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Il Cammino dei protomartiri francescani

Il Cammino dei Protomartiri francescani, promosso da Compagnia dei Romei, Regione Umbria, Sviluppumbria e Provincia di Terni, è un percorso di cento chilometri alla scoperta di alcuni dei luoghi più suggestivi dell’Umbria. Diviso in sei tappe, il percorso si snoda tra le città e i borghi di Terni, Stroncone, Calvi dell’Umbria, Narni, San Gemini e Cesi, e tocca i luoghi natali dei Santi Protomartiri.

Il progetto, coordinato da Sviluppumbria, fornisce lo spunto per la riscoperta delle origini francescane di una porzione ancora segreta del territorio ternano, contribuendo allo sviluppo del turismo religioso e spirituale anche in questa area della regione. A guidare i pellegrini, una fitta rete segnaletica, in legno metallo e ceramica, su alberi, sentieri, palazzi dei centri storici ed edifici adibiti all’accoglienza. I visitatori potranno scegliere tra un’ampia selezione di strutture e alloggi: strutture agrituristiche, alberghi, B&B, affittacamere. Maggiori informazioni su Sviluppumbria | Il cammino dei protomartiri francescani.

Approfondimenti | I cinque ostinatissimi protomartiri francescani

Francisco Henriques, Mártires de Marruecos, 1508, Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona

Ottone Petricchi da Stroncone, Berardo dei Leopardi da Calvi, Pietro dei Bonati da San Gemini, Adiuto e Accursio Vacutio da Narni. Sono i cinque frati francescani che, uccisi in Marocco nel 1220, divennero i primi martiri dell’ordine fondato dal Poverello di Assisi.

Venerati da subito come santi dai propri confratelli (e con un certo disappunto, sembrerebbe, da parte dello stesso Francesco che ne proibì la celebrazione e anche la lettura della Cronaca) i cinque protormartiri francescani sono stati studiati a fondo dal francescanista ternano Paolo Rossi, che nel 2001 ha pubblicato il volume “Francescani e Islam: i primi cinque martiri” (Intra Tevere et Arno editore).

I cinque fraticelli erano nati tutti in una delle zone più “battute” da Francesco, che transitò nella valle ternana almeno cinque volte dal 1209 al 1226, soggiornando a Terni, Piediluco, Collescipoli, Stroncone, Sant’Urbano, Calvi, Narni, San Gemini, Cesi, Acquasparta, Amelia, Lugnano, Alviano, Orvieto e Baschi.

“Per la famigliarità e santa conversazione ch’ebbero li buoni giovani Berardo e Pietro con san Francesco – narra Ludovico Iacobilli in “Vite de’ santi e beati dell’Umbria”, scritto nel 1647 – divennero in breve perfetti religiosi e meritarono ch’esso santo patriarca l’amasse e l’elegesse ad imprese grandi, particolarmente per essere Berardo divenuto ottimo sacerdote e gran predicatore nella lingua arabica”.

Inviati a predicare agli “infedeli”, i cinque frati arrivarono a Coimbra, in Portogallo, nell’autunno del 1219 con l’intento di salpare per il Marocco. Ospitati nel monastero agostiniano di Santa Croce, qui conobbero Ferdinando da Lisbona, che dopo il martirio, alla vista dei loro corpi maciullati, deciderà di entrare nell’ordine francescano diventando Antonio da Padova. Nello stesso anno anche Francesco decise di intraprendere un viaggio in terra islamica, con un esito però ben diverso da quello che aspettava i cinque frati umbri: il fondatore dell’ordine arrivò in Egitto, a Damietta, e riuscì a incontrare il sultano Malek Al-Kamil senza convertirlo e senza essere ucciso: il sereno e pacifico confronto, diventerà uno dei più straordinari gesti di pace nella storia del dialogo tra Cristianesimo e Islam.

La storia dei cinque protomartiri francescani, iniziò invece durante il capitolo di Pentecoste di quell’anno, al quale aveva preso parte – come osservatore – anche San Domenico con sette suoi frati. Durante la grande assemblea era stato affrontato il tema delle missioni in terra islamica: l’anno precedente, infatti, frate Egidio e frate Eletto erano partiti alla volta della Tunisia: il primo era stato fermato dagli stessi cristiani – che temevano rappresaglie – e imbarcato su una nave per l’Italia. Frate Eletto invece, molto giovane e gracile, era rimasto nel paese musulmano, dove sarebbe morto tragicamente.

La sua scomparsa aveva galvanizzato i frati, dando nuovo impulso alle missioni all’estero: ecco dunque che al capitolo di Pentecoste vennero decise le nuove partenze per la Germania, la Francia, l’Ungheria e la Spagna, che doveva servire da ponte naturale per il Marocco, verso cui lo stesso Francesco aveva già tentato invano di avventurarsi.

Iniziò così l’avventura di Berardo, Pietro, Ottone, Adiuto, Accursio e Vitale. “Figli miei diletti – aveva detto Francesco a detta del Martyrum quinque fratrum minorum apud Marochium scritto, secondo la tradizione, nel 1221 – Dio mi ha ordinato di mandarvi nel paese dei Saraceni per confessarvi e predicarvi la sua fede e combattere la legge di Maometto”. “Anche io – aveva aggiunto – andrò tra gli infedeli in un’altra regione e invierò altri frati in ogni parte del mondo. Preparatevi, dunque, figli miei, a compiere la volontà del Signore”.

Ad essere costituito superiore fu frate Vitale. Dopo un commosso addio a Francesco i frati lasciarono alle loro spalle la Porziuncola incamminandosi in direzione della Spagna. “L’Africa sconosciuta si presentava davanti a loro – scrive Rossi – c’era Maometto che nelle Chanson de geste, negli scritti di Pietro il Venerabile e nei discorsi dei pontefici era additato come l’anticristo, la bestia dell’apocalisse, il mostro dalla testa d’uomo, il collo di cavallo e il corpo di uccello e c’erano i saraceni, qualificati in quei tempi come “gente turpe, degenere, serva dei demoni”.

Un lungo viaggio aspettava i cinque fraticelli. Nella primavera del 1219 fecero tappa in Toscana, dove avevano vissuto negli ultimi cinque anni. Si fermarono a Firenze, poi procedettero verso Lucca, Lerici, Genova, Alessandria. Da qui continuarono per Asti, Susa, Moncenisio. Poi entrarono in Francia nel Delfinato e finalmente raggiunsero il valico franco-spagnolo di Roncisvalle e insieme a altri pellegrini entrarono nel regno di Navarra e successivamente in quello di Aragona.

La chiesa del monastero di Santa Croce a Coimbra, dove le reliquie dei protomartiri rimasero fino agli inizi di questo secolo.

Qui, però, Vitale – il frate che guidava il gruppo – si ammalò gravemente. Dopo qualche giorno, racconta Iacobilli, forte della sua autorità, rivolgendosi ai suoi compagni esclamò: “Fratelli carissimi non voglio che la mia malattia ostacoli la nostra missione. Può darsi che il Signore non mi giudichi degno, a causa dei miei peccati. Proseguite dunque il cammino”. Dopo un’iniziale resistenza, i cinque accettarono di ripartire. Ad assumere la guida del gruppo fu frate Berardo. Entrati in Portogallo, giunsero a Coimbra dove nel convento di Santa Croce conobbero il futuro Antonio da Padova e furono ospiti della regina Urraca.

“Lasciata Coimbra – scrive Rossi – scesero verso il sud del Regno, raggiungendo Alanguer, e là si presentano alla principessa Sancia”. Fu proprio lei che, ammirata dal desiderio di martirio dei cinque frati, decise di aiutarli e offrì loro degli abiti borghesi da indossare al posto delle tuniche. Sancia infatti intuì da subito che vestiti da predicatori i cinque frati non sarebbero andati lontano: gli stessi commercianti cristiani li avrebbero allontanati per non mettere in pericolo gli affari con i mori.

Fu dunque sotto falsa identità che gli aspiranti martiri riuscirono a penetrare in territorio saraceno, a Siviglia: “Là incontrarono un buon cristiano il quale li accolse nella propria abitazione, dove rimasero nascosti alcuni giorni. Dopo circa una settimana, usciti dalla clausura senza guida né consiglio alcuni, si diressero alla moschea principale con l’intenzione di entrarvi”. I saraceni, vista la scena, prima furono colti da stupore, poi pervasi di rabbia li cacciarono con grida furiose, ricorrendo a pugni e bastonate.

L’Alcazar, il palazzo reale di Siviglia, dove i frati entrarono e pretesero un colloquio con il sultano.

I colpi subiti e l’insuccesso però non avvilirono i propositi dei cinque. Al contrario, fecero crescere in loro la febbre del martirio: incoraggiandosi vicendevolmente, i frati si avvicinarono alla porta del palazzo reale, decisi ad entrare e predicare davanti allo stesso califfo.

Il principe moro, figlio del Califfo, sbarrò loro il passo. “Da dove venite?” “Veniamo da Roma”. “E cosa cercate qui?”, “Vogliamo parlare con il sultano di cose che interessano lui e tutto il suo regno”. “Avete delle credenziali?”. “Il messaggio affidatoci non lo portiamo per iscritto, esso è scolpito nella nostra mente e fissato nelle nostre parole”. Il principe si propose di fare da mediatore, ma i frati insistettero nel voler parlare con il sultano, che dopo aver ricevuto dal figlio i dettagli di quel serrato dialogo, decise di riceverli. “Di quale paese siete? Chi ha inviati? Per quale motivo siete venuti?” “Chi ci invia è il Re dei Re, nostro Dio e Signore, e ci invia per la salvezza della tua anima. Abbandona la falsa setta dell’infame Maometto, abbraccia la fede del Signore Gesù Cristo e battezzati: solo così facendo ti potrai salvare”. “Uomini malvagi e perversi! – rispose con rabbia il sultano – dite questo a me solo o a tutto il popolo?”. “I cinque – scrive Paolo Rossi in Francescani e Islam – nel constatare che era già scoppiata la desiderata tempesta, insistettero: “Sappi o re, poiché sei il capo del falso culto e dell’iniqua legge di quel Maometto ingannatore, sei peggiore degli altri e ti aspetta all’inferno una pena maggiore”. Il sultano, colmo d’ira, ordinò l’immediata decapitazione degli imprudenti religiosi. Ma la loro reazione fu la gioia: “Questa sì che è fortuna fratelli! Abbiamo trovato quello che stavamo cercando. Non ci resta che perseverare, senza il minimo timore di morire per Cristo”. “Il principe, che aveva assistito alla singolare scena – spiega Iacobilli – suggerì loro: “Disgraziati! Perché tutto questo desiderio di morire così da codardi? Seguite il mio consiglio: smentite quanto avete detto sulla nostra legge e contro il profeta di Dio, Maometto: fatevi saraceni e continuerete a vivere: provvederemo inoltre a procurarvi immense ricchezze”. “Disgraziato tu – risposero i frati – se conoscessi quali e quanti tesori ci aspettano nella vita eterna per il fatto di morire in questo modo, non penseresti assolutamente di offrirci tali beni fugaci”.

A questo punto, spiega Iacobilli, il principe ebbe pietà di “quella pazzia così rara” e tornato dal padre, cercò di calmarne lo sdegno del sultano e gli ricordò che la legge prevedeva che prima di una condanna a morte venissero consultati gli anziani. Il sultano si calmò, ma come primo provvedimento ordinò che i cinque venissero isolati sul terrazzo di un’alta torre. Con scarsi risultati: “Essi, presala per un pulpito, con ancor più accesa febbre di martirio gridarono ai passanti la verità della fede cristiana e la falsità della fede islamica. Il sultano venuto a conoscenza del fatto, li fece rinchiudere nella prigione sotterranea della torre”. Poi li chiamò per un nuovo faccia a faccia, cercando di convincerli a desistere dal loro proposito. Infine, convintosi che il tentativo è inutile, convocò il Consiglio dei saggi e degli anziani del regno. Ma i cinque frati “inflessibili, approfittarono di quell’assemblea per annunciare con fermezza la loro fede. A questo punto il re, deciso a porre fine a quell’ingrata sfida, ordinò l’immediato esilio di quei pazzi frati”.

Intuendo che se li avesse inviati in Portogallo o in Castiglia, una volta oltrepassata la frontiera i cinque sarebbero stati capaci di tornare nel suo regno, il Califfo li mise sulla strada per il Marocco, tanto più che in quei giorni doveva salpare per l’Africa l’infante don Pedro, fratello del re di Portogallo e di donna Sancia che – in attrito con Alfonso II – era passato alle dipendenze dei Mori pur mantenendo fede alla religione cattolica. Fu dunque Pedro, grande ammiratore dei francescani, a condurre i cinque nella sua abitazione e a ospitarli.

Marrakech fu un’altra tappa nel cammino dei cinque ostinatissimi francescani.

Arrivati a Marrakech i cinque frati ripresero a predicare; fu in particolare frate Berardo, discreto conoscitore della lingua araba, a lanciare strali contro l’Islam e a invitare alla conversione. “I Mori – racconta Rossi – vedutili e convinti che si trattasse di girovaghi privi di intelletto, si fermarono, curiosi ad ascoltarli”.

Un giorno frate Berardo, mentre era ritto su di una carrozza abbandonata e predicava a quanti passavano, vide avvicinarsi Abu-Yaqub, l’emiro “capo dei credenti”, in arabo “amìru-l-mù minin”, indicato come Miramolino dai cronachisti cattolici medievali. Il sultano, insieme al suo seguito, si stava recando a visitare il sepolcro dei suoi antenati, fuori dalle mura della città: “Stizzito nel vedere quei frati e udendo l’audacia predicatoria di Berardo, ordinò l’immediato silenzio. Ma il predicatore, imperterrito, continuò a proclamare la verità del Vangelo di Cristo e a criticare, con toni gravi, la filosofia di Maometto. Convintosi della gravità del fatto, Abu-Yaqub, ardendo di collera, decretò che i cinque autori della grave offesa alla fede islamica fossero immediatamente espulsi della città e obbligati a tornarsene in un paese cristiano”. “Meno feroce di come viene descritto nelle antiche biografie antoniane – scrive Paolo Rossi – il Miramolino aveva tollerato la presenza di navigatori e commercianti spagnoli e portoghesi, stabilitisi nelle sue terre per affari, senza esigerne la conversione, a patto che non manifestassero in pubblico la propria fede. Ma per quanto tollerante, non poté far finta di nulla quando i nostri francescani cominciarono a predicare il Vangelo di Cristo, invitando addirittura i musulmani a convertirsi”.

I protomartiri in un dipinto cinquecentesco di Bernardino Licinio.

Miramolino, però, volle mostrarsi generoso: non li condannò a morte ma li affidò a don Pedro perché li conducesse a Ceuta per poi rimpatriarli. Ma i cinque elusero la vigilanza delle guardie e sfidarono ancora i divieti del califfo. E tornarono a predicare di fronte all’attonita popolazione musulmana nel suk, il formicolante mercato di Marrakesch. Accorse don Pedro che li prelevò di nuovo, anche per evitare che la furia del sultano si riversasse contro gli altri cristiani. I cinque vennnero scortati a Ceuta da un picchetto di soldati. Ma lungo il percorso evasero ancora, tornarono in città e ripresero la predicazione nel mercato. Il sultano, sempre più irritato, ordinò che i frati venissero incarcerati e lasciati senza cibo né acqua.

Dopo tre settimane di digiuno totale, uno dei consiglieri del Miramolino, di nome Abatourim, “uomo islamico che non nascondeva le proprie simpatie per i cristiani” suggerì di lasciarli liberi ritenendo che il castigo postesse essere sufficiente a scoraggiarli. Il sultano si convinse: li liberò e li espulse ancora una volta dal paese. Ma ancora una volta, i cinque, fuggirono e tentarono di riprendere la predicazione.

Vennero fermati, questa volta, dagli stessi cristiani. Scrive Rossi: “Frate Berardo venuto a conoscenza del timore dei cristiani che l’odio islamico potesse ritorcersi anche contro di loro, rise e si addolorò. Tuttavia, per pietà di quell’ingenuo credere, non proferì parola”. I cristiani li presero in custodia e “posero nuovamente quei cinque testardi sulla strada per Ceuta”. Sottovalutando ancora una volta, però, le loro capacità di fuga. La situazione divenne presto insostenibile: don Pedro, esasperato, si arrese all’evidenza: quei frati stavano facendo di tutto per farsi uccidere dal sultano di Marrakesch. La conseguenza fu la rovina dei rapporti tra la comunità islamica e quella cristiana.

“L’infante – scrive Rossi – dovendo in quei giorni partire con una truppa composta da mori e cristiani per soffocare una ribellione, prese con sé i nostri protagonisti. Nell’attraversare una regione desertica, l’intero drappello trascorse tre intere giornate senza che si riuscisse a reperire una sola stilla d’acqua”.

Ma un colpo di scena cambiò la situazione. Berardo bucò la sabbia con un bastone e subito dal deserto scaturì una fonte copiosa d’acqua, grazie alla quale uomini e bestie placarono la sete. Lo zampillio si esaurì una volta riempiti tutti gli otri e i recipienti in pelle. Si invocò il miracolo: “Maomettani e cristiani, giubilando per quella meraviglia, baciarono i piedi e gli abiti dei frati taumaturghi”.

I protomartiri con San Francesco in un moderno santino.

La spedizione proseguì e nel continuo convivere e conversare tra mori e cristiani, un dotto e fervente islamico discusse con i cinque ma rimase schiacciato dalla loro dialettica. Rossi annota: “Un’umiliazione che non poteva assolutamente tollerare”. Al ritorno della truppa, il Miramolino venne a conoscenza del prodigio dell’acqua e della pessima figura a cui i cinque avevano costretto il saggio imam. Poi, “la sua rinnovata rabbia divenne incontrollabile quando nel recarsi alle tombe dei suoi predecessori, s’imbatté nuovamente nei nostri protagonisti, intenti a predicare”. Il sultano convocò subito il principe Abosaid al quale ordinò la cattura e la decapitazione dei “cinque intrusi”. Il principe, però, un po’ per segreta ammirazione e un po’ per compassione, sperando che l’intervento di alcuni nobili cristiani potesse convincere il sultano a revocare la sentenza, riuscì a ritardare l’esecuzione dal mattino fino al tramonto. In realtà nessuno, né nobile né plebeo, si offrì di fare pubblicamente da paciere, anche per il fondato timore che si scatenasse una vera e propria caccia al cristiano. Giunta la notte, dunque, il principale Abosaid ordinò a un picchetto di soldati di portare i cinque prigionieri al suo cospetto, ma poi non si fece trovare in casa. I soldati tornarono con i prigionieri al mattino presto, ma il principe era ancora assente.

I cinque prigionieri vennero allora trasportati nel carcere principale di Marrakesch. Dopo tre giorni di detenzione, Berardo, Accursio, Adiuto, Pietro e Ottone vennero spogliati, legati, colpiti e frustati a sangue. Il principe si incaricò personalmente dell’interrogatorio. Ma i cinque cercarono, ancora una volta, di convertirlo, minacciandolo delle pene dell’inferno. Abosaid ordinò dunque che, condotti separatamente in case diverse, ricevessero un’ulteriore dose di frustate. “Allora – scrive Giacomo Oddi in La Franceschina – furono loro messe la fune al loro colli como ad bestie, e tiravanli in qua e là mandondoli como animali salvati frustandoli e percotendoli per fine all’effusione del sangue”. Sulle ferite dei frati venne versato aceto e olio bollente e i corpi dei religiosi furono trascinati per tutta la notte su pezzi di vetro. Scrive la fonte cristiana: “Erano ben trenta i saraceni che con inaudita crudeltà, infierirono sui nostri eroi. Gli aguzzini si presero un po’ di riposo prima dell’alba. E nel dormiveglia ebbero tutti la stessa visione: sembrava loro che una fulgida luce discesa dal cielo, dopo aver avvolto i corpi straziati dei cinque frati, li avesse trasportati in Paradiso, tra un’innumerevole schiera celeste”. Risvegliatisi, vennero rassicurati da don Pedro che i cinque erano ancora in carcere.

Trascinati nel palazzo del Miramolino, totalmente, nudi, con le mani legate e il sangue che continuava a uscire dalla bocca, i frati vennero condotti per le strade, spinti dallo schioccare dei colpi dei frusta. Abosaid tentò per l’ultima volta di convincere i cinque a ritrattare le frasi dette contro gli islamici e contro Maometto, promettendo il perdono. Ma frate Ottone rispose mandando al diavolo “la legge empia” e bestemmiando contro il profeta Maometto. E sprezzante, chiuse il discorso sputando a terra.

Finalmente, pensarono i francescani, era giunta l’ora del martirio. Il principe arabo fu costretto ad arrendersi di fronte all’ostinato atteggiamento dei cinque frati. Li rimandò allora dal padre che tentò, ancora una volta, di convertirli promettendo donne, ricchezze e posti d’onore. Ma ricevette l’ennesimo rifiuto. A questo punto fu lo stesso Miramolino – secondo Giacomo Oddi – a decapitare i cinque “per mezzo la fronte, et ne tagliare ce ruppe tre spade, sempre ferendo più crudelmente. Et quilli santi frati, sempre chiamando el santo nome de Yehsu, portaro con alegreza et gaudio patientemente quillo santo martirio, per amocre de crocefixo Yeshu Christo, rendendo l’anime loro cun gloriosa corona de martirio ad l’omnipotente Dio”. Era il 6 gennaio 1220.

I protomartiri francescani, dipinto di Piero Casentini per la chiesa del monastero Ss. Annunziata delle Clarisse di Terni

A completare l’orgia di sangue pensarono poi le odalische. Scrive Rossi: “Come pazze, quasi esibendosi in una danza macabra, afferrarono i corpi e le teste dei cinque e li gettarono sulla strada. La plebaglia, ebbra anch’essa di furore e di sangue, legò con delle corde i piedi e le mani delle singole vittime e urlando e schiamazzando come in una scena di trionfo, le portarono fuori dai giardini del sultano e li buttarono giù dalle mura della città. Altri poi, prese come trofeo le teste e le altre parti del corpo, le portarono in mostra per le strade abbandonandosi a sfrenatezze selvagge che durarono fino a notte”.

Tramanda Iacobilli che proprio mentre morivano, i cinque frati martiri apparvero nella villa dell’infanta Sancia, figlia del re del Portogallo, mentre lei pregava in camera, portando ognuno una scimitarra nelle mani in segno di trionfo. Intanto nella piazza i mori giocavano a palla con le teste dei cinque martiri, poi accesero un grande fuoco e ci gettarono dentro teste e corpi, che miracolosamente, secondo il racconto cristiano, non bruciarono. Una tempesta di lampi e grandine provvide poi a liberare i corpi dalla custodia dei mori e a farli finire nelle mani di due nobili cristiani che li riconsegnarono a don Pedro. I resti furono inviati a Coimbra dentro vasi d’argento.

Dalla città portoghese le reliquie vennero portate al monastero di Santa Croce e custodite in una cappella. Lì sono rimaste fino all’inizio degli anni Duemila quando, su richiesta del vescovo di Terni Vincenzo Paglia, i resti dei protomartiri sono tornati in Italia: oggi riposano in un nuovo reliquiario nella chiesa di Sant’Antonio da Padova a Terni, proprio di fronte alla cappella dove è venerata una reliquia del santo.

Arnaldo Casali

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Grossatesta e il Big Bang del Medioevo

L’iniziale miniata dei “Dicta” di Grossatesta, ultimo quarto del XIV secolo, Londra, British Library.

Gli hanno attribuito la prima versione della teoria del Big Bang. E addirittura l’intuizione dell’ipotesi sugli universi paralleli. Di certo, Roberto Grossatesta (1170 ca.-1253) fu un grande scienziato. Una mente lucida e sottile che utilizzò per la prima volta nella storia dell’uomo l’unico strumento valido per dialogare con le leggi della natura: il linguaggio assoluto della matematica.

Della sua vita non sappiamo molto. Francescano, veniva dalla Contea di Suffolk, nell’Inghilterra orientale. Laurea in teologia, maestro e poi cancelliere nello Studium dei Frati minori di Oxford (tra i suoi allievi ci fu anche Ruggero Bacone, il Doctor Mirabilis), coronò la sua carriera ecclesiastica con il titolo di vescovo di Lincoln.

Era un ottimo conoscitore della lingua greca e tradusse varie opere, tra cui il De fide ortodoxa di Giovanni Damasceno, gli scritti dello pseudo-Dionigi con gli scoli di Massimo Confessore e, oltre a vari opuscoli pseudoaristotelici, l’Ethica Nicomachea, parte del De coelo con il commento di Simplicio e una critica agli Analitici posteriori di Aristotele.

E forse si deve proprio alla passione per il celebre filosofo greco il suo approccio logico allo studio dei fenomeni della natura. Che, unito alla formazione teologica, si materializzò nel De Luce, una versione della genesi dell’universo dove, per la prima volta, la creazione è illustrata in termini squisitamente matematici.

Miniatura dal “Computus correctorius” di Roberto Grossatesta, seconda metà del XIII secolo, Londra, British Library.

L’universo di Grossatesta inizia con un lampo di luce. La “prima forma corporea” (corporeitas) del cosmo è dunque un punto luminoso, entità semplice e senza estensione che si moltiplica e si propaga nelle tre dimensioni per generare i tredici cieli che compongono il creato.

Il parallelo con la moderna teoria del Big Bang è inequivocabile per una nutrita corrente di astrofisici, che attribuisce al geniale scienziato la paternità intuitiva del modello cosmologico oggi predominante, basato sull’idea che l’universo iniziò ad espandersi a velocità elevatissima a partire da una condizione di volume minimo e temperatura e densità estreme. E le similitudini non finiscono qui, perché l’universo di Grossatesta ha la proprietà di rarefarsi man mano che si espande, proprio come assume la teoria del Big Bang.

Per alcuni scienziati poi, nel De Luce sono annidate alcune idee al passo con teorie ancora più all’avanguardia. Come quella dei multiversi, un’ipotesi che postula la coesistenza di mondi simmetrici: i famosi universi paralleli. La teoria nasce dalla meccanica quantistica, la branca della Fisica che descrive la luce sia come onda che come particella e che, formulata nella prima metà del XX secolo, ha risolto il paradosso implicito nella fisica classica, incapace di descrivere il comportamento duale della luce a livello microscopico.

In effetti, nell’universo di Grossatesta luce e materia sono accoppiati insieme. Nelle intenzioni del vescovo inglese non c’era di certo l’idea di sottintendere la possibilità dell’esistenza di universi multipli, ma nella sua visione del creato si possono arrangiare tanti multiversi. È quello che ha dimostrato una recente ricerca di Tom McLeish , fisico della Durham University nel Regno Unito, che ha tradotto in formule matematiche le speculazioni di Grossatesta, ricavandone una serie di equazioni analoghe a quelle che i fisici teorici utilizzano per esplorare, con la teoria delle stringhe, i nuovi orizzonti delle scienze cosmologiche.

Le statue di Bacone e Grossatesta nell’Abbazia di Westminster.

In ogni caso, quello che davvero stupisce nel De Luce è l’eleganza formale della dimostrazione con la quale Grossatesta approda alle conclusioni. Il lettore viene accompagnato in un viaggio nell’essenza della luce, una metafisica che, attraverso il paragone con le proprietà dei numeri razionali e irrazionali, deduce come il punto di luce primigenio e senza dimensioni, generi lo spazio e la materia tridimensionali che compongono il creato.

La sintesi tra logica aristotelica e l’articolata eredità delle influenze neoplatoniche, euclidee e agostiniane, arricchita dagli influssi arabi (dal De Radiis di Alikindi, trattato sulla causalità geometrico-luminosa, alle opere di Avicenna e Averroè) fu una novità assoluta nel panorama scientifico e filosofico dell’epoca di Grossatesta. Un balzo nel progresso di grandi proporzioni per la comprensione dei fenomeni fisici, che verrà portato avanti grazie a un ampio e vivace movimento culturale attivo fra il XII e il XIII secolo e rappresentato da esponenti come Alessandro di Hales (1170/1180 ca.-1245), Giovanni de la Rochelle (1190/1200 ca.-1245), San Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.-1274), Giovanni Peckham (1230 ca.-1292) e Bartolomeo da Bologna († dopo il 1294).

Ritratto di Roberto Grossatesta databile al XIII secolo.

Quello che noi chiamiamo metodo sperimentale, ossia dimostrare una teoria scientifica attraverso una serie di esperienze mirate, che esploderà a partire da Francesco Bacone alla fine del Cinquecento e continuerà nel Seicento con Galileo, Cartesio e Newton, ha le sue radici proprio nelle teorie dei filosofi della natura francesi e inglesi del XIII secolo, che perfezionarono i metodi logici di dimostrazione elaborati nell’Antichità soprattutto da Aristotele e Euclide.

L’interesse per la Filosofia della Natura portò Grossatesta a scrivere trattati anche sul calore, sui colori, sulla generazione dei suoni, sulle comete, sulle maree, sul moto degli astri e sull’arcobaleno.

Da vescovo poi, fu anche uno strenuo sostenitore della riforma della Chiesa. Perseguì abati e monaci che praticavano l’uso dei benefici ecclesiastici e denunciò aspramente le politiche papali che finanziavano guerre e crociate.

 

Ma il messaggio più luminoso che ci arriva da Grossatesta è senza dubbio la sua percezione della Natura. E non solo dal punto di vista puramente scientifico. Nei suoi “Scritti sul pensiero medievale”, Umberto Eco dice: «Il Medioevo identificava la bellezza (oltre che con la proporzione) con la luce e con il colore». Una poetica della luce che si fonda sulla sua metafisica, così mirabilmente descritta da Grossatesta.

Daniela Querci

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Le pornoscimmie di Brescia

L’affresco del XIV secolo rinvenuto in una stanza murata di un antico quartiere di Brescia.

Il pianeta delle scimmie in versione erotica. È rimasto nascosto per secoli, dentro una stanza murata in un antico appartamento del quartiere Carmine di Brescia.

Poi è venuto fuori, all’improvviso e per caso, durante la ristrutturazione dell’edificio. Tra lo stupore dei restauratori, infatti, in una lunetta affrescata, sotto uno spesso strato di sudiciume e nerofumo, è comparsa una giovane donna che si intrattiene sessualmente con quattro primati e due cani.

Costruita nel XIII secolo e affrescata con vari dipinti allegorici nel XIV, la stanza – di dimensioni molto ridotte (il punto di massima altezza è di 1,65 metri) – è stata murata, probabilmente in epoca rinascimentale, ed è rimasta inaccessibile per secoli, conservando intatto il suo aspetto.

Il dipinto fa parte di un trittico allegorico che rappresenta il mondo rovesciato tipico delle rappresentazioni carnevalesche in cui i re diventano buffoni e i religiosi e le suore figure licenziose. Non è chiaro se la camera fosse l’alcova di una casa di piacere, ma di certo si trattava di un ambiente riservato. Sin dalla Roma antica, infatti, i lupanari (ovvero le “case chiuse”) presentavano affreschi a tema erotico.

A confermare la sua natura “di servizio” più che artistica, il fatto che l’affresco non presenti una mano particolarmente raffinata. Secondo gli esperti, comunque, il dipinto risale al Quattrocento ed è stato eseguito probabilmente in occasione di una ristrutturazione dell’edificio costruito un secolo prima.

La donna è attorniata da scimmie, cani e un piccolo rettile, che si prendono cura di lei in modo alquanto originale.

La protagonista della scena – una focosa signora che indossa, non a caso, un abito rosso – interrompe la filatura in cui era impegnata, da brava madre di famiglia, per lasciarsi andare a giochi erotici circondata dagli animali. La sua conocchia, simbolo fallico, viene brandita da una scimmia che siede sullo sgabello come fosse un trono e indossa alla vita una spada, vero e proprio comandante di un esercito di scimmie erotiche che hanno conquistato la casa della donna e si preparano a combattere quello che nel Medioevo veniva definito “dolce fatto d’armi”.

L’esercito delle quattro scimmie ha già iniziato a spogliare la donna che è a piedi nudi, mentre sull’albero che funge da attaccapanni si vede una scarpa, un sacco e degli indumenti. Se il sacco, sotto il quale si vede una brocca, potrebbe essere la trasposizione iconografica del proverbio secondo cui “senza il vino e il cibo, l’amore viene preso dalla morsa del freddo”, le scarpe maschili trascinate potrebbero alludere alla presenza di un uomo che, entrato nella stanza, osserva l’affresco e si prepara all’atto sessuale.

La donna tiene gli occhi chiusi e la bocca è serrata su un lungo strumento a fiato retto da una scimmia. Nel frattempo un’altra scimmia le ha scoperto i glutei e si prepara a sodomizzarla.

Da notare anche come i glutei nudi della donna siano simili a quelli scimmie stesse, che hanno il posteriore privo di peluria. D’altra parte, che siano proprio le scimmie ad animare questa scena di sesso “selvaggio” non è certo un caso.

Nel Medioevo, l’iconografia della scimmia appare spesso in atteggiamenti insoliti.

La proverbiale spudoratezza con la quale le scimmie affrontano gli accoppiamenti, così come l’abitudine di masturbarsi, ne hanno fatto da sempre l’incarnazione simbolica della lascivia primordiale. Il loro aspetto comicamente antropomorfo è in grado di sollecitare l’instaurazione di uno stretto parallelismo tra i bisogni primari di una società che nasconde il proprio desiderio sessuale e le “giungle” nelle quali è collocato l’habitat dei primati.

Animale simbolico per eccellenza, nella cultura occidentale la scimmia incarna una viva intelligenza orientata alla perfidia, alla libidine e all’avarizia litigiosa. Nell’arte e nella letteratura cristiane è raffigurata mentre regge uno specchio tra le mani – l’uomo che, a causa dei suoi vizi, è decaduto allo stato animale, e, in particolare, i peccati capitali di avarizia, lussuria e vanità. Non va dimenticato, poi, che quella di “scimmia di Dio” è una delle definizioni di Satana (come la scimmia imita l’uomo, infatti, il diavolo imita Dio) e in molti dipinti il demonio viene raffigurato proprio con le fattezze di una scimmia. Nessun animale può meglio incarnare, quindi, l’allegro tentatore al peccato carnale.

Arnaldo Casali

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Cortenuova, il crepuscolo dell’Impero

La statua di Federico II, Palazzo Reale, Napoli.

Il Carroccio è perso, la croce di ghisa spezzata e gettata nel fango, il comandante Tiepolo fatto prigioniero e poi giustiziato. Milano e Brescia rischiano di essere assediate e rase al suolo. Le città del nord Italia si sottomettono a Federico II. Il 27 novembre del 1237 Federico II “vendica” la disfatta del nonno, il Barbarossa, avvenuta sessantuno anni prima a Legnano.

Nella pianura bergamasca lo “Stupor mundi” infligge una sonora sconfitta militare alla rinata Lega lombarda, ma non riesce a cogliere i frutti politici che lo avrebbero reso padrone dell’Italia. Cortenuova è il punto più alto della parabola di Federico II.

Le premesse Unificare i possedimenti imperiali di Germania e d’Italia. Un sogno accarezzato da Federico Barbarossa e da Enrico VI, ma sempre infrantosi davanti al desiderio di indipendenza dei Comuni lombardi e del Papa. Un sogno che neppure Federico II riuscì a realizzare, costretto a correre in Germania per punire il figlio ribelle Enrico dopo essere riuscito a piegare la nobiltà del Sud Italia. E una volta pacificata la Germania di nuovo in Italia per piegare i lombardi. Era diritto dell’imperatore governare sui territori del Sacro romano impero. “Senonché era già suo era il regnum del Mezzogiorno. Pertanto se la colata montante da sud si fosse fusa con quella discendente da nord, un unico magma avrebbe sommerso, nel centro, un’altra potenza: quella del patrimonium sancti Petri”1. Lo stesso Federico II, attraversando il Mincio nel 1236, aveva ricordato che era suo diritto “avventurarmi nelle terre dell’impero” come un qualsiasi pellegrino o viandante. I riottosi Comuni del Nord, i ligures, o Collegati, Milano, Brescia, Mantova, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Verona, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara e Alessandria, avevano rifiutato di sottomettersi a Federico II, di partecipare a Diete e negoziati. Rivendicavano quelle libertà conquistate sul campo di Legnano. Guerra, quindi. Anche se l’imperatore svevo preferiva utilizzare il termine “perseguimento di un diritto” quando indicava la punizione da infliggere ai ribelli.

Si prepara la guerra Federico aveva fatto ritorno in Italia nell’estate del 1236, assediando e saccheggiando Vicenza. Papa Gregorio IX aveva cercato di mediare tra Federico e i lombardi, ma il 5 novembre 1236 a Brescia si erano rinsaldati i legami della seconda Lega lombarda ed erano state respinte tutte le richieste dell’imperatore. Un altro tentativo di mediazione del Pontefice era stato portato avanti a Brescia, nel luglio del 1237, alla presenza dei legati pontifici Tommaso di Santa Sabina e Rinaldo d’Ostia e dei rappresentanti dell’imperatore Hermann von Salza, Gran Maestro dell’Ordine teutonico, e il cancelliere Pier della Vigna. Mentre a Brescia si trattava, Federico rinforzava il suo contingente con 2.000 cavalieri teutonici e 6.000 arcieri saraceni, raccogliendo le truppe alleate di Ezzelino da Romano e di Gaboardo di Arnstein dalla Toscana, fino a raggiungere il numero di 15.000 uomini in armi. L’esercito federato, composto da 6.000 fanti e 2.000 cavalieri, era al comando di Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia. Lo seguiva il Carroccio e la Compagnia dei Forti, altri mille uomini tra cavalieri e pedoni guidati da Enrico da Monza. La campagna dell’imperatore si aprì con la conquista di Mantova, senza colpo ferire. La città aprì le porte all’approssimarsi dell’esercito imperiale. Cosa che non fece Montichiari, dove una guarnigione di 1.500 fanti e 20 cavalieri resistette per due settimane, permettendo alle truppe della Lega di raggiungere Brescia ed impedendo che Federico la cingesse d’assedio. L’imperatore diede ordine, allora, di devastare il territorio, con l’intenzione di far uscire l’esercito della Lega dalla città e dare battaglia in campo aperto. I bresciani non abboccarono e preferirono attendere i soldati delle altre città federate, ancora in marcia per congiungersi con gli alleati.

Cortenuova. Miniatura dal manoscritto chigiano di Giovanni Villani (XIV sec., Biblioteca Vaticana).

La battaglia L’imperatore di ritirò a Pontevico, nelle vicinanze di Cremona. I ligures scelsero Manerbio, poco a nord dell’accampamento imperiale, in un terreno paludoso e protetto da un fiume, tenendo fede ad una strategia puramente difensiva. “Federico II nel 1237 si mostrò desideroso di imporre rapidamente la sua autorità ai comuni cittadini dell’Italia settentrionale e rinfacciò ai Milanesi la tattica dilatoria da loro adottata: «Temendo di venire con noi a battaglia campale, si sforzano di sbarrare il passo al nostro valoroso esercito in strettoie e ai passaggi dei fiumi, formano con i loro armati2 masse che contrappongono ai nostri cavalieri rendendo così impossibile un combattimento libero e senza impedimenti» nel quale sia possibile ottenere, una volta per tutte, la vittoria decisiva”3. A Cortenuova questa tattica, però, costò la sconfitta alla truppe della Lega lombarda.

L’imperatore decise di togliere il campo il 23 novembre, superò il fiume Oglio e congedò una parte delle truppe alleate. Federico II aveva deciso di porre termine alla campagna e di svernare in territorio sicuro. Almeno questo intesero i comandanti della Lega lombarda. E iniziarono a smobilitare anch’essi, marciando verso nord in direzione di Milano. L’esercito imperiale segue la direzione di nord-ovest, risale il fiume per 22 chilometri e si attesta a Soncino. I Collegati vanno a nord, da Manerbio verso Lograto e poi virano verso Chiari e raggiungono Palazzolo. Marciano paralleli all’Oglio e nella nebbia i due eserciti non si vedono. Probabilmente le due colonne sentono il rumore di ferro e carriaggi. Dalla sua posizione Federico può controllare la via di fuga verso Milano e verificare velocemente se i nemici intendono superare l’Oglio a nord o a sud e muovere di conseguenza. Per di più alle spalle dei Collegati c’è un contingente di bergamaschi attestato tra Ghisalba e Cividate al Piano con l’ordine di segnalare con il fumo il passaggio del fiume da parte del nemico. Un compito che i bergamaschi assolsero con molto rigore, dando alle fiamme la chiesa. Virtualmente i soldati della Lega sono già accerchiati.

La propaganda federiciana, posteriore alla battaglia, ha inteso attribuire all’imperatore una precisa strategia per attirare in trappola la Lega lombarda, attraverso un finto ripiegamento per condurre la battaglia in terreno favorevole. Secondo quanto scrive il cancelliere Pier delle Vigne (la vista delle “insegne mortuarie” dei ribelli avvenne “casualiter tamen feliciter”, cioè casualmente, ma con successo), invece, sembra più che Federico si sia reso conto di aver provocato un’occasione favorevole con la sua decisione e di averne prontamente approfittato.

La mattina del 27 novembre le truppe della Lega si apprestano a muovere, dopo aver trascorso la notte nei pressi del castello di Cortenuova, dove si erano trincerati allargando lo spazio tra mura e fossato per collocare il Carroccio. Il simbolo della libertà comunale era trainato, in questa occasione, non dai lenti buoi, ma da veloci e resistenti cavalli da guerra, che muovono per guadare l’Oglio. Passano il fiume le avanguardie di fanteria, poi i milanesi e i piacentini. Intorno alle tredici buona parte dell’esercito ha varcato il fiume e una lunga fila di picchieri e pavesai è schierata a difesa delle operazioni. Il Carroccio e le salmerie sono ancora a Cortenuova. All’improvviso, da sud, giunge un cavaliere. È un esploratore di Federico. L’uomo si lancia verso le truppe della Lega e urla: “Allerta! L’imperatore vi darà sempre battaglia”.

Federico II è già stato avvertito dei movimenti nemici e l’esercito si è subito messo in movimento per coprire i 18 chilometri che lo separano dai lombardi. I soldati di Federico marciano a ranghi compatti, bandiera dopo bandiera, ognuna segue il vessillo del proprio comandante. L’ora è tarda per dare battaglia, ma Federico ha deciso di regolare i conti ugualmente. Il cronista Matteo da Parigi immagina l’imperatore che arringa i suoi uomini: “Alza e dispiega , tenace alfiere mio, l’aquila mia vincitrice. Miei guerrieri, che tante volte vi inebriaste del sangue nemico, sguainate le vostre terribili lame. Travolgete con il vostro furore codesti ratti, che hanno osato uscire dalla loro tane. Che provino oggi le lance folgoranti dell’imperatore romano”.

Federico II entra in Cremona col Carroccio.

Gli imperiali coprono la distanza in poche ore e verso le tre l’avanguardia si scontra con un drappello di cavalieri lombardi, mettendolo in fuga. L’imperatore fa marciare le truppe disposte su sette colonne e quando giunge sull’obiettivo non fa schierare le truppe nell’ordine di battaglia, ma lancia subito all’attacco la sua cavalleria dopo un fitto lancio di frecce da parte dei suoi saraceni. Milanesi e piacentini non si aspettavano una marcia così rapida e un attacco altrettanto veloce. L’unica difesa pronta era il muro di “palvesi” rivestiti di cuoio pesante e una siepe di “lanze longhe”.

Uno schieramento coeso, ma poco numeroso e non in grado di contrastare il tiro dei saraceni e le cariche dei cavalieri teutonici. Il fronte si rompe in poco tempo e i lombardi superstiti cercano di raggiungere Cortenuova, dove già erano ammassati milanesi e alessandrini ammassati intorno al Carroccio. La cavalleria della Lega lombarda, decisiva sul campo di Legnano, viene spazzata dal terreno di battaglia dai duemila “teothoni” lasciando al suolo un ammasso di uomini disarcionati, morti, feriti, cavalli trafitti o scossi. La confusione, d’altronde, regna anche nel campo lombardo quando Federico immette nello scontro le altre truppe venete di Ezzelino da Romano e, poi, la retroguardia con l’intento di cogliere una vittoria decisiva prima del buio. I fanti lombardi, però, tengono duro per quasi tre ore e l’antemurale dei picchieri ripiega ordinatamente. Al grido di “Roma guerriera! L’imperatore guerriero” gli uomini di Federico assaltano le “lanze longhe”, cercano di scalzare dal fossato i picchieri alessandrini e di penetrare nel quadrilatero guelfo stretto attorno al Carroccio, dal quale si alza il grido di “Sant’Ambrogio”. Ancora Matteo da Parigi: “Infiniti, dall’una e dall’altra parte, vengono schiantati. E il grido in mischia dei combattenti, l’urlo dei morenti, il rombo delle armi, il nitrir dei cavalli, il ruggito dei cavalieri che si avvinghiano, la martellante percussione dei colpi folgoranti, gremiscono di fragore lo stesso cielo”.

Più volte nel corso di quelle ore le truppe federiciane sono sul punto di vincere la battaglia, lo stesso imperatore lo ricorda in un suo scritto: “Superato il fossato vedemmo alcuni dei nostri arrivare fino quasi a toccare il timone del Carroccio”. I lombardi, però, tengono duro e respingono i tentativi di penetrazione nel quadrato difensivo. Lo stesso comandante Pietro Tiepolo cade nelle mani dei ghibellini mentre combatte. Gli imperiali scavalcano il contrafforte e il fossato, si fanno sotto, vengono respinti, non c’è spazio per caricare e i cavalieri gettano le lance e mettono mano a spade e asce. Il corpo a corpo infuria. La Compagnia dei Forti rimane saldamente al proprio posto. Poi giunge la sera e cala la nebbia. Federico sospende l’attacco, ma ordina alle truppe di dormire in assetto da guerra, senza togliere le armature, pronti a tutto. Già “nel settembre del 1236 fanti e cavalieri dei comuni fedeli a Federico II giungono al fiume Chiese a non più di due miglia dall’esercito della Lega lombarda, e ivi rimasero tutta la notte armati e schierati aspettando l’arrivo dell’imperatore”4.

L’attacco finale è previsto per le prime luci dell’alba. D’altronde “in azioni intraprese allo spuntare dell’alba si distinguono sia Federico II sia suo figlio Enzio: nel novembre del 1237, durante i movimenti che porteranno alla battaglia di Cortenuova, l’imperatore di primissimo mattino ordinò ai fanti di varcare l’Oglio, il 27, sempre «summo mane», un cavaliere fu inviato a sfidare il nemico che stava a sua volta attraversando il fiume”5.

Federico II di Svevia.

Durante la notte, approfittando delle nebbia e delle maglie larghe nel blocco degli imperiali attorno a Cortenuova, le truppe lombarde abbandonano il campo, lasciando il Carroccio, spogliato delle insegne, della croce di ghisa e danneggiato in modo da renderlo irriconoscibile. All’alba il castello di Cortenuova è deserto, ma l’imperatore ordina alla sua cavalleria di inseguire i fuggiaschi. La piena dell’Oglio e del Serio impedì alla maggior parte di fuggire e riparare a Brescia o Milano e molti finirono annegati. I prigionieri furono almeno 5.000. Altrettanti rimasero sul campo di battaglia. “Nel 1237, dopo la vittoria di Cortenuova contro la seconda Lega lombarda, Federico II fece scrivere, con la solita magniloquenza, che «in nessun’altra guerra vi furono tanti morti» e che «le sepolture non bastano agli uccisi», ma non si ha alcuna memoria di necropoli, salvo il ritrovamento di qualche sporadico e insignificante frammento di ossa”6. Le perdite imperiali furono esigue.

Le conseguenze Federico II aveva riscattato la sconfitta di Legnano e inflitto una disfatta umiliante alla Lega lombarda. Il Carroccio sfilò per le vie di Cremona trainato da un elefante. Il comandante Pietro Tiepolo, incatenato al Carroccio che sarà poi donato alla città di Roma, verrà spedito a Trani e lì impiccato. L’imperatore Federico celebrò il suo trionfo, distrusse Cortenuova, accettò la sottomissione di Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona e l’omaggio di Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato, intimò ai milanesi e ai bresciani la resa incondizionata (senza ottenerla) e si inimicò ulteriormente papa Gregorio IX. La parabola di Federico II aveva raggiunto il suo apice, poi verranno la sconfitta di Fossalta, la prigionia del figlio Enzo e la morte nel 1250.

Umberto Maiorca

1 Raffaele Iorio, La rivincita dell’imperatore, in Storia e dossier, Giunti, n. 104, aprile 1996, pp. 39-45. 2 Flavius Vegetius Renatus, Epitoma rei militaris, Stutgardiae-Lipsiae, 1995. 3 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, p. 184. 4 A. A. Settia, op. cit., p. 246. 5 A. A. Settia, op. cit., pp. 254-255.

Bibliografia essenziale Caproni R., La battaglia di Cortenuova, Cortenuova, 1987 Cattaneo G., Federico II di Svevia, Roma, 1992 Kantorowicz E., Federico II imperatore, Milano 1976

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Lo scisma d’Oriente

Lo storico incontro del 12 febbraio 2016 a Cuba tra Francesco e Kirill (foto Sir).

Fu per una sottile ma determinante differenza teologica; fu perché secoli di lontananza ci avevano resi diversi ed estranei; fu perché due galli in un pollaio non possono cantare; ma fu anche e soprattutto, per il caratteraccio di un ambasciatore.

Fu per tutto questo se oggi la Chiesa Cattolica è separata da quella Ortodossa. E se anziché arrivarci Umberto da Silvacandida, quel giorno a Santa Sofia, ci fosse entrato un Francesco d’Assisi, è probabile che le cose sarebbero andate in modo diverso.

Fino al 1054 non c’era alcuna differenza tra la Chiesa Cattolica (ovvero “universale”) e quella Ortodossa (“di corretta dottrina”). Sin dalle origini, il cristianesimo si era andato strutturando intorno a piccole comunità parrocchiali unite in diocesi governate da un vescovo. Le diocesi corrispondevano – più o meno – alle città, e quanto più importante era la città governata, tanto più lo era, come è ovvio, il suo vescovo.

Naturale, quindi, che il vescovo della capitale dell’impero assumesse una particolare autorità sugli altri. Niente a che fare, però, con l’attuale concetto di papato, concetto che tutto sommato proprio papa Francesco sta “picconando” cercando di riportare alle sue antiche origini il carisma del vescovo di Roma.

Se San Pietro – a dispetto da quanto raccontato dalla tradizione – non è mai stato né vescovo di Roma né tanto meno papa (il ruolo di capo della Chiesa nascente, nella prima comunità, fu assunto a Gerusalemme da Giacomo fratello di Gesù, come raccontato negli Atti degli Apostoli), quando il Cristianesimo viene legalizzato ed esce dalla clandestinità il suo capo di fatto diventa l’imperatore.

È infatti lo stesso Costantino – che nel 313 aveva proclamato lo storico editto – a presiedere nel 325 il concilio di Nicea che vede convocati circa 300 vescovi della Chiesa cristiana nel palazzo imperiale per discutere di questioni fondamentali come la data della Pasqua e la condanna dell’eresia ariana.

San Leone IX papa (1049-1054) e Michele Cerulario, patriarca di Costantinopoli.

Titolo prettamente imperiale, d’altra parte, è quello di “Pontefice Massimo”, ruolo istituito da Numa Pompilio per i sacerdoti pagani, divenuto un titolo dell’imperatore con Cesare Augusto, e assunto nel 375 dal vescovo di Roma. Che, nel frattempo, è diventato un punto di riferimento per l’intera cristianità. Con il titolo di “Primum inter pares”, il vescovo di Roma ha infatti il compito di “presiedere la Chiesa nella carità” intervenendo nelle dispute senza rappresentare comunque un’autorità assoluta.

Proprio Costantino, scegliendo l’antica Bisanzio per fondare la sua “Nuova Roma” aveva gettato le basi per la divisione tra impero d’oriente e impero d’occidente e per la rivalità tra il patriarca della vecchia Roma e quello della nuova.

Di fatto con il Concilio di Calcedonia, nel 451, la Chiesa assume la struttura di una pentarchia governata da cinque patriarcati: quello di Roma (al cui vescovo spetta il Primato d’onore), quello di Costantinopoli (secondo per importanza) e quelli di Gerusalemme (che governa la Palestina), Antiochia (le chiese del medio oriente) e Alessandria (le diocesi d’Egitto).

Con le conquiste islamiche di Palestina, Siria ed Egitto – alla fine del VII – gli ultimi tre patriarcati, finiti sotto i sultanati arabi, scompaiono o vengono drasticamente ridimensionati, e Roma e Costantinopoli si ritrovano da sole a governare due territori che – con la fine dell’impero romano d’occidente e le conquiste barbariche – sono diventati sempre più lontani.

Il mare Mediterraneo sembra allargarsi sempre di più a rendere estranei due paesi, due culture, due forme di vita religiosa che quando si incontrano, nel 1054, stentano a riconoscersi.

Non erano mancate, anche nei secoli precedenti, scomuniche reciproche tra i due patriarchi, legate soprattutto all’atteggiamento tenuto nei confronti delle eresie come il monofisismo, ai contesti politici che vedono un tentativo dell’imperatore d’oriente di riacquistare potere in Italia, e alle reciproche ingerenze. Ma quasi mille anni di dissapori arrivano al punto critico nel 1043 con la nomina (imperiale) di Michele Cerulario a patriarca di Costantinopoli.

Michele prende apertamente posizione contro la dottrina teologica del filioque rilanciata da papa Leone IX, secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, mentre per la tradizione ortodossa discende solo dal Padre.

Ad una questione squisitamente teologica si aggiungono poi prassi di carattere liturgico e disciplinare: nella chiesa Cattolica, infatti, è stato introdotto il celibato ecclesiastico mentre nella chiesa ortodossa continuano ad essere ordinati uomini sposati. Ma Michele attacca anche la tonsura, il taglio della barba per i preti cattolici e la celebrazione dell’eucarestia con pane azzimo e proibisce il rito latino in tutte le chiese sotto la sua giurisdizione.

Miniatura su Leone IX tratta dal Passionary of Weissenau, Codex Bodmer.

Anche l’organizzazione delle due chiese, con il passare dei secoli, è molto cambiata. Formalmente è rimasta la stessa struttura gerarchica composta da parrocchie, diocesi rette da vescovi, metropoliti che presiedono le diverse diocesi di una regione, patriarchi che governano le chiese nazionali e un primate onorario. Di fatto, però, mentre in oriente il potere è concentrato soprattutto sui metropoliti e i patriarchi, con un ruolo minoritario assegnato ai vescovi e il patriarca ecumenico riconosciuto solo come “primum inter pares”, in occidente è quasi irrilevante il ruolo dei metropoliti e dei patriarchi mentre si è rafforzato quello dei vescovi, è nata la nuova figura dei cardinali e il papa ha accentrato su di sé sempre più potere fino a fare della chiesa una vera e propria monarchia.

Leone IX, che rivendica il suo ruolo di primate della Chiesa universale e quindi la sua autorità anche su Costantinopoli, invia a trattare con il “ribelle” Michele una delegazione guidata dal cardinale Umberto da Silvacandida e composta dagli arcivescovi Federico di Lorena e Pietro di Amalfi. Le cui intenzioni non erano così pacifiche, tanto che portarono con loro la bolla di scomunica già pronta.

Francese e tra i principali protagonisti della riforma della Chiesa dell’XI secolo insieme a Ildebrando di Soana (futuro Gregorio VII) e San Pier Damiani, Umberto da Silvacandida sarà anche tra gli “inventori” del conclave che riserva l’elezione del Papa ai cardinali escludendo l’imperatore.

Il suo carattere forte e la sua radicalità, però, non aiutano certo il dialogo tra due mondi lontani e tra fazioni contrapposte: Umberto nega la legittimità stessa dell’elezione di Michele, il titolo di “ecumenico” riservato al patriarca di Costantinopoli, così come il suo ruolo di “secondo” dopo il vescovo di Roma. Il patriarca risponde rifiutandosi di ricevere la delegazione e il 16 luglio 1054 Umberto depone sull’altare della chiesa di Santa Sofia la bolla di scomunica.

Paradossalmente, quella scomunica non ha valore legale. Il 19 aprile, infatti, papa Leone IX è morto e il nuovo papa Vittore II sarà eletto solo a settembre. Durante la sede vacante tutte le cariche sono decadute, compresa quella di Umberto che non ha quindi alcuna autorità per compiere un simile atto.

Nonostante questo, la scomunica viene presa molto sul serio da Michele che, a sua volta, il 24 luglio scomunica tutta la delegazione mentre cattolici e ortodossi si lanciano anatemi. Questa volta, lo scisma è destinato a non ricomporsi più e le due chiese continueranno a crescere in parallelo, allontanandosi sempre di più nella liturgia e nella struttura gerarchica: mentre la chiesa ortodossa manterrà quella tipicamente autocefala, a Roma il papa finirà per rivendicare persino il titolo di “vicario di Cristo” contrapponendosi a qualsiasi altro potere.

Un francobollo commemorativo paraguayano dell’incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora, avvenuto a Gerusalemme nel 1964.

D’altra parte, il primo serio tentativo di ricomporre la frattura non ha un sapore molto ecumenico: nel 1204, infatti, la Quarta Crociata compie una deviazione e anziché conquistare Gerusalemme invade e saccheggia Costantinopoli, instaurando un nuovo impero e sostituendo il patriarcato ortodosso con uno latino affidato a Tommaso Morosini, costringendo il patriarca Giovanni X alla fuga in Tracia. I bizantini si riprenderanno Costantinopoli già nel 1261, ma il patriarcato latino continuerà ad affiancare quello ortodosso per settecento anni.

Un altro tentativo di unione – di carattere completamente diverso – avviene invece nel 1439 al concilio di Firenze. Quando Costantinopoli viene assediata dai turchi ottomani, infatti, il patriarca Giuseppe II, con l’imperatore, ripara in Italia per chiedere soccorso e partecipa al Concilio che il 6 luglio proclama solennemente il decreto di unione tra le due chiese. Un’unione che, però, non diventerà mai effettiva a causa della ferma opposizione dei monaci e del clero ortodosso.

Con la caduta di Costantinopoli del 1453 per mano dei turchi ottomani guidati dal sultano Maometto II, la fine dell’impero romano d’oriente e la sostituzione del Cristianesimo con l’Islam, il patriarcato ecumenico assume un ruolo sempre meno rilevante e sempre più simbolico. Oggi il patriarca di Costantinopoli è quello che governa meno fedeli, tra tutte le chiese ortodosse, sulle quali continua tuttavia ad avere un primato d’onore.

Lo storico incontro del 1964 tra Paolo VI e Atenagora, con cui i due patriarchi hanno cancellato ufficialmente le reciproche scomuniche e la chiesa cattolica ha abolito il patriarcato latino, assume quindi un grande valore simbolico, ma scarsissimo impatto reale sui rapporti tra le due chiese. Che, teoricamente, sono in comunione ma che in realtà questa comunione non la vivono, né in un senso liturgico-sacramentale (non c’è la cosiddetta ‘ospitalità eucaristica’) né sotto quello organizzativo, visto che in molte diocesi ortodosse esiste il “doppione” cattolico.

Vocazione di Pietro e Andrea, Duccio di Buoninsegna (1308-1311), tavola dalla predella della Maestà, , Washington, National Gallery of Art.

La pietra dello scandalo, da questo punto di vista, è la Russia: elevata a patriarcato nel 1589 proprio in sostituzione di Roma nella “Pentarchia”, la chiesa di Mosca è oggi la più grande e potente del mondo ortodosso, un ruolo che la pone in conflitto sia con la chiesa di Roma che con quella di Costantinopoli.

Se lo scontro con Roma si è radicalizzato soprattutto dopo l’erezione nel 1991 di un “duplicato” cattolico a Mosca, con il patriarca di Costantinopoli quello di Russia si contende la leadership della chiesa ortodossa. Nel corso degli ultimi vent’anni Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono incontrati, progressivamente, con quasi tutti i patriarchi ortodossi, ma il dialogo con la chiesa russa resta quello più difficile.

Le basi per un incontro tra il patriarca e il papa sono state gettate più di quindici anni fa da personaggi impegnati nel dialogo ecumenico come l’allora metropolita Kirill e l’arcivescovo Vincenzo Paglia.

Nel 2002 il metropolita partecipò a Terni ad un convegno su santità e martirio organizzato dalla diocesi di cui era vescovo Paglia. L’anno dopo una delegazione della città capeggiata dallo stesso vescovo era volata a Mosca per donare una reliquia di San Valentino al patriarca Alessio II.

Dopo l’elezione dello stesso Kirill a patriarca nel 2009 e quella di Jorge Mario Bergoglio a papa nel 2013, l’incontro si è fatto più vicino ma ancora problematico a causa dell’opposizione di gran parte della chiesa russa. La svolta è arrivata il 12 febbraio 2016 a Cuba, che – terra neutrale – ha visto il primo abbraccio tra i due. Un incontro che, certo non a caso, avviene alla vigilia del grande sinodo che vedrà tutta la chiesa ortodossa riunirsi per la prima volta dopo mille anni.

Pietro e Andrea, i due apostoli fratelli, che fondarono – secondo la tradizione – le due chiese, sono ormai pronti a tornare a vivere insieme.

Arnaldo Casali

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La Sacra di San Michele e le sue leggende

Monumento simbolo del Piemonte, la Sacra di San Michele (www.sacradisanmichele.com) è edificata sul monte Pirchiriano, uno sperone roccioso alto 962 metri all’imbocco della Val di Susa.

Ha attraversato oltre mille anni di storia sorgendo, decadendo e risorgendo. È l’Abbazia di San Michele della Chiusa, più nota come “Sacra di San Michele”, in Val di Susa.

Fondata sul monte Pirchiriano, nel comune di Sant’Ambrogio di Torino dall’aristocratico francese Ugo de Monvoisier tra il 983 e il 987, la Sacra di San Michele è stato un punto di riferimento sempre più importante per il monachesimo benedettino nel Medioevo, toccando l’apice della fama intorno all’anno mille, anche se nuovi edifici si sono aggiunti fino al XIII secolo. Un’inesorabile declino la porta ad essere sostanzialmente abbandonata dal Trecento fino agli inizi dell’Ottocento, quando viene recuperata e ristrutturata, diventando monumento simbolo del Piemonte.

Tutto comincia alla fine del primo millennio, quando il vescovo di Torino Annuncone decide di edificare un tempietto dedicato a San Michele, uno dei personaggi più venerati nel Medioevo: si tratta dell’angelo che nel libro biblico di Daniele viene definito il capo supremo dell’esercito celeste in difesa dei giudei perseguitati, mentre nel libro dell’Apocalisse è il principe degli angeli fedeli a Dio che combatte e scaccia il drago e gli angeli ribelli.

In Val di susa il culto di San Michele, arrivato dall’Oriente e diffusosi soprattutto in Italia meridionale per poi salire verso la Francia, approda intorno al VI secolo. L’ubicazione sull’alto monte richiama i due santuari del Gargano e della Normandia.

Inizialmente la sede scelta dal vescovo è il monte Caprasio (“Monte delle capre”), ma poi si opta per il monte Pirchiriano (“Monte dei porci”). Qualche tempo dopo il piccolo santuario viene scelto come proprio romitorio dal vescovo di Ravenna, San Giovanni Vincenzo, che ha deciso di abbandonare la carriera ecclesiastica per dedicarsi alla vita eremitica. Secondo una leggenda, era stato lo stesso arcangelo Michele a chiedere all’ex vescovo di lavorare al suo santuario. Per due giorni, però, tutta la legna raccolta era sparita nel nulla, salvo poi ricomparire miracolosamente proprio sopra il monte Pirchiriano. Gli stessi angeli avrebbero infine consacrato la cappella, che di notte era stata vista avvolta da un grande fuoco. Qui Giovanni viene raggiunto dal conte Ugo di Monvoisier, ricco e nobile signore dell’Alvernia, che si era recato a Roma per chiedere indulgenza al Papa ricevendone in cambio – come penitenza – la scelta fra un esilio di 7 anni e la costruzione un’abbazia.

Uno scatto suggestivo della Sacra di San Michele, finalista al concorso fotografico Wiki Loves Monuments 2015 (foto Elio Pallard).

“Quel vertice alpino – scrive Attilio Zuccagni Orlandini in Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole – ferì non molto tempo dopo la vista e l’immaginazione di un Barone di Francia, reduce da Roma in Alvernia con Isergarda sua moglie”.

Ugo decide di edificare un monastero presso la chiesetta di San Michele e per collaborare all’impresa chiama il marchese Arduino di Avigliana, mentre a capo del monastero viene messo il monaco Adverto: “La santa vita di esso e dei primi suoi successori procacciò tale e tanta celebrità a quel sacro chiostro, che per lungo tempo concorsero a gara Imperatori, Re, Duchi, Marchesi, Conti, Prelati ad impinguarlo di amplissime possessioni e di ricche rendite, cedendo al medesimo giurisdizioni, castella, chiese ed altre abbadie ancora”.

Il nucleo costitutivo dell’edificio è formato dall’abbazia, a cui si sono aggiunti nei secoli successivi il Monastero Nuovo, la Nuova Chiesa e la Torre della Bell’Alda. La Foresteria viene costruita verso la fine del secolo XI per accogliere i pellegrini che arrivavano sul monte. Dell’edificio originario rimane però poco e la foresteria attuale è per la maggior parte una ricostruzione fatta a cavallo tra il 1800 e il 1900.

Il Monastero Nuovo, costruito tra il XII e il XIV secolo sul lato nord dell’abbazia, era la parte destinata alla vita dei monaci e disponeva di tutte le strutture ad essi necessarie: le celle, la biblioteca, la cucina, il refettorio e le officine, mentre la chiesa viene costruita tra il 1148 ed il 1170.

La Torre della Bell’Alda e le rovine del Monastero Nuovo nel complesso architettonico della Sacra di San Michele.

Si dice che una ragazza chiamata Alda, inseguita dai soldati, si fosse gettata dalla torre rimanendo miracolosamente illesa. Qualche tempo dopo, però, la superbia ed il bisogno di farsi una dote l’avevano spinta a scommettere con i suoi compaesani sull’esito di un secondo, pubblico, salto. Questa volta finì sfracellata sulle rocce sottostanti. Da allora la costruzione ha assunto il nome di “Torre della Bell’Alda”.

Un’altra leggenda vuole che il vecchio sacrestano del monastero, Bernardino, fosse solito, ogni sera, percorrere lo scalone per andare a chiudere la porta d’ingresso alla sua base, con una certa inquietudine data dagli scheletri presenti nelle nicchie e dai pipistrelli quivi raccolti. In una sera di tempesta, mentre risaliva lo scalone, una folata di vento aveva spento la torcia. Tremante aveva iniziato a cercare a tentoni gli scalini quando, d’un tratto, sentì il rumore di ossa fregate sulla pietra. Arrivato alla sommità dello scalone si era accorto che il vento aveva chiuso la porta. Le sue urla di terrore erano giunte alle orecchie dell’abate, attardatosi a pregare, che trovatolo tremante dietro alla porta si sentì dire che un morto si muoveva sullo scalone. Alla luce della sua torcia si presentò la visione di un teschio strisciante su uno scalino. Avvicinatosi però, uno scossone ne rivelò la vera natura: un topo, trovatosi scoperto, corse via mentre il teschio rotolava per le scale, lasciando i due spettatori sollevati ed un nuovo nome per lo scalone: “Lo scalone dei sorci”.

Lo scalone dei morti (o dei sorci, come vuole un’altra versione della leggenda), è intagliato nella roccia e sale ripido fino al portale dell’abbazia.

All’abbazia è legato anche il mistero della cosiddetta “linea magica” di San Michele: sembra infatti che una linea energetica unisca tre santuari dedicati proprio all’Arcangelo: il Mont-Saint-Michel in Francia nella regione della Normandia, la Sacra di San Michele appunto, e il Monte Sant’Angelo in Puglia. Secondo gli esperti di magia bianca il punto energetico sarebbe situato su una piccola piastrella del pavimento in sasso che è di colore più chiaro. Collocandosi su quel punto si percepirebbe nitidamente la potente energia della linea magica di San Michele. Nella Sacra di San Michele in Piemonte questo punto si trova sulla sinistra della Chiesa, subito dopo l’entrata. I tre luoghi sacri dedicati a san Michele si trovano a 1000 chilometri di distanza l’uno dall’altro, allineati lungo questa linea retta, la quale prolungata in linea d’aria, passa sopra Gerusalemme da una parte, e sopra St. Michael’s Mount, in Cornovaglia, dall’altra, continuando fino all’isola di Skellig Michael in Irlanda.

Per la Sacra passava la via Francigena, una delle più importanti vie di pellegrinaggio medievali, che univa il Mont-Saint-Michel in Francia al santuario di San Michele Arcangelo in Puglia. Il Medioevo ne ha sancito il ruolo di primo piano anche europeo, in quanto via di transito di mercanti, eserciti, nobili, uomini di Chiesa e pellegrini che dovevano raggiungere Roma, cuore della cristianità, o Santiago de Compostela, secolare meta religiosa.

Già nel 333 d.C. il Colle del Monginevro viene attraversato dall’anonimo autore dell’Itinerarium burdigalense (la più antica descrizione di un pellegrinaggio cristiano) per raggiungere la Terra Santa: vengono annotate con precisione le mansio e le statio della Valle di Susa, alcune delle quali oggi importanti siti archeologici. L’afflusso intenso di genti lungo la Via Francigena produsse una circolazione di idee e un costante scambio di saperi, lingue e religiosità, che contribuirono allo sviluppo in valle di una vivacità culturale di impronta europea: sorsero monasteri di notorietà internazionale come l’Abbazia di Novalesa e la Sacra di San Michele, luoghi di culto di dimensione più locale come la Cripta di Celle, cappelle e centri cittadini sedi di mercato o luoghi di transito e di pedaggio obbligati come Susa, Bussoleno, Avigliana e Oulx.

L’inconsueto bassorilievo di una delle lesene del portale della Sacra.

Quanto al Monte dei porci, vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.C. viene sfruttato dai Romani come area di interesse militare e dal 569 i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie innalzando muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi, si ammassano per resistere all’entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi.

Nel portale dell’abbazia è presente uno zodiaco che contiene molte curiosità: tra queste una è inserita nella rappresentazione del segno del cancro: se viene capovolta infatti, si vede chiaramente la faccia di un vescovo con tanto di copricapo. Sopra una lesena dello stesso portale, invece, si può vedere un uomo completamente nudo in posizione praticamente pornografica: il ramo dell’albero che percorre tutta la lesena e ne costituisce l’ornamento finisce infatti esattamente nell’ano del personaggio in questione, che sembra – diciamo così – gradire.

Arnaldo Casali

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Azincourt, l’autunno della cavalleria feudale

La Battaglia di Azincourt (miniatura XV secolo, Lambeth Palace Library).

L’epopea della cavalleria medievale si infranse, in una fredda e umida mattina autunnale, nella pianura di Azincourt di fronte alla selva di frecce scagliate dai longbowmen, “villani” gallesi armati di arco lungo.

La battaglia di Azincourt (25 ottobre 1415) renderà manifesto quello che era già stato anticipato, ma non compreso, a Crécy (1340) e a Poitiers (1356): una forza leggera e mobile, con arcieri e uomini d’arme, ben diretta sul campo e con terreno favorevole, è superiore alle pesanti armi feudali, alla massa scomposta di cavalieri nobili a caccia di gloria prima che della vittoria, combattenti che ritenevano disonorevole battersi contro persone di ceto inferiore.

I nobili francesi, infatti, pensavano ancora ad una guerra “di classe”, fatta da cavalieri contro cavalieri, per dimostrare il proprio valore e, magari, prendere prigioniero il nemico per poi chiedere un riscatto. Quella mattina si trovarono di fronte l’esercito di Enrico V (9 agosto 1387-31 agosto 1422) formato da uomini d’arme, soldati non nobili, che combattevano con spada, mazza e arco, elmo o camaglio, e pronti ad utilizzare la “misericordia”, uno stiletto a quadrello che infilavano nelle fessure dell’elmo dei cavalieri disarcionati. Ad Azincourt gli uomini d’arme fecero strage della cavalleria francese. Anche a battaglia quasi finita, quando eseguirono l’ordine del re di passare a fil di spada i prigionieri.

Lo scenario politico La guerra dei “Cento anni” tra Francia e Inghilterra fu un lungo susseguirsi di campagne, scorrerie, grandi battaglie, assedi e intrighi politici. La pace di Brétigny del 1360 assicurò il dominio inglese nella Francia occidentale, di Calais, Cherbourg, Brest, della Guienna e anche un cinquantennio di pace. Con l’ascesa al trono di Carlo VI, malato di mente, si accesero i contrasti tra il partito dei borgognoni e degli armagnacchi per la gestione del potere in Francia. Enrico V aveva da poco represso la ribellione dei lollardi in Inghilterra (tacitando le richieste dell’alto clero), quando accettò l’invito dei Borgognoni ad intervenire in Francia, sia per consolidare le proprie conquiste territoriali sia per racimolare un grande bottino e tenere impegnati i suoi nobili. Intenzione del re era anche quella di stabilire rapporti economici e commerciali più saldi tra i Paesi Bassi e l’Inghilterra.

Enrico V (1387-1422) in un ritratto di autore sconosciuto, National Portrait Gallery, Londra.

L’invasione Forte di 15.000 uomini, nel 1415, Enrico V sbarcò a Le Havre e puntò subito sulla roccaforte di Harfleur. La città capitolò dopo un assedio di cinque settimane senza che l’esercito francese riuscisse a portare soccorso. L’armata inglese fu decimata, però, da un’epidemia di dissenteria e alla caduta della città restavano ad Enrico poco più di 6.000 combattenti. A questo punto Enrico V cambiò piano e trasformò la spedizione in una “chevauchée”, una incursione di rapine, saccheggi e incendi a danno del territorio e della popolazione, da attuare lungo il tragitto di ritorno verso Calais. Il re sperava di rifornire il suo esercito nella roccaforte inglese, rimpatriare i soldati feriti (“l’esercito inglese che vinse nel 1415 ad Azincourt aveva al suo servizio non meno di venti chirurghi e di personale analogo disponeva anche l’esercito francese”1) e svernare al sicuro. La piena della Somme (lo scontro si svolgerà sui terreni gessosi dove 500 anni dopo avverrà una delle battaglie più lunghe e sanguinose della Prima guerra mondiale) costrinse il re inglese a prendere l’antica via romana fra Albert e Daupame, vicino Sars. Da lì si diresse verso la valle Termoise, in direzione di Blagny, in cerca di un guado non controllato dai francesi. Riuscì ad attraversare la Somme nei pressi di Nesle, puntando poi su Peronne e risalendo verso nord. Giunto nei pressi del castello di Azincourt, però, incrociò la strada dell’esercito francese. Il 24 ottobre uno degli esploratori inglesi tornò indietro al galoppo e avvertì il duca di York: “Di fronte a noi c’è un mondo di gente”. Il re volle certezze sulla presenza dell’esercito francese lungo la via della ritirata e inviò lo scudiero Daffyd Gamme a controllare. L’uomo d’arme raggiunse una collina e osservò la colonna di soldati che sfilava nella valle in basso: era proprio l’esercito francese composto da oltre 20mila uomini. Tornato indietro riferì ad Enrico: “Sire, ce ne sono abbastanza da uccidere, abbastanza da catturare e abbastanza da mettere in fuga”. Enrico V raggiunse un’altura e osservò la lunga fila di cavalieri, pedoni, carriaggi, pennoni e banderuole che continuavano a sfilare a distanza. I due eserciti marciarono paralleli per alcune miglia, fino a raggiungere una stretta pianura tra Azincourt e Maisoncelles. Qui si accamparono per la notte a distanza di tre tiri d’arco l’un dall’altro. Il re inglese mandò un’ambasciata per trattare un lasciapassare: la restituzione di Harfleur in cambio del libero transito fino a Calais. I francesi rifiutarono. E allo scendere della notte iniziò a piovere.

La preparazione Enrico V non dormì quella notte, aggirandosi per l’accampamento, riflettendo e incitando i soldati, i compagni d’arme. Ispezionò le squadre di arcieri gallesi ricordando loro che i francesi avrebbero tagliato due dita della mano destra a qualunque arciere avessero catturato. Il re inglese pensava alla battaglia dell’indomani. La mattina del 25 ottobre Enrico controllò il campo e sorrise: il terreno arato che si stendeva tra i due eserciti, circondato dalla foresta di Azincourt a sinistra e di Tremencourt a destra, era fangoso, pesante e stretto, meno di 1 chilometro. Uno spazio contenuto, a forma di clessidra, all’interno del quale la cavalleria francese non avrebbe potuto dispiegarsi e caricare pesantemente. Un fronte molto stretto, invece, che poteva ben essere coperto dai longbowmen di Enrico. L’arco lungo gallese univa la potenza di lancio della balestra ad una cadenza di tiro pressoché tripla. Grazie a speciali punte era in grado di penetrare la pesante corazza dei cavalieri. I longbowmen si spostavano a cavallo o a piedi e combattevano in ranghi come gli uomini d’arme, indossavano giacche imbottite, a volte pettorine di ferro o una cotta di ferro, un elmo aperto davanti o un camaglio (un cappuccio di maglia di ferro), all’epoca della battaglia era già in uso indossare schinieri e avambracci di metallo.

Rappresentazione schematica della battaglia: le forze inglesi sono in rosso, le francesi in blu.

Lo schieramento Gli inglesi si schierano con gli uomini d’arme dispiegati su quattro file e gli arcieri in formazione a cuneo a copertura dei fianchi dell’esercito e dietro le fila dei fanti. I cento cavalieri nobili si dispongono attorno al re. Davanti allo schieramento vengono piantati dei pali appuntiti per fermare la carica di cavalleria. L’esercito francese contava 1.500 balestrieri e 4.000 arcieri al comando del maestro David de Rambunes, 2.500 tra cavalieri pesanti e uomini d’arme e oltre 15.000 fanti (comprese le salmerie). I francesi erano guidati dal Conestabile d’Albret, dal maresciallo Boucicaut, dal duca D’Alençon e dal conte di Marle, vista l’impossibilità del “re folle” Carlo VI di Valois di governare regno ed esercito, e si schierarono con una parte dei cavalieri all’ala destra, e un’altra a sinistra e tre “battaglie” al centro. La “battaglia” era la suddivisione in ondate di cariche della cavalleria o di fanti. La prima “battaglia” era la più ambita, perché permetteva ai cavalieri di mostrare il proprio valore. Il Conestabile d’Albret aveva studiato un piano che prevedeva l’avvio della battaglia attraverso un fitto lancio di dardi e frecce da parte dei balestrieri e degli arcieri per decimare le fila dei longbowmen. Poi sarebbero partite le cariche: la prima per travolgere le fila nemiche, la seconda per dare il colpo di grazia e la terza per eliminare fuggiaschi e prendere prigionieri. I nobili cavalieri francesi rifiutarono tale piano, ritenendolo un oltraggio e spinsero affinché la fanteria finisse ai lati del campo di battaglia. I balestrieri non scoccarono un dardo nel corso dello scontro, finendo relegati tra i carriaggi. I cavalieri francesi, quindi, si accalcarono per prendere posto nella “prima battaglia”, di fronte agli inglesi.

La battaglia di Azincourt fu immortalata anche da Shakespeare nell’Enrico V.

La battaglia Sono le 7 del mattino, le bandiere e i vessilli non garriscono per l’assenza di vento e perché bagnati dalla pioggia notturna. Enrico V passa in rassegna lo schieramento e, come racconta William Shakespeare nell’Enrico V (Atto IV, scena III), arringa le truppe: “Noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino”. I francesi, però, non si muovono, sparano solo qualche colpo con i pochi cannoni (alle prime presenze sul campo di battaglia), ma con scarsi risultati vista la ridottissima cadenza di tiro e a causa delle condizioni del terreno: le palle di pietra non rimbalzavano nel fango e non arrecavano danno agli inglesi. Per quasi tre ore i due schieramenti si guardano da lontano, ma nessuno fa la prima mossa. Tanto che molti cavalieri francesi smontano di sella e mandano gli scudieri a prendere acqua e cibo. Enrico V prende una decisione che cambierà il corso della giornata: si consulta con sir Thomas Erpingham (comandante degli arcieri) e con il duca di York e decide di far avanzare i suoi soldati. I longbowmen (circa 6.000) e gli uomini d’arme divelgono i pali di protezione e avanzano, nel fango, fino a portarsi a distanza di tiro degli archi, circa 300 metri. Le prime file piantano nel terreno i pali frangicarica e rientrano nei ranghi. Gli uomini d’arme inglesi sono un migliaio. Enrico è senza speroni, segno che combatterà a piedi, in mezzo ai suoi. I francesi guardano dalle loro posizioni e non intervengono, perdendo il vantaggio tattico di attaccare un esercito in movimento. Gli inglesi riprendono fiato dopo l’avanzata nel fango, incoccano le frecce e danno inizio alla battaglia. Seimila frecce si abbattono sui francesi provocando morti, feriti (tra uomini e cavalli) e disordine. Le cavalcature impazzite travolgono tutto ciò che hanno intorno, i feriti cercano di guadagnare le retrovie per farsi medicare. I cavalieri che riescono a lanciarsi nella carica, dopo aver superato il caos che regna nella prima fila, si trovano impantanati nel fango e il tradizionale “élan” si perde prima ancora di entrare a contatto con gli inglesi. I quali continuano a scoccare frecce che decimano le schiere avversarie avanzanti a ranghi serrati, spalla contro spalla. Un bersaglio troppo facile per gli arcieri gallesi. Il destino di morte e ferite che era toccato ai cavalieri tocca anche ai fanti e agli uomini d’arme appiedati che provano a guadagnare il campo di battaglia. E mentre i fanti avanzano a piedi, con gli scudi alzati a proteggersi dalle frecce, l’ala destra francese carica gli inglesi, ma in maniera scoordinata, e si infrange contro la prima “battaglia” di cavalieri che si ritirava e i pedoni francesi all’attacco.

L’arco lungo inglese, chiamato anche Longbow gallese, è un potente arco medievale lungo circa 6 piedi (1,8 m), utilizzato da inglesi e gallesi per la caccia e come arma di guerra.

“I cavalieri francesi non fecero alcun tentativo di aggirare gli inglesi sul fianco o di attaccare gli arcieri dotati di forti archi lunghi”2. E quando i primi francesi riescono ad arrivare al corpo a corpo si ritrovano così compatti da non poter utilizzare le spade, mentre gli inglesi li assalgono da tutti i lati con le spade “bastarde”, cioè da mischia, corte, a lama larga e pesante, o con le mazze a manico lungo utilizzate per piantare i frangicarica. “Gli inglesi assaltarono i francesi con spade, asce e altre armi, e incontrarono poca resistenza” scrisse un anonimo cronista francese. Molti cavalieri cadono nella mischia e finiscono affogati nel fango sotto il peso delle armature o calpestati dai combattenti (destino che toccherà al duca di York nelle fila inglesi). Gli arcieri inglesi si arrampicano sulle cataste dei corpi francesi per bersagliare la seconda “battaglia” che avanza agli ordini del duca d’Alençon. Altri gruppi di arcieri si muovono come mute di cani a caccia di fuggitivi o soldati isolati. La mischia va avanti per poco. I francesi iniziano ad arrendersi e gli inglesi fanno migliaia di prigionieri, dividendo i nobili dai “villani”. Dai primi si possono lucrare forti somme di riscatto. In lontananza la terza “battaglia” francese si dirige verso il bosco di Tramecourt. Gli inglesi pensano ad un tentativo di prenderli alle spalle (alcuni popolani al seguito francese hanno già saccheggiato il campo del re inglese rubando il sigillo, la corona e il guardaroba di Enrico). In realtà si tratta di una fuga, di soldati che abbandonano il campo di battaglia, ma il re inglese non lo sa e prende una decisione che rimarrà come una macchia sul suo onore: far uccidere i prigionieri per poter fronteggiare un eventuale attacco. Minacciando di impiccare chiunque non avesse eseguito l’ordine, Enrico comanda alla sua guardia personale di iniziare l’eccidio. Cadono tutti coloro che non erano nobili, non avevano indosso i simboli della casato o non potevano permettersi un riscatto. Il duca di Brabante, in battaglia con l’armatura di un ciambellano e senza sopravveste con i colori del casato, viene passato per le armi. Alla fine dello scontro si contano i morti. Gli inglesi ebbero 500 perdite tra soldati e cavalieri. “Dopo la vittoria inglese ad Azincourt gli oltre seimila caduti furono inumati sul luogo dai contadini della zona per interessamento del vescovo di Arras”3. I francesi piangono la perdita del Conestabile di Francia, tre duchi, 90 signori feudali, oltre 1.500 cavalieri e 7.000 fanti. Seimila arcieri gallesi avevano avuto ragione della cavalleria francese. La lezione, però, non era stata ben appresa, neanche da chi aveva applicato tale strategia. Nel marzo del 1421 Enrico V venne sconfitto a Baugé, e suo fratello morì in battaglia, proprio perché aveva rinunciato ad usare la stessa tattica, mettendo da parte gli arcieri e attaccando con la sola cavalleria.

Conseguenze La sconfitta ad Azincourt e il possesso di Harfleur permisero ad Enrico V di condurre diverse campagne di devastazione nell’arco dei quattro anni successivi, consolidando le conquiste e riprendendo possesso della Normandia. Con il trattato di Troyes del 1420 e con il matrimonio tra lo stesso Enrico e Caterina, la figlia di Carlo VI, vennero poste le basi affinché le corone d’Inghilterra e Francia, se pur chiaramente distinte in base al trattato, finissero sullo stesso capo. Tre anni prima della battaglia di Azincourt, però, era nata, nel villaggio di Domrémy nel dipartimento dei Vosgi, una bambina alla quale venne messo nome di Giovanna. La guerra dei “Cento anni” (1337-1453) si avviava alla favorevole conclusione per la Francia. In oltre cento anni era cambiato il modo di far la guerra ed era cambiata l’Europa. L’Inghilterra si sarebbe votata al mare, il Sacro romano impero diventava una questione tedesca e la Francia assurgeva a nazione unificata.

Umberto Maiorca

1 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, pag. 283 2 G. Regan, Il guinnes dei fiaschi militari, Mondadori, 1999, pag. 142 3 A. A. Settia, op. cit., pag. 294

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Il mistero di Valentino

San Valentino e i suoi discepoli. Vite di santi, Francia, Parigi, XIV secolo.

È venerato in tutto il mondo, tanto dai cattolici quanto dagli ortodossi e dagli anglicani come santo martire, taumaturgo, e in qualche caso protettore degli animali (come a Bussolengo, in provincia di Verona), degli agrumeti (a Vico del Gargano) o addirittura degli epilettici (a Monselice in Veneto, dove l’epilessia si chiama “Mal de san Valentin” e nel giorno del santo vengono distribuite delle piccole chiavi – che un tempo venivano messe in bocca durante gli attacchi per impedire il taglio della lingua). Niente ha a che fare invece, almeno sotto il profilo storico e religioso, con gli innamorati.

San Valentino da Terni, decapitato il 14 febbraio del 273 sulla via Flaminia, viene celebrato in ogni angolo dei cinque continenti, restando – paradossalmente – del tutto sconosciuto e misterioso.

E non è strano: in fondo deve la sua popolarità solo alla coincidenza con la festa degli innamorati, totalmente pagana (deriva infatti dai Lupercali, ricorrenza dedicata alla fertilità). Potremmo dire quindi che Valentino condivida, in qualche modo, il destino di San Silvestro, Santo Stefano e San Lorenzo, figure senza dubbio ignote a chi festeggia il giorno a loro dedicato.

A differenza di san Lorenzo, che non è mai stato patrono delle stelle cadenti, o di San Silvestro, che certo non viene invocato come protettore dei giocatori di tombola, Valentino raccoglie però attorno alla sua tomba a Terni ogni anno centinaia di coppie di fidanzati e le chiese che vantano le sue reliquie vedono arrivare in continuazione lettere che chiedono la benedizione del Santo sul proprio amore.

Ciò che sappiamo in realtà della figura storica di Valentino è molto poco: la più antica testimonianza che abbiamo su di lui è contenuta nel Martirologio geronimiano, scritto nel V secolo, mentre all’VIII secolo risale la Passio Sancti Valentini che narra la tortura, la decapitazione notturna e la sepoltura a Terni da parte dei suoi discepoli.

A Roma, un insegnante di greco, Cratone, ha un figlio afflitto da una terribile malattia alle ossa che ha incurvato il suo corpo fino a fargli finire la testa tra le ginocchia. Un amico di Cratone gli riferisce che un suo fratello affetto dallo stesso male, è stato guarito da Valentino, vescovo di Terni.

Giunto a Roma, Valentino si rende disponibile a curare Cerimone ma chiede la conversione al cristianesimo di Cratone. Poi si chiude in una stanza tutta la notte con il giovane Cerimone, pregando con lui. All’alba Cerimone esce dalla stanza completamente guarito. Cratone e tutta la sua famiglia si convertono quindi al cristianesimo, e con loro anche gli allievi di Cratone, tra cui figurano Procolo, Efebo, Apollonio e il figlio del prefetto di Roma Furioso Placido. Il quale – furioso di nome e di fatto – fa arrestare di notte Valentino e lo fa decapitare sulla via Flaminia. Procolo, Efebo e Apollonio, però, ne recuperano il corpo e lo seppelliscono a Terni, in un antico cimitero sopra il quale sorge oggi la basilica di San Valentino.

Particolare della tomba di San Valentino, nel santuario del vescovo e martire, a Terni.

Come detto, la tradizione colloca il martirio di Valentino il 14 febbraio del 273, ma gli studi più recenti – esposti da Emore Paoli nel corso di un convegno che si è svolto a Terni nel 2010 e ribaditi, sempre a Terni, nella giornata di studi promossa dal Comune il 6 febbraio 2016 – hanno ipotizzato uno spostamento della data di morte almeno di un secolo. Il fatto che, secondo la Passio Valentino sia stato ucciso di notte e in un luogo segreto, lascia pensare infatti che non si trattasse di un’esecuzione ma di un agguato. Avvenuto, quindi, non durante le persecuzioni, ma in un’epoca in cui il cristianesimo era stato legalizzato. Ad avvalorare questa tesi sia il nome di Furio Placido, che figura come prefetto a Roma dal 342 al 347, sia la presenza – nella cronotassi dei vescovi di Terni – di un Valentino II, anch’egli santo, impegnato nella lotta contro l’eresia ariana tra il 520 e il 533. Come il primo, anche Valentino II è stato ucciso, e come il primo anche lui ha avuto come successore un vescovo chiamato Procolo. Coincidenze che lascerebbero pensare ad un vero e proprio “duplicato”, la cui creazione non può essere né smentita né confermata vista la totale assenza di documenti riguardanti la chiesa ternana dei primi secoli.

Quel che è certo, però, è che il culto di San Valentino a Terni è antichissimo: sulla sua tomba già nel IV secolo era stata costruita una chiesa, distrutta dai Goti nel VI secolo e ricostruita nel VII. Proprio nella basilica di San Valentino avviene – nel 741 – lo storico incontro tra Liutprando, re dei Longobardi e papa Zaccaria con cui, attraverso la Donazione di Sutri – ha inizio lo Stato della Chiesa.

San Valentino, Lucas Cranach (1472-1553), Galleria delle arti figurative di Vienna.

Distrutta ancora dagli ungari, poi dai normanni e infine dai saraceni, la basilica viene ricostruita ancora una volta e affidata ai monaci benedettini. Poi viene abbandonata ad un progressivo degrado fino a quando, nel 1605, il vescovo Giovanni Antonio Onorati, discepolo di Cesare Baronio, promuove una campagna di scavi per riportare alla luce la tomba di San Valentino e ordina la costruzione di una nuova basilica affidata poi ai frati carmelitani.

Intanto a Roma si è consolidato il culto parallelo di un altro Valentino, non vescovo di Terni ma prete romano, anche egli decapitato sulla via Flaminia il 14 febbraio ma nell’anno 269 e sepolto nelle catacombe di San Valentino, da cui alcune reliquie sono state poi portate nella chiesa carmelitana di Dublino.

Tra le molte teorie elaborate per giustificare questo sdoppiamento, quella più comunemente accettata – elaborata negli anni ’90 – ritiene che si tratti in realtà dello stesso personaggio il cui culto si è sviluppato in modo diverso nelle due città alle quali il santo si era, per qualche motivo, legato. Secondo l’ipotesi più recente, invece, il Valentino romano era un presbitero, compagno dei martiri romani Maris e Marta e il culto del Valentino ternano, avrebbe in qualche modo acquisito le dimensioni cronologiche di quello romano. Il vescovo ternano vissuto tra il IV e il VI secolo, quindi, sarebbe stato “ricollocato” al tempo del Valentino romano approfittando della totale assenza di riferimenti cronologici nella Passio.

Nel frattempo, comunque, decine di città in tutto il mondo hanno iniziato a rivendicarne le reliquie: tra queste Sasso Corvaro in provincia di Urbino, Savona, Sadali in Sardegna, Belvedere Marittimo in Calabria, Vico del Gargano, Ozieri vicino Sassari, Torre d’Arese e Abriola, in provincia di Potenza, oltre che la stessa Dublino.

Particolarmente interessante è il caso di Bussolengo, in provincia di Verona: qui si trovano infatti le più antiche raffigurazioni di San Valentino, al quale è dedicata una chiesa edificata nel Medioevo, e che è patrono della città.

Nella chiesa di Bussolengo sono presenti ben tre cicli di affreschi sulla vita di San Valentino, oltre che un busto in legno e numerosi dipinti, di cui molti medievali. Il culto del santo sembra sia stato portato – nel XIV secolo – dalla confraternita dei disciplinati, nata proprio in Umbria. Grazie poi ad un miracolo avvenuto nel XVIII secolo, Valentino a Bussolengo è diventato anche il patrono del bestiame.

Sono proprio gli affreschi di Bussolengo a testimoniare il fatto che nel Medioevo il san Valentino vescovo di Terni è già conosciuto e venerato in tutta Europa, ma non ha ancora nessun legame con gli innamorati: i tre cicli presenti nella chiesa, infatti, ne raccontano la vita e il martirio senza alcun riferimento a matrimoni celebrati dal martire. Riferimenti di cui avremo tracce, invece, a partire dal XVII secolo e in ambiente anglosassone.

San Valentino, Leonhard Beck (ca. 1480–1542). Museo Nazionale della Fortezza di Coburgo.

William Shakespeare cita la festa di San Valentino nell’Amleto, all’interno di una filastrocca recitata da Ofelia durante la sua follia. E proprio in Inghilterra, non a caso, nascono leggende romantiche come quella secondo cui il santo aveva riappacificato una coppia di innamorati che stavano litigando, donando loro una rosa. A dimostrare come l’Ottocento romantico abbia diffuso ormai ovunque il culto di Valentino come patrono degli innamorati, è infine la stessa vetrata della basilica di Terni, restaurata nel 1854, che raffigura proprio il celebre episodio della rosa donata ai fidanzati.

Le altre leggende, che vogliono Valentino originario di Terni e appartenente ad una famiglia aristocratica, eletto vescovo ancora giovanissimo (a 22 anni secondo alcuni, a 27 secondo altri) arrivandone a datare la nascita nel 175 e la morte a 98 anni, si sviluppano tra il XVII e il XVIII secolo, quando Valentino diventa ufficialmente il patrono di Terni.

Fino al 1646, infatti, il santo si contendeva la protezione della città di Terni con San Procolo (suo successore) e sant’Anastasio (vescovo di Narni e Terni dal 649 al 653). Poi il governo dello Stato Pontificio, per ridurre i giorni festivi, aveva stabilito che ogni città dovesse scegliere un solo patrono principale: a Terni era scoppiata una lotta senza quartiere tra Valentino – sostenuto dal Comune – e sant’Anastasio, sepolto nella Cattedrale e sostenuto dal clero. Era stato proprio il voto decisivo dei carmelitani a decretare la vittoria di Valentino, proclamato ufficialmente patrono principale di Terni il 3 luglio 1647.

Divenuto quindi patrono e simbolo stesso della città e in particolare della sua aristocrazia laica, Valentino viene ridisegnato anche nelle leggende come santo ternano (a differenza di tutti gli altri patroni, e degli stessi altri vescovi di Terni, quasi sempre “missionari” arrivati da fuori) e di origini nobili.

La leggenda che vuole Valentino ordinato vescovo da san Feliciano, patrono di Foligno, è stata diffusa invece, e non caso, sempre nel XVII secolo ma da storici folignati.

La più celebre delle storie che legano il santo agli innamorati, quella di Sabino e Serapia (sorta di Romeo e Giulietta ante litteram: soldato romano lui, cristiana ternana lei, ostacolati nel loro amore dalle rispettive famiglie, uniti in matrimonio da Valentino e morti insieme subito dopo) è nata infine addirittura a metà del Novecento, ispirata da una tomba bisoma rinvenuta nella necropoli delle acciaierie a Pentima (e oggi esposta al Museo Archeologico) datata in realtà al 900 a.C.

D’altra parte la particolarità – e in fondo il fascino – del santo dell’amore è proprio quella di avere una leggenda in continuo sviluppo ed evoluzione: a testimoniarlo la più recente ad essere diffusa, secondo cui sarebbe stato lui stesso innamorato: lanciata appena due anni fa da un libro, è stata già ripresa da un musical e da un film.

Un’ipotesi, peraltro, paradossalmente molto verosimile, visto che al tempo di Valentino i vescovi – come i preti – erano sposati, e proprio nel cimitero paleocristiano che si trova sotto la basilica di San Valentino a Terni è stata ritrovata una lapide funeraria intitolata ad una “venerabilis femina” definita “episcopa”, perché moglie del vescovo.

Arnaldo Casali

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Tovaglie Perugine, status symbol medievale

Nella Cena del Cavaliere da Celano (Giotto, Basilica superiore di Assisi, 1295-1299) la tavola è apparecchiata con una Tovaglia Perugina.

C’è un’Umbria da toccare con mano e da accarezzare che sfugge ai viaggi frettolosi e ai riti del turismo di massa. Si può scoprire seguendo un affascinante percorso che lega insieme l’antica arte della tessitura alla sapienza dei ricami e di merletti eterei, creati da mani pazienti e abilissime. Trame delicate, che appaiono come i timbri squillanti di un incanto fragile ma capace di sfidare il tempo. È lo stesso stupore che disegna nell’anima del viaggiatore un paesaggio inconfondibile e, a tratti, struggente. Le piccole e dolci colline sembrano quasi cingere in un lungo abbraccio l’armonico ordito dei campi. Prima dei tessuti, la bellezza segue altre strade. Tocca le pietre, le scale, i vicoli e i palazzi. E sfiora i castelli e i rosoni misteriosi di chiese antiche, che quasi precedono la meraviglia di piazze scenografiche e insieme raccolte. Spazi che si colmano in pochi passi. E dove le piacevoli abitudini si rinnovano ogni giorno. Luoghi intimi, riconoscibili, nei quali è ancora bello passeggiare e incontrarsi.

Per svelare questa trama nascosta bisogna partire da lontano. E pensare ai fondachi dei mercanti, cresciuti un po’ ovunque in secoli definiti bui in modo forse frettoloso. Ma che ancora oggi rischiarano il destino dell’Umbria, una regione sospesa tra Medioevo e futuro. Capace però di legare, come pochi altri territori, il globale con il locale: le università, i grandi eventi internazionali e le aziende tecnologiche convivono in modo naturale con la “sapienza delle mani” e con i mestieri d’arte che vengono ancora tramandati, seppure tra molte difficoltà, da padre in figlio. Questa piccola terra ogni giorno pesca il mondo grazie alla grande rete di internet. Ma non dimentica altre maglie, eleganti e ancora resistenti. Reti spesso minuscole, nelle quali si intessono anche le relazioni e dove gli ultimi artigiani trovano rifugio, protetti dalle radici profonde di una storia millenaria.

San Francesco di Assisi (1182-1226).

Il ricco mercante Bernardone, volle chiamare suo figlio Francesco in onore della Francia, il paese dalla lingua musicale dal quale importava stoffe preziose e dove volle anche trovare moglie. Nei primi anni del XIII secolo, nella sua bottega di Assisi, affollata di lavoranti, quei tessuti venivano cuciti con maestria, prima di fare il percorso inverso per essere venduti, dopo estenuanti viaggi a cavallo, nelle fiere e nei mercati della Champagne. La grande e vicina Perugia aveva già trentamila abitanti e una fiorente attività tessile. Come Foligno e la popolosa Orvieto del Duecento. Le Crociate aprivano nuovi, avventurosi percorsi. Sulla via della fede fiorivano anche gli scambi. E la lana, il lino, la canapa e la seta avvicinavano mondi diversi. La lana proveniva dagli allevamenti di ovini nell’appennino umbro marchigiano e dalla Valnerina. Oppure veniva importata, già filata dall’Inghilterra. Dal Trecento in poi, con la crescita della domanda, si aprirono nuovi mercati in Francia, Spagna e Portogallo. La canapa era coltivata soprattutto nell’area spoletina, in quella folignate, intorno a Perugia e nell’Altotevere. Fin dal Quattrocento le tele di Bevagna erano conosciute in tutta Europa: erano fini e bianche come il lino ma anche robuste. Servivano per il cordame e per gli usi più svariati.

Rakam, la parola araba che descrive il disegno e l’ornamento, avrebbe dato, nei secoli successivi, il nome alla nobile arte del ricamo. Ma nell’Umbria medievale quel suono era ancora sconosciuto. Anche se il segno del gusto per opere fragili e belle era già presente da tempo. Alberto Sotio, nel 1137 aveva già finito la sua Croce dipinta, che ora si può ammirare nel silenzioso splendore del Duomo di Spoleto. È il più antico capolavoro pittorico del Medioevo in Umbria: mostra un Cristo dolente, con gli occhi aperti, lo sguardo sereno e le braccia spalancate in un abbraccio misericordioso. I fianchi, appoggiati sulla Croce, sono coperti da un velo, trasparente e delicato, decorato da bande sottili, rosse ed azzurre. Colori che torneranno e diverranno tradizione. Nella chiesa di Santa Chiara, è ancora emozionante guardare il camice che la santa cucì per S. Francesco: le belle figure geometriche che rappresentano cervi e colombine sono disposte con cura, in modo armonioso e alternato. Anche quando la grave infermità la costrinse a letto, Chiara chiedeva alle consorelle di sollevarla dal suo povero giaciglio. E appoggiata ai sostegni, filava tessuti delicati, dedicati alla gloria di Dio. Allora i ricami servivano soprattutto ad ornare gli altari. Le clarisse di Assisi seguirono con entusiasmo l’esempio della fondatrice del loro ordine. Nel silenzio dei conventi, nacquero piccoli capolavori destinati a sfidare il tempo. Alcune tracce sono giunte fino a noi. Nella sacrestia della grande chiesa di San Domenico di Perugia i fregi della veste liturgica di papa Benedetto XI, realizzati in lino, con ricami in seta, risalgono al 1303. E il museo dell’Opera del Duomo di Orvieto conserva due trecenteschi bordi in lino rifiniti solo in minima parte con lavoro ad ago.

Tovaglia con motivi animali e geometrici. Collezione Galleria Nazionale dell’Umbria.

Ma il punto di forza della grande tradizione tessile medievale umbra erano le celebri Tovaglie Perugine: stoffe con fondo bianco, a occhio di pernice o spina di pesce bassa, con fasce colorate in blu e in qualche rarissimo caso anche in color ruggine. La pianta da blu, il guado, ha origini antichissime. Per almeno cinque secoli, dal Duecento al Seicento, fu coltivato in Valtiberina, soprattutto nell’area intorno a Sansepolcro. L’originale disegno delle tovaglie ricorda il moto ondoso dell’acqua. I perugini, nel loro dialetto, chiamarono quella figura stilizzata “belige”, per indicare il movimento a bilancia che durante la tessitura facevano i pedali degli antichi telai. Gli ornamenti, concentrati a fasce orizzontali sui lati minori del tessuto, si ottenevano grazie a trame supplementari di cotone bambagioso oppure di misto lino. Le tovaglie cominciarono ad essere utilizzate nelle chiese medievali del centro Italia soprattutto per abbellire gli altari. Poi, dopo il Quattrocento, l’uso si diffuse tra i nobili e nelle famiglie più ricche, in Toscana, nelle Marche, in ampie zone del centro Italia ma perfino nel nord Europa, in Trentino, in Friuli, nella Carnia e in Sicilia, dove una clientela colta e raffinata ne fece, per almeno due secoli, una sorta di “status symbol” delle classi dominanti.

Così diventarono parte integrante dei corredi. E via via si trasformarono in asciugamani, utili sia per gli usi sacri che per quelli profani, oppure in tende, cuscini e scialli da testa e per le spalle. Qualche volta i tessuti venivano arrotolati per servire da appoggio alle ceste che si portavano sulla testa. Ma secondo le occasioni, fungevano anche da cintura, sacca, bisaccia, stendardo o premio da assegnare nei tornei cavallereschi. Negli inconfondibili “tessuti perugini” veniva rappresentato un vastissimo repertorio di figure. Disegni geometrici, architettonici, vegetali e zoomorfi. Segni e simboli sia religiosi che profani, di discendenza araldica e spesso ispirati alla cavalleresca “età cortese”. Così cervi, grifi rampanti o in procinto di camminare, pavoni, falchi, lepri, lupi, leonesse, draghi e sirene venivano tessuti insieme a teorie di castelli e fontane, tralci di vite fruttati o altre piante e immagini nelle quali, di continuo, veniva evocata Perugia con la sua straordinaria Fontana Maggiore da poco costruita ma subito assurta a simbolo dell’identità cittadina, oppure Porta Sant’Angelo e anche l’insegna di Porta Eburnea, con l’elefante capace di sostenere una torre.

Le antiche tovaglie conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria.

Alcune tovaglie, ora conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria e appartenute alla collezione privata di Mariano Rocchi, presentano motivi decorativi molto particolari: quasi delle figure raddoppiate, come se le immagini fossero riflesse sull’acqua. Oppure con le lettere invertite, dove, ad esempio, la parola Amore si legge “Eroma”. Nei manufatti destinati agli altari ricorre, in infinite varianti, il disegno, intervallato da rosette ad otto petali, degli uccellini, già presente nei bassorilievi delle tombe etrusche. La lepre dell’innocenza, che arriva dalla tradizione mediorientale, è inseguita da un lupo lussurioso. E il cervo che nell’iconografia cristiana rappresenta la virtù, si abbevera alla fonte della saggezza o si accosta dolcemente all’albero della vita, come pure fanno, in alcuni casi, delle leonesse accosciate. In alcune tovaglie, ritrovate in Valnerina, appare anche la figura del caprone, con le corna avvolte a spirale. È sorprendente l’analogia degli antichi tessuti umbri con i “taleth”, gli scialli rituali ebraici bianchi a strisce blu. Di certo, le tovaglie percorsero anche le lunghissime strade delle Crociate. Lo testimoniano le rustiche bisacce confezionate dai tanti cavalieri che dall’Europa si mettevano in cammino alla volta del Santo Sepolcro. Molti dei motivi decorativi non sono stati ancora decifrati, anche se sono evidenti le ricorrenti simbologie cristiane intorno al tema dell’immortalità e della resurrezione e i segni beneauguranti e di buon auspicio, mescolati, in età più tarda a motti galanti o gentilizi in grafia tardo gotica. Per l’antropologa culturale Maria Luisa Buseghin i disegni dei pavoni, delle aquile e del leone con una o due code, denotano una chiara origine orientale, in particolare persiana. La stessa autrice, insieme ad altri studiosi specializzati sull’argomento, ricorda la tradizione non documentata che vuole la Confraternita della Mercanzia di Perugia, sorta nel 1380, come la prima vera e propria “fabbrica” delle tovaglie. L’antico istituto cittadino allora si occupava anche della riscossione delle tasse e di una razionale suddivisione del lavoro tra le 44 arti che animavano la Perugia del Trecento, fra le quali spiccava la potente corporazione dei lanari. Frammenti o porzioni di antiche tovaglie sono assai rare da trovare. Quelle integre sono rarissime e visibili quasi soltanto nei musei e nelle collezioni private. Ma la loro fortuna fu tale che vennero riprodotte da molti fra i più grandi artisti del Medioevo e del Rinascimento, in dipinti, affreschi e sculture lignee. Spesso venivano rappresentate insieme ad altri tessuti di gran pregio, quasi sempre di seta, importati da Lucca, dalla Sicilia o dall’estremo Oriente, destinati ad abbellire le chiese o le vesti lussuose di prelati e sovrani.

Particolare del Cenacolo di Ognissanti, Ghirlandaio (1480), Museo del Cenacolo di Ognissanti, Firenze.

Così fece, ad esempio, un artista della fine del Duecento: il Maestro delle Palazze, che in una Ultima cena, ora conservata all’Art Museum di Worcester, dipinse una lunga tovaglia, panneggiata con cura e ornata “alla perugina”, con fasce a motivi geometrici. La consacrazione artistica delle celebri tovaglie arrivò però con l’arte nuova, moderna e dirompente del grande Giotto, nella Cena del Cavaliere da Celano, uno dei ventotto affreschi che compongono il vastissimo ciclo murale delle Storie di San Francesco, ospitato nella Basilica superiore di Assisi. L’opera racconta una morte annunciata: la gioia abituale di un convivio che nel balenio delle poche parole scambiate tra San Francesco e il devoto cavaliere, si muta in dolore e lamento. La bianca tovaglia di renza appare in bella vista, stesa su una tavola “alla fratina”. Sopra, troneggia una trota arrostita, tra le posate medievali, i piatti dai bordi appiattiti e due lussuosi bicchieri di vetro. Cinque anni dopo, nel 1305, il grande artista ripropose le tovaglie anche nelle Nozze di Cana dipinte nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Sempre ad Assisi, nella basilica inferiore, colpisce la grazia degli stucchi “ricamati” di Simone Martini nel Sogno di Sant’Ambrogio. Ma soprattutto, nella stessa chiesa, bisogna guardare con tutta l’attenzione che merita, l’altro capolavoro dello stesso autore, San Martino in atto di celebrare la Messa, in cui vengono raffigurate due diverse e splendide tovaglie d’altare, decorate in modo minuzioso con motivi geometrici e con simbologie zoomorfe. E ammirare, pochi metri dopo, l’emozionante Lavanda dei piedi di Pietro Lorenzetti, che risale al 1320 e che mostra un altro, mirabile esempio dei tipici tessuti perugini. Lo stesso artista rielaborò il tema delle Tovaglie Perugine una ventina di anni dopo anche nella Nascita della Vergine, conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena.

In Umbria, negli anni Trenta del Trecento, un altro ignoto e dotatissimo pittore, in una nicchia dell’ex convento francescano di Sant’Antonio a Pissignano, rivestì l’arcata che incornicia una Crocifissione con una tovaglia d’altare finemente ricamata. Nello stesso periodo, stoffe listate vennero dipinte a mo’ di foulard dal Maestro della Cattura di Cristo nella basilica superiore di Assisi o addirittura come cappucci dal grande e anonimo artista che a Montefalco affrescò la cappella della Croce, nella chiesa cittadina dedicata a Santa Chiara. Il Maestro di Cesi adornò con la pittura di quella stoffa alla moda la misericordiosa testa della Vergine in un originale Trittico che da molti anni arricchisce il già sontuoso museo Ephrussi de Rothschild di Cap Ferrat, in Francia. Altre testimonianze pittoriche si possono rintracciare nelle chiese spoletine di Santa Elisabetta e San Pietro Martire e nel tempio dell’Annunziata di Poggio di Croce a Preci. A Campi alta, nella scenografica chiesa di Santa Maria di Piazza, la Presentazione di Maria al tempio di Antonio e Giovanni Sparapane, è un vero e proprio trionfo espositivo dei tessuti umbri medievali. Nel Martirio di Santa Barbara, Madonna di Loreto e Sant’Antonio da Padova di Bartolomeo di Tommaso, visibile nella Pinacoteca comunale di Foligno, anche gli angeli al lavoro indossano tessuti finemente disegnati. L’affresco fa il paio con un’altra opera dell’artista, che mostra ornamenti dello stesso tipo: è il Giudizio Finale, che campeggia nella bella chiesa ternana di San Francesco, scampata ai 110 bombardamenti che misero in ginocchio la “città dell’acciaio” durante la seconda guerra mondiale.

I tessuti per i quali l’Umbria era famosa, vennero messi in mostra anche da artisti ignoti e affascinanti: ornati geometrici abbelliscono la statua lignea di una Madonna con Bambino che si può ancora ammirare nella chiesa di San Francesco a Acquasparta. Altri motivi vegetali compaiono nell’abito di un angelo, scolpito nella metà del Quattrocento e conservato nella pinacoteca comunale di Cascia. Sono bellissimi i tessuti verdi e amaranto che risaltano al centro della scena dei Funerali di Sant’Agostino di Ottaviano Nelli nella chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Le Tovaglie Perugine tornano in un particolare della stupefacente Cappella Baglioni di Spello dipinta dal Pinturicchio, nel Cenacolo di Foligno del Perugino e in due capolavori esposti nella Galleria Nazionale dell’Umbria: l’Adorazione dei Pastori di Bartolomeo Caporali e la Pietà di Piero di Cosimo. Ma anche altri artisti immortali vollero impreziosire le loro “ultime cene” con i tipici tessuti, da Duccio di Boninsegna al Ghirlandaio, dal Beato Angelico fino a Leonardo Da Vinci. Tovaglie damascate di lino bianco a piccoli rombi si conservano ancora alla Marienkirche di Danzica e emergono in tutta la loro bellezza nelle realistiche pennellate di alcuni artisti di scuola fiamminga, come Hans Memling che volle riprodurle nella sua Circoncisione, visibile al Museo del Prado di Madrid. Nei corredi delle signore dell’aristocrazia europea non potevano mancare i tessuti dell’Umbria, icona di un gusto ormai consolidato.

Le moderne Tovaglie Perugine.

Non stupisce quindi trovare la citazione delle “tovaglie e pannili perugini” nell’inventario della dote che Caterina de’ Medici portò con sé quando andò in sposa al re di Francia Enrico II. La regina fiorentina adorava ricamare, tanto che si diceva lo facesse anche durante gli incontri politici di alto livello. Al suo nome è legato quel Punto Madama riscoperto centinaia di anni dopo, come specifico della tradizione regionale. C’era una scuola umbra del ricamo già nel Rinascimento. Il Burato, libro de ricami di Alessandro Paganini, uno dei testi per modelli più antichi, stampato nel 1484 e che rimase in voga per quasi due secoli, riporta splendidi disegni di motivi ornamentali di animali fantastici già presenti nelle produzioni dell’Umbria, insieme a donne con la coda di sirena e leoni alati seduti dorso contro dorso. Il volume riporta sia schemi da ricamare a fili contati che da disegnare con la tecnica dello “spolvero”.

Alla fine del Cinquecento le produzioni artigiane subirono un declino che sembrò inarrestabile. I lavori del tessuto su tela, dei ricami e dei merletti scomparvero per quasi trecento anni dal commercio pubblico. Ma tornarono all’alba del XX secolo.

Federico Fioravanti

Questo articolo fa parte del volume ”Umbria delle mie Trame. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, lavoro editoriale di Promocamera, azienda speciale della Camera di Commercio di Perugia che ha dedicato una collana alla valorizzazione delle eccellenze regionali. Il volume, con testi e coordinamento editoriale di Federico Fioravanti e progetto grafico dello Studio Fabbri, viene distribuito in occasione di eventi, manifestazioni e mostre in Italia e all’estero.

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Il Festival del Medioevo vince il Premio Italia Medievale 2016

La splendida Piazza San Giovanni di Gubbio, la città sede del Festival del Medioevo (foto Gavirati).

L’Associazione Culturale Italia Medievale ha conferito al Festival del Medioevo il © Premio Italia Medievale, assegnato direttamente dal direttivo di Italia Medievale in forma di riconoscimento speciale.

Il prestigioso premio viene assegnato ogni anno a personalità, istituzioni e privati che si sono particolarmente distinti nella promozione e valorizzazione del patrimonio medievale italiano. È stato istituito nel 2004 e in tredici anni ha premiato grandi nomi nel mondo della ricerca, della divulgazione e della valorizzazione di questo periodo storico.

Tra i tanti, Dario Fo, Roberto Benigni, Ermanno Olmi e importanti istituzioni che diffondono la cultura del Medioevo, come la Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino (SISMEL), il CERM (Centro Europeo di Ricerche Medievali) e la Società Italiana per lo Studio del Pensiero Medievale (S.I.S.P.M.).

Negli anni, il premio è stato assegnato anche ad autori di saggi, romanzi storici e lavori editoriali, a numerosi gruppi e associazioni di splendide rievocazioni storiche, a proposte turistiche di eccellenza e a prodotti editoriali del versatile mondo multimediale.

Oltre al Festival del Medioevo, il direttivo di Italia Medievale ha assegnato premi speciali all’Archeodromo di Poggibonsi Poggibonsi (SI) e al libro “Genova e il mare nel Medioevo” di Antonio Musarra.

Mentre per le altre categorie, votate on line dal pubblico del portale Italia Medievale, i premi sono andati a:

Editoria (scrittori, editori, tipografi, grafici, librerie): I paesaggi dell’Italia medievale di Riccardo Rao Arte (pittura, scultura, artigianato, modellismo, abiti): Antica Bottega Amanuense Recanati (MC) Spettacolo (attori, registi, produttori, musicisti): Ensemble Aubespine Assisi (PG) Gruppi storici (associazioni, gruppi d’arme, giochi storici): Bandum Freae San Giovanni in Persiceto (BO), La Fara Tricesimo (UD) Istituzioni (enti pubblici, università, musei, biblioteche): Archivio di Stato di Modena Modena (MO) Turismo (agenzie, tour operator, apt): Piemonte Medievale Briga Novarese (NO) Multimediale (portali, internet, web agency): Giotto, l’Italia. I luoghi Venezia Mestre (VE)

Grazie all’Associazione Culturale Italia Medievale, che da molti anni sostiene in modo concreto l’impegno di coloro che si adoperano per divulgare e approfondire su basi storiche e documentate le discipline e le tematiche che hanno a che fare con il Medioevo.

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