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Category Archives: Animali

Il cane nel Medioevo

Marco Iuffrida, storico e dottore di ricerca in Storia medievale, nel libro “Il Cane” (Odoya, 2018) indaga il binomio “Uomo e Cane” dal’Antichità al Medioevo

Alcuni documenti informano sulla condizione sociale del cane in quella civiltà europea che venne a crearsi dopo la caduta dell’impero romano. Furono i popoli definiti come “barbari” ad apportare nella cultura europea alcune delle più grandi innovazioni storiche nell’interazione con gli animali: alcune di queste novità riguardarono l’approccio sociale nei confronti del cane. Il ruolo del cane si radica così tanto nella tradizione barbarica da rafforzarsi nella successiva cultura feudale e cavalleresca, celebrando questo animale come un vero e proprio status symbol.

Il Medioevo fu una stagione ricca di novità e di conferme per il cane, ma anche per tutti gli altri animali. La cultura d’ambito venatorio, fin dalle origini, ha influenzato l’impatto simbolico e religioso del cane sulla società europea, mediante motivi ricorrenti che sussistono dal loro esordio nella Preistoria, passando attraverso la cultura occidentale con l’Argo dell’Odissea, per giungere al primato odierno dei cani tra gli animali da compagnia.

L’universo maschile e guerriero dell’epoca medievale ha fatto della cinofilia una “moda” di classe. Ma i modelli culturali che in materia di cani si diffondono in quei secoli sono propri di una tradizione che innesta le sue radici in un passato misterioso, dove il sacro si rimesta col profano.

Scena di caccia in una miniatura medievale

Il mondo animale medievale acquisì un valore simbolico che si radicò tangibilmente nella cultura europea: la scelta degli animali come allusione a Dio attinse direttamente o indirettamente a tradizioni arcaiche, al folklore, al mito e al sostrato religioso del periodo classico, quando il cane aveva un forte legame atavico con l’oltretomba.

Nel Medioevo la figurazione del cane ha una espressività ambivalente e nella Bibbia al cane è quasi sempre connessa una valenza simbolica improntata sulla sua “bestialità” intrinseca, nonché sulla somiglianza – così “negativa” – con l’uomo. Questa “colpa” biblica del cane è connessa al suo passato totemico e pagano di animale vicino al lupo, prossimo al selvatico e ad antiche divinità legate all’idea di morte. Ma l’importanza religiosa riservata ad animali come il pesce, il bue e l’agnello non riuscirà ad occultare la “vera” funzione simbolica del cane a cui verrà attribuito un complesso di doti e virtù che illustreranno la sua indole di animale leale e cristianizzato. È nelle espressioni artistiche che tutto ciò si riscontra, in una cornice d’ineguagliabile bellezza dove l’armoniosa natura rispecchia la maniera “paradisiaca” d’intendere il Creato, ma anche la visione domestica di semplici momenti tratti dalla quotidianità. Sono molte le rappresentazioni in cui i cani sono protagonisti “positivi” ed è in questa circostanza temporale che nel repertorio artistico si fissa l’immagine di Cristo mentre guida il suo gregge come Buon Pastore, accompagnato dal cane che lo segue e protegge fedelmente: sintesi assoluta di una vocazione amorevole per tutto il Creato, tra le più riuscite manifestazioni simboliche che la tradizione cristiana abbia potuto generare.

Dopo la domesticazione, è il Medioevo il momento più importante nella relazione tra l’uomo e il cane. A partire dai secoli medievali, l’avere a che fare con bracchi, levrieri, mastini e segugi ha denotato il potenziale empatico della cinofilia come elemento comune a culture molto diverse, legittimando l’elevazione del cane da animale addomesticato ad animale civilizzato.

Marco Iuffrida Estratto da: Il cane. Una storia sociale dall’Antichità al Medioevo (ed. Odoya, 2018)

     

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Nei secoli fedeli. Cani e gatti nel Medioevo

Cani e gatti erano amati e vezzeggiati anche nel Medioevo. Lo provano ritratti, manuali di allevamento, cronache e aneddoti, ma anche i nomi che venivano loro imposti

Tigri e Megastomo, Rubino e Bellina. Ma anche Martino, Miagolino, Tiberio e Zampetta. Il Medioevo dava nomi propri agli animali domestici riservando loro un ruolo speciale in famiglia e negli affetti più o meno come succede oggi. Può sembrare scontato ma non lo è: per secoli cani, gatti e affini furono considerati utili solo se svolgevano un “lavoro”. I cani facevano la guardia e partecipavano alla caccia, i gatti tenevano sotto controllo la proliferazione dei topi, altrimenti esponenziale. Ma il loro compito non si esauriva qui. Fido e Micio erano presenze fisse in molte case, in campagna come in città, e non si contano le fonti che dimostrano quante attenzioni i padroni riservassero ai loro beniamini, eccessi compresi. C’erano però differenze significative. Se infatti il cane, addomesticabile e obbediente, era considerato un compagno affidabile e rassicurante, il gatto a causa della sua natura indipendente era invece visto con sospetto. Si intrufolava in casa di nascosto, non rispondeva al richiamo, spariva e tornava a piacimento: in altre parole, era un essere “al confine” tra mondo domestico e natura selvaggia. Nonostante la sua indubbia utilità, finì quindi per essere associato al demonio e alle streghe e perseguitato, vittima di un pregiudizio secolare che dura ancora oggi. E dire che nel mondo islamico avveniva esattamente il contrario: ad essere apprezzati erano i gatti, che Maometto lodava per la pulizia, mentre i cani viceversa erano considerati impuri e il loro mantenimento domestico scoraggiato. Ma se ciò non impediva, nella pratica, che anche i cani fossero tenuti per diletto (lo dimostra una serie di manuali che insegnavano a prendersene cura in modo efficiente), il ruolo di Fido nell’Islam restò quello di lavoratore e basta.

Ritratto di Carlo V con il cane (Tiziano, ca. 1533, Madrid, Museo del Prado)

In posa col levriero Non così i cani da caccia: allevati per la nobile arte esercitata dalle èlite, rappresentavano ovunque uno status symbol, un patrimonio da curare e gestire con oculatezza e di cui, all’occasione, pure vantarsi. Ci dà un esempio eloquente il conte Gastone III di Foix (1331-1391), che dedicò un intero capitolo del suo manuale di caccia all’allevamento dei levrieri. E ci confida il suo personale metodo per garantirsi affetto incondizionato: rivolgersi a loro come fossero, in tutto e per tutto, dei cristiani. Simbolo di fedeltà per eccellenza, i cani hanno accompagnato i loro padroni sin dal passato più remoto e continuano a farlo nel Medioevo. Se ne trovano i resti in sepolture di età longobarda a Povegliano (Verona) e a Testona (Torino): levrieri e molossoidi per la precisione, sacrificati in occasione della morte del padrone. Col passare dei secoli, però, l’amore aumenta fino a trasformarsi, all’alba del Rinascimento, in una passione che contagia duchi e regnanti: allevare cani diventa un (costosissimo) hobby e farsi ritrarre in loro compagnia praticamente un obbligo. E’ un levriero persiano, ad esempio, a scortare Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, in partenza per il concilio di Basilea (l’affresco è del Pinturicchio). E sono due levrieri ad assistere Sigismondo Pandolfo Malatesta mentre prega nel Tempio di Rimini (qui il ritratto è di Piero della Francesca): la coppia gli era stata donata da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, e lui aveva fatto realizzare per loro una serie di collari d’argento dal suo orafo di corte. Non paghi di comparirvi accanto, i signori commissionavano dei beniamini addirittura il ritratto: così il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza chiese a Zanetto Bugato di immortalare «il cane chiamato Bareta» e lo stesso fece Francesco Gonzaga con Francesco Bonsignori. L’opera di quest’ultimo, si dice, era talmente ben riuscita da trarre in inganno un compagno di muta, che attaccò il ritratto avendolo scambiato per un cane vivo e vegeto. La passione cinofila non conosceva confini e investiva anche letterati (Francesco Petrarca nella Sala dei Giganti di Padova compare con il cane che aveva adottato), prelati, persino santi. Quando il cane è insieme a una dama, però, le cose si fanno intrigranti e scatta l’allusione erotica. Scrive Enrico Maria Dal Pozzolo nel suo saggio “Parole, gesti e carezze nella pittura veneziana del Cinquecento” edito da Canova: «L’ipotesi è forse meno peregrina di quanto non sembri, se si considera che spesso nella lirica cortigiana s’insistette su un concetto di questo tipo: l’amante voleva godere dell’amata, stando sul suo seno, proprio come il cagnolino – si perdonino i bisticci – amato dall’amata. E poiché l’amata non sempre ricambiava l’amante col suo stesso ardore, anzi, quest’ultimo maturò una frustrazione crescente e spesso rabbiosa, che lo portò a ingaggiare una metaforica tenzone con l’animale: che se ne stava lì, beato, su quel candido petto, mentre lui pregava, gemeva, insisteva inutilmente. D’un tratto, ecco tramutarsi il cane da simbolo di fedeltà in quello di desiderio inappagato, di provocazione ed esclusione».

Gatti e topi in un manoscritto medievale conservato presso la British Library di Londra

Eccessi di affetto Tutte queste attenzioni non erano sempre ben viste dalla Chiesa, la quale rimarcava laconicamente che il cibo destinato agli animali era sprecato e sarebbe stato meglio darlo ai poveri. Ma nei fatti c’era ben poco da fare. La mania era diffusa ovunque e anche i monaci e le monache amavano, al pari dei laici, la compagnia di cani, gatti e volatili. Non potendo sradicare il fenomeno si provò allora a gestirlo, raccomandando di evitare almeno gli eccessi: vietato ad esempio portarli in chiesa. Ma se la Regola delle Anacorete, un fonte inglese del XIII secolo, consentiva alle religiose di tenere al massimo un gatto purché non desse fastidio né distogliesse dalla preghiera e dalle occupazioni spirituali, molto meno rigido (anche per altre cose, in verità) fu il filosofo Alberto Magno, che agli animali dedicò un intero trattato con tanto di consigli per l’allevamento. Tutto ciò non impedì bizzarrie ed eccessi. Nel XIII secolo giunse ad esempio voce all’inquisitore Stefano di Borbone che i contadini di Lione si recavano a pregare sulla tomba di un cane di nome Guinefort venerandolo come un santo e attribuendogli miracoli di ogni sorta. Dopo una breve ricerca, Stefano scoprì la ragione. Tempo addietro il castellano e sua moglie avevano lasciato il loro pargoletto nella culla alla custodia del loro levriero. Sfortuna volle che nella stanza si intrufolasse un serpente: il cane, intervenendo in difesa del piccolo, aveva aggredito la bestia facendola a pezzi. Ma al suo ritorno la coppia aveva trovato il figlioletto insanguinato e, credendolo sbranato dal cane, il castellano disperato si era avventato sul levriero uccidendolo con un colpo di spada. Salvo poi scoprire la verità: il bimbo era incolume, poco distante giaceva la carcassa dilaniata della serpe. Sconvolti per l’errore, i coniugi avevano reso omaggio all’eroico cane seppellendolo nel pozzo davanti al castello e piantumando tutt’intorno a memoria del suo gesto. La fama di Guinefort, “cane santo”, si era estesa ai contadini del villaggio che ne avevano fatto meta di pellegrinaggio.

Nomi da cani (e gatti) Resta ora da vedere come i medievali chiamavano i loro beniamini. La storica Kathleen Walker-Meikle ha scoperto, leggendo il grande poeta inglese Geoffrey Chaucer e il curioso trattato “The Master of Game” scritto nei primi anni del XV secolo dal duca Edoardo di York, che i più diffusi nomi di cani britannici erano Sturdy, Whitefoot, Hardy, Jakke, Bo, Terri, Troy, Nosewise, Amiable, Nameles, Clenche, Bragge, Ringwood e Holdfast. Anna Bolena, una delle mogli di Enrico VIII, chiamò il suo cane Purkoy dal francese “pourquoi” perché pare fosse molto curioso. In Svizzera si preferivano i più classici Venus e Fortuna, oppure nomi che alludevano alla professione dei padroni come Hemmerli (“martelluccio”), il cane di un fabbro. In Francia il cavaliere Jehan de Seure e sua moglie avevano due cani da caccia di nome Parceval e Dyamant. Leon Battista Alberti ne aveva ricevuti in dono due di nome Tigri e Megastomo (“Grandi Fauci”). E poi c’erano i Gonzaga: Ludovico III, signore di Mantova dal 1444 al 1478, adorava i suoi Rubino e Bellina e quando il primo morì lo pianse nelle sue lettere e lo seppellì con tanto di epitaffio latino. Prima ancora lo aveva fatto immortalare dal Mantegna nel celebre affresco della “Camera degli Sposi” che raffigurava la famiglia al gran completo: lo si vede accucciato sotto il suo scranno. Altri levrieri e cani di varie razze compaiono negli affreschi circostanti. Anche Isabella d’Este adorava il suo gatto Martino e i suoi cagnolini Aura e Mamia. Alla scomparsa del micio, nel 1510, volle un’orazione funebre in sua memoria. Stessa reazione quando Aura morì precipitando dal balcone: la pianse a lungo e le costruì una tomba di marmo con tanto di statua, mentre poeti da tutta Italia facevano a gara per condividerne il dolore. Leggiamo per tutti Antonio Tebaldeo, che per l’occasione verseggiò addirittura in latino (qui lo leggiamo in traduzione): «O tu che passi, stanco per la lunga via e per il caldo,/fermati, qui giacciono sepolte le ossa della cagna Aura. /Il candido spirito mutato in lieve Aura/ memore del corpo vola fino al sepolcro». Tornando ai gatti, sempre in Inghilterra era gettonatissimo Gilbert, diminutivo Gyb, mentre i francesi preferivano Tibers o Tibert. Gli irlandesi chiamavano i loro mici “miagolino” (Meone), “zampetta” (Cruibne), “fiammella” (Breone) e “grigetto” (Glas Nenta, letteralmente ortica grigia), “bianchino” (Pangur Bán). In Francia conosciamo un “Mite” che si aggirava intorno all’abbazia di Beaulieu, mentre per il resto pare che il nome che andasse per la maggiore fosse Tibers o Tibert. Divenne tanto popolare da indicare non solo un gatto in particolare, ma tutta la categoria, fino ai giorni nostri.

Alcune curiosità

In memoria di Fido  «Bianco era, come un cigno di colore/ leggiadro ardito, parea che l’amore/ fatto l’havesse apposta sol di lei,/ s’ella posava e lui nel suo bel seno/ dormìa contento, se con festa e giocho/ scherzava, e lui con lei di festa pieno/ andava secho e stava in ogni locho./ Hor lei si dole e lui venuto a meno:/ così dura el piacer nel mondo poco». Così il poeta Panfilo Sasso, vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento, ricorda il cagnolino della sua amata. Si trova in folta compagnia: accanto a poeti minori troviamo nomi di peso come quelli del Tasso, dell’Ariosto e del Marino. Al di là del compiacimento letterario, onorare le bestiole dei potenti non era altro che un modo per ingraziarsene i padroni.

Il gatto: da micio a demonio Secondo una metafora diffusa nel Medioevo, il diavolo giocava con l’anima del peccatore come il gatto faceva col topo. E data la sua natura sfuggente, il povero micio finì per essere associato al demonio andando incontro a un triste destino. Walter Map, ad esempio, sosteneva che il diavolo si mostrasse ai suoi adepti sotto forma di gatto nero e pretendesse da loro il “bacio sconcio” (osculum infame) sulle terga proprio sotto la coda come segno di sottomissione. L’accusa di venerare il gatto-demonio fu rivolta alle streghe (papa Innocenzo VIII nel 1484 sentenziò che “il gatto è l’animale preferito del demonio e l’idolo di tutte le streghe”), agli eretici (Catari e Valdesi in primis) e persino ai Templari. Come conseguenza, finì con loro sul rogo.

L’allevamento? Un’arte per pochi Il conte Gastone di Foix raccomanda di tenere i cani in una cuccia di legno sopraelevata rispetto al terreno così da isolarla dal freddo e dal calore. Doveva essere cosparsa di paglia pulita e avere un accesso sul giardino per farli sgroppare a piacimento. La cuccia andava pulita ogni mattina e l’acqua cambiata almeno due volte al giorno; come cibo zuppa di pane e carne di selvaggina. I manuali arabi invitavano a far dormire i cani vicino al padrone (ma non nello stesso letto!) per cementare il legame fra i due, e poi a dar loro un solo pasto al giorno in inverno e più porzioni piccole in estate, a strigliarli e accudirli con morbidi panni di seta. Alberto Magno dissuadeva dal nutrirli direttamente dal piatto e dal coccolarli troppo, altrimenti avrebbero perso l’istinto a fare la guardia. E i gatti? Bisognava spuntar loro le orecchie, per evitare che la rugiada creasse fastidi, e le vibrisse per limitarne la baldanza.

Una vita in gabbia Falconeria esclusa, la fonte più interessante per l’allevamento dei volatili come animali da compagnia è il “Ménagier de Paris”, manuale scritto intorno al 1393 forse da un ricco mercante parigino per la sua novella sposa. I dettami che contiene non sono tanto diversi da quelli odierni: rifornire la gabbia di abbondante acqua fresca ogni giorno, lana cardata e piume per il nido, una dieta a base di bruchi, vermi, mosche, ragni, grilli, farfalle. E foglie di canapa ammorbidite nell’acqua.

Elena Percivaldi

Articolo pubblicato su Medioevo Misterioso, n. 4 (2016). © Elena Percivaldi / Sprea Editori – ALL RIGHTS RESERVED. RIPRODUZIONE ANCHE PARZIALE VIETATA

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La tigre con lo specchio e altre storie

Bestiario latino della fine del XII sec., Londra, British Library museum.

Leoni antropomorfi, tigri e pantere con mantelli a strisce e macchie sovrapposte. I felini sono legati alle leggende più suggestive dei bestiari. E, in qualche modo, hanno contribuito alla nascita della zoologia.

La tigre in realtà, compare tardivamente nei bestiari. Non era presente nel Fisiologo, il testo progenitore di tutti i bestiari medievali, e una delle sue più antiche descrizioni si trova alla fine del XII secolo. È una tigre quasi pop, surreale, con una pelliccia variegata assolutamente bizzarra. Che ci dà una indicazione fondamentale: nel Medioevo non c’era una conoscenza diretta di questi animali.

La loro descrizione deriva essenzialmente dalla Naturalis Historia di Plinio, fonte di buona parte della “zoologia medievale”. Plinio scrive: “La pantera e la tigre, uniche quasi tra le belve, si segnalano per la varietà delle loro macchie”.

Quindi, sulla base del testo, il miniaturista fece tutto il possibile per mostrare questa grande varietà e rese in una vera e propria sovrapposizione le macule del leopardo e la striatura delle tigri.

Una cosa davvero particolare è che la tigre è sempre ritratta insieme a uno specchio rotondo. L’iconografia risale a una antica leggenda, che si trova in rappresentazioni tardo-antiche, come in uno dei mosaici dell’ambulacro della Grande caccia della Villa del Casale di Piazza Armerina in Sicilia, che risale al IV secolo d.C. Qui la tigre è rappresentata molto realisticamente. I Romani infatti avevano una certa consuetudine con questi animali: li vedevano nei circhi o nelle fiere, dove le tigri venivano portate per combattere con i gladiatori, o utilizzate come strumenti di carneficine per i condannati ad bestias, oppure per le venationes, cacce che avevano utilità più che altro spettacolari.

La tigre con lo specchio in una illustrazione del Bestiario di Aberdeen.

La leggenda della tigre con lo specchio è molto curiosa: risale ad Aristotele, che a sua volta la riferisce come una narrazione di cui aveva sentito parlare. I cacciatori, per poter catturare un cucciolo di tigre senza essere assaliti dalla madre, devono fuggire più rapidamente che possono con il cucciolo, gettando dietro di sé delle sfere di cristallo riflettenti, degli specchi. Allora la tigre, che è velocissima (caratteristica peculiare della tigre secondo i bestiari) e insegue il cacciatore che le ha sottratto il cucciolo, si vede riflessa e in qualche modo miniaturizzata nella sfera, e pensa che quello sia il suo cucciolo. Si ferma per accudirlo e non insegue più il cacciatore.

Nell’interpretazione cristiana il cacciatore è il demonio, che alletta con false tentazioni il fedele (la tigre) che è indotto in peccato e trascura di seguire la vera strada della fede cristiana.

Di questa leggenda ci sono moltissime rappresentazioni nei bestiari del XIII secolo. In alcuni casi la variegatura non è messa in evidenza e la pelliccia è uniforme. Si privilegia la narrazione del metodo di cattura. Oppure il mantello è a macchie policrome, che ricordano più una pantera che una tigre.

C’è quindi una sovrapposizione iconografica, la cui origine può essere rintracciata nel testo pliniano, fra la tigre e il leopardo.

La confusione terminologica nasce a volte anche da effetti di impaginazione: ad esempio, nell’Ashmole Bestiary (XIII secolo) l’immagine relativa ad un animale è posta alla fine del testo e molto vicina all’inizio del testo successivo. Quindi crea confusione nel lettore. Aspetti editoriali che possono ingenerare una confusione terminologica e quindi interpretativa. I bestiari sono interessanti anche per la storia dell’arte, perché erano utilizzati non solo per la predicazione, ma anche come fonte di ispirazione per artisti e artigiani (come la tigre con lo specchio intagliata nello stallo del Coro di St. Mary, XV secolo, Lakenhead, Suffolk). Ma, se non si conoscono i bestiari, l’osservazione dell’immagine incisa non dà indicazioni sul suo significato.

I bestiari sono quindi delle chiavi interpretative utili anche per le rappresentazioni artistiche degli animali. In alcune immagini, le zampe della tigre assomigliano più a degli zoccoli, il che sottolinea la scarsa conoscenza anatomica di questi artisti.

La pantera seguita da tutti gli altri animali, ad eccezione del drago (Bestiario di Aberdeen).

Poi c’è la pantera, per la quale dal punto di vista della nomenclatura c’è confusione con pardo e leopardo (oggi, tra l’altro, sappiamo che c’è anche il ghepardo). È raffigurata spesso mentre è seguita, o comunque attira, tutti gli altri animali. Tranne il drago, che la rifugge. Il drago è il simbolo dell’apostata, di colui che non accoglie il Verbo divino e tutti gli altri animali rappresentano invece, nell’interpretazione di quasi tutti i bestiari, i fedeli che seguono Cristo, raffigurato dalla pantera.

E questa attrazione si manifesta soprattutto attraverso il profumo. In molti bestiari infatti, viene proposta la leggenda della pantera profumata, che sprigiona dalle fauci un profumo irresistibile che attrae tutti gli altri animali. Spesso la rappresentazione dell’animale appare in gran parte fantastica però c’è, come costante, la maculatura della pelliccia. Tra gli animali attratti è quasi sempre rappresentato il cervo, che nell’iconografia cristiana rappresenta i fedeli, che seguendo la pantera si avvicinano alla fonte di vita eterna. Anche nell’Ashmole bestiary (XIII secolo, Londra, British Library museum) la pantera è variegata in modo estremamente fantasioso: una specie di striatura azzurra, blu e viola, con zoccoli al posto delle zampe. Nel disegno si vede anche il profumo che promana dalla bocca della pantera e il drago che si nasconde, mentre i cervi seguono l’animale.

Anche l’etimologia dei nomi degli animali ha un significato interessante. Nel testo di Bartolomeo Anglico (Le proprietà delle cose, 1400, Parigi, Biblioteca del museo di Scienze Naturali) che non è più prettamente un bestiario, ma una specie di enciclopedia, la pantera è posta al centro di una serie di animali, a sottolineare ancora una volta l’attrazione che esercita sugli altri animali, ma una lettura più approfondita può collegarsi anche a una sorta di etimologia fantasiosa del nome: il significato di pan, tutto e téra, animali (la Teriologia è lo studio dei mammiferi, gli animali superiori) riassume in sé tutta la ferinità della bestia, che perciò è polo di attrazione per il resto del regno animale.

La mentalità medievale, che non era tanto affascinata dal rigore scientifico quanto da giochi linguistici, simbolismi e collegamenti, poteva quindi utilizzare questi espedienti anche come tecniche di memorizzazione o come suggestioni letterarie.

La resurrezione dei leoncini, in un bestiario latino del 1200-10 circa conservato alla British Library di Londra.

Dei leoni si legge che avrebbero cuccioli che nascono morti e che sarebbero resuscitati dal fiato del padre dopo tre giorni. L’interpretazione ha una sorta di retroazione sul simbolo, con l’aggiunta dei tre giorni come elemento cristianizzante. Ed è, ad esempio, la fonte dell’affresco di Giotto della Cappella degli Scrovegni di Padova, in cui c’è un leone che resuscita i piccoli. Non a caso questo quadrilobo si trova tra la rappresentazione del compianto Cristo morto e l’apparizione di Gesù a Maria di Magdala, dopo la resurrezione. Quindi il leone, simbolicamente, rappresenta la resurrezione di Cristo.

Anche la tendenza ad antropomorfizzare, a proiettare la propria umanità sugli animali che si osservano, da un certo periodo in poi diventa molto forte.

Il leone di Villard de Honnecourt nel Livre de Portraiture (1230 ca.).

Nella rappresentazione del leone di Villard de Honnecourt (prima metà XIII secolo), l’animale è decisamente antropomorfo, nonostante l’autore si sia premurato di scrivere a fianco dell’immagine l’indicazione: “Sappiate che questo leone è stato ritratto dal vero”. Il che rende conto di quanto la vista, ieri come oggi, possa essere viziata da preconcetti.

È comunque interessante che in quest’epoca si ponga l’esigenza di tornare alla rappresentazione dal vero. Non a caso è il periodo di Alberto Magno e di Federico II di Svevia, ma anche di San Francesco, che riporta a un maggiore interesse verso il mondo della natura che, fino ad allora, il mondo della teologia medievale aveva visto con un certo sospetto.

Un altro esempio di felino rappresentato in modo piuttosto antropomorfo è in un manoscritto di materia medica del XIV secolo, conservato a Londra nel British Library Museum.

Negli ultimi secoli del Medioevo invece, i taccuini di disegni acquistano un realismo straordinario. Nel Taccuino di disegni di Michelino da Besozzo conservato a Roma nel Gabinetto dei disegni e delle Stampe, ci sono dei ghepardi immortalati in atteggiamenti realistici e appare chiaro come l’artista abbia potuto ritrarli dal vivo.

Questo ci dice anche che nelle corti dell’epoca compaiono serragli con specie animali che prima non c’erano. L’animale centrale del disegno è un ghepardo, che però ha una maculatura più simile a quella del leopardo, con rosette di macchie la cui parte centrale è più chiara. Rosette che, tra l’altro, sono disposte in modo molto geometrico, quasi in uno stile tardo-gotico. C’è quindi ancora sovrapposizione tra leopardo e ghepardo, che potrebbe nascere dal fatto che non esistevano due nomi diversi per chiamare queste due specie. E dimostra come la nomenclatura zoologica sia alla base di una corretta interpretazione: finché non verranno attribuiti due nomi distinti agli animali, le immagini continueranno a sovrapporre le caratteristiche delle due specie.

Particolare del leopardo da La cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli (1459), Palazzo Medici Riccardi di Firenze.

Anche nel Taccuino di disegni di Giovannino de’ Grassi (XIV secolo, Bergamo, Biblioteca civica Angelo Mai) la sovrapposizione è evidente. Il nome è uno solo: leon pardo. In alto c’è un ghepardo, molto realistico, ma il disegno in basso raffigura un animale con muso e maculatura di leopardo, anche se con unghie non retrattili, come nel ghepardo. Altri esempi sono del Pisanello, uno dei maggiori ritrattisti di animali, di Benozzo Gozzoli (Corteo dei Magi, XV secolo, Firenze, Palazzo Medici Riccardi), che dipinge un ghepardo ma gli attribuisce una rosetta di macchie a pattern geometrico molto regolare. Quindi i taccuini di disegni medievali sono molto importanti come fonte di ispirazione per gli artisti, come lo erano stati prima i bestiari.

In ambito scientifico, le prime opere zoologiche non sono molto precise sul piano iconografico. Ne sono esempi la Historia Animalium (metà XVI secolo) di Conrad Gessner e Ulisse Aldrovandi, medico bolognese, con la sua Raccolta di disegni (Bologna, Palazzo Poggi, seconda metà del XVI secolo), mentre la nomenclatura è ritenuta molto importante. Gli animali sono affiancati da tutti i nomi che gli sono stati dati nel passato, da Aristotele e Plinio in poi. Quindi, questo approccio filologico diventa il presupposto fondamentale per il successivo approccio scientifico-critico. L’attribuzione dei nomi e le rappresentazioni artistiche troveranno infine confluenza nella filologia zoologica.

Un particolare curioso che riguarda le illustrazioni di Aldovrandi è lo zibetto, animale utilizzato per secoli in profumeria. Dato che nelle figure assomiglia a una pantera, potrebbe nascere da qui l’ipotesi che la pantera profumata sia stata generata dalla confusione con lo zibetto.

In ogni caso, nome, simbolo, narrazione e idea costituiscono il percorso che viene seguito nell’illustrazione. Gli animali dei bestiari sono leggendari nel senso stretto del termine, cioè sono da leggere. L’illustrazione è quindi un commento al testo e nasce dal testo come potenziamento visivo alla lettura. Una narrazione visiva e simbolica, ricca di splendide suggestioni.

A questo riguardo è importante anche la figura di Adamo onomaturgo, cioè l’Adamo che denomina gli animali e le caratteristiche della natura. Una denominazione che è anche una dominazione, cioè una specie di presa di possesso materiale, ma soprattutto intellettuale e culturale, che poi diventerà un punto nodale della scienza: la nomenclatura zoologica è una tematica fondamentale, perché per descrivere le specie è innanzitutto necessario dare loro un nome. Sotto questo aspetto, i bestiari prefigurano una delle tematiche fondamentali della zoologia.

Giulia Cardini

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I maiali con un santo in paradiso

Cinta senese, particolare degli ‘Effetti del Buongoverno in campagna’ di Ambrogio Lorenzetti

Da animale immondo a migliore amico dell’uomo. È il percorso del maiale nel Medioevo. Poi, dal Rinascimento, si rivaluterà il cane che diventerà la bestia domestica preferita.

La strada del porco, per la verità, è stata tutta in salita. Animale impuro per antonomasia nelle antiche civiltà. Tanto che nell’Antico Testamento l’attività del guardiano dei maiali era proibita agli ebrei. Le tribù arabe, anche prima dell’Islam, si astenevano dal mangiarne la carne. E nel Nuovo Testamento, il figliol prodigo, protagonista della famosa parabola, dopo aver dilapidato il proprio patrimonio si abbrutisce agli occhi del mondo nell’umiliante lavoro di chi segue i maiali al pascolo.

Pure nel Medioevo al porco viene associata ogni tipologia di vizio. Basta dare un’occhiata ad alcuni capitelli romanici dove emerge in allegorie in cui è cavalcatura del peccato e compagno di perdizione. Fu anche usato come attribuito dell’antigiudaismo. Michel Pastoureau, uno dei più autorevoli esperti mondiali di colori e animali, nel suo “Il maiale, storia di un cugino poco amato” (Ponte alle Grazie, 2014) ricorda la Judensau, l’immagine nata in alcune zone d’Europa fra il XII e il XIII secolo, in un momento in cui la cristianità “tende a ripiegarsi su se stessa o a chiudersi alle culture vicine”: rappresenta alcuni ebrei, spesso dei bambini, che poppano da una scrofa e ne ingeriscono gli escrementi. Il quadro denigratorio fu dipinto, scolpito, inciso e poi anche stampato. E riemerse con virulenza nel XX secolo con la tragedia del nazismo.

Ma per i cristiani esiste anche un maiale buono. Il più famoso è quello raffigurato in mille e più immagini insieme a Sant’Antonio, considerato il padre del monachesimo e di quel “pregare e lavorare” che ispirò la regola di San Benedetto.

Sant’Antonio Abate nel Libro d’Ore di Catherine de Cleves, (ca. 1440), The Morgan Library Museum

Figlio di una nobile famiglia egiziana, il futuro santo nacque nel 255 dopo Cristo. Quando i suoi genitori morirono, vendette tutti i suoi beni per ritirarsi nel deserto, Nell’aspra vita eremitica affronto più volte e respinse le tentazioni del demonio che voleva sedurlo sotto le sembianze di bellissime donne nude oppure terrorizzarlo travestito da bestia selvaggia e pericolosa. Quando poi il culto del santo si trasferì in Europa, le tentazioni del deserto si spostarono nei boschi selvaggi. E nelle immagini le bestie diventarono soprattutto due: il lupo e il cinghiale.

Dal XIII secolo il cinghiale si trasformò nel maiale. E il feroce nemico diventò un amico fedele. La sorprendente mutazione arrivò poco alla volta. E gran merito del cambiamento venne dalla fama miracolosa dell’abbazia di Saint Antoine en Viennos. Nell’edificio costruito dagli antoniani nell’accogliente valle del Rodano, i maiali trovarono il loro santo in paradiso.

Le reliquie di Sant’Antonio furono trasferite da Costantinopoli in Provenza nella seconda metà del secolo XI. Il monastero originario che le accolse era gestito dai benedettini. Ma accadde che in quella regione si diffondesse proprio in quegli anni una epidemia terribile, chiamata “fuoco sacro”: una forma acuta di epilessia che in seguito fu chiamata “fuoco di Sant’Antonio” e che nulla ha a che fare con l’infezione pruriginosa causata nei tempi moderni dal virus della varicella.

La gravissima malattia era l’ergotismo: una intossicazione prodotta dalla segale usata per il pane che si mangiava in molte zone d’Europa e che era prodotto con farine contaminate.

L’avvelenamento bloccava gli arti dei malati fino ad arrivare alla gangrena e provocava allucinazioni e impressionanti convulsioni. Gli abitanti di tutta la regione e anche di altre zone del Vecchio Continente, cominciarono ad accorrere nell’abbazia provenzale per pregare e chiedere la grazia davanti alle sacre reliquie. Antonio diventò un santo guaritore. E una compagnia di nobili laici fece nascere, in nome della misericordia, un ospedale per seguire i malati. Furono costruiti i primi alberghi per i pellegrini che accompagnavano quei poveretti. Il pellegrinaggio a Saint Antoine en Viennos diventò popolarissimo.

Così papa Bonifacio VIII d’imperio, come gli era abituale, trasformò i laici in un ordine di canonici regolari.

Il santo, nei secoli successivi, divenne il protettore da invocare per ogni genere di grave infiammazione. Oltre all’ergotismo, anche l’erpes zooster, ma anche la sifilide e poi la terribile peste. E il maiale? Diventò indispensabile per via di un balsamo che curava, in un modo che apparve miracoloso, il terribile “fuoco di Sant’Antonio”: la medicina mescolava abilmente il grasso del porco con altre sostanze. Di conseguenza, gli antoniani iniziarono ad allevare i maiali in gran quantità. Venivano nutriti da tutti per poi essere riaccompagnati all’inizio dell’inverno nei conventi per il rito sacrificale della macellazione e per la benedizione del lardo che doveva curare le orribili ferite dei malati.

Sant’Antonio Abate in un codice miniato

I porci di proprietà dell’Ordine pascolavano in libertà, come quelli di proprietà di molte famiglie, che li allevavano nei boschi e nelle campagne. Ma a differenza degli altri, i maiali di Sant’Antonio erano protetti dalla fede e dalle leggi: non si potevano prendere né uccidere. In qualche modo, diventarono degli animali sacri: per distinguerli dagli altri porci, vennero fatti girare con una campanella appesa al collo.

L’Ordine antoniano intanto cresceva: si diffuse in Europa. I monaci presto aprirono ospedali in molte città. E i maiali con il campanello, come del resto i loro fratelli meno nobili, grufolavano liberamente tra i rifiuti delle strade.

I porci fungevano da spazzini: si nutrivano dei rifiuti gettati per le vie, degli scarti delle botteghe e degli avanzi lasciati durante le fiere e i mercati. Erano gli omnivori netturbini del Medioevo. Dalla fame insaziabile, tanto da grufolare anche tra le tombe, allora spesso non protette da recinti in muratura.

Dagli inizi del Duecento fino a tutto il Trecento e anche agli inizi del Quattrocento in molte città europee si ordinò la costruzione di alte mura che proteggessero i cimiteri e impedissero ai maiali che circolavano liberamente di dissotterrare i cadaveri. Agli inizi del XIII secolo, il re di Francia Filippo II Augusto, fece edificare una corte intorno al cimitero degli Innocenti di Parigi. Lo stesso fecero i municipi di York (1243), Bruges (1337), Nancy (1385) e Norimberga (1416). Le multe ricorrenti e una infinità di leggi non fermarono gli incidenti, le denunce, i processi e le liti causate dal libero vagabondare dei porci.

Fece scalpore il 13 ottobre 1131 l’incidente di cui rimase vittima il giovanissimo principe Filippo di Francia (1116 – 1131) primogenito di re Luigi VI detto il Grosso: mentre avanzava a cavallo con il suo seguito, venne disarcionato per colpa di un maiale che attraversò la strada. L’erede al trono, che aveva solo 15 anni, morì per la fatale caduta. Suger, l’abate di Saint Denis, amico e consigliere del re Luigi VI, definì “diabolico” quel maiale domestico. Tutti i cronisti dell’epoca si associarono al commento. Con qualche ragione, visto il drammatico evento cambiò il corso della storia di Francia: il 25 ottobre, dodici giorni dopo l’incidente, con la corte ancora in lutto, papa Innocenzo II incoronò a Reims erede al trono il figlio minore del sovrano, che come il padre si chiamava Luigi. Il giovane, che era destinato alla vita ecclesiastica, non era preparato al difficile mestiere di re. Ma diventerà comunque il contestato e longevo Luigi VII (1120-1180): regnò 43 anni nei quali il trono di Francia dovette affrontare prove terribili. Il sovrano verrà ricordato soprattutto per il fallimento della seconda crociata e per il clamoroso divorzio da Eleonora d’Aquitania che poco dopo si risposò con Enrico II re d’Inghilterra. Luigi, salito al trono controvoglia per via di un porco regicida, fu anche l’ultimo sovrano francese a farsi chiamare “Re dei Franchi”.

Alla fine del XII secolo in molte città europee si intensificarono i provvedimenti contro i proprietari dei maiali che venivano lasciati vagabondare per le strade. A Parigi, solo gli Antoniani mantennero il privilegio di far pascolare liberamente i loro animali identificati dal campanellino. La cosa suscitò molte gelosie da parte degli altri ordini religiosi, anch’essi proprietari di maiali in gran quantità e da parte di molti cittadini che se infischiarono dei divieti.

Così, ancora nel XVI secolo, per le vie parigine si incontravano “maiali spazzini” un po’ ovunque. A Parigi il privilegio per gli Antoniani fu mantenuto fino alla prima metà del Cinquecento. E nella cattolica Baviera scomparve addirittura soltanto agli inizi dell’Ottocento.

Il maiale raffigurato nel Tacuinum Sanitatis

I maiali medievali non erano certo come quelli di oggi. Somigliavano molto di più ai loro antenati cinghiali con i quali del resto si accoppiavano di frequente. E avevano i canini che a differenza dei tempi moderni non venivano tagliati. Il cinghiale era il porco delle selve, silvestres (in francese sanglier). Un animale abituato a stare da solo nel folto del bosco. I porci singulares vennero quindi chiamati cinghiali. Anche i maiali venivano allevati nei boschi, allo stato brado: si muovevano molto e quindi erano abbastanza magri con zampe lunghe e sottili. Pesavano dai 40 ai 70 chili, almeno tre volte in meno di adesso. E quindi di rado venivano uccisi durante il primo anno di vita: si aspettava il secondo o terzo anno, quando pesavano un po’ di più. Il pelo dei porci medievali era più scuro, come emerge dalle miniature e dagli affreschi. Il grifo non era a tappo ma piuttosto appuntito, la testa più grande e più lunga e le setole più dritte sulla schiena. I maiali di campagna, a differenza degli omnivori “netturbini di città” venivano nutriti con le ghiande, le faggiole e i frutti del sottobosco. Quando terminava il raccolto si nutrivano anche delle stoppie dei campi coltivati che provvedevano a pulire in vista della nuova semina.

La storia del maiale, per tutto il Medioevo è comunque quella di un animale che pascola in libertà. E a partire da Carlo Magno si comincia a valutare la grandezza del bosco dal numero dei maiali che è in grado di ospitare. Quando dal XII secolo in poi le selve furono meno estese, il pascolo venne regolamentato con apposite leggi. E per evitare che il maiale distruggesse i semi e le radici delle piante e impedisse la ricrescita si pose il problema di sorvegliare gli animali.

Nacque così la professione del porcaro, che era molto considerata. Anche perché il consumo della carne di maiale era di gran lunga il più diffuso e l’animale di cui “non si butta via niente” rappresentava una preziosa riserva di cibo per l’inverno. Era indispensabile per la sopravvivenza delle famiglie. Tanto che la legislazione ne vietava anche il pignoramento perché vivere senza maiale voleva dire cadere nell’angoscia della fame e della miseria.

Il mastro porcaro (magister porcarius) era quindi paragonabile per importanza solo a un maestro artigiano. E la sua vita, secondo la legge, valeva almeno due volte e mezzo quella di un semplice agricoltore e molto più di quella di altri “gestori” di animali. Nel mondo longobardo, lo testimonia con chiarezza l’editto di Rotari del 643 dopo Cristo: “… se qualcuno avrà ucciso un porcaro altrui, paghi soldi 50, mentre per quanto riguarda uno dei sottoposti si paghino soldi 25. Per l’uccisione di un pecoraio, capraio o bovaro, si paghino soldi 20 se è il capo”. Il porcaro era il responsabile della incolumità dei maiali. Procurava loro le ghiande percuotendo con lunghe pertiche i rami delle querce. Nella gestione del branco veniva aiutato dal verro dominante al quale veniva applicata una campanella al collo. Il porcaro dormiva in un capanno nel bosco, vicino alle sue bestie.

Le mandrie di suini potevano raggiungere anche grandi dimensioni. Un esempio significativo ci arriva da un documento del X secolo: in Emilia gli abitanti della selva di Migliarina, nei pressi di Carpi, pagavano 400 maiali come decima al monastero bresciano di Santa Giulia: questo voleva dire che il totale delle bestie allevate nel bosco era di ben 4000 capi. I boschi con i maiali valevano di più: le selve, secondo la legislazione, erano divise in in silva ad incrassandum porco e in infruttuose, quando non c’erano piante di querce. Nel periodo più freddo dell’inverno gli animali venivano radunati all’interno dei porcili, nei pressi dei centri abitati.

Il santo amico dei maiali diventò per estensione il patrono anche di tutti gli animali domestici. Per questo il 17 gennaio, giorno della sua festa, sui sagrati di molte chiese si benedicono gli animali: cani, gatti, cavalli, asini. Ma anche usignoli e tartarughe. La cosa sorprese molto Goethe che nel suo “Viaggio in Italia” fu testimone del rito a Roma nel gennaio 1787. Sant’Antonio combatte il diavolo che rappresenta la malattia e la morte. Lo ricorda ancora, in molte zone del sud d’Italia la celebre filastrocca: “Sant’Antonio, sant’Antonio lu nemico de lu dimonio…”.

Le tentazioni di San’Antonio, Hieronymus Bosch, Museo del Prado

Le fiamme rievocate in tante località italiane nel giorno della festa, ricordano la lotta continua contro il demonio. I cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’ Antonio” avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera: un rito pagano cristianizzato, come accade anche a novembre con i fuochi di San Martino e a metà marzo con il falò per la festa di San Giuseppe.

Le demoniache “tentazioni di Sant’Antonio” nel deserto della Tebaide sono state raffigurate dagli artisti di ogni epoca. Viene subito in mente il meraviglioso dipinto del pittore fiammingo Hieronymus Bosch conservato nel Museo del Prado di Madrid. La figura del santo ha sempre ispirato gli artisti, da Matthias Grünewald al Pisanello, dal fiorentino Buonamico Buffalmacco al Sassetta. Fino a Lorenzetti, Jan Brueghel il Vecchio, Velázquez, Cézanne, Redon, Max Ernst e Salvador Dalí.

Per la devozione dell’uomo medievale Sant’Antonio rimase però l’eremita che camminava appoggiato al bastone a forma di T, la “tau”, lettera finale dell’alfabeto ebraico che allude alle ultime cose del mondo e al destino. Un santo capace di guarire malattie che sembravano invincibili. Annunciato da un maialino con la campanella.

Federico Fioravanti

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L’animale sacro

Unni, Avari, Slavi, Ungari, Turchi, Mongoli: in molti miti dei popoli della steppa, i “barbari dell’Est”, si intrecciano le leggende di animali guida e di miracolosi passaggi dei fiumi. Storie fondative e racconti epici, ripetuti di bocca in bocca durante i bivacchi.

Paolo Golinelli in “Un millennio fa. Storia globale del pieno Medioevo” (Mursia) ricorda che il nome stesso della tribù turca dei Selgiucidi vuol dire “piccola zattera” o “piccolo torrente”. E che fu proprio grazie a un pesce che i nomadi Oghuz riuscirono ad attraversare le acque, vaste come il mare, dell’Aral, il grande lago salato Aral che oggi segna la frontiera tra l’Uzbekistan e il Kazakistan. Nei racconti delle tribù, altri pesci e anche numerose tartarughe formarono un provvidenziale ponte grazie al quale dei pastori nomadi poterono vincere la forza di un fiume nelle desolate steppe cinesi.

Molti animali sacri guidarono i popoli nelle loro migrazioni. I Tabgatch dell’XI secolo seguirono un mitico cavallo. La tribù turca degli Oghuz trovò nuovi paesi da conquistare grazie all’aiuto di un mitologico lupo. Tra gli Unni un lupo grigio guidava e segnalava il cammino della tribù e mostrava anche il luogo dove montare le tende. Una piccola lepre era venerata dai Mongoli. E l’orso ebbe un posto particolare nelle saghe delle genti ungro-finniche e della vecchia Russia.

Per i popoli delle steppe, gli animali possedevano poteri magici. Dalla Cina alle porte dell’Europa, venivano utilizzati anche per le pratiche divinatorie. La più diffusa fu la scapolomanzia: era infatti grazie alle ossa degli animali scelti per il sacrificio che l’indovino prediceva il futuro.

Il cane era presente nei sacrifici di molti popoli nordici. In alcuni riti funerari, l’animale veniva ucciso affinché accompagnasse il defunto nell’oscuro viaggio verso l’aldilà. Lo stesso compito, in altri popoli, era affidato al cavallo. Già Erodoto descriveva questa abitudine parlando degli Sciti (V-IV secolo a.C.). Il rituale fu analizzato con cura tra il nono e decimo secolo nelle note di viaggio di Ibn Fadlan, ambasciatore del califfo Abbaside Muqtadir presso il re dei Bulgari del Volga. Il diplomatico spiegò che anche tra i nomadi Khazari il cavallo accompagnava simbolicamente il defunto in paradiso.

L’archeologia ha trovato molte prove in epoca altomedievale della sepoltura di uomini insieme ai cavalli, dalla Russia meridionale fino al Caucaso. La pratica fu diffusa in Occidente nei secoli VI e VI dal popolo degli Avari, come dimostrano le ricerche compiute nell’area danubiana e intorno al lago ungherese Tisza.

Nove fosse comuni a uomini e cavalli, simili alle sepolture dei lontani uomini delle steppe, sono state trovate a Vicenne, in Molise, in una necropoli vicina al villaggio di Campochiaro, nel cruciale punto di incontro dei tre principali tratturi usati dai pastori abruzzesi per raggiungere i pascoli della Puglia.

Una straordinaria scoperta archeologica. Anche perché dai tumuli, insieme alle bardature e alle briglie decorate con borchie di bronzo e d’argento, sono emerse anche delle staffe, simili a quelle usate dagli Avari. Risalgono al VII secolo sebbene gli studiosi collochino la loro diffusione in Europa nel secolo VIII. Date a parte, il ritrovamento conferma che le staffe sono arrivate in Occidente proprio grazie ai popoli della steppa. Quelle metalliche cambiarono il modo stesso di cavalcare. E portarono alla nascita della cavalleria pesante.

Federico Fioravanti

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L’uccello che libera dal male

Il Caradrio era un candido uccello con la coda di rettile che viveva nei giardini reali.

Posto di fronte a una persona malata, distoglieva lo sguardo se il male era mortale, altrimenti fissava la persona sofferente negli occhi e ne assorbiva tutte le infermità.

Poi volava in alto nel cielo in direzione del sole per bruciare e disperdere tutte le malattie raccolte.

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C’è cavallo e cavallo

Nel ‪‎Medioevo‬ c’era cavallo e cavallo.

Gli animali venivano distinti secondo il servizio che prestavano: destriero, corsiero, palafreno, ronzino e somiere.

Imponente era il destriero, grande ‪#‎cavallo‬ da guerra e da giostra, di razza e di bell’aspetto. Il cavallo da lancia e da corsa, capace di andature sostenute, era detto corsiero.

Per i viaggi, le parate e l’uso quotidiano c’era il palafreno, un cavallo da sella, non usato nei combattimenti, detto anche “cavallo di posta”. Palafreniere era il valletto che aveva funzione di staffiere, l’uomo adibito alla custodia quotidiana dell’animale, che camminava alla staffa del signore e che curava sia l’equipaggiamento che la persona stessa del cavaliere. I parafrenieri o palafrenieri erano gli antichi famigli del papa incaricati, già prima del X secolo, della direzione e del governo delle scuderie pontificie. Custodivano il cavallo personale del ‪#‎papa‬ e i suoi finimenti e reggevano il morso dell’animale: l’ambito compito era spesso esclusivo dei re e dei principi regnanti.

Il cavallo senza pedrigree, vecchio, malaticcio e sgraziato veniva definito, come oggi, ronzino, dal latino medievale “roncinus”, che indicava il cavallo da montagna. Il somiere, lentissimo e tranquillo, serviva invece al trasporto delle some.

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