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La battaglia del Garigliano

La storia poco nota del grande emirato che nacque nel cuore della penisola.

Nel libro 915. La battaglia del Garigliano. Cristiani e musulmani nell’Italia medievale (editrice il Mulino), Marco Di Branco indaga su tutta la vicenda delle scorrerie islamiche nell’Italia meridionale nel IX secolo. Una vera e propria guerra di conquista messa in atto dall’élite aghlabita, che sfruttava le divisioni politiche dei suoi nemici.

Tra il giugno e l’agosto del 915 truppe islamiche e una lega di potenze cristiane, si affrontarono nella Battaglia del Garigliano.

Lo scontro avvenne con ogni probabilità nell’area di Suio, attuale frazione di Castelforte (Latina) sulle estreme propaggini dei Monti Aurunci.

La battaglia del Garigliano fu combattuta tra il giugno e l’agosto del 915 fra truppe islamiche e una lega di potenze cristiane, che riportò sui nemici una vittoria indiscussa, e vide addirittura la partecipazione di un papa e di un celebre stratego bizantino.

Si tratta di una storia scarsamente nota, soprattutto se paragonata a quella della presenza musulmana in Sicilia, a cui il grande arabista Michele Amari dedicò, più di un secolo fa, una monumentale monografia (Amari 1933-1939). Dei musulmani che “fecero l’impresa”, guerreggiando, saccheggiando, imponendo la propria legge e fondando addirittura un grande emirato nel cuore del continente italiano, si sa davvero molto poco.

Ferdinand Gregorovius, autore della celeberrima Storia di Roma nel Medioevo, considera la vittoria della “lega cristiana” sui musulmani del Garigliano

la più gloriosa impresa nazionale degli Italiani nel X secolo

(Gregorovius 1988, 154).

Secondo il grande storico tedesco, essa sarebbe stata il frutto del risveglio del sentimento nazionale che avrebbe incoraggiato e unito gli Italiani a raccogliersi in massa sotto le bandiere di quella che egli non esita a definire come una crociata.

Assedio saraceno in una miniatura medievale

Circa centocinquanta anni dopo la pubblicazione dell’opera di Gregorovius, di questa idea ‒ certamente errata, come si avrà modo di vedere ‒ non resta più alcuna traccia; e tuttavia, con essa si è per così dire inabissata, almeno a livello di consapevolezza storica generale, l’intera vicenda del tentativo di conquista islamica dell’Italia continentale (spesso derubricata all’infimo rango di “incursioni piratesche”), su cui solo in tempi molto recenti si è tornati a riflettere con l’attenzione che il tema richiede.

La storia del tentativo di conquista della Penisola italiana messo in atto dai musulmani nel IX secolo, anche in quanto terreno privilegiato di distorsione ideologica da parte degli storici di ogni epoca, costituisce una fonte continua di sorprese; in tale vicenda, infatti, nulla è come sembra: l’immagine della battaglia del Garigliano che emerge dalle fonti antiche è ben lontana dalla sua rappresentazione moderna, e il racconto delle sue metamorfosi è estremamente interessante anche per l’Italia di oggi.

Un’Italia che deve necessariamente tornare alle storie, secondo la bella e sempre attuale esortazione di Foscolo, per recuperare il senso della sua multiforme identità. Senza vuoti di memoria che somigliano a censure e senza paura di ciò che non è in linea con il pensiero dominante, perché le storie sbagliate sono sempre le più affascinanti.

Presenza musulmana sulla terraferma italiana (dettaglio da Gabrieli – Scerrato, 1979, Tavola IV, p. 107)

L’insediamento islamico del Mons Garelianus Tra IX e XI secolo, accanto all’occupazione islamica della Sicilia, si registrano varie forme di insediamento, soprattutto a carattere militare, sul continente italiano. Rispetto ad altri stanziamenti sulla terraferma (ad esempio, i siti di Taranto, Bari e Benevento), quello presso il fiume Garigliano è relativamente tardo, ma anche uno dei più importanti e duraturi. Sebbene nelle fonti arabe non vi sia quasi nessun riferimento alla sua storia, essa, è abbastanza ben documentata dalle fonti latine (su tali fonti vd. ora Di Branco 2019, passim). Poco, invece, sappiamo dei musulmani, dei loro rapporti con la popolazione locale e dei loro legami con il mondo islamico.

La letteratura secondaria li definisce spesso come “pirati”, “bande di Saraceni”, “avventurieri”, “saccheggiatori avidi di preda”. Da quando Michele Amari ha pubblicato la sua monumentale Storia dei Musulmani di Sicilia si è diffusa l’opinione che – a differenza della Sicilia, dove nel IX secolo nacque un durevole emirato – i musulmani siciliani avrebbero fondato in terraferma piccole colonie indipendenti. Fu, quindi, anche lo stanziamento vicino al Garigliano uno di quei campi trincerati senza stretti legami con il resto del mondo islamico?

Rileggendo le fonti latine, ma anche quelle bizantine e arabe, e con uno sguardo volto oltre i confini regionali, si può rilevare un’immagine ben diversa da quella finora nota.

Tutto il sud della Penisola costituisce infatti una larga e mobile zona di confine tra il mondo islamico e non-islamico, una terra da conquistare e in parte, benché solo per breve tempo, conquistata, dove cristiani e musulmani non furono semplicemente nemici, ma spesso si trovarono a collaborare (vd. ora Di Branco, Wolf, 2104a).

Sicilia e Italia meridionale sono insomma terre di taġr, termine arabo che reca in sé l’idea di separazione, di luogo di passaggio e, in generale, di apertura: dal punto di vista geografico e politico esso designa confini di natura precisa, cioè quelle zone della dār al-Islām in contatto con la dār al-ḥarb, cioè con territori designati giuridicamente come zone ostili, oggetto di attacchi musulmani.

In questa visione si inserisce anche l’insediamento al Garigliano. Per tutto il periodo dall’883 fino alla battaglia del Garigliano del 915, vi è stata infatti una stretta collaborazione con Gaeta. Fu soprattutto questo legame a permettere alle truppe musulmane di avere una permanenza relativamente stabile, nonostante i vari tentativi di riconquista. E fu lo stesso legame che permise alla piccola Gaeta, dipendente dal commercio marittimo, di rafforzarsi politicamente e di difendersi contro gli attacchi provenienti soprattutto da Capua o Napoli.

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In quel tempo, anche Napoli basava il suo potere in gran parte sull’efficacia dei federati musulmani. Essi provenivano da Agropoli, da dove, all’inizio degli anni ’80 del IX secolo, si era separato un gruppo che poi trovò sede stabile al Garigliano. Si trattava di musulmani provenienti dalla Sicilia che durante i primi attacchi sulla terraferma si erano stanziati in Calabria e Puglia. Da quei luoghi vennero nella zona di Napoli, e per un certo periodo furono ospitati dentro le mura della città e nel porto napoletano. Più tardi si stabilirono fuori città ai piedi del monte Vesuvio per poi ritirarsi ad Agropoli.

I musulmani del Garigliano avevano certamente rapporti con l’emirato aghlabita in Sicilia e Nordafrica. Ad esempio, sappiamo da Erchemperto che essi rafforzarono le truppe aghlabite, quando i Bizantini, verso la fine del IX secolo, erano di nuovo all’offensiva in Calabria. Ciò induce a pensare che l’insediamento al Garigliano non fosse completamente indipendente e che le truppe stanziate al confine tra Gaeta e Capua fossero tutt’altro che bande di pirati che agivano a livello privato (su questa ricostruzione, fondamentale Wolf 2014).

Come che sia, esso fu distrutto nel 915 da una “grande coalizione” cristiana, che sfidò e vinse i musulmani in una battaglia che avrebbe avuto due fasi: dopo uno scontro campale, le truppe musulmane si sarebbero ritirate nella loro roccaforte. A questo punto, il patricius bizantino Nicola Picingli avrebbe fatto costruire un castrum. Ha dunque inizio l’assedio, che sappiamo esser durato tre mesi e che si risolse con la vittoria dell’esercito cristiano.

Le fonti latine danno però della conclusione della vicenda due racconti leggermente diversi: per alcuni autori, si trattò di un successo totale e inequivoco, e il trionfo dei cristiani è suggellato dall’apparizione dei principi degli apostoli; altri, al contrario, danno spazio a una versione dei fatti meno univoca e più ambigua, in cui emerge qui il ruolo fondamentale del duca di Napoli Gregorio e dell’ipata di Gaeta Giovanni, che devono aver intavolato una trattativa con i musulmani, inducendoli ad abbandonare volontariamente l’insediamento. Quest’ultimo viene incendiato dagli stessi occupanti, evidentemente con l’implicita garanzia di aver salva la vita (cfr. Di Branco 2019, 11-20).

Da questo punto di vista, l’insistenza sulla strage compiuta dai cristiani e sui pochissimi musulmani scampati a essa (destinati peraltro a scomparire nei racconti delle fonti più tarde) sembra avere lo scopo di sminuire la portata della trattativa e di nascondere al lettore un fatto fondamentale, cioè che la battaglia del Garigliano (in realtà, soprattutto un assedio) fu vinta dall’esercito alleato solo grazie a un accordo con il nemico musulmano.

D’altra parte, va ricordato che, solo qualche anno prima, l’esercito cristiano, giunto alla Setra con lo scopo di farla finita con i musulmani del Garigliano, era stato messo in fuga da truppe congiunte di Saraceni cum Caietanis (Di Branco 2019, 131-134).

Al confine tra Lazio e Campania, il corso del fiume Garigliano e i luoghi oggetto delle indagini archeologiche

Alla ricerca del monte perduto Strettamente connessa alle ricerche sulla storia e sul significato dell’insediamento musulmano presso il Garigliano è la questione della sua localizzazione.

Sin dal XVII secolo, fra gli studiosi e gli esperti di storia locale si era diffusa la credenza che la fortezza musulmana fosse situata nella zona tra le rovine dell’antica Minturno e la piccola collina che domina la foce del Garigliano, ora nota come Monte d’Argento.

Su queste fragili basi, il Museo Nazionale di Arte Orientale ha condotto, tra il 1985 e il 1998, varie campagne di scavo sul Monte d’Argento dirette dalla dottoressa Paola Torre. Tali indagini hanno definitivamente smentito la teoria di una presenza islamica nell’area in oggetto: nel 1998 la Torre ha preso onestamente atto della completa assenza di elementi archeologici islamici nel sito sottoposto a indagine.

A partire dal 2010 un’équipe dell’Istituto Storico Germanico di Roma, in collaborazione con la Soprintendenza archeologica del Lazio, ha ripreso in mano la documentazione medievale riguardante la storia e la topografia dell’insediamento musulmano presso il Garigliano, giungendo a conclusioni totalmente nuove.

In primo luogo, va sottolineato come nelle fonti medievali relative a tale istallazione, alla parola Garilianus non sia mai associato il termine flumen. In effetti, Garilianus vi appare un toponimo indipendente dal fiume e sembra indicare piuttosto un centro abitato.

Inoltre, va sottolineato da un lato come l’esistenza di un borgo con questo nome sia attestata da vari documenti, dall’altro come il toponimo Garelianus sia strettamente legato all’area di Suio – attuale frazione di Castelforte (LT) posta sulle estreme propaggini dei Monti Aurunci, presso il fiume Garigliano: è noto infatti che, almeno a partire dall’XI secolo i conti di Suio erano denominati anche comites Gareliani, o comites Castri Gareliani (o Castrigariliani), cioè del castello di Suio. È dunque questa la zona su cui è necessario concentrare la nostra attenzione.

Tornando alle nostre fonti, una delle più importanti è l’Antapodosis di Liutprando da Cremona (morto nel 972), che contiene una serie di notizie fondamentali sull’insediamento islamico. In particolare, il cronista parla esplicitamente di una munitio costruita sul mons Garelianus (del tutto diverso dal Garelianus flumen, pure menzionato dall’autore) nella quale gli occupanti avrebbero custodito donne, bambini, prigionieri e suppellettili di ogni tipo (uxores, parvulos, captivos omnemque suppellectilem). Anche nella Chronica Monasterii Casinensis il toponimo Garilianus riferito all’insediamento musulmano appare chiaramente svincolato dal fiume.

Inoltre, nella concisa ma rilevante descrizione dello scontro fra cristiani e musulmani, avvenuto presso Traetto nel 903, è contenuto un ulteriore dato topografico: in effetti, secondo la Chronica, le forze cristiane per attaccare i Saraceni, costruirono un ponte di barche in una zona detta Set(e)ra alla destra delle anse del fiume, in prossimità delle odierne contrade di Parchetto e Fustara, nel comune di SS. Cosma e Damiano.

Castelforte, paese in provincia di Latina, domina la valle del fiume Garigliano [foto: Carlo V. Iossa]

Una simile scelta sarebbe stata logisticamente del tutto incomprensibile nel caso in cui l’insediamento musulmano fosse installato sulla collina di Traetto (dove sorge l’odierna Minturno) o nella piana antistante alla foce del Garigliano. Essa diviene invece perfettamente plausibile qualora si ipotizzi che i “Saraceni” fossero arroccati nell’area di Suio.

Da quanto visto finora, emergono con chiarezza alcuni dati incontrovertibili. In primo luogo, vanno del tutto abbandonate le teorie che collocano l’insediamento islamico sul Monte d’Argento o nella pianura presso la foce del fiume. È poi ugualmente da respingere la bizzarra ipotesi di storici locali secondo cui “il colle sulla cui sommità si arroccarono gli Arabi” sarebbe “lo stesso ove oggi è Minturno”. In effetti, quando i musulmani si stabiliscono nell’area, tale colle, almeno a partire dall’839, ospita già il cosiddetto Castrum Leopoli e ciò lo rende del tutto incompatibile con la sede del castrum islamico del mons Garelianus.

Infine, una serie di indizi topografici e toponomastici inducono a prendere in considerazione come plausibile luogo dell’insediamento musulmano l’area circostante gli odierni centri di Suio e Castelforte.

Veduta di Castelforte (Latina) [foto: Carlo V. Iossa]

A quanto già esposto in precedenza, vanno aggiunti due elementi di sicuro interesse: nell’area di Suio si trovava infatti un importantissimo terminale commerciale, un porto fluviale, che fungeva da centro di smistamento delle merci provenienti dal Tirreno e dirette verso Montecassino. Tale via d‘acqua conobbe particolare fortuna a partire dall’epoca dell’abate Desiderio, ma era certamente già attiva anche nel periodo precedente.

A questo punto, la rilevanza strategica di un eventuale insediamento di altura nell’area di Suio-Castelforte appare molto più chiara: esso infatti avrebbe tra l’altro posto sotto il proprio controllo il porto di Suio e tutte le attività commerciali del Garigliano (per fonti e bibliografia sulla questione della localizzazione dell’insediamento presso il Garigliano, vd. Di Branco, Wolf, Matullo 2013 e Di Branco 2019, 141-166).

Il paradigma della scorreria Come è noto, il carattere apparentemente estemporaneo delle prime conquiste islamiche ha portato alcuni studiosi contemporanei a porre l’accento sui fattori incidentali che le caratterizzano: il movimento non avrebbe avuto alcuna coerenza e non avrebbe obbedito a principî dettati da un’autorità centrale, ma sarebbe consistito essenzialmente in una serie di razzie accidentalmente coronate dal successo; l’idea di una conquista pianificata sarebbe stata dunque una sorta di mito inventato dagli storici e dai tradizionisti musulmani almeno un secolo dopo gli eventi in questione.

In realtà è ormai provato che la conquista fu organizzata ideologicamente e strategicamente dal potere centrale (cioè dai cosiddetti “califfi ben guidati”) e che anche quelli che potrebbero sembrare solo piccoli raids tribali erano in realtà accuratamente pianificati dall’élite del nuovo stato islamico secondo una ben precisa strategia.

Analogamente, una consolidata e autorevole tradizione di studi che risale in parte al magistero di Michele Amari, ma che si è soprattutto affermata nell’opera di studiosi quali Nicola Cilento e Francesco Gabrieli (vd. ad es. Cilento 19712 e Gabrieli 1989), interpreta le vicende della presenza islamica in Italia centro-meridionale solo come incursioni, infiltrazioni che si insinuano nelle terre del mondo cristiano.

Peraltro, il mancato consolidamento di un dominio musulmano nell’area ha impedito la nascita di un dibattito storiografico simile a quello concernente le grandi conquiste del VII secolo e ha favorito invece la liquidazione dei tentativi di espansione araba nel continente italiano come fenomeno marginale, da inquadrare utilizzando esclusivamente le categorie interpretative della razzia e del saccheggio.

Recentemente, la questione è stata riaperta da un saggio di Federico Marazzi (Marazzi 2007): l’elemento assolutamente innovativo e condivisibile del suo intervento è la critica al paradigma della scorreria e l’affermazione dell’esigenza di tornare ad occuparsi del tema della presenza arabo-islamica nel Meridione d’Italia soffermandosi sul problema della strategia araba di penetrazione nella penisola e sulle sue finalità.

Una illustrazione di Dino Battaglia dello scontro del Garigliano (tratto dal nº 20 del 14 maggio 1978 del Giornalino)

Si rende dunque necessaria una nuova scansione delle principali fasi della presenza islamica in Italia che valorizzi il più possibile i pochi ma rilevanti dati desumibili dalle fonti arabe, al fine di ricostruire il quadro storico complessivo ‒ non solo italiano ma anche mediterraneo ‒ in cui esse vengono a collocarsi.

In tale prospettiva, un punto decisivo è costituito dalle vicende relative ai rapporti tra i musulmani e i principati longobardi del meridione italiano, i quali, insieme ai possedimenti bizantini, per tutto il corso del IX secolo furono interessati da incursioni e occupazioni islamiche. Tali vicende, come vedremo subito, evidenziano da parte islamica una strategia particolarmente raffinata, in cui allo scontro militare si giustappongono un’abile azione diplomatica e una fitta trama di alleanze con le potenze dell’area in oggetto.

Tutta la vicenda delle scorrerie islamiche nell’Italia meridionale del IX secolo fu dunque una vera e propria guerra di conquista messa in atto dall’élite aghlabita, tentando di sfruttare le divisioni politiche presenti all’interno della Penisola.

Su queste divisioni molto si diffonde Michele Amari

con l’animo di chi trasferisce nel passato le ansie patriottiche dei suoi giorni

(Amari 1933, 517. La bella definizione dell’attitudine amariana è in Musca, 19672, 148).

E tuttavia, come sempre accade, le cose possono essere viste anche da una prospettiva diversa: proprio le “miserande divisioni” che dilaniavano l’Italia costituiscono infatti una delle cause della conquista mancata da parte dei musulmani.

In effetti, la presenza di un gran numero di entità politiche fortemente militarizzate e installate in centri fortificati, strategicamente ben collocati ed estremamente difficili da espugnare, in un clima di permanente chiamata alle armi, è una caratteristica quasi del tutto assente nei contesti delle grandi conquiste islamiche; ed essa ‒ insieme agli sconvolgimenti interni al mondo islamico tra IX e X secolo, con la caduta degli Aghlabiti e il sorgere dei Fatimidi ‒ ha certamente giocato un ruolo fondamentale nel frenare e respingere l’avanzata dei musulmani nel continente italiano (vd. Di Branco, Wolf 2014b).

D’altra parte, proprio la vicenda dell’insediamento islamico del Garigliano, con tutti i suoi risvolti politici e diplomatici, in cui emerge in maniera assolutamente evidente l’uso dell’elemento religioso in chiave polemica e propagandistica, mostra come sia da respingere con forza la lettura che vede i conflitti in atto nell’Italia del IX secolo tra Bizantini, Franchi, Longobardi e Aghlabiti, quali conflitti di tipo “nazionale”, e come, di conseguenza, non abbia senso ‒ se non dal punto di vista ideologico ‒ interpretare la battaglia del Garigliano quale gloriosa impresa nazionale degli Italiani.

E tuttavia, sarebbe ugualmente ideologico e sbagliato sottovalutare il tentativo islamico di occupazione della Penisola, derubricandolo a “incursioni” o “atti di pirateria”, solo per il fatto che esso si risolse in un fallimento, giacché le storie degli uomini vinti, delle disfatte e delle strade interrotte sono altrettanto istruttive di quelle delle imprese coronate dal successo. E ancora più aberrante e ipocrita sarebbe voler occultare la realtà di simili conflitti in nome di una malintesa correttezza politica, tesa a porre unicamente l’accento sugli scambi economici e culturali fra Occidente e Islām.

All’opposto, vien fatto di chiedersi se, alla radice dell’islamofobia che caratterizza tanta parte della società italiana non possa avere in qualche misura contribuito il metuus Saracenicus diffuso per secoli sulle nostre coste: la paura preferita, come è stata efficacemente definita (Scarlini 2005).

Certo è che le ragioni della convivenza non si troveranno in un ecumenismo di maniera, continuamente smentito dai fatti, e non saranno favorite da atteggiamenti sprezzanti nei confronti di chi percepisce gli attuali fenomeni migratori dai paesi musulmani come una minaccia o addirittura una “invasione”.

In questo senso, un racconto onesto della vicenda delle relazioni islamo-cristiane, che, invece di cullarci in un’utopica visione irenica, ne metta in luce gli aspetti positivi, ma anche le violenze e le distruzioni, potrebbe costituire un valido argomento in difesa della storia “bene comune”, più di tanti retorici appelli destinati, giustamente, a cadere nel vuoto.

Marco Di Branco

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Marco Di BrancoLa battaglia del GariglianoCristiani e musulmani nell’Italia medievaleIl Mulino, 2019

Riferimenti bibliograficiAmari A. 1933-1939, Storia dei musulmani di Sicilia, I-III, Catania.Cilento N. 1971, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli.Di Branco M. 2019, 915. La battaglia del Garigliano. Cristiani e musulmani nell’Italia medievale, Il Mulino, 2019.Di Branco M., Wolf K. 2014, Terra di conquista? I Musulmani in Italia meridionale nell’epoca aghlabita (184/800–269/909), in “Guerra santa” e conquiste islamiche nel Mediterraneo (VII–XI secolo), a cura di M. Di Branco, K. Wolf, Roma, 125-165.Di Branco M., Wolf K. 2014b, Hindered Passages. The Failed Muslim Conquest of Southern Italy, in Journal of Transcultural Medieval Studies 1, 51-74.Di Branco M., Matullo G., Wolf K., Nuove ricerche sull’insediamento islamico presso il Garigliano (883–915), in Lazio e Sabina 10. Atti del Convegno “Decimo Incontro di Studi sul Lazio e la Sabina”, Roma, 4-6 giugno 2013, a cura di E. Calandra, G. Ghini, Z. Mari, Roma, 273-280.Gabrieli F. 1989, Gli Arabi in terraferma italiana, in Gli Arabi in Italia, a cura di F. Gabrieli, U. Scerrato, Milano, pp. 109-148.Giardina A. 2017, Introduzione, in Storia mondiale dell’Italia, a cura di A. Giardina (con la collaborazione di E. Betta, M.P. Donato e A. Feniello), Roma-Bari, xiii-xxvi.Gregorovius F. 1988, Storia di Roma nel Medioevo (1859-1872), a cura di V. Calvani, P. Micchia, vol. 2, Roma.Marazzi F. 2007, Ita ut facta videatur Neapolis Panormus vel Africa. Geopolitica della presenza islamica nei domini di Napoli, Gaeta, Salerno e Benevento nel IX secolo, in Schede Medievali 45, 159-202.Masulli I. 2017, 2015. Lampedusa, in Storia mondiale dell’Italia, cit., 817-820.Musca G. 19672, L’emirato di Bari. 874-871, Bari.Oppedisano F. 2017, 493 d.C. Custodire la civiltà è lode dei Goti, in Storia mondiale dell’Italia, cit., 179-183.Ricci C. 2017, “100 d.C. Non conta proprio nulla che la nostra infanzia abbia respirato l’aria dell’Aventino?, in Storia mondiale dell’Italia, cit., 136-140.Scarlini L. 2005, La paura preferita. Islam: fascino e minaccia nella cultura italiana, Milano.Ward Perkins B. 2008, La caduta di Roma e la fine della civiltà, tr. it. di M. Carpitella, Roma-Bari.Wolf K. 2014, Gli hypati di Gaeta, papa Giovanni VIII e i Saraceni: Tra dinamiche locali e transregionali, in Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo 116, 25–59.

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Sanluri, la conquista della Sardegna

Una mattina di luglio a Barcellona, mentre si celebravano le Corti, giunse la notizia che Martino il giovane, re di Sicilia e figlio di re Martino, aveva sconfitto i sardi e i loro alleati genovesi e francesi, nella battaglia di Sanluri. Con i suoi 11.000 uomini aveva avuto la meglio su almeno 20.000 nemici.

La battaglia di Sanluri in un dipinto di Giovanni Marghinotti, uno dei maggiori esponenti dell’arte figurativa del’Ottocento sardo

L’isola di Sardegna, da sempre indisciplinata e ribelle al potere catalano, era stata domata dal giovane principe che aveva così eguagliato le prodezze e le gesta dei suoi predecessori. Appoggiato dall’esercito siciliano e dalla flotta di Barcellona, accorsa in aiuto, aveva riconquistato la Sardegna.

Re Martino, quel giorno, fa sciogliere le campane e ordina festeggiamenti e processioni per rendere grazie a Dio che aveva concesso la vittoria, mentre il clero inizia una novena nella cattedrale di Barcellona. Il popolo festeggia.

Un presunto ritratto di Eleonora d’Arborea nella chiesa di San Gavino, non lontana da Sanluri

La conquista della Sardegna La battaglia di Sanluri (o Sa Battalla de Seddori in sardo) è ricordata come uno dei più cruenti e terrificanti scontri avvenuti in Sardegna. Da una parte il giovane Martino e l’esercito catalano-aragonese, dall’altra Guglielmo III di Narbona e le truppe del regno d’Arborea.

Dopo la morte di Eleonora d’Arborea e poi di Mariano V nel 1407, la corona d’Aragona aveva messo gli occhi sulla Sardegna e Martino il Giovane, re di Sicilia, era salpato dalle coste siciliane con 150 navi alla volta di Cagliari il 6 ottobre del 1408 per conquistare l’isola.Le operazioni militari erano rimaste ferme fino all’estate dell’anno successivo. Il francese Guglielmo III, visconte di Narbona al quale il Parlamento aveva riconosciuto la legittimità dei diritti sul Giudicato, però, non era riuscito a conquistarsi la stima e la fiducia dell’esercito. Consapevole di non possedere una forza coesa, Guglielmo all’inizio del 1409 aveva cercato di trovare un accordo con gli aragonesi. Riuscendo solo ad indispettire i sardi.

Così quando Martino il giovane, all’alba del 30 giugno 1409 si presentò sul campo di battaglia con 8mila fanti e 3mila cavalieri catalani, valenzani, balearini e siciliani, Guglielmo III dovette accettare battaglia, forte dei suoi 17mila fanti arborensi, seppure mal addestrati e peggio armati, 2.000 cavalieri francesi e 1.000 balestrieri genovesi. Il luogo dello scontro era la piana a sud del borgo fortificato di Sanluri.

La battaglia Martino il giovane era partito da Cagliari con l’esercito il 27 giugno del 1409. Seguendo un percorso che costeggiava fiumi e corsi d’acqua, per combattere il clima torrido della Sardegna (lo studioso Jerònimo Zurita lo paragona alla condizione atmosferica della Berberia in Africa). L’esercito procedeva con il capitano Pietro Torrelles in avanguardia con 1.000 uomini d’arme e 4mila soldati. Al centro il re con la cavalleria e poi la retroguardia guidata da Bernardo de Cabrera e Bernardo Galcerando de Pinós. Dopo tre giorni di viaggio la colonna si fermò a poche miglia dalla piana di Sanluri e pose il campo per la notte. Gli esploratori confermarono che le truppe sarde erano rinserrate nel borgo di Sanluri.

All’alba di domenica 30 giugno, l’esercito di Martino lasciò dall’accampamento e, marciando in ordine di battaglia, si portò ad un miglio a sud est di Sanluri. Uscendo allo scoperto dopo aver aggirato un poggio, gli aragonesi si trovarono di fronte all’esercito di Guglielmo III, già schierato nei pressi della fortificazione.

Come in tutti gli scontri dell’epoca medievale prima della battaglia si susseguono riti e nomine di cavalieri, compreso il gesto del cavaliere Ramon de Bages che cavalca con lo stendardo reale fino al sommo di una collina, proprio davanti ai soldati sardi, seguito da tutte le genti del re Martino, congelando le posizioni prima della battaglia. Terminate le cerimonie di investitura dei cavalieri, Martino il giovane dà ordine al suo araldo, Sagur de Pertusa, di dare inizio alla battaglia.

L’esercito aragonese, meglio addestrato, si dispone con i pavesai e i balestrieri al centro, mentre la cavalleria viene destinata alla destra dello schieramento e i lancieri e la fanteria, pesante e leggera, occupano la parte sinistra del fronte. Ad una parte della cavalleria viene dato ordine di tenersi pronta a smontare e combattere appiedata nel caso i sardi avessero attaccato le linee aragonesi.

Non esistono cronache precise dello scontro né della sua durata, anche se lo Zurita parla di “buon espacio” indicandone l’arco temporale di svolgimento e confermando che, comunque, la battaglia fu cruenta e con un gran numero di morti (tra i 5 e i 7mila).

Il mausoleo di Martino nella cattedrale di Cagliari

Le truppe aragonesi attaccarono quelle arborensi puntando al centro dello schieramento avversario e investendolo con tutta la forza possibile. La fronte arborense si ruppe subito in tre tronconi. Guglielmo III fuggì verso nord con la sua guardia, trovando rifugio nel castello di Monreale, mentre una parte dell’esercito ripiegava sul borgo fortificato di Sanluri, non sapendo che la retroguardia aragonese già lo stava assediando. La fortificazione non resse e molti furono i morti e i prigionieri, anche tra la popolazione civile. Sempre lo Zurita così descrive l’episodio: “vi irruppero con la forza e lo misero a sacco, e morirono nel borgo circa mille uomini fra genovesi e sardi, e il castello fu espugnato e occupato”.

Il terzo troncone dell’esercito sardo si diresse a sud, tentando di mettere in mezzo tra sardi e aragonesi il Rio Mannu. Il fiume era in piena e gli arborensi si trovarono bloccati sull’altura che ancora oggi è chiamata S’Occidroxiu, cioè il macello; segno della grande strage che vi venne effettuata.

Martino il giovane era padrone della Sardegna. Un successo che, per lui, durò molto poco. Attraversando il fiume Mannu, infatti, poco prima della battaglia, contrasse la malaria che iniziò a manifestare i primi segni mentre faceva rientro a Castell de Càller.

Martino morì a Cagliari il 25 luglio e venne seppellito nella cattedrale di Cagliari, dove ancora oggi si può vedere il suo mausoleo. Una leggenda narra che il giovane re sia stato consumato dalle prestazioni amorose alle quali lo costringeva una giovane e bella prigioniera di Sanluri.

Umberto Maiorca

Le conseguenze La battaglia segnò la fine del regno d’Arborea e il passaggio della Sardegna sotto il dominio aragonese-catalano, secondo quanto stabilito da papa Bonifacio VIII tramite la bolla Ad honorem Dei onnipotenti Patris.

Bibliografia: Jerónimo Zurita, Anales de la Corona de Aragón. Zaragoza, Simon de Portonariis, 1585.Graziano Fois , La battaglia di Sanluri, in Milites – Atti del convegno, Saggi e Contributi, Askos, Cagliari, 1996.Andrea Garau, Le strategie militari della battaglia di Sanluri, Deputazione di Storia Patria Sardegna.Franciscu Sedda (a cura di), Sanluri 1409. La battaglia per la libertà della Sardegna, Arkadia, 2019.

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Sluys, l’Inghilterra annienta la flotta francese

“La guerra si aprì con buoni auspici per l’Inghilterra. Il 24 giugno 1340, Edoardo con la flotta inglese incontrò alle foci dello Zwin, presso Sluys, la flotta nemica e con l’aiuto dei fiamminghi le inflisse una così completa disfatta che per 30 anni nessuna nave da guerra francese osò più farsi vedere nelle acque dominate dalla flotta inglese. Il risultato fu della massima importanza, perché soltanto dopo l’eliminazione della squadra nemica l’Inghilterra acquistò la possibilità di sostenere la guerra sul continente” scrive Norman Davies in Isole. Storia dell’Inghilterra, della Scozia, del Galles e dell’Irlanda.

Una miniatura della battaglia di Sluys conservata nella Biblioteca nazionale di Francia

Sluys, o battaglia dell’Ecluse, è la prima battaglia della guerra che è passata alla storia come dei Cento anni. Uno sconto navale, ma che ebbe negli arcieri di re Edoardo, imbarcati sui vascelli inglesi, l’arma vincente. I longbowmen dimostrarono, per la prima volta, ribadendolo a Crécy e ad Azincourt, quando fosse micidiale la scarica di frecce in grado di penetrare le pesanti armature dei cavalieri francesi. A loro volta i francesi non compresero, da questo primo scontro, il vantaggio strategico e tecnologico degli inglesi, perseverando a scontrarsi con l’arco lungo solo con cariche di cavalleria pesante.

L’antefatto “Con il pretesto di allestire una crociata, Filippo VI aveva radunato una flotta stabile all’estuario dello Zwin in Sluys, nelle Fiandre, ma dopo una serie di vittoriose incursioni inglesi, in particolare quella del gennaio 1340 che distrusse 18 galee a Boulogne, gli rimanevano 4 galee francesi e due genovesi, 22 chiatte insieme con 222 navi. Nel giugno del 1340, ritenendo che dall’altra parte della Manica si stesse preparando un’invasione gli inglesi sferrarono un furioso attacco” contro il quale il re di Francia non seppe opporre un valido piano, temendo di perdere troppe navi e rimanendo sulla difensiva, pur disponendo delle “galee comandate da Egidio Boccanegra e dai suoi capitani [che] avevano libertà di manovra, a vela o a remi. La loro forza erano l’agilità e la rapidità, nonostante l’imponente stazza. Se quelle temibili imbarcazioni si fossero scontrate con le lente, impacciate cocche di Edward, ci sarebbe stata una strage di inglesi e la vittoria francese sarebbe stata certa” secondo Nicholas Harris in A history of the Royal navy.

La cronaca della battaglia Il re d’Inghilterra prese il mare con “l’intento di arrivare nelle Fiandre” per fare la guerra contro francesi. La flotta partì dal fiume Tamigi e prese la via di Sluys “nel pieno dell’estate del 1340” (Harris, anche citazioni seguenti). A fronteggiare il re c’erano i francesi “sir Hugh Quieret, sir Peter Behuchet e Barbevaire, e oltre sei grandi navi, oltre ad altre; ed erano di Normanni, Bidaus, Genoways e Picards circa in numero di quarantamila”.

In realtà quando si parla di numeri, in età medievale, non si può mai essere certi. Secondo gli studi più recenti la flotta francese era composta da “140 navi da guerra cariche di truppe e di centinaia di navi minori, mentre gli anglosassoni hanno 117 navi cariche di soldati appoggiate da 250 navi trasporto” per almeno 16mila uomini armati.

Edoardo III nelle vesti di fondatore dell’Ordine della Giarrettiera (opera di William Bruges, 1375 – 1450)

Edoardo III e il suo esercito “vennero a vela fino a quando non si trovarono davanti a Sluys” e ai suoi occhi si parò davanti “un numero così grande di navi che i loro alberi sembravano essere un grande bosco”.

Il re chiese al comandante della nave reale di chi fossero quelle navi e chi vi si trovasse sopra. Il comandante rispose che erano “normanni deposti qui dal re di Francia” gli stessi che avevano dato “gran dispiacere” a Bath e ad Hampton, oltre ad aver catturato “la tua grande nave, il Christofer”. Al ché re Edoardo, compiaciuto, rispose: “Ah, ho desiderato a lungo combattere con i francesi, e ora combatterò con alcuni di loro per grazia di Dio e di San Giorgio; perché veramente mi hanno fatto così tanti dispiaceri, che mi vendicherò”.

La flotta inglese, quindi, si prepara alla battaglia. Il re ordina le sue navi: l’ammiraglia in testa, “ben fornita di arcieri” e scortata da altri due navigli con uomini d’arme e arcieri imbarcati. Il piano inglese prevede lo schieramento di “un’altra battaglia”, cioè un altro fronte, più distanziato, ma pronto “per confortare tutti quelli che erano più stanchi, se necessario” e sempre con gli arcieri in prima linea. Il Froissart, nella sua cronaca della battaglia di Sluys (per gli inglesi) o de L’Elcuse (per i francesi) ricorda come ci fosse “un gran numero di contesse, donne, mogli di cavalieri e altri damigelle” alla cui protezione il re mise “trecento uomini d’armi e cinquecento arcieri”.

Schierate le “battaglie” il re e i suoi marescialli tirarono “su le vele e arrivò con un quarto di vento per avere il vantaggio del sole, e così alla fine si voltarono un po’ per ottenere il vento a volontà”. I francesi, di fronte a questa manovra, “si meravigliano” e alcuni dicono: “Pensano di non incontrarsi per intromettersi con noi, quindi torneranno”. Avevano visto gli stendardi del Plantageneto e non potevano pensare che fuggisse. Così da “saggi e bravi uomini di guerra sul mare” prepararono la flotta allo scontro. In prima linea c’era il Christofer, “quello che avevano vinto l’anno prima … con molte trombe e strumenti”. I francesi decisero di non seguire i consigli del genovese Barbavara e rimasero all’ancora, legando le navi l’una all’altra, con cavi e cime a formare una piattaforma su cui potessero combattere agevolmente balestrieri e uomini d’arme. Le navi furono incatenate “come una fila di castelli” (Froissart).

Gli inglesi, che navigano con un vento da ovest che li avrebbe portati allo scontro con il sole in faccia, quindi “fanno rotta verso il largo, illudendo per un istante i nemici; ma la manovra serve loro entrare nell’estuario col favore del vento. Solo Barbavara va incontro agli avversari, per non farsi schiacciare verso la costa. Le sue saranno le poche navi a sfuggire al nemico”. Quando lo scontro è quasi terminato, il Barbavara si sgancia e le sue navi “sono inseguite da John Crabbe, ma deve desistere per la difesa genovese”. Il comandante genovese verrà sospettato di tradimento. L’ammiraglio Giovanni Barbavara da Porto Venere, però, aveva ammonito il Quieret “non aspettare il nemico all’ancora”. Grandi onori avrebbe, d’altronde conquistato, dall’anno successivo in qualità di ammiraglio di Castiglia.

A “mezzogiorno la flotta d’invasione giunge a contatto con quella francese che ha schierato le navi più grandi in prima linea”. Gli inglesi sopraggiungono con la forza del vento sullo schieramento francese, immobile in mezzo al golfo. Subito si “scatena un fitto lancio di proietti. Gli arcieri britannici da una parte e i balestrieri francesi” e genovesi dall’altra (alcuni fonti parlano di 20mila balestrieri imbarcati nel 1340, cioè la metà della forza militare marittima del re di Francia) scagliano dardi e frecce in continuazione. La velocità e la potenza di fuoco inglese è, però, maggiore e riesce ad avere la meglio degli avversari. Il vice-ammiraglio transalpino “Beuchet riesce a raggiungere la nave di Edoardo e a ferire alla coscia” il monarca (per questo, preso prigioniero, sarà impiccato alla fine della battaglia).

I navigli si toccano e si aggrovigliano, tenuti insieme da “grandi ganci e pinze di ferro” e “gli uomini d’armi” iniziano il corpo a corpo: “gli arcieri tiravano senza tregua, i francesi indietreggiavano passando di nave in nave, calpestando morti e feriti. Gli inglesi avanzavano, colpendo i francesi scampati alle frecce con picche e spade”.

Gli schieramenti nella battaglia di Sluys in una mappa di John Fawkes (fonte: https://www.britishbattles.com/one-hundred-years-war/battle-of-sluys/)

“Ci furono molte opere di armi compiute, prese e salvate di nuovo, e alla fine il grande Christofer fu vinto per la prima volta dagli inglesi, e tutto ciò che vi era contenuto fu preso o ucciso” scrive il Froissart e poi “ci furono grandi rumori e pianti” perché sul mare “non c’è salvataggio né fuga; non c’è altro rimedio se non quello di combattere e rispettare la fortuna, e ogni uomo ha mostrato la sua abilità”. Quattromila armigeri e “12.000 arcieri inglesi sono protagonisti della battaglia navale” e, saltando di nave in nave “si impadroniscono di quasi tutta la flotta francese. Solo la quarta linea delle navi francesi si salva fuggendo”.

Al calar del sole la battaglia volge al termine, ma non può dirsi finita: durante “la notte 10.000 fiamminghi salgono da terra sulle navi francesi e massacrano gli equipaggi nel sonno” tanto che per il numero di uccisi e affogati si “disse i pesci avrebbero potuto imparare il francese”.

Per i francesi non c’è scampo, nonostante siano quattro contro uno, rimangono “uccisi e annegati”, mentre gli inglesi si coprono di gloria, come “il conte di Derby, Pembroke, Hereford, Huntingdon, Northampton e Gloucester, sir Raynold Cobham, sir Richard Stafford, il signore Percy, sir Walter di Manny, sir Henry di Fiandre , sir John Beauchamp, il signore Felton, il signore Bradestan, il signore [John] Chandos, il signore Delaware, il signore di Multon, sir Robert d’Artois chiamato conte di Richmond” (Froissart). Lo stesso Edoardo III, in una lettera annotata nel De bello aquatico, ricorda che “nessuno viene preso in vita e i cadaveri vengono gettati in mare e tutta la costa delle Fiandre ne è piena”.

Il re Edoardo festeggia sulla sua nave per tutta la notte, “con un gran rumore di trombe e altri strumenti” e Jaques d’Arteveld davanti a tutti dichiara “che diritto aveva il re d’Inghilterra sulla corona di Francia”. Secondo le stime più attendibili “i francesi perdono 15.000 uomini e 170 navi. Beuchet viene impiccato per lesa maestà per aver ferito il re (anche se il dardo sembra sia stato scagliato da un mercenario genovese), Quieret viene decapitato. La vittoria di Edoardo è costata gli inglesi 9.000 caduti”.

Conseguenze “L’anno seguente il Plantageneto prese a fregiarsi del doppio titolo di re di Francia ed Inghilterra aggiungendo i gigli sul suo stendardo con il leone” (Frediani).

La battaglia di Sluys, con la distruzione della flotta francese, conferì all’Inghilterra la supremazia sul mare e la possibilità di sbarcare truppe sul continente con facilità per tutta la durata della guerra dei Cento anni.

Umberto Maiorca

Bibliografia: Lettera di re Edoardo III al duca di Cornovaglia, datata 28 giugno 1340, Archivi della città di Londra, registro F, folio 39.Rivista marittima, anno XIX, Secondo trimestre 1886, Roma.Norman Davies, Isole. Storia dell’Inghilterra, della Scozia, del Galles e dell’Irlanda, Mondadori.Andrea Frediani, La storia del mondo in 1001 battaglie, Newton Compton.Charles de la Ronciere, Histoire de la Marine Française, Paris, Librarie Plon, 1899.Nicholas Harris, A history of the Royal navy, London, Richard Bentley, 1847.

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Campi Catalaunici, l’ultima vittoria di Roma

Una donna, un vescovo e l’ultimo generale romano fermarono Attila, il flagello di Dio, nella scorreria tra il Reno, la Mosa e la Loira. Santa Genoveffa e il vescovo Anario ne rallentarono l’avanzata, fermandolo sotto le mura di Parigi e di Orléans. Sarà poi l’esercito di Valentiniano III imperatore, al comando del generale Ezio e collegato ai visigoti di Teodorico I, a travolgere gli unni di Attila in una grande battaglia combattuta nell’odierna Marna francese nei pressi di Chalons, il 20 giugno del 451, ricacciandoli al di là del Reno, anche se per poco tempo.

La battaglia dei Campi Catalaunici in un manoscritto del XIV secolo (Biblioteca Nazionale Olandese)

L’antefatto Il giovane Ezio era stato consegnato come ostaggio ad una tribù di unni, alla corte di Rua, all’età di cinque anni a “garanzia dei trattati che l’amministrazione imperiale stipulava con i popoli stanziati lungo le frontiere per garantirsi la fornitura di truppe”.

Possibile ritratto di Ezio in un medaglione scolpito nel sarcofago di Stilicone (Museo della Civiltà romana, Roma) (fonte dell’attribuzione: Ian Hughes, Ezio. La nemesi di Attila, 2017, LEG edizioni)

Tornato a Roma e in qualità di comes domesticorum, era stato inviato in Pannonia a reclutare truppe tra gli unni. Quando era tornato in Italia, però, sul trono sedeva Galla Placidia. Il generale romano si salvò dalla vendetta imperiale grazie alla devozione che i cavalieri unni avevano per lui.

Nei successivi quattro anni sconfisse visigoti, franchi e iutungi, arrivando alla carica di magister militum praesentalis. Nei venti anni successivi continuò a infliggere sconfitte ai visigoti (Mons Colubrarius), ai burgundi, ai goti, ai franchi (Vicus Helena) e ai nemici a corte che lo volevano morto.

Le cose cambiarono quando Attila unificò le tribù unne sotto il suo comando e pretese di creare un suo regno a scapito della parte occidentale dell’Impero romano. Attila, oltre al pagamento del tributo annuo di 160 chili d’oro, voleva anche la mano della principessa Onoria (forse interpretando male una lettera che la donna gli aveva scritto e con la quale chiedeva il suo aiuto).

Non avendo ottenuto quanto chiedeva, nel 451, Attila passò il Reno e invase la Gallia. Ezio, senza i suoi mercenari unni, si rivolse a Teodorico I e ai suoi visigoti per fronteggiare la minaccia.

L’estensione dell’impero romano (giallo) e dell’impero unno (arancione) nel 450

L’invasione “La grande invasione della Gallia da parte di Attila incontrò, infatti, il suo primo scacco a Lutezia, l’odierna Parigi, quando santa Genoveffa rianimò la popolazione incitandola a resistere contro l’aggressore.

Incapace di conquistare l’imprendibile Ile de la Cité, l’orda unna si diresse allora verso Aureliana (al moderna Orléans), teoricamente difesa dagli alani che ne taglieggiavano la popolazione. Le autorità cittadine decisero di aprire le porte ad Attila, ma ancora una volta, fu un cristiano, il vescovo Anario, a incitare il popolo alla resistenza. I cittadini cristiani si posero sulle mura e, pur non essendo dei guerrieri professionisti, costrinsero gli unni a un assedio che durò settimane: poi, quando era già stata aperta una breccia, giunse notizia dell’imminente arrivo dell’esercito di soccorso comandato da Ezio, l’ultimo grande generale romano, così Attila dovette togliere il campo e rinunciare alla conquista della città.

La successiva colossale battaglia dei Campi Catalaunici suggellò il fallimento dell’invasione unna, maturato proprio in quell’assedio infruttuoso”. Le città di Treviri, Metz, Magonza, Amiens e Colonia non furono altrettanto fortunate e furono saccheggiate.

Il profilo di Attila in un medaglione rinascimentale

La battaglia Prima della battaglia Attila chiese consiglio ai suoi indovini. Dalle viscere degli animali emerse il vaticinio della rovina degli unni, ma anche della morte di uno dei comandanti nemici. Attila, sperando che si trattasse delle morte di Ezio, decise di sfidare la sorte: se fosse morto il comandante romano, lui avrebbe vinto la battaglia.

I due eserciti si trovarono di fronte in un luogo imprecisato tra Chalons e Troyes il 20 giugno del 451 (alcuni storici ipotizzano anche fine settembre, intorno al 27). L’unica fonte storica della battaglia viene dalla cronaca di Giordane, un goto che la scrisse un secolo dopo lo scontro, esaltando il coraggio e l’audacia delle sue genti.

“L’armata di Ezio vedeva schierati gli alani del re Sangibaldo al centro, i visigoti di Teodorico a sinistra, i soldati del comandante in capo a destra”. Attila rispondeva con uno schieramento con gli unni al centro, gli ostrogoti di Valamiro sul fianco destro e Ardarico con i suoi gepidi a sinistra. “Poco dopo l’alba, Ezio riuscì ad anticipare l’avversario impadronendosi di un’altura situata sul fianco sinistro dello schieramento nemico, e lì si fermò, in attesa dell’attacco di Attila, che scattò solo nel pomeriggio, quando il sole era a svantaggio degli assalitori”.

La linea dei romani e degli alani resse l’urto della carica nemica e subito si accese un corpo a corpo furioso, nel quale le truppe imperiali “fecero valere la loro maggiore preparazione” e una maggiore disciplina.

Attila incontra papa Leoe I in una rappresentazione del Chronicon Pictum, una cronaca medievale risalente al Regno d’Ungheria del secolo XIV

I visigoti, intanto, avevano attaccato l’ala opposta unna. Nonostante Teodorico cadesse, ucciso da una freccia (come avevano vaticinato gli indovini di Attila), i suoi uomini ebbero la meglio sugli avversari e, sgomberato il campo, poterono minacciare il fianco destro di Attila, rimasto scoperto. Visto il pericolo, il re unno decise per una ritirata nel suo accampamento, difendendosi fino a notte. Al mattino entrambi gli eserciti erano troppo fiaccati dalle ingenti perdite per riprendere la battaglia.

Torismundo, figlio di Teodirico, si affrettò a tornare a Tolosa per reclamare il trono. Il generale Ezio non fece nulla per trattenere l’alleato, senza il quale non aveva la forza di attaccare gli unni. Attila, considerando le forze che gli erano rimaste e il ricco bottino da mettere al sicuro, preferì sganciarsi e lasciare il campo al generale romano. Si sarebbe, comunque, ripresentato poco tempo dopo in Italia arrecando morte e distruzione l’anno successivo. Questa volta, con scarse truppe sotto il suo comando, il generale Ezio riuscì solo a rallentare l’avanzata di Attila.

Il re unno si fermò solo davanti all’insistenza di un vecchio solo: papa Leone I (così almeno vuole la leggenda).

Umberto Maiorca

Bibliografia: Renzo Rossi, Dizionario delle grandi battaglie, Vallardi, 1996Alberto Leoni, Storia militare del Cristianesimo, Piemme, 2005Andrea Frediani, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia, Newton compton, 2011Paul K. Davis, Le cento battaglie che hanno cambiato la storia, Newton compton, 2006Giorgio Ravegnani, Ezio, Salerno editrice, 2018

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La “temenza molta” di Dante a Campaldino

Nella pianura di Campaldino, tra i castelli casentinesi di Poppi e di Romena, Firenze combatté e vinse, il giorno di San Barnaba, 11 giugno 1289, contro Arezzo e il ghibellinismo una battaglia che rappresentò non solo il momento più importante di un lungo contrasto, ma anche una tappa fondamentale per la conquista del predominio in Toscana.

Una veduta del Casentino nei pressi della piana di Campaldino. Sul colle, la città di Poppi con l’imponente castello dei conti Guidi

Dopo aver accennato forse a una prima mossa diversiva atta a far credere che si sarebbe presa la via diretta del Valdarno, l’esercito fiorentino, rinforzato da contingenti della lega guelfa e da truppe bolognesi e lucchesi, si era posto in marcia verso il passo della Consuma per raggiungere Arezzo attraverso il Casentino, dalla parte cioè in cui il contado aretino e i diretti possessi del vescovo della città confinavano con le terre del conte Guido Novello, in quell’anno podestà di Arezzo.

Mappa del Casentino (disegno: Gherardo Brami – www.gherardobrami.it)

Le truppe fiorentine, comandate da Aimeric di Narbona, assommavano a milleseicento cavalieri e diecimila fanti. L’esercito aretino, che raccoglieva cavalieri ghibellini della Toscana, della Romagna, della Marca di Ancona e del ducato di Spoleto, era più debole, specialmente nella cavalleria, ma non in misura tale da essere predestinato alla sconfitta. Comprendeva infatti ottocento cavalieri e ottomila fanti.

L’idea di dar battaglia campale nell’unico punto del Casentino in cui l’ampiezza del terreno lo rendeva possibile e prima che l’esercito nemico avesse messo a sacco – come in realtà fece dopo la battaglia e come aveva cominciato a fare con quelle di Guido Novello – le terre del vescovo aretino, dei nobili cittadini e del comune, era dunque per gli Aretini e i ghibellini un rischio calcolato e non una decisione avventata, come invece pensavano Guglielmo dei Pazzi e Bonconte da Montefeltro.

Ma a questa decisione della nobiltà ghibellina, fiera della sua rozza vigoria, non era forse estraneo un certo disprezzo per quella che doveva apparirle la ‛civile’ mollezza fiorentina

richiesono di battaglia i Fiorentini, non temendo perché i Fiorentini fossono due cotanti cavalieri di loro, ma dispregiandoli, dicendo che si lisciavano come donne e pettinavano le zazzere, e gli aveano a schifo e per nienteG. Villani (VII 131)

Né si deve dimenticare che nel caso di un successo ghibellino, con l’Appennino da risalire alle spalle, le truppe guelfe avrebbero finito per essere tagliate a pezzi.

L’inizio della battaglia sembrò dar ragione agli Aretini. Con una carica furiosa e sollevando un fitto polverone in una giornata particolarmente afosa anche per le grosse nubi che si addensavano nel cielo, i cavalieri corazzati ghibellini attaccarono le linee della cavalleria e della fanteria che coprivano i fianchi dello schieramento guelfo.

Le linee guelfe e i feditori furono travolti nella confusione mentre i fanti aretini cercavano di ridurre il vantaggio della cavalleria nemica strisciando sotto i cavalli dei Fiorentini per squarciarne il ventre coi coltelli.

Il fortunato attacco preparò la sconfitta degli Aretini, perché i loro cavalieri, inseguendo quelli fiorentini, spezzettarono la battaglia in una serie di corpo a corpo e persero i contatti con la fanteria, favorendo d’altra parte, con l’incauta avanzata, la finale manovra avvolgente dei Fiorentini. Questi ultimi, cavalieri in ritirata e fanti, fatta massa insieme, ebbero ragione in due tempi successivi della cavalleria e della fanteria nemica.

Lo stemma dei conti Guidi, il casato di Guido Novello che contribuì alle sorti della battaglia

All’esito finale della battaglia contribuirono poi altri due fatti: Corso Donati, che avrebbe dovuto rimanere in disparte con una schiera di cavalieri per proteggere un’eventuale ritirata dei guelfi, disubbidendo alla consegna caricò di fianco i ghibellini.

Guido Novello, d’altra parte, quando ancora le sorti della battaglia avrebbero potuto forse essere di nuovo rovesciate con un assalto improvviso, fuggì a mettersi in salvo con una squadra intatta di cavalieri.

Il bilancio dello scontro fu particolarmente sanguinoso. Secondo una valutazione che non sembra esagerata, gli uccisi in campo ghibellino furono millesettecento e i prigionieri più di duemila. Oltre Bonconte da Montefeltro, che Dante immagina (Pg V 85-129) morto qualche miglio lontano dal campo di battaglia, alla confluenza dell’Archiano con l’Arno, morirono, fra i capi ghibellini, il vecchio vescovo aretino Guglielmino Ubertini, Guglielmo e Ranieri dei Pazzi, tre degli Uberti, Ciante dei Fifanti e Dante degli Abbati, che insieme ai Lamberti, agli Scolari e ai conti di Gangalandi avevano combattuto contro la loro città.

Fra i vincitori, Bindo del Baschiera Tosinghi morì pochi giorni dopo per le ferite riportate, Ticcio de’ Visdomini cadde sul campo al pari del ‛bailli’ di Aimeric di Narbona, Guglielmo di Durfort.

Il volto di Dante nel bronzo di fronte all’entrata del castello dei conti Guidi, a Popppi

La presenza di Dante alla battaglia è attestata da una fonte tarda, ma attendibile, Leonardo Bruni. Egli militava a cavallo tra i feditori, che erano truppe scelte di prima linea, e il fatto è indice delle discrete condizioni economiche della famiglia, perché cavallo e armatura erano a carico del cavaliere.

Forse ciò è indice anche (ammettendo però che non si procedesse per sorteggio) della gagliardia del giovane poeta, dato che le due o tre decine di feditori forniti da ciascun sesto cittadino erano sicuramente inferiori alla sua teorica disponibilità numerica.

Al primo fortunato urto degli Aretini, come ci dice una lettera ricordata dal Bruni e ora perduta, Dante, che come feditore era schierato nel punto nevralgico della battaglia, fu assalito da “temenza molta” (qualche critico vorrebbe attribuire questo timore unicamente alla sua preoccupazione per l’esito dello scontro, senza rendersi conto che negando a Dante un comprensibilissimo senso di paura, ne diminuisce in fondo l’umanità).

Sarebbe interessante, osserva il Sestan, poter accertare quale peso abbia avuto sulla sensibilità del poeta questo episodio di sangue della sua vita; a meno però di affidarci a gratuite supposizioni, dobbiamo accontentarci di fantasticare sulla stupenda testimonianza lasciataci dal poeta stesso: l’episodio di Bonconte e il ricordo del temporale che flagellò dopo lo scontro, in una livida atmosfera, il campo di battaglia coperto di cadaveri.

Secondo un’ipotesi del Massera, a Campaldino il poeta avrebbe conosciuto Cecco Angiolieri, che faceva parte col padre del drappello senese.

Giovanni Cherubini

Bibliografia:Robert Davidsohn, Storia di Firenze (III), SansoniNiccolò Capponi – Kelly DeVries, La battaglia di Campaldino 1289. Dante, Firenze e la contesa tra i Comuni, LEG Edizioni, 2019Alessandro Barbero, 1289. La battaglia di Campaldino, Laterza 2013Riccardo Nencini, La battaglia. Guelfi e Ghibellini nel sabato di San Barnaba, Polistampa 2001Franco Cardini, Storie fiorentine, Loggia de’ Lanzi, 1994Ugo Barlozzetti, Il Sabato di San Barnaba: la battaglia di Campaldino, 11 giugno 1289-1989, Electa, 1989

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La battaglia di Campaldino

Quella di Campaldino è forse una delle battaglie più conosciute del Medioevo italiano.

La piana di Campaldino nel Casentino, una delle quattro vallate della provincia di Arezzo. Il Casentino ha una forma quasi ovale di circa 60×30 Km, con grandi foreste nelle zone di montagna alternate a colline e piane sul fondovalle. Sul colle di fronte alla piana di Campaldino, il profilo della città di Poppi e la mole del castello dei conti Guidi

La sua fama, oltre che per alcune novità tattiche, è dovuta in gran parte alla partecipazione di Dante che combatté in prima fila tra i feditori fiorentini.Inoltre possediamo due descrizioni fatte da cronisti (entrambi fiorentini): Giovanni Villani e Dino Compagni, quest’ultimo testimone oculare in quanto partecipò alla battaglia.

Sulla battaglia di Campaldino è stato detto e scritto molto. Cominciamo con un po’ di cronistoria. Da quando nel 1289 la battaglia fu combattuta, Campaldino è stata al centro di molte e diverse attenzioni. Nel periodo successivo alla battaglia, Firenze volle celebrare il santo di quel giorno, Barnaba, apostolo prima quasi ignoto, edificando in città una chiesa a lui dedicata. Così facendo, l’episodio bellico venne inscritto in un ambito più vasto, quello religioso. Vi fu poi il tentativo, fallito, di imporre a Scarperia il nome del santo dell’11 giugno. E comunque il giorno di San Barnaba rimase, nell’immaginario dei fiorentini, come il ricordo di una clamorosa vittoria che però, di fatto, non portò a svolte epocali nello scacchiere politico toscano. La lotta contro Arezzo rimase infatti a lungo congelata.

Tra i fiorentini, come abbiamo detto, militava anche l’Alighieri che, esule in Casentino, cantò lo sfortunato insepolto Buonconte da Montefeltro, dandogli eterna fama nel V canto del Purgatorio. E così l’episodio storico si innestò anche nel mito: la sparizione del cadavere del condottiero ghibellino porta il poeta esule a fantasticare sulla sua sorte.

Johann Heinrich Füssli, Buonconte da Montefeltro (1774, Tate Gallery, Londra)

La successiva, riconosciuta grandezza di Dante, rese l’episodio militare svoltosi in Casentino tra quelle battaglie degne di nomea. Il monumento che fu eretto sulla piana nel 1921, venne infatti innalzato in occasione dei seicento anni dalla morte del poeta. E di certo che il pittore Füssli si sia dato la pena di acquarellare l’anima di Buonconte contesa tra angeli e demoni, è più attribuibile all’amore per Dante, piuttosto che a un interesse per il condottiero ghibellino.

Gli spettri della piana Una novella, opera di Emma Perodi, contribuì certamente a rendere l’episodio storico anche fantastico. L’ombra del Sire di Narbona, inserita tra le Novelle della Nonna, infatti atterrì più di un bimbo casentinese e la piana di Campaldino, evitata per lunghi anni, dopo quel 1289, si popolò così anche di spettri entrando nella favolistica. Insomma sul nome di Campaldino si erano oramai sovrapposte tante e variegate chiavi di lettura.

Bisognerà aspettare però il 1989, il settecentenario della battaglia, perché si mettesse un po’ di ordine tra tutto quello che in sette secoli si era andato accumulando di storico e fantasioso. Il convegno che fu organizzato, e con esso una mostra dislocata in più sedi, in Casentino, produsse numerosi contributi che fecero il punto su diversi aspetti dell’episodio militare: dalla religiosità alla prassi guerresca, dalle armi ai personaggi coinvolti, dalla cronachistica fino agli aspetti più tecnici legati alla realizzazione dei diorami e dei plastici che animarono il percorso espositivo. La mostra terminò e di Campaldino non si sentì più parlare per oltre un decennio.

Poi, nel giro di questi ultimi anni, numerosissime sono state invece le iniziative che hanno rianimato la battaglia. Il Comune di Poppi ha infatti riallestito il plastico con una nuova esposizione permanente. Sono state disseppellite, analizzate e traslate in Duomo le ossa un tempo deposte nella chiesa di Certomondo e appartenenti al vescovo Ubertini. Sono uscite numerose pubblicazioni, biografie, opuscoli, fumetti e romanzi. Sono infine state organizzate alcune mostre di pittura sul tema dello scontro. E ogni anno, un’iniziativa diversa, di piccolo o grande respiro, anima il museo attivo nel Castello di Poppi.

Un conflitto permanente Dopo l’effimero governo ghibellino, ottenuto a seguito della vittoria presso Montaperti, con l’aiuto di Manfredi, l’astro svevo si era eclissato, prima a Benevento (1266), poi a Tagliacozzo (1268) e definitivamente a Napoli, con la decapitazione di Corradino. I Ghibellini sono in difficoltà e vengono espulsi dalle città toscane, tornate tutte guelfe.

Come avevano fatto i Ghibellini, sono ora i Guelfi ad accanirsi sui vinti espropriando e distruggendo i loro beni. La città di Firenze è un cumulo di macerie. All’arrivo dei Ghibellini furono distrutti e rasi al suolo 103 palazzi, 580 case, 85 torri; in parte demoliti 2 palazzi, 16 case e 4 torri; caddero abbattuti 10 capannoni per la stenditura dei panni e 21 mulini. Nel contado i danni furono addirittura più ingenti. Altrettanto fecero poi i Guelfi nei confronti dei Ghibellini riducendo la città in rovina.

Nel corso degli anni ’70 la lotta si trascina stancamente. I Ghibellini sono ridotti all’esilio e trovano rifugio in alcuni capisaldi come Pisa ma oramai la Toscana è in mano ai Guelfi e a Carlo d’Angiò.

In Romagna, invece, i Ghibellini ottengono maggior successo. Con a capo Guido da Montefeltro, la Romagna diventa quasi tutta ghibellina ed è proprio lì che portano rinforzo gli esuli toscani: il conte Guido Novello, Guglielmo dei Pazzi del Valdarno e gran parte dei fuorusciti.

Una veduta della città di Arezzo in un dipinto di Bartolomeo della Gatta (1448-1502, Museo statale di Arte Medievale e Moderna, Arezzo)

Il pretesto per lo scontro Ad Arezzo il Popolo aveva assunto il potere, esautorando i Magnati e mettendo un Capitano a capo del governo. L’esperienza popolare però fu assai breve. Nel 1287, infatti, i Magnati, sia guelfi che ghibellini, si allearono. Secondo le cronache avrebbero accecato il Capitano del Popolo: “presono e misono in una cisterna, e quivi si morì”.

In realtà questo episodio è stato amplificato dalla propaganda guelfa del Villani giacché il Capitano del Popolo, originario del borgo di Lombrici, era ancora attivo venti anni dopo questi fatti e rogava documenti a dispetto della presunta “cecità”.

Ma i Ghibellini, sospettosi che i Guelfi di Arezzo congiurassero contro di loro – come lascia intuire il cronista – con l’appoggio segreto di Firenze, cacciarono i loro nemici con l’aiuto di Buonconte e di Guglielmo Pazzo. Con questo pretesto – l’aiuto da prestare ai Guelfi aretini – i Guelfi di Firenze, desiderosi di riavere spazio nella cosa pubblica, trovarono il modo per dichiarare guerra alla città di Arezzo, una guerra che invece i mercanti, i Popolari, non volevano intraprendere.

La guerra fu dichiarata a una parte di Arezzo, quella ghibellina, rappresentata da grandi casate nobiliari, che controllavano le vie di comunicazione del Valdarno, del Casentino e della Chiana.

Assedi e rapine Non bisogna cedere alla fantasia, immaginando il Medioevo costellato di battaglie. Per lo più la guerra era costituita da assedi e rapine. Mobilitare un esercito era un’operazione costosa e la battaglia in campo aperto era sempre molto rischiosa. Non bastava infatti solo un grande esercito per vincere: servivano tattica, ingegno e anche la buona sorte.

Così dal 1287 fino al 1289 tra Arezzo e Firenze la guerra si combattè attraverso una serie continua di incendi e saccheggi portati magari da pochi sparuti gruppi di cavalieri.

Si possono ricordare le incursioni che i Ghibellini fecero contro Firenze. Risalirono il Valdarno e proseguirono fino a S. Donato in Collina, a pochi chilometri da Firenze. Anche i Guelfi non stavano fermi e, attraversato il Valdarno, diedero guasto alle terre dove sorgevano i castelli delle nobili famiglie dei Pazzi e degli Ubertini e conquistarono Laterina. Nel 1288 Guglielmo Pazzo e Buonconte risalirono il Casentino, dove signoreggiava il loro alleato Guido Novello, e piombarono su Pontassieve, mettendola a ferro e fuoco.

In quell’anno, per la prima volta, i due eserciti si fronteggiarono in Valdarno, luogo deputato per gli scontri tra le due città. Da un lato la Lega Guelfa, una coalizione che raccoglieva le principali città toscane e altri alleati, come Bologna. Dall’altro gli Aretini e i loro alleati Ghibellini, rappresentati in gran parte da nobili che dominavano nel contado e dai fuorusciti fiorentini che, cacciati dai Guelfi, avevano trovato rifugio ad Arezzo. Ma non vi fu battaglia. Entrambe le parti considerarono troppo rischioso attaccare e così, girate le insegne, preferirono tornare rispettivamente a Firenze e ad Arezzo.

Diorama della battaglia di Campaldino esposta nella Casa di Dante (Firenze)

Una guerra obbligata Il pericolo che poteva venire dall’impegnare così tanta popolazione in una battaglia campale, era talmente forte che i fiorentini tentarono di servirsi anche della diplomazia, per evitare lo scontro.

Pare quindi che un membro della famiglia dei Vecchietti fosse inviato a Bibbiena in missione segreta per contrattare con Ubertini la resa di Arezzo e la vendita di molti suoi castelli, proponendo come garante il ricco Vieri dei Cerchi. La missione sarebbe forse andata a buon fine, ma il progetto venne alla luce e il vescovo rischiò il linciaggio. Fu il nipote, Guglielmo Pazzo, a salvarlo da una fine quasi certa. Oramai al vecchio Guglielmino restava solo una strada: la guerra.

La guerra, nel Medioevo, era stata in parte regolata dalle paci di Dio imposte dalla Chiesa. Nel XIII secolo però il vigore iniziale di questo fenomeno era un lontano ricordo. L’estate era solitamente riservata alle operazioni militari. Nella stupenda allegoria dei mesi della Pieve di S. Maria di Arezzo, per il mese di maggio fa bella mostra di sé un cavaliere bardato. Era quello il momento in cui i prati tornavano a verdeggiare e i cavalli avevano sostentamento sufficiente per affrontare una campagna militare lunga a volte anche più di un mese. Venivano presi di mira i castelli strategici, posti a difesa di ponti, valichi e strade di passaggio. Oppure potevano essere cinte d’assedio vere e proprie città.

Fu questa la sorte riservata ad Arezzo nell’estate del 1288, quando la Lega Guelfa intraprese una marcia nel Valdarno, distruggendo almeno 40 castelli e circondando la città. I fiorentini e i senesi costruirono torri mobili, steccati, scavarono gallerie e bersagliarono Arezzo con lanci di catapulte. Ma l’assedio non venne portato con i mezzi adatti per snidare il nemico. Una tempesta si abbatté sui Guelfi che persero molte macchine d’assedio. Perciò fu deciso di abbandonare l’impresa: l’esercito guelfo fece ritorno a casa.

Mentre i Fiorentini ripresero la via del Valdarno, i Senesi seguirono quella della Val di Chiana, una strada rischiosa giacché era circondata da paludi. Fu l’occasione propizia per i Ghibellini per metter in opera un agguato.

Presso Pieve al Toppo, là dove si trovava l’unico guado agibile, Buonconte e Guglielmo Pazzo sbaragliarono le truppe senesi. Fu ucciso anche Ranuccio di Peppo Farnese, comandante del contingente senese e quel Lano Maconi ricordato da Dante tra gli scialacquatori, colui che non ebbe le gambe sufficientemente “accorte”.

L’episodio ebbe una vasta eco in tutta la Toscana: i Ghibellini festeggiarono la vittoria colta in modo inaspettato, i Guelfi temettero per l’andamento della campagna militare che ormai si trascinava da due anni.

Le forze in campo La liberazione di Carlo II d’Angiò, re di Napoli, fu motivo di giubilo, specie in Firenze. Il futuro re di Sicilia infatti, soggiornando a Firenze, lasciò, su richiesta del Comune, un comandante di origini francese, Amerigo di Narbona, accompagnato da un maestro d’arme e da un contingente di un centinaio di cavalieri.

Inoltre Carlo II permise al comune fiorentino di sventolare la bandiera degli Angiò durante la campagna. Forte di questi aiuti, di questi prestigiosi capitani, la Lega Guelfa si riunì per decidere come porre fine al problema aretino.

Diverse erano le opinioni sulla via da seguire: chi proponeva la consueta via del Valdarno, agile e in pianura, ma scontata; chi la tortuosa e rischiosa via attraverso il passo della Consuma. Alla fine prevalse questa seconda opzione, che forse fu uno dei motivi che portarono al successo di Firenze.

Infatti i Guelfi, partiti da Badia a Ripoli il 2 giugno, dove avevano portato le insegne di guerra, lasciarono intendere che avrebbero seguito la via del Valdarno. Ma poi, inaspettatamente, superarono il fiume e si inerpicarono su per le foreste in direzione della Consuma, cogliendo di sorpresa il nemico. Si trattava di un esercito di 12.000 uomini in cui erano confluite tutte le città guelfe di Toscana, Firenze, Siena, Lucca e Pistoia, Colle, Prato, S. Gimignano e poi i rinforzi da Bologna, da Maghinardo Pagani da Susinana, condottiero romagnolo detto “il Demonio”, e ancora i fuorusciti guelfi di Arezzo che volevano rientrare in città.

Il vescovo Ubertini e i suoi Ghibellini radunarono tutti i loro alleati in un rapido sforzo, riuscendo ad ordinare un esercito di circa 8.000 uomini, con truppe provenienti oltre che da Arezzo dalle valli circostanti, dal Valdarno, dal Casentino, e poi da Orvieto e da Amelia, dal Montefeltro e anche da Firenze, con diversi membri delle famiglie di fuorusciti, espulse da quasi trent’anni.

Discendendo attraverso i monti i primi, e risalendo la valle dell’Arno i secondi, i due eserciti rivali si trovarono l’uno contro l’altro nella piana ai piedi di Poppi, in un luogo detto Campaldino.

Le tre fasi della battaglia (rosa: Guelfi, giallo: Ghibellini)

L’afa e la paura L’11 di giugno 1289, un afoso sabato, dedicato a s. Barnaba, i circa 20.000 uomini convenuti sulla piana casentinese ascoltarono la messa. In molti si confessarono. Tutti sperimentarono l’ansia dello scontro imminente e la paura della morte.

Tutti, vecchi e giovani (si era infatti arruolabili da 14 a 70 anni), avevano la consapevolezza del rischio di lasciare la vita in quella valle lambita dall’Arno, baciata dal sole che sorgeva appena là, sopra il monte della Verna dove san Francesco aveva ricevuto le stigmate, appena pochi decenni prima.

I Guelfi dovevano avere l’occhio sinistro chiuso, colpiti in pieno viso dal sole. I Ghibellini invece, che combattevano con il sole alle spalle, avevano il vantaggio di avere un’ottima visuale. Ma, di contro, vedevano benissimo il numero ben più consistente dei nemici.

I Ghibellini, per lo più membri di nobili famiglie di antico casato, si schierarono in modo consueto. Erano legati alla tradizione cavalleresca e poco avvezzi alle trasformazioni sociali che invece andavano travolgendo Firenze, più aperta ai commerci e agli influssi esterni.

Così i Ghibellini, davanti a tutti schierarono dodici valenti cavalieri che si facevano chiamare i paladini: dodici come gli Apostoli e come i cavalieri della Tavola Rotonda. Poi una potente schiera di cavalleria, seguita subito da un’altra. Grazie alla carica di questi due corpi di cavalieri, Buonconte e Guglielmo Pazzo, comandanti della cavalleria, volevano sfondare le linee nemiche. A seguire c’era infatti tutta la fanteria accompagnata da due deboli ali di arcieri e di balestrieri. Il conte Guido era stato lasciato di riserva presso la chiesa di Certomondo. Egli sarebbe dovuto intervenire, con i suoi 150 cavalieri, in caso di pericolo.

Il vescovo Ubertini aveva accanto il vicario imperiale, Percivalle Fieschi, e il vessillifero, Guiderello da Orvieto. Il vescovo doveva essere armato di un martello o di una mazza, ma non di una spada. Infatti, in ossequio a quanto Gesù aveva detto a S. Pietro nel Giardino degli Ulivi (“Rimetti la spada nel fodero!”) gli uomini di Chiesa potevano utilizzare solo armi da botta.

Giunto sulla piana, Guglielmino avrebbe chiesto: “A che città appartengono quelle mura”? Gli avrebbero risposto: “Sono gli scudi dei nemici”.

Le ali di Pavesari In effetti i Guelfi avevano disposto ai lati dell’esercito due enormi ali di pavesari: soldati cioè protetti da un pavese, uno scudo alto un metro e mezzo circa, dietro a cui si asserragliavano milizie armate di tutto punto. Al centro invece la disposizione era quella consueta.

La prima linea era formata da una schiera di feditori (dal latino federe, ferire) cavalieri pronti alla carica, scelti scelti tra i cittadini di più elevata estrazione sociale. Avevano il compito di procurar battaglia.

Tra di loro, sulla piana di Campaldino, c’era ancora Dante Alighieri, all’epoca un ignoto poeta di 24 anni, che ancora forse neppure pensava a scrivere la sua Commedia.

C’era anche Vieri de’ Cerchi, ricco mercante che, pur malato di gotta, volle combattere in prima fila. E per dare l’esempio ai timorosi fiorentini che non volevano prendere i primi posti, nominò accanto a sé figli e nipoti. L’essere i primi a caricare, disse Vieri, garantiva infatti almeno ai giovani, di non rimanere bloccati dall’orrore dei corpi mutilati a battaglia iniziata.

Seguiva poi la schiera grossa di cavalleria. Al centro sventolavano i vessilli di Firenze e di Carlo d’Angiò: lì combattevano il giovane Amerigo di Narbona e i mercenari francesi accanto al balio Guglielmo di Durfort. Nei reparti senesi era presente anche Cecco Angiolieri, uno scanzonato poeta, spesso assente dalle fila dell’esercito.

Venivano poi i fanti e tutte le salmerie, costituite da migliaia di muli che avevano accompagnato l’esercito nella lunga marcia da Firenze, e che ora venivano sistemati come un muro per frenare la prevista carica nemica.

Anche i Guelfi decisero di lasciare delle truppe di riserva. Erano costituite dai contingenti mandati da Lucca e Pistoia. Al loro comando c’era il cavaliere Corso Donati, di corpo bellissimo ma pieno di maliziosi pensieri, come poi scrisse il cronista Giovanni Villani.

La fuga del conte Guido Al grido di “San Donato Cavaliere!” i cavalieri ghibellini caricarono a spron battuto, seguiti dai fanti. I Guelfi risposero con il loro grido di guerra “Narbona Cavaliere!”, preparandosi a ricevere la carica di 600 nemici.

L’urto fu violentissimo. Una volta rotte le lunghe lance i cavalieri furono impegnati in un durissimo corpo a corpo con spade, asce e mazze. La giornata era afosa e la polvere sollevata dai cavalli era tantissima, come scrisse il Compagni. Amerigo di Narbona fu ferito al volto. Il suo balio, Guglielmo di Durfort, venne colpito a morte. In un primo momento sembrò che la carica dei Ghibellini avesse avuto successo. Ma in realtà le salmerie avevano retto bene e la spinta di Buonconte e di Guglielmo Pazzo si andava via via esaurendo.

A questo punto la tattica dei Guelfi fu chiara a tutti: le due ali di pavesari iniziarono a serrarsi come una tenaglia su tutti i Ghibellini, che rimasero chiusi in una morsa. Corso Donati, che sarebbe dovuto intervenire solo in caso di pericolo, pena la morte, volle fare di testa sua e si gettò nella mischia con i suoi, facendo sbandare ulteriormente l’esercito su un fianco. L’unico che forse avrebbe potuto liberare da quella tenaglia i Ghibellini, era il conte Guido, ma, vista la mala parata, preferì ritirarsi, senza dare colpo di spada.

La battaglia era perduta.

Atti poco cavallereschi Quando la bandiera con l’aquila imperiale venne catturata, tra le fila ghibelline si diffuse il panico. Alcuni si buttarono, ad altissimo rischio, sotto i ventri dei cavalli e, armati di coltellacci, sbudellarono gli animali per diminuire il numero di cavalieri.

Simili atti così “poco cavallereschi” erano stati già adottati in precedenti occasioni. Come a Benevento, nel 1266, quando i cavalieri angioini segarono i tendini dei cavalli nemici per diminuire l’impeto della cavalleria.

Ma a Campaldino quella mossa disperata non bastò per risollevare le sorti della battaglia. Nella morsa rimasero intrappolati tutti i comandanti ghibellini: Buonconte da Montefeltro, Guglielmo dei Pazzi e suo zio, l’anziano vescovo Ubertini, con il quale il nipote aveva voluto scambiare le sue insegne nel tentativo di salvargli la vita. Invano. Anche questo era diventato un gesto usuale nelle battaglie. Così aveva fatto Manfredi a Benevento e altrettanto Carlo d’Angiò a Tagliacozzo.

Una tempesta di cadaveri Molti dei fuorusciti fiorentini persero la vita nella piana davanti a Poppi: Fifanti, Abati, Lamberti e anche i figli e i nipoti di Farinata degli Uberti. Morirono oltre 1.700 ghibellini. Più di 2.000 furono catturati e portati a languire nelle prigioni di Firenze. Le armi del vescovo, riconosciuto dalla tonsura, furono portate in trionfo a Firenze ed appese a testa in giù, come quelle di un nemico sleale: rimasero esposte così fino a che Cosimo III non le fece togliere agli inizi del Settecento.

Alla fine della battaglia, mentre i Guelfi braccavano i fuggiaschi per farli prigionieri in modo da ottenere un cospicuo riscatto, un terribile temporale si abbattè sui vincitori e sui vinti. È il nubrifagio descritto da Dante nel V canto del Purgatorio. Poi, finalmente venne suonata la fine della battaglia.

L’odissea dei prigionieri Le cronache del tempo si soffermano sui prigioni, cioè le centinaia di persone che vennero catturate a battaglia conclusa e stipate nelle galere del comune di Firenze o in semplici abitazioni o cantine, risistemate per l’occasione. “Ne giunsero legati più di 740”, scrisse il Villani. L’alto numero dei prigionieri rese necessario il riadattamento di molte case di fiorentini a mo’ di prigione. Per questo fu ad esempio rimborsato di 56 lire tal Bardino d’Altopace, della parrocchia di S. Jacopo, per i danni subiti dalla sua casetta d’Oltrarno.Dodici lire spettarono poi al sensale Manetto per l’affitto di una bottega e di una corte dove trovarono alloggio i custodi di alcuni degli aretini catturati.

Quando si legge di Campaldino però si sente parlare sempre dei prigionieri aretini, o ghibellini, fatti dai fiorentini. Ma anche i Ghibellini dovettero tornare a casa trascinandosi qualcuno dei nemici, se, leggendo tra le Provvisioni, si incontrano più volte scambi con fiorentini detenuti in Arezzo. Sette aretini furono rilasciati in cambio di due lucchesi e due pistoiesi, e non è inutile domandarsi perché questi ultimi “valessero” quasi il doppio degli aretini. Conosciamo il caso del rilascio di 8 guelfi presi a Campaldino, questa volta scambiati con egual numero di ghibellini: per 7 di loro richiese grazia il comune di Siena, essendo costoro di Lucignano e Mariano; per l’ottavo intercedette l’Abate di Capolona.

Bisogna immaginare che alla fine della battaglia, nella confusione, nel polverone prima, e nell’acquazzone poi, le modalità di cattura fossero dettate anche dal buon senso e dall’impulso. Così accadde che Finuccio di Rinaldo del contado aretino, scambiato a Campaldino per ghibellino, ma sempre zelante guelfo, languiva nelle prigioni fiorentine ancora nel luglio del 1290. Gli era andata comunque meglio di Maiano, suo fratello, che, preso dai ghibellini, fu fatto prigioniero e detenuto ad Arezzo dove fu anche accecato, secondo una pena riservata per lo più ai traditori.

Un documento ci informa poi su un’ulteriore prassi guerresca. Un prigioniero infatti venne liberato in quanto catturato per errore, poiché “nescivit dicere nomen ordinatum debere dici per Florentia in prelio”: non seppe cioè ripetere la parola d’ordine. Dunque prima della battaglia si era stabilita una parola segreta per riconoscersi nel marasma finale: un metodo semplice ma certamente efficace.

Le richieste di scarcerazione si protrassero per anni e possiamo solo immaginare lo stato in cui i prigionieri versavano al momento del rilascio, magari dopo tre o quattro anni trascorsi in carceri umide e sovraffollate.

Particolare della battaglia di Campaldino negli affreschi del Palazzo Comunale di San Gimignano (1292)

Il prezzo dei cavalli Combatterono per tutto il tempo della battaglia in prima linea sia Dante che Vieri de’ Cerchi. E anche Filippo Adimari detto Argenti, che l’Alighieri pone tra i violenti e che deve il suo soprannome all’abitudine di commissionare i finimenti del proprio cavallo in argento.

Nel corso del primo urto è probabile che molti tra i combattenti perdessero il proprio cavallo. E, in molti casi, doveva trattarsi di bestie particolarmente belle e potenti. Siamo informati del rimborso erogato dal Comune per il cavallo morto al Cerchi e all’Argenti. Ma anche Giano della Bella e Baschiera della Tosa persero la propria cavalcatura. E qui, rispetto ad un ronzino, che valeva dai 4 ai 10 fiorini, si parla di cifre da capogiro: a Gianni Adimari vennero pagati 70 fiorini d’oro di indennizzo, e la stessa cifra fu erogata a Neri dei Bardi. Costui, ricorda il documento, asserisce di aver perduto il cavallo durante l’assedio portato con insuccesso dai Guelfi contro Arezzo.

La città, priva ancora di buona parte delle mura, si difendeva con steccati e fossi, costruiti per proteggere i nuovi sobborghi. E proprio presso questo steccato, “erectum ab arretinis”, ove dovette infiammare l’assedio, il cavallo di Neri esalò l’ultimo respiro. Bestie possenti, muscolose, addestrate e perciò, preziose. Non una semplice cavalcatura, ma una vera e propria macchina da guerra, per chi sapeva manovrarla e per chi, ovviamente, poteva permettersela.

Quel che vide Dante Nell’incipit del canto XXII dell’Inferno, Dante Alighieri rievoca le scorrerie e le feste cavalleresche cui assistette in terra aretina:

Io vidi già cavalier muover campo,e cominciare stormo e far lor mostra,e talvolta partir per loro scampo;corridor vidi per la terra vostra,o Aretini, e vidi gir gualdane,fedir torneamenti e correr giostra;quando con trombe, e quando con campane,con tamburi e con cenni di castella,e con cose nostrali e con istrane.

Versi che raccontano le operazioni militari, così come apparivano agli occhi di chi, non molti anni prima, vi aveva preso parte. La terminologia è importante, ed è da casi come questi che possiamo ricostruire ciò che i comandanti si dicevano nelle concitate fasi di un consiglio di guerra.

Dante immortalato di fronte al palazzo dei Conti Guidi a Poppi (part. di una foto di Gianni Ronconi)

Stormo alle nostre orecchie suona in un modo completamente scevro di significati bellici, legato come è al volo degli uccelli. Ma ai tempi di Dante, ancora forte doveva essere il legame della parola con le origini germaniche del termine sturm, battaglia, assalto, che anche foneticamente sembra rievocare il tumulto dell’assedio.

Per indicare una parata militare veniamo a conoscenza del termine mostra che nell’espressione utilizzata nei versi di Dante, come sottolinea il commentatore Chimenz, indica il disporsi per essere passati in rivista, o meglio, l’eseguire evoluzioni durante le riviste.

E se fedir torneamenti e correr giostra è abbastanza comprensibile, resterebbe oscuro il termine gualdana, anch’esso di origine germanica. La parola indica una scorreria di uomini armati in territorio nemico. La radice del termine wald è quanto mai significativa. Oltre al legame con il bosco, wald, va sottolineato quanto fare la guerra sia cosa da uomini, e cosa da uomini forti, validi e valorosi, dei baldi giovani, di prestanza fisica e morale.

Va poi notato l’uso che Dante fa del verbo vedere, che nella Commedia è utilizzato con valore esponenziale, riferito perciò ad una diretta esperienza vissuta dal poeta. Come ha scritto Silvio Abbadessa, è in qualche modo la firma stessa del poeta.

Federico Canaccini

Bibliografia:Niccolò Capponi – Kelly DeVries, La battaglia di Campaldino 1289. Dante, Firenze e la contesa tra i Comuni, LEG Edizioni, 2019 Federico Canaccini (a cura di), La lunga storia di una stirpe comitale. I conti Guidi tra Romagna e Toscana, Atti del Convegni di studi (Modigliana-Poppi, 28-31 agosto 2003), Olschki, Firenze 2009Marco Bicchierai, Ai confini della repubblica di Firenze: Poppi dalla signoria dei conti Guidi al vicariato del Casentino, Olschki, Firenze 2005 Emma Perodi, Le novelle della Nonna, Fruska, Bibbiena, 2019 (4° ristampa; ed. or. 1897)

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Castagnaro, la grande vittoria di Giovanni Acuto

L’11 marzo 1387, lungo le rive dell’Adige, si combatte la battaglia di Castagnaro tra l’esercito degli Scaligeri, signori di Verona, e quello dei Carraresi, signori di Padova. Uno scontro che consacrerà (nel caso ve ne fosse bisogno) Giovanni Acuto, l’inglese John Hawkwood. Secondo molti storici militari fu una delle più grandi battaglie dell’epoca con i maggiori capitani di ventura sul campo ed è considerata la più grande vittoria del condottiero inglese al comando delle truppe padovane.

Giovanni Acuto di Paolo Uccello

L’inseguimento

La rivalità tra Scaligeri e Carraresi è giunto al momento cruciale. I due eserciti si inseguono da giorni su e giù lungo le rive dell’Adige. I padovani marciano in direzione di Verona, mentre gli scaligeri discendono il fiume, riescono ad aggirare il nemico e tagliare le vie di rifornimento. I padovani si ritrovano in territorio nemico senza viveri (le cronache dell’epoca raccontano che i soldati mangiano i cavalli per sopravvivere) e costretti a riguadagnare il territorio amico vicino a Castelbaldo, dove il signore di Padova ha fatto confluire rifornimenti. I veronesi sono stati più veloci e li attendono al varco, freschi e riposati e in numero quasi quadruplo rispetto ai padovani.

Pensare di passare il fiume è impossibile, come mantenere la disciplina di un esercito impaurito e affamato. Francesco Novello con il suo contingente sono provano a passare il fiume per trasportare le provviste al campo, ma è tutto inutile. Giovanni Acuto capisce di non poter aspettare oltre: è in inferiorità numerica e con un esercito stremato, ma sa che l’unica possibilità di sopravvivere è di attaccare subito battaglia. Non così allo sbaraglio, però, prima vuole guadagnare almeno la posizione migliore. Che poi è quella presidiata dai veronesi.

Lo stratagemma

L’inglese escogita uno stratagemma tanto semplice quanto efficace: fa montare dei cavalieri, raggruppa dei guastatori e lì manda all’attacco dei veronesi, i quali ne hanno facilmente la meglio. I padovani allora fingono una fuga disordinata e nemici si gettano al loro inseguimento sul terreno acquitrinoso. Mentre gli Scaligeri arrancano l’Acuto fa attraversare rapidamente al grosso dell’esercito il Castagnaro, coprendolo la mossa con una pavesata e i balestrieri schierati sull’argine, a protezione dei cavalieri. Adesso le parti sono invertite. L’Acuto è in posizione di vantaggio e a quel punto lancia il segnale d’attacco. I Veronesi, pur più numerosi, non possono più attaccare frontalmente con tutta la forza della cavalleria e in superiorità numerica.

Lo schieramento

Francesco Novello da Carrara

L’11 marzo 1387 sul Castagnaro, un canale emissario dell’Adige, si fronteggiano i due schieramenti in assetto da battaglia. L’Acuto far rinfrescare alla meglio le sue truppe e le organizza in otto schiere. In prima linea, sotto il suo comando le sue 500 lance personali e i suoi 600 arcieri, al suo fianco ci sono l’Ubaldini, il Pietramala, Ugolotto Biancardo, Francesco Novello, il Broglia, il Brandolino e il Biordo. Due ulteriori schiere al comando di Antonio Balestrazzi e di Filippo da Pisa, per un totale di altri 1600 cavalieri, sono mantenute come riserva intorno al Carroccio, pronte a dare manforte. Di riserva con mille fanti c’è di Bartolomeo Cermisone da Parma (famoso come comandante di fanterie, in un’epoca di cavalieri, tanto che sul Castagnaro giocherà un ruolo fondamentale per l’esito della giornata).

Il fronte veronese è ordinato in dodici schiere a cavallo, coperte dagli arcieri e balestrieri. Antonio della Scala si è portato dietro anche i tre carri da combattimento di cui dispone. Si tratta una torre quadrata girevole a tre piani dotata, su ciascun piano e lato di dodici “bombardelle” per un totale di 144 bocche di fuoco, manovrate da tre uomini e trainata da quattro cavalli corazzati. “L’azione di tali mezzi richiama la balista quadrirotis e il traino il currodepranus, descritti nel De rebus bellicis e nel trattato di Vegezio. Di carri imbattagliati parla anche Guido da Vigevano, descrivendone anche l’azione militare e bellica: progettati per correre con furore a confusione dell’esercito nemico”. Anche le carrette, o carri armati, di Antonio della Scala sono progettate per infilarsi in mezzo alle schiere dei nemici “tirare fuori le bombarde” e “tempestare di fuoco e proiettili le schiere nemiche, per romperle e dividerle, e prendere le bandiere”. Nella battaglia di Castagnaro, i carri rimangono inutilizzati. Dalle cronache “non risulta che si sia nemmeno tentata un’utilizzazione pratica dei tre carri, i quali caddero intatti nelle mani dei Padovani vincitori. Anch’essi, però, non seppero cosa farsene e non si hanno notizie di un loro utilizzo”.

Le forze in campo

L’esercito Carrarese era composto da Giovanni Acuto con 500 cavalieri e 600 arcieri; Giovanni D’Azzo e 1000 cavalieri; Giovanni da Pietramala con 1000 cavalieri; Ugolotto Biancardo e 800 cavalieri; Francesco Novello da Carrara con 1500 cavalieri; Broglia Brandolino e 500 cavalieri; Biordo e Antonio Balestruzzo con 600 cavalieri; Filippo da Pisa e 1000 fanti.

Gli Scaligeri schierano Giovanni degli Ordelaffi con 1000 cavalieri; Ostasio da Polenta con 1500 cavalieri; Ugolino dal Verme e 500 cavalieri; Benetto da Marcesana con 800 cavalieri; il conte di Erre con 800 cavalieri; Martino da Besizuolo con 400 cavalieri; Francesco Sassuolo e 800 cavalieri; Marcoardo dalla Rocca e 400 cavalieri; Francesco Visconte con 300 cavalieri; Taddeo dal Verme con 600 cavalieri; Giovanni dal Garzo e Ludovico Cantello e 500 cavalieri; Raimondo Resta e Frignano da Sesso con 1800 cavalieri; Giovanni da Isola con 1000 fanti, 1600 arcieri e balestrieri.

La battaglia

Lo scontro è raccontato con dovizia di particolari, spesso inventati, dal padovano Galeazzo Gatari, ed è preceduta dai consueti rituali: si invocano i santi patroni, si sfidano i cavalieri nemici, si mostrano insegne e partono insulti dall’uno all’altro campo. Francesco Novello da Carrara crea sul campo cinque cavalieri e l’Acuto in persona calza gli speroni d’oro ad alcuni cavalieri inglesi. I veronesi sono esortati dal comandante Giovanni degli Ordelaffi ad attaccare con ardore visto con lo scarso numero dei nemici e dietro la promessa di un ricco bottino e altrettanta possibilità di chiedere ingenti riscatti, visto che tra i padovani combattono tantissimi cittadini benestanti se non ricchi.

Sui campi di battagli non combattono solo mercenari, tanto che sul Castagnaro, accanto al fior fiore dei professionisti, ci sono anche soldati territoriali e, anzi, secondo le cronache sono proprio questi ultimi a essere fatti prigionieri in gran quantità. I veronesi hanno affidato il comando delle truppe territoriali a Giovanni dall’Isola. Questi campagnoli saranno gli ultimi ad arrendersi.

Stemma dei Della Scala

Ormai è pomeriggio e i veronesi decidono di attaccare, a piedi, per superare l’acquitrino (riempito di ramaglie) che li divide dai padovani. Avanzano con foga, incuranti dei dardi e delle frecce scagliate dagli arcieri inglesi e dai balestrieri padovani. Si fatto sotto, spingono i padovani e la difesa sembra quasi cedere. “Il sollecito capitano signor Giovanni degli Ordelaffi spinse al fosso sei delle sue battaglie contro tre delle carraresi, ove si diede principio ad un crudelissimo assalto, urtando e facendo uno contro l’altro con crudelissimo impeto rumori, e gridi alti e spaventevoli in ogni parte si sentivano”. La pressione dei veronesi arriva fino sotto le truppe dove si trova il signore di Padova. Allora il condottiero inglese fa cambiare posizione a Francesco Novello, spostandolo in un punto dello schieramento che gli permetterà di sganciarsi senza grosse perdite se le cose dovessero prendere una brutta piega.

Prima dello scontro il condottiero cerca di persuadere Francesco Novello da Carrara a non prendere parte alla lotta, di non esporsi al pericolo. Il signore di Padova sembra tentennare poi si rivolge a Ugolotto Biancardo e gli chiede cosa ne pensi. Ugolotto risponde che non fuggirebbe mai dalla mischia e chi lo vuole cacciare dovrà farlo con la forza. Udendo questo Francesco Novello risponde che non voglia dunque Dio che io parta dal campo di battaglia.

Mentre arcieri e balestrieri tengono impegnato l’esercito veronese, Acuto lo attacca sul fianco. È il momento dell’attacco vincente. Memore del suo passato di guerriero (il condottiero ha quasi settanta anni) getta il bastone del comando in faccia la nemico e urlando “carne, carne” sguaina la spada e si lancia nella mischia. Simile il racconto che fa lo scrittore bolognese Gherarducci, narrando le imprese del capitano di ventura e della battaglia in inferiorità numerica, conclusa in due ore di terribile carneficina.

A nulla serve l’entrata in campo delle riserve scaligere degli Ordelaffi e di Ostasio da Polenta. I nuovi arrivati sul campo si trovano la strada sbarrata dai padovani e non possono ricongiungersi con il grosso dell’esercito.

È la rotta dei Veronesi. Gli scaligeri perdono bandiere, capitani come Francesco Visconti, Ordelaffi, da Polenta, dal Verme e Facino Cane, uomini e cavalli.

Per Padova è un trionfo e Francesco da Carrara onora quanto ha promesso all’inizio dello scontro: paga doppia, un mese intero per tutta la soldatesca, a cavallo o a piedi, mentre ai capitani e condottieri toccano doni secondo loro “condizione e portamento”.

Le conseguenze

La fama dell’Acuto di essere il migliore capitano in Italia risultò pienamente confermata, anche se non bastò a conservare l’incarico, lasciato poco dopo.

La sconfitta di Castagnaro segnò la fine della lunga egemonia degli Scaligeri, che dopo qualche mese sarebbero stati cacciati da Verona dalle truppe viscontee. Nel 1406 terminava, con l’intervento di Venezia, anche la signoria dei Da Carrara a Padova.

 

Umberto Maiorca

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Chiuse di Susa, Carlo Magno sbaraglia i Longobardi

Il Papato voleva liberarsi della ingombrante e pericolosa presenza dei Longobardi, i quali miravano ad ingrandire i propri possedimenti in Italia; per farlo il Pontefice aveva bisogno dei Franchi, ma doveva anche evitare che questi si sostituissero a quelli da cacciare. I Longobardi volevano tenere lontani i Franchi dalla penisola e, per questo, avevano stretto alleanze matrimoniali con i regnanti d’oltralpe. I Franchi, però, erano già intervenuti a favore del Papa in più occasioni e l’idea di allargare i propri confini non era peregrina. Da questa situazione ingarbugliata e politicamente instabile prese corpo l’idea di un’Europa unita che facesse risplendere i fasti dell’impero romano.

Incoronazione di Carlo Magno

La richiesta di aiuto Carlo re dei franchi, come già aveva fatto il padre di Pipino il breve, venuto in aiuto di papa Stefano II contro Astolfo re dei Longobardi nel 754 e nel 756, accolse senza pensarci sopra più di tanto la richiesta di aiuto di papa Adriano I e scese in Italia con un forte esercito, diviso in due colonne, contro Desiderio, duca di Toscana e ultimo re longobardo. L’inviato di papa Adriano giunse alla corte di Carlo a Thionville, sulla Mosella, a nord di Metz, recando una richiesta di soccorso: «Essi (i Longobardi) intendono attaccarci da terra e dal mare, conquistare la città di Roma e prendere noi stessi come prigionieri… Perciò, in nome del Dio vivente e del Principe degli Apostoli, vi imploriamo di accorrere in nostro aiuto, altrimenti saremo distrutti». Carlo aveva già rotto con re Desiderio dopo averne sposato e ripudiato la figlia, quella Ermengarda (il cui nome viene riportato da Manzoni, ma non da fonti storiche), forse perché sterile («abbandonata dallo sposo come morta» scrive il biografo Eginardo) e contestando «di non aver osservato le clausole che l’accompagnavano. Era stata promessa la riconsegna delle città dell’Esercato e della Pentapoli al Papa, come pegno di quella pace che le nozze tra Carlo ed Ermengarda dovevano esaltare».

L’organizzazione della spedizione L’entità delle forze di Carlo Magno è sconosciuta, anche se alcune fonti affermano che poteva disporre soltanto di alcune migliaia di cavalieri, secondo altre poteva mettere in campo centomila uomini tra cavalleria e fanteria. Sappiamo con certezza che Carlo divise le sue forze in due colonne (anche nel corso delle guerre contro i Sassoni e gli Avari dimostrò di poter coordinare eserciti divisi su due o tre colonne per stringere il nemico in una tenaglia) per entrare in Italia attraverso le Alpi: lo zio Bernardo seguì la direttrice che passava per il valico del Gran San Bernardo, mentre Carlo puntò sul Moncenisio e a passare la Dora a Susa. Dopo aver passato le alpi Bernardo investì Ivrea e, secondo il “Chronicon Imaginis Mundi” di fra’ Giacomo da Acqui, percorse la Via Francesa, diretta verso Vercelli e Pavia. Oltrepassato senza difficoltà il punto più alto dei valichi alpini, le truppe franche al comando di Carlo iniziarono a scendere verso la pianura, ma trovarono la strada bloccata da una fortificazione presidiata dall’esercito di Desiderio: le Chiuse di Susa.

Adelchi

La linea difensiva longobarda «Da cosa fossero costituite queste difese è difficile dire: si può ipotizzare che fossero in muratura solo in piccola parte, viste le poche tracce ritrovate. Più probabilmente erano formate da un terrapieno ottenuto con la terra scavata, sul quale si trovava una palizzata più o meno alta e più o meno rinforzata con pietre, pali acuminati e rami spinosi, secondo una tecnica che le legioni romane avevano diffuso in tutta Europa. Il sistema inoltre doveva essere completato con fortini, baraccamenti per i soldati, recinti per i cavalli e magazzini di armi e rifornimenti». L’intenzione di re Desiderio, nel costruire un vallo sulla Dora e un campo trincerato a Mazzè, era quella di impedire agli attaccanti, provenienti da nord, di passare il fiume e prendere alle spalle i difensori delle fortificazioni principali del regno. Costruire uno sbarramento sulla sponda vercellese non era, inoltre, possibile a causa del terreno paludoso e scarsamente difendibile. Un campo trincerato sulla sponda occidentale della Dora, invece, avrebbe permesso di frenare l’impeto della cavalleria pesante franca. «Carlo, avaro del sangue dei propri soldati, decise di non tentare un attacco frontale, cercando un passaggio alternativo. Fu probabilmente un informatore, vuoi il diacono Martino di manzoniana memoria, vuoi un giullare longobardo, a indicare un sentiero non custodito sulla riva destra della Dora, forse una delle vie di transito alternative alla strada romana più conosciuta e che era stata bloccata dalle mura longobarde. I reparti scelti di Carlo sfruttarono quindi l’itinerario passante sul lato destro della Dora fino all’attuale Villar Focchiardo, accedendo ai sentieri della Val Sangone sconfissero rapidamente l’esercito longobardo». Le mappe turistiche odierne indicano un sentiero che si inerpica tra i monti come “Sentiero Franco”, indicandolo come il tragitto seguito dai soldati del conte Eccardo.

La battaglia

Adelchi e re Desiderio

La famosa battaglia delle Chiuse si svolse all’imbocco della Valle di Susa, esattamente tra i contrafforti del Monte Pirchiriano, dove sorge la Sacra di San Michele, e il Monte Caprasio. Il racconto della battaglia delle Chiuse di Susa trova spazio, con toni poetici, nella tragedia “Adelchi” di Alessandro Manzoni. Il figlio di Desiderio vorrebbe inseguire Carlo che finge la ritirata, ma «Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto. Stargli a fronte, non posso! in queste Chiuse». La ritirata, dopo tre giorni d’assedio, è una finta, perché la cavalleria franca ha trovato un passaggio per giungere alle spalle di Adelchi, il quale viene sconfitto e costretto a riparare a Verona. Un anno dopo dovrà cedere la città ai Franchi e fuggire a Costantinopoli. «Dopo aver tentato senza successo di aprirsi un varco, Carlo avviò inutili trattative, mentre i suoi uomini brontolavano. Finalmente, autorizzò un piccolo reparto a esplorare una possibile via alternativa; ne venne scoperta una, forse per un caso fortunato, oppure (stando alla tradizione) grazie a un menestrello longobardo disertore, che venne lautamente ricompensato per il suo voltafaccia. In qualunque modo vi siano riusciti, quando uno squadrone di cavalleria comparve sul fianco longobardo, i difensori furono presi dal panico e fuggirono verso la città fortificata di Pavia, a sud-ovest di Milano. È anche verosimile che la loro fuga fosse provocata dalla notizia che Bernardo si avvicinava da est. Gli impazienti soldati di Carlo si gettarono avidamente sulle ricchezze abbandonate nella fortezza longobarda». Nel 754 Pipino aveva aggirato le difese longobarde, appare quindi difficilmente credibile che i Longobardi si siano lasciati sorprendere, nuovamente, allo stesso modo. Forse non fu un giullare ad indicare la via a Carlo, ma forse qualche duca longobardo che tradì; d’altronde i duchi di Spoleto e Benevento, per quanto longobardi, non avevano voluto aiutare Desiderio e il duca del Friuli non aveva mosso un soldato dopo essere stato defraudato, secondo lui, del titolo di re proprio da Desiderio.

Adelchi, tragedia di Manzoni

Carlo Magno trovò sostegno anche nella vicina abbazia di Novalesa e nel monaco Frodoino (tra i due nacque un’amicizia, tanto che Carlo Magno dopo essersi fatto incoronare a Roma, consegnò all’abate il figlio Ugo, affinché ne facesse un buon monaco). Frodoino fornì a Carlo indicazioni sui sentieri di montagna, chiamò pastori e contadini, mandriani e boscaioli per scoprire e indicare i sentieri che avrebbero potuto aggirare le fortificazioni longobarde e dilagare in pianura. Dalla battaglia di Susa inizia a circolare quell’insieme di voci e leggende che accompagneranno la figura di Carlo. Come nel caso del «cervo bianchissimo, con quattro rami di corna, mandato da Dio per guidarlo attraverso gli anfratti fino alla vittoria. In altre cronache postume si attribuisce lo stratagemma della discesa alle spalle dei Longobardi a un misterioso diacono Martino, spedito a Carlo provvidenzialmente dall’arcivescovo di Ravenna per svelargli il cammino … Altre guide miracolose dell’impresa di Carlo furono adombrate in giovani pastori silenziosi improvvisamente comparsi alla Novalesa per trascinarlo ai favori della battaglia. Fu persino inventato un trombettiere longobardo che venne ad offrire il tradimento in cambio d’una investitura. Sarebbe diventato signore di San Michele». Dalle leggende si può estrapolare una parte di verità, dal tradimento ai sentieri indicati dai pastori, fino alla notizia che la colonna franca di Bernardo era ormai alle spalle dei difensori, velocizzando la rotta. «Lo Scudiero: I Franchi! i Franchi!; Desiderio: Che dici, insano?; Un altro scudiero: I Franchi, o re; Desiderio: Che Franchi?; (la scena s’affolla di Longobardi fuggitivi. Entra Baudo); Adelchi: Baudo, che fu?; Baudo: Morte e sventura! Il campo. È invaso e rotto d’ogniparte: al dorso piombano i Franchi ad assalirci; Desiderio: I Franchi! Per qual via?; Baudo: Chi lo sa? Adelchi: Corriamo; ei fia. Un drappello sbandato (in atto di partire); Baudo: Un’oste intera: Gli sbandati siam noi; tutto è perduto». Tra Giaveno e Avigliana i longobardi furono colti di sorpresa e sbaragliati. Nell’Adelchi un conte riferisce a Carlo: «i Longobardi, tra il nostro campo e il suo, sfilati in folla, sfuggono a destra ed a sinistra». Sgomento e sbalordimento furono tanto grandi e più che parlare di battaglia si può raccontare di fuga. Secondo un’altra leggenda la battaglia fu sanguinosissima e Adelchi si coprì di gloria, piombando più volte sul nemico con una mazza di ferro e facendone strage. In base alle più recenti interpretazioni storiche Adelchi non si sarebbe trovato alla Chiuse di Susa, ma a sbarrare il passo all’armata franca comandata da Bernardo e scesa dal passo del Gran San Bernardo. «Adelchi: (avviandosi) O padre; accorri, veglia alle Chiuse. (parte seguito da Anfrido, da Baudo e da alcuni Longobardi); Desiderio: (ai fuggitivi che attraversano la scena) Sciagurati! almeno alle Chiuse con me: se tanto a core vi sta la vita, ivi son torri e mura da porla in salvo. (sopraggiungono soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da cui è partito Adelchi); Un soldato fuggitivo: O re, tu qui? Deh! fuggi. (attraversa le scene); Desiderio: Infame! Al re questo consiglio? E voi da chi fuggite? In abbandon le Chiuse voi lasciate così? Che fu? Viltade v’ha tolto il senno. (i soldati continuano a fuggire. Desiderio appunta la spada al petto d’uno di essi, e lo ferma) Senza cor, se il ferro fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide come quello de’ Franchi. Al re favella: Perché fuggite dalle Chiuse?; Soldati: I Franchi dall’altra parte hanno sorpreso il campo, gli abbiam veduti dalle torri. I nostri son dispersi; Desiderio: Tu menti. Il figliuol mio gli ha radunati, e li conduce incontro a que’ pochi nemici. Indietro!; Soldati: O sire, non è più tempo; e’ son pochi; e’ giungono, scampo non v’è: schierati ei sono; e i nostri chi qua, chi là, senz’arme, in fuga: Adelchi non li raduna: siam traditi; Desiderio: (ai fuggitivi che s’affollano) Oh vili! Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa restar si può; Un soldato: Sono deserte: i Franchi le passeranno; e noi siam posti intanto tra due nemici: un piccol varco appena resta alla fuga: or or fia chiuso; Desiderio: Ebbene moriam qui da guerrier; Un altro soldato: Siamo traditi, Siam venduti al macello; Un altro soldato: In giusta guerra morir vogliam, come a guerrer conviensi, Non igozzati a tradimento; Un altro soldato: I Franchi!; Molti soldati: Fuggiamo!; Desiderio: Ebben correte, anch’io con voi fuggo: è destin di chi comanda ai tristi. (s’avvia coi fuggitivi)».

L’epilogo La linea di ritirata dell’esercito longobardo e dell’inseguimento dei Franchi risulta perfettamente coerente lungo il percorso della strada regia o francigena fino a Pavia. La città venne assediata. Il fatto che Carlo abbia circondato la città per 10 mesi indicati disponesse di tutte piuttosto numerose Ma che non possedesse macchine per abbattere le mura i Franchi Inoltre potevano attingere alle risorse offerte dai campi intorno a Pavia nel tempo del raccolto10. Le scarse conoscenze ossidionali portano i «Pipinidi, ancora al tempo di Carlo Magno, mostrano a loro volta di trovarsi alquanto a disagio davanti alle cerchie urbane tardo-antiche” tanto che Carlo Magno “impose al duca di Benevento Grimoaldo di abbattere le mura di Salerno, Conza e Acerenza»11. Nel giugno del 774 re Desiderio dovette capitolare senza condizioni e accettare di finire in un monastero a Corbie. «Vincitore, Carlo s’installò nel palazzo regio e fece distribuire ai suoi guerrieri il tesoro del suocero … Il re franco non abolì il regno conquistato, e neppure lo incorporò nel suo regno; decise, invece, di mantenere le strutture di governo e l’autonomia amministrativa, e s’intitolò egli stesso, a partire da allora, rex Langobardorum». Il Papato era la sicuro e la stella di Carlo Magno era più brillante che mai.

 

Umberto Maiorca

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Roma nelle mani di Totila

Il 17 dicembre del 546 d. C. Totila e i suoi guerrieri Goti entrano a Roma grazie al tradimento della guarnigione isaurica. È l’epilogo di un assedio iniziato quasi due anni prima, con la città bloccata via terra e per mare mentre le truppe di Totila fanno capitolare Napoli, Tivoli e Piacenza. L’Urbe torna sotto il dominio dei re Goti dopo Vitige e la presa di Roma conclude la prima fase del regno di Totila.

Totila re dei Goti

I due volti di Totila. Le vicende che riguardano l’assedio di Roma e delle altre città, secondo la cronaca che ha tramandato Procopio, mostrano il duplice volto di Totila, abile politico, ottimo comandante, pietoso quando ne ha convenienza e spietato quando serve.

A Napoli il duro assedio ha messo alla prova la popolazione. Quando Totila entra in città decide di sfamare gli abitanti in quanto «erano ridotti allo stremo delle forze in quanto non mangiavano da giorni, o forse anche da settimane». Per paura che la disponibilità di cibo facesse sì che «i napoletani ne mangiassero d’un colpo troppo e morissero per un collasso», Totila fa chiudere le porte della città e fa razionare il cibo in modo che tutti ne mangiassero, ma in piccole quantità, aumentandole di giorno in giorno.

Il re dei Goti non aveva dimenticato che parte del suo esercito stava assediando Roma, così scrive una lettera, la consegna ad alcuni prigionieri e li spedisce a Roma. Totila chiede ai romani di ricordarsi di Teodorico e Amalasunta e di schierarsi contro i Bizantini. Memore di quanto avvenuto a Napoli, infatti, Totila spera di non dover affamare Roma e i suoi abitanti, confidando «che i senatori e il popolo, memori delle durezze subite durante l’assedio fatto da Vitige alla città qualche anno prima, gli aprissero spontaneamente le porte piuttosto che sopportare un altro durissimo assedio». Cosa che non avviene. Anche perché il governatore imperiale della città, Giovanni, nipote di Vitaliano, impedisce la lettura della lettera ed espelle il clero ariano, accusandolo di aver affisso i proclami di Totila in città.

Il massacro di Tivoli. Totila si comporta diversamente a Tivoli. La città era un importante snodo lungo la strada per Roma. Vi passavano gli approvvigionamenti che non giungevano nell’Urbe via fiume. Quindi prendere Tivoli significava tenere in scacco Roma. Qui, però, il re dei Goti non fu magnanimo. Entrato in città di notte, dopo che alcuni abitanti di Tivoli avevano aperto le porte, fa massacrare tutti gli abitanti, compreso il vescovo. Neppure Procopio riesce a descrivere il massacro e ricorda che gli abitanti vennero uccisi «in un modo che mi guarderò dal ricordare pur essendone bene a giorno, perché non voglio lasciare agli avvenire memorie di crudeltà disumana».

A Roma. Anche l’Urbe cadde a seguito di un tradimento, ma anche a causa del comportamento dei bizantini che affamarono la popolazione vendendo a prezzi altissimi le provviste che giungevano via fiume fino al momento in cui Totila riuscì a bloccarne l’afflusso. Tanto che all’ingresso dei Goti in città, annota sempre Procopio, i Romani non avevano più le forze neppure per una ribellione e «il colorito in breve si faceva livido, rendendoli simili a spettri».

La città era quindi alla fame e «i Romani, ridotti allo stremo della fama, persuasero» un certo Pelagio (futuro Papa Pelagio I 556-561), sacerdote conosciuto per essere altruista e generoso, «ad andare da Totila a negoziare una tregua di qualche giorno, con l’impegno che, se entro i termini della tregua non fosse giunto qualche aiuto da Bisanzio, avrebbero consegnato ai Goti, con una resa a discrezione, se stessi e la città». Totila riceve il sacerdote, ne rimane colpito, ma rigetta tutte le richieste, soprattutto quella che riguardava la salvaguardia delle mura. Per Totila la distruzione delle mura avrebbe costituito un vantaggio per i Romani che non avrebbero più dovuto subire un assedio.

All’epoca, Roma aveva «una cinta muraria di circa dodici miglia restaurata dall’imperatore Onorio nel 406», sedici porte e «un indeterminato numero di varchi secondari … all’interno, era divisa in quattordici regioni». I Goti in passato non avevano mai distrutto le mura delle città, anzi Teodorico si era impegnato a rafforzarle, comprendendone l’utilità, pur percependo le difficoltà da parte di un esercito prevalentemente di cavalieri, come quello dei Goti, e con scarse conoscenze ossidionali. «Fu per primo Vitige che, dovendo abbandonare Pesaro e Fano, ne fece abbattere le mura perché i Romani non avessero a dar noia ai Goti rioccupandole». Le sue previsioni si avverarono così che, traendo spunto da quell’esperienza, Totila deciderà (secondo quanto Procopio gli fa dire) di distruggere le mura delle città riconquistate perché l’esercito nemico non avesse una solida base da cui partire per condurre la guerra».

Il generale Belisario in povertà

Belisario scrisse a Totila proprio sulla distruzione delle mura, ricordando al re goto che «ora, se tu trionfi, distruggendo Roma non perdi però una città altrui, bensì la tua propria, o illustrissimo uomo: conservandola invece, tu puoi reputarti arricchito, a buon prezzo, del più splendido possedimento della terra. Se, invece, la fortuna ti sarà avversa, la conservazione di Roma sarà un buon motivo affinché tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua ti toglierebbe speranza di essere accolto con mitezza e di avere qualche vantaggio».

In alcuni casi, però, Totila fu costretto a ricostruire le mura, come a Roma, dovendo «fare i conti, oltre che con le necessità conseguenti alla condotta della guerra, anche problemi di prestigio internazionale essendosi visto rifiutare dal re dei Franchi la mano della figlia proprio perché conquistata la città, l’aveva in parte demolita e non era stato capace di conservarla».

La conquista della città. Il generale bizantino Belisario compie un tentativo di liberare l’Urbe, ma fallisce e si deve ritirare. È allora che «quattro Isauri di guardia scesero dalle mura con delle corde, misero piede fuori dalla cinta e proseguirono verso l’accampamento dei Goti». Una volta lì chiesero di parlare con Totila e gli offrirono la città. Il re non si fidò subito. Per altre tre volte gli Isauri si recarono nel suo accampamento per reiterare la promessa. Finché una sera Totila mandò alcuni suoi soldati a verificare la fattibilità dell’impresa. E alla fine diede il via libera all’operazione.

La notte del 17 dicembre 546, Totila «armò in silenzio tutte le truppe e le condusse presso la Porta Asinaria. Fece salire su per le corde, fino agli spalti, quattro dei Goti più cospicui per coraggio e vigore insieme con gl’Isauri, proprio in quel momento della notte in cui agl’Isauri spettava la guardia di quel pezzo di muro, mentre gli altri usufruivano del loro turno di riposo. Quelli, una volta dentro la cinta, scesero alla Porta Asinaria senza trovare resistenza alcuna, e demolirono a colpi d’ascia il trave di legno che di solito s’infilava negl’intacchi del muro dalle due parti per tenere uniti i battenti, nonché tutti i ferramenti in cui i guardiani ficcavano le chiavi per chiudere o aprire di volta in volta la porta secondo la necessità. Così spalancarono la porta come volevano, e fecero entrare agevolmente in città Totila con l’esercito goto».

Il saccheggio. La città era nelle mani di Totila e i Goti hanno già ucciso venti soldati e sessanta cittadini, quando si fa incontro al re quel Pelagio che già aveva trattato la resa. Con i Vangeli in mano dice a Totila: «Il Signore ti ha fatto padrone della città, adesso tu signore abbi pietà dei tuoi servi». Totila dà ordine di cessare da qualsiasi violenza sulle persone, di non «violentare né vergini né vedove», ma permette ai suoi uomini di saccheggiare case e palazzi. L’ordine di Totila riguarda anche la senatrice Rusticiana, vedova di Boezio, colpevole di aver fatto distruggere, la statua di Teodorico, dopo che questi aveva fatto uccidere Simmaco e Boezio, padre e marito della donna. A primavera dell’anno successivo la città cadeva in mano a Belisario.

Umberto Maiorca

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Hohenmolsen, conquistare un regno perdendo una battaglia

«A metà ottobre Enrico prepara un’altra spedizione in Sassonia e, a una sola giornata di cammino viene messo in fuga dai guerrieri di Rodolfo, benché in quello scontro il re Rodolfo di pia memoria sia morto. Lui che, nuovo Maccabeo, era nella prima fila a incalzare i nemici, meritò di morire nel servizio di san Pietro». Così racconta Bernoldo di Costanza la sfida conclusiva tra l’anti-re Rodolfo di Svevia e l’imperatore Enrico IV. Il primo vinse tutte le battaglie, ma perse la guerra e la vita nell’ultima, nelle paludi di Hohenmölsen (conosciuta anche come battaglia dell’Elster, di Merseburg o Wolcksheim), il 15 di ottobre del 1080. Bruno di Merseburg, nel suo Saxonicum bellum, sottolinea il coraggio di Rodolfo sminuendo il valore guerriero di Enrico, il quale «appena visto che si era ingaggiato il combattimento, come al solito, si diede alla fuga».

Enrico IV di Franconia

L’antefatto: la guerra per le investiture Enrico IV e Rodolfo di Svevia sono parenti (ha sposato Matilde, sorella dell’imperatore), alleati. Rodolfo è vassallo del primo, ma siamo nel pieno della lotta per le investiture (la disputa su chi avesse diritto di nominare i vescovi, detto in poche parole, ma con importanti risvolti politici, economici, dinastici e di potere) e la situazione li porta ad essere nemici.

Papa Gregorio VII aveva scomunicato Enrico a febbraio del 1076. Ad ottobre i principi tedeschi si erano riuniti a Trebur e avevano deciso che l’imperatore doveva essere deposto se il non fosse stata ritirata la scomunica. Enrico IV aveva dovuto piegarsi e compiere la famosa penitenza di Canossa. Tramite i buoni uffici della contessa Matilde e di altri potenti vassalli, aveva ottenuto il perdono. I nemici di Enrico, però, il 13 marzo del 1077 avevano eletto Rodolfo di Svevia re di Germania, a Forcheim; il 26 marzo era stato incoronato nella cattedrale di Magonza. Il tempo di cingere la corona che aveva dovuto fuggire, in compagnia del vescovo Sigfrido, a seguito della rivolta dei cittadini. La guerra tra Enrico e Rodolfo La guerra tra il re Enrico e l’anti-re Rodolfo è la tipica guerra medievale, di scontri quasi mai risolutivi, di difficoltà logistiche, di saccheggi e mischie tra cavalieri pesanti, di bottino che cambiano mano velocemente.

Il primo scontro avviene a Mellrichstadt il 7 agosto 1078. I due eserciti si incontrano in Bassa Franconia, ai piedi del massiccio del Rhön, al confine con la Turingia. È uno scontro tra cavalieri. Una sorta di torneo individuale degenerato in una grande confusione. Rodolfo ne esce vincitore, ma la vittoria non è risolutiva. Secondo Bertoldo di Reichenau Enrico perse cinquemila uomini «fra cui Diepold von Vohburg II, marchese del Nordgau, Heinrich conte di Lechsgemünd, Poppo I, conte di Henneberg e Eberhard il Barbuto». Per Rodolfo le perdite furono inferiori, ma comprendevano «l’arcivescovo di Magdeburgo Werner von Steußlingen, ucciso dai contadini in rivolta mentre fuggiva, mentre i vescovi Sigfrido I di Magonza e Adalberto II di Worms furono fatti prigionieri e Werner di Merseburg derubato».

Il sepolcro di Rodolfo di Svevia

Il 27 gennaio del 1080 Rodolfo ed Enrico si trovano di nuovo uno di fronte all’altro a Flarchheim. O meglio si cercano, visto che la battaglia viene combattuta nel pomeriggio, con il sole calato molto presto, e sotto una tormenta di neve così fitta «che praticamente nessuno poteva riconoscere i suoi commilitoni». Anche in questo caso Enrico viene descritto come un codardo, ansioso di sottrarsi «a tanta orribile strage». Sempre Bertoldo, nella sua cronaca, fa il conto dei caduti: Enrico perde 3255 cavalieri boemi e un imprecisato numero di tedeschi. Per Rodolfo solo 38 cavalieri, 36 dei quali della nobiltà minore. Anche questa non fu una vittoria decisiva. La svolta Il 7 marzo papa Gregorio VII scomunica nuovamente Enrico e riconosce Rodolfo re di Germania. Enrico risponde il 25 giugno a Bressanone, dove viene eletto l’anti-papa Clemente III, al secolo Guiberto da Ravenna.

Il 15 ottobre del 1080 le truppe di Enrico e quelle di Rodolfo si trovano sulle sponde, opposte, del fiume Elster, nei pressi delle paludi di Hohenmölsen. I Sassoni di Rodolfo conoscono il territorio e spingono il nemico, con urla e insulti dalla sponda del fiume, verso le paludi. Li invitano alla battaglia nel posto dove sanno che il nemico sarà in difficoltà.

Tra grida di guerra, ingiurie e gesti di sfida, le truppe si dirigono a valle e quando il corso del fiume si placa, trasformandosi in una serie di pozze di acqua stagnante e fango, inizia la battaglia. Lo scontro va avanti a fasi alterne, fin quando la pressione delle truppe di Enrico, tra i cavalieri anche il liberatore di Gerusalemme Goffredo di Buglione, si fa più forte. L’esercito di Rodolfo inizia a sbandare, ripiega. Gli enriciani cantano il Kyrie Eleison. Ormai tutto sembra perduto, quando interviene Ottone di Northeim con la sua fanteria e carica Enrico. L’effetto sorpresa è terribile. Le truppe dell’imperatore abbandonano lo scontro e cercano la salvezza nella fuga. Rodolfo incalza, compiendo strage tra quanti cercano di uscire dalla palude e risalire le sponde fangose. Inizia la caccia ai cavalieri e ai fanti nascosti nella boscaglia vicina. Molti vengono uccisi dai contadini e dalla plebe che segue gli eserciti in cerca di bottino. Enrico è in fuga. I nemici espugnano l’accampamento dell’imperatore e lo mettono al sacco: oro, argento, vesti, tappeti, arazzi, abiti da cerimonia e calici dei vescovi di Colonia e Treviri. Tutto viene portato via.

Enrico è sconfitto. Anche questa volta, però, la battaglia non è decisiva, perché Rodolfo viene portato nel suo campo in barella: gli devono amputare una mano per un colpo ricevuto in battaglia, mentre combatteva in prima linea con i suoi uomini. Per un enorme squarcio nell’armatura e al ventre, invece, non c’è nulla da fare. Si fa vedere dai suoi che inneggiano alla vittoria. Ordina che vengano curati i feriti. Muore nella sua tenda tra atroci sofferenze. «La fortuna fu dubbiosa per qualche tempo, dichiarandosi ora per una parte, ed ora per l’altra. Ma finalmente abbandonò totalmente Rodolfo l’anno 1080 alla battaglia di Wolcksheim, dove perì; e morendo dimostrò un grande rincrescimento della sua ribellione». Viene sepolto nel duomo di Merseburg e il suo sepolcro è uno dei primi e più importanti monumenti della scultura bronzea tedesca.

In un’altra cronaca si afferma che «l’imperatore deposto battè il suo competitore in più incontri. E quello infine restò ucciso nella battaglia di Wolcksheim appresso Mersbourg sul fiume Elster datasi li 15 ottobre 1080: malgrado gli anatemi del Papa, che condannavano Enrico a non avere alcuna forza nelle battaglie, ed a non riportare alcuna vittoria».

Enrico aveva perso la battaglia, quindi, ma la morte del rivale, la sconfitta di Matilde di Canossa a Volta Mantovana (sempre il 15 ottobre del 1080) ad opera dei vescovi lombardi fedeli all’imperatore e dell’anti-papa Guiberto da Ravenna, gli permette di regolare i conti con papa Gregorio VII (costretto a fuggire da Roma, morirà a Salerno sotto la tutela dei Normanni). La lotta per le investiture si concluderà solo nel 1122 con il Concordato di Worms tra Enrico V (figlio dell’imperatore da egli stesso deposto nel 1104) e Callisto II.

 

Umberto Maiorca

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