se badiamo alle minute descrizioni che delle battaglie braccesche ci ha lasciato il Campano, si trova che quella immensa cura delle vettovaglie e delle spie, quella rapidità delle marce, quel sostituire truppe fresche alle stanche, quel trattenere la battaglia fino all’arrivo d’altre truppe, quell’uso frequentissimo di cavalli leggeri sono tutte cose che sentono assai più del tempo antico e moderno che del medio evo».

La breve signoria Braccio entrò in città da vincitore e sfilò per il corso cittadino senza armi né scorta per dimostrare che non aveva paura e «nel prendere la signoria della sua patria egli promise di rispettarne le antiche leggi e in parte anche la libertà». La pace fu conclusa il 16 luglio 1416 nel convento degli olivetani di Montemorcino. Il condottiero «non fu un cattivo signore di Perugia e si diede da fare sotto il profilo amministrativo; ma certamente rimaneva un soldato di mestiere e perciò continuò a combattere». Dopo la conquista della città anche la compagnia di Braccio cambiò fisionomia, costituita da soli umbri divenne sempre più una forza armata regionale. Con la sua compagnia Braccio guerreggiò per altri otto anni in giro per l’Italia centrale per difendersi da papa Martino V o combattendo nel regno di Napoli. Fino al giugno del 1424, quando morì sotto le mura di L’Aquila.

Umberto Maiorca

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La disfatta di Hattin

Il destino di Gerusalemme è segnato. Come quello dei regni cristiani d’Outremer. Dopo la conquista del 1099 e quasi cento anni di scaramucce, due personaggi di grande valore, pur operanti in schieramenti opposti, e tre avventurieri causarono la disfatta cristiana in Oriente.

I primi due sono Baldovino IV di Gerusalemme, il re-cavaliere adolescente e lebbroso, e Salah ad Din, colui che restituì la Città santa all’Islam.

Il terzetto degli altri personaggi è invece costituito da Guido da Lusignano, Gerardo di Ridefort e Rinaldo (o Reginaldo) di Châtillon.

Il 25 novembre del 1177 a Mont Gisard il giovane Baldovino, aiutato dai Templari, dagli Ospitalieri e dal fratello Baliano di Ibelin (difensore della Città Santa dopo la disfatta di Hattin) sconfisse Saladino grazie ad una violenta carica di cavalleria pesante (un cuneo di acciaio, ferro e cavalli) che ruppe il fronte musulmano, mettendo a rischio la stessa vita del sultano. Una vittoria che ritardò di dieci anni i piani di riconquista di Gerusalemme. Il ritorno della Città Santa nelle mani musulmane, infatti, era solo una questione di tempo. Saladino aveva dalla sua le immense ricchezze e riserve di Siria ed Egitto, di contro Baldovino poteva contare sulle sempre minori risorse di Terrasanta e quelle scarsissime di un Occidente alle prese con le lotte tra Impero, Papato e Comuni. Alla sua morte anche il fronte politico interno si ruppe.

La situazione politica e militare Le difese dei regni cristiani si basavano su una ragnatela di fortezze «quasi inespugnabili se non per fame, tradimento o laboriosi e costosi lavori d’assedio». I castelli e i forti presidiavano i punti nevralgici delle vie di comunicazione in Terrasanta e i pozzi (principale risorsa umana e militare del territorio) erano costruiti a breve distanza l’uno dall’altro, in modo che le guarnigioni fossero in grado di portare soccorso velocemente in caso di attacco o ospitare le carovane e dare rifugio ai pellegrini.

Alla morte di Baldovino IV, il 16 marzo del 1185, le divisioni dei cristiani e gli intrighi politici, che minavano la forza dei regni cristiani e mostravano tutta la loro debolezza, portarono all’elezione di Guido di Lusignano, marito di Sibilla, sorella di Baldovino, a scapito di Raimondo di Antochia, grazie anche all’appoggio del gran maestro Templare Gerardo di Ridefort e all’avventuriero Rinaldo di Châtillon «che osava attaccare anche le carovane dei musulmani dirette verso la Mecca, sollevando la riprovazione degli stessi cristiani».

Il regno di Gerusalemme era conteso tra i signori locali, discendenti dei cavalieri della prima crociata, come Raimondo di Tripoli e Baliano di Ibelin, e i nuovi cavalieri, giunti dall’Europa con la speranza di acquisire terre e potere, come Rinaldo Châtillon e Guido di Lusignano. I primi conoscevano la debolezza politica e militare dei possedimenti di Outremer e la necessità di mantenere diviso il fronte interno musulmano e di non dare battaglia in campo aperto per poter sperare di sopravvivere. Lo stesso Saladino sapeva di non aver speranza di poter prendere castelli come Acri, Kerak e Tiro. Gli “uomini nuovi”, invece, vedevano nella guerra l’unico modo di appagare il proprio desiderio di gloria e di mettere alla prova il proprio ardimento. «Coraggio, forza, capacità di maneggiare le armi, una fierezza atta ad incutere timore e soggezione nonché spirito combattivo, diventarono le componenti fondamentali del carattere aristocratico, quale fu luminosamente esemplificato da crociati dello stampo di Goffredo di Buglione e Rinaldo di Châtillon». Il primo, però, fu coraggioso, accorto ed efficiente, il secondo solo temerario e venne ucciso, dopo la battaglia di Hattin, da Saladino anche perché, contravvenendo al codice cavalleresco, aveva attaccato la carovana della sorella del sultano.

Scena del film “Le crociate” (Kingdom of Heaven), diretto nel 2005 da Ridley Scott.

La preparazione alla battaglia Il 24 giugno del 1187 Salah ad Din, dopo aver radunato un esercito di 45.000 uomini (12mila i cavalieri pesanti e 10mila arcieri a cavallo), si mosse alla volta di Tiberiade, governata dalla moglie di Raimondo di Tolosa. Il 2 luglio la città è assediata e presa. La guarnigione si rinchiude nella cittadella. Guido da Lusignano, disdegnando i consigli dei vari signori cristiani di Terrasanta, raduna 18.000 fanti, 4.000 ausiliari e 1.200 cavalieri e si mette in marcia per cercare di intercettare le truppe del sultano. Si tratta della quasi totalità delle forze cristiane di Outremer.

Il re di Gerusalemme, fidandosi di Rinaldo di Châtillon e Gerardo di Ridefort, marcia verso Tiberiade, non sapendo che la trappola è già scattata. Saladino ha finto di attaccare la fortezza sul lago, contro la quale poco avrebbe potuto, per spingere i cristiani a combattere in campo aperto, dopo aver chiuso tutti i pozzi e le sorgenti lungo il percorso.

Il 1 maggio del 1187 Gerardo di Ridefort si era già reso protagonista, in negativo, dello scontro alle fonti di Cresson, dove aveva voluto attaccare una forza musulmana di 7.000 guerrieri a cavallo guidati da Keukburi, con appena 140 cavalieri e 300 fanti. In quell’occasione era stato sconsigliato da Roger des Moulins, maestro degli Ospitalieri, e dal maresciallo dei Templari Giacomo di Mailly, ma «Gerard lo accusò di vigliaccheria e di avere troppo a cuore la sua bella testa bionda per rischiare di perderla», al che il maresciallo gli rispose «che da uomo coraggioso sarebbe morto in battaglia, mentre lui, Gerard, sarebbe fuggito come un traditore – e la sua previsione si rivelò corretta».

Ridefort attaccò con i cavalieri senza attendere la fanteria, che non prese parte allo scontro, finì accerchiato e scampò miracolosamente alla morte insieme con due confratelli e «agì in modo analogo e altrettanto disastroso nella battaglia ben più significativa e catastrofica di Hattin, pochi mesi dopo». Quel giorno Roger De Moulins e Giacomo di Mailly morirono combattendo.

Raimondo III di Tripoli.

Il consiglio di guerra del re di Gerusalemme è chiamato ad affrontare la situazione. Raimondo da Tripoli si oppone ad una missione di soccorso alla città di Tiberiade e alla moglie, la contessa Eschiva. Raimondo sa che Saladino non le avrebbe mai fatto del male e che una città perduta si può sempre riconquistare, ma sa anche che l’assedio di Tiberiade è solo l’esca per mettere in trappola l’esercito cristiano. Per cui «Raimondo III raccomanda la prudenza e consiglia di attendere che l’esercito islamico si disperda, come nel 1183. La sua opinione prevale, ma Gerardo di Ridefort, gran maestro dei Templari e nemico personale di Raimondo, fa notare al re Guido che Raimondo, mosso da ambizione, mira con quel consiglio solo al disonore del sovrano. Già accusato di pusillanimità nel 1183 per aver rifiutato di dar battaglia a Saladino, stavolta Guido di Lusignano ritiene di dover agire senza attendere».

Raimondo III consigliava di attirare Saladino davanti alla fortezza di Acri per impegnarlo in una battaglia campale «e far strage di loro, così che il Saladino, dopo una schiacciante sconfitta, abbandoni la Terrasanta per mai più farvi ritorno» con la sicurezza di aver le spalle protette dai rinforzi del castello, mentre «nel deserto, il Saladino è avvantaggiato, può manovrare più velocemente, e le sue forze avrebbero il sopravvento».

L’avventuriero salito al trono più per gli intrighi che per il valore, parte per «una campagna di guerra condotta in un deserto dove la mancanza d’acqua era assoluta. Sfuggendo alla ragione e al buon senso, egli prese una decisione che avrebbe portato i crociati a sicura disfatta». Nella decisione pesò molto l’opinione del gran maestro Ridefort, temuto da Guido da Lusignano per l’aiuto che gli aveva dato nell’ascesa al trono. A nulla valse il racconto di un servo del re che aveva visto «un’aquila che stringeva sette dardi negli artigli sorvolare il campo cristiano. E la udì gridare: “Bada a te, Gerusalemme!”».

L’area geografica del teatro della battaglia di Hattin.

La piana di Baruf e i corni di Hattin Le truppe cristiane lasciano i freschi giardini di Saffuriya, il 3 luglio, e marciano lungo i polverosi e aridi sentieri di Terrasanta per coprire i 15 chilometri che li separano da Tiberiade, molestati dai continui attacchi alla retroguardia e ai fianchi da parte della cavalleria leggera musulmana e dalla polvere che rende secca l’aria e le gole di uomini e animali. «I cavalieri al centro della colonna dei crociati erano costretti a procedere alla velocità dei soldati a piedi che formavano una camicia protettiva tutt’intorno a loro e che, con le casacche di maglia di ferro e le giubbe di cuoio, proteggevano i loro cavalli dalle frecce saracene. Ma dal calore del sole non c’era via di scampo».

L’esercito crociato si trova nella piana di Baruf, a pochi chilometri da Tiberiade, sempre sotto attacco da parte degli arcieri a cavallo di Saladino e percorre un sentiero segnato da piccoli avvallamenti e uadi, corsi d’acqua che hanno modellato la roccia nel tempo, ma prosciugati dalla stagione arida. «Avventurarvisi nelle ore calde del giorno avrebbe significato sfidare la morte, per un esercito di cavalieri con corazza e cotta d’arme». Il caldo e la sete li tormentano più dei nemici, ma «i crociati continuavano ad avanzare con la forza della disperazione, persuasi di poter giungere alle fresche acque del lago» che avevano visto tanti miracoli di Gesù.

La lunga colonna è composta solo da soldati, non ci sono carriagi e scorte d’acqua, in genere trainati dai buoi, perché avrebbero rallentato la marcia. Guido e i suoi volevano la battaglia. Ogni soldato ha la sua borraccia. Dopo sei ore di marcia e di continue soste sotto il sole per permettere ai balestrieri di rintuzzare gli attacchi musulmani e per ricompattare le file di cavalieri e pedoni, però, le scorte d’acqua sono esaurite. Le fonti più vicine sono quelle di Turan, con una lunga deviazione a nord lontano da Tiberiade, oppure ad Hattin.

La battaglia di Hattin in una miniatura.

Guido di Lusignano decide per quest’ultima fonte. Un gruppo di cavalieri si lancia in avanscoperta, subito inseguito da un drappello di cavalieri musulmani. Raimondo percepisce il pericolo che la colonna venga tagliata in due e si prepara ad attaccare, quando un messaggero del re gli comunica che bisogna fermarsi e montare il campo: «Senz’acqua Raimondo sapeva che questa sarebbe stata una condanna a morte e disse al re: “Ahimè, ahimè! Signore Dio, la guerra è finita. Siamo traditi a morte e la terra è perduta”». Saladino «dispose che venissero allestite carovane di cammelli carichi di acqua attinta dal lago di Tiberiade, e che gli otri d’acqua venissero posizionati vicino al campo. Essi furono svuotati davanti agli occhi dei cristiani, col risultato di far soffrire a loro e ai loro cavalli tormenti perfino maggiori per via della sete» si legge nella cronaca del cosiddetto “Continuatore di Guglielmo di Tiro”.

La notte viene passata in armi e all’alba la colonna si rimette in marcia, infastidita dal fumo dei roghi di sterpaglie accesi dagli uomini di Saladino sulle alture che sovrastano il percorso. Dal campo saraceno giunge un messaggero: «Sire, io vengo a portare un’offerta di pace da parte del sultano. Egli pone come condizione che voi abbandoniate i vostri sogni di conquista e ve ne torniate donde veniste, oltremare, per non fare più ritorno».

Colto da un senso di presagio, Guido da Lusignano rispose convocando Saladino «dinanzi al Tribunale del Cielo», ma non sarebbe stato quello il giorno per nessuno dei due. Molti cavalli sono morti per la sete o per le frecce saracene (che non mancano visto che Saladino ha predisposto un ingente rifornimento con una carovana di settanta dromedari).

I cavalieri proseguono a fianco dei pedoni. Alcuni iniziano ad arrendersi, altri cercano di fuggire scalando le colline intorno alla pista. I cavalieri Bald de Fortuna, Raymundus Buccus e Laodicius de Thabaria si consegnano ai musulmani e condotti davanti a Saladino gli dissero: «Sire cosa aspettate? Piombategli addosso poiché sono già morti».

Schema tattico della battaglia.

È quasi mezzogiorno quando il comandante dell’avanguardia, Raimondo di Tolosa, conscio ormai del pericolo di essere annientati, decide di rompere gli indugi, raduna i suoi cavalieri e attacca frontalmente l’esercito musulmano alle pendici dell’altura dove si tramandava che Gesù avesse pronunciato il Discorso delle beatitudini. Una carica violenta con la quale infligge e subisce gravi perdite, ma che permette di rompere l’accerchiamento e riparare a Tiro con numerosi cavalieri: «il fragore delle armi saliva fino al cielo. I corpi degli uccisi coprivano il terreno pietroso ai piedi del monte».

Baliano di Ibelin, in retroguardia, tenta un’identica operazione e porta a termine la manovra di sganciamento di buona parte dei suoi soldati. I due condottieri si girano di sella per fare segno al grosso dell’armata di infilarsi nell’apertura creata a prezzo di molte perdite, ma il grosso dell’esercito non si muove.

Raimondo III punta contro il contingente musulmano guidato da Taqi al-Din, il quale «decise che la prudenza era il lato migliore del valore e aprì un varco tra i suoi ranghi per far passare i Crociati». Guido di Lusignano e i suoi, invece, rimangono intrappolati nella sacca e si arroccano sulle due alture vicine, conosciute come i corni di Hattin.

La morsa di Saladino si stringe su quel che resta dell’esercito di Gerusalemme. I cavalieri e i fanti piantano le lance nel terreno, ergendo un muro di ferro e legno contro il quale s’infrangono destrieri e cavalieri saraceni. La muraglia corazzata regge il primo e anche il secondo urto. I musulmani avanzano a piedi e la battaglia si trasforma in un corpo a corpo violento, chi cade viene schiacciato. Gli scudi vanno in frantumi, le spade si scheggiano infrangendo elmi e lacerando i corsetti di cuoio. I Templari e gli Ospitalieri tengono il fronte a loro affidato respingendo ogni tentativo saraceno. Le armi pesanti dei Crociati incutevano timore e mietevano vittime tra gli arabi armati alla leggera.

Il fronte di battaglia era molto stretto e favoriva, pur distrutti dalla sete e dal sole, i fanti e i cavalieri cristiani sulla difensiva, chiusi nelle armature e dietro gli scudi. I saraceni tempestavano di frecce i nemici, ma non riuscivano a sfondare. Tanto che la linea musulmana inizia a dare segni di cedimento. Soprattutto quando i cavalieri cristiani effettuano due cariche, disperate, arrivando fin quasi alle tende del sultano, ma senza acqua e stanchi la resistenza si affievolisce e, lentamente,vengono sopraffatti dai musulmani.

Sono diverse ore che si combatte e nel primo pomeriggio, quando le difese non esistono più e lo scontro si accende ovunque ci sia un gruppo di cristiani che non si arrende, le forze saracene puntano alla tenda rossa di Guido da Lusignano, circondata e colpita dai turcomanni. Il vescovo Rufino di Acri e Bernardo di Lidda vengono uccisi e la Vera Croce catturata dal comandante Taqi al-Din (nipote di Saladino). In molti si arrendono. Guido da Lusignano è stravolto, si siede per terra, davanti alla sua tenda e attende di essere catturato.

Interpretazione artistica moderna della resa di Guy di Lusignano a Saladino.

Il cronista Ibn al-Athìr riporta le parole del figlio di Saladino, al-Afdal: «Guardavo mio padre e vedevo che era agitato, pallido e che teneva lo scudo» e quando vede cedere il muro di scudi crociato prosegue «Li abbiamo sconfitti». Saladino, però, lo zittisce: «Silenzio, non li avremo battuti sin quando non sarà caduta la tenda del re». Intorno alle tre del pomeriggio la tenda rossa cade. La battaglia è finita. Al massacro scampano circa 3.000 uomini, tra cui i cavalieri di Raimondo di Tripoli e la retroguardia al comando di Baliano d’Ibelin.

Saladino si porta fin davanti alla tenda del re, scende da cavallo, stende il suo tappeto di preghiera sul terreno insanguinato e prega Allah. Poi fa condurre i nobili prigionieri nella sua tenda, dissetandoli e trattandoli bene, tranne che Rinaldo di Châtillon. Guido di Lusignano («i re non si uccidono a vicenda») infatti, dopo aver bevuto dalla coppa la porse a Rinaldo, ma Saladino si adirò: «Non mi garba che diate da bere a costui nella mia coppa. Questo maledetto non può bere senza il mio permesso nella mia tenda, e se osa farlo la sua vita non sarà risparmiata». Rinaldo bevve fino in fondo e rifiutò l’offerta di aver salva la vita in cambio della conversione all’Islam.

Saladino lo decapitò personalmente e la sua testa fu issata su una picca e «portata in giro per tutto il paese come simbolo della vittoria di Allah sugli infedeli». Poi fece imprigionare e vendere come schiavi i fanti (il numero fu talmente elevato da far crollare i prezzi del mercato di Damasco) e ordinò l’uccisione di tutti i Templari e gli Ospitalieri catturati.

Nessuna pietà per i turcopoli, ausiliari arabi al soldo dei crociati. Senza più difensori città e fortezze cristiane si arresero nel giro di pochi mesi a Salah ad Din. «I cristiani dell’Oriente avevano già subito dei disastri in passato e i loro re e principi erano già stati catturati altre volte, ma allora erano stati fatti prigionieri da piccoli signorotti in cerca di modesti profitti.

Sui Corni di Hattin venne annientato il più grosso esercito che il regno avesse mai radunato, venne perduta la Vera Croce, e il vincitore era il capo dell’intero mondo musulmano».

Umberto Maiorca

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Belgrado, 1456: la battaglia che fermò gli Ottomani

Maometto II, ritratto di Gentile Bellini.

Il 29 maggio del 1453 Costantinopoli è perduta. L’imperatore Costantino XI Paleologo, armi in pugno, si getta nella mischia nei pressi della Porta di San Romano e scompare. Con lui muoiono anche le ultime vestigia dell’Impero romano. Dopo la caduta di Bisanzio tutta l’Europa è in pericolo. E lo sguardo del sultano Mehmet II si appunta sulla sterminata pianura ungherese.

I preparativi turchi Nel 1456 un’armata della stessa estensione di quella che aveva conquistato Costantinopoli marcia verso Belgrado, la porta dell’Europa. Venezia ha sottoscritto una pace separata con il sultano. Vienna è lontana. La Francia sta a guardare. Solo papa Callisto III interviene a favore dell’Ungheria . Indice una crociata e invia sette frati cappuccini, con a capo il settantenne Giovanni da Capestrano, a predicare nell’Europa orientale (in latino, affinché tutti comprendessero e visto che nessuno di essi parlava le lingue dell’Est) e raccogliere volontari per combattere l’Orda verde . Mentre i frati predicano e raccolgono un esercito di diecimila volontari, però, Mehmet II è già in vista delle mura di Belgrado e assedia il forte (in ungherese Nándorfehérvár).

Gli ungheresi Ad attendere le truppe musulmane c’è il nobile transilvano János Hunyadi, padre del futuro re Mattia Corvino, e già da due decenni a capo dell’esercito ungherese nella lotta contro i turchi. Hunyadi, forte della propria esperienza di guerra aveva previsto che le armate di Mehmet II avrebbero investito Belgrado con tutta la loro forza e dall’anno prima aveva iniziato i preparativi per la difesa, sapendo di non avere la forza di affrontare il nemico in campo aperto. Così dopo aver sottoscritto la pace o la tregua con i suoi avversari, aveva approvvigionato e riarmato al fortezza di Belgrado, lasciandovi una guarnigione di 7.000 uomini (tra cui un corpo di 200 balestrieri polacchi, fondamentali per la difesa delle mura) al comando del cognato Mihály Szilágyi e del figlio maggiore Laszlo Hunyadi. Lasciata Belgrado János Hunyadi si dedica a percorrere tutta l’Ungheria per arruolare un’armata di soccorso e costituire un flotta di 200 corvette per pattugliare i corsi d’acqua e colpire le navi turche che risalgono il Danubio. La nobiltà, i notabili cittadini e i ricchi commercianti, non rispondono all’appello, timorosi del potere che Hunyadi sta accumulando, ritenendolo più pericoloso degli stessi turchi. Il rifiuto del re magiaro Ladislao il Postumo di assumere la guida dell’esercito, inoltre, esenta di fatto la nobiltà dal prendere parte alla crociata. Identiche difficoltà incontra Giovanni da Capestrano, raccogliendo adesioni alla crociata tra contadini e i piccoli proprietari terrieri, spesso armati di fionde, mazze, falci e forconi. Sommando anche le bande di mercenari e alcune compagnie di cavalieri raccolte da Hunyadi e le persone che seguono i frati (solo dalla Germania partirono alla volta di Belgrado calzolai, sarti, tessitori, minatori, fornai, studenti, chierici) si arrivò ad una forza di 30.000 uomini. Mehmet II avanzava con almeno settantamila uomini perfettamente equipaggiati.

L’assedio Il 28 giugno del 1456 gli uomini di Szilágyi osservano all’orizzonte le truppe turche che sfilano dietro il vessillo con la coda di cavallo e si posizionano sulle alture davanti alla fortezza. Il 29 Mehmet dà l’ordine di iniziare a bombardare le mura con i cannoni trascinati a forza fino sopra le colline, mentre dispone le sue forze con i rumeli (fanteria leggera e artiglieria) sul lato destro, i corpi di fanteria pesante dell’Anatolia sul lato sinistro e riservando il centro ai suoi giannizzeri. La cavalleria leggera, gli spahis, pattugliava il Danubio ad est, mentre una parte della flotta presidiava la Sava a sud-ovest e a nord-ovest per evitare che eventuali rinforzi raggiungessero la fortezza. Hunyadi proseguiva l’opera di reclutamento di truppe e sperava di giungere in tempo per rompere l’assedio, facendo affidamento sulla resistenza della rocca bizantina trasformata da Stefan Lazarevic, nel 1404, in un castello tra i meglio costruiti e difesi dell’Europa. La costruzione era dotata di tre linee difensive, del castello interno con il palazzo, un grande dongione (o maschio) difensivo, la città alta, quattro cancelli e una doppia cinta di mura. La città bassa con la cattedrale e il porto sul Danubio furono rinforzate da trincee, cancelli e nuove mura. Nel corso degli anni vennero aggiunte altre torri, compresa a Nebojsa costruita appositamente per ospitare per l’artiglieria. I turchi martellano la città per quindici giorni, colpendo le mura con il tiro dei loro cannoni. Le difese reggono e gli assalti, nonostante le mura cittadine siano ormai sbriciolate, vengono respinti dai soldati assediati. Gli uomini di Szilágyi rispondono colpo su colpo ai giannizzeri di Mehmet II. La sera del 13 luglio Jànos Hunyadi è in vista della città e prepara il suo piano. Belgrado è circondata, ma la via del Danubio presenta un punto debole. Ed è lì che le truppe di soccorso puntano.

La fortezza di Belgrado come appariva nel Medioevo. Sono visibili la città alta e quella bassa con il palazzo.

La battaglia Quaranta navi ungheresi attaccano la flotta fluviale ottomana. Colano a picco tre grandi galee turche e vengono catturati quattro grandi vascelli e altre 20 piccole imbarcazioni. Alcuni cittadini di Belgrado, al comando di Iancu Hunedoara, all’approssimarsi della flotta di Hunyadi uscirono da Belgrado per colpire alle spalle la flottiglia ottomana, permettendo l’accerchiamento e l’annientamento del nemico. Un colpo di mano che consente a Hunyadi di entrare in città e rinforzare le difese, evitando che crollassero. Il sultano, conquistatore di Bisanzio, non demorde e fa aumentare il tiro di artiglieria fino a riuscire ad aprire, il 21 luglio, diverse brecce nelle mura. In serata ordina l’assalto: prima avanzano la fanteria leggera degli azab, seguita dalla seconda ondata di akinji e di spahis, smontati. In formazione compatta, infine, seguono i giannizzeri. L’urto è violentissimo, l’assalto prosegue dal tramonto fino a notte inoltrata e le difese ungheresi cedono. Hunyadi dà ordine di ritirarsi nella cittadella fortificata. Appena gli ottomani entrano in città, però, vengono accolti da ripetute scariche di frecce e da pezzi di legno imbevuti di pece o altro materiale infiammabile, poi dal fuoco.

L’eroismo di Titus Dugović, dipinto ungherese del XIX secolo.

I giannizzeri e le altre forze turche entrate a Belgrado sono separate da quelle ancora fuori dalla mura. La fanteria pesante ungherese assale gli ottomani da tutte le parti e la città bassa si trasforma nel teatro di una carneficina che cessa solo all’alba del 22 luglio. Nessuno dei giannizzeri entrati in città ne uscì vivo, mentre tra i soldati che tentavano di varcare le brecce si contarono perdite ingenti. Un turco era quasi riuscito a scalare il bastione principale ed issare il vessillo verde, quando un soldato di nome Dugovics Titusz lo scaraventò di sotto, cadendo anch’egli (per questo gesto di coraggio il re d’Ungheria Mattia Corvino elevò al rango di nobile il figlio di Tito, tre anni più tardi). Il sole si alza sulle mura del castello di Belgrado e i due eserciti sono troppo stanchi per proseguire nella battaglia. Gli ungheresi liberano le mura da corpi e macerie, mentre i turchi riparano verso il proprio campo. Ed è a questo punto che accade l’inaspettato. Le cronache riferiscono che un gruppo di crociati arrivati in città con fra’ Giovanni da Capestrano esce dalla mura per una razzia. Altre fonti parlano di un’azione militare iniziata su stimolazione del frate abruzzese. Da altri racconti si sa che alcuni difensori raggiunsero le fortificazioni avanzate semidistrutte e iniziarono ad attaccare i soldati nemici isolati. Alcuni spahis turchi cercano di caricare, ma vengono respinti. Dalle mura accorrono altri cristiani. La scaramuccia diventa presto battaglia. Giovanni da Capestrano, secondo una cronaca di un confratello, cerca di richiamare i suoi, ma quando si vede attorniato da oltre 2.000 uomini li conduce alle spalle delle linee ottomane, attraversando la Sava, sollevando il crocifisso e gridando le parole di san Paolo: «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento» (Fil. 1,6). Hunyadi vede tutto dalle mura del castello, comprende il pericolo, ma ormai l’attacco è iniziato. Ordina alla fanteria pesante ungherese di attaccare il campo ottomano e si dirige verso le posizioni dell’artiglieria turca.

Assedio di Belgrado, 1456.

I nemici sono presi alla sprovvista e non si difendono, ma cercano di fuggire. Solo la guardia personale del sultano, circa 5.000 giannizzeri, si compatta e cerca di riconquistare il campo. Mehmet II stesso combatte. Uccide un cavaliere cristiano, ma viene ferito da una freccia ad una coscia e sviene. Gli ottomani sono presi dal panico, cedono di schianto su tutto il fronte e abbandonano senza combattere le tre linee di trincee difensive scavate giorni prima. Il nemico è in rotta, ma Hunyadi non si fida e ordina ai suoi di rientrare tra le mura e vigilare tutta la notte. Il contrattacco turco non arrivò più. Con il favore della notte i turchi si ritirano, portandosi via i feriti su 140 carri. Il sultano riprende conoscenza solo a Sarona e preso atto della disfatta, migliaia di soldati morti, le artiglierie perse, l’equipaggiamento abbandonato, la flotta semidistrutta, tenta di uccidersi con il veleno, ma viene fermato da alcuni dignitari. Tra le fila ottomane si contarono 50.000 vittime, mentre tra gli assediati 7.000.

L’epilogo Per gli ungheresi fu un trionfo, tanto che papa Callisto III volle che la vittoria venisse ricordata nel calendario liturgico in occasione della festa della Trasfigurazione del 6 agosto. Durante l’assedio il pontefice ordinò che la campane suonassero a mezzogiorno, così da chiamare i credenti a pregare per i difensori. Da allora, per commemorare l’avvenimento, continuano a suonare alla stessa ora. Pochi giorni dopo la vittoria, però, scoppiò la peste che fece 3.000 morti nel campo magiaro. Jànos Hunyadi morì l’11 agosto e fra’ Giovanni da Capestrano il 23 ottobre. La battaglia fermò l’espansionismo ottomano in Europa per almeno 70 anni. I cannoni persi a Belgrado furono recuperati dai turchi dopo la disfatta cristiana di Mohàcs (1526). Nel canto XLIV dell’Orlando furioso, Ariosto parla dell’arrivo di Ruggiero “ove la Sava nel Danubio scende” nel momento in cui l’imperatore d’Oriente Costantino ha deciso di attaccare i bulgari. Il paladino si schiera in battaglia a fianco di questi ultimi. Secondo recenti studi, il grande poeta avrebbe voluto descrivere, con quei versi, proprio l’assedio di Belgrado da parte dei turchi nel 1456.

Umberto Maiorca

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Tannenberg, l’ultima carica dei cavalieri teutonici

Una ricostruzione digitale della battaglia di Tannenberg.

Ulrich von Jungingen, Gran Maestro dell’Ordine di Santa Maria dei Teutoni in Gerusalemme, guardava la vasta pianura che si stendeva sotto le zampe del suo cavallo da guerra.

Accanto a sé, e tutt’intorno, 700 fratelli cavalieri, 11.000 sergenti a cavallo e fanti delle città assoggettate e 8.000 tra mercenari e “crociati” (i lituani che dovevano prestare servizio militare con l’Ordine). Davanti a sé un esercito di 30.000 uomini composto da polacchi, lituani, boemi, magiari, moldavi, russi e mercenari tartari.

La mattina del 15 luglio 1410, nella piana compresa tra i villaggi di Tannenberg, Grünwald e Ludwigsdorf, si combatte l’ultimo grande scontro tra cavallerie feudali, un insieme di masse di acciaio, ferro e carne che cozzano l’una contro l’altra ad ondate successive, cercando di scardinare il fronte avversario, prendere prigionieri per il riscatto e passare al saccheggio dell’accampamento nemico. Quel giorno non avvenne nulla di tutto questo, ma solo un massacro durato quasi dieci ore.

Le premesse Il 18 maggio del 1291 cade San Giovanni d’Acri, ultima roccaforte dei regni cristiani in Terrasanta. Le mura della città sono difese dai cavalieri Ospitalieri e dai Templari a nord, i cavalieri Teutonici si occupano della difesa di sud-est e Amalrico di Lusignano presidia il fronte dell’est. Con la caduta della città anche il destino degli ordini cavallereschi si compie e si diversifica. Gli Ospitalieri si rifugiano a Rodi e poi a Malta e proseguono la lotta secolare con i musulmani nelle acque del Mediterraneo. I Templari si rinchiudono nelle loro magioni in Europa e Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro, moriva sul rogo a Parigi il 18 marzo 1314. I cavalieri Teutonici, invece, guardano al nord del continente, alle terre pagane della Prussia e alle sconfinate pianure tra Polonia e Lituania. In pochi anni i cavalieri tedeschi conquistano un vasto territorio (città come Danzica, Konigsberg, Brandeburgo, Marienburg e regioni come Pomerelia, Dobrin, Samogizia, Curlandia ed Estonia,), ma smarriscono l’originaria vocazione di difesa dei pellegrini e di conversione dei pagani, con conseguente perdita di appoggi politici e religiosi. Lo scontro con le truppe comandate dal re polacco-lituano Ladislao II Jagellone segnò l’inizio del declino dell’ordine cavalleresco.

Ladislao II Jagellone, Re di Polonia.

Le conquiste Dopo la conquista della Prussia (metà del XIII secolo) i cavalieri Teutonici andarono in soccorso delle popolazioni cristiane della Livonia, assalite da forze russe e lituane ancora paganeggianti. Il 27 luglio del 1320 le truppe teutoniche vennero sconfitte a Medenik. Il maresciallo dell’ordine, Heinrich von Plotzke morì sul campo e Gehrard von Ruden venne bruciato vivo con il cavallo, come sacrificio agli dei. Per 25 anni i cavalieri Teutonici combatterono contro lituani, russi, samogiti e tartari, infliggendo pesanti sconfitte a Strawe (1348), Strebnitz (1349) e a Rudau (1370), quest’ultima ad opera del gran maestro Winrich von Kniprode. Lo scenario si modifica completamente quando il principe lituano Ladislao II Jagellone sposa Judwiga (Edvige) d’Angiò di Polonia, unificando così i due regni. La scelta politica, religiosa e culturale di ricevere il battesimo e l’impegno alla conversione delle sue genti procurano a Ladislao l’appoggio da parte della Chiesa e delle popolazioni del nord Europa. I cavalieri Teutonici, orientati ad una conquista politica, militare ed economica del territorio, non hanno più una giustificazione religiosa per quell’espansione ad est (drang nach Osten) che appare sempre più un’aggressione ad un paese ormai cristiano. Il possesso della Samogizia, e non solo visto che gli interessi territoriali e politici dell’Ordine e dei polacchi erano convergenti verso lo stesso obiettivo, costituì il casus belli tra Jagellone II e il cugino Vytautas contro l’Ordine Teutonico. Tra tensioni crescenti a livello militare e alleanze segrete (Venceslao IV di Boemia firmò con la Polonia un trattato difensivo contro i cavalieri teutonici, mentre il fratello Sigismondo di Lussemburgo si alleò con l’Ordine) si arrivò all’estate del 1410 e alla guerra.

Lo schema tattico della battaglia.

Verso la battaglia I due eserciti si affrontarono nella piana compresa tra Tannenberg (collina degli abeti), Grünwald (bosco verde) e Ludwigsdorf (villaggio di Ludovico). I cavalieri Teutonici giunsero sul campo di battaglia con 700 fratelli cavalieri (su un totale di 1.400), 11.000 sergenti a cavallo e truppe fornite dalle città e dal contado, 8.000 mercenari e “crociati”, cioè volontari provenienti dalle regioni di più recente cristianizzazione. Ladislao e Vytautas (Vitoldo) rispondono con un esercito di 30.000 lituani, polacchi, boemi, magiari, moldavi, russi di Smolensk e mercenari tartari, il cui punto di forza è costituito dalla cavalleria corazzata polacca, fedele al re fino all’estremo sacrificio. La mattina 15 luglio del 1410 il Gran Maestro Ulrich von Jungingen schiera in prima linea i cavalieri pesanti, concentrandoli sulla parte esterna della fila, poi la cavalleria leggeri, gli arcieri in posizione defilata, insieme con l’artiglieria (che, però, non influirà sull’esito dello scontro a causa del terreno bagnato e per la scarsa gittata dei pezzi). L’ala sinistra era comandata dal Maresciallo di Prussia Friedrich von Wallenrode, mentre l’ala destra dal Grosskomtur dell’Ordine Conrad von Lichtenstein. I polacco-lituani rispondono con due corpose formazioni di prima linea, sull’ala destra i 51 stendardi polacchi e a sinistra i 40 lituani, disposte a cuneo di profondità, fino a venti file con la prima composta da tre cavalieri e l’ultima da undici, al centro la fanteria di mercenari boemi e la cavalleria leggera. I due schieramenti si fronteggiano per quasi tre ore. Il Gran Maestro von Jugingen si aspettava che fossero i polacchi ad iniziare la battaglia. Ladislao non si muoveva e non potendo attendere oltre, vista anche la giornata calda e assolata che si andava apprestando, von Jungingen inviò gli araldi a Ladislao con un messaggio, riportato dal cronista Jan Dlugosz: “Sua Maestà! Il Gran Maestro Ulrico manda a te e tuo fratello, tramite noi, i delegati qui presenti, due spade in aiuto affinché tu, con lui e la sua armata, non ritardiate oltre e possiate combattere più coraggiosamente di quanto abbiate mostrato finora, e anche affinché voi non continuiate a nascondervi e a rimanere nella foresta, e non posponiate oltre la battaglia. E se credete di avere troppo poco spazio per dispiegare i vostri ranghi, il gran maestro Ulrico, per spingervi alla battaglia arretrerà dalla pianura nella quale ha schierato la propria armata, tanto lontano quanto desiderate, o vi consentirà di scegliere il campo di battaglia affinché non dilazioniate oltre”1. Il Gran Maestro fece realmente indietreggiare il suo schieramento, anche perché aveva fatto scavare delle buche davanti ai suoi militi per rallentare la carica della cavalleria nemica. Quanto alle spade lasciate conficcate nel terreno dagli araldi, le cronache del tempo rimandano ad un gesto di superiorità da parte di von Jungingen e di disprezzo del nemico, un gruppo eterogeneo di soldati, spesso male armati, tanto da aver bisogno di due spade in più. Se il Gran Maestro avesse attaccato immediatamente le truppe nemiche, ancora disorganizzate e non perfettamente schierate, la giornata di Tannenberg sarebbe stata ricordata come una vittoria dei cavalieri teutonici. Ulrich von Jungingen invece, decise di attendere che il nemico facesse la prima mossa. E non fu l’unico errore commesso quel giorno.

Lo scontro tra i lituani e i cavalieri teutonici in un bassorilievo.

Lo scontro I primi a muoversi sono i cavalieri leggeri lituani e i tartari, al comando di Vitoldo, che scaricano un nugolo di frecce sui teutoni, chiusi nelle loro armature e riparati dagli scudi. Un assalto che viene respinto con facilità e i lituani e tartari fanno marcia indietro, inseguiti dalla cavalleria teutonica. Si tratta di un trucco, per attirare i cavalieri lontano dalla piana. Mentre i cavalieri leggeri tornano indietro, infatti, una parte dei Teutonici finesce contro le contro le fanterie alleate dei russi di Smolensk ancora ferme ai margini del bosco a protezione dell’ala destra dei polacchi, adesso apparentemente scoperta. È un azzardo per Ladislao. I battaglioni di Trakai e di Vilnius, però, riescono a resistere alla carica di nove gonfaloni al comando del cavaliere di Wallenrode. Nel combattimento si distinguono gli uomini al comando di Giorgio figlio Mstislav, principe di Smolensk. I comandi dell’Ordine, vedendo la situazione favorevole sul loro fianco sinistro, spostano le truppe dal proprio lato destro. I Teutonici avanzavano metodicamente facendo strage di lituani e tartari. Poi lanciano una parte della cavalleria all’inseguimento di quella avversaria in fuga. I cavalieri teutoni non riescono a raggiungere le veloci e leggere truppe a cavallo lituane che scompaiono all’orizzonte. In realtà si ritirano nel bosco, andando ad ingrossare le fila della cavalleria pesante polacca. Gli storici ancora dibattono sull’ipotesi che si sia trattato di un piano ben congegnato, in quanto molti soldati “smisero di correre se non quando furono in territorio amico, dove riferirono di aver subito una sconfitta”2. Jan Dlugosz riferisce come “i nemici all’inseguimento, pensando di aver già vinto, iniziarono ad allontanarsi dai propri stendardi, cosicché i ruoli cambiarono e loro stessi vennero cacciati. E quando vollero tornare dalla loro parte, gli uomini del re li separarono dalla loro gente, uccidendo e prendendo prigionieri”3. Esaurita la forza della carica, però, i cavalieri dell’Ordine si trovano a dover combattere corpo a corpo contro le fanterie russe. Una mischia pericolosa e inconcludente per i cavalieri, i quali restano bloccati nella pianura, mentre la cavalleria polacca può manovrare per cercare di accerchiare i teutonici e prenderli alle spalle. A fermare la carica dei polacchi ci sono i fanti del Gran Maestro. Ladislao lancia la carica della sua cavalleria, ma seppure in numero esiguo, i confratelli dell’Ordine, al grido di «Christ ist erstanden» (Cristo è risorto) e i fanti riescono a reggere l’urto. Nella calca della lotta cade lo stendardo di Ladislao e i polacchi credono che il loro re sia morto. Lo Jagellone ricompare in seconda linea, si mostra ai soldati e con l’aiuto dei russi riesce a strappare a Wallenrode lo stendardo. In lontananza appaiono i cavalieri teutonici che hanno desistito dall’inseguimento dei lituani e dei tartari. Il re polacco, allora, decide di affondare il colpo contro le ali teutoniche e impedire che i due tronconi si riuniscano. Richiama dal bosco le riserve, e i lituani fuggiti nella finta ritirata dopo il primo assalto, e anche la cavalleria leggera di Vitoldo, puntando sul fianco destro i reparti a cavallo dell’Ordine prima che si ricongiungessero con il Gran Maestro. A quel punto le cavalcature dei Teutonici sono sfiancate e non possono partire nella controcarica e per polacchi e lituani è facile fare strage dei nemici.

Ulrich von Jungingen immortalato alla base del monumento che ricorda la battaglia di Tannenberg/Grunwald, a Cracovia.

Il Gran Maestro von Jungingen chiama all’attacco le riserve, ma anche la terza linea polacca avanza. Le riserve teutoniche si arrestano, non hanno spazio e gli avversari ne approfittano. Le truppe teutoniche sono affaticate dal caldo, dal peso delle armature e dagli sforzi sostenuti nei precedenti attacchi e vengono accerchiati. Poi sul campo di battaglia riecheggia il grido: “Arrivano i lituani” e l’armata teutonica si sgretola. Alcuni cavalieri consigliano al Gran Maestro di ritirarsi, ma Ulrico risponde: “Non voglia Dio che io abbandoni mai questo campo dove sono morti tanti miei uomini”. Poco dopo cadono quasi tutti gli alti ufficiali dell’Ordine, compresi il Gran Maestro (colpito al petto e al viso e, infine, trapassato al collo da una lancia lituana), il Gran Tesoriere e il Grosskomtur. Sparsasi la voce della morte di von Jungingen i Teutonici fuggono al grido di “Madonna, abbi pietà di noi”. Sono le 7 di sera e, secondo Jan Dlugosz, i polacchi inseguirono i Teutonici fino all’imbrunire per oltre 15 miglia4. Gli ultimi cavalieri e sergenti si chiusero in cerchio nei pressi dei carriaggi e delle tende: “Ne morirono più qui che in qualsiasi altro posto sul campo di battaglia”5. Non fu concessa pietà se non a poche centinaia di superstiti. Tra le salmerie i polacchi trovarono anche le bombarde e i cannoni dei cavalieri Teutonici. Artiglieria che non venne utilizzata perché a causa della pioggia la polvere pririca si era bagnata e il terreno fangoso non permetteva né di muovere i pesanti pezzi né i proiettili avrebbero avuto effetto, affondando nella mota invece che rimbalzare tra gli uomini dello schieramento avversario.

Al termine di 9 estenuanti ore di battaglia Ladislao fece raccogliere dal campo 51 insegne dei suoi nemici, poi poste nella cappella di San Stanislao della cattedrale di Wawel a Cracovia (descritte da Jan Dlugosz nel suo Banderia Pruthenorum e ricopiate con l’aggiunta di didascalie dal pittore Stanislao Durink e ora scomparse). Sul campo di battaglia rimasero almeno 18.000 morti dell’esercito teutonico e 14.000 prigionieri. Al castello di Marienburg, capitale dei possedimenti dell’Ordine, fecero ritorno 1.427 tra cavalieri e sergenti e 77 arcieri. A Marienburg rientrò anche Heinrich von Plauen, poi eletto Gran Maestro, con i suoi 3.000 uomini, impedendo a Stanislao di prendere la città. L’esercito polacco-lituano contò 5.000 morti e 8.000 feriti.

La battaglia di Tannenberg e la successiva sconfitta di Puck nel 1462 fecero sì che “i bianchi mantelli crucisignati non sarebbero più stati visti nelle grandi distese gelate” del nord Europa6. Nel 1526 il Gran Maestro Alberto Hohenzollern, aderì alla Riforma luterana, incamerò i beni dell’Ordine Teutonico divenendo il primo duca secolare di Prussia. Nel corso della guerra di Successione spagnola (1701-14) gli Hohenzollern acquisirono il titolo regale, si fecero promotori dell’unificazione della Germania, regnando fino al 1918.

Cinquecento anni dopo Tannenberg fu protagonista di un altro scontro tra le truppe prussiane e quelle zariste. L’esercito imperiale tedesco, tra il 26 e il 30 agosto 1914, infliggeva una pesante sconfitta ai russi: 60.000 prigionieri, 3 Corpi d’armata annientati e 2 decimati. Per ricordare la battaglia e onorare i caduti venne costruito il Memoriale di Tannenberg e vi fu tumulato il corpo del generale Paul von Hindenburg, comandante in capo dell’esercito tedesco e morto nel 1934. All’approssimarsi dell’Armata rossa fu Adolf Hitler e dare l’ordine di traslare la salma di Hindenburg e demolire (parzialmente) il Memoriale.

Umberto Maiorca

1,3,4,5 J. Dlugosz, Chronica conflictus, in Historiae Polonicae, Varsavia, 1999 2 A. Frediani, Le grandi battaglie del Medioevo, Newton compton editori, 2015, p. 100 6 A. Leoni, Storia militare del Cristianesimo, Edizioni Piemme, 2005

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