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Carnevale, il drago e il santo spodestato

Notre_Dame,_portale

Una versione della leggenda di San Marcello e il drago è scolpita nel portale di Sant’Anna, a Notre-Dame de Paris.

Un drago di paglia e un serpente di pietra. Nella cultura medievale Carnevale e Quaresima sono questo: due ideologie contrapposte che si identificano nella leggenda di un santo vincitore su un essere mostruoso. E che, in fin dei conti, rappresentano i due volti del Medioevo: l’immaginario e il reale.

Il santo è Marcello, vescovo di Parigi durante la dinastia dei merovingi, i primi re franchi. Le sue vicende attraversano fasi di alterna fortuna come poche altre. Nato da una famiglia di umili origini in un tempo in cui le dignità ecclesiastiche erano riservate ai membri dell’aristocrazia, la carica vescovile sarebbe dovuta rimanere fuori questione per Marcello. Invece, fu protagonista di una eccezionale ascesa episcopale e di una serie di azioni miracolose che gli valsero una popolarità indiscussa. Almeno per qualche secolo.

La più nota e importante è senz’altro la cacciata di un mostro che imperversava nei dintorni di Parigi, lungo la bassa valle della Bièvre. Venanzio Fortunato, biografo e agiografo del VI secolo, nella Vita Sancti Marcelli riporta il miracolo, che avvenne dove adesso si snoda il boulevard Saint-Marcel. Là, il corpo di una donna di nobili origini che in vita era stata infedele al consorte, veniva continuamente dilaniato da un terribile drago-serpente e non trovava pace. I parenti atterriti chiesero aiuto e Marcello, accorso con il popolo, affrontò la bestia. Nel racconto di Venanzio, il santo percosse tre volte il capo del drago col pastorale, gli coprì gli occhi con il lembo del mantello e gli intimò di andarsene. Intimidito da tanta determinazione il mostro, sconfitto, si allontanò per sempre.

La straordinaria vittoria del vescovo, che da solo debella il drago senza spargimento di sangue, ha un significato più sociale che religioso, perché è un atto che libera la città dal nemico pubblico, non dal male evangelico. Al contrario di San Giorgio, eroe guerriero che annienta il diavolo in una delle sue metamorfosi terrene, Marcello convince il drago ad andarsene, come un domatore che sottomette la fiera al suo volere.

È in questo senso che il gesto gli assicura il ruolo di protettore della città. Tra il X e il XII secolo sarà una figura amatissima, al punto che le sue reliquie verranno traslate in Notre-Dame. E sembra che la capitale dei franchi abbia trovato il suo patrono.

Ma le sorti di Marcello sono destinate a mutare ancora. Nel XIII secolo sarà detronizzato e sostituito da San Dionigi, per il quale re Dagoberto ha fatto erigere la grande basilica che nel tempo diverrà il simbolo del culto della monarchia capetingia e poi dell’ideologia nazionale francese: Saint-Denis.

SanMarcello e il drago

Il cristianesimo cambia la leggenda e il drago diventa un serpente di pietra, annientato dal santo.

Quando Marcello e il drago cadono in disgrazia, la leggenda cambia volto e diventa oggetto di una interpretazione diversa, mirata a stravolgerne il significato originario. Nel 1270, la nuova versione è già scolpita nella pietra che sormonta il portale di Sant’Anna della cattedrale di Notre-Dame. Qui San Marcello usa il mantello come un guinzaglio per tenere fermo il drago e lo uccide affondando il pastorale nelle sue fauci.

Ma, a dispetto del tentativo, San Marcello e il drago passeranno alla storia come uno dei rari fallimenti della cristianità di evangelizzare un mito pagano.

E lo faranno incarnandosi nel Carnevale.

Nel XII secolo, la festa nasce infatti in occasione di processioni liturgiche pubbliche, le rogazioni, che hanno lo scopo di allontanare calamità e disgrazie. Sono cortei durante i quali il popolo festoso lancia frutta e dolci nelle fauci di un grande serpente di paglia. Un rito folcloristico in cui al drago-serpente di San Marcello è attribuito il ruolo originario, per ricordare di fronte al potere costituito della religione, la Quaresima, la figura contestataria della civiltà, il Carnevale.

Una delle poche pratiche, dunque, che sfugge al controllo ideologico più potente dell’epoca, il cristianesimo. E una delle rare manifestazioni popolari alle quali il calendario liturgico non riesce a sovrapporsi, anche se serve a prepararsi a un periodo di astinenza e digiuno imposto dalla Chiesa. Le altre, dal Natalis solis, la celebrazione del sole che diventa il Natale di Cristo, a Cerere alla ricerca della figlia rapita da Plutone, fusa nella Madonna Candelora del 2 febbraio con la purificazione di Maria per riproporre il mito di Proserpina che scompare ogni inverno per riapparire in primavera, vengono tutte in qualche modo assoggettate al vivere cristiano.

LeRomanDeFauvel

Miniatura da Le Roman de Fauvel di Gervais du Bus (1310 – 1314)

Il Carnevale quindi, come festa che precede e si contrappone alla Quaresima, nasce nel Medioevo. Ma, pur essendo una produzione medievale non legata direttamente a ricorrenze dell’Antichità, ha parecchie cose in comune con alcune di queste: l’uso delle maschere e i travestimenti, gli eccessi sul piano alimentare, sessuale e di comportamento, fino alla messa in campo di scontri fisici, come le “battagliole”. Alcuni caratteri della celebrazione del Carnevale si ritrovano in festeggiamenti molto antichi, come le dionisiache greche o i saturnali romani, caratterizzati da una temporanea liberazione dagli obblighi sociali e dalle gerarchie, che lasciano sfogo allo scherzo e alla dissolutezza dei costumi. Nelle miniature del Roman de Fauvel, un’opera satirica in versi composta tra il 1310 e il 1314 da Gervais du Bus, il comportamento chiassoso di un gruppo di festanti dà esattamente questa impressione.

Anche la parola carnevale è stata inaugurata intorno all’anno Mille e evidenzia il contrasto con il successivo periodo di Quaresima. È legata alla privazione della carne (carnem levare) che verrà associata inizialmente solo all’ultimo giorno di festa e ai banchetti del martedì grasso. E il dualismo pagano-religioso affiora di nuovo. L’etimologia di Quaresima infatti, rimanda al contrario a un contesto del tutto cristiano: quadragesima dies, periodo di raccoglimento e rinunce nei quaranta giorni che precedono la Pasqua. Era stato fissato durante il concilio di Nicea (325), dove per la prima volta si parla di quarantena, in analogia con il periodo di ritiro trascorso da Cristo nel deserto. Ai tempi di Carlo Magno era già diventata una consuetudine e veniva rispettata su diversi piani: si faceva penitenza e astensione dai rapporti sessuali e in generale si evitava di partecipare a tutto quello che risultava in contrasto con l’idea di purificazione, come balli, teatro e tornei d’armi.

Ma il precetto più legato all’idea di Quaresima resta quello alimentare: si consumava un solo pasto al giorno e la carne era completamente bandita dalla dieta. Solo il pesce restava fuori dal divieto, perché nel Medioevo si pensava che, non accoppiandosi, fosse immune dal peccato di lussuria e non contaminato dall’intervento del sesso. Rispetto all’età Romana, nel Medioevo la carne acquista un grande valore simbolico, ben descritto in un testo piccardo del XIII secolo. Nella “Battaglia di Quaresima e Carnevale” grigliate, spiedini, arrosti e pasticci accorrono in aiuto a Carnevale, minacciato dai truci pesci di mare, di stagno e di fiume di Quaresima, che ha nelle sue schiere di adepti anche burro, latte acido, pasticci e crema. Lo scontro verrà vinto da Carnevale e si potrà finalmente aggiungere carne alle pietanze in ogni giorno dell’anno.

Daniela Querci

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