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La teriaca, panacea per tutti i mali

Teriaca. Per tutto il Medioevo e ben oltre il Rinascimento, fu la medicina più ricercata, tra le più citate e costose. Misteriosa quanto basta. Allora, senza le “Istruzioni per l’uso”, bastava attenersi alla saggia regola generale: “Maneggiare con cura”.

Serviva sempre una prescrizione medica. Lo spiegava la parola stessa: teriaca deriva da un vocabolo greco, “therion”, con il quale venivano indicate le vipere e gli animali velenosi in genere. Il femminile di “theriacòs” spiegava a cosa servisse: “Buono contro le morsicature degli animali”.

Un antidoto al veleno dunque. Si credeva che fosse una panacea per tutti i mali. Curava i morsi di vipere e cani ma diventava anche un formidabile ricostituente. Faceva bene alla vista, al fegato e ai reni. Serviva per l’insonnia, l’angina, le febbri maligne, le coliche addominali, le emorroidi, la tosse, l’ipoacusia e l’emicrania e le infezioni di tutti i tipi. Combatteva la lebbra e la peste. Guariva dall’epilessia e anche dalla pleurite. Frenava la pazzia e risvegliava gli appetiti sessuali.

Pieter de Jode, I due ciarlatani (1585-1634)

La ricetta cambiò nei secoli, dai quattro misteriosi ingredienti dell’antichità, mescolati a veleni e citati nel 1198 dal celebre medico Moses Maimonides, fino alle formule pubblicizzate dai ciarlatani nei mercati medievali. Per poi arrivare alla più nota lista degli ingredienti, approvata dalla Serenissima Repubblica di Venezia e ancora consultabile presso la splendida Biblioteca Marciana della città lagunare. Sette droghe semplici, mescolate con il veleno delle vipere e con la pregiata Malvasia, il vino dolce di Malta, Cipro e Rodi: Pepe lungo, Phu (valeriana) Oppio, Cinnamomo (la cannella) Zafferano, Mirrha, e Opobalsamo (balsamo orientale).

Il tipo di vino, cambiò in Spagna e altri paesi. L’opobalsamo rimase un miscuglio di difficile interpretazione. La carne di vipera fu una idea di Andromaco il vecchio, medico di Nerone, molto considerato nell’Età di Mezzo. Altri ingredienti furono tolti o aggiunti a seconda delle latitudini. Gli speziali medievali ricordavano ai loro clienti le vicende storiche legate al prezioso polifarmaco. Spiegavano che era già in uso nel III secolo avanti Cristo negli ambienti medici di Alessandria d’Egitto. E sottolineavano un fatto storico accertato: per alcuni re dell’antichità lo studio dei veleni fu una vera e propria ossessione.

Cominciò Nicomede II di Bitinia, che ne analizzava con passione i componenti. Attalo III Philometore, re di Pergamo, che nel I secolo avanti Cristo mescolava le piante velenose con quelle buone. Diventò così competente sull’argomento, tanto da ordinare al celebre farmacologo Nicandro di Colofone (circa 150 a.C.) di scrivere due distinti trattati: Theriaka, sugli avvelenamenti da animali e Alexipharmaka, dedicato allo studio dei veleni vegetali.

La storia della teriaca iniziò però con un altro famoso antidoto: quello sviluppato da Mitridate VI Eupatore, re del Ponto (132–63 a.C.). Il sovrano, che temeva di essere ucciso in una cospirazione, chiese al suo medico Crateua di studiare tutti i possibili tipi di veleno e anche i loro specifici rimedi. Crateua cominciò a somministrare al re piccole dosi quotidiane di una cinquantina di veleni diversi. Così Mitridate diventò immune da qualsiasi veleno allora conosciuto. Tanto che quando fu sconfitto da Pompeo Magno e volle suicidarsi, fu costretto a chiedere a uno schiavo di essere pugnalato a morte. Dopo Nerone, anche l’ipocondriaco Marco Aurelio (121-180 d.C.), imperatore filosofo, al modo di Mitridate si premuniva dagli avvelenamenti, ingerendo dosi quotidiane della potente e costosissima “medicina”.

Per tutto il Medioevo la teriaca fu molto utilizzata anche dai medici arabi. Giovanni Mesue Damasceno la descrisse “composta da quattro cose”. Il medico e grande filosofo Avicenna fu il primo a aggiungere altri componenti alla ricetta. Nel suo “Liber Canonis” spiegò che la teriaca era più o meno efficace in base all’età della composizione e paragonò la vita umana ai cambiamenti che negli anni subiva la medicina. Nel X secolo, il “Flos Medicinae Scholae Salerni” raccomandava il farmaco: “La teriaca è efficace per l’apoplessia (…) la pleurite (…) la fredda idropisia (…) il morto feto (…) l’epilessia”. Ma la ricetta della scuola laica salernitana veniva criticata nel 1150 da Bernardo il Provenzale, che accusava i medici campani di utilizzare la lobelia al posto dell’orobo. Fatto sta che il mito di una unica medicina utile per tutte le malattie, sogno di ogni farmacologo e paziente, si sviluppò enormemente.

Le crociate e i commerci con l’Oriente di Veneziani, Genovesi, Amalfitani e Pisani portarono in Europa nuove spezie e nuovi veleni. In tutta l’area mediterranea in quel periodo era da tempo conosciuto anche un altro antidoto per i morsi velenosi di serpenti, tarantole e scorpioni: la cosiddetta “terra sigillata di Malta”, raccolta dai Cavalieri ospitalieri nella grotta dove si diceva avesse dimorato San Paolo. Il fondatore del Cristianesimo mentre viaggiava verso Roma, nel 60 dopo Cristo, aveva fatto naufragio sull’isola. Trovò un riparo di fortuna in una grotta infestata da serpenti velenosi. Il santo però li scacciò senza essere morso: da allora il terreno della grotta fu considerato un antidoto ai veleni e l’Ordine dei Cavalieri di Malta iniziò a produrre e a vendere la medicina con specifiche sigillature che ne accertavano il luogo di provenienza.

La preparazione della teriaca passò agli speziali nel 1223, quando un editto promulgato dall’imperatore Federico II di Svevia dal titolo “L’ordinanza medicinale”, separò la professione dei medici da quella degli “aromatari”, i futuri farmacisti, che presto si raccolsero in una apposita corporazione. Da un capitolare veneziano del 1258 sappiamo che la produzione della teriaca era già molto sviluppata. .

Ma il vero e proprio “boom” della medicina universale del Medioevo arrivò alla fine del Trecento. Dai 54 componenti utilizzati dalla ricetta di Mitridate, si passò ai 74 utilizzati dalla farmacopea spagnola. La teriaca migliore, quella più rinomata e apprezzata, arrivava da Venezia. Per qualche secolo fu una importante voce dell’economia cittadina. Il commercio del farmaco diventò quasi un monopolio della città lagunare. La preparazione dell’antidoto nel giro di qualche anno si trasformò in una cerimonia pubblica. Si svolgeva in piazza. Quasi una festa, una delle tante, che la Serenissima ospitava abitualmente. Per attirare meglio la vista del pubblico, chi mescolava e triturava le spezie e i veleni, era vestito con una casacca bianca e con pantaloni rossi. Una regola di trasparenza ispirata all’uso egiziano: la legge al Cairo prevedeva che i medicamenti più comuni, compreso l’hashish e l’oppio, si potessero confezionare in privato mentre la teriaca si doveva preparare in mezzo alla gente, nel tempio di Morestan.

La teriaca veneziana era la migliore di tutte. E costava cara, come ricorda un antico documento del monastero di Camaldoli, nel quale uno speziere benedettino giustificò la spesa sostenuta “per acquistare la triaca in su la fiera di Vinegia”. I trocisci di teriaca (precursori delle moderne pastiglie) venivano confezionati seguendo le antiche regole di Galeno (129-199) i cui insegnamenti fecero scuola tra medici e farmacisti fino al Rinascimento.

La prima regola da seguire era il rispetto degli influssi astrali. La carne essiccata di vipera arrivava dalle femmine dei rettili catturati poco dopo il risveglio invernale sui Colli Euganei. Oltre al veleno, si doveva stare attenti a non utilizzare le vipere gravide. I veneziani uccisero talmente tanti rettili che sui Colli Euganei, nel giro di qualche decennio, le vipere scomparvero. Gli speziali le cercarono allora sui colli vicentini, poi su quelli veronesi e anche in Friuli. E quando i rettili velenosi non si trovarono più, misero in piedi anche allevamenti artificiali.

La teriaca veneziana era la più apprezzata. Quella prodotta in altre zone e considerata falsa, veniva gettata in modo plateale dal ponte di Rialto. Il miracoloso antidoto veniva esportato in Spagna, Francia, Germania, Grecia, Turchia e Armenia, sigillato in apposite confezioni e accompagnato da documenti che attestavano l’autenticità del prodotto.

Per raggiungere il massimo dell’efficacia, la teriaca doveva maturare per almeno 6 anni. Ma la medicina si poteva utilizzare fino a 36 anni dopo la data di preparazione. Si assumeva stemperata nel vino, nel miele o nell’acqua. Le classi abbienti usavano avvolgerla in una foglia d’oro. Andava però presa dopo aver purgato il corpo. I medici, che controllavano il lavoro degli speziali, sostenevano che dovesse essere utilizzata nei mesi caldi solo per casi molto urgenti. Meglio ingerirla in autunno, in inverno e in primavera. Il dosaggio variava, a seconda della gravità della malattia e dell’età del paziente, da una dramma, equivalente a 1,25 grammi, a mezza dramma.

La leggenda e la fortuna dell’antidoto buono per tutte le malattie durarono per secoli, fino all’età moderna. La teriaca continuò ad essere confezionata a Bologna nel corso del 1796 e a Venezia fino alla metà dell’Ottocento. A Napoli, nel 1906 veniva ancora prodotta e venduta secondo le antiche ricette.

Virginia Valente

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Capodanno, festa mobile del Medioevo

Annunciazione, Pietro Cavallini, Santa Maria in Trastevere, Roma

Paese che vai, Capodanno che trovi. Nel Medioevo la data cambiava secondo i luoghi, i paesi e le città. Il Capodanno era una festa mobile. E chi viaggiava molto poteva trovarsi a festeggiare l’ultimo giorno dell’anno in stagioni diverse. Sia in Italia che in Europa.

In Castiglia e Aragona l’anno cominciava il 1 gennaio, alla maniera romana, secondo il vecchio calendario giuliano, che fu elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria: era chiamato così per via di Giulio Cesare, che nella sua veste di pontefice massimo, lo promulgò nel 46 avanti Cristo.

In Francia l’anno nuovo si apriva a Pasqua nella Domenica di Resurrezione. L’abitudine, definita “stile della Pasqua”, fu cambiata da Carlo IX solo nel 1567. Ma non fu seguita dappertutto. In alcune zone della Francia centrale e occidentale il Capodanno aveva inizio il 25 dicembre, giorno di Natale. E in altre ancora il 25 marzo, giorno dell’Incarnazione.

Lo stesso avveniva in Inghilterra e anche in Irlanda: fino al XII secolo, la data dell’inizio dell’anno oscillò tra il giorno della nascita e quello del momento del concepimento del Redentore, quando Maria accettò l’annuncio che le portava l’Arcangelo Gabriele: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Luca, 1-38). L’abitudine perdurò fino al 1752.

In Borgogna, invece vigeva l’uso del Capodanno alla Circoncisione (cioè il 1 gennaio) chiamato così perché si calcolava che Gesù, secondo la legge ebraica, venne circonciso otto giorni dopo la nascita.

Anche in Spagna, fino al XV secolo, il Capodanno cadeva il 1 gennaio per via della circoncisione. Ma dal Quattrocento al Seicento in quasi tutta la penisola iberica fu la festa della Natività a fare da spartiacque tra un anno e l’altro. Nelle terre del Sacro Romano Impero le date potevano sovrapporsi a seconda delle città, ma nella maggior parte dei casi l’anno vecchio finiva proprio il giorno prima di Natale.

Icona della Natività, Cappella Palatina, Palermo

In Italia il Capodanno oscillò per lungo tempo tra le date del Natale (25 dicembre) e della Incarnazione (25 marzo). Con qualche importante eccezione. Come quelle della Puglia, della Calabria, di Amalfi e della Sardegna, dove l’anno nuovo iniziava ufficialmente il 1 settembre, secondo lo “Stile bizantino”. Tanto è vero che il mese di settembre in lingua sarda si chiama ancora “caputanni”.

In alcune città, come Milano e Bologna, le abitudini di festeggiare il Capodanno il 25 dicembre o il 25 marzo si alternarono nel corso dei secoli. A Roma, dal X al XVII secolo, la festa di inizio anno coincise sempre con quella del Natale, con un intermezzo voluto da alcuni papi che preferirono, come data di inizio dell’anno, la festa dell’Annunciazione.

Napoli si adeguò allo “stile dell’Incarnazione” nell’anno 1270. Prima festeggiava il Capodanno il giorno della nascita di Gesù. Ma pochi anni dopo, all’epoca di Carlo I (1282-1285) fu introdotto lo “stile della Pasqua”. E sotto il Vesuvio il Capodanno si iniziò a festeggiare in date variabili, che seguivano l’andamento della grande festa cristiana. Ma solo dopo quattro anni si tornò all’antico. E si ripristinò la data del 25 marzo.

Nel nord della penisola, il computo del Capodanno a partire dalla Natività era usato a Pavia, Brescia, Alessandria, Crema, Ferrara, Rimini e Como (ma in questo caso solo fino al Quattrocento). Festeggiavano il Capodanno il 25 dicembre anche Orvieto e alcune città toscane come Pistoia, Massa, Arezzo e Cortona.

Ma la differenza più singolare, tanto per cambiare, era quella tra Firenze e Pisa. Entrambe le città prendevano come data di riferimento quella della Incarnazione. Entrambe usavano la formula di rito: “Anno ab Incarnatione Domini”. Ma ognuna festeggiava il Capodanno a modo suo. Due scuole di pensiero e due date diverse: lo “Stile Pisano” e lo “Stile Fiorentino”, dettavano la regola anche in altri territori.

Annunciazione, Simone Martini, Galleria degli Uffizi, Firenze

Pisa anticipava di nove mesi la data della Natività. E quindi faceva partire il Capodanno il 25 marzo. La città di Firenze, da sempre legata al culto della Madonna, usava festeggiare l’inizio dell’anno il giorno della festa dell’Annunciazione, ma posticipava di tre mesi la data, a partire dal giorno della nascita di Cristo. Di conseguenza, nelle città rivali, la festa di Capodanno del 25 marzo, riguardava anni diversi: Pisa anticipava Firenze di 12 mesi. La Toscana si uniformò al resto d’Italia e d’Europa e iniziò a considerare l’inizio dell’anno solare il 1 gennaio, soltanto il 20 novembre del 1749, quando il granduca Francesco Stefano di Lorena abolì per decreto la feste di Capodanno celebrate nella stessa data di anni diversi per via di calcoli differenti. Fatto sta che per centinaia di anni lo “Stile Fiorentino” fu seguito da altre città italiane (Piacenza, Ravenna, Novara e Cremona) e toscane: Siena, Prato, Lucca, Pontremoli, Colle Val d’Elsa, Fiesole e San Gimignano. Lo “Stile Pisano” per un breve periodo di tempo fu adottato anche a Roma. Piombino si adeguò alla vicina e potente città marinara. Così come Tarquinia. Al nord, scelsero questa soluzione Bergamo e Lodi, che portò avanti la tradizione fino al Quattrocento.

In questo guazzabuglio di date si provò a mettere ordine a più riprese. Inutilmente. Nel Trecento, il pisano Giordano da Rivalto, un predicatore domenicano, celebrato per la sua oratoria, bollava come “pagano” chiunque volesse il 1 gennaio come data di inizio dell’anno nuovo.

La suggestione dei raggi di sole nel Duomo di Pisa durante il Capodanno Pisano

A Pisa il Capodanno era scandito da un orologio solare: veniva annunciato da un raggio di sole che penetrava nel Duomo da una finestra, chiamata Aurea proprio per questo motivo. Il raggio colpiva un preciso punto, localizzato vicino all’altare maggiore, il giorno stesso dell’equinozio di primavera, che secondo il calendario giuliano cadeva approssimativamente il 25 marzo e che quindi coincideva con la festa cattolica dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria. La tradizione si ripete ancora, con qualche cambiamento, dopo i restauri subiti dalla meravigliosa cattedrale medievale di Piazza dei Miracoli: nell’equinozio di primavera, a mezzogiorno in punto, un raggio solare colpisce una mensolina a forma di uovo depositata sul cornicione di una colonna, lungo la navata, all’altezza del luogo dove nel 1926 fu riassemblato lo splendido ambone di Giovanni Pisano.

Il calendario dell’antica Roma aveva inizio il 1 marzo, alcune settimane prima dell’equinozio di primavera. Il fatto che anche lo “Stile dell’Incarnazione” coincidesse con l’equinozio di primavera, ridava il significato originario al nome di alcuni mesi: settembre, ottobre, novembre e dicembre tornavano ad essere il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese dell’anno. Venezia seguì sempre la regola romana. E datò tutti i documenti pubblici redatti in Laguna fino al 1797 indicando il 1 marzo come data di inizio dell’anno. Il 1 marzo era giorno di festa in tutti i territori della Serenissima. L’uso veneto, “more veneto”, indicato dalla sigla “m.v.”, sopravvisse nei secoli e fu esportato nel Mediterraneo.

Il ricordo della datazione veneziana del Capodanno sopravvive ancora nell’altopiano di Asiago, nel Trevigiano, nel Bassanese, nel Padovano e in alcune zone della Pedemontana Berica. Nelle feste paesane si rinnova la “bruza marzo” e continua l’usanza popolare di “ciamàar marzo”, che vuole risvegliare l’anno nuovo attraverso l’accensione di grandi falò propiziatori. Nella valle dell’Agno, sulle Prealpi vicentine, (Recoaro Terme, Valdagno, Cornedo Vicentino, Brogliano, Castelgomberto e Trissino) si festeggia ancora il “fora febraro” , che fa scappare quello che nei territori storici della Serenissima era considerato l’anno vecchio, con i “sciòchi col carburo”: botti provocati dall’acetilene, formata dall’unione del carburo di calcio con l’acqua. I bambini girano nelle strade battendo su pentole e coperchi. L’idea è che il rumore scacci il freddo mese di febbraio e che la primavera possa arrivare. Un tempo, per far festa, si trascinava nelle vie la catena del camino che diventava lucida e appariva come nuova.

Così, a Capodanno permane l’illusione che la vita si rinnovi. E arrivano i botti che con il loro rumore portano via le cose brutte. Nel VII secolo, i pagani seguaci dei druidi che vivevano nelle Fiandre, si abbandonavano a grandi e rumorosi festeggiamenti. Il severissimo Sant’Eligio, che fu anche un famoso orafo alla corte dei re Merovingi, li redarguiva aspramente: “A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica”.

Federico Fioravanti

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Thomas Becket, l’assassinio nella cattedrale

Il Martirio di Thomas Becket (1220 circa) nella ex chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Spoleto

Un assassinio dentro una cattedrale: la storia di Thomas Becket, santo martire dell’Inghilterra del XII secolo, avvince ancora l’uomo contemporaneo, di fronte ai temi eterni dettati da parole che attraversano ogni giorno la coscienza dell’individuo: libertà e potere, amicizia e tradimento, onore e dovere. L’arcivescovo di Canterbury fu ucciso a colpi di spada da quattro cavalieri durante i vespri del 29 dicembre 1170, forse per ordine del re Enrico II Plantageneto.

La notizia si sparse per l’Europa e colpì come poche altre l’immaginazione dell’uomo medievale. Il sovrano negò di aver voluto la morte dell’uomo che in giorni lontani era stato il suo migliore amico e confidente. E digiunò a lungo per mostrare alla corte e al mondo tutto il suo dolore. La fama di Becket e la sua terribile fine varcarono presto i confini delle isole britanniche. Appena due anni dopo, Papa Alessandro III lo proclamò santo nel corso di una solenne cerimonia celebrata nella città laziale di Segni. Al nuovo martire si attribuirono molti miracoli e la sua tomba diventò meta di incessanti pellegrinaggi. Tanto che Geoffrey Chaucer, padre della letteratura inglese, nel 1387 iniziò a scrivere i “Racconti di Canterbury”, ispirati al percorso di fede che veniva compiuto verso il luogo dove l’arcivescovo morì.

Le cronache sono concordi nel descrivere Becket come un uomo di grande abilità e prontezza di spirito. La sua carriera fu folgorante quanto il suo fascino. Nacque nel 1118 da una famiglia di nobili normanni, l’élite che ormai da cinquanta anni (battaglia di Hastings, 14 ottobre 1066) governava l’Inghilterra. Fu mandato, come tutti i giovani di buona famiglia, a studiare a Parigi, che allora era il centro culturale più importante d’Europa. Quando tornò a Londra, si impiegò a corte presso un contabile.

Ma un altro normanno, l’arcivescovo Teobaldo di Canterbury, lo notò e volle che diventasse un chierico e che completasse gli studi a Roma, a Auxerre e a Bologna, l’università più antica e importante d’Europa. Nel 1154 Thomas diventò arcidiacono della diocesi. La curia sembrava il destino della sua vita. Non andò così, perché l’energico Enrico II, monarca di nascita e lingua francese, si accorse di lui e in pochi mesi lo catapultò nei ranghi più elevati della corte. Thomas fu nominato cancelliere del regno e “unico consigliere del re” (1155). Presto Becket conobbe i sovrani di tutte le più importanti corti d’Europa, trattò con i nobili e i diplomatici, frequentò il papa e vinse anche una guerra contro il re di Francia Luigi VII, mostrando doti militari non comuni.

Per sette anni fu il vero braccio destro del sovrano, parafulmine di molte critiche, anche da parte della Chiesa e dei baroni che pure avevano salutato con favore la sua nomina. Becket, in quella fase della sua vita, fu un uomo di Stato, nel vero senso della parola. Lavorò insieme al suo re per creare una amministrazione centralizzata. Grazie alla profonda conoscenza del diritto romano, la corona inglese imprigionò la voglia di indipendenza dei potenti feudatari e ristabilì l’autorità della monarchia, compromessa nel precedente regno di Stefano di Blois. Insieme a Enrico II, Thomas governò un vasto territorio che andava dalla Scozia ai Pirenei. Diventò il custode del sigillo reale. Fu temuto e rispettato, come attesta la frase contenuta in una lettera che gli scrisse Pietro, abate di Troyes: “Chi non sa che voi siete secondo al re in quattro regni?”. Le cronache dell’epoca lo descrissero come un uomo di potere, a suo agio nel lusso e nella magnificenza della corte: abile falconiere, elegante, amante dello sfarzo, protagonista di proverbiali banchetti, quasi un “dandy” ante litteram, circondato dalla considerazione e dagli omaggi della corte.

La cattedrale di Canterbury in una foto della fine dell’Ottocento

Poi tutto cambiò, dopo la morte improvvisa del suo primo mentore, l’arcivescovo di Canterbury Teobaldo (1161). La più antica diocesi inglese, sede primaziale d’Inghilterra, aveva bisogno di una guida sicura. Soprattutto ne aveva bisogno Enrico II, che voleva il primate dalla sua parte per controllare e limitare il potere e i privilegi della Chiesa. Così il re Plantageneto candidò alla nomina il suo cancelliere. Anche i vescovi erano d’accordo, ad eccezione dell’arcivescovo di Londra che voleva per sé quella carica così importante. Thomas però, almeno all’inizio, non ne voleva sapere. Motivò il suo rifiuto con parole profetiche: “Se Dio mi permettesse di essere arcivescovo di Canterbury, perderei la benevolenza di vostra maestà e l’affetto di cui mi onorate si trasformerebbe in odio, giacché diverse vostre azioni volte a pregiudicare i diritti della Chiesa mi fanno temere che un giorno potreste chiedermi qualcosa che non potrei accettare, e gli invidiosi non mancherebbero di considerarlo un segno di conflitto senza fine tra di noi”.

Enrico insistette. Thomas continuò a declinare l’invito regale. Furono decisive le pressioni del cardinale Enrico di Pisa, nunzio apostolico del papa. Alla fine Becket accettò l’incarico e il 27 maggio del 1162 divenne l’arcivescovo di Canterbury. Il suo mandato iniziò con un gesto dal grande significato simbolico: si trasferì da Londra a Canterbury, quasi a rimarcare la distanza dalla corte. Abbandonò la sua vita di sfarzi, lasciò le vesti lussuose, vestì il cilicio e iniziò una quotidiana distribuzione di elemosine ai poveri. Nel giro di qualche mese, l’uomo di potere si trasformò in un pastore di anime. Il cambiamento fu repentino e totale. E presto il conflitto con Enrico II divenne inevitabile. Il sovrano rivendicava il diritto di giudicare i chierici e i monaci e di imporre tasse sui beni che la Chiesa destinava al sostentamento del clero, al culto e all’assistenza dei poveri. Soprattutto, il re voleva scegliere e nominare i vescovi, dai quali pretendeva un giuramento di vassallaggio, per il quale negava il diritto di appello al papa.

I contrasti con Becket deflagrarono in occasione delle cosiddette Costituzioni di Clarendon (1164), la prima dichiarazione legale della Common Law (Legge Comune) inglese. Erano il tentativo di codificare per iscritto antiche usanze e consuetudini feudali che andavano a beneficio del potere regale e che contrastavano con le posizioni ratificate dal diritto canonico e acquisite dalla Chiesa. Thomas sembrava favorevole alla firma. Ma quando lesse le Costituzioni nei dettagli, dichiarò apertamente il suo dissenso: “Nel nome di Dio onnipotente, non porrò il mio sigillo”. Quel no fu una dichiarazione di guerra verso la corona.

Una miniatura che raffigura una discussione tra Enrico II e Thomas Becket

Intervenne anche il papa, che provò a mediare per far riconciliare Thomas con il re. Alla fine Becket firmò le Costituzioni di Clarendon, ma volle che fosse inserita una clausola: “Salvo honore Dei“. Un apposito concilio, convocato a Northampton, discusse quella formula: “Ponendo in salvo i diritti di Dio”. La sottigliezza giuridica fece infuriare Enrico II. E il vecchio amico del sovrano diventò il primo nemico della corona. Scattarono le rappresaglie reali. Il re minacciò di deporre l’arcivescovo di Canterbury a cui chiese anche di restituire il denaro che aveva ricevuto quando svolgeva il ruolo di lord cancelliere del regno. Becket fuggì in Francia, per sollecitare di persona l’appoggio di papa Alessandro III, che in quel periodo aveva trovato anch’egli rifugio a Parigi a seguito di forti dissensi con il collegio dei cardinali. Le terre di Becket in Inghilterra furono confiscate e i suoi amici vennero perseguitati. La sede primaziale rimase vacante. Il pontefice iniziò una lunga trattativa con il re inglese per trovare una soluzione alla vicenda, che paralizzava i rapporti tra il regno e la Chiesa di Roma.

L’esilio di Becket, ospite in un monastero cistercense, durò sei anni. Lo accolse con interessata benevolenza anche il re Luigi VII, preoccupato della potenza di Enrico II, che già controllava un terzo del territorio francese e che voleva espandere i suoi domini anche nella contea di Tolosa. Il re d’Inghilterra venne di persona in Francia. Il 6 gennaio 1169 incontrò il sovrano francese e Becket a Montmirail, ma non ci furono passi avanti. L’anno dopo, a fatica, il primate e il re si accordarono per una sorta di riconciliazione, rimandando le loro dispute alle decisioni di un futuro concilio. Quando tornò a Canterbury, Thomas fu accolto con grande affetto dalla popolazione. Ma ormai per il re e per la corte era un pericoloso nemico. La goccia che fece traboccare il vaso fu la scomunica di Becket verso due vescovi vicini a Enrico II, deposti a seguito della incoronazione a “re congiunto” del figlio del sovrano “Enrico il Giovane” da parte dell’arcivescovo di York.

La leggenda riporta tutta la rabbia del sovrano contro l’antico confidente, in una celebre frase, urlata al culmine dell’ira, davanti ai cortigiani: “Chi mi libererà da questi preti turbolenti?”. Per quattro cavalieri della corte le parole di Enrico II diventarono un lasciapassare per l’atteso regolamento dei conti: partirono al galoppo alla volta di Canterbury. Entrarono in chiesa, durante la messa, gridando: “Dov’è Thomas il traditore?”. Becket rispose: “Sono qui, ma non sono un traditore, bensì un vescovo e un sacerdote di Dio”. Furono le sue ultime parole: morì trapassato dalle spade davanti all’altare.

La sua fine ne fece un martire della libertà religiosa di fronte all’assolutismo della ragione di Stato. Thomas Eliot nel suo dramma teatrale poetico “Assassinio nella cattedrale”, trasformò Becket in uno stoico che arriva a farsi uccidere pur di affermare fino in fondo il suo diritto alla libertà. L’opera, scritta nel 1935, alludeva in modo chiaro alla brutalità dei regimi dittatoriali che in quegli anni stringevano in una morsa soffocante l’Europa, poco prima di una terribile guerra mondiale.

Gli attori Peter ‘O Toole (Enrico II) e Richard Burton (Becket), tratteggiarono con incredibile bravura una storia diversa nel film di Peter Glenville “Becket e il suo re” (1964), tratto da un’opera teatrale dell’autore francese Jean Anouilh. E resero tutta la tensione di un dramma, dove “l’onore di Dio” è l’invalicabile limite nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa. E dove Becket, nonostante il tradimento, rimane comunque, per sempre, “il caldo amico” di un re ossessionato dal freddo, che cerca invano conforto nel gelo del potere.

Virginia Valente

Peter ‘O Toole e Richard Burton in una scena di “Becket e il suo re” (1964)

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Acerenza, città cattedrale

A volerla così, austera e bellissima, fu un monaco benedettino venuto da Cluny. Stretta nel silenzio e nella suggestione della sua cattedrale, Acerenza è un distillato di storia, dove grandiose architetture plasmano il profilo del ripido colle che domina le valli lucane, a metà strada tra il Tirreno e l’Adriatico.

Autentica cittadella murata medioevale, Acerenza si mostra in tutta la sua imponente compattezza a chi proviene dalle Puglie. La solenne cattedrale dell’XI secolo in stile romanico-cluniacense, consacrata all’Assunta e a San Canio, nome gaelico che significa “Magnifico Sorvegliante”, domina il panorama del borgo. Per apprezzarla davvero è meglio passeggiarci intorno, scrutare le mura di pietra antica, i volumi di absidi e torrette che armonizzano con il tessuto urbano e i materiali da costruzione, in accordo con i colori delle facciate e i tetti delle case. E, magari al tramonto, andare alla ricerca dei suoi mille, piccoli segreti prima di varcarne la soglia, nel momento in cui i raggi del sole attraversano il rosone e un fascio di luce intensa colpisce l’altare maggiore. Girandole attorno, fra gli stretti vicoli e le terrazze che aprono scorci sul panorama di dolci colline, la cattedrale svela i suoi primi tesori: incastonati nella trama di pietre millenarie si scoprono marmi di età romana, figure scolpite su lapidi funerarie consunte dal tempo, colonnine di squisita fattura ellenistica. E il meraviglioso portale romanico, dove uomini e animali sono da secoli avvinghiati tra loro.

In età barocca la cattedrale cambiò aspetto: fu rivestita di stucchi, che ne stravolsero spirito e atmosfera, e solo i profondi restauri degli anni Cinquanta tornarono a dare risalto alle sue linee austere. Oggi, ogni prezioso dettaglio è di nuovo visibile: le antiche acquasantiere, le testine di scimmia alla base delle colonne, la suggestiva immagine di Santa Margherita e il drago e il bassorilievo di un satiro intento a suonare lo zufolo.

Sovrana sulla vallata dei fiumi Bradano e Fiumarella, la cattedrale di Acerenza è ancora oggi la chiesa più grande del territorio, capace di ospitare 1200 fedeli e consacrata sede arcivescovile fin dal 1059, anno in cui il Concilio di Melfi sancì l’alleanza tra Vaticano e Normanni del Meridione. Risorse, così com’è oggi, nel 1080 per volere di Arnaldo, abate di Cluny, la più prestigiosa istituzione monastica dell’Europa dell’XI secolo, che era arrivato in Basilicata con i Normanni e il confratello Berengario, diventato poi Priore della Abbazia della vicina Venosa, detta l’Incompiuta.

Nei secoli Acerenza, per la splendida posizione strategica, fu oggetto di contesa tra Longobardi e Bizantini. Il terremoto del 1456 la distrusse quasi completamente, ma venne presto ricostruita e nel 1479 divenne proprietà della nobile famiglia dei Ferrillo.

Lo stemma dei Ferrillo, ripetuto centinaia volte su affreschi e formelle, è anche sul grande sarcofago dietro l’altare: il “Cassone di San Canio”. Agli inizi del Cinquecento, Giacomo Alfonso Ferrillo, il “conte archeologo”, e la sua bella moglie slava, la principessa Maria Balsa, chiamarono a palazzo il maestro Pietro di Muro Lucano e gli commissionarono la realizzazione di una piccola cripta, sotto il presbiterio. A Giovanni Todisco fu dato il compito di affrescarla. Il risultato è un piccolo scrigno di tesori, capolavoro dell’arte rinascimentale interpretata da artisti locali di rara sensibilità.

Uscendo dalla cattedrale, dopo aver ammirato il palazzo cinquecentesco dell’ex-Pretura con la sua bella romanella mediterranea, ci si può incamminare per i vicoletti del centro storico e soffermarsi sugli splendidi palazzi gentilizi settecenteschi dai portalini in pietra, ornati di sculture semplici o stemmi di antiche famiglie acheruntine.

Su Largo Gianturco si affaccia il palazzo della Curia vecchia, che occupa una parte dei locali dell’antico castello di impianto longobardo, parzialmente ricostruito negli anni Cinquanta. All’altezza di Porta San Canio c’è il settecentesco palazzo Gala, con un cornicione a romanella e portali in pietra scolpita.

L’antichissima Akere osca, che Orazio e Tito Livio chiamarono Acheruntia, “il luogo alto”, è da sempre una fortezza. Edificata per difendere, oggi è presidio di cultura e bellezza, simbolo di una terra che ha ospitato santi, pagani, guerrieri e principi normanni.

Daniela Querci

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Santa Sofia, tra il Cristianesimo e l’Islam

L’Islam e il Cristianesimo si sposano a Hagia Sophia, la Santa Sapienza che distilla ancora i tre nomi della grande e misteriosa città: Bisanzio, Costantinopoli e Istanbul svelano la loro storia dentro una immensa e straordinaria basilica.

Un luogo da sempre simbolo della capitale d’Oriente: prima chiesa bizantina, poi moschea ottomana (1453-1935) e poi, per volontà del presidente Ataturk, museo nazionale della repubblica di Turchia.

Il 27 dicembre dell’anno 537, fu il gran giorno della consacrazione della basilica. Davanti a tanta bellezza, l’imperatore Giustiniano non trattenne l’orgoglio di chi sapeva di poter parlare ai secoli: “Gloria a Dio che mi ha fatto degno di questo! Ti ho superato, oh Salomone!”. E ordinò quattordici giorni di festeggiamenti, che furono accompagnati da pubbliche elargizioni di denaro, feste, musiche e celebrazioni che coinvolsero tutti gli abitanti della grande città.

La cupola, costruita mille anni prima di quella di San Pietro a Roma, apparve come un prodigio di eleganza e di leggerezza: 30 metri di diametro e 56 di altezza, con la volta argentea, rivestita all’interno da migliaia di tessere di lucenti mosaici. Forse Giustiniano quel giorno pensò a Costantino che per primo, nel vasto spazio poco lontano dal palazzo imperiale, volle costruire la prima cattedrale della sua nuova capitale. Ma non fece in tempo a vedere la fine dei lavori che aveva ordinato. Fu il suo successore, Costanzo II, nel 360, a consacrare e ingrandire il tempio che divenne la chiesa episcopale di Costantinopoli. Poco dopo, la distrusse un incendio. Ma Teodosio II la riconsacrò nel 415. Fu di nuovo incendiata, con gravi danni, durante la rivolta di Nika.

Finché Giustiniano, nel 532, si impegnò a ricostruire una basilica nuova. Nei suoi sogni doveva essere la “più sontuosa dall’epoca della Creazione”. Riuscì nell’impresa: in soli 5 anni, il famoso architetto Isidoro di Mileto e il matematico e fisico Artemio di Tralle, assistiti dallo stesso imperatore, portarono a termine l’opera, per la quale fu necessario il lavoro di diecimila operai. Preziosi materiali vennero raccolti in ogni parte del vasto impero: marmi verdi dalla Tessaglia, pietre nere dalla regione del Bosforo e grandi pietre gialle dalla Siria. Otto colonne di porfido giunsero dal Tempio di Giove Eliopolitano di Baalbek. Colonne di granito arrivarono dall’Egitto. E altre otto colonne ellenistiche furono trasportate dal tempio di Artemide di Efeso. I rossi mattoni di Rodi, composti da una argilla particolarmente leggera, servirono per costruire la spettacolare cupola. Ogni pezzo riportava la medesima scritta: “È Dio che l’ha fondata, Dio le recherà soccorso”. Tanta fede serviva per le sacre incoronazioni dei reali bizantini e per ospitare degnamente la sede del patriarca ortodosso di Costantinopoli.

Ma le iscrizioni devote nulla potettero contro una serie di terremoti che indebolirono e lesionarono a più riprese la costruzione. Tanto che durante il sisma del 7 maggio 558, la cupola crollò e distrusse l’ambone, l’altare e il ciborio della cattedrale. Ci vollero altri cinque anni per riaprire la basilica al culto (563) e per ricostruire una cupola nuova, più leggera, più alta di 6 metri e protetta da massicce muraglie di sostegno.

Nei secoli, seguirono altri crolli e altre ricostruzioni. Fino agli anni della Quarta crociata e al saccheggio delle reliquie che il tempio subì nell’anno 1203: la Sacra Sindone, una pietra della tomba di Cristo, il latte della Vergine Maria e le ossa di numerosi santi vennero trafugate e abbellirono diverse cattedrali d’Europa. Hagia Sophia fu trasformata in una chiesa cattolica fino alla “riconquista bizantina” del 1261. Ma il tempio era ormai gravemente danneggiato e fu chiuso dopo nuovi crolli a cui seguirono altri restauri.

Poi, per quasi cinquecento anni, la basilica diventò la grande moschea di Costantinopoli. Nel 1453 Maometto II promise ai suoi soldati tre giorni di libero saccheggio se la grande città, capitale dell’impero d’Oriente, fosse caduta. Il giorno stesso della capitolazione, le porte di Santa Sofia vennero abbattute. E il saccheggiò iniziò. Lo interruppe il sultano che ordinò la trasformazione della chiesa in moschea. Quando uno degli ulama che era con lui, salì sul pulpito e iniziò a recitare la Shahada, nacque, di fatto, Aya Sofya. Il grande luogo di culto fu di nuovo restaurato. Scomparvero le croci, i mosaici parietali vennero intonacati e ai lati dell’edificio, negli anni successivi, furono costruiti, a più riprese, dei minareti. Il patriarca si trasferì nella Chiesa dei Santi Apostoli.

Aya Sofya fu abbellita da due colossali colonne che nel XVI secolo il sultano Solimano il Magnifico (1520-1566) riportò dopo la conquista dell’Ungheria. Gli abbellimenti e i restauri continuarono per altri trecento anni, fino ai grandi lavori ordinati dal sultano Abdul Mejid I e completati in soli due anni, tra il 1847 e il 1849, sotto la direzione dell’architetto ticinese Gaspare Fossati, assistito dal fratello Giuseppe, ingegnere. La grande cupola e le volte vennero consolidate. Alle colonne furono appesi quattro giganteschi medaglioni circolari, che riportano i nomi di Allah, del profeta Maometto, dei suoi due nipoti e dei primi quattro califfi (Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali). Gli antichi mosaici bizantini vennero scoperti e poi ricoperti con uno strato d’intonaco. E nuovi lampadari a goccia sostituirono le vecchie illuminazioni.

Il museo nazionale ricorda questa e altre vicende. Hagia Sophia è un sontuoso libro d’arte e di storia. Le sue gigantesche proporzioni ne fanno uno dei monumenti dell‘architettura più importante di tutti i tempi. Nella pianta della grande basilica, come in un disegno divino, le figure geometriche del quadrato e del rettangolo si fondono in modo armonioso. La grandiosa innovazione, mai utilizzata in precedenza, dei quattro pennacchi che sostengono e innalzano la cupola, permette un passaggio elegante dalla forma quadrata della base dei piloni a quella sferica che sovrasta l’edificio, quasi a dominare lo spazio.

Lo sguardo corre verso l‘alto, dove tra le ombre e i chiaroscuri compare l’immagine dello stemma imperiale di Giustiniano. Tra mosaici, marmi di pregio, pannelli, colonne in porfido e capitelli scolpiti, si arriva al grande vano della navata centrale.

Procopio di Cesarea, nel suo trattato “De aedificiis”, raccontò l’effetto mistico di una luce che sembra generata dalla basilica stessa: arriva filtrata, a ogni ora del giorno dalle quaranta finestre che costeggiano la cupola e dalle altre aperture disposte a livelli diversi sulle grandi pareti di Hagia Sophia.

Una luce che si riverbera sui mosaici dorati e sui preziosi paramenti. E che sembra quasi annullare la consistenza e il peso stesso delle strutture. Ma che nei secoli ha continuato a illuminare la chiesa ortodossa orientale, quella cattolica romana e il vasto mondo musulmano.

Federico Fioravanti

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Il tempo della Legenda Aurea

Miniature dei santi in una edizione della Legenda Aurea

Il nome fa ancora sognare. La Legenda Aurea, costellata di meraviglie e miracoli, è uno dei grandi capolavori del Medioevo. Celebrata per tre secoli e poi dimenticata per quasi quattrocento anni, fonte di ispirazione per generazioni di artisti ma incompresa nel suo significato più alto e profondo, l’opera letteraria di Iacopo da Varagine (ca. 1228-1298) ha attraversato nel tempo episodi di alterna fortuna. E oggi, in ultima analisi, è ritenuta un documento di originalità straordinaria, modellato per esprimere, in tutta la sua ricchezza e complessità, una componente insostituibile della società umana: il tempo.

Una monumentale antologia di storie di santi corredata da un ricco repertorio di immagini, che ha esaltato l’estro di pittori, scultori e intagliatori. In centosettantotto capitoli, vergati in uno stile vivido e immaginifico, raccoglie biografie di uomini eccezionali, santi e reprobi, tanto che la sua lettura è stata definita sufficiente per poter spiegare quasi tutti i bassorilievi e le vetrate leggendarie delle cattedrali gotiche. Storicamente, è classificata come fonte agiografica e utilizzata come chiave di lettura per l’iconografia cristiana.

Fu il più grande successo editoriale del Medioevo dopo la Bibbia. Scritta in latino nell’ultimo terzo del XIII secolo, venne presto diffusa con un numero e una varietà di edizioni e traduzioni da fare invidia a un best seller dei nostri tempi: divulgata in italiano, alto e basso tedesco, francese, inglese, ceco e neerlandese, in epoca medievale ha conosciuto 69 diverse versioni manoscritte, seguite da altre 77 nei primi sessant’anni di diffusione della stampa.

La Legenda Aurea di Günther Zainer, Augsburg 1472 è stata venduta all’asta nel 2006 per 12.000 Euro

Ma se per trecento anni beneficiò della fortunata congiunzione tra il diffondersi della lingua volgare, l’alfabetizzazione del pubblico laico e la diffusione della stampa, dal XVII secolo la sua popolarità subì un drastico arresto, principalmente ad opera dei grandi specialisti moderni dei santi, i padri bollandisti, che la screditarono catalogandola nel genere letterario dei “leggendari medievali” e la destinarono all’oblio. “Questa istituzione di gesuiti” osserva Jacques Le Goff, “che si era data il compito di offrire una presentazione dei santi scientifica e sgombra delle fantasticherie della credulità medievale, rischiò di far uscire dalla conoscenza del Medioevo quest’opera che, adesso lo sappiamo, è uno dei grandi capolavori di quest’epoca”. L’ultima episodica edizione, in vernacolare italiano, è del 1631. E poi, per oltre trecento anni, la Legenda Aurea venne dimenticata.

La grandezza dell’opera è stata riscoperta solo nel Novecento, quando il suo significato si è rivelato molto più articolato e profondo di quanto appaia ad una analisi superficiale, una semplice compilazione di vite di santi. Per comprenderla, bisogna considerare la missione e la levatura intellettuale dell’autore.

Iacopo da Varagine (ora Varazze, in Liguria) fu un domenicano della stessa generazione di San Tommaso d’Aquino. Come quest’ultimo, entrò nell’ordine nel 1244, quando i primi discepoli di San Domenico avevano già edificato conventi fino alle propaggini dell’Europa, dalla penisola Iberica all’Ungheria e alla Polonia. Iacopo passò gran parte della vita nel nord Italia, a Genova, dove si formò culturalmente, e nella provincia della Lombardia, estesa dalle Alpi all’Adriatico. Negli ultimi anni della sua vita tornò a Genova dove, a coronamento della carriera ecclesiastica, venne nominato arcivescovo.

Un colto teologo dunque, ma prima di tutto un predicatore, in un tempo in cui la conquista dei fedeli era una posta fondamentale della missione della Chiesa. Nell’Europa di fine Duecento, il lavoro dei parroci raccoglieva in sé molte funzioni e la parola di Cristo riusciva difficilmente a calamitare l’attenzione delle folle, anche per il dilagare dei movimenti contestatari (catari, poverelli, valdesi), che ostacolavano la comprensione dell’insegnamento cristiano. Era necessario uno strumento di predicazione che potesse fornire spunti per catturare l’interesse delle masse. E, per conquistare spiriti e cuori, i santi erano alleati formidabili. Iacopo da Varagine attinse criticamente dalla letteratura esistente (in gran parte dai leggendari dei domenicani Giovanni da Mailly e Bartolomeo da Trento) per offrire nella sua opera un lavoro enciclopedico serio, autentico e ambizioso.

San Giorgio in una illustrazione di una edizione della Legenda Aurea del 1382

Compito dei predicatori era anche spiegare ai fedeli il senso delle feste, che ritmano l’anno liturgico e rimandano ai grandi eventi della vita di Cristo e della Vergine: Natale, Circoncisione, Epifania, Pasqua, Assunzione. Così, Iacopo distribuì le vite all’interno del ciclo liturgico, in uno straordinario susseguirsi di racconti che si intrecciano sul canovaccio del calendario ecclesiastico e impostò la Legenda Aurea come un vero e proprio manuale di cultura religiosa ad uso dei predicatori. Costruì l’opera come un potente strumento di predicazione da mettere nelle mani dei pastori, quasi un’arma forgiata allo scopo di parare i colpi di eretici e indisciplinati.

Ma la grande originalità del domenicano non sta solo in questo. Tra il susseguirsi delle vite e il ciclo dei riti liturgici, si scopre che l’oggetto principale del testo di Iacopo da Varagine è il tempo, considerato secondo diverse modalità e infine descritto nella sua totalità. La Legenda Aurea abbraccia il divenire nella sua completezza, per fornire una risposta alla grande questione che tutte le civiltà e le religioni si pongono da sempre.

E infatti, come fa notare l’ultimo grande revisionista del significato di quest’opera (Jacques Le Goff, Il tempo sacro dell’uomo. La “Legenda Aurea” di Iacopo da Varazze. Editori Laterza), il testo inizia così: “La totalità del tempo della vita terrestre si divide in quattro”. Tre di questi tempi sono narrati nell’ordito del testo: il tempo santorale che scorre lineare, scandito dalle vite e dalle gesta dei santi, il trascorrere temporale, che con i suoi riti liturgici compie un ciclo e poi ricomincia, e il tempo escatologico, l’essenza più sfuggente del divenire, di cui il cristianesimo costruisce il cammino affinché l’umanità si diriga in modo retto fino al Giudizio Universale. Il quarto e ultimo modo del tempo è il totale, fornito dalla somma dei primi tre.

Ed è in questa complessa considerazione del tempo, nella sua totalità e nei suoi differenti modi di scorrere che sta la stupefacente grandezza della Legenda Aurea. “In questa visione”, dice Le Goff, “i santi sono veri e propri marcatori del tempo, che servono a mostrare come solo il cristianesimo ha saputo strutturare e sacralizzare il tempo della vita umana per condurre l’umanità alla salvezza. Poiché il tema della Legenda Aurea non è un tempo astratto, è un tempo umano, voluto da Dio e sacralizzato, o santificato, dal cristianesimo”.

Daniela Querci

N.d.r.: Oggi sono in commercio molte versioni della Legenda Aurea (spesso italianizzata per assonanza in Leggenda Aurea). L’ultima, disponibile in eBook, è della Casa Editrice SISMEL – Edizioni del Galluzzo, con testo e commento a cura del filologo Giovanni Paolo Maggioni.

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Il Natale del Sacro Romano Impero

Illustrazione databile al XIV secolo, tratta da “Chroniques de France ou de Saint Denis”: raffigura Carlo Magno nell’atto di ricevere la corona imperiale da Papa Leone III il 25 dicembre dell’anno 800.

La mattina del 25 dicembre dell’anno 800, Carlo Magno fu incoronato imperatore a Roma da papa Leone III, nella basilica costantiniana di San Pietro. Quel lontano Natale nacque, in modo ufficiale, il Sacro Romano Impero. L’antico nome sancì la forza di un potere nuovo: quello del carismatico re dei Franchi che, di fatto, già controllava tutti i territori della cristianità occidentale.

Con la forza delle armi il sovrano aveva sconfitto i Longobardi, conquistato la Sassonia e la Baviera, annientato gli Avari pagani e assalita la Spagna ancora controllata dagli arabi infedeli. Da “patrizio dei romani” era diventato “protettore della Cristianità”. E ormai regnava da Barcellona alle steppe ungheresi, dal Mare del Nord fino a Benevento. All’alba del IX secolo, i piccoli principi dell’Inghilterra e della penisola iberica e i deboli vassalli di Bisanzio, apparivano per quello che erano: minuscole e ininfluenti pedine dello scacchiere europeo, di fronte a un nuovo, grande potere che la Chiesa riconobbe come sacro, perché non era “unito solo dalla spada, ma anche dalla fede cristiana” (Alessandro Barbero, “Carlo Magno”. Editori Laterza).

Il papa consacrò questo nuovo impero cristiano posando sulla fronte del figlio di Pipino il Breve la corona imperiale, secondo l’uso praticato a Bisanzio: quello della “acclamatio”. E accompagnò il gesto solenne con parole ripetute e scandite tre volte dalla folla che riempiva la basilica alla luce tenue e suggestiva di più di mille candele: “A Carlo, piissimo, augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico imperatore, vita e vittoria”.

Il pontefice poi si inginocchiò, in segno di rispetto, seguendo il cerimoniale bizantino della “proskynesis”. Il re dei Franchi, per l’occasione, aveva abbandonato il suo barbaro e usuale abbigliamento (brache, mantello di pelliccia e stivali annodati a stringhe) e si era avvicinato all’altare vestito come un antico romano, con la tunica bianca e i sandali.

Quel giorno di Natale dell’anno 800 la Storia cambiò verso: l’antico impero romano rimase solo quello d’Oriente. La Chiesa scelse di legare per sempre il suo destino all’Occidente. Il nuovo centro di gravità del potere politico si spostò da Roma ad Aquisgrana, dal Mediterraneo all’Europa del nord. L’impero orientale, allora rappresentato da Irene, l’unica donna mai salita sul trono di Bisanzio, assistette impotente all’ascesa del barbaro diventato imperatore. Il pontefice Leone III, nella basilica romana aveva sostituito l’autorità dell’imperatrice regnante, che si era data da sola il titolo di “Autocrate dei Romani”, con quella di Carlo Magno, paladino della fede cristiana. Per il papa, la legge salica parlava chiaro: “De terra nulla in muliere hereditas est”. Se la donna non aveva diritto alla eredità delle terre, non poteva certo aspirare a un impero.

La basilissa Irene, particolare di un mosaico della basilica di Santa Sofia a Istanbul

Ma Irene, declassata dall’Occidente a “Imperatrice dei Greci”, considerò l’incoronazione del 25 dicembre 800 un atto di usurpazione, “una specie di rivolta delle province occidentali contro la vera sede dell’Impero” (Gianni Granzotto, “Carlo Magno”. Mondadori). Quel pontefice aveva osato “separare da Roma la sua figlia più bella”. Il primo impulso della sovrana bizantina fu quello di scatenare una guerra: pensò di muovere la flotta in Sicilia contro “il re dei Franchi e dei Longobardi”.

Ma presto la rabbia si stemperò nel realismo dell’analisi politica: Bisanzio, assediata alle frontiere orientali dagli Arabi e dagli Slavi, aveva altre gatte da pelare. Così la pragmatica regina, che aveva fatto avvelenare il marito e accecato e ucciso il figlio per poter governare da sola, accarezzò l’idea di un matrimonio con Carlo Magno, che nel frattempo era rimasto vedovo. L’immenso impero che era stato separato poteva ancora essere riunificato. L’imperatore Carlo, ammaliato con doni e missive, fece capire di non opporsi all’idea. Le rispettive diplomazie si misero al lavoro. Nei primissimi anni del nuovo secolo, tra Bisanzio e Aquisgrana i messi e gli ambasciatori si incrociarono più volte con discrezione per definire un accordo. Il monaco Teofane, nella sua “Cronografia”, scritta pochi anni dopo dagli eventi narrati, parlò della missione di Gheso, vescovo di Amiens che nella primavera dell’anno 802 si recò a Bisanzio per discutere il patto nuziale, accompagnato da Helmgaud, il fedelissimo conte palatino di Carlo Magno. Ma dopo pochi giorni Irene fu deposta da una rivolta di palazzo e relegata in un convento nell’isola di Lesbo dove finì i suoi giorni. Al trono salì Niceforo I e i rapporti tra Bisanzio e Aquisgrana tornarono tesissimi.

Ma dieci anni dopo, il 13 gennaio 812, i due imperi fecero la pace. Carlo restituì l’Italia meridionale all’impero bizantino e rinunciò a Venezia e all’Illiria. E l’imperatore di Bisanzio accettò il nuovo stato di cose. L’impero di Carlo Magno modificò per sempre l’equilibrio di poteri che per secoli aveva segnato le vicende del Mediterraneo. Lo storico Henry Pirenne (“Maometto e Carlomagno” . Editori Laterza) spiegò così la portata storica dell’avvenimento: “Se esso potette realizzarsi, la ragione fu che da una parte la separazione tra Oriente ed Occidente aveva circoscritto l’autorità del papa all’Europa occidentale, e che d’altra parte la conquista della Spagna e dell’Africa per opera dell’Islam aveva fatto del re di Francia il padrone dell’Occidente cristiano. È dunque rigorosamente vero dire che senza Maometto Carlomagno è inconcepibile”.

Raffaello, Incoronazione di Carlo Magno, Musei Vaticani

Alcuni storici hanno visto nella vicenda dell’incoronazione quasi un colpo di stato da parte di Carlo Magno. Sicuramente gli eventi della notte di Natale furono organizzati nei minimi dettagli dal papa, dall’imperatore e dai nobili franchi. E il percorso che portò all’incoronazione seguì un cammino coerente. Carlo che visse nel nord Europa quasi tutta la sua vita, scese in Italia appena quattro volte. La prima nel gennaio dell’anno 773, quando fu chiamato dal papa Adriano I e vinse i Longobardi. In quella occasione beneficò la Santa Sede, confermando e estendendo la donazione che già suo padre aveva fatto al papato con l’aggiunta dei ducati di Spoleto e di Benevento e dei territori del Veneto e dell’Istria.

Da allora Roma iniziò a gravitare intorno all’orbita del suo potere. E Carlo esibì pubblicamente il suo nuovo titolo: “Re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani”. Il protettore del papa, secondo Pirenne ed altri autorevoli storici, però si trasformò presto in un padrone che non aveva nessuna intenzione di lasciare l’Italia al pontefice romano. La seconda volta che arrivò a Roma, nei giorni della Pasqua del 780, come re dei Longobardi, impedì al successore di Pietro di estendere la sua autorità sul ducato di Spoleto di cui accettò in prima persona la sudditanza. E poiché aveva fidanzato sua figlia Rortruda con il giovane imperatore d’Oriente, non appoggiò il papa contro Bisanzio. La terza volta il sovrano dei Franchi e dei Longobardi scese al sud per domare la rivolta di Arichi, duca di Benevento.

Il pio Carlo protesse il pontefice ma non si sottomise, come suo padre Pipino, all’autorità di Roma. E dopo la morte di papa Adriano I, nella lettera che inviò al successore Leone III, volle subito tracciare i confini tra potere spirituale e potere temporale. Da patrizio di Roma diventò “protettore della Cristianità”. Volle anche intervenire in materia dottrinale: prima di diventare imperatore, durante il Concilio di Nicea, combatté gli iconoclasti bizantini e spinse il papato a autorizzare la creazione e la diffusione delle immagini sacre, compresa quelle di Dio. La quarta discesa di Carlo in Italia coincise con la sua incoronazione. Leone III, il papa che venne dopo Adriano I, era di umili origini. Aveva una lunga esperienza di curia e si occupava del vestiario del pontefice. I suoi denigratori per questo lo chiamavano “monsignor guardaroba”.

Il clero romano lo elesse per contrastare i nobili casati che erano vicini al suo predecessore. Il primo gesto del nuovo papa fu quello di inviare a Carlo Magno le chiavi di san Pietro e il gonfalone di Roma. Ma i nobili romani non si rassegnarono alla sua elezione. Due potenti nipoti di Adriano I, Pascale (primicerio e quindi capo dei notai pontifici) e Campolo, sacellario (addetto al Tesoro) della Santa Sede, ordirono una congiura per uccidere Leone durante una processione nel centro di Roma. Il papa fu disarcionato dalla sua cavalcatura e picchiato a sangue. Si salvò a stento e riparò a Spoleto, protetto dal duca longobardo Vinichi. Da lì implorò l’aiuto di Carlo Magno, mentre i suoi nemici lo accusavano di “fornicazione e spergiuro” e ne chiedevano la deposizione.

Il re mandò suo figlio Pipino, re d’Italia a prenderlo in consegna per condurlo a Paderbon, la residenza estiva della corte. Il papa, sfigurato dalle cicatrici e sfinito dalla lunghezza del viaggio, si abbandonò al pianto sulla spalla del grande sovrano. Mentre Carlo esaminava le accuse contro di lui, Leone III fu curato e confortato. Alla metà del 799 un esercito di diecimila soldati lo riaccompagnò a Roma, in attesa di un processo che si annunciava come memorabile. Alcuino di York, influente consigliere del Carlo Magno, si schierò per l’assoluzione del papa, facendo presente che ormai con le figure del pontefice e dell’imperatore di Bisanzio mutilate delle loro funzioni, l’ordine cristiano del mondo dipendeva solamente dal re dei Franchi. E così quando Carlo giunse a Roma, il 23 dicembre dell’anno 800, papa Leone III dichiarò la propria innocenza in una umiliante cerimonia pubblica. I suoi accusatori, condannati a morte, furono graziati dal pontefice ma rinchiusi in convento.

Appena due giorni dopo, la mattina di Natale, il papa pose la corona imperiale sulla testa di Carlo. Il gesto ebbe un enorme peso politico anche nei secoli a venire: sanciva, in modo simbolico, la superiorità dell’autorità papale su qualsiasi altra. Oltretutto l’imperatore non veniva acclamato e quindi scelto dai Franchi ma dal clero romano. Le cronache di Eginardo, biografo dell’imperatore, ci dicono che Carlo fu colto di sorpresa e che non voleva essere incoronato in quel modo. Difficile che sia andata così, visti gli avvenimenti dei giorni e degli anni precedenti. Quel che è certo è che il rituale della cerimonia, almeno a posteriori, scontentò Carlo Magno. Tredici anni dopo, quando il grande sovrano volle che il figlio Ludovico il Pio fosse incoronato imperatore, fu lui stesso a consegnare la corona, senza il papa di mezzo.

Il Sacro Romano Impero fin dall’inizio poggiò quindi su un equivoco: se doveva essere la continuazione o il ripristino, sotto altre forme, dell’impero romano, il vero sovrano, anche del pontefice, era senz’altro l’imperatore. Ma se la sua dignità arrivava dal papa, allora era il pontefice che si candidava a controllore dell’impero. Da qui nacquero infiniti problemi per il potere supremo della società cristiana.

Il sacro Romano Impero, nato nel giorno di Natale dell’anno 800, finì mille anni dopo. Si dissolse il 6 agosto 1806, quando Napoleone dichiarò di non riconoscerne più l’esistenza. Di conseguenza, Francesco II d’Asburgo, depose per sempre l’antica corona e diventò Francesco I “imperatore d’Austria”.

Quanto a Bonaparte, pensò bene di incoronarsi imperatore da solo. E nella solenne cerimonia che si svolse il 2 dicembre 1805 nella cattedrale parigina di Notre Dame, papa Pio VII recitò la semplice parte di un comprimario. Napoleone aveva già fatto la prova generale il 26 maggio dello stesso anno nel duomo di Milano: quando mise sulla sua testa la corona ferrea con cui venivano incoronati i sovrani longobardi, chiarì il suo pensiero con la fatidica frase: “”Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca!”.

Federico Fioravanti

Da leggere:

Alessandro Barbero Carlo Magno – Un padre dell’Europa Laterza 2006.

Henry Pirenne Maometto e Carlomagno Laterza 2007.

Heinrich Fichtenau L’Impero carolingio Laterza 2000.

Matthias Becher Carlo Magno Il Mulino, 2000.

Giovanni Delle Donne Carlo Magno e il suo tempo, Tutto il racconto della vita del più famoso sovrano medievale e della realtà quotidiana del suo impero, Simoncelli Editore, 2001.

Franco Cardini Carlomagno, un padre della patria europea Bompiani, 2002.

Dieter Hägermann Carlo Magno. Il signore dell’Occidente Einaudi 2004.

Wilson Derek Carlomagno, barbaro e imperatore Bruno Mondadori 2010.

Georges Minois Carlo Magno. Primo europeo o ultimo romano Salerno 2012.

Stefan Weinfurter Carlo Magno. Il santo barbaro Il Mulino 2015.

Giosuè Musca Carlo Magno e Harun al-Rashid Dedalo Edizioni, 1996.

Gianni Granzotto Carlo Magno Mondadori 1998.

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Il fascino di Brisighella

Le origini di Brisighella risalgono alla fine del Duecento. Fu il fiorentino Maghinardo Pagani (nato a Susinana) considerato il più grande condottiero medievale della Romagna, a edificare quella che divenne la torre fortificata più importante della vallata ai cui piedi si sviluppò il borgo.

Maghinardo (Firenze 1243 – Imola 1302) fu guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna. Combatté insieme a Dante Alighieri nella battaglia di Campaldino nel 1289. Ma poi divenne un campione dei ghibellini, alleato degli Ordelaffi di Forlì. Tanto che Dante, senza nemmeno nominarlo, ne condannò l’opera:

“Le città di Lamone e di Santerno / conduce il lïoncel dal nido bianco / che muta parte da la state al verno” (Inferno, Canto XXVII, 49-51).

Anche Brisighella, quando nevica, sembra un nido accogliente. Ma rimane tale in tutte le stagioni dell’anno, con le sue viuzze antiche, la bella cinta muraria e le scale scolpite nel gesso. Le Feste Medievali animano il paese alla fine dell’ultima settimana di giugno. E piazza Carducci, ogni 26 dicembre, da più di trenta anni, ospita un suggestivo Presepe Vivente. Le case del borgo avvolgono i tre inconfondibili pinnacoli rocciosi su cui poggiano una Rocca del XV secolo, la Torre cosiddetta dell’Orologio ed il Santuario del Monticino.

L’origine del nome rimane incerta. Forse Brisighella ha la stessa etimologia di Brescia: Brix in longobardo vuol dire luogo scosceso. In tardo latino Brisca significa terra spugnosa. Qualche studioso invece attribuisce il nome alla Brassica (cavolo), una pianta spontanea che una volta era molto diffusa in tutto il territorio circostante.

L’atmosfera medievale si respira ovunque. A partire dalla tranquilla piazza Marconi, sulla quale si affacciano Palazzo Maghinardo, ora sede del municipio, e la Via del Borgo, detta anche Via degli Asini. È una strada unica al mondo: coperta, sopraelevata e ricca di archi a forma di mezzaluna di ampiezza differente. Nel XII e XIII secolo la via serviva anche per scopi difensivi. Poi fu abitata soprattutto dai birocciai che trasportavano il gesso a dorso d’asino e che avevano le stalle per le bestie, i cosiddetti “cameroni” di fronte agli archi, vicino alle loro abitazioni che erano concentrate nel piano superiore della via.

La Torre dell’Orologio oggi è la sede del Museo del Tempo. Risale al 1290. Maghinardo Pagani la fece costruire con massi squadrati di gesso, per controllare le mosse degli assediati nel vicino castello di Baccagnano. Fu ricostruita nel 1548. Più volte danneggiata, è stata restaurata nella forma attuale nel 1850.

La Rocca manfrediana che in epoca medievale serviva a controllare il passaggio nella valle del Lamone, è caratterizzata da torri cilindriche. Nel 1310 Francesco I Manfredi, signore di Faenza, la eresse su un precedente edificio. Astorgio, un suo discendente, la modificò alla metà del Quattrocento. Fu completata dai veneziani attraverso la costruzione della torre più alta (1508) raccordata alla cinta muraria. Oggi è sede di un interessante Museo della Civiltà Contadina.

Dagli spalti della fortezza si ammira un bellissimo paesaggio. Merita una visita tutta l’area compresa nel Parco regionale della Vena del Gesso. Altre meraviglie si scoprono lungo la strada che porta a Firenze. Tre luoghi di culto ci ricordano che Brisighella ha dato i natali a ben 8 cardinali.

Al limitare dell’abitato spunta la chiesa dell’Osservanza eretta nel nome di Santa Maria degli Angeli. Poco fuori il paese, c’è un gioiello romanico: la Pieve del Tho, chiamata così perché fu costruita tra i secoli VIII e IX all’ottavo miglio della strada romana che univa la vicina Faenza con la Toscana. Fu un importante luogo di culto. L’edificio, a pianta basilicale, è composto da tre navate, separate da archi che poggiano su dodici colonne (undici colonne di marmo grigio e una di marmo di Verona) molto diverse tra loro come spessore e larghezza. Un’altra bella chiesa è la Pieve di S. Maria in Tiberiaco, edificata sul Monte Mauro, per volere dell’imperatore bizantino Maurizio Tiberio (582-602).

Brisighella fa parte dei circuiti dei Borghi più belli d’Italia e Cittaslow, oltre a essere Bandiera arancione del Touring Club Italiano.

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Il castello di Dracula

Il castello di Bran, conosciuto come il Castello di Dracula, è la fortezza più famosa e visitata della Transilvania. Sorge sull’antico confine tra la Transilvania e la Valacchia, a pochi chilometri dalla città di Brasov.

Appare all’improvviso, all’interno di una stretta gola, arroccato su una parete rocciosa. L’alone di mistero che lo avvolge ispirò Bram Stoker, lo scrittore irlandese autore del celebre romanzo gotico dell’orrore ispirato alle raccapriccianti vicende del principe Vlad III di Valacchia, detto Dracula (1431-1476).

In realtà, la vera residenza di Vlad era il castello di Poenari, edificato nel sud della Romania, sulla valle scavata dal fiume Argeş: ancora oggi se ne possono ammirare le rovine, se si ha la pazienza di affrontare una scalinata formata da 1480 gradini. Il castello di Bran fu utilizzato dal principe Vlad in modo saltuario. La fortezza, costruita con blocchi di pietra di fiume mescolati a mattoni, ha subito numerosi restauri e fonde architetture diverse, dal Gotico al Rinascimento.

Stoker non visitò mai di persona il castello. Ne conobbe le vicende soltanto attraverso i libri e i racconti. Ma la sua fantasia galoppò tra le strette scalinate, i labirinti, le torri, le camere a graticcio e i passaggi segreti della spettacolare costruzione che oggi ospita un piccolo museo di arte medievale.

Agli inizi del XIII secolo, sulla cima dove ora sorge il castello, i Cavalieri Teutonici iniziarono a costruire un fortino in legno, a sentinella della valle che da secoli permetteva il transito dei mercanti dalla Valacchia alla Transilvania. I Mongoli distrussero la costruzione nel 1242. Ma il maniero fu ricostruito nel Trecento da Ludovico I d’Angiò. La nuova rocca servì al Regno d’Ungheria come baluardo contro le incursioni dell’Impero ottomano. Sia il principe Mircea il Vecchio (Mircea Cel Bătrân) che suo nipote, Vlad l’Impalatore (Vlad Ţepeş) dormirono nella fortezza che per molti anni fu di loro proprietà.

L’origine del nome Dracula deriva dal padre di Vlad III: l’altrettanto crudele Vlad II faceva parte di un ordine cavalleresco chiamato “Sacro Ordine del Drago”, fondato nel 1408 dall’Imperatore Sigismondo IV per proteggere il Cristianesimo in Europa orientale dalla crescente minaccia turca. In romeno la parola “Drac“ significa drago, ma anche diavolo. Per le sue atrocità in battaglia il nome Vlad II Dragonul (Vlad il Drago) venne quindi mutato in Vlad II Dracul (Vlad il Diavolo). E il nome Draculea, che significa “Figlio del Diavolo”, passò così al principe Vlad III.

Il giovane alfiere del casato dei Drăculești, ebbe una giovinezza segnata dagli orrori: dopo la crociata di Varna nella quale gli ungheresi cercarono di respingere senza successo l’avanzata turca, fu mandato in ostaggio a Edirne, alla corte del sultano Murad II, come garanzia del pagamento dei tributi annuali pretesi dall’impero ottomano. Il principato di Valacchia si trovò così nella drammatica circostanza di essere servo di due padroni: da un lato il regno d’Ungheria, di cui era vassallo, e dall’altro l’impero ottomano, di cui era tributario.

Durante il lungo soggiorno presso la corte turca, Vlad fu vittima di sodomia. E forse da questo derivò l’ossessione per la quale è passato alla storia. Nel 1456, tre anni dopo la conquista di Costantinopoli, quando il padre fu ucciso dagli ungheresi, i turchi gli concessero di riconquistare il trono. E lo accompagnarono nelle sue terre protetto da una scorta di soldati ottomani.

Ma Vlad si emancipò presto dalle strategie del sultano. La sua “leggenda nera” nacque dall’abitudine di far impalare i propri nemici. La pala era una punizione già utilizzata dai turchi. Ma nella mani di Vlad divenne “un vero e proprio strumento di terrore di massa” (N. Davies, 1996).

La pala “alla valacca”, dalla punta affilata e ingrassata, veniva conficcata nel retto della vittima fino a uscirne dalla bocca. Il supplizio poteva durare diversi giorni. La terrificante pratica valse a Vlad l’epiteto di “tepeș“, l’impalatore. Con l’orribile sistema il “voivoda” uccise migliaia di persone, a partire dai nobili valacchi fedeli alla casata dei Dănești, il ramo nemico dei Drăculești. E quando gli emissari turchi tornarono a chiedere la riscossione del tributo annuale, poiché al suo cospetto non si tolsero il copricapo, fece inchiodare i turbanti alle loro teste come punizione. Il conflitto con i turchi andò avanti con alterne e complicate vicende tra inenarrabili crudeltà.

Vlad si distinse per grandi, fulminee e sanguinosissime vittorie, al punto che a Roma e in molte città europee fu salutato come “salvatore della cristianità”. Ma alla fine fu sconfitto. Al termine della guerra Vlad trascorse alcuni anni (1462-1474) come prigioniero alla corte del sovrano ungherese Mattia Corvino, che lo voleva tenere con sé per evitare altri conflitti con i turchi. Fu una carcerazione ferma ma dorata, anche perché Vlad aveva sposato una delle sorelle del re.

Il “voivoda” diventò famoso nel vicino mondo tedesco grazie al “Geshtichte Dracole Wayde”, un resoconto sulle sue gesta pubblicato a Vienna nel 1463. Il testo, che contribuì in modo determinante a alimentare la sua leggenda, è alla base delle molte invenzioni letterarie che lo scrittore Bram Stoker utilizzerà nel suo “Dracula”, pubblicato nel 1897. Le fonti storiche sono discordi sulla fine di Vlad l’Impalatore. Morì, forse in battaglia contro i turchi oppure vittima di un agguato, in una data imprecisata, tra l’ottobre e il dicembre 1476. Fu sepolto nel monastero di Snagov, su un’isola in mezzo a un lago, trentacinque chilometri a nord di Bucarest. I suoi resti, nonostante molte ricerche, non sono però mai stati trovati.

Nella tradizione romena non c’è nessuna traccia del Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle sue vittime. Vlad III di Valacchia viene anzi presentato come un eroe dell’indipendenza nazionale, spietato campione della “storia sacra” del paese per aver protetto le popolazioni dall’implacabile dominio ottomano.

Virginia Valente

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Dionigi il Piccolo, inventore dell’era cristiana

Natività di Pietro Cavallini (1291 ca.) in Santa Maria in Trastevere, a Roma

Chi ha deciso che gli anni del mondo si dovessero contare a partire dalla nascita di Cristo? E da quando si è cominciato a misurare il tempo in questo modo?

L’innovatore del calendario fu Dionigi, un monaco che per umiltà si faceva chiamare l’Esiguo (exiguus) e che quindi è passato alla storia come Dionigi il Piccolo. Il pio monaco abitò a lungo nella Roma del VI secolo. Non conosciamo la sua data di nascita né quella di morte: quasi un paradosso per l’inventore della data spartiacque nella storia dell’umanità.

Sappiamo però che veniva dalla Scizia, una regione che i romani chiamavano Scytia Minor, o Dobrugia, tra il Danubio e il Mar Nero e che possiamo identificare nell’attuale Romania meridionale. Le genti che abitavano quelle terre furono spesso denigrate dai Greci. L’apostolo Paolo (Colossesi 3,11) li paragonava a dei “barbari”, stranieri senza cultura. E l’eulesino Eschilo si abbandonava all’espressione “popolino scita” quando voleva liquidare in due parole un mondo rozzo e molto distante dalla civiltà ateniese.

Ma Dionigi era molto lontano da questi stereotipi. Parlava in modo perfetto sia il greco che il latino. Cassiodoro (circa 490-583 d.C.) ricorda che poteva leggere un libro in entrambe le lingue e tradurlo in simultanea “inoffensa velocitate”, cioè con impressionante scioltezza. E nella “Patrologia Latina” (73, 223-224) aggiunge che Dionigi padroneggiava così bene le Scritture tanto da saper rispondere su due piedi a qualsiasi tipo di domanda.

Non era però uno studioso che viveva estraniato dal mondo: Cassiodoro lo descrive come un intellettuale impegnato, attento ai problemi del tempo, con contatti quotidiani con il mondo femminile, capace di trovarsi a suo agio in qualsiasi ambiente. Arrivò a Roma intorno al 495 dopo Cristo. Ma presto diventò “del tutto romano nei costumi”.

Nell’anno 525, Bonifacio, capo dei notai pontifici (primicerio) chiese a Dionigi di studiare con attenzione l’annoso problema della data della Pasqua, il cui calcolo divideva, fin dal terzo secolo, la Chiesa di Roma da quella di Bisanzio. Basti pensare che nel IV secolo la Pasqua era stata celebrata in date diverse per ben sette volte. Tanti problemi e le conseguenti discussioni dipendevano dal fatto che la Pasqua è legata all’anno lunare, più breve di 11 giorni e circa 6 ore rispetto all’anno solare. Di conseguenza, i giorni che mancavano al ciclo della luna dovevano essere raccolti in un mese supplementare secondo periodi comunque difficili da definire.

In oriente la data della Pasqua si stabiliva in base ai calcoli di Cirillo di Alessandria (fine sec. IV), che aveva ripreso i complicati conteggi di precedenti studiosi. Dionigi introdusse in Occidente la tavola dei cicli pasquali di Cirillo. Si accorse che nel calendario giuliano, che vigeva all’epoca, le date della Pasqua si ripetono ciclicamente ogni 532 anni, e compilò una tabella che conteneva l’elenco delle date lungo tutta la durata del ciclo storico.

Ma quando iniziò a compilare la sua tabella con le date della Pasqua, Dionigi scelse di numerare gli anni secondo un criterio nuovo. All’epoca si usava contare gli anni a partire dalla fondazione di Roma oppure dal 284, inizio del regno dell’imperatore Diocleziano. Dionigi invece li contò “ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi”, cioè “dall’Incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo”.

Dionigi scrisse al capo dei notai pontifici che il metro di misura per i secoli e gli anni a venire non poteva essere legato “alla memoria di un uomo empio” come Diocleziano, il feroce “tiranno” che nel 303 aveva scatenato l’ultima persecuzione contro i cristiani. Per determinare la data della nascita di Gesù, Dionigi si basò sui Vangeli e sui documenti storici che aveva a disposizione. Stabilì che l’anno 1 fosse quello che iniziava la settimana seguente al 25 dicembre dell’anno 753 dalla fondazione di Roma. Non considerò quindi un anno 0. Lo zero matematico non era infatti ancora conosciuto in Europa: si sarebbe diffuso solo a partire dal 1202 con il “Liber Abbaci” di Fibonacci.

Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano (1423) – Galleria degli Uffizi, Firenze

Tutti gli studiosi contemporanei concordano sul fatto che Dionigi sbagliò il calcolo della data di nascita di Gesù: oggi è certo che Erode il Grande morì nel 4 avanti Cristo e che quindi Gesù dovrebbe essere nato prima di quella data, fra l’8 ed il 4 avanti Cristo. Ma l’errore non fermò la fortuna del calendario di Dionigi, che prima prese piede soprattutto tra gli eruditi e le istituzioni e poi conquistò il mondo, anche grazie alla centralità politica dell’Europa. L’era cristiana si impose fra gli anglosassoni per merito di Beda il Venerabile, che fu il primo, nel 731 dopo Cristo, ad utilizzare la datazione “avanti Cristo”. Il calendario fu poi adottato in Francia (secolo VIII) e in Germania (secolo IX). In Italia la prima traccia si trova in un diploma di Lotario I (840). Nel XIV secolo la dicitura arrivò in Spagna e nel XV in Grecia e in Portogallo.

I papi fecero propria la nuova datazione soltanto nel secolo X, sotto il pontificato di Giovanni XIII. La tabella di Dionigi venne adottata ufficialmente e fu usata dalla Chiesa cattolica fino alla riforma gregoriana del calendario nel 1582, mentre quella ortodossa, che non ha aderito alla riforma, la usa tuttora. Vi furono quindi per molto tempo due calendari cristiani. L’adozione del calendario gregoriano in Russia fu una delle prime decisioni di Lenin dopo la conquista del potere: avvenne nel 1917. Ma le feste religiose nei Paesi ortodossi, dal Natale alla Pasqua, sono ancora quelle fissate dal calendario giuliano. Attualmente, per convenzione, il calendario cristiano è in uso in quasi tutti i Paesi del mondo tranne che in alcune nazioni fra cui la Cina ed i paesi arabi.

Come Colombo, che cercava le Indie e trovò l’America, Dionigi il Piccolo, che voleva fissare i giorni esatti della Pasqua, determinò la regola pressoché universale per una diversa datazione della Storia.

Federico Fioravanti

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