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Martino, la cappella e il cavaliere

San Martino (316-397) aveva solo 18 anni e faceva il soldato quando fu protagonista dell’episodio di carità per il quale è conosciuto in tutto il mondo: a Amiens una gelida notte d’inverno incontrò un mendicante lacero e infreddolito. Non aveva niente da dargli. Allora imbracciò la spada, tagliò il suo caldo mantello di cavaliere dell’impero e ne donò la metà a quell’uomo povero, incontrato per caso. (Nella foto, bassorilievo del Duomo di Lucca).

La stessa notte, sognò Gesù Cristo, coperto dal quel mantello, che parlava agli angeli: “”Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito”. La leggenda dice che quando si risvegliò il mantello fosse tutto intero, vicino a lui. Turbato e felice, Martino volle subito farsi battezzare. E il tempo cambiò: un tiepido sole scaldò l’aria. Nella cultura popolare nacque così l’Estate di San Martino, “che dura tre giorni e un pochinino” e che nei paesi anglosassoni viene chiamata Indian Summer (“estate indiana”).

In latino il mantello si chiamava “cappa”. E quello più corto dei militari veniva quindi indicato come “cappella”. Martino è il patrono di Francia. Il mantello del miracolo, la cappella del santo, fu custodito nei secoli come una reliquia nell’oratorio privato dei re Merovingi e dei sovrani Carolingi. E diede il nome anche ai Capetingi, il casato più antico in Europa: Ugo Capeto, fondatore della dinastia, si sarebbe chiamato così perché custodiva la reliquia in una stanza del suo palazzo, un piccolo luogo di preghiera, che per via del sacro indumento fu detta da allora “chapelle”.

I Franchi portavano il mantello in guerra, lo esibivano davanti alle truppe, confidando nella protezione del santo patrono. Sulla “cappa” di San Martino si prestarono i giuramenti più solenni. Carlomagno volle il mantello tutto per sé: lo conservò nell’oratorio palatino di Aquisgrana, che da allora si chiamò Aix-la-chapelle (in tedesco Aachen). Così la parola “cappella” che designava l’oratorio del re, diventò il nome di tutti gli oratori del mondo. I custodi della reliquia vennero chiamati “cappellani”, sacerdoti a cui competeva anche il canto liturgico non accompagnato dagli strumenti musicali e quindi poi definito “a cappella”.

Martino è uno dei santi più amati nel mondo. Venerato dalla Chiesa cattolica ma anche da quella ortodossa e da quella copta. Protettore dei militari e dei pellegrini. Il culto si diffuse rapidamente anche in Italia: san Benedetto consacrò a Martino l’antico tempio di Apollo sulla vetta di Cassino, e volle poi finire i suoi giorni nell’oratorio a lui dedicato. A Roma, fu il primo santo non martire a essere venerato grazie a papa Simmaco (498-514) che gli dedicò una basilica sull’Esquilino, l’attuale San Martino ai Monti.

Quando morì a Candes, che da allora si chiamò Candes-Saint-Martin era la mezzanotte dell’8 novembre del 397. Gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours si disputarono la salma. Vinsero questi ultimi che di notte trafugarono il cadavere del loro vescovo e lo portarono in città con le barche, lungo i fiumi Vienne e Loire. La ricorrenza da allora si celebra l’11 novembre, nell’anniversario della sepoltura.

Già nel primo Medioevo, Martino era il santo più popolare d’Europa. Il suo straordinario successo in Gallia si spiega anche la trasposizione di molte usanze pagane. I giorni della sua festa coincidono con gli stessi del Samhain, il capodanno dei Celti. La parola forse viene da “samhuinn” e potrebbe voler dire “summer’s End”, fine dell’estate. Poi, nei paesi anglosassoni, Samhain diventò All Hallow’Eve, ove “Eve” sta per “vigilia”. E così arrivò Halloween.

La festa di San Martino dalla Francia si diffuse rapidamente in Germania, in Scandinavia e nel resto d’Europa. E proprio come avveniva per il Samhain, quello divenne il giorno dei banchetti, di una abbondanza che andava celebrata. Ancora oggi, un proverbio abruzzese, quando in una casa non manca proprio niente, recita: “Ce sta lu sante Martino”.

La ricorrenza di San Martino, come il Samhain, celebrava la fine dei lavori nei campi e l’inizio della raccolta. Così l’11 novembre divenne il giorno di un nuovo inizio: cominciava la scuola, si inauguravano le aule di tribunale e addirittura iniziavano i lavori del parlamento. Un giorno insomma di tutti i cambiamenti importanti, in cui scadevano i contratti agricoli e quelli degli affitti. E in cui spesso si cambiava casa: “far San Martino”, in molte zone dell’Italia indica ancora un trasloco. Una data utile anche per ammazzare il maiale, l’animale allevato con amore in vista di una morte certa. Tanto che un proverbio spagnolo certifica la fatalità: “A todos nos llega el San Martìn”, che significa “Per tutti arriva il San Martino”. Come dire che tutti, prima o poi, dobbiamo morire.

In Francia “L’apostolo delle Gallie”, protettore dei pellegrini e dei militari, è ancora invocato come primo patrono della nazione. Un santo soldato, conquistatore di anime che richiama un altro mito: quello di un dio cavaliere che montava un cavallo nero e indossava una mantellina dello stesso colore e che veniva venerato in un’altra terra celtica, la Pannonia, patria di san Martino. Era una divinità degli inferi, capace però di trionfare sulla morte.

Nella trasposizione popolare Martino, santo esorcista delle Gallie, cavaliere, giusto, ascetico e generoso, su un bianco destriero combatte il diavolo e i mali del mondo. Come l’antico eroe germanico Wigalois, celebrato da un romanzo arturiano tedesco da Wirnt von Gravenberg poco dopo il 1210. E come un altro maestoso e stupefacente “dio-cavaliere” medievale, scolpito su una roccia alta cento metri a Madara, nel nord est della Bulgaria.

L’infernale creatura del dio cavaliere dei Celti sopravvisse in Gran Bretagna, nell’ ”hodden horse” la maschera inquietante di un uomo nascosto sotto un mantello nero dal quale emerge la testa dipinta di un cavallo o di un teschio con la mascella semovente. Nel periodo natalizio era tenuto per le briglie da un “domatore” e avanzava tra le strade dei villaggi, circondato da suonatori, questuanti e bambini che cercavano di montare in sella. Ma l’animale con il mantello batteva i piedi e scuoteva la testa. E tutti gettavano dolci e monete in quella sinistra bocca spalancata.

Il mantello cambia colore e diventa bianco con Mari Lwyd, la versione gallese del “cavallo nascosto”. Si festeggia ancora oggi a Llantrisant e Pontyclun: c’è un uomo celato sotto la maschera e dei questuanti impegnanti in una gara di versi insolenti. E poi tutto finisce tra dolci, birre e allegria.

Perché quando il Bene trionfa c’è sempre un cavaliere. E un mantello che ci ripara dal Male.

Federico Fioravanti

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“Mettersi nelle mani di qualcuno”

Il modo di dire nasce dal giuramento di fedeltà del vassallo al suo signore. E da una specifica cerimonia, nata in epoca carolingia.

Con la “immixtio manuum”, la “immissione delle mani”, l’inferiore (il vassallo) metteva le sue mani in quelle del superiore (il feudatario). Così, attraverso un rapporto personale, i “fidelis” erano legati al sovrano.

Il sistema feudale, al di là dei luoghi comuni, non era una organizzazione prestabilita e di struttura piramidale. Si fondava piuttosto su un modo specifico di condividere il potere. Un legame stretto e diretto. Un patto sacro tra un maggiore e un minore, nato dall’antica usanza dei guerrieri barbari di spartirsi il bottino dopo un saccheggio.

All’epoca di Carlo Magno, le prede di guerra erano ormai diventate le vaste terre conquistate con la forza delle armi. La nuova divisione comportò quindi l’assegnazione di territori che andavano governati. Concessioni e benefici in cambio della fedeltà militare. L’organizzazione dell’impero veniva cementata dal mestiere delle armi. Nell’atto formale di sottomissione, il signore feudale riconosceva la superiorità di un altro nobile. E si affidava completamente a lui (nella foto, una miniatura che descrive l’omaggio di un vassallo a Carlo d’Orléans).

L’etimologia della parola spiega la funzione: il termine latino “homagium” deriva infatti dalla parola “homo” unita al verbo “agere” (“condurre”). Così il nobile si lasciava guidare dal suo signore. Solo una persona di alto livello sociale poteva prestare omaggio. Perché armi e cavalcature costavano molto. E il vassallo durante la cerimonia doveva impegnarsi in modo solenne a combattere per il suo signore sia a cavallo che con la spada, lo scudo, la lancia, l’elmo e l’usbergo, la fitta maglia composta da migliaia di anelli di ferro da indossare in battaglia.

L’immissione delle mani giunte del minore in quelle aperte e poi strette del maggiore, era la consegna e la trasmissione di una forza nella quale erano in gioco la vita e la morte. Il giuramento veniva pronunciato toccando i vangeli oppure le reliquie dei santi. Poi il vassallo baciava il feudatario sulla bocca (“osculum”). Da quel momento diventava “uomo di bocca e di mani” del suo maggiore. Non doveva mai tradirlo e insultarlo. E doveva essere pronto, in qualunque momento, a combattere per lui.

La cerimonia dell’omaggio cambiò anche il modo della preghiera verso Dio: dalle braccia aperte e rivolte al cielo, si passò alla posizione a mani giunte.

Uno stesso gesto: protezione e sottomissione. Per il sovrano che concedeva le terre e il Signore che poteva aprire il regno dei cieli.

Federico Fioravanti

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L’animale sacro

Unni, Avari, Slavi, Ungari, Turchi, Mongoli: in molti miti dei popoli della steppa, i “barbari dell’Est”, si intrecciano le leggende di animali guida e di miracolosi passaggi dei fiumi. Storie fondative e racconti epici, ripetuti di bocca in bocca durante i bivacchi.

Paolo Golinelli in “Un millennio fa. Storia globale del pieno Medioevo” (Mursia) ricorda che il nome stesso della tribù turca dei Selgiucidi vuol dire “piccola zattera” o “piccolo torrente”. E che fu proprio grazie a un pesce che i nomadi Oghuz riuscirono ad attraversare le acque, vaste come il mare, dell’Aral, il grande lago salato Aral che oggi segna la frontiera tra l’Uzbekistan e il Kazakistan. Nei racconti delle tribù, altri pesci e anche numerose tartarughe formarono un provvidenziale ponte grazie al quale dei pastori nomadi poterono vincere la forza di un fiume nelle desolate steppe cinesi.

Molti animali sacri guidarono i popoli nelle loro migrazioni. I Tabgatch dell’XI secolo seguirono un mitico cavallo. La tribù turca degli Oghuz trovò nuovi paesi da conquistare grazie all’aiuto di un mitologico lupo. Tra gli Unni un lupo grigio guidava e segnalava il cammino della tribù e mostrava anche il luogo dove montare le tende. Una piccola lepre era venerata dai Mongoli. E l’orso ebbe un posto particolare nelle saghe delle genti ungro-finniche e della vecchia Russia.

Per i popoli delle steppe, gli animali possedevano poteri magici. Dalla Cina alle porte dell’Europa, venivano utilizzati anche per le pratiche divinatorie. La più diffusa fu la scapolomanzia: era infatti grazie alle ossa degli animali scelti per il sacrificio che l’indovino prediceva il futuro.

Il cane era presente nei sacrifici di molti popoli nordici. In alcuni riti funerari, l’animale veniva ucciso affinché accompagnasse il defunto nell’oscuro viaggio verso l’aldilà. Lo stesso compito, in altri popoli, era affidato al cavallo. Già Erodoto descriveva questa abitudine parlando degli Sciti (V-IV secolo a.C.). Il rituale fu analizzato con cura tra il nono e decimo secolo nelle note di viaggio di Ibn Fadlan, ambasciatore del califfo Abbaside Muqtadir presso il re dei Bulgari del Volga. Il diplomatico spiegò che anche tra i nomadi Khazari il cavallo accompagnava simbolicamente il defunto in paradiso.

L’archeologia ha trovato molte prove in epoca altomedievale della sepoltura di uomini insieme ai cavalli, dalla Russia meridionale fino al Caucaso. La pratica fu diffusa in Occidente nei secoli VI e VI dal popolo degli Avari, come dimostrano le ricerche compiute nell’area danubiana e intorno al lago ungherese Tisza.

Nove fosse comuni a uomini e cavalli, simili alle sepolture dei lontani uomini delle steppe, sono state trovate a Vicenne, in Molise, in una necropoli vicina al villaggio di Campochiaro, nel cruciale punto di incontro dei tre principali tratturi usati dai pastori abruzzesi per raggiungere i pascoli della Puglia.

Una straordinaria scoperta archeologica. Anche perché dai tumuli, insieme alle bardature e alle briglie decorate con borchie di bronzo e d’argento, sono emerse anche delle staffe, simili a quelle usate dagli Avari. Risalgono al VII secolo sebbene gli studiosi collochino la loro diffusione in Europa nel secolo VIII. Date a parte, il ritrovamento conferma che le staffe sono arrivate in Occidente proprio grazie ai popoli della steppa. Quelle metalliche cambiarono il modo stesso di cavalcare. E portarono alla nascita della cavalleria pesante.

Federico Fioravanti

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Le piramidi di corallo

Tombe reali costruite con fossili di corallo, in Micronesia, in una remota isola del Pacifico chiamata Kosrae. Nuovi studi degli archeologi del Western Australian Museum, pubblicati su Science Advances, dopo i risultati delle analisi al carbonio hanno spostato la loro costruzione alla metà del Trecento, tre secoli prima della precedente datazione.

Le sepolture medievali sono nascoste all’interno di un’antichissima città chiamata Leluh, ora disabitata e rimasta sconosciuta fino all’Ottocento, quando i primi cacciatori di balene arrivarono sull’isola insieme a commercianti, pirati e missionari.

Le piramidi, note nella lingua locale come anche Saru, sono alte appena 2 metri. A differenza di strutture simili presenti in vari continenti, sigillate e complete di punta, le tombe di Leluh sono tronche nella parte superiore e quindi la cripta centrale è accessibile dall’alto.

Zoe Richards, l’archeologa curatrice dello studio (nella foto) ha spiegato che le tombe sono uno dei pochi monumenti ancora intatti dello straordinario sito archeologico: “”Poiché il corallo è un organismo vivente siamo riusciti a determinare l’età dei fossili di corallo che abbiamo trovato. Le piramidi risalgono al XIV secolo. La prima è stata costruita intorno al 1310”.

Gli studiosi hanno esaminato in particolare tre tombe, ancora in buone condizioni. Le sepolture non erano permanenti: le piramidi di corallo ospitavano le salme per meno di cento giorni. Nel loro studio, Richards e i suoi colleghi hanno scritto che quando un re Kosraean moriva, il corpo veniva strofinato con olio di cocco e avvolto in stuoie e corde per poi essere sepolto nelle Saru. Poi le ossa dei sovrani venivano riesumate, pulite e riseppellite in un foro scavato su una vicina scogliera. Non è ancora chiaro perché queste tombe non fossero quelle definitive.

Costruita e fortificata con impressionanti canali di basalto, Leluh è spesso considerata la città “sorella” del più famoso insediamento della Micronesia, Nan Madol, che sorge sulla vicina isola di Pohnpei. Ma la sua particolarità sta nel fatto che, mentre i piccoli isolotti di Nan Madol sono stati costruiti proprio sulla cima di una barriera corallina, a Leluh il corallo di fatto è incorporato nel materiale con cui sono stati costruiti molti edifici.

Alcuni dei coralli trovati nelle tombe risalgono a migliaia di anni fa. Zoe Richards e i suoi colleghi pensano che siano stati estratti dalle barriere che circondano l’isola durante la bassa marea. Anche perché prendere e trasportare la grande quantità di coralli utilizzati per edificare le piramidi e adornare gli edifici di Leluh “avrebbe richiesto una organizzazione sociale e uno straordinario supporto logistico da parte della popolazione“.

Gran parte della zona ora è invasa dalla foresta tropicale. Nel momento del suo massimo splendore Leluh era abitata da 1500 persone. Dall’isola i sovrani Tokosra governavano, già a partire dall’anno Mille, una delle civiltà più avanzate dell’Oceano Pacifico. L’antica città cadde in rovina nel XIX secolo a seguito di un devastante tifone. E la popolazione locale declinò rapidamente a causa delle malattie introdotte dai primi esploratori.

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Il Medioevo è fra noi – A Gradara e Urbino dal 7 al 9 giugno

Un cartello all’entrata del paese che dice orgogliosamente “Capitale del Medioevo”, un borgo cinto di mura che guarda il mare Adriatico, un’imponente rocca difesa dal ponte levatoio: siamo a Gradara in provincia di Pesaro e Urbino, dove tutto respira il Medioevo. Ma se Gradara è di sicura di origine medievale, molto di quello che vediamo risale solo a cento anni fa. Come la camera di Paolo e Francesca, dove secondo la tradizione si sarebbe consumato l’immenso amore e l’efferato delitto cantati da Dante. Infatti gli arredi non sono medievali, bensì riproducono la scena della tragedia Francesca da Rimini di D’Annunzio, interpretata dalla grande Eleonora Duse di cui il proprietario della rocca era perdutamente preso.

Dunque Gradara non è soltanto il Medioevo, ma, molto di più, è il sogno del Medioevo, il suo riverbero, il simbolo della passione per quell’età che continuiamo a sentire come intimamente nostra.

Per questa ragione, Gradara è stata scelta come il luogo ideale per organizzare il convegno Il Medioevo fra noi, in cui ci si confronta sul “medievalismo”, cioè sulla ricezione e la reinvenzione del Medioevo nel mondo di oggi. Gli enti organizzatori sono di prim’ordine, dall’Università di Urbino alla Galleria nazionale delle Marche, dall’Università di Bologna alla Sapienza di Roma e all’Istituto storico italiano per il Medioevo. La formula funziona bene perché mette in contatto gli studiosi affermati con i giovani ricercatori, con gli operatori nei vari settori culturali che hanno a che fare con il Medioevo e naturalmente con il pubblico, che negli anni ha mostrato di gradire molto questa iniziativa.

La quinta edizione si terrà a Urbino e a Gradara dal 7 al 9 giugno 2018. Il tema di quest’anno è coinvolgente e attuale, poiché riguarda i Percorsi di frontiera, cioè i luoghi al limitare aperti allo scambio, le contaminazioni, l’indefinitezza. Questa metafora descrive un tema declinabile in molti modi: per esempio gli immaginari dell’Oriente e dell’Occidente, del Meridione e del Settentrione, la prospettiva dell’altro, i confini tra le discipline, le periodizzazioni, il rapporto ambiguo tra analisi e narrazione, quello tra ricostruzione scientifica e rievocazione…

Tra gli ospiti attesi vi sono diversi giovani ricercatori, nomi illustri della medievistica come Maria Giuseppina Muzzarelli e Franco Cardini, nonché Federico Fioravanti, che darà alcune anticipazioni sul prossimo Festival del Medioevo (Gubbio, 26-30 settembre 2018) e la studiosa californiana Alison Perchuk, che parlerà del Medioevo all’estrema frontiera … del Far West.

Tommaso di Carpegna Falconieri Articolo pubblicato su MedioEvo N° 257 di giugno 2018

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La fortezza di Lucera

Appello per la Fortezza svevo angioina di Lucera, in provincia di Foggia.

La maggiore piazza d’armi del ‪‎Medioevo‬ italiano sorge su una collina che ormai da decenni registra continui smottamenti (foto Piero Tarcisio Piacquadio). Urgono interventi per evitare che le frane distruggano il sito.

L’ultimo allarme è arrivato da un post della pagina Facebook di Raffaele Licinio, professore ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari e fondatore dei siti storiamedievale.net, mondimedievali.net e cinemedioevo.net.

L’imponente cinta muraria, lunga 900 metri e rinforzata da 22 torri (15 quadrangolari e 7 pentagonali) un tempo era resa inaccessibile da un fossato alle cui estremità si ergono ancora due splendide torri circolari: la Torre del Leone, o del Re e la merlata Torre della Leonessa, o della Regina.

La fortificazione venne edificata da Carlo I d’Angiò e completata nel 1283. Racchiudeva una vera e propria cittadella militare, con gli alloggiamenti per i soldati, una cisterna per la raccolta d’acqua, il ponte sul fossato e una Cappella dedicata a San Francesco.

Cinquanta anni prima, nel 1233, nel punto più alto della città e sulle fondamenta di una cattedrale romanica, Federico II di Svevia aveva fatto erigere la sua dimora imperiale.

Lo splendido Palatium dell’imperatore non aveva porte di accesso. Per entrare e uscire si utilizzavano scale provvisorie oppure dei passaggi sotterranei. L’interno dell’edificio ospitava una delle zecche dello Stato e con ogni probabilità anche l’harem di Federico II.

Lucera dal 1224 al 1300 fu abitata quasi esclusivamente dai saraceni che Federico II aveva fatto deportare dalla Sicilia con l’intento di sedare le continue rivolte della comunità musulmana presente nell’isola da centinaia di anni.

In Puglia furono trasferite almeno 20mila persone. I nuovi abitanti della città pugliese ebbero la facoltà di conservare la loro religione, di costruire moschee e minareti e di vivere secondo le loro usanze nonostante le indignate proteste del papa.

La città conobbe un grande sviluppo economico una intensa attività culturale. E i saraceni in grado di combattere diventarono in breve tempo il fedelissimo e efficiente esercito privato dell’imperatore. L’insediamento arabo fu poi smantellato per ordine del sovrano angioino Carlo II d’Angiò

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L’assassinio del secondo califfo

Era l’alba del 3 novembre 644 quando in una moschea di Medina, durante le preghiere del mattino, uno schiavo persiano di nome Lulua colpì con tre coltellate alla schiena il califfo arabo Omar ibn al-Khattab (581-644), secondo successore di Maometto, dopo Abu Bakr, coetaneo e miglior amico del Profeta.

Sul letto di morte Omar ebbe appena il tempo di organizzare un “consiglio di compagni del profeta” (Shura) che scongiurò un conflitto tra le tribù e subito designò Othmàn (570-676) come nuovo califfo.

Era il primo omicidio di un successore di Maometto. E non sarebbe stato l’ultimo. Anche Othmàn morì assassinato, come pure Alì dopo di lui. La tradizione islamica considera Omar come il califfo, “vicario” o “rappresentante”, ideale di Maometto (nella foto la moschea di Dubai dedicata a Omar ibn al Khattab). Come Abu Bakr, era il suocero del Profeta. All’inizio era tenacemente ostile alla nuova religione. Si convertì a 33 anni e diventò un intransigente campione della fede. Fu il primo califfo a fregiarsi del titolo di “Principe dei credenti” e diventò il principale artefice della rapida diffusione dell’Islam. Era energico, frugale e molto pio. Da Medina guidò l’epica stagione delle conquiste militari fuori dalla penisola arabica e la trasformazione delle strutture patriarcali e primitive della umma, il nome con cui gli arabi indicano la comunità dei fedeli, termine la cui radice onomatopeica è identica alla parola “madre”.

In veloce successione, durante il governo di Omar caddero sotto il potere islamico la Palestina, la Siria e l’Egitto. Poi la Mesopotamia e la Persia occidentale, la cui capitale Ctesifonte fu conquistata nel 637: erano passati appena 5 anni dalla morte di Maometto.

In tutta la sua vita il secondo califfo non partecipò mai direttamente a una battaglia: l’uomo della guerra, come accadeva anche con Abu Bakr, era Khalid, “la spada di Allah”, un eccezionale generale, precursore delle moderne “guerre lampo”.

Omar dette però delle regole al suo popolo. E pretese che fossero applicate. Fece a tutti divieto di comprare e lavorare la terra che era proprietà dello Stato e non dei singoli. Nelle regioni conquistate, gli arabi dovevano rimanere soltanto una casta militare che alloggiava in cittadelle fortificate, lontano dalle popolazioni sottomesse. Il sistema fiscale imponeva ai tutti musulmani il pagamento della decima. I non credenti erano invece obbligati a pagare una tassa personale e fondiaria ma non furono costretti con la forza a convertirsi all’Islam.

Si racconta che una volta Omar si rifiutò di pregare in una chiesa per rispetto verso i cristiani. Spiegò ai suoi accompagnatori che se lo avesse fatto, un giorno i suoi fratelli musulmani, sapendo che in quel luogo aveva pregato il califfo, avrebbero tolto il tempio a chi professava un altro credo.

Sotto il califfo Omar nacque anche il calendario islamico: l’Egira, il trasferimento di Maometto e dei primi devoti dalla Mecca alla città oasi di Medina fu preso a inizio dell’era musulmana. Ma il primo anno della nuova epoca non fu fatto cominciare con la data esatta dell’evento ma con il 16 luglio 622, l’inizio dell’anno lunare ordinario nel quale era avvenuta la migrazione.

I primi quattro califfi regnarono tutti da Medina. Dopo di loro, sotto varie dinastie, se ne sono contati altri 100. Fino all’ultimo califfato riconosciuto da quasi tutto il mondo sunnita: quello degli ottomani, dissolto nel 1924 da una legge di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della Turchia.

Federico Fioravanti

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La chioccia di Teodolinda

La “Chioccia con i sette pulcini”, in argento dorato e gemme, conservata nel Museo del Tesoro del duomo di Monza, è un vero capolavoro. L’animale è reso con uno straordinario stile “naturalistico”: le pietre che costituiscono gli occhi della mamma sono granati, quelle dei suoi piccoli zaffiri. La chioccia, molto probabilmente più antica del resto della composizione, fu lavorata a sbalzo.

Secondo i critici risale al IV secolo mentre i pulcini, più “duri” nei tratti, fanno pensare a un prodotto del VI o del VII secolo. La tradizione vuole che questa meraviglia facesse parte del corredo funebre di Teodolinda (570 circa – 627), principessa bavara di fede cattolica, andata in sposa in successione a due re dei Longobardi: Autari (nel 589-90) e Agilulfo (dal 590 al 616).

Visitare il museo di Monza equivale a affrontare un viaggio di quattordici secoli d’arte e di storia, insieme a celebri opere dell’antichità tardo romana e dell’alto ‪#‎Medioevo‬. La grande regina dei Longobardi amava a tal punto l’enigmatico gioiello da volerlo portare con sé nella tomba.

Alla chioccia sono stati attribuiti molti significati. Fu un regalo che il papa Gregorio Magno fece alla sovrana come augurio di fecondità? Oppure rappresenta Teodolinda con i suoi duchi longobardi? Il soggetto d’arte, presso i Bavari, popolazione germanica da cui proveniva la regina, era considerato il simbolo del rinascere della vita.

L’ipotesi più accreditata, e che anticipa temi medievali, è legata anche a due passi evangelici (Matteo 23, 27 e Luca 11,12) e riporta all’opera della Chiesa, madre amorevole, chioccia che protegge i fedeli, rappresentati come fragili pulcini, bisognosi di cure. Il profilo simbolico della chioccia con i pulcini rimanda anche a un passo biblico (IV Libro di Esdra, 1, 28-30). Mosaici pavimentali dell’Oriente cristiano risalenti al VI secolo, come ad esempio quello di Beth Alpha, in Palestina, raffigurano il medesimo soggetto. Così come la miniatura che decora un foglio del codice bizantino Cynegetica di Oppiano, conservato nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, che mostra una chioccia che becca del cibo insieme ai suoi piccoli.

Anche Begga (615 – 698) badessa franca, figlia di Pipino di Landen, che con la sua progenie diede origine alla casata dei Carolingi, commissionò la realizzazione di una chioccia con dei pulcini. E rimane la testimonianza, come ricorda l’antropologo James Frazer, anche di una chioccia con dodici pulcini in oro appartenuta a Luigi XI che fu re di Francia dal 1461 al 1483.

Sulla lunetta del portale del Duomo monzese compare una scultura con lo stesso soggetto. La splendida chiesa ospita anche le “Storie della regina Teodolinda”, affreschi realizzati tra il 1441 e il 1446 e considerati come il più importante ciclo pittorico del Gotico Internazionale. Sono opera di quattro pittori della stessa famiglia milanese: Franceschino, Giovanni, Gregorio e Ambrogio Zavattari. Gli artisti si ispirarono ai resoconti storici di Bonincontro Morigia e soprattutto di Paolo Diacono, autore della “Historia Langobardorum”.

Virginia Valente

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La supernova dell’anno 1006

Una supernova galattica, la più brillante nella storia umana, illuminò il cielo tra il 30 aprile e il 1° maggio del 1006.

Quell’estate “le persone furono in grado di leggere manoscritti anche a mezzanotte”. L’affermazione dell’astronomo Frank Winkler, del Middlebury College (università del Vermont) descrive con efficacia l’evento. La stella era così luminosa che fu visibile per parecchi mesi, anche in pieno giorno. La osservarono con stupore e preoccupazione da molti luoghi della terra, dalla Svizzera all’Italia, dall’Egitto all’Armenia, dall’Iraq alla Cina, fino al Giappone.

Come annotò Hepidanus, monaco dell’abbazia benedettina di S.Gallo (Svizzera nord-orientale) quell’immenso chiarore “accecava la vista” e destava “un certo allarme”. Anche perché niente del genere, a memoria d’uomo, si era visto prima. A Bologna un anonimo cronista si impressionò meno dei monaci elvetici e registrò in un manoscritto soltanto che “Una stella splendente brilla a lungo nel cielo”.

La descrizione più accurata del fenomeno celeste si deve al medico e astronomo egiziano Ali ibn Ridwan, vissuto tra il 988 e il 1060. Nel suo commentario al Tetrabiblos di Tolomeo parlò di un “cielo che splendeva” . Spiegò che quella nuova stella “si mostrava grande e di forma arrotondata” . Calcolò che fosse tre volte più grande del disco di Venere e raggiungesse una luminosità paragonabile al quarto di Luna”.

In un’altra cronaca del XIII secolo, vergata da Ibn al-Athir, si legge che “nell’anno 1006 è apparsa una nuova luna di oggetto simile a Venere nella costellazione australe del Lupo e i suoi raggi sulla Terra erano simili a quelli della Luna”. Bar Hebraus aggiunse che “la stella rimase visibile per 4 mesi per poi perdersi nel bagliore del Sole”.

Gli astronomi cinesi e giapponesi dissero che la Supernova era “come Marte, chiara e scintillante”. Lo Songshi, il libro che racconta la storia ufficiale della dinastia cinese Song, la descrisse come un oggetto grande quanto la metà del nostro satellite, così splendente da rendere completamente illuminato il suolo notturno. Dopo tre mesi, quell’enorme chiarore si affievolì per tornare poi a splendere per altri diciotto lunghi mesi. Così l’astrologo Zhou Keming, poté scrivere che per l’imperatore e per tutta la Cina era imminente “un periodo di grande prosperità”.

Oggi sappiamo che in un breve lasso di tempo una supernova emette tanta energia quanta è previsto che ne produca il Sole durante tutta la sua esistenza. L’esplosione stellare di cui parlano le cronache medievali forse avvenne per una fusione tra due stelle nane. Dai residui rimasti ancora nello spazio, la Nasa ha calcolato che la nascita della grande stella avvenne circa 7000 anni prima che la sua luce raggiungesse la terra.

Una cosa del genere non si era mai vista prima. Ma soltanto 48 anni dopo, nel 1054, gli astronomi cinesi e giapponesi descrissero in modo minuzioso un altro straordinario avvenimento celeste: il 4 luglio nella costellazione del Toro apparve una nuova stella, tanto brillante da risultare, al massimo del suo splendore, visibile persino in pieno giorno. Gli astronomi orientali la chiamarono “stella ospite”. Infatti quel fulgore cominciò a declinare dopo alcune settimane. E il 17 aprile del 1056 non fu più visibile ad occhio nudo.

In occidente la stella fu segnalata a Costantinopoli, ma senza informazioni scientifiche sulla sua luminosità e riguardo la posizione celeste. Giovanni Lupato nel suo libro “SN 1054, una supernova sul Medioevo” (1997) ha spiegato che il manoscritto quattrocentesco “Cronache di Rampona” descrisse il fenomeno anche se sbagliò la data dell’avvenimento.

Al di là delle parole, rimane però una immagine, riportata in un manoscritto del 1450: raffigura Enrico III (1017-1056) imperatore del Sacro Romano Impero, mentre indica la luminosissima stella ai suoi dignitari di corte.

Di quella prodigiosa esplosione di energia oggi rimane solo un residuo filamentoso a forma tentacolare chiamato M 1 “Nebulosa del Granchio” situato a circa 6 mila anni luce di distanza dalla terra.

Federico Fioravanti

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