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La magia di Antonello

Due appuntamenti con il grande artista siciliano: Firenze ha riunito un suo straordinario polittico. E a Napoli si può ammirare il “Ritratto d’uomo”, che il 10 gennaio tornerà al Museo Civico di Palazzo Madama a Torino.

Antonello da Messina fu il primo artista del Bel Paese a usare la pittura ad olio. E il primo a concepire ritratti a tre quarti, quando tutti i pittori della sua epoca prediligevano quelli di profilo. Un genio assoluto, capace di fondere nelle sue opere i volumi e le prospettive dell’arte italiana con la luce e il colore dei fiamminghi.

A Napoli, dal 5 dicembre al 10 gennaio 2016, nelle Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano, in via Toledo 185, sarà possibile ammirare il celebre “Ritratto d’uomo”, grazie a un prestito concesso dal Museo Civico d’Arte Antica di Palazzo Madama a Torino dove l’opera è abitualmente conservata.

Intanto la Galleria degli Uffizi di Firenze saluta la riunione di uno splendido polittico, dipinto dal maestro siciliano nella seconda metà del Quattrocento. Nel meraviglioso museo fiorentino resteranno insieme per i prossimi quindici anni la “Madonna col bambino” e il “San Giovanni Battista” (già agli Uffizi dal 2002) e il “San Benedetto” di proprietà della Regione Lombardia e finora visibile in una sala del Castello Sforzesco di Milano. In cambio, il museo fiorentino ha concesso alla pinacoteca milanese la “Madonna col bambino e un angelo” del pittore bresciano Vincenzo Foppa.

È probabile che le tre tavole in origine appartenessero a una unica pala d’altare. Forse quella del monastero di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, dove risiedeva la beata suor Maria Crocifissa, una monaca in odore di santità celebrata da una iscrizione, ancora visibile, apposta sullo splendido polittico nel Settecento.

Alcuni storici dell’arte ritengono invece che l’opera sia stata realizzata per la Chiesa di san Giacomo a Caltagirone, nel Catanese, dove Antonello lavorò nel 1473.

Sul manto della “Madonna col bambino” è emersa la presenza dell’emblema di San Bernardino da Siena: il monogramma IHS inscritto in un sole raggiato, segno di un rapporto privilegiato dell’artista con gli ambienti francescani.

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Fibonacci e i numeri indiani

L’incipit di uno dei capisaldi della letteratura scientifica di tutti i tempi recita: “Le nove figure degli indiani sono queste: 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Con queste nove cifre, assieme al simbolo 0 che gli indiani chiamano zephirum, è possibile scrivere qualunque numero”.

I numeri dall’1 al 9 e lo zero vennero introdotti in Europa nel XIII secolo. Prima, per fare i conti c’erano solo i numeri romani. Sommare e sottrarre con i simboli M, D, C, L, X, V e I è facile, ma quando si passa a moltiplicazioni e divisioni le operazioni diventano un vero ginepraio. Anche perché manca un elemento fondamentale: lo zero. Nel Duecento per fare i conti si ricorreva a elaborati sistemi aritmetici, in cui i calcoli si facevano con le dita o con diversi tipi di abaco. Di fatto, i numeri venivano usati solo per annotare i risultati. E per lavorare su quantità più grandi di 10.000 ci voleva una grossa esperienza e una buona dose di destrezza. Inoltre, i passaggi non venivano messi per iscritto e il risultato doveva essere accettato sulla fiducia.

Questa era la situazione quando nacque Leonardo Pisano, in arte Fibonacci. Non si sa con certezza né dove né quando, ma molto probabilmente a Pisa verso il 1170. È certo però che facesse parte della rigogliosa comunità dei mercanti di uno dei maggiori porti commerciali dell’Europa dell’epoca. Pisa era un centro nevralgico per lo scambio di ogni genere di merce che arrivava e partiva da tutte le coste del Mediterraneo. E, dato che il sistema monetario era particolarmente variopinto (solo in Italia ben 28 città battevano moneta, di cui 7 in Toscana), era anche un punto di cambio valuta internazionale.

Quando Leonardo era ancora un ragazzino, il padre venne nominato funzionario doganale e incaricato di coordinare le transazioni commerciali della comunità pisana a Bugia, un fiorente porto dell’Africa settentrionale musulmana (oggi Béjaïa, Algeria). Dopo qualche tempo mandò a chiamare il figlio, perché “pensando all’utilità e ai benefici futuri di questa scelta, volle che mi fermassi lì per un po’ per essere istruito alla scuola di calcolo”.

Così Fibonacci venne introdotto “all’arte del calcolo attraverso le nove figure indiane, e la conoscenza di quest’arte mi piacque più di ogni altra cosa: imparai da tutti coloro che ne erano esperti, provenienti dal vicino Egitto, dalla Siria, dalla Grecia, dalla Sicilia e dalla Provenza”.

In effetti, l’innovativo sistema per scrivere i numeri e fare i calcoli aveva origini molto lontane. Proveniva dall’India e fu completato intorno al 700 d.C. I mercanti arabi lo avevano appreso ed esportato verso nord, lungo la Via della seta e fino alle coste del Mediterraneo insieme ad altri, più tangibili, prodotti dell’Oriente, come spezie, stoffe, unguenti e tinture.

E il giovane Leonardo lo portò in patria, dove pubblicò il testo che ne descriveva simboli e segreti. Era il 1202 quando uscì la prima edizione del Liber Abaci. Era corredato da immagini che spiegavano come “i numeri si possono tenere sulle dita e in che modo” e, fra le tante soluzioni, riportava quella del celebre quesito che gli ha assegnato un posto nella cultura popolare dei nostri tempi: “Quante coppie di conigli nascono in un anno da una singola coppia?”. Il risultato è la famosa Serie numerica di Fibonacci, affascinante quanto insidiosa e ancora oggi, per qualche sua implicazione, misteriosa.

Il Liber Abaci andò a ruba. Dopo qualche anno, Leonardo ne pubblicò una seconda versione e la sua fama travalicò Alpi e Appennini. Persino Federico II volle conoscerlo. E mise alla prova il suo nuovo metodo aritmetico con una serie di complicati problemi algebrici preparati da Giovanni di Palermo, uno dei matematici alla corte dell’imperatore. Le soluzioni proposte da Fibonacci dimostrano una abilità e un possesso della materia impressionante.

Come sconcertante resta, per il nostro modo di pensare, l’ultimo passo del suo capolavoro. Il libro si chiude in modo brusco con la descrizione dei passaggi da fare per risolvere uno dei tanti esempi di problemi algebrici. Poi Leonardo smette semplicemente di scrivere. Niente riflessioni sui risultati ottenuti, nessuna ricapitolazione né indicazioni su lavori da fare o nuove cose da provare. Ma quella che per Fibonacci era la fine di un progetto, segnò l’inizio di una rivoluzione aritmetica che avrebbe investito l’intera Europa.

La grandezza del Liber Abaci sta nella sua qualità, nella sua completezza e nella sua tempestività: era un buon libro e insegnava a mercanti, banchieri, uomini d’affari e studiosi tutto quello che avevano bisogno di sapere per fare meglio il loro lavoro. Ed era il primo libro a farlo. Ci sarebbero voluti altri tre secoli prima che venisse composto un testo di completezza e profondità pari a quello di Leonardo Fibonacci: la Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalita di Luca Pacioli, del 1494. Ma questa è un’altra storia.

Daniela Querci

 

N.d.a.: Leonardo di cognome non si chiamava Fibonacci. Ma nell’intestazione del suo libro scrive: “Qui comincia il libro del calcolo composto da Leonardo Pisano, figlio di Bonacci, nell’anno 1202”. Il soprannome con cui lo conosciamo venne coniato nel 1838 dallo storico Guillaume Libri.

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La vittoria del “re lebbroso”

“D’un tratto, ecco spuntare i cavalieri franchi, veloci come lupi e latranti come cani. Essi si fecero sotto per lo scontro ravvicinato, dardeggiando come fuoco. E i figli di Maometto ripiegarono”. Le parole di un cronista arabo raccontano in poche e amare parole, la peggiore sconfitta militare mai subita dal grande condottiero musulmano Saladino.

La battaglia di Montgisard fu combattuta il 25 novembre del 1177 nei pressi di una fortezza templare che sorgeva vicino la città di Ramla. Fu il trionfo del “re lebbroso”, il sedicenne Baldovino IV, che con soli 500 cavalieri e poche migliaia di unità di fanteria, a cui si aggiunsero all’ultimo momento 80 cavalieri Templari, affrontò lo sterminato esercito di più di 20mila soldati del sultano della Siria e dell’Egitto.

Quando i cristiani si resero conto di quanti uomini del Saladino avessero davanti, restarono quasi pietrificati dalla paura.

La reazione del giovane e coraggioso sovrano è rimasta immortalata nel celebre dipinto “La Battaglia di Ascalona”, conservato nella reggia di Versailles, opera del pittore ottocentesco Charles Philippe Larivière.

Baldovino, piegato dalla malattia, smontò a fatica da cavallo e si fece portare dal vescovo di Betlemme la reliquia della Vera Croce. Si inginocchiò e pregò a lungo tra le lacrime, chinando la testa fino al suolo.

I soldati cristiani, commossi dalla fede del sovrano, giurarono di non cedere al nemico e di non ripiegare in battaglia.

Poi il “re lebbroso” si alzò e ordinò la carica contro le soverchianti forze del nemico: un disperato attacco frontale. La folle decisione colse di sorpresa e disorientò il grande esercito del sultano che prima sbandò paurosamente e poi si disperse nell’immensa pianura.

Nella carica, in prima fila, insieme a quel “giovane e bello re sventurato”, c’erano anche trenta “morti viventi”: i cavalieri dell’Ordine di San Lazzaro, con il volto sfigurato dalla lebbra, combattevano senza la protezione dell’elmo per terrorizzare il nemico.

Fu un bagno di sangue. Migliaia di soldati musulmani vennero uccisi. Lo stesso Saladino si salvò a stento fuggendo su un cammello da corsa, protetto dalla guardia mamelucca. Nella ritirata verso l’Egitto il sultano perse il novanta per cento delle sue truppe, martoriate da insolite e pesantissime piogge e dai continui attacchi alle spalle delle tribù dei beduini.

Il giovane Baldovino IV fu il primo a credere che l’intervento divino avesse deciso le sorti della battaglia. Come ringraziamento, sul luogo dove i suoi soldati avevano sbaragliato l’esercito di Saladino, fece costruire un monastero benedettino e lo dedicò a Santa Caterina d’Alessandria, la cui ricorrenza viene tuttora celebrata il 25 novembre.

Il prestigio del sultano, come scrisse lo storico Runciman “aveva subito un colpo terribile”. La strabiliante e imprevedibile vittoria cristiana alimentò la leggenda del giovane re (nella foto, una scena del film “le Crociate” di Ridley Scott) ma non modificò gli equilibri politici dell’Asia Minore.

Baldovino evitò con le poche forze che aveva a disposizione di attaccare Saladino in Egitto. E rafforzò saggiamente le sue difese del suo regno ai confini dei territori controllati da Damasco. Per altri dieci anni i cristiani regnarono a Gerusalemme. Ma il leggendario condottiero curdo prese presto la sua rivincita: appena due anni dopo la battaglia di Montgisard, Saladino attaccò e sconfisse il “re lebbroso” e il maestro dei Templari Oddone di Saint-Amand prima a Marj’Uyun e poi nelle vicinanze del castello del Guado di Giacobbe, 160 chilometri più a nord di Gerusalemme.

Baldovino IV morì nel 1185, dopo 11 anni di regno, quasi cieco, stremato dalla lebbra e dalle diatribe familiari. Aveva solo 24 anni.

E nell’estate del 1187, dieci anni dopo la vittoria di Montgisard, per i cristiani arrivò la terribile sconfitta di Hattin: in autunno Saladino poté entrare trionfalmente a Gerusalemme. E niente fu più come prima.

Federico Fioravanti

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I vichinghi sulla Senna

All’alba del 24 novembre 885 i parigini videro arrivare sulle acque della Senna 700 navi vichinghe seguite da un gran numero di barconi. La gigantesca flotta quasi ostruiva la vista delle acque. Lo choc dell’apparizione è raccontato in un poema di 1300 versi scritto dal monaco Abbone, che viveva nell’abbazia di Saint Germain-des-Prés, sulla riva sinistra del fiume.

Le cronache, forse esagerando, parlano di un esercito di 40mila persone. Il terrore invase Parigi. Non era la prima volta che i vichinghi arrivavano all’Ile de France. Nei quaranta anni precedenti, i guerrieri del nord avevano già risalito il fiume altre tre volte per assediare e saccheggiare la città. Tanto che nel marzo dell’anno 845 Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno e primo re di Francia, fu costretto a rifugiarsi a Saint Denis. Allora i vichinghi sequestrarono e uccisero 70 rampolli dell’aristocrazia. E per liberare Parigi pretesero un riscatto di 7000 libbre d’argento.

Quasi venti anni dopo, per combattere le invasioni, venne promulgato l’Editto di Pistres (864) nel quale Carlo il Calvo ordinò che ogni uomo che possedesse un cavallo entrasse a far parte di un esercito di liberazione dai vichinghi. Il re voleva una forza mobile capace di affrontare il nemico prima che potesse saccheggiare e fuggire. Cominciò così la fortuna della cavalleria francese. Carlo il Calvo proibì i commerci in armi con i vichinghi e ordinò che in ogni città che si affacciava su un fiume venissero edificati dei ponti fortificati. A Parigi vennero costruiti su tutti e due i lati dell’Île de la Cité. Una scelta provvidenziale: nell’assedio che iniziò quel fatidico 24 novembre dell’anno 885, le robuste strutture in legno salvarono la città.

Per tre giorni, il 24, 25 e 27 novembre, i guerrieri scandinavi assaltarono la grande torre costruita sul ponte che univa l’isola alla riva destra del fiume. La difendevano 200 soldati francesi comandati da Oddone, conte di Parigi. I vichinghi furono respinti. Si accamparono allora vicino alla città e per diverse settimane razziarono le campagne. Poi, il 31 marzo 886 tornarono all’assalto ma fallirono di nuovo. Provarono allora a espugnare il monastero di Saint Germain-des-Prés.

Ma tutto fu inutile. Abituati a battaglie fatte di corpo a corpo e scontri all’arma bianca, i guerrieri del nord non sapevano condurre un assedio. Così, alla fine del mese di marzo, dissero ai monaci che se ne sarebbero andati in cambio di 25 kg d’argento. La richiesta non fu accettata: il monastero e la città al di là del fiume rimasero nella morsa della paura, della fame e delle epidemie. I parigini mandavano di continuo richieste di aiuto all’imperatore e re di Francia Carlo Il Grosso che però non aveva nessuna voglia di affrontare sul campo i vichinghi. I grandi dell’impero, alla dieta di Metz del luglio 886, quasi si rivoltarono contro il sovrano. E pretesero che il re intervenisse in soccorso di Parigi. Solo in ottobre però Carlo Il Grosso accampò il suo esercito ai piedi della collina di Montmartre. I parigini esultarono: l’assedio stava per terminare e la fine dei vichinghi era vicina.

Ma con grande sorpresa di tutti, l’imperatore evitò la battaglia. Preferì pagare un salato riscatto di 400 libre d’argento. Non solo. Permise ai vichinghi di continuare a navigare la Senna verso il centro della Francia e di svernare nella fertile Borgogna che da tempo era ostile al sovrano e che fu saccheggiata in lungo e in largo. Così, con una mossa cinica e vile, Carlo Il Grosso si liberò dei vichinghi e stroncò le rivolte di altri francesi che non lo volevano sul trono.

La scappatoia politica dell’imperatore evitò il “sacco di Parigi” ma disonorò nei secoli il pronipote di Carlo Magno. L’ultimo imperatore della dinastia carolingia fu anche l’ultimo a governare su tutti i regni del grande impero. Nel novembre 887 fu deposto. La costruzione politica sovranazionale voluta da Carlo Magno, si era ormai disgregata. In Italia, Berengario del Friuli e Guido II di Spoleto si contesero la corona di re d’Italia.

Oddone, eroe dell’assedio di Parigi, nell’anno 888 fu incoronato re dei Franchi a Compiègne e pochi mesi dopo sconfisse di nuovo i vichinghi in Lorena. Arnolfo di Carinzia, figlio naturale di Carlomanno, a sua volta proponipote del grande Carlo Magno, nello stesso anno venne proclamato re dei Franchi orientali e tre anni dopo inflisse ai vichinghi una durissima sconfitta nei pressi di Lovanio (891). Fu una vera carneficina. Le cronache raccontano che i cadaveri erano talmente tanti che quasi coprirono il letto del fiume Djile.

Le epidemie e la grande siccità dell’anno 892 fecero il resto. I guerrieri del nord si convinsero a lasciare la Francia. Finì così il mito della loro invincibilità. Qualche anno dopo, Rollone, un capobanda vichingo di origine norvegese, così grande che non poteva salire a cavallo, tanto che fu soprannominato “il camminatore”, occupò in modo stabile la bassa valle intorno a Rouen e alla foce della Senna. Carlo il Semplice, il re di Francia che venne dopo Oddone, in cambio del vassallaggio, riconobbe il suo diritto ad occupare quella regione.

Rollone si fece battezzare e promise di difendere l’estuario del fiume dalle incursioni dei suoi fratelli vichinghi. Nacque così il ducato di Normandia. Ma questa è un’altra storia.

Federico Fioravanti

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Il suono del Giubileo

L’anno santo sin dall’inizio fu chiamato “giubileo” o “anno giubilare”. La parola deriva dal Vecchio Testamento e dal termine ebraico “jobel”.

“Jobel” significa ariete, corno d’ariete. Il vocabolo indicava anche il suono del corno di capro che serviva ad annunciare il cinquantesimo anno, un termine particolare che la legge di Mosè aveva fissato per il popolo ebraico.

Una data importante. E un anno particolare. Il Levitico parla di “sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. ” (Levitico 25, 8). E qualche versetto dopo dice: “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé. Né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo” (Levitico 25, 10-13).

Nella Genesi, il numero 7 descrive il tempo della creazione del mondo: “E il settimo giorno Dio si riposò”. Da questo richiamo originario nasce il sabato, settimo giorno della settimana ebraica. Per analogia, considerando che la settimana, il mese e l’anno sono rappresentazioni dei “tempi ciclici” che corrispondono ai diversi dell’esistenza del creato, anche il settimo anno assume le connotazioni del settimo giorno: è l’anno del riposo.

La legge mosaica prescriveva che la terra, di cui Dio era l’unico padrone, non fosse coltivata e ritornasse all’antico proprietario. E che anche gli schiavi riavessero la libertà perduta. Il suono del corno d’ariete annunciava quindi l’inizio dell’anno della riconciliazione, in cui “ognuno deve ritornare nei suoi possedimenti” e in cui le colpe vengono “rimesse”. Liberazione e remissione. Al termine ebraico “jobel” si legavano il greco “aphesis” e il latino “remissio”. Come ricordava intorno all’anno 600, Isidoro di Siviglia (560 circa -636), maestro enciclopedico del Medioevo, che raccolse e tramandò in modo instancabile tutto il sapere dell’epoca, “per giubileo si intende l’anno della remissione”.

Un orecchio latino poteva collegare all’antica parola ebraica un proprio vocabolo gioioso: “iubilare” o “iubilum”. Come le acclamazioni di giubilo che nel mondo contadino si indirizzavano alla bontà di Dio. E come i canti della messa, che avevano il “jubilus” dell’alleluja. In un famoso canto di Natale medievale tedesco-latino, si ripeteva una melodia che forse arrivava dai monasteri dell’Europa carolingia: “In dolci jubilo, singet und sit vrot”. La prima trascrizione delle antiche parole è contenuta nel quattrocentesco Codex 1305, conservato nella Biblioteca dell’Università di Lipsia. Secondo la leggenda, fu il mistico tedesco Enrico Suso (1295-1366), che firmava i suoi scritti con il nome di Amandus, ad avere una visione di angeli musicanti che danzavano e cantavano questa canzone intorno al presepio. Sulle note di “In dolci jubilo” nacque quindi la tradizione tedesca dei bimbi che danzano e cantano, vestiti da angeli, nei giorni che precedono il Natale.

Nell’anno giubilare 1300 indetto da papa Bonifacio VIII, fu quindi promessa la “remissione completa dei peccati” a tutti i romani che avessero visitato per trenta giorni “con animo contrito e pentito” le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo e a tutti i pellegrini che avessero fatto lo stesso per almeno quindici giorni. Una indulgenza primaria. Nella bolla d’istituzione dell’anno santo, Bonifacio stabilì anche in modo solenne che ogni cento anni dovesse celebrarsi un nuovo giubileo. Ma non passò molto tempo che papa Clemente VI (1342-1352) accorciò l’intervallo a 50 anni. Un cronista dei tempi spiegò con efficacia uno dei principali motivi della decisione: “Perché la vita dell’uomo scivola via e diminuisce e le malattie sommergono il mondo”. Un nuovo giubileo si celebrò quindi nel 1350, proprio nell’epoca in cui l’Europa soffriva per le conseguenze della peste.

Ma anche 50 anni erano troppi per la vita di un uomo del Medioevo. Soprattutto perché la durata della vita media in quegli anni devastati dalle epidemie, era arrivata ad essere di poco superiore ai trenta anni. Così, papa Urbano VI (1378-1379) ridusse il termine a 33 anni: l’età di Cristo, il cui sacrificio consentiva ai cattolici la remissione dei peccati. Il periodo di 25 anni, valido ancora oggi, fu introdotto nel 1475 da papa Sisto IV.

La data del primo giubileo fu memorabile nella storia d’Italia. Tutta la penisola si vestì a festa. Furono costruite logge, chiese e basiliche. Soprattutto, quel 1300 fu un anno di pace. Una grande massa di persone si mise in cammino, da ogni angolo d’Europa, lungo le antiche vie dei pellegrinaggi. Negli Annales Austriae è scritto: “A Roma giunse una tal moltitudine di persone da tutto il mondo che nessuna età dell’uomo ne ricorda una simile”.

Giovanni Villani, il mercante fiorentino del Trecento che compilò la Nuova Cronica, immenso resoconto che partiva dalla torre di Babele e arrivava fino ai suoi tempi, disse che a Roma arrivarono almeno duecentomila pellegrini: “E fu la più mirabil cosa che mai si vedesse”. Anche perché, all’epoca, la città dei papi contava appena ventimila abitanti. Da esperto contabile, Villani non mancò di annotare che “i romani per le loro derrate furono tutti ricchi; e de la offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe a la Chiesa”.

Il frate domenicano Franciscus Pipini, da Parma osservò: “Ogni giorno a tutte le ore sembrava che un intero esercito percorresse la via Clodia e i campi d’intorno. I baroni e le nobili dame che venivano dalla Francia e da altre terre lontane venivano in comitive di quaranta, cinquanta e più cavalli”. Il religioso spiegò anche che a Roma tutti furono accolti “sanza romori e zuffe”.

Non era d’accordo con lui il poeta abruzzese Buccio di Ranallo che descrisse i romani come maestri di doppiezza: prima “angeli” per adescare i clienti e poi “cani” quando li avevano accalappiati. A prezzi altissimi, promettevano letti e invece facevano trovare dure panche, in stanze sporche, rumorose e affollate di pellegrini.

Una Cronaca senese registrò che “Era tanta la moltitudine della gente che passava per Siena che non era possibile crederlo. E andavano el marito e la moglie e figliuoli. E lassavano le case serrate e tutti di brigata, per perfetta divozione andavano al detto perdono”.

Una folla enorme si riversò tra le sparse e antiche rovine della immortale città allora ridotta a poche migliaia di abitanti.

Sopra Ponte Sant’Angelo fu introdotto anche il senso unico. Ce lo racconta Dante Alighieri, testimone oculare dell’avvenimento, quando nella Divina Commedia (XVIII canto dell’Inferno) descrive il camminare di due colonne di pellegrini: una diretta alla basilica di S. Pietro di allora, l’altra, che tornava indietro verso Monte Giordano, la piccola altura dalla quale dominava il passaggio sul Tevere la casa fortificata degli Orsini, che oggi si chiama Palazzo Taverna: “Come i Roman per l’essercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte / verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; / da l’altra vanno verso il monte…”.

Federico Fioravanti

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Saint Denis, prima, meravigliosa cattedrale gotica

San Dionigi, decapitato sull’altura di Montmartre, si alzò in piedi e raccolse la sua testa. Poi scese dall’alta collina del suo martirio (“mons martyrium”) e portò quel capo mozzo e sanguinante in un remoto luogo della sterminata campagna che allora circondava Lutezia, la città della Gallia romana nata sulla riva sinistra della Senna.

Nel cimitero dove il santo vescovo di Parigi trovò sepoltura, all’inizio fu edificata una chiesa piccola, capace però di custodire la leggenda di Dionigi, che si propagò ben oltre le date incerte del martirio. E segnò, nei secoli, la storia stessa della Francia.

Dagoberto I, re merovingio, decise che in quel luogo decentrato dovesse nascere una abbazia benedettina dove pretese di essere inumato dopo la sua morte (638). Pipino il Breve, nel 754, vi si fece consacrare re.

A partire dal VI secolo, Saint Denis diventò il luogo di sepoltura di quasi tutti i regnanti francesi. Oggi ospita le tombe di 42 sovrani, 32 regine e 63 principi e principesse. Le prime storie della Francia furono vergate proprio dai monaci benedettini dell’abbazia. Il culto del santo intanto attirava migliaia di pellegrini da tutto il paese.

La chiesa si trasformò ancora. E divenne grande e bellissima soprattutto grazie al genio e al lavoro di un uomo: Sugero (1080 -1151), consigliere di due re, mediatore tra la monarchia e il papa e reggente di Francia durante la seconda crociata. Aveva un fisico minuto ma era animato da una indomabile volontà e sorretto da una straordinaria intelligenza. Guidò l’abbazia dal 1122 al 1251. Con un triplice ruolo: committente, costruttore e cronista dei lavori della prima, meravigliosa cattedrale gotica della storia.

I lavori iniziarono nel 1136. L’abate voleva un’opera sontuosa, mai vista prima. Organizzò il cantiere, trovò il denaro che serviva e volle che l’oro, le perle e le pietre preziose abbellissero le suppellettili liturgiche, la grande croce, il paliotto dell’altare e il tempietto dei reliquiari. San Bernardo si scandalizzò di tanta magnificenza. Scrisse una famosa lettera a Sugero nella quale definiva Saint Denis come “fucina di Vulcano” e “sinagoga di Satana”. L’abate rispose al rigore ascetico dell’ispido santo con delicate parole d’amore sulla bellezza del creato e i colori del mondo. Sugero voleva una architettura di luce, l’attributo divino per eccellenza che trovava descritto negli scritti di Dionigi l’Areopagita e nelle opere di Scoto Eriugena. I grandi spazi e la luce guidarono la nascita della cattedrale, anche grazie a inedite tecniche di costruzione: Saint Denis è il primo edificio della storia dell’architettura in cui convivono sia la pianta a croce latina con cappelle laterali che la volta su ogive incrociate.

Le vetrate creano un muro ondulatorio di luce. E i due rosoni, i primi costruiti in Francia, ammaliano il visitatore: quello a nord, che indica il punto delle tenebre, riflette dei colori freddi, al contrario dell’altro, il rosone esposto al sud, che mostra un tripudio di colori. Per Sugero, l’incanto delle pietre multicolori doveva trasportare chi entrava a Saint Denis in “un altro mondo”, per elevare la mente dell’uomo dalle cose terrene.

Fu San Luigi IX a ordinare una scultura per ogni sovrano sepolto nella cattedrale. Nel Medioevo, per il popolo dei fedeli la grande cattedrale era “la necropoli dei nostri re”.

Saint Denis rappresenta la Francia come pochi altri luoghi. Si diceva che la bandiera sacra dell’abbazia fosse di colore rosso perché era bagnata dal sangue stesso di San Dionigi. Diventò presto lo stendardo dei re da esibire in battaglia. Un simbolo del potere reale descritto anche nella “Chanson de Roland” dell’XI secolo. Fu consegnato a Guillaume de Martel prima della battaglia di Azincourt (1415) e perso dopo la sua morte.

Alla chiesa abbaziale di Saint-Denis Giovanna d’Arco appese la sua armatura nel 1429. Nella grande chiesa dormono anche i re Borboni, chiusi in bare adagiate su telai di ferro, e Luigi XVI e Maria Antonietta, i sovrani travolti dalla Rivoluzione.

Virginia Valente

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La scommessa di Guédelon

Costruire un castello medievale usando esclusivamente materiali, tecniche e strumenti del XIII secolo. È la sfida che è partita nel 1997 a Guédelon, in Borgogna, nel cuore della Francia.

Quasi un gigantesco gioco di ruolo. Non si consuma elettricità, non si usano le gru e nemmeno i motori a scoppio. Vietati anche tutti i materiali sintetici. Si lavora solo con le pietre, l’acqua, il legname, la sabbia e le argille che abbondano nel territorio. Le dotazioni di sicurezza degli operai e l’orario di lavoro di 8 ore giornaliere sono l’unica concessione alla modernità.

L’ideatore del progetto, Michel Guyot, un restauratore appassionato della “età di mezzo”, ha riproposto i ritmi e le condizioni di lavoro di una vera “fabbrica’” medievale. Anche tutti gli utensili e materiali impiegati nella costruzione vengono fabbricati in loco, seguendo le antiche tecniche. Ci sono forni la cottura della calce, cave dove gli scalpellini, armati di mazze, estraggono e squadrano le pietre e anche una fucina per l’estrazione del ferro. I boscaioli raccolgono il legname nei boschi circostanti e addirittura è stato messo in piedi un piccolo allevamento di animali per il vettovagliamento.

Scopo dell’iniziativa è quello di indagare a fondo sulle tecnologie usate nel Medioevo. La conclusione dei lavori, portati avanti con la consulenza di storici e archeologi, è prevista nel 2023. Il cantiere occupa una trentina di persone. I costi sono coperti dalle visite dei turisti. Il sito è infatti aperto al pubblico e offre la possibilità di osservare i Compagnons Bâtisseurs (l’associazione dei mastri muratori) in piena attività. La località si raggiunge attraverso l’autostrada Lione – Parigi con uscita al casello di Auxerre. Sono 300mila le persone che ogni anno visitano la località. E’ attivo anche un sito web (www.guedelon.fr) dal quale è possibile seguire l’andamento dei lavori.

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Il lampredotto, leggendario fast food

Il nome è buffo: lampredotto. E’ una trippa fiorentina, morbida ed odorosa, servita su banchetti per i vicoli e le piazze di Firenze già nel Quattrocento. Cibo da strada, povero ed inebriante, leggendario fast food, alla moda secoli prima della globalizzazione alimentare. Il grande Michelangelo ne era ghiotto, l’Aretino ne decantava la lavorazione, colpito dalla maestria dei trippai fiorentini. Qualcuno ne retrodata la nascita addirittura ai tempi di Dante.

Il nome lampredotto deriva da lampreda, un pesce che una volta abbondava nell’Arno: una specie di grande anguilla con una bocca a ventosa, corrugata come la carne del lampredotto. Lo storico Franco Cardini spiega che “il lampredotto ne ricorda vagamente la carne profumata. Se la lampreda era cibo da ricchi, il lampredotto ne era il corrispettivo popolare. Una scelta onomastica che, come spesso in Toscana, rivela un desiderio di mimesi e insieme nasconde un retrogusto di sano sfottò.” Parlare di trippa vuol dire occuparsi delle frattaglie, di quello ciò che viene definito il “quinto quarto”. Dall’animale macellato si ottengono quattro quarti: due posteriori e due anteriori. Tutto quello che resta è detto “quinto quarto”. Un cibo che, per tradizione, era destinato ai poveri.

Nel Medioevo, anche a Firenze, i più devoti tra i gran signori, a margine delle loro cene, distribuivano le frattaglie a chi non aveva niente da mangiare. Testimonianze di preparazioni a base di trippa si trovano già a partire dal Trecento. Del resto per quanto riguarda le carni, l’antica corporazione dei Trippai era una delle più importanti a Firenze, seconda solo a quella dei Macellari. C’erano anche le corporazioni dei Pollaioli, degli Agnellai e degli Strascini (i venditori ambulanti di quello che rimaneva della macellazione). Nella lista figuravano anche i Testai, che potevano trattare solo le teste degli agnelli.

I Trippai al tempo dei Medici, agli inizi del grande sviluppo commerciale della città, avevano le botteghe e i luoghi di macellazione sul Ponte Vecchio, da dove i residui della lavorazione potevano essere scaricati nel fiume. Le regole del commercio erano severe. Ogni corporazione doveva attenersi alla propria specifica attività. Solo i Trippai potevano quindi commercializzare le trippe acquistate dai Macellari per poi venderle, dopo averle svuotate, lavate, raschiate e bollite, nelle botteghe predisposte nei mercati o sui carretti ambulanti. Così l’abitudine del panino con il lampredotto si diffuse nel Quattrocento, soprattutto nel quartiere antico di San Frediano, affollato di carretti e baracchini che vendevano la specialità ai passanti. Quei piccoli chioschi ambulanti a quattro ruote, con il tempo diventarono una istituzione cittadina grazie anche ai “mercoledì di San Lorenzo”. Si diceva che San Lorenzo fosse stato martirizzato proprio quel giorno. La chiesa dedicata al santo, una delle più antiche di Firenze e che per oltre trecento anni fu anche la cattedrale della città, all’alba di ogni metà settimana si affollava di centinaia di persone che arrivavano anche dal contado. Per fare la comunione si doveva essere digiuni. Gli ambulanti iniziarono a montare i loro carretti sulla piazza, in attesa che i fedeli uscissero dalla chiesa, pronti a rifocillare con il lampredotto la massa dei devoti. Da allora, piazza San Lorenzo divenne uno dei luoghi storici dei “banchini dei trippai”.

Il lampredotto si gusta dentro una specie di “rosetta” o “michetta”, che come ricorda l’Accademia della Crusca, i fiorentini chiamano “semelle” o “passerina”. E’ un panino tondo con la superficie non liscia, segnata da un piccolo solco. La ricetta storica prevede ben 11 ingredienti. Si usa la parte più bassa dello stomaco della mucca, composta da una parte magra, detta gala e da una parte grassa chiamata spannocchia. Il tutto va bollito in acqua abbondante ma non salata, con cipolle, sedano, prezzemoli ed odori vari. Poi tagliuzzato davanti al cliente. Quindi condito in salsa verde o rossa, o arricchito a piacere. Sale e pepe in abbondanza.

Il lampredotto va poi adagiato sulla metà della croccante semella. Un forchettone infilza l’altra metà del panino, l’immerge nel brodo aromatico di verdure e poi deposita lo sgocciolante cappello sulla trippa fumante. Inevitabile l’accompagnamento di un bicchiere di vino bianco. Perché come recita un proverbio fiorentino “Lampredotto e un bianco poscia meglio è assai di una brioscia”.

Virginia Valente

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I secoli caldi

Dal IX al XIV secolo la temperatura globale salì in media di oltre un grado. E per più di quattrocento anni il tempo fu più mite in tutta l’Europa. Soprattutto nelle regioni del nord, dalla Russia alla Scandinavia, dalle isole britanniche all’Islanda. Fino alla Groenlandia che, non a caso, venne chiamata “Terra Verde”.

ll “Periodo caldo medievale”, indicato dagli studiosi con la sigla PCM (in inglese Mediaeval Warm Period, MWP) è stato studiato a lungo dai paleoclimatologi, gli scienziati che ricostruiscono l’andamento del clima attraverso l’utilizzo di dati di origine animale e vegetale.

La paleoclimatologia è arrivata a studiare il clima della Terra fino a circa 2,5 miliardi di anni, grazie alle rocce e ai fossili più antichi.

Nei secoli caldi, con temperature più miti, la mortalità infantile diminuì in tutto il vecchio continente. E nel giro di trecento anni, dal 1100 al 1300, la popolazione europea passò da 40 a 60 milioni di abitanti. Con più gente serviva più terra: così si allargarono le aree coltivabili e migliorarono pure le rese agricole. Il grano venne coltivato anche molto più a nord dell’area mediterranea.

Si arrivò a produrre vino anche nella parte centrale dell’Inghilterra e nella East Anglia, quasi fino al 53° parallelo, più di 500km a nord dell’attuale limite delle coltivazioni che non va oltre Parigi e Nantes. I meteorologi concordano sul fatto che all’epoca sull’isola ci fossero meno piogge e non si registrassero gelate in primavera. Il venerabile Beda nella sua “Storia ecclesiastica del popolo inglese” del 731 parla del vino inglese. Era un vero nettare se Alfredo il Grande, sul trono fino all’anno 899, decise di adottare dure sanzioni verso chi danneggiava i vigneti. Il Domesday Book, l’inventario delle proprietà inglesi, fatto redigere da Guglielmo I nel 1086, cita notizie specifiche su 38 vigneti impiantati nel sud del paese. Dalle cronache al mito, il passo è breve. Sappiamo che i Vichinghi, quando nel IX secolo raggiunsero il nord America cinquecento anni prima di Colombo, chiamarono quella sconosciuta terra Vinland, proprio per un tipo di vite selvatica che lì cresceva in abbondanza. Le nuove colonie che presero piede nell’attuale Terranova furono abbandonate verso la metà del secolo XI. Anche perché lungo le rotte verso la Groenlandia, a causa del clima più caldo, erano aumentati a dismisura gli iceberg che rendevano pericolosissima la navigazione.

L’Islanda, terra di vulcani dal clima più temperato grazie alla “Corrente del Golfo”, era già stata raggiunta dai norvegesi, forse nell’anno 874. Quando Erik il Rosso e i suoi uomini la colonizzarono, la Groenlandia non era il freddo territorio che conosciamo oggi. Così, i primi esploratori poterono coltivare i campi e allevare il bestiame. Nel momento del loro massimo splendore, le verdi terre ospitarono quasi 3.000 persone,190 fattorie e anche una sede vescovile. In alcune sepolture degli antichi vichinghi groenlandesi, gli archeologi hanno trovato resti di radici insieme a un tipologia di flora mai più vista a quelle latitudini.

Nei “secoli caldi”, in molte zone d’Europa la crescita delle colture portò anche a maggiori disboscamenti. In Francia gli ampi e radi boschi di querce favorirono l’allevamento dei maiali e del bestiame.

Prove di un clima molto più mite nel 1100 e nel 1200 sono state trovate anche attraverso lo studio dei ghiacciai. Nei luoghi del ghiacciaio svizzero di Grindelwald, dove ora non c’è traccia di vegetazione, sorgeva una foresta rigogliosa, poi distrutta dalla espansione glaciale che arrivò a partire dal Trecento.

Un’altra prova del riscaldamento medievale arriva dalla diffusione della malaria, che secondo i manuali di medicina può diffondersi quando per più di due mesi la temperatura media non scende mai sotto i 18 gradi centigradi. Si iniziò a parlare della grave malattia dopo il X secolo. L’epidemia raggiunse il suo picco massimo tra il 1100 e il 1150 quando raggiunse perfino la Norvegia. La malaria scomparve dall’Europa centrale già a partire dal Trecento ma rimase a lungo nelle regioni meridionali.

I cronisti medievali registrarono con allarme anche le invasioni delle cavallette che nell’anno 873 dall’Africa raggiunsero Spagna, Francia e Germania. Le locuste tornarono a infestare l’Austria e l’Ungheria pure nel 1195.

Dopo più di quattro secoli caldi, le temperature cominciarono a abbassarsi abbastanza rapidamente. I paleoclimatologici ci spiegano che il “Periodo caldo medievale” fu interrotto dalla “Piccola era glaciale” che durò dal Trecento alla metà dell’Ottocento. In tutta Europa avanzarono i ghiacciai. Il clima più freddo porto con sé gravi carestie e altre epidemie, tra cui la famigerata “peste nera”, che a metà del XIV secolo funestò tutta l’Europa medievale.

Federico Fioravanti

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Il codice rosso della bellezza

Il Codex Purpureo Rossanensis è forse il più antico e meglio conservato documento biblico della cristianità. Un “unicum” di inestimabile valore. L’Unesco lo ha riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità. Il capolavoro della produzione libraria ed artistica è conservato nel museo diocesano di Rossano, la città calabrese in provincia di Cosenza che per centinaia di anni, dal 540 al 1059, fu considerata la più bizantina d’Italia.

Il rarissimo documento dell’arte sacra bizantina del V-VI secolo, di alta qualità artigianale, è scritto in caratteri onciali, ossia in lettere maiuscole greche o maiuscole bibliche, su due colonne di 20 righe ciascuna.

I codici miniati orientali esistenti nel mondo sono solo sette. Tre sono in siriaco e quattro in greco. Ma il Codex Purpureus Rossanensis, con i suoi 188 fogli, che corrispondono a 376 pagine, è il più ampio e prezioso documento del genere. I fogli in origine erano 400. Quelli che mancano, li bruciò un incendio di cui è rimasta qualche traccia nelle ultime pagine dell’opera.

Gli autori sono sconosciuti. L’evangelario miniato con testi di Matteo e Marco, mostra quindici superbe miniature. Sono le immagini superstiti di un corredo iconografico molto più vasto, che descrivono gli avvenimenti e le parabole della predicazione di Gesù Cristo.

Il testo evangelico, nonostante alcuni errori di trascrizione è tra i più antichi ed attendibili del mondo. Gli abilissimi amanuensi usarono inchiostri d’oro e d’argento e una tecnica raffinata che emerge in modo nitido sia nella scrittura che nelle illustrazioni.

Le parole non hanno accenti, né spiriti. Non sono nemmeno separate tra loro. E nel testo, tranne i punti che segnano la fine dei periodi, non compaiono segni di interpunzione. Il codice è detto “purpureo” per via del colore delle sue meravigliose 376 pagine. Tanto splendore era possibile solo immergendo i fogli nel bagno di una sostanza molto costosa, dalla tinta rosso porpora. Rarissima perché veniva pazientemente estratta da migliaia di molluschi che vivevano in un braccio del Mediterraneo prospicente alla Palestina. Con ogni probabilità, il colore del Codex Rossanensis fu prodotto a Tiro, antichissima città fenicia, rinomata per la sua porpora. In quell’epoca era proibito produrre codici con quella colorazione: la porpora era un segno del potere e quindi una prerogativa esclusiva degli imperatori.

Tanta bellezza però, rimase celata per centinaia di anni. Nessuno storico o cronista se ne occupò. Finché un canonico della cattedrale di Rossano, Scipione Camporota, pensò di dare a quei fogli meravigliosi una sommaria sistemazione. Ne parlò in giro e numerò le preziose pagine con inchiostro nero. L’opera fu poi segnalata, in modo fugace, dallo scrittore, giornalista e poeta campano Cesare Malpica, in un libro-reportage titolato “La Toscana, l’Umbria e la Magna Grecia” pubblicato nel 1846. Il merito della “scoperta” andò così a due studiosi tedeschi, Oskar von Gebhardt e Adolf von Harnach che nel 1880 presentarono finalmente l’opera all’attenzione della cultura internazionale.

Rimane il mistero sull’origine del documento. Le ricerche di Fernanda de Maffei, docente dell’Università di Roma, portano a pensare che la patria del Codex Purpureus Rossanensis sia Cesarea di Palestina e che la data di stesura dell’opera debba essere anticipata alla prima metà del secolo V. Forse fu portato a Rossano da monaci greco melkiti, provenienti dal Medio Oriente, che fuggivano dai musulmani che occuparono le loro terre. Del resto molti asceti, in quegli anni turbinosi, trovarono la pace sulle coste della Calabria. Rossano “La Bizantina” fino all’arrivo dei Normanni (1059) fu una formidabile fortezza e un importantissimo centro politico e amministrativo. Nel cuore della città risiedeva lo stratego, il funzionario supremo nominato da Costantinopoli: riuniva in sé il potere militare e civile e per legge doveva rispondere direttamente all’imperatore.

Nel corso del X secolo la città diventò la capitale della dominazione bizantina in Italia. Visigoti, Longobardi e Saraceni provarono a conquistarla. Ma Rossano non fu mai espugnata. Sicura e bellissima, fu definita la “Ravenna del Sud”. Era sede di monasteri, di diocesi e di ricche biblioteche. Ma diventò famosa soprattutto per i suoi “Scriptoria”, le “Officinae librorum”, i fascinosi luoghi dove prendevano vita preziosi volumi e codici raffinati. Una terra intrisa di spiritualità, patria di ben quattro papi (Zosimo, Giovanni VII, Zaccaria, Giovanni XVI) e anche dei santi Nilo e Bartolomeo.

Virginia Valente

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