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Federico II, oltre la morte

Pochi avanzi di mura sul dorso di una collina invasa dalle sterpaglie. È quel che oggi resta di Castel Fiorentino, una rocca che nella prima metà del XIII secolo sorgeva nelle campagne della Capitanata, 9 chilometri a sud di Torremaggiore, a ovest di San Severo e Lucera.

Qui, nel giorno dell’anno con meno luce, il 13 dicembre del 1250, festa di Santa Lucia, a soli 56 anni, morì Federico II di Svevia.

L’imperatore si era sentito male qualche giorno prima, durante una battuta di caccia. Lo aveva colpito una infiammazione intestinale a cui presto seguì una serie violenta di attacchi di dissenteria.

Lo stesso atroce male, nel 1197 aveva stroncato in giovane età la vita di suo padre, Enrico VI di Hohenstaufen.

Federico, piegato dal dolore, perse conoscenza. Gli amici e i dignitari di corte che erano con lui, decisero allora di non portarlo nella reggia di Foggia: lo ricoverarono invece nella residenza imperiale più vicina, in uno dei tanti palazzi che l’imperatore aveva fatto costruire in Puglia, amata “terra del suo ristoro”.

L’anno precedente, nel 1249, più di una sventura aveva messo a dura prova l’eccezionale tempra del sovrano.

Nel mese di febbraio, a Cremona, era scampato alla morte per avvelenamento. Nello stesso mese Pier delle Vigne, per molti anni consigliere, amico e “braccio destro” di Federico, fu arrestato dalle truppe imperiali: accusato di “alto tradimento”, preferì la morte alla tortura e all’ignominia e si suicidò lanciandosi a cavallo verso un burrone. Il delitto di cui fu protagonista rimane, ancora oggi, misterioso. Forse si macchiò del reato di corruzione. Federico una volta disse che “aveva trasformato lo scettro della giustizia in serpente”. Ma poi non parlò più di lui e del dolore di una amicizia tradita.

Enzo, re di Torre e di Gallura, imprigionato a Bologna (dal Codice Chigi)

Appena tre mesi dopo, il 26 maggio del 1249, l’amatissimo figlio Enzo cadde prigioniero dei bolognesi. Inutilmente l’imperatore chiese la sua liberazione, con lettere in cui alternava, in modo sapiente, promesse e minacce. Da Bologna risposero con il crudo realismo della politica: “Spesso accade che un piccolo cane catturi un cinghiale”.

Il povero Enzo, che come ricordava Fra Salimbene era “tra tutti i figli quello che più valeva”, non riabbracciò più suo padre: morì a Bologna dopo 23 anni di una dorata ma implacabile prigionia. In quell’orribile 1249 si spense a soli 24 anni anche Riccardo di Teate, un altro figlio naturale al quale Federico aveva affidato il comando della Romagna, della Marca di Ancona e di Spoleto. L’imperatore, stanco nel corpo e nella mente, era carico di acciacchi. Parlava sempre più spesso “delle Nostre membra affaticate dagli strapazzi della guerra”. E alle persone del suo seguito ripeteva che voleva “riprendersi nelle dolci delizie del Nostro Regno”.

All’inizio del 1250, quando tornò nella reggia di Foggia, i messaggeri a cavallo cominciarono finalmente a portare buone nuove: dopo molti rovesci militari, le sorti della guerra volgevano in favore dell’imperatore.

Le truppe di Federico avevano riconquistato Ravenna e molte altre città e territori tra le Marche, l’Umbria e la Romagna. A Savona, la flotta di Genova, città nemica, venne sbaragliata. Anche a Piacenza fu eletto podestà un ghibellino.

Il sacro romano impero al tempo di Federico II

Ezzelino da Romano e il conte di Savoia, parenti della famiglia imperiale, controllavano con la solita sicurezza i valichi verso il Brennero e quelli che si aprivano verso le terre di Borgogna. E i complotti di papa Innocenzo IV, che aveva scomunicato e deposto Federico, avevano ormai esasperato i maggiori principi e sovrani d’Europa. Nell’agosto del 1250 anche l’anti re Gugliemo d’Olanda fu battuto in modo clamoroso in Renania da Corrado IV, secondogenito dell’imperatore.

Rimaneva la dolorosa spina di Bologna e di Enzo, il biondo “principe poeta”, prigioniero di nemici ostinati che per lui non prevedevano nemmeno la possibilità un riscatto. Nell’autunno, l’imperatore si trasferì a Melfi. Con l’aiuto di Riccardo di Montenero, successore di Pier delle Vigne, si rimise al lavoro per riordinare l’amministrazione dell’impero. Le cacce e le lunghe cavalcate lo portavano spesso fino a Lagopesole, dove stava nascendo su un’alta collina il suo ultimo e più grande castello.

Ma adesso, nei giorni dell’agonia, steso su un letto nella rocca di Castel Fiorentino, il futuro stava per svanire, insieme ai ricordi, ai sogni e alle speranze.

Una cronaca, scritta dopo la sua morte e rievocata nei secoli, racconta che in uno dei rari momenti di lucidità, Federico chiese dove si trovasse. Gli fu detto che era nella sua domus di Fiorentino, un luogo che fino ad allora non aveva mai avuto occasione di visitare. All’imperatore tornò in mente una profezia attribuita a Michele Scoto, l’astrologo di corte, oppure secondo altre leggende da Gioacchino da Fiore: “Morirete vicino la porta di ferro, in un luogo il cui nome sarà formato dalla parola fiore…”.

Chiamato anche Torre Fiorentina (ca. 10 km a sud di Torremaggiore, in provincia di Foggia), Castelfiorentino è il nome odierno della piccola città medievale di Florentinum (Fiorentino). Sullo sfondo, a sinistra dei resti della porta, si scorge l’obelisco eretto in memoria di Federico II di Svevia

Per questo, in tutti i tumultuosi anni del suo regno, Federico aveva sempre evitato Florentia (Firenze). E non era nemmeno più tornato a Florentinum (Ferentino) la città ciociara che aveva frequentato nel lontano 1223, quando con papa Onorio III progettava una crociata e dove fu deciso il suo matrimonio con Jolanda, una delle sue quattro mogli, figlia del re di Gerusalemme. Il vaticino si avverava: Federico stava morendo. Dal suo letto, agonizzante, guardava una porta di ferro che confinava con la parete di una torre. Sgomenti, lo vegliavano il figlio diciottenne Manfredi, l’arcivescovo di Palermo Berardo di Castagna, il gran giustiziere della Magna Curia Riccardo di Montenero, Pietro Ruffo responsabile delle scuderie imperiali, Riccardo, conte di Caserta e genero dell’imperatore e il medico Giovanni da Procida.

Fu letto il suo testamento: “Poiché transitoria è l’umana natura, Noi, Federico…”. I testimoni ascoltarono le ultime volontà del sovrano: unico discendente e erede dell’impero fu nominato il figlio Corrado IV, re di Germania. In caso di morte senza eredi, Enrico Carlotto, secondogenito dell’imperatore e della seconda moglie Isabella d’Inghilterra, avrebbe preso il suo posto. Dopo di lui, c’era Manfredi, il figlio riconosciuto come legittimo, che ottenne il ducato di Taranto e che durante l’assenza di suo fratello Corrado avrebbe dovuto regnare, in qualità di vicario, sull’Italia imperiale e il regno di Sicilia.

Federico stabilì che se la Chiesa (“Nostra Madre”) avesse riconosciuto i diritti e i possessi dell’Impero, poteva rientrare in possesso delle sue proprietà. L’Ordine dei Templari poteva riottenere tutti suoi possedimenti, così come le chiese e i conventi che dovevano essere reintegrati nei loro diritti. I prigionieri, tranne quelli che si erano macchiati del reato di alto tradimento, potevano essere liberati. Le chiese distrutte andavano ricostruite. Centomila once d’oro vennero destinate per la Terra Santa. I sudditi del regno dovevano essere sgravati da collette e imposte generali.

Scorcio del lato ovest della cattedrale di Palermo. Antichissimo luogo di culto, dal 2015 è stata dichiarata patrimonio dell’umanità Unesco nell’ambito dell’Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale

IL TRAMONTO DI UN SOLE La mattina del 13 dicembre, secondo una cronaca agiografica, l’imperatore volle indossare l’umile tonaca grigia dei cistercensi del terzo ordine di cui faceva parte. Chiese di essere sepolto nella cattedrale di Palermo, accanto al padre e alla madre. Il suo vecchio amico Berardo gli somministrò l’estrema unzione.

Ma l’annuncio della morte, forse per ordine dello stesso Federico, venne tenuto nascosto per un certo tempo. Fino al gennaio del 1251 la cancelleria emanò dispacci e documenti come se l’imperatore fosse ancora vivo. Il giovane Manfredi comunicò la scomparsa al fratellastro Corrado per lettera, con parole accorate: “Tramontato è il sole del mondo che riluceva in mezzo alle genti”. Il cadavere, con ogni probabilità, fu imbalsamato. Il 28 dicembre il corteo con il feretro dell’imperatore attraversò per l’ultima volta le città di Foggia, Canosa, Barletta e Trani e gli altri centri della costa. A Bitonto, Matteo di Giovinazzo notò “sei compagnie de cavalli armati” e “alcuni baroni vestiti nigri insembra (insieme) co’ li Sindaci de le Terre de lo Riame”. A Taranto la salma fu imbarcata per la Sicilia. Centinaia di vascelli, piccoli e grandi, salutarono il feretro con drappi neri.

Così Federico tornò a Palermo, la città dell’infanzia e della giovinezza, che 38 anni prima aveva lasciato per affrontare la straordinaria avventura che lo portò a diventare prima re di Germania e poi imperatore. La salma dell’imperatore fu tumulata nel Duomo, accanto ai genitori e alla prima moglie Costanza, in un maestoso sarcofago di porfido color amaranto. Vicino alla grande tomba, fu vergato l’epitaffio, attribuito all’arcivescovo Bernardo, fedele compagno di una vita: “Se la probità, l’ingegno, la grazia di ogni pregio, la magnificenza, la nobiltà della stirpe potessero resistere alla morte, non sarebbe morto Federico che qui giace”.

Papa Innocenzo IV (ritratto al centro in occasione del Concilio di Lione del 1245) in una miniatura del sec. XIII

Alla notizia del decesso, Innocenzo IV non riuscì a trattenere la propria gioia per la fine del “nemico giurato della Chiesa cristiana”. Il papa partì subito da Lione alla volta dell’Italia. Nel frattempo scrisse a tutti i sovrani europei lettere sprezzanti verso Federico e la sua progenie. E diffidò i Comuni italiani dall’obbedire a Manfredi, nominato vicario imperiale in attesa che Corrado IV valicasse le Alpi. Le prime parole della missiva che il pontefice inviò al popolo di Sicilia spiegano il suo stato d’animo: “Esultino i cieli, la terra si allieti poiché in freschi zeffiri e rugiade fecondatrici si sono sciolti il fulmine e la procella che Dio ci teneva sopra il capo”.

Fra Salimbene, nella sua “Cronaca”, calcolò che l’imperatore aveva regnato trenta anni e ventuno giorni.

Carismatico e scomodo. Colto e spietato. Feroce eppure tollerante. Federico parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo). Diventò adulto in una società multirazziale. Comprese e studiò il pensiero islamico. Si appassionò alla scienza e alla poesia. A Napoli fondò una grande università che porta ancora il suo nome. Fu curioso del mondo e degli uomini: alla sua corte trovarono alloggio intellettuali di ogni lingua e religione.

Con le “Costituzioni di Melfi” (1231), raccolta di norme fondata sul diritto romano e normanno, Federico II sognò di dare ordine, a scapito della Chiesa e dei nobili, a tutti gli aspetti dello Stato, dalla giustizia alla sanità, fino al diritto e all’economia.

Gli storici Franco Cardini e Marina Montesano (“Storia Medievale”, Le Monnier 2006) hanno spiegato bene come l’imperatore svevo pensasse “a uno Stato centralizzato, burocratico, tendenzialmente livellatore, insomma già avviato a concezioni che molti hanno reputato moderne”.

Federico mise in discussione, dalle fondamenta, il potere temporale dei pontefici. Tornò vincitore da una crociata alla quale era stato obbligato, senza combattere nemmeno una battaglia. Ma collezionò anatemi e scomuniche. Cinque papi diversi (Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, Celestino IV e Innocenzo IV) videro in lui un miscredente, “re di pestilenza” e sentina di tutti i mali del mondo.

L’Impero finì con la sua morte. In appena venti anni la dinastia degli Hohenstaufen si estinse. E dei vasti territori segnati dalle quattro città sedi delle sue incoronazioni, Palermo, Aquisgrana, Roma e Gerusalemme, rimase ben poca cosa. Ma la terribile condanna che papa Innocenzo IV pronunciò contro il suo mortale nemico, “Estirpate nome, corpo seme e eredi del babilonese!”, è lontana dall’avverarsi.

Il mostro dell’Apocalisse di San Giovanni, paragonato a Federico II da papa Gregorio IX, nell’interpretazione di Albrecht Dürer

ANTICRISTO E MESSIA Il fascino dell’imperatore svevo ha attraversato i secoli. E vive ancora ai giorni nostri. La sua fine, per centinaia di anni fu accompagnata da miti e leggende. Del resto, già prima della sua morte, la sua figura era stata mitizzata dai contemporanei.

Un Anticristo. Oppure un novello messia, capace di riformare dal profondo la Chiesa. Già dopo la seconda scomunica, nel giugno del 1239, in una sua enciclica Gregorio IX aveva già paragonato Federico al mostro dell’Apocalisse di Giovanni: “Si leva dal mare la bestia ricolma di nomi blasfemi la quale, infierendo con zampe d’orso e con fauci di leone, e nelle altre membra con forma di leopardo, apre la bocca per bestemmiare contro il nome di Dio…”.

Un anno dopo (1240) il papa riprendeva la diceria propagata tra i seguaci dell’abate e teologo Gioacchino da Fiore che voleva Federico figlio di un diavolo piuttosto che di Enrico VI: “Serpente velenoso concepito da materia infernale”. Gregorio mise in campo tutta la sua autorità di vicario di Dio in terra per insinuare quello che molti pensavano: era l’imperatore stesso che si vantava di essere “preambulus Antichristi”. Un eretico, capace di sostenere che Gesù, Mosè e Maometto erano tre impostori che avevano ingannato il mondo. E che Dio non poteva nascere da una vergine. Un uomo malvagio che riteneva che l’uomo dovesse credere soltanto a ciò che può essere provato con la “forza e la ragione della natura”. Nel 1248 Raniero di Viterbo bandì una crociata contro l’”araldo del diavolo”, il “figlio e allievo di Satana”.

La propaganda del papa contro l’imperatore aveva un manifesto ideologico nella teologia della storia concepita da Gioacchino da Fiore e diffusa di città in città dalla predicazione pubblica dei Francescani.

Secondo “il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato”, ricordato da Dante nel Paradiso, la storia dell’umanità sarebbe da suddividere in tre grandi età, corrispondenti ognuna a una delle tre persone della Trinità: la prima, l’età del Vecchio Testamento, era quella di Dio Padre; la seconda, l’età del Nuovo Testamento, quella del Figlio di Dio; la terza età, che secondo Gioacchino era ormai imminente, era quella che corrispondeva allo Spirito Santo. Un’epoca nuova, nella quale, dopo i laici e i chierici, sarebbero stati i monaci a dare un ordine alla società imperfetta degli uomini. Questa terza età, secondo i calcoli di molti, avrebbe avuto inizio nel 1260. Ma proprio sul finire della seconda età, sul mondo avrebbe regnato un Anticristo che avrebbe distrutto la Chiesa dissoluta e secolarizzata. L’età dello Spirito sarebbe iniziata soltanto con la morte dell’Anticristo.

La basilica e l’edicola del Santo Sepolcro (in una raffigurazione del 1149), dove Federico II si auto-incoronò Re di Gerusalemme il 18 marzo 1229, nel corso della Sesta crociata

LA COSTRUZIONE DEL MITO La curia imperiale reagì agli attacchi del papato usando le stesse armi: l’Anticristo delle profezie non era Federico ma il pontefice, “cavallo rosso dell’Apocalisse”.

Il primo e unico imperatore cristiano a cingere la corona di Re di Gerusalemme nella basilica del Santo Sepolcro, predicava invece il ritorno della Chiesa, oramai corrotta, alla povertà del tempo degli apostoli. Pietro possedeva solo “la rete del pescatore”. Di contro, il palazzo papale di Anagni era una “regia solis”. E Roma rimaneva abbandonata, “come serva ai cani e tributaria dei Saraceni”.

È l’imperatore stesso ad alimentare, in modo sapiente, la costruzione il suo mito. Con i gesti prima ancora che con le parole. Spesso, assiso sul trono, rimane in un silenzio ieratico, lontano da tutti, mentre Pier delle Vigne parla in suo nome.

Nell’iconografia ufficiale, a partire dal 1231, Federico II si fa ritrarre nelle vesti dell’imperator romano. Al suo fianco, non c’è un Cristo: il figlio di Enrico VI, nipote del Barbarossa, è solo a reggere il mondo, consapevole dell’autorità che gli arriva per diritto divino.

Rimanere “memorabilis posteris”. Lasciare un segno, indelebile: già in una lettera del 1239, al tempo della fondazione dell’università di Napoli, l’imperatore espresse per iscritto quella che era la sua più grande ambizione.

Lo Staufen e la sua stirpe, come “successori di David”, rappresentarono se stessi come portatori di speranze messianiche. Basti pensare alla lettera dell’agosto 1239 indirizzata a Jesi, la città dove lo Staufen nacque, celebrata come seconda Betlemme. “… illustre inizio delle nostre origini, in cui la nostra divina madre ci ha messo al mondo, sulla quale la nostra culla ha diffuso la sua luce radiosa…”(Historia diplomatica, V, 1, p. 378). Nella celebre missiva, attribuita a Pier delle Vigne, Federico è insieme sia Cristo che Cesare: salvatore e giudice del mondo.

In anni nei quali era vivissima l’attesa di un messia incarnato, nel paragone con il Dio fatto uomo, l’imperatore si presentava come colui che sarebbe stato capace di riformare la Chiesa dal profondo.

La risposta alla scomunica del papa arriva così sotto forma di velata minaccia in un libello redatto negli ambienti della corte nel 1240: “Il nostro magnanimo leone, che oggi fa finta di dormire, con il tremendo suono del ruggito trascinerà a sé dai confini del mondo tutti i pingui tori e, piantando la giustizia, porterà la Chiesa sulla retta via, strappando e spezzando le corna dei superbi” (Historia diplomatica, V, 1, p. 312).

I temi biblici e il recupero di antiche profezie accompagnarono la vita e le leggende intorno all’imperatore. A partire dal vaticinio della nascita attribuito, secondo Goffredo da Viterbo, alla Sibilla Tiburtina: “Concepit et peperit imperatrix natum. / Tenet nunc Apuliam, habet Principatum. / Est futurus cesar sic est vaticinatum. / Habet imperium, regum monarchatum”.

Soprattutto, poco dopo la morte di Federico, prese nuova linfa l’oscuro vaticinio della cosiddetta Sibilla eritrea, misteriosa veggente dell’antichità, a cui fu attribuito un testo composto intorno al 1241 nella cerchia curiale di Raniero da Viterbo: “Vivit, non vivit”. Secondo la profezia Federico sarebbe e non sarebbe vissuto. La morte stessa dell’imperatore sarebbe rimasta celata: “Chiuderà gli occhi con una morte nascosta e sopravvivrà; e si dirà tra i popoli: “Vive, (e) non vive”; e sopravvivrà uno dei pulcini e dei pulcini dei pulcini”. Federico avrebbe continuato a vivere. Oltre la morte. Nella sua discendenza. Oppure nascosto da qualche parte.

Salimbene da Parma, da cronista informato dei fatti, scrisse che furono in molti a non non credere alla fine dell’imperatore. Del resto, nel corso degli anni, più volte la propaganda papale aveva diffuso la falsa notizia della sua scomparsa.

Il Mongibello, altro nome del vulcano Etna, nel corso dei secoli fu frequentemente descritto come luogo di accesso all’inferno

I “FALSI FEDERICI” Ancora nel 1302, Jans der Enikel, uno storico e poeta viennese che compilò la Weltchronik, una ambiziosa storia del mondo in 30.000 versi, scriveva che ancora nessuno sapeva dove fosse veramente Federico. E che soprattutto in Italia, si discuteva se fosse ancora vivo.

Nacquero così i casi dei “Falsi Federici”: impostori che si spacciavano per l’imperatore.

Il primo di cui si ebbe conoscenza, nel 1261, fu un mendicante siciliano, Giovanni de Coclearia, che risiedeva alle falde dell’Etna. Era un sosia quasi perfetto dello Svevo. L’unica differenza è che sfoggiava una lunghissima barba. Ma parlava e si muoveva come lui. Alcuni seguaci dell’imperatore andarono a trovarlo e gli credettero, nonostante Federico II risultasse ufficialmente morto da undici anni. Il mendicante sostenne di essere scomparso per così tanto tempo per adempiere a un voto: quello di compiere un pellegrinaggio. E che c’erano voluti nove anni per emendare, attraverso la penitenza, i suoi tanti peccati. La popolazione lo acclamò con entusiasmo. E alla sua storia fece finta di credere anche papa Urbano IV, che voleva usare l’impostore nella spietata guerra che lo opponeva a Manfredi. Ma il figlio dell’imperatore e di Bianca Lancia, re di Sicilia dal 1258, fece catturare e impiccare il “falso Federico” insieme a dodici dei suoi seguaci.

Non è un caso che fosse proprio l’Etna il teatro della comparsa del primo dei “falsi Federici”. Tommaso da Eccleston, un frate minore inglese, nel suo “De adventu Minorum in Angliam”, raccontò in 15 capitoli le storie che i frati missionari in Inghilterra si scambiavano la sera accanto al fuoco, davanti a una pentola ricolma di birra. Attribuì a un suo confratello siciliano, raccolto in preghiera sotto l’Etna, proprio lo stesso giorno in cui l’imperatore era morto, una stupefacente visione: cinquemila cavalieri che si immergevano in mare. Le acque ribollirono, come se le armature “fossero di bronzo ardente”. E uno dei cavalieri parlò al frate tramortito dalla potenza di quella immagine: “Questi è Federico Imperatore che va all’Etna con i suoi cavalieri”.

Il favoloso racconto ebbe una qualche fortuna. Il Mongibello, con i suoi scenari infuocati era considerato una specie di porta dell’inferno, che l’imperatore, morto scomunicato, prima o poi doveva per forza passare.

Le credenze popolari riportarono poi altre leggende: all’interno del grande vulcano era nascosto anche Artù. Questa specie di “ascensio” al monte da parte di Federico II somigliava a quelle diffuse nel mondo medievale di Alessandro Magno, di Teodorico, il re dei Goti e di Federico I, il nonno dell’imperatore svevo.

Dalla fine del Duecento le leggende sul ritorno di Federico II si diffusero soprattutto in Germania, anche se l’imperatore non aveva più messo piede in quei territori dal 1235. Ce lo ricorda una “Chronica” di metà Trecento di un frate minore, Giovanni di Winterthur che provò a spiegare le tante leggende che ancora si ripetevano a quasi cento anni dalla fine dello Staufen. Federico II sarebbe ricomparso per riformare la Chiesa e instaurare un’epoca di giustizia e prosperità. Giovanni di Winterthur, nella sua opera, ci tenne a chiarire che si trattava di “falsa credulitas”. Ma di certo, in Germania, negli ultimi decenni i sosia dell’imperatore si erano moltiplicati.

Addirittura, nel 1284 una delegazione di alcuni Comuni lombardi, guidata dal marchese d’Este fu inviata a Neuss, in Renania, per conoscere di persona l’uomo che si spacciava per l’imperatore svevo. Si chiamava Dietrich Holzschuh Aveva un aspetto giovanile. Federico II, se fosse vissuto, doveva avere una novantina di anni. Eppure in molti credettero al “falso Federico”: l’uomo era riuscito a radunare intorno a sé una vera e propria corte. Pasteggiava con stoviglie d’oro, emanava privilegi e inviava lettere bollate ai principi tedeschi nelle quali li invitava a rendergli omaggio.

L’arcivescovo di Colonia na perse la pazienza e ordinò alla città di Neuss di consegnare alla sua autorità il presunto Federico. Dietrich Holzschuh ripiegò a Wetzlar da dove sollecitò il re Rodolfo d’Asburgo a rendergli omaggio. Ma il sovrano marciò sulla città per catturare l’impostore. I cittadini, per evitare guai peggiori lo consegnarono ai soldati di Rodolfo. Così, il presunto imperatore morì arso vivo, accusato di eresia e stregoneria. Un altro falso Federico II spuntò in Olanda ma fu impiccato a Utrecht. Altri impostori furono segnalati a Colmar, Lubecca e Stoccarda. Ma tutti fecero una brutta fine.

Una raffigurazione di Federico II a caccia con il falcone

L’ATTESA DI UN “TERZO FEDERICO” La leggenda dell’imperatore svevo però rimaneva viva. Come sognava il notaio imperiale Pietro de Prece, che vagheggiava una “aquila d’Oriente” capace di volare attraverso i secoli. Così, all’idea dell’impero si associava l’immagine antichissima del “Sol Invictus” che tramonta per poi riapparire in tutto il suo splendore. Il mondo ghibellino vagheggiava un successore degno di Federico II, destinato a completare la sua opera. La città di Tivoli accolse Corrado IV di Svevia come l’ultimo degli imperatori annunciato dalla Sibilla tiburtina. Ma Corrado IV si spense nel 1254. Manfredi morì nel 1266. E Corradino, figlio di Corrado, fu decapitato a Napoli nel 1268 dopo un processo farsa. Aveva appena 16 anni . Fu l’ultimo svevo. Con lui si estinse la dinastia.

Per un breve periodo il “Fredericus redivivus” venne visto in Federico d’Antiochia, figlio naturale dell’imperatore e fratellastro di Corrado. La madre, una orientale, secondo una leggenda era la sorella del sultano Al-Kamil. Il giovane, l’unico figlio dell’imperatore che riposa accanto al padre nella cattedrale di Palermo, morì in battaglia a Foggia nel 1256 a neppure trent’anni mentre combatteva contro le truppe pontificie.

Più tardi, le speranze ghibelline di un “terzo Federico” trovarono nuova linfa in un omonimo nipote dell’imperatore: Federico l’Intrepido, figlio di Margherita, nata dal terzo matrimonio dello Staufen con Isabella d’Inghilterra. Pietro de Prece, alfiere del partito imperiale, scrisse a suo nonno, Enrico l’Illustre, per candidare il giovane al trono siciliano. Nella sua lettera citò le profezie su un “Federicus tercius” che avrebbe distrutto la stirpe degli Angiò e sarebbe tornato a dominare il mondo. Ma Federico l’Intrepido visse il suo breve sogno di succedere al nonno soltanto apponendo l’aleatoria firma di Federico III, re di Gerusalemme e di Sicilia in una serie di lettere ufficiali. Alle parole non seguirono i fatti: “L’Intrepido” nel 1273 fu scalzato da Rodolfo d’Asburgo anche come re di Germania.

Si credette di trovare un “terzo Federico” anche in un nipote di Manfredi, Federico d’Aragona, figlio di Costanza di Svevia e di Pietro III d’Aragona. Oltretutto, il pronipote dell’imperatore svevo era nato il 13 dicembre del 1273, lo stesso giorno della morte di Federico II. Dopo i Vespri Siciliani (1282) governò la Sicilia in nome di re Giacomo II d’Aragona. E nel 1296, a Catania, fu proclamato re di Sicilia da un parlamento tutto isolano. Lusingato dalle profezie, volle chiamarsi “Fredericus tercius” e rivendicò il titolo imperiale vacante quando il 25 marzo 1296, giorno dell’Annunciazione, fu incoronato a Palermo con il titolo dei re normanno-svevi : “Rex Sicilie, Ducatus Apulie ac Principatus Capue”. Ma appena una settimana dopo fu scomunicato, insieme ai suoi sostenitori, da Bonifacio VIII. E quando nel 1312 il re romano-tedesco Enrico VII di Lussemburgo fu incoronato imperatore pensò bene di fare marcia indietro e accontentarsi di governare la sola Sicilia con il titolo di Federico II.

Anche Fra Dolcino, capo della setta dei “Fratelli apostolici”, imbevuto di idee gioachimite, prima di essere bruciato sul rogo come eretico a Novara (1307) predicò l’avvento di un “nuovo Federico” che, con l’aiuto un papa angelico avrebbe purificato la Chiesa e regnato fino all’arrivo dell’Anticristo. Il mito catturò anche i Catari, che nell’avvento di un “terzo Federico” riponevano molte delle loro speranze.

Per duecento anni ancora, tra il XIV e il XVI secolo, altre profezie, racconti, libelli e opuscoli vari invocarono un ritorno dell’imperatore che “viveva ancora”. In Germania, soprattutto in Turingia, si alimentò, a più riprese, il mito della montagna, come rifugio e nascondiglio di eroi immortali. Ma piano piano, nella memoria popolare la figura di Federico II venne sostituita da quella del suo altrettanto celebre nonno, Federico I, il Barbarossa.

Fra Salimbene de Adam da Parma (1221-1288), storico e scrittore italiano, frate minore, seguace di Gioacchino da Fiore e autore della Cronica

STUPOR MUNDI Il mito di Federico II resiste fino ai nostri giorni, illuminato, a distanza di secoli, dal celebre commento vergato, dopo la sua morte, da Mattew Paris (1200-1259). Il monaco benedettino inglese, storico e miniaturista, pensando a quel 13 dicembre 1250, riassunse l’eccezionale personalità dell’imperatore, “il più grande tra i principi della terra”, in una frase che ha attraversato i secoli: “Stupor mundi et immutator mirabilis”.

Stupore del mondo e miracoloso trasformatore. Nel giudizio sulla grandezza dell’uomo, si mescolano l’ammirazione e la critica. Perché, come ha spiegato lo storico tedesco Hans Martin Schaller, uno tra i maggiori studiosi dell’età sveva, ottocento anni fa la parola “stupor” non andava intesa come meraviglia ma come la sorpresa generata dal disordine. Del resto, la “mutabilitas” nell’opera generale di Mattew Paris è considerata frutto dell’azione del diavolo.

Un personaggio portentoso, terribile, fenomenale e contraddittorio. O almeno raccontato come tale. Su Federico, il giudizio dei contemporanei fu in genere negativo. Di certo, ogni opinione fu condizionata dall’influsso della propaganda papale.

Per Salimbene da Parma, fu scaltro e collerico. Un libertino, “malvagio” come Antioco, il tiranno biblico. Un uomo doppio, ma anche capace, all’improvviso, di diventare “amabile, lieto, pieno di grazia”. Nella ambiguità della descrizione, emerge comunque l’ammirazione: “Fu un uomo astuto, ingegnoso, avaro, lussurioso, malizioso, iracondo. Talvolta fu anche uomo valente, quando volle dimostrare la sua bontà e cortesia, piacevole, giovale, delizioso, industrioso; sapere leggere, scrivere e cantare, e comporre canti e poesie. Fu uomo bello e ben proporzionato, ma di statura media (…). Sapeva pure parlare molte e varie lingue. E, per dirla in breve, se solo fosse stato cristiano e avesse amato Dio, la Chiesa e l’anima sua, ci sarebbero stati, nel mondo, pochi uomini pari a lui nel governare”.

Per Niccolò Iamsilla, un cronista dell’Italia meridionale dietro il cui nome forse si nascondeva il notaio Gervasio di Martina, fedele collaboratore di Manfredi, Federico fu vinto solo dalla legge della morte. E “mai l’impeto lo costrinse a fare qualcosa, ma procedette in ogni cosa con la maturità della ragione”.

Il musulmano Al-Giawzi (1186-1256) lodò la tolleranza dell’imperatore e lo descrisse “di pel rosso, calvo, miope: fosse stato uno schiavo, non sarebbe valso duecento dirham”. Notò anche che “era un materialista, che del cristianesimo si faceva semplice gioco”.

Per un altro scrittore arabo, Abu ‘Al Fadâ, era un uomo “generoso, vago di filosofia, logica e matematica, e amava i musulmani…”.

Dante ritratto da Luca Signorelli (Duomo di Orvieto)

“IL TERZO VENTO DI SOAVE” Federico sosteneva la mortalità dell’anima. Come “epicureo” e quindi eretico, Dante lo sistemò nel sesto cerchio dell’Inferno, insieme a Farinata degli Uberti: “Qui con più di mille giaccio:/ qua dentro è ’l secondo Federico” (X, 119). Per il grande poeta fu il “terzo vento di Soave”: l’altro svevo, dopo il Barbarossa e Enrico VI che soffiava sui destini d’Italia. “L’ultima possanza”, citato altre quattro volte nelle cantiche della Commedia: due nell’Inferno, una nel Purgatorio ed una nel Paradiso.

Per Giovanni Villani, cronista fiorentino di parte guelfa, rappresentò un tiranno, persecutore della Chiesa. Ma fu anche un “uomo universale in tutte le cose che fece”. Altri autori, allo stesso modo, per tutto il Trecento, ricordarono a tinte fosche l’irriducibile nemico dei papi.

Pandolfo Collenuccio storico umanista, alla fine del Quattrocento, parlò di una biografia dell’imperatore, redatta dal vescovo Mainardino da Imola (1207-1249) che conteneva “molte cose di Federico”. Da parte sua, vide nello Svevo un mecenate delle scienze e delle arti. E un precursore dei principi della sua epoca, capace di contrastare con successo il potere dei baroni.

Niccolò Machiavelli, nel paragrafo XXI delle sue “Historie fiorentine” fu il primo a commentare l’azione politica di Federico. Ne apprezzò l’efficacia nella lotta senza quartiere contro il papa che distinse da quella nei confronti della Chiesa. L’imperatore “soldò assai Saraceni”, incuranti delle “papali maledizioni”. In ogni caso, l’autore de “Il Principe” considerò in modo negativo l’uso delle milizie mercenarie, meno affidabili, a suo avviso, dei soldati cittadini.

Nel Settecento l’illuminista Pietro Giannone lodò l’opera di Federico e di suo figlio Manfredi. Li presentò come i creatori di uno stato modello, liberato dalle ingerenze ecclesiastiche. E giustificò con la “ragion di Stato” anche le tante crudeltà dell’imperatore.

L’ecclesiatico emiliano Ludovico Antonio Muratori, uno dei padri della storiografia italiana e della medievistica nei suoi “Annali della Storia d’Italia” vide invece nello Svevo l’uomo che voleva “abbattere la libertà dei Lombardi”. Un nemico della Chiesa, che forse però non doveva essere giudicato in modo troppo severo, soprattutto per la qualità della sua legislazione in tema di giustizia.

Dal suo esilio londinese Ugo Foscolo (1778-1827) esaltò le lettere imperiali vergate dalla mano sapiente di Pier delle Vigne. Le considerò anticipazioni di “alcuni dei più robusti argomenti che trecento anni dopo i protestanti posero in campo contro l’autorità temporale della Santa Sede”. Il poeta di Zante nel 1824 additò agli italiani la figura dello Staufen , idealizzato come un campione dell’unificazione dei tanti, diversi popoli della penisola. Per Foscolo, Federico II già nella prima metà del Duecento voleva “riunire l’Italia sotto un solo principe, una sola forma di governo e una sola lingua, e tramardarla a’ suoi successori potentissima tra le monarchie d’Europa”.

Luigi Settembrini in pagine appassionate, pubblicate quando l’Italia era già riunificata sotto i Savoia ma scritte più di venti anni prima, ribadì che Federico “era nato e educato italiano e qui voleva il suo impero”. Per il patriota e letterato anticlericale il disegno incompiuto dell’imperatore era stato quello di “conquistare tutta l’Italia per tenere la Germania provincia confinante” in modo tale da “ridurre il papa alla condizione del patriarca di Costantinopoli”.

Il neoguelfo Cesare Balbo (1789-1853) riconosceva le “qualità personali” dell’imperatore, che definì “immaginoso” e di sicuro “più italiano che tedesco” ma sottolineò la pericolosità e la superbia del più famoso antagonista di ben cinque pontefici di Santa Romana Chiesa.

La razionalità dell’imperatore sedusse Voltaire nel suo “Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni”, il compendio sulla storia dello spirito umano scritto nel 1756 per Madame de Chatelet.

SPERANZA E INCUBO Johann Gottfried Herder (1744-1803) il teologo e filosofo tedesco che fu allievo di Kant e che con Goethe diede l’avvio al movimento dello “Sturm und Drang” vide nell’imperatore svevo quasi un illuminista ante litteram. Lo chiamò “stella mattutina di un giorno migliore” e “martire del suo tempo”.

Friedrich Schlegel (1772-1829) uno dei precursori del Romanticismo europeo, condannò invece con durezza “l’uso smodato delle sue tante doti”. Per lui Federico II era il despota ateo che aveva “distrutto il regno tedesco e l’impero quale era nel Medioevo”. Un incubo, simile a quel Napoleone Bonaparte che proprio in quegli anni schiacciava i popoli della Germania sotto il suo tallone di ferro.

Comunque negativo fu anche il giudizio dello storico svizzero Jacob Burckardt, che pure nel suo celebre libro “La cultura del Rinascimento in Italia” definì l’imperatore svevo come il “primo uomo moderno sul trono”. Ma non in un senso elogiativo. Piuttosto come un sovrano che voleva assommare nelle sue mani tutti i poteri, come fecero, a sua imitazione, un paio di secoli dopo, tanti “altri despoti” del Rinascimento italiano.

Per Leopold von Ranke (21 dicembre 1795 – 23 maggio 1886) il maggiore storico tedesco dell’Ottocento, considerato il fondatore della moderna ricerca storiografica sulle fonti, Federico non ebbe l’avvedutezza, l’intelligenza politica e la moderazione di suo nonno. E per questo fallì in ciò che meglio era riuscito a Federico Barbarossa: concludere tregue e paci separate con i Comuni e con il papa.

Di tutt’altro avviso un altro grande storico, Ferdinand Gregorovius, negli stessi anni, scrisse di Federico come di un precursore della Riforma protestante: un uomo che aveva “illuminato il mondo” lottando contro la “barbarie clerico-feudale del Medioevo”. In un viaggio a Palermo, nel 1853, sostò commosso davanti alla “tomba del più grande imperatore tedesco”. E scrisse sincere parole di ammirazione per uno dei “grandi geni della civiltà, che con la loro presenza accendono nell’umanità un fuoco, che continuerà ad ardere per secoli”.

Nietzsche, in un passo del suo libro “Al di là del bene e del male” parlò di Federico come di uno di quegli esseri “magicamente inafferrabili, impenetrabili, quegli uomini enigmatici, predestinati alla vittoria ed alla seduzione”. Per il grande filosofo tedesco fu “il primo uomo europeo”.

Lo storico Hans Prutz, studioso delle crociate e dello stato prussiano, lo definì “maestro nell’arte machiavellica della dissimulazione”.

Karl Hampe (1869-1936), professore all’università di Heidelberg, dedicò quasi tutta la sua vita allo studio dello Staufen. Vide in lui un precursore del Rinascimento. Un anticipatore, grazie “a tutto il suo freddo razionalismo” di idee nuove, che videro la luce, in modo pieno, soltanto nel Seicento e nel Settecento. In un celebre discorso pronunciato nel 1924 di fronte ai suoi colleghi e agli studenti, Hampe disse che Federico fu “l’ultimo degli imperatori tedeschi a meritare pienamente tale titolo. Colui che già i contemporanei chiamavano lo stupore e l’innovatore del mondo, fu forse il più grande, sicuramente il più affascinante e interessante dei nostri imperatori”.

Negli anni della Repubblica di Weimar, intorno alla figura di Federico II, nacque un vero e proprio culto. Il poeta Stefan George, uno dei maggiori simbolisti europei, appassionato traduttore di Dante, Petrarca, Shakespeare, Verlaine, Baudelaire e D’Annunzio vide nel “terzo vento di Soave” l’uomo capace di riunire nella sua carismatica figura l’Occidente e l’Oriente, la civiltà greca e quella romana. Un altro studioso a lui vicino, il germanista Friedrich Gundolf, definì Federico II come il “sovrano più geniale” dopo Giulio Cesare.

Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore

IL TITANO DI KANTOROWICZ In questo clima nacque anche “Federico II, imperatore” la monumentale biografia che Ernst Kantorowicz (1895-1963), storico tedesco di origini ebraiche, dedicò all’imperatore svevo. Fu pubblicata in due tomi successivi, il primo nel 1927 e il secondo nel 1931. Un libro fondamentale che ancora oggi condiziona gran parte delle idee correnti sullo “Stupor mundi”: seicento pagine scritte in meno di cinque anni, nelle quali la storia, la letteratura, l’arte e la religione si fondono in un racconto appassionante, innervato da una amplissima documentazione nella quale le lettere private e pubbliche, le costituzioni imperiali e le cronache cittadine hanno eguale dignità.

Per George, ispiratore dell’opera, e per Kantorowicz la ricerca storica doveva recuperare nel passato una gerarchia di valori assoluti da additare al presente individuandoli “in una persona, un popolo, un’epoca, una cultura”. Compito dell’intellettuale, in quel preciso momento storico era quindi quello di restituire una dignità e un ruolo internazionale alla Germania umiliata dal Trattato di Versailles del 1819.

Il Federico di Kantorowicz è un titano, un supremo tutore della giustizia, capace di saldare nella sua opera di governo l’eredità dell’antica Roma e la dottrina della Chiesa. L’imperatore svevo, “il primo genio rinascimentale”, è visto come una figura messianica: “nuova immagine di Cristo” che parla non solo all’Europa cristiana ma anche agli altri popoli. Un cosmocratore: come il figlio di Dio rappresentato nella iconografia bizantina, domina il suo tempo seduto sul globo del mondo che gli fa da trono. Lo stile, lieve, quasi letterario, assicurò alla biografia un grande successo di pubblico. Ma divise gli specialisti. E si prestò a strumentalizzazioni politiche. Gli storici vicini al nazismo videro in Adolf Hitler il redentore del popolo tedesco annunciato da Kantorowicz.

Nell’agosto del 1934 lo storico rifiutò di giurare fedeltà ad Hitler e si ritirò dall’insegnamento a soli 39 anni. Quattro anni dopo, si trasferì prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove ottenne un insegnamento a Berkley, in California. Ma in piena epoca maccartista rifiutò di firmare un documento di fedeltà anticomunista che gli chiedevano le autorità accademiche. Fu allora assunto in un altro prestigioso ateneo, a Princeton.

Quando negli anni Sessanta gli chiesero di ristampare la sua opera più famosa, tentennò a lungo. Temeva altri, pesanti fraintendimenti politici. Dichiarò di voler “dimenticare un libro che giaceva sul comodino di Himmler, e che fu regalato con dedica da Goering a Mussolini”. Ma la biografia tornò sugli scaffali delle librerie. E alimentò il mito di Federico II, accreditato come il fondatore di uno Stato laico “ante litteram”, regolato per la prima volta sulla base di un “corpus” legislativo e non più soltanto sulla legittimazione divina. Un imperatore religioso ma spregiudicato, disincantato uomo di potere che diviene sintesi di terre e popoli diversi. Un siciliano, ma soprattutto un tedesco, che parlò al mondo arabo, latino e germanico. Nelle pagine di un libro ammirato e contestato come il suo protagonista spuntano analogie frequenti tra le figure di Federico, Napoleone e Alessandro Magno e tra la visione del mondo dello Svevo, individuo dalle doti ultraumane e quella del filosofo Nietzsche.

I DUE SOVRANI DI LE GOFF Federico II “fu una figura fuori del comune, l’antitesi quasi perfetta di San Luigi”. L’affermazione dello storico francese Jacques Le Goff nasce dal confronto tra l’imperatore Svevo (1194-1250) e il re santo di Francia (1214-1270) che il grande medievista propone nel suo “San Luigi” (Einaudi, 1999). Due sovrani agli antipodi: Luigi IX, bulimico collezionista di reliquie, fa costruire a Parigi la Sainte Chapelle per custodire in modo adeguato la corona di spine di Cristo che aveva acquistato per una somma stratosferica dall’imperatore bizantino. Ordina di bruciare il Talmud, il libro sacro degli ebrei, che considera blasfemo. Vive in una castità assoluta, interrotta solo per procreare il suo erede. E segue con cieca obbedienza le prescrizioni della Chiesa.

Federico II si interroga sulle questioni scientifiche e teologiche. Vuole capire quale sia il luogo preciso dove hanno sede il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio. Affronta filosofi ebrei sulla interpretazione di specifici versi della Bibbia, erige monumenti laici come la porta di Capua e splendidi castelli. Si sposa quattro volte, ha numerose amanti e molti figli. Combatte per tutta la vita cinque diversi pontefici che a più riprese lo accusano di ateismo.

Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale

ABULAFIA, IL MITO SPEZZATO Lo studioso britannico David Abulafia, in una fondamentale biografia pubblicata nel 1988, intitolata, non a caso, “Federico II. Un imperatore medievale”, vide invece nello Svevo soltanto un figlio del suo tempo. Per lo storico di Cambridge, Federico II non fu “né un genio politico né un visionario”. Piuttosto “un solido conservatore” che più che al futuro tendeva a guardare al passato, soprattutto a quello della sua casata. In coerenza con questo ritratto, per Abulafia anche il suo mecenatismo fu “soltanto una pallida ombra di quello dei suoi predecessori normanni”. Tanto che in Sicilia “la feconda coesistenza tra cristiani, musulmani ed ebrei” con lui non sarebbe “rinata, ma sarebbe stata sepolta”. Anche le Costituzioni di Melfi (1231) secondo lo studioso inglese confermarono, di fatto, diritti consuetudinari che erano già stati acquisiti dalla tradizione normanna. Di certo, fu decisivo il contributo di Federico per gli studi ornitologici e per la nascita della lirica italiana. E fu grande il suo amore per il sapere: “Al pari di vari suoi colleghi, Federico coltivava interessi scientifici, che seppe e volle approfondire più di altri monarchi del XIII secolo”. Ma Abulafia, in esplicita contrapposizione alla storiografia precedente, che tratteggiava l’imperatore svevo come un despota illuminato, smitizza la figura dello Svevo. E nel suo saggio disegna un Federico meno tollerante con le fedi non cristiane. Meno coraggioso, stretto com’era nella spietata morsa di papi sospettosi e aggressivi. E meno innovativo, anche in campo culturale, soprattutto a causa delle fortissime spese che dovette sostenere per finanziare le sue tante guerre. Per Abulafia, un aggettivo, “dinastica”, riassume il senso profondo della sua politica. Secondo lo storico inglese il suo smisurato orgoglio per i lasciti che aveva ricevuto dal nonno tedesco Barbarossa e da quello normanno Ruggero II era pari solo alla perenne preoccupazione di trasmettere il suo potere intatto e accresciuto agli eredi della casata Hohenstaufen. Proprio come un imperatore medievale, che quindi che “non fu un siciliano, né un romano, né un tedesco, né un mélange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla”.

Il sarcofago di Federico II (Cattedrale di Palermo)

Amato e odiato. Esaltato e disprezzato. Visto come un martire. Oppure come un despota ateo. Tollerante e feroce. Feudale e illuminato. Moderno e conservatore. Federico II, all’alba del terzo millennio, appare ancora circonfuso nel mito. Una icona, spesso sbandierata anche da dissennate politiche di marketing turistico.

Lo storico Fulvio delle Donne in un suo recente saggio ha scritto che la memoria per l’unico imperatore degno di quel nome vissuto nel lontano XIII secolo è quasi una “damnatio”: una condanna, maggiore dell’oblio. L’esistenza reale dello Svevo ha finito per essere sepolta sotto il peso di una trasfigurazione. Come spiega bene Franco Cardini “la leggenda si impadronì dell’uomo, fino a soffocarne la storia”.

Nel Duomo di Palermo, di fronte al suo sepolcro in porfido rosso sorretto da quattro leoni, mani sconosciute, ottocento anni dopo, continuano a deporre fiori freschi. Un omaggio postumo alla grandezza di una vita straordinaria.

Torna allora alla mente l’oscura profezia della Sibilla eritrea, che tanto appassionò i contemporanei dell’erede degli Hohenstaufen e degli Altavilla: “Vivit, non vivit”. Forse vogliamo che la fine dell’imperatore normanno-svevo rimanga ancora celata, in qualche angolo della nostra memoria. Così, Federico II continua a vivere. Oltre la morte.

Virginia Valente

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Eberhart Horst, Federico II di Svevia L’imperatore filosofo e poeta, Rizzoli Supersaggi, Milano, 1994.

Jacques Le Goff, San Luigi, Einaudi, Torino 1999

Wolfang Sturner, Federico II e l’apogeo dell’Impero, presentazione di Ortensio Zecchino, Salerno editrice, 2009.

Wolfang Sturner, Federico II. Il potere regio in Sicilia e in Germania 1194-1220, De Luca Editori d’arte, 1998;

Hubert Houben, Tra Italia e Germania: elementi innovativi e aspetti tradizionali nella politica di Federico II, Mezzogiorno normanno-svevo. Monasteri e castelli, ebrei e musulmani, Liguori: Napoli 1996

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Alberto Gentile, Itinerari federiciani, Malacoda bimestrale di varia umanità n° 79 anno XIV – Luglio-Agosto 1998, Parma.

Sul web: www.stupormundi.it www.mondimedievali.net

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Il messaggio nascosto negli affreschi di Assisi

Cacciata dei diavoli da Arezzo, Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi.

“Quale Francesco?”. Il punto interrogativo che chiude il titolo dell’ultimo, bellissimo libro di Chiara Frugoni (Einaudi 2015) ci costringe a riflettere ancora sulla forza dirompente del messaggio del Poverello di Assisi. E porta con sé altre domande. La prima, e la più importante, è legata ai celeberrimi affreschi della Basilica superiore di Assisi.

Provare a svelare i messaggi che nascondono, vuol dire misurare l’enorme differenza tra il messaggio originale di Francesco e il racconto della sua vicenda umana e spirituale, che ci arriva dalle immagini. I primi affreschi della basilica vennero realizzati da Cimabue che allora era il pittore più noto della scena italiana. Secondo la Frugoni agli inizi degli anni Settanta del Duecento. Per molti storici dell’arte soltanto dopo il 1288, quando Nicola IV, il primo papa francescano, ascese al soglio di Pietro.

In ogni caso, al di là delle datazioni, Francesco era morto molti anni prima, nel 1226. Era stato proclamato santo appena due anni dopo, nel 1228. E le sue spoglie erano state traslate nella Basilica Inferiore della sua città natale già nel 1230.

Perché allora le pareti della Basilica superiore rimasero bianche per più di cinquanta o forse sessanta anni, quando la costruzione della grande chiesa era già finita da tempo?

La risposta della più accreditata studiosa di San Francesco e della iconologia francescana, è cruda e chiarissima: perché i francescani non sapevano cosa far dipingere. A pochi anni di distanza dalla scomparsa del santo, emergeva in modo lampante la differenza tra gli ideali seguiti in vita da Francesco e quelli dei frati del periodo in cui furono composte le storie francescane.

La rinuncia agli averi, Giotto, Basilica superiore di Assisi.

I primi frati camminavano a piedi nudi e frequentavano i lebbrosari. Lavoravano senza chiedere denaro in cambio. Erano una piccola compagnia di laici: uomini di grande virtù che vivevano lontani dalle città e dai centri del potere, votati all’indigenza e a una vita semplice, nella quale cercavano di mettere in pratica alla lettera il Vangelo, amando il prossimo loro come se stessi. Francesco non solo predicava la povertà: volle farsi povero egli stesso, per amore di quella che chiamava “Domina Paupertas”. La povertà è la sposa amata per la quale Francesco entrò in contrasto con suo padre Pietro Bernardone. Quella “paupertas altissima” che come ricorda Dante (Paradiso, canto XI) dalla morte di Cristo, suo primo marito, era rimasta sola per più di millecento anni: prima di Francesco veniva fuggita, come la morte, e nessuno voleva unirsi a lei: “fino a costui si stette sanza invito”. L’amore per la povertà è anche il testamento morale lasciato da santo: “a’ frati suoi, sì com’a giuste rede,/ raccomandò la donna sua più cara,/ e comandò che l’amassero a fede” (Paradiso, canto XI).

Le prime fratture con la sua stessa comunità furono vissute da Francesco in modo lacerante. Il santo di Assisi non voleva allargare il suo movimento. Tentò di ostacolare la trasformazione che stava avvenendo sotto i suoi occhi. Rinunciò anche alla guida dell’Ordine. Quella clamorosa decisione, originò le differenze e le divisioni che ancora oggi permangono tra minori, conventuali e cappuccini.

La forza del messaggio francescano fu dirompente. In poco tempo, tutto cambiò. Il numero dei frati crebbe a dismisura. L’Ordine, come era inevitabile, si affollò di uomini più “comuni”, molto più distanti dalla tempra virtuosa dei francescani della prima ora. I frati laici diventarono dei sacerdoti. Si abituarono a vivere nei conventi, a maneggiare manoscritti, a frequentare le città. Dicevano che per meglio predicare dovevano studiare, su libri spesso costosi. E quindi chiesero di essere mantenuti dai fedeli. Non andavano più in giro scalzi in qualunque stagione dell’anno. Rifiutavano il lavoro manuale e indossavano vesti più calde e meno trasandate. Alla maniera dei domenicani ,volevano studiare e partecipare, a pieno titolo, ai dibattiti teologici che infiammavano le università e le élites politiche e religiose.

La “Regola non bullata”, di Francesco era pensata per un piccolo numero di frati e fissava poche norme generali. Ma a molti compagni del santo, già pareva troppo impegnativa. Alcuni frati ritennero che dovesse essere modificata in modo meno restrittivo, anche la “Regula bullata”, approvata da papa Onorio III nel 1223 e contrassegnata da una marcata ingerenza della curia romana. Francesco, prima di morire, difese in modo disperato la sua Regola e chiese che non venisse mutata perché gli era stata indicata direttamente da Dio: “Lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere a norma del Santo Vangelo. E feci scrivere questo con poche e semplici parole…”.

Il Poverello spirò nella notte tra il 3 e 4 ottobre 1226. La guida dell’Ordine non fu assunta dal laico padre Elia, il compagno di Francesco che anticipando il pronunciamento della Chiesa, diede per primo la notizia del miracolo delle stimmate. Il Capitolo dei frati, riunito nel febbraio del 1227, volle invece l’elezione di Giovanni Parenti, il ministro provinciale della Spagna, che aveva fondato a Saragozza il primo convento dell’Ordine e che era dottore alla facoltà di Diritto dell’università di Bologna.

L’interno della basilica superiore.

San Francesco fu proclamato santo il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte. Ma qualche mese prima, papa Gregorio IX aveva già ordinato a padre Elia la costruzione della grandiosa, doppia Basilica di Assisi. Disse di volerla “speciale”. E per realizzare l’opera non badò a spese. Utilizzò i proventi delle offerte, i finanziamenti del Comune e il denaro riscosso con forti e insistenti sollecitazioni in tutte le province francescane. Come ricompensa per i fedeli che contribuivano, “manus auxilio”, promise una indulgenza dai peccati di quaranta giorni che sarebbe stata rinnovata ad ogni donazione. Ribadì anche che la Basilica era soggetta soltanto all’autorità della Santa Sede.

Accanto alla chiesa papale di Assisi, già prima della conclusione dei lavori, era già nato un convento. Il 25 maggio 1230, vigilia di Pentecoste, le spoglie del santo furono traslate nella grande basilica tra disordini, tumulti e ferimenti che coinvolsero anche i frati. L’ira del papa si abbatté sugli assisiati e causò anche la mancata elezione di Elia a ministro generale dell’Ordine. Il vecchio compagno di Francesco si ritirò per questo in penitenza a Cortona. Ma anche Giovanni Parenti, sfinito dalle diatribe dei confratelli sulla fedeltà alla Regola, diede le dimissioni. Il Capitolo generale di Rieti, due anni dopo (1232) rielesse frate Elia che fino alle sue dimissioni forzate (1239), continuò a preferire i laici ai chierici nell’opera di reclutamento dei nuovi frati.

La cripta di San Francesco nella Basilica inferiore di Assisi.

La salma di Francesco fu sistemata sotto l’altare della Basilica Inferiore ma la tomba fu nascosta, soprattutto per paura del furto delle sacre reliquie e rimase così segreta che solo nel 1818, dopo lunghi scavi, fu trovato il sarcofago con le spoglie del santo, difeso da griglie di ferro e da un robusto muro di grandi pietre squadrate.

La Basilica doppia ebbe da subito anche una doppia funzione. Quella Inferiore era destinata ad accogliere i pellegrini. Quella Superiore fu pensata come la sede delle grandi celebrazioni e il luogo privilegiato dove dovevano riunirsi i Capitoli generali dell’Ordine. Non a caso, al centro dell’abside, fu messa la cattedra del papa.

Le bianche pareti non ancora affrescate ricordavano però l’assenza di un percorso globale nel quale ridisegnare, in modo coerente, la eccezionale figura del santo.

Chiara Frugoni spiega in un dettagliato racconto esaltato dalle immagini, come la Chiesa orientò l’iconografia del ciclo assisiate mitigando il rivoluzionario messaggio del Poverello di Assisi.

Gli affreschi sono legati l’uno all’altro. Dipendono da un unico programma, realizzato però in tempi differenti. Fu una intuizione geniale di San Bonaventura, che resse l’Ordine per 17 anni, a risolvere il problema della frattura evidente tra Francesco e i francescani che vissero mezzo secolo dopo di lui. Bonaventura portò a termine l’opera non solo con la sua “Legenda maior”, rielaborata dalle biografie, poi distrutte, di Tommaso da Celano, ma anche grazie alla “Collationes in Hexaemeron”.

Volta dei dottori della Chiesa, Giotto, Basilica superiore di Assisi. Dopo il terremoto del 1997, ne restano solo frammenti.

Nella raccolta di prediche fatte a Parigi, Bonaventura recupera gli scritti di Gioacchino da Fiore, le sue profezie e il millenarismo delle “Tre Età della Storia terrena”: quella del Padre, corrispondente alle narrazioni dell’Antico Testamento, quella del Figlio, rappresentata dal Vangelo e quella in cui opererà lo Spirito Santo, nella quale l’umanità sarà toccata finalmente dalla grazia divina.

Le previsioni di Gioacchino da Fiore e dello pseudo Gioacchino vennero accettate da Bonaventura con prudenza ma in modo deciso.

E le posizioni che sembravano inconciliabili tra i frati delle origini e quelli di sessanta anni dopo, trovarono un punto di incontro. I committenti degli affreschi risolsero così il problema di come lodare il fondatore dell’Ordine e insieme dare un senso alla missione dei francescani venuti dopo di lui. Francesco diventa allora un prototipo mandato da Dio, l’incarnazione di un santo molto simile a Cristo, destinato a tornare soltanto alla fine dei tempi.

Il Poverello “non è imitabile, va ammirato”. La sua santità è tale che non si può copiare. L’Ordine sognato da Francesco di certo tornerà, ma questo avverrà nell’Età dello Spirito Santo, “quando il mondo finirà lietamente” e quando anche la Chiesa, “pura e estatica”, potrà finalmente contemplare Dio. Pure i frati diventeranno “purissimi”. Ma intanto, i confratelli di Bonaventura , devono radicarsi nel loro tempo, “studiare, insegnare, evangelizzare, perché sono depositari di una missione nel mondo e per il mondo”.

San Francesco riceve le stimmate, Giotto, Basilica superiore, Assisi.

Gli affreschi della Basilica Superiore quindi, più che celebrare la vita del santo, celebrano quella dell’Ordine. Così, negli affreschi, Francesco può essere dipinto ancora a piedi nudi, con la barba di “un uomo del bosco”. E accanto a lui ci sono i chierici del tempo di Bonaventura, che sono rasati e indossano i sandali. Francesco è raffigurato in preghiera e in contemplazione mentre i confratelli si occupano di esorcismi, delle cose della vita quotidiana: anche in questo modo, attraverso lo studio e la predicazione, concorrono in modo attivo alla realizzazione del progetto divino. L’Ordine perfetto si concretizzerà comunque in futuro, anche se qualche francescano già si mescola, nell’abside, agli eletti, ai piedi del trono di Cristo e Maria.

Il progetto unitario della rappresentazione pittorica della straordinaria vicenda umana di Francesco d’Assisi spiega anche la differenza tra le due basiliche. Due luoghi con funzioni diverse, perché, come ha spiegato Chiara Frugoni “la parte devozionale doveva essere distaccata dal disegno politico”.

La Basilica Inferiore, che conteneva la tomba di Francesco, era destinata ad accogliere i pellegrini e quindi pensata per il grande pubblico dei fedeli. Le storie del santo erano poche e semplici: 5 dedicate a Francesco e 5 alla vita di Cristo. Nella Basilica Superiore, il luogo delle celebrazioni ufficiali dell’Ordine francescano, le pitture, con i loro simboli sottesi, potevano essere capite da un pubblico colto, capace di leggere i messaggi nascosti contenuti nelle immagini.

Un altro grande merito del libro di Chiara Frugoni è quello di far vedere gli affreschi insieme, anche se furono dipinti in tempi differenti: prima da Cimabue, poi da altri pittori, quindi da un cantiere romano e infine da Giotto o chi per lui. Vediamo così che gli affreschi dell’abside con la “Apocalisse” e la “Storia degli Apostoli” sono riflessi nella controfacciata della basilica.

San Francesco predica agli uccelli, Basilica superiore, Assisi.

Nella famosa “Predica agli uccelli”, le colombe discese ad ascoltare Francesco risalgono in cielo e sostengono in una nuvola l’Ascensione di Cristo. Quelle colombe sono le anime dei francescani già “perfetti” che raggiungono il Redentore: sono frati accuratamente rasati perché ormai sono tutti chierici. L’Ordine francescano, secondo fonti per molto tempo attribuite a Gioacchino da Fiore, è infatti un ordine “colombino”. Nella “Collationes in Hexaemeron” si sottolinea anche la profezia contenuta nella “Apocalisse”, dove si parla del famoso “Angelo del sesto sigillo”. La conferma visiva arriva da tutti gli affreschi che adornano la navata sinistra della Basilica Superiore: quell’angelo altri non è che Francesco. La profezia parlava del “segno del Dio vivente”: che altro è l’inaudito miracolo delle stimmate se non un segno dell’Altissimo?

Già in suo precedente e fondamentale saggio, “Francesco e l’invenzione delle stimmate” (Einaudi, 1993) Chiara Frugoni aveva affrontato il tema, fornendo un’altra interpretazione inedita della vita del santo.

“Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi” racchiude studi e ricerche che negli anni a venire saranno ancora un punto di riferimento per tutti gli studiosi e gli appassionati della storia medievale. Anche grazie a un eccezionale apparato iconografico. Perché, come ben diceva il grande medievista Jacques Le Goff “non si può fare storia profonda se non si sanno leggere, oltre ai testi, anche le immagini”.

Federico Fioravanti

 

Quale Francesco?, Chiara Frugoni, Einaudi, 2015, www.einaudi.it

Chiara Frugoni ha insegnato Storia medievale all’Università di Pisa, Roma e Parigi. Tra i suoi libri, pubblicati da Einaudi, tradotti nelle principali lingue europee, in giapponese e in coreano, si ricordano anche “Vita di un uomo: Francesco d’Assisi” (2014); “Storia di Chiara e Francesco” (2011); “La Cappella degli Scrovegni di Giotto” (2005); “La cattedrale e il battistero di Parma” (2007); ”L’affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni” (2008); “La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo” (2010); “Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi” (2010); “Storia di un giorno in una città medioevale” (1997); “Mille e non piú mille. Viaggio fra le paure di fine millennio” (1999, con Georges Duby); “Due papi per un giubileo. Celestino V, Bonifacio VIII e il primo Anno Santo” (2000); “Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali” (2001); “Da stelle a stelle. Memorie di un paese contadino” (2003) e “Una solitudine abitata: Chiara d’Assisi” (2006).

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Arista, il sapore di una parola

Arista. Per gli amanti della carne, basta la parola. La schiena del maiale cotta in forno o arrosto allo spiedo, con il grasso usato come intingolo per rosolare le patate di contorno o insaporire le erbette, è un piatto della tradizione contadina toscana che è diffuso anche in altre regioni italiane. L’arista ha conosciuto un grande successo anche perché si può consumare pure fredda, molte ore dopo la cottura, senza che perda di sapore.

Ma qual è la vera origine della parola? Il termine risale di certo al Medioevo e è stato usato per la prima volta nell’area fiorentina.

La leggenda, accreditata da Pellegrino Artusi, massimo gastronomo dell’Ottocento, vuole che il piatto sia nato a Firenze in un giorno tra il 15 e il 27 gennaio del 1439, durante il concilio ecumenico della chiesa romana e greca. Papa Eugenio IV, per la verità, aveva convocato vescovi e cardinali a Ferrara. Ma in quei giorni nella città degli Estensi c’era il pericolo di una epidemia di peste. Cosimo il Vecchio, signore di Firenze, nonno di Lorenzo il Magnifico, da uomo pragmatico qual era, convinse il pontefice a spostare l’incontro nella sua città. Anche perché l’avvenimento si presentava come un grande appuntamento non solo religioso ma anche capace di muovere l’economia. Basti pensare che la delegazione bizantina era composta da quasi 700 persone. Altrettanto numerosa era la parte latina.

Sul tavolo della trattativa, c’era il tema cruciale della riunificazione delle Chiese latina e ortodossa. Si trattava di provare a ricomporre uno scisma che durava dal lontano 1054. L’imperatore Giovanni VIII Paleologo (1425-1448), sedeva vicino a suo fratello Demetrio, il patriarca di Costantinopoli Giuseppe II. Tra i tanti dotti, vescovi e teologi, spiccavano le figure di Basilio Bessarione, Isidoro di Kiev e Marco Efesio. Almeno a parole, si respirava un clima di unione. Il papa, come segno di umiltà, non volle sedere al centro ma si accomodò nel posto che spettava al primo della lista nella fila dei religiosi latini.

In discussione c’era il primato del pontefice romano, la dottrina sul Purgatorio e altre spinose questioni teologiche. Al basileus di Costantinopoli, riconciliazione a parte, premeva però soprattutto che gli occidentali aiutassero dal punto di vista militare l’impero bizantino, ormai assediato dai turchi ottomani.

L’accordo fu trovato. Venne siglata la sospirata riconciliazione. Ma durò poco perché almeno due terzi dei dignitari e degli alti religiosi bizantini, appena tornarono in patria, rinnegarono l’intesa. A conti fatti, a parte gli aiuti militari, di cui avevano un reale bisogno, non avevano nessuna voglia di sottomettersi alla tiara papale. Quasi quasi preferivano il “turbante” degli ottomani. E infatti, qualche anno dopo, il 29 maggio 1453, l’impero romano d’Oriente cadde per non rialzarsi più.

Ma in quei giorni di trattative più o meno ufficiali, Firenze visse con entusiasmo l’atmosfera delle grandi occasioni. Il corteo degli ospiti orientali migliorò le già ottime finanze di Cosimo il Vecchio e ebbe un effetto benefico anche sulla vena creativa di artisti come Benozzo Gozzoli (“La cappella dei magi”) Filarete e Piero della Francesca.

E l’arista? Cosa c’entra? La leggenda narra che durante uno dei tanti banchetti, di fronte a un saporitissimo arrosto di maiale, il cardinale greco Bessarione volle esclamare ad alta voce tutto il suo irrefrenabile entusiasmo. Si voltò verso gli altri commensali e ripeté più volte: “Ariston! Ariston!”. In lingua greca, la parola vuol dire “il migliore”. Ottimo boccone insomma. E anche abbondante, visto che di fronte all’autorevole giudizio, tutti applaudirono con convinzione. I fiorentini furono conquistati da quel superlativo esotico. E con quel nome che suonava così bene battezzarono l’ottima lombata di maiale.

Ma forse non andò così. Anche sull’origine dell’arista fu confezionata una bella versione ufficiale che in quel momento potesse piacere a tutti ma che poi, alla prova dei fatti, non resse. Perché già alla fine del Trecento, in un suo racconto, il novelliere fiorentino Franco Sacchetti scrisse una frase che non dà adito a dubbi: “Io scrittore ne potrei far prova, che avendo mandato uno tegame con uno lombo, e con arista al forno…”. Quel piatto, a Firenze, già esisteva da più di cinquanta anni.

Tutto risolto? Forse no. Perché altri documenti, risalenti addirittura al 1287, citano una “arista di porcho”. Una prova che sembra inconfutabile. Perché, come si dice, “carta canta”. Allora, possiamo dire che l’origine della parola, che vuol dire “il migliore” oppure “ottimo”, ha un’altra nascita: è certamente greca e il significato, alla fine, è quello. Ma non riguarda l’entusiasmo di un cardinale bizantino a tavola quanto altri greci, cittadini che vivevano a Firenze fabbricando profumi, almeno tre secoli prima del famoso concilio ecumenico. Tanto che il loro quartiere si chiamava, allora come oggi, Borgo dei Greci. Si integrarono così bene che già nel Duecento erano una delle più importanti famiglie della città, citata anche da Dante, per bocca del saggio avo Cacciaguida, nel Canto XVI del Paradiso.

Greci diventati fiorentini che, come i vescovi incerti del concilio ecumenico, non amavano la tiara papale: nel Trecento caddero in disgrazia proprio a causa della loro incrollabile fede ghibellina. Alla fine, sull’origine della parola, anche l’autorevole dizionario Treccani non si sbilancia. E a alla voce “arista”, specifica: etimo incerto. Di sicuro, tra tante ipotesi, seppure convergenti, sappiamo con certezza una cosa: che il tipico arrosto di maiale toscano è proprio buono. Anzi, ottimo. Forse, il migliore.

Virginia Valente

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Paperone de’ Paperoni? Era un vescovo

Cosa c’entra zio Paperone con un frate medievale? Beh, il nome è lo stesso. Ma la differenza la fa la storia. Lo zio tirchio e ricchissimo di Paperino è nato dalla fantasia di Carl Barks, geniale fumettista della Disney. Paparone de’ Paparoni, invece, è esistito davvero.

Nacque da una antichissima e nobile famiglia romana, in una data imprecisata della prima metà del Duecento. E morì nel 1290 a Spoleto, città della quale era arcivescovo ormai da cinque anni. Nei venti anni precedenti (1265-1285) fu l’amatissimo presule di Foligno.

Il suo sguardo, vivo e curioso sulle cose del mondo, ancora oggi incontra quello dei visitatori del palazzo arcivescovile di Spoleto davanti a un bel ritratto, dipinto a tempera su un muro nell’anno 1720, più di 400 anni dopo la sua morte. La data che emerge nel cartiglio sottostante ricorda il trionfale arrivo di Paparone nella città dei Duchi: 1285. E la scritta sottostante, in latino, chiarisce all’istante quella che fu, per tutta la vita, la missione del religioso: “Paparonus de Paparonis” era un domenicano, come Sant’Alberto Magno, San Tommaso d’Aquino, Giovanni Taulero e altri grandi personaggi del Medioevo.

Apparteneva all’Ordine dei Frati Predicatori, fondato da San Domenico di Guzmán nel 1215 a Tolosa. Uno di quei religiosi conosciuti in Inghilterra come “black friars”, frati chiamati neri per via del colore del cappuccio e della cappa che ancora oggi indossano su una tunica immacolata.

Lo stesso nome per un burbero e irresistibile eroe dei fumetti e un vescovo medievale. Strano ma vero. Forse però non fu una coincidenza. Piuttosto, con ogni probabilità, un’idea folgorante di Mario Gentilini, storico direttore di “Topolino” e di Guido Martina, traduttore e sceneggiatore delle prime, divertenti storie a fumetti che arrivavano dall’America.

Il personaggio del “papero più ricco del mondo”, il simpatico taccagno “Uncle Scrooge MacDuck”, ricalcato sul modello di Ebenezer Scrooge, l’avido protagonista de “Il Canto di Natale” di Charles Dickens, nella traduzione italiana si sarebbe dovuto chiamare “Avaro Papero”. Quasi una cacofonia vicino ai nomi teneri e buffi di Qui, Quo, Qua, Paperino, Topolino e Minnie.

Lo sceneggiatore Martina, un professore di Lettere che amava la lettura e frequentava i testi medievali, forse si imbatté per caso nel nome giusto per quel papero che negli anni ha appassionato diverse generazioni di lettori.

Chissà se andò proprio così. Sia Gentilini che Martina, ormai scomparsi da anni, non hanno mai parlato della cosa. Anche se le città di Spoleto e Foligno non avrebbero certo potuto chiedere i “diritti d’autore” alla Disney. E nemmeno potevano più reclamare un risarcimento i parenti del vescovo Paparone, la cui famiglia si era già estinta alla fine del Settecento (Rendina, “Le grandi famiglie di Roma”, Newton Compton editori).

A differenza del personaggio di fantasia, il frate domenicano non fu un “self made man”. Era già ricco di famiglia. Un suo antenato, Giovanni, era il figlio di un papa non identificato della seconda metà del X secolo. Un altro parente, Giovanni, nominato cardinale nel 1144, fece carriera come legato pontificio in Irlanda e Francia. Stefano Paparoni, fu giudice palatino nel 1187. E un secolo prima che il frate domenicano nascesse, Gregorio Papareschi (1130-1143), esponente di un altro ramo della famiglia, divenne addirittura papa con il nome di Innocenzo II.

Paparone de’ Paparoni era molto giovane quando iniziò a frequentare il potente convento romano di Santa Sabina. Fece carriera in fretta, scalando posizioni nel suo Ordine, fino a diventare Procuratore Generale nella Corte di Roma. Papa Clemente IV notò il suo zelo e apprezzò così tanto le qualità mostrate da quel frate che pensò a lui quando finalmente decise di dare un nuovo “pastore di anime” a Foligno (Antoine Touron, “L’Istoria degli uomini illustri dell’Ordine di San Domenico”, 1746).

La città nel 1245 era stata privata della dignità vescovile per aver appoggiato l’imperatore Federico II nella sua lotta contro cinque pontefici romani. Ma allora, dopo una punizione durata due decenni, era giunto il tempo della riconciliazione. Paparone resse la diocesi folignate per venti anni. La città durante il suo episcopato si ripopolò di chiese e si riavvicinò al papa. Il vescovo fu generosissimo di doni con i monaci di Sassovivo. A Foligno trovarono casa gli eremiti agostiniani (1265) i serviti (1275) e anche i domenicani (1285).

Quando il nuovo pontefice, Onorio IV, lo trasferì a Spoleto, Paparone fece fatica a staccarsi dai folignati. Ma anche gli spoletini lo accolsero con grande entusiasmo. In quegli anni, a Norcia, fece scalpore una lite tra i francescani e i benedettini. I seguaci del Poverello arrivarono a occupare il monastero dell’Ordine di San Benedetto (G.Cappelletti, “Le chiese di Spoleto dalle loro origini ai giorni nostri”, Venezia 1844). Lo scandalo, tra accuse e contraccuse, andò avanti per anni. Paparone non fece in tempo a gestire la fine della spiacevole vicenda: morì nel 1290.

Quattro anni dopo, Celestino V risolse la questione: emanò una bolla papale con la quale tolse il monastero di Norcia dalla giurisdizione spoletina e lo assoggettò direttamente al controllo della Santa Sede.

Del frate predicatore che diventò vescovo, sono rimaste pochissime tracce. Una porta a Chieri, tra la collina di Torino e il Monferrato, dove il nome dell’alto prelato spunta su una tomba sotto il pavimento di una chiesa a croce latina dedicata a San Domenico.

Una testimonianza curiosa si trova a Sarteano, il comune della Val d’Orcia in provincia di Siena. Lì, al numero 61 del centrale corso Garibaldi c’è l’ingresso di Palazzo Paparoni, la dimora del XVI secolo che appartenne agli eredi del vescovo di Foligno e di Spoleto. Sul portale d’ingresso, campeggia ancora lo stemma di famiglia: due grosse papere che poggiano su un’unica zampa.

Federico Fioravanti

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Marco Santagata e Franco Mezzanotte a Orvieto per “Ludi alla Fortezza”

Dante Alighieri raccontato da Marco Santagata e Guelfi e Ghibellini descritti da Franco Mezzanotte.

Ludi alla Fortezza (Orvieto, 14-17 giugno 2018) sceglie per la seconda edizione temi importanti, affidati a due dei più autorevoli studiosi nel panorama nazionale del settore.

I due incontri culturali, organizzati dall’Associazione Orvieto 1264 in collaborazione con il Festival del Medioevo, si inquadrano nel contesto di una manifestazione a tema medievale che presenta spettacoli rievocativi, cortei e giochi e completa l’offerta con interessanti proposte enogastronomiche.

Venerdì 15 giugno ore 17.00 | Atrio del Palazzo dei Sette “Il trionfo della fazione” | Franco Mezzanotte Ha insegnato Storia medievale all’Università di Perugia e Storia della Chiesa antica all’Istituto teologico di Assisi. Oggi Franco Mezzanotte è presidente dell’associazione perugina “Vivi il borgo”. Sabato 16 giugno ore 18.30 | Sala del Governatore, Palazzo dei Sette “Nascita di un profeta” | Marco Santagata Scrittore, critico letterario e docente universitario, vincitore del Premio Campiello 2003 e del Premio Stresa di narrativa 2006, Marco Santagata è considerato tra i massimi esperti di Dante e Petrarca.

 

Regista della manifestazione è Gianluca Foresi, attore orvietano e protagonista da oltre un ventennio delle maggiori rappresentazioni storiche italiane. Sponsor dei due incontri, l’azienda Vetrya e la Fondazione Luca e Katia Tomassini, impegnate socialmente nella diffusione della cultura.

Questo il programma completo di “Ludi alla Fortezza” 2018:

Giovedì 14 giugno Ore 20,30 – Piazza del Popolo – Banchetto Medievale

Venerdì 15 giugno Ore 17,30 – Atrio Palazzo dei Sette – Conferenza su Guelfi e Ghibellini tenuta da Franco Mezzanotte Ore 21,00 – Atrio Palazzo dei Sette – Gruppo musicale Rasna 1328: Ludovico il Bavaro alla conquista di Orvieto, concerto in forma di racconto

Sabato 16 giugno Ore 18,30 – Sala del Governatore Palazzo dei Sette – Conferenza su Dante Alighieri tenuta da Marco Santagata

Sabato 16 e domenica 17 giugno dalle ore 17,00 alle ore 24,00 – dimostrazioni, spettacoli, mercati ed enogastronomia alla Fortezza Albornoz. Parteciperanno: Compagnia d’Arme Santaccio di Chiusi Circa Teatro di Urbino Urbeveteris Falconis Sbandieratori e Musici Città della Pieve Compagnia Balestrieri Porta Rocca Orvieto Medioevo Giullari del Diavolo Il Drago Bianco Sbandieratori e Musici dei Quartieri di Orvieto Le Muse del Diavolo Compagnia Grifoncello Armati dell’Antica Marca Messer Lurinetto da Siena Compagnia Dell’Ilex L’Arca di Toma Memento Ridi presenta: Gianluca Foresi

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Hum, la città più piccola del mondo

Per il Guinness dei Primati, “la città più piccola del mondo” è Hum (in italiano Colmo) un centro medievale della Croazia, nel cuore dell’Istria. Fa parte del comune di Buzet (Pinguente). Ha soltanto 20 abitanti e un’estensione di appena 100 metri di lunghezza per 30 di larghezza.

Hum risale al IX secolo. Allora l’Istria apparteneva al regno Franco; il conte Ulrico I fece costruire un castello sui resti dell’antica fortezza. Intorno crebbe un piccolo borgo che, da allora, non è cambiato. Per entrare nella minuscola città medievale, l’unica via di accesso è ancora un antico portone di bronzo che si apre su due vicoli che ospitano una manciata di case, nobilitate da due chiese romaniche: quella di San Gerolamo e quella di San Giacomo, su cui svetta una bella torre campanaria. Nel 1102 Ulrico I scelse di lasciare Hum e alcuni altri suoi castelli al Patriarca di Aquileia. Nell’atto di donazione si parla del “castrum Cholm” (Hlm in croato). E’ la prima citazione conosciuta di Hum. Una fortezza quindi, il cui abitato è rimasto all’interno dei confini che furono stabiliti già nell’alto Medio Evo.

Il piccolo centro è famoso anche per alcuni particolari e preziosi affreschi romanici con influssi di pittura bizantina conservati nella chiesa di San Girolamo. La ricchezza storica della città in miniatura è confermata da un monumento di eccezionale interesse: il “Viale dei glagoliti”, un percorso di 7 chilometri che si estende da Roč (Rozzo) fino a Hum. Il cammino fu edificato nel 1977 a ricordo del più antico alfabeto slavo conosciuto.

Il glagolitico venne creato dal missionario Cirillo, insieme a suo fratello Metodio, intorno all’862-863. Servì a tradurre la Bibbia e altri testi sacri in antico slavo ecclesiastico. Il nome deriva dal sostantivo “glagolŭ”, che vuol dire “verbo” (ma è anche il nome della lettera “G”) o da “glagolati” che significa “parlare”. Ancora oggi, in Croazia, questo alfabeto è utilizzato nella liturgia. Presso gli altri popoli slavi che ne facevano uso fu invece sostituito intorno al X secolo dal cirillico, che è una sua derivazione.

La forma della passeggiata tra i segni dell’antica lingua somiglia alla lettera glagolitica “S”. Comprende 11 monumenti dedicati all’alfabeto voluto da Cirillo. Il percorso si conclude proprio a Colmo, dove una scritta di benvenuto accoglie il visitatore sulla porta d’ingresso del caratteristico centro.

Hum conserva ancora l’usanza che risale a molto più di mille anni fa, di scegliere il prefetto sul tavolo di pietra. Il 9 giugno tutti gli uomini della parrocchia eleggono lo zupano (il capo villaggio medievale) facendo una incisione su un bastone di legno chiamato “raboš”.

Vince chi ottiene il maggior numero di intagli. Il capo che viene eletto ha il compito di prendersi cura della parrocchia, di risolvere le controversie tra gli abitanti e di emettere eventuali sentenze nei confronti dei disubbidienti o di coloro che turbano l’ordine pubblico. Ma c’è veramente bisogno di lui soltanto il primo giorno dell’elezione, che coincide con una famosa sagra alla quale accorrono anche gli abitanti dei paesi vicini, per assaggiare la biska, una grappa medicinale al vischio la cui ricetta segreta risale ai druidi che la portarono in Istria più di 2000 anni fa.

Virginia Valente

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Il selfie di Claricia

Il selfie di Claricia, miniatura 1190

Un selfie medievale. Esibito con orgoglio, per siglare con la propria firma e un autoritratto un lavoro fatto bene.

L’immagine spunta nella pagina iniziale di un salterio composto nel 1190 nell’Abbazia dei Santi Ulrich e Afra di Augusta, in Germania.

L’autrice è Claricia, una giovane donna che lavorò a molte miniature di una raccolta di salmi che oggi è conservata nel Walters Art Museum di Baltimora, nello stato americano del Maryland. Non sono tanti i miniatori medievali che hanno lasciato ai posteri la propria immagine.

È rarissimo che lo abbia fatto una donna. Ma il gesto certifica quanto un artista, già quasi all’alba del Duecento fosse consapevole della qualità e dell’importanza del suo lavoro. Alla fine del XII secolo nel convento di Augusta vivevano molte suore benedettine. Ma Claricia, con ogni probabilità, non aveva preso i voti.

L’abbigliamento e anche la posa con la quale si ritrasse nella pagina miniata, fanno pensare piuttosto che fosse una copista laica che lavorava, comunque con un ruolo importante, nello scriptorium della grande abbazia. La posa è languida, serena e orgogliosa allo stesso tempo: Claricia ha miniato se stessa nella “gamba” di una Q maiuscola: i lunghi capelli sono sciolti sulle spalle, separati da due trecce. La testa è piegata con grazia. Le ampie maniche del vestito ci confermano che viveva lontano dal convento. Le braccia, tenute in alto, sembrano quasi sorreggere la lettera che dà inizio al testo e quindi a tutta l’opera.

La parola salterio in greco antico vuol dire cetra (ψαλτήριον). E anche il termine latino cristiano psalterium indica il “canto con accompagnamento di cetra”. Hanno lo stesso nome pure gli strumenti a corda con cui si accompagnavano i salmi. Per associazione, con la medesima parola nel linguaggio biblico-liturgico viene definito il testo contenente i 150 salmi biblici, organizzati e distribuiti nei giorni della settimana secondo le ore canoniche. A partire dal VI e VII secolo, prima in Irlanda e poi in tutto il continente europeo, i salteri divennero testi indipendenti dal corpo biblico e poi manoscritti a sé stanti. Furono tra i tipi di codici miniati più diffusi, pari per numero solo ai libri del Vangelo. E dalla fine del secolo XI inclusero anche un calendario, i cantici dal Vecchio e Nuovo Testamento, le litanie dei santi e altri testi oggetto di devozione. Le copie monastiche erano sobrie e decorate con miniature attinenti ai testi. Ma nei secoli furono composti anche numerosi altri salteri, ornati in modo lussuoso e destinati agli uomini facoltosi e ai nobili. La firma apposta dagli autori attesta la consapevolezza raggiunta dagli artisti, che non erano certo solo dei meri esecutori.

Ne era ben cosciente, ad esempio, nella seconda metà del XII secolo, anche il monaco Eadwin, autore delle miniature di un curioso manoscritto conservato a Cambridge. L’artista, tra le parole e le immagini, inserì anche un dialogo. Due frasi ben lontane dalla modestia che doveva accompagnare la vita dei religiosi: “Dice lo scriba: Degli scribi sono il primo e non muore con me la mia gloria. Dillo tu chi son io, o mia scrittura”. Risponde la Scrittura: “Tu sei Eadwin, lo dice la scritta, il dipinto, e la fama ti loda negli anni!”. Così, modestia a parte, il suo nome è giunto fino a noi.

Lo scriba Hildeberto con il suo allievo Evervino – miniatura dal De Civitate Dei, 1140 ca. – Praga, Biblioteca Capitolare.

Béatrice Fraenkel, docente di Antropologia della scrittura presso la “Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales” di Parigi ha studiato a lungo le “firme autoritratto”: immagini dei miniatori che hanno voluto tramandare insieme al proprio nome anche i lineamenti dei loro volti. Il modello più antico è l’immagine in ginocchio di Rabano Mauro, erudito carolingio e arcivescovo di Magonza, venerato come santo. Quando era l’abate di Fulda riprodusse la sua immagine sovrapposta al testo di una preghiera. E si firmò con orgoglio: “Io Raban”. Altri artisti affermano, in calce alle opere, di aver scritto, “decorato” o “dipinto” dei manoscritti.

Gisella, sorella di Carlo Magno fu la badessa di Chelles. Con l’approvazione del fratello imperatore, trasformò l’abbazia che sorgeva nella regione dell’Île-de-France in un importante centro di copiatura, conservazione e restauro di importanti documenti. Molti fogli andarono perduti nel 1226, nel corso di in un terribile incendio. Altri furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ma la sorella del grande sovrano volle comunque tramandare il suo prezioso lavoro ai posteri: sappiamo così fu aiutata da una dozzina di suore di cui conosciamo i nomi.

Come dimostra il “selfie di Claricia”, le miniaturiste non erano soltanto delle suore. Spesso, alla fine del XIII e XIV secolo, nelle officine secolari di Bologna e Parigi, affiancavano un marito o un padre. Quasi mai però i loro nomi sono passati alla storia.

È giunta fino a noi anche l’identità della eccellente miniaturista che nell’Alto Medioevo lavorò insieme a Emétérius, l’artista che copiò in scrittura visigotica e su bifoli di pergamena di vitello il testo del “Beatus ”, ora conservato nella cattedrale spagnola di Girona. Il manoscritto miniato, che risale all’anno 975, è firmato da Ende. Una suora che si definisce “pintrix” e insieme “aiutante di Dio” (“Dei aiutrix”) quasi a voler esprimere l’eccezionale importanza del suo lavoro decorativo, che riteneva fosse plasmato direttamente dall’Onnipotente. Ende, una delle più antiche pittrici nella storia dell’arte occidentale, non dimenticò di aggiungere alla sua firma l’autorevole certificazione del responsabile del suo lavoro: “Frate Emétérius, presbitero”.

Copiare e miniare era un lavoro duro. La maggior parte dei testi trascritti erano di contenuto religioso. Il monaco doveva pregare, riflettere, interpretare e poi scrivere, attraverso sedute lunghe e faticose. Spesso anche in posizioni scomode.

Il miniaturista Emétérius, affidò a un disegno e a un breve testo i suoi lamenti: “Oh torre di Távara, alta torre di pietra, è lassù che, nel primo locale della biblioteca, Emétérius è rimasto seduto, tutto curvo sul suo lavoro durante tre mesi, e che ebbe tutte le sue membra rattrappite dall’uso del calamo”.

In un altro autoritratto, riportato nel Breviario di Olmütz (1140) il miniatore Hildebertus, che si definisce “pictor”, siede abbigliato con vesti sontuose davanti a uno scrittoio sorretto da un leone. Più in basso, curvo su uno sgabello, il suo aiutante Everwinus è concentrato nel realizzare una pittura ornamentale. Ma intanto, nel tavolino accanto, mentre gli artisti lavorano, un topo insidia il loro pranzo. Hildeberto con il calamo in bilico sull’orecchio e in mano il raschietto usato per correggere e la pietra pomice che serviva a lisciare il foglio, urla contro l’intruso: “Maledetto topo, mi fai sempre arrabbiare, che Dio ti mandi al diavolo!”.

L’arte della scrittura e quella della miniatura conoscevano poche pause. Non c’era molto tempo nemmeno per mangiare. E la fatica si faceva sentire. Lo ricorda la celebre raccomandazione di un copista del secolo VIII: “Carissimo lettore, prendi il libro soltanto dopo esserti ben lavato le mani, gira i fogli con delicatezza, tieni lontano il dito dalla scrittura, per non sciuparla. Chi non sa scrivere crede che non occorra alcuna fatica. E invece come è penosa l’arte dello scrivere: affatica gli occhi, spezza la schiena; tutte le membra fanno male! Tre dita scrivono, ma è l’intero corpo che soffre!”.

Federico Fioravanti

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Il “Tacuinum sanitatis” di Bevagna

Il termine “gaita”, dal longobardo Watha, ovvero “guardia”, indica i quattro quartieri storici di Bevagna: Gaita San Giorgio, Gaita San Giovanni, Gaita San Piero e Gaita Santa Maria.

“Tacuinum sanitatis”, un prontuario medico del XIV secolo” è il titolo di un libro pubblicato a cura della gaita Santa Maria di Bevagna.

L’opera, in due volumi, comprende la copia anastatica, la trascrizione e la traduzione di un antico manoscritto del Trecento presente in Umbria, nella biblioteca comunale di Bevagna.

Il testo è la traduzione latina dell’originale in arabo redatto intorno alla fine del secolo XI da Ibn Butlan, un famoso medico di Baghdad di fede cristiana nestoriana, vissuto durante l’epoca d’oro dell’Islam.

Fu tradotto dall’arabo da Faraj ben Salim, conosciuto anche come Ferragut di Girgenti, un medico ebreo nato in Sicilia. Il manoscritto si diffuse prima nelle corti di Napoli e Palermo e poi in tutte le principali città europee.

Sotto il nome di “Tacuinum sanitatis in medicina” vengono classificati tutti quei manuali di scienza medica scritti e miniati, dalla seconda metà del IV secolo al 1450 circa, che descrivevano, sotto forma di brevi precetti, le proprietà mediche di ortaggi, alberi da frutta, spezie e cibi. Ma anche le stagioni, gli eventi naturali e i moti dell’animo, riguardo i loro effetti sul corpo umano.

Sono 11 i manoscritti non miniati: quattro sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi, due nella Biblioteca Vaticana, due nella Biblioteca Angelica a Roma, uno nella Biblioteca Marciana di Venezia, uno a Vienna e uno a Lipsia. Di maggior pregio sono considerati tre codici miniati giunti fino a noi: uno è conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna, uno a Parigi, alla Bibliotheque Nationale e uno a Roma presso la Biblioteca Casanatense.

L’opera ospitata nella biblioteca comunale di Bevagna è un manoscritto pergamenaceo di 40 fogli della misura di mm 210 per 310 mm ciascuno. Il foglio esterno della legatura è in pergamena. I fogli di guardia sono cartacei e recano un timbro rotondo con la dicitura “Orfanotrofio Francesco Torti. Bevagna”.

Nell’incipit del libro si legge: “Tacuinum sanitatis in medicina, utile a spiegare le sei cose necessarie all’uomo e a dimostrare sia il giovamento del cibo, del bere e degli indumenti sia l’aspetto nocivo di queste cose, e quindi a rendere noti i buoni consigli da parte degli eminenti tra gli antichi al fine di eliminarne gli aspetti dannosi. Elbukassem Elmuthar, figlio di Haladin, a sua volta figlio di Buctilian, medico di Baldach, compose questo libro”.

E continua così: “Intorno alle sei cose che sono necessarie ad ogni uomo che devono essere messe in accordo e preservate per mantenere lo stato di salute, con le regole di comportamento e i loro effetti. La prima è migliorare l’aria che interessa il cuore. La seconda è la giusta proporzione di cibo e bevande. La terza è la giusta combinazione del moto e della quiete. La quarta è la preservazione del corpo dagli eccessi del sonno e delle veglie. La quinta è il giusto equilibrio nell’eliminazione e nella ritenzione degli umori. La sesta consiste nella capacità della persona di regolarsi nella gioia, nell’ira, nel timore, nell’angoscia. La conservazione della salute starà infatti nell’equilibrio di questi elementi; quando viene a mancare, si genera malattia”.

Il bellissimo Mercato delle Gaite di Bevagna, manifestazione storica di alto valore filologico che si svolge ogni anno, negli ultimi dieci giorni di giugno, nella cittadina umbra a pochi chilometri da Foligno.

Molti, e a volte curiosi, i consigli terapeutici del medico di Baghdad. Dai dieci giovamenti che arrivano dal vino bevuto con moderazione (cinque sono per l’anima e cinque per il corpo) fino alle qualità che una sana alimentazione trova nel pane con la giusta quantità di lievito e ai lupini e ai fagioli che “favoriscono il sangue mestruale”. Le fave fresche sono sconsigliate perché “provocano gonfiore, mollezza delle carni, e stanchezza”. E il riso “fa aumentare lo sperma, mentre fa diminuire l’urina”. Le mandorle invece “quanto più sono amare, tanto più saranno efficaci nei loro effetti”.

Ibn Butlan si sofferma a lungo anche sul coito. Spiega che a coloro che durante il sonno sognano il sesso “può capitare pazzia, amore, perversione dell’animo, gonfiore dei testicoli, e in generale malattie di replezione del corpo e del cervello”.

Consiglia anche “che chi ha un rapporto sessuale non sia né pieno di cibo, né affamato, in quanto si verificherebbe ostruzione o secchezza”. In quanto ai figli “si scelgano per generare maschi le case maschili, tra cui si prediligono la Bilancia e il Sagittario, mentre per generare femmine il segno dei Pesci e la Vergine, e non si badi se c’è il Toro”. E aggiunge che “non si deve avere il coito se prima non si è giocato con la donna, strofinandole i piedi, prendendole e stringendole delicatamente i capezzoli dei seni, affinché entrambi i due soggetti, stimolati, emettano contemporaneamente il seme, fine per il quale si sono uniti.

Si riconosce il desiderio della donna dai suoi occhi. Durante il rapporto, inoltre, ci si inclini sul lato destro per avere un maschio. Bisogna stare attenti che l’uomo non abbia di nuovo ad avere il coito se prima non si è lavato e non ha urinato. Se non ha osservato tali precauzioni gli occhi dei bambini saranno di colore celeste”.

Il medico di Baghdad raccomanda la musica per la letizia del corpo e dell’anima: “L’effetto sugli animi è palese sia nell’andatura dei cammelli che, carichi, sono confortati dal canto di chi li guida, sia nei fanciulli, che altrettanto godono del canto. Esso crea anche attitudine e diletto e giova alle lunghe orazioni e alle letture. I medici se ne servono per mitigare i dolori, come fanno coloro che portano carichi pesanti in modo che sembrino leggeri e facili”.

Il “Tacuinum sanitatis” analizza anche gli stati d’animo. E ricorda che ce ne sono di cinque tipi: ira, gioia, timidezza, dispiacere e paura. La ragione di questo è che il cuore si muove sia verso il petto sia verso la schiena, o da entrambi le parti. In qualsivoglia di queste due direzioni, il cuore si muove o in modo impetuoso o repentino,oppure poco a poco o in maniera costante. Se si muove in modo impetuoso verso il petto provocherà ira. Se lo fa poco a poco provocherà gioia. Se si muove impetuosamente verso la schiena provocherà paura. Se lo fa poco a poco, disagio. Se da entrambi le parti, avrà effetto di timidezza e tristezza. Tutti questi sono chiamati accidenti dell’animo, sebbene siano resi vitali da ciò che li trasmette, ovvero la percezione e il pensiero. Infatti la percezione conferisce al cuore cose piacevoli e non piacevoli, e lo stesso pensiero. Il dispiacere deriva dalle cose passate, ma anche dalla speranza e dalla disperazione”.

Il libro è edito da Fabrizio Fabbri Editore.

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Columba, santo permaloso

Il più famoso santo scozzese veniva dall’Irlanda. È passato alla storia con un nome gentile: Columba che in lingua gaelica suonava come Colum Cille, “colomba della Chiesa”. Da non confondere con San Colombano abate, l’irlandese più noto del primo Medioevo, che edificò il celebre monastero di Bobbio, in Val Trebbia.

Columba era dolce ma solo nel nome. Le cronache medievali lo dipingono come un uomo austero e al tempo stesso focoso, severo con se stesso prima che con gli altri. Carismatico, di modi frugali, era naturalmente autorevole. Del resto, veniva da una famiglia di re, quella del potente clan degli Uí Néill (O’Neill) di Gartan: il suo bisnonno era infatti “Niall dei Nove Ostaggi”, il sovrano irlandese del V secolo che secondo la leggenda, durante una scorreria in Scozia, rapì il giovanissimo San Patrizio e lo portò con sé in Irlanda come schiavo.

San Columba nacque a Donegal, la terra più impervia e montagnosa dell’Ulster, il 7 dicembre del 521. Da quelle parti, ancora oggi, si parla il gaelico. Il futuro santo, con le parole dell’antica lingua, fin da quando era bambino amava dialogare con Dio. Appena adolescente, volle studiare il latino e la teologia. E scelse come maestro San Finnian di Clonard, uno dei padri del monachesimo irlandese. Negli anni successivi, forte del suo ruolo sociale, trovò anche il tempo di fondare comunità monastiche con importanti scuole annesse a Derry (545), Durrow P (553) e Kells (554).

Ma a cambiare la sua vita fu un altro viaggio di studi. Era andato a Moville, un centro costiero del Donegal, ancora oggi definita come “a place apart”, un posto a parte. Allora, nel 560, il piccolo paese all’estremo nord dell’Irlanda, era la sede di un importante centro monastico, guidato da un altro Finnian, meno famoso del suo omonimo di Clonard ma egualmente santo. Lì Columba poteva studiare in modo appassionato, giorno e notte. Fu affascinato da un libro dei salmi, un prezioso salterio, che per ordine dell’abate nessuno poteva consultare. Columba disobbedì: lo copiò di nascosto, senza autorizzazione. Le leggende intorno al santo ricordano che scriveva in modo febbrile, di notte, con la mano destra, tenendo in alto le sante dita della mano sinistra che, in modo miracoloso, illuminavano le pagine che scorrevano sotto i suoi occhi.

Il monaco riuscì nell’impresa ma fu scoperto. Quando Finnian si accorse di essere stato ingannato, pretese che gli venisse subito restituita la copia abusiva di quella meraviglia. Columba si rifiutò: voleva quel libro per sé. Finnian, esasperato, lo portò a giudizio davanti al re Diarmuid, che ascoltò le parti e poi sentenziò: “A ogni mucca il suo vitello, a ogni libro la sua copia”. Columba fu costretto a riconsegnare la preziosa copia del libro di preghiere.

Ma non finì lì. Le storie d’Irlanda raccontano che Columba, offeso e furioso per il verdetto del sovrano, dichiarò guerra a Diarmiud. E insieme ai sudditi del suo clan e con l’aiuto dei nobili parenti, combatté quella che, ancora oggi, viene ricordata come la “battaglia del libro”. La realtà storica dice che lo scontro, che si svolse nel 560 a Cooldrumman, nell’attuale contea di Sligo, fu una vera e propria “guerra civile” per il controllo del potere tra le opposte fazioni della famiglia reale. Fatto sta che furono uccisi tremila soldati del re a fronte di una sola vittima dichiarata dall’esercito di Columba. Forse fu lo choc per la strage, il realismo politico o la voglia impellente di un importante atto di penitenza dopo aver causato con la sua ostinazione la sanguinosa battaglia, che consigliarono a Columba di lasciare il suo paese: nel 563 partì come missionario per la vicina Scozia insieme a altri 12 monaci. Obbediva al desiderio, comune a tutti gli irlandesi, di “divenire pellegrini di Cristo”. Era comunque deciso a convertire al Cristianesimo un numero di persone almeno pari a quelle morte nello scontro fratricida di Cooldrumman.

Columba non tornò mai più in Irlanda. Ma sotto la protezione di Conall, sovrano della Scozia occidentale, approdò a Iona, la piccola isola delle Ebridi Interne posta davanti alla costa ovest della Scozia. In quel minuscolo lembo di terra esposto ai venti e alle tempeste, fondò un centro monastico la cui fama in breve tempo travalicò le isole del nord e giunse sino a Roma. Da Iona, i monaci iniziarono a convertire al Cristianesimo la Scozia pagana e gran parte dell’Inghilterra settentrionale. Il monastero fu per molto tempo l’ultimo avamposto di alfabetizzazione di una vasta regione del nord Europa. La crescente fama di santità permise a Columba di essere spesso eletto anche al difficile ruolo di mediatore tra i clan scozzesi, eternamente in lotta tra di loro. La piccola isola diventò una sede continua di pellegrinaggi. E assurse al ruolo di luogo “santo” per almeno tre popoli, quando i re di Scozia, d’Irlanda e di Norvegia iniziarono a essere sepolti nel monastero.

La maggior parte delle notizie su San Columba ci sono arrivate grazie ai tre libri che compongono la “Vita Columbae” scritta da Adamnano, un altro monaco irlandese che fu il nono abate di Iona e morì nel 704.

L’opera di Adamnano sorprende il lettore per la prima citazione storica in assoluto del nome di re Artù in un documento inglese: Arturius è un principe degli Scoti, signore dall’anno 574 del regno gaelico di Dál Riata, tra l’Irlanda del nord e la costa occidentale della Scozia. Un territorio molto lontano dal rifugio del leggendario Re Artù poi individuato nel sudovest della Britannia. Subito dopo la morte del santo, il poeta Dallán Forgaill scrisse un “Elogio di San Columba”: il testo di 25 strofe è la più antica poesia in lingua irlandese. Fu scritto per ringraziare il santo monaco che nel 575 convinse i principi a non espellere dall’isola i poeti, troppo esosi verso i nobili. Da allora Columba protegge anche i rimatori. Beda il Venerabile (673-735) ricorda invece che Columba convertì al Cristianesimo il re dei Pitti (dal latino pictus) che venivano chiamati così perché avevano l’abitudine di tingersi il corpo e i capelli.

Ma il santo permaloso che scatenò una guerra per amore di un libro, fu anche il primo a conoscere da vicino il “Mostro di Loch Ness”. In una data imprecisata del 565 il grande serpente disertò le sponde del famoso lago ma apparve lungo il fiume Ness. Stava mangiando un uomo di fronte a una folla terrorizzata. Columba arrivò appena in tempo con una croce in mano urlando: “Tu non andrai più oltre!”. La bestia scappò e non si fece più vedere da quelle parti. Almeno fino al 1930, quando riapparve nei racconti e sulle colonne dei giornali.

Del primitivo monastero di Iona, costruito con il legno e la pietra, non resta nulla (nella foto, l’attuale abbazia di Iona, in Scozia). Quando Columba morì, nel 597, i monaci continuarono la sua opera edificando nuove abbazie tra cui quella di Lindisfarne. A partire dal secolo VIII l’isola subì numerosi attacchi da parte dei Vichinghi che solo nel X secolo iniziarono ad abbracciare la nuova religione. Naturalmente adottarono San Columba come loro patrono. Ma la nuova fede, nella notte di Natale del 986, non impedì a un esercito danese stanziato a Dublino, di depredare il tesoro di Iona e di uccidere 20 monaci. Le continue razzie costrinsero molti religiosi a emigrare: le reliquie di San Columba furono trasportate nel monastero irlandese di Kells e in quello scozzese di Dunkeld.

Somerled, un abile capo gaelico, conquistò le Ebridi nel XII secolo. E i suoi discendenti, mescolati al potente clan scozzese dei Mac Donald, mantennero il controllo dell’arcipelago, tanto da adottare, al partire dal Trecento, il titolo di “Signori delle Isole”. Nello stesso periodo, a Iona sbarcarono anche i benedettini che si integrarono presto con i monaci superstiti dell’ordine di San Columba. Ai pellegrini, che sbarcavano ancora numerosi, i religiosi mostravano l’ultima reliquia rimasta di quel santo tenace e irascibile: una mano che sembrava quasi indicare ancora ai confratelli la via giusta da seguire. Beathag, figlia prediletta del re Somerled, fece costruire sull’isola anche un monastero femminile agostiniano del quale diventò badessa.

Da allora, molto tempo è passato. Le storie si sono mescolate alle leggende. Oggi, dopo numerosi e accurati restauri, il monastero di Iona è tornato agli antichi splendori. Columba, insieme a san Patrizio e santa Brigida è uno dei tre santi patroni d’Irlanda. E la sua festa si celebra il 9 giugno anche in Australia e in Nuova Zelanda.

Virginia Valente

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Il tempo medievale

Il tempo è un frammento dell’eternità. Quindi appartiene a Dio. E dunque alla sua Chiesa. Il sole detta il ritmo delle ore con l’alternarsi degli anni e delle stagioni, del giorno e della notte. Quel “bianco mantello di chiese” che come scrisse Rodolfo il Glabro ricoprì all’improvviso l’Europa a partire dall’anno Mille, avvolge anche la vita quotidiana dell’uomo medievale (nella foto, l’orologio della cattedrale di Wells).

Le feste liturgiche scandiscono i vari periodi dell’anno. Così le campane, tra l’alba e il tramonto, segnalano ai fedeli gli ordinati frammenti che compongono la giornata, spezzata e ricomposta tre volte dall’Angelus, la preghiera cattolica che ricorda il mistero dell’Incarnazione.

Come scrisse Jacques Le Goff, c’è il tempo imposto dalle campane, dalle trombe e dagli olifanti. Il chierico, il cavaliere e il contadino obbediscono a tempi diversi. Il tempo del signore è regolato dagli obblighi richiesti dal mestiere delle armi oppure dal suo status di comandante o di vassallo. La luce e il buio, insieme al raccolto e alla semina, marcano il tempo del contadino. Le preghiere accompagnano la giornata e gli obblighi degli uomini di fede.

Le ore si contano e non si leggono. Così il suono ineluttabile e rassicurante che arriva dai campanili, detta i doveri, i riposi e l’alternarsi dei compiti quotidiani. Rimane l’abitudine delle ore romane. Le 24 ore della giornata sono divise in due parti di 12 ore, quelle del giorno e quelle della notte. Il giorno va dalle attuali ore 6 fino alle attuali ore 18. La notte inizia dalle attuali ore 18 e si conclude alle 6 del mattino. Le ore del giorno sono divise in quattro parti, di tre ore ciascuna: terza (ore 9); sesta (ore 12); nona (ore 15) e dodicesima (ore 18). Anche le ore della notte sono divise in quattro parti, chiamate “vigilie”, dal nome che i soldati romani davano ai turni di guardia: prima (dalle ore 19 alle ore 21); seconda (dalle ore 21 alle ore 24); terza (dalle ore 24 alle ore 3) e quarta (dalle ore 3 alle ore 6).

Le ore erano legate al ciclo solare e quindi, secondo le stagioni, avevano una durata diseguale: d’estate le ore diurne erano più lunghe rispetto a quelle notturne. D’inverno invece accadeva il contrario. Tra equinozio e solstizio infatti le ore aumentavano o diminuivano: erano quindi uguali tra loro, in modo approssimativo, solo nel corso di uno stesso giorno (nella foto, l’orologio su una parete della cattedrale di Chartres). Questo fenomeno si può constatare osservando un quadrante solare medievale: uno stilo perpendicolare al quadrante proietta la sua ombra sulle linee incise in base ai calcoli delle ore. Quella del centro indica il mezzogiorno, cioè il passaggio esatto del sole dal meridiano del luogo. Cinque linee a sinistra e sei a destra, numerate da 1 a 12, indicano le altre ore: la prima corrisponde al sorgere del sole, l’ultima al tramonto. Ma sono linee divergenti, che rispettano la durata non uguale delle ore a seconda della lunghezza dei giorni. Nei conventi il ritmo delle ore era sorvegliato da un monaco che attraverso la campana annunciava i momenti precisi della preghiera. Ore quindi canoniche, che presto divennero importanti per tutti. Erano il mattutino, la prima, la terza, la sesta, la nona, il vespro, e la compieta. Il vespro era l’ufficio recitato alle 18, dopo il tramonto. La compieta, ultimo momento di preghiera, dava il segnale della fine della giornata. Era chiamata così proprio perché arrivava al compimento (“alla chiusura”) delle ore canoniche.

Con la diffusione in tutta Europa del monachesimo benedettino assunse una particolare importanza l’ora nona, corrispondente all’incirca alle ore 15. Segnava la pausa principale della giornata, quella in cui il monaco cessava di lavorare e raggiungeva il refettorio.

Tra il lavoro e la preghiera (“Ora et labora”) a tutte le latitudini, l’ora del pasto era attesa dai monaci con comprensibile impazienza, soprattutto in tempo di Quaresima, il periodo di penitenze e digiuni che precede la Pasqua. Tanto da arrivare ad anticipare quel momento cruciale, che diventò un’ora diversa, come ci ricorda l’inglese moderno attraverso i termini “noon” e “afternoon”.

Virginia Valente

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