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Il bosco medievale

La parola bosco (βοσκή), in greco antico significa pasto. Nutrimento e insieme pascolo.

Per l’uomo medievale, il bosco era innanzitutto una preziosa fonte di cibo.

Lo storico Jacques Le Goff descriveva il paesaggio europeo dell’Alto Medioevo attraverso una immagine paradossale: un immenso deserto punteggiato da oasi. Ma quello spazio disabitato era una selva verde e vastissima. E le oasi erano i pochi territori rimasti senza alberi.

La caccia forniva a quel mondo rurale popolato da contadini, boscaioli, pastori e cacciatori il nutrimento necessario per vivere. E le pellicce, il cuoio e le corna con cui fabbricare i manici degli archi, dei coltelli e degli altri utensili. Il bosco era il luogo utile per pascere i maiali, nutriti con ghiande e faggiuole e poi macellati per ottenere le riserve di carne e di lardo.

Una vegetazione così fitta era soprattutto una riserva sconfinata e naturale di legname, con cui si edificarono case e castelli, villaggi e abbazie, cattedrali e città. Legno fondamentale anche per il riscaldamento, unico carburante a disposizione fino alla Rivoluzione Industriale.

Lo studioso Massimo Montanari ha parlato dell’Alto Medioevo come di una “civiltà del bosco e dell’incolto”. Querce, abeti, frassini, faggi, betulle e sambuchi. Niente andava sprecato. Con la resina delle conifere si fabbricavano le torce, la pece e la colla. Le foglie secche servivano a imbottire i materassi. E le cortecce venivano utilizzate per le tegole, le coperture dei tetti e i canestri. Dagli incendi frequenti e inevitabili, si ricavavano i fertilizzanti e la liscivia per il bucato. Il noce e il castagno, chiamato “l’albero del pane” per la farina scura e nutriente prodotta dai suoi frutti, erano così preziosi che le autorità arrivarono a tassare i proprietari degli alberi.

La selva era anche una fabbrica di coloranti usati per tingere i tessuti, estratti dalle piante selvatiche della ginestra (giallo), del guado (azzurro) e della robbia (rosso). Gli alveari nascosti nel cavo degli alberi e nelle cavità rocciose assicuravano il miele, la pappa reale e la cera per le candele. E poi frutti, bacche, funghi, piante officinali, pere, mele, tartufi, melagrane e mandorli. In tempo di guerra, il fittissimo bosco diventava un rifugio capace di accogliere e sostenere gli abitanti di interi villaggi in fuga dalle razzie e dai saccheggi.

Nell’Alto Medioevo il bosco è così importante che diventa patrimonio della comunità: fonte di cibo e di risorse per i villaggi e luogo privilegiato per le battute di caccia dei nobili. Una pertinenza regia che sarà governata da regole precise.

Presto un’altra parola, foresta, nata dal latino foris, “al di fuori” dello spazio abitato, servirà ad indicare un’area vasta, vietata all’agricoltura, che doveva essere lasciata incolta. Ma qualcuno vedrà comunque in quello spazio foltissimo di alberi un deserto nel quale fuggire, ritirarsi o sparire: gli eremiti in cerca di isolamento e preghiera e i ribelli e i banditi, fuori dalla legge, dalle case e dalle regole.

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Andare per le Gerusalemme d’Italia

Archeologa «ante litteram», nel 326 l’ottantenne imperatrice Elena partì alla volta della Terra Santa per riscoprire i Luoghi Santi nascosti e profanati. Individuò un sepolcro scavato nella roccia, una collina e una grotta. Tre elementi che ritornano costantemente nelle varie Gerusalemme «succedanee» disseminate lungo la penisola sotto forma di santuari.

Gerusalemme è dappertutto. Una presenza di cui l’Italia è investita per intero, grazie a un dialogo intessuto da secoli che trova espressione in ogni rigo della sua storia, in ogni pietra delle sue città. Una volta divenuti inaccessibili i Luoghi Santi, lembi di Terra Santa vennero infatti ricreati nel nostro paese. E intraprendere il cammino penitenziale attraverso santuari come il Sacro Monte di Varallo, il complesso delle Sette Chiese a Bologna, il Santo Volto di Lucca, San Vivaldo, Acquapendente nel Senese, il Santo Sepolcro di Brindisi significa ritrovarne le memorie e rivivere le emozioni di quel primitivo pellegrinaggio.

“Non c’è ormai chiesa che non ospiti le quattordici stazioni della Via Crucis, formalizzate nel 1731 dal frate minore Leonardo di Porto Maurizio, che ripercorrono idealmente il tragitto percorso da Gesù da est verso ovest in Gerusalemme, dal pretorio di Pilato alla collina del Calvario. A cominciare dalla Roma costantiniana con le reliquie della Passione raccolte in Laterano, la basilica di Santa Croce in Hierusalem e quella di Santa Maria Maggiore ad Praesepem, ogni città d’Italia aspira a presentarsi come nova Jerusalem, e molti sono gli statuti cittadini che sanciscono tale carattere. È nota l’aspirazione della Firenze savonaroliana a costituirsi in nova Jerusalem, città governata dal Rex regum et Dominus dominantium. Nella più orientale tra le capitali della pars Occidentis dell’impero, Ravenna, l’arcivescovo Urso battezzava alla fine del IV secolo la sua chiesa cattedrale Anastasis, sull’esempio della basilica così nominata della Risurrezione fatta edificare in Gerusalemme dall’imperatore Costantino sui luoghi del Calvario, del Sepolcro e del ritrovamento della Vera Croce. A Bologna, Sant’Ambrogio prima, San Petronio poi, avevano determinato la costruzione di una rete di Luoghi Santi che configuravano una vera topomimesi della planimetria gerosolimitana. Ad Aquileia, a Piacenza, a Parma (dove una chiesa e un ospedale del Santo Sepolcro sono ipotizzati, per quanto non ne resti oggi traccia). A Pisa, a Borgo Sansepolcro, a Brindisi, a Molfetta e in mille altri luoghi le memorie gerosolimitane s’incrociavano e si moltiplicavano. A Milano, l’arcivescovo Aselmo IV da Bovisio, animatore della spedizione crociata lombarda, modificò – com’è attestato da un documento del 15 luglio 1100, proprio un anno dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei cruce signati – la dedicazione della chiesa della Santa Trinità in quella Anastasis, più nota poi come Santo Sepolcro: una serie di concessioni d’indulgenze prova che l’edificio era collegato memorialmente con quello da cui prendeva il nome. A Verona, città che si diceva fondata da Sem figlio di Noè, fino ai primi del IX secolo l’arcidiacono Pacifico aveva progettato di trasformare la città in una nuova Gerusalemme, mentre il sigillo cittadino del 1473 la consacra come Verona minor Hieruslem. Non v’era praticamente centro – e questo del resto vale per tutta l’Europa medievale – che non fosse in un modo o nell’altro una Jerusalem translata”.

Andare per le Gerusalemme d’Italia – Franco Cardini Edizioni Il Mulino, Collana “Ritrovare l’Italia” www.mulino.it

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I mercati

La Fiera del libro medievale è ospitata nella centralissima via Baldassini, nei locali sottostanti i grandi Arconi che sostengono la splendida Piazza Grande. Le case editrici più importanti e quelle specializzate presentano al vasto pubblico degli appassionati tutte le loro pubblicazioni sul Medioevo. I visitatori troveranno in vendita gli ultimi titoli, i grandi classici, i saggi, le biografie, le enciclopedie, gli approfondimenti tematici e gli atti dei più importanti convegni. Tutto quello che c’è da leggere per conoscere meglio dieci secoli di storia nell’Italia e nel mondo.

L’Erbario trova spazio nell’affascinante Chiostro Maggiore, all’interno del Convento di San Francesco. Negli stand, piante officinali, medicamenti naturali, unguenti, tisane, antiche preparazioni erboristiche tramandate per secoli da mani sapienti nei monasteri della penisola e i prodotti delle aziende specializzate.

I mercati rimangono aperti per tutti i cinque giorni del Festival, dalle ore 9.30 alle ore 19.00.

 

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Un sogno medievale

Da qualunque parte si provenga, Gubbio appare come una visione. Il carattere decisamente medievale dell’agglomerato urbano è annunciato dalla celebrata massa compatta degli edifici monumentali, che si staglia al piede del ripido Monte Ingino. Quasi scolpita in grigi blocchi di calcare “di una monocromia sublime”, come descrisse Guido Piovene, la peculiarità dell’ambiente urbano di questa antica capitale umbra risalta quando se osserva la mappa. Una pianta sorprendentemente regolare, nel reticolo di strade che si aprono ampie ai differenti livelli imposti dall’orografia, tagliate da ripidi collegamenti trasversali rigorosamente ortogonali.

Alla qualità del tessuto edilizio, ricco di stratificazioni e di episodi monumentali, fa riscontro la persistenza di una civiltà locale e di tradizioni di origine remota, prima fra tutte la Corsa dei Ceri, che alimentano il fascino tutto particolare di questa città.

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Il punto ha una lunga storia

Esclamativi, interrogativi o messi sulle “i”. Anche sui punti, un punto va fatto comunque. Nel Medioevo era l’unico segno di interpunzione. Veniva usato per dividere il periodo, con diverse funzioni (in basso, in mezzo o in alto) a seconda della sua posizione rispetto all’altezza della scrittura. Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la conseguente diffusione dei libri, altri segni arricchirono la punteggiatura. E il punto trovò con naturalezza la posizione che occupa ancora oggi.

Altra storia è quella del punto interrogativo, una delle tante invenzioni dei vituperati “secoli bui” con le quali facciamo i conti ancora oggi. I monaci copisti per sottolineare una domanda, scrivevano “questio” alla fine della frase. Per comodità e abitudine abbreviavano usando le due lettere iniziali della preqnante parola latina: “qo”. Con il tempo, forse per aiutare il lettore, la sigla venne in qualche modo stilizzata. E così la “q” diventò una specie di ricciolo e la “o” si trasformò in un punto sottostante. Di domanda, naturalmente.

Perché per sottolineare l’entusiasmo, la gioia o la sorpresa, i monaci alla fine della frase scrivevano una parolina: “io”. Con il tempo, la “i” passò sopra la “o” che si trasformò in un punto e rimase in basso, ad esclamare: “!”.

Facilitare la lettura servì anche a mettere i puntini sulle “i”. Proprio per evitare equivoci. La “i” all’epoca non aveva il puntino che sfoggia oggi. E così l’occhio spesso si affaticava nel distinguere la lettera dalla vicina “m” e anche dalla “u”. Il provvidenziale puntino, da allora fa chiarezza. Da qui “i puntini sulle i”. Per la precisione. Quella che mancò a Martino che per un punto perse la cappa di abate.

L’aneddoto medievale ricorda che il caritatevole Martino, abate dell’abbazia di Asello, volle sulla sua porta una iscrizione: “Porta patens esto. Nulli claudaris honesto.” Voleva dire: “Porta, resta aperta. Non chiuderti a nessuna persona onesta”. Lodevole intenzione. Ma chi eseguì il lavoro sbagliò proprio a mettere il punto. E scrisse: “Porta patens esto nulli. Claudaris honesto.” Quindi, tutta un’altra storia: “Porta, non restare aperta a nessuno. Chiuditi alla persona onesta”. Un po’ troppo per l’abate. Lo scandalo fu tale che il papa lo degradò togliendoli il mantello che indicava il ruolo. Rimase il modo di dire, negli scritti e nella memoria orale: un famoso proverbio che ancora oggi ci ammonisce contro le distrazioni.

 

Federico Fioravanti

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Il Teatro Comunale di Gubbio

Una volta si chiamava Teatro della Fama. E ha avuto anche il nome di Condominiale. Il Teatro Comunale di Gubbio, luogo deputato per gli spettacoli del Festival del Medioevo, venne inaugurato nei giorni di carnevale del 1738. I lavori erano iniziati venticinque anni prima, promossi e sostenuti da una accademia di nobili eugubini che si costituì appositamente per l’occasione. L’edificio era molto più piccolo di quello attuale. L’architetto Maurizio Lottici e il pittore Giovanni Mattioli, ambedue di Parma, progettarono e decorarono gli interni nel 1737 con la soprintendenza dell’abate Bartolomeo Benveduti. Il teatro fu subito utilizzato per recite, concerti e burlette. Poco più di ottanta anni dopo, nel 1822, l’edificio iniziò ad avere dei problemi strutturali. Ci vollero altri quarant’ anni per progettarlo e trasformarlo completamente. Nel 1862, quando il nuovo teatro fu inaugurato, gli eugubini stentarono a riconoscerlo: la platea e il palcoscenico erano stati invertiti e c’era un atrio, nuovo di zecca, con altri locali annessi. Il progetto dell’ingegnere Ercole Salmi mantenne l’ordine dei palchi esistenti e previde una nuova e elegante facciata. Per ampliare lo spazio del palcoscenico fu addirittura acquistata una casa attigua al teatro. E cambiò anche il loggione, grazie agli interventi suggeriti dall’architetto modenese Luigi Poletti e progettati da Vincenzo Ghinelli di Senigallia (1859). Alle decorazioni, le finiture e gli arredi, tra il 1859 e il 1862, parteciparono i migliori artisti eugubini del tempo, sotto la direzione di Raffaele Antonioli, Ulisse Baldelli e Nazzareno Lunani. Le decorazioni in stucco che ancora ornano i parapetti dei palchi vennero disegnate da Vincenzo Ghinelli e realizzate grazie a Raffaele Morena e Senofonte Mischianti. Le dorature degli stucchi e gli ornati in legno furono creati da Francesco Mazzacrelli. I mascheroni intagliati sono invece opera di Pipillo, nome d’arte di Giuseppe Ceccarelli. La decorazione del soffitto della sala si deve al pittore Raffaele Antonioli. Entro dodici spicchi delimitati da colonnine, sono raffigurati i geni delle Muse ed alcuni amorini. Nel bordo esterno compaiono invece dodici medaglioni, con cornici stellate, recanti i ritratti dei principali compositori, commediografi e drammaturghi italiani del XIX e XIX secolo. Musi leonini e volti con copricapi piumati – che dovrebbero simboleggiare le nazioni della Terra, a testimonianza dell’universalità dell’arte teatrale – compaiono sul bordo esterno, proprio in corrispondenza delle colonnine. Allo stesso Antonioli si deve la decorazione con trofei musicali dell’architrave della bocca d’opera. Il sipario che raffigura il medievale Palazzo dei Consoli, opera dell’eugubino Gaetano Alessandrini, si aprì nel 1862. La tradizionale illuminazione a olio d’oliva venne sostituita nel corso del 1880 perché “costa troppo e ci si vede poco”. Clodomiro Menichetti, pittore e decoratore, negli anni Venti del Novecento, restaurò e tinteggiò con nuovi colori la sala. Un altro dei tanti cambiamenti della struttura, fino all’ultimo restauro del 1985 che ci mostra il Teatro Comunale in tutta la sua bellezza.

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I luoghi del Festival – La sala Trecentesca di Gubbio

La sala Trecentesca che ospita gli incontri con gli autori del Festival del Medioevo è nel piano più alto della sede del Comune di Gubbio. Il Palazzo Pretorio occupa il lato orientale della elegante piazza pensile che lo unisce al Palazzo dei Consoli. Come l’edificio “gemello”, fu con ogni probabilità progettato dal Gattapone. Era destinato ad ospitare il Podestà, il capo del potere esecutivo cittadino, che nella Gubbio medievale svolgeva funzioni complementari al potere legislativo dei Consoli. La sua costruzione iniziò nel 1349 e proseguì fino al XVII secolo. Il palazzo è rimasto incompiuto forse per le difficoltà economiche del comune o per l’infierire della peste che all’epoca martoriava Gubbio. Lungo gli spigoli dell’edificio, nel lato che guarda la piazza, i segni della brusca interruzione dei lavori sono ancora incisi sulla pietra. Era il 1350. In quell’anno Giovanni Gabrielli, esautorò la democrazia comunale e con un colpo di mano divenne signore della città.

Nelle intenzioni di chi disegnò l’opera, l’edificio doveva avere la stessa altezza e lo stesso coronamento di merli del prospicente Palazzo dei Consoli. La costruzione in mattoni addossata sulla sinistra del palazzo risale alla fine del Seicento. Tutto l’edificio è stato sottoposto ad un importante lavoro di restauro e di consolidamento, terminato nel 2003, dopo i danneggiamenti subiti nel terremoto che nel 1997 colpì l’Umbria.

L’eccezionale valore architettonico del Palazzo del Pretorio si può cogliere nella arditezza del progetto originario: un unico pilastro centrale sul quale poggiano gli archi robusti che si congiungono ai muri perimetrali e sorreggono in modo elegante il carico delle ampie volte e dei solai. Originali soluzioni tecniche riducono, quanto più possibile, il peso del tetto. Due ascensori consentono di salire fino all’ultimo piano dell’edificio.

Nella sala del sindaco, spiccano le tele di Francesco Allegrini, considerato il maggiore affreschista umbro del Seicento: raffigurano due delle tante e rinomate “Battaglie” dipinte dal celebre artista. Il Palazzo ospita anche una ricca biblioteca fondata nel 1666 dal vescovo Alessandro Sperelli, e l’archivio Armanni, che conserva molti preziosi manoscritti e codici, fra i quali la “Storia di Gubbio” del Greffolino.

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Le storie di Gubbio

“La più bella città medievale”: la scritta accoglie il viaggiatore sotto il cartello che reca il nome di Gubbio. Sono stati molti gli ospiti della patria dei Ceri a raccontare lo stupore che si prova di fronte alla città trecentesca. Da Goethe a D’Annunzio, da Guido Piovene a Cesare Brandi. Hermann Hesse vergò parole che ancora oggi appaiono definitive: “Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale e bisogna continuamente persuadersi che invece tutto è lì, fermo e fissato nella pietra.…”. Il Medioevo ha segnato la millenaria storia di Gubbio attraverso personaggi che hanno scolpito l’identità cittadina. A partire dal vescovo patrono Sant’Ubaldo. E a Francesco di Assisi, che a Gubbio vestì per la prima volta il saio. Un lungo elenco su cui spicca Oderisi, il grande miniatore ricordato da Dante nella Commedia e Cante Gabrielli il politico, podestà di Firenze, che esiliò il Sommo Poeta. Artisti eccelsi come Mello da Gubbio e Ottaviano Nelli. E il Gattapone (1300–1383) uno dei più importanti architetti civili e militari del Trecento italiano. Federico da Montefeltro, condottiero, capitano di ventura e secondo Duca d’Urbino, a Gubbio nacque nel 1422. Ai luoghi e ai personaggi della Gubbio medievale il festival dedica ogni giorno un appuntamento. Gli incontri sono aperti agli studenti delle scuole superiori.

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La tavola medievale

Una mescolanza di tradizioni e sapori. Nella cucina medievale la carne torna protagonista. E diventa un segno delle differenze sociali quando appare, fresca e varia, sulle tavole imbandite dell’aristocrazia. Per i poveri, quando passano le carestie, c’è il maiale, cucinato in mille modi diversi. Salse, spezie, erbe, legumi, formaggi, e la pasta, fresca nell’area della pianura padana e secca nelle regioni del Meridione, diversificano le diete nelle varie zone della penisola. Nel programma del festival, ogni giorno un appuntamento ad hoc con un esperto gastronomo, per riscoprire storie e sapori dell’età medievale.

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Focus

“Chose piccole”, preziosità e mestieri d’arte. Focus sulle fucine e gli atelier medievali dai quali sono nate le imprese della bellezza, all’origine di un marchio di fabbrica che nei secoli a venire è diventato il “Made in Italy”, prima ancora che nascesse l’Italia. Invenzioni e scoperte raccontate nei cinque giorni del Festival del Medioevo, dai bottoni alle forchette, dagli orologi troneggianti nelle piazze comunali ai moderni calendari, fino alla nascita del libro, ai vetri dipinti, ai tesori di stoffa, ai ricami eterei e agli straordinari capolavori dell’oreficeria.

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