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Una scuola per ogni cattedrale

Un professore per ogni cattedrale. Così anche chi era povero poteva studiare. La decisione fu presa nel Concilio Lateranense del 1179, convocato a Roma da papa Alessandro III dopo la pace tra l’imperatore Federico Barbarossa e la Lega Lombarda. L’ obbligatorietà della presenza di un docente in ogni grande chiesa ebbe effetti dirompenti. Consentì a molte persone che non erano nobili di nascita di avere una adeguata istruzione. E funzionò da “ascensore sociale” per molti personaggi di grandissimo ingegno seppure di origini umili (nella foto, una lezione universitaria in una miniatura del 1350). Forse Alessandro III, quando impose la nuova norma pensò anche alla sua infanzia a Siena e a suo padre Ranuccio, che all’epoca non aveva molti soldi per farlo studiare. Ma Rolando Bandinelli riuscì comunque a frequentare con grande profitto l’università di Bologna, tanto da diventare un famoso insegnante di diritto. Concilio a parte, nel Medioevo, un’epoca che spesso nell’immaginario collettivo giudichiamo “immobile” nella composizione sociale, chi aveva talento riusciva comunque ad emergere. Almeno nelle gerarchie della Chiesa. Sugero, abate di Saint Denis, che resse la Francia quando Luigi II partì per la seconda crociata, era figlio di un servo. E Maurizio di Sully, l’arcivescovo parigino che fece costruire Notre Dame e che perorò presso il papa in modo raffinato la causa di Thomas Becket nella lotta con il re Enrico II, aveva come genitori due mendicanti. San Pier Damiani da giovane era un guardiano di porci. Ma riuscì a diventare priore di Fonte Avellana, vescovo di Gubbio, cardinale e consigliere di papa Gregorio VII. Teologo e latinista eccezionale, era così erudito che i suoi contemporanei lo soprannominarono Grammaticus. Gerberto d’Aurillac in gioventù faceva il pastore di pecore ma divenne l’uomo più colto del suo tempo. Salì al soglio con il nome di Silvestro II. Primo papa francese, introdusse in Europa le conoscenze arabe dell’aritmetica, lo studio delle scienze e quello dell’astronomia. Altri due pontefici, Sergio IV (1009-1012) e Urbano IV (1195-1264) erano entrambi figli di calzolai. Gregorio VII (1025-1085) uno dei “giganti” della Chiesa, veniva da una famiglia di poveri artigiani di Sovana, un paese della Maremma. Anche Benedetto XI riuscì a diventare papa nonostante fosse figlio del servo di un conte. Sisto IV (1414-1484) il papa passato alla storia per aver dato il suo nome alla Cappella Sistina, nacque da una modesta famiglia di Celle Ligure. Il padre del primo e unico pontefice olandese Adriano VI (1459 –1523), maestro del filosofo Erasmo da Rotterdam e precettore del futuro imperatore Carlo V, lavorava come falegname specializzato nelle costruzioni navali e di cognome faceva Floriszoon. Suo figlio Adrian era universalmente ammirato per la sua cultura, unita a una grande forza di volontà. Così stimato che il conclave lo scelse come papa senza nemmeno un voto contrario. Aveva però un compito difficile: quello di succedere al fiorentino Giovanni de’ Medici (Leone X, 1475-1521) munifico pontefice rinascimentale, dalla leggendaria prodigalità, che in otto anni di regno spese la bellezza di quattro milioni e mezzo di ducati, tanto da far rischiare alla Chiesa una clamorosa bancarotta. Un anonimo si scandalizzò e scrisse: “Leone si è mangiato tre pontificati: il tesoro di Giulio II, le rendite di Leone e quelle del suo successore”. Aveva ragione. Ma “noblesse oblige”: Giovanni era nato ricco. Suo padre Lorenzo, con versi immortali, ci ricorda ancora che “di doman non c’è certezza”. L’austero Adriano da Utrecht tagliò tutte le spese possibili, comprese quelle dei poeti, dei letterati e degli artisti. Sconvolse i romani quando disse che per il suo mantenimento voleva spendere soltanto uno scudo al giorno. Morì tredici mesi dopo la sua ascesa al soglio, quando i suoi ammiratori si erano ormai dileguati. Sul trono di Pietro arrivò un altro Medici, Giulio, eletto papa con il nome di Clemente VII (1478-1534). Raffinato mecenate, come da tradizione della casa. Aveva frequentato buone scuole, almeno quanto il frugale Adriano. Ma era ricco di famiglia.

Federico Fioravanti

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La marcia dei Quaranta Monaci

Era la primavera dell’anno 596 quando quaranta monaci benedettini guidati dal priore Agostino si misero in viaggio per l’Inghilterra. Partirono dal monastero romano di Sant’Andrea sul Celio. Quella spedizione era stata ordinata da papa Gregorio Magno, deciso a convertire al cristianesimo gli abitanti di quell’isola nebbiosa e lontana. Ma i religiosi non erano così convinti di poter affrontare i pagani in un paese così difficile e pieno di insidie. Accadde quindi che quando arrivarono in Francia, si fermassero a lungo in Provenza, indecisi sul da farsi. Qualcuno addirittura voleva tornare indietro, a pregare e lavorare nel tranquillo monastero sul colle vicino al Colosseo. Anche perché i cronisti dell’epoca descrivevano i Sassoni come un popolo feroce e vendicativo. Ma una paterna e ferma lettera del pontefice raggiunse i monaci: il papa intimava loro di riprendere subito il viaggio. Poco prima della Pasqua dell’anno successivo, dopo un faticoso viaggio, la pattuglia dei seguaci della regola benedettina sbarcò in una piccola isola del Kent. Il re d’Inghilterra si chiamava Ethelbert. Era un pagano e tale rimase. Ma aveva sposato Berta, la figlia cristiana di Cariberto, re di Parigi. La giovane francese era molto devota a San Martino di Tours a cui dedicò una chiesa a Canterbury, allora capitale del regno. Il sovrano permise alla moglie di adorare il proprio dio. Confortati dalla benevolenza della regina, i monaci iniziarono a convertire quel popolo, per tanti versi sconosciuto a chi viveva al di qua della Manica. Agostino fu il primo vescovo inglese. E poco tempo dopo diventò arcivescovo di Canterbury. Nuovi benedettini arrivarono da Roma. Due monaci italiani, Mellito e Giusto, furono nominati vescovi di Londra e di Rochester. La missione dei religiosi nel giro di qualche anno si estese nel nord del paese, prima tra le boscose regioni del Northumberland e poi nella fredda e sperduta Scozia. Poco dopo Mellito fondò la cattedrale di San Paolo. E nel 616, venti anni dopo la spedizione dei quaranta monaci, i benedettini favorirono la costruzione di un piccolo santuario nelle vicinanze di Londra, proprio nel punto dove le acque del Tamigi formavano una palude. Così nacque Westminster, un nome che ha segnato nei secoli la storia d’Inghilterra.

Federico Fioravanti

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Il Cavaliere di Madara

Un maestoso cavaliere, scolpito a 23 metri dal suolo su una roccia alta circa 100 metri. Il gigantesco bassorilievo è stato scolpito nel 705 dopo Cristo a Madara, nella Bulgaria nord-orientale, vicino alla città di Šumen e a circa 70 km da Varna. E’ un’opera unica nella cultura artistica europea: il cavaliere, armato di lancia, caccia un leone, rappresentato sotto il destriero al galoppo. L’eroe è seguito da un cane da caccia e preceduto da un’aquila in volo. La scena rappresenta in modo simbolico un trionfo militare: quello di Khan Tervil, che regnava proprio nel periodo in cui l’opera è stata realizzata. Il bassorilievo è quindi opera dei Bolgari, una tribù nomade di guerrieri che si insediò nella Bulgaria nord-orientale alla fine del VII secolo e, che dopo essersi fusa con i popoli slavi che già vivevano in quelle terre, diede origine ai bulgari di oggi. L’archeologo Vesilin Besheliev, ha determinato l’età precisa del rilievo fissandola al 705, appena 24 anni dopo la fondazione della Bulgaria (681). Tre iscrizioni in lingua greca medievale che illustrano l’opera ci danno importanti informazioni sulla storia di quei territori. In particolare la prima delle scritte incise sulla pietra attesta l’accettazione da parte di Giustiniano II del regno di Khan Tervil sulla Bulgaria con un gesto di omaggi: il pagamento delle tasse ai Bulgari da parte dei Bizantini. Le altre iscrizioni si riferiscono a Khan Krum (796-814) e Omurtag (814-831) e con ogni probabilità vennero scolpite per loro ordine. Il monumento è inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO fin dal 1979. La figura era anche sul retro di una moneta in circolazione in Bulgaria una decina di anni fa. E secondo un sondaggio fatto all’epoca, un bulgaro su quattro avrebbe voluto proprio il Cavaliere di Madara come immagine simbolo per il conio della moneta bulgara, in previsione di un futuro ingresso del paese nel sistema dell’euro.

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Ripoll, il portale delle meraviglie

Il sindaco di Ripoll, un comune di meno di 11mila abitanti in provincia di Girona, ha chiesto all’Unesco che il meraviglioso portale romanico del Monestir di Santa Maria venga riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità.

L’imponente accesso alla chiesa benedettina è una immensa pagina d’arte scolpita, un libro di pietra che somiglia a un arco di trionfo. Le figure mitologiche e i segni zodiacali sono intagliati con sorprendente maestria. E raccontano i passaggi più importanti della Bibbia: Dio in maestà, Vegliardi dell’Apocalisse e scene dell’Antico Testamento. Mostri favolosi e profeti. Ma anche la vita dei santi Pietro e Paolo, insieme ai segni zodiacali, ai mesi e ai mestieri del mondo medievale. Una vasta composizione che lascia spazio a stili diversi e comunque affascinanti.

Il complesso risale all’anno 888 e fu edificato da Goffredo il Peloso, conte di Barcellona, considerato dagli storici del XIX secolo come il primo artefice della indipendenza catalana. Era un nobile dell’impero carolingio. Approfittò del collasso del potere reale per creare un suo stato potere personale, la “Catalunya Vella”, che poi riuscì a trasmettere ai figli. Combatté sia contro i Franchi che contro i musulmani.

Il drammaturgo e poeta Serafí Pitarra, autore di un centinaio di commedie, scrisse nella seconda metà dell’Ottocento:”Figli di Goffredo il Villoso, questo vuol dire Catalani”. Fu infatti proprio Goffredo a creare la bandiera a quattro barre, quando ferito a morte dai Mori, passò quattro dita insanguinate sul suo scudo dorato. La sua tomba fu trovata nella “galleria orientale” del chiostro, insieme ai resti di altri nobili e degli abati che governarono il luogo di culto.

Il monastero benedettino nel Medioevo fu un importante centro di cultura, un secolo e mezzo prima della Scuola di Toledo. Famoso per la scuola di musica, di poesia e di scienza. E per lo scriptorium che irradiò sapere in tutta la “Marca Hispanica” e fu anche la culla della storiografia ufficiale catalana con i “Gesta Comitum Barcinonensium”.

L’antica biblioteca era tra le più fornite di Spagna e d’Europa. Molti di quei libri preziosi ora sono conservati a Barcellona, nell’archivio della corona d’Aragona, uno dei cinque archivi di Stato centrali della Spagna. La splendida bibbia originale di Ripoll è invece nella Biblioteca Vaticana.

Santa Maria continuò ad essere il principale centro religioso della Catalogna fino al XV secolo. Poi iniziò un lento declino, che si accentuò quando la Catalogna e l’Aragona si unirono. E soprattutto quando il monastero perse il controllo di Montserrat (1431), il santuario nel quale sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, nel marzo del 1522, dopo una febbrile notte di preghiere, si convertì e depose i suoi abiti di cavaliere.

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Martino, la cappella e il cavaliere

San Martino (316-397) aveva solo 18 anni e faceva il soldato quando fu protagonista dell’episodio di carità per il quale è conosciuto in tutto il mondo: a Amiens una gelida notte d’inverno incontrò un mendicante lacero e infreddolito. Non aveva niente da dargli. Allora imbracciò la spada, tagliò il suo caldo mantello di cavaliere dell’impero e ne donò la metà a quell’uomo povero, incontrato per caso. (Nella foto, bassorilievo del Duomo di Lucca).

La stessa notte, sognò Gesù Cristo, coperto dal quel mantello, che parlava agli angeli: “”Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito”. La leggenda dice che quando si risvegliò il mantello fosse tutto intero, vicino a lui. Turbato e felice, Martino volle subito farsi battezzare. E il tempo cambiò: un tiepido sole scaldò l’aria. Nella cultura popolare nacque così l’Estate di San Martino, “che dura tre giorni e un pochinino” e che nei paesi anglosassoni viene chiamata Indian Summer (“estate indiana”).

In latino il mantello si chiamava “cappa”. E quello più corto dei militari veniva quindi indicato come “cappella”. Martino è il patrono di Francia. Il mantello del miracolo, la cappella del santo, fu custodito nei secoli come una reliquia nell’oratorio privato dei re Merovingi e dei sovrani Carolingi. E diede il nome anche ai Capetingi, il casato più antico in Europa: Ugo Capeto, fondatore della dinastia, si sarebbe chiamato così perché custodiva la reliquia in una stanza del suo palazzo, un piccolo luogo di preghiera, che per via del sacro indumento fu detta da allora “chapelle”.

I Franchi portavano il mantello in guerra, lo esibivano davanti alle truppe, confidando nella protezione del santo patrono. Sulla “cappa” di San Martino si prestarono i giuramenti più solenni. Carlomagno volle il mantello tutto per sé: lo conservò nell’oratorio palatino di Aquisgrana, che da allora si chiamò Aix-la-chapelle (in tedesco Aachen). Così la parola “cappella” che designava l’oratorio del re, diventò il nome di tutti gli oratori del mondo. I custodi della reliquia vennero chiamati “cappellani”, sacerdoti a cui competeva anche il canto liturgico non accompagnato dagli strumenti musicali e quindi poi definito “a cappella”.

Martino è uno dei santi più amati nel mondo. Venerato dalla Chiesa cattolica ma anche da quella ortodossa e da quella copta. Protettore dei militari e dei pellegrini. Il culto si diffuse rapidamente anche in Italia: san Benedetto consacrò a Martino l’antico tempio di Apollo sulla vetta di Cassino, e volle poi finire i suoi giorni nell’oratorio a lui dedicato. A Roma, fu il primo santo non martire a essere venerato grazie a papa Simmaco (498-514) che gli dedicò una basilica sull’Esquilino, l’attuale San Martino ai Monti.

Quando morì a Candes, che da allora si chiamò Candes-Saint-Martin era la mezzanotte dell’8 novembre del 397. Gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours si disputarono la salma. Vinsero questi ultimi che di notte trafugarono il cadavere del loro vescovo e lo portarono in città con le barche, lungo i fiumi Vienne e Loire. La ricorrenza da allora si celebra l’11 novembre, nell’anniversario della sepoltura.

Già nel primo Medioevo, Martino era il santo più popolare d’Europa. Il suo straordinario successo in Gallia si spiega anche la trasposizione di molte usanze pagane. I giorni della sua festa coincidono con gli stessi del Samhain, il capodanno dei Celti. La parola forse viene da “samhuinn” e potrebbe voler dire “summer’s End”, fine dell’estate. Poi, nei paesi anglosassoni, Samhain diventò All Hallow’Eve, ove “Eve” sta per “vigilia”. E così arrivò Halloween.

La festa di San Martino dalla Francia si diffuse rapidamente in Germania, in Scandinavia e nel resto d’Europa. E proprio come avveniva per il Samhain, quello divenne il giorno dei banchetti, di una abbondanza che andava celebrata. Ancora oggi, un proverbio abruzzese, quando in una casa non manca proprio niente, recita: “Ce sta lu sante Martino”.

La ricorrenza di San Martino, come il Samhain, celebrava la fine dei lavori nei campi e l’inizio della raccolta. Così l’11 novembre divenne il giorno di un nuovo inizio: cominciava la scuola, si inauguravano le aule di tribunale e addirittura iniziavano i lavori del parlamento. Un giorno insomma di tutti i cambiamenti importanti, in cui scadevano i contratti agricoli e quelli degli affitti. E in cui spesso si cambiava casa: “far San Martino”, in molte zone dell’Italia indica ancora un trasloco. Una data utile anche per ammazzare il maiale, l’animale allevato con amore in vista di una morte certa. Tanto che un proverbio spagnolo certifica la fatalità: “A todos nos llega el San Martìn”, che significa “Per tutti arriva il San Martino”. Come dire che tutti, prima o poi, dobbiamo morire.

In Francia “L’apostolo delle Gallie”, protettore dei pellegrini e dei militari, è ancora invocato come primo patrono della nazione. Un santo soldato, conquistatore di anime che richiama un altro mito: quello di un dio cavaliere che montava un cavallo nero e indossava una mantellina dello stesso colore e che veniva venerato in un’altra terra celtica, la Pannonia, patria di san Martino. Era una divinità degli inferi, capace però di trionfare sulla morte.

Nella trasposizione popolare Martino, santo esorcista delle Gallie, cavaliere, giusto, ascetico e generoso, su un bianco destriero combatte il diavolo e i mali del mondo. Come l’antico eroe germanico Wigalois, celebrato da un romanzo arturiano tedesco da Wirnt von Gravenberg poco dopo il 1210. E come un altro maestoso e stupefacente “dio-cavaliere” medievale, scolpito su una roccia alta cento metri a Madara, nel nord est della Bulgaria.

L’infernale creatura del dio cavaliere dei Celti sopravvisse in Gran Bretagna, nell’ ”hodden horse” la maschera inquietante di un uomo nascosto sotto un mantello nero dal quale emerge la testa dipinta di un cavallo o di un teschio con la mascella semovente. Nel periodo natalizio era tenuto per le briglie da un “domatore” e avanzava tra le strade dei villaggi, circondato da suonatori, questuanti e bambini che cercavano di montare in sella. Ma l’animale con il mantello batteva i piedi e scuoteva la testa. E tutti gettavano dolci e monete in quella sinistra bocca spalancata.

Il mantello cambia colore e diventa bianco con Mari Lwyd, la versione gallese del “cavallo nascosto”. Si festeggia ancora oggi a Llantrisant e Pontyclun: c’è un uomo celato sotto la maschera e dei questuanti impegnanti in una gara di versi insolenti. E poi tutto finisce tra dolci, birre e allegria.

Perché quando il Bene trionfa c’è sempre un cavaliere. E un mantello che ci ripara dal Male.

Federico Fioravanti

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“Mettersi nelle mani di qualcuno”

Il modo di dire nasce dal giuramento di fedeltà del vassallo al suo signore. E da una specifica cerimonia, nata in epoca carolingia.

Con la “immixtio manuum”, la “immissione delle mani”, l’inferiore (il vassallo) metteva le sue mani in quelle del superiore (il feudatario). Così, attraverso un rapporto personale, i “fidelis” erano legati al sovrano.

Il sistema feudale, al di là dei luoghi comuni, non era una organizzazione prestabilita e di struttura piramidale. Si fondava piuttosto su un modo specifico di condividere il potere. Un legame stretto e diretto. Un patto sacro tra un maggiore e un minore, nato dall’antica usanza dei guerrieri barbari di spartirsi il bottino dopo un saccheggio.

All’epoca di Carlo Magno, le prede di guerra erano ormai diventate le vaste terre conquistate con la forza delle armi. La nuova divisione comportò quindi l’assegnazione di territori che andavano governati. Concessioni e benefici in cambio della fedeltà militare. L’organizzazione dell’impero veniva cementata dal mestiere delle armi. Nell’atto formale di sottomissione, il signore feudale riconosceva la superiorità di un altro nobile. E si affidava completamente a lui (nella foto, una miniatura che descrive l’omaggio di un vassallo a Carlo d’Orléans).

L’etimologia della parola spiega la funzione: il termine latino “homagium” deriva infatti dalla parola “homo” unita al verbo “agere” (“condurre”). Così il nobile si lasciava guidare dal suo signore. Solo una persona di alto livello sociale poteva prestare omaggio. Perché armi e cavalcature costavano molto. E il vassallo durante la cerimonia doveva impegnarsi in modo solenne a combattere per il suo signore sia a cavallo che con la spada, lo scudo, la lancia, l’elmo e l’usbergo, la fitta maglia composta da migliaia di anelli di ferro da indossare in battaglia.

L’immissione delle mani giunte del minore in quelle aperte e poi strette del maggiore, era la consegna e la trasmissione di una forza nella quale erano in gioco la vita e la morte. Il giuramento veniva pronunciato toccando i vangeli oppure le reliquie dei santi. Poi il vassallo baciava il feudatario sulla bocca (“osculum”). Da quel momento diventava “uomo di bocca e di mani” del suo maggiore. Non doveva mai tradirlo e insultarlo. E doveva essere pronto, in qualunque momento, a combattere per lui.

La cerimonia dell’omaggio cambiò anche il modo della preghiera verso Dio: dalle braccia aperte e rivolte al cielo, si passò alla posizione a mani giunte.

Uno stesso gesto: protezione e sottomissione. Per il sovrano che concedeva le terre e il Signore che poteva aprire il regno dei cieli.

Federico Fioravanti

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L’animale sacro

Unni, Avari, Slavi, Ungari, Turchi, Mongoli: in molti miti dei popoli della steppa, i “barbari dell’Est”, si intrecciano le leggende di animali guida e di miracolosi passaggi dei fiumi. Storie fondative e racconti epici, ripetuti di bocca in bocca durante i bivacchi.

Paolo Golinelli in “Un millennio fa. Storia globale del pieno Medioevo” (Mursia) ricorda che il nome stesso della tribù turca dei Selgiucidi vuol dire “piccola zattera” o “piccolo torrente”. E che fu proprio grazie a un pesce che i nomadi Oghuz riuscirono ad attraversare le acque, vaste come il mare, dell’Aral, il grande lago salato Aral che oggi segna la frontiera tra l’Uzbekistan e il Kazakistan. Nei racconti delle tribù, altri pesci e anche numerose tartarughe formarono un provvidenziale ponte grazie al quale dei pastori nomadi poterono vincere la forza di un fiume nelle desolate steppe cinesi.

Molti animali sacri guidarono i popoli nelle loro migrazioni. I Tabgatch dell’XI secolo seguirono un mitico cavallo. La tribù turca degli Oghuz trovò nuovi paesi da conquistare grazie all’aiuto di un mitologico lupo. Tra gli Unni un lupo grigio guidava e segnalava il cammino della tribù e mostrava anche il luogo dove montare le tende. Una piccola lepre era venerata dai Mongoli. E l’orso ebbe un posto particolare nelle saghe delle genti ungro-finniche e della vecchia Russia.

Per i popoli delle steppe, gli animali possedevano poteri magici. Dalla Cina alle porte dell’Europa, venivano utilizzati anche per le pratiche divinatorie. La più diffusa fu la scapolomanzia: era infatti grazie alle ossa degli animali scelti per il sacrificio che l’indovino prediceva il futuro.

Il cane era presente nei sacrifici di molti popoli nordici. In alcuni riti funerari, l’animale veniva ucciso affinché accompagnasse il defunto nell’oscuro viaggio verso l’aldilà. Lo stesso compito, in altri popoli, era affidato al cavallo. Già Erodoto descriveva questa abitudine parlando degli Sciti (V-IV secolo a.C.). Il rituale fu analizzato con cura tra il nono e decimo secolo nelle note di viaggio di Ibn Fadlan, ambasciatore del califfo Abbaside Muqtadir presso il re dei Bulgari del Volga. Il diplomatico spiegò che anche tra i nomadi Khazari il cavallo accompagnava simbolicamente il defunto in paradiso.

L’archeologia ha trovato molte prove in epoca altomedievale della sepoltura di uomini insieme ai cavalli, dalla Russia meridionale fino al Caucaso. La pratica fu diffusa in Occidente nei secoli VI e VI dal popolo degli Avari, come dimostrano le ricerche compiute nell’area danubiana e intorno al lago ungherese Tisza.

Nove fosse comuni a uomini e cavalli, simili alle sepolture dei lontani uomini delle steppe, sono state trovate a Vicenne, in Molise, in una necropoli vicina al villaggio di Campochiaro, nel cruciale punto di incontro dei tre principali tratturi usati dai pastori abruzzesi per raggiungere i pascoli della Puglia.

Una straordinaria scoperta archeologica. Anche perché dai tumuli, insieme alle bardature e alle briglie decorate con borchie di bronzo e d’argento, sono emerse anche delle staffe, simili a quelle usate dagli Avari. Risalgono al VII secolo sebbene gli studiosi collochino la loro diffusione in Europa nel secolo VIII. Date a parte, il ritrovamento conferma che le staffe sono arrivate in Occidente proprio grazie ai popoli della steppa. Quelle metalliche cambiarono il modo stesso di cavalcare. E portarono alla nascita della cavalleria pesante.

Federico Fioravanti

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Le piramidi di corallo

Tombe reali costruite con fossili di corallo, in Micronesia, in una remota isola del Pacifico chiamata Kosrae. Nuovi studi degli archeologi del Western Australian Museum, pubblicati su Science Advances, dopo i risultati delle analisi al carbonio hanno spostato la loro costruzione alla metà del Trecento, tre secoli prima della precedente datazione.

Le sepolture medievali sono nascoste all’interno di un’antichissima città chiamata Leluh, ora disabitata e rimasta sconosciuta fino all’Ottocento, quando i primi cacciatori di balene arrivarono sull’isola insieme a commercianti, pirati e missionari.

Le piramidi, note nella lingua locale come anche Saru, sono alte appena 2 metri. A differenza di strutture simili presenti in vari continenti, sigillate e complete di punta, le tombe di Leluh sono tronche nella parte superiore e quindi la cripta centrale è accessibile dall’alto.

Zoe Richards, l’archeologa curatrice dello studio (nella foto) ha spiegato che le tombe sono uno dei pochi monumenti ancora intatti dello straordinario sito archeologico: “”Poiché il corallo è un organismo vivente siamo riusciti a determinare l’età dei fossili di corallo che abbiamo trovato. Le piramidi risalgono al XIV secolo. La prima è stata costruita intorno al 1310”.

Gli studiosi hanno esaminato in particolare tre tombe, ancora in buone condizioni. Le sepolture non erano permanenti: le piramidi di corallo ospitavano le salme per meno di cento giorni. Nel loro studio, Richards e i suoi colleghi hanno scritto che quando un re Kosraean moriva, il corpo veniva strofinato con olio di cocco e avvolto in stuoie e corde per poi essere sepolto nelle Saru. Poi le ossa dei sovrani venivano riesumate, pulite e riseppellite in un foro scavato su una vicina scogliera. Non è ancora chiaro perché queste tombe non fossero quelle definitive.

Costruita e fortificata con impressionanti canali di basalto, Leluh è spesso considerata la città “sorella” del più famoso insediamento della Micronesia, Nan Madol, che sorge sulla vicina isola di Pohnpei. Ma la sua particolarità sta nel fatto che, mentre i piccoli isolotti di Nan Madol sono stati costruiti proprio sulla cima di una barriera corallina, a Leluh il corallo di fatto è incorporato nel materiale con cui sono stati costruiti molti edifici.

Alcuni dei coralli trovati nelle tombe risalgono a migliaia di anni fa. Zoe Richards e i suoi colleghi pensano che siano stati estratti dalle barriere che circondano l’isola durante la bassa marea. Anche perché prendere e trasportare la grande quantità di coralli utilizzati per edificare le piramidi e adornare gli edifici di Leluh “avrebbe richiesto una organizzazione sociale e uno straordinario supporto logistico da parte della popolazione“.

Gran parte della zona ora è invasa dalla foresta tropicale. Nel momento del suo massimo splendore Leluh era abitata da 1500 persone. Dall’isola i sovrani Tokosra governavano, già a partire dall’anno Mille, una delle civiltà più avanzate dell’Oceano Pacifico. L’antica città cadde in rovina nel XIX secolo a seguito di un devastante tifone. E la popolazione locale declinò rapidamente a causa delle malattie introdotte dai primi esploratori.

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Il Medioevo è fra noi – A Gradara e Urbino dal 7 al 9 giugno

Un cartello all’entrata del paese che dice orgogliosamente “Capitale del Medioevo”, un borgo cinto di mura che guarda il mare Adriatico, un’imponente rocca difesa dal ponte levatoio: siamo a Gradara in provincia di Pesaro e Urbino, dove tutto respira il Medioevo. Ma se Gradara è di sicura di origine medievale, molto di quello che vediamo risale solo a cento anni fa. Come la camera di Paolo e Francesca, dove secondo la tradizione si sarebbe consumato l’immenso amore e l’efferato delitto cantati da Dante. Infatti gli arredi non sono medievali, bensì riproducono la scena della tragedia Francesca da Rimini di D’Annunzio, interpretata dalla grande Eleonora Duse di cui il proprietario della rocca era perdutamente preso.

Dunque Gradara non è soltanto il Medioevo, ma, molto di più, è il sogno del Medioevo, il suo riverbero, il simbolo della passione per quell’età che continuiamo a sentire come intimamente nostra.

Per questa ragione, Gradara è stata scelta come il luogo ideale per organizzare il convegno Il Medioevo fra noi, in cui ci si confronta sul “medievalismo”, cioè sulla ricezione e la reinvenzione del Medioevo nel mondo di oggi. Gli enti organizzatori sono di prim’ordine, dall’Università di Urbino alla Galleria nazionale delle Marche, dall’Università di Bologna alla Sapienza di Roma e all’Istituto storico italiano per il Medioevo. La formula funziona bene perché mette in contatto gli studiosi affermati con i giovani ricercatori, con gli operatori nei vari settori culturali che hanno a che fare con il Medioevo e naturalmente con il pubblico, che negli anni ha mostrato di gradire molto questa iniziativa.

La quinta edizione si terrà a Urbino e a Gradara dal 7 al 9 giugno 2018. Il tema di quest’anno è coinvolgente e attuale, poiché riguarda i Percorsi di frontiera, cioè i luoghi al limitare aperti allo scambio, le contaminazioni, l’indefinitezza. Questa metafora descrive un tema declinabile in molti modi: per esempio gli immaginari dell’Oriente e dell’Occidente, del Meridione e del Settentrione, la prospettiva dell’altro, i confini tra le discipline, le periodizzazioni, il rapporto ambiguo tra analisi e narrazione, quello tra ricostruzione scientifica e rievocazione…

Tra gli ospiti attesi vi sono diversi giovani ricercatori, nomi illustri della medievistica come Maria Giuseppina Muzzarelli e Franco Cardini, nonché Federico Fioravanti, che darà alcune anticipazioni sul prossimo Festival del Medioevo (Gubbio, 26-30 settembre 2018) e la studiosa californiana Alison Perchuk, che parlerà del Medioevo all’estrema frontiera … del Far West.

Tommaso di Carpegna Falconieri Articolo pubblicato su MedioEvo N° 257 di giugno 2018

Informazioni e programma Pagina evento

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La fortezza di Lucera

Appello per la Fortezza svevo angioina di Lucera, in provincia di Foggia.

La maggiore piazza d’armi del ‪‎Medioevo‬ italiano sorge su una collina che ormai da decenni registra continui smottamenti (foto Piero Tarcisio Piacquadio). Urgono interventi per evitare che le frane distruggano il sito.

L’ultimo allarme è arrivato da un post della pagina Facebook di Raffaele Licinio, professore ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari e fondatore dei siti storiamedievale.net, mondimedievali.net e cinemedioevo.net.

L’imponente cinta muraria, lunga 900 metri e rinforzata da 22 torri (15 quadrangolari e 7 pentagonali) un tempo era resa inaccessibile da un fossato alle cui estremità si ergono ancora due splendide torri circolari: la Torre del Leone, o del Re e la merlata Torre della Leonessa, o della Regina.

La fortificazione venne edificata da Carlo I d’Angiò e completata nel 1283. Racchiudeva una vera e propria cittadella militare, con gli alloggiamenti per i soldati, una cisterna per la raccolta d’acqua, il ponte sul fossato e una Cappella dedicata a San Francesco.

Cinquanta anni prima, nel 1233, nel punto più alto della città e sulle fondamenta di una cattedrale romanica, Federico II di Svevia aveva fatto erigere la sua dimora imperiale.

Lo splendido Palatium dell’imperatore non aveva porte di accesso. Per entrare e uscire si utilizzavano scale provvisorie oppure dei passaggi sotterranei. L’interno dell’edificio ospitava una delle zecche dello Stato e con ogni probabilità anche l’harem di Federico II.

Lucera dal 1224 al 1300 fu abitata quasi esclusivamente dai saraceni che Federico II aveva fatto deportare dalla Sicilia con l’intento di sedare le continue rivolte della comunità musulmana presente nell’isola da centinaia di anni.

In Puglia furono trasferite almeno 20mila persone. I nuovi abitanti della città pugliese ebbero la facoltà di conservare la loro religione, di costruire moschee e minareti e di vivere secondo le loro usanze nonostante le indignate proteste del papa.

La città conobbe un grande sviluppo economico una intensa attività culturale. E i saraceni in grado di combattere diventarono in breve tempo il fedelissimo e efficiente esercito privato dell’imperatore. L’insediamento arabo fu poi smantellato per ordine del sovrano angioino Carlo II d’Angiò

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