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I maiali con un santo in paradiso

Cinta senese, particolare degli ‘Effetti del Buongoverno in campagna’ di Ambrogio Lorenzetti

Da animale immondo a migliore amico dell’uomo. È il percorso del maiale nel Medioevo. Poi, dal Rinascimento, si rivaluterà il cane che diventerà la bestia domestica preferita.

La strada del porco, per la verità, è stata tutta in salita. Animale impuro per antonomasia nelle antiche civiltà. Tanto che nell’Antico Testamento l’attività del guardiano dei maiali era proibita agli ebrei. Le tribù arabe, anche prima dell’Islam, si astenevano dal mangiarne la carne. E nel Nuovo Testamento, il figliol prodigo, protagonista della famosa parabola, dopo aver dilapidato il proprio patrimonio si abbrutisce agli occhi del mondo nell’umiliante lavoro di chi segue i maiali al pascolo.

Pure nel Medioevo al porco viene associata ogni tipologia di vizio. Basta dare un’occhiata ad alcuni capitelli romanici dove emerge in allegorie in cui è cavalcatura del peccato e compagno di perdizione. Fu anche usato come attribuito dell’antigiudaismo. Michel Pastoureau, uno dei più autorevoli esperti mondiali di colori e animali, nel suo “Il maiale, storia di un cugino poco amato” (Ponte alle Grazie, 2014) ricorda la Judensau, l’immagine nata in alcune zone d’Europa fra il XII e il XIII secolo, in un momento in cui la cristianità “tende a ripiegarsi su se stessa o a chiudersi alle culture vicine”: rappresenta alcuni ebrei, spesso dei bambini, che poppano da una scrofa e ne ingeriscono gli escrementi. Il quadro denigratorio fu dipinto, scolpito, inciso e poi anche stampato. E riemerse con virulenza nel XX secolo con la tragedia del nazismo.

Ma per i cristiani esiste anche un maiale buono. Il più famoso è quello raffigurato in mille e più immagini insieme a Sant’Antonio, considerato il padre del monachesimo e di quel “pregare e lavorare” che ispirò la regola di San Benedetto.

Sant’Antonio Abate nel Libro d’Ore di Catherine de Cleves, (ca. 1440), The Morgan Library Museum

Figlio di una nobile famiglia egiziana, il futuro santo nacque nel 255 dopo Cristo. Quando i suoi genitori morirono, vendette tutti i suoi beni per ritirarsi nel deserto, Nell’aspra vita eremitica affronto più volte e respinse le tentazioni del demonio che voleva sedurlo sotto le sembianze di bellissime donne nude oppure terrorizzarlo travestito da bestia selvaggia e pericolosa. Quando poi il culto del santo si trasferì in Europa, le tentazioni del deserto si spostarono nei boschi selvaggi. E nelle immagini le bestie diventarono soprattutto due: il lupo e il cinghiale.

Dal XIII secolo il cinghiale si trasformò nel maiale. E il feroce nemico diventò un amico fedele. La sorprendente mutazione arrivò poco alla volta. E gran merito del cambiamento venne dalla fama miracolosa dell’abbazia di Saint Antoine en Viennos. Nell’edificio costruito dagli antoniani nell’accogliente valle del Rodano, i maiali trovarono il loro santo in paradiso.

Le reliquie di Sant’Antonio furono trasferite da Costantinopoli in Provenza nella seconda metà del secolo XI. Il monastero originario che le accolse era gestito dai benedettini. Ma accadde che in quella regione si diffondesse proprio in quegli anni una epidemia terribile, chiamata “fuoco sacro”: una forma acuta di epilessia che in seguito fu chiamata “fuoco di Sant’Antonio” e che nulla ha a che fare con l’infezione pruriginosa causata nei tempi moderni dal virus della varicella.

La gravissima malattia era l’ergotismo: una intossicazione prodotta dalla segale usata per il pane che si mangiava in molte zone d’Europa e che era prodotto con farine contaminate.

L’avvelenamento bloccava gli arti dei malati fino ad arrivare alla gangrena e provocava allucinazioni e impressionanti convulsioni. Gli abitanti di tutta la regione e anche di altre zone del Vecchio Continente, cominciarono ad accorrere nell’abbazia provenzale per pregare e chiedere la grazia davanti alle sacre reliquie. Antonio diventò un santo guaritore. E una compagnia di nobili laici fece nascere, in nome della misericordia, un ospedale per seguire i malati. Furono costruiti i primi alberghi per i pellegrini che accompagnavano quei poveretti. Il pellegrinaggio a Saint Antoine en Viennos diventò popolarissimo.

Così papa Bonifacio VIII d’imperio, come gli era abituale, trasformò i laici in un ordine di canonici regolari.

Il santo, nei secoli successivi, divenne il protettore da invocare per ogni genere di grave infiammazione. Oltre all’ergotismo, anche l’erpes zooster, ma anche la sifilide e poi la terribile peste. E il maiale? Diventò indispensabile per via di un balsamo che curava, in un modo che apparve miracoloso, il terribile “fuoco di Sant’Antonio”: la medicina mescolava abilmente il grasso del porco con altre sostanze. Di conseguenza, gli antoniani iniziarono ad allevare i maiali in gran quantità. Venivano nutriti da tutti per poi essere riaccompagnati all’inizio dell’inverno nei conventi per il rito sacrificale della macellazione e per la benedizione del lardo che doveva curare le orribili ferite dei malati.

Sant’Antonio Abate in un codice miniato

I porci di proprietà dell’Ordine pascolavano in libertà, come quelli di proprietà di molte famiglie, che li allevavano nei boschi e nelle campagne. Ma a differenza degli altri, i maiali di Sant’Antonio erano protetti dalla fede e dalle leggi: non si potevano prendere né uccidere. In qualche modo, diventarono degli animali sacri: per distinguerli dagli altri porci, vennero fatti girare con una campanella appesa al collo.

L’Ordine antoniano intanto cresceva: si diffuse in Europa. I monaci presto aprirono ospedali in molte città. E i maiali con il campanello, come del resto i loro fratelli meno nobili, grufolavano liberamente tra i rifiuti delle strade.

I porci fungevano da spazzini: si nutrivano dei rifiuti gettati per le vie, degli scarti delle botteghe e degli avanzi lasciati durante le fiere e i mercati. Erano gli omnivori netturbini del Medioevo. Dalla fame insaziabile, tanto da grufolare anche tra le tombe, allora spesso non protette da recinti in muratura.

Dagli inizi del Duecento fino a tutto il Trecento e anche agli inizi del Quattrocento in molte città europee si ordinò la costruzione di alte mura che proteggessero i cimiteri e impedissero ai maiali che circolavano liberamente di dissotterrare i cadaveri. Agli inizi del XIII secolo, il re di Francia Filippo II Augusto, fece edificare una corte intorno al cimitero degli Innocenti di Parigi. Lo stesso fecero i municipi di York (1243), Bruges (1337), Nancy (1385) e Norimberga (1416). Le multe ricorrenti e una infinità di leggi non fermarono gli incidenti, le denunce, i processi e le liti causate dal libero vagabondare dei porci.

Fece scalpore il 13 ottobre 1131 l’incidente di cui rimase vittima il giovanissimo principe Filippo di Francia (1116 – 1131) primogenito di re Luigi VI detto il Grosso: mentre avanzava a cavallo con il suo seguito, venne disarcionato per colpa di un maiale che attraversò la strada. L’erede al trono, che aveva solo 15 anni, morì per la fatale caduta. Suger, l’abate di Saint Denis, amico e consigliere del re Luigi VI, definì “diabolico” quel maiale domestico. Tutti i cronisti dell’epoca si associarono al commento. Con qualche ragione, visto il drammatico evento cambiò il corso della storia di Francia: il 25 ottobre, dodici giorni dopo l’incidente, con la corte ancora in lutto, papa Innocenzo II incoronò a Reims erede al trono il figlio minore del sovrano, che come il padre si chiamava Luigi. Il giovane, che era destinato alla vita ecclesiastica, non era preparato al difficile mestiere di re. Ma diventerà comunque il contestato e longevo Luigi VII (1120-1180): regnò 43 anni nei quali il trono di Francia dovette affrontare prove terribili. Il sovrano verrà ricordato soprattutto per il fallimento della seconda crociata e per il clamoroso divorzio da Eleonora d’Aquitania che poco dopo si risposò con Enrico II re d’Inghilterra. Luigi, salito al trono controvoglia per via di un porco regicida, fu anche l’ultimo sovrano francese a farsi chiamare “Re dei Franchi”.

Alla fine del XII secolo in molte città europee si intensificarono i provvedimenti contro i proprietari dei maiali che venivano lasciati vagabondare per le strade. A Parigi, solo gli Antoniani mantennero il privilegio di far pascolare liberamente i loro animali identificati dal campanellino. La cosa suscitò molte gelosie da parte degli altri ordini religiosi, anch’essi proprietari di maiali in gran quantità e da parte di molti cittadini che se infischiarono dei divieti.

Così, ancora nel XVI secolo, per le vie parigine si incontravano “maiali spazzini” un po’ ovunque. A Parigi il privilegio per gli Antoniani fu mantenuto fino alla prima metà del Cinquecento. E nella cattolica Baviera scomparve addirittura soltanto agli inizi dell’Ottocento.

Il maiale raffigurato nel Tacuinum Sanitatis

I maiali medievali non erano certo come quelli di oggi. Somigliavano molto di più ai loro antenati cinghiali con i quali del resto si accoppiavano di frequente. E avevano i canini che a differenza dei tempi moderni non venivano tagliati. Il cinghiale era il porco delle selve, silvestres (in francese sanglier). Un animale abituato a stare da solo nel folto del bosco. I porci singulares vennero quindi chiamati cinghiali. Anche i maiali venivano allevati nei boschi, allo stato brado: si muovevano molto e quindi erano abbastanza magri con zampe lunghe e sottili. Pesavano dai 40 ai 70 chili, almeno tre volte in meno di adesso. E quindi di rado venivano uccisi durante il primo anno di vita: si aspettava il secondo o terzo anno, quando pesavano un po’ di più. Il pelo dei porci medievali era più scuro, come emerge dalle miniature e dagli affreschi. Il grifo non era a tappo ma piuttosto appuntito, la testa più grande e più lunga e le setole più dritte sulla schiena. I maiali di campagna, a differenza degli omnivori “netturbini di città” venivano nutriti con le ghiande, le faggiole e i frutti del sottobosco. Quando terminava il raccolto si nutrivano anche delle stoppie dei campi coltivati che provvedevano a pulire in vista della nuova semina.

La storia del maiale, per tutto il Medioevo è comunque quella di un animale che pascola in libertà. E a partire da Carlo Magno si comincia a valutare la grandezza del bosco dal numero dei maiali che è in grado di ospitare. Quando dal XII secolo in poi le selve furono meno estese, il pascolo venne regolamentato con apposite leggi. E per evitare che il maiale distruggesse i semi e le radici delle piante e impedisse la ricrescita si pose il problema di sorvegliare gli animali.

Nacque così la professione del porcaro, che era molto considerata. Anche perché il consumo della carne di maiale era di gran lunga il più diffuso e l’animale di cui “non si butta via niente” rappresentava una preziosa riserva di cibo per l’inverno. Era indispensabile per la sopravvivenza delle famiglie. Tanto che la legislazione ne vietava anche il pignoramento perché vivere senza maiale voleva dire cadere nell’angoscia della fame e della miseria.

Il mastro porcaro (magister porcarius) era quindi paragonabile per importanza solo a un maestro artigiano. E la sua vita, secondo la legge, valeva almeno due volte e mezzo quella di un semplice agricoltore e molto più di quella di altri “gestori” di animali. Nel mondo longobardo, lo testimonia con chiarezza l’editto di Rotari del 643 dopo Cristo: “… se qualcuno avrà ucciso un porcaro altrui, paghi soldi 50, mentre per quanto riguarda uno dei sottoposti si paghino soldi 25. Per l’uccisione di un pecoraio, capraio o bovaro, si paghino soldi 20 se è il capo”. Il porcaro era il responsabile della incolumità dei maiali. Procurava loro le ghiande percuotendo con lunghe pertiche i rami delle querce. Nella gestione del branco veniva aiutato dal verro dominante al quale veniva applicata una campanella al collo. Il porcaro dormiva in un capanno nel bosco, vicino alle sue bestie.

Le mandrie di suini potevano raggiungere anche grandi dimensioni. Un esempio significativo ci arriva da un documento del X secolo: in Emilia gli abitanti della selva di Migliarina, nei pressi di Carpi, pagavano 400 maiali come decima al monastero bresciano di Santa Giulia: questo voleva dire che il totale delle bestie allevate nel bosco era di ben 4000 capi. I boschi con i maiali valevano di più: le selve, secondo la legislazione, erano divise in in silva ad incrassandum porco e in infruttuose, quando non c’erano piante di querce. Nel periodo più freddo dell’inverno gli animali venivano radunati all’interno dei porcili, nei pressi dei centri abitati.

Il santo amico dei maiali diventò per estensione il patrono anche di tutti gli animali domestici. Per questo il 17 gennaio, giorno della sua festa, sui sagrati di molte chiese si benedicono gli animali: cani, gatti, cavalli, asini. Ma anche usignoli e tartarughe. La cosa sorprese molto Goethe che nel suo “Viaggio in Italia” fu testimone del rito a Roma nel gennaio 1787. Sant’Antonio combatte il diavolo che rappresenta la malattia e la morte. Lo ricorda ancora, in molte zone del sud d’Italia la celebre filastrocca: “Sant’Antonio, sant’Antonio lu nemico de lu dimonio…”.

Le tentazioni di San’Antonio, Hieronymus Bosch, Museo del Prado

Le fiamme rievocate in tante località italiane nel giorno della festa, ricordano la lotta continua contro il demonio. I cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’ Antonio” avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera: un rito pagano cristianizzato, come accade anche a novembre con i fuochi di San Martino e a metà marzo con il falò per la festa di San Giuseppe.

Le demoniache “tentazioni di Sant’Antonio” nel deserto della Tebaide sono state raffigurate dagli artisti di ogni epoca. Viene subito in mente il meraviglioso dipinto del pittore fiammingo Hieronymus Bosch conservato nel Museo del Prado di Madrid. La figura del santo ha sempre ispirato gli artisti, da Matthias Grünewald al Pisanello, dal fiorentino Buonamico Buffalmacco al Sassetta. Fino a Lorenzetti, Jan Brueghel il Vecchio, Velázquez, Cézanne, Redon, Max Ernst e Salvador Dalí.

Per la devozione dell’uomo medievale Sant’Antonio rimase però l’eremita che camminava appoggiato al bastone a forma di T, la “tau”, lettera finale dell’alfabeto ebraico che allude alle ultime cose del mondo e al destino. Un santo capace di guarire malattie che sembravano invincibili. Annunciato da un maialino con la campanella.

Federico Fioravanti

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La chiocciola che arriva dal Medioevo

Una pagina della cronaca di Costantino Manasse in cui appare il simbolo @

Il simbolo @ è arrivato lemme lemme fino a noi da secoli che qualcuno ancora si ostina a ricordare come “oscuri”. La chiocciolina che usiamo ogni giorno nella posta elettronica, appare in un codice miniato del Trecento scritto in bulgaro che è conservato nella Biblioteca Vaticana insieme a un altro milione e mezzo di rari e preziosissimi libri.

Nell’antico testo la @ è la prima lettera della parola amen. Spunta in una pagina della “Σύνοψις ἰστορική”, una cronaca universale in 6733 versi politici scritta da Costantino Manasse, nella quale l’intellettuale bizantino volle raccontare la storia del mondo, dagli inizi fino alla morte dell’imperatore d’oriente Niceforo III Botaniate (1002 -1081).

Massimo Arcangeli, docente di Linguistica all’Università di Cagliari e direttore dell’Osservatorio della lingua italiana Zanichelli, ha ricostruito le vicende del famosissimo segno grafico @ nel libro “Biografia di una chiocciola”, edito da Castelvecchi. E ha anche rintracciato la storia italiana della chiocciola in un documento conservato nell’Archivio di Stato di Cagliari: la @ arrivò nel Bel Paese grazie a Giovanni II di Aragona, che nel 1415 diventò il viceré di Sicilia e Sardegna.

Anche il grande Leonardo Da Vinci in un alcuni dei suoi misteriosi scritti inserì una “a” maiuscola all’interno di una “o”. Era un indovinello destinato ai giochi della corte milanese di Ludovico Il Moro. La soluzione del rebus era la parola “anello”.

Ma le origini del simbolo sono ancora più antiche.

Nel 1932, il paleografo statunitense Berthold Louis Ullman pubblicò un libro in cui spiegava che la @ risaliva al VI secolo e che era nata dalla fusione di due lettere: gli amanuensi medievali iniziarono a “legare” la lettera “a” e la lettera “d” per evitare le ripetizioni nello scrivere di continuo in lingua latina “ad”, il complemento di moto a luogo che indicava il posto verso cui si andava o verso cui si entrava.

La scoperta di un’altra traccia fondamentale del simbolo @ si deve a uno studio pubblicato nel 2000 da Giorgio Stabile, storico della Scienza dell’Università “La Sapienza” di Roma. La sua ricerca partì da una raccolta di documenti mercantili italiani di proprietà dell’Istituto internazionale di storia economica “Francesco Datini” di Prato, curata da Federigo Melis. Stabile scoprì che la @ era usata dai mercanti italiani, soprattutto veneziani: rappresentava l’abbreviazione commerciale dell’anfora, unità di peso e capacità dalle origini molto antiche. Indicava una unità di misura corrispondente a circa un quarto di quintale.

Nel tardo Medioevo, quella specie di “a” stilizzata diventò una sorta di convenzione linguistica tra i commercianti veneziani, arabi, spagnoli, greci e latini. Un modo facile per capirsi velocemente: una spirale, simile a un minuscolo labirinto grafico per indicare il prezzo unitario di una merce.

Il professor Stabile, a questo proposito, cita un vocabolario spagnolo-latino di Antonio de Nebrija, edito a Salamanca nel 1492, in cui il termine “anfora” viene tradotto con “arroba”. La stessa parola con cui, ancora oggi, la nostra chiocciolina viene in tutti i paesi di lingua spagnola. Jorge Romance, giornalista e storico medievale, ha ricordato le molte tracce di una misura chiamata arroba nei registri doganali del Regno di Aragona.

La @ emerge con chiarezza anche in un documento di registrazione di una partita di grano di provenienza castigliana, trascritto in un registro del 1448 che si trova presso l’Archivio provinciale di Saragozza.

La @ fu usata nel tardo Medioevo come abbreviazione nelle transazioni commerciali

Il percorso della @ è stato quindi molto simile ad una sua parente stretta, la & che si chiama “e commerciale” proprio perché usata nelle lettere, nei documenti d’affari e anche nelle insegne dei negozi, per evitare di ripetere sempre la “e”, (“et”) quando si dovevano indicare i tanti soci di una azienda. Più tardi, la chiocciolina diventò una “a” commerciale sulle tastiere delle macchine da scrivere. Fino a che il simbolo della ragioneria non fu adottato dalla telematica. In lingua inglese la @ viene anche chiamata “commercial at” con il significato di “at a price of” (“ad un prezzo di”) abbreviato per convenienza nel più veloce “at” (che si pronuncia èt). Un modo pratico per chiamare la chiocciolina, con la quale ormai in tutto il mondo associamo in modo automatico la multimedialità, l’e-commerce e la rivoluzione che internet ha prodotto nelle nostre abitudini.

Un simbolo della ragioneria. Chiamato con nomi curiosi e diversi nelle varie parti del mondo. Arcangeli li ha raccolti con brio nel suo gustosissimo libro. Epiteti strani ma affettuosi che ci fanno capire quanto ormai siamo legati a questo simbolo.

Per noi italiani la la @ è una “chiocciola”. Ma in Russia si chiama “cagnolino”, in Cina “topolino”, in Israele “strudel”, in Giappone “vortice” e in Grecia “paperottolo”. Per i tedeschi è una “coda di scimmia”. Nella Repubblica Ceka è un “filetto d’aringa”, in Svezia una “pasta alla cannella” e in Corsica una “cipolla”. Anche i tanti popoli di origine anglosassone al tecnico “at” spesso preferiscono altri soprannomi: snail (“chiocchiola”); ape (“scimmia”); cat (“gatto”); rose (“rosa”) o whirlpool (“mulinello”). Per i bulgari invece la @ è un “orecchio”. I kazaki, più poetici, preferiscono parlare di “orecchio della luna”.

Uno stravagante storico dell’arte inglese ha suggerito di attribuire alla famosa chiocciola il nome di “orecchio di Van Gogh”, mozzato a metà ad Arles nel 1888 per mano dello stesso pittore con un rasoio, dopo una lite con Gauguin. Van Gogh incartò la sua cartilagine sanguinante e la consegnò a una prostituta alla quale si era molto affezionato.

In effetti, per ironia della sorte, nella strabiliante storia della “chiocciola” un rasoio ha avuto comunque un ruolo determinante. In un giorno del 1973 Leonard Kleinrock, il professore di informatica di Ucla che il 29 ottobre 1969, aveva dato vita a Arpanet, la rete progenitrice di Internet, quando tornò a casa dopo un giro di conferenze, si accorse di aver perso l’utilissimo oggetto con cui si radeva ogni giorno. Lo aveva lasciato nell’ultimo posto in cui era stato, a Brighton in Inghilterra. Allora andò nel suo ufficio, dove il computer centrale era in collegamento con quello della città britannica, e mandò un messaggio nel quale chiedeva se qualcuno potesse aiutarlo a ritrovare il rasoio dimenticato.

Fu la prima email di senso compiuto. Ma non la prima in assoluto.

Il primato appartiene al programmatore statunitense Raymond Tomlinson e risale al 1971. Anche se il prototipo della email, non conteneva un messaggio preciso. Il geniale ricercatore cercava sulla tastiera del suo computer un segno distintivo che non potesse essere confuso con nessun altro. Quasi per esclusione, scelse la @, “at sign” in inglese e “chiocciolina” in italiano: nell’indirizzo di posta elettronica venne così introdotto il simbolo che separava il nome dell’utente da quello dell’account, seguito da un punto e dal dominio. Tomlinson scrisse una serie di messaggi a se stesso, da una macchina all’altra. Ha più volte dichiarato di aver completamente dimenticato il contenuto dei testi: “Forse ho scritto qualcosa del tipo QWERTYIOP…”.

Da sinistra a destra, sono le prime dieci lettere che appaiono sulla tastiera. La posta elettronica è nata così, grazie anche a una piccola chiocciola medievale.

Federico Fioravanti

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Istanbul, i nomi del destino

Per secoli Istanbul, la città che mescola il vento d’Asia con il profumo d’Europa, si chiamò anche Bisanzio. La colonia greca, fondata 600 anni prima di Cristo, poi divenne Costantinopoli, capitale di un impero che si estendeva su tre continenti, dalla Mesopotamia al Nord Africa e dal Mar Caspio all’Adriatico.

Un cronista bizantino, pensando ai ripetuti assedi che dovette subire, la definì “il luogo del desiderio universale”. Per il ventenne Maometto II che nel 1453 ne fece la capitale dell’impero ottomano diventò una dolce ossessione. Quel 29 maggio che segnò la fine della storia dell’impero romano d’Oriente, il sultano ammirò a lungo il sogno realizzato della sua giovane vita di conquistatore.

La città, costruita all’estremità di una penisola triangolare, era circondata da acque profonde che formavano una fortezza naturale e allo stesso tempo consentivano un facile accesso alle navi che salpavano verso il Mediterraneo, l’Africa e il Mar Nero. A nord, la capitale bizantina mostrava il suo famoso porto, lungo 6 chilometri e largo almeno mille metri, chiamato il Corno d’Oro per il colore dorato che assumeva con il sole calante. Una triplice cinta di mura merlate, protetta da fossati e intervallata da 192 torrioni, abbracciava le strade e i quartieri, lungo un percorso di quasi 7 chilometri che saliva e scendeva a seconda delle asperità del terreno.

A sud il piccolo bacino interno del Mar di Marmara, univa l’Egeo con il Mar Nero. A Oriente, la stretta via d’acqua del Bosforo segnava con la sua linea blu il limite tra l’Asia e l’Europa. E all’interno le rotte commerciali tra i due continenti si incrociavano di continuo tra il Danubio e l’Eufrate. Un centro e un confine. Un incrocio di storie e di civiltà. Una città di genti diverse e lontane che in periodi e idiomi differenti vollero dare un nome o un epiteto alla grande capitale.

Istanbul, il nome di oggi, era usato dai turchi nella lingua quotidiana molti anni prima conquista di Maometto II: nasce da una espressione greca che racconta la meraviglia della comune destinazione dei popoli del mondo: “eis ten polin”, ovvero “verso la città”, la Polis per antonomasia, quella per cui non c’è bisogno di altri aggettivi. Così, con il nome Polis, la chiamarono i greci di 800 anni e la chiamano ancora i greci di oggi, anche se il termine ufficiale fu per secoli Konstantinoupolis Nèa Rome, la mitica Nuova Roma.

Secondo una tradizione armena riportata da Abraham di Ankara, Maometto II deformò il nome della capitale in Islambol (“abbondante di Islam” ) utilizzando l’assonanza con l’espressione “eis ten polin”. Come per Costantino anche per il sultano la rifondazione della Polis, la città per eccellenza, coincise con una conversione. La capitale e il suo impero, con l’imperatore passarono dal paganesimo al cristianesimo. E il sultano sostituì il cristianesimo con la religione di Allah.

Da Byzantion, l’antico insediamento ellenico che l’imperatore Costantino, alla ricerca di un secondo centro dell’Impero, decise di rifondare e di ribattezzare con il proprio nome (Costantinopoli) deriva anche il termine “bizantino” che usiamo ancora oggi ma che non esisteva nel Medioevo se non in modo episodico in alcuni documenti che indicavano comunque i soli abitanti della capitale dell’impero.

Loro, i cittadini di Costantinopoli, chiamavano se stessi “Romaioi “ perché si ritenevano i diretti discendenti della Roma dei Cesari. E così, con la parola “Rum” e cioè romani, venivano chiamati anche dagli arabi e dagli ottomani. Carlo Magno, che voleva rappresentare se stesso come l’unico successore degli imperatori di Roma, in ogni occasione continuò però a chiamarli “Greci”.

Ogni popolo aveva la sua Costantinopoli. Per i serbi, i bulgari e i russi era Zarigrado, la città degli imperatori. Altri genti di origine slava la chiamavano Michaelgrad. Gli armeni, quando parlavano con i loro parenti lontani, dicevano di vivere a Gosdantnubolis, la città fondata dall’imperatore Costantino. Lo stesso facevano gli ottomani che nelle monete e in tutti i documenti ufficiali la indicarono come quasi sempre come Qostantiniyyeh. I letterati invece, approfittarono della licenza poetica per lodare la splendida Dar-i Se’adet, La Casa della Buona Sorte che godeva dell’ambita fortuna di ospitare il sultano. Per i Persiani era Asitaneh, la Casa dello Stato e della legge. I cronisti medievali norreno-islandesi la descrissero con la parola Miklagarður che nella loro lingua voleva dire La Grande Città.

I nomi e gli epiteti si moltiplicarono, come in nessun altro caso nella storia. In lingue diverse si raccontò lo stesso carismatico centro di vita e di potere: Stambul, Kushta, Rumiyya al-kubra e Nuova Gerusalemme.

Per i pellegrini medievali fu La Città d’Oro oppure la Città del Pellegrinaggio e anche Città dei Santi, La Regina delle Città e La Città custodita da Dio. Fino a diventare La Città millenaria, La Città degli Imperatori e “tout court” La Città delle Città. Il mondo arabo coniò anche altre mirabolanti definizioni: Casa del Califfato, Trono del Sultanato, Porta della Felicità, Occhio del Mondo e Rifugio dell’Universo. Istanbul, il nome di oggi, usato per secoli dagli ottomani, arrivò in modo ufficiale soltanto nel 1930, per volontà di Ataturk, il presidente della moderna Turchia che però volle trasferire ad Ankara la capitale dello Stato.

La città rimane una magnetica e vitale capitale del mondo: con più di 14 milioni di abitanti, se si considerano anche i quartieri asiatici, è il centro municipale più popoloso d’Europa.

L’arte e la storia, Bisanzio e Costantinopoli, gli imperi e la megalopoli, il grande passato e il rischioso futuro: tutto si mescola ancora nel luogo che tanto colpì l’immaginazione di Cosma, vescovo del X secolo: “Giungemmo a una città di bellezza inenarrabile. Le mura erano costruite di dodici filari e ciascuno era di una diversa pietra preziosa; le porte erano d’oro e d’argento. Entro le mura trovammo dorato il terreno, dorate le case, dorate le ville. La città era piena d’una luce ignota e d’un soave profumo…”.

Federico Fioravanti

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Il Barbarossa pietrificato

Miniatura di Federico I Barbarossa tra i suoi figli, Enrico e Federico.

Le acque gelide di un fiume dai molti nomi inghiottirono Federico Barbarossa durante la terza crociata, il 10 giugno 1190.

L’imperatore marciava alla testa del suo esercito in Cilicia, lungo un percorso che lo avrebbe portato prima verso il porto di Alessandretta, crocevia dei traffici tra l’Asia e l’Europa e poi a Antiochia. Spossato dal caldo e dalla polvere, lungo le gole del Tauro, volle fare un bagno ristoratore in un fiume che gli arabi chiamavano Salef e i greci Kalikaddanos. Lo invogliò l’acqua, fresca e chiarissima. Non a caso, oggi, i turchi quando parlano di quei gorghi impetuosi, usano la parola Göksu, che si può tradurre con “acque azzurre”.

Forse fu lo shock dovuto al freddo che causò un arresto cardiaco. O forse fu la corrente fortissima a travolgere l’anziano imperatore, fiaccato dal caldo e dal peso dell’armatura. Sulla riva, i comandanti e i soldati assistettero impotenti alla scena. Qualcuno si gettò in acqua per raggiungere l’imperatore. Ma il fiume aveva già trascinato lontano il corpo, che fu recuperato a valle più tardi.

Federico Barbarossa (1122– 1190) chiudeva la sua vita là dove era cominciata la sua avventura di principe, in un’altra lontana crociata. In cento battaglie e quaranta anni di regno, aveva costruito un impero. L’aquila sveva volava sull’Europa, dalle nebbie del Mare del Nord al sole della Sicilia.

L’annuncio della morte portò sgomento e esultanza. I musulmani, increduli, ringraziarono la provvidenza. In un libro intitolato “La perfezione nella Storia”, il cronista arabo Ibn al-Athir lodò il “miracolo” di Allah quando fece notare ai suoi contemporanei che Federico Barbarossa era affogato in acque che a malapena arrivavano ai fianchi. E concluse: ”Il che prova che Dio volle liberarci”. Il mondo cristiano visse l’evento con costernazione. Il dramma di quelle ore riemerge nelle parole di Ansbert, lo storico della spedizione crociata che con parole accorate si rivolse a Dio: “Perché Tu hai fatto questo? Perché hai fatto morire così presto un così grande uomo? (…). La corona è caduta dalla nostra testa: guai a noi, che abbiamo peccato”.

Il figlio dell’imperatore, Federico, duca di Svevia, guidò l’armata verso Seleucia, Tarso e poi Antiochia. Alla fine solo 5.000 soldati, stremati dalla fatica, dagli attacchi turchi e dalle diserzioni, arrivarono in Palestina.

Quel viaggio tribolato, scandito dai pianti e dalle preghiere, fu accompagnato anche dal macabro rito della riduzione del cadavere a reliquia. La calura dell’estate turca, nonostante l’aceto cosparso in grande quantità, corrompeva le carni di Federico. Il cadavere venne quindi fatto bollire: il cuore e gli intestini furono interrati a Tarso e la carne nella cattedrale di San Pietro a Antiochia. I crociati volevano portare le ossa in Terra Santa per dare al sovrano degna e solenne sepoltura nella basilica del Santo Sepolcro. Ma le reliquie non arrivarono mai a Gerusalemme. I resti di Federico furono seppelliti nei pressi di Tiro, oppure ad Acri o chissà dove. Il giovane duca di Svevia, ucciso pochi mesi dopo dalla peste durante l’assedio di San Giovanni d’Acri (1191) portò con sé il suo segreto. Negli stessi giorni, anche la crociata agonizzava tra gli intrighi dei comandanti e la disfatta delle armi.

Busto in bronzo di Federico Barbarossa, datato 1173.

Senza una tomba certa, anche la morte di Federico si trasformò in una leggenda. Ingigantita dalla gloria imperitura della sua ultima missione in difesa della fede. Nacque un mito, che negli anni a venire toccò anche il nipote del Barbarossa, il grande Federico II di Svevia, l’imperatore “che vive e non vive” e che forse, un giorno, sarebbe potuto tornare.

Tra Medioevo e Rinascimento, la letteratura europea affrontò a lungo il tema del “ricordo del re”. Un eroe dormiente, una leggenda del passato che riposa all’interno di una montagna che identifica il suo popolo. E che è pronto a risvegliarsi, a tornare, insieme ai suoi guerrieri, in tempi di crisi e di paure collettive.

L’esercito dei morti animò altre leggende: quella dei Nibelunghi, di Teodorico, re degli Ostrogoti, di Carlo Magno addormentato nelle viscere della “montagna di Wotan”, di Re Artù nascosto nell’Avalon o nell’Etna, del pagano Vitichindo, di Olaf di Norvegia e del mitico Ogier di Danimarca, fino a Alberto da Giussano assopito sotto la collina brianzola di Montevecchia e a Guglielmo Tell, pronto a imbracciare ancora la balestra ma intanto impegnato a riposarsi dentro una grotta ben nascosta.

La traccia del fantastico racconto attraversò i secoli come un lungo fiume carsico. Il mito nordico trovò nuova linfa nei racconti dei fratelli Grimm, nel dramma musicale ottocentesco “Peer Gynt” di Ibsen e anche in numerose opere del Novecento di Tolkien. Ma riemerse, con grandissima forza, soprattutto negli anni tumultuosi del Romanticismo tedesco.

Franco Cardini nel suo “Il Barbarossa. Vita, trionfi e illusioni di Federico I imperatore” (Mondadori, 1985), ha scritto: “Federico era la nuova Germania in attesa di risvegliarsi. Cristianesimo, medievismo, culto della tradizione: tutto il romanticismo tedesco dalla lotta di liberazione contro l’egemonia napoleonica in poi convergerà su questo mito al quale nel 1815 il poeta Friedrich Ruckert aveva dato voce narrando in una celebre ballata la leggenda del grande imperatore che non è mai morto”.

Federico nell’Ottocento dorme e sogna, in una grande sala sotto una montagna:

“Il vecchio Barbarossa,/ l’Imperatore Federico,/ riposa incantato/ nel suo castello sotterraneo./ Non è mai morto,/ Egli vive ancora;/ siede addormentato,/ nascosto nel castello./ Ha portato con sé/ la Gloria dell’Impero,/ e un giorno ritornerà,/ quando verrà il tempo./ D’avorio è il trono/ dove Egli siede:/ Di marmo il tavolo/ dove riposa il suo capo./ La sua barba non è di lino,/ ma di bagliori di fuoco;/ è cresciuta sul tavolo/ dove poggia la sua testa./ Egli annuisce come in sogno,/ il suo occhio ammicca/ E dopo molto tempo/ richiama un fanciullo./ Dormendo, parla al giovinetto:/ Va’ al Castello, gnomo,/ E guarda se i corvi girano/ ancora attorno alla collina./ E se i vecchi corvi/ stanno ancora volando,/ allora dovrò ancora dormire/ incantato, per cento anni”.

Barbarossa, l’immortale, rinacque con l’impero tedesco quando Guglielmo I cinse la corona di imperatore del Reich il 18 gennaio 1871, nella Sala degli Specchi di Versailles. Statue e cappelle votive vennero edificate in gloria del nuovo imperatore e di quello medievale in molti luoghi della Germania.

Lo storico bavarese Knut Görich ha spiegato con efficacia la trasformazione del mito di Federico in un riferimento identitario del popolo tedesco: “L’impero nel XIX secolo non aveva alcuna tradizione; per questo era necessario ricollegarsi a un’epoca storica precedente, che fu identificata nel Medioevo. Barbarossa in tale contesto rappresentava la figura ideale”.

La vecchia leggenda trovò presto una nuova casa sotto il porfido dei monti della Turingia: il Kyffhäuser, un enorme monumento alto 81 metri, fu inaugurato nel 1871 per volere del Kaiser, in onore del Barbarossa e di Guglielmo I Hohenzollern, accomunati da una storia che si voleva parallela.

Monumento in pietra a Barbarossa (foto: Ijon Tichy).

La colossale costruzione fu edificata sui resti del Reichsburg Kyffhausen, un imponente castello medievale costruito nel XII secolo proprio durante il regno di Federico. L’opera fu affidata a uno specialista in monumenti, l’architetto Bruno Schmitz. L’alta piramide nacque in sei anni, dal 1890 al 1896 e apparve come la granitica scena di un’opera di Wagner. Il Kyffhäuser si raggiunge a piedi. Da lontano spicca la figura di Guglielmo I a cavallo. Sotto di lui, nell’ampia nicchia di una roccia, vigila la statua di Federico Barbarossa, che dorme seduto su un trono di pietra.

La leggenda narra anche di grotte profondissime che attraversano la montagna. E della terra che si apre per magia quando musicisti di Erfurt suonano le dolci serenate di mezzanotte. Gli occhi del Barbarossa, mezzi chiusi nel dormiveglia, si riaprono ogni tanto quando l’imperatore chiede a un fanciullo di controllare se i corvi abbiano smesso di volare. Se questo dovesse accadere, l’eroe dormiente si sveglierà e guiderà la Germania alla sua antica grandezza.

Per tutta la seconda metà dell’Ottocento, il ritorno dell’imperatore svevo fu oggetto di racconti, poemi e ballate. Anche Wagner alzò la bandiera del mito: “Quando tornerai, Federico, splendido Sigfrido? Quando abbatterai il drago malvagio che tormenta l’umanità?”.

Molti anni dopo il poeta Heine incrinò tanta passione con versi satirici che parlavano di un Barbarossa che non aveva nessuna voglia di salire ancora a cavallo per vendicare la Germania umiliata e voleva solo finire in pace il suo sonno secolare. Anche Hitler sfruttò il mito di Federico per adornare la follia di un “Terzo Reich” che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto durare mille anni. E chiamò “Barbarossa” la campagna di guerra del 1941 contro l’Unione Sovietica che segnò l’inizio della sua disfatta. Ma la propaganda nazista non potette far suo l’imperatore svevo. E nemmeno ci provò fino in fondo. Come spiega Cardini, Federico I “era stato troppo cristiano, troppo ecumenico, troppo mediterraneo per i loro gusti”.

Per ora, il Barbarossa pietrificato si accontenta di mostrarsi ogni giorno ai turisti che affollano quest’area seducente della Turingia che la Germania moderna ha voluto destinare a parco naturale.

Tutto, nei dintorni, si ispira al gigantismo: le rovine del Reichsburg mostrano ancora il pozzo più profondo del mondo che buca il terreno per ben 176 metri. Il vicino lago artificiale di Kelbra è la più grande pista di atterraggio per uccelli di tutta la regione e in autunno offre lo spettacolare scenario di migliaia di gru che qui soggiornano e si rifocillano prima di volare verso il sud. Nella idilliaca località termale di Bad Frankenhausen c’è il campanile più inclinato al mondo e il Panorama Museum conserva un dipinto tondo che è annunciato come il più grande del pianeta. Nel ventre della montagna, il Barbarossa di pietra riposa. Insieme a un Medioevo immaginario che la fantasia risveglia di continuo.

Federico Fioravanti

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Erotismo coniugale

Scene di un casto erotismo coniugale animano due splendidi affreschi di Memmo di Filippuccio conservati a San Gimignano, sulle pareti della Camera del Podestà. Ma le immagini non ci devono ingannare. Nel Medioevo si andava a letto nudi. E nelle case delle persone benestanti, prendere un bagno caldo prima di dormire era una abitudine che seguivano in molti.

La pregevole e inconsueta testimonianza della pittura senese dei primi anni del Trecento fa parte del percorso museale della Pinacoteca e dei Musei Civici di San Gimignano. Il ciclo di affreschi è dedicato all’amore profano. Memmo di Filippuccio realizzò le opere tra il 1305 e il 1311. Alcuni dipinti affrontano amori tormentati e dagli esiti tragici. C’è, per esempio, Aristotele, follemente innamorato della cortigiana Fillide. E Paolo e Francesca che leggono insieme il libro “galeotto”.

Altri affreschi raccontano invece la felicità dell’amore coniugale. La casa appare allora come un luogo felice: i mali del mondo rimangono fuori, lontani dalla seduzione dei sensi che avvolge l’atmosfera domestica.

La prima scena racconta le tenere carezze e gli sguardi complici degli sposi, immersi con gioia nell’acqua calda di una tinozza. Vicino a loro, vigila una serva, a cui ore prima il padrone ha chiesto di accendere il fuoco e scaldare l’acqua: ora vuole solo accertarsi che tutto vada bene e che i padroni godano di un piacere atteso lungo tutta la giornata.

Nell’altra sequenza gli sposi si stanno coricando: la moglie è già a letto e aspetta il marito che scosta le coperte, ansioso di raggiungerla. La domestica, con gesto ampio e teatrale, afferra le tende e si appresta a chiuderle, come si farebbe con un sipario, per celare a altri sguardi l’intima felicità della coppia.

I colori caldi e accoglienti degli affreschi di San Gimignano riemersero sotto vari strati di imbiancatura durante gli anni Venti del Novecento. Li individuò Giovanni Battista Cavalcaselle, uno dei primi storici dell’arte italiani, che intuì subito che le pitture erano di un artista di scuola senese.

L’attribuzione definitiva a Memmo di Filippuccio arrivò dallo studioso Roberto Longhi. Memmo fu il pittore civico per eccellenza di San Gimignano, dopo essersi formato alla scuola di Duccio di Boninsegna e nel cantiere pittorico della Basilica superiore di Assisi dove fu attivo anche Giotto.

All’artista e ai suoi figli Lippo e Tederigo si devono anche il “Ciclo del Nuovo Testamento” nella Collegiata di Santa Maria Assunta e la grande “Maestà” della sala del Consiglio del Palazzo Comunale, nella quale sono evidenti le influenze del grande pittore Simone Martini, che aveva sposato Giovanna, la figlia di Memmo di Filippuccio.

Molte miniature medievali raccontano con dovizia di particolari come si svolgeva il rito del bagno, che era più o meno frequente, a seconda delle possibilità economiche di chi poteva permetterselo.

Nelle corti e i palazzi, i nobili si facevano sistemare la tinozza con l’acqua calda direttamente nella stanza da letto. Essenze pregiate e petali di rosa profumavano l’ambiente. L’usanza del bagno, che per molti storici era più praticata nel Medioevo che nell’Ottocento, risale ai re Carolingi. Carlo Magno, come ricorda il suo biografo Eginardo, “invitava non solo i propri figli a bagnarsi con lui, ma anche nobili e amici”. Così poteva accadere che al rito quotidiano celebrato ad Aquisgrana potessero partecipare anche le guardie e i servitori. Con il risultato che insieme al grande re, si mettevano a mollo un centinaio di uomini per volta.

L’esperienza dei bagni pubblici e degli hamam orientali fu introdotta in Europa dai crociati che tornavano dalla Terra Santa. I bagni, chiamati “stufe”, si diffusero molto rapidamente. Tanto che nel 1292 a Parigi ce n’erano 26 e nella fiamminga Bruges addirittura 40. Nella Londra del re Plantageneto Enrico II l’apertura dei frequentatissimi bagni era annunciata dagli strilloni: “Signori che voi andiate a bagnarvi, a prendere un bagno caldo, senza indugio, i bagni sono caldi, non c’è inganno!”.

Re Vencesilao al bagno, miniatura dalla Bibbia di Vencesilao, 1390.

I frequentatori delle “stufe” diminuirono molto nel Trecento, a seguito delle epidemie, causate anche dal mancato rispetto di elementari regole d’igiene, che falcidiarono la popolazione.

L’invenzione medievale del camino, che spesso troneggiava al centro della cucina, favorì, soprattutto nelle dimore signorili, l’abitudine del bagno caldo.

Nei castelli e più tardi nei palazzi, l’acqua veniva attinta da un pozzo, che a volte si elevava oltre il livello della corte per consentire un agile rifornimento anche nei piani superiori degli edifici. Le tinozze per il bagno in genere erano di legno, cilindriche, ma spesso anche di forma allungata per consentirne l’uso a più persone contemporaneamente.

Nei periodi più caldi, la vasca veniva sistemata nei giardini esterni dei palazzi. Nelle famiglie benestanti, offrire un bagno era uno “status symbol” che i padroni di casa amavano rimarcare nelle conversazioni con i loro pari.

Nei romanzi di cavalleria, al bagno caldo dell’ospite che arrivava al castello stanco e impolverato dopo un lungo e faticoso viaggio, provvedevano spesso la moglie e le figlie del padrone di casa. Tra i doveri delle consorti, c’era anche quello di dare ristoro al coniuge con un bagno ristoratore. Nel libro “Storia di un giorno in una città medievale” (Laterza, 1997) Arsenio e Chiara Frugoni ricordano l’episodio di una moglie tradita ma di animo nobile che quando scopre in quali condizioni di indigenza vive la giovane amante del marito, assicura alla donna una bacinella per l’acqua calda, insieme a molta legna da ardere, ai cuscini e a un buon letto con trapunte, coperte e lenzuola pulite, in modo tale che il marito possa stare in quella povera stanza “come se fosse nella casa famigliare” (Le mesnagier de Paris, libro I, pagine 403-407).

I vapori domestici erano il sogno di molti amanti, come preludio a altre gioie, consumate nell’alcova.

Nella seconda giornata del “Decameron” di Giovanni Boccaccio (novella n.2) si racconta la storia di una piacente vedova che preparava immancabilmente un bagno caldo e anche una bella cena per il marchese Azzo che sovente passava la sera con lei. Ma una volta, per un impegno improvviso, il marchese non venne. E la vedova, sconsolata, fece il bagno da sola. Mentre però si crogiolava nell’acqua calda, sentì i lamenti di un giovane che piangeva e tremava di freddo fuori dalla sua porta. La donna ordinò allora alla sua fantesca di far entrare in casa quel giovane che era “quasi assiderato”. E mossa a pietà, gli offrì anche il bagno che ancora era caldo. L’ospite inatteso, rivestito dei panni del defunto marito della donna, fu invitato anche alla cena, apparecchiata davanti a un grandissimo fuoco. Lavate le mani, il giovane e la vedova iniziarono a mangiare conversando amabilmente. E così il ragazzo finì per sostituire il marchese, in tutto e per tutto.

Federico Fioravanti

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I numeri della vita

Giudizio universale (particolare della controfacciata), Maestro di Loreto, XV sec., Chiesa di S. Maria in Piano, Loreto Aprutino (Pescara)

I numeri della vita nel Medioevo erano quattro: 3, 4, 7, 12. Una quaterna che rappresentava le possibili divisioni delle età dell’uomo e nasceva da una scienza ereditata dal mondo antico, che il cristianesimo reinterpretò in una visione escatologica, per dare alla esistenza umana il senso di cammino verso la salvezza eterna.

Il 3 è il numero di Aristotele, che nella Retorica divide il ciclo biologico dell’uomo in crescita, stabilità e declino: “Tutte le doti che gioventù e vecchiaia possiedono disgiuntamente, la maturità le possiede congiuntamente; ma in rapporto ai difetti e agli eccessi, essa sta in una misura media e opportuna”. Un percorso con un culmine a metà strada, che il Medioevo farà proprio. Per Dante la vita non è altro che “uno salire e uno scendere” e considera gli uomini di trentacinque anni “perfettamente maturati”. È frequente nel Medioevo l’idea che l’uomo di trent’anni sia “perfetto”. Secondo San Girolamo, Cristo morì “completando il termine di durata della propria vita nel corpo” e questa idea che i trent’anni, corrispondenti a battesimo, morte e resurrezione di Gesù, fossero l’età perfetta, prevalse anche come inizio ideale per la vita sacerdotale.

Ma è il numero 4 quello che affascinò di più la visione biologica dell’uomo medievale. Veniva dal filosofo e matematico Pitagora che, come riporta Diogene Laerzio, “divide la vita dell’uomo in quattro parti, dando una durata di vent’anni ad ogni parte”. A queste divisioni corrispondono i quattro umori della medicina di Ippocrate: il bambino è umido e caldo, il giovane è caldo e secco, l’uomo adulto è secco e freddo e il vecchio è freddo e umido. Anche Celso e Galeno accolgono questa visione, trasferita agli elementi (acqua, terra, aria e fuoco) e ai temperamenti che derivano dai liquidi corporei (sangue, bile, flemma e atrabile), che corrispondono alle età della vita. Nel Medioevo, le quattro età degli antichi hanno una attrattiva particolare, perché sono in sintonia con le quattro stagioni e quindi con il Creato.

Stendardo degli Innocenti, Domenico di Michelino (1446), Galleria dello Spedale degli Innocenti, Firenze.

Nella Genesi, Dio inaugura le stagioni nel quarto giorno e questo consentiva di accordare il ciclo vitale alle fondamenta della visione antropologica medievale, che interpretava l’uomo come un microcosmo, regolato dalle stesse cadenze che segnavano il tempo voluto da Dio per la Terra.

Anche il 7 viene dalla cultura classica. Isidoro di Siviglia distingue periodi che vanno dalla nascita al settimo anno (infantia), dai sette anni ai quattordici (pueritia), dai quattordici ai ventotto (adulescentia), dai ventotto ai cinquanta (juventus), dai cinquanta ai settanta (gravitas) e oltre i settanta (senectus).

Quella del 12 è invece un’idea tutta medievale, ma che in qualche modo rientra nella visione simbolica delle stagioni e del Creato. Si trova nel Les Douze Mois figurez, un poema anonimo del XIV secolo, in cui l’evoluzione fisiologica dell’uomo ricalca quella dello svolgimento dell’anno.

Qualunque sia il numero scelto, il Medioevo rilegge simbolicamente la cultura classica e la rielabora nella visione cristiana. Il ciclo della vita è inteso come percorso verso il regno dei cieli. Lo dice chiaro Sant’Agostino: il vegliardo è da considerare come un uomo nuovo, che si prepara alla vita eterna.

Giulia Cardini

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Roma 1347-1527. Linee di un’evoluzione

L’Istituto Storico per il Medio Evo, in collaborazione con Roma nel Rinascimento, organizza il convegno Roma 1347-1527. Linee di un’evoluzione, che si terrà dal 13 al 15 novembre 2017 nella sede dell’ISIME, in Piazza dell’Orologio 4, a Roma.

Roma è città che da secoli provoca amore e odio. Non sempre sono state ricercate ed indagate le ragioni di questo odio e questo amore. Il confronto che viene proposto tra storici di livello internazionale, vuole rispondere a questo interrogativo e presentare novità e consuetudini  della vita a Roma nel Rinascimento.

In occasione del convegno l’Istituto storico italiano per il medioevo e RR. Roma nel Rinascimento offrono i propri volumi con sconti dal 20 al 60%. Visualizza l’offerta

Ecco il programma:

13 novembre | Ore 16:00

Giuseppe Galasso, Roma e l’Europa. Dall'”avara Babilonia” alla “nuova Babilonia”

Arnold Esch, Sviluppo e affermazione del papato a Roma

Francesco Tateo, Umanisti a Roma

14 novembre | Ore 9:00

Ivana Ait, Mercanti a Roma e mercanti di Roma tra finanza e impresa (XV e XVI secolo)

Marina Caffiero, Le minoranze: gli ebrei prima del Ghetto

Anna Esposito, Famiglie romane

Maria Giuseppina Muzzarelli, Note su alimentazione ed abbigliamento dalle leggi suntuarie

14 novembre | Ore 14.30

Claudio Strinati, La produzione artistica: circolazione di modelli da Roma e verso Roma

Alberto Giorgio Cassani, Descriptio urbis Romae. Storiografie a confronto

Giovanna Curcio, Abitare le antiche pietre. Prìncipi e sudditi tra memoria e rinascita di Roma imperiale

Raimondo Guarino, Feste e spettacoli: tradizioni, spazi, poteri

Giulio del Buono, Ricerche archeologiche su Roma tardo-imperiale dal 1981 ad oggi

15 novembre | Ore 9:00

Sandro Notari, Statuti di Roma tra governo repubblicano e signoria pontificia

Dario Internullo, Biblioteche, libri e lettori

Paola Farenga, “Et impressores librorum multiplicantur in terra”. Considerazioni sulla stampa romana del Quattrocento

Amedeo De Vincentiis, Senza corpo né anima: i romani sudditi dei papi nell’Umanesimo (1348-1527)

15 novembre | Ore 14:30

Anna Modigliani, Tra curia e città

Paolo D’Achille, Il volgare romanesco: evoluzione e ambiti d’uso

Anna Benvenuti, I linguaggi della religiosità

Massimo Miglio, Roma racconta

 

Per altre informazioni: http://www.isime.it/index.php/eventi/roma-1347-1527

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La cattedrale di San Patrizio, un gotico americano

La pianta della cattedrale, a croce latina, occupa un intero isolato. È lunga 120 metri e larga 53. All’interno, l’altezza delle volte è di 34 metri. È tuttora la cattedrale neogotica più grande del nord America e può ospitare all’incirca 2.200 persone.

Una cattedrale di luce imprigionata in una foresta di grattacieli. I pinnacoli e gli archi a sesto acuto di San Patrizio appaiono all’improvviso tra le lisce pareti verticali degli edifici che affollano il centro di Manhattan. E la chiesa sembra quasi un miraggio.

Invece è lì dalla fine del XIX secolo, sorprendente icona di una corrente architettonica sorta da uno stile nato quando la scoperta dell’America era ancora di là da venire.

La prima pietra fu posata il 15 agosto del 1858. Forse l’arcivescovo John Hughes, un irlandese che si era guadagnato il soprannome di “Dagger John”, “John stiletto”, sognava una cattedrale che si innalzasse verso il cielo come la Vergine nel giorno dell’Assunzione. E scelse le linee ardite del neogotico per la sede della nuova arcidiocesi, che doveva essere la più grande e la più bella di tutto il nord America.

Manhattan in una immagine del 1873, mostra la città sviluppata solo all’estremità meridionale dell’isola.

A quei tempi, della Midtown Manhattan che conosciamo oggi c’era poco o niente. Un posto inospitale all’estrema periferia di New York, dove proliferavano solo terreni brulli e povertà. L’arcivescovo Hughes però, contro ogni previsione dei suoi contemporanei, ci vide giusto e intuì che la città sarebbe cresciuta da quella parte. Oggi San Patrizio, incastonata fra Madison Avenue e la Quinta Strada, dista solo un isolato dal Rockefeller Center e si trova al centro del triangolo formato da Times Square, la sede delle Nazioni Unite e il lato sud di Central Park.

Ma, ancora per molti anni dopo la sua consacrazione, i newyorkesi chiamarono quel grandioso vascello di pietra che galleggiava in una landa desolata “la follia di Hughes”. Per costruirlo, l’arcivescovo non solo aveva svuotato le casse dell’arcidiocesi e rastrellato tutto il possibile per mezzo di raccolte fondi e di una “fiera della cattedrale” durata due mesi, ma si era messo contro “la città che contava”, formata da una classe dirigente di fede protestante che contestava la compatibilità del cattolicesimo con lo spirito libero e repubblicano degli Stati Uniti.

Dagger John però era un osso duro e non si fece intimidire. E in una occasione rimasta celebre arrivò persino a minacciare il sindaco. Negli anni Cinquanta del XIX secolo, i cattolici degli Stati Uniti erano composti quasi totalmente da immigrati irlandesi appena sbarcati, mal sopportati da una nutrita schiera di protestanti approdati nel Nuovo Mondo qualche generazione prima. Sorse un vero e proprio movimento storico chiamato Nativismo, che osteggiava l’insediamento dei nuovi venuti anche con la violenza. Così, quando a Filadelfia vennero incendiate due chiese cattoliche, Hughes non esitò ad avvisare il primo cittadino, simpatizzante nativista, che “se anche una sola chiesa di New York fosse stata incendiata, la città sarebbe diventata una seconda Mosca”. L’arcivescovo si riferiva all’accezione bellica della locuzione “terra bruciata”, strategia messa in atto dalla Russia nel 1812 per lasciare alle truppe napoleoniche che entravano a Mosca solo la conquista di una distesa di rovine fumanti.

C’è chi dice che il caustico nomignolo fu affibbiato allora all’arcivescovo. Altri lo associano semplicemente al segno stilizzato della croce, di forma simile a uno stiletto, che i prelati di alto rango usavano apporre vicino alla firma. Fatto sta che a New York nessuna chiesa venne incendiata. La cattedrale neogotica di San Patrizio resistette anche alla Guerra di Secessione (1861-1865) e aprì ai fedeli il suo grande portale di bronzo il 25 maggio del 1879.

Dagger John per allora era già passato a miglior vita. Ma aveva lasciato alla città un messaggio importante. Lo stesso che, a partire dal XII secolo, aveva ispirato le linee eleganti e slanciate delle maestose cattedrali di luce sorte da l’Île-de-France e propagate per tutta l’Europa: per innalzarsi bisogna osare.

“American Gothic”, 1930, Grant Wood, Art Institute of Chicago. Il dipinto è stato una delle più popolari icone statunitensi, capace di riassumere in un colpo solo tutto lo spirito americano, nel bene e nel male, dei primi del Novecento.

Nel XX secolo la figura dell’arcivescovo è stata rivalutata e oggi la storia rende più di una ragione al figlio del contadino irlandese che istituì la scuola gratuita per i bambini degli immigrati e fondò anche una testata giornalistica per diffondere la condanna verso l’odio razziale e religioso. Le sue spoglie sono conservate nella cripta della splendida cattedrale che ha fatto erigere grazie a una fede incrollabile, curiosamente germogliata su un’indole cocciuta e un po’ bellicosa. Forse, meglio di tutti lo descrisse un suo successore, Patrick Hayes, arcivescovo di New York dal 1919: “Hughes – disse – era un uomo di modi gravi e cuore gentile. Diventava aggressivo solo quando si sentiva minacciato.”

Oggi, nel sito web della Cattedrale di San Patrizio c’è scritto che la storia della chiesa riflette quella della sua città e l’edificio è paragonato a un dono in continua crescita, che passa amorevolmente di mano in mano da una generazione alla successiva, perché con la sua cura e la sua frequentazione si continui a esprimere la gloria di Dio e si renda servizio all’umanità.

Forse, anche al grande pittore statunitense Grant Wood avrebbe fatto piacere osservare l’evoluzione di questo “Gotico americano”.

Daniela Querci

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PARTECIPA A “LE BOTTEGHE E I MESTIERI”

“Le botteghe e i mestieri” è l’evento del Festival del Medioevo dedicato all’artigianato medievale, presentato dai migliori espositori nazionali e internazionali in modo filologicamente corretto.

Vuoi partecipare al Festival con i tuoi prodotti di ispirazione medievale? E’ facile: compila il modulo di iscrizione che vedi qui sotto e, quando hai finito, premi il tasto invia. Le botteghe e i mestieri avranno spazio all’esterno, in Piazzale Frondizi 17, all’ingresso del Centro Convegni Santo Spirito che ospiterà gli “Incontri con gli autori”. Una location strategica, passaggio obbligato per il pubblico del Festival del Medioevo.

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Plantageneti, un nome di fiore per 14 re

Goffredo Il Bello in una raffigurazione conservata alla Bibliothèque nationale de France

Plantageneti. Si chiamarono così quattordici re d’Inghilterra. La dinastia, compresi i rami cadetti di Lancaster e York, regnò in modo ininterrotto per 331 anni (1154-1485).

L’ultimo sovrano fu Riccardo III, che Shakespeare, nel suo celebre dramma, volle deforme e malvagio. Torna alla mente quel verso disperato, strozzato in un grido, quando il re è solo, sconfitto e ormai vicino alla morte: “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”.

È curioso pensare che le bizze di un altro destriero e un altro regno popolarono uno dei tanti, mitici racconti sulle origini della dinastia.

In Francia, secondo una leggenda, nella lontana estate del 1127 fu proprio un cavallo, lanciato al galoppo e imbizzarrito dal rumore di un tuono, a trascinare in un burrone il quattordicenne conte Goffredo d’Angiò, detto “Il Bello” (1113 -1151) per via della sua riconosciuta avvenenza.

Fu questione di un attimo: “Le Beau” si aggrappò a un arbusto di ginestra che sporgeva sull’orlo del dirupo mentre l’animale precipitava nel vuoto. I rami forti e le radici ben salde della pianta selvatica salvarono la vita al “giovin signore”. Goffredo rimase penzolante sull’abisso fino a quando i suoi compagni di cavalcata lo tirarono fuori. Quella sera, al Castello di Angers, si parlò a lungo del miracoloso episodio. E fu festa grande per l’erede dell’antichissima casata originaria del Gâtinais, “la terra delle mille radure” dell’Île-de-France, che però, già dal IX secolo aveva preso possesso dell’Angiò (Anjou) a cui poco dopo seguirà la confinante contea del Maine.

Goffredo, attento ai segni del destino, volle ogni giorno un fiore di ginestra sul suo cappello. E i suoi figli, e i figli dei suoi figli, furono ricordati con il nome dell’arbusto miracoloso: “planta genét”, la “pianta della ginestra”.

Goffredo V, il primo dei Plantageneti, appena un anno dopo dopo si lasciò guidare dalla ragione di Stato che animava suo padre Folco, detto “Il Giovane” e sposò Matilde (1102–1167), la figlia di Enrico I d’Inghilterra che aveva ben undici anni più di lui e che era già vedova di Enrico V di Franconia, imperatore del Sacro Romano Impero. Matilde portava però in dote il vasto e strategico ducato di Normandia. E di conseguenza, anche una importante ipoteca, che segnò il destino dell’Europa, di qua e di là dalla Manica, per i secoli a venire: un figlio maschio, nato dal matrimonio, sarebbe salito al trono come re d’Inghilterra. Così avvenne. Matilde, detta Maud, ebbe tre figli. Il primogenito, Enrico II, diventò il re francese delle isole britanniche e diede inizio alla dinastia dei Plantageneti.

La stirpe reale, tra vicende alterne e drammatiche, governò un vastissimo territorio che oltre all’Inghilterra e ai diritti feudali vantati su Galles, Scozia e Irlanda orientale, comprendeva la Normandia, la Guascogna e l’Aquitania. Anche se, a partire dal 1206 perse proprio l’antica contea di Angiò che passò al re di Francia. Per il loro stemma i Plantageneti del ramo Lancaster non scelsero la ginestra così amata dall’avo Goffredo V. Vollero un altro fiore, più nobile: una rosa rossa. Anche i parenti del ramo York scelsero una rosa. Ma la vollero bianca, per marcare una differenza che continuava a profumare d’odio. La lunga contesa tra i due rami dell’antica casata per la successione al trono d’Inghilterra, venne ricordata come la “Guerra delle Due Rose”: un feroce conflitto che nel 1485 porterà sul trono inglese un’altra dinastia, quella dei Tudor.

I territori dei Plantageneti nel XII secolo

I vasti e importanti possedimenti dei Plantageneti in terra di Francia, condizionarono per più di un millennio, fino alla “Entente Cordiale” dell’8 aprile 1908, i rapporti di forza e la politica estera di Francia e Gran Bretagna. Quella “amichevole intesa” mise fine a secoli di battaglie e infiniti contrasti che videro protagonisti i Plantageneti soprattutto nella cosiddetta “Guerra dei Cent’anni”. Il famoso conflitto durò, anche se in modo non continuativo, la bellezza di 116 anni. Si concluse con la cacciata degli inglesi dal continente. La Francia, di fatto, raggiunse allora il suo attuale assetto geopolitico, a parte la città di Calais che tornò sotto il governo di Parigi soltanto nel 1558.

I Plantageneti modificarono in modo profondo la civiltà inglese. Anche per via del loro rapporto con la terra d’origine, intessuto dagli interessi, dal sangue e dal rispetto degli onori feudali. Enrico II e gli altri re dopo di lui, potenziarono l’organizzazione amministrativa già perseguita dai precedenti re Normanni. E insieme a una forte burocrazia, crearono un governo centrale che diventerà il cardine su cui poggia ancora l’Inghilterra moderna.

Quanto alla ginestra e alla storia di Goffredo V caduto da cavallo, forse non andò proprio così. Perché già Enrico II, quando prese in moglie Eleonora d’Aquitania, ripudiata dal suo primo marito, il re di Francia Luigi VII, sentì il bisogno di suggerire a un chierico di Caen che si chiamava Robert Wace, la stesura di un altro, fantastico racconto che nobilitasse il lignaggio della famiglia insieme al suo giovane trono di Britannia.

Così, insieme alla leggenda dei Plantageneti si diffuse anche il mito di re Artù. Wace dedicò il “Roman de Brut” nel 1155 alla regina Eleonora. Come traccia della storia, pescò a piene mani nelle leggende locali e nella interessante cronaca latina “Historia Regum Britanniae” di Goffredo di Monmouth (1135 ca.) che adattò in lingua francese, o meglio nel dialetto anglo normanno che parlavano sia Enrico II che sua moglie. Il chierico ripercorse la leggendaria saga di un eroe, Bruto, nipote di Enea, scampato alla guerra di Troia, esiliato nella Britannia a cui diede non solo il nome ma anche una progenie di gloriosi re, tra i quali comparve anche il grande e saggio Artù, modello del monarca ideale sia in pace che in guerra. Wace fu anche il primo cantore della Tavola Rotonda e il primo a nominare Excalibur, la mitica spada del re.

Nel libro, il destino di Artù anticipava quello dei Plantageneti. Anche Artù, come Enrico II, regnava con Eleonora d’Aquitania sulla piccola e grande Bretagna, sulle isole britanniche e sulle terre dell’ovest della Francia. I Celti poi chiamavano la ginestra “balanos”. E l’aggettivo “belenos” in gallico voleva dire “Lo splendente”, lo stesso nome attribuito all’Apollo Celtico, giallo e luminoso come il fiore. Così, nel nuovo mito, i Plantageneti diventarono i figli dello “splendente Belenos”, il nome che su numerose armi celtiche era associato al grifone e al leggendario Uther Pendragon, il “monte di drago”, dispotico signore di Camelot e padre di Artù. Il nome Plantageneto dopo Enrico II non fu più esibito. Tornò in auge con Riccardo, duca di York, padre dei sovrani d’Inghilterra Edoardo IV e Riccardo III. Ma la tradizione associò l’epiteto a tutti i discendenti inglesi di Goffredo d’Angiò.

Riccardo “Cuor di Leone” e Filippo II di Francia ricevono le chiavi di San Giovanni d’Acri durante la terza crociata

Quattordici regni che lasciarono un segno.

Enrico II (1154-1189) gettò le basi dello stato inglese. Riprese la lotta contro l’autonomia dei baroni, avviò una riforma giudiziaria di straordinaria importanza e tentò di limitare i privilegi della Chiesa, scontrandosi con l’arcivescovo Thomas Becket, antico amico e consigliere, assassinato dentro la cattedrale di Canterbury.

Suo figlio, Riccardo I, detto Cuor di Leone (1189-1199) si ribellò al padre e lo sconfisse. La morte di Enrico II, avvenuta lo stesso anno, lo portò sul trono. Ma Riccardo decise di partire per la terza crociata: vendette le terre della corona, gli uffici e i vescovati e spese il tesoro accumulato dal suo predecessore. Durante la crociata, prese San Giovanni d’Acri e sconfisse il Saladino, ma non riuscì a conquistare Gerusalemme. Quando seppe che il fratello Giovanni voleva usurpare il trono, concluse una tregua con il sultano, rientrò in patria e stroncò la ribellione.

Giovanni Senza Terra (1199-1216) quinto nella linea di successione di Enrico II, venne chiamato così perché non ebbe la sua parte nella divisione dell’eredità. Fu l’ultimo Plantageneto a vantare il titolo di conte di Angiò, a causa della sconfitta che subì a Bouvines dal re di Francia Filippo II Augusto, che in seguito lo privò anche di tutti i possedimenti a nord della Loira.

Enrico III (1216–1272) figlio di Giovanni, divenne re a soli 9 anni. Sposò Eleonora di Provenza da cui ebbe cinque figli. Nove furono invece gli eredi di Edoardo I (1272–1307).

Dipinto di Edoardo II del secolo XVII. Sotto il ritratto, è rappresentato il suo assassinio

Il suo successore Edoardo II (1307–1327) fu deposto dal Parlamento e costretto ad abdicare, prima di essere imprigionato e poi assassinato con un ferro rovente negli intestini nel carcere di Berkley.

Edoardo III (1327–1377) allargò in regno con nuove conquiste in Francia e in Scozia e fu ricordato dai posteri come “fiore della cavalleria”.

Riccardo II (1377–1399) imprigionato nella Torre di Londra, rinunciò alla corona e morì assassinato.

Sul trono d’Inghilterra salirono allora i Plantageneti del ramo Lancaster. La cerimonia di incoronazione di Enrico IV (1399–1413) fu la prima, dai tempi della conquista normanna, ad essere celebrata in lingua inglese. Enrico IV fu anche il primo sovrano inglese che permise il rogo per gli eretici.

Suo figlio, Enrico V (1413–1422) regnò nove anni. Trionfò sui francesi nella battaglia di Azincourt e si fece nominare erede del trono di Francia. Ebbe anche il merito di evitare lo Scisma d’Occidente. Shakespeare ne ricordò in un dramma le tante virtù che ne fecero uno dei sovrani più popolari del Medioevo.

Enrico VI Lancaster perse e riconquistò il trono in due distinti momenti (1422–1461 e 1470–1471). Divenne re d’Inghilterra a soli nove mesi, sotto la reggenza dello zio John, duca di Bedford. Alla morte del nonno Carlo VI (1422) ebbe anche la corona di Francia. Ma era affetto da squilibri mentali e sotto il suo regno l’Inghilterra perse i territori francesi, alla fine della Guerra dei Cent’anni.

Edoardo IV inaugurò l’era degli York. Salì anch’egli due volte sul trono. (1461–1470 e 1471–1483). Ossessionato dal potere fece uccidere suo fratello Giorgio,

Suo figlio, il povero Edoardo V (1483) regnò per poco tempo: fu subito fatto imprigionare dallo zio Riccardo, duca di Gloucester che si proclamò re con il nome di Riccardo III (1483–1485). Con la sua morte nella battaglia di Bosworth finì, insieme alla “Guerra delle due Rose” anche la dinastia.

Nella loro lunga storia, i Plantageneti furono leoni o gattopardi, a seconda delle occasioni, come gli animali che apparivano in bella mostra sui loro blasoni. Quello di Goffredo” Il Bello” è il più antico stemma medievale che si conosca, insieme a un altro, esibito dal Siniscalco di Francia Raoul I di Vermandois. Il mitico fondatore della dinastia volle uno stemma con le immagini dei predatori che tanto affascinavano i Normanni. Prima di farlo disegnare chiese il permesso a suo suocero, Enrico I Beauclerc.

Il blasone (d’azzurro, a sei leoncelli d’oro) fu riprodotto sulla sua effige funeraria: conosciuta come lo “Smalto di Le Mans”, oggi è conservata nel museo dell’antica capitale della Contea del Maine, proprio nei luoghi dove, quasi 900 anni fa, nacque la leggenda dei Plantageneti.

Federico Fioravanti

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