Author Archives: redazione

Gli uomini volanti del Medioevo

Il sogno del volo affascinò molti uomini del ‪Medioevo‬.

Due libri cinesi dell’XI secolo, raccontano di un certo Yuan Huangtou, sfortunato figlio di un imperatore, fatto prigioniero dal suo nemico Gao Yang e poi costretto a volare da un’alta torre incatenato a un aquilone. Sopravvisse per miracolo ma venne giustiziato lo stesso dal crudele rivale.

Armen Firman, un musulmano spagnolo del IX secolo, invece voleva proprio imitare gli angeli quando nel 852, abbigliato con un mantello rigido si lanciò dal minareto della moschea di Cordova. Si fracassò al suolo. Ma l’aria, intrappolata nel suo strano vestito, rallentò lo schianto: a sua insaputa aveva in qualche modo inventato il paracadute.

Al singolare e temerario esperimento assistette di persona anche Abbas Ibn Firnas (810-888) uno scienziato molto noto nel vasto califfato di Cordova, lo stato musulmano che all’epoca copriva quasi tre quarti della penisola iberica. Chimico, fisico, astrologo e poeta, Abbas era anche un inventore: sviluppò una formula per fabbricare cristalli e disegnò un ingegnoso sistema per costruire bellissimi planetari. Oggi portano il suo nome un cratere lunare e uno degli aeroporti di Baghdad. Nell’anno 875, quando già aveva 65 anni, dieci secoli in anticipo sui Fratelli Wright, costruì una macchina volante con la quale, replicò il volo di Armen Firman. Come lui, veleggiò pochi secondi prima di precipitare al suolo e rompersi tutte e due le gambe. Attribuì il suo fallimento al fatto che alla sua macchina mancasse una coda, capace di stabilizzare il volo dell’apparecchio. Dolorante per le ferite, visse comunque per altri 13 anni.

Oliviero (Eilmer) di Malmesbury (vetrata installata nell’Abbazia della sua città nel 1920)

La mancanza di una coda fu fatale anche al coraggioso monaco benedettino Eilmer di Malmesbury, Wiltshire, United Kingdom, che con due ali di sua invenzione si lanciò dalla torre dell’abbazia, in un anno imprecisato tra il 1002 ed il 1010: per puro caso, scampò alla morte. Rimase sciancato però non si perse d’animo: voleva ancora volare. Ma l’abate gli vietò di replicare il folle esperimento. E così Elmer si accontentò di studiare giorno e notte il cielo, tanto che i suoi trattati di astrologia furono molto considerati fino al XVI secolo. Il tentativo fallito di Elmer fu studiato e narrato a lungo da valenti studiosi e enciclopedisti come Helinand de Froidmont, Alberico delle Tre Fontane e Vincent de Beauvais. Ma fu il grande

Ruggero Bacone (1214-1294), conosciuto “Doctor mirabilis” per le sue incredibili intuizioni scientifiche e tecnologiche, il primo ad avvicinarsi in modo scientifico al problema del volo umano. Teorizzò una “sfera cava di rame” riempita con aria calda che potesse galleggiare in aria e portare a bordo un uomo che doveva azionare ali simili a quelle degli uccelli. La visionaria invenzione non fu presa in considerazione. Anche se Giovanni Fontana (1395-1455), professore all’Università di Padova, forse pensando a Bacone, fu capace di descrivere nei dettagli un fantomatico pallone ad aria calda.

Il precursore dell’aliante e del deltaplano fu invece il giovane e geniale matematico perugino Giovan Battista Danti (1478 – 1517) che costruì con pelli e legni leggerissimi una macchina per il volo planato. La provò a lungo, di nascosto e di notte, insieme a un fedele servitore, sull’isola Maggiore del lago Lago Trasimeno usando l’acqua come pista di atterraggio.

Fino al colpo di teatro, nel febbraio del 1498, durante la festa delle sontuose nozze di Pantasilea Baglioni con il celebre capitano di ventura Bartolomeo d’Alviano: Giovan Battista Danti si lanciò nel vuoto, dal tetto di un grande palazzo, ad ali spiegate. E volò sulla folla, prima attonita e poi euforica e plaudente, per qualche centinaio di metri. Ma all’improvviso la giuntura di una delle ali cedette: Giovan Battista cadde, rovinando sulle mura dei palazzi e poi in strada. Se la cavò con una gamba rotta. E non ripeté più l’esperimento. Da allora i concittadini, beffardi, per canzonarlo lo chiamarono Dedalo, il mitologico inventore che incitava di continuo il figlio al volo.

Poi venne Leonardo da Vinci con gli studi sul volo degli uccelli. E la sua profezia: “Piglierà il primo volo il grande uccello sopra il dosso del suo magno Cecero, empiendo l’universo di stupore, empiendo di sua fama tutte le scritture, e gloria eterna al nido dove nacque“.

Federico Fioravanti

Read More

Best seller medievali

Quattro opere ispirate al Medioevo nei primi dieci posti della lista dei libri più venduti di sempre.

Nella speciale classifica del sito web List 25, uscita ad ottobre scorso e ripresa in Italia da Repubblica.it, non rientrano per scelta “L’Odissea”, “La Bibbia”, il “Corano” e nemmeno altri classici come il “Don Chisciotte” di Cervantes perché si tratta di testi stampati e ristampati troppe volte e da troppe diverse case editrici per cui è difficile stabilire in modo esatto il numero delle copie vendute e distribuite in tutto il mondo. Basta dire che è stato stimato che siano in circolazione almeno 5 miliardi di copie della Bibbia.

Al secondo e terzo posto della classifica figurano due libri di Tolkien: “il Signore degli Anelli” (150 milioni di copie”) e “Lo Hobbit” (140,6 milioni di copie) a cui si sono ispirati alcuni film che hanno registrato incassi stellari.

Al nono posto compare l’opera Clive S. Lewis con 85 milioni di copie vendute nel mondo. Il libro, “Il leone, la strega e l’armadio” scritto nel 1949, fu il primo della serie dei sette volumi che sarebbero divenuti celebri con il titolo “Le Cronache di Narnia”. Chiude la classifica dei primi dieci libri più venduti al mondo “Il Codice Da Vinci” di Dan Brown con 80 milioni di copie.

Al primo posto, a sorpresa, con più di 200 milioni di copie vendute, soprattutto nel mondo anglosassone degli Stati Uniti, c’è “Una storia tra due città” di Charles Dickens, un romanzo poco noto in Italia, pubblicato nel 1859.

Al quarto posto un classico: “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry (140 milioni di copie). E al quinto “Harry Potter e la Pietra Filosofale” di J.K. Rowling (107 milioni di copie). “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie è al sesto posto con più 100 milioni di copie. Al settimo posto, con qualche migliaio di copie in meno, si attesta il romanzo di Cao Xueqin “Il sogno della camera rossa”, seguito da “Lei” di H. Rider Haggard (100 milioni di copie).

Nella classifica compare, al ventunesimo posto, anche “Il nome della Rosa”: si stima che il romanzo di Umberto Eco abbia venduto 50 milioni di copie in tutto il mondo. Chiude la lista, al trentaseiesimo posto, Dan Brown con “Angeli e Demoni” al quale List 25 attribuisce fino ad oggi una vendita totale di 39 milioni di copie.

Read More

Il Castello Aragonese di Reggio Calabria

Una buona notizia da Reggio Calabria: dopo anni di chiusura per lavori di ristrutturazione, dal mese di novembre 2015 è di nuovo visitabile quello che insieme ai Bronzi di Riace è uno dei luoghi simbolo della città. Il Castello Aragonese conserva l’anima e la memoria storica della città dello Stretto. Nei secoli è sopravvissuto alla furia dei terremoti e dei maremoti, alle ripetute invasioni e a mille altre tormentate vicende.

Il primo documento che certifica l’esistenza di una rocca risale al 536. Quando infuriava la guerra tra i Goti e i Bizantini, Belisario, uno dei più grandi generali di Giustiniano I, riuscì a liberare dai barbari Reggio Calabria. Ma la città era senza fortificazioni. Fu allora costruita la nuova cinta muraria, soprattutto per proteggere il porto che era di fondamentale importanza per assicurare i collegamenti tra l’Italia e Costantinopoli.

Nel 1059 la fortezza passò dai Greci ai Normanni che ne fecero la sede della loro corte. La costruzione del castello avvenne in età sveva: in origine il possente edificio aveva una pianta quadrata con quattro torri angolari, anch’esse di forma quadrata.

Carlo d’Angiò se ne impossessò nel 1266. Durante le infinite guerre tra Angioini e Aragonesi, venne prima restaurato e poi fortificato dalla regina Giovanna I. Nel 1382, lungo il perimetro delle mura, sorgevano ben 6 torri. Quando la città fu conquistata dagli Aragonesi (1440) Ferdinando d’Aragona diede il via a nuove modifiche per farne un castello adatto alle nuove tecniche militari che prevedevano l’uso della polvere da sparo.

Il basamento a scarpa già garantiva il rimbalzo delle pietre mentre la cornice a profilo arrotondato impediva la risalita di invasori. Nel 1458, dopo i lavori di Baccio Pontelli, discepolo di Giorgio Martini, la fortezza si arricchì di due torri merlate circolari, di un fossato e di un rivellino esterno.

Per i reggini il robusto castello fu per secoli l’unica via di scampo dalle invasioni che arrivavano dal mare: nel 1543, di fronte all’avanzata dei Turchi di Barbarossa, diventò un sicuro rifugio di più di mille cittadini.

Info: portale ufficiale del turismo di Reggio Calabria

Read More

Mantova capitale della Cultura 2016

Mantova, scelta come capitale della Cultura 2016, ha una lunga e affascinante storia medievale.

Alla fine dell’impero romano, nel 475 circa, la città venne conquistata da Odoacre e poi da Teodorico, re dei Goti. La tradizione vuole che proprio in territorio mantovano, nei pressi di Governolo, Mantova, il papa Leone I sia riuscito a fermare l’onda devastatrice degli Unni guidati da Attila. Mantova cadde sotto il dominio longobardo soltanto all’inizio del VII secolo: nel 603 Agilulfo, re dei Longobardi, espugnò la città grazie alla forza degli arieti con cui abbatte le mura. Con Carlo Magno passò ai Franchi.

Poi, alla metà del IX secolo la città entrò a far parte della marca Attoniana, il territorio che il carolingio Ludovico II affidò agli Attoni di Canossa, insieme a Bergamo, Brescia, Piacenza, Parma, Reggio nell’Emilia e Modena.

Le diverse, splendide chiese romaniche che si possono ammirare ancora oggi sono una eredità di Matilde di Canossa, figura centrale dell’Alto Medioevo, convinta sostenitrice del papa nella lunga lotta contro l’imperatore Enrico IV.

Alla morte della granduchessa, avvenuta il 25 luglio 1115, l’imperatore rinunciò alla nomina di un nuovo conte e la città si costituì in libero Comune. Ezzelino da Romano la conquistò nel 1246 ma dopo due mesi di battaglie venne sconfitto: per Mantova iniziò un’epoca di benessere. In questo periodo venne eretto il Palazzo del podestà e il Ponte dei Mulini e la città si dotò di mura possenti.

A partire dal XIII secolo Mantova accolse anche molti ebrei espulsi da altri Paesi e vide crescere progressivamente le dimensioni del ghetto. Nel 1276 iniziò l’ascesa di una delle famiglie più potenti del tempo, i Bonacolsi, che costruirono importanti palazzi merlati. L’ultimo esponente della dinastia, Rinaldo detto “Passerino”, venne ferito a morte il 16 agosto 1328 da Luigi Gonzaga, spalleggiato dalla famiglia Della Scala di Verona, che ambiva ad impossessarsi della città.

Fu un vero e proprio colpo di stato che segnò l’inizio del plurisecolare dominio dei Corradi da Gonzaga, protagonisti della storia italiana ed europea dal XIV al XVIII secolo. Sono passati alla storia come Gonzaga dal nome del paese a circa 30 km da Mantova da cui provenivano. Da semplici uomini di fiducia di parte guelfa dei monaci dell’Abbazia di San Benedetto in Polirone diventarono prima ricchissimi possidenti terrieri e poi Capitani del popolo, Marchesi e Duchi. Rimasero al potere grazie ad una raffinata rete di alleanze con l’Imperatore, il Papa, Venezia e Ferrara. Sotto i Gonzaga, Mantova divenne la splendida città che è ancora oggi, grazie a artisti come Donatello, Pisanello, Mantegna e Leon Battista Alberti.

Read More

Bosch, 500 anni dopo

L’Olanda si prepara a celebrare Jheronimus Bosch (ca. 1450-1516) a 500 anni dalla morte. Cuore dei festeggiamenti sarà Den Bosch (chiamata anche ‘s-Hertogenbosch) nel sud dell’Olanda, città natale del grande artista.

Qui il più importante pittore medievale dei Paesi Bassi nacque e qui realizzò i suoi immortali dipinti. Per distinguersi dal padre e dal nonno, anch’essi pittori, firmò le sue opere con il nome del piccolo centro del Brabante. Così la parola Bosch diventò qualcosa di reale e di certo, in una vita artistica avvolta dal mistero. Un bosco, appunto, fitto di teorie e supposizioni.

Con Bosch gli strumenti classici della storia dell’arte mostrano in modo eclatante la loro inadeguatezza. A partire dalla cronologia e dalla paternità delle opere giunte fino a noi. Tutte senza data e solo alcune firmate.

Veri capolavori in cui l’artista racconta il male, la follia, le tentazioni. Affronta, lieve e profondo le allucinazioni degli individui, la forza del peccato, gli agguati del maligno. Alchimie e magie, mescolate a credenze popolari, storie religiose e insegnamenti morali. Mostruose figure che spuntano da gusci d’uovo. Forme abbozzate. Animali fantastici o meccanizzati e inquietanti macchine animalesche. Sogni e leggende, astrologie, tarocchi, paure e antiche sapienze. Strumenti musicali e oggetti capricciosi.

Bosch fu un funambolo della forma. Un giocoliere capace di danzare sul filo delle umane ossessioni. José de Singuenza, un monaco jerominita vissuto nel Seicento, disse che l’artista olandese vedeva e dipingeva gli uomini non “così come appaiono di fuori” ma piuttosto “come sono realmente”.

La critica moderna ha spesso affrontato la sua opera attraverso spericolate chiavi di lettura con richiami erotici, esoterici, favolistici e anche psicanalitici. Fino a vedere in lui l’antesignano dell’artista “maledetto”, espressionista o surrealista ante litteram, sfuggente ad ogni catalogazione. Quel che è certo è che Bosch ha lasciato tracce evidenti nelle opere di molti grandi artisti venuti dopo di lui. E il suo genio rispunta ancora nei moderni strumenti della comunicazione, nella grafica, nei messaggi pubblicitari, nel cinema e nella letteratura.

Il pittore nacque alla fine della guerra dei Cent’anni, in una fase di risveglio economico e sociale. La nuova ricchezza produsse benessere ma anche corruzione in una società che oscillava tra il culto dei piaceri e il senso del peccato.

Bosch diventò famoso con i primi dipinti realizzati alla fine del Quattrocento: “I sette peccati capitali”, “Le nozze di Cana” e “La cura della follia”. Filippo il Bello, re di Spagna, gli commissionò il “Giudizio universale”.

Gli splendidi trittici dipinti, costituiti da una tavola centrale e da due pannelli laterali con raffigurazioni sia all’esterno che all’interno, che si possono aprire e chiudere come sportelli, arrivarono nei primi anni del Cinquecento. Il più celebre è il “Giardino delle delizie”, grande racconto allegorico che attraversa la creazione del mondo, il primo peccato dell’uomo, le tentazioni della carne e l’incubo dell’Inferno.

L’evento principale dell’anno celebrativo 2016 è rappresentato dalla mostra “Jheronimus Bosch – Visioni di un genio”, annunciata dal Noordbrabants Museum, dal 13 febbraio all’8 maggio 2016, sulla piazza del mercato di Den Bosch, proprio dove sorgeva il celebre atelier dell’artista. Sarà la più grande esposizione mai realizzata delle opere di Bosch. Verranno esposti 20 dipinti (tavole e trittici) e 19 disegni. Per tutto il 2016 i sette musei principali della regione del Brabante presenteranno “Bosch Grand Tour”: tredici mostre suddivise in sette musei nelle città di Den Bosch, Breda, Eindhoven e Tilburg.

Nella città natale dell’artista, al ricco calendario delle esposizioni si aggiungeranno numerosi altri eventi. Il 4 e il 5 giugno, con il “Bosch Word”, le strade che circondano il “Jheronimus Bosch Art Center” rivivranno le tradizioni medioevali della città, con musica, spettacoli di giocolieri e giullari, giochi per bambini e bancarelle. Nello stesso mese si terrà una parata di creazioni artistiche galleggianti ispirata al mondo di Jheronimus Bosch lungo i canali del fiume Dommel.

Virginia Valente

Sito ufficiale delle celebrazioni: www.bosch500.nl

Read More

Mettere le corna

“Mettere la corna” è un detto di origini bizantine.

Tutto cominciò con l’imperatore Andronico I Comneno (1118-1185), gran seduttore, personaggio grandioso, terribile e teatrale al tempo stesso. Era nipote dell’imperatore Giovanni I. Da principe ribelle cospirò in modo incessante contro suo cugino, il “basileus” Manuele I che alla fine fu costretto a imprigionarlo.

Fughe, riconciliazioni, evasioni e congiure segnarono la sua avventurosa esistenza. Per salire al potere, Andronico uccise la vedova di Manuele I e strangolò con una corda d’arco l’erede al trono Alessio II. Insieme alle cospirazioni, collezionò delitti e relazioni incestuose.

Fece una guerra feroce agli aristocratici che lo avversavano: prima li faceva arrestare, spesso per futili motivi e poi rapiva le loro mogli con le quali si sollazzava a lungo. Non contento, sulle facciate dei palazzi delle sue vittime faceva appendere per scherno, come trofei, le teste dei cervi che aveva abbattuto a caccia.

Con stupore, nell’anno di grazia 1185, i soldati siciliani di re Guglielmo II il Normanno che mossero contro il tiranno, quando conquistarono Salonicco si accorsero che su decine di palazzi nobiliari pendevano misteriosi teschi di animali cornuti. Quando ne conobbero il motivo, nacque la frase “mettere le corna” , in greco “cherata poiein”. Da allora l’epiteto “cornuto” si diffuse a gran velocità, in Sicilia, in Italia e in tutta Europa.

Il tiranno Andronico Comneno fece però una brutta fine: venne linciato dalla folla inferocita (vedi miniatura) come racconta Giovanni Boccaccio nel suo “De casibus virorum illustrium” (1359) un istruttivo libro in cui l’autore del “Decameron” narrò la triste storia di 58 illustri personaggi che al culmine della loro gloria andarono in rovina per un improvviso rovescio della Fortuna.

Virginia Valente

Read More

Il bosco medievale

La parola bosco (βοσκή), in greco antico significa pasto. Nutrimento e insieme pascolo.

Per l’uomo medievale, il bosco era innanzitutto una preziosa fonte di cibo.

Lo storico Jacques Le Goff descriveva il paesaggio europeo dell’Alto Medioevo attraverso una immagine paradossale: un immenso deserto punteggiato da oasi. Ma quello spazio disabitato era una selva verde e vastissima. E le oasi erano i pochi territori rimasti senza alberi.

La caccia forniva a quel mondo rurale popolato da contadini, boscaioli, pastori e cacciatori il nutrimento necessario per vivere. E le pellicce, il cuoio e le corna con cui fabbricare i manici degli archi, dei coltelli e degli altri utensili. Il bosco era il luogo utile per pascere i maiali, nutriti con ghiande e faggiuole e poi macellati per ottenere le riserve di carne e di lardo.

Una vegetazione così fitta era soprattutto una riserva sconfinata e naturale di legname, con cui si edificarono case e castelli, villaggi e abbazie, cattedrali e città. Legno fondamentale anche per il riscaldamento, unico carburante a disposizione fino alla Rivoluzione Industriale.

Lo studioso Massimo Montanari ha parlato dell’Alto Medioevo come di una “civiltà del bosco e dell’incolto”. Querce, abeti, frassini, faggi, betulle e sambuchi. Niente andava sprecato. Con la resina delle conifere si fabbricavano le torce, la pece e la colla. Le foglie secche servivano a imbottire i materassi. E le cortecce venivano utilizzate per le tegole, le coperture dei tetti e i canestri. Dagli incendi frequenti e inevitabili, si ricavavano i fertilizzanti e la liscivia per il bucato. Il noce e il castagno, chiamato “l’albero del pane” per la farina scura e nutriente prodotta dai suoi frutti, erano così preziosi che le autorità arrivarono a tassare i proprietari degli alberi.

La selva era anche una fabbrica di coloranti usati per tingere i tessuti, estratti dalle piante selvatiche della ginestra (giallo), del guado (azzurro) e della robbia (rosso). Gli alveari nascosti nel cavo degli alberi e nelle cavità rocciose assicuravano il miele, la pappa reale e la cera per le candele. E poi frutti, bacche, funghi, piante officinali, pere, mele, tartufi, melagrane e mandorli. In tempo di guerra, il fittissimo bosco diventava un rifugio capace di accogliere e sostenere gli abitanti di interi villaggi in fuga dalle razzie e dai saccheggi.

Nell’Alto Medioevo il bosco è così importante che diventa patrimonio della comunità: fonte di cibo e di risorse per i villaggi e luogo privilegiato per le battute di caccia dei nobili. Una pertinenza regia che sarà governata da regole precise.

Presto un’altra parola, foresta, nata dal latino foris, “al di fuori” dello spazio abitato, servirà ad indicare un’area vasta, vietata all’agricoltura, che doveva essere lasciata incolta. Ma qualcuno vedrà comunque in quello spazio foltissimo di alberi un deserto nel quale fuggire, ritirarsi o sparire: gli eremiti in cerca di isolamento e preghiera e i ribelli e i banditi, fuori dalla legge, dalle case e dalle regole.

Read More

Andare per le Gerusalemme d’Italia

Archeologa «ante litteram», nel 326 l’ottantenne imperatrice Elena partì alla volta della Terra Santa per riscoprire i Luoghi Santi nascosti e profanati. Individuò un sepolcro scavato nella roccia, una collina e una grotta. Tre elementi che ritornano costantemente nelle varie Gerusalemme «succedanee» disseminate lungo la penisola sotto forma di santuari.

Gerusalemme è dappertutto. Una presenza di cui l’Italia è investita per intero, grazie a un dialogo intessuto da secoli che trova espressione in ogni rigo della sua storia, in ogni pietra delle sue città. Una volta divenuti inaccessibili i Luoghi Santi, lembi di Terra Santa vennero infatti ricreati nel nostro paese. E intraprendere il cammino penitenziale attraverso santuari come il Sacro Monte di Varallo, il complesso delle Sette Chiese a Bologna, il Santo Volto di Lucca, San Vivaldo, Acquapendente nel Senese, il Santo Sepolcro di Brindisi significa ritrovarne le memorie e rivivere le emozioni di quel primitivo pellegrinaggio.

“Non c’è ormai chiesa che non ospiti le quattordici stazioni della Via Crucis, formalizzate nel 1731 dal frate minore Leonardo di Porto Maurizio, che ripercorrono idealmente il tragitto percorso da Gesù da est verso ovest in Gerusalemme, dal pretorio di Pilato alla collina del Calvario. A cominciare dalla Roma costantiniana con le reliquie della Passione raccolte in Laterano, la basilica di Santa Croce in Hierusalem e quella di Santa Maria Maggiore ad Praesepem, ogni città d’Italia aspira a presentarsi come nova Jerusalem, e molti sono gli statuti cittadini che sanciscono tale carattere. È nota l’aspirazione della Firenze savonaroliana a costituirsi in nova Jerusalem, città governata dal Rex regum et Dominus dominantium. Nella più orientale tra le capitali della pars Occidentis dell’impero, Ravenna, l’arcivescovo Urso battezzava alla fine del IV secolo la sua chiesa cattedrale Anastasis, sull’esempio della basilica così nominata della Risurrezione fatta edificare in Gerusalemme dall’imperatore Costantino sui luoghi del Calvario, del Sepolcro e del ritrovamento della Vera Croce. A Bologna, Sant’Ambrogio prima, San Petronio poi, avevano determinato la costruzione di una rete di Luoghi Santi che configuravano una vera topomimesi della planimetria gerosolimitana. Ad Aquileia, a Piacenza, a Parma (dove una chiesa e un ospedale del Santo Sepolcro sono ipotizzati, per quanto non ne resti oggi traccia). A Pisa, a Borgo Sansepolcro, a Brindisi, a Molfetta e in mille altri luoghi le memorie gerosolimitane s’incrociavano e si moltiplicavano. A Milano, l’arcivescovo Aselmo IV da Bovisio, animatore della spedizione crociata lombarda, modificò – com’è attestato da un documento del 15 luglio 1100, proprio un anno dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei cruce signati – la dedicazione della chiesa della Santa Trinità in quella Anastasis, più nota poi come Santo Sepolcro: una serie di concessioni d’indulgenze prova che l’edificio era collegato memorialmente con quello da cui prendeva il nome. A Verona, città che si diceva fondata da Sem figlio di Noè, fino ai primi del IX secolo l’arcidiacono Pacifico aveva progettato di trasformare la città in una nuova Gerusalemme, mentre il sigillo cittadino del 1473 la consacra come Verona minor Hieruslem. Non v’era praticamente centro – e questo del resto vale per tutta l’Europa medievale – che non fosse in un modo o nell’altro una Jerusalem translata”.

Andare per le Gerusalemme d’Italia – Franco Cardini Edizioni Il Mulino, Collana “Ritrovare l’Italia” www.mulino.it

Read More

I mercati

La Fiera del libro medievale è ospitata nella centralissima via Baldassini, nei locali sottostanti i grandi Arconi che sostengono la splendida Piazza Grande. Le case editrici più importanti e quelle specializzate presentano al vasto pubblico degli appassionati tutte le loro pubblicazioni sul Medioevo. I visitatori troveranno in vendita gli ultimi titoli, i grandi classici, i saggi, le biografie, le enciclopedie, gli approfondimenti tematici e gli atti dei più importanti convegni. Tutto quello che c’è da leggere per conoscere meglio dieci secoli di storia nell’Italia e nel mondo.

L’Erbario trova spazio nell’affascinante Chiostro Maggiore, all’interno del Convento di San Francesco. Negli stand, piante officinali, medicamenti naturali, unguenti, tisane, antiche preparazioni erboristiche tramandate per secoli da mani sapienti nei monasteri della penisola e i prodotti delle aziende specializzate.

I mercati rimangono aperti per tutti i cinque giorni del Festival, dalle ore 9.30 alle ore 19.00.

 

Read More

Un sogno medievale

Da qualunque parte si provenga, Gubbio appare come una visione. Il carattere decisamente medievale dell’agglomerato urbano è annunciato dalla celebrata massa compatta degli edifici monumentali, che si staglia al piede del ripido Monte Ingino. Quasi scolpita in grigi blocchi di calcare “di una monocromia sublime”, come descrisse Guido Piovene, la peculiarità dell’ambiente urbano di questa antica capitale umbra risalta quando se osserva la mappa. Una pianta sorprendentemente regolare, nel reticolo di strade che si aprono ampie ai differenti livelli imposti dall’orografia, tagliate da ripidi collegamenti trasversali rigorosamente ortogonali.

Alla qualità del tessuto edilizio, ricco di stratificazioni e di episodi monumentali, fa riscontro la persistenza di una civiltà locale e di tradizioni di origine remota, prima fra tutte la Corsa dei Ceri, che alimentano il fascino tutto particolare di questa città.

Non hai selezionato una galleria o quella scelta è stata eliminata.

Read More

  • Consenso al trattamento dati