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La battaglia di Parma o di Victoria

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Mappa di Parma posteriore al 1460 (Archivio di Stato di Parma)

Nelle campagne intorno a Parma è una fredda mattina d’inverno, con la nebbia che avvolge la natura e attutisce i rumori. L’imperatore Federico II non rinuncia alla sua grande passione: la caccia. È quasi un anno che assedia, inutilmente, la città.

Quella mattina, tra le brume invernali, mentre scruta il cielo in cerca di prede per i suoi falconi, in lontananza si intravedono delle colonne di fumo. Provengono da Victoria, l’accampamento fortificato che ha voluto far costruire, una vera e propria città sorta attorno a Parma, affinché nessuno entrasse o uscisse nel corso dell’assedio. Una sortita degli assediati, però, sta infrangendo non solo le mura dell’accampamento, ma il sogno di unificare l’intera penisola sotto la corona imperiale.

La situazione politica in Italia La battaglia di Parma del 18 febbraio 1248 è un episodio che si inserisce nella lotta tra i guelfi italiani, il Papato e Federico II. L’imperatore, inseguendo il suo sogno di unificare tutta la penisola sotto la sua corona, aveva cinto d’assedio la città emiliana, dal luglio del 1247.

Parma era stata sempre ghibellina, ma l’elezione di Innocenzo IV aveva cambiato molte cose nel dominio sulla città, a partire dalla nomina di Alberto da Sanvitale a vescovo, sino ad arrivare al colpo di mano compiuto da Ugo da Sanvitale, fratello del vescovo, Bernardo di Rolando, cognato del Pontefice, Giberto da Gente e Gregorio da Montelongo, i quali si impossessano di Parma. Federico II riunisce l’esercito e marcia verso la città velocemente. Scaccia i ribelli e insedia Tebaldo Franceschi come suo luogotenente.

Innocenzo IV al Concilio di Lione attorniato da vescovi (miniatura del XIII secolo)

La lotta tra Papato e Impero prosegue anche negli anni successivi, fino ad arrivare al Concilio di Lione del 1245, dove viene confermata la scomunica di Federico II. L’imperatore, dopo essere scampato ad una congiura nella Pasqua del 1246, decide di marciare sulla città francese, ma quando l’esercito è nei pressi di Torino, viene avvisato che Parma si è ribellata il 15 giugno del 1247. La colonna imperiale, quella comandata dal figlio di Federico, Enzo, e un contingente inviato da Ezzelino da Romano puntano su Parma per ricondurla all’obbedienza imperiale. Il Papa fa giungere in città, invece, aiuti da Milano, Piacenza, Ferrara e Mantova.

Inizia così un assedio che sarebbe durato otto mesi e che portò alla costruzione di Victoria, una città fortificata con case, palazzi e una chiesa, destinata a sostituire Parma una volta che fosse caduta, distrutta e le sue rovine fossero state cosparse di sale. In una fredda mattina d’inverno, però, le cose cambiarono sotto gli occhi dell’imperatore, che in quel momento era a caccia nella valle del Taro e dovette rifugiarsi prima a Borgo San Damiano e poi a Cremona.

L’assedio «E fu così che l’Imperatore cinse Parma d’assedio ponendo il proprio campo ad ovest della città, fuori le mura di barriera Santa Croce». Per otto mesi i due eserciti si confrontano. Attaccanti e difensori compiono sortite, tentativi di sfondare le mura, scaramucce tra cavalieri. Non vengono risparmiate atrocità varie: per indurre gli assediati ad arrendersi, vengono decapitati tutti i prigionieri fatti nel corso dei vari scontri, mentre gli imperiali catturati vengono gettati dalle mura. E se ogni «mattina l’Imperatore faceva condurre un gruppo di prigionieri sotto le mura cittadine, più o meno all’altezza dell’attuale ponte Caprazucca, facendoli decapitare sotto lo sguardo impotente dei propri concittadini», gli assediati non sono da meno e «molte spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono colte dalle guardie del podestà e abbruciati nella pubblica piazza, talché niuno della città osò far motto di entrare in trattati col nemico».

Il campo fortificato di Victoria I parmigiani decidono di chiudersi in città e di resistere alle forze imperiali. «Tra gli assedianti un nipote del papa e di Orladno de Rossi; Ugo Boterio da Parma, i figli dell’imperatore, Ezzelino, Oberto Pelavicino e il marchese Lancia. Mentre tra gli assediati vi era il legato pontificio Gregorio di Montelongo che con milizie milanesi si era precipitato a rafforzare la guarnigione di Parma che, passando al partito guelfo, si era data automaticamente al fronte antimperiale. Proprio Gregorio di Montelongo fu l’animatore della resistenza della città durante il lungo assedio cui fu sottoposta Parma, impedendone la capitolazione».

Federico II decide per l’assedio, ha tempo, non vuole correre rischi. Decide anche di costruire una città che avrebbe dovuto sostituire Parma una volta caduta. La costruzione «venne pianificata dagli astrologi e iniziata sotto la costellazione di Marte, dio della guerra, come auspicio di vittoria. Tuttavia gli scienziati trascurarono di osservare quanto fosse vicino l’influsso del Cancro, cui poi sarebbe stata attribuita la responsabilità della distruzione dell’abitato: civitas, sub tali ascendente incepta, cancrizare debebat. Ciò compromise l’intera azione politica di Federico, poiché, secondo le parole di Rolandino da Padova, ab hac die in antea retrocessit eius victoria more cancri». L’imperatore fa trasportare a Victoria il denaro per mantenere l’esercito, la corona e le vesti imperiali, armi, salmerie, vettovaglie e la biblioteca imperiale. A presidio del tesoro dell’imperatore viene posta la guardia personale saracena. L’imperatore trasferì a Victoria anche la sua personale collezione di animali esotici e fece aprire una zecca che coniava il “vittorino”. «Nel 1247, durante l’assedio di Parma da parte di Federico II, ogni mattina i cavalieri imperiali si disponevano presso la città e vi rimanevano sino a sera “aspettando e custodendo le loro gualdane” che non solo bruciavano e devastavano tutto ciò che trovavano, ma si portavano via anche tegole e mattoni delle case distrutte per utilizzarli, secondo l’ordine dell’imperatore, nella costruzione di nuove abitazioni».

La cavalleria parmigiana esce dalle mura per attaccare l’accampamento di Federico II

La battaglia «Correva il giorno diciottesimo di febbrajo 1248, allorché i Parmigiani, avendo saputo che Federigo si era allontanato con assai gente per cacciare col falcone, si disposero a tentare una disperata sortita. Non fu per questa volta la fortuna contraria ai generosi. Gl’imperiali assaltati all’improvviso, dopo leggiera resistenza si danno alla fuga; ne segue una strage infinita. Taddeo da Suessa e il marchese Lancia caddero morti sul campo, tentando di ritenere i fuggitivi; un inestimabile tesoro cadde in potere dei vincitori, e la stessa corona imperiale».

Le prime ore del giorno non sono buone solo per la caccia, ma anche per sorprendere il nemico ed «il primo movimento di ribellione dei Parmigiani contro l’imperatore avviene anch’esso summo mane e, nel corso del lungo assedio che ne seguì, un mattino allo spuntare dell’aurora un reparto si avvicina d’improvviso e furtivamente a una porta della città, lancia una catena munita di uncini contro lo steccato difensivo, svellendolo per la lunghezza di tre pertiche, ma nonostante l’ora la sorpresa non riesce».

La ricostruzione dell’attacco fa capire che si trattò di una assalto fatto dopo che «un gruppo di parmensi trascinò il grosso dell’esercito imperiale lontano dalla città con una falsa sortita. Nel frattempo, il resto delle truppe parmensi ‒ cui si erano uniti anche donne, fanciulli, giovani, vecchi ‒ attaccò Victoria, avendo ragione con relativa facilità dei difensori rimasti».

I parmigiani penetrano nell’accampamento con facilità e nel corpo a corpo ne che ne segue hanno facilmente la meglio sulle milizie imperiali. La cavalleria di Federico è lontana, all’inseguimento di cavalieri parmigiani in finta fuga. «Il marchese Lancia l’unico in comando a Victoria quel giorno, venne attirato fuori dall’accampamento con i suoi cavalieri in una manovra diversiva attuata dai parmensi. Il grosso delle milizie parmensi e dei suoi cittadini affamati attaccarono in quel momento il campo di Victoria scarsamente difeso. L’accorrere al campo di Federico non evitò una sconfitta disastrosa per le aquile imperiali».

Gregorio da Montelongo in una moneta che lo ritrae seduto in trono. Fu patriarca di Aquileia dal 1251 al 1269

Dopo alcune incursioni diversive, quindi, Victoria fu presa d’assalto, saccheggiata, distrutta, con la collaborazione di tutti i cittadini che volevano riconquistare la libertà.

L’azione contro Victoria, però, non è frutto del caso, ma si tratta di un’operazione bellica ben preparata e studiata da Gregorio di Montelongo per rompere l’assedio. «Si trattò di un’operazione vasta e complessa, svoltasi su un fronte lungo una ventina di chilometri dal Po a Parma e scandita da scontri plurimi e fulminei fra le truppe di Enzo di Svevia e le milizie parmensi e milanesi. La velocità, la capacità di coordinamento e la rapidità dell’azione, incentrata sulla cavalleria, determinarono l’esito della battaglia, espressione di un disegno che superava le logiche rigide del municipalismo e che in Gregorio da Montelongo trovava il suo principale sostenitore. Un insieme di fattori, quali il coordinamento politico e il consenso fra le forze eminenti dell’area padana, sostenute dalla diplomazia pontificia, scaturirono in un’azione militare ben concertata, non più basata sulla semplice pratica o vincolata a consuetudini locali e a bisogni extramilitari: ciò costituisce, come ha notato Roberto Greci, un’importante novità dal punto di vista della pratica militare che rende vieppiù significativa la battaglia di Victoria». L’attacco alla città-fortificata di Federico contribuirono anche molti cavalieri parmigiani ghibellini, i quali tradirono l’imperatore e contribuirono alla sorpresa.

Le perdite e il bottino Secondo alcune fonti gli imperiali ebbero 2.000 morti e 3.000 prigionieri o feriti. Più attendibile parlare di 1.500 morti, di cui solo 500 caduti nello scontro.

Secondo Salimbene de Adam i parmigiani «portarono via all’imperatore tutto il suo tesoro che comprendeva oro, argento, pietre preziose, vasi e vestimenti; si impossessarono del suo corredo e della suppellettile, e anche della corona imperiale, che era di grande peso e valore, tutta d’oro e tempestata di pietre preziose con molte figure in rilievo lavorate che sembravano cesellature … La corona era stata trovata da un ometto di media statura chiamato Cortopasso che la portava in giro per le strade tenendola in mano come un falcone e mostrando la a tutti coloro che la volevano vedere vanto della Victoria conseguita contro Federico II … molti tesori in oro in argento e pietre preziose furono sotterrati dentro orci, locali e tombe proprio nel posto dove era la città di Victoria e sono ivi ancora al giorno d’oggi, ma non se ne conoscono i nascondigli».

Le conseguenze A livello strategico e militare la distruzione di Victoria non comportò ripercussioni per Federico II che riprese il controllo del centro Italia attraverso il presidio del passo della Cisa in grado di garantire il libero transito in direzione lungo la direttrice nord-sud. La sconfitta sotto le mura di Parma, però, inflisse un grave colpo al prestigio dell’imperatore, compattando il fronte avversario in vista degli scontri futuri.

Umberto Maiorca

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Lechfeld, quando Ottone salvò l’Europa dagli Ungari

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Miniatura medievale con Ottone I in battaglia

Il 10 agosto del 955 il re di Germania Ottone I fermò, grazie alla sua cavalleria pesante, le orde magiare che terrorizzavano il continente con le loro scorrerie. Scrivendo la parola fine su un incubo che durava da oltre un secolo, e aprendosi la strada per la corona imperiale.

De sagittis Hungarorum libera nos, Domine, o Signore difendici dalle frecce degli Ungari. Questa vibrante preghiera, contenuta in un manoscritto modenese, riflette l’ondata di terrore che tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo percorse l’Europa centro-meridionale a causa degli Ungari, un insieme di tribù pagane di origine ugrofinnica provenienti dalle steppe euroasiatiche. Per oltre un secolo esse dilagarono facilitate dallo stato di profonda crisi in cui versavano le strutture del vecchio impero carolingio, dilaniate da continue lotte per la successione. Dopo aver gettato intere zone nella più completa prostrazione ed essersi spinti a saccheggiare e incendiare città importanti come Pavia, a bloccare la minaccia fu il re di Germania Ottone I, che il 10 agosto 955 a Lechfeld, nei pressi di Augusta, inflisse agli Ungari – o Magiari – una rovinosa e determinante sconfitta. I superstiti, costretti alla fuga, ripararono in Ungheria dove mezzo secolo dopo il loro capo Vaik, convertitosi al Cristianesimo e battezzato con il nome di Stefano, avrebbe dato vita al regno ungherese, destinato a rivestire una importanza decisiva sullo scacchiere dell’Europa orientale. Grazie a questa decisiva vittoria, Ottone si aprì inoltre la strada per Roma, dove avrebbe cinto di lì a poco la corona imperiale.

Affresco di un guerriero ungaro

Un popolo spietato e feroce La composizione etnica degli Ungari era variegata e rifletteva la mutevole e travagliata storia delle steppe, che nei secoli avevano offerto ospitalità dapprima agli Sciti e ai Celti (V secolo a.C.), poi dal 9 al 433 d.C., erano state conquistate e organizzate in provincia romana (la Pannonia), infine dopo il ritiro delle legioni avevano visto il passaggio dei barbari diretti in Occidente: Unni, Alani, Vandali, Ostrogoti, Gepidi e Longobardi. Quando questi ultimi, nel 568, si trasferirono in Italia, le pianure pannoniche furono occupate dagli Avari fino alla loro sottomissione da parte di Carlo Magno intorno all’anno 800. Da allora in poi, tre potenze diverse avevano puntato gli occhi su quella zona, ritenuta strategica in quanto posta a cuscinetto tra l’Occidente e le immense distese asiatiche: l’impero carolingio, quello bulgaro e il regno moravo creato da Rotislao (846-870) e consolidato dal successore Svatopluk (870-894) dopo la sua conversione al Cristianesimo. Ma mentre i missionari Cirillo e Metodio evangelizzavano i moravi e gli altri slavi e portavano loro le Sacre Scritture grazie all’alfabeto da loro stessi ideato per traslitterarne la lingua (i caratteri “cirillici”, appunto), all’orizzonte comparvero dal nulla gli Ungari. Queste tribù non controllavano un territorio stabile né possedevano un impero, ma vivevano in stato nomadico solcando le pianure orientali alla ricerca di pascoli e bottino: si spostavano di solito in primavera, quando le condizioni climatiche rendevano agevole muoversi a cavallo, fermandosi invece durante l’inverno. Dopo aver compiuto qualche estemporanea scorreria ai confini con l’Europa, il primo decisivo contatto avvenne nell’892 quando l’allora re di Germania e futuro imperatore Arnolfo di Carinzia, impegnato ad estendere la sua influenza verso est, ne cercò l’appoggio contro i Moravi. Gli Ungari si allearono però quasi subito con Bisanzio e, grazie all’intraprendenza del loro sovrano Arpad, nell’896 cacciarono le stirpi slave e ne occuparono il territorio, creando il nucleo della futura nazione ungherese. Da lì misero gli occhi sul cuore del Continente. A differenza delle popolazioni che secoli addietro avevano invaso l’Europa causando la fine dell’impero romano d’Occidente, gli Ungari non avevano però alcun interesse a stabilirvisi, erano mossi solo dall’intenzione di far bottino. Alla morte di Arnolfo, nell’899, investirono dunque con una serie di tremende razzie dapprima l’Italia settentrionale e centrale, poi la Lorena e la Borgogna, la Germania, la Scandinavia e il Mezzogiorno finché nel 934 arrivarono a minacciare la stessa Costantinopoli.

Schema delle incursioni ungare fra i secoli IX e X

Incursioni devastanti Le incursioni ungare erano improvvise, rapide e devastanti. Sfruttando la velocità dei cavalli, si gettavano su luoghi poco difesi ma ricchi come abbazie e conventi, oppure fattorie e villaggi privi di fortificazione. I cavalieri ungari, armati alla leggera, erano arcieri senza pari: le frecce colpivano precise e micidiali grazie alla funzionalità e all’elasticità garantita dall’arco prediletto, quello ricurvo composito. Evitavano invece di norma sia le città dotate di mura sia i luoghi fortificati, così come non ingaggiavano battaglie campali, visto che per armamento e tattica non potevano né competere con l’organizzazione degli eserciti europei, né reggere alle cariche della loro cavalleria pesante. Gli Ungari poterono approfittare della crisi politica e colpire indisturbati gettando interi territori come il Friuli (attraversato proprio da quella via vel strata Ungarorum che percorrevano da e per la Pannonia) nella più totale prostrazione economica e demografica. Nell’899, sul Brenta, assalirono e annientarono l’esercito del re d’Italia Berengario I, poi misero a ferro e fuoco tutta l’Italia settentrionale, da Treviso a Vicenza, da Bergamo e Vercelli fino al Gran San Bernardo. Infine, rientrando lungo la via Emilia, saccheggiarono Modena, Reggio, Bologna e la ricca abbazia di Nonantola. Lo stato in cui versavano città e campagne è eloquentemente testimoniato dall’abate di San Gallo, Salomone III di Costanza, che visitò l’Italia dopo la razzia del 904: “Ci stanno dinanzi – scrisse – le città prive di cittadini ed i campi desolati perché senza coltivatori. Le pianure biancheggiano delle secche ossa dei morti; non credo che i vivi eguaglino il numero di quelli che furono uccisi”.

A volte però gli Ungari erano chiamati a dar manforte alle ambizioni degli stessi conti, duchi e marchesi in lotta fra loro per la successione al trono d’Italia e imperiale. Nel 924, ad esempio, lo stesso Berengario, che pure era stato sconfitto da loro sul Brenta, non esitò a chiamare in aiuto un contingente di 5mila mercenari Ungari perché lo aiutassero contro il rivale Rodolfo di Borgogna. Le orde si riversarono su Pavia, città regia e sede delle incoronazioni italiche, e la tempestarono di dardi infuocati. L’apocalittico assedio si concluse con un’ecatombe e con la semidistruzione della città (in cui morì anche il vescovo) e costò poco dopo la vita all’incauto Berengario, cui fu addossata la responsabilità dell’eccidio: fu eliminato da una congiura di palazzo.

Ottone I nella battaglia di Lechfeld, vicino ad Augusta (Germania)

Una scelta coraggiosa Nel 954 le orde di Ungari, forse 50mila uomini, attraversarono dunque per l’ennesima volta l’Europa seminando il panico. Ad accoglierli, stavolta in Germania, fu Corrado il Rosso, duca di Lotaringia, che si era rivoltato contro il suo re, Ottone I di Sassonia, nel tentativo di impedirgli di consolidare il potere sovrano nei confronti degli irrequieti feudatari germanici. Cogliendo la gravità della minaccia, Ottone volle emulare il padre Enrico I l’Uccellatore nell’impresa da lui compiuta nel 933 sconfiggendo i magiari nella battaglia di Riade, in Turingia, e convocò i suoi feudatari affinché fornissero truppe fresche da muovere contro l’invasore. L’esercito regio era già pronto in estate, ma non riuscì a intercettare in tempo gli Ungari, che si ritirarono in patria per svernare. Puntualmente, però, nella primavera successiva un’orda enorme si ripresentò in Baviera alla guida del gyula (comandante) Lehel per avviare l’ennesima stagione di terrore. Obiettivo era la ricca città di Augusta, che fu cinta d’assedio, ma Lehel il 9 agosto lasciò l’impresa dopo un solo giorno alla notizia che l’esercito di Ottone si stava avvicinando: non già per ritirarsi, ma intenzionato a dare battaglia. Il gyula si accampò nei pressi del vicino fiume Lech (Lechfeld significa “campo sul fiume Lech”) e attese l’arrivo dell’avversario. Ottone marciava da nord-est con un contingente di circa 7-8mila uomini, tutti cavalieri appartenenti alle unità pesanti reclutate dai suoi vassalli: bavaresi, sassoni, franconi, svevi e boemi. Tra loro c’era anche Corrado il Rosso, che abbandonate le ambizioni personali era accorso a dar manforte al suo re nell’imminente scontro.

Ottone aveva a disposizione un numero di effettivi cinque volte inferiore a quello degli avversari, ma contava sulla capacità della sua cavalleria pesante di imporsi di potenza sui contingenti nemici, armati molto alla leggera, esattamente come avevano fatto suo padre e, prima ancora, il maestro di palazzo franco Carlo Martello, nel 732 fermando gli arabi a Poitiers.

Ottone I (Manoscritto mediolanese. c.ca 1200)

La sera del 9 agosto, dunque, Ottone ordinò ai suoi di prepararsi alla battaglia digiunando e pregando; la mattina successiva, di buon’ora, sul campo fu celebrata la messa, al termine della quale il re salì a cavallo e si mosse per andare incontro al nemico. Sua intenzione era raggiungere Augusta attraverso la foresta che costeggiava il fiume – il modo migliore per ripararsi dalla calura estiva -, ma era stato avvisato da alcune spie che il nemico era accampato lì intorno e aveva deciso di raggiungerlo e affrontarlo in campo aperto. L’esercito germanico era di stampo feudale ed era suddiviso in contingenti in base alla nazionalità di provenienza, ciascuno comandato dal proprio capo: all’avanguardia c’erano tre divisioni bavaresi, prive di guida in quanto il loro duca Enrico – fratello minore di Ottone – era gravemente malato; le seguivano i Franconi di Corrado il Rosso, mentre al centro della colonna lo stesso Ottone stava alla testa dei suoi Sassoni; infine, le due divisioni sveve di Burcardo III e un contingente di circa mille Boemi, col compito di far da scorta alle salmerie. Mentre la colonna era in marcia lungo la riva orientale del Lech, Ottone non si avvide che una parte della cavalleria ungara, celata dalla fitta vegetazione, aveva attraversato il guado per coglierlo di sorpresa alle spalle. All’improvviso la retrovia tedesca fu aggredita da una pioggia di frecce e sbandò paurosamente. Svevi e Boemi, colpiti e decimati, tentarono di ritirarsi malconci mentre il resto dell’esercito di Ottone ripiegava provando a serrare le fila. La sortita magiara aveva colto nel segno e ora gli Ungari avrebbero potuto accerchiare il nemico, attaccarlo e finirlo grazie alle forze numericamente soverchianti. Accadde invece l’inaspettato. Fedeli alla loro natura di predoni, i magiari preferirono evitare l’inseguimento e fermarsi a saccheggiare i carriaggi tedeschi. Fu un gravissimo errore: Ottone approfittò dell’inaspettato stallo per riorganizzare i suoi e ordinare a Corrado di gettarsi con i Franconi sui predoni appiedati a far bottino. Privi delle loro cavalcature rapide e micidiali, la maggior parte degli Ungari furono così massacrati senza pietà.

Widukind di Corvey (925 – 980 circa) , autore della “Storia dei Sassoni” (Res gestae Saxonicae) in III libri, composta a partire dal 968 e dedicata a Matilde, madre dell’imperatore Ottone I

Il coraggio e la gloria Il re restava però in forte inferiorità numerica e aveva capito che continuare la marcia avrebbe significato esporre di nuovo la sua retroguardia ai repentini attacchi della cavalleria ungara. Doveva per di più affrontare la parte preponderante dell’esercito nemico, che era accampato indenne nei pressi del fiume. Che fare dunque? Ottone risolse di precedere l’avversario andandogli incontro, ma con uno schieramento differente: una volta passato il guado, avrebbe posizionato i suoi non più incolonnati ma in linea, così la cavalleria avrebbe potuto caricare il nemico frontalmente sfruttando tutta la sua devastante potenza. Il sovrano non si limitò a impartire gli ordini dall’alto, ma volle parlare alle milizie per infondere loro il coraggio necessario alla battaglia. Il discorso – o quello che la propaganda di corte volle tramandare, essendo in effetti costruito sulla base di ben noti modelli classici – è riportato dal cronista Widukindo di Corvey nella sua “Storia dei Sassoni”: “Loro ci superano – disse dunque Ottone -, lo so bene, in numero, ma non hanno né il nostro coraggio né le nostre armi. Sappiamo però anche che per la maggior parte sono privi di armatura, mentre noi, ed è il nostro conforto, abbiamo la corazza di Dio. Loro possono contare solo sull’audacia, noi sulla speranza e sulla protezione del Cielo. Sarebbe vergognoso arrendersi al nemico. Meglio combattere, o miei soldati. Dovesse arrivare la fine, moriremo in gloria e sarà meglio che vivere schiavi dei nostri nemici! Direi anche di più, se avessi la certezza che le mie parole accrescerebbero il coraggio dei vostri cuori. Ma continueremo meglio la conversazione con le nostre spade che con la nostra lingua!”. A quel punto, sventolando lo stendardo con l’effigie dell’Arcangelo Michele e impugnata la Santa Lancia e lo scudo, Ottone spronò il cavallo contro i nemici trascinando con sé, nell’entusiasmo generale, tutta la sua cavalleria pesante.

La battaglia di Lechfeld in un manoscritto medievale

Il comandante magiaro conosceva bene l’entità del pericolo rappresentato dalla schiera tedesca lanciata al galoppo contro un esercito come il suo, e per questo aveva schierato in prima linea gli uomini migliori: gli altri, dietro, avrebbero assorbito l’inevitabile urto. Lehel tentò comunque di sfruttare l’unica arma davvero efficace che aveva a disposizione: le frecce. Non appena la muraglia nemica gli fu di fronte, diede l’ordine ai suoi di alzare gli archi e scatenare una tempesta di dardi, sperando così di assottogliare per quanto possibile le fila tedesche. Ma la misura non servì a nulla: la gragnuola di proiettili si infranse sulle corazze e sugli scudi dei germani incalzanti, provocando nello schieramento un danno trascurabile. Prima ancora che gli Ungari potessero ricaricare gli archi e tentare un secondo lancio, la cavalleria di Ottone fu loro addosso. L’impatto fu devastante e la resistenza ungara si infranse come un cristallo. I pochi magiari superstiti fuggirono cercando rifugio nei vicini villaggi, ma vennero raggiunti e perirono tra le fiamme, bruciati vivi dagli stessi contadini nelle loro case; altri tentarono di mettersi in salvo attraversando a nuoto il fiume, ma furono inghiottiti dalle acque e annegarono. I comandanti ungari, Lehel in testa, vennero catturati e giustiziati sul posto. Dopo dieci ore la vittoria tedesca poteva dirsi completa.

Il successo di Lechfeld fu ottenuto da Ottone a caro prezzo: insieme a buona parte della nobiltà germanica, quel giorno cadde anche Corrado il Rosso, colpito da una freccia mentre si toglieva un attimo l’usbergo per via del gran caldo; presentandosi sul campo e combattendo con valore aveva però fatto in tempo a riscattarsi e poteva ora entrare nel pantheon degli eroi nazionali del regno. Nonostante le vittime illustri, Widukindo commenta trionfalmente: “Non si era mai vista una vittoria di queste proporzioni contro genti così selvagge ottenuta con così poche perdite”. Il re, aggiunge il cronista, “acclamato per il grandioso trionfo, fu così nominato dalle truppe padre dell’esercito e imperatore”. L’incoronazione imperiale di Ottone, in realtà, avverrà soltanto nel 962, a Roma, da parte di papa Giovanni XII, ma certo la vittoria di Lechfeld rappresentò per lui e per l’Europa un momento topico: il Continente si era finalmente liberato dall’incubo delle scorrerie e di lì a poco i terribili Ungari, convertiti al Cristianesimo, avrebbero dato vita al regno d’Ungheria, consentendo l’allargamento verso est dell’area di influenza dell’impero. Forte di questo decisivo successo, Ottone poté dunque avviarsi a raccogliere l’eredità politica e morale di Carlo Magno.

Elena Percivaldi*

*da Storie di Guerre e Guerrieri n. 14 (agosto/settembre 2017). © Elena Percivaldi / Sprea Editori. Riproduzione vietata.

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Il casus belli nella storia medievale

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Cavalieri in battaglia in una miniatura medievale

La guerra necessita di un pretesto per iniziare. Di un’occasione, fornita da un evento credibile, che possa dimostrare la giusta reazione ad una provocazione. Politici e militari cercano un casus belli, una trappola che nasconda le reali condizioni che portano al conflitto e che permetta all’aggressore di non passare per tale.

Perché ogni scontro, alla fine, richiede una legittimazione da consegnare alla storia.

A volte l’evento scatenante può essere costituito dall’orgoglio nazionale ferito (la mela di Guglielmo Tell), da aneliti indipendentisti (l’attentato di Gavrilo Princip a Sarajevo) o da questioni dinastiche (i rapporti tra Carlo Magno e la vedova del fratello Carlomanno e il ripudio di Ermengarda), altre volte più semplicemente il motivo che innesca un conflitto lungo e sanguinoso ruota attorno ad una donna (Elena di Sparta o Didone abbandonata), al possesso di terre e fiumi in epoche in cui i confini erano labili e imprecisi (il lupo e l’agnello), oppure ad antiche rivalità familiari (guelfi e ghibellini) o a questioni religiose. Finanche al “rapimento” di un secchio che si trasforma in un affronto da lavare nel sangue.

Il casus belli ha una tradizione più che millenaria e pur essendo finzione, rientra appieno nella prassi, nel diritto e nella politica internazionale.

L’aggressore ricerca sempre un motivo valido, anche se fasullo o al massimo verosimile, con un pizzico di realismo e, sicuramente, ben architettato, per potersi mettere dalla parte del de iusto bello, per dirla con sant’Agostino, e al riparo da qualsiasi critica. È il filosofo Ugo Grozio che, invece, sottolinea l’efficacia, sul piano psicologico, della consapevolezza di agire secondo iusta causa, ricordando anche che il vincitore, pur non essendo in possesso di una motivazione giusta e valida, alla fine si tiene il bottino e scrive la storia.

Il casus belli, quindi, che sia una provocazione, un dissidio o un evento creato ad arte, oppure un fatto leggendario che si tramanda da secoli o ancora un evento isolato che viene preso come offesa da lavare nel sangue, nasconde sempre delle motivazioni politiche, economiche o sociali che da sole non basterebbero a provocare una guerra.

Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, la storia è piena di episodi di conflitti sorti alla morte di re senza eredi, di regine in balìa di vassalli ingombranti, di contrasti dinastici tra fratelli o per questioni religiose.

Un ritratto di Amalasunta nelle Cronache di Norimberga (1493)

Giustiniano e Amalasunta La guerra, nel passato più che oggi, era vista come l’unico modo per assicurarsi il potere. Giustiniano, l’imperatore del Codex, colse al volo l’occasione fornitagli dal triste destino di Amalasunta, erede di Teodorico re degli Ostrogoti, per intraprende la breve e effimera riconquista dell’Italia da parte bizantina. Il casus belli fu offerto all’imperatore d’Oriente dal rapimento e dall’uccisione della donna, tenuta prigioniera fino al 30 aprile del 535 nell’isola Martana del lago di Bolsena. L’episodio è ricordato da Procopio di Cesarea ne “La guerra gotica”: «V’ha un lago in Toscana, chiamato Vulsinio, dentro a cui sorge un’isola assai piccola invero, ma munita di un forte castello. Colà Teodato teneva racchiusa Amalasunta». La donna, dopo la morte del figlio Atalarico, designato da Teodorico quale erede, aveva sposato e associato al governo il cugino Teodato; ma il cugino avendo intenzione di governare da solo, aveva architettato di disfarsi della donna. Sicuramente sul destino di Amalasunta pesarono anche i provvedimenti favorevoli ai romani e che i goti non accettavano. Giustiniano, memore di diversi abboccamenti avuti con la regina, come l’accordo secondo il quale le truppe imperiali potevano usare le basi siciliane nella loro guerra contro i Vandali, decise di vendicare quell’uccisione iniziando la guerra greco-gotica. La vendetta o la sete di giustizia, però, poco avevano a che fare con l’occasione di riconquistare i territori d’Occidente.

I bulgari nell’atto di massacrare i bizantini

Bizantini contro Bulgari e l’ingombrante Irene d’Atene I primi scontri tra Bulgari e Bizantini avvengono sul finire del VII secolo dopo Cristo. Calati dal nord i Bulgari occuparono la Bessarabia meridionale e, nel corso dei secoli, andarono estendendo il proprio dominio a spese dei Bizantini. Le ostilità tra i due popoli terminarono a metà del XV secolo con l’avanzata delle truppe ottomane. Le vicende belliche che vedono protagonisti Bulgari e Bizantini sono costellate di intrighi, sotterfugi e spedizioni militari dalle alterne fortune. Per incompetenza militare e politica brillano i tentativi effettuati dall’imperatore Costantino VI di fermare l’espansionismo bulgaro dopo le nove campagne militari e le due vittorie conseguite dall’imperatore Costantino V. Così nel 791 l’imperatore bizantino Costantino VI organizza una spedizione punitiva contro la Bulgaria. Costantino VI voleva punire i Bulgari per aver attaccato le posizioni bizantine nella valle dello Strimone a partire del 789. Incapace politicamente e militarmente, l’imperatore aveva richiamato al suo fianco la madre Irene, l’unica donna a regnare da sola e a fregiarsi del titolo di “imperatore dei romani”, a differenza delle altre regine bizantine alle quali era riconosciuto il titolo di “imperatrice regnante”. Il re dei Bulgari, Kardam, andò incontro ai Bizantini e li sconfisse presso Adrianopoli. Un anno dopo Costantino VI ci riprovò e preparò un’altra spedizione contro i Bulgari. Invase il territorio nemico e si accampò a Marcellae, presso Karnobat, iniziando la costruzione di una fortezza. Il re bulgaro Kardam mosse il suo esercito e il 20 luglio del 792 sbaragliò le forze di Costantino VI, irruppe nell’accampamento nemico e catturò dignitari e servi dell’imperatore, il quale era riuscito a riparare verso Costantinopoli. L’imperatore bizantino dovette firmare un trattato di pace con il quale accettava di pagare un tributo annuale alla Bulgaria e di non costruire fortezze nelle zone di confine.

Irene d’Atene (particolare di un mosaico nella basilica di Santa Sofia, Istanbul)

Passano quattro anni e le mire di Costantino VI riprendono corpo. Questa volta il piano è preparato per far apparire lo scontro come il frutto delle continue e inaccettabili richieste dei Bulgari. Costantino VI fa sapere a Kardam che non è più disposto a pagare il tributo imposto dopo la sconfitta di Marcellae. Secondo lo storico Teofane il Confessore, l’imperatore inviò come “tributo appropriato” dello sterco al posto dell’oro. Nel frattempo ordinava di costruire nuove fortezze lungo il confine e di rafforzare quelle esistenti. Il vecchio re Kardam non aveva intenzione di scendere in guerra e temporeggiava, cercando di trattare e minacciando di devastare la Tracia se non avessero pagato il tributo e bloccato i lavori delle fortezze. Anche l’imperatore bizantino attendeva le mosse del rivale. Nessuno dei due eserciti, però, scendeva in campo. Un messo imperiale portò la notizia di una serie di attacchi e saccheggi a danno dei monasteri lungo il confine. L’accusa era chiara: erano stati i Bulgari. Molto probabilmente si trattava di un piano ordito dalla madre di Costantino, Irene d’Atene, la quale aveva ordinato la devastazione dei monasteri per sollevare l’indignazione dei bizantini e dare un carattere religioso alla guerra contro i Bulgari. Costantino VI approfittò della situazione per far muovere l’esercito verso nord, ad Adrianopoli. Anche Kardam mosse i suoi uomini. Le armate si fronteggiarono per 17 giorni senza combattere fino all’accordo tra i due sovrani alle condizioni stipulate nel 792. Un anno dopo Costantino veniva fatto accecare dalla madre Irene e moriva poco dopo per un’infezione. Irene d’Atene assumeva il titolo di imperatrice e dava corso alla sua politica.

Liutprando, re dei Longobardi e re d’Italia dal 712 al 744

Liutprando, la lotta iconoclasta e la donazione di Sutri I Longobardi si erano stabiliti in Italia da più di un secolo e mezzo, conquistando vasti possedimenti senza incontrare particolari difficoltà contro i bizantini, usciti dalla sfiancante guerra greco-gotica. Le mire espansionistiche longobarde si scontravano con le sacche di resistenza bizantine e con il Papato, sempre vigile a non farsi stringere nella morsa di ingombranti e ostili vicini. Liutprando cercò di rafforzare la sua posizione unificando i territori italiani che erano rimasti in mano bizantina: tutta la costa adriatica, compresa la capitale Ravenna e il territorio a sud della Toscana. Liutprando seppe cogliere il momento propizio quando nel 726 l’imperatore Leone III Isaurico emanò l’editto che proibiva l’uso delle immagini sacre e decretava la distruzione di quelle esistenti (periodo passato alla storia come lotta iconoclasta). L’editto era una dichiarazione di guerra a papa Gregorio II. Liutprando si presentò come un difensore del Papa, della fede e delle immagini sacre e approfittando della confusione che regnava in Italia decise di attaccare l’Esarcato, conquistando Cervia, Classe e Ravenna. Poi puntò a sud-ovest e penetrò in Toscana e Lazio, impadronendosi di Sutri, a pochi chilometri da Roma. Le proteste di Gregorio II convinsero il re longobardo a non farsi nemico il Papato. Così Liutprando decise di rinunciare ai possedimenti laziali, ma non li restituì ai bizantini, bensì li donò ai «beatissimi apostoli Pietro e Paolo», contribuendo a fondare quello che diventerà il Patrimonium Sancti Petri.

L’incoronazione di Carlo Magno

Carlo Magno, padre dell’Europa Il mancato pagamento dei tributi e il rifiuto di ricevere il battesimo e convertirsi al cristianesimo, invece, costituirono più volte motivo di guerra tra i Franchi di Carlo Magno e i Sassoni. In particolare nel 772 quando questi ultimi si rifiutarono di pagare il tributo e distrussero una chiesa cristiana. Il sovrano franco invase il territorio nemico e alla confluenza del Weser con l’Aller fece strage della fanteria sassone. Circa cinquemila prigionieri ribelli vennero decapitati quando rifiutarono di abiurare Wotan. La carneficina durò tre giorni e tre notti. Carlo Magno era, comunque, uso a creare espedienti o sfruttare singoli eventi per muovere guerra ed espandere i suoi dominii. Due donne sono, ad esempio, protagoniste delle macchinazioni del sovrano franco per risolvere un duplice problema: rendere stabile il trono franco e liberare il Papa dall’invadente presenza longobarda in Italia. Gerberga, longobarda e moglie di Carlomanno, fratello del sovrano franco e re a sua volta, alla morte del marito fugge da re Desiderio per chiedere protezione e per garantire ai figli l’eredità che spetta loro. Carlo Magno, dopo aver incamerato i territori del fratello, non resta a guardare e prepara un piano. La moglie Ermengarda (o Desiderata), longobarda e figlia di re Desiderio, sposata nel 770, diviene la vittima innocente sacrificata sull’altare della necessità politica. Il suo ripudio nel 771, a sua volta con la scusa di non riuscire a dare un legittimo erede a Carlo, è il pretesto perfetto per muovere guerra ai Longobardi, prestare soccorso al Papato e chiudere in convento Gerberga e i due nipoti, assicurandosi il trono franco.

La battaglia di Crecy, uno degi combattimenti determinanti nella Guerra dei Centìanni (da le Cronache di Jean Froissart, sec. XV)

La Guerra dei Cento anni Il conflitto che oppose Francia e Inghilterra per oltre 100 anni, che portò alla nascita degli Stati nazionali, alla certezza che la cavalleria pesante potesse essere sconfitta da fanti e arcieri, all’epopea di Giovanna d’Arco, nacque dal mancato pagamento di un tributo, dalla confisca di un feudo inglese in terra francese e dalle rivendicazioni derivanti da un matrimonio di cui in pochi avevano compreso la deflagrante portata. Quando il 18 marzo del 1152 Eleonora d’Aquitania andava in sposa ad Enrico II Plantageneto, gli portava in dote quasi mezza Francia. Un vasto territorio (Aquitania e Guascogna) che unito ai possedimenti di Enrico (Normandia, Maine e Angiò) ne faceva un vassallo del re di Francia, ma con un’estensione di territori controllati maggiore del sovrano stesso. Alla morte di Carlo IV (1328) si estinse la dinastia Capetingia e due principi, nipoti del defunto re, Filippo di Valois ed Enrico III, re d’Inghilterra si contesero il regno. I grandi feudatari scelsero il primo, ma il secondo possedeva mezza Francia ugualmente. Nel 1337, Filippo VI decise di porre fine a questa situazione, accusò il cugino di mancare ai suoi doveri di vassallo e gli confiscò il feudo d’Aquitania e di Normandia. Edoardo III rispose con una spedizione militare nelle Fiandre, dichiarandosi re di Francia sulla base della sua discendenza capetingia. La guerra si protrasse fino al 1453 consegnando alla storia una Francia unita territorialmente e un’Inghilterra ormai lontana dagli interessi europei.

Spesso il pretesto per uno scontro nasceva da tensioni sui pascoli e sui confini delle campagne coltivate

Confini, mercati e pascoli Le cronache medievali sono ricche di racconti di scontri e tensioni tra castelli e città per questioni di acque, di confini, di strade, pascoli, in un continuo confronto tra le rispettive zone di superiorità giurisdizionale e politica. Il casus belli era lo sconfinamento del bestiame su un confine contestato, la deviazione di una roggia o il ferimento di un fattore. Controversie che portavano molto spesso a scontri e battaglie.

Vicenza contro Padova Nel 1311 Vicenza decide di aiutare Verona nell’attacco contro Padova, ma per giustificare questo ribaltamento è Padova a dover attaccare, solo così Vicenza si può giustificare. Per portare Padova al punto di rottura i vicentini non esitano a deviare il fiume Bacchiglione.

Dalle zuffe alla battaglia Nel dicembre del 1452 si riaccese una controversia tra i Rossi e i Sanvitale tra Parma e Correggio: il motivo risiedeva in un certo numero di capi di bestiame ammazzati. Il conflitto si allargò ben presto al decorso delle acque, all’uso dei pascoli e alla percorribilità delle strade. Dalle zuffe tra contadini si passò rapidamente a fatti d’arme, agguati, scontri e scorrerie.

Mariano IV d’Arborea (1317-1375), sovrano del Giudicato d’Arborea (particolare del polittico di Ottana, chiesa di San Nicola)

Genovesi e aragonesi in Sardegna Nel 1333 sul colle di Sorres i genovesi Doria contendono il controllo della zona del Meilogu al Giudicato di Arborea e agli Aragonesi. I Doria hanno costruito un forte di legno a presidio della via Turresa. Con un colpo di mano, però, la fortificazione è caduta in mano ai catalani. I soldati iberici entrano nel forte con un pretesto: intendono arrestare dei fuorilegge che stavano inseguendo e che hanno visto entrare nella fortezza. Una ricostruzione non reale che nasconde il desiderio di scalzare i genovesi da una posizione di superiorità nell’area e assicurarsi il controllo della via che collega Cagliari a Sassari. Un anno dopo Brancaleone Doria decise di riprendersi il forte. Due giorni di assedio e di battaglia. Alla fine, però, i genovesi devono ritirarsi per l’arrivo di un contingente di soccorso dell’esercito aragonese e degli alleati del giudicato di Arborea. Poi si scatena la rappresaglia contro i villaggi rimasti fedeli ai Doria. Otto insediamenti vengono saccheggiati e dati alle fiamme.

La battaglia della Meloria e il vassallo ribelle Le flotte di Pisa e Genova si inseguono da due anni nel tratto di mar Tirreno chiuso tra la costa toscana, quella della Sardegna e dalla Corsica. Il conflitto tra le due Repubbliche si è acceso nel 1282. Entrambe aspirano al controllo della Sardegna e della Corsica e a proteggere le reti commerciali lungo il Mediterraneo. Pisa ha risentito della diminuzione dei commerci di seta e spezie con l’Oriente a seguito della costituzione dell’Impero Latino a Costantinopoli, fortemente appoggiato dai genovesi, e cerca nuovi spazi, dovendosi guardare dall’aggressività di Lucca e Firenze. Genova, padrona dell’intera Liguria e protetta dalle montagne, non ha nemici via terra e può dedicarsi al mare. Il casus belli è ricondotto alla decisione di un signorotto della Corsica, Simoncello di Cinarca, il quale volendo sottrarsi al controllo di Genova, si rifugiò a Pisa, chiedendo protezione e divenendo vassallo della repubblica toscana. La Superba non esitò a far valere le proprie ragioni e scatenare il conflitto. In realtà esistevano tanti precedenti da vendicare.

Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze durante la guerra degli Otto santi

Guerra degli Otto santi Il 1374 è un anno di carestia e di pestilenza. Firenze soffre la fame e ha avuto almeno settemila vittime per la peste. Così quando il vescovo di Bologna, Guillaume de Noellet, rifiuta di fornire grano ai fiorentini, per questi ultimi è facile immaginare che il Papato voglia impadronirsi della città e del suo contado. Sospetti che diventano certezze quando a giugno del 1375 la compagnia di ventura di Giovanni Acuto irrompe nel territorio toscano. Il vescovo di Bologna è lesto a chiarire che l’Acuto ha terminato la condotta con la Chiesa e si muove in piena libertà. Firenze è convinta che il condottiero inglese abbia avuto ordine di devastare il contado fiorentino. Tanto più che il legato pontificio di Perugia, Gherardo Dupuy, sta cercando di portare dalla parte della Chiesa i senesi. I fiorentini insediano la magistratura degli Otto della guerra e insorgono contro la Chiesa. Tra scorrerie di bande di capitani di ventura, assedi e scontri campali, la guerra terminò solo con il rientro in Italia del papa avignonese Gregorio XI e poi con la pace di Tivoli nel 1378.

Offese e ingiurie, Guelfi e ghibellini I termini guelfi e ghibellini nascono in area germanica e stanno ad indicare i partigiani delle casate di Sassonia-Baviera (Welf, capostipite della casa di Baviera) e quelli delle casate di Franconia-Svevia (Weiblingen, un castello della casa Sveva). Una divisione che insanguinò la Germania per cinque lustri e arrivò anche a contraddistinguere l’architettura militare: i merli piatti erano tipici dei castelli guelfi, quelli a “V” erano ghibellini. In Italia i due termini indicarono i seguaci del Papa e quelli dell’Imperatore. Le origini di questa divisione nella Penisola, però, viene rimandata ad un litigio durante un banchetto tra Buondelmonte de’ Buondelmonti e Oddo Arrighi. Il primo stava mangiando dal piatto comune quando il secondo glielo sottrasse in segno di disprezzo. I due iniziarono ad insultarsi e poi vennero alle mani, ma vennero subito divisi dai parenti e portati via. Le rispettive famiglie si schierarono subito in opposte fazioni. Il clima a Firenze si stava scaldando, così i capi delle due famiglie decisero si suggellare la pace con un matrimonio tra Buondemonte de’ Buondelmonti, giovane ricco e bello, con una ragazza degli Amidei, soltanto nobile. Il contratto nuziale era già stato sottoscritto quando Buondelmonti si innamorò di una Donati e decise di sposarla, annullando il contratto precedente. Il partito degli Amidei non gradì la rottura e giurò vendetta sia per la prima offesa sia per l’ingiuria del matrimonio saltato. Il giorno del matrimonio un gruppo di sicari attese Buondelmonte sulla strada verso la chiesa e lo uccise. Il cronista Villani indica in questo episodio l’origine della spaccatura cittadina in guelfi e ghibellini.

Leonardo da Vinci, disegno del cadavere di Bernardo di Bandino Baroncelli, 1479 (particolare)

I Pazzi contro i Medici La famiglia fiorentina dei Pazzi è passata alla storia, oltre che per aver dato i natali a santa Maria Maddalena de Pazzi, per essersi schierata apertamente contro i Medici e anche per l’attentato nel duomo fiorentino che portò al ferimento di Lorenzo e all’uccisione del fratello Giuliano. Il motivo scatenante la rivalità va ricondotto al clima politico del periodo e all’ormai potenza nascente dei Medici. Il casus belli che contrappose i Medici ai Pazzi, si presentò con la morte del ricco fiorentino Giovanni Borromei. Si rimanda ad una decisione di Lorenzo di privilegiare i nipoti maschi nell’ereditare rispetto alle figlie. Riconoscendo alla norma anche effetto retroattivo. Una decisione che portò al congelamento della cospicua eredità di Giovanni Borromei, la cui figlia Beatrice aveva sposato Giovanni de’ Pazzi, e suscitò l’odio di una famiglia verso l’altra. Fino alla congiura del 26 aprile 1478.

Ruggero d’Altavilla

I Normanni e il regno del Sud Roberto il Guiscardo e il fratello Ruggero d’Altavilla poterono impadronirsi della Sicilia con relativa facilità grazie al disgregarsi del fronte musulmano a seguito di inimicizie e incomprensioni. Una delle cause dell’indebolimento degli arabi viene ricondotto all’affronto che Ibn at Timnah, emiro di Castrogiovanni, facile al vizio del bere, fece nei confronti del cognato e quaid di Catania Ibn al Hawwâs. Un giorno il primo, in preda agli effetti del vino, avrebbe fatto tagliare le vene alla moglie, sorella del secondo, a seguito di un banale litigio. La donna venne salvata dal figlio. Il giorno successivo l’emiro si profondeva in mille scuse, profondamente pentito e imputando le sue azioni all’ubriachezza. La donna finse di accettare le scuse e di perdonare il marito, ma poi si rifugiò dal fratello e non tornò più dall’emiro. Da questo doppio affronto nacque il conflitto tra i due principi musulmani e nel quale si inserirono, vittoriosamente, i normanni. Ibn at Timnah si alleò con gli uomini del nord e ne facilitò la conquista della Sicilia.

Ruggero II d’Altavilla riceve la corona da Cristo, mosaico nella Chiesa della Martorana (Palermo)

Le trappole di Ruggero II d’Altavilla Ruggero II d’Altavilla è un principe fortunato. Prima gli emiri arabi litigano tra di loro e consegnano la Sicilia ai normanni guidati dal padre e dallo zio, poi pur uscendo sconfitto in battaglia, riesce ad impossessarsi della restante parte peninsulare del regno per la morte dei principi rivali. Nel 1131 Ruggero II è re di Sicilia da due anni quando invia in soccorso di papa Anacleto II 400 cavalieri, guidati da Roberto principe di Capua e Rainulfo conte di Alife (che anni prima ne aveva sposato la sorella). È uno stratagemma per allontanare i feudatari più pericolosi e reclamare i suoi diritti di re. Ruggero invia un funzionario ad Avellino da Riccardo di Ravecanina (fratello di Rainulfo) ben sapendo di suscitare una reazione negativa. Riccardo di Ravecanina fa seviziare cavare gli occhi e tagliare la lingua all’ambasciatore di Ruggero. Quando la notizia giunge al re l’esercito è già pronto a muovere guerra. Ruggero si presenta ad Alife e porta via la sorella e il figlio di Rainulfo. Inizia la guerra, con assedi e agguati per il possesso di città e castelli. Nel luglio del 1132 si combatte nella piana di Sarno. Ruggero viene sconfitto da Rainulfo, ma la battaglia non è decisiva. Nei due anni successivi Ruggero II conquista castelli e roccaforti. Rainulfo chiede la pace (e ottiene la restituzione di moglie e figlio) e Roberto di Capua fugge a Pisa. Nel 1135 Ruggero II resta vedovo. Si chiude nel dolore nel suo palazzo di Palermo. Non si fa vedere per settimane. Poi si sparge la voce che sia morto. Forse è lui stesso a mettere in giro questa notizia. Rainulfo straccia il trattato di pace e si ribella. Roberto da Capua lo raggiunge dall’esilio pisano. Ruggero II è già in marcia verso la Puglia e la mette a ferro e fuoco. Il 29 ottobre del 1137 gli eserciti si scontrano a Rignano Garganico. Ancora una volta ne esce vincitore Rainulfo, ma la battaglia non è decisiva per le sorti della guerra. Solo l’improvvisa morte di Rainulfo, il 30 aprile 1139, porrà fine alle ostilità e consegnerà l’intero sud a Ruggero II di Sicilia.

L’assedio di Messina

Il guanto di sfida di Corradino e i Vespri siciliani Il passaggio da Manfredi a Carlo d’Angiò venne accolto, in Sicilia, con freddezza, presto mutata in aperta ostilità. Il nuovo governo francese era dispotico, le antiche assise non venivano convocate, i funzionari erano tutti francesi, il commercio era passato nelle mani di mercanti e banchieri toscani e i prelievi fiscali erano insopportabili. La nobiltà siciliana aveva chiesto l’intervento di Corradino di Svevia, nipote di Manfredi e ultimo discendente della dinastia degli Hohenstaufen. Una volta in Italia il giovane era stato tradito, sconfitto a Tagliacozzo, catturato e decapitato a Napoli, in piazza del mercato, il 29 ottobre 1268. Dal patibolo lancia un guanto: «Qualcuno raccoglierà la mia sfida». Gli anni passano, ma quel guanto di sfida non è stato dimenticato. Il 30 marzo del 1282 il soldato Drouet ferma una coppia di aristocratici che sta andando a messa nella chiesa del Santo Spirito per la celebrazione dei vespri. Il soldato non perquisisce l’uomo, ma palpeggia e insulta la donna. Il marito strappa la spada dal fianco del soldato e lo trafigge. L’insurrezione dilaga in un attimo in tutta l’isola e la caccia al francese diventa l’attività di qualsiasi siciliano in età adulta. Molti francesi vengono riconosciuti con uno stratagemma: viene loro mostrato un pugni di ceci, ciciri in siciliano. La pronuncia errata vale alla perdita della vita. Giovanni da Procida, l’uomo che aveva raccolto il guanto di sfida di Corradino e che aveva organizzato la rivolta insieme con il conte Enrico Ventimiglia, Alaimo di Lentini signore di Ficarra, Palmiero Abate signore di Trapani e Gualtiero di Caltagirone signore di Butera, offre la corona di Sicilia a Pietro III di Aragona, il quale accetta e muove contro i francesi. La pace di Caltabellotta (1302) mette fine alla prima fase della guerra per il possesso del sud Italia.

Il poema eroicomico “La Secchia Rapita” scritto dal modenese Alessandro Tassoni nel 1614 più di tre secoli dopo la fase più cruenta del conflitto fra bolognesi e modenesi, al tempo dell’imperatore Federico II (di cui i bolognesi avevano catturato il figlio Enzo) e del suo alleato Ezzelino II da Romano

Il lupo e l’agnello, il casus belli in letteratura Se il rapimento di Elena di Sparta da parte del principe troiano Paride, ha prodotto il capolavoro omerico, un semplice fatto d’armi tra Modena e Bologna, a causa di una secchia, ha permesso ad Alessandro Tassoni di scrivere uno dei più brillanti poemi eroicomici della storia della letteratura. La “secchia rapita” dai modenesi, in sfregio dei bolognesi, si confonde nella storia e diventa sia causa di guerra sia conseguenza di una sconfitta. La battaglia di Zappolino è uno degli scontri medievali più sanguinosi e viene considerato acceso proprio a causa del furto di un secchio da parte di un gruppo di cavalieri modenesi ubriachi o assetati. La guerra tra Modena e Bologna va inserita nell’acceso clima politico e bellicoso dei guelfi e dei ghibellini nel corso del XIV secolo, ma Alessandro Tassoni, mischiando date e personaggi, trasforma la “secchia” nel casus belli che spinge i bolognesi a vendicare il furto e l’oltraggio. Il 15 novembre del 1325 oltre 30.000 uomini si affrontarono a Zappolino e più di 2.000 rimasero sul campo. Per Bologna fu una gravissima sconfitta e il secchio è ancora a Modena nella torre della Ghirlandina (in copia, l’originale è a Palazzo Comunale). Il conte di Culagna, personaggio del poema eroicomico, mette pace tra le due città assegnando la secchia a Modena e lasciando a Bologna la custodia del figlio di Federico II, lo sfortunato re Enzo.

Umberto Maiorca

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La battaglia della Meloria, la Superba doma Pisa

01o

Le flotte di Pisa e Genova si inseguono da due anni nel tratto di mar Tirreno chiuso tra la costa toscana, quella della Sardegna e della Corsica. Il conflitto tra le due Repubbliche si è acceso nel 1282. Entrambe aspirano al controllo della Sardegna e della Corsica e a proteggere le reti commerciali lungo il Mediterraneo. Pisa ha risentito della diminuzione dei commerci di seta e spezie con l’oriente a seguito della costituzione dell’Impero Latino a Costantinopoli, fortemente appoggiato dai genovesi, e cerca nuovi spazi, dovendosi guardare dall’aggressività di Lucca e Firenze. Genova, padrona dell’intera Liguria e protetta dalle montagne, non ha nemici via terra e può dedicarsi al mare.

Il “casus belli” è ricondotto alla decisione di un signorotto della Corsica, Simoncello di Cinarca, il quale volendo sottrarsi al controllo di Genova, si rifugiò a Pisa, chiedendo protezione e divenendo vassallo della repubblica toscana. La Superba non esitò a far valere le proprie ragioni e scatenare il conflitto. In realtà esistevano tanti precedenti da vendicare. Nel 1241 i genovesi erano stati sconfitti dall’esercito pisano e da quello imperiale sotto il comando di Federico II, presso l’isola del Giglio, con 2.000 tra morti e feriti e 4.000 prigionieri condotti poi in catene a Napoli. Le scaramucce davanti alle coste sarde e lungo le rotte verso oriente erano pressoché continue. I genovesi sembravano aver un vantaggio importante: l’uso di carte nautiche molto precise che permettevano di evitare il cabotaggio lungo le coste. Un importante scontro era avvenuto ad aprile del 1284 nelle acque di Sardegna, a Tavolara, tra Enrico de’ Mari, capitano della scorta di un convoglio genovese, e una flottiglia pisana, agli ordini di Guido Zaccia, con la perdita di dieci galee pisane. La sconfitta bruciava e per lavare l’oltraggio Pisa aveva armato 70 galere e due pontoni carichi di macchine da lancio e si era presentata davanti a Genova.

Combattimento tra due navi medievali

Le forze in campo, navi e armamento All’epoca le due città erano in grado di mettere in mare una trentina di galee e un numero di poco superiore di naviglio d’appoggio. Le navi erano, per la maggior parte, di proprietà di privati cittadini, obbligati a metterle a disposizione per le necessità belliche o ad affittarle. I proprietari tenevano all’integrità delle navi e, quindi, tendevano ad evitare gli scontri, anche in situazioni favorevoli. Nei due anni antecedenti allo scontro, però, le due repubbliche si erano rafforzate e avevano costruito molte imbarcazioni: Genova era in grado di mettere in mare 88 navi, contro le 54 navi pisane già in acqua e reduci da un colpo di mano contro la piazzaforte genovese di Alghero. Nel porto di Pisa, però, erano pronte altre 40 imbarcazioni da guerra.

La nave da guerra principale era la galea, con uno o due alberi con vela latina e rematori (in principio liberi cittadini che servivano ai remi al posto dell’uso delle armi in battaglia e in seguito rematori stipendiati. Solo nel XVI secolo si passò all’uso di schiavi e come pena detentiva) disposti su due ordini con un remo di massimo 8 metri di lunghezza e uno sperone a prua per sfondare la chiglia della nave avversaria. L’equipaggio era di 200 uomini. Navigli minori erano “saettìe”, le “teride” e le “galere con la poppa aperta”, una sorta di mezzo da sbarco. Esistevano anche navi a sola vela, con castelli, torri e macchinari da guerra, come la pisana “Leone della Foresta”, descritta da Ottobono Scriba come “maximam, cum castellis mirificis et instrumentis bellicosis et ingeniis et armatorum multitudine copiosa”. All’epoca dello scontro della Meloria è già in uso la “cocca”, una nave più leggera e manovrabile anche grazie al timone unico a poppa che ha sostituito i due timoni-remi di babordo e tribordo.

Il guerriero del mare è armato con spade, pugnali, daghe corte, coltellacci, mentre per colpire a distanza utilizza frombole e mazzafionde, dardi a mano, archi e balestre. Nei manuali dell’epoca si ricorda a chi combatte per mare il lancio di vasi pieni di pece, zolfo, resina ed olio, da incendiare tramite uno stoppaccino (una sorta di fuoco greco). Le tecniche prevedevano di speronare la nave o di accostare le fiancate e abbordare. In altri casi si cercava di spezzare i remi, per immobilizzare lo scafo, oppure disalberare la nave nemica. Non dovevano mancare frecce a punta larga per squarciare le vele, falci dal lungo manico per tagliare il cordame e le vele, grappini legati a catene e vasi di calce in polvere per accecare i nemici e otri di sapone liquido per rendere scivoloso il ponte. Sulle navi erano caricate ingenti scorte di pietre da lanciare a mano.

Navi pisane in uno dei bassorilievi della torre di Pisa

La battaglia: le navi si schierano E con 72 galee ben rifornite, il 22 luglio del 1284, il podestà pisano Morosini e il nobile Ugolino della Gherardesca si schierarono davanti al porto di Genova, sfidando i nemici, il quali disponevano di 50 navi da guerra. L’attacco di sorpresa a Genova fu impedito prima da una burrasca che indusse la flotta pisana a rifugiarsi a Bocca d’Arno e poi dall’arrivo di rinforzi per i genovesi. La battaglia non si svolse, perché le navi genovesi del comandante Zaccaria (futuro doge di Genova) vennero avvistate di ritorno da Porto Torres dove si era recato per sostenere le forze genovesi che stavano assediando Sassari. I pisani, in inferiorità numerica, fecero dietrofront e rientrarono in città, inseguiti dai genovesi che arrivarono a schierarsi davanti a Porto Pisano alla foce dell’Arno. I toscani furono tratti in inganno da un sotterfugio, sul numero di galee genovesi, e contando sulla superiorità numerica, decisero di uscire in mare e affrontare il nemico al largo delle secche della Meloria. Repetti, nel suo dizionario, descrive lo scoglio della Meloria come una secca “a cinque miglia di libeccio da Livorno”. Lo scoglio era un avamposto a difesa dello scalo portuale e punto di riferimento per i piloti delle navi dirette a Pisa.

Oberto Doria aveva schierato in prima linea solo 63 galee, altre 30 navi agli ordini di Benedetto Zaccaria, disalberate, erano state tenute in retroguardia. I pisani pensarono a navi appoggio o ausiliarie e si schierarono con una formazione in linea, leggermente incurvata con le estremità più avanzate, lungo oltre 2 chilometri e mezzo, dirigendosi contro la formazione avversaria, disposta in maniera speculare, cosiddetta a falcata o mezzo arco.

I genovesi erano disposti su due linee: il primo di cinquantotto galee e otto panfili, una galea sottile di origine orientale; Oberto Doria, l’ammiraglio genovese, era al centro imbarcato sulla San Matteo, la galea di famiglia; a destra le galee della famiglia Spinola e di quattro delle otto “società” o “compagne”, in cui Genova è divisa: Castello, Piazza lunga, Macagnana e San Lorenzo; a sinistra le galee dei Doria e di Porta, Soziglia, Porta Nuova e Borgo. La seconda linea di venti galee, sotto il comando di Benedetto Zaccaria, era composta da navi da guerra o di piccole imbarcazioni e messa in posizione defilata.

I pisani, comandati dal podestà Morosini Podestà e dei suoi luogotenenti Ugolino della Gherardesca e Andreotto Saraceno, erano compatti e disposti allo scontro frontale. Si racconta che mentre l’arcivescovo benediceva la flotta si staccasse la croce d’argento del pastorale. Un cattivo auspicio ignorato con irriverenza dai pisani, i quali dichiararono che bastava il vento per vincere anche senza l’aiuto divino.

Antica raffigurazione della battaglia della Meloria

Lo scontro Le tecniche delle naumachie, all’epoca, non erano molto raffinate. Le navi si scontravano violentemente l’una contro l’altra, cercando di speronarsi e abbordarsi. L’avvicinamento era preceduto dal lancio di frecce, dardi, giavellotti, a volte fuoco o gesso per occludere la vista al nemico. Catene tirate da una nave all’altra servivano per disalberare il naviglio nemico. Allo scoglio della Meloria le cose non andarono molto diversamente.

Le due flotte si lanciarono l’un contro l’altra e, a mano a mano che la distanza si riduceva, iniziò il lancio di quadrelli scagliati dalle balestre e di frecce dagli archi. Poi si passò ai sassi e alla calce in polvere per accecare il nemico. Furono lanciati anche vasi pieni di una mistura saponosa che rendesse i ponti scivolosi. Alcuni documenti riportano il lancio di proiettili infuocati, ma non è certo se vennero utilizzati. Alla battaglia della Meloria, secondo le cronache, i pisani avevano montato sui ponti delle galee una specie di girandola irta di spade e flagelli, innestati su un perno che veniva fatto ruotare in caso di arrembaggio da uomini posizionati sotto il ponte.

I pisani indossavano le corazze complete, nonostante il caldo estivo. I genovesi avevano scelto giubbe imbottite e potevano contare sul fatto di avere il sole alle spalle. Vi furono anche degli scontri individuali, a modo di singolar tenzone tra cavalieri. Particolarmente cruenta quella che vide la lotta senza quartiere fra la galera del Doria e quella del Morosini. Le navi pisane erano più vecchie e più pesanti e imbarcavano truppe armate con armature complete sotto il sole di agosto. Nel prolungarsi della battaglia i genovesi, muniti di armature ridotte e più leggere, risultarono avvantaggiati.

Le secche della Meloria, al largo di Livorno, che furono il teatro della battaglia

La battaglia infuriava al centro dello schieramento quando i genovesi, tirati su gli alberi e le vele della squadra tenuta nascosta, poterono aggirare i nemici e colpirli alle spalle piombando sul fianco pisano scoperto. I toscani colti completamente impreparati dalla manovra resistettero con la forza della disperazione fin quando Zaccaria non si avvicinò alla capitana pisana con due galee e stesa tra di esse una catena legata agli alberi, prese in mezzo la nemica, tranciandole l’asta che reggeva lo stendardo. A quella vista, i pisani cercarono scampo in una fuga disordinata: solo 30 navi agli ordini di Ugolino si salvarono (il suo comportamento in battaglia, a causa di alcune manovre poco chiare, fece sorgere il sospetto che fosse un traditore. Accuse che non impedirono ad Ugolino di divenire podestà di Pisa, fino al tragico epilogo della morte di inedia nella torre della Muda, dove venne chiuso con i figli e i nipoti). Trenta galee furono catturate, sette vennero affondate, altrettante si incagliarono nelle secche. Al calar della sera il mare davanti allo scoglio della Meloria era tinto di sangue e ingombro di cadaveri che galleggiavano. Ovunque c’erano remi spezzati, vele strappate, gomene recise e scialuppe rovesciate.

Alla fine dello scontro i pisani contarono diverse migliaia di morti e feriti e circa novemila prigionieri. Furono tutti portati a Genova e tenuti incatenati in una piccola zona fuori delle mura. Erano così numerosi che si diffuse il detto: «Se vuoi vedere Pisa vai a Genova». A migliaia morirono in prigionia, tanto che a Genova il cimitero dove vennero sepolti prese il nome Campo Pisano. I genovesi, però, non avevano la forza di provare la conquista di Pisa, rimasta praticamente indifesa. La grande catena del porto di Pisa venne presa dai genovesi, spezzata e appesa su palazzi e chiese cittadine come monito (fu restituita a Pisa solo dopo l’Unità d’Italia).

Nel corso della battaglia, infine, venne fatto prigioniero Rustichello da Pisa, legato indissolubilmente a Marco Polo e al racconto dei suoi viaggi: Il Milione.

Umberto Maiorca

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Towton, rosa contro rosa

scheletri towton

Il cranio di Towton 25, con le evidenti fratture che ne causarono la morte in battaglia

Ha 35 anni e coraggio da vendere, una maglia di ferro, un elmo in testa, addosso tante vecchie ferite, fra le mani una spada, alle spalle un passato glorioso e di fronte pochi minuti di vita. Ma non ha un nome, Towton 25. Così lo chiameranno i posteri, quando le ruspe al soldo di un supermercato strapperanno il suo scheletro alla terra e lo spediranno in un museo.

È un soldato, Towton 25; è un inglese, e sta combattendo per il suo re. Anche i soldati che cerca di ammazzare sono inglesi. Hanno la stessa storia, sono cresciuti nei suoi stessi luoghi, parlano la sua stessa lingua. Però seguono un’altra bandiera, sono fedeli a un altro re. Inglesi come lui, soldati come lui, coraggiosi come lui. Vittime come lui di intrighi politici e di lotte tra famiglie che hanno scatenato una sorta di derby permanente, una guerra incivile, feroce e insensata che oggi, 29 marzo 1461, li ha portati sul campo della battaglia più sanguinosa della storia dell’Inghilterra.

È un uomo, Towton 25. Uno qualsiasi, dei 28mila che moriranno in una strage da record: l’1% della popolazione inglese renderà l’anima per stabilire chi deve indossare la corona. In campo in tutto sono 80mila, compresi 28 lord, ovvero la metà della nobiltà inglese. La maggior parte parteggiano per i Lancaster, che alla fine usciranno sconfitti. Ma non importa: sul campo ci sono 80mila uomini, 80mila inglesi, con un’unica lingua, un’unica storia, un’unica patria. E un unico vessillo: la rosa. Divisi solo dal colore: la rosa bianca, la rosa rossa. Due rose in lotta, rosso sul bianco, sangue sulla neve.

Edoardo IV di York ritratto nella vetrata di una chiesa inglese

Edoardo IV di Inghilterra, Richard Neville, conte di Warwick e Lord Fauconberg e John De Mowbray, duca di Nowfolk comandano le truppe della rosa bianca degli York, mentre Henry Beaufort, duca di Somerset, Henry Percy, conte di Northumberland e Henry Holland, duca di Exeter, guidano le truppe della rosa rossa dei Lancaster. Ma tra loro ci sono anche Enrico VI, il re spodestato, e sua moglie Margherita d’Angiò, vera protagonista della faida.

Tra quelli che la sorte della guerra preferiscono deciderla in salotto piuttosto che sul campo di battaglia, invece, c’è Francesco Coppini, potente ecclesiastico italiano. Coppini è nato a Prato e ha iniziato la carriera ecclesiastica a Firenze. Nel 1447 è stato inviato come commissario apostolico a San Gemini per difendere la cittadina dagli attacchi di Todi e nel 1455 è tornato per risolvere la diatriba sulla gestione del lebbrosario comunale. La confidenza che ha preso con l’Umbria gli è valsa, nel 1457, la nomina a vescovo di Terni al posto di Ludovico Mazzancolli. Il suo potere in Vaticano è tanto che nel 1458, alla morte di Callisto II, il nuovo papa Pio II, per incontrarlo, aveva deciso di aggiungere una tappa al suo viaggio verso Mantova. La città era stata scelta come sede di un congresso di sovrani cristiani per organizzare la crociata contro i turchi. Pio II riteneva che Coppini potesse diventare un eccezionale diplomatico e lo aveva incaricato di una missione alle corti di Francia, Inghilterra e Fiandra affinché questi regni cessassero di combattersi tra loro e dirottassero le loro energie contro i musulmani.

Francesco Coppini effigiato sul verso delle ante del trittico della Resurrezione di Lazzaro (Nicolas Froment, 1461, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il vescovo, però, aveva interpretato in modo molto personale l’incarico, agendo da principe di rango. In Fiandra aveva concentrato la sua attenzione sui beni artistici: si era fatto consegnare da Nicolas Froment il trittico La Resurrezione di Lazzaro e ne aveva fatto dono a Cosimo dei Medici. Quando poi il papa lo aveva inviato ambasciatore in Gran Bretagna si era gettato mani e piedi nel conflitto tra York e Lancaster, esploso nel 1455 per ragioni dinastiche.

Edoardo III era morto nel 1377 lasciando ben 6 figli maschi, tutti sposati con le rampolle delle famiglie più ricche e potenti di Inghilterra. Per cinquant’anni gli eredi al trono non avevano fatto che rovesciarsi reciprocamente, congiurare, scatenare faide.

La situazione si era fatta ancora più grave con la salita al trono del riluttante Enrico VI di Lancaster, uomo spirituale, allergico al potere e sostanzialmente incapace di governare. Quando poi era uscito di testa le cose erano precipitate: il re era stato dichiarato incapace di intendere e di volere. La moglie Margherita d’Angiò aveva rivendicato il governo del paese ma se l’era dovuta vedere con con Riccardo di York che – nominato “Lord Protector” – l’aveva emarginata e aveva iniziato a perseguitare i suoi favoriti.

Quando il re si era ripreso, però, Riccardo aveva perso ogni potere. Deciso a riagguantarlo, aveva avanzato pretese sulla stessa corona dichiarandosi il legittimo erede, scatenando una vera e propria guerra nella primavera nel 1455. Qualche mese dopo, Enrico VI aveva subito una ricaduta e Riccardo era stato nuovamente nominato capo del governo. Quando il re si ristabilì, decise di tenere il Duca di York come consigliere: una pace forzata, fasulla e di breve durata, minata anche dal conflitto aperto tra il duca e la regina: nel 1460, dopo la battaglia di Northampton la fazione di York aveva conquistato Londra e catturato Enrico. Il Parlamento nominò Riccardo legittimo erede negando la successione a Edoardo di Lancaster. Nel frattempo la regina aveva messo insieme un possente esercito: il 30 dicembre 1460 un’altra battaglia si era consumata a Wakefield dove Riccardo era stato sconfitto e ucciso, mentre uno dei suoi figli era stato pugnalato a morte dopo lo scontro militare. Le loro teste tagliate erano state portate in giro per la città su delle picche e infine esposte quale monito; su quella di Riccardo era stata messa per sfregio una corona di carta e paglia, l’unica che avrebbe mai indossato quella testa.

Suo figlio Edoardo, però, il 2 febbraio 1461 era riuscito ad avere la meglio sui Lancaster e a conquistare di nuovo Londra.

Intanto in Gran Bretagna era arrivato, come ambasciatore, il vescovo Francesco Coppini, che aveva subito aperto i negoziati con Enrico VI; o meglio con la moglie Margherita. Negoziati che più che a un accordo politico avevano puntato ad un approccio carnale; la Regina, però, non aveva nessun intenzione di concedere il suo corpo in cambio di una benedizione e così Francesco – rifiutato e umiliato – era passato all’altra rosa, parteggiando apertamente per Edoardo di York e arrivando persino a scomunicare il re in carica.

Enrico V di Lancaster in un dipinto quattrocentesco

Con l’appoggio di Santa Madre Chiesa, dunque, Enrico era stato ancora catturato e deposto, mentre Edoardo era stato incoronato nuovo Re d’Inghilterra. La riscossa dei Lancaster non si era fatta attendere: Margherita aveva guidato la liberazione di Enrico, Edoardo aveva subito reagito e aveva portato i due eserciti a scontrarsi per l’ennesima volta, prima a Ferrybridge e poi in un altopiano tra i villaggi di Towton e Saxton, nello Yorkshire.

Il 29 marzo è una giornata fredda, con forte vento e folate di neve. L’esercito dei Lancaster ha occupato un altopiano col fianco destro bagnato da un ruscello, il Cock Beck: una postazione vantaggiosa, con buoni spazi d’azione per gli arcieri e con gli York costretti ad avanzare risalendo l’altopiano per poterli attaccare; i Lancaster sono però messi in difficoltà dalle pessime condizioni meteorologiche: gli arcieri degli York, infatti, hanno il vento alle spalle e sono quindi avvantaggiati. In molte posizioni gli uomini dei Lancaster avanzano per cercare di ingaggiare combattimenti corpo a corpo, onde evitare di continuare a subire il continuo tiro degli arcieri nemici, ma la manovra li costringe ad abbandonare la posizione sopraelevata e il vantaggio del terreno.

Towton 25 è già ferito alla testa; è inondato dal suo sangue caldo e sporco di quello rappreso dei nemici. Ma non si arrende. In mezzo alla tempesta di neve è tutto uno sferragliare di picche, spade, asce. Una pioggia di frecce si abbatte sul suo plotone; una lo raggiunge. Cade a terra. Stringe il pugno sull’erba, si rialza e riparte. Ci sono così tanti cadaveri per terra che è difficile avanzare e combattere senza inciapare. Un’altra freccia gli brucia la fronte, ma lui non indietreggia. Ce ne sono tanti in fuga, tra i suoi compagni, ma lui non batterà la ritirata, non si farà colpire alle spalle: se lo vogliono ammazzare dovranno prenderlo in faccia. Non capisce nemmeno da dove arriva il colpo, questa volta, ma siamo a quattro.

D’improvviso delle grida imperiose e tutto sembra fermarsi. “Che succede?” chiede a un compagno che sta più avanti. “Dobbiamo fermarci per liberare il campo”.

Scheletri di uomini morti a Towton. Furono scoperti nel 1996 in una fossa comune vicino al campo di battaglia

In un attimo si è fatto un silenzio irreale. Nessuna freccia volteggia più in aria, nessun colpo di spada, nessun assalto, nessuna carica di cavalleria. I soldati si sono messi a recuperare i cadaveri e ad ammucchiarli. Silenziosamente, e con rispetto, li raccolgono da terra e li portano nei luoghi di sepoltura. Towton 25 incrocia lo sguardo di un nemico, intento come lui, a portare via un compagno morto. E’ un ragazzo giovane, biondiccio, dall’aria simpatica. Lo guarda, mentre compie quel gesto di pietà. Adagiato a terra il corpo, il ragazzo si raccoglie in preghiera; e Towton 25 fa lo stesso. Recitano, insieme, la stessa preghiera, con le stesse parole, le stesse intenzioni. Quando i loro sguardi si incrociano di nuovo quel tizio gli sorride.

Quell’improviso gesto di cordiale affetto da parte del nemico riscalda il cuore di Towton 25, che lo ricambia. Il soldato trentacinquenne si sente rimesso al mondo da quel sorriso così inaspettato e gratuito. Subito però arriva l’ordine di ricominciare a combattere.

E riprende a menare fendenti, Towton 25, ovunque. Nella speranza di non colpire quel giovane biondiccio e dall’aria simpatica. Davanti cadono uno, due, tre nemici. Uomini come lui, solo con la rosa di un altro colore. Cinque. Anche stavolta in faccia, un gigante gli è quasi addosso ma lui lo infilza, cade in ginocchio, si rialza e ne ammazza un altro, e un altro ancora. Un colpo gli arriva in testa, il sangue gli affusca la vista. Siamo a sei. Vede di fronte a lui proprio quel giovane biondiccio e dall’aria simpatica, con la spada sguainata. Chiude gli occhi e si prepara a ricevere il colpo di grazia. Che non arriva. Apre gli occhi e il giovane è sparito.

La denominazione “Guerra delle due rose”, coniata a posteriori, si basa sulla convinzione che i due partiti in contrapposizione combattessero avendo come distintivo una rosa rossa per i Lancaster e una bianca per gli York. In realtà la rosa rossa fu usata come distintivo nell’ultimo periodo della lotta solo dai Tudor.

Intorno a lui c’è una distesa di rose strappate: rose bianche, rose rosse fatte a pezzi, sanguinanti, con i petali sparsi ovunque, con le orbite senza gli occhi, le budella a spasso sull’erba, gambe e braccia mozzate. Fiumi di sangue scorrono sulla neve. Le bocche spalancate, lo sguardo disperato. Orrore senza fine. Towton 25 continua ad avanzare menando fendenti: finisce su un ponte e cerca di spingere i nemici fuori. Mentre è impegnato a liberarsi dalla morsa di un nemico che vuole farlo cadere di sotto, in un attimo tutto si sbriciola. Il ponte crolla sotto i suoi piedi, non sa nemmeno lui come riesce a mettersi in salvo ma vede i suoi compagni e i suoi nemici precipitare nel vuoto. Vede annegarli in acqua o uccisi inermi dai nemici accorsi.

È il caos: alcuni abbandonano armi ed elmi e si danno alla fuga, inseguiti e massacrati.

La battaglia infuria da quasi dieci ore quando si sente un boato. Un suono mai udito prima. Il compagno al suo fianco cade a terra, colpito da una freccia invisibile, da una spada occulta. Towton 25 gli va incontro: “Che ti è successo?” gli dice. Ma l’amico lo guarda con gli occhi sbarrati, senza parlare. Un altro boato e un altro uomo a terra. Towton 25 prende a correre come una furia verso le linee nemiche menando fendenti a destra e a manca quando vede di fronte a lui un uomo imbracciare una canna di metallo, fumante. Un altro soldato ci infila dentro una sorta di spazzolone, poi della polvere nera e una palla di metallo. Mentre osserva quel singolare spettacolo un altro colpo lo raggiunge. E’ il settimo, e stavolta non ce l’ha fa. Cade in ginocchio e il nemico di fronte a lui con l’ottavo colpo gli squarcia la testa.

Towton 25 crolla a terra senza un lamento e in un momento si rende conto che non gli basterà il tempo per chiedere perdono di ogni peccato. Capisce che la sua vita finirà oggi e che non tornerà mai a casa. L’ultimo pensiero è per la moglie che lo aspetta. L’ultimo pensiero è che avrebbe preferito morire di maggio, anziché andarci in inverno, dritto all’inferno. Towton 25 sputa sangue, sputa i denti, sputa l’anima, sputa il suo nome che la storia dimenticherà. Quel milite ignoto è morto: la sua vita per una rosa.

La battaglia durerà tutta la notte, con i Lancaster in ritirata inseguiti dagli York.

Il matrimonio di Margherita D’Angiò ed Enrico V in una miniatura del secolo XV

Margerita d’Angiò, Enrico e il fidato Somerset riusciranno a mettersi in salvo ritirandosi a nord, verso la Scozia, mentre i Lord Lancaster che non sono stati uccisi o espatriati saranno costretti a firmare la pace con Edoardo IV.

Con il trionfo degli York, il vescovo Coppini diventa una celebrità in Inghilterra ma finisce per attirarsi l’inimicizia del re di Francia Luigi XI, che protesterà presso Pio II per l’intraprendenza del suo legato. Il papa, da parte sua, risponderà di non essere informato dei fatti. Ma richiamerà in Italia il vescovo di Terni e lo farà rinchiudere a Castel Sant’Angelo. Francesco verrà processato: confesserà di aver compiuto atti di simonia e di aver concesso ordini sacri, indulgenze e assoluzioni in cambio di denaro.

Destituito dalla carica e privato del sacerdozio, l’ex vescovo passerà i suoi ultimi anni nel monastero di San Paolo fuori del mura di Roma. Assumerà il nome di Ignazio e concluderà nel digiuno e nella penitenza la sua gloriosa e spregiudicata carriera. In Inghilterra la Guerra delle Rose si concluderà nel 1485, dopo trent’anni di lotte e di sangue, con la pace dei Tudor.

Arnaldo Casali

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La carneficina di Liegnitz

I mongoli esibiscono la testa di Enrico il Pio nell'assedio di Leignitz

I mongoli esibiscono la testa di Enrico il Pio nell’assedio di Leignitz

Il 9 aprile del 1241 Enrico II il Pio, arciduca di Slesia, guidò una coalizione di polacchi, tedeschi e cavalieri teutonici e templari nel tentativo di fermare l’avanzata dei mongoli in Europa.

Uno scontro sfortunato per il sovrano tedesco e per i suoi uomini, travolti dall’inesorabile avanzata dell’orda venuta dall’Asia profonda, con teste spiccate dal corpo e sacchi piene di orecchie destre dei nemici sconfitti.

Liegnitz fu, comunque, il punto più avanzato raggiunto dai mongoli in terra europea, poi iniziò il riflusso verso Est.

L’invasione mongola I mongoli avevano pianificato l’invasione dell’Europa già nel 1235. Nell’inverno 1237 un’orda di 150mila cavalieri aveva attraversato i fiumi gelati della Russia ed era piombata sulle città di Vladimir (conquistata dopo una settimana d’assedio durante la quale “le pietre caddero come acqua dal cielo”) e Riazan (“dove nessun occhio rimase aperto per piangere i morti”), annientandole.

Il 6 dicembre del 1240 il principato russo e la città di Kiev erano nelle loro mani. Nessun abitante della città era stato risparmiato. Il frate di Magione, Giovanni da Pian del Carpine, passò davanti a Kiev sei anni più tardi e nella sua cronaca registra di aver visto “ancora i teschi e le ossa dei morti per le strade”. Poi cadde Lublino e venne saccheggiata Cracovia. Nulla sembrava poter fermare l’orda asiatica.

Nel gennaio del 1241 le truppe mongole si concentrarono sulla Vistola e si divisero in tre colonne: una, quella di maggior consistenza, puntò verso l’Ungheria, dove sconfisse re Bela IV a Mohi; l’altra, una forza diversiva, ma pur sempre agguerrita e micidiale, attraversò la Polonia settentrionale e si diresse a sud-ovest, tagliando la pianura polacca, in direzione dell’attuale Austria. Una terza colonna, molto più piccola, attraversò e devastò la Moldavia e la Transilvania. Il cronista polacco Jan Dlugosz apre gli annali del 1241 con un monito: “Il Signore, il più pietoso e il più eccellente, arrabbiato per i molteplici peccati dei polacchi, inflisse loro non la pestilenza, non la carestia, non l’ostilità dei loro vicini cattolici come negli anni precedenti, ma la ferocia e la furia dei barbari pagani”.

Gengis Khan e Ong Khan, illustrazione proveniente da un manoscritto di Jami al-tawarikh, XV secolo

Nei pressi di Liegnitz si trovarono di fronte 30mila tedeschi, polacchi e cavalieri teutonici e templari agli ordini dello sfortunato Enrico il Pio. Fu una carneficina che aprì ai mongoli le porte di Vienna e dell’Italia. Solo un miracolo avrebbe potuto salvare l’Europa. E il miracolo avvenne, prendendo le forme di un messaggero mongolo che portava al generale Subedei (o Subutai) la notizia della morte del gran khan Ogadai, terzogenito di Gengis khan. I mongoli si diressero prima in Ungheria, poi verso i Carpazi e come il riflusso della marea scomparvero ad est, in attesa di eleggere un nuovo khan e senza più riapparire in Europa.

La spinta conquistatrice dell’Orda d’oro si stava esaurendo.

Enrico II il Pio, in un quadro di Jan Matejko (1838-1893)

La preparazione della battaglia Il duca Enrico il Pio lasciò la città di Liegnitz e si diresse verso Wahlstadt per schierare l’esercito su cinque linee. Davanti si stendeva la pianura e il corso del fiume Nysa. In prima fila c’erano i soldati tedeschi, della Moravia e alcuni reparti di minatori che si erano aggregati alle truppe. Le due file successive erano costituite da polacchi e cavalieri teutonici e templari. L’ultima fila era composta dalla guardia personale del duca e da un contingente di minatori.

Enrico il Pio poteva contare su almeno 28.000 uomini. I mongoli erano tra 20 e 30.000, schierati su quattro file e avvantaggiati dalla pianura che si stendeva verso il nemico. Il duca Enrico, infatti, aveva scelto come campo di battaglia proprio quello che favoriva il modo di combattere della cavalleria mongola.

Lo scontro viene così descritto dai cronisti: “I due schieramenti si incontrarono nella piana di Wahlstadt. Le prime cariche dei cavalieri cristiani con le loro pesanti armature sembrarono far breccia tra i mongoli, che fuggirono. Gli uomini del duca Enrico si misero all’inseguimento, in un crescente disordine, finendo in un’imboscata perfettamente preparata dai mongoli. Le forze del duca Enrico furono annientate quasi fino all’ultimo uomo”.

Cavallerie mongolo e occidentale a confronto

La tattica dei mongoli La strategia dei mongoli era precisa: se una città resisteva, una volta conquistata i cittadini venivano passati per le armi. Così avvenne ad Harat, a Nishapur, a Bukhara e altrove. L’esercito mongolo, invece, era inarrestabile per un complesso di elementi estranei agli eserciti medievali europei: velocità di spostamento (fino a 500 chilometri in 3 giorni con ogni condizione meteo), elevata manovrabilità, l’armamento (soprattutto archi e frecce), la disciplina in battaglia e un ottimo corpo di ufficiali.

Il guerriero mongolo era nato per la guerra e la caccia, era in grado di viaggiare per decine di chilometri senza mai fermarsi, saltando da un cavallo all’altro mentre galoppava (ogni guerriero ne possedeva almeno 4), si accampava sulla nuda terra, mangiava razioni ridotte e all’alba riprendeva il cammino. L’arma preferita era l’arco a doppia curvatura, con una forza di oltre 70 chili di spinta, con frecce scagliate fino a 300 metri.

Il cavaliere mongolo preferiva colpire a distanza e, raramente, arrivava al corpo a corpo. Da qui anche il ridotto numero di feriti e caduti. Il cavaliere mongolo, soprattutto, obbediva agli ordini e nelle caotiche battaglie medievali valeva già la vittoria. Gli ordini venivano impartiti tramite un sistema di segnalazioni con bandierine colorate. La tattica preferita era quella della finta fuga sotto la pressione del nemico, sfilacciarne il corpo principale, voltare improvvisamente il fronte e caricare. Così avvenne a Liegnitz.

La battaglia di Leignitz in una miniatura d’epoca

La battaglia La prima linea di cavalieri di Enrico il Pio diede inizio allo scontro, caricando le file mongole e travolgendole, apparentemente. In realtà era un trucco, perché il centro mongolo arretrava sotto la spinta nemica, ma le ali rimanevano ancorate al proprio posto. E mentre il centro ripiegava, le ali si chiudevano attorno ai cavalieri europei. Gli arcieri mongoli ne fecero strage “come delicate spighe di grano rotte da chicchi di grandine”.

Il duca di Slesia, allora, fece avanzare le altre due file di cavalieri, coperti ai fianchi dai balestrieri, i quali riuscirono a rintuzzare gli attacchi degli arcieri asiatici. Il comandante mongolo fece avanzare due file di cavalieri, potendo contare ancora sulla prima linea che aveva spazzato via la prima carica dei cavalieri di Enrico. Lo scontro era molto acceso, ma praticamente in stallo.

Enrico il Pio decise di far intervenire la cavalleria pesante teutonica, ritenendo che fosse giunto il momento di spezzare il fronte nemico. I mongoli iniziarono a cedere terreno, prima combattendo, poi ripiegando in buon ordine. Tedeschi e polacchi si gettarono all’inseguimento. Ad un certo punto un porta insegne mongolo fece un segnale e lungo i fianchi dell’armata di Enrico si sprigionarono le fiamme. Alcuni mongoli si erano nascosti nei canneti lungo il fiume e avevano appiccato il fuoco, rendendo l’aria subito irrespirabile per i cristiani, che rimasero avvolti in una fitta coltre di fumo. A quel punto la cavalleria mongola fece dietrofront e attaccò il nemico, tra urla di guerra e un fitto lancio di frecce, sia frontalmente sia ai fianchi. Fu una strage. Cadde anche il margravio di Moravia e il comandante regionale dei cavalieri teutonici.

Dopo aver liquidato le ultime sacche di difesa degli europei, i mongoli investirono con tutta la loro forza lo sparuto gruppo di cavalieri che costituiva la guardia personale di Enrico il Pio. Il quale decise di non fuggire, ma la difesa opposta era ormai troppo debole. In un attimo la guardia del duca venne accerchiata. Enrico tentò un ultimo, disperato attacco, cercando di aprirsi un varco verso la città, ma rimase con soli quattro uomini. Mentre alzava la spada per calarla su un nemico, un altro mongolo lo infilzava con una lancia sotto l’ascella, nel punto non protetto dall’armatura. Il cavallo del duca, inoltre, venne ucciso.

L’impero mongolo nel 1300

Una volta a terra Enrico venne finito da alcune frecce. Dei cavalieri mongoli presero il corpo, lo spogliarono dell’armatura e lo decapitarono (il cadavere fu ritrovato e riconosciuto solo perché la vedova rivelò che suo marito aveva sei dita nel piede destro). Uscendo dalla città, prima della battaglia, l’arciduca aveva avuto un triste presagio: una pietra si era staccata da una chiesa e lo aveva sfiorato. La testa dello sfortunato duca di Slesia venne conficcata in una picca e portata fin sotto le mura di Liegnitz.

Gli abitanti non si persero d’animo a quella vista, bruciarono la città bassa e si rifugiarono nella roccaforte, in attesa dell’esercito di soccorso del polacco Venceslao. I mongoli, d’altronde, non avevano tempo di assediare la città (anche se avevano appreso perfettamente, dai cinesi, la poliorcetica e non v’era rocca o castello che resistesse loro) e si limitarono a riempire nove enormi sacchi con l’orecchio destro dei caduti e dirigersi verso l’Ungheria, dove era di stanza il grosso dell’esercito.

Da lì avrebbero seminato il terrore fino a Zagabria e Spalato, per poi refluire verso est alla notizia della morte del gran khan.

Fu Ivan IV il Terribile, a metà del XVI secolo, a porre fine alle scorrerie mongole nei territori della Russia europea, confinando i formidabili guerrieri asiatici alla sola Crimea.

Umberto Maiorca

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Sotto le mura de L’Aquila finisce il sogno di Braccio

Particolare di una battaglia (Paolo Uccello)

Particolare di una battaglia (Paolo Uccello)

Piana di Bazzano, davanti alle mura di L’Aquila, nel giugno del 1424, si decidono i destini del Regno di Napoli e del capitano Braccio Fortebracci.

La regina Giovanna la Pazza e Luigi III d’Angiò si contendono la corona di Napoli. La regina si appoggia ad Alfonso d’Aragona, pretendente al trono, e a Braccio Fortebracci. Poi cambia idea e chiede aiuto all’Angiò, offrendogli il regno, e a Muzio Attendolo Sforza. Braccio resta fedele all’Aragona e punta su L’Aquila, pensando di approfittare della situazione e allargare i confini dei suoi domini.

Il Pontano descrivendo la «debolezza della regina» e gli odii e le «discordanze» tra pretendenti, vassalli e cortigiani, racconta un aneddoto su Braccio, partito alla guerra «con cuore di farsi re di Napoli», tanto che «stando sotto L’Aquila, havesse scritto alla moglie che era per mandarle la corona di Napoli, o non era per tornare vivo da quella guerra». La partita era di quelle importanti, lo stesso Braccio, mettendo il campo sotto le mura della città abruzzese rimane «in armi di giorno e di notte» come ricorda il Campano.

Braccio Fortebraccio dipinto da Salvatore Fiume (dal ciclo pittorico “Avventure, sventure e glorie dell’antica Perugia”, 1949-1952)

I capitani «Poiché si accerta che gli astrologhi avevano predette le circostanze della morte dei due capitani, e avevano raccomandato allo Sforza di guardarsi dai fiumi e di tenere il lunedì come giorno infausto; che la vigilia del passaggio del fiume un sogno aveva prenunciata allo Sforza la sorte che doveva toccargli; che il suo stendardo era caduto dinanzi a lui nel punto ch’ei si gittava nel fiume, perloché i suoi inutilmente lo scongiurarono di non disprezzare tanti infausti presagi. Dall’altro canto gl’indovini avevano vaticinato a Braccio, ch’egli non sarebbe sopravissuto al suo emulo, e l’avveramento delle prime loro predicazioni dava maggior peso alla seconda».

Sotto le mura di L’Aquila, d’altronde, s’incontra il fior fiore delle milizie italiane del XV secolo e i capitani più famosi, Braccio e Muzio si sfidano in una sorta di partita a scacchi, pur non venendo mai allo scontro ed trovando entrambi la morte in quella campagna militare. Muzio Attendolo Sforza è, infatti, annegato da pochi giorni, attraversando il fiume Pescara in piena mentre cerca di aiutare un valletto, ma le truppe sono condotte dall’esperto Iacopo Caldora e dal giovane Francesco Sforza e da un altro giovane, Bartolomeo Colleoni.

Di fronte si trovano i soldati di Braccio da Montone, affiancato da Niccolò Piccinino ed Erasmo da Narni, il Gattamelata. A L’Aquila combatterono anche Micheletto Sforza, Niccolo Mauruzzi da Tolentino e Luigi da Sanseverino.

La situazione militare Iacopo Caldora, una volta in vista della città, si trova di fronte al dilemma di come scendere in pianura. L’unica strada passa per le gole dei monti e lì sarebbe facilissimo per Braccio tendere un’imboscata e distruggere i nemici.

Il condottiero perugino, però, manda un messaggero a Caldora e lo invita ad usare le gole tranquillamente, promettendo che non lo avrebbe attaccato. Caldora, respingendo i timori dei suoi capitani, si fida e accetta. I comandanti di Braccio tentano di dissuaderlo, ma il condottiero vuole una vittoria piena, ottenuta sul campo di battaglia.

Jacopo Caldora

Il piano di Fortebracci è semplice: attirare il nemico in pianura, dove è schierata la sua cavalleria e una esile linea di fanti, mentre il grosso dei militi è nascosta nei boschi alle pendici dei monti «perché ne scendesse impetuosa ad assalire i nemici da tergo, tostoché fossero dalla cavalleria disordinati». Una volta che i nemici si incuneano nel fronte braccesco, ad un segnale del condottiero i fanti nascosti avrebbero dovuto attaccare il Caldora alle spalle. Piccinino e i suoi, invece, avrebbero dovuto continuare a presidiare le porte de L’Aquila, «il migliore de’ suoi capitani, di custodire con quattro compagnie di sessanta corazzieri la porta dell’Aquila, e di non abbandonare quel posto per niun conto» per fermare qualsiasi tentativo di soccorso alle truppe soccorritrici. Braccio, inoltre, «chiuse l’alveo del piccolo fiume che scorre presso L’Aquila, facendo sì che le acque inondassero la pianura dove aspettava i nemici, e si tenne sicuro che allora quando i loro cavalli scenderebbero stanchi dalla montagna ed entrerebbero in uno sconosciuto pantano, gli sarebbe agevole il trarre partito dal loro disordine».

Scena di una battaglia del secolo XV

La battaglia Il 2 giugno del 1424 la piana di Bazzano è un ribollire di armati in movimento, cavalli che nitriscono e lance che brillano al sole, mentre le armature e le spade tintinnano e risuonano nella valle.

Il Caldora schiera 4.000 cavalieri e 2.000 fanti, mentre in città ci sono almeno 5.000 uomini atti alle armi e pronti ad uscire dalle mura. Braccio dispone di 4.800 cavalieri pesanti divisi in 24 squadre e almeno 1.000 fanti nascosti nei boschi al comando di Malatesta Baglioni.

Braccio dà l’ordine di avanzare e le truppe nemiche indietreggiano sotto la spinta dei bracceschi. Allora scatta il segnale per far uscire dai boschi le fanterie, ma nessuno si muove. Braccio percorre lo schieramento e ordina che si suonino le trombe, l’esercito di Caldora è quasi battuto, basta solo la spinta di truppe fresche, ma le fanterie non si muovono. Il frastuono della battaglia è immenso e il suono delle trombe non giunge fin nei boschi? Oppure siamo davanti al tradimento del condottiero perugino? Braccio è alla testa dei suoi cavalieri «tre volte meno numerosi che quelli del Caldora, attacca il nemico e con il «consueto impeto, lo caccia delle falde della montagna».

Gli sforzeschi riprendono coraggio e la fanteria si getta allora nella mischia, sventrando i cavalli ammassati nella piana e finendo i cavalieri caduti. Il vantaggio iniziale di Braccio è perduto. Il Piccinino, vedendo il suo capitano in difficoltà, disubbidisce e abbandona la guardia alle porte de L’Aquila. Gli abitanti, dopo un anno di assedio, prendono le armi e si gettano nello scontro. Una valanga di soldati e cittadini si rovescia sui bracceschi e li travolge, spinta dal desiderio di vendetta. I cittadini aquilani non dimenticano che il condottiero ha stretto d’assedio la città dall’autunno del 1423. Nessuno entrava o usciva dalle mura e quando l’uva viene a maturazione i cittadini si disperano «chiamavano el Patre, el Filio, el Spirito Santo dicenno: “Dio non ci abandonare! Tolto li ha el grano e tolleli el vino”». Braccio ordinò ai suoi, infatti: «Faite che dello vino repunate, onneuno se fornisca prestamente, sci che nne agiate di vernu e de estate». E non rimase nulla.

Niccolò Piccinino (dal ciclo “Avventure, sventure e glorie dell’antica Perugia” di Salvatore Fiume, 1949-1952)

In pianura infuria lo scontro. Il condottiero è al centro della mischia, colpisce con la mazza ferrata a destra e a manca. Poi viene colpito alla testa e cade. Si sparge la voce che sia morto e i suoi uomini fuggono o si arrendono. Braccio non è morto, è solo ferito e seppur grave si può salvare, ma rifiuta le cure e muore due giorni dopo. Nella “Guerra dell’Aquila” viene descritto il trasporto di Braccio dal campo di battaglia, sullo scudo, nella sua tenda, dove «e ‘l medico li fe presto venire, felli tentare ciascuna ferita iusta sua poscia lo voleva guarire e ritornarlo da morte a vita». Sempre nella cronaca si dice che ci sarebbe anche riuscito se durante l’operazione il giovane Sforza non avesse spinto un ferro del medico fin dentro il cervello di Braccio, uccidendolo. La fonte, però, è inattendibile e non trova conferma in altre fonti.

Il tradimento La storia e l’esito della battaglia restano macchiati dall’ombra del (possibile) tradimento. Secondo alcuni cronisti e storici posteriori, l’esito della battaglia fu il risultato del tradimento di uno (alternativamente il Piccinino, il Baglioni o il Gattamelata) dei capitani di Braccio o di tutti e tre insieme.

Malatesta Baglioni era al comando delle truppe appiedate e nascoste nei boschi vicino L’Aquila. Suo compito era quello di intervenire quando la pressione della cavalleria braccesca avesse rotto il fronte avversario. Il Baglioni, però, non si mosse dai boschi. Forse non sentì(o non volle sentire) i corni e le trombe che davano il segnale. Di fatto non prese parte allo scontro. Il Gattamelata ed il Piccinino, colpevoli di disobbedienza a Braccio, quando vedono che il comandante è in difficoltà al centro dello schieramento, lasciano il posto di guardia davanti alle porte della città e si gettano nella mischia. Permettendo, così, agli aquilani di uscire ed attaccare Braccio alle spalle.

Non esistono, alla fine, prove storiche del tradimento, ma la nomina a reggente di Perugia di Malatesta Baglioni, da parte di papa Martino V e il fatto che Piccinino ed il Gattamelata non vengono fatti prigionieri, ma cambiano parte e si aggregano alle truppe nemiche (un uso dell’epoca, soprattutto per i capitani di ventura) avvalora la tesi del complotto contro Braccio, condottiero troppo “valente” per poter essere sconfitto sul campo con onore e con la forza delle armi.

Umberto Maiorca

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Las Navas de Tolosa, il declino degli Almohadi

Battaglia di Las Navas de Tolosa, di Van Halen, esposta nel palazzo del Senato di Spagna a Madrid. Pittura ad olio

Battaglia di Las Navas de Tolosa, di Van Halen, esposta nel palazzo del Senato di Spagna a Madrid. Pittura ad olio

L’esercito dell’emiro Mohamed al Nazir viene sconfitto, in Andalusia, dalle truppe dei re cristiani di Navarra, Aragona, Castiglia e Portogallo, sotto il comando di Alfonso VIII, nella battaglia di Las Navas de Tolosa (16 luglio 1212). Lo scontro segnò il declino del regno degli Almohadi e il punto di svolta della Reconquista, che culminerà con la presa di Granada nel 1492.

La preparazione A Las Navas de Tolosa si affrontarono 25.000 cristiani, a piedi e a cavallo, e 30.000 fanti e cavalieri mori (altre fonti riportano 18.000 e 20.000 come cifre della forza dei due contendenti). La Spagna dell’epoca era tagliata in due, all’incirca all’altezza della divisione climatica e agricola della coltivazione dell’olivo.

 

Il califfato Almohade

A nord i regni cristiani, divisi e rissosi, sempre pronti a scaramucce tra di loro, ma in grado di fare fronte comune contro la minaccia islamica. A sud la dinastia almohade, sostenuta dal continuo afflusso di guerrieri e coloni dall’Africa, la quale dopo aver riorganizzato lo stato, aveva dato inizio ad una serie di infiltrazioni oltre il confine. Nell’estate del 1212 un forte esercito musulmano aveva intrapreso una vera e propria invasione della Castiglia meridionale. Alfonso VIII aveva risposto concentrando le forze cristiane, dopo aver chiesto aiuto agli altri regni spagnoli, nei pressi di Toledo, per muovere verso la Sierra Morena, dove si trovava l’esercito di al Nazir, composto da truppe berbere, andaluse e arabo-magrebine. Per arrivare a costituire l’esercito cristiano, però, era stato necessario superare le contrapposizioni fra i sovrani cristiani spagnoli, anche grazie all’azione diplomatica dell’arcivescovo di Toledo monsignor Rodrigo Jimenez de Rada e di papa Innocenzo III che concesse lo status di crociati a chi avesse partecipato all’impresa. “Quando la gente seppe della remissione dei peccati che era garantita a quanti si univano a noi – scrisse in seguito Alfonso al pontefice – allora arrivò un gran numero di cavalieri dalle regioni oltre i Pirenei”.

La penisola Iberica e i domini della corona d’Aragona, nel 1210

La battaglia Le truppe moresche erano disposte lungo una valle della Sierra Morena, protette ai fianchi e alle spalle dalle scoscese pareti di una gola: «un migliaio di uomini poteva difenderla contro la più grande armata del mondo» scrisse Alfonso al Papa. Il terreno scelto dall’emiro, però, poco si prestava al miglior utilizzo della cavalleria leggera mora. Armati di archi e frecce i cavalieri leggeri berberi tempestavano le colonne nemiche in marcia per poi scomparire in una nuvola di polvere e tornare all’assalto sul fianco opposto. Gli arcieri musulmani, stretti nella gola con i fanti, invece, si trovarono intrappolati nella mischia con spade e pugnali e non poterono utilizzare la loro temibile arma. Alcuni nobili e consiglieri cercarono di convincere Alfonso ai tornare indietro e cercare un valico non presidiato dai musulmani, ma il re non intese ritirarsi e volle dare battaglia, nonostante il terreno sfavorevole. Il 14 luglio, però, comparve al campo cristiano un pastore, un certo Martin Halaja, il quale condusse l’avanguardia di Alfonso, al comando di don Diego Lopez de Haro, lungo una strada di montagna, sconosciuta, fino ad aggirare l’esercito moresco e tagliando le linee di rifornimento dell’emiro. I mori, quindi, si schierarono su un ampio fronte costituito dalla cavalleria posizionata davanti ai fanti, disposti a ranghi serrati. Alfonso rispose con una disposizione a specchio, un’unica linea di cavalieri, divisa in tre contingenti, e la fanteria di rincalzo. Lo schieramento cristiano era molto largo, in quanto i comandanti, memori della sconfitta di Alarcos (19 luglio 1195), intendevano evitare l’accerchiamento. Il centro dello schieramento cristiano era tenuto dalla guardia del re e dai monaci guerrieri dell’ordine di Calatrava. Subito dietro erano altre truppe appiedate e i cavalieri dell’ordine di Santiago. A sinistra era posizionato Pietro d’Aragona e a destra Sancho VII di Navarra. I due eserciti di fronteggiarono per tutto il giorno successivo, senza combattere.

Il blasone di Navarra

La battaglia iniziò la mattina del 16 luglio, accompagnata dal suono di trombe e tamburi mori, con una serie di schermaglie e di finti attacchi, per saggiare la resistenza del rispettivo fronte nemico. All’improvviso i castigliani lanciarono un attacco alle ali moresche, facendo indietreggiare e sbandare gli uomini. Gli andalusi, a destra, rinunciarono subito a combattere e si diedero alla fuga (anche perché non ricevevano la paga da mesi), mentre i volontari africani, guerrieri senza alcuna protezione per il corpo sulla sinistra, e un contingente di berberi con i cammelli, resistettero fino a venir annientati dai cavalieri spagnoli. Al centro, però, al Nazir colpì duramente e mise in rotta i cavalieri di Calatrava, creando scompiglio e generando il timore che il fronte cedesse; ma la linea venne prontamente tenuta dai cavalieri di Santiago, dai Templari e dai picchieri castigliani. Fermato l’assalto dei musulmani, i cristiani passarono al contrattacco, iniziando a spingersi in profondità dello schieramento centrale di al Nazir. Ad un certo punto dalla giornata comparvero, all’improvviso, sul fianco destro dei musulmani, i baschi di re Sancho: all’incirca 200 uomini che avevano scalato una parete rocciosa e adesso minacciavano la retroguardia dell’emiro. Il lato destro avversario cedette di colpo. Un diversivo che permise al conte Alvaro Nunez de Lara di lanciare l’attacco al campo trincerato dell’emiro, prendendo alle spalle i nemici e saccheggiando le salmerie. Il conte, giunto al centro del campo dell’emiro, dopo aver sopraffatto la guardia nubiana chiusa dietro una palizzata tenuta insieme da catene, smontò da cavallo e piantò il vessillo di Castiglia nel terreno, affinché tutti i combattenti lo vedessero, segno per i cristiani di vittoria e per i musulmani di sconfitta. Senza il sostegno delle ali, ormai in fuga, il nucleo dell’esercito musulmano iniziò ad indietreggiare, fino a collassare in una precipitosa fuga. Gli spagnoli inseguirono le truppe musulmane per quindici chilometri, senza fare prigionieri.

Il Regno di Navarra sotto Sancho VII il Forte (1194-1234)

Le conseguenze La vittoria cristiana fu totale e pose le basi per la vittoriosa conclusione della Reconquista. Le fonti riportano cifre discordanti per quanto riguarda le perdite di entrambi i fronti, con evidenti esagerazioni ai fini encomiastici: 100mila caduti musulmani contro gli appena 30 del campo cristiano. Le perdite dell’emiro furono molto alte, tanto da dover ricorrere alla richiesta di rinforzi in Africa per proteggere quello che restava del regno musulmano. In pochi, dopo aver gettato le armi per fuggire, trovarono scampo. Nella lettera scritta da Alfonso al Papa si ricorda come i soldati cristiani, per due giorni, non ebbero bisogno di raccogliere legna per alimentare i fuochi da campo, avendo a disposizione un numero gigantesco di frecce e lance moresche da bruciare. Sul fronte cristiano le perdite maggiori furono quelle degli ordini monastico-cavallereschi: basti pensare che morirono in battaglia o per le ferite Pedro Arias, Gran Maestro dell’Ordine di Santiago, Gómez Ramírez dell’Ordine dei Templari e Ruy Díaz, Gran Maestro dell’Ordine di Calatrava. Pochi anni dopo un cronista berbero, Ibn al-Khatib, scriveva che “i rappresentati della dinastia almohade persero forza e si divisero […], sicché le rivalità presero il sopravvento, scoppiò feroce la guerra civile e il popolo cadde tra le braccia degli infedeli”.

Umberto Maiorca

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Sempach, il trionfo degli alabardieri svizzeri

Alabarda usata a Sempach, qui senza bastone,  riprodotta da  La Forgia del Grifone

Arnold Winkelried in un ritratto di Füssli del 1750

Il cammino della Svizzera verso la secolare indipendenza è frutto degli accordi sottoscritti da città e cantoni, in chiave difensiva, e dalla forza sprigionata sui campi di battaglia dalle formazioni di picchieri e alabardieri. La battaglia di Sempach, il 9 luglio del 1386, è uno dei momenti fondamentali della storia elvetica, sia perché compromise la posizione di potere degli Asburgo nei territori a sud del fiume Reno, sia perché assunse un forte valore simbolico nella lotta per l’indipendenza e generò, attraverso il sacrificio in battaglia di Arnold von Winckelriet, quello che è considerato il primo eroe nazionale svizzero.

L’antefatto Il territorio che comprende l’attuale Svizzera, fu teatro di scontri militari ed economici nel corso di tutta l’epoca medievale. In questa parte di Europa si scontravano le mire di predominio di diversi signori feudali, di ricche città e di comunità agricole molto gelose delle proprie prerogative. I tre cantoni principali, Uri, Schwyz e Unterwalden, furono i principali attori della lotta contro gli Asburgo, prima ancora che la dinastia si impossessasse del titolo imperiale. Da un lato c’erano le città e il contado che miravano ad estendere i propri privilegi e la libertà dai signori feudali, dall’altra gli Asburgo che volevano ampliare i loro possedimenti fino a comprendere tutta l’area tra l’Austria e le Alpi. Ed è in questo contesto che i cantoni svizzeri sottoscrissero il patto federale che rimarrà alla base della costituzione della confederazione elvetica. Per oltre cento anni i cantoni e gli Asburgo si sfidano con schermaglie, razzie, colpi di mano, assedi di fortezze e città, scontri nei passi alpini, il tutto alternato a tregue e accordi.

Prima della battaglia Il rapporto tra cantoni e duchi di Asburgo si acuisce quando Leopoldo III pone in essere una intensa campagna di annessione di territori mediante conquiste militari, riscatto di diritti feudali e acquisti in denaro. I cantoni rispondono con la sottoscrizione di varie leghe cittadine in funzione antiasburgica, tra le quali spiccano Zurigo, Zug, Soletta, Berna, Lucerna e alcune città della Germania meridionale. Dopo alcune schermaglie e l’assedio della roccaforte di Rotenburg, il duca Leopoldo III decise di fare sul serio e preparò un contrattacco, con una forza di spedizione forte di oltre 4.000 uomini, tra cavalieri raccolti nei possedimenti svevi, alsaziani, argoviesi, turgoviesi e tirolesi, e rinforzata da mercenari italiani, francesi e tedeschi, radunata a Brugg nell’Argau. Il comando dell’esercito, diviso in tre colonne, era affidato a Giovanni di Ochsenstein e la direttrice di marcia prevedeva l’attacco di Lucerna e Zurigo. E le truppe elvetiche, non più di 1.600 uomini, si apprestarono a difendere quelle città, radunandosi sul Reuss a Gislikon. Verso la fine di giugno, però, la cavalleria asburgica si presentò sotto le mura di Sempach, una cittadina a 15 chilometri da Lucerna, dopo aver saccheggiato paesi e bruciato i raccolti dell’intera zona.

L’affresco della battaglia nella parete della chiesa di Sempach

Lo scontro L’avanguardia svizzera e il contingente asburgico si incontrarono, la mattina del 9 luglio del 1386, nei pressi del villaggio di Hildensrieden. Il terreno non era favorevole all’utilizzo della cavalleria, così il duca Leopoldo III, pensando che quello avvistato fosse un contingente isolato, diede ordine alla prima colonna di smontare e disporsi in quadrato, con le lance puntate contro gli avversari. Le altre due colonne avrebbero atteso il momento opportuno per caricare sui fianchi la formazione elvetica. I cantonali si disposero in formazione serrata a cuneo, la cui punta era costituita dall’ala destra dell’originaria colonna di marcia (suddivisa in tre tronconi: avanguardia, corpo centrale e retroguardia) e rafforzata dalle unità più combattive. La formazione elvetica, inoltre, partiva da una posizione sfavorevole, in fondo ad una collina, in cima alla quale già appariva l’avanguardia asburgica.

La cittadina di Sempach

Lo scontro iniziò intorno a mezzogiorno, con i due schieramenti che vennero a contatto in cima all’altura. La preponderanza numerica delle truppe di Leopoldo III fece indietreggiare le forze cantonali, subito pressate sul fianco da alcuni reparti di cavalleria asburgica. Gli svizzeri seppero fronteggiare questo duplice attacco rovesciando la punta del cuneo all’ala sinistra, per fermare la cavalleria, e contenere la fanteria asburgica sul fronte principale. Nel frattempo gli svizzeri indietreggiavano ancora, ben sapendo che il resto dell’armata elvetica, forte degli uomini del cantone di Uri, era ormai in prossimità del campo di battaglia. Con l’arrivo dei rinforzi l’azione degli alabardieri svizzeri riprese vigore e, da una situazione difensiva, i cantonali passarono all’attacco, riuscendo ad incunearsi nel fronte asburgico e bloccando le cariche della cavalleria nemica sul fianco.

Winkelried a Sempach in un’opera di Konrad Grob

L’azione risolutiva, secondo la leggenda posteriore, fu opera di Arnold von Winckelriet, il quale, armato di un pesante spadone a due mani, nel momento in cui i due quadrati di picchieri e alabardieri si trovavano in una situazione di stallo, tenendosi a distanza con le lunghe lance, avrebbe urlato: “Ora apro un varco nella loro linea, proteggete, cari concittadini e confederati, mia moglie e i miei bambini”. Detto questo si sarebbe gettato, a peso morto, contro le picche asburgiche, rompendone alcune e facendone abbassare molte, permettendo, così, ai commilitoni di rompere il fronte avversario.

La prima citazione di questo atto, pur anonimo, si trova nelle cronache zurighesi del 1476. Ulteriori elementi e descrizioni si trovano in documenti successivi, redatti tra il 1513 e il 1564 (Diebold Schilling di Lucerna, Aegidius Tschudi). Il gesto eroico, reale o immaginario, provocò il crollo della prima linea della fanteria di Leopoldo III, spazzata via dagli svizzeri che roteavano le alabarde e le picche come un contadino nei campi di grano al tempo della mietitura. Il duca tentò di porre rimedio all’avanzata elvetica immettendo sul terreno dello scontro la seconda linea di cavalieri. La carica dei quali, però, si arrestò ben prima di arrivare a tiro della alabarde svizzere, immersa nella confusione creata dalla prima linea in ritirata. Quei pochi cavalieri che giunsero davanti agli svizzeri non avevano la necessaria forza d’urto per tentare di travolgere il quadrato di picchieri. E finirono disarcionati e uccisi.

Alabarda usata a Sempach, qui senza bastone, riprodotta da La Forgia del Grifone

Lo scontro proseguì per almeno due ore, con gli svizzeri che avanzavano e finivano sul campo tutti i nemici che rimanevano a terra, mentre la fanteria e la cavalleria nemica cercava la fuga o di rompere il fronte avversario. La terza linea del duca Leopoldo non intervenne mai: visto come si sviluppava la battaglia, i cavalieri fecero dietro front e fuggirono, portandosi dietro anche le salmerie e i cavalli dei nobili che combattevano appiedati.

Alla fine dello scontro, sul terreno rimasero 1.800 austriaci, tra cui 700 cavalieri, lo stesso duca Leopoldo III, un margravio, tre conti, cinque baroni e tanti nobili (tra cui i rampolli della famiglie d’Aarberg, von Baldegg, von Bechburg, von Büttikon, von Eptingen, von Falkenstein, von Hallwil, von Reinach e von Rotberg).

Gli svizzeri avevano perso appena 200 uomini, ma avevano gettato le basi della futura indipendenza, consolidata con la vittoria nella battaglia di Mortgarten, e inaugurato la lunga stagione di trionfi del quadrato svizzero sui campi di battaglia europei nell’autunno del Medioevo.

Umberto Maiorca

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Bannockburn, l’indipendenza della Scozia

Il monumento di Robert Bruce, posto a memoria della battaglia sulla piana di Bannockburn

Il monumento a Robert Bruce sullo sfondo dei territori conquistati

La battaglia di Bannockburn, 23 e 24 giugno del 1314, si inserisce nella lotta tra i Plantageneti e la riottosa e litigiosa nobiltà scozzese: i primi intenzionati a porre sotto la propria corona tutti i territori dell’isola atlantica; i secondi a perseguire le attese di libertà, costituendo un regno indipendente.

In due giorni di scontri Robert Bruce sconfisse gli inglesi e sancì il suo diritto ad indossare la corona del regno di Scozia.

La situazione in Inghilterra L’invasione normanna non aveva toccato le highlands, le lowlands e le midlands. Guglielmo il conquistatore era troppo impegnato a sottomettere i sassoni e consolidare il proprio potere per pensare ad una nuova avventura oltre l’antico confine del vallo di Adriano. Nel corso degli anni era stata attuata una politica matrimoniale, facendo imparentare famiglie normanne con quelle scozzesi, in attesa di tempi migliori in cui far valere legittime aspirazioni.

Un tratto del Vallo di Adriano, eretto tra la Britannia, la provincia romana più settentrionale dell’impero, e la Caledonia (attuale Scozia).

Ben diversa la situazione venutasi a creare con l’ascesa al trono dei Plantageneti. La politica espansionistica di Edoardo I, subito dopo la sottomissione del Galles, si era indirizzata alla Scozia, dove nel 1286 era morto Alessandro III, lasciando il regno alla figlia. Edoardo I pensò subito ad un matrimonio tra la giovane e suo figlio; ma la principessa morì prima di poter realizzare l’alleanza matrimoniale. Così Edoardo I appoggiò le mire di John Balliol. Una scelta che, però, fece insorgere buona parte della nobiltà scozzese, capeggiata dai Bruce. Con una breve campagna e la vittoria di Dunbar gli inglesi presero possesso della Scozia ed Edoardo I nominò un vicerè.

La mano dura degli inglesi in Scozia fomentò, però, una nuova rivolta guidata da William Wallace. Sua la vittoria a Stirling Bridge e in tanti altri scontri con gli inglesi, fino alla sconfitta di Falkirk nel 1298, la cattura e l’uccisione nel 1305, dopo aver perso l’appoggio della nobiltà scozzese e del nobile scozzese Robert Bruce.

Nel 1307 Robert Bruce si sentì abbastanza forte da proclamarsi re di Scozia e provocare la reazione inglese. Edoardo I sconfisse Bruce a Methuen Park, ma non placò la ribellione. Tanto che lo scozzese sconfisse il luogotenente di Edoardo, il conte di Penbroke, a Loudon Hill a maggio del 1307. Due mesi dopo moriva Edoardo I. E la storia dell’Inghilterra cambiava.

Il monumento a William Wallace eretto sulle alture intorno alla piana di Bannockburn, vicino al castello di Stirling

Edoardo II non era all’altezza del padre. Lasciò trascorrere tre anni prima di riprendere l’iniziativa in Scozia, lasciando tutto il tempo a Bruce di riorganizzare il proprio esercito e di assediare le guarnigioni inglesi. Nel 1313 Robert Bruce pose sotto assedio il castello di Stirling, stringendo un accordo con il comandante della guarnigione De Mowbray: se entro un anno non fosse arrivato un contingente in soccorso, gli inglesi avrebbero dovuto abbandonare la fortezza.

La preparazione dello scontro L’anno di tempo era quasi trascorso, quando Edoardo II riuscì a convincere i baroni e i feudatari a muovere guerra agli scozzesi e a radunare l’esercito a Wark entro il 10 giugno. L’armata inglese era composta da 15.000 fanti, 3.000 arcieri gallesi, 2.000 inglesi, 2.000 cavalieri pesanti e poche centinaia di cavalieri leggeri. Robert Bruce poteva contare su non più di 500 cavalieri leggeri, 6.000 picchieri e 2.000 uomini delle higlands, chiusi nella formazione degli schiltron, tecnica del quadrato difensivo che si rivelò vincente e che fu alla base del cambiamento delle tecniche di guerra degli inglesi nel corso della Guerra dei Cento anni. All’ultimo momento si aggiunsero almeno 3.000 combattenti dei signori feudali e di alcune città scozzesi.

Il luogo dello scontro era quasi scontato: da un lato Bruce attendeva la caduta della rocca di Stirling o l’arrivo dell’esercito di soccorso, dall’altro Edoardo che puntava ad una campagna breve a causa dei limiti della ferma feudale e per le difficoltà di approvvigionamento in un territorio frastagliato e umido. Bannockburn, a sud di Stirling, attendeva i due contendenti.

La fortezza di Stirling, residenza reale scozzese

La battaglia di Bunnockburn A due giorni dalla scadenza dell’accordo tra Bruce e De Mowray, le truppe inglesi giunsero in vista di Stirling. Edoardo II dispose gli uomini di dieci battaglie (la suddivisione crescente dell’ordine di attacco) e si mosse a sud del fiume Forth, verso le linee scozzesi. Bruce aveva disposto i suoi uomini in tre battaglie: l’avanguardia al comando di Thomas Randolph, conte di Moray, costituita da 1.800 picchieri; la parte centrale, sempre di 1.800 uomini, agli ordini del fratello Edoardo, conte di Carrick; per lui riservò la retroguardia con 2.400 uomini. La cavalleria era affidata a James Douglas e Robert Keith, con l’ordine di aggirare la formazione inglese.

La posizione scelta da Bruce era perfetta per frenare l’assalto della cavalleria inglese: davanti ai suoi uomini si stendeva una stretta pianura paludosa, mentre ai lati si allungavano le sponde fangose del Bannock e una fitta foresta. Il comandante della guarnigione di Stirling aveva consigliato ad Edoardo di non accettare lo scontro in quella zona paludosa, tropo favorevole alla fanteria scozzese, ma il sovrano ritenne disonorevole ritirarsi davanti al nemico. Il secondo errore lo commise relegando arcieri e fanti ad un ruolo secondario, preferendo le cariche di cavalleria. Arcieri e fanti, invece, erano i più adatti ad attaccare i quadrati (schiltron, istrice) difensivi scozzesi.

Il 23 giugno Edoardo II fece la sua mossa: mandò all’assalto l’avanguardia, al comando di Humprey de Bohun, conestabile d’Inghilterra e conte di Hereford, e del conte di Gloucester Gilbert de Clare. Un distaccamento di 800 uomini comandato dai lord Clifford e Beaumont, invece, ebbe l’ordine di aggirare le posizioni nemiche. Robert Bruce rispose con delle manovre che furono scambiate dagli inglesi come una ritirata, causando l’avanzamento anche delle altre truppe.

La statua di Robert Bruce, posta a memoria della battaglia sulla piana di Bannockburn

Un cavaliere, Henry de Bohun (il cavaliere al quale Edoardo I aveva assegnato le terre confiscate a Bruce dopo la sconfitta di Methuen Park), riconobbe il re scozzese e lo sfidò a singolar tenzone. Bruce accettò lo scontro, evitò l’assalto lancia in resta dell’avversario e lo caricò con l’ascia, spaccandogli la testa con un colpo diretto sull’elmo, scatenando l’entusiasmo degli scozzesi. La carica degli uomini delle highlands respinse gli inglesi verso nord-est, costringendoli ad abbandonare il campo di battaglia. Anche la manovra aggirante inglese si trasformò in sconfitta. La cavalleria di Edoardo II si infranse, carica dopo carica, contro l’ala sinistra scozzese, chiusa nel quadrato degli schiltron (formazione a ranghi serrati protetta da scudi, picche e pance, introdotta dai greci, perfezionata dai macedoni e resa invincibile dai romani, evolutasi con gli svizzeri nel XV secolo e portata alla vittoria in tutta Europa dai tercios spagnoli, fino all’eroica resistenza sul campo di Waterloo delle truppe di Wellington). Dopo aver perso molti uomini, inoltre, gli inglesi furono attaccati dalla cavalleria scozzese. I pochi sopravvissuti riuscirono a ripiegare all’interno del castello di Stirling o a raggiungere l’armata principale. La prima giornata di battaglia si concludeva con la chiara supremazia scozzese.

Lo schema tattico della battaglia (da Mondostoria.it)

Ancora convinto della vittoria, Edoardo II attraversò il Bannockburn e pose l’accampamento per la notte. All’alba del 24 giugno, il re inglese si trovò di fronte lo schiltron di Bruce al centro, quello del fratello Edoard a destra e quello di De Moray a sinistra, con arcieri scozzesi e cavalleria ai lati. Per il re inglese era impensabile che la fanteria attaccasse i cavalieri pesanti della sua armata, così schierò gli arcieri gallesi di fronte al nemico e dietro la cavalleria pesante, disposta in tre ondate. I gallesi iniziarono a tempestare gli scozzesi di frecce, mietendo molte vittime; ma quando la tattica stava dando i suoi frutti, i nobili inglesi pretesero l’onore della carica. Gli arcieri sospesero i lanci per non colpire i cavalieri, ma dando il tempo agli scozzesi di recuperare la compattezza del quadrato difensivo. Contro il quale si infransero le cariche dei cavalieri inglesi, rallentati anche dal terreno acquitrinoso.

Gli schiltron possedevano l’addestramento e la saldezza per resistere ai cavalieri pesanti inglesi. Le lunghe lance fermavano la carica e disarcionavano i cavalieri, i quali venivano finiti a colpi d’ascia o fatti prigionieri e portati all’interno del quadrato per il riscatto. La ristrettezza del campo di battaglia, chiuso tra il fiume, le colline e i boschi, inoltre, non facilitava i movimenti dei cavalieri. Il sovrano scozzese, inoltre, ordinò a lord Keith e alla sua cavalleria leggera, di aggirare sul fianco gli inglesi e caricare gli arcieri. I quali privi della protezione della fanteria e presi sul fianco furono massacrati sul posto o si diedero alla fuga precipitosa, aumentando la confuzione tra le fila dei cavalieri che indietreggiavano per riorganizzarsi. Anche l’ultima carica, cui parteciparono anche i cavalieri della riserva, si infranse contro gli “istrici” scozzesi. I cavalli venivano uccisi dalla lunghe lance o s’impennavano disarcionando i cavalieri.

La ricostruzione dell’ultima fase della battaglia in un documentario della BBC

Ormai il fronte inglese era allo sbando. Era il momento atteso da Robert Bruce. Diede l’ordine di attacco e gli schiltron passarono dalla formazione difensiva a quella d’assalto. Avanzando con le lance stese e puntando contro la massa vacillante dei cavalieri inglesi, li ricacciarono indietro, contro il grosso della fanteria che ancora non era entrato in battaglia, ma che vista la rotta dei cavalieri, si sbandò. Cavalieri e fanti morirono nella fuga, molti affogati nelle acque del Forth, o vennero fatti prigionieri.

La battaglia era finita. Edoardo II cercò rifugio nel castello di Stirling, ma inseguito dalla cavalleria scozzese proseguì la fuga verso Dunbar e riguadagnò il confine inglese. Nel corso della battaglia gli inglesi persero, tra i caduti e i prigionieri, almeno 700 nobili e diverse migliaia di fanti. Il conte di Hereford trovò rifugio nel castello di Bothwell, ma dovette arrendersi con 1.600 uomini alcuni giorni dopo. Trovarono la morte cul campo il conte di Gloucester, 22 baroni e 68 cavalieri di fama. Gli scozzesi razziarono il campo reale, impossessandosi del Sigillo privato d’Inghilterra. Molti cavalieri e soldati ebbero salva la vita perché gli scozzesi si fermarono a depredare il campo. Si dice che l’esercito di Robert Bruce ebbe un solo caduto. Più verosimile il numero di 2 cavalieri morti e 500 picchieri caduti tra le fila scozzesi.

Le conseguenze Robert Bruce aveva vinto e dal successo sul campo di battaglia discendeva anche il riconoscimento come re di Scozia fino alla sua morte nel 1328. Gli inglesi, invece, avevano imparato la lezione e compresero che la carica della cavalleria pesante non era l’unica tattica di battaglia. Nella guerra dei Cento anni, i nobili cavalieri accettarono di combattere appiedati, lasciando agli arcieri un ruolo risolutivo sul campo di battaglia.

Umberto Maiorca

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