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Category Archives: Battaglie

La battaglia di Sant’Egidio

Braccio Fortebraccio ritratto da Salvatore Fiume (1949)

Il Papa da un lato che guarda alla città, Firenze dall’altro che preserva i suoi denari, i Visconti che incombono o le compagnie di ventura che imperversano nel contado. Per i perugini, nell’estate del 1416, la scelta è molto difficile. È il destino, o meglio la caparbietà di un uomo d’arme, a scegliere per loro. È Braccio Fortebraccio.

Braccio (Andrea) Fortebraccio (Perugia 1368 – l’Aquila 1424) è un aristocratico, un soldato, un condottiero al pari di Biordo Michelotti, entrambi «devono la loro vocazione militare al fatto che, cacciati dalla città dopo la disfatta della loro fazione, hanno trovato un mezzo per sopravvivere e comunque mantenere il loro rango». Al servizio di pontefici e re, Braccio medita vendetta e il ritorno in città, da vincitore, dopo anni di esilio.

Nei primi anni del XIV secolo il Comune di Perugia è «in preda a difficoltà finanziarie insormontabili» e le «forze al servizio di Perugia sono sempre più spesso pagate dai suoi alleati, Milano o Firenze». Sempre più difficile è anche mantenere il vasto contado sotto il proprio controllo anche se «tranne che nel 1414, quando il governo comunale si inchina davanti alla superiorità militare di Braccio da Montone, le minacce esterne non bastano a rovesciare un regime», confermando la superiorità della città sul contado.

La situazione politica La condizione della città fino alla conquista di Braccio vede l’alternarsi al potere di Biordo Michelotti, capo indiscusso a seguito del tumulto dei Raspanti il 3 agosto del 1393. A marzo del 1398 viene assassinato dal cognato Francesco de’ Guidalotti «senza però che la sua scomparsa porti, contrariamente ai calcoli dei suoi avversari, al ritorno dei nobili al potere né alla riconciliazione col Papa». I priori si accordano con il duca di Milano e nel gennaio del 1400 gli conferiscono pieni poteri. Nel 1402 i discendenti di Giangaleazzo Visconti riconsegnano la città a Bonifacio IX. Dal 1408 al 1414, anno della sua morte, infine, Perugia è sotto il controllo di Ladislao re di Napoli. Fino alla battaglia di Sant’Egidio, quindi, la città viene amministrata dalle magistrature comunali, le quali «costantemente minacciate dalle truppe di Braccio da Montone, dedicano tutte le loro energie a racimolare denaro per pagare mercenari capaci di contenere gli assalti del famoso condottiero».

Uno scorcio di Perugia nel XV secolo da un affresco di Benedetto Bonfigli (1454)

La battaglia Nell’aprile del 1416 Braccio non è più al soldo del Pontefice, ha appena venduto la libertà di Bologna per 82.000 ducati d’oro, e ricompare in Umbria all’improvviso, alla testa di truppe sempre più numerose grazie ai soldi bolognesi, con il fido Tartaglia al suo fianco.

Braccio si presenta davanti alla città da Porta Sole, verso Monteluce e un primo scontro si accende a Fontenuovo. L’assalto viene respinto e «il giorno dopo subisce la medesima sorte un altro duplice assalto condotto sia da Fontenuovo che da Santa Giuliana. L’ostinazione del popolo nella difesa della propria città è sublime e anche le donne non disertano il loro posto nell’aiutare i combattenti» gettando pietre, vasi e brocche dalle finestre. Il carattere ardente dei perugini, d’altronde, era ben conosciuto, tanto che «i magistrati per risparmiare il sangue dei cittadini avevano severamente vietato loro di uscire dalle mura per combattere, e, per avvalorare il divieto avevano fatto murare quasi tutte le porte, ma i perugini erano i più bellicosi uomini d’Italia e quando i soldati di Braccio venivano a provocarli saltavano giù dalle mura o si facevano calare con una fune al basso» pur di dare battaglia. Ogni volta che i bracceschi si avvicinano piovono «dall’alto delle mura e delle torri flutti d’olio bollente e macigni contro gli assalitori».

Braccio decide, quindi, di porre l’assedio alla città, potendo contare sull’autorità riconosciuta sopra «centoventi castelli e ottanta villaggi». Il condottiero, quindi, «dai ritentati approcci della invelinita città tornava pesto e sanguinoso», ma poi sposta il suo quartier generale tra Brufa e Mirualdolo una volta avuta notizia che Carlo Malatesta, chiamato dalle magistrature comunali in qualità di “Difenditore dei Perugini per la Santa Chiesa”, lo minaccia con le sue truppe (2.700 cavalli), alle quali si sono aggiunte quelle di Ceccolino Michelotti (per altri 1.500 cavalli) e di Paolo Orsini (con migliaia di fanti e cavalieri, ma non giungerà in tempo per la battaglia e verrà sconfitto e ucciso a Colfiorito), dalla parte di Assisi.

Dal Pincetto, punto panoramico nel centro storico di Perugia, la visuale spazia sulla piana di Sant’Egidio, teatro della battaglia. In lontananza, sul fianco del monte Subasio, si vede Assisi.

I due eserciti si trovano di fronte a Sant’Egidio (più precisamente a Capanne di Ripa) il 7 luglio per il Pellini, il 12 per Muratori e Sismondi, ma la «condizione di Braccio era più pericolosa perché i perugini potevano fare una sortita ed assalirlo alle spalle e poteva giungere in aiuto dé suoi nemici Paolo Orsini e raddoppiarne il numero». Braccio è accampato «in quell’angusta pianura che giace tra il Tevere e Sant’Egidio, sulla strada d’Assisi». Insegne, lance ed elmi scintillanti brillano nel sole estivo.

Ecco come descrive la battaglia lo storico Sismondi: «I due eserciti, della medesima nazione e della stessa indole, si pareggiavano per impetuoso valore e per astio scambievole, Braccio divise il suo esercito in piccole bande, assolutamente staccate le une dalle altre, le quali movevano all’assalto ciascuna da sé, e poscia ritraevansi per ricomporre le loro ordinanze, indi, tornar di nuovo alla pugna; il Malatesta, secondo l’antica tattica, non fece che tre schiere della sua gente, cioè le due ali ed il centro. Da una parte la battaglia rinnovavasi senza interrompimento, dall’altra una parziale vittoria non decideva della giornata. Inoltre Braccio avea fatto apparecchiare moltissimi vasi pieni d’acqua per abbeverare i suoi cavalli e rinfrescare i soldati dopo ogni scaramuccia, senza che per ciò fare fossero costretti a rompere le ordinanze; la quale previdenza fu cagione della sua vittoria. La pugna durò sette ore, sotto l’ardente sole di luglio; e l’arsura accrescevasi per la densa polvere che ingombrava l’aria. I soldati del Malatesta, che vedevano scorrere il Tevere là vicino a cinquecento passi, non poterono all’ultimo resistere alla tentazione di accorrervi e dissetarsi, e ruppero i loro ordini.

Uno dei nipoti di Carlo Malatesta, Sigismondo, ritratto da Piero della Francesca (1451 ca.)

Braccio approfittò di quest’istante per piombare impetuosamente sopra di loro. Il Tartaglia da una banda e i fuoriusciti perugini dall’altra scompigliarono i soldati del Malatesta, e ne buttarono moltissimi nel fiume; quindi la rotta fu intiera; il solo Agnolo della Pergola riuscì ad aprirsi lo scampo con quattrocento cavalli all’incirca, e Carlo Malatesta rimase prigioniere con due suoi nipoti e circa tremila cavalieri. Ceccolino dei Michelotti, ch’ebbe la sventura di cadere nelle mani di Braccio, dal quale era acerbamente odiato, siccome capo in Perugia d’un partito da lungo tempo a Braccio nemico, fu, per quanto comunemente si crede, ucciso in carcere». Carlo Malatesta e i suoi nipoti trascorsero cinque mesi in prigionia e poi furono riscattati per 80.000 fiorini.

Lo scontro di Sant’Egidio non fu una grande battaglia, pur di fronte al numero di soldati che vi parteciparono, se si guarda al numero dei morti: appena 300 di parte perugina e 180 per i bracceschi, dopo sette ore di scontro. La battaglia, che rimane uno scontro medievale di masse di cavalieri e fanti, mise in luce la capacità di controllo sui propri soldati durante il combattimento da parte di Braccio.

Per dirigere meglio il proprio esercito, infatti, Braccio era solito dividere in squadroni e pattuglie i suoi uomini, in modo da poter lanciare più attacchi o dirigere le truppe dove si accendeva maggiormente la mischia. Una divisione che portava al maggior controllo delle forze in campo e ad una rotazione delle stesse, le quali potevano usufruire di momenti di riposo e per dissetarsi.

Una tecnica mutuata, probabilmente, dal modo di combattere dei legionari in prima fila, i quali al comando si ritraevano e lasciavano il posto al commilitone alle spalle. A Sant’Egidio la tattica si rivelò vincente. Braccio, inoltre, «aveva svolto un lavoro meticoloso di spionaggio e conosceva a menadito sia le forze perugine, sia il campo di battaglia, e si preparò di conseguenza».

Il pannello centrale della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello (1438 ca.), conservato alla Galleria degli Uffizi. Per lungo tempo si è ritenuto che raffigurasse la battaglia di Sant’Egidio

I soldati del Malatesta, invece, procedevano in formazione serrata, disposti in un grande semicerchio, tenendo le colline alle proprie spalle, per attirare i bracceschi e poi chiuderli a tenaglia. Il Malatesta era talmente sicuro della riuscita del suo piano che si ritirò nelle retrovie, nella sua tenda, in attesa che i suoi luogotenenti concludessero la battaglia. Braccio tenne le truppe nemiche costantemente sotto pressione con continui attacchi su tutto il fronte e quando vide i primi segni di cedimento (molti soldati avevano abbandonato il proprio posto per andare a bere al Tevere) lanciò l’attacco conclusivo con le riserve.

«A fianco di Braccio è un valoroso capitano, Malatesta I Baglioni, il quale deve vendicare la morte del padre Pandolfo e tanti anni di esilio. Al di sopra della canea si leva la voce di Braccio: “Animate i vostri soldati, o Baglione! Ricordate vostro padre trascinato morto per le vie di Perugia! Vendicatelo”».

Nella battaglia si distinsero anche il giovanissimo figlio di Braccio, Oddo, e l’allievo Niccolò Piccinino.

La battaglia di Sant’Egidio fu, comunque, un episodio molto conosciuto e commentato all’epoca, tanto che per anni si è creduto che anche Paolo Uccello avesse voluto ritrarlo in un suo famoso dipinto: quello che adesso è conosciuto come la Battaglia di San Romano (uno scontro tra senesi e fiorentini), un trittico, ora diviso tra la Galleria degli Uffizi, la National Gallery di Londra e il Louvre di Parigi.

Altra differenza tra i due schieramenti sono quelle che vedevano Braccio preferire l’utilizzo della cavalleria pesante, mentre Carlo Malatesta puntava su schiere compatte di fanti, ma senza disporli in quadrato (come i picchieri svizzeri pochi decenni dopo) e senza l’appoggio di picche e pali per fermare i cavalli.

Lo stemma di Braccio Fortebraccio, con il montone nero in campo dorato che ricorda le origini del casato (proveniente dal borgo di Montone a nord di Perugia), è affrescato all’interno del palazzo dei Priori di Perugia, nella splendida Sala dei Notari

Braccio «se ancora non era arrivato a concepire un piano di battaglia, nell’accezione moderna, certamente si preoccupava di un’accurata preparazione, che teneva conto degli elementi a favore e a sfavore». Luigi Bonazzi è uno storico certamente non tenero con Braccio, ma riconosce al condottiero quel titolo che gli compete «per la restaurata arte militare. Che le battaglie moderne assomiglino più alle antiche che a quelle del medio evo, in cui il nerbo della guerra consisteva tutto nella cavalleria gravemente armata, lo ha già osservato il medesimo autore. Ora, se badiamo alle minute descrizioni che delle battaglie braccesche ci ha lasciato il Campano, si trova che quella immensa cura delle vettovaglie e delle spie, quella rapidità delle marce, quel sostituire truppe fresche alle stanche, quel trattenere la battaglia fino all’arrivo d’altre truppe, quell’uso frequentissimo di cavalli leggeri sono tutte cose che sentono assai più del tempo antico e moderno che del medio evo».

La breve signoria Braccio entrò in città da vincitore e sfilò per il corso cittadino senza armi né scorta per dimostrare che non aveva paura e «nel prendere la signoria della sua patria egli promise di rispettarne le antiche leggi e in parte anche la libertà». La pace fu conclusa il 16 luglio 1416 nel convento degli olivetani di Montemorcino. Il condottiero «non fu un cattivo signore di Perugia e si diede da fare sotto il profilo amministrativo; ma certamente rimaneva un soldato di mestiere e perciò continuò a combattere». Dopo la conquista della città anche la compagnia di Braccio cambiò fisionomia, costituita da soli umbri divenne sempre più una forza armata regionale. Con la sua compagnia Braccio guerreggiò per altri otto anni in giro per l’Italia centrale per difendersi da papa Martino V o combattendo nel regno di Napoli. Fino al giugno del 1424, quando morì sotto le mura di L’Aquila.

Umberto Maiorca

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La disfatta di Hattin

Il destino di Gerusalemme è segnato. Come quello dei regni cristiani d’Outremer. Dopo la conquista del 1099 e quasi cento anni di scaramucce, due personaggi di grande valore, pur operanti in schieramenti opposti, e tre avventurieri causarono la disfatta cristiana in Oriente.

I primi due sono Baldovino IV di Gerusalemme, il re-cavaliere adolescente e lebbroso, e Salah ad Din, colui che restituì la Città santa all’Islam.

Il terzetto degli altri personaggi è invece costituito da Guido da Lusignano, Gerardo di Ridefort e Rinaldo (o Reginaldo) di Châtillon.

Il 25 novembre del 1177 a Mont Gisard il giovane Baldovino, aiutato dai Templari, dagli Ospitalieri e dal fratello Baliano di Ibelin (difensore della Città Santa dopo la disfatta di Hattin) sconfisse Saladino grazie ad una violenta carica di cavalleria pesante (un cuneo di acciaio, ferro e cavalli) che ruppe il fronte musulmano, mettendo a rischio la stessa vita del sultano. Una vittoria che ritardò di dieci anni i piani di riconquista di Gerusalemme. Il ritorno della Città Santa nelle mani musulmane, infatti, era solo una questione di tempo. Saladino aveva dalla sua le immense ricchezze e riserve di Siria ed Egitto, di contro Baldovino poteva contare sulle sempre minori risorse di Terrasanta e quelle scarsissime di un Occidente alle prese con le lotte tra Impero, Papato e Comuni. Alla sua morte anche il fronte politico interno si ruppe.

La situazione politica e militare Le difese dei regni cristiani si basavano su una ragnatela di fortezze «quasi inespugnabili se non per fame, tradimento o laboriosi e costosi lavori d’assedio». I castelli e i forti presidiavano i punti nevralgici delle vie di comunicazione in Terrasanta e i pozzi (principale risorsa umana e militare del territorio) erano costruiti a breve distanza l’uno dall’altro, in modo che le guarnigioni fossero in grado di portare soccorso velocemente in caso di attacco o ospitare le carovane e dare rifugio ai pellegrini.

Alla morte di Baldovino IV, il 16 marzo del 1185, le divisioni dei cristiani e gli intrighi politici, che minavano la forza dei regni cristiani e mostravano tutta la loro debolezza, portarono all’elezione di Guido di Lusignano, marito di Sibilla, sorella di Baldovino, a scapito di Raimondo di Antochia, grazie anche all’appoggio del gran maestro Templare Gerardo di Ridefort e all’avventuriero Rinaldo di Châtillon «che osava attaccare anche le carovane dei musulmani dirette verso la Mecca, sollevando la riprovazione degli stessi cristiani».

Il regno di Gerusalemme era conteso tra i signori locali, discendenti dei cavalieri della prima crociata, come Raimondo di Tripoli e Baliano di Ibelin, e i nuovi cavalieri, giunti dall’Europa con la speranza di acquisire terre e potere, come Rinaldo Châtillon e Guido di Lusignano. I primi conoscevano la debolezza politica e militare dei possedimenti di Outremer e la necessità di mantenere diviso il fronte interno musulmano e di non dare battaglia in campo aperto per poter sperare di sopravvivere. Lo stesso Saladino sapeva di non aver speranza di poter prendere castelli come Acri, Kerak e Tiro. Gli “uomini nuovi”, invece, vedevano nella guerra l’unico modo di appagare il proprio desiderio di gloria e di mettere alla prova il proprio ardimento. «Coraggio, forza, capacità di maneggiare le armi, una fierezza atta ad incutere timore e soggezione nonché spirito combattivo, diventarono le componenti fondamentali del carattere aristocratico, quale fu luminosamente esemplificato da crociati dello stampo di Goffredo di Buglione e Rinaldo di Châtillon». Il primo, però, fu coraggioso, accorto ed efficiente, il secondo solo temerario e venne ucciso, dopo la battaglia di Hattin, da Saladino anche perché, contravvenendo al codice cavalleresco, aveva attaccato la carovana della sorella del sultano.

Scena del film “Le crociate” (Kingdom of Heaven), diretto nel 2005 da Ridley Scott.

La preparazione alla battaglia Il 24 giugno del 1187 Salah ad Din, dopo aver radunato un esercito di 45.000 uomini (12mila i cavalieri pesanti e 10mila arcieri a cavallo), si mosse alla volta di Tiberiade, governata dalla moglie di Raimondo di Tolosa. Il 2 luglio la città è assediata e presa. La guarnigione si rinchiude nella cittadella. Guido da Lusignano, disdegnando i consigli dei vari signori cristiani di Terrasanta, raduna 18.000 fanti, 4.000 ausiliari e 1.200 cavalieri e si mette in marcia per cercare di intercettare le truppe del sultano. Si tratta della quasi totalità delle forze cristiane di Outremer.

Il re di Gerusalemme, fidandosi di Rinaldo di Châtillon e Gerardo di Ridefort, marcia verso Tiberiade, non sapendo che la trappola è già scattata. Saladino ha finto di attaccare la fortezza sul lago, contro la quale poco avrebbe potuto, per spingere i cristiani a combattere in campo aperto, dopo aver chiuso tutti i pozzi e le sorgenti lungo il percorso.

Il 1 maggio del 1187 Gerardo di Ridefort si era già reso protagonista, in negativo, dello scontro alle fonti di Cresson, dove aveva voluto attaccare una forza musulmana di 7.000 guerrieri a cavallo guidati da Keukburi, con appena 140 cavalieri e 300 fanti. In quell’occasione era stato sconsigliato da Roger des Moulins, maestro degli Ospitalieri, e dal maresciallo dei Templari Giacomo di Mailly, ma «Gerard lo accusò di vigliaccheria e di avere troppo a cuore la sua bella testa bionda per rischiare di perderla», al che il maresciallo gli rispose «che da uomo coraggioso sarebbe morto in battaglia, mentre lui, Gerard, sarebbe fuggito come un traditore – e la sua previsione si rivelò corretta».

Ridefort attaccò con i cavalieri senza attendere la fanteria, che non prese parte allo scontro, finì accerchiato e scampò miracolosamente alla morte insieme con due confratelli e «agì in modo analogo e altrettanto disastroso nella battaglia ben più significativa e catastrofica di Hattin, pochi mesi dopo». Quel giorno Roger De Moulins e Giacomo di Mailly morirono combattendo.

Raimondo III di Tripoli.

Il consiglio di guerra del re di Gerusalemme è chiamato ad affrontare la situazione. Raimondo da Tripoli si oppone ad una missione di soccorso alla città di Tiberiade e alla moglie, la contessa Eschiva. Raimondo sa che Saladino non le avrebbe mai fatto del male e che una città perduta si può sempre riconquistare, ma sa anche che l’assedio di Tiberiade è solo l’esca per mettere in trappola l’esercito cristiano. Per cui «Raimondo III raccomanda la prudenza e consiglia di attendere che l’esercito islamico si disperda, come nel 1183. La sua opinione prevale, ma Gerardo di Ridefort, gran maestro dei Templari e nemico personale di Raimondo, fa notare al re Guido che Raimondo, mosso da ambizione, mira con quel consiglio solo al disonore del sovrano. Già accusato di pusillanimità nel 1183 per aver rifiutato di dar battaglia a Saladino, stavolta Guido di Lusignano ritiene di dover agire senza attendere».

Raimondo III consigliava di attirare Saladino davanti alla fortezza di Acri per impegnarlo in una battaglia campale «e far strage di loro, così che il Saladino, dopo una schiacciante sconfitta, abbandoni la Terrasanta per mai più farvi ritorno» con la sicurezza di aver le spalle protette dai rinforzi del castello, mentre «nel deserto, il Saladino è avvantaggiato, può manovrare più velocemente, e le sue forze avrebbero il sopravvento».

L’avventuriero salito al trono più per gli intrighi che per il valore, parte per «una campagna di guerra condotta in un deserto dove la mancanza d’acqua era assoluta. Sfuggendo alla ragione e al buon senso, egli prese una decisione che avrebbe portato i crociati a sicura disfatta». Nella decisione pesò molto l’opinione del gran maestro Ridefort, temuto da Guido da Lusignano per l’aiuto che gli aveva dato nell’ascesa al trono. A nulla valse il racconto di un servo del re che aveva visto «un’aquila che stringeva sette dardi negli artigli sorvolare il campo cristiano. E la udì gridare: “Bada a te, Gerusalemme!”».

L’area geografica del teatro della battaglia di Hattin.

La piana di Baruf e i corni di Hattin Le truppe cristiane lasciano i freschi giardini di Saffuriya, il 3 luglio, e marciano lungo i polverosi e aridi sentieri di Terrasanta per coprire i 15 chilometri che li separano da Tiberiade, molestati dai continui attacchi alla retroguardia e ai fianchi da parte della cavalleria leggera musulmana e dalla polvere che rende secca l’aria e le gole di uomini e animali. «I cavalieri al centro della colonna dei crociati erano costretti a procedere alla velocità dei soldati a piedi che formavano una camicia protettiva tutt’intorno a loro e che, con le casacche di maglia di ferro e le giubbe di cuoio, proteggevano i loro cavalli dalle frecce saracene. Ma dal calore del sole non c’era via di scampo».

L’esercito crociato si trova nella piana di Baruf, a pochi chilometri da Tiberiade, sempre sotto attacco da parte degli arcieri a cavallo di Saladino e percorre un sentiero segnato da piccoli avvallamenti e uadi, corsi d’acqua che hanno modellato la roccia nel tempo, ma prosciugati dalla stagione arida. «Avventurarvisi nelle ore calde del giorno avrebbe significato sfidare la morte, per un esercito di cavalieri con corazza e cotta d’arme». Il caldo e la sete li tormentano più dei nemici, ma «i crociati continuavano ad avanzare con la forza della disperazione, persuasi di poter giungere alle fresche acque del lago» che avevano visto tanti miracoli di Gesù.

La lunga colonna è composta solo da soldati, non ci sono carriagi e scorte d’acqua, in genere trainati dai buoi, perché avrebbero rallentato la marcia. Guido e i suoi volevano la battaglia. Ogni soldato ha la sua borraccia. Dopo sei ore di marcia e di continue soste sotto il sole per permettere ai balestrieri di rintuzzare gli attacchi musulmani e per ricompattare le file di cavalieri e pedoni, però, le scorte d’acqua sono esaurite. Le fonti più vicine sono quelle di Turan, con una lunga deviazione a nord lontano da Tiberiade, oppure ad Hattin.

La battaglia di Hattin in una miniatura.

Guido di Lusignano decide per quest’ultima fonte. Un gruppo di cavalieri si lancia in avanscoperta, subito inseguito da un drappello di cavalieri musulmani. Raimondo percepisce il pericolo che la colonna venga tagliata in due e si prepara ad attaccare, quando un messaggero del re gli comunica che bisogna fermarsi e montare il campo: «Senz’acqua Raimondo sapeva che questa sarebbe stata una condanna a morte e disse al re: “Ahimè, ahimè! Signore Dio, la guerra è finita. Siamo traditi a morte e la terra è perduta”». Saladino «dispose che venissero allestite carovane di cammelli carichi di acqua attinta dal lago di Tiberiade, e che gli otri d’acqua venissero posizionati vicino al campo. Essi furono svuotati davanti agli occhi dei cristiani, col risultato di far soffrire a loro e ai loro cavalli tormenti perfino maggiori per via della sete» si legge nella cronaca del cosiddetto “Continuatore di Guglielmo di Tiro”.

La notte viene passata in armi e all’alba la colonna si rimette in marcia, infastidita dal fumo dei roghi di sterpaglie accesi dagli uomini di Saladino sulle alture che sovrastano il percorso. Dal campo saraceno giunge un messaggero: «Sire, io vengo a portare un’offerta di pace da parte del sultano. Egli pone come condizione che voi abbandoniate i vostri sogni di conquista e ve ne torniate donde veniste, oltremare, per non fare più ritorno».

Colto da un senso di presagio, Guido da Lusignano rispose convocando Saladino «dinanzi al Tribunale del Cielo», ma non sarebbe stato quello il giorno per nessuno dei due. Molti cavalli sono morti per la sete o per le frecce saracene (che non mancano visto che Saladino ha predisposto un ingente rifornimento con una carovana di settanta dromedari).

I cavalieri proseguono a fianco dei pedoni. Alcuni iniziano ad arrendersi, altri cercano di fuggire scalando le colline intorno alla pista. I cavalieri Bald de Fortuna, Raymundus Buccus e Laodicius de Thabaria si consegnano ai musulmani e condotti davanti a Saladino gli dissero: «Sire cosa aspettate? Piombategli addosso poiché sono già morti».

Schema tattico della battaglia.

È quasi mezzogiorno quando il comandante dell’avanguardia, Raimondo di Tolosa, conscio ormai del pericolo di essere annientati, decide di rompere gli indugi, raduna i suoi cavalieri e attacca frontalmente l’esercito musulmano alle pendici dell’altura dove si tramandava che Gesù avesse pronunciato il Discorso delle beatitudini. Una carica violenta con la quale infligge e subisce gravi perdite, ma che permette di rompere l’accerchiamento e riparare a Tiro con numerosi cavalieri: «il fragore delle armi saliva fino al cielo. I corpi degli uccisi coprivano il terreno pietroso ai piedi del monte».

Baliano di Ibelin, in retroguardia, tenta un’identica operazione e porta a termine la manovra di sganciamento di buona parte dei suoi soldati. I due condottieri si girano di sella per fare segno al grosso dell’armata di infilarsi nell’apertura creata a prezzo di molte perdite, ma il grosso dell’esercito non si muove.

Raimondo III punta contro il contingente musulmano guidato da Taqi al-Din, il quale «decise che la prudenza era il lato migliore del valore e aprì un varco tra i suoi ranghi per far passare i Crociati». Guido di Lusignano e i suoi, invece, rimangono intrappolati nella sacca e si arroccano sulle due alture vicine, conosciute come i corni di Hattin.

La morsa di Saladino si stringe su quel che resta dell’esercito di Gerusalemme. I cavalieri e i fanti piantano le lance nel terreno, ergendo un muro di ferro e legno contro il quale s’infrangono destrieri e cavalieri saraceni. La muraglia corazzata regge il primo e anche il secondo urto. I musulmani avanzano a piedi e la battaglia si trasforma in un corpo a corpo violento, chi cade viene schiacciato. Gli scudi vanno in frantumi, le spade si scheggiano infrangendo elmi e lacerando i corsetti di cuoio. I Templari e gli Ospitalieri tengono il fronte a loro affidato respingendo ogni tentativo saraceno. Le armi pesanti dei Crociati incutevano timore e mietevano vittime tra gli arabi armati alla leggera.

Il fronte di battaglia era molto stretto e favoriva, pur distrutti dalla sete e dal sole, i fanti e i cavalieri cristiani sulla difensiva, chiusi nelle armature e dietro gli scudi. I saraceni tempestavano di frecce i nemici, ma non riuscivano a sfondare. Tanto che la linea musulmana inizia a dare segni di cedimento. Soprattutto quando i cavalieri cristiani effettuano due cariche, disperate, arrivando fin quasi alle tende del sultano, ma senza acqua e stanchi la resistenza si affievolisce e, lentamente,vengono sopraffatti dai musulmani.

Sono diverse ore che si combatte e nel primo pomeriggio, quando le difese non esistono più e lo scontro si accende ovunque ci sia un gruppo di cristiani che non si arrende, le forze saracene puntano alla tenda rossa di Guido da Lusignano, circondata e colpita dai turcomanni. Il vescovo Rufino di Acri e Bernardo di Lidda vengono uccisi e la Vera Croce catturata dal comandante Taqi al-Din (nipote di Saladino). In molti si arrendono. Guido da Lusignano è stravolto, si siede per terra, davanti alla sua tenda e attende di essere catturato.

Interpretazione artistica moderna della resa di Guy di Lusignano a Saladino.

Il cronista Ibn al-Athìr riporta le parole del figlio di Saladino, al-Afdal: «Guardavo mio padre e vedevo che era agitato, pallido e che teneva lo scudo» e quando vede cedere il muro di scudi crociato prosegue «Li abbiamo sconfitti». Saladino, però, lo zittisce: «Silenzio, non li avremo battuti sin quando non sarà caduta la tenda del re». Intorno alle tre del pomeriggio la tenda rossa cade. La battaglia è finita. Al massacro scampano circa 3.000 uomini, tra cui i cavalieri di Raimondo di Tripoli e la retroguardia al comando di Baliano d’Ibelin.

Saladino si porta fin davanti alla tenda del re, scende da cavallo, stende il suo tappeto di preghiera sul terreno insanguinato e prega Allah. Poi fa condurre i nobili prigionieri nella sua tenda, dissetandoli e trattandoli bene, tranne che Rinaldo di Châtillon. Guido di Lusignano («i re non si uccidono a vicenda») infatti, dopo aver bevuto dalla coppa la porse a Rinaldo, ma Saladino si adirò: «Non mi garba che diate da bere a costui nella mia coppa. Questo maledetto non può bere senza il mio permesso nella mia tenda, e se osa farlo la sua vita non sarà risparmiata». Rinaldo bevve fino in fondo e rifiutò l’offerta di aver salva la vita in cambio della conversione all’Islam.

Saladino lo decapitò personalmente e la sua testa fu issata su una picca e «portata in giro per tutto il paese come simbolo della vittoria di Allah sugli infedeli». Poi fece imprigionare e vendere come schiavi i fanti (il numero fu talmente elevato da far crollare i prezzi del mercato di Damasco) e ordinò l’uccisione di tutti i Templari e gli Ospitalieri catturati.

Nessuna pietà per i turcopoli, ausiliari arabi al soldo dei crociati. Senza più difensori città e fortezze cristiane si arresero nel giro di pochi mesi a Salah ad Din. «I cristiani dell’Oriente avevano già subito dei disastri in passato e i loro re e principi erano già stati catturati altre volte, ma allora erano stati fatti prigionieri da piccoli signorotti in cerca di modesti profitti.

Sui Corni di Hattin venne annientato il più grosso esercito che il regno avesse mai radunato, venne perduta la Vera Croce, e il vincitore era il capo dell’intero mondo musulmano».

Umberto Maiorca

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Belgrado, 1456: la battaglia che fermò gli Ottomani

Maometto II, ritratto di Gentile Bellini.

Il 29 maggio del 1453 Costantinopoli è perduta. L’imperatore Costantino XI Paleologo, armi in pugno, si getta nella mischia nei pressi della Porta di San Romano e scompare. Con lui muoiono anche le ultime vestigia dell’Impero romano. Dopo la caduta di Bisanzio tutta l’Europa è in pericolo. E lo sguardo del sultano Mehmet II si appunta sulla sterminata pianura ungherese.

I preparativi turchi Nel 1456 un’armata della stessa estensione di quella che aveva conquistato Costantinopoli marcia verso Belgrado, la porta dell’Europa. Venezia ha sottoscritto una pace separata con il sultano. Vienna è lontana. La Francia sta a guardare. Solo papa Callisto III interviene a favore dell’Ungheria . Indice una crociata e invia sette frati cappuccini, con a capo il settantenne Giovanni da Capestrano, a predicare nell’Europa orientale (in latino, affinché tutti comprendessero e visto che nessuno di essi parlava le lingue dell’Est) e raccogliere volontari per combattere l’Orda verde . Mentre i frati predicano e raccolgono un esercito di diecimila volontari, però, Mehmet II è già in vista delle mura di Belgrado e assedia il forte (in ungherese Nándorfehérvár).

Gli ungheresi Ad attendere le truppe musulmane c’è il nobile transilvano János Hunyadi, padre del futuro re Mattia Corvino, e già da due decenni a capo dell’esercito ungherese nella lotta contro i turchi. Hunyadi, forte della propria esperienza di guerra aveva previsto che le armate di Mehmet II avrebbero investito Belgrado con tutta la loro forza e dall’anno prima aveva iniziato i preparativi per la difesa, sapendo di non avere la forza di affrontare il nemico in campo aperto. Così dopo aver sottoscritto la pace o la tregua con i suoi avversari, aveva approvvigionato e riarmato al fortezza di Belgrado, lasciandovi una guarnigione di 7.000 uomini (tra cui un corpo di 200 balestrieri polacchi, fondamentali per la difesa delle mura) al comando del cognato Mihály Szilágyi e del figlio maggiore Laszlo Hunyadi. Lasciata Belgrado János Hunyadi si dedica a percorrere tutta l’Ungheria per arruolare un’armata di soccorso e costituire un flotta di 200 corvette per pattugliare i corsi d’acqua e colpire le navi turche che risalgono il Danubio. La nobiltà, i notabili cittadini e i ricchi commercianti, non rispondono all’appello, timorosi del potere che Hunyadi sta accumulando, ritenendolo più pericoloso degli stessi turchi. Il rifiuto del re magiaro Ladislao il Postumo di assumere la guida dell’esercito, inoltre, esenta di fatto la nobiltà dal prendere parte alla crociata. Identiche difficoltà incontra Giovanni da Capestrano, raccogliendo adesioni alla crociata tra contadini e i piccoli proprietari terrieri, spesso armati di fionde, mazze, falci e forconi. Sommando anche le bande di mercenari e alcune compagnie di cavalieri raccolte da Hunyadi e le persone che seguono i frati (solo dalla Germania partirono alla volta di Belgrado calzolai, sarti, tessitori, minatori, fornai, studenti, chierici) si arrivò ad una forza di 30.000 uomini. Mehmet II avanzava con almeno settantamila uomini perfettamente equipaggiati.

L’assedio Il 28 giugno del 1456 gli uomini di Szilágyi osservano all’orizzonte le truppe turche che sfilano dietro il vessillo con la coda di cavallo e si posizionano sulle alture davanti alla fortezza. Il 29 Mehmet dà l’ordine di iniziare a bombardare le mura con i cannoni trascinati a forza fino sopra le colline, mentre dispone le sue forze con i rumeli (fanteria leggera e artiglieria) sul lato destro, i corpi di fanteria pesante dell’Anatolia sul lato sinistro e riservando il centro ai suoi giannizzeri. La cavalleria leggera, gli spahis, pattugliava il Danubio ad est, mentre una parte della flotta presidiava la Sava a sud-ovest e a nord-ovest per evitare che eventuali rinforzi raggiungessero la fortezza. Hunyadi proseguiva l’opera di reclutamento di truppe e sperava di giungere in tempo per rompere l’assedio, facendo affidamento sulla resistenza della rocca bizantina trasformata da Stefan Lazarevic, nel 1404, in un castello tra i meglio costruiti e difesi dell’Europa. La costruzione era dotata di tre linee difensive, del castello interno con il palazzo, un grande dongione (o maschio) difensivo, la città alta, quattro cancelli e una doppia cinta di mura. La città bassa con la cattedrale e il porto sul Danubio furono rinforzate da trincee, cancelli e nuove mura. Nel corso degli anni vennero aggiunte altre torri, compresa a Nebojsa costruita appositamente per ospitare per l’artiglieria. I turchi martellano la città per quindici giorni, colpendo le mura con il tiro dei loro cannoni. Le difese reggono e gli assalti, nonostante le mura cittadine siano ormai sbriciolate, vengono respinti dai soldati assediati. Gli uomini di Szilágyi rispondono colpo su colpo ai giannizzeri di Mehmet II. La sera del 13 luglio Jànos Hunyadi è in vista della città e prepara il suo piano. Belgrado è circondata, ma la via del Danubio presenta un punto debole. Ed è lì che le truppe di soccorso puntano.

La fortezza di Belgrado come appariva nel Medioevo. Sono visibili la città alta e quella bassa con il palazzo.

La battaglia Quaranta navi ungheresi attaccano la flotta fluviale ottomana. Colano a picco tre grandi galee turche e vengono catturati quattro grandi vascelli e altre 20 piccole imbarcazioni. Alcuni cittadini di Belgrado, al comando di Iancu Hunedoara, all’approssimarsi della flotta di Hunyadi uscirono da Belgrado per colpire alle spalle la flottiglia ottomana, permettendo l’accerchiamento e l’annientamento del nemico. Un colpo di mano che consente a Hunyadi di entrare in città e rinforzare le difese, evitando che crollassero. Il sultano, conquistatore di Bisanzio, non demorde e fa aumentare il tiro di artiglieria fino a riuscire ad aprire, il 21 luglio, diverse brecce nelle mura. In serata ordina l’assalto: prima avanzano la fanteria leggera degli azab, seguita dalla seconda ondata di akinji e di spahis, smontati. In formazione compatta, infine, seguono i giannizzeri. L’urto è violentissimo, l’assalto prosegue dal tramonto fino a notte inoltrata e le difese ungheresi cedono. Hunyadi dà ordine di ritirarsi nella cittadella fortificata. Appena gli ottomani entrano in città, però, vengono accolti da ripetute scariche di frecce e da pezzi di legno imbevuti di pece o altro materiale infiammabile, poi dal fuoco.

L’eroismo di Titus Dugović, dipinto ungherese del XIX secolo.

I giannizzeri e le altre forze turche entrate a Belgrado sono separate da quelle ancora fuori dalla mura. La fanteria pesante ungherese assale gli ottomani da tutte le parti e la città bassa si trasforma nel teatro di una carneficina che cessa solo all’alba del 22 luglio. Nessuno dei giannizzeri entrati in città ne uscì vivo, mentre tra i soldati che tentavano di varcare le brecce si contarono perdite ingenti. Un turco era quasi riuscito a scalare il bastione principale ed issare il vessillo verde, quando un soldato di nome Dugovics Titusz lo scaraventò di sotto, cadendo anch’egli (per questo gesto di coraggio il re d’Ungheria Mattia Corvino elevò al rango di nobile il figlio di Tito, tre anni più tardi). Il sole si alza sulle mura del castello di Belgrado e i due eserciti sono troppo stanchi per proseguire nella battaglia. Gli ungheresi liberano le mura da corpi e macerie, mentre i turchi riparano verso il proprio campo. Ed è a questo punto che accade l’inaspettato. Le cronache riferiscono che un gruppo di crociati arrivati in città con fra’ Giovanni da Capestrano esce dalla mura per una razzia. Altre fonti parlano di un’azione militare iniziata su stimolazione del frate abruzzese. Da altri racconti si sa che alcuni difensori raggiunsero le fortificazioni avanzate semidistrutte e iniziarono ad attaccare i soldati nemici isolati. Alcuni spahis turchi cercano di caricare, ma vengono respinti. Dalle mura accorrono altri cristiani. La scaramuccia diventa presto battaglia. Giovanni da Capestrano, secondo una cronaca di un confratello, cerca di richiamare i suoi, ma quando si vede attorniato da oltre 2.000 uomini li conduce alle spalle delle linee ottomane, attraversando la Sava, sollevando il crocifisso e gridando le parole di san Paolo: «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento» (Fil. 1,6). Hunyadi vede tutto dalle mura del castello, comprende il pericolo, ma ormai l’attacco è iniziato. Ordina alla fanteria pesante ungherese di attaccare il campo ottomano e si dirige verso le posizioni dell’artiglieria turca.

Assedio di Belgrado, 1456.

I nemici sono presi alla sprovvista e non si difendono, ma cercano di fuggire. Solo la guardia personale del sultano, circa 5.000 giannizzeri, si compatta e cerca di riconquistare il campo. Mehmet II stesso combatte. Uccide un cavaliere cristiano, ma viene ferito da una freccia ad una coscia e sviene. Gli ottomani sono presi dal panico, cedono di schianto su tutto il fronte e abbandonano senza combattere le tre linee di trincee difensive scavate giorni prima. Il nemico è in rotta, ma Hunyadi non si fida e ordina ai suoi di rientrare tra le mura e vigilare tutta la notte. Il contrattacco turco non arrivò più. Con il favore della notte i turchi si ritirano, portandosi via i feriti su 140 carri. Il sultano riprende conoscenza solo a Sarona e preso atto della disfatta, migliaia di soldati morti, le artiglierie perse, l’equipaggiamento abbandonato, la flotta semidistrutta, tenta di uccidersi con il veleno, ma viene fermato da alcuni dignitari. Tra le fila ottomane si contarono 50.000 vittime, mentre tra gli assediati 7.000.

L’epilogo Per gli ungheresi fu un trionfo, tanto che papa Callisto III volle che la vittoria venisse ricordata nel calendario liturgico in occasione della festa della Trasfigurazione del 6 agosto. Durante l’assedio il pontefice ordinò che la campane suonassero a mezzogiorno, così da chiamare i credenti a pregare per i difensori. Da allora, per commemorare l’avvenimento, continuano a suonare alla stessa ora. Pochi giorni dopo la vittoria, però, scoppiò la peste che fece 3.000 morti nel campo magiaro. Jànos Hunyadi morì l’11 agosto e fra’ Giovanni da Capestrano il 23 ottobre. La battaglia fermò l’espansionismo ottomano in Europa per almeno 70 anni. I cannoni persi a Belgrado furono recuperati dai turchi dopo la disfatta cristiana di Mohàcs (1526). Nel canto XLIV dell’Orlando furioso, Ariosto parla dell’arrivo di Ruggiero “ove la Sava nel Danubio scende” nel momento in cui l’imperatore d’Oriente Costantino ha deciso di attaccare i bulgari. Il paladino si schiera in battaglia a fianco di questi ultimi. Secondo recenti studi, il grande poeta avrebbe voluto descrivere, con quei versi, proprio l’assedio di Belgrado da parte dei turchi nel 1456.

Umberto Maiorca

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Tannenberg, l’ultima carica dei cavalieri teutonici

Una ricostruzione digitale della battaglia di Tannenberg.

Ulrich von Jungingen, Gran Maestro dell’Ordine di Santa Maria dei Teutoni in Gerusalemme, guardava la vasta pianura che si stendeva sotto le zampe del suo cavallo da guerra.

Accanto a sé, e tutt’intorno, 700 fratelli cavalieri, 11.000 sergenti a cavallo e fanti delle città assoggettate e 8.000 tra mercenari e “crociati” (i lituani che dovevano prestare servizio militare con l’Ordine). Davanti a sé un esercito di 30.000 uomini composto da polacchi, lituani, boemi, magiari, moldavi, russi e mercenari tartari.

La mattina del 15 luglio 1410, nella piana compresa tra i villaggi di Tannenberg, Grünwald e Ludwigsdorf, si combatte l’ultimo grande scontro tra cavallerie feudali, un insieme di masse di acciaio, ferro e carne che cozzano l’una contro l’altra ad ondate successive, cercando di scardinare il fronte avversario, prendere prigionieri per il riscatto e passare al saccheggio dell’accampamento nemico. Quel giorno non avvenne nulla di tutto questo, ma solo un massacro durato quasi dieci ore.

Le premesse Il 18 maggio del 1291 cade San Giovanni d’Acri, ultima roccaforte dei regni cristiani in Terrasanta. Le mura della città sono difese dai cavalieri Ospitalieri e dai Templari a nord, i cavalieri Teutonici si occupano della difesa di sud-est e Amalrico di Lusignano presidia il fronte dell’est. Con la caduta della città anche il destino degli ordini cavallereschi si compie e si diversifica. Gli Ospitalieri si rifugiano a Rodi e poi a Malta e proseguono la lotta secolare con i musulmani nelle acque del Mediterraneo. I Templari si rinchiudono nelle loro magioni in Europa e Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro, moriva sul rogo a Parigi il 18 marzo 1314. I cavalieri Teutonici, invece, guardano al nord del continente, alle terre pagane della Prussia e alle sconfinate pianure tra Polonia e Lituania. In pochi anni i cavalieri tedeschi conquistano un vasto territorio (città come Danzica, Konigsberg, Brandeburgo, Marienburg e regioni come Pomerelia, Dobrin, Samogizia, Curlandia ed Estonia,), ma smarriscono l’originaria vocazione di difesa dei pellegrini e di conversione dei pagani, con conseguente perdita di appoggi politici e religiosi. Lo scontro con le truppe comandate dal re polacco-lituano Ladislao II Jagellone segnò l’inizio del declino dell’ordine cavalleresco.

Ladislao II Jagellone, Re di Polonia.

Le conquiste Dopo la conquista della Prussia (metà del XIII secolo) i cavalieri Teutonici andarono in soccorso delle popolazioni cristiane della Livonia, assalite da forze russe e lituane ancora paganeggianti. Il 27 luglio del 1320 le truppe teutoniche vennero sconfitte a Medenik. Il maresciallo dell’ordine, Heinrich von Plotzke morì sul campo e Gehrard von Ruden venne bruciato vivo con il cavallo, come sacrificio agli dei. Per 25 anni i cavalieri Teutonici combatterono contro lituani, russi, samogiti e tartari, infliggendo pesanti sconfitte a Strawe (1348), Strebnitz (1349) e a Rudau (1370), quest’ultima ad opera del gran maestro Winrich von Kniprode. Lo scenario si modifica completamente quando il principe lituano Ladislao II Jagellone sposa Judwiga (Edvige) d’Angiò di Polonia, unificando così i due regni. La scelta politica, religiosa e culturale di ricevere il battesimo e l’impegno alla conversione delle sue genti procurano a Ladislao l’appoggio da parte della Chiesa e delle popolazioni del nord Europa. I cavalieri Teutonici, orientati ad una conquista politica, militare ed economica del territorio, non hanno più una giustificazione religiosa per quell’espansione ad est (drang nach Osten) che appare sempre più un’aggressione ad un paese ormai cristiano. Il possesso della Samogizia, e non solo visto che gli interessi territoriali e politici dell’Ordine e dei polacchi erano convergenti verso lo stesso obiettivo, costituì il casus belli tra Jagellone II e il cugino Vytautas contro l’Ordine Teutonico. Tra tensioni crescenti a livello militare e alleanze segrete (Venceslao IV di Boemia firmò con la Polonia un trattato difensivo contro i cavalieri teutonici, mentre il fratello Sigismondo di Lussemburgo si alleò con l’Ordine) si arrivò all’estate del 1410 e alla guerra.

Lo schema tattico della battaglia.

Verso la battaglia I due eserciti si affrontarono nella piana compresa tra Tannenberg (collina degli abeti), Grünwald (bosco verde) e Ludwigsdorf (villaggio di Ludovico). I cavalieri Teutonici giunsero sul campo di battaglia con 700 fratelli cavalieri (su un totale di 1.400), 11.000 sergenti a cavallo e truppe fornite dalle città e dal contado, 8.000 mercenari e “crociati”, cioè volontari provenienti dalle regioni di più recente cristianizzazione. Ladislao e Vytautas (Vitoldo) rispondono con un esercito di 30.000 lituani, polacchi, boemi, magiari, moldavi, russi di Smolensk e mercenari tartari, il cui punto di forza è costituito dalla cavalleria corazzata polacca, fedele al re fino all’estremo sacrificio. La mattina 15 luglio del 1410 il Gran Maestro Ulrich von Jungingen schiera in prima linea i cavalieri pesanti, concentrandoli sulla parte esterna della fila, poi la cavalleria leggeri, gli arcieri in posizione defilata, insieme con l’artiglieria (che, però, non influirà sull’esito dello scontro a causa del terreno bagnato e per la scarsa gittata dei pezzi). L’ala sinistra era comandata dal Maresciallo di Prussia Friedrich von Wallenrode, mentre l’ala destra dal Grosskomtur dell’Ordine Conrad von Lichtenstein. I polacco-lituani rispondono con due corpose formazioni di prima linea, sull’ala destra i 51 stendardi polacchi e a sinistra i 40 lituani, disposte a cuneo di profondità, fino a venti file con la prima composta da tre cavalieri e l’ultima da undici, al centro la fanteria di mercenari boemi e la cavalleria leggera. I due schieramenti si fronteggiano per quasi tre ore. Il Gran Maestro von Jugingen si aspettava che fossero i polacchi ad iniziare la battaglia. Ladislao non si muoveva e non potendo attendere oltre, vista anche la giornata calda e assolata che si andava apprestando, von Jungingen inviò gli araldi a Ladislao con un messaggio, riportato dal cronista Jan Dlugosz: “Sua Maestà! Il Gran Maestro Ulrico manda a te e tuo fratello, tramite noi, i delegati qui presenti, due spade in aiuto affinché tu, con lui e la sua armata, non ritardiate oltre e possiate combattere più coraggiosamente di quanto abbiate mostrato finora, e anche affinché voi non continuiate a nascondervi e a rimanere nella foresta, e non posponiate oltre la battaglia. E se credete di avere troppo poco spazio per dispiegare i vostri ranghi, il gran maestro Ulrico, per spingervi alla battaglia arretrerà dalla pianura nella quale ha schierato la propria armata, tanto lontano quanto desiderate, o vi consentirà di scegliere il campo di battaglia affinché non dilazioniate oltre”1. Il Gran Maestro fece realmente indietreggiare il suo schieramento, anche perché aveva fatto scavare delle buche davanti ai suoi militi per rallentare la carica della cavalleria nemica. Quanto alle spade lasciate conficcate nel terreno dagli araldi, le cronache del tempo rimandano ad un gesto di superiorità da parte di von Jungingen e di disprezzo del nemico, un gruppo eterogeneo di soldati, spesso male armati, tanto da aver bisogno di due spade in più. Se il Gran Maestro avesse attaccato immediatamente le truppe nemiche, ancora disorganizzate e non perfettamente schierate, la giornata di Tannenberg sarebbe stata ricordata come una vittoria dei cavalieri teutonici. Ulrich von Jungingen invece, decise di attendere che il nemico facesse la prima mossa. E non fu l’unico errore commesso quel giorno.

Lo scontro tra i lituani e i cavalieri teutonici in un bassorilievo.

Lo scontro I primi a muoversi sono i cavalieri leggeri lituani e i tartari, al comando di Vitoldo, che scaricano un nugolo di frecce sui teutoni, chiusi nelle loro armature e riparati dagli scudi. Un assalto che viene respinto con facilità e i lituani e tartari fanno marcia indietro, inseguiti dalla cavalleria teutonica. Si tratta di un trucco, per attirare i cavalieri lontano dalla piana. Mentre i cavalieri leggeri tornano indietro, infatti, una parte dei Teutonici finesce contro le contro le fanterie alleate dei russi di Smolensk ancora ferme ai margini del bosco a protezione dell’ala destra dei polacchi, adesso apparentemente scoperta. È un azzardo per Ladislao. I battaglioni di Trakai e di Vilnius, però, riescono a resistere alla carica di nove gonfaloni al comando del cavaliere di Wallenrode. Nel combattimento si distinguono gli uomini al comando di Giorgio figlio Mstislav, principe di Smolensk. I comandi dell’Ordine, vedendo la situazione favorevole sul loro fianco sinistro, spostano le truppe dal proprio lato destro. I Teutonici avanzavano metodicamente facendo strage di lituani e tartari. Poi lanciano una parte della cavalleria all’inseguimento di quella avversaria in fuga. I cavalieri teutoni non riescono a raggiungere le veloci e leggere truppe a cavallo lituane che scompaiono all’orizzonte. In realtà si ritirano nel bosco, andando ad ingrossare le fila della cavalleria pesante polacca. Gli storici ancora dibattono sull’ipotesi che si sia trattato di un piano ben congegnato, in quanto molti soldati “smisero di correre se non quando furono in territorio amico, dove riferirono di aver subito una sconfitta”2. Jan Dlugosz riferisce come “i nemici all’inseguimento, pensando di aver già vinto, iniziarono ad allontanarsi dai propri stendardi, cosicché i ruoli cambiarono e loro stessi vennero cacciati. E quando vollero tornare dalla loro parte, gli uomini del re li separarono dalla loro gente, uccidendo e prendendo prigionieri”3. Esaurita la forza della carica, però, i cavalieri dell’Ordine si trovano a dover combattere corpo a corpo contro le fanterie russe. Una mischia pericolosa e inconcludente per i cavalieri, i quali restano bloccati nella pianura, mentre la cavalleria polacca può manovrare per cercare di accerchiare i teutonici e prenderli alle spalle. A fermare la carica dei polacchi ci sono i fanti del Gran Maestro. Ladislao lancia la carica della sua cavalleria, ma seppure in numero esiguo, i confratelli dell’Ordine, al grido di «Christ ist erstanden» (Cristo è risorto) e i fanti riescono a reggere l’urto. Nella calca della lotta cade lo stendardo di Ladislao e i polacchi credono che il loro re sia morto. Lo Jagellone ricompare in seconda linea, si mostra ai soldati e con l’aiuto dei russi riesce a strappare a Wallenrode lo stendardo. In lontananza appaiono i cavalieri teutonici che hanno desistito dall’inseguimento dei lituani e dei tartari. Il re polacco, allora, decide di affondare il colpo contro le ali teutoniche e impedire che i due tronconi si riuniscano. Richiama dal bosco le riserve, e i lituani fuggiti nella finta ritirata dopo il primo assalto, e anche la cavalleria leggera di Vitoldo, puntando sul fianco destro i reparti a cavallo dell’Ordine prima che si ricongiungessero con il Gran Maestro. A quel punto le cavalcature dei Teutonici sono sfiancate e non possono partire nella controcarica e per polacchi e lituani è facile fare strage dei nemici.

Ulrich von Jungingen immortalato alla base del monumento che ricorda la battaglia di Tannenberg/Grunwald, a Cracovia.

Il Gran Maestro von Jungingen chiama all’attacco le riserve, ma anche la terza linea polacca avanza. Le riserve teutoniche si arrestano, non hanno spazio e gli avversari ne approfittano. Le truppe teutoniche sono affaticate dal caldo, dal peso delle armature e dagli sforzi sostenuti nei precedenti attacchi e vengono accerchiati. Poi sul campo di battaglia riecheggia il grido: “Arrivano i lituani” e l’armata teutonica si sgretola. Alcuni cavalieri consigliano al Gran Maestro di ritirarsi, ma Ulrico risponde: “Non voglia Dio che io abbandoni mai questo campo dove sono morti tanti miei uomini”. Poco dopo cadono quasi tutti gli alti ufficiali dell’Ordine, compresi il Gran Maestro (colpito al petto e al viso e, infine, trapassato al collo da una lancia lituana), il Gran Tesoriere e il Grosskomtur. Sparsasi la voce della morte di von Jungingen i Teutonici fuggono al grido di “Madonna, abbi pietà di noi”. Sono le 7 di sera e, secondo Jan Dlugosz, i polacchi inseguirono i Teutonici fino all’imbrunire per oltre 15 miglia4. Gli ultimi cavalieri e sergenti si chiusero in cerchio nei pressi dei carriaggi e delle tende: “Ne morirono più qui che in qualsiasi altro posto sul campo di battaglia”5. Non fu concessa pietà se non a poche centinaia di superstiti. Tra le salmerie i polacchi trovarono anche le bombarde e i cannoni dei cavalieri Teutonici. Artiglieria che non venne utilizzata perché a causa della pioggia la polvere pririca si era bagnata e il terreno fangoso non permetteva né di muovere i pesanti pezzi né i proiettili avrebbero avuto effetto, affondando nella mota invece che rimbalzare tra gli uomini dello schieramento avversario.

Al termine di 9 estenuanti ore di battaglia Ladislao fece raccogliere dal campo 51 insegne dei suoi nemici, poi poste nella cappella di San Stanislao della cattedrale di Wawel a Cracovia (descritte da Jan Dlugosz nel suo Banderia Pruthenorum e ricopiate con l’aggiunta di didascalie dal pittore Stanislao Durink e ora scomparse). Sul campo di battaglia rimasero almeno 18.000 morti dell’esercito teutonico e 14.000 prigionieri. Al castello di Marienburg, capitale dei possedimenti dell’Ordine, fecero ritorno 1.427 tra cavalieri e sergenti e 77 arcieri. A Marienburg rientrò anche Heinrich von Plauen, poi eletto Gran Maestro, con i suoi 3.000 uomini, impedendo a Stanislao di prendere la città. L’esercito polacco-lituano contò 5.000 morti e 8.000 feriti.

La battaglia di Tannenberg e la successiva sconfitta di Puck nel 1462 fecero sì che “i bianchi mantelli crucisignati non sarebbero più stati visti nelle grandi distese gelate” del nord Europa6. Nel 1526 il Gran Maestro Alberto Hohenzollern, aderì alla Riforma luterana, incamerò i beni dell’Ordine Teutonico divenendo il primo duca secolare di Prussia. Nel corso della guerra di Successione spagnola (1701-14) gli Hohenzollern acquisirono il titolo regale, si fecero promotori dell’unificazione della Germania, regnando fino al 1918.

Cinquecento anni dopo Tannenberg fu protagonista di un altro scontro tra le truppe prussiane e quelle zariste. L’esercito imperiale tedesco, tra il 26 e il 30 agosto 1914, infliggeva una pesante sconfitta ai russi: 60.000 prigionieri, 3 Corpi d’armata annientati e 2 decimati. Per ricordare la battaglia e onorare i caduti venne costruito il Memoriale di Tannenberg e vi fu tumulato il corpo del generale Paul von Hindenburg, comandante in capo dell’esercito tedesco e morto nel 1934. All’approssimarsi dell’Armata rossa fu Adolf Hitler e dare l’ordine di traslare la salma di Hindenburg e demolire (parzialmente) il Memoriale.

Umberto Maiorca

1,3,4,5 J. Dlugosz, Chronica conflictus, in Historiae Polonicae, Varsavia, 1999 2 A. Frediani, Le grandi battaglie del Medioevo, Newton compton editori, 2015, p. 100 6 A. Leoni, Storia militare del Cristianesimo, Edizioni Piemme, 2005

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La battaglia di Crécy

Una immagine della battaglia di Crécy.

È il 1346, e fra il regno di Francia e quello d’Inghilterra è in corso quella che a partire dall’Ottocento verrà chiamata la “guerra dei Cent’anni”. Il conflitto aveva preso il via nel 1337, allorquando il re d’Inghilterra Edoardo III Plantageneto (1312 –1377), già duca di Guienna e dunque feudalmente obbligato verso il re francese, aveva formalizzato la sua opposizione all’ascesa al trono di Francia di Filippo VI di Valois (1293 – 1350): Filippo era stato in effetti solo uno dei candidati alla soluzione della crisi dinastica apertasi nel 1328 alla morte di Carlo IV; lo stesso Edoardo, stanti i legami familiari della madre, Isabella di Francia, avrebbe potuto a buon diritto aspirare alla corona francese.

Beninteso, anche altri fatti avevano partecipato all’avvelenamento del clima fra i due regni, già nei primi anni Trenta: intromettendosi nella turbolenta questione scozzese, Filippo VI aveva infatti offerto riparo e sostegno all’erede legittimo del regno di Scozia, quel giovanissimo David Bruce contro il quale Edoardo III aveva invece sostenuto Edoardo di Balliol. Per di più, per rintuzzare le posizioni della corte plantageneta in merito alla corona francese Filippo aveva ordinato nel 1337 la confisca della Guienna, in risposta alla quale Edoardo aveva sconfessato il proprio omaggio feudale e rivendicato per sé il trono di Francia; due anni più tardi, non prima di essersi assicurato l’appoggio di una parte delle Fiandre e del Sacro Romano Impero, il re d’Inghilterra aveva allestito una prima spedizione armata, che tuttavia si era risolta in un’incursione su suolo francese incapace di risultati significativi. Negli anni immediatamente successivi, il conflitto era proseguito fra occasionali battaglie – in primo luogo quella navale di Sluys, che aveva visto gli inglesi conseguire il controllo della Manica – inconcludenti campagne e lunghe tregue.

Nell’estate 1346 il conflitto subisce un’accelerazione: l’11 luglio Edoardo III salpa dall’isola di Wight alla testa di un esercito di quindicimila uomini, facendo vela verso la Normandia. Da La Hogue muove una scorreria di ampio respiro, ma se da un lato l’armata inglese – efficacemente divisa in più colonne disposte in parallelo fra loro, a disegnare un fronte di diversi chilometri – accumula un grande bottino grazie al saccheggio di Valogne, Carentan, Saint-Lô, Caen, dall’altro lato il mancato coordinamento con la flotta costringe Edoardo a optare per una marcia serrata verso le Fiandre. Giunti sulla Senna, gli inglesi devono fare i conti con la demolizione dei ponti messa in atto dai francesi: non possono che risalire il corso del fiume fin quasi a Parigi, per poi riuscire ad attraversarlo a Poissy il 16 agosto e nuovamente puntare a nord.

Miniatura quattrocentesca della battaglia di Crécy tratta dalle Cronache di Jean Froissart.

La strategia attendista di Filippo VI cede allora il passo alle pressioni della nobiltà al comando dell’esercito francese, che insiste per intervenire: da Amiens un’armata di circa cinquantamila uomini si lancia all’inseguimento del nemico, che affretta il passo e il 24 agosto attraversa la Somme al guado di Blanchetacque. Benché a tre giorni di marcia dalle Fiandre, ormai incalzati dai francesi gli inglesi optano per acquartierarsi nei pressi del villaggio di Crécy-en-Ponthieu, disponendosi lungo un pendio in attesa dell’arrivo dell’esercito francese, che sopraggiunge il 26 agosto.

La battaglia si profila all’orizzonte. Da un lato c’è l’esercito di Edoardo III d’Inghilterra, che la campagna estiva ha ridotto a circa undicimila uomini fra fanti, arcieri e cavalieri. Dall’altro lato c’è l’esercito di Filippo VI: quasi cinque volte più numeroso, guidato da alcune fra le più grandi personalità laiche della Francia e dell’Occidente tutto, forte di un’istituzione militare considerata pressoché invincibile: la cavalleria pesante francese.

Se è vero che la cavalleria, in senso lato, affonda le proprie radici ben prima del Medioevo, è vero anche che è solo a partire dalla fine dell’XI secolo che essa inizia ad assumere quelle peculiarità impresse tutt’oggi nell’immaginario collettivo.

Si pensi alla tecnica guerriera: la cavalleria antica e altomedievale sfruttava il galoppo del cavallo in combinazione ad armi da lancio quali giavellotti ed archi, oppure – più frequentemente – si limitava a impiegare il cavallo per portarsi sul campo di battaglia. Quand’anche non smontava da esso il cavaliere – ma sarebbe forse più opportuno parlare di soldato a cavallo – si trovava ad ingaggiare la mischia in modo di fatto non troppo dissimile dal fante, impiegando mazze, lance relativamente corte o armi da taglio. È solo sullo scorcio dell’XI secolo che la cavalleria compie un salto di qualità, mettendo a punto una tecnica esclusiva in grado di sbaragliare il nemico: la carica con la lancia lunga. Si tratta di una tecnica articolata – figurativamente documentata, ad esempio, nel celebre arazzo di Bayeux, che ha per protagonista la cavalleria normanna trionfante ad Hastings nel 1066 – che per risultare efficace, combinando forza d’urto e precisione del colpo, richiede un allenamento e ancor più un equipaggiamento via via più onerosi, dunque al di fuori della portata delle classi sociali più modeste. Non basta: la carica funziona quando eseguita da più cavalieri ben coordinati fra loro; l’allenamento di gruppo prima, e la battaglia poi, inducono perciò all’affiatamento gli esponenti di quella che nel XII secolo è diventata una conclamata eccellenza militare, capace di distinguersi e di fare la differenza sul campo di battaglia.

La tomba del Principe Nero, figlio di Edoardo III, nella Cattedrale di Canterbury.

Evidentemente, l’evoluzione della figura del cavaliere non può essere ridotta al solo aspetto funzionale. È ancora fra XI e XII secolo che, a partire dalla Francia d’oïl e dall’area anglo-normanna, il concetto di cavalleria si direbbe via via travalicare l’ambito puramente professionale per ammantarsi, in senso ascendente, di una certa valenza sociale. Cavalleria e aristocrazia, che ancora nelle fonti altomedievali appaiono come inequivocabilmente distinte, iniziano con il tempo a compenetrarsi, promuovendo sul lungo periodo lo sviluppo di un complesso sistema di pratiche e di valori condivisi all’origine della cosiddetta etica cavalleresca. Complice l’ampia letteratura in tema del basso medioevo – riflesso e al contempo motore dell’evoluzione della cavalleria – nel corso del XIII secolo la figura del cavaliere sviluppa, a tratti fino all’esasperazione, quei connotati morali non a caso definiti oggi cavallereschi: il coraggio, il senso dell’onore, lo spirito di sacrificio, la solidarietà di corpo. Non si tratta di propensioni astratte: è in questo alveo, ad esempio, che matura la pratica del riscatto riservata ai cavalieri sconfitti, pratica certo non priva di un lampante riscontro economico e tuttavia indice anche di uno sviluppato senso di comune retroterra culturale. Beninteso, non mancano al contempo testimonianze di una certa degenerazione, sia in termini sociali che in termini militari: si pensi all’ostentazione del proprio status che porta il cavaliere a disprezzare chi gli è socialmente inferiore, nonché al personalismo guerriero che vede il cavaliere desideroso a ogni costo di distinguersi in battaglia.

Possibile che, a partire da un simile sistema di valori, nel Trecento la cavalleria sia occasionalmente giunta alla sottovalutazione dell’importanza in battaglia della disciplina di gruppo? Si può in effetti essere tentati di rispondere di sì, tanto più alla luce dell’esito della battaglia di Crécy, che vede l’esercito inglese trionfare su quello francese a dispetto della propria esiguità numerica: un risultato reso possibile dall’adozione di una lucida, efficacissima tattica di posizionamento e impiego delle proprie forze, tattica peraltro già sperimentata in occasione delle guerre scozzesi e in grado di mettere a nudo la scarsa coordinazione del nemico.

Mappa della battaglia di Crécy , The Department of History, United States Military Academy.

La collina lungo la quale si dispone l’armata di Edoardo III è infatti protetta sul fianco destro dal corso del fiume Maye e, ancora oltre, dalla foresta di Crécy: a meno di non volere stralciare la convenzione cavalleresca che trova biasimevole aggirare il nemico da sinistra, i francesi non possono dunque attaccare che frontalmente, perdipiù in salita. Inoltre, gli inglesi disseminano anzitempo il campo di battaglia di trincee e palizzate, così da rallentare – fino a spezzarla – la carica della cavalleria francese. L’armata di Edoardo è infine divisa in tre corpi – anche detti battaglie – composti da fanti e cavalieri smontati da cavallo; gli arcieri vengono collocati non solo ai lati di tali corpi, ma anche – adottata una formazione a cuneo – in posizione d’avanguardia.

L’armata di Filippo si direbbe giungere impreparata allo scontro. Quando appura la posizione degli inglesi essa sta marciando in un ordine che non ha nulla a che vedere con lo schieramento da assumere in battaglia, il che rende oltremodo caotico l’avvicinamento al nemico: retroguardia e avanguardia finiscono per non comunicare, con il risultato che quest’ultima si porta dietro la divisione mediana e continua ad avanzare fino a entrare in contatto visivo con le battaglie inglesi; la confusione prende allora il sopravvento, e la coordinazione fra i comandanti e i cavalieri francesi viene definitivamente meno. L’avvicinamento al fronte nemico dei balestrieri di Filippo – alcune migliaia di mercenari genovesi che, stante il caos in cui versa la colonna francese, si trovano sprovvisti dei propri pavesi – si risolve in un disastro: gli archi lunghi di cui dispongono gli arcieri inglesi hanno infatti una gittata superiore a quella delle balestre genovesi, e hanno dunque buon gioco a mettere in rotta queste prime schiere nemiche. La ritirata in disordine dei balestrieri finisce perdipiù per impedire qualsivoglia manovra all’avanguardia della cavalleria francese, che a sua volta diviene bersaglio delle frecce inglesi contribuendo a paralizzare l’offensiva del proprio esercito, la cui disposizione sul campo di battaglia ha ormai rinunciato a qualsivoglia criterio tattico. Nell’arco di quattro o cinque ore, una dopo l’altra le schiere dei cavalieri di Francia vedono i loro ranghi decimati e la loro carica spezzata, e a poco servono le estemporanee sortite con le quali alcune personalità riescono a portarsi fra le fila nemiche. I cavalieri di Filippo che cadono feriti sul campo di battaglia sono finiti con il coltello dai fanti di Edoardo, e questo del tutto a prescindere dall’opportunità dell’abituale riscatto.

Edoardo III conta i morti dopo la battaglia di Crécy, Jean Froissart, Chroniques (Vol. I).

Il bilancio di Crécy è tanto buono per l’Inghilterra quanto drammatico per la Francia: le perdite francesi sono ingenti, il prestigioso comando dell’esercito è pressoché azzerato, l’invincibile cavalleria di Filippo VI è a pezzi. Più ancora che il dato numerico, l’esito della battaglia porta alla luce tutti i limiti – alcuni intrinseci, altri sviluppati con il tempo – della cavalleria pesante: una dolorosa lezione che la Francia, nel corso dei centosette anni che mancano alla conclusione in sordina della cosiddetta “guerra dei Cent’anni”, si sentirà ripetere ancora.

La cavalleria medievale non finisce nel 1346 a Crécy, ma è certo anche qui che si consuma lo scarto fra immaginario cavalleresco e nuova, severa realtà bellica.

Jacopo Mordenti

Tratto dal n° 79 di Storica National Geographic

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Cortenuova, il crepuscolo dell’Impero

La statua di Federico II, Palazzo Reale, Napoli.

Il Carroccio è perso, la croce di ghisa spezzata e gettata nel fango, il comandante Tiepolo fatto prigioniero e poi giustiziato. Milano e Brescia rischiano di essere assediate e rase al suolo. Le città del nord Italia si sottomettono a Federico II. Il 27 novembre del 1237 Federico II “vendica” la disfatta del nonno, il Barbarossa, avvenuta sessantuno anni prima a Legnano.

Nella pianura bergamasca lo “Stupor mundi” infligge una sonora sconfitta militare alla rinata Lega lombarda, ma non riesce a cogliere i frutti politici che lo avrebbero reso padrone dell’Italia. Cortenuova è il punto più alto della parabola di Federico II.

Le premesse Unificare i possedimenti imperiali di Germania e d’Italia. Un sogno accarezzato da Federico Barbarossa e da Enrico VI, ma sempre infrantosi davanti al desiderio di indipendenza dei Comuni lombardi e del Papa. Un sogno che neppure Federico II riuscì a realizzare, costretto a correre in Germania per punire il figlio ribelle Enrico dopo essere riuscito a piegare la nobiltà del Sud Italia. E una volta pacificata la Germania di nuovo in Italia per piegare i lombardi. Era diritto dell’imperatore governare sui territori del Sacro romano impero. “Senonché era già suo era il regnum del Mezzogiorno. Pertanto se la colata montante da sud si fosse fusa con quella discendente da nord, un unico magma avrebbe sommerso, nel centro, un’altra potenza: quella del patrimonium sancti Petri”1. Lo stesso Federico II, attraversando il Mincio nel 1236, aveva ricordato che era suo diritto “avventurarmi nelle terre dell’impero” come un qualsiasi pellegrino o viandante. I riottosi Comuni del Nord, i ligures, o Collegati, Milano, Brescia, Mantova, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Verona, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara e Alessandria, avevano rifiutato di sottomettersi a Federico II, di partecipare a Diete e negoziati. Rivendicavano quelle libertà conquistate sul campo di Legnano. Guerra, quindi. Anche se l’imperatore svevo preferiva utilizzare il termine “perseguimento di un diritto” quando indicava la punizione da infliggere ai ribelli.

Si prepara la guerra Federico aveva fatto ritorno in Italia nell’estate del 1236, assediando e saccheggiando Vicenza. Papa Gregorio IX aveva cercato di mediare tra Federico e i lombardi, ma il 5 novembre 1236 a Brescia si erano rinsaldati i legami della seconda Lega lombarda ed erano state respinte tutte le richieste dell’imperatore. Un altro tentativo di mediazione del Pontefice era stato portato avanti a Brescia, nel luglio del 1237, alla presenza dei legati pontifici Tommaso di Santa Sabina e Rinaldo d’Ostia e dei rappresentanti dell’imperatore Hermann von Salza, Gran Maestro dell’Ordine teutonico, e il cancelliere Pier della Vigna. Mentre a Brescia si trattava, Federico rinforzava il suo contingente con 2.000 cavalieri teutonici e 6.000 arcieri saraceni, raccogliendo le truppe alleate di Ezzelino da Romano e di Gaboardo di Arnstein dalla Toscana, fino a raggiungere il numero di 15.000 uomini in armi. L’esercito federato, composto da 6.000 fanti e 2.000 cavalieri, era al comando di Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia. Lo seguiva il Carroccio e la Compagnia dei Forti, altri mille uomini tra cavalieri e pedoni guidati da Enrico da Monza. La campagna dell’imperatore si aprì con la conquista di Mantova, senza colpo ferire. La città aprì le porte all’approssimarsi dell’esercito imperiale. Cosa che non fece Montichiari, dove una guarnigione di 1.500 fanti e 20 cavalieri resistette per due settimane, permettendo alle truppe della Lega di raggiungere Brescia ed impedendo che Federico la cingesse d’assedio. L’imperatore diede ordine, allora, di devastare il territorio, con l’intenzione di far uscire l’esercito della Lega dalla città e dare battaglia in campo aperto. I bresciani non abboccarono e preferirono attendere i soldati delle altre città federate, ancora in marcia per congiungersi con gli alleati.

Cortenuova. Miniatura dal manoscritto chigiano di Giovanni Villani (XIV sec., Biblioteca Vaticana).

La battaglia L’imperatore di ritirò a Pontevico, nelle vicinanze di Cremona. I ligures scelsero Manerbio, poco a nord dell’accampamento imperiale, in un terreno paludoso e protetto da un fiume, tenendo fede ad una strategia puramente difensiva. “Federico II nel 1237 si mostrò desideroso di imporre rapidamente la sua autorità ai comuni cittadini dell’Italia settentrionale e rinfacciò ai Milanesi la tattica dilatoria da loro adottata: «Temendo di venire con noi a battaglia campale, si sforzano di sbarrare il passo al nostro valoroso esercito in strettoie e ai passaggi dei fiumi, formano con i loro armati2 masse che contrappongono ai nostri cavalieri rendendo così impossibile un combattimento libero e senza impedimenti» nel quale sia possibile ottenere, una volta per tutte, la vittoria decisiva”3. A Cortenuova questa tattica, però, costò la sconfitta alla truppe della Lega lombarda.

L’imperatore decise di togliere il campo il 23 novembre, superò il fiume Oglio e congedò una parte delle truppe alleate. Federico II aveva deciso di porre termine alla campagna e di svernare in territorio sicuro. Almeno questo intesero i comandanti della Lega lombarda. E iniziarono a smobilitare anch’essi, marciando verso nord in direzione di Milano. L’esercito imperiale segue la direzione di nord-ovest, risale il fiume per 22 chilometri e si attesta a Soncino. I Collegati vanno a nord, da Manerbio verso Lograto e poi virano verso Chiari e raggiungono Palazzolo. Marciano paralleli all’Oglio e nella nebbia i due eserciti non si vedono. Probabilmente le due colonne sentono il rumore di ferro e carriaggi. Dalla sua posizione Federico può controllare la via di fuga verso Milano e verificare velocemente se i nemici intendono superare l’Oglio a nord o a sud e muovere di conseguenza. Per di più alle spalle dei Collegati c’è un contingente di bergamaschi attestato tra Ghisalba e Cividate al Piano con l’ordine di segnalare con il fumo il passaggio del fiume da parte del nemico. Un compito che i bergamaschi assolsero con molto rigore, dando alle fiamme la chiesa. Virtualmente i soldati della Lega sono già accerchiati.

La propaganda federiciana, posteriore alla battaglia, ha inteso attribuire all’imperatore una precisa strategia per attirare in trappola la Lega lombarda, attraverso un finto ripiegamento per condurre la battaglia in terreno favorevole. Secondo quanto scrive il cancelliere Pier delle Vigne (la vista delle “insegne mortuarie” dei ribelli avvenne “casualiter tamen feliciter”, cioè casualmente, ma con successo), invece, sembra più che Federico si sia reso conto di aver provocato un’occasione favorevole con la sua decisione e di averne prontamente approfittato.

La mattina del 27 novembre le truppe della Lega si apprestano a muovere, dopo aver trascorso la notte nei pressi del castello di Cortenuova, dove si erano trincerati allargando lo spazio tra mura e fossato per collocare il Carroccio. Il simbolo della libertà comunale era trainato, in questa occasione, non dai lenti buoi, ma da veloci e resistenti cavalli da guerra, che muovono per guadare l’Oglio. Passano il fiume le avanguardie di fanteria, poi i milanesi e i piacentini. Intorno alle tredici buona parte dell’esercito ha varcato il fiume e una lunga fila di picchieri e pavesai è schierata a difesa delle operazioni. Il Carroccio e le salmerie sono ancora a Cortenuova. All’improvviso, da sud, giunge un cavaliere. È un esploratore di Federico. L’uomo si lancia verso le truppe della Lega e urla: “Allerta! L’imperatore vi darà sempre battaglia”.

Federico II è già stato avvertito dei movimenti nemici e l’esercito si è subito messo in movimento per coprire i 18 chilometri che lo separano dai lombardi. I soldati di Federico marciano a ranghi compatti, bandiera dopo bandiera, ognuna segue il vessillo del proprio comandante. L’ora è tarda per dare battaglia, ma Federico ha deciso di regolare i conti ugualmente. Il cronista Matteo da Parigi immagina l’imperatore che arringa i suoi uomini: “Alza e dispiega , tenace alfiere mio, l’aquila mia vincitrice. Miei guerrieri, che tante volte vi inebriaste del sangue nemico, sguainate le vostre terribili lame. Travolgete con il vostro furore codesti ratti, che hanno osato uscire dalla loro tane. Che provino oggi le lance folgoranti dell’imperatore romano”.

Federico II entra in Cremona col Carroccio.

Gli imperiali coprono la distanza in poche ore e verso le tre l’avanguardia si scontra con un drappello di cavalieri lombardi, mettendolo in fuga. L’imperatore fa marciare le truppe disposte su sette colonne e quando giunge sull’obiettivo non fa schierare le truppe nell’ordine di battaglia, ma lancia subito all’attacco la sua cavalleria dopo un fitto lancio di frecce da parte dei suoi saraceni. Milanesi e piacentini non si aspettavano una marcia così rapida e un attacco altrettanto veloce. L’unica difesa pronta era il muro di “palvesi” rivestiti di cuoio pesante e una siepe di “lanze longhe”.

Uno schieramento coeso, ma poco numeroso e non in grado di contrastare il tiro dei saraceni e le cariche dei cavalieri teutonici. Il fronte si rompe in poco tempo e i lombardi superstiti cercano di raggiungere Cortenuova, dove già erano ammassati milanesi e alessandrini ammassati intorno al Carroccio. La cavalleria della Lega lombarda, decisiva sul campo di Legnano, viene spazzata dal terreno di battaglia dai duemila “teothoni” lasciando al suolo un ammasso di uomini disarcionati, morti, feriti, cavalli trafitti o scossi. La confusione, d’altronde, regna anche nel campo lombardo quando Federico immette nello scontro le altre truppe venete di Ezzelino da Romano e, poi, la retroguardia con l’intento di cogliere una vittoria decisiva prima del buio. I fanti lombardi, però, tengono duro per quasi tre ore e l’antemurale dei picchieri ripiega ordinatamente. Al grido di “Roma guerriera! L’imperatore guerriero” gli uomini di Federico assaltano le “lanze longhe”, cercano di scalzare dal fossato i picchieri alessandrini e di penetrare nel quadrilatero guelfo stretto attorno al Carroccio, dal quale si alza il grido di “Sant’Ambrogio”. Ancora Matteo da Parigi: “Infiniti, dall’una e dall’altra parte, vengono schiantati. E il grido in mischia dei combattenti, l’urlo dei morenti, il rombo delle armi, il nitrir dei cavalli, il ruggito dei cavalieri che si avvinghiano, la martellante percussione dei colpi folgoranti, gremiscono di fragore lo stesso cielo”.

Più volte nel corso di quelle ore le truppe federiciane sono sul punto di vincere la battaglia, lo stesso imperatore lo ricorda in un suo scritto: “Superato il fossato vedemmo alcuni dei nostri arrivare fino quasi a toccare il timone del Carroccio”. I lombardi, però, tengono duro e respingono i tentativi di penetrazione nel quadrato difensivo. Lo stesso comandante Pietro Tiepolo cade nelle mani dei ghibellini mentre combatte. Gli imperiali scavalcano il contrafforte e il fossato, si fanno sotto, vengono respinti, non c’è spazio per caricare e i cavalieri gettano le lance e mettono mano a spade e asce. Il corpo a corpo infuria. La Compagnia dei Forti rimane saldamente al proprio posto. Poi giunge la sera e cala la nebbia. Federico sospende l’attacco, ma ordina alle truppe di dormire in assetto da guerra, senza togliere le armature, pronti a tutto. Già “nel settembre del 1236 fanti e cavalieri dei comuni fedeli a Federico II giungono al fiume Chiese a non più di due miglia dall’esercito della Lega lombarda, e ivi rimasero tutta la notte armati e schierati aspettando l’arrivo dell’imperatore”4.

L’attacco finale è previsto per le prime luci dell’alba. D’altronde “in azioni intraprese allo spuntare dell’alba si distinguono sia Federico II sia suo figlio Enzio: nel novembre del 1237, durante i movimenti che porteranno alla battaglia di Cortenuova, l’imperatore di primissimo mattino ordinò ai fanti di varcare l’Oglio, il 27, sempre «summo mane», un cavaliere fu inviato a sfidare il nemico che stava a sua volta attraversando il fiume”5.

Federico II di Svevia.

Durante la notte, approfittando delle nebbia e delle maglie larghe nel blocco degli imperiali attorno a Cortenuova, le truppe lombarde abbandonano il campo, lasciando il Carroccio, spogliato delle insegne, della croce di ghisa e danneggiato in modo da renderlo irriconoscibile. All’alba il castello di Cortenuova è deserto, ma l’imperatore ordina alla sua cavalleria di inseguire i fuggiaschi. La piena dell’Oglio e del Serio impedì alla maggior parte di fuggire e riparare a Brescia o Milano e molti finirono annegati. I prigionieri furono almeno 5.000. Altrettanti rimasero sul campo di battaglia. “Nel 1237, dopo la vittoria di Cortenuova contro la seconda Lega lombarda, Federico II fece scrivere, con la solita magniloquenza, che «in nessun’altra guerra vi furono tanti morti» e che «le sepolture non bastano agli uccisi», ma non si ha alcuna memoria di necropoli, salvo il ritrovamento di qualche sporadico e insignificante frammento di ossa”6. Le perdite imperiali furono esigue.

Le conseguenze Federico II aveva riscattato la sconfitta di Legnano e inflitto una disfatta umiliante alla Lega lombarda. Il Carroccio sfilò per le vie di Cremona trainato da un elefante. Il comandante Pietro Tiepolo, incatenato al Carroccio che sarà poi donato alla città di Roma, verrà spedito a Trani e lì impiccato. L’imperatore Federico celebrò il suo trionfo, distrusse Cortenuova, accettò la sottomissione di Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona e l’omaggio di Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato, intimò ai milanesi e ai bresciani la resa incondizionata (senza ottenerla) e si inimicò ulteriormente papa Gregorio IX. La parabola di Federico II aveva raggiunto il suo apice, poi verranno la sconfitta di Fossalta, la prigionia del figlio Enzo e la morte nel 1250.

Umberto Maiorca

1 Raffaele Iorio, La rivincita dell’imperatore, in Storia e dossier, Giunti, n. 104, aprile 1996, pp. 39-45. 2 Flavius Vegetius Renatus, Epitoma rei militaris, Stutgardiae-Lipsiae, 1995. 3 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, p. 184. 4 A. A. Settia, op. cit., p. 246. 5 A. A. Settia, op. cit., pp. 254-255.

Bibliografia essenziale Caproni R., La battaglia di Cortenuova, Cortenuova, 1987 Cattaneo G., Federico II di Svevia, Roma, 1992 Kantorowicz E., Federico II imperatore, Milano 1976

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Azincourt, l’autunno della cavalleria feudale

La Battaglia di Azincourt (miniatura XV secolo, Lambeth Palace Library).

L’epopea della cavalleria medievale si infranse, in una fredda e umida mattina autunnale, nella pianura di Azincourt di fronte alla selva di frecce scagliate dai longbowmen, “villani” gallesi armati di arco lungo.

La battaglia di Azincourt (25 ottobre 1415) renderà manifesto quello che era già stato anticipato, ma non compreso, a Crécy (1340) e a Poitiers (1356): una forza leggera e mobile, con arcieri e uomini d’arme, ben diretta sul campo e con terreno favorevole, è superiore alle pesanti armi feudali, alla massa scomposta di cavalieri nobili a caccia di gloria prima che della vittoria, combattenti che ritenevano disonorevole battersi contro persone di ceto inferiore.

I nobili francesi, infatti, pensavano ancora ad una guerra “di classe”, fatta da cavalieri contro cavalieri, per dimostrare il proprio valore e, magari, prendere prigioniero il nemico per poi chiedere un riscatto. Quella mattina si trovarono di fronte l’esercito di Enrico V (9 agosto 1387-31 agosto 1422) formato da uomini d’arme, soldati non nobili, che combattevano con spada, mazza e arco, elmo o camaglio, e pronti ad utilizzare la “misericordia”, uno stiletto a quadrello che infilavano nelle fessure dell’elmo dei cavalieri disarcionati. Ad Azincourt gli uomini d’arme fecero strage della cavalleria francese. Anche a battaglia quasi finita, quando eseguirono l’ordine del re di passare a fil di spada i prigionieri.

Lo scenario politico La guerra dei “Cento anni” tra Francia e Inghilterra fu un lungo susseguirsi di campagne, scorrerie, grandi battaglie, assedi e intrighi politici. La pace di Brétigny del 1360 assicurò il dominio inglese nella Francia occidentale, di Calais, Cherbourg, Brest, della Guienna e anche un cinquantennio di pace. Con l’ascesa al trono di Carlo VI, malato di mente, si accesero i contrasti tra il partito dei borgognoni e degli armagnacchi per la gestione del potere in Francia. Enrico V aveva da poco represso la ribellione dei lollardi in Inghilterra (tacitando le richieste dell’alto clero), quando accettò l’invito dei Borgognoni ad intervenire in Francia, sia per consolidare le proprie conquiste territoriali sia per racimolare un grande bottino e tenere impegnati i suoi nobili. Intenzione del re era anche quella di stabilire rapporti economici e commerciali più saldi tra i Paesi Bassi e l’Inghilterra.

Enrico V (1387-1422) in un ritratto di autore sconosciuto, National Portrait Gallery, Londra.

L’invasione Forte di 15.000 uomini, nel 1415, Enrico V sbarcò a Le Havre e puntò subito sulla roccaforte di Harfleur. La città capitolò dopo un assedio di cinque settimane senza che l’esercito francese riuscisse a portare soccorso. L’armata inglese fu decimata, però, da un’epidemia di dissenteria e alla caduta della città restavano ad Enrico poco più di 6.000 combattenti. A questo punto Enrico V cambiò piano e trasformò la spedizione in una “chevauchée”, una incursione di rapine, saccheggi e incendi a danno del territorio e della popolazione, da attuare lungo il tragitto di ritorno verso Calais. Il re sperava di rifornire il suo esercito nella roccaforte inglese, rimpatriare i soldati feriti (“l’esercito inglese che vinse nel 1415 ad Azincourt aveva al suo servizio non meno di venti chirurghi e di personale analogo disponeva anche l’esercito francese”1) e svernare al sicuro. La piena della Somme (lo scontro si svolgerà sui terreni gessosi dove 500 anni dopo avverrà una delle battaglie più lunghe e sanguinose della Prima guerra mondiale) costrinse il re inglese a prendere l’antica via romana fra Albert e Daupame, vicino Sars. Da lì si diresse verso la valle Termoise, in direzione di Blagny, in cerca di un guado non controllato dai francesi. Riuscì ad attraversare la Somme nei pressi di Nesle, puntando poi su Peronne e risalendo verso nord. Giunto nei pressi del castello di Azincourt, però, incrociò la strada dell’esercito francese. Il 24 ottobre uno degli esploratori inglesi tornò indietro al galoppo e avvertì il duca di York: “Di fronte a noi c’è un mondo di gente”. Il re volle certezze sulla presenza dell’esercito francese lungo la via della ritirata e inviò lo scudiero Daffyd Gamme a controllare. L’uomo d’arme raggiunse una collina e osservò la colonna di soldati che sfilava nella valle in basso: era proprio l’esercito francese composto da oltre 20mila uomini. Tornato indietro riferì ad Enrico: “Sire, ce ne sono abbastanza da uccidere, abbastanza da catturare e abbastanza da mettere in fuga”. Enrico V raggiunse un’altura e osservò la lunga fila di cavalieri, pedoni, carriaggi, pennoni e banderuole che continuavano a sfilare a distanza. I due eserciti marciarono paralleli per alcune miglia, fino a raggiungere una stretta pianura tra Azincourt e Maisoncelles. Qui si accamparono per la notte a distanza di tre tiri d’arco l’un dall’altro. Il re inglese mandò un’ambasciata per trattare un lasciapassare: la restituzione di Harfleur in cambio del libero transito fino a Calais. I francesi rifiutarono. E allo scendere della notte iniziò a piovere.

La preparazione Enrico V non dormì quella notte, aggirandosi per l’accampamento, riflettendo e incitando i soldati, i compagni d’arme. Ispezionò le squadre di arcieri gallesi ricordando loro che i francesi avrebbero tagliato due dita della mano destra a qualunque arciere avessero catturato. Il re inglese pensava alla battaglia dell’indomani. La mattina del 25 ottobre Enrico controllò il campo e sorrise: il terreno arato che si stendeva tra i due eserciti, circondato dalla foresta di Azincourt a sinistra e di Tremencourt a destra, era fangoso, pesante e stretto, meno di 1 chilometro. Uno spazio contenuto, a forma di clessidra, all’interno del quale la cavalleria francese non avrebbe potuto dispiegarsi e caricare pesantemente. Un fronte molto stretto, invece, che poteva ben essere coperto dai longbowmen di Enrico. L’arco lungo gallese univa la potenza di lancio della balestra ad una cadenza di tiro pressoché tripla. Grazie a speciali punte era in grado di penetrare la pesante corazza dei cavalieri. I longbowmen si spostavano a cavallo o a piedi e combattevano in ranghi come gli uomini d’arme, indossavano giacche imbottite, a volte pettorine di ferro o una cotta di ferro, un elmo aperto davanti o un camaglio (un cappuccio di maglia di ferro), all’epoca della battaglia era già in uso indossare schinieri e avambracci di metallo.

Rappresentazione schematica della battaglia: le forze inglesi sono in rosso, le francesi in blu.

Lo schieramento Gli inglesi si schierano con gli uomini d’arme dispiegati su quattro file e gli arcieri in formazione a cuneo a copertura dei fianchi dell’esercito e dietro le fila dei fanti. I cento cavalieri nobili si dispongono attorno al re. Davanti allo schieramento vengono piantati dei pali appuntiti per fermare la carica di cavalleria. L’esercito francese contava 1.500 balestrieri e 4.000 arcieri al comando del maestro David de Rambunes, 2.500 tra cavalieri pesanti e uomini d’arme e oltre 15.000 fanti (comprese le salmerie). I francesi erano guidati dal Conestabile d’Albret, dal maresciallo Boucicaut, dal duca D’Alençon e dal conte di Marle, vista l’impossibilità del “re folle” Carlo VI di Valois di governare regno ed esercito, e si schierarono con una parte dei cavalieri all’ala destra, e un’altra a sinistra e tre “battaglie” al centro. La “battaglia” era la suddivisione in ondate di cariche della cavalleria o di fanti. La prima “battaglia” era la più ambita, perché permetteva ai cavalieri di mostrare il proprio valore. Il Conestabile d’Albret aveva studiato un piano che prevedeva l’avvio della battaglia attraverso un fitto lancio di dardi e frecce da parte dei balestrieri e degli arcieri per decimare le fila dei longbowmen. Poi sarebbero partite le cariche: la prima per travolgere le fila nemiche, la seconda per dare il colpo di grazia e la terza per eliminare fuggiaschi e prendere prigionieri. I nobili cavalieri francesi rifiutarono tale piano, ritenendolo un oltraggio e spinsero affinché la fanteria finisse ai lati del campo di battaglia. I balestrieri non scoccarono un dardo nel corso dello scontro, finendo relegati tra i carriaggi. I cavalieri francesi, quindi, si accalcarono per prendere posto nella “prima battaglia”, di fronte agli inglesi.

La battaglia di Azincourt fu immortalata anche da Shakespeare nell’Enrico V.

La battaglia Sono le 7 del mattino, le bandiere e i vessilli non garriscono per l’assenza di vento e perché bagnati dalla pioggia notturna. Enrico V passa in rassegna lo schieramento e, come racconta William Shakespeare nell’Enrico V (Atto IV, scena III), arringa le truppe: “Noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino”. I francesi, però, non si muovono, sparano solo qualche colpo con i pochi cannoni (alle prime presenze sul campo di battaglia), ma con scarsi risultati vista la ridottissima cadenza di tiro e a causa delle condizioni del terreno: le palle di pietra non rimbalzavano nel fango e non arrecavano danno agli inglesi. Per quasi tre ore i due schieramenti si guardano da lontano, ma nessuno fa la prima mossa. Tanto che molti cavalieri francesi smontano di sella e mandano gli scudieri a prendere acqua e cibo. Enrico V prende una decisione che cambierà il corso della giornata: si consulta con sir Thomas Erpingham (comandante degli arcieri) e con il duca di York e decide di far avanzare i suoi soldati. I longbowmen (circa 6.000) e gli uomini d’arme divelgono i pali di protezione e avanzano, nel fango, fino a portarsi a distanza di tiro degli archi, circa 300 metri. Le prime file piantano nel terreno i pali frangicarica e rientrano nei ranghi. Gli uomini d’arme inglesi sono un migliaio. Enrico è senza speroni, segno che combatterà a piedi, in mezzo ai suoi. I francesi guardano dalle loro posizioni e non intervengono, perdendo il vantaggio tattico di attaccare un esercito in movimento. Gli inglesi riprendono fiato dopo l’avanzata nel fango, incoccano le frecce e danno inizio alla battaglia. Seimila frecce si abbattono sui francesi provocando morti, feriti (tra uomini e cavalli) e disordine. Le cavalcature impazzite travolgono tutto ciò che hanno intorno, i feriti cercano di guadagnare le retrovie per farsi medicare. I cavalieri che riescono a lanciarsi nella carica, dopo aver superato il caos che regna nella prima fila, si trovano impantanati nel fango e il tradizionale “élan” si perde prima ancora di entrare a contatto con gli inglesi. I quali continuano a scoccare frecce che decimano le schiere avversarie avanzanti a ranghi serrati, spalla contro spalla. Un bersaglio troppo facile per gli arcieri gallesi. Il destino di morte e ferite che era toccato ai cavalieri tocca anche ai fanti e agli uomini d’arme appiedati che provano a guadagnare il campo di battaglia. E mentre i fanti avanzano a piedi, con gli scudi alzati a proteggersi dalle frecce, l’ala destra francese carica gli inglesi, ma in maniera scoordinata, e si infrange contro la prima “battaglia” di cavalieri che si ritirava e i pedoni francesi all’attacco.

L’arco lungo inglese, chiamato anche Longbow gallese, è un potente arco medievale lungo circa 6 piedi (1,8 m), utilizzato da inglesi e gallesi per la caccia e come arma di guerra.

“I cavalieri francesi non fecero alcun tentativo di aggirare gli inglesi sul fianco o di attaccare gli arcieri dotati di forti archi lunghi”2. E quando i primi francesi riescono ad arrivare al corpo a corpo si ritrovano così compatti da non poter utilizzare le spade, mentre gli inglesi li assalgono da tutti i lati con le spade “bastarde”, cioè da mischia, corte, a lama larga e pesante, o con le mazze a manico lungo utilizzate per piantare i frangicarica. “Gli inglesi assaltarono i francesi con spade, asce e altre armi, e incontrarono poca resistenza” scrisse un anonimo cronista francese. Molti cavalieri cadono nella mischia e finiscono affogati nel fango sotto il peso delle armature o calpestati dai combattenti (destino che toccherà al duca di York nelle fila inglesi). Gli arcieri inglesi si arrampicano sulle cataste dei corpi francesi per bersagliare la seconda “battaglia” che avanza agli ordini del duca d’Alençon. Altri gruppi di arcieri si muovono come mute di cani a caccia di fuggitivi o soldati isolati. La mischia va avanti per poco. I francesi iniziano ad arrendersi e gli inglesi fanno migliaia di prigionieri, dividendo i nobili dai “villani”. Dai primi si possono lucrare forti somme di riscatto. In lontananza la terza “battaglia” francese si dirige verso il bosco di Tramecourt. Gli inglesi pensano ad un tentativo di prenderli alle spalle (alcuni popolani al seguito francese hanno già saccheggiato il campo del re inglese rubando il sigillo, la corona e il guardaroba di Enrico). In realtà si tratta di una fuga, di soldati che abbandonano il campo di battaglia, ma il re inglese non lo sa e prende una decisione che rimarrà come una macchia sul suo onore: far uccidere i prigionieri per poter fronteggiare un eventuale attacco. Minacciando di impiccare chiunque non avesse eseguito l’ordine, Enrico comanda alla sua guardia personale di iniziare l’eccidio. Cadono tutti coloro che non erano nobili, non avevano indosso i simboli della casato o non potevano permettersi un riscatto. Il duca di Brabante, in battaglia con l’armatura di un ciambellano e senza sopravveste con i colori del casato, viene passato per le armi. Alla fine dello scontro si contano i morti. Gli inglesi ebbero 500 perdite tra soldati e cavalieri. “Dopo la vittoria inglese ad Azincourt gli oltre seimila caduti furono inumati sul luogo dai contadini della zona per interessamento del vescovo di Arras”3. I francesi piangono la perdita del Conestabile di Francia, tre duchi, 90 signori feudali, oltre 1.500 cavalieri e 7.000 fanti. Seimila arcieri gallesi avevano avuto ragione della cavalleria francese. La lezione, però, non era stata ben appresa, neanche da chi aveva applicato tale strategia. Nel marzo del 1421 Enrico V venne sconfitto a Baugé, e suo fratello morì in battaglia, proprio perché aveva rinunciato ad usare la stessa tattica, mettendo da parte gli arcieri e attaccando con la sola cavalleria.

Conseguenze La sconfitta ad Azincourt e il possesso di Harfleur permisero ad Enrico V di condurre diverse campagne di devastazione nell’arco dei quattro anni successivi, consolidando le conquiste e riprendendo possesso della Normandia. Con il trattato di Troyes del 1420 e con il matrimonio tra lo stesso Enrico e Caterina, la figlia di Carlo VI, vennero poste le basi affinché le corone d’Inghilterra e Francia, se pur chiaramente distinte in base al trattato, finissero sullo stesso capo. Tre anni prima della battaglia di Azincourt, però, era nata, nel villaggio di Domrémy nel dipartimento dei Vosgi, una bambina alla quale venne messo nome di Giovanna. La guerra dei “Cento anni” (1337-1453) si avviava alla favorevole conclusione per la Francia. In oltre cento anni era cambiato il modo di far la guerra ed era cambiata l’Europa. L’Inghilterra si sarebbe votata al mare, il Sacro romano impero diventava una questione tedesca e la Francia assurgeva a nazione unificata.

Umberto Maiorca

1 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, pag. 283 2 G. Regan, Il guinnes dei fiaschi militari, Mondadori, 1999, pag. 142 3 A. A. Settia, op. cit., pag. 294

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La domenica che cambiò l’Europa

La battaglia di Bouvines, tratta da una edizione dell’opera Grandes Chroniques de France (1335-1340), Londra, British Library.

Giorno del Signore 27 luglio 1214, campagna nei dintorni di Bouvines, nelle Fiandre, tra Lille e Tournay.

L’aria è calda e ferma. I cavalieri e i fanti francesi di Filippo Augusto (1180-1223) sono in posizione, schierati in linea, tre fronti su due file ciascuno. Alle loro spalle il ponte di Bouvines e il territorio del Sacro romano impero. Di fronte, le truppe dell’imperatore Ottone IV di Brunswick (1198-1218). L’unico modo per salvare la vita e poter tornare a casa è vincere la battaglia che si appresta ad essere combattuta.

Nella terra di Fiandra si gioca il destino di buona parte dell’Europa. In tutto 20.000 uomini in armi che si fronteggiano. Tra i tanti simboli e le innumerevoli insegne che sventolano sul campo, al di sopra di tutto, si ergono due stemmi: i gigli del re di Francia Filippo Augusto, che ha deciso di impugnare l’orifiamma di Saint-Denis e l’Aquila, circondata d’oro, dell’imperatore sassone, scomunicato, Ottone IV di Brunswick. È una calda domenica estiva e si combatte per il destino dell’Europa.

Come si è arrivati a questo momento? Bisogna fare un passo indietro per comprendere la situazione. Le armi che si fronteggiano sono quelle del re di Francia e dell’imperatore, ma una complessa trama politica, con logiche di potere che si dipanano dal Mare del Nord alla Sicilia, coinvolge i veri protagonisti dello scontro. A fianco dei due combattenti, infatti, si scorgono gli uomini, le speranze e le ombre del giovane Federico II di Svevia (1196-1250), re di Sicilia, e la lunga mano di papa Innocenzo III (1198-1216), che ha deciso di sbarazzarsi del poco fidato Ottone IV, confidando sulla promessa del giovane svevo di non unire mai la corona di Sicilia con quella del Sacro romano impero. Legato alle sorti di Ottone c’è re Giovanni d’Inghilterra (1199-1216), il Senza Terra, alleatosi con l’imperatore nel tentativo di conquistare alcuni territori sul suolo di Francia e impegnato in una feroce guerra nell’Anjou e nel Poitou, rivendicando i diritti dell’ava Eleonora d’Aquitania.

Papa Innocenzo III.

La casa di Svevia, tra conquiste territoriali e politiche matrimoniali è riuscita a concentrare nelle proprie mani i territori europei dell’Impero ed il regno di Sicilia. Alla morte di Enrico VI (1190- 1197), il figlio del Barbarossa, la moglie Costanza aveva assunto la reggenza e affidato la tutela del piccolo Federico al pontefice Innocenzo III. Nel 1208 i baroni e i prelati del regno di Sicilia giurano fedeltà a Federico. Il giovane svevo, però, adesso re di Sicilia, avrebbe potuto trasformarsi in una grave minaccia. Se Federico, infatti, fosse divenuto anche imperatore, avrebbe unificato le due corone e la Sicilia, territorio vassallo della Santa Sede, avrebbe fatto parte dell’Impero. Stringendo il patrimonio di San Pietro in una stretta mortale, più pericolosa di quella Longobarda secoli prima. L’appoggio alla candidatura imperiale di Ottone IV di Brunswick, da parte di Innocenzo III, è, quindi, il passo successivo per evitare che Federico possa vantare diritti sulla nomina imperiale. Una scelta che, però, suscita i sospetti di Filippo Augusto di Francia, che teme un’alleanza tra il futuro imperatore e Giovanni Senza Terra, in chiave anti-francese. A risolvere la situazione, però, ci pensa direttamente lo stesso Ottone, quando decide di muovere alla conquista della Sicilia. Il pontefice scomunica l’imperatore, il 18 novembre 1210. Scomunica che scatena subito la ribellione della maggiornanza dei feudatari tedeschi e la conseguente deposizione di Ottone, designando Federico II di Hohenstaufen nuovo imperatore. Intanto Innocenzo III aveva fatto sposare il diciassettenne Federico con Costanza, sorella di Pietro III d’Aragona. E il giovane imperatore si era impegnato a non unificare mai le due corone.

Un solo particolare non si incastrava nel complesso rompicapo dinastico: per conquistare la corona imperiale era necessario toglierla dal capo di Ottone. Federico, allora, fa il primo passo e stringe accordi con Filippo Augusto di Francia, ben lieto di trovare un alleato potente per contrastare Ottone e Giovanni Senza Terra e immaginare una Francia integra e più vasta territorialmente sotto il suo potere. Nella piana di Bouvines, il 27 luglio 1214, si decide la partita. Due imperatori e due re: il vincitore sarebbe rimasto l’unico pretendente alla corona imperiale, l’alleato sarebbe diventato padrone della Francia.

Ottone aveva radunato il suo esercito, circa 3.000 cavalieri e 6-7.000 fanti, compresi gli alleati inglesi e alcuni vassalli francesi, nei pressi di Nivelles. Il re di Francia, invece, tramite i legami feudali era riuscito a richiamare 1.300 cavalieri nobili e, grazie al denaro e alla coscrizione forzata (l’antico diritto chiamato bannus) circa 1.000 sergenti e 4-5.000 fanti tra le milizie cittadine, concentrandosi a Péronne. I due eserciti si cercarono per giorni, rincorrendosi fino a rovesciare le posizioni, con i francesi a nord e gli imperiali a sud. Avute nuove notizie, alquanto incomplete, circa le mosse del nemico, i due sovrani mossero nuovamente l’esercito. Filippo Augusto salendo ancora più a nord, Ottone seguendolo inconsapevolmente. Quando il re francese seppe che l’imperatore si trovava in marcia dietro di lui, decise di fermarsi e di dare battaglia. Una decisione pericolosa. Alle sue spalle, infatti, si aprivano i territori dell’Impero, del nemico. Bisogna combattere per riguadagnare la sicurezza del territorio francese.

Lo schema della battaglia di Bouvines.

Quando Ottone giunse sul campo di battaglia, con sua sorpresa, trovò i francesi già schierati. Nonostante fosse venuto a mancare l’effetto sorpresa, l’imperatore decise ugualmente di attaccare e senza pensarci un attimo lanciò i suoi contro il fronte francese. Il primo contatto avvenne sul fianco sinistro imperiale tra i cavalieri fiamminghi e la fanteria di Soissons. L’aria fu squarciata dal grido di guerra di migliaia di uomini; lance, spade, mazze risuonarono sugli scudi, mentre il nitrito umido dei cavalli spezzava il lungo urlo dei fanti. Insegne e stendardi garrivano al vento, mentre trombe e buccine squillavano. Gli armati di Ottone, si lanciarono sul fianco destro dello schieramento francese, tenuto da cavalieri non nobili, detti sergenti, e dai primi gruppi di fanteria mercenaria, il “ceto” professionista della guerra del XIII secolo. Sotto la spinta della cavalleria imperiale l’ala destra francese sembrò cedere, ma l’intervento dei cavalieri francesi, guidati personalmente dal re Filippo, che caricarono a lancia bassa, respinse gli imperiali. Lo scontro si allargò alle altre schiere, e da una parte e dall’altra, tutti i gruppi di armati si lanciarono nel combattimento. Le cariche della cavalleria imperiale vennero respinte dai fanti francesi; la fanteria tedesca ebbe la meglio del centro avversario, ma fu spazzata via dalla carica dei cavalieri francesi. La mischia si protrasse per ben tre ore, quando Ottone tentò il tutto per tutto, puntando con i cavalieri al centro dello schieramento francese, dritti contro il re Filippo. Lo schieramento francese nemico, però, dopo un leggero sbandamento indietro, si compattò dietro le picche della fanteria francese, passando al contrattacco. L’imperatore stesso venne disarcionato, rischiando di finire prigioniero. Fu salvato dall’intervento dei cavalieri sassoni, che lo portarono via dal campo di battaglia, provocando la rotta di buona parte dell’esercito imperiale. Solo il fianco destro, tenuto da Rinaldo di Borgogna, riuscì a tenere il fronte permettendo la fuga del resto dell’esercito. Il conte dispose i picchieri in cerchio (anticipando la formazione di battaglia, a quadrato, dei picchieri svizzeri nel XV secolo) e all’interno i cavalieri, i quali uscivano di formazione per attaccare e poi rifugiarsi di nuovo all’interno del cerchio. La resa avvenne solo quando il conte Rinaldo fu disarcionato e non riuscì a riparare dietro i picchieri.

La battaglia di Bouvines si rivelò un’eccezione anche dal punto di vista delle perdite umane. In un’epoca in cui tra i cavalieri il combattimento era più formale che mortale, in cui si cercava di prendere prigionieri per chiedere un riscatto, gli imperiali lamentarono la perdita di 170 cavalieri (140 quelli fatti prigionieri) e un numero imprecisato di fanti. Per i francesi il bilancio fu molto meno pesante.

L’esito della battaglia in una edizione delle Grandes Chroniques de France, Parigi, secolo XIV.

Con la fuga dell’imperatore il fronte si ruppe definitivamente in favore di Filippo Augusto che, con questa vittoria, affermò il suo potere sovrano nei suoi confini e in Europa. L’aquila conquistata dai francesi fu portata a Federico II, il nuovo imperatore. Ottone si ritirò in Sassonia, mentre il re Giovanni, sconfitto anche nell’Anjou, dovette rientrare in patria senza nessuna conquista territoriale e politicamente indebolito, tanto che, l’anno successivo, fu costretto a concedere ai nobili la Magna Charta.

Per eccesso si può dire che quella domenica mattina si posero le basi dell’Europa moderna: in Francia si rafforzò una monarchia assoluta durata fino alla Rivoluzione francese, in Inghilterra il re ebbe un potere limitato dalla aristocrazia e poi dalla borghesia, mentre la Germania rimase frammentata fino all’unificazione avvenuta con Bismark.

Umberto Maiorca

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Tagina, il destino di un impero

Rocca Flea, a Gualdo Tadino, risale al basso Medioevo. Fu edificata su un antichissimo luogo di culto dedicato a San Michele Arcangelo, fondato in epoca longobarda (sec. VIII-IX) e chiamato Sant’Angelo di Flea.

Umbria orientale, città di Gualdo Tadino. Il doppio nome, dal longobardo wald (bosco) e dal semitico tagin (corona o primavera), indica una storia antica e travagliata, scritta da popoli di origini diverse che, in qualche episodio, hanno deciso le sorti di un impero.

Questo è uno di quelli.

E’ l’alba del 30 giugno 552. La popolazione di Tagina, l’antica Gualdo Tadino, osserva attonita due armate schierate sulla piana ai piedi del villaggio. Lo spettacolo è impressionante: una moltitudine di soldati tra fanti, arcieri e cavalieri, è pronta a combattere. Lo scontro è decisivo. Resterà nella storia come la Battaglia di Tagina, la chiave di volta della guerra bizantina contro gli Ostrogoti, il popolo venuto dal nord che ha conquistato la penisola dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

L’esito del combattimento decreterà la sorte dell’intera guerra. L’armata barbara che domina l’Italia è da tempo sulle tracce dell’esercito dell’Impero Romano d’Oriente, che da Costantinopoli ha attraversato i Balcani per liberare Roma, e finalmente lo intercetta nella zona di Tagina.

I due schieramenti si fronteggiano, scrutandosi a vicenda. L’aria calda d’estate imperla di sudore le fronti dei soldati, mentre brividi gelidi corrono lungo le loro schiene. La tensione per lo scontro imminente è palpabile.

San benedetto riconosce e accoglie Totila, Luca signorelli, storie di San Benedetto a Monte Oliveto Maggiore (Asciano, Siena).

Il Re ostrogoto Totila osserva con studiata freddezza l’armata nemica. Il suo corpo è immobile, ma la sua mente lavora alacremente. Sta valutando le forze dell’avversario, e si rende conto che i suoi uomini sono in netta minoranza rispetto ai 20.000 soldati del generale Narsete. Intravede un’unica possibilità per ribaltare le sorti di quella che sembra una sconfitta annunciata. Giocare d’astuzia. Dichiara di volersi arrendere, e l’esercito bizantino si rilassa, abbassando un po’ la guardia. E’ un grave errore.

Totila sferra a sorpresa un attacco fulmineo, e conquista una collina dove si arrocca con i suoi uomini, nell’attesa dei rinforzi. Sa che stanno per raggiungerlo 2.000 soldati a cavallo guidati da Teia, il suo più fidato luogotenente, e vuole ritardare lo scontro fino a quel momento. Per temporeggiare, propone al nemico una sfida al singolare: chiama dalle file dei suoi soldati Cocca, il combattente più forte e spietato, un disertore bizantino che si è guadagnato una sinistra reputazione per la sua potenza e crudeltà nei duelli. Alla sfida risponde Anzala, l’armeno, guardia del corpo di Narsete.

I due uomini si fronteggiano a cavallo. Tutto intorno c’è un silenzio irreale. Nell’aria immobile serpeggia un’ostilità tangibile fra i due avversari. Cocca parte veloce alla carica, ma Anzala rimane fermo al suo posto. Anche il suo destriero ha sangue freddo: obbedendo ai suoi ordini, scarta di lato solo all’ultimo istante, quando il disertore bizantino gli è quasi addosso. E in quel momento l’arma di Anzala scatta fulminea, pugnalando mortalmente al fianco il nemico.

E’ un cattivo presagio per gli Ostrogoti, ma Totila non si perde d’animo. In sella al suo enorme destriero, inscena una danza di guerra rivolta ai bizantini. La sua armatura dorata scintilla al sole e il lungo mantello color porpora è agitato dal vento, mentre esegue il complicato esercizio equestre che mira a provocare un crollo nel morale degli avversari.

Quando infine Teia lo raggiunge con i rinforzi, Totila volge le spalle al nemico. Rompe le formazioni e pranza indifferente con tutti i suoi uomini, per dimostrare una sfacciata sicurezza sull’esito dell’imminente battaglia. In realtà si augura di spiazzare gli antagonisti con il suo comportamento sprezzante, e aspetta paziente che i tarli del dubbio e della paura si facciano strada nella mente dei bizantini, per indebolire il loro rendimento al momento dello scontro.

Ritratto tradizionalmente identificato con Narsete, dal mosaico raffigurante la corte di Giustiniano nella Basilica di San Vitale, a Ravenna.

Ma nei suoi calcoli non ha tenuto conto delle capacità del generale bizantino Narsete. Un uomo duro ed esperto, che non si lascia ingannare dalle tattiche psicologiche del nemico. Ha più di sessant’anni ormai, ed è cresciuto fra gli intrighi di corte del palazzo imperiale di Costantinopoli, dove si è guadagnato l’illimitata fiducia dell’Imperatore Giustiniano e di sua moglie Teodora, portando a termine delicate missioni diplomatiche che hanno salvato più volte l’Impero Romano d’Oriente dalla disgregazione. L’imperatore lo ha da poco fregiato del titolo di generale, e lo ha incaricato di riconquistare l’Italia, caduta in mano agli Ostrogoti dopo la decadenza dell’Impero Romano d’Occidente.

Narsete è un eunuco, e forse il Re barbaro lo sottovaluta per questo. E’ un armeno persiano di umili origini, che ha iniziato la sua carriera come servitore alla corte di Costantinopoli. Grazie al favore di Teodora ha scalato in poco tempo la gerarchia degli addetti alla camera da letto imperiale, diventando prima tesoriere, e poi primo ufficiale dell’Impero.

E’ anche un eccellente stratega. Nonostante la superiorità numerica del suo esercito, schiera i suoi uomini in assetto fortemente difensivo, ammassando al centro una fitta falange di fanti longobardi ed eruli, e disponendo ai lati gli arcieri bizantini, con la cavalleria alle spalle. Durante il pranzo dei nemici permette alle truppe di rinfrescarsi, ma ordina che nessuno lasci la propria posizione.

Totila infine, quando sferra l’attacco, lancia i suoi uomini in massa verso il centro della formazione avversaria. Spera in una battaglia veloce, che colpisca subito al cuore il nemico, per evitare le pesanti conseguenze dell’azione degli arcieri bizantini.

Ma Narsete è preparato. Ordina agli arcieri di inclinare il loro tiro verso il centro, in modo da proteggere i fanti falciando la prima linea ostrogota. In questo modo, anche l’attacco della cavalleria di Teia si fa più esitante, e i barbari subiscono altissime perdite.

Verso sera, Narsete sferra l’attacco finale. Lo schieramento nemico è ormai caotico, completamente disorganizzato. Le file ostrogote si rompono, e gli uomini si disperdono, pensando a salvarsi più che a combattere.

Alla fine, 6.000 Ostrogoti rimarranno sul campo. Totila stesso è ferito gravemente. I suoi fedelissimi lo trascinano nel bosco che lambisce la piana. Morirà poco lontano da Gualdo Tadino. La disfatta è totale. E la guerra praticamente vinta. Entro la fine dell’anno Narsete riprende Roma, caduta con una debole resistenza ostrogota.

Grazie alla battaglia di Tagina, l’Impero è di nuovo Romano. La città eterna, con Venezia, Ravenna, la Romagna e le isole di Sicilia e Sardegna, resterà ai bizantini per altri due secoli. Diversa la sorte di gran parte dell’Italia settentrionale e centrale, che verrà presto conquistata dai Longobardi. E’ sotto il dominio di questa popolazione della Germania orientale che la cittadina umbra acquisirà la prima metà del suo nome attuale, Gualdo, dopo la distruzione quasi completa del 996 ad opera di Ottone III, Imperatore del Sacro Romano Impero.

Ma questa è un’altra storia.

Daniela Querci

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La vittoria del “re lebbroso”

“D’un tratto, ecco spuntare i cavalieri franchi, veloci come lupi e latranti come cani. Essi si fecero sotto per lo scontro ravvicinato, dardeggiando come fuoco. E i figli di Maometto ripiegarono”. Le parole di un cronista arabo raccontano in poche e amare parole, la peggiore sconfitta militare mai subita dal grande condottiero musulmano Saladino.

La battaglia di Montgisard fu combattuta il 25 novembre del 1177 nei pressi di una fortezza templare che sorgeva vicino la città di Ramla. Fu il trionfo del “re lebbroso”, il sedicenne Baldovino IV, che con soli 500 cavalieri e poche migliaia di unità di fanteria, a cui si aggiunsero all’ultimo momento 80 cavalieri Templari, affrontò lo sterminato esercito di più di 20mila soldati del sultano della Siria e dell’Egitto.

Quando i cristiani si resero conto di quanti uomini del Saladino avessero davanti, restarono quasi pietrificati dalla paura.

La reazione del giovane e coraggioso sovrano è rimasta immortalata nel celebre dipinto “La Battaglia di Ascalona”, conservato nella reggia di Versailles, opera del pittore ottocentesco Charles Philippe Larivière.

Baldovino, piegato dalla malattia, smontò a fatica da cavallo e si fece portare dal vescovo di Betlemme la reliquia della Vera Croce. Si inginocchiò e pregò a lungo tra le lacrime, chinando la testa fino al suolo.

I soldati cristiani, commossi dalla fede del sovrano, giurarono di non cedere al nemico e di non ripiegare in battaglia.

Poi il “re lebbroso” si alzò e ordinò la carica contro le soverchianti forze del nemico: un disperato attacco frontale. La folle decisione colse di sorpresa e disorientò il grande esercito del sultano che prima sbandò paurosamente e poi si disperse nell’immensa pianura.

Nella carica, in prima fila, insieme a quel “giovane e bello re sventurato”, c’erano anche trenta “morti viventi”: i cavalieri dell’Ordine di San Lazzaro, con il volto sfigurato dalla lebbra, combattevano senza la protezione dell’elmo per terrorizzare il nemico.

Fu un bagno di sangue. Migliaia di soldati musulmani vennero uccisi. Lo stesso Saladino si salvò a stento fuggendo su un cammello da corsa, protetto dalla guardia mamelucca. Nella ritirata verso l’Egitto il sultano perse il novanta per cento delle sue truppe, martoriate da insolite e pesantissime piogge e dai continui attacchi alle spalle delle tribù dei beduini.

Il giovane Baldovino IV fu il primo a credere che l’intervento divino avesse deciso le sorti della battaglia. Come ringraziamento, sul luogo dove i suoi soldati avevano sbaragliato l’esercito di Saladino, fece costruire un monastero benedettino e lo dedicò a Santa Caterina d’Alessandria, la cui ricorrenza viene tuttora celebrata il 25 novembre.

Il prestigio del sultano, come scrisse lo storico Runciman “aveva subito un colpo terribile”. La strabiliante e imprevedibile vittoria cristiana alimentò la leggenda del giovane re (nella foto, una scena del film “le Crociate” di Ridley Scott) ma non modificò gli equilibri politici dell’Asia Minore.

Baldovino evitò con le poche forze che aveva a disposizione di attaccare Saladino in Egitto. E rafforzò saggiamente le sue difese del suo regno ai confini dei territori controllati da Damasco. Per altri dieci anni i cristiani regnarono a Gerusalemme. Ma il leggendario condottiero curdo prese presto la sua rivincita: appena due anni dopo la battaglia di Montgisard, Saladino attaccò e sconfisse il “re lebbroso” e il maestro dei Templari Oddone di Saint-Amand prima a Marj’Uyun e poi nelle vicinanze del castello del Guado di Giacobbe, 160 chilometri più a nord di Gerusalemme.

Baldovino IV morì nel 1185, dopo 11 anni di regno, quasi cieco, stremato dalla lebbra e dalle diatribe familiari. Aveva solo 24 anni.

E nell’estate del 1187, dieci anni dopo la vittoria di Montgisard, per i cristiani arrivò la terribile sconfitta di Hattin: in autunno Saladino poté entrare trionfalmente a Gerusalemme. E niente fu più come prima.

Federico Fioravanti

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