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Bonifacio VIII, il papa re

Questo sì, che è un bel regalo.

Il migliore che avesse mai ricevuto a Natale, pensava soddisfatto Benedetto; e si guardava intorno, ammirando gli affreschi della splendida Sala Maggiore di Castel Nuovo.

Voleva il papato, e l’aveva ottenuto.

Osservava compiaciuto e beffardo le facce dei suoi rivali, i suoi complici, i suoi elettori. Li fissava in volto, uno per uno, al tempo stesso con riconoscenza e aria di sfida.

Hugues Aycelin de Billom, cardinale vescovo di Ostia e Velletri: decano del Sacro Collegio; il francescano umbro Matteo d’Acquasparta, vescovo di Porto e Santa Rufina, subdecano del Sacro Collegio: il suo amico più fidato e il principale artefice della sua elezione. Gerardo Bianchi, vescovo di Sabina, che di conclavi ne avrebbe fatti altri due, il ricchissmo Giovanni Boccamazza, vescovo di Frascati; Simone di Beaulieu di Palestrina, creato cardinale da Celestino; Bérard de Got, vescovo di Albano, anche lui creatura di Celestino, ma destinato a diventare uno dei suoi più stretti collaboratori. L’anziano Pietro Peregrosso detto Milanese, cardinale prete di San Marco, che sarebbe morto di lì a poco. Tommaso d’Ocre, cardinale prete titolare di Santa Cecilia; uno dei più pericolosi: appartenente all’ordine di Celestino, era stato costretto dal Papa contadino ad accettare la porpora ed era diventato uno dei protagonisti del suo breve pontificato, dimostrando scaltrezza e determinazione.

E poi c’era Jean Le Moine, cardinale prete titolare dei Santi Marcellino e Pietro: di umili origini, anche lui era stato nominato da Celestino, ma era molto più facile da controllare. E poi c’erano Pietro d’Aquila, prete titolare di Santa Croce in Gerusalemme, Guillaume Ferrier di San Clemente, Nicolas de Nonancour di San Marcello, il cistercense Robert de Pontigny, prete titolare di Santa Pudenziana e il benedettino Simon d’Armentières, cardinale prete titolare di Santa Balbina e Giovanni di Castrocoeli di San Vitale, Landolfo Brancaccio di Sant’Angelo in Pescheria e Guglielmo de Longhi, cardinale diacono di San Nicola in Carcere Tulliano: tutte creature di Celestino, ma tutti facilmente manovrabili.

Poi c’erano gli Orsini, suoi alleati: Matteo Rubeo, diacono di Santa Maria in Portico Octaviae e Napoleone Orsini, diacono di Sant’Adriano.

Infine gli acerrimi nemici: Giacomo e Pietro Colonna, dannata stirpe di un dannato sangue.

Li avrebbe entrambi deposti scatenando una guerra per la quale avrebbe pagato un prezzo altissimo. Ma c’era ancora tempo per la guerra: e al diavolo i Colonna, Alighieri con l’Inferno, Filippo il bello e terribile, Sciarra e il suo schiaffo e Jacopone da Todi, pauperista, sovversivo e menagramo. Ora era il momento del trionfo: lui, Benedetto Caetani da Anagni, cardinale prete titolare dei Santi Silvestro e Martino, ce l’aveva fatta: era diventato papa.

Grazie, amici miei – passava in rassegna i volti di tutti; scrutava i loro occhi sorridendo e poi tornava a guardarli in faccia – ve ne sarò eternamente grato. Ma adesso, adesso vi ho fregato, adesso sono io che comando. Adesso sono il Papa, il Pontefice Massimo, il Vicario di Cristo. Il Servo dei Servi di Dio. Sì, certo, come no: l’ha detto san Gregorio e lo confermo; purché i servi di Dio servano con obbedienza il loro Servo.

C’erano voluti due anni per eleggere Celestino V, e appena ventiquattro ore per sostituirlo.

Il papa questa volta – per la prima volta – non era morto: si era dimesso. Eh sì, c’era anche il suo zampino, dietro quelle dimissioni; ad ogni modo era stata rispettata la prassi, che prevedeva dieci giorni di lutto dopo la scomparsa del pontefice, prima di procedere all’elezione del suo successore.

Questa volta, per la prima volta in tredici secoli, il papa non era finito sotto terra ma dentro una roccia, tornato nell’eremo da cui era venuto e in cui – in verità – non sarebbe rimasto a lungo. Oh, no: lo scisma era già alle porte e Bonifacio non poteva permettersi un rivale a piede libero. Gli spirituali francescani, i Colonna, i fedeli delusi da una Chiesa che dopo avere assaggiato la povertà sarebbe tornata al suo sfarzo, non avrebbero aspettato per fare di Celestino il proprio papa – il vero papa – contrapponendolo all’usurpatore, all’anticristo di Anagni. No, non poteva permetterselo, un rivale in libertà, e quindi lo avrebbe fatto inseguire, catturare e ospitare con tutti gli onori, beninteso, nella Rocca di Fumone, vicino Frosinone. Tutti gli onori: compreso un chiodo in testa; giusto per assicurarsi che nessun ribelle potesse liberarlo, catturarlo, usarlo suo malgrado per fare la guerra al legittimo papa. Il papa felicemente regnante.

Insomma erano passati dieci giorni dalle dimissioni di Celestino V e il Conclave si era riunito: era il 23 dicembre 1294.

Il giorno dopo, alla Vigilia di Natale, Benedetto era stato eletto Sommo Pontefice della Chiesa Universale.

Tutto preparato, dicevano i maligni: Caetani aveva usato quei pochi mesi di fragilissimo pontificato per comprarsi i voti dei cardinali. Comprati o no, certo era riuscito a convincerli che era lui, l’uomo della Provvidenza.

Mentre Celestino si faceva manovrare da Carlo lo zoppo e cercava di farsi proteggere dai suoi frati regalando loro posti di potere come un qualsiasi papa nepotista, Benedetto si lavorava il Concistoro e insinuava nella coscienza del papa regnante il dubbio – poi la certezza – di non essere assolutamente adatto a portare sulle sue spalle il peso della Suprema Responsabilità.

Infine, da esperto giurista, gli aveva spiegato come e perché da Vicario di Cristo ci si poteva dimettere, e che l’atto con cui il papa contadino si preparava a rinunciare al suo ruolo era inaudito ma legittimo.

Lo aveva aiutato a preparare i documenti e il rituale e nel frattempo si era assicurato la successione.

Ed era giusto così: lui, al contrario di Pietro Angelerio del Morrone, era proprio nato per fare il papa: colto, laico, esperto di diritto, ambizioso ma al tempo stesso raffinato diplomatico.

D’altra parte Benedetto Caetani con il potere in mano c’era nato: la sua famiglia era tra le più importanti della Roma medievale e contendeva il primato proprio agli Orsini e agli odiati Colonna.

Benedetto ammirava la bellezza del Golfo di Napoli al tramonto, fuori dalla finestra. Uno spettacolo magnifico, si diceva, ma al quale si sarebbe sottratto volentieri: non vedeva l’ora di lasciare quel luogo e tornare a Roma. Vedi Napoli e poi muori; oppure dattela a gambe: Carlo aveva già fatto troppi guai e lui – Bonifacio VIII – non si sarebbe mai adattato a fare la marionetta del re di Napoli come il suo ingenuo e indegno predecessore.

In fondo il nome che aveva scelto era già tutto un programma: Bonifacio IV era il papa che aveva ottenuto dall’imperatore Foca di poter trasformare il Pantheon in una chiesa cristiana; ottavo a indossare quel nome, Benedetto si sarebbe posto al crocevia tra la Roma antica e la Roma cristiana.

Aveva 64 anni, ma il cuore di un ventenne: si sentiva eccitato come quando adolescente aveva lasciato Roma per andare a studiare a Todi, come quando, poi, si era trasferito a Bologna laureandosi in diritto canonico.

Si sentiva galvanizzato e superbo come quando, iniziando la carriera diplomatica in Laterano era partito per una delicatissima ambasciata in Inghilterra ed era stato arrestato, finendo rinchiuso nella Torre di Londra, per essere infine scarcerato dal re in persona. Galvanizzato e superbo – così si sentiva – come quando era stato mandato in Francia, a seguito del cardinale Simon de Brion, futuro Martino IV, con lo scopo di sollecitare l’ascesa al trono napoletano di Carlo d’Angiò (non l’avesse mai fatto, si diceva adesso).

Si sentiva una divinità, Bonifacio, come quando a 51 anni – da laico – aveva ricevuto la porpora cardinalizia e aveva assaggiato il potere, quello vero.

Da laico, sì. Perché laico era stato per tutta la vita, Benedetto Caetani. Si era fatto ordinare prete da appena tre anni. La tiara lo aveva trovato freschissimo come uomo di preghiera e di mistero, ma veterano quanto a politica e gestione del potere.

Al suo terzo conclave, Benedetto si era trovato tra i protagonisti di una delle maggiori crisi della Chiesa medievale: uno stallo durato due anni, con un’assemblea di soli dodici cardinali che pure non riuscivano a mettersi d’accordo. Da una parte c’erano i Colonna e dall’altra tutti gli altri: avevano cambiato quattro sedi (Santa Maria sopra Minerva, Santa Maria Maggiore, Santa Sabina a Roma, e poi si erano spostati a Perugia), affrontato un’epidemia di peste, disordini e proteste di un popolo esasperato, infine l’invasione di campo di Carlo D’Angiò, che lo stesso Benedetto si era arrogato il compito di cacciare dal palazzo.

Quando il 5 luglio 1294 era arrivata la lettera di Pier del Morrone, che aggiungeva la sua voce a quella di chi preannunciava castighi divini se non si fosse provveduto a dotare la Chiesa di un nuovo pastore, Benedetto aveva appoggiato l’idea di Latino Malabranca di fare papa proprio lui. All’inizio era sembrata una follia chiamare sul trono di Pietro un eremita che non solo non era cardinale, ma era totalmente privo di esperienze di governo, digiuno di qualsiasi dinamica di potere; ma in fondo un monaco vecchio e ingenuo, inesperto e ignorante ma con fama di santità e venerato e rispettato da tutti, era quello proprio quello che ci voleva per guidare questa fase di transizione, donando nuova simpatia alla Chiesa, mentre i cardinali si mettevano d’accordo in santa pace: senza le pressioni, l’attenzione, le dannate aspettative del Conclave, decidere chi di loro avrebbe fatto il papa, tutto sommato, sarebbe stato molto più facile e discreto.

Benedetto non si era sbagliato – ma quando si sbagliava? – e così erano andate le cose: ventiquattro ore per formalizzare una decisione già presa in altre stanze.

Aveva fatto un capolavoro – suvvia, bisognava riconoscerglielo: era partito da una minoranza assoluta, basti pensare che 13 dei 22 cardinali li aveva scelti proprio Celestino – ed era riuscito in poco tempo ad annodare tutti i fili del consenso.

E ora – a Natale – era papa.

Ripensava a Carlo Magno, anche lui salito sul gradino più alto nel giorno di Natale: la mattina del 25 dicembre era stato incoronato imperatore da papa Leone III.

Quel giorno insieme a Cristo era nata anche un’epoca: era nato il Sacro Romano Impero, era nato il più grande sovrano cristiano che la storia avesse mai ricordato.

Mezzo millennio dopo oggi, oggi insieme a Cristo nasceva un’altra epoca, nasceva il mondo moderno, nasceva un sovrano che finalmente avrebbe identificato nella sua persona potere temporale e potere spirituale. Perché con Bonifacio VIII l’imperatore laico non si sarebbe limitato a mettere la sua corona nelle mani del Vicario di Cristo, no: adesso ci avrebbe messo tutto il suo potere. Con Bonifacio VIII il papa, più che servo dei servi di Dio, sarebbe diventato il re dei re cristiani, l’imperatore degli imperatori, l’autorità suprema a cui tutte le teste coronate si sarebbero inchinate; la voce di Dio che nessuno si sarebbe potuto permettere di ignorare, il sole che illumina tutti i pianeti, la più alta autorità sulla terra perché l’unica emanata direttamente dal Signore dei Cieli.

E Roma, la sua amata Roma – strappata proprio da Carlo Magno al suo ruolo di capo del mondo, umiliata da secoli di potere in esilio – Roma, la sua amata Roma sarebbe tornata ad essere il cuore dell’impero, il centro dell’umanità, la meta di tutti i pellegrinaggi: tutto il mondo sarebbe venuto per ammirare la sua bellezza e pregare sulle tombe degli apostoli. E poi inchinarsi di fronte a lui: Bonifacio VIII, il papa.

Arnaldo Casali

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