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Il suono del Giubileo

L’anno santo sin dall’inizio fu chiamato “giubileo” o “anno giubilare”. La parola deriva dal Vecchio Testamento e dal termine ebraico “jobel”.

“Jobel” significa ariete, corno d’ariete. Il vocabolo indicava anche il suono del corno di capro che serviva ad annunciare il cinquantesimo anno, un termine particolare che la legge di Mosè aveva fissato per il popolo ebraico.

Una data importante. E un anno particolare. Il Levitico parla di “sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. ” (Levitico 25, 8). E qualche versetto dopo dice: “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé. Né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo” (Levitico 25, 10-13).

Nella Genesi, il numero 7 descrive il tempo della creazione del mondo: “E il settimo giorno Dio si riposò”. Da questo richiamo originario nasce il sabato, settimo giorno della settimana ebraica. Per analogia, considerando che la settimana, il mese e l’anno sono rappresentazioni dei “tempi ciclici” che corrispondono ai diversi dell’esistenza del creato, anche il settimo anno assume le connotazioni del settimo giorno: è l’anno del riposo.

La legge mosaica prescriveva che la terra, di cui Dio era l’unico padrone, non fosse coltivata e ritornasse all’antico proprietario. E che anche gli schiavi riavessero la libertà perduta. Il suono del corno d’ariete annunciava quindi l’inizio dell’anno della riconciliazione, in cui “ognuno deve ritornare nei suoi possedimenti” e in cui le colpe vengono “rimesse”. Liberazione e remissione. Al termine ebraico “jobel” si legavano il greco “aphesis” e il latino “remissio”. Come ricordava intorno all’anno 600, Isidoro di Siviglia (560 circa -636), maestro enciclopedico del Medioevo, che raccolse e tramandò in modo instancabile tutto il sapere dell’epoca, “per giubileo si intende l’anno della remissione”.

Un orecchio latino poteva collegare all’antica parola ebraica un proprio vocabolo gioioso: “iubilare” o “iubilum”. Come le acclamazioni di giubilo che nel mondo contadino si indirizzavano alla bontà di Dio. E come i canti della messa, che avevano il “jubilus” dell’alleluja. In un famoso canto di Natale medievale tedesco-latino, si ripeteva una melodia che forse arrivava dai monasteri dell’Europa carolingia: “In dolci jubilo, singet und sit vrot”. La prima trascrizione delle antiche parole è contenuta nel quattrocentesco Codex 1305, conservato nella Biblioteca dell’Università di Lipsia. Secondo la leggenda, fu il mistico tedesco Enrico Suso (1295-1366), che firmava i suoi scritti con il nome di Amandus, ad avere una visione di angeli musicanti che danzavano e cantavano questa canzone intorno al presepio. Sulle note di “In dolci jubilo” nacque quindi la tradizione tedesca dei bimbi che danzano e cantano, vestiti da angeli, nei giorni che precedono il Natale.

Nell’anno giubilare 1300 indetto da papa Bonifacio VIII, fu quindi promessa la “remissione completa dei peccati” a tutti i romani che avessero visitato per trenta giorni “con animo contrito e pentito” le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo e a tutti i pellegrini che avessero fatto lo stesso per almeno quindici giorni. Una indulgenza primaria. Nella bolla d’istituzione dell’anno santo, Bonifacio stabilì anche in modo solenne che ogni cento anni dovesse celebrarsi un nuovo giubileo. Ma non passò molto tempo che papa Clemente VI (1342-1352) accorciò l’intervallo a 50 anni. Un cronista dei tempi spiegò con efficacia uno dei principali motivi della decisione: “Perché la vita dell’uomo scivola via e diminuisce e le malattie sommergono il mondo”. Un nuovo giubileo si celebrò quindi nel 1350, proprio nell’epoca in cui l’Europa soffriva per le conseguenze della peste.

Ma anche 50 anni erano troppi per la vita di un uomo del Medioevo. Soprattutto perché la durata della vita media in quegli anni devastati dalle epidemie, era arrivata ad essere di poco superiore ai trenta anni. Così, papa Urbano VI (1378-1379) ridusse il termine a 33 anni: l’età di Cristo, il cui sacrificio consentiva ai cattolici la remissione dei peccati. Il periodo di 25 anni, valido ancora oggi, fu introdotto nel 1475 da papa Sisto IV.

La data del primo giubileo fu memorabile nella storia d’Italia. Tutta la penisola si vestì a festa. Furono costruite logge, chiese e basiliche. Soprattutto, quel 1300 fu un anno di pace. Una grande massa di persone si mise in cammino, da ogni angolo d’Europa, lungo le antiche vie dei pellegrinaggi. Negli Annales Austriae è scritto: “A Roma giunse una tal moltitudine di persone da tutto il mondo che nessuna età dell’uomo ne ricorda una simile”.

Giovanni Villani, il mercante fiorentino del Trecento che compilò la Nuova Cronica, immenso resoconto che partiva dalla torre di Babele e arrivava fino ai suoi tempi, disse che a Roma arrivarono almeno duecentomila pellegrini: “E fu la più mirabil cosa che mai si vedesse”. Anche perché, all’epoca, la città dei papi contava appena ventimila abitanti. Da esperto contabile, Villani non mancò di annotare che “i romani per le loro derrate furono tutti ricchi; e de la offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe a la Chiesa”.

Il frate domenicano Franciscus Pipini, da Parma osservò: “Ogni giorno a tutte le ore sembrava che un intero esercito percorresse la via Clodia e i campi d’intorno. I baroni e le nobili dame che venivano dalla Francia e da altre terre lontane venivano in comitive di quaranta, cinquanta e più cavalli”. Il religioso spiegò anche che a Roma tutti furono accolti “sanza romori e zuffe”.

Non era d’accordo con lui il poeta abruzzese Buccio di Ranallo che descrisse i romani come maestri di doppiezza: prima “angeli” per adescare i clienti e poi “cani” quando li avevano accalappiati. A prezzi altissimi, promettevano letti e invece facevano trovare dure panche, in stanze sporche, rumorose e affollate di pellegrini.

Una Cronaca senese registrò che “Era tanta la moltitudine della gente che passava per Siena che non era possibile crederlo. E andavano el marito e la moglie e figliuoli. E lassavano le case serrate e tutti di brigata, per perfetta divozione andavano al detto perdono”.

Una folla enorme si riversò tra le sparse e antiche rovine della immortale città allora ridotta a poche migliaia di abitanti.

Sopra Ponte Sant’Angelo fu introdotto anche il senso unico. Ce lo racconta Dante Alighieri, testimone oculare dell’avvenimento, quando nella Divina Commedia (XVIII canto dell’Inferno) descrive il camminare di due colonne di pellegrini: una diretta alla basilica di S. Pietro di allora, l’altra, che tornava indietro verso Monte Giordano, la piccola altura dalla quale dominava il passaggio sul Tevere la casa fortificata degli Orsini, che oggi si chiama Palazzo Taverna: “Come i Roman per l’essercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte / verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; / da l’altra vanno verso il monte…”.

Federico Fioravanti

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Saint Denis, prima, meravigliosa cattedrale gotica

San Dionigi, decapitato sull’altura di Montmartre, si alzò in piedi e raccolse la sua testa. Poi scese dall’alta collina del suo martirio (“mons martyrium”) e portò quel capo mozzo e sanguinante in un remoto luogo della sterminata campagna che allora circondava Lutezia, la città della Gallia romana nata sulla riva sinistra della Senna.

Nel cimitero dove il santo vescovo di Parigi trovò sepoltura, all’inizio fu edificata una chiesa piccola, capace però di custodire la leggenda di Dionigi, che si propagò ben oltre le date incerte del martirio. E segnò, nei secoli, la storia stessa della Francia.

Dagoberto I, re merovingio, decise che in quel luogo decentrato dovesse nascere una abbazia benedettina dove pretese di essere inumato dopo la sua morte (638). Pipino il Breve, nel 754, vi si fece consacrare re.

A partire dal VI secolo, Saint Denis diventò il luogo di sepoltura di quasi tutti i regnanti francesi. Oggi ospita le tombe di 42 sovrani, 32 regine e 63 principi e principesse. Le prime storie della Francia furono vergate proprio dai monaci benedettini dell’abbazia. Il culto del santo intanto attirava migliaia di pellegrini da tutto il paese.

La chiesa si trasformò ancora. E divenne grande e bellissima soprattutto grazie al genio e al lavoro di un uomo: Sugero (1080 -1151), consigliere di due re, mediatore tra la monarchia e il papa e reggente di Francia durante la seconda crociata. Aveva un fisico minuto ma era animato da una indomabile volontà e sorretto da una straordinaria intelligenza. Guidò l’abbazia dal 1122 al 1251. Con un triplice ruolo: committente, costruttore e cronista dei lavori della prima, meravigliosa cattedrale gotica della storia.

I lavori iniziarono nel 1136. L’abate voleva un’opera sontuosa, mai vista prima. Organizzò il cantiere, trovò il denaro che serviva e volle che l’oro, le perle e le pietre preziose abbellissero le suppellettili liturgiche, la grande croce, il paliotto dell’altare e il tempietto dei reliquiari. San Bernardo si scandalizzò di tanta magnificenza. Scrisse una famosa lettera a Sugero nella quale definiva Saint Denis come “fucina di Vulcano” e “sinagoga di Satana”. L’abate rispose al rigore ascetico dell’ispido santo con delicate parole d’amore sulla bellezza del creato e i colori del mondo. Sugero voleva una architettura di luce, l’attributo divino per eccellenza che trovava descritto negli scritti di Dionigi l’Areopagita e nelle opere di Scoto Eriugena. I grandi spazi e la luce guidarono la nascita della cattedrale, anche grazie a inedite tecniche di costruzione: Saint Denis è il primo edificio della storia dell’architettura in cui convivono sia la pianta a croce latina con cappelle laterali che la volta su ogive incrociate.

Le vetrate creano un muro ondulatorio di luce. E i due rosoni, i primi costruiti in Francia, ammaliano il visitatore: quello a nord, che indica il punto delle tenebre, riflette dei colori freddi, al contrario dell’altro, il rosone esposto al sud, che mostra un tripudio di colori. Per Sugero, l’incanto delle pietre multicolori doveva trasportare chi entrava a Saint Denis in “un altro mondo”, per elevare la mente dell’uomo dalle cose terrene.

Fu San Luigi IX a ordinare una scultura per ogni sovrano sepolto nella cattedrale. Nel Medioevo, per il popolo dei fedeli la grande cattedrale era “la necropoli dei nostri re”.

Saint Denis rappresenta la Francia come pochi altri luoghi. Si diceva che la bandiera sacra dell’abbazia fosse di colore rosso perché era bagnata dal sangue stesso di San Dionigi. Diventò presto lo stendardo dei re da esibire in battaglia. Un simbolo del potere reale descritto anche nella “Chanson de Roland” dell’XI secolo. Fu consegnato a Guillaume de Martel prima della battaglia di Azincourt (1415) e perso dopo la sua morte.

Alla chiesa abbaziale di Saint-Denis Giovanna d’Arco appese la sua armatura nel 1429. Nella grande chiesa dormono anche i re Borboni, chiusi in bare adagiate su telai di ferro, e Luigi XVI e Maria Antonietta, i sovrani travolti dalla Rivoluzione.

Virginia Valente

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La scommessa di Guédelon

Costruire un castello medievale usando esclusivamente materiali, tecniche e strumenti del XIII secolo. È la sfida che è partita nel 1997 a Guédelon, in Borgogna, nel cuore della Francia.

Quasi un gigantesco gioco di ruolo. Non si consuma elettricità, non si usano le gru e nemmeno i motori a scoppio. Vietati anche tutti i materiali sintetici. Si lavora solo con le pietre, l’acqua, il legname, la sabbia e le argille che abbondano nel territorio. Le dotazioni di sicurezza degli operai e l’orario di lavoro di 8 ore giornaliere sono l’unica concessione alla modernità.

L’ideatore del progetto, Michel Guyot, un restauratore appassionato della “età di mezzo”, ha riproposto i ritmi e le condizioni di lavoro di una vera “fabbrica’” medievale. Anche tutti gli utensili e materiali impiegati nella costruzione vengono fabbricati in loco, seguendo le antiche tecniche. Ci sono forni la cottura della calce, cave dove gli scalpellini, armati di mazze, estraggono e squadrano le pietre e anche una fucina per l’estrazione del ferro. I boscaioli raccolgono il legname nei boschi circostanti e addirittura è stato messo in piedi un piccolo allevamento di animali per il vettovagliamento.

Scopo dell’iniziativa è quello di indagare a fondo sulle tecnologie usate nel Medioevo. La conclusione dei lavori, portati avanti con la consulenza di storici e archeologi, è prevista nel 2023. Il cantiere occupa una trentina di persone. I costi sono coperti dalle visite dei turisti. Il sito è infatti aperto al pubblico e offre la possibilità di osservare i Compagnons Bâtisseurs (l’associazione dei mastri muratori) in piena attività. La località si raggiunge attraverso l’autostrada Lione – Parigi con uscita al casello di Auxerre. Sono 300mila le persone che ogni anno visitano la località. E’ attivo anche un sito web (www.guedelon.fr) dal quale è possibile seguire l’andamento dei lavori.

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Il lampredotto, leggendario fast food

Il nome è buffo: lampredotto. E’ una trippa fiorentina, morbida ed odorosa, servita su banchetti per i vicoli e le piazze di Firenze già nel Quattrocento. Cibo da strada, povero ed inebriante, leggendario fast food, alla moda secoli prima della globalizzazione alimentare. Il grande Michelangelo ne era ghiotto, l’Aretino ne decantava la lavorazione, colpito dalla maestria dei trippai fiorentini. Qualcuno ne retrodata la nascita addirittura ai tempi di Dante.

Il nome lampredotto deriva da lampreda, un pesce che una volta abbondava nell’Arno: una specie di grande anguilla con una bocca a ventosa, corrugata come la carne del lampredotto. Lo storico Franco Cardini spiega che “il lampredotto ne ricorda vagamente la carne profumata. Se la lampreda era cibo da ricchi, il lampredotto ne era il corrispettivo popolare. Una scelta onomastica che, come spesso in Toscana, rivela un desiderio di mimesi e insieme nasconde un retrogusto di sano sfottò.” Parlare di trippa vuol dire occuparsi delle frattaglie, di quello ciò che viene definito il “quinto quarto”. Dall’animale macellato si ottengono quattro quarti: due posteriori e due anteriori. Tutto quello che resta è detto “quinto quarto”. Un cibo che, per tradizione, era destinato ai poveri.

Nel Medioevo, anche a Firenze, i più devoti tra i gran signori, a margine delle loro cene, distribuivano le frattaglie a chi non aveva niente da mangiare. Testimonianze di preparazioni a base di trippa si trovano già a partire dal Trecento. Del resto per quanto riguarda le carni, l’antica corporazione dei Trippai era una delle più importanti a Firenze, seconda solo a quella dei Macellari. C’erano anche le corporazioni dei Pollaioli, degli Agnellai e degli Strascini (i venditori ambulanti di quello che rimaneva della macellazione). Nella lista figuravano anche i Testai, che potevano trattare solo le teste degli agnelli.

I Trippai al tempo dei Medici, agli inizi del grande sviluppo commerciale della città, avevano le botteghe e i luoghi di macellazione sul Ponte Vecchio, da dove i residui della lavorazione potevano essere scaricati nel fiume. Le regole del commercio erano severe. Ogni corporazione doveva attenersi alla propria specifica attività. Solo i Trippai potevano quindi commercializzare le trippe acquistate dai Macellari per poi venderle, dopo averle svuotate, lavate, raschiate e bollite, nelle botteghe predisposte nei mercati o sui carretti ambulanti. Così l’abitudine del panino con il lampredotto si diffuse nel Quattrocento, soprattutto nel quartiere antico di San Frediano, affollato di carretti e baracchini che vendevano la specialità ai passanti. Quei piccoli chioschi ambulanti a quattro ruote, con il tempo diventarono una istituzione cittadina grazie anche ai “mercoledì di San Lorenzo”. Si diceva che San Lorenzo fosse stato martirizzato proprio quel giorno. La chiesa dedicata al santo, una delle più antiche di Firenze e che per oltre trecento anni fu anche la cattedrale della città, all’alba di ogni metà settimana si affollava di centinaia di persone che arrivavano anche dal contado. Per fare la comunione si doveva essere digiuni. Gli ambulanti iniziarono a montare i loro carretti sulla piazza, in attesa che i fedeli uscissero dalla chiesa, pronti a rifocillare con il lampredotto la massa dei devoti. Da allora, piazza San Lorenzo divenne uno dei luoghi storici dei “banchini dei trippai”.

Il lampredotto si gusta dentro una specie di “rosetta” o “michetta”, che come ricorda l’Accademia della Crusca, i fiorentini chiamano “semelle” o “passerina”. E’ un panino tondo con la superficie non liscia, segnata da un piccolo solco. La ricetta storica prevede ben 11 ingredienti. Si usa la parte più bassa dello stomaco della mucca, composta da una parte magra, detta gala e da una parte grassa chiamata spannocchia. Il tutto va bollito in acqua abbondante ma non salata, con cipolle, sedano, prezzemoli ed odori vari. Poi tagliuzzato davanti al cliente. Quindi condito in salsa verde o rossa, o arricchito a piacere. Sale e pepe in abbondanza.

Il lampredotto va poi adagiato sulla metà della croccante semella. Un forchettone infilza l’altra metà del panino, l’immerge nel brodo aromatico di verdure e poi deposita lo sgocciolante cappello sulla trippa fumante. Inevitabile l’accompagnamento di un bicchiere di vino bianco. Perché come recita un proverbio fiorentino “Lampredotto e un bianco poscia meglio è assai di una brioscia”.

Virginia Valente

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I secoli caldi

Dal IX al XIV secolo la temperatura globale salì in media di oltre un grado. E per più di quattrocento anni il tempo fu più mite in tutta l’Europa. Soprattutto nelle regioni del nord, dalla Russia alla Scandinavia, dalle isole britanniche all’Islanda. Fino alla Groenlandia che, non a caso, venne chiamata “Terra Verde”.

ll “Periodo caldo medievale”, indicato dagli studiosi con la sigla PCM (in inglese Mediaeval Warm Period, MWP) è stato studiato a lungo dai paleoclimatologi, gli scienziati che ricostruiscono l’andamento del clima attraverso l’utilizzo di dati di origine animale e vegetale.

La paleoclimatologia è arrivata a studiare il clima della Terra fino a circa 2,5 miliardi di anni, grazie alle rocce e ai fossili più antichi.

Nei secoli caldi, con temperature più miti, la mortalità infantile diminuì in tutto il vecchio continente. E nel giro di trecento anni, dal 1100 al 1300, la popolazione europea passò da 40 a 60 milioni di abitanti. Con più gente serviva più terra: così si allargarono le aree coltivabili e migliorarono pure le rese agricole. Il grano venne coltivato anche molto più a nord dell’area mediterranea.

Si arrivò a produrre vino anche nella parte centrale dell’Inghilterra e nella East Anglia, quasi fino al 53° parallelo, più di 500km a nord dell’attuale limite delle coltivazioni che non va oltre Parigi e Nantes. I meteorologi concordano sul fatto che all’epoca sull’isola ci fossero meno piogge e non si registrassero gelate in primavera. Il venerabile Beda nella sua “Storia ecclesiastica del popolo inglese” del 731 parla del vino inglese. Era un vero nettare se Alfredo il Grande, sul trono fino all’anno 899, decise di adottare dure sanzioni verso chi danneggiava i vigneti. Il Domesday Book, l’inventario delle proprietà inglesi, fatto redigere da Guglielmo I nel 1086, cita notizie specifiche su 38 vigneti impiantati nel sud del paese. Dalle cronache al mito, il passo è breve. Sappiamo che i Vichinghi, quando nel IX secolo raggiunsero il nord America cinquecento anni prima di Colombo, chiamarono quella sconosciuta terra Vinland, proprio per un tipo di vite selvatica che lì cresceva in abbondanza. Le nuove colonie che presero piede nell’attuale Terranova furono abbandonate verso la metà del secolo XI. Anche perché lungo le rotte verso la Groenlandia, a causa del clima più caldo, erano aumentati a dismisura gli iceberg che rendevano pericolosissima la navigazione.

L’Islanda, terra di vulcani dal clima più temperato grazie alla “Corrente del Golfo”, era già stata raggiunta dai norvegesi, forse nell’anno 874. Quando Erik il Rosso e i suoi uomini la colonizzarono, la Groenlandia non era il freddo territorio che conosciamo oggi. Così, i primi esploratori poterono coltivare i campi e allevare il bestiame. Nel momento del loro massimo splendore, le verdi terre ospitarono quasi 3.000 persone,190 fattorie e anche una sede vescovile. In alcune sepolture degli antichi vichinghi groenlandesi, gli archeologi hanno trovato resti di radici insieme a un tipologia di flora mai più vista a quelle latitudini.

Nei “secoli caldi”, in molte zone d’Europa la crescita delle colture portò anche a maggiori disboscamenti. In Francia gli ampi e radi boschi di querce favorirono l’allevamento dei maiali e del bestiame.

Prove di un clima molto più mite nel 1100 e nel 1200 sono state trovate anche attraverso lo studio dei ghiacciai. Nei luoghi del ghiacciaio svizzero di Grindelwald, dove ora non c’è traccia di vegetazione, sorgeva una foresta rigogliosa, poi distrutta dalla espansione glaciale che arrivò a partire dal Trecento.

Un’altra prova del riscaldamento medievale arriva dalla diffusione della malaria, che secondo i manuali di medicina può diffondersi quando per più di due mesi la temperatura media non scende mai sotto i 18 gradi centigradi. Si iniziò a parlare della grave malattia dopo il X secolo. L’epidemia raggiunse il suo picco massimo tra il 1100 e il 1150 quando raggiunse perfino la Norvegia. La malaria scomparve dall’Europa centrale già a partire dal Trecento ma rimase a lungo nelle regioni meridionali.

I cronisti medievali registrarono con allarme anche le invasioni delle cavallette che nell’anno 873 dall’Africa raggiunsero Spagna, Francia e Germania. Le locuste tornarono a infestare l’Austria e l’Ungheria pure nel 1195.

Dopo più di quattro secoli caldi, le temperature cominciarono a abbassarsi abbastanza rapidamente. I paleoclimatologici ci spiegano che il “Periodo caldo medievale” fu interrotto dalla “Piccola era glaciale” che durò dal Trecento alla metà dell’Ottocento. In tutta Europa avanzarono i ghiacciai. Il clima più freddo porto con sé gravi carestie e altre epidemie, tra cui la famigerata “peste nera”, che a metà del XIV secolo funestò tutta l’Europa medievale.

Federico Fioravanti

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Il codice rosso della bellezza

Il Codex Purpureo Rossanensis è forse il più antico e meglio conservato documento biblico della cristianità. Un “unicum” di inestimabile valore. L’Unesco lo ha riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità. Il capolavoro della produzione libraria ed artistica è conservato nel museo diocesano di Rossano, la città calabrese in provincia di Cosenza che per centinaia di anni, dal 540 al 1059, fu considerata la più bizantina d’Italia.

Il rarissimo documento dell’arte sacra bizantina del V-VI secolo, di alta qualità artigianale, è scritto in caratteri onciali, ossia in lettere maiuscole greche o maiuscole bibliche, su due colonne di 20 righe ciascuna.

I codici miniati orientali esistenti nel mondo sono solo sette. Tre sono in siriaco e quattro in greco. Ma il Codex Purpureus Rossanensis, con i suoi 188 fogli, che corrispondono a 376 pagine, è il più ampio e prezioso documento del genere. I fogli in origine erano 400. Quelli che mancano, li bruciò un incendio di cui è rimasta qualche traccia nelle ultime pagine dell’opera.

Gli autori sono sconosciuti. L’evangelario miniato con testi di Matteo e Marco, mostra quindici superbe miniature. Sono le immagini superstiti di un corredo iconografico molto più vasto, che descrivono gli avvenimenti e le parabole della predicazione di Gesù Cristo.

Il testo evangelico, nonostante alcuni errori di trascrizione è tra i più antichi ed attendibili del mondo. Gli abilissimi amanuensi usarono inchiostri d’oro e d’argento e una tecnica raffinata che emerge in modo nitido sia nella scrittura che nelle illustrazioni.

Le parole non hanno accenti, né spiriti. Non sono nemmeno separate tra loro. E nel testo, tranne i punti che segnano la fine dei periodi, non compaiono segni di interpunzione. Il codice è detto “purpureo” per via del colore delle sue meravigliose 376 pagine. Tanto splendore era possibile solo immergendo i fogli nel bagno di una sostanza molto costosa, dalla tinta rosso porpora. Rarissima perché veniva pazientemente estratta da migliaia di molluschi che vivevano in un braccio del Mediterraneo prospicente alla Palestina. Con ogni probabilità, il colore del Codex Rossanensis fu prodotto a Tiro, antichissima città fenicia, rinomata per la sua porpora. In quell’epoca era proibito produrre codici con quella colorazione: la porpora era un segno del potere e quindi una prerogativa esclusiva degli imperatori.

Tanta bellezza però, rimase celata per centinaia di anni. Nessuno storico o cronista se ne occupò. Finché un canonico della cattedrale di Rossano, Scipione Camporota, pensò di dare a quei fogli meravigliosi una sommaria sistemazione. Ne parlò in giro e numerò le preziose pagine con inchiostro nero. L’opera fu poi segnalata, in modo fugace, dallo scrittore, giornalista e poeta campano Cesare Malpica, in un libro-reportage titolato “La Toscana, l’Umbria e la Magna Grecia” pubblicato nel 1846. Il merito della “scoperta” andò così a due studiosi tedeschi, Oskar von Gebhardt e Adolf von Harnach che nel 1880 presentarono finalmente l’opera all’attenzione della cultura internazionale.

Rimane il mistero sull’origine del documento. Le ricerche di Fernanda de Maffei, docente dell’Università di Roma, portano a pensare che la patria del Codex Purpureus Rossanensis sia Cesarea di Palestina e che la data di stesura dell’opera debba essere anticipata alla prima metà del secolo V. Forse fu portato a Rossano da monaci greco melkiti, provenienti dal Medio Oriente, che fuggivano dai musulmani che occuparono le loro terre. Del resto molti asceti, in quegli anni turbinosi, trovarono la pace sulle coste della Calabria. Rossano “La Bizantina” fino all’arrivo dei Normanni (1059) fu una formidabile fortezza e un importantissimo centro politico e amministrativo. Nel cuore della città risiedeva lo stratego, il funzionario supremo nominato da Costantinopoli: riuniva in sé il potere militare e civile e per legge doveva rispondere direttamente all’imperatore.

Nel corso del X secolo la città diventò la capitale della dominazione bizantina in Italia. Visigoti, Longobardi e Saraceni provarono a conquistarla. Ma Rossano non fu mai espugnata. Sicura e bellissima, fu definita la “Ravenna del Sud”. Era sede di monasteri, di diocesi e di ricche biblioteche. Ma diventò famosa soprattutto per i suoi “Scriptoria”, le “Officinae librorum”, i fascinosi luoghi dove prendevano vita preziosi volumi e codici raffinati. Una terra intrisa di spiritualità, patria di ben quattro papi (Zosimo, Giovanni VII, Zaccaria, Giovanni XVI) e anche dei santi Nilo e Bartolomeo.

Virginia Valente

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Una scuola per ogni cattedrale

Un professore per ogni cattedrale. Così anche chi era povero poteva studiare. La decisione fu presa nel Concilio Lateranense del 1179, convocato a Roma da papa Alessandro III dopo la pace tra l’imperatore Federico Barbarossa e la Lega Lombarda. L’ obbligatorietà della presenza di un docente in ogni grande chiesa ebbe effetti dirompenti. Consentì a molte persone che non erano nobili di nascita di avere una adeguata istruzione. E funzionò da “ascensore sociale” per molti personaggi di grandissimo ingegno seppure di origini umili (nella foto, una lezione universitaria in una miniatura del 1350). Forse Alessandro III, quando impose la nuova norma pensò anche alla sua infanzia a Siena e a suo padre Ranuccio, che all’epoca non aveva molti soldi per farlo studiare. Ma Rolando Bandinelli riuscì comunque a frequentare con grande profitto l’università di Bologna, tanto da diventare un famoso insegnante di diritto. Concilio a parte, nel Medioevo, un’epoca che spesso nell’immaginario collettivo giudichiamo “immobile” nella composizione sociale, chi aveva talento riusciva comunque ad emergere. Almeno nelle gerarchie della Chiesa. Sugero, abate di Saint Denis, che resse la Francia quando Luigi II partì per la seconda crociata, era figlio di un servo. E Maurizio di Sully, l’arcivescovo parigino che fece costruire Notre Dame e che perorò presso il papa in modo raffinato la causa di Thomas Becket nella lotta con il re Enrico II, aveva come genitori due mendicanti. San Pier Damiani da giovane era un guardiano di porci. Ma riuscì a diventare priore di Fonte Avellana, vescovo di Gubbio, cardinale e consigliere di papa Gregorio VII. Teologo e latinista eccezionale, era così erudito che i suoi contemporanei lo soprannominarono Grammaticus. Gerberto d’Aurillac in gioventù faceva il pastore di pecore ma divenne l’uomo più colto del suo tempo. Salì al soglio con il nome di Silvestro II. Primo papa francese, introdusse in Europa le conoscenze arabe dell’aritmetica, lo studio delle scienze e quello dell’astronomia. Altri due pontefici, Sergio IV (1009-1012) e Urbano IV (1195-1264) erano entrambi figli di calzolai. Gregorio VII (1025-1085) uno dei “giganti” della Chiesa, veniva da una famiglia di poveri artigiani di Sovana, un paese della Maremma. Anche Benedetto XI riuscì a diventare papa nonostante fosse figlio del servo di un conte. Sisto IV (1414-1484) il papa passato alla storia per aver dato il suo nome alla Cappella Sistina, nacque da una modesta famiglia di Celle Ligure. Il padre del primo e unico pontefice olandese Adriano VI (1459 –1523), maestro del filosofo Erasmo da Rotterdam e precettore del futuro imperatore Carlo V, lavorava come falegname specializzato nelle costruzioni navali e di cognome faceva Floriszoon. Suo figlio Adrian era universalmente ammirato per la sua cultura, unita a una grande forza di volontà. Così stimato che il conclave lo scelse come papa senza nemmeno un voto contrario. Aveva però un compito difficile: quello di succedere al fiorentino Giovanni de’ Medici (Leone X, 1475-1521) munifico pontefice rinascimentale, dalla leggendaria prodigalità, che in otto anni di regno spese la bellezza di quattro milioni e mezzo di ducati, tanto da far rischiare alla Chiesa una clamorosa bancarotta. Un anonimo si scandalizzò e scrisse: “Leone si è mangiato tre pontificati: il tesoro di Giulio II, le rendite di Leone e quelle del suo successore”. Aveva ragione. Ma “noblesse oblige”: Giovanni era nato ricco. Suo padre Lorenzo, con versi immortali, ci ricorda ancora che “di doman non c’è certezza”. L’austero Adriano da Utrecht tagliò tutte le spese possibili, comprese quelle dei poeti, dei letterati e degli artisti. Sconvolse i romani quando disse che per il suo mantenimento voleva spendere soltanto uno scudo al giorno. Morì tredici mesi dopo la sua ascesa al soglio, quando i suoi ammiratori si erano ormai dileguati. Sul trono di Pietro arrivò un altro Medici, Giulio, eletto papa con il nome di Clemente VII (1478-1534). Raffinato mecenate, come da tradizione della casa. Aveva frequentato buone scuole, almeno quanto il frugale Adriano. Ma era ricco di famiglia.

Federico Fioravanti

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La marcia dei Quaranta Monaci

Era la primavera dell’anno 596 quando quaranta monaci benedettini guidati dal priore Agostino si misero in viaggio per l’Inghilterra. Partirono dal monastero romano di Sant’Andrea sul Celio. Quella spedizione era stata ordinata da papa Gregorio Magno, deciso a convertire al cristianesimo gli abitanti di quell’isola nebbiosa e lontana. Ma i religiosi non erano così convinti di poter affrontare i pagani in un paese così difficile e pieno di insidie. Accadde quindi che quando arrivarono in Francia, si fermassero a lungo in Provenza, indecisi sul da farsi. Qualcuno addirittura voleva tornare indietro, a pregare e lavorare nel tranquillo monastero sul colle vicino al Colosseo. Anche perché i cronisti dell’epoca descrivevano i Sassoni come un popolo feroce e vendicativo. Ma una paterna e ferma lettera del pontefice raggiunse i monaci: il papa intimava loro di riprendere subito il viaggio. Poco prima della Pasqua dell’anno successivo, dopo un faticoso viaggio, la pattuglia dei seguaci della regola benedettina sbarcò in una piccola isola del Kent. Il re d’Inghilterra si chiamava Ethelbert. Era un pagano e tale rimase. Ma aveva sposato Berta, la figlia cristiana di Cariberto, re di Parigi. La giovane francese era molto devota a San Martino di Tours a cui dedicò una chiesa a Canterbury, allora capitale del regno. Il sovrano permise alla moglie di adorare il proprio dio. Confortati dalla benevolenza della regina, i monaci iniziarono a convertire quel popolo, per tanti versi sconosciuto a chi viveva al di qua della Manica. Agostino fu il primo vescovo inglese. E poco tempo dopo diventò arcivescovo di Canterbury. Nuovi benedettini arrivarono da Roma. Due monaci italiani, Mellito e Giusto, furono nominati vescovi di Londra e di Rochester. La missione dei religiosi nel giro di qualche anno si estese nel nord del paese, prima tra le boscose regioni del Northumberland e poi nella fredda e sperduta Scozia. Poco dopo Mellito fondò la cattedrale di San Paolo. E nel 616, venti anni dopo la spedizione dei quaranta monaci, i benedettini favorirono la costruzione di un piccolo santuario nelle vicinanze di Londra, proprio nel punto dove le acque del Tamigi formavano una palude. Così nacque Westminster, un nome che ha segnato nei secoli la storia d’Inghilterra.

Federico Fioravanti

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Il Cavaliere di Madara

Un maestoso cavaliere, scolpito a 23 metri dal suolo su una roccia alta circa 100 metri. Il gigantesco bassorilievo è stato scolpito nel 705 dopo Cristo a Madara, nella Bulgaria nord-orientale, vicino alla città di Šumen e a circa 70 km da Varna. E’ un’opera unica nella cultura artistica europea: il cavaliere, armato di lancia, caccia un leone, rappresentato sotto il destriero al galoppo. L’eroe è seguito da un cane da caccia e preceduto da un’aquila in volo. La scena rappresenta in modo simbolico un trionfo militare: quello di Khan Tervil, che regnava proprio nel periodo in cui l’opera è stata realizzata. Il bassorilievo è quindi opera dei Bolgari, una tribù nomade di guerrieri che si insediò nella Bulgaria nord-orientale alla fine del VII secolo e, che dopo essersi fusa con i popoli slavi che già vivevano in quelle terre, diede origine ai bulgari di oggi. L’archeologo Vesilin Besheliev, ha determinato l’età precisa del rilievo fissandola al 705, appena 24 anni dopo la fondazione della Bulgaria (681). Tre iscrizioni in lingua greca medievale che illustrano l’opera ci danno importanti informazioni sulla storia di quei territori. In particolare la prima delle scritte incise sulla pietra attesta l’accettazione da parte di Giustiniano II del regno di Khan Tervil sulla Bulgaria con un gesto di omaggi: il pagamento delle tasse ai Bulgari da parte dei Bizantini. Le altre iscrizioni si riferiscono a Khan Krum (796-814) e Omurtag (814-831) e con ogni probabilità vennero scolpite per loro ordine. Il monumento è inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO fin dal 1979. La figura era anche sul retro di una moneta in circolazione in Bulgaria una decina di anni fa. E secondo un sondaggio fatto all’epoca, un bulgaro su quattro avrebbe voluto proprio il Cavaliere di Madara come immagine simbolo per il conio della moneta bulgara, in previsione di un futuro ingresso del paese nel sistema dell’euro.

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Ripoll, il portale delle meraviglie

Il sindaco di Ripoll, un comune di meno di 11mila abitanti in provincia di Girona, ha chiesto all’Unesco che il meraviglioso portale romanico del Monestir di Santa Maria venga riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità.

L’imponente accesso alla chiesa benedettina è una immensa pagina d’arte scolpita, un libro di pietra che somiglia a un arco di trionfo. Le figure mitologiche e i segni zodiacali sono intagliati con sorprendente maestria. E raccontano i passaggi più importanti della Bibbia: Dio in maestà, Vegliardi dell’Apocalisse e scene dell’Antico Testamento. Mostri favolosi e profeti. Ma anche la vita dei santi Pietro e Paolo, insieme ai segni zodiacali, ai mesi e ai mestieri del mondo medievale. Una vasta composizione che lascia spazio a stili diversi e comunque affascinanti.

Il complesso risale all’anno 888 e fu edificato da Goffredo il Peloso, conte di Barcellona, considerato dagli storici del XIX secolo come il primo artefice della indipendenza catalana. Era un nobile dell’impero carolingio. Approfittò del collasso del potere reale per creare un suo stato potere personale, la “Catalunya Vella”, che poi riuscì a trasmettere ai figli. Combatté sia contro i Franchi che contro i musulmani.

Il drammaturgo e poeta Serafí Pitarra, autore di un centinaio di commedie, scrisse nella seconda metà dell’Ottocento:”Figli di Goffredo il Villoso, questo vuol dire Catalani”. Fu infatti proprio Goffredo a creare la bandiera a quattro barre, quando ferito a morte dai Mori, passò quattro dita insanguinate sul suo scudo dorato. La sua tomba fu trovata nella “galleria orientale” del chiostro, insieme ai resti di altri nobili e degli abati che governarono il luogo di culto.

Il monastero benedettino nel Medioevo fu un importante centro di cultura, un secolo e mezzo prima della Scuola di Toledo. Famoso per la scuola di musica, di poesia e di scienza. E per lo scriptorium che irradiò sapere in tutta la “Marca Hispanica” e fu anche la culla della storiografia ufficiale catalana con i “Gesta Comitum Barcinonensium”.

L’antica biblioteca era tra le più fornite di Spagna e d’Europa. Molti di quei libri preziosi ora sono conservati a Barcellona, nell’archivio della corona d’Aragona, uno dei cinque archivi di Stato centrali della Spagna. La splendida bibbia originale di Ripoll è invece nella Biblioteca Vaticana.

Santa Maria continuò ad essere il principale centro religioso della Catalogna fino al XV secolo. Poi iniziò un lento declino, che si accentuò quando la Catalogna e l’Aragona si unirono. E soprattutto quando il monastero perse il controllo di Montserrat (1431), il santuario nel quale sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, nel marzo del 1522, dopo una febbrile notte di preghiere, si convertì e depose i suoi abiti di cavaliere.

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