fbpx

Author Archives: redazione

Cortenuova, il crepuscolo dell’Impero

La statua di Federico II, Palazzo Reale, Napoli.

Il Carroccio è perso, la croce di ghisa spezzata e gettata nel fango, il comandante Tiepolo fatto prigioniero e poi giustiziato. Milano e Brescia rischiano di essere assediate e rase al suolo. Le città del nord Italia si sottomettono a Federico II. Il 27 novembre del 1237 Federico II “vendica” la disfatta del nonno, il Barbarossa, avvenuta sessantuno anni prima a Legnano.

Nella pianura bergamasca lo “Stupor mundi” infligge una sonora sconfitta militare alla rinata Lega lombarda, ma non riesce a cogliere i frutti politici che lo avrebbero reso padrone dell’Italia. Cortenuova è il punto più alto della parabola di Federico II.

Le premesse Unificare i possedimenti imperiali di Germania e d’Italia. Un sogno accarezzato da Federico Barbarossa e da Enrico VI, ma sempre infrantosi davanti al desiderio di indipendenza dei Comuni lombardi e del Papa. Un sogno che neppure Federico II riuscì a realizzare, costretto a correre in Germania per punire il figlio ribelle Enrico dopo essere riuscito a piegare la nobiltà del Sud Italia. E una volta pacificata la Germania di nuovo in Italia per piegare i lombardi. Era diritto dell’imperatore governare sui territori del Sacro romano impero. “Senonché era già suo era il regnum del Mezzogiorno. Pertanto se la colata montante da sud si fosse fusa con quella discendente da nord, un unico magma avrebbe sommerso, nel centro, un’altra potenza: quella del patrimonium sancti Petri”1. Lo stesso Federico II, attraversando il Mincio nel 1236, aveva ricordato che era suo diritto “avventurarmi nelle terre dell’impero” come un qualsiasi pellegrino o viandante. I riottosi Comuni del Nord, i ligures, o Collegati, Milano, Brescia, Mantova, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Verona, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara e Alessandria, avevano rifiutato di sottomettersi a Federico II, di partecipare a Diete e negoziati. Rivendicavano quelle libertà conquistate sul campo di Legnano. Guerra, quindi. Anche se l’imperatore svevo preferiva utilizzare il termine “perseguimento di un diritto” quando indicava la punizione da infliggere ai ribelli.

Si prepara la guerra Federico aveva fatto ritorno in Italia nell’estate del 1236, assediando e saccheggiando Vicenza. Papa Gregorio IX aveva cercato di mediare tra Federico e i lombardi, ma il 5 novembre 1236 a Brescia si erano rinsaldati i legami della seconda Lega lombarda ed erano state respinte tutte le richieste dell’imperatore. Un altro tentativo di mediazione del Pontefice era stato portato avanti a Brescia, nel luglio del 1237, alla presenza dei legati pontifici Tommaso di Santa Sabina e Rinaldo d’Ostia e dei rappresentanti dell’imperatore Hermann von Salza, Gran Maestro dell’Ordine teutonico, e il cancelliere Pier della Vigna. Mentre a Brescia si trattava, Federico rinforzava il suo contingente con 2.000 cavalieri teutonici e 6.000 arcieri saraceni, raccogliendo le truppe alleate di Ezzelino da Romano e di Gaboardo di Arnstein dalla Toscana, fino a raggiungere il numero di 15.000 uomini in armi. L’esercito federato, composto da 6.000 fanti e 2.000 cavalieri, era al comando di Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia. Lo seguiva il Carroccio e la Compagnia dei Forti, altri mille uomini tra cavalieri e pedoni guidati da Enrico da Monza. La campagna dell’imperatore si aprì con la conquista di Mantova, senza colpo ferire. La città aprì le porte all’approssimarsi dell’esercito imperiale. Cosa che non fece Montichiari, dove una guarnigione di 1.500 fanti e 20 cavalieri resistette per due settimane, permettendo alle truppe della Lega di raggiungere Brescia ed impedendo che Federico la cingesse d’assedio. L’imperatore diede ordine, allora, di devastare il territorio, con l’intenzione di far uscire l’esercito della Lega dalla città e dare battaglia in campo aperto. I bresciani non abboccarono e preferirono attendere i soldati delle altre città federate, ancora in marcia per congiungersi con gli alleati.

Cortenuova. Miniatura dal manoscritto chigiano di Giovanni Villani (XIV sec., Biblioteca Vaticana).

La battaglia L’imperatore di ritirò a Pontevico, nelle vicinanze di Cremona. I ligures scelsero Manerbio, poco a nord dell’accampamento imperiale, in un terreno paludoso e protetto da un fiume, tenendo fede ad una strategia puramente difensiva. “Federico II nel 1237 si mostrò desideroso di imporre rapidamente la sua autorità ai comuni cittadini dell’Italia settentrionale e rinfacciò ai Milanesi la tattica dilatoria da loro adottata: «Temendo di venire con noi a battaglia campale, si sforzano di sbarrare il passo al nostro valoroso esercito in strettoie e ai passaggi dei fiumi, formano con i loro armati2 masse che contrappongono ai nostri cavalieri rendendo così impossibile un combattimento libero e senza impedimenti» nel quale sia possibile ottenere, una volta per tutte, la vittoria decisiva”3. A Cortenuova questa tattica, però, costò la sconfitta alla truppe della Lega lombarda.

L’imperatore decise di togliere il campo il 23 novembre, superò il fiume Oglio e congedò una parte delle truppe alleate. Federico II aveva deciso di porre termine alla campagna e di svernare in territorio sicuro. Almeno questo intesero i comandanti della Lega lombarda. E iniziarono a smobilitare anch’essi, marciando verso nord in direzione di Milano. L’esercito imperiale segue la direzione di nord-ovest, risale il fiume per 22 chilometri e si attesta a Soncino. I Collegati vanno a nord, da Manerbio verso Lograto e poi virano verso Chiari e raggiungono Palazzolo. Marciano paralleli all’Oglio e nella nebbia i due eserciti non si vedono. Probabilmente le due colonne sentono il rumore di ferro e carriaggi. Dalla sua posizione Federico può controllare la via di fuga verso Milano e verificare velocemente se i nemici intendono superare l’Oglio a nord o a sud e muovere di conseguenza. Per di più alle spalle dei Collegati c’è un contingente di bergamaschi attestato tra Ghisalba e Cividate al Piano con l’ordine di segnalare con il fumo il passaggio del fiume da parte del nemico. Un compito che i bergamaschi assolsero con molto rigore, dando alle fiamme la chiesa. Virtualmente i soldati della Lega sono già accerchiati.

La propaganda federiciana, posteriore alla battaglia, ha inteso attribuire all’imperatore una precisa strategia per attirare in trappola la Lega lombarda, attraverso un finto ripiegamento per condurre la battaglia in terreno favorevole. Secondo quanto scrive il cancelliere Pier delle Vigne (la vista delle “insegne mortuarie” dei ribelli avvenne “casualiter tamen feliciter”, cioè casualmente, ma con successo), invece, sembra più che Federico si sia reso conto di aver provocato un’occasione favorevole con la sua decisione e di averne prontamente approfittato.

La mattina del 27 novembre le truppe della Lega si apprestano a muovere, dopo aver trascorso la notte nei pressi del castello di Cortenuova, dove si erano trincerati allargando lo spazio tra mura e fossato per collocare il Carroccio. Il simbolo della libertà comunale era trainato, in questa occasione, non dai lenti buoi, ma da veloci e resistenti cavalli da guerra, che muovono per guadare l’Oglio. Passano il fiume le avanguardie di fanteria, poi i milanesi e i piacentini. Intorno alle tredici buona parte dell’esercito ha varcato il fiume e una lunga fila di picchieri e pavesai è schierata a difesa delle operazioni. Il Carroccio e le salmerie sono ancora a Cortenuova. All’improvviso, da sud, giunge un cavaliere. È un esploratore di Federico. L’uomo si lancia verso le truppe della Lega e urla: “Allerta! L’imperatore vi darà sempre battaglia”.

Federico II è già stato avvertito dei movimenti nemici e l’esercito si è subito messo in movimento per coprire i 18 chilometri che lo separano dai lombardi. I soldati di Federico marciano a ranghi compatti, bandiera dopo bandiera, ognuna segue il vessillo del proprio comandante. L’ora è tarda per dare battaglia, ma Federico ha deciso di regolare i conti ugualmente. Il cronista Matteo da Parigi immagina l’imperatore che arringa i suoi uomini: “Alza e dispiega , tenace alfiere mio, l’aquila mia vincitrice. Miei guerrieri, che tante volte vi inebriaste del sangue nemico, sguainate le vostre terribili lame. Travolgete con il vostro furore codesti ratti, che hanno osato uscire dalla loro tane. Che provino oggi le lance folgoranti dell’imperatore romano”.

Federico II entra in Cremona col Carroccio.

Gli imperiali coprono la distanza in poche ore e verso le tre l’avanguardia si scontra con un drappello di cavalieri lombardi, mettendolo in fuga. L’imperatore fa marciare le truppe disposte su sette colonne e quando giunge sull’obiettivo non fa schierare le truppe nell’ordine di battaglia, ma lancia subito all’attacco la sua cavalleria dopo un fitto lancio di frecce da parte dei suoi saraceni. Milanesi e piacentini non si aspettavano una marcia così rapida e un attacco altrettanto veloce. L’unica difesa pronta era il muro di “palvesi” rivestiti di cuoio pesante e una siepe di “lanze longhe”.

Uno schieramento coeso, ma poco numeroso e non in grado di contrastare il tiro dei saraceni e le cariche dei cavalieri teutonici. Il fronte si rompe in poco tempo e i lombardi superstiti cercano di raggiungere Cortenuova, dove già erano ammassati milanesi e alessandrini ammassati intorno al Carroccio. La cavalleria della Lega lombarda, decisiva sul campo di Legnano, viene spazzata dal terreno di battaglia dai duemila “teothoni” lasciando al suolo un ammasso di uomini disarcionati, morti, feriti, cavalli trafitti o scossi. La confusione, d’altronde, regna anche nel campo lombardo quando Federico immette nello scontro le altre truppe venete di Ezzelino da Romano e, poi, la retroguardia con l’intento di cogliere una vittoria decisiva prima del buio. I fanti lombardi, però, tengono duro per quasi tre ore e l’antemurale dei picchieri ripiega ordinatamente. Al grido di “Roma guerriera! L’imperatore guerriero” gli uomini di Federico assaltano le “lanze longhe”, cercano di scalzare dal fossato i picchieri alessandrini e di penetrare nel quadrilatero guelfo stretto attorno al Carroccio, dal quale si alza il grido di “Sant’Ambrogio”. Ancora Matteo da Parigi: “Infiniti, dall’una e dall’altra parte, vengono schiantati. E il grido in mischia dei combattenti, l’urlo dei morenti, il rombo delle armi, il nitrir dei cavalli, il ruggito dei cavalieri che si avvinghiano, la martellante percussione dei colpi folgoranti, gremiscono di fragore lo stesso cielo”.

Più volte nel corso di quelle ore le truppe federiciane sono sul punto di vincere la battaglia, lo stesso imperatore lo ricorda in un suo scritto: “Superato il fossato vedemmo alcuni dei nostri arrivare fino quasi a toccare il timone del Carroccio”. I lombardi, però, tengono duro e respingono i tentativi di penetrazione nel quadrato difensivo. Lo stesso comandante Pietro Tiepolo cade nelle mani dei ghibellini mentre combatte. Gli imperiali scavalcano il contrafforte e il fossato, si fanno sotto, vengono respinti, non c’è spazio per caricare e i cavalieri gettano le lance e mettono mano a spade e asce. Il corpo a corpo infuria. La Compagnia dei Forti rimane saldamente al proprio posto. Poi giunge la sera e cala la nebbia. Federico sospende l’attacco, ma ordina alle truppe di dormire in assetto da guerra, senza togliere le armature, pronti a tutto. Già “nel settembre del 1236 fanti e cavalieri dei comuni fedeli a Federico II giungono al fiume Chiese a non più di due miglia dall’esercito della Lega lombarda, e ivi rimasero tutta la notte armati e schierati aspettando l’arrivo dell’imperatore”4.

L’attacco finale è previsto per le prime luci dell’alba. D’altronde “in azioni intraprese allo spuntare dell’alba si distinguono sia Federico II sia suo figlio Enzio: nel novembre del 1237, durante i movimenti che porteranno alla battaglia di Cortenuova, l’imperatore di primissimo mattino ordinò ai fanti di varcare l’Oglio, il 27, sempre «summo mane», un cavaliere fu inviato a sfidare il nemico che stava a sua volta attraversando il fiume”5.

Federico II di Svevia.

Durante la notte, approfittando delle nebbia e delle maglie larghe nel blocco degli imperiali attorno a Cortenuova, le truppe lombarde abbandonano il campo, lasciando il Carroccio, spogliato delle insegne, della croce di ghisa e danneggiato in modo da renderlo irriconoscibile. All’alba il castello di Cortenuova è deserto, ma l’imperatore ordina alla sua cavalleria di inseguire i fuggiaschi. La piena dell’Oglio e del Serio impedì alla maggior parte di fuggire e riparare a Brescia o Milano e molti finirono annegati. I prigionieri furono almeno 5.000. Altrettanti rimasero sul campo di battaglia. “Nel 1237, dopo la vittoria di Cortenuova contro la seconda Lega lombarda, Federico II fece scrivere, con la solita magniloquenza, che «in nessun’altra guerra vi furono tanti morti» e che «le sepolture non bastano agli uccisi», ma non si ha alcuna memoria di necropoli, salvo il ritrovamento di qualche sporadico e insignificante frammento di ossa”6. Le perdite imperiali furono esigue.

Le conseguenze Federico II aveva riscattato la sconfitta di Legnano e inflitto una disfatta umiliante alla Lega lombarda. Il Carroccio sfilò per le vie di Cremona trainato da un elefante. Il comandante Pietro Tiepolo, incatenato al Carroccio che sarà poi donato alla città di Roma, verrà spedito a Trani e lì impiccato. L’imperatore Federico celebrò il suo trionfo, distrusse Cortenuova, accettò la sottomissione di Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona e l’omaggio di Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato, intimò ai milanesi e ai bresciani la resa incondizionata (senza ottenerla) e si inimicò ulteriormente papa Gregorio IX. La parabola di Federico II aveva raggiunto il suo apice, poi verranno la sconfitta di Fossalta, la prigionia del figlio Enzo e la morte nel 1250.

Umberto Maiorca

1 Raffaele Iorio, La rivincita dell’imperatore, in Storia e dossier, Giunti, n. 104, aprile 1996, pp. 39-45. 2 Flavius Vegetius Renatus, Epitoma rei militaris, Stutgardiae-Lipsiae, 1995. 3 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, p. 184. 4 A. A. Settia, op. cit., p. 246. 5 A. A. Settia, op. cit., pp. 254-255.

Bibliografia essenziale Caproni R., La battaglia di Cortenuova, Cortenuova, 1987 Cattaneo G., Federico II di Svevia, Roma, 1992 Kantorowicz E., Federico II imperatore, Milano 1976

Read More

Lo scisma d’Oriente

Lo storico incontro del 12 febbraio 2016 a Cuba tra Francesco e Kirill (foto Sir).

Fu per una sottile ma determinante differenza teologica; fu perché secoli di lontananza ci avevano resi diversi ed estranei; fu perché due galli in un pollaio non possono cantare; ma fu anche e soprattutto, per il caratteraccio di un ambasciatore.

Fu per tutto questo se oggi la Chiesa Cattolica è separata da quella Ortodossa. E se anziché arrivarci Umberto da Silvacandida, quel giorno a Santa Sofia, ci fosse entrato un Francesco d’Assisi, è probabile che le cose sarebbero andate in modo diverso.

Fino al 1054 non c’era alcuna differenza tra la Chiesa Cattolica (ovvero “universale”) e quella Ortodossa (“di corretta dottrina”). Sin dalle origini, il cristianesimo si era andato strutturando intorno a piccole comunità parrocchiali unite in diocesi governate da un vescovo. Le diocesi corrispondevano – più o meno – alle città, e quanto più importante era la città governata, tanto più lo era, come è ovvio, il suo vescovo.

Naturale, quindi, che il vescovo della capitale dell’impero assumesse una particolare autorità sugli altri. Niente a che fare, però, con l’attuale concetto di papato, concetto che tutto sommato proprio papa Francesco sta “picconando” cercando di riportare alle sue antiche origini il carisma del vescovo di Roma.

Se San Pietro – a dispetto da quanto raccontato dalla tradizione – non è mai stato né vescovo di Roma né tanto meno papa (il ruolo di capo della Chiesa nascente, nella prima comunità, fu assunto a Gerusalemme da Giacomo fratello di Gesù, come raccontato negli Atti degli Apostoli), quando il Cristianesimo viene legalizzato ed esce dalla clandestinità il suo capo di fatto diventa l’imperatore.

È infatti lo stesso Costantino – che nel 313 aveva proclamato lo storico editto – a presiedere nel 325 il concilio di Nicea che vede convocati circa 300 vescovi della Chiesa cristiana nel palazzo imperiale per discutere di questioni fondamentali come la data della Pasqua e la condanna dell’eresia ariana.

San Leone IX papa (1049-1054) e Michele Cerulario, patriarca di Costantinopoli.

Titolo prettamente imperiale, d’altra parte, è quello di “Pontefice Massimo”, ruolo istituito da Numa Pompilio per i sacerdoti pagani, divenuto un titolo dell’imperatore con Cesare Augusto, e assunto nel 375 dal vescovo di Roma. Che, nel frattempo, è diventato un punto di riferimento per l’intera cristianità. Con il titolo di “Primum inter pares”, il vescovo di Roma ha infatti il compito di “presiedere la Chiesa nella carità” intervenendo nelle dispute senza rappresentare comunque un’autorità assoluta.

Proprio Costantino, scegliendo l’antica Bisanzio per fondare la sua “Nuova Roma” aveva gettato le basi per la divisione tra impero d’oriente e impero d’occidente e per la rivalità tra il patriarca della vecchia Roma e quello della nuova.

Di fatto con il Concilio di Calcedonia, nel 451, la Chiesa assume la struttura di una pentarchia governata da cinque patriarcati: quello di Roma (al cui vescovo spetta il Primato d’onore), quello di Costantinopoli (secondo per importanza) e quelli di Gerusalemme (che governa la Palestina), Antiochia (le chiese del medio oriente) e Alessandria (le diocesi d’Egitto).

Con le conquiste islamiche di Palestina, Siria ed Egitto – alla fine del VII – gli ultimi tre patriarcati, finiti sotto i sultanati arabi, scompaiono o vengono drasticamente ridimensionati, e Roma e Costantinopoli si ritrovano da sole a governare due territori che – con la fine dell’impero romano d’occidente e le conquiste barbariche – sono diventati sempre più lontani.

Il mare Mediterraneo sembra allargarsi sempre di più a rendere estranei due paesi, due culture, due forme di vita religiosa che quando si incontrano, nel 1054, stentano a riconoscersi.

Non erano mancate, anche nei secoli precedenti, scomuniche reciproche tra i due patriarchi, legate soprattutto all’atteggiamento tenuto nei confronti delle eresie come il monofisismo, ai contesti politici che vedono un tentativo dell’imperatore d’oriente di riacquistare potere in Italia, e alle reciproche ingerenze. Ma quasi mille anni di dissapori arrivano al punto critico nel 1043 con la nomina (imperiale) di Michele Cerulario a patriarca di Costantinopoli.

Michele prende apertamente posizione contro la dottrina teologica del filioque rilanciata da papa Leone IX, secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, mentre per la tradizione ortodossa discende solo dal Padre.

Ad una questione squisitamente teologica si aggiungono poi prassi di carattere liturgico e disciplinare: nella chiesa Cattolica, infatti, è stato introdotto il celibato ecclesiastico mentre nella chiesa ortodossa continuano ad essere ordinati uomini sposati. Ma Michele attacca anche la tonsura, il taglio della barba per i preti cattolici e la celebrazione dell’eucarestia con pane azzimo e proibisce il rito latino in tutte le chiese sotto la sua giurisdizione.

Miniatura su Leone IX tratta dal Passionary of Weissenau, Codex Bodmer.

Anche l’organizzazione delle due chiese, con il passare dei secoli, è molto cambiata. Formalmente è rimasta la stessa struttura gerarchica composta da parrocchie, diocesi rette da vescovi, metropoliti che presiedono le diverse diocesi di una regione, patriarchi che governano le chiese nazionali e un primate onorario. Di fatto, però, mentre in oriente il potere è concentrato soprattutto sui metropoliti e i patriarchi, con un ruolo minoritario assegnato ai vescovi e il patriarca ecumenico riconosciuto solo come “primum inter pares”, in occidente è quasi irrilevante il ruolo dei metropoliti e dei patriarchi mentre si è rafforzato quello dei vescovi, è nata la nuova figura dei cardinali e il papa ha accentrato su di sé sempre più potere fino a fare della chiesa una vera e propria monarchia.

Leone IX, che rivendica il suo ruolo di primate della Chiesa universale e quindi la sua autorità anche su Costantinopoli, invia a trattare con il “ribelle” Michele una delegazione guidata dal cardinale Umberto da Silvacandida e composta dagli arcivescovi Federico di Lorena e Pietro di Amalfi. Le cui intenzioni non erano così pacifiche, tanto che portarono con loro la bolla di scomunica già pronta.

Francese e tra i principali protagonisti della riforma della Chiesa dell’XI secolo insieme a Ildebrando di Soana (futuro Gregorio VII) e San Pier Damiani, Umberto da Silvacandida sarà anche tra gli “inventori” del conclave che riserva l’elezione del Papa ai cardinali escludendo l’imperatore.

Il suo carattere forte e la sua radicalità, però, non aiutano certo il dialogo tra due mondi lontani e tra fazioni contrapposte: Umberto nega la legittimità stessa dell’elezione di Michele, il titolo di “ecumenico” riservato al patriarca di Costantinopoli, così come il suo ruolo di “secondo” dopo il vescovo di Roma. Il patriarca risponde rifiutandosi di ricevere la delegazione e il 16 luglio 1054 Umberto depone sull’altare della chiesa di Santa Sofia la bolla di scomunica.

Paradossalmente, quella scomunica non ha valore legale. Il 19 aprile, infatti, papa Leone IX è morto e il nuovo papa Vittore II sarà eletto solo a settembre. Durante la sede vacante tutte le cariche sono decadute, compresa quella di Umberto che non ha quindi alcuna autorità per compiere un simile atto.

Nonostante questo, la scomunica viene presa molto sul serio da Michele che, a sua volta, il 24 luglio scomunica tutta la delegazione mentre cattolici e ortodossi si lanciano anatemi. Questa volta, lo scisma è destinato a non ricomporsi più e le due chiese continueranno a crescere in parallelo, allontanandosi sempre di più nella liturgia e nella struttura gerarchica: mentre la chiesa ortodossa manterrà quella tipicamente autocefala, a Roma il papa finirà per rivendicare persino il titolo di “vicario di Cristo” contrapponendosi a qualsiasi altro potere.

Un francobollo commemorativo paraguayano dell’incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora, avvenuto a Gerusalemme nel 1964.

D’altra parte, il primo serio tentativo di ricomporre la frattura non ha un sapore molto ecumenico: nel 1204, infatti, la Quarta Crociata compie una deviazione e anziché conquistare Gerusalemme invade e saccheggia Costantinopoli, instaurando un nuovo impero e sostituendo il patriarcato ortodosso con uno latino affidato a Tommaso Morosini, costringendo il patriarca Giovanni X alla fuga in Tracia. I bizantini si riprenderanno Costantinopoli già nel 1261, ma il patriarcato latino continuerà ad affiancare quello ortodosso per settecento anni.

Un altro tentativo di unione – di carattere completamente diverso – avviene invece nel 1439 al concilio di Firenze. Quando Costantinopoli viene assediata dai turchi ottomani, infatti, il patriarca Giuseppe II, con l’imperatore, ripara in Italia per chiedere soccorso e partecipa al Concilio che il 6 luglio proclama solennemente il decreto di unione tra le due chiese. Un’unione che, però, non diventerà mai effettiva a causa della ferma opposizione dei monaci e del clero ortodosso.

Con la caduta di Costantinopoli del 1453 per mano dei turchi ottomani guidati dal sultano Maometto II, la fine dell’impero romano d’oriente e la sostituzione del Cristianesimo con l’Islam, il patriarcato ecumenico assume un ruolo sempre meno rilevante e sempre più simbolico. Oggi il patriarca di Costantinopoli è quello che governa meno fedeli, tra tutte le chiese ortodosse, sulle quali continua tuttavia ad avere un primato d’onore.

Lo storico incontro del 1964 tra Paolo VI e Atenagora, con cui i due patriarchi hanno cancellato ufficialmente le reciproche scomuniche e la chiesa cattolica ha abolito il patriarcato latino, assume quindi un grande valore simbolico, ma scarsissimo impatto reale sui rapporti tra le due chiese. Che, teoricamente, sono in comunione ma che in realtà questa comunione non la vivono, né in un senso liturgico-sacramentale (non c’è la cosiddetta ‘ospitalità eucaristica’) né sotto quello organizzativo, visto che in molte diocesi ortodosse esiste il “doppione” cattolico.

Vocazione di Pietro e Andrea, Duccio di Buoninsegna (1308-1311), tavola dalla predella della Maestà, , Washington, National Gallery of Art.

La pietra dello scandalo, da questo punto di vista, è la Russia: elevata a patriarcato nel 1589 proprio in sostituzione di Roma nella “Pentarchia”, la chiesa di Mosca è oggi la più grande e potente del mondo ortodosso, un ruolo che la pone in conflitto sia con la chiesa di Roma che con quella di Costantinopoli.

Se lo scontro con Roma si è radicalizzato soprattutto dopo l’erezione nel 1991 di un “duplicato” cattolico a Mosca, con il patriarca di Costantinopoli quello di Russia si contende la leadership della chiesa ortodossa. Nel corso degli ultimi vent’anni Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono incontrati, progressivamente, con quasi tutti i patriarchi ortodossi, ma il dialogo con la chiesa russa resta quello più difficile.

Le basi per un incontro tra il patriarca e il papa sono state gettate più di quindici anni fa da personaggi impegnati nel dialogo ecumenico come l’allora metropolita Kirill e l’arcivescovo Vincenzo Paglia.

Nel 2002 il metropolita partecipò a Terni ad un convegno su santità e martirio organizzato dalla diocesi di cui era vescovo Paglia. L’anno dopo una delegazione della città capeggiata dallo stesso vescovo era volata a Mosca per donare una reliquia di San Valentino al patriarca Alessio II.

Dopo l’elezione dello stesso Kirill a patriarca nel 2009 e quella di Jorge Mario Bergoglio a papa nel 2013, l’incontro si è fatto più vicino ma ancora problematico a causa dell’opposizione di gran parte della chiesa russa. La svolta è arrivata il 12 febbraio 2016 a Cuba, che – terra neutrale – ha visto il primo abbraccio tra i due. Un incontro che, certo non a caso, avviene alla vigilia del grande sinodo che vedrà tutta la chiesa ortodossa riunirsi per la prima volta dopo mille anni.

Pietro e Andrea, i due apostoli fratelli, che fondarono – secondo la tradizione – le due chiese, sono ormai pronti a tornare a vivere insieme.

Arnaldo Casali

Read More

La Sacra di San Michele e le sue leggende

Monumento simbolo del Piemonte, la Sacra di San Michele (www.sacradisanmichele.com) è edificata sul monte Pirchiriano, uno sperone roccioso alto 962 metri all’imbocco della Val di Susa.

Ha attraversato oltre mille anni di storia sorgendo, decadendo e risorgendo. È l’Abbazia di San Michele della Chiusa, più nota come “Sacra di San Michele”, in Val di Susa.

Fondata sul monte Pirchiriano, nel comune di Sant’Ambrogio di Torino dall’aristocratico francese Ugo de Monvoisier tra il 983 e il 987, la Sacra di San Michele è stato un punto di riferimento sempre più importante per il monachesimo benedettino nel Medioevo, toccando l’apice della fama intorno all’anno mille, anche se nuovi edifici si sono aggiunti fino al XIII secolo. Un’inesorabile declino la porta ad essere sostanzialmente abbandonata dal Trecento fino agli inizi dell’Ottocento, quando viene recuperata e ristrutturata, diventando monumento simbolo del Piemonte.

Tutto comincia alla fine del primo millennio, quando il vescovo di Torino Annuncone decide di edificare un tempietto dedicato a San Michele, uno dei personaggi più venerati nel Medioevo: si tratta dell’angelo che nel libro biblico di Daniele viene definito il capo supremo dell’esercito celeste in difesa dei giudei perseguitati, mentre nel libro dell’Apocalisse è il principe degli angeli fedeli a Dio che combatte e scaccia il drago e gli angeli ribelli.

In Val di susa il culto di San Michele, arrivato dall’Oriente e diffusosi soprattutto in Italia meridionale per poi salire verso la Francia, approda intorno al VI secolo. L’ubicazione sull’alto monte richiama i due santuari del Gargano e della Normandia.

Inizialmente la sede scelta dal vescovo è il monte Caprasio (“Monte delle capre”), ma poi si opta per il monte Pirchiriano (“Monte dei porci”). Qualche tempo dopo il piccolo santuario viene scelto come proprio romitorio dal vescovo di Ravenna, San Giovanni Vincenzo, che ha deciso di abbandonare la carriera ecclesiastica per dedicarsi alla vita eremitica. Secondo una leggenda, era stato lo stesso arcangelo Michele a chiedere all’ex vescovo di lavorare al suo santuario. Per due giorni, però, tutta la legna raccolta era sparita nel nulla, salvo poi ricomparire miracolosamente proprio sopra il monte Pirchiriano. Gli stessi angeli avrebbero infine consacrato la cappella, che di notte era stata vista avvolta da un grande fuoco. Qui Giovanni viene raggiunto dal conte Ugo di Monvoisier, ricco e nobile signore dell’Alvernia, che si era recato a Roma per chiedere indulgenza al Papa ricevendone in cambio – come penitenza – la scelta fra un esilio di 7 anni e la costruzione un’abbazia.

Uno scatto suggestivo della Sacra di San Michele, finalista al concorso fotografico Wiki Loves Monuments 2015 (foto Elio Pallard).

“Quel vertice alpino – scrive Attilio Zuccagni Orlandini in Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole – ferì non molto tempo dopo la vista e l’immaginazione di un Barone di Francia, reduce da Roma in Alvernia con Isergarda sua moglie”.

Ugo decide di edificare un monastero presso la chiesetta di San Michele e per collaborare all’impresa chiama il marchese Arduino di Avigliana, mentre a capo del monastero viene messo il monaco Adverto: “La santa vita di esso e dei primi suoi successori procacciò tale e tanta celebrità a quel sacro chiostro, che per lungo tempo concorsero a gara Imperatori, Re, Duchi, Marchesi, Conti, Prelati ad impinguarlo di amplissime possessioni e di ricche rendite, cedendo al medesimo giurisdizioni, castella, chiese ed altre abbadie ancora”.

Il nucleo costitutivo dell’edificio è formato dall’abbazia, a cui si sono aggiunti nei secoli successivi il Monastero Nuovo, la Nuova Chiesa e la Torre della Bell’Alda. La Foresteria viene costruita verso la fine del secolo XI per accogliere i pellegrini che arrivavano sul monte. Dell’edificio originario rimane però poco e la foresteria attuale è per la maggior parte una ricostruzione fatta a cavallo tra il 1800 e il 1900.

Il Monastero Nuovo, costruito tra il XII e il XIV secolo sul lato nord dell’abbazia, era la parte destinata alla vita dei monaci e disponeva di tutte le strutture ad essi necessarie: le celle, la biblioteca, la cucina, il refettorio e le officine, mentre la chiesa viene costruita tra il 1148 ed il 1170.

La Torre della Bell’Alda e le rovine del Monastero Nuovo nel complesso architettonico della Sacra di San Michele.

Si dice che una ragazza chiamata Alda, inseguita dai soldati, si fosse gettata dalla torre rimanendo miracolosamente illesa. Qualche tempo dopo, però, la superbia ed il bisogno di farsi una dote l’avevano spinta a scommettere con i suoi compaesani sull’esito di un secondo, pubblico, salto. Questa volta finì sfracellata sulle rocce sottostanti. Da allora la costruzione ha assunto il nome di “Torre della Bell’Alda”.

Un’altra leggenda vuole che il vecchio sacrestano del monastero, Bernardino, fosse solito, ogni sera, percorrere lo scalone per andare a chiudere la porta d’ingresso alla sua base, con una certa inquietudine data dagli scheletri presenti nelle nicchie e dai pipistrelli quivi raccolti. In una sera di tempesta, mentre risaliva lo scalone, una folata di vento aveva spento la torcia. Tremante aveva iniziato a cercare a tentoni gli scalini quando, d’un tratto, sentì il rumore di ossa fregate sulla pietra. Arrivato alla sommità dello scalone si era accorto che il vento aveva chiuso la porta. Le sue urla di terrore erano giunte alle orecchie dell’abate, attardatosi a pregare, che trovatolo tremante dietro alla porta si sentì dire che un morto si muoveva sullo scalone. Alla luce della sua torcia si presentò la visione di un teschio strisciante su uno scalino. Avvicinatosi però, uno scossone ne rivelò la vera natura: un topo, trovatosi scoperto, corse via mentre il teschio rotolava per le scale, lasciando i due spettatori sollevati ed un nuovo nome per lo scalone: “Lo scalone dei sorci”.

Lo scalone dei morti (o dei sorci, come vuole un’altra versione della leggenda), è intagliato nella roccia e sale ripido fino al portale dell’abbazia.

All’abbazia è legato anche il mistero della cosiddetta “linea magica” di San Michele: sembra infatti che una linea energetica unisca tre santuari dedicati proprio all’Arcangelo: il Mont-Saint-Michel in Francia nella regione della Normandia, la Sacra di San Michele appunto, e il Monte Sant’Angelo in Puglia. Secondo gli esperti di magia bianca il punto energetico sarebbe situato su una piccola piastrella del pavimento in sasso che è di colore più chiaro. Collocandosi su quel punto si percepirebbe nitidamente la potente energia della linea magica di San Michele. Nella Sacra di San Michele in Piemonte questo punto si trova sulla sinistra della Chiesa, subito dopo l’entrata. I tre luoghi sacri dedicati a san Michele si trovano a 1000 chilometri di distanza l’uno dall’altro, allineati lungo questa linea retta, la quale prolungata in linea d’aria, passa sopra Gerusalemme da una parte, e sopra St. Michael’s Mount, in Cornovaglia, dall’altra, continuando fino all’isola di Skellig Michael in Irlanda.

Per la Sacra passava la via Francigena, una delle più importanti vie di pellegrinaggio medievali, che univa il Mont-Saint-Michel in Francia al santuario di San Michele Arcangelo in Puglia. Il Medioevo ne ha sancito il ruolo di primo piano anche europeo, in quanto via di transito di mercanti, eserciti, nobili, uomini di Chiesa e pellegrini che dovevano raggiungere Roma, cuore della cristianità, o Santiago de Compostela, secolare meta religiosa.

Già nel 333 d.C. il Colle del Monginevro viene attraversato dall’anonimo autore dell’Itinerarium burdigalense (la più antica descrizione di un pellegrinaggio cristiano) per raggiungere la Terra Santa: vengono annotate con precisione le mansio e le statio della Valle di Susa, alcune delle quali oggi importanti siti archeologici. L’afflusso intenso di genti lungo la Via Francigena produsse una circolazione di idee e un costante scambio di saperi, lingue e religiosità, che contribuirono allo sviluppo in valle di una vivacità culturale di impronta europea: sorsero monasteri di notorietà internazionale come l’Abbazia di Novalesa e la Sacra di San Michele, luoghi di culto di dimensione più locale come la Cripta di Celle, cappelle e centri cittadini sedi di mercato o luoghi di transito e di pedaggio obbligati come Susa, Bussoleno, Avigliana e Oulx.

L’inconsueto bassorilievo di una delle lesene del portale della Sacra.

Quanto al Monte dei porci, vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.C. viene sfruttato dai Romani come area di interesse militare e dal 569 i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie innalzando muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi, si ammassano per resistere all’entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi.

Nel portale dell’abbazia è presente uno zodiaco che contiene molte curiosità: tra queste una è inserita nella rappresentazione del segno del cancro: se viene capovolta infatti, si vede chiaramente la faccia di un vescovo con tanto di copricapo. Sopra una lesena dello stesso portale, invece, si può vedere un uomo completamente nudo in posizione praticamente pornografica: il ramo dell’albero che percorre tutta la lesena e ne costituisce l’ornamento finisce infatti esattamente nell’ano del personaggio in questione, che sembra – diciamo così – gradire.

Arnaldo Casali

Read More

Azincourt, l’autunno della cavalleria feudale

La Battaglia di Azincourt (miniatura XV secolo, Lambeth Palace Library).

L’epopea della cavalleria medievale si infranse, in una fredda e umida mattina autunnale, nella pianura di Azincourt di fronte alla selva di frecce scagliate dai longbowmen, “villani” gallesi armati di arco lungo.

La battaglia di Azincourt (25 ottobre 1415) renderà manifesto quello che era già stato anticipato, ma non compreso, a Crécy (1340) e a Poitiers (1356): una forza leggera e mobile, con arcieri e uomini d’arme, ben diretta sul campo e con terreno favorevole, è superiore alle pesanti armi feudali, alla massa scomposta di cavalieri nobili a caccia di gloria prima che della vittoria, combattenti che ritenevano disonorevole battersi contro persone di ceto inferiore.

I nobili francesi, infatti, pensavano ancora ad una guerra “di classe”, fatta da cavalieri contro cavalieri, per dimostrare il proprio valore e, magari, prendere prigioniero il nemico per poi chiedere un riscatto. Quella mattina si trovarono di fronte l’esercito di Enrico V (9 agosto 1387-31 agosto 1422) formato da uomini d’arme, soldati non nobili, che combattevano con spada, mazza e arco, elmo o camaglio, e pronti ad utilizzare la “misericordia”, uno stiletto a quadrello che infilavano nelle fessure dell’elmo dei cavalieri disarcionati. Ad Azincourt gli uomini d’arme fecero strage della cavalleria francese. Anche a battaglia quasi finita, quando eseguirono l’ordine del re di passare a fil di spada i prigionieri.

Lo scenario politico La guerra dei “Cento anni” tra Francia e Inghilterra fu un lungo susseguirsi di campagne, scorrerie, grandi battaglie, assedi e intrighi politici. La pace di Brétigny del 1360 assicurò il dominio inglese nella Francia occidentale, di Calais, Cherbourg, Brest, della Guienna e anche un cinquantennio di pace. Con l’ascesa al trono di Carlo VI, malato di mente, si accesero i contrasti tra il partito dei borgognoni e degli armagnacchi per la gestione del potere in Francia. Enrico V aveva da poco represso la ribellione dei lollardi in Inghilterra (tacitando le richieste dell’alto clero), quando accettò l’invito dei Borgognoni ad intervenire in Francia, sia per consolidare le proprie conquiste territoriali sia per racimolare un grande bottino e tenere impegnati i suoi nobili. Intenzione del re era anche quella di stabilire rapporti economici e commerciali più saldi tra i Paesi Bassi e l’Inghilterra.

Enrico V (1387-1422) in un ritratto di autore sconosciuto, National Portrait Gallery, Londra.

L’invasione Forte di 15.000 uomini, nel 1415, Enrico V sbarcò a Le Havre e puntò subito sulla roccaforte di Harfleur. La città capitolò dopo un assedio di cinque settimane senza che l’esercito francese riuscisse a portare soccorso. L’armata inglese fu decimata, però, da un’epidemia di dissenteria e alla caduta della città restavano ad Enrico poco più di 6.000 combattenti. A questo punto Enrico V cambiò piano e trasformò la spedizione in una “chevauchée”, una incursione di rapine, saccheggi e incendi a danno del territorio e della popolazione, da attuare lungo il tragitto di ritorno verso Calais. Il re sperava di rifornire il suo esercito nella roccaforte inglese, rimpatriare i soldati feriti (“l’esercito inglese che vinse nel 1415 ad Azincourt aveva al suo servizio non meno di venti chirurghi e di personale analogo disponeva anche l’esercito francese”1) e svernare al sicuro. La piena della Somme (lo scontro si svolgerà sui terreni gessosi dove 500 anni dopo avverrà una delle battaglie più lunghe e sanguinose della Prima guerra mondiale) costrinse il re inglese a prendere l’antica via romana fra Albert e Daupame, vicino Sars. Da lì si diresse verso la valle Termoise, in direzione di Blagny, in cerca di un guado non controllato dai francesi. Riuscì ad attraversare la Somme nei pressi di Nesle, puntando poi su Peronne e risalendo verso nord. Giunto nei pressi del castello di Azincourt, però, incrociò la strada dell’esercito francese. Il 24 ottobre uno degli esploratori inglesi tornò indietro al galoppo e avvertì il duca di York: “Di fronte a noi c’è un mondo di gente”. Il re volle certezze sulla presenza dell’esercito francese lungo la via della ritirata e inviò lo scudiero Daffyd Gamme a controllare. L’uomo d’arme raggiunse una collina e osservò la colonna di soldati che sfilava nella valle in basso: era proprio l’esercito francese composto da oltre 20mila uomini. Tornato indietro riferì ad Enrico: “Sire, ce ne sono abbastanza da uccidere, abbastanza da catturare e abbastanza da mettere in fuga”. Enrico V raggiunse un’altura e osservò la lunga fila di cavalieri, pedoni, carriaggi, pennoni e banderuole che continuavano a sfilare a distanza. I due eserciti marciarono paralleli per alcune miglia, fino a raggiungere una stretta pianura tra Azincourt e Maisoncelles. Qui si accamparono per la notte a distanza di tre tiri d’arco l’un dall’altro. Il re inglese mandò un’ambasciata per trattare un lasciapassare: la restituzione di Harfleur in cambio del libero transito fino a Calais. I francesi rifiutarono. E allo scendere della notte iniziò a piovere.

La preparazione Enrico V non dormì quella notte, aggirandosi per l’accampamento, riflettendo e incitando i soldati, i compagni d’arme. Ispezionò le squadre di arcieri gallesi ricordando loro che i francesi avrebbero tagliato due dita della mano destra a qualunque arciere avessero catturato. Il re inglese pensava alla battaglia dell’indomani. La mattina del 25 ottobre Enrico controllò il campo e sorrise: il terreno arato che si stendeva tra i due eserciti, circondato dalla foresta di Azincourt a sinistra e di Tremencourt a destra, era fangoso, pesante e stretto, meno di 1 chilometro. Uno spazio contenuto, a forma di clessidra, all’interno del quale la cavalleria francese non avrebbe potuto dispiegarsi e caricare pesantemente. Un fronte molto stretto, invece, che poteva ben essere coperto dai longbowmen di Enrico. L’arco lungo gallese univa la potenza di lancio della balestra ad una cadenza di tiro pressoché tripla. Grazie a speciali punte era in grado di penetrare la pesante corazza dei cavalieri. I longbowmen si spostavano a cavallo o a piedi e combattevano in ranghi come gli uomini d’arme, indossavano giacche imbottite, a volte pettorine di ferro o una cotta di ferro, un elmo aperto davanti o un camaglio (un cappuccio di maglia di ferro), all’epoca della battaglia era già in uso indossare schinieri e avambracci di metallo.

Rappresentazione schematica della battaglia: le forze inglesi sono in rosso, le francesi in blu.

Lo schieramento Gli inglesi si schierano con gli uomini d’arme dispiegati su quattro file e gli arcieri in formazione a cuneo a copertura dei fianchi dell’esercito e dietro le fila dei fanti. I cento cavalieri nobili si dispongono attorno al re. Davanti allo schieramento vengono piantati dei pali appuntiti per fermare la carica di cavalleria. L’esercito francese contava 1.500 balestrieri e 4.000 arcieri al comando del maestro David de Rambunes, 2.500 tra cavalieri pesanti e uomini d’arme e oltre 15.000 fanti (comprese le salmerie). I francesi erano guidati dal Conestabile d’Albret, dal maresciallo Boucicaut, dal duca D’Alençon e dal conte di Marle, vista l’impossibilità del “re folle” Carlo VI di Valois di governare regno ed esercito, e si schierarono con una parte dei cavalieri all’ala destra, e un’altra a sinistra e tre “battaglie” al centro. La “battaglia” era la suddivisione in ondate di cariche della cavalleria o di fanti. La prima “battaglia” era la più ambita, perché permetteva ai cavalieri di mostrare il proprio valore. Il Conestabile d’Albret aveva studiato un piano che prevedeva l’avvio della battaglia attraverso un fitto lancio di dardi e frecce da parte dei balestrieri e degli arcieri per decimare le fila dei longbowmen. Poi sarebbero partite le cariche: la prima per travolgere le fila nemiche, la seconda per dare il colpo di grazia e la terza per eliminare fuggiaschi e prendere prigionieri. I nobili cavalieri francesi rifiutarono tale piano, ritenendolo un oltraggio e spinsero affinché la fanteria finisse ai lati del campo di battaglia. I balestrieri non scoccarono un dardo nel corso dello scontro, finendo relegati tra i carriaggi. I cavalieri francesi, quindi, si accalcarono per prendere posto nella “prima battaglia”, di fronte agli inglesi.

La battaglia di Azincourt fu immortalata anche da Shakespeare nell’Enrico V.

La battaglia Sono le 7 del mattino, le bandiere e i vessilli non garriscono per l’assenza di vento e perché bagnati dalla pioggia notturna. Enrico V passa in rassegna lo schieramento e, come racconta William Shakespeare nell’Enrico V (Atto IV, scena III), arringa le truppe: “Noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino”. I francesi, però, non si muovono, sparano solo qualche colpo con i pochi cannoni (alle prime presenze sul campo di battaglia), ma con scarsi risultati vista la ridottissima cadenza di tiro e a causa delle condizioni del terreno: le palle di pietra non rimbalzavano nel fango e non arrecavano danno agli inglesi. Per quasi tre ore i due schieramenti si guardano da lontano, ma nessuno fa la prima mossa. Tanto che molti cavalieri francesi smontano di sella e mandano gli scudieri a prendere acqua e cibo. Enrico V prende una decisione che cambierà il corso della giornata: si consulta con sir Thomas Erpingham (comandante degli arcieri) e con il duca di York e decide di far avanzare i suoi soldati. I longbowmen (circa 6.000) e gli uomini d’arme divelgono i pali di protezione e avanzano, nel fango, fino a portarsi a distanza di tiro degli archi, circa 300 metri. Le prime file piantano nel terreno i pali frangicarica e rientrano nei ranghi. Gli uomini d’arme inglesi sono un migliaio. Enrico è senza speroni, segno che combatterà a piedi, in mezzo ai suoi. I francesi guardano dalle loro posizioni e non intervengono, perdendo il vantaggio tattico di attaccare un esercito in movimento. Gli inglesi riprendono fiato dopo l’avanzata nel fango, incoccano le frecce e danno inizio alla battaglia. Seimila frecce si abbattono sui francesi provocando morti, feriti (tra uomini e cavalli) e disordine. Le cavalcature impazzite travolgono tutto ciò che hanno intorno, i feriti cercano di guadagnare le retrovie per farsi medicare. I cavalieri che riescono a lanciarsi nella carica, dopo aver superato il caos che regna nella prima fila, si trovano impantanati nel fango e il tradizionale “élan” si perde prima ancora di entrare a contatto con gli inglesi. I quali continuano a scoccare frecce che decimano le schiere avversarie avanzanti a ranghi serrati, spalla contro spalla. Un bersaglio troppo facile per gli arcieri gallesi. Il destino di morte e ferite che era toccato ai cavalieri tocca anche ai fanti e agli uomini d’arme appiedati che provano a guadagnare il campo di battaglia. E mentre i fanti avanzano a piedi, con gli scudi alzati a proteggersi dalle frecce, l’ala destra francese carica gli inglesi, ma in maniera scoordinata, e si infrange contro la prima “battaglia” di cavalieri che si ritirava e i pedoni francesi all’attacco.

L’arco lungo inglese, chiamato anche Longbow gallese, è un potente arco medievale lungo circa 6 piedi (1,8 m), utilizzato da inglesi e gallesi per la caccia e come arma di guerra.

“I cavalieri francesi non fecero alcun tentativo di aggirare gli inglesi sul fianco o di attaccare gli arcieri dotati di forti archi lunghi”2. E quando i primi francesi riescono ad arrivare al corpo a corpo si ritrovano così compatti da non poter utilizzare le spade, mentre gli inglesi li assalgono da tutti i lati con le spade “bastarde”, cioè da mischia, corte, a lama larga e pesante, o con le mazze a manico lungo utilizzate per piantare i frangicarica. “Gli inglesi assaltarono i francesi con spade, asce e altre armi, e incontrarono poca resistenza” scrisse un anonimo cronista francese. Molti cavalieri cadono nella mischia e finiscono affogati nel fango sotto il peso delle armature o calpestati dai combattenti (destino che toccherà al duca di York nelle fila inglesi). Gli arcieri inglesi si arrampicano sulle cataste dei corpi francesi per bersagliare la seconda “battaglia” che avanza agli ordini del duca d’Alençon. Altri gruppi di arcieri si muovono come mute di cani a caccia di fuggitivi o soldati isolati. La mischia va avanti per poco. I francesi iniziano ad arrendersi e gli inglesi fanno migliaia di prigionieri, dividendo i nobili dai “villani”. Dai primi si possono lucrare forti somme di riscatto. In lontananza la terza “battaglia” francese si dirige verso il bosco di Tramecourt. Gli inglesi pensano ad un tentativo di prenderli alle spalle (alcuni popolani al seguito francese hanno già saccheggiato il campo del re inglese rubando il sigillo, la corona e il guardaroba di Enrico). In realtà si tratta di una fuga, di soldati che abbandonano il campo di battaglia, ma il re inglese non lo sa e prende una decisione che rimarrà come una macchia sul suo onore: far uccidere i prigionieri per poter fronteggiare un eventuale attacco. Minacciando di impiccare chiunque non avesse eseguito l’ordine, Enrico comanda alla sua guardia personale di iniziare l’eccidio. Cadono tutti coloro che non erano nobili, non avevano indosso i simboli della casato o non potevano permettersi un riscatto. Il duca di Brabante, in battaglia con l’armatura di un ciambellano e senza sopravveste con i colori del casato, viene passato per le armi. Alla fine dello scontro si contano i morti. Gli inglesi ebbero 500 perdite tra soldati e cavalieri. “Dopo la vittoria inglese ad Azincourt gli oltre seimila caduti furono inumati sul luogo dai contadini della zona per interessamento del vescovo di Arras”3. I francesi piangono la perdita del Conestabile di Francia, tre duchi, 90 signori feudali, oltre 1.500 cavalieri e 7.000 fanti. Seimila arcieri gallesi avevano avuto ragione della cavalleria francese. La lezione, però, non era stata ben appresa, neanche da chi aveva applicato tale strategia. Nel marzo del 1421 Enrico V venne sconfitto a Baugé, e suo fratello morì in battaglia, proprio perché aveva rinunciato ad usare la stessa tattica, mettendo da parte gli arcieri e attaccando con la sola cavalleria.

Conseguenze La sconfitta ad Azincourt e il possesso di Harfleur permisero ad Enrico V di condurre diverse campagne di devastazione nell’arco dei quattro anni successivi, consolidando le conquiste e riprendendo possesso della Normandia. Con il trattato di Troyes del 1420 e con il matrimonio tra lo stesso Enrico e Caterina, la figlia di Carlo VI, vennero poste le basi affinché le corone d’Inghilterra e Francia, se pur chiaramente distinte in base al trattato, finissero sullo stesso capo. Tre anni prima della battaglia di Azincourt, però, era nata, nel villaggio di Domrémy nel dipartimento dei Vosgi, una bambina alla quale venne messo nome di Giovanna. La guerra dei “Cento anni” (1337-1453) si avviava alla favorevole conclusione per la Francia. In oltre cento anni era cambiato il modo di far la guerra ed era cambiata l’Europa. L’Inghilterra si sarebbe votata al mare, il Sacro romano impero diventava una questione tedesca e la Francia assurgeva a nazione unificata.

Umberto Maiorca

1 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, pag. 283 2 G. Regan, Il guinnes dei fiaschi militari, Mondadori, 1999, pag. 142 3 A. A. Settia, op. cit., pag. 294

Read More

Il mistero di Valentino

San Valentino e i suoi discepoli. Vite di santi, Francia, Parigi, XIV secolo.

È venerato in tutto il mondo, tanto dai cattolici quanto dagli ortodossi e dagli anglicani come santo martire, taumaturgo, e in qualche caso protettore degli animali (come a Bussolengo, in provincia di Verona), degli agrumeti (a Vico del Gargano) o addirittura degli epilettici (a Monselice in Veneto, dove l’epilessia si chiama “Mal de san Valentin” e nel giorno del santo vengono distribuite delle piccole chiavi – che un tempo venivano messe in bocca durante gli attacchi per impedire il taglio della lingua). Niente ha a che fare invece, almeno sotto il profilo storico e religioso, con gli innamorati.

San Valentino da Terni, decapitato il 14 febbraio del 273 sulla via Flaminia, viene celebrato in ogni angolo dei cinque continenti, restando – paradossalmente – del tutto sconosciuto e misterioso.

E non è strano: in fondo deve la sua popolarità solo alla coincidenza con la festa degli innamorati, totalmente pagana (deriva infatti dai Lupercali, ricorrenza dedicata alla fertilità). Potremmo dire quindi che Valentino condivida, in qualche modo, il destino di San Silvestro, Santo Stefano e San Lorenzo, figure senza dubbio ignote a chi festeggia il giorno a loro dedicato.

A differenza di san Lorenzo, che non è mai stato patrono delle stelle cadenti, o di San Silvestro, che certo non viene invocato come protettore dei giocatori di tombola, Valentino raccoglie però attorno alla sua tomba a Terni ogni anno centinaia di coppie di fidanzati e le chiese che vantano le sue reliquie vedono arrivare in continuazione lettere che chiedono la benedizione del Santo sul proprio amore.

Ciò che sappiamo in realtà della figura storica di Valentino è molto poco: la più antica testimonianza che abbiamo su di lui è contenuta nel Martirologio geronimiano, scritto nel V secolo, mentre all’VIII secolo risale la Passio Sancti Valentini che narra la tortura, la decapitazione notturna e la sepoltura a Terni da parte dei suoi discepoli.

A Roma, un insegnante di greco, Cratone, ha un figlio afflitto da una terribile malattia alle ossa che ha incurvato il suo corpo fino a fargli finire la testa tra le ginocchia. Un amico di Cratone gli riferisce che un suo fratello affetto dallo stesso male, è stato guarito da Valentino, vescovo di Terni.

Giunto a Roma, Valentino si rende disponibile a curare Cerimone ma chiede la conversione al cristianesimo di Cratone. Poi si chiude in una stanza tutta la notte con il giovane Cerimone, pregando con lui. All’alba Cerimone esce dalla stanza completamente guarito. Cratone e tutta la sua famiglia si convertono quindi al cristianesimo, e con loro anche gli allievi di Cratone, tra cui figurano Procolo, Efebo, Apollonio e il figlio del prefetto di Roma Furioso Placido. Il quale – furioso di nome e di fatto – fa arrestare di notte Valentino e lo fa decapitare sulla via Flaminia. Procolo, Efebo e Apollonio, però, ne recuperano il corpo e lo seppelliscono a Terni, in un antico cimitero sopra il quale sorge oggi la basilica di San Valentino.

Particolare della tomba di San Valentino, nel santuario del vescovo e martire, a Terni.

Come detto, la tradizione colloca il martirio di Valentino il 14 febbraio del 273, ma gli studi più recenti – esposti da Emore Paoli nel corso di un convegno che si è svolto a Terni nel 2010 e ribaditi, sempre a Terni, nella giornata di studi promossa dal Comune il 6 febbraio 2016 – hanno ipotizzato uno spostamento della data di morte almeno di un secolo. Il fatto che, secondo la Passio Valentino sia stato ucciso di notte e in un luogo segreto, lascia pensare infatti che non si trattasse di un’esecuzione ma di un agguato. Avvenuto, quindi, non durante le persecuzioni, ma in un’epoca in cui il cristianesimo era stato legalizzato. Ad avvalorare questa tesi sia il nome di Furio Placido, che figura come prefetto a Roma dal 342 al 347, sia la presenza – nella cronotassi dei vescovi di Terni – di un Valentino II, anch’egli santo, impegnato nella lotta contro l’eresia ariana tra il 520 e il 533. Come il primo, anche Valentino II è stato ucciso, e come il primo anche lui ha avuto come successore un vescovo chiamato Procolo. Coincidenze che lascerebbero pensare ad un vero e proprio “duplicato”, la cui creazione non può essere né smentita né confermata vista la totale assenza di documenti riguardanti la chiesa ternana dei primi secoli.

Quel che è certo, però, è che il culto di San Valentino a Terni è antichissimo: sulla sua tomba già nel IV secolo era stata costruita una chiesa, distrutta dai Goti nel VI secolo e ricostruita nel VII. Proprio nella basilica di San Valentino avviene – nel 741 – lo storico incontro tra Liutprando, re dei Longobardi e papa Zaccaria con cui, attraverso la Donazione di Sutri – ha inizio lo Stato della Chiesa.

San Valentino, Lucas Cranach (1472-1553), Galleria delle arti figurative di Vienna.

Distrutta ancora dagli ungari, poi dai normanni e infine dai saraceni, la basilica viene ricostruita ancora una volta e affidata ai monaci benedettini. Poi viene abbandonata ad un progressivo degrado fino a quando, nel 1605, il vescovo Giovanni Antonio Onorati, discepolo di Cesare Baronio, promuove una campagna di scavi per riportare alla luce la tomba di San Valentino e ordina la costruzione di una nuova basilica affidata poi ai frati carmelitani.

Intanto a Roma si è consolidato il culto parallelo di un altro Valentino, non vescovo di Terni ma prete romano, anche egli decapitato sulla via Flaminia il 14 febbraio ma nell’anno 269 e sepolto nelle catacombe di San Valentino, da cui alcune reliquie sono state poi portate nella chiesa carmelitana di Dublino.

Tra le molte teorie elaborate per giustificare questo sdoppiamento, quella più comunemente accettata – elaborata negli anni ’90 – ritiene che si tratti in realtà dello stesso personaggio il cui culto si è sviluppato in modo diverso nelle due città alle quali il santo si era, per qualche motivo, legato. Secondo l’ipotesi più recente, invece, il Valentino romano era un presbitero, compagno dei martiri romani Maris e Marta e il culto del Valentino ternano, avrebbe in qualche modo acquisito le dimensioni cronologiche di quello romano. Il vescovo ternano vissuto tra il IV e il VI secolo, quindi, sarebbe stato “ricollocato” al tempo del Valentino romano approfittando della totale assenza di riferimenti cronologici nella Passio.

Nel frattempo, comunque, decine di città in tutto il mondo hanno iniziato a rivendicarne le reliquie: tra queste Sasso Corvaro in provincia di Urbino, Savona, Sadali in Sardegna, Belvedere Marittimo in Calabria, Vico del Gargano, Ozieri vicino Sassari, Torre d’Arese e Abriola, in provincia di Potenza, oltre che la stessa Dublino.

Particolarmente interessante è il caso di Bussolengo, in provincia di Verona: qui si trovano infatti le più antiche raffigurazioni di San Valentino, al quale è dedicata una chiesa edificata nel Medioevo, e che è patrono della città.

Nella chiesa di Bussolengo sono presenti ben tre cicli di affreschi sulla vita di San Valentino, oltre che un busto in legno e numerosi dipinti, di cui molti medievali. Il culto del santo sembra sia stato portato – nel XIV secolo – dalla confraternita dei disciplinati, nata proprio in Umbria. Grazie poi ad un miracolo avvenuto nel XVIII secolo, Valentino a Bussolengo è diventato anche il patrono del bestiame.

Sono proprio gli affreschi di Bussolengo a testimoniare il fatto che nel Medioevo il san Valentino vescovo di Terni è già conosciuto e venerato in tutta Europa, ma non ha ancora nessun legame con gli innamorati: i tre cicli presenti nella chiesa, infatti, ne raccontano la vita e il martirio senza alcun riferimento a matrimoni celebrati dal martire. Riferimenti di cui avremo tracce, invece, a partire dal XVII secolo e in ambiente anglosassone.

San Valentino, Leonhard Beck (ca. 1480–1542). Museo Nazionale della Fortezza di Coburgo.

William Shakespeare cita la festa di San Valentino nell’Amleto, all’interno di una filastrocca recitata da Ofelia durante la sua follia. E proprio in Inghilterra, non a caso, nascono leggende romantiche come quella secondo cui il santo aveva riappacificato una coppia di innamorati che stavano litigando, donando loro una rosa. A dimostrare come l’Ottocento romantico abbia diffuso ormai ovunque il culto di Valentino come patrono degli innamorati, è infine la stessa vetrata della basilica di Terni, restaurata nel 1854, che raffigura proprio il celebre episodio della rosa donata ai fidanzati.

Le altre leggende, che vogliono Valentino originario di Terni e appartenente ad una famiglia aristocratica, eletto vescovo ancora giovanissimo (a 22 anni secondo alcuni, a 27 secondo altri) arrivandone a datare la nascita nel 175 e la morte a 98 anni, si sviluppano tra il XVII e il XVIII secolo, quando Valentino diventa ufficialmente il patrono di Terni.

Fino al 1646, infatti, il santo si contendeva la protezione della città di Terni con San Procolo (suo successore) e sant’Anastasio (vescovo di Narni e Terni dal 649 al 653). Poi il governo dello Stato Pontificio, per ridurre i giorni festivi, aveva stabilito che ogni città dovesse scegliere un solo patrono principale: a Terni era scoppiata una lotta senza quartiere tra Valentino – sostenuto dal Comune – e sant’Anastasio, sepolto nella Cattedrale e sostenuto dal clero. Era stato proprio il voto decisivo dei carmelitani a decretare la vittoria di Valentino, proclamato ufficialmente patrono principale di Terni il 3 luglio 1647.

Divenuto quindi patrono e simbolo stesso della città e in particolare della sua aristocrazia laica, Valentino viene ridisegnato anche nelle leggende come santo ternano (a differenza di tutti gli altri patroni, e degli stessi altri vescovi di Terni, quasi sempre “missionari” arrivati da fuori) e di origini nobili.

La leggenda che vuole Valentino ordinato vescovo da san Feliciano, patrono di Foligno, è stata diffusa invece, e non caso, sempre nel XVII secolo ma da storici folignati.

La più celebre delle storie che legano il santo agli innamorati, quella di Sabino e Serapia (sorta di Romeo e Giulietta ante litteram: soldato romano lui, cristiana ternana lei, ostacolati nel loro amore dalle rispettive famiglie, uniti in matrimonio da Valentino e morti insieme subito dopo) è nata infine addirittura a metà del Novecento, ispirata da una tomba bisoma rinvenuta nella necropoli delle acciaierie a Pentima (e oggi esposta al Museo Archeologico) datata in realtà al 900 a.C.

D’altra parte la particolarità – e in fondo il fascino – del santo dell’amore è proprio quella di avere una leggenda in continuo sviluppo ed evoluzione: a testimoniarlo la più recente ad essere diffusa, secondo cui sarebbe stato lui stesso innamorato: lanciata appena due anni fa da un libro, è stata già ripresa da un musical e da un film.

Un’ipotesi, peraltro, paradossalmente molto verosimile, visto che al tempo di Valentino i vescovi – come i preti – erano sposati, e proprio nel cimitero paleocristiano che si trova sotto la basilica di San Valentino a Terni è stata ritrovata una lapide funeraria intitolata ad una “venerabilis femina” definita “episcopa”, perché moglie del vescovo.

Arnaldo Casali

Read More

Tovaglie Perugine, status symbol medievale

Nella Cena del Cavaliere da Celano (Giotto, Basilica superiore di Assisi, 1295-1299) la tavola è apparecchiata con una Tovaglia Perugina.

C’è un’Umbria da toccare con mano e da accarezzare che sfugge ai viaggi frettolosi e ai riti del turismo di massa. Si può scoprire seguendo un affascinante percorso che lega insieme l’antica arte della tessitura alla sapienza dei ricami e di merletti eterei, creati da mani pazienti e abilissime. Trame delicate, che appaiono come i timbri squillanti di un incanto fragile ma capace di sfidare il tempo. È lo stesso stupore che disegna nell’anima del viaggiatore un paesaggio inconfondibile e, a tratti, struggente. Le piccole e dolci colline sembrano quasi cingere in un lungo abbraccio l’armonico ordito dei campi. Prima dei tessuti, la bellezza segue altre strade. Tocca le pietre, le scale, i vicoli e i palazzi. E sfiora i castelli e i rosoni misteriosi di chiese antiche, che quasi precedono la meraviglia di piazze scenografiche e insieme raccolte. Spazi che si colmano in pochi passi. E dove le piacevoli abitudini si rinnovano ogni giorno. Luoghi intimi, riconoscibili, nei quali è ancora bello passeggiare e incontrarsi.

Per svelare questa trama nascosta bisogna partire da lontano. E pensare ai fondachi dei mercanti, cresciuti un po’ ovunque in secoli definiti bui in modo forse frettoloso. Ma che ancora oggi rischiarano il destino dell’Umbria, una regione sospesa tra Medioevo e futuro. Capace però di legare, come pochi altri territori, il globale con il locale: le università, i grandi eventi internazionali e le aziende tecnologiche convivono in modo naturale con la “sapienza delle mani” e con i mestieri d’arte che vengono ancora tramandati, seppure tra molte difficoltà, da padre in figlio. Questa piccola terra ogni giorno pesca il mondo grazie alla grande rete di internet. Ma non dimentica altre maglie, eleganti e ancora resistenti. Reti spesso minuscole, nelle quali si intessono anche le relazioni e dove gli ultimi artigiani trovano rifugio, protetti dalle radici profonde di una storia millenaria.

San Francesco di Assisi (1182-1226).

Il ricco mercante Bernardone, volle chiamare suo figlio Francesco in onore della Francia, il paese dalla lingua musicale dal quale importava stoffe preziose e dove volle anche trovare moglie. Nei primi anni del XIII secolo, nella sua bottega di Assisi, affollata di lavoranti, quei tessuti venivano cuciti con maestria, prima di fare il percorso inverso per essere venduti, dopo estenuanti viaggi a cavallo, nelle fiere e nei mercati della Champagne. La grande e vicina Perugia aveva già trentamila abitanti e una fiorente attività tessile. Come Foligno e la popolosa Orvieto del Duecento. Le Crociate aprivano nuovi, avventurosi percorsi. Sulla via della fede fiorivano anche gli scambi. E la lana, il lino, la canapa e la seta avvicinavano mondi diversi. La lana proveniva dagli allevamenti di ovini nell’appennino umbro marchigiano e dalla Valnerina. Oppure veniva importata, già filata dall’Inghilterra. Dal Trecento in poi, con la crescita della domanda, si aprirono nuovi mercati in Francia, Spagna e Portogallo. La canapa era coltivata soprattutto nell’area spoletina, in quella folignate, intorno a Perugia e nell’Altotevere. Fin dal Quattrocento le tele di Bevagna erano conosciute in tutta Europa: erano fini e bianche come il lino ma anche robuste. Servivano per il cordame e per gli usi più svariati.

Rakam, la parola araba che descrive il disegno e l’ornamento, avrebbe dato, nei secoli successivi, il nome alla nobile arte del ricamo. Ma nell’Umbria medievale quel suono era ancora sconosciuto. Anche se il segno del gusto per opere fragili e belle era già presente da tempo. Alberto Sotio, nel 1137 aveva già finito la sua Croce dipinta, che ora si può ammirare nel silenzioso splendore del Duomo di Spoleto. È il più antico capolavoro pittorico del Medioevo in Umbria: mostra un Cristo dolente, con gli occhi aperti, lo sguardo sereno e le braccia spalancate in un abbraccio misericordioso. I fianchi, appoggiati sulla Croce, sono coperti da un velo, trasparente e delicato, decorato da bande sottili, rosse ed azzurre. Colori che torneranno e diverranno tradizione. Nella chiesa di Santa Chiara, è ancora emozionante guardare il camice che la santa cucì per S. Francesco: le belle figure geometriche che rappresentano cervi e colombine sono disposte con cura, in modo armonioso e alternato. Anche quando la grave infermità la costrinse a letto, Chiara chiedeva alle consorelle di sollevarla dal suo povero giaciglio. E appoggiata ai sostegni, filava tessuti delicati, dedicati alla gloria di Dio. Allora i ricami servivano soprattutto ad ornare gli altari. Le clarisse di Assisi seguirono con entusiasmo l’esempio della fondatrice del loro ordine. Nel silenzio dei conventi, nacquero piccoli capolavori destinati a sfidare il tempo. Alcune tracce sono giunte fino a noi. Nella sacrestia della grande chiesa di San Domenico di Perugia i fregi della veste liturgica di papa Benedetto XI, realizzati in lino, con ricami in seta, risalgono al 1303. E il museo dell’Opera del Duomo di Orvieto conserva due trecenteschi bordi in lino rifiniti solo in minima parte con lavoro ad ago.

Tovaglia con motivi animali e geometrici. Collezione Galleria Nazionale dell’Umbria.

Ma il punto di forza della grande tradizione tessile medievale umbra erano le celebri Tovaglie Perugine: stoffe con fondo bianco, a occhio di pernice o spina di pesce bassa, con fasce colorate in blu e in qualche rarissimo caso anche in color ruggine. La pianta da blu, il guado, ha origini antichissime. Per almeno cinque secoli, dal Duecento al Seicento, fu coltivato in Valtiberina, soprattutto nell’area intorno a Sansepolcro. L’originale disegno delle tovaglie ricorda il moto ondoso dell’acqua. I perugini, nel loro dialetto, chiamarono quella figura stilizzata “belige”, per indicare il movimento a bilancia che durante la tessitura facevano i pedali degli antichi telai. Gli ornamenti, concentrati a fasce orizzontali sui lati minori del tessuto, si ottenevano grazie a trame supplementari di cotone bambagioso oppure di misto lino. Le tovaglie cominciarono ad essere utilizzate nelle chiese medievali del centro Italia soprattutto per abbellire gli altari. Poi, dopo il Quattrocento, l’uso si diffuse tra i nobili e nelle famiglie più ricche, in Toscana, nelle Marche, in ampie zone del centro Italia ma perfino nel nord Europa, in Trentino, in Friuli, nella Carnia e in Sicilia, dove una clientela colta e raffinata ne fece, per almeno due secoli, una sorta di “status symbol” delle classi dominanti.

Così diventarono parte integrante dei corredi. E via via si trasformarono in asciugamani, utili sia per gli usi sacri che per quelli profani, oppure in tende, cuscini e scialli da testa e per le spalle. Qualche volta i tessuti venivano arrotolati per servire da appoggio alle ceste che si portavano sulla testa. Ma secondo le occasioni, fungevano anche da cintura, sacca, bisaccia, stendardo o premio da assegnare nei tornei cavallereschi. Negli inconfondibili “tessuti perugini” veniva rappresentato un vastissimo repertorio di figure. Disegni geometrici, architettonici, vegetali e zoomorfi. Segni e simboli sia religiosi che profani, di discendenza araldica e spesso ispirati alla cavalleresca “età cortese”. Così cervi, grifi rampanti o in procinto di camminare, pavoni, falchi, lepri, lupi, leonesse, draghi e sirene venivano tessuti insieme a teorie di castelli e fontane, tralci di vite fruttati o altre piante e immagini nelle quali, di continuo, veniva evocata Perugia con la sua straordinaria Fontana Maggiore da poco costruita ma subito assurta a simbolo dell’identità cittadina, oppure Porta Sant’Angelo e anche l’insegna di Porta Eburnea, con l’elefante capace di sostenere una torre.

Le antiche tovaglie conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria.

Alcune tovaglie, ora conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria e appartenute alla collezione privata di Mariano Rocchi, presentano motivi decorativi molto particolari: quasi delle figure raddoppiate, come se le immagini fossero riflesse sull’acqua. Oppure con le lettere invertite, dove, ad esempio, la parola Amore si legge “Eroma”. Nei manufatti destinati agli altari ricorre, in infinite varianti, il disegno, intervallato da rosette ad otto petali, degli uccellini, già presente nei bassorilievi delle tombe etrusche. La lepre dell’innocenza, che arriva dalla tradizione mediorientale, è inseguita da un lupo lussurioso. E il cervo che nell’iconografia cristiana rappresenta la virtù, si abbevera alla fonte della saggezza o si accosta dolcemente all’albero della vita, come pure fanno, in alcuni casi, delle leonesse accosciate. In alcune tovaglie, ritrovate in Valnerina, appare anche la figura del caprone, con le corna avvolte a spirale. È sorprendente l’analogia degli antichi tessuti umbri con i “taleth”, gli scialli rituali ebraici bianchi a strisce blu. Di certo, le tovaglie percorsero anche le lunghissime strade delle Crociate. Lo testimoniano le rustiche bisacce confezionate dai tanti cavalieri che dall’Europa si mettevano in cammino alla volta del Santo Sepolcro. Molti dei motivi decorativi non sono stati ancora decifrati, anche se sono evidenti le ricorrenti simbologie cristiane intorno al tema dell’immortalità e della resurrezione e i segni beneauguranti e di buon auspicio, mescolati, in età più tarda a motti galanti o gentilizi in grafia tardo gotica. Per l’antropologa culturale Maria Luisa Buseghin i disegni dei pavoni, delle aquile e del leone con una o due code, denotano una chiara origine orientale, in particolare persiana. La stessa autrice, insieme ad altri studiosi specializzati sull’argomento, ricorda la tradizione non documentata che vuole la Confraternita della Mercanzia di Perugia, sorta nel 1380, come la prima vera e propria “fabbrica” delle tovaglie. L’antico istituto cittadino allora si occupava anche della riscossione delle tasse e di una razionale suddivisione del lavoro tra le 44 arti che animavano la Perugia del Trecento, fra le quali spiccava la potente corporazione dei lanari. Frammenti o porzioni di antiche tovaglie sono assai rare da trovare. Quelle integre sono rarissime e visibili quasi soltanto nei musei e nelle collezioni private. Ma la loro fortuna fu tale che vennero riprodotte da molti fra i più grandi artisti del Medioevo e del Rinascimento, in dipinti, affreschi e sculture lignee. Spesso venivano rappresentate insieme ad altri tessuti di gran pregio, quasi sempre di seta, importati da Lucca, dalla Sicilia o dall’estremo Oriente, destinati ad abbellire le chiese o le vesti lussuose di prelati e sovrani.

Particolare del Cenacolo di Ognissanti, Ghirlandaio (1480), Museo del Cenacolo di Ognissanti, Firenze.

Così fece, ad esempio, un artista della fine del Duecento: il Maestro delle Palazze, che in una Ultima cena, ora conservata all’Art Museum di Worcester, dipinse una lunga tovaglia, panneggiata con cura e ornata “alla perugina”, con fasce a motivi geometrici. La consacrazione artistica delle celebri tovaglie arrivò però con l’arte nuova, moderna e dirompente del grande Giotto, nella Cena del Cavaliere da Celano, uno dei ventotto affreschi che compongono il vastissimo ciclo murale delle Storie di San Francesco, ospitato nella Basilica superiore di Assisi. L’opera racconta una morte annunciata: la gioia abituale di un convivio che nel balenio delle poche parole scambiate tra San Francesco e il devoto cavaliere, si muta in dolore e lamento. La bianca tovaglia di renza appare in bella vista, stesa su una tavola “alla fratina”. Sopra, troneggia una trota arrostita, tra le posate medievali, i piatti dai bordi appiattiti e due lussuosi bicchieri di vetro. Cinque anni dopo, nel 1305, il grande artista ripropose le tovaglie anche nelle Nozze di Cana dipinte nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Sempre ad Assisi, nella basilica inferiore, colpisce la grazia degli stucchi “ricamati” di Simone Martini nel Sogno di Sant’Ambrogio. Ma soprattutto, nella stessa chiesa, bisogna guardare con tutta l’attenzione che merita, l’altro capolavoro dello stesso autore, San Martino in atto di celebrare la Messa, in cui vengono raffigurate due diverse e splendide tovaglie d’altare, decorate in modo minuzioso con motivi geometrici e con simbologie zoomorfe. E ammirare, pochi metri dopo, l’emozionante Lavanda dei piedi di Pietro Lorenzetti, che risale al 1320 e che mostra un altro, mirabile esempio dei tipici tessuti perugini. Lo stesso artista rielaborò il tema delle Tovaglie Perugine una ventina di anni dopo anche nella Nascita della Vergine, conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena.

In Umbria, negli anni Trenta del Trecento, un altro ignoto e dotatissimo pittore, in una nicchia dell’ex convento francescano di Sant’Antonio a Pissignano, rivestì l’arcata che incornicia una Crocifissione con una tovaglia d’altare finemente ricamata. Nello stesso periodo, stoffe listate vennero dipinte a mo’ di foulard dal Maestro della Cattura di Cristo nella basilica superiore di Assisi o addirittura come cappucci dal grande e anonimo artista che a Montefalco affrescò la cappella della Croce, nella chiesa cittadina dedicata a Santa Chiara. Il Maestro di Cesi adornò con la pittura di quella stoffa alla moda la misericordiosa testa della Vergine in un originale Trittico che da molti anni arricchisce il già sontuoso museo Ephrussi de Rothschild di Cap Ferrat, in Francia. Altre testimonianze pittoriche si possono rintracciare nelle chiese spoletine di Santa Elisabetta e San Pietro Martire e nel tempio dell’Annunziata di Poggio di Croce a Preci. A Campi alta, nella scenografica chiesa di Santa Maria di Piazza, la Presentazione di Maria al tempio di Antonio e Giovanni Sparapane, è un vero e proprio trionfo espositivo dei tessuti umbri medievali. Nel Martirio di Santa Barbara, Madonna di Loreto e Sant’Antonio da Padova di Bartolomeo di Tommaso, visibile nella Pinacoteca comunale di Foligno, anche gli angeli al lavoro indossano tessuti finemente disegnati. L’affresco fa il paio con un’altra opera dell’artista, che mostra ornamenti dello stesso tipo: è il Giudizio Finale, che campeggia nella bella chiesa ternana di San Francesco, scampata ai 110 bombardamenti che misero in ginocchio la “città dell’acciaio” durante la seconda guerra mondiale.

I tessuti per i quali l’Umbria era famosa, vennero messi in mostra anche da artisti ignoti e affascinanti: ornati geometrici abbelliscono la statua lignea di una Madonna con Bambino che si può ancora ammirare nella chiesa di San Francesco a Acquasparta. Altri motivi vegetali compaiono nell’abito di un angelo, scolpito nella metà del Quattrocento e conservato nella pinacoteca comunale di Cascia. Sono bellissimi i tessuti verdi e amaranto che risaltano al centro della scena dei Funerali di Sant’Agostino di Ottaviano Nelli nella chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Le Tovaglie Perugine tornano in un particolare della stupefacente Cappella Baglioni di Spello dipinta dal Pinturicchio, nel Cenacolo di Foligno del Perugino e in due capolavori esposti nella Galleria Nazionale dell’Umbria: l’Adorazione dei Pastori di Bartolomeo Caporali e la Pietà di Piero di Cosimo. Ma anche altri artisti immortali vollero impreziosire le loro “ultime cene” con i tipici tessuti, da Duccio di Boninsegna al Ghirlandaio, dal Beato Angelico fino a Leonardo Da Vinci. Tovaglie damascate di lino bianco a piccoli rombi si conservano ancora alla Marienkirche di Danzica e emergono in tutta la loro bellezza nelle realistiche pennellate di alcuni artisti di scuola fiamminga, come Hans Memling che volle riprodurle nella sua Circoncisione, visibile al Museo del Prado di Madrid. Nei corredi delle signore dell’aristocrazia europea non potevano mancare i tessuti dell’Umbria, icona di un gusto ormai consolidato.

Le moderne Tovaglie Perugine.

Non stupisce quindi trovare la citazione delle “tovaglie e pannili perugini” nell’inventario della dote che Caterina de’ Medici portò con sé quando andò in sposa al re di Francia Enrico II. La regina fiorentina adorava ricamare, tanto che si diceva lo facesse anche durante gli incontri politici di alto livello. Al suo nome è legato quel Punto Madama riscoperto centinaia di anni dopo, come specifico della tradizione regionale. C’era una scuola umbra del ricamo già nel Rinascimento. Il Burato, libro de ricami di Alessandro Paganini, uno dei testi per modelli più antichi, stampato nel 1484 e che rimase in voga per quasi due secoli, riporta splendidi disegni di motivi ornamentali di animali fantastici già presenti nelle produzioni dell’Umbria, insieme a donne con la coda di sirena e leoni alati seduti dorso contro dorso. Il volume riporta sia schemi da ricamare a fili contati che da disegnare con la tecnica dello “spolvero”.

Alla fine del Cinquecento le produzioni artigiane subirono un declino che sembrò inarrestabile. I lavori del tessuto su tela, dei ricami e dei merletti scomparvero per quasi trecento anni dal commercio pubblico. Ma tornarono all’alba del XX secolo.

Federico Fioravanti

Questo articolo fa parte del volume ”Umbria delle mie Trame. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, lavoro editoriale di Promocamera, azienda speciale della Camera di Commercio di Perugia che ha dedicato una collana alla valorizzazione delle eccellenze regionali. Il volume, con testi e coordinamento editoriale di Federico Fioravanti e progetto grafico dello Studio Fabbri, viene distribuito in occasione di eventi, manifestazioni e mostre in Italia e all’estero.

Read More

Il Festival del Medioevo vince il Premio Italia Medievale 2016

La splendida Piazza San Giovanni di Gubbio, la città sede del Festival del Medioevo (foto Gavirati).

L’Associazione Culturale Italia Medievale ha conferito al Festival del Medioevo il © Premio Italia Medievale, assegnato direttamente dal direttivo di Italia Medievale in forma di riconoscimento speciale.

Il prestigioso premio viene assegnato ogni anno a personalità, istituzioni e privati che si sono particolarmente distinti nella promozione e valorizzazione del patrimonio medievale italiano. È stato istituito nel 2004 e in tredici anni ha premiato grandi nomi nel mondo della ricerca, della divulgazione e della valorizzazione di questo periodo storico.

Tra i tanti, Dario Fo, Roberto Benigni, Ermanno Olmi e importanti istituzioni che diffondono la cultura del Medioevo, come la Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino (SISMEL), il CERM (Centro Europeo di Ricerche Medievali) e la Società Italiana per lo Studio del Pensiero Medievale (S.I.S.P.M.).

Negli anni, il premio è stato assegnato anche ad autori di saggi, romanzi storici e lavori editoriali, a numerosi gruppi e associazioni di splendide rievocazioni storiche, a proposte turistiche di eccellenza e a prodotti editoriali del versatile mondo multimediale.

Oltre al Festival del Medioevo, il direttivo di Italia Medievale ha assegnato premi speciali all’Archeodromo di Poggibonsi Poggibonsi (SI) e al libro “Genova e il mare nel Medioevo” di Antonio Musarra.

Mentre per le altre categorie, votate on line dal pubblico del portale Italia Medievale, i premi sono andati a:

Editoria (scrittori, editori, tipografi, grafici, librerie): I paesaggi dell’Italia medievale di Riccardo Rao Arte (pittura, scultura, artigianato, modellismo, abiti): Antica Bottega Amanuense Recanati (MC) Spettacolo (attori, registi, produttori, musicisti): Ensemble Aubespine Assisi (PG) Gruppi storici (associazioni, gruppi d’arme, giochi storici): Bandum Freae San Giovanni in Persiceto (BO), La Fara Tricesimo (UD) Istituzioni (enti pubblici, università, musei, biblioteche): Archivio di Stato di Modena Modena (MO) Turismo (agenzie, tour operator, apt): Piemonte Medievale Briga Novarese (NO) Multimediale (portali, internet, web agency): Giotto, l’Italia. I luoghi Venezia Mestre (VE)

Grazie all’Associazione Culturale Italia Medievale, che da molti anni sostiene in modo concreto l’impegno di coloro che si adoperano per divulgare e approfondire su basi storiche e documentate le discipline e le tematiche che hanno a che fare con il Medioevo.

Read More

Tagliare la testa al toro

Una caccia al toro di una miniatura del Bestiario di Ashmole (1200–1225 ca.) Oxford, Bodleian library.

Chiudere la questione, risolvere definitivamente il problema. Per farla breve, “tagliare la testa al toro”.

Il curioso modo di dire identifica una soluzione drastica, alla quale ricorriamo per liberarci del fastidio una volta per tutte. E viene dal Medioevo.

La storia da cui scaturisce il detto si ambienta in quel di Venezia nella seconda metà del XII secolo. Nel 1162 Ulrico di Treven (m. 1181), patriarca di Aquileia, decise per un colpo di mano sulla città di Grado, che il doge veneziano Enrico Dandolo (ca. 1107-1205) governava per la Serenissima.

Ulrico, esponente di una nobile famiglia bavarese, aveva ottenuto l’investitura solo un anno prima grazie a Federico Barbarossa, che in cambio pretese da lui l’appoggio all’antipapa Vittore IV. Il patriarca tedesco era quindi sensibile alle esigenze del Sacro Romano Impero e il suo interesse per la città di Grado era dovuto alle fiorenti saline che, insieme a quelle di Chioggia, Pirano e Ravenna, costituivano una fonte di reddito primaria per l’economia della Repubblica di Venezia e un valido antagonista al commercio del sale dello Stato Pontificio, che con le produzioni di Comacchio e Cervia riforniva tutto l’entroterra padano attraverso il corso del Po.

Federico Barbarossa si sottomette all’autorità di Alessandro III (Palazzo Pubblico di Siena). Il pontefice si dimostrò un valido alleato della Repubblica di Venezia nei conflitti con Federico Barbarossa e Ulrico di Treven fu liberato grazie all’intercessione del pontefice.

L’attacco del vescovo di Aquileia costrinse alla fuga Enrico Dandolo, che riparò a Venezia sotto la protezione del doge Vitale II Michiel. Ma la Serenissima non poteva permettersi di perdere Grado e le sue saline. La potente flotta veneziana sferrò un contrattacco fulmineo e prese prigionieri Ulrico di Treven insieme a dodici chierici e a dodici feudatari, suoi alleati nella presa della città lagunare.

Per affrancare il patriarca, Venezia impose condizioni molto particolari. Un monito che avrebbe ricordato nei secoli l’umiliazione che aspettava chi avesse tentato una azione contro la Repubblica: ogni anno, nel giorno di Giovedì Grasso, il doge di Aquileia avrebbe consegnato ai veneziani dodici pani, dodici porci e un toro, da distribuire ai cittadini nel corso di uno spettacolo pubblico. E Ulrico, pur di riavere la sua libertà, accettò.

I dodici pani, che rappresentavano i feudatari alleati di Ulrico, venivano distribuiti al popolo, mentre la carne dei dodici porci (i dodici chierici) era per i senatori della Repubblica. La fine più macabra spettava al toro (il patriarca di Aquileia), che veniva decapitato durante una cerimonia altamente simbolica allestita in Piazza San Marco. Una vera festa popolare per uno dei giorni più importanti del Carnevale, il cui svolgimento è ben descritto da Giustina Renier Michiel in “Origine delle feste veneziane” (Milano, 1829):

“Che che sia di ciò, la festa fu decretata; se ne prescrisse la celebrazione ed il metodo, e ciascun anno si rinnovò con solennità, con entusiasmo, con allegria generale. Eccone l’ordine stabilito. Ricevuti dal Patriarca gli effetti stipulati, si custodivano gelosamente nel Palazzo Ducale. Il giorno innanzi la gran festa, erigevansi nella sala, detta del Piovego, alcuni castelli di tavola, rappresentanti le fortezze dei signori Friulani. Ivi pure, raccoglievasi il Magistrato del Proprio, che in forma legale pronunciava sentenze di morte contro il toro ed i porci. Il corpo de’ Fabbri essendosi altamente segnalato nella vittoria contro Ulrico, come quello de’ Casseleri nella liberazione delle Venete Spose involate dai Triestini in Olivolo, meritò il privilegio di tagliar la testa al toro. E per ciò la mattina del Giovedì Grasso, armati tutti di lance, di scimitarre ignude e di lunghissime apposite spade, si recavano al Palazzo Ducale con alla testa il loro gonfalone, e preceduti da scelta banda militare. Ad essi consegnavasi il toro ed i porci, che venivano condotti con molto apparato sulla piazza di san Marco. Queste vittime passavano in mezzo alla moltitudine, avida di vederle atterrate. Il popolo coll’occhio scintillante e pieno il cuore della propria gloria, usciva in trasporti di gioja, ch’erano quasi altrettanti pegni di nuove vittorie. Stava esso attendendo con impazienza il segnale, e parevagli rivedere il giorno del suo trionfo, e vi applaudiva con altissime grida a punizione e vergogna de’ i suoi nemici. La grande esecuzione, o diremo piuttosto il simbolico sacrificio, che si faceva alla presenza del Doge e della Signoria, era sempre accompagnato da non interrotti battimenti di mano, e a fischi ed urli di scherno contro i vinti.”

Una rappresentazione della Venezia del XII secolo. Nei primi anni del dogado di Vitale II Michiel, la Serenissima si schierò contro Federico Barbarossa a fianco della Lega Lombarda.

Il patriarcato di Aquileia ottemperò all’umiliante accordo per molti secoli. E “tagliare la testa al toro” restò per altrettanto tempo una delle maggiori feste del Carnevale veneziano, anche se pian piano l’evento perse i suoi caratteri più cruenti.

Ancora nel XVI secolo, nonostante fosse stata abolita l’uccisione dei 12 porci, si conservava la consuetudine di tagliare la testa al toro. Al tempo del doge Andrea Gritti, il 7 marzo 1520, il potente Consiglio di Dieci decretò, perché “non è decoro de la Signoria nostra” di non portare più i maiali “all’Ufficio del Proprio” (Archivio di Stato di Venezia, Consiglio di Dieci, Misti, registro anno 1521, c. 124). Ma restava confermata la dispensa delle loro carni, dei pani e la decapitazione del toro. Dal 1550 infatti, i documenti non menzionano più i maiali ma il “sacrificio del toro”, la cui organizzazione era affidata agli Ufficiali alle Rason Vecchie, continuò a essere praticato anche dopo la caduta della Serenissima (maggio 1797). L’ultima “caccia al toro” di Venezia, che ordinariamente si teneva nei campi maggiori, fu quella di Campo S. Stefano del 22 febbraio 1802. Ma nelle campagne circostanti, come a Muggia, l’usanza fu conservata fino alla metà dell’Ottocento.

Oggi, se l’emblema di Venezia resta comunque il leone alato, raffigurazione simbolica dell’evangelista San Marco, il toro è uno dei simulacri del suo celebre carnevale. E “tagliare la testa al toro” rimane un augurio per chiudere in modo definitivo, insieme al carnevale, qualsiasi questione in sospeso.

Daniela Querci

Read More

Bouvines, la domenica che cambiò l’Europa

La battaglia di Bouvines, tratta da una edizione dell’opera Grandes Chroniques de France (1335-1340), Londra, British Library.

Giorno del Signore 27 luglio 1214, campagna nei dintorni di Bouvines, nelle Fiandre, tra Lille e Tournay.

L’aria è calda e ferma. I cavalieri e i fanti francesi di Filippo Augusto (1180-1223) sono in posizione, schierati in linea, tre fronti su due file ciascuno. Alle loro spalle il ponte di Bouvines e il territorio del Sacro romano impero. Di fronte, le truppe dell’imperatore Ottone IV di Brunswick (1198-1218). L’unico modo per salvare la vita e poter tornare a casa è vincere la battaglia che si appresta ad essere combattuta.

Nella terra di Fiandra si gioca il destino di buona parte dell’Europa. In tutto 20.000 uomini in armi che si fronteggiano. Tra i tanti simboli e le innumerevoli insegne che sventolano sul campo, al di sopra di tutto, si ergono due stemmi: i gigli del re di Francia Filippo Augusto, che ha deciso di impugnare l’orifiamma di Saint-Denis e l’Aquila, circondata d’oro, dell’imperatore sassone, scomunicato, Ottone IV di Brunswick. È una calda domenica estiva e si combatte per il destino dell’Europa.

Come si è arrivati a questo momento? Bisogna fare un passo indietro per comprendere la situazione. Le armi che si fronteggiano sono quelle del re di Francia e dell’imperatore, ma una complessa trama politica, con logiche di potere che si dipanano dal Mare del Nord alla Sicilia, coinvolge i veri protagonisti dello scontro. A fianco dei due combattenti, infatti, si scorgono gli uomini, le speranze e le ombre del giovane Federico II di Svevia (1196-1250), re di Sicilia, e la lunga mano di papa Innocenzo III (1198-1216), che ha deciso di sbarazzarsi del poco fidato Ottone IV, confidando sulla promessa del giovane svevo di non unire mai la corona di Sicilia con quella del Sacro romano impero. Legato alle sorti di Ottone c’è re Giovanni d’Inghilterra (1199-1216), il Senza Terra, alleatosi con l’imperatore nel tentativo di conquistare alcuni territori sul suolo di Francia e impegnato in una feroce guerra nell’Anjou e nel Poitou, rivendicando i diritti dell’ava Eleonora d’Aquitania.

Papa Innocenzo III.

La casa di Svevia, tra conquiste territoriali e politiche matrimoniali è riuscita a concentrare nelle proprie mani i territori europei dell’Impero ed il regno di Sicilia. Alla morte di Enrico VI (1190- 1197), il figlio del Barbarossa, la moglie Costanza aveva assunto la reggenza e affidato la tutela del piccolo Federico al pontefice Innocenzo III. Nel 1208 i baroni e i prelati del regno di Sicilia giurano fedeltà a Federico. Il giovane svevo, però, adesso re di Sicilia, avrebbe potuto trasformarsi in una grave minaccia. Se Federico, infatti, fosse divenuto anche imperatore, avrebbe unificato le due corone e la Sicilia, territorio vassallo della Santa Sede, avrebbe fatto parte dell’Impero. Stringendo il patrimonio di San Pietro in una stretta mortale, più pericolosa di quella Longobarda secoli prima. L’appoggio alla candidatura imperiale di Ottone IV di Brunswick, da parte di Innocenzo III, è, quindi, il passo successivo per evitare che Federico possa vantare diritti sulla nomina imperiale. Una scelta che, però, suscita i sospetti di Filippo Augusto di Francia, che teme un’alleanza tra il futuro imperatore e Giovanni Senza Terra, in chiave anti-francese. A risolvere la situazione, però, ci pensa direttamente lo stesso Ottone, quando decide di muovere alla conquista della Sicilia. Il pontefice scomunica l’imperatore, il 18 novembre 1210. Scomunica che scatena subito la ribellione della maggiornanza dei feudatari tedeschi e la conseguente deposizione di Ottone, designando Federico II di Hohenstaufen nuovo imperatore. Intanto Innocenzo III aveva fatto sposare il diciassettenne Federico con Costanza, sorella di Pietro III d’Aragona. E il giovane imperatore si era impegnato a non unificare mai le due corone.

Un solo particolare non si incastrava nel complesso rompicapo dinastico: per conquistare la corona imperiale era necessario toglierla dal capo di Ottone. Federico, allora, fa il primo passo e stringe accordi con Filippo Augusto di Francia, ben lieto di trovare un alleato potente per contrastare Ottone e Giovanni Senza Terra e immaginare una Francia integra e più vasta territorialmente sotto il suo potere. Nella piana di Bouvines, il 27 luglio 1214, si decide la partita. Due imperatori e due re: il vincitore sarebbe rimasto l’unico pretendente alla corona imperiale, l’alleato sarebbe diventato padrone della Francia.

Ottone aveva radunato il suo esercito, circa 3.000 cavalieri e 6-7.000 fanti, compresi gli alleati inglesi e alcuni vassalli francesi, nei pressi di Nivelles. Il re di Francia, invece, tramite i legami feudali era riuscito a richiamare 1.300 cavalieri nobili e, grazie al denaro e alla coscrizione forzata (l’antico diritto chiamato bannus) circa 1.000 sergenti e 4-5.000 fanti tra le milizie cittadine, concentrandosi a Péronne. I due eserciti si cercarono per giorni, rincorrendosi fino a rovesciare le posizioni, con i francesi a nord e gli imperiali a sud. Avute nuove notizie, alquanto incomplete, circa le mosse del nemico, i due sovrani mossero nuovamente l’esercito. Filippo Augusto salendo ancora più a nord, Ottone seguendolo inconsapevolmente. Quando il re francese seppe che l’imperatore si trovava in marcia dietro di lui, decise di fermarsi e di dare battaglia. Una decisione pericolosa. Alle sue spalle, infatti, si aprivano i territori dell’Impero, del nemico. Bisogna combattere per riguadagnare la sicurezza del territorio francese.

Lo schema della battaglia di Bouvines.

Quando Ottone giunse sul campo di battaglia, con sua sorpresa, trovò i francesi già schierati. Nonostante fosse venuto a mancare l’effetto sorpresa, l’imperatore decise ugualmente di attaccare e senza pensarci un attimo lanciò i suoi contro il fronte francese. Il primo contatto avvenne sul fianco sinistro imperiale tra i cavalieri fiamminghi e la fanteria di Soissons. L’aria fu squarciata dal grido di guerra di migliaia di uomini; lance, spade, mazze risuonarono sugli scudi, mentre il nitrito umido dei cavalli spezzava il lungo urlo dei fanti. Insegne e stendardi garrivano al vento, mentre trombe e buccine squillavano. Gli armati di Ottone, si lanciarono sul fianco destro dello schieramento francese, tenuto da cavalieri non nobili, detti sergenti, e dai primi gruppi di fanteria mercenaria, il “ceto” professionista della guerra del XIII secolo. Sotto la spinta della cavalleria imperiale l’ala destra francese sembrò cedere, ma l’intervento dei cavalieri francesi, guidati personalmente dal re Filippo, che caricarono a lancia bassa, respinse gli imperiali. Lo scontro si allargò alle altre schiere, e da una parte e dall’altra, tutti i gruppi di armati si lanciarono nel combattimento. Le cariche della cavalleria imperiale vennero respinte dai fanti francesi; la fanteria tedesca ebbe la meglio del centro avversario, ma fu spazzata via dalla carica dei cavalieri francesi. La mischia si protrasse per ben tre ore, quando Ottone tentò il tutto per tutto, puntando con i cavalieri al centro dello schieramento francese, dritti contro il re Filippo. Lo schieramento francese nemico, però, dopo un leggero sbandamento indietro, si compattò dietro le picche della fanteria francese, passando al contrattacco. L’imperatore stesso venne disarcionato, rischiando di finire prigioniero. Fu salvato dall’intervento dei cavalieri sassoni, che lo portarono via dal campo di battaglia, provocando la rotta di buona parte dell’esercito imperiale. Solo il fianco destro, tenuto da Rinaldo di Borgogna, riuscì a tenere il fronte permettendo la fuga del resto dell’esercito. Il conte dispose i picchieri in cerchio (anticipando la formazione di battaglia, a quadrato, dei picchieri svizzeri nel XV secolo) e all’interno i cavalieri, i quali uscivano di formazione per attaccare e poi rifugiarsi di nuovo all’interno del cerchio. La resa avvenne solo quando il conte Rinaldo fu disarcionato e non riuscì a riparare dietro i picchieri.

La battaglia di Bouvines si rivelò un’eccezione anche dal punto di vista delle perdite umane. In un’epoca in cui tra i cavalieri il combattimento era più formale che mortale, in cui si cercava di prendere prigionieri per chiedere un riscatto, gli imperiali lamentarono la perdita di 170 cavalieri (140 quelli fatti prigionieri) e un numero imprecisato di fanti. Per i francesi il bilancio fu molto meno pesante.

L’esito della battaglia in una edizione delle Grandes Chroniques de France, Parigi, secolo XIV.

Con la fuga dell’imperatore il fronte si ruppe definitivamente in favore di Filippo Augusto che, con questa vittoria, affermò il suo potere sovrano nei suoi confini e in Europa. L’aquila conquistata dai francesi fu portata a Federico II, il nuovo imperatore. Ottone si ritirò in Sassonia, mentre il re Giovanni, sconfitto anche nell’Anjou, dovette rientrare in patria senza nessuna conquista territoriale e politicamente indebolito, tanto che, l’anno successivo, fu costretto a concedere ai nobili la Magna Charta.

Per eccesso si può dire che quella domenica mattina si posero le basi dell’Europa moderna: in Francia si rafforzò una monarchia assoluta durata fino alla Rivoluzione francese, in Inghilterra il re ebbe un potere limitato dalla aristocrazia e poi dalla borghesia, mentre la Germania rimase frammentata fino all’unificazione avvenuta con Bismark.

Umberto Maiorca

Read More

Sant’Agata, la testa più dura della lava

Martirio di sant’Agata, miniatura dal Codice Bodmer 127.

Ha una bellezza irresistibile e “la testa più dura della lava dell’Etna”, Agata. Che non si arrende a lusinghe, né a minacce, né a torture.

È il 5 febbraio dell’anno 251 e la giovane nobile siciliana viene spinta dentro una fornace ardente.

Nei giorni precedenti le sono state stirate le membra, le hanno lacerato la pelle con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, ma ogni tormento invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuova forza. Al colmo del furore il proconsole Quinzano, innamorato e respinto, le aveva fatto tagliare i seni con enormi tenaglie. Poi era stata riportata in cella sanguinante e ferita, ma nella notte era stata miracolosamente guarita a seguito di una visione. Allora il proconsole aveva ordinato che fosse bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate. Adesso, mentre il fuoco brucia le sue carni, rimane intatto il velo che la ragazza indossa. Poi un terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla seppellendo due consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi, spaventata, si ribella al supplizio e il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.

Secondo la “Passio Sanctae Agathae”, risalente alla seconda metà del V secolo, Agata apparteneva ad una ricca famiglia catanese convertitasi al cristianesimo. Ad appena 15 anni Agata (il cui nome deriva dal greco Agathé, ovvero “buona”) aveva deciso di consacrarsi totalmente a Dio e il vescovo di Catania le aveva imposto con un’apposita cerimonia il “flammeum”, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate.

Nel mosaico di Sant’Apollinare nuovo in Ravenna (VI secolo) Agata è raffigurata con la tunica lunga, dalmatica e stola a tracolla, abbigliamento che lascia supporre che fosse diventata diaconessa, un ruolo molto importante nel cristianesimo delle origini.

Se nella chiesa di oggi il diacono è ridotto praticamente al ruolo del sacrestano, a quei tempi era il responsabile economico della comunità: colui che si occupava di distribuire i beni ai poveri. L’affidamento ad una donna di tale ruolo è tanto più significativo dal momento in cui nella chiesa moderna il diaconato, così come gli altri due ordini sacri (presbiteriato ed episcopato) è stato inibito al sesso femminile e è riservato agli uomini.

Giovanni di Bartolo (secolo XIV), Il busto-reliquiario argenteo di Sant’Agata conservato nel Duomo di Catania (foto di Riccardo Spoto).

Studi storico-giuridici più recenti sostengono che Agata non potesse avere meno di 21 anni quando il proconsole di Catania Quinziano se ne era invaghito, ma vistosi rifiutato, l’aveva accusata di vilipendio della religione di Stato, in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, e l’aveva fatta arrestare. Dopo aver tentato inutilmente un programma di “rieducazione” della ragazza affidandola ad una cortigiana nome Afrodisia (che l’aveva sottoposta – secondo la leggenda – a tentazioni immorali di ogni genere, con festini, orge e banchetti) aveva imbastito un processo contro di lei, concluso con la tortura e l’esecuzione. Esattamente un anno dopo, il 5 febbraio 252, una violenta eruzione dell’Etna minaccia Catania: molti cittadini, sia cristiani che pagani, accorrono al suo sepolcro e, preso il velo che ne ricopre i resti, lo portano di fronte alle colate della lava dell’Etna che si fermano miracolosamente..

Da allora il velo – conservato nella cattedrale della città – è stato portato spesso in processione per scongiurare le catastrofi, riuscendo a salvare Catania più di quindici volte: l’ultima nel 1886. La santa avrebbe preservato inoltre la sua città nel 535 dagli Ostrogoti, e nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Nel 1040 le reliquie della santa vengono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasporta a Costantinopoli; nel 1126, però, due soldati della corte imperiale – il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo – le riconsegnano il 7 agosto al vescovo di Catania ad Aci Castello. Il 17 agosto il corpo tornerà nel Duomo, dove viene ancora oggi conservato in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santaituzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono – secondo la tradizione – di re Riccardo Cuor di Leone.

Nel 1231 Federico II di Svevia giunge in Sicilia per assoggettarla. Molte città, però, si ribellano e Catania è tra queste. Federico II ne ordina allora la distruzione, ma i catanesi ottengono che, prima dell’esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venga celebrata l’ultima messa, alla quale presenzia lo stesso Federico II. Durante quella funzione il re svevo, sulle pagine del suo breviario, legge una frase che suona come un pericoloso avvertimento: “Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est”. L’imperatore abbandona così il progetto di distruzione e revoca l’editto accontentandosi soltanto che il popolo passi sotto due spade incrociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. La città ricorda questo evento con un bassorilievo di marmo che si trova oggi all’ingresso del palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico II di Svevia.

Martirio di Sant’Agata di Giovan Pietro da Cemmo, Santa Maria, Esine, Val Camonica (foto: Luca Giarelli).

Tra i tanti miracoli tramandati, tra i più clamorosi c’è quello del 1169, quando un terremoto fece da preludio a una tremenda eruzione. Un fiume di lava, scorrendo per i pendii dell’Etna e allargandosi per le campagne, distruggeva ogni cosa al suo passare e avanzava inarrestabile verso la città. Ma, come era avvenuto un anno dopo la morte di Sant’Agata, una processione col sacro velo bloccò il fiume di lava. Miracoli simili i catanesi li otterranno anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, nel 1536, nel 1567 e nel 1635. Ma l’eruzione più disastrosa avviene nel 1669: una serie di bocche si aprono lungo i fianchi del vulcano, che erutta lava e lapilli per 68 giorni. La lava distrugge molti centri abitati e giunge fino in città, circondando il fossato del Castello Ursino.

Nella sacrestia della cattedrale un affresco, realizzato dieci anni dopo l’eruzione da chi aveva vissuto in prima persona quei tragici momenti, descrive le scene quasi apocalittiche di quella distruzione. Quando il magma era giunto a una distanza di trecento metri dal duomo, miracolosamente cambiò direzione per andare a scaricarsi in mare.

A quella terribile eruzione è legato anche un altro evento prodigioso: un affresco, che raffigurava Sant’Agata in carcere, e che si trovava in un’edicola sulle mura della città, fu trasportato intatto dal fiume di lava per centinaia di metri. Ora quel dipinto si trova sull’altare maggiore della chiesa di Sant’Agata alle Sciare, a Catania.

Nel corso dei secoli Agata ha protetto i catanesi da guerre, terremoti ed epidemie, ma il suo culto si è allargato ad ogni parte d’Italia e d’Europa, a partire da Palermo (che se la contende con Catania come patrona fino al XVI secolo, quando viene soppiantata da Santa Rosalia) alla Puglia, regione protagonista di una singolare diatriba.

Sant’Agata in un disegno di Modigliani.

Secondo una leggenda l’8 agosto 1126 sant’Agata apparve in sogno a una donna che si era addormentata dopo aver lavato i panni nella spiaggia della Purità a Gallipoli e l’avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo, che celermente giunse nella spiaggia insieme ad altri ecclesiastici. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella. La reliquia rimase a Gallipoli, nella Basilica Concattedrale di Sant’Agata, dal 1126 al 1389, quando il principe Orsini Del Balzo la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale è ancora oggi custodita presso un convento di frati francescani. Secondo il vescovo gallipolino Montoya de Cardona la reliquia fu trafugata furtivamente dagli abitanti di Galatina “ex auctoritate” e fu “rubata furtivamente e all’insaputa dell’Università gallipolitana”. Numerosi sono stati i tentativi dei gallipolini di riportare nella Concattedrale di Sant’Agata la reliquia, a partire dal vescovo Gaetano Muller, il quale scrisse una lettera al cardinale prefetto dell’epoca, fino ad arrivare ad Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista, tutti inutili.

Oggi Agata è patrona, oltre che di Catania, della Repubblica di San Marino, di 37 città in Italia (dalla Lombardia alla Puglia), 20 in Spagna, 10 in Francia, 2 in Germania e 2 in Olanda, ma conta devoti anche in Belgio, Canada, Brasile e Malta.

Arnaldo Casali

Piero della Francesca, Sant’Agata, Polittico di Sant’Antonio, 1460, particolare, Galleria Nazionale dell’Umbria.

Read More

  • Consenso al trattamento dati
error: Tutti i contenuti di questo sito web sono protetti.