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La Madonna israelitica di Amelia

Nella chiesa della Madonna delle cinque fonti, ad Amelia (Terni), sul mantello della Vergine sono raffigurate le Stelle di David, simbolo di Israele. (Foto© Fabio Alessandrini, www.ilritrattista.it)

Un piccolo enigma è racchiuso in un’antica chiesa appena fuori delle mura della città di Amelia, in Umbria: un singolare affresco che ritrae la Madonna con la veste completamente ricoperta di Stelle di David, simbolo di Israele.

La chiesa è quella della Madonna delle cinque fonti: un edificio a unica navata priva di transetto e terminante in un’abside semicircolare, edificata nel corso del XV secolo e che ha subito molti rimaneggiamenti nei secoli successivi.

Secondo la tradizione qui sostò in preghiera San Francesco nel 1213. Su quel luogo era stata eretta poi un’edicola votiva alla Madonna nel 1225 e nel 1470 la chiesa, che deve probabilmente il nome ad un antico toponimo che individuava un luogo, situato nelle immediate vicinanze, in cui era una fontana, la cui acqua scaturiva attraverso cinque bocche.

Architettonicamente la chiesa di Santa Maria delle cinque fonti presenta una facciata lineare, contraddistinta da due finestre dette del “viandante” poiché consentivano di assistere alle celebrazioni dall’esterno dell’edificio. Oggi viene officiata solo occasionalmente, e non è quindi molto accessibile. Contiene però un affresco quantomeno singolare: raffigura la Madonna con il bambino con la particolarità – come detto – che la veste della Vergine è completamente ricoperta da stelle di David, con le punte sormontate da tre piccoli cerchi pieni, emblema della trinità.

La Madonna con le stelle di David risale alla fine del XVI secolo o ai primi anni del XVI e rappresenta uno raro esempio di contaminazione culturale e religiosa tra cristianesimo ed ebraismo.

La parte inferiore dell’affresco è altrettanto interessante, perché vi è immortalato il committente, raffigurato in preghiera a mani giunte, con un’iscrizione da cui si capisce che era stato sanato di un qualche male alle gambe. L’ipotesi è che l’uomo in questione fosse proprio ebreo. D’altra parte all’inizio del Cinquecento ad Amelia vivevano molti ebrei, ai quali – dal 1394 – era stata concessa la residenza per esercitare “artem mutui et usurarum”.

Resta da capire il motivo che può avere spinto il committente del dipinto a chiedere al pittore di punteggiare le stelle con i tre cerchi della trinità: l’ipotesi più probabile, ovviamente, è che l’ebreo si fosse convertito al cristianesimo, magari proprio a seguito della grazia ottenuta e avesse voluto rimarcare l’identità ebraica della stessa Maria.

Quel che è certo è che oggi la “Madonna delle stelle”, dipinta all’epoca in cui più forte era l’antisemitismo cattolico, abbatte la millenaria inimicizia tra cristiani ed ebrei ricordando come Maria, così come lo stesso Gesù, i suoi discepoli e tutti i primi cristiani, erano di nazionalità, cultura e religione ebraica.

“Non sono venuto ad abolire la legge – diceva, appunto il Messia – ma a portarla a compimento”.

 

Foto© Fabio Alessandrini www.ilritrattista.it

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Perché il Festival

di Federico Fioravanti –

Altro che “secoli bui”. Basta accendere un computer e digitare la parola “Medioevo”: in meno di un secondo, 6 milioni di risultati, soltanto nella lingua italiana. L’Età di Mezzo è ancora al centro di ogni discussione.

Ma cosa è veramente il Medioevo?

Un’epoca di passaggio tra l’età antica e quella moderna, che indichiamo, in modo convenzionale, tra due date: il 476, anno della caduta dell’Impero romano d’Occidente e il 1492, l’anno della scoperta dell’America.

La Storia non si può certo liquidare con una parentesi. Anche perché quella che chiamiamo Medioevo è così lunga che gli storici discutono ancora di quando si sia aperta e soprattutto di quando sia stata veramente chiusa.

Alcuni studiosi fanno coincidere la fine del Medioevo con la data simbolica della caduta di Costantinopoli (1453). Altri, soprattutto in Germania, la anticipano al 1440, l’anno dell’invenzione della stampa a caratteri mobili.

Per altri ancora, la data giusta è l’inizio della predicazione di Lutero (1515) o l’avvio della Riforma (1517). Secondo gli storici francesi, c’è un “lungo Medioevo” che dura addirittura fino alla metà del Settecento, all’epoca dei Lumi e alla nascita della rivoluzione scientifica e industriale.

Quel che è certo è che quei mille e più anni che definiamo in modo convenzionale Medioevo, sono stati il crogiuolo della nostra civiltà.

Lo spiega Umberto Eco: “Il Medioevo inventa tutte le cose con cui stiamo ancora facendo i conti, le banche e la cambiale, l’organizzazione del latifondo, la struttura dell’amministrazione e della politica comunale, le lotte di classe e il pauperismo, la diatriba tra Stato e Chiesa, l’università, il terrorismo mistico, il processo indiziario, l’ospedale e il vescovado, persino l’organizzazione turistica: sostituite le Maldive con Gerusalemme e avete tutto, compresa la guida Michelin”.

Un’epoca di progresso e di innovazioni: la ruota idraulica, il mulino a vento, la staffa, la bussola, la carriola, gli orologi meccanici, le prime armi da fuoco, la forchetta, la pasta, il salame, i bottoni, gli occhiali, la stampa a caratteri mobili, la camera oscura e l’algoritmo. Le invenzioni dell’Età di Mezzo hanno cambiato il mondo.

Poi c’è un Medioevo, vero, sognato o immaginato, che appare dappertutto: in tv, al cinema, nei giochi di piazza, nelle classifiche dei libri più venduti, nei fumetti, nei videogiochi e in mille rievocazioni.

Tra le sagre e le saghe, si celebra un periodo famoso ma al tempo stesso sconosciuto. Un’epoca calunniata, spesso ricostruita attraverso una serie di luoghi comuni e di pregiudizi. Quindi giudicata prima ancora di essere conosciuta.

Da qui l’idea del Festival del Medioevo, di un incontro annuale per riflettere, capire e divulgare. Per scoprire noi stessi e la nostra storia. Per guardarci allo specchio e provare a riconoscerci.

Diceva bene Jacques Le Goff: “Se studiate il Medioevo vi accorgerete che è diverso da ciò che siamo, da ciò che l’Europa è oggi diventata. Avrete come l’impressione di fare un viaggio all’estero. Occorre non dimenticare che gli uomini e le donne di questo periodo sono i nostri antenati, che il Medioevo è stato un momento essenziale del nostro passato, e che quindi un viaggio nel Medioevo potrà darvi il duplice piacere di incontrare insieme l’altro e voi stessi”.

Federico Fioravanti

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L’assassinio di Ipazia

Allegoria della Geometria. Miniatura tratta dal manoscritto Burney 275 degli Elementi di Euclide, nella traduzione latina dall’arabo attribuita a Adelardo di Bath, circa 1309-1316 (British Library, Londra).

È l’8 marzo dell’anno 415, un lunedì di quaresima per i cristiani di Alessandria d’Egitto. Un lunedì di silenzio e preghiera. Un lunedì di guerra.

Ipazia, matematica, astronoma, filosofa neoplatonica e insegnante di grande prestigio, sta tornando a casa. Poco più che cinquantenne, è la più importante intellettuale della città, un punto di riferimento non solo per i suoi studenti, ma anche per le autorità politiche e religiose. Non è serena: la tensione è salita alle stelle da quando il vescovo Cirillo è entrato in conflitto con il prefetto Oreste e c’è chi ha messo in giro la voce che sia proprio lei a impedire la riconciliazione.

Non è serena Ipazia, ma non si aspetterebbe mai quello che sta per succedere. La sua lettiga viene improvvisamente circondata da un gruppo di diavoli inferociti: sono fanatici cristiani guidati da Pietro. La assalgono e la tirano giù dalla lettiga, la picchiano. Lei cerca di dimenarsi, chiede aiuto, ma il suo grido è coperto da quello degli assalitori infervorati e soffocato dal suo stesso sangue.

La trascinano fino al Cesareo, l’ex tempio di Augusto diventato la Cattedrale dei cristiani, e qui le strappano la veste, la lasciano nuda di fronte all’altare. Pietro la colpisce con una mazza ferrata mentre gli altri raccolgono dei cocci appuntiti e con questi iniziano a colpirla. Uno, dieci, cento volte il suo corpo viene trafitto in un’orgia mistica di sangue, grida, preghiere, delirio. Ipazia viene scorticata fino alle ossa e respira appena quando le si avventano sul volto e le cavano gli occhi, ma anche dopo che il suo cuore ha smesso di battere la furia non si ferma: la sua carne viene strappata, il suo corpo fatto a brandelli. Le staccano la testa, le braccia, le gambe; continuano a farla a pezzi finché di ciò che era stato Ipazia d’Alessandria non rimane che una poltiglia sanguinolenta. Allora portano ciò che resta all’inceneritore e bruciano tutto, senza lasciare traccia di una delle donne più importanti della storia dell’umanità.

La morte di Ipazia, Charles William Mitchell, 1885.

Ipazia era nata ad Alessandria d’Egitto tra il 355 e il 370, suddita dell’Impero romano d’oriente. Suo padre Teone era un filosofo e un matematico molto conosciuto, anche per aver salvato dall’oblìo gli Elementi di Euclide (sua l’edizione utilizzata fino alla fine dell’Ottocento) e per aver commentato e pubblicato l’Almagesto di Tolomeo e scritto un saggio sull’astrolabio piano. Teone, che aveva osservato e descritto l’eclissi solare del 15 giugno 364, era anche il Rettore del Museo di Alessandria, il principale centro studi della città, e aveva educato la figlia all’astronomia, alla matematica e alla geometria, ma la giovane Ipazia – frequentando la scuola neoplatonica – aveva subito anche influenze teosofiche e occultistiche ereditate da filosofie e religioni egizie e assiro-babilonesi.

È proprio a fianco del padre che la ragazza “debutta” come intellettuale, collaborando ad uno dei suoi libri: è lo stesso Teone a scrivere infatti che la sua edizione del Sistema matematico di Tolomeo è stata “controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”. Si tratta del volume che contiene la teoria astronomica geocentrica destinata a restare in auge fino all’arrivo di Copernico. In astronomia Ipazia finisce per superare il suo stesso padre e maestro. Le sue opere non ci sono arrivate, ma ne conosciamo i titoli: Commentario alla Aritmetica di Diofanto, Commentario al Canone astronomico e Commentario alle sezioni coniche d’Apollonio Pergeo, considerato il suo capolavoro. All’insegnamento delle scienze esatte aggiunge quello della filosofia, commentando Platone, Aristotele e i filosofi maggiori e succede al padre come capo della scuola alessandrina.

La scuola fa riferimento al Museo di Alessandria, fondato settecento anni prima da Tolomeo I, generale di Alessandro Magno e primo re dell’Egitto ellenistico, come centro di studi dedicato alle muse, le divinità protettrici delle scienze e delle arti, e ne fa parte anche la più celebre biblioteca dell’antichità.

Il discepolo più illustre di Ipazia è Sinesio, arrivato da Cirene per assitere alle sue lezioni: filosofo, poeta e oratore, Sinesio diventerà vescovo di Tolemaide, cercando di operare una sintesi tra la dottrina cristiana e il pensiero filosofico neoplatonico, e costruirà un astrolabio “concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra”. “Ipparco – spiega Sinesio – lo aveva intuito e fu il primo a occuparsene ma noi, se è lecito dirlo, lo abbiamo perfezionato mentre lo stesso grande Tolomeo e la divina serie dei suoi successori si erano contentati di uno strumento che servisse semplicemente da orologio notturno”. Un altro strumento costruito seguendo le indicazioni di Ipazia è l’idroscopio, un tubo cilindrico che serve a misurare il peso dei liquidi.

Come Socrate, Ipazia insegna per le strade e tra i suoi ammiratori si annovera anche il prefetto romano Oreste, che cerca spesso il suo consiglio nelle questioni di carattere pubblico. Per Ipazia, infatti, la filosofia non è semplice erudizione, ma “uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità”. “L’Atene di oggi – scrive Sinesio al fratello Evozio – non ha nulla di eccelso a parte i nomi delle località; al giorno d’oggi l’Egitto tiene desta la mente avendo ricevuti i semi di sapienza da Ipazia. Atene, al contrario, che fu un tempo la sede dei sapienti, viene ora onorata solo dagli apicoltori”.

Un busto di marmo della scienziata alessandrina.

Anche dopo aver lasciato Alessandria ed essere diventato cristiano, Sinesio rimane legatissimo a Ipazia, a cui invia lettere piene d’affetto (“Abbraccia per me la venerabilissima e piissima filosofa, il beato coro che gode della divina voce, ma soprattutto il beatissimo padre Teotecno”) e ogni suo scritto prima di pubblicarlo. Quando finisce il Dione, in cui delinea il rapporto tra filosofia e letteratura, lo manda a Ipazia con una lettera: “Se tu ritieni che lo scritto debba essere pubblicato, lo destinerò tanto ai retori quanto ai filosofi: agli uni recherà diletto, agli altri profitto, sempre che non venga respinto da te che hai la facoltà del giudizio”.

“Ipazia era giunta a tanta cultura – scrive Socrate Scolastico – da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”. “La donna – aggiunge Socrate – gettandosi addosso il mantello e uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo”. “Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura – scrive ancora, pochi decenni dopo la sua morte – accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale”.

“Era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente – aggiunge Damascio, un secolo dopo la morte – e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei”. Divenuta un punto di riferimento così imprescindibile per la città di Alessandria, Ipazia si trova quindi a rivestire – suo malgrado – anche un ruolo politico, vivendo da protagonista il momento più caldo degli scontri interreligiosi tra le varie comunità di Alessandria, che si fanno particolarmente cruenti all’inizio del quattrocento.

Quella destinata a diventare una vera e propria guerra civile inizia durante i lavori di trasformazione del tempio di Dioniso in chiesa cristiana, quando vengono alla luce i resti di un tempio segreto dedicato al culto di Mitra. Tra i resti qualcuno sostiene di aver trovato anche teschi umani e i cristiani lo prendono come il segno che in quel luogo venivano svolti sacrifici umani. Il vescovo Teofilo organizza così una processione antipagana in cui vengono fatti sfilare per la città gli oggetti sacri trovati nel tempio; l’atto di dileggio provoca l’ira dei pagani che attaccano i cristiani, provocando una feroce reazione. Scoppia una vera e propria guerra civile, con i cristiani che assediano il tempio di Serapide in cui si sono rifugiati i pagani. Lo stesso imperatore Teodosio II, apertamente filo cristiano, è costretto a intervenire inviando una lettera a Teofilo in cui gli chiede di perdonare le offese recate dai pagani concedendogli, in cambio, la distruzione del tempio e dell’annessa biblioteca.

Ipazia, da parte sua, se sotto il profilo filosofico resta neutrale nei confronti del cristianesimo (scegliendo la corrente del neoplatonismo meno ostile al Vangelo), sotto il profilo politico e sociale non può che guardare alla nuova religione con paura e diffidenza: nel cristianesimo vede fanatismo, violenza, intolleranza. I cristiani di Alessandria non fanno che distruggere templi e biblioteche e azzuffarsi in continuazione con ebrei e pagani. La leader della scuola alessandrina tende così a sostenere – con il neoplatonismo – un sistema eclettico di filosofia che prende il meglio da tutte le filosofie religiose contrapposto al dilagare della nuova religione che vuole, invece, cancellarle.

Cirillo di Alessandria (370-444) è venerato come santo sia dalla Chiesa Cattolica che dalla Ortodossa.

Nel 412 Teofilo muore e al suo posto viene eletto vescovo suo nipote Cirillo, nonostante l’opposizione di buona parte della comunità cristiana che lo considera troppo violento e autoritario. Coetaneo di Ipazia, Cirillo – venerato oggi come santo – incarna alla perfezione la Chiesa che, dopo l’editto di Teodosio del 380 che ne ha fatto religione di Stato, ha iniziato a trasformarsi da perseguitata a persecutrice e assume in città un potere molto maggiore di quanto ne avesse avuto suo zio: con il suo episcopato quello del vescovo di Alessandria diventa un ruolo politico a tutti gli effetti. Cirillo ha persino una sua guardia personale, un vero e proprio corpo di polizia i cui militi vengono detti “parabolani” e riesce a chiudere le chiese eretiche, spogliando il vescovo novaziano di tutti i suoi possedimenti.

D’altra parte Alessandria è una città in pieno fermento culturale e religoso dove si trovano pagani di ogni culto e cristiani di ogni eresia, oltre che molti ebrei. Sono proprio questi ultimi il successivo obiettivo di Cirillo.

Nel 414, durante un’assemblea popolare, alcuni ebrei denunciano al prefetto Oreste il maestro cristiano Ierace accusandolo di seminare discordie. Si tratta del più strenuo sostenitore di Cirillo, “il più attivo nel suscitare gli applausi nelle adunanze in cui il vescovo insegnava”. Ierace viene arrestato e torturato, provocando la ritorsione dei cristiani contro gli ebrei e la conseguente reazione della parte ebraica dando luogo a reciproci massacri.

La reazione di Cirillo è durissima: l’intera comunità ebraica viene cacciata dalla città, gli averi confiscati e le sinagoghe saccheggiate e distrutte. Oreste, indignato, fa arrestare i cristiani responsabili degli attentati alle sinagoghe. A quel punto i cristiani, istigati dal Vescovo, si rivoltano contro lo stesso prefetto: un gruppo di parabolani giunti dal deserto circonda il carro di Oreste e lo insulta chiamandolo “sacrificatore ed elleno” e lanciandogli delle pietre. Uno di loro – chiamato Ammonio – riesce a colpirlo e a ferirlo. La tensione sale alle stelle: un gruppo di pagani, accorsi, disperde i parabolani e cattura Ammonio consegnandolo all’autorità. Oreste fa processare e torturare l’aggressore fino alla morte, ma Cirillo gli tributa solenni onori funebri e lo definisce un martire, come se fosse morto per la fede.

Siamo allo scontro aperto. Oreste si appella all’imperatore Teodosio che però – anche a causa dell’influenza subita dalla sorella cristiana – si rifiuta di intervenire. La situazione precipita nel caos. Cirillo cerca una riconciliazione con Oreste che chiede consiglio a Ipazia.

Cosa abbia risposto Ipazia non lo sappiamo, ma di certo Cirillo è convinto che quella donna non abbia un buon ascendente sul prefetto. Una donna che resta la più importante e autorevole rappresentante del paganesimo, che tiene testa ad ogni uomo smentendo la presunta inferiorità femminile predicata da tutti i padri della Chiesa.

Particolare da La scuola di Atene (1509-1511), Raffaello (Musei Vaticani). Nell’affresco, che rappresenta i più celebri filosofi e matematici dell’antichità, Ipazia è l’unica donna presente.

La donna è “un tempio costruito su una cloaca” aveva scritto Tertulliano, la “porta del diavolo” che dovrebbe “camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l’ignominia e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione”. Proprio una donna è diventata adesso il principale ostacolo al trionfo del cristianesimo ad Alessandria. Quella donna è allora l’incarnazione del male e deve morire.

Quali siano le reali responsabilità di Cirillo nell’assassinio di Ipazia non lo sapremo mai. Ma forse, che sia il vero mandante o solamente il responsabile morale, cambia poco. Quel che è certo è che gli assassini rimarranno impuniti e gli ultimi neoplatonici verranno tolti di mezzo dall’imperatore Giustiniano, che chiuderà la scuola alessandrina nel 529.

Unica matematica donna per più di un millennio, Ipazia sarà la sola figura femminile rappresentata nella “Scuola di Atene” di Raffaello.

Come tutti i giganti della storia, la martire pagana è diventata il simbolo di tutto e del contrario di tutto: c’è chi la vede come un Galileo al femminile – vittima dell’oscurantismo della Chiesa – e chi, tutto al contrario, vede nella sua morte lo scontro fra la cultura antica di cui è stata l’ultima grande esponente e la modernità portata dal cristianesimo.

E se gli anticlericali ne hanno fatto un grande vessillo non è mancato nemmeno, da parte cattolica, chi ha tentato ipotesi a dir poco stravaganti, come Diodata Roero Saluzzo, che nel poemetto in versi Ipazia ovvero Delle Filosofie, pubblicato nel 1827, ipotizza una conversione della filosofa al cristianesimo operata da Cirillo e la sua uccisione da parte di un sacerdote pagano.

Arnaldo Casali

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La battaglia di Crécy

Una immagine della battaglia di Crécy.

È il 1346, e fra il regno di Francia e quello d’Inghilterra è in corso quella che a partire dall’Ottocento verrà chiamata la “guerra dei Cent’anni”. Il conflitto aveva preso il via nel 1337, allorquando il re d’Inghilterra Edoardo III Plantageneto (1312 –1377), già duca di Guienna e dunque feudalmente obbligato verso il re francese, aveva formalizzato la sua opposizione all’ascesa al trono di Francia di Filippo VI di Valois (1293 – 1350): Filippo era stato in effetti solo uno dei candidati alla soluzione della crisi dinastica apertasi nel 1328 alla morte di Carlo IV; lo stesso Edoardo, stanti i legami familiari della madre, Isabella di Francia, avrebbe potuto a buon diritto aspirare alla corona francese.

Beninteso, anche altri fatti avevano partecipato all’avvelenamento del clima fra i due regni, già nei primi anni Trenta: intromettendosi nella turbolenta questione scozzese, Filippo VI aveva infatti offerto riparo e sostegno all’erede legittimo del regno di Scozia, quel giovanissimo David Bruce contro il quale Edoardo III aveva invece sostenuto Edoardo di Balliol. Per di più, per rintuzzare le posizioni della corte plantageneta in merito alla corona francese Filippo aveva ordinato nel 1337 la confisca della Guienna, in risposta alla quale Edoardo aveva sconfessato il proprio omaggio feudale e rivendicato per sé il trono di Francia; due anni più tardi, non prima di essersi assicurato l’appoggio di una parte delle Fiandre e del Sacro Romano Impero, il re d’Inghilterra aveva allestito una prima spedizione armata, che tuttavia si era risolta in un’incursione su suolo francese incapace di risultati significativi. Negli anni immediatamente successivi, il conflitto era proseguito fra occasionali battaglie – in primo luogo quella navale di Sluys, che aveva visto gli inglesi conseguire il controllo della Manica – inconcludenti campagne e lunghe tregue.

Nell’estate 1346 il conflitto subisce un’accelerazione: l’11 luglio Edoardo III salpa dall’isola di Wight alla testa di un esercito di quindicimila uomini, facendo vela verso la Normandia. Da La Hogue muove una scorreria di ampio respiro, ma se da un lato l’armata inglese – efficacemente divisa in più colonne disposte in parallelo fra loro, a disegnare un fronte di diversi chilometri – accumula un grande bottino grazie al saccheggio di Valogne, Carentan, Saint-Lô, Caen, dall’altro lato il mancato coordinamento con la flotta costringe Edoardo a optare per una marcia serrata verso le Fiandre. Giunti sulla Senna, gli inglesi devono fare i conti con la demolizione dei ponti messa in atto dai francesi: non possono che risalire il corso del fiume fin quasi a Parigi, per poi riuscire ad attraversarlo a Poissy il 16 agosto e nuovamente puntare a nord.

Miniatura quattrocentesca della battaglia di Crécy tratta dalle Cronache di Jean Froissart.

La strategia attendista di Filippo VI cede allora il passo alle pressioni della nobiltà al comando dell’esercito francese, che insiste per intervenire: da Amiens un’armata di circa cinquantamila uomini si lancia all’inseguimento del nemico, che affretta il passo e il 24 agosto attraversa la Somme al guado di Blanchetacque. Benché a tre giorni di marcia dalle Fiandre, ormai incalzati dai francesi gli inglesi optano per acquartierarsi nei pressi del villaggio di Crécy-en-Ponthieu, disponendosi lungo un pendio in attesa dell’arrivo dell’esercito francese, che sopraggiunge il 26 agosto.

La battaglia si profila all’orizzonte. Da un lato c’è l’esercito di Edoardo III d’Inghilterra, che la campagna estiva ha ridotto a circa undicimila uomini fra fanti, arcieri e cavalieri. Dall’altro lato c’è l’esercito di Filippo VI: quasi cinque volte più numeroso, guidato da alcune fra le più grandi personalità laiche della Francia e dell’Occidente tutto, forte di un’istituzione militare considerata pressoché invincibile: la cavalleria pesante francese.

Se è vero che la cavalleria, in senso lato, affonda le proprie radici ben prima del Medioevo, è vero anche che è solo a partire dalla fine dell’XI secolo che essa inizia ad assumere quelle peculiarità impresse tutt’oggi nell’immaginario collettivo.

Si pensi alla tecnica guerriera: la cavalleria antica e altomedievale sfruttava il galoppo del cavallo in combinazione ad armi da lancio quali giavellotti ed archi, oppure – più frequentemente – si limitava a impiegare il cavallo per portarsi sul campo di battaglia. Quand’anche non smontava da esso il cavaliere – ma sarebbe forse più opportuno parlare di soldato a cavallo – si trovava ad ingaggiare la mischia in modo di fatto non troppo dissimile dal fante, impiegando mazze, lance relativamente corte o armi da taglio. È solo sullo scorcio dell’XI secolo che la cavalleria compie un salto di qualità, mettendo a punto una tecnica esclusiva in grado di sbaragliare il nemico: la carica con la lancia lunga. Si tratta di una tecnica articolata – figurativamente documentata, ad esempio, nel celebre arazzo di Bayeux, che ha per protagonista la cavalleria normanna trionfante ad Hastings nel 1066 – che per risultare efficace, combinando forza d’urto e precisione del colpo, richiede un allenamento e ancor più un equipaggiamento via via più onerosi, dunque al di fuori della portata delle classi sociali più modeste. Non basta: la carica funziona quando eseguita da più cavalieri ben coordinati fra loro; l’allenamento di gruppo prima, e la battaglia poi, inducono perciò all’affiatamento gli esponenti di quella che nel XII secolo è diventata una conclamata eccellenza militare, capace di distinguersi e di fare la differenza sul campo di battaglia.

La tomba del Principe Nero, figlio di Edoardo III, nella Cattedrale di Canterbury.

Evidentemente, l’evoluzione della figura del cavaliere non può essere ridotta al solo aspetto funzionale. È ancora fra XI e XII secolo che, a partire dalla Francia d’oïl e dall’area anglo-normanna, il concetto di cavalleria si direbbe via via travalicare l’ambito puramente professionale per ammantarsi, in senso ascendente, di una certa valenza sociale. Cavalleria e aristocrazia, che ancora nelle fonti altomedievali appaiono come inequivocabilmente distinte, iniziano con il tempo a compenetrarsi, promuovendo sul lungo periodo lo sviluppo di un complesso sistema di pratiche e di valori condivisi all’origine della cosiddetta etica cavalleresca. Complice l’ampia letteratura in tema del basso medioevo – riflesso e al contempo motore dell’evoluzione della cavalleria – nel corso del XIII secolo la figura del cavaliere sviluppa, a tratti fino all’esasperazione, quei connotati morali non a caso definiti oggi cavallereschi: il coraggio, il senso dell’onore, lo spirito di sacrificio, la solidarietà di corpo. Non si tratta di propensioni astratte: è in questo alveo, ad esempio, che matura la pratica del riscatto riservata ai cavalieri sconfitti, pratica certo non priva di un lampante riscontro economico e tuttavia indice anche di uno sviluppato senso di comune retroterra culturale. Beninteso, non mancano al contempo testimonianze di una certa degenerazione, sia in termini sociali che in termini militari: si pensi all’ostentazione del proprio status che porta il cavaliere a disprezzare chi gli è socialmente inferiore, nonché al personalismo guerriero che vede il cavaliere desideroso a ogni costo di distinguersi in battaglia.

Possibile che, a partire da un simile sistema di valori, nel Trecento la cavalleria sia occasionalmente giunta alla sottovalutazione dell’importanza in battaglia della disciplina di gruppo? Si può in effetti essere tentati di rispondere di sì, tanto più alla luce dell’esito della battaglia di Crécy, che vede l’esercito inglese trionfare su quello francese a dispetto della propria esiguità numerica: un risultato reso possibile dall’adozione di una lucida, efficacissima tattica di posizionamento e impiego delle proprie forze, tattica peraltro già sperimentata in occasione delle guerre scozzesi e in grado di mettere a nudo la scarsa coordinazione del nemico.

Mappa della battaglia di Crécy , The Department of History, United States Military Academy.

La collina lungo la quale si dispone l’armata di Edoardo III è infatti protetta sul fianco destro dal corso del fiume Maye e, ancora oltre, dalla foresta di Crécy: a meno di non volere stralciare la convenzione cavalleresca che trova biasimevole aggirare il nemico da sinistra, i francesi non possono dunque attaccare che frontalmente, perdipiù in salita. Inoltre, gli inglesi disseminano anzitempo il campo di battaglia di trincee e palizzate, così da rallentare – fino a spezzarla – la carica della cavalleria francese. L’armata di Edoardo è infine divisa in tre corpi – anche detti battaglie – composti da fanti e cavalieri smontati da cavallo; gli arcieri vengono collocati non solo ai lati di tali corpi, ma anche – adottata una formazione a cuneo – in posizione d’avanguardia.

L’armata di Filippo si direbbe giungere impreparata allo scontro. Quando appura la posizione degli inglesi essa sta marciando in un ordine che non ha nulla a che vedere con lo schieramento da assumere in battaglia, il che rende oltremodo caotico l’avvicinamento al nemico: retroguardia e avanguardia finiscono per non comunicare, con il risultato che quest’ultima si porta dietro la divisione mediana e continua ad avanzare fino a entrare in contatto visivo con le battaglie inglesi; la confusione prende allora il sopravvento, e la coordinazione fra i comandanti e i cavalieri francesi viene definitivamente meno. L’avvicinamento al fronte nemico dei balestrieri di Filippo – alcune migliaia di mercenari genovesi che, stante il caos in cui versa la colonna francese, si trovano sprovvisti dei propri pavesi – si risolve in un disastro: gli archi lunghi di cui dispongono gli arcieri inglesi hanno infatti una gittata superiore a quella delle balestre genovesi, e hanno dunque buon gioco a mettere in rotta queste prime schiere nemiche. La ritirata in disordine dei balestrieri finisce perdipiù per impedire qualsivoglia manovra all’avanguardia della cavalleria francese, che a sua volta diviene bersaglio delle frecce inglesi contribuendo a paralizzare l’offensiva del proprio esercito, la cui disposizione sul campo di battaglia ha ormai rinunciato a qualsivoglia criterio tattico. Nell’arco di quattro o cinque ore, una dopo l’altra le schiere dei cavalieri di Francia vedono i loro ranghi decimati e la loro carica spezzata, e a poco servono le estemporanee sortite con le quali alcune personalità riescono a portarsi fra le fila nemiche. I cavalieri di Filippo che cadono feriti sul campo di battaglia sono finiti con il coltello dai fanti di Edoardo, e questo del tutto a prescindere dall’opportunità dell’abituale riscatto.

Edoardo III conta i morti dopo la battaglia di Crécy, Jean Froissart, Chroniques (Vol. I).

Il bilancio di Crécy è tanto buono per l’Inghilterra quanto drammatico per la Francia: le perdite francesi sono ingenti, il prestigioso comando dell’esercito è pressoché azzerato, l’invincibile cavalleria di Filippo VI è a pezzi. Più ancora che il dato numerico, l’esito della battaglia porta alla luce tutti i limiti – alcuni intrinseci, altri sviluppati con il tempo – della cavalleria pesante: una dolorosa lezione che la Francia, nel corso dei centosette anni che mancano alla conclusione in sordina della cosiddetta “guerra dei Cent’anni”, si sentirà ripetere ancora.

La cavalleria medievale non finisce nel 1346 a Crécy, ma è certo anche qui che si consuma lo scarto fra immaginario cavalleresco e nuova, severa realtà bellica.

Jacopo Mordenti

Tratto dal n° 79 di Storica National Geographic

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Castel dell’Ovo, un simbolo

Castel dell’Ovo sorge su un antico isolotto formato da due scogli uniti da un arco naturale. Da secoli è stato collegato alla terraferma da un corridoio, che ora è il bel viale di ingresso al castello.

Sorretto da un uovo nascosto nelle sue segrete, sorge da un unico blocco di tufo su un’isola che non c’è.

Castel dell’Ovo è a guardia del golfo di Napoli da oltre un millennio, baluardo tra la potenza del mare e quella del fuoco, acquattato sotto il vulcano alle sue spalle.

Luogo leggendario, raffinata villa luculliana, carcere, monastero, fortezza e sede di talismani alchemici, la cittadella murata è anche e soprattutto un simbolo. Che si è evoluto nel tempo e che ogni volta è diventato emblema di un’epoca.

Nell’Antichità rappresentò il mito. Incarnato dalla sirena Partenope, che per il rifiuto di Ulisse si lasciò spiaggiare morente sulla rena di Megaride, piccola isola di due scogli gemelli che diverrà il basamento del castello. L’antichissimo culto, nato nella Grecia orientale approdò così sulla costa tirrenica. La sirena trovò sepoltura nell’isola e genti cumane la colonizzarono. Per fondare, sulle alture di Pizzo Falcone e Monte Echia, il primo nucleo di Partenope, la città antica riemersa nel 1949 con gli scavi di Via Nicotera. Era il VII secolo a.C.

In epoca romana divenne l’emblema dei fasti aristocratici della repubblica. Neapolis, la città nuova costruita a valle di Partenope dal IV secolo a.C. e annessa a Roma dal 326 a.C., piacque a Lucullo (117-56 a.C.). Il console, passato alla storia per i deliziosi convivi e i sollazzi gastronomici, apprezzò in particolare quei due scogli al centro del golfo e ne fece le fondamenta di una splendida villa. Megaride smise allora di essere un’isola. Un corridoio la collegò alla terraferma dove eleganti giardini, che si estendevano fino a Pizzo Falcone e Monte Echia, videro fiorire per la prima volta in Europa ciliegi e peschi importati dalla Persia. Plutarco ricorda i celebri banchetti: “Vi erano d’obbligo, come antipasti, frutti di mare, uccellini di nido con asparagi, pasticcio d’ostrica, scampi. Poi veniva il pranzo vero e proprio: petti di porchetta, pesce, anatra, lepre, pavoni di Samo, pernici di Frigia, morene di Gabes, storione di Rodi. E formaggi, e dolci, e vini”. I cibi erano serviti nella dimora sul golfo al bordo di laghetti pullulanti di pesci e lungo moli che si protendevano sul mare. Lucullo portò nella villa anche collezioni di monete, quadri e sculture raccolte nei suoi numerosi viaggi e costruì una grandiosa biblioteca che contava un numero incredibile di manoscritti ed era aperta a tutti. Megaride divenne un raffinato centro di incontro di studiosi e letterati.

Poi Megaride vide la fine di un impero e il principio di un’epoca. Nel periodo tardo antico divenne la prigione di Romolo Augustolo (461-dopo il 511), l’ultimo imperatore di Roma, sulla cui data di deposizione in Italia si fa iniziare il Medioevo. Romolo era figlio di Flavio Oreste, un generale romano di origine barbara e, al contrario del padre, poteva sedere sul soglio imperiale perché sua madre era di stirpe romana. Nel 475 Oreste depose Giulio Nepote (che regnò per un anno) e mise sul trono il giovane figlio per governare in suo nome. Ma pochi mesi dopo lo sciro Odoacre catturò e uccise Oreste. E, il 4 settembre del 476, si liberò anche di Augustolo, il piccolo imperatore. Il ragazzo venne confinato nel Castellum lucullanum, l’antica villa dei tempi della repubblica. E di lui non si seppe più nulla.

Agli albori del Medioevo il Castellum cambiò radicalmente la sua funzione e divenne un cenobio, luogo di vita sociale (dal greco κοινός, comune e βίος, vita) per una piccola comunità di preghiera devota a Santa Patrizia (ca.664-685). Sembra che la santa, ora sepolta nella chiesa di San Gregorio Armeno al centro di Napoli, sia stata accolta e rifocillata proprio qui in seguito a un naufragio. Compatrona della città insieme al celebre San Gennaro, Patrizia era una nobildonna bizantina fuggita da Costantinopoli per evitare il matrimonio che le imponeva l’imperatore Costante II e seguire la vocazione alla preghiera e all’assistenza. Al suo culto è legato il prodigio della liquefazione del sangue, come per San Gennaro. Secondo la tradizione, il miracolo si ripete nel giorno della sua morte, avvenuta il 25 agosto 685 tra le mura dell’antico edificio.

La Sala delle Colonne. Di età romana, fu probabilmente convertita in refettorio quando la Villa di Lucullo diventò un monastero.

Nel secolo VIII il cenobio si trasformò in un vero e proprio monastero, dimora di seguaci di un leggendario ordine: quello dei basiliani. Giunti sulle coste della penisola per sfuggire alla furia iconoclasta dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico (675-741), che nel 726 ordinò la distruzione delle immagini sacre in tutte le province dell’Impero con azioni che costarono la vita a diversi monaci, i basiliani sbarcati sul golfo trovarono rifugio tra le mura di tufo di Megaride. E le elessero a luogo di preghiera e lavoro, dove si rispettava la regola di San Basilio Magno (329-379). Vescovo e teologo della Cappadocia, Basilio fu tra le figure di spicco del monachesimo cristiano. E’ riconosciuto come padre degli ordini conventuali orientali, gli storici gli attribuiscono anche un grosso peso nello sviluppo di quello occidentale, soprattutto grazie alla sua regola, che fu di ispirazione per San Benedetto. La splendida Sala delle Colonne, che conserva blocchi di pietra cilindrica usati in epoca romana per abbellire la villa di Lucullo, divenne il refettorio dove monaci e monache consumavano i pasti, mentre i cunicoli e le cellette scavati nel tufo, i romitori basiliani, servivano per pregare e riposare. Nel Cenobio in insula maris, indicato in quel periodo anche col nome di isola di San Salvatore, venne edificata la chiesa del Salvatore, di cui restano visibili deboli tracce. Il monastero era un fiorente centro di cultura, nel quale i monaci si dedicavano a copiare codici e creare preziose raccolte. Agli amanuensi del Cenobio luculliano veniva affidata la trascrizione di pergamene dalle più importanti raccolte conventuali e il richiamo che esercitò questa schola scriptoria conferì all’intera città un ruolo notevole tra i centri più importanti della cultura occidentale. Secondo alcune fonti, il monastero conservava anche parte del tesoro della biblioteca di Lucullo, con il quale si contribuì alla diffusione delle opere dell’antichità classica.

Poi il castello cambiò ancora volto. Gli emiri arabi, presi il nord Africa e la penisola iberica, iniziarono a sferrare attacchi contro le coste dell’Italia meridionale. Avevano già strappato il controllo del Mediterraneo ai Bizantini e la penisola era l’ovvia preda seguente. Le incursioni, i saccheggi e i rapimenti sulle coste determinarono l’occupazione e la fondazione di centri da utilizzare per la penetrazione verso l’interno. Tra le prime conquiste ci furono Ischia, Ponza e Lampedusa. Bizantini e Carolingi allora, cominciarono a dotarsi di flotte militari e acquartierarono una importante base della controffensiva a Napoli, ducato autonomo sotto l’autorità formale di Costantinopoli. I monaci abbandonarono Megaride, che da cenobio divenne castrum, una struttura difensiva di grande importanza strategica per la città.

L’interno del castello, dove sarebbe ancora nascosto l’uovo magico di Virgilio.

Tra i secoli IX e XI le funzioni difensive del castrum furono rafforzate. Il primo documento in cui è citato come forte risale al 1128. Si tratta di un accordo tra Sergio VII (†1137), ultimo duca di Napoli, e la repubblica di Gaeta. Sotto la minaccia dell’invasione normanna, il duca giura pace a Gaeta a nome suo e dei suoi sudditi, tra i quali sono elencati anche gli abitanti dell’Arce del Salvatore. Pochi anni dopo la fortezza diventerà sede non solo militare, ma anche regia. La salita al trono di Ruggero II d’Altavilla (1095-1154) nel Regno di Sicilia, porterà i normanni alla conquista di tutta l’Italia meridionale e lo stesso Ruggero farà del castello la sua “principale stanza” nella penisola dove, al suo ingresso in città, terrà il parlamento generale ai napoletani.

Il castrum restò una delle maggiori sedi continentali del Regno di Sicilia per tutta la dominazione normanna. Guglielmo I di Sicilia (1131-1166), detto il Malo, lo fece restaurare e ampliare ed è di questo periodo la costruzione della torre poi detta di Normandia, attribuita a un architetto di nome Buono. Delle quattro torri menzionate nel corso della storia all’interno delle mura fortificate, oggi restano identificabili solo questa, nel lato sud del castello, e la torre di Mezzo, in posizione centrale. Le altre due (torre Colleville sul lato nord e torre Maestra al centro) si conoscono solo grazie al Vasari, secondo il quale Federico II di Svevia (1194-1250) nominò esecutore di ulteriori lavori di consolidamento il Fuccio, architetto e scultore fiorentino, se non addirittura Nicola Pisano. Federico fece del forte anche una sede del tesoro reale, dove raccolse reperti di epoca greca e romana, eleggendo il castrum a museo archeologico ante litteram.

La miniatura del Codice dell’Ordine del Nodo che raffigura Castel dell’Ovo.

Per quanto riguarda l’assetto del castello nel Trecento, la fonte più preziosa di informazioni è la Miniatura del codice dell’Ordine del Nodo, realizzata nel 1352 e conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Nel disegno, solo la torre campanaria è cilindrica, mentre tutte le altre presentano pianta quadrata, merlatura terminale con balestriere e coperture a solaio. La struttura del castello è tipica dell’epoca normanno-sveva, a foggia di cittadella fortificata.

L’Arce del Salvatore continuò ad essere utilizzata principalmente come struttura difensiva anche dagli Angioini. Ed è durante la loro dominazione su Napoli (1266-1442) che compare per la prima volta il riferimento all’uovo. In relazione a lavori eseguiti, la fortezza viene infatti citata come “Chastel du Salvateur eu mer de Naple, qui est dit communement chastel d’euf”. La denominazione trova riscontro nella Cronica di Partenope, un testo anonimo del XIV secolo in cui, tra i diciassette capitoli dedicati alla descrizione dei prodigi che il vate Virgilio (70-19 a.C.) avrebbe compiuto per i napoletani, c’è la collocazione nelle segrete del castello di un uovo magico. Dall’integrità di quest’uovo, immerso in una caraffa di vetro protetta da una gabbia metallica, sarebbe dipeso per sempre il destino della città.

Il valore della leggenda dell’uovo per i napoletani è chiarita da un episodio avvenuto durante il tempo di Giovanna d’Angiò (ca. 1327-1382) che nel 1343, non ancora diciottenne, ereditò il Regno di Napoli. Nel corso di un tentativo di espugnare il regno, Ambrogino Visconti (dei Visconti di Milano) venne imprigionato a Castel dell’Ovo, ma riuscì a evadere grazie al crollo dell’arco naturale che univa da secoli i due scogli di Megaride. Il castello subì danni pesanti e la vista delle rovine convinse la popolazione a credere che Ambrogino avesse rotto l’uovo, che il castello fosse crollato per questo e che il destino di Napoli fosse inevitabilmente segnato. Per riprendere il controllo della città, Giovanna fu costretta a giurare di aver sostituito l’uovo magico con un altro. Può darsi che i danni di quel periodo siano in realtà da attribuire a un maremoto, che intorno alla metà del Trecento viene ricordato nelle cronache di Napoli come una grande calamità per buona parte dell’area partenopea.

Virgilio in un mosaico del III secolo (Museo del Bardo, Tunisi).

Nel XIV secolo comunque, Castel dell’Ovo è già profondamente legato alla figura di Virgilio, del quale Napoli tramanda in particolare le eccezionali facoltà taumaturgiche. A partire dal V sec. d.C. (con la Vita virgiliana riproposta da Svetonio del grammatico Donato) e con rinnovata attenzione dal Duecento in poi, biografia e leggende del poeta romano si fondono indissolubilmente. Il vescovo di Hildesheim Corrado di Querfurt ad esempio, in una lettera del 1196 ad Arnoldo di Lubecca, attribuisce la conquista di Napoli al fatto che il il piccolo modello della città costruito da Virgilio, contenuto in una bottiglia di cristallo, si fosse incrinato.

La guida di Dante nella Commedia fu dunque un nume tutelare per Napoli, che protesse così bene tanto da essere considerato il suo primo patrono, predecessore di San Gennaro. Secondo la tradizione, in tutta l’area dai Campi Flegrei a Napoli ci sono segni del suo intervento prodigioso. Molti hanno a che fare con l’acqua, come la costruzione dei bagni termali di Baia e Pozzuoli e il prosciugamento di paludi insalubri che portavano la peste o l’incanto di acque sorgive che acquistarono il potere di guarire ogni malattia. Altri con gli animali, come la generazione di una mosca e di una sanguisuga d’oro capaci di tenere lontani i corrispettivi naturali che infestavano Napoli, o la forgiatura di un cavallo di metallo che aveva la virtù di guarire quelli veri. Dall’attribuzione di queste azioni magiche, anche le opere di Virgilio acquistarono valore oracolare: vennero chiamate sortes virgilianae e tramandate e interpretate cristianamente. Fu così che Virgilio assunse una veste profetica, esaltata dall’annuncio, dato nella quarta egloga delle Bucoliche quarant’anni prima della nascita di Cristo, della venuta di un divino puer che avrebbe segnato l’inizio di un’età di pace e di serenità.

Le sue spoglie, storicamente traslate a Napoli dopo la morte avvenuta a Brindisi e custodite in un tumulo ancora visibile sulla collina di Posillipo, furono profanate durante il regno di Ruggero il Normanno. E secondo una leggenda, sarebbero state murate a Castel dell’Ovo. Il re infatti conquistata Napoli dopo un lunghissimo assedio, avrebbe permesso a un medico inglese di aprire il sepolcro del poeta. Ma i cittadini riuscirono a trafugare le ossa fino a Castel dell’Ovo e consegnarono solo i libri con le formule magiche che erano stati sepolti con Virgilio. Per rassicurare i napoletani, le preziose reliquie rimasero visibili attraverso una grata per un certo tempo e poi murate. In ogni caso, il sepolcro del poeta lungo la via Puteolana, meta di pellegrinaggio già dal I secolo d. C., continuò ad essere luogo di culto popolare, che da pagano si è poi trasformato in cristiano con la celebre festa di Piedigrotta.

Castel dell’Ovo visto da occidente. Sull’altro lato, protetta dalle possenti mura, una tranquilla baia ospita il variopinto quartiere Borgo Marinari e alcuni club nautici.

Nel corso dei secoli, l’architettura di Castel dell’Ovo è stata modificata ampiamente e le sue funzioni sono cambiate ancora anche se, per la posizione e l’imponenza, fu spesso destinato a carcere. Tra i tanti, vi fu imprigionata la stessa Giovanna d’Angiò nel 1381, il condottiero spagnolo Pietro Navarro (che però il 2 luglio del 1503 riuscì a espugnare il castello grazie all’utilizzo delle mine), il filosofo Tommaso Campanella nel XVI secolo e Francesco De Sanctis dal 1850 al 1853.

Con l’unità d’Italia il castello divenne un presidio della Marina militare e fu utilizzato per la difesa della costa. Dopo la grande epidemia di colera della fine dell’Ottocento, nel periodo del risanamento urbanistico che cambiò volto a molti quartieri storici di Napoli, Castel dell’Ovo rischiò addirittura di scomparire per sempre: un progetto del 1871 ne prevedeva l’abbattimento per far posto ad un nuovo rione. Ma per fortuna non se ne fece nulla. Dopo gli interventi di restauro del terremoto del 1980, è passato dal ministero della Difesa a quello dei Beni culturali e poi al Comune di Napoli.

Oggi, sede della Direzione regionale per i Beni Culturali della Campania, è simbolo della storia e della bellezza di questa terra. Nelle grandi sale, che sono visitabili, si svolgono mostre, convegni e manifestazioni. Parte dello storico rione di Santa Lucia, è adiacente all’incantevole porticciolo turistico del Borgo Marinari, animato da ristoranti e bar e sede storica di alcuni tra i più prestigiosi circoli nautici napoletani.

Daniela Querci

L’incantevole Golfo di Napoli.

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Luigi l’ignavo, re dei Franchi

L’albero genealogico dei carolingi da una cronaca del XII secolo. I sovrani sono rappresentati come se si affacciassero alle finestre di un castello: in alto Arnolfo, vescovo, fondatore della dinastia, sotto Pipino e sotto ancora Carlo Magno.

Ignavo, indolente, infingardo, fannullone. Non ha lasciato dietro di sé una fama troppo eroica, re Luigi V di Francia, cui spetta un singolare primato: nel suo breve regno non ha combinato assolutamente nulla, ed è ricordato solo per essere stato l’ultimo sovrano della dinastia dei carolingi.

Una stirpe che aveva preso il potere in Francia nel 750, quando Pipino III detto “Il breve” era stato incoronato re da papa Stefano II, che aveva deposto e fatto rinchiudere in monastero l’ultimo dei merovingi: Childerico III detto l’idiota o il fantasma.

Insomma, sembra una tradizione dei sovrani franchi, quella di concludere gloriose dinastie con sovrani additati come “inutili” e sostituiti da nuovi condottieri.

Con Carlo Magno, a partire dall’800 la stirpe dei carolingi è diventata titolare di un impero che copre tutta l’Europa centrale e che dopo la morte del figlio di Carlo, Ludovico il Pio, viene spartito tra i suoi tre figli: Lotario, Ludovico II e Carlo II.

Lotario, padre di Luigi, ha ereditato un regno dove i grandi magnati si prendono terre, diritti ed incarichi senza alcun riguardo per l’autorità di un sovrano che non ha più nemmeno il potere di destituire i nobili e recuperare i feudi assegnati.

Sin dalla sua incoronazione Lotario è stato impegnato in guerre e trattative per mantenere la stabilità del regno: tra queste c’è stata la cessione di Parigi a Ugo Capeto, figlio di Ugo il grande, duca di Borgogna.

Proprio grazie al sostegno di Ugo, Lotario ha cercato di espandersi in Germania entrando in guerra con Ottone di Sassonia. Non ha potuto invece prestare aiuto al re Borrel di Catalogna quando Barcellona è stata invasa dal Califfo di Cordova, contribuendo così alla spaccatura tra la marca di Spagna e quella di Francia.

Già in questo periodo Gilberto D’Aurillac, destinato a diventare il primo papa francese nel 999 con il nome di Silvestro II, scrive che Ugo Capeto è il re di fatto, mentre Lotario lo è solo di nome. Dal matrimonio con Emma, figlia del re d’Italia, nel 967 è nato Luigi che l’8 giugno 979, domenica di Pentecoste, viene incoronato re dei franchi nell’abbazia di Saint-Corneille de Compiègne da Adalberone, arcivescovo di Reims, e associato al trono dal padre. Sarà, in realtà, proprio lo stesso Adalberone – benedettino, riformatore del monachesimo francese, maestro di Gilberto d’Aurellac e sostenitore di Ugo Capeto – il principale nemico di Luigi.

Quando Lotario muore, il 2 marzo 986 inizia l’effettivo, brevissimo regno di Luigi V, che deve fare i conti, oltre che con le ambizioni di Capeto, anche con Ottone e il Sacro romano impero di Germania.

Appena un anno dopo, il 21 maggio 987, Luigi muore a causa di una caduta da cavallo avvenuta durante una partita di caccia (ma c’è chi parla di avvelenamento, forse addirittura per mano della madre). Oltre a non aver lasciato imprese memorabili, Luigi non lascia nemmeno un erede legittimo: il regno di Francia viene così rivendicato dallo zio Carlo, duca della bassa Lorena. Tutto il clero, però, capeggiato da Adalberto e Gilberto d’Aurellac, si schiera dalla parte di Ugo Capeto, discendente dei Robertingi e re di fatto del paese. Si estingue così, dopo trecento gloriosi anni, la dinastia dei carolingi, che cede il passo a quella destinata a governare la Francia per quasi mille anni.

Luigi V in una miniatura.

I capetingi regneranno infatti fino al 1792 quando – con la Rivoluzione francese – Luigi XVI viene arrestato, imprigionato e successivamente decapitato. Dopo la caduta di Napoleone Bonaparte, però, i capetingi tornano sul trono di Francia con Luigi XVII per lasciarlo definitivamente nel 1830 con la seconda Rivoluzione francese.

Nonostante le poche cose da raccontare sulla sua vita, nel 1843 il re fannullone riuscirà a diventare protagonista di “un’opera seria da rappresentarsi nel teatro del re” in occasione del carnevale, pubblicata dalla tipografia di Luigi Brambilla di Milano, musicata da Alberto Mazzuccata, ambientata a Laon e interpretata da Luigi Donati nel ruolo del carolingio.

L’opera si apre proprio con la presa del potere di Luigi, che grida vendetta contro i traditori che hanno ucciso il padre. Subito dopo, però, il re si trova alle prese con la fidanzata Bianca, principessa di Aquitania, che rifiuta di sposarlo perché innamorata di un altro uomo: Addo, luogotenente dello stesso re. Il quale, a sua volta, è innamorato di Edita, sorella di Bianca.

L’opera si conclude con il suicidio di Bianca di fronte a un impotente Luigi, ignavo anche in amore.

Arnaldo Casali

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Il Cammino dei protomartiri francescani

Il Cammino dei Protomartiri francescani, promosso da Compagnia dei Romei, Regione Umbria, Sviluppumbria e Provincia di Terni, è un percorso di cento chilometri alla scoperta di alcuni dei luoghi più suggestivi dell’Umbria. Diviso in sei tappe, il percorso si snoda tra le città e i borghi di Terni, Stroncone, Calvi dell’Umbria, Narni, San Gemini e Cesi, e tocca i luoghi natali dei Santi Protomartiri.

Il progetto, coordinato da Sviluppumbria, fornisce lo spunto per la riscoperta delle origini francescane di una porzione ancora segreta del territorio ternano, contribuendo allo sviluppo del turismo religioso e spirituale anche in questa area della regione. A guidare i pellegrini, una fitta rete segnaletica, in legno metallo e ceramica, su alberi, sentieri, palazzi dei centri storici ed edifici adibiti all’accoglienza. I visitatori potranno scegliere tra un’ampia selezione di strutture e alloggi: strutture agrituristiche, alberghi, B&B, affittacamere. Maggiori informazioni su Sviluppumbria | Il cammino dei protomartiri francescani.

Approfondimenti | I cinque ostinatissimi protomartiri francescani

Francisco Henriques, Mártires de Marruecos, 1508, Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona

Ottone Petricchi da Stroncone, Berardo dei Leopardi da Calvi, Pietro dei Bonati da San Gemini, Adiuto e Accursio Vacutio da Narni. Sono i cinque frati francescani che, uccisi in Marocco nel 1220, divennero i primi martiri dell’ordine fondato dal Poverello di Assisi.

Venerati da subito come santi dai propri confratelli (e con un certo disappunto, sembrerebbe, da parte dello stesso Francesco che ne proibì la celebrazione e anche la lettura della Cronaca) i cinque protormartiri francescani sono stati studiati a fondo dal francescanista ternano Paolo Rossi, che nel 2001 ha pubblicato il volume “Francescani e Islam: i primi cinque martiri” (Intra Tevere et Arno editore).

I cinque fraticelli erano nati tutti in una delle zone più “battute” da Francesco, che transitò nella valle ternana almeno cinque volte dal 1209 al 1226, soggiornando a Terni, Piediluco, Collescipoli, Stroncone, Sant’Urbano, Calvi, Narni, San Gemini, Cesi, Acquasparta, Amelia, Lugnano, Alviano, Orvieto e Baschi.

“Per la famigliarità e santa conversazione ch’ebbero li buoni giovani Berardo e Pietro con san Francesco – narra Ludovico Iacobilli in “Vite de’ santi e beati dell’Umbria”, scritto nel 1647 – divennero in breve perfetti religiosi e meritarono ch’esso santo patriarca l’amasse e l’elegesse ad imprese grandi, particolarmente per essere Berardo divenuto ottimo sacerdote e gran predicatore nella lingua arabica”.

Inviati a predicare agli “infedeli”, i cinque frati arrivarono a Coimbra, in Portogallo, nell’autunno del 1219 con l’intento di salpare per il Marocco. Ospitati nel monastero agostiniano di Santa Croce, qui conobbero Ferdinando da Lisbona, che dopo il martirio, alla vista dei loro corpi maciullati, deciderà di entrare nell’ordine francescano diventando Antonio da Padova. Nello stesso anno anche Francesco decise di intraprendere un viaggio in terra islamica, con un esito però ben diverso da quello che aspettava i cinque frati umbri: il fondatore dell’ordine arrivò in Egitto, a Damietta, e riuscì a incontrare il sultano Malek Al-Kamil senza convertirlo e senza essere ucciso: il sereno e pacifico confronto, diventerà uno dei più straordinari gesti di pace nella storia del dialogo tra Cristianesimo e Islam.

La storia dei cinque protomartiri francescani, iniziò invece durante il capitolo di Pentecoste di quell’anno, al quale aveva preso parte – come osservatore – anche San Domenico con sette suoi frati. Durante la grande assemblea era stato affrontato il tema delle missioni in terra islamica: l’anno precedente, infatti, frate Egidio e frate Eletto erano partiti alla volta della Tunisia: il primo era stato fermato dagli stessi cristiani – che temevano rappresaglie – e imbarcato su una nave per l’Italia. Frate Eletto invece, molto giovane e gracile, era rimasto nel paese musulmano, dove sarebbe morto tragicamente.

La sua scomparsa aveva galvanizzato i frati, dando nuovo impulso alle missioni all’estero: ecco dunque che al capitolo di Pentecoste vennero decise le nuove partenze per la Germania, la Francia, l’Ungheria e la Spagna, che doveva servire da ponte naturale per il Marocco, verso cui lo stesso Francesco aveva già tentato invano di avventurarsi.

Iniziò così l’avventura di Berardo, Pietro, Ottone, Adiuto, Accursio e Vitale. “Figli miei diletti – aveva detto Francesco a detta del Martyrum quinque fratrum minorum apud Marochium scritto, secondo la tradizione, nel 1221 – Dio mi ha ordinato di mandarvi nel paese dei Saraceni per confessarvi e predicarvi la sua fede e combattere la legge di Maometto”. “Anche io – aveva aggiunto – andrò tra gli infedeli in un’altra regione e invierò altri frati in ogni parte del mondo. Preparatevi, dunque, figli miei, a compiere la volontà del Signore”.

Ad essere costituito superiore fu frate Vitale. Dopo un commosso addio a Francesco i frati lasciarono alle loro spalle la Porziuncola incamminandosi in direzione della Spagna. “L’Africa sconosciuta si presentava davanti a loro – scrive Rossi – c’era Maometto che nelle Chanson de geste, negli scritti di Pietro il Venerabile e nei discorsi dei pontefici era additato come l’anticristo, la bestia dell’apocalisse, il mostro dalla testa d’uomo, il collo di cavallo e il corpo di uccello e c’erano i saraceni, qualificati in quei tempi come “gente turpe, degenere, serva dei demoni”.

Un lungo viaggio aspettava i cinque fraticelli. Nella primavera del 1219 fecero tappa in Toscana, dove avevano vissuto negli ultimi cinque anni. Si fermarono a Firenze, poi procedettero verso Lucca, Lerici, Genova, Alessandria. Da qui continuarono per Asti, Susa, Moncenisio. Poi entrarono in Francia nel Delfinato e finalmente raggiunsero il valico franco-spagnolo di Roncisvalle e insieme a altri pellegrini entrarono nel regno di Navarra e successivamente in quello di Aragona.

La chiesa del monastero di Santa Croce a Coimbra, dove le reliquie dei protomartiri rimasero fino agli inizi di questo secolo.

Qui, però, Vitale – il frate che guidava il gruppo – si ammalò gravemente. Dopo qualche giorno, racconta Iacobilli, forte della sua autorità, rivolgendosi ai suoi compagni esclamò: “Fratelli carissimi non voglio che la mia malattia ostacoli la nostra missione. Può darsi che il Signore non mi giudichi degno, a causa dei miei peccati. Proseguite dunque il cammino”. Dopo un’iniziale resistenza, i cinque accettarono di ripartire. Ad assumere la guida del gruppo fu frate Berardo. Entrati in Portogallo, giunsero a Coimbra dove nel convento di Santa Croce conobbero il futuro Antonio da Padova e furono ospiti della regina Urraca.

“Lasciata Coimbra – scrive Rossi – scesero verso il sud del Regno, raggiungendo Alanguer, e là si presentano alla principessa Sancia”. Fu proprio lei che, ammirata dal desiderio di martirio dei cinque frati, decise di aiutarli e offrì loro degli abiti borghesi da indossare al posto delle tuniche. Sancia infatti intuì da subito che vestiti da predicatori i cinque frati non sarebbero andati lontano: gli stessi commercianti cristiani li avrebbero allontanati per non mettere in pericolo gli affari con i mori.

Fu dunque sotto falsa identità che gli aspiranti martiri riuscirono a penetrare in territorio saraceno, a Siviglia: “Là incontrarono un buon cristiano il quale li accolse nella propria abitazione, dove rimasero nascosti alcuni giorni. Dopo circa una settimana, usciti dalla clausura senza guida né consiglio alcuni, si diressero alla moschea principale con l’intenzione di entrarvi”. I saraceni, vista la scena, prima furono colti da stupore, poi pervasi di rabbia li cacciarono con grida furiose, ricorrendo a pugni e bastonate.

L’Alcazar, il palazzo reale di Siviglia, dove i frati entrarono e pretesero un colloquio con il sultano.

I colpi subiti e l’insuccesso però non avvilirono i propositi dei cinque. Al contrario, fecero crescere in loro la febbre del martirio: incoraggiandosi vicendevolmente, i frati si avvicinarono alla porta del palazzo reale, decisi ad entrare e predicare davanti allo stesso califfo.

Il principe moro, figlio del Califfo, sbarrò loro il passo. “Da dove venite?” “Veniamo da Roma”. “E cosa cercate qui?”, “Vogliamo parlare con il sultano di cose che interessano lui e tutto il suo regno”. “Avete delle credenziali?”. “Il messaggio affidatoci non lo portiamo per iscritto, esso è scolpito nella nostra mente e fissato nelle nostre parole”. Il principe si propose di fare da mediatore, ma i frati insistettero nel voler parlare con il sultano, che dopo aver ricevuto dal figlio i dettagli di quel serrato dialogo, decise di riceverli. “Di quale paese siete? Chi ha inviati? Per quale motivo siete venuti?” “Chi ci invia è il Re dei Re, nostro Dio e Signore, e ci invia per la salvezza della tua anima. Abbandona la falsa setta dell’infame Maometto, abbraccia la fede del Signore Gesù Cristo e battezzati: solo così facendo ti potrai salvare”. “Uomini malvagi e perversi! – rispose con rabbia il sultano – dite questo a me solo o a tutto il popolo?”. “I cinque – scrive Paolo Rossi in Francescani e Islam – nel constatare che era già scoppiata la desiderata tempesta, insistettero: “Sappi o re, poiché sei il capo del falso culto e dell’iniqua legge di quel Maometto ingannatore, sei peggiore degli altri e ti aspetta all’inferno una pena maggiore”. Il sultano, colmo d’ira, ordinò l’immediata decapitazione degli imprudenti religiosi. Ma la loro reazione fu la gioia: “Questa sì che è fortuna fratelli! Abbiamo trovato quello che stavamo cercando. Non ci resta che perseverare, senza il minimo timore di morire per Cristo”. “Il principe, che aveva assistito alla singolare scena – spiega Iacobilli – suggerì loro: “Disgraziati! Perché tutto questo desiderio di morire così da codardi? Seguite il mio consiglio: smentite quanto avete detto sulla nostra legge e contro il profeta di Dio, Maometto: fatevi saraceni e continuerete a vivere: provvederemo inoltre a procurarvi immense ricchezze”. “Disgraziato tu – risposero i frati – se conoscessi quali e quanti tesori ci aspettano nella vita eterna per il fatto di morire in questo modo, non penseresti assolutamente di offrirci tali beni fugaci”.

A questo punto, spiega Iacobilli, il principe ebbe pietà di “quella pazzia così rara” e tornato dal padre, cercò di calmarne lo sdegno del sultano e gli ricordò che la legge prevedeva che prima di una condanna a morte venissero consultati gli anziani. Il sultano si calmò, ma come primo provvedimento ordinò che i cinque venissero isolati sul terrazzo di un’alta torre. Con scarsi risultati: “Essi, presala per un pulpito, con ancor più accesa febbre di martirio gridarono ai passanti la verità della fede cristiana e la falsità della fede islamica. Il sultano venuto a conoscenza del fatto, li fece rinchiudere nella prigione sotterranea della torre”. Poi li chiamò per un nuovo faccia a faccia, cercando di convincerli a desistere dal loro proposito. Infine, convintosi che il tentativo è inutile, convocò il Consiglio dei saggi e degli anziani del regno. Ma i cinque frati “inflessibili, approfittarono di quell’assemblea per annunciare con fermezza la loro fede. A questo punto il re, deciso a porre fine a quell’ingrata sfida, ordinò l’immediato esilio di quei pazzi frati”.

Intuendo che se li avesse inviati in Portogallo o in Castiglia, una volta oltrepassata la frontiera i cinque sarebbero stati capaci di tornare nel suo regno, il Califfo li mise sulla strada per il Marocco, tanto più che in quei giorni doveva salpare per l’Africa l’infante don Pedro, fratello del re di Portogallo e di donna Sancia che – in attrito con Alfonso II – era passato alle dipendenze dei Mori pur mantenendo fede alla religione cattolica. Fu dunque Pedro, grande ammiratore dei francescani, a condurre i cinque nella sua abitazione e a ospitarli.

Marrakech fu un’altra tappa nel cammino dei cinque ostinatissimi francescani.

Arrivati a Marrakech i cinque frati ripresero a predicare; fu in particolare frate Berardo, discreto conoscitore della lingua araba, a lanciare strali contro l’Islam e a invitare alla conversione. “I Mori – racconta Rossi – vedutili e convinti che si trattasse di girovaghi privi di intelletto, si fermarono, curiosi ad ascoltarli”.

Un giorno frate Berardo, mentre era ritto su di una carrozza abbandonata e predicava a quanti passavano, vide avvicinarsi Abu-Yaqub, l’emiro “capo dei credenti”, in arabo “amìru-l-mù minin”, indicato come Miramolino dai cronachisti cattolici medievali. Il sultano, insieme al suo seguito, si stava recando a visitare il sepolcro dei suoi antenati, fuori dalle mura della città: “Stizzito nel vedere quei frati e udendo l’audacia predicatoria di Berardo, ordinò l’immediato silenzio. Ma il predicatore, imperterrito, continuò a proclamare la verità del Vangelo di Cristo e a criticare, con toni gravi, la filosofia di Maometto. Convintosi della gravità del fatto, Abu-Yaqub, ardendo di collera, decretò che i cinque autori della grave offesa alla fede islamica fossero immediatamente espulsi della città e obbligati a tornarsene in un paese cristiano”. “Meno feroce di come viene descritto nelle antiche biografie antoniane – scrive Paolo Rossi – il Miramolino aveva tollerato la presenza di navigatori e commercianti spagnoli e portoghesi, stabilitisi nelle sue terre per affari, senza esigerne la conversione, a patto che non manifestassero in pubblico la propria fede. Ma per quanto tollerante, non poté far finta di nulla quando i nostri francescani cominciarono a predicare il Vangelo di Cristo, invitando addirittura i musulmani a convertirsi”.

I protomartiri in un dipinto cinquecentesco di Bernardino Licinio.

Miramolino, però, volle mostrarsi generoso: non li condannò a morte ma li affidò a don Pedro perché li conducesse a Ceuta per poi rimpatriarli. Ma i cinque elusero la vigilanza delle guardie e sfidarono ancora i divieti del califfo. E tornarono a predicare di fronte all’attonita popolazione musulmana nel suk, il formicolante mercato di Marrakesch. Accorse don Pedro che li prelevò di nuovo, anche per evitare che la furia del sultano si riversasse contro gli altri cristiani. I cinque vennnero scortati a Ceuta da un picchetto di soldati. Ma lungo il percorso evasero ancora, tornarono in città e ripresero la predicazione nel mercato. Il sultano, sempre più irritato, ordinò che i frati venissero incarcerati e lasciati senza cibo né acqua.

Dopo tre settimane di digiuno totale, uno dei consiglieri del Miramolino, di nome Abatourim, “uomo islamico che non nascondeva le proprie simpatie per i cristiani” suggerì di lasciarli liberi ritenendo che il castigo postesse essere sufficiente a scoraggiarli. Il sultano si convinse: li liberò e li espulse ancora una volta dal paese. Ma ancora una volta, i cinque, fuggirono e tentarono di riprendere la predicazione.

Vennero fermati, questa volta, dagli stessi cristiani. Scrive Rossi: “Frate Berardo venuto a conoscenza del timore dei cristiani che l’odio islamico potesse ritorcersi anche contro di loro, rise e si addolorò. Tuttavia, per pietà di quell’ingenuo credere, non proferì parola”. I cristiani li presero in custodia e “posero nuovamente quei cinque testardi sulla strada per Ceuta”. Sottovalutando ancora una volta, però, le loro capacità di fuga. La situazione divenne presto insostenibile: don Pedro, esasperato, si arrese all’evidenza: quei frati stavano facendo di tutto per farsi uccidere dal sultano di Marrakesch. La conseguenza fu la rovina dei rapporti tra la comunità islamica e quella cristiana.

“L’infante – scrive Rossi – dovendo in quei giorni partire con una truppa composta da mori e cristiani per soffocare una ribellione, prese con sé i nostri protagonisti. Nell’attraversare una regione desertica, l’intero drappello trascorse tre intere giornate senza che si riuscisse a reperire una sola stilla d’acqua”.

Ma un colpo di scena cambiò la situazione. Berardo bucò la sabbia con un bastone e subito dal deserto scaturì una fonte copiosa d’acqua, grazie alla quale uomini e bestie placarono la sete. Lo zampillio si esaurì una volta riempiti tutti gli otri e i recipienti in pelle. Si invocò il miracolo: “Maomettani e cristiani, giubilando per quella meraviglia, baciarono i piedi e gli abiti dei frati taumaturghi”.

I protomartiri con San Francesco in un moderno santino.

La spedizione proseguì e nel continuo convivere e conversare tra mori e cristiani, un dotto e fervente islamico discusse con i cinque ma rimase schiacciato dalla loro dialettica. Rossi annota: “Un’umiliazione che non poteva assolutamente tollerare”. Al ritorno della truppa, il Miramolino venne a conoscenza del prodigio dell’acqua e della pessima figura a cui i cinque avevano costretto il saggio imam. Poi, “la sua rinnovata rabbia divenne incontrollabile quando nel recarsi alle tombe dei suoi predecessori, s’imbatté nuovamente nei nostri protagonisti, intenti a predicare”. Il sultano convocò subito il principe Abosaid al quale ordinò la cattura e la decapitazione dei “cinque intrusi”. Il principe, però, un po’ per segreta ammirazione e un po’ per compassione, sperando che l’intervento di alcuni nobili cristiani potesse convincere il sultano a revocare la sentenza, riuscì a ritardare l’esecuzione dal mattino fino al tramonto. In realtà nessuno, né nobile né plebeo, si offrì di fare pubblicamente da paciere, anche per il fondato timore che si scatenasse una vera e propria caccia al cristiano. Giunta la notte, dunque, il principale Abosaid ordinò a un picchetto di soldati di portare i cinque prigionieri al suo cospetto, ma poi non si fece trovare in casa. I soldati tornarono con i prigionieri al mattino presto, ma il principe era ancora assente.

I cinque prigionieri vennero allora trasportati nel carcere principale di Marrakesch. Dopo tre giorni di detenzione, Berardo, Accursio, Adiuto, Pietro e Ottone vennero spogliati, legati, colpiti e frustati a sangue. Il principe si incaricò personalmente dell’interrogatorio. Ma i cinque cercarono, ancora una volta, di convertirlo, minacciandolo delle pene dell’inferno. Abosaid ordinò dunque che, condotti separatamente in case diverse, ricevessero un’ulteriore dose di frustate. “Allora – scrive Giacomo Oddi in La Franceschina – furono loro messe la fune al loro colli como ad bestie, e tiravanli in qua e là mandondoli como animali salvati frustandoli e percotendoli per fine all’effusione del sangue”. Sulle ferite dei frati venne versato aceto e olio bollente e i corpi dei religiosi furono trascinati per tutta la notte su pezzi di vetro. Scrive la fonte cristiana: “Erano ben trenta i saraceni che con inaudita crudeltà, infierirono sui nostri eroi. Gli aguzzini si presero un po’ di riposo prima dell’alba. E nel dormiveglia ebbero tutti la stessa visione: sembrava loro che una fulgida luce discesa dal cielo, dopo aver avvolto i corpi straziati dei cinque frati, li avesse trasportati in Paradiso, tra un’innumerevole schiera celeste”. Risvegliatisi, vennero rassicurati da don Pedro che i cinque erano ancora in carcere.

Trascinati nel palazzo del Miramolino, totalmente, nudi, con le mani legate e il sangue che continuava a uscire dalla bocca, i frati vennero condotti per le strade, spinti dallo schioccare dei colpi dei frusta. Abosaid tentò per l’ultima volta di convincere i cinque a ritrattare le frasi dette contro gli islamici e contro Maometto, promettendo il perdono. Ma frate Ottone rispose mandando al diavolo “la legge empia” e bestemmiando contro il profeta Maometto. E sprezzante, chiuse il discorso sputando a terra.

Finalmente, pensarono i francescani, era giunta l’ora del martirio. Il principe arabo fu costretto ad arrendersi di fronte all’ostinato atteggiamento dei cinque frati. Li rimandò allora dal padre che tentò, ancora una volta, di convertirli promettendo donne, ricchezze e posti d’onore. Ma ricevette l’ennesimo rifiuto. A questo punto fu lo stesso Miramolino – secondo Giacomo Oddi – a decapitare i cinque “per mezzo la fronte, et ne tagliare ce ruppe tre spade, sempre ferendo più crudelmente. Et quilli santi frati, sempre chiamando el santo nome de Yehsu, portaro con alegreza et gaudio patientemente quillo santo martirio, per amocre de crocefixo Yeshu Christo, rendendo l’anime loro cun gloriosa corona de martirio ad l’omnipotente Dio”. Era il 6 gennaio 1220.

I protomartiri francescani, dipinto di Piero Casentini per la chiesa del monastero Ss. Annunziata delle Clarisse di Terni

A completare l’orgia di sangue pensarono poi le odalische. Scrive Rossi: “Come pazze, quasi esibendosi in una danza macabra, afferrarono i corpi e le teste dei cinque e li gettarono sulla strada. La plebaglia, ebbra anch’essa di furore e di sangue, legò con delle corde i piedi e le mani delle singole vittime e urlando e schiamazzando come in una scena di trionfo, le portarono fuori dai giardini del sultano e li buttarono giù dalle mura della città. Altri poi, prese come trofeo le teste e le altre parti del corpo, le portarono in mostra per le strade abbandonandosi a sfrenatezze selvagge che durarono fino a notte”.

Tramanda Iacobilli che proprio mentre morivano, i cinque frati martiri apparvero nella villa dell’infanta Sancia, figlia del re del Portogallo, mentre lei pregava in camera, portando ognuno una scimitarra nelle mani in segno di trionfo. Intanto nella piazza i mori giocavano a palla con le teste dei cinque martiri, poi accesero un grande fuoco e ci gettarono dentro teste e corpi, che miracolosamente, secondo il racconto cristiano, non bruciarono. Una tempesta di lampi e grandine provvide poi a liberare i corpi dalla custodia dei mori e a farli finire nelle mani di due nobili cristiani che li riconsegnarono a don Pedro. I resti furono inviati a Coimbra dentro vasi d’argento.

Dalla città portoghese le reliquie vennero portate al monastero di Santa Croce e custodite in una cappella. Lì sono rimaste fino all’inizio degli anni Duemila quando, su richiesta del vescovo di Terni Vincenzo Paglia, i resti dei protomartiri sono tornati in Italia: oggi riposano in un nuovo reliquiario nella chiesa di Sant’Antonio da Padova a Terni, proprio di fronte alla cappella dove è venerata una reliquia del santo.

Arnaldo Casali

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Grossatesta e il Big Bang del Medioevo

L’iniziale miniata dei “Dicta” di Grossatesta, ultimo quarto del XIV secolo, Londra, British Library.

Gli hanno attribuito la prima versione della teoria del Big Bang. E addirittura l’intuizione dell’ipotesi sugli universi paralleli. Di certo, Roberto Grossatesta (1170 ca.-1253) fu un grande scienziato. Una mente lucida e sottile che utilizzò per la prima volta nella storia dell’uomo l’unico strumento valido per dialogare con le leggi della natura: il linguaggio assoluto della matematica.

Della sua vita non sappiamo molto. Francescano, veniva dalla Contea di Suffolk, nell’Inghilterra orientale. Laurea in teologia, maestro e poi cancelliere nello Studium dei Frati minori di Oxford (tra i suoi allievi ci fu anche Ruggero Bacone, il Doctor Mirabilis), coronò la sua carriera ecclesiastica con il titolo di vescovo di Lincoln.

Era un ottimo conoscitore della lingua greca e tradusse varie opere, tra cui il De fide ortodoxa di Giovanni Damasceno, gli scritti dello pseudo-Dionigi con gli scoli di Massimo Confessore e, oltre a vari opuscoli pseudoaristotelici, l’Ethica Nicomachea, parte del De coelo con il commento di Simplicio e una critica agli Analitici posteriori di Aristotele.

E forse si deve proprio alla passione per il celebre filosofo greco il suo approccio logico allo studio dei fenomeni della natura. Che, unito alla formazione teologica, si materializzò nel De Luce, una versione della genesi dell’universo dove, per la prima volta, la creazione è illustrata in termini squisitamente matematici.

Miniatura dal “Computus correctorius” di Roberto Grossatesta, seconda metà del XIII secolo, Londra, British Library.

L’universo di Grossatesta inizia con un lampo di luce. La “prima forma corporea” (corporeitas) del cosmo è dunque un punto luminoso, entità semplice e senza estensione che si moltiplica e si propaga nelle tre dimensioni per generare i tredici cieli che compongono il creato.

Il parallelo con la moderna teoria del Big Bang è inequivocabile per una nutrita corrente di astrofisici, che attribuisce al geniale scienziato la paternità intuitiva del modello cosmologico oggi predominante, basato sull’idea che l’universo iniziò ad espandersi a velocità elevatissima a partire da una condizione di volume minimo e temperatura e densità estreme. E le similitudini non finiscono qui, perché l’universo di Grossatesta ha la proprietà di rarefarsi man mano che si espande, proprio come assume la teoria del Big Bang.

Per alcuni scienziati poi, nel De Luce sono annidate alcune idee al passo con teorie ancora più all’avanguardia. Come quella dei multiversi, un’ipotesi che postula la coesistenza di mondi simmetrici: i famosi universi paralleli. La teoria nasce dalla meccanica quantistica, la branca della Fisica che descrive la luce sia come onda che come particella e che, formulata nella prima metà del XX secolo, ha risolto il paradosso implicito nella fisica classica, incapace di descrivere il comportamento duale della luce a livello microscopico.

In effetti, nell’universo di Grossatesta luce e materia sono accoppiati insieme. Nelle intenzioni del vescovo inglese non c’era di certo l’idea di sottintendere la possibilità dell’esistenza di universi multipli, ma nella sua visione del creato si possono arrangiare tanti multiversi. È quello che ha dimostrato una recente ricerca di Tom McLeish , fisico della Durham University nel Regno Unito, che ha tradotto in formule matematiche le speculazioni di Grossatesta, ricavandone una serie di equazioni analoghe a quelle che i fisici teorici utilizzano per esplorare, con la teoria delle stringhe, i nuovi orizzonti delle scienze cosmologiche.

Le statue di Bacone e Grossatesta nell’Abbazia di Westminster.

In ogni caso, quello che davvero stupisce nel De Luce è l’eleganza formale della dimostrazione con la quale Grossatesta approda alle conclusioni. Il lettore viene accompagnato in un viaggio nell’essenza della luce, una metafisica che, attraverso il paragone con le proprietà dei numeri razionali e irrazionali, deduce come il punto di luce primigenio e senza dimensioni, generi lo spazio e la materia tridimensionali che compongono il creato.

La sintesi tra logica aristotelica e l’articolata eredità delle influenze neoplatoniche, euclidee e agostiniane, arricchita dagli influssi arabi (dal De Radiis di Alikindi, trattato sulla causalità geometrico-luminosa, alle opere di Avicenna e Averroè) fu una novità assoluta nel panorama scientifico e filosofico dell’epoca di Grossatesta. Un balzo nel progresso di grandi proporzioni per la comprensione dei fenomeni fisici, che verrà portato avanti grazie a un ampio e vivace movimento culturale attivo fra il XII e il XIII secolo e rappresentato da esponenti come Alessandro di Hales (1170/1180 ca.-1245), Giovanni de la Rochelle (1190/1200 ca.-1245), San Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.-1274), Giovanni Peckham (1230 ca.-1292) e Bartolomeo da Bologna († dopo il 1294).

Ritratto di Roberto Grossatesta databile al XIII secolo.

Quello che noi chiamiamo metodo sperimentale, ossia dimostrare una teoria scientifica attraverso una serie di esperienze mirate, che esploderà a partire da Francesco Bacone alla fine del Cinquecento e continuerà nel Seicento con Galileo, Cartesio e Newton, ha le sue radici proprio nelle teorie dei filosofi della natura francesi e inglesi del XIII secolo, che perfezionarono i metodi logici di dimostrazione elaborati nell’Antichità soprattutto da Aristotele e Euclide.

L’interesse per la Filosofia della Natura portò Grossatesta a scrivere trattati anche sul calore, sui colori, sulla generazione dei suoni, sulle comete, sulle maree, sul moto degli astri e sull’arcobaleno.

Da vescovo poi, fu anche uno strenuo sostenitore della riforma della Chiesa. Perseguì abati e monaci che praticavano l’uso dei benefici ecclesiastici e denunciò aspramente le politiche papali che finanziavano guerre e crociate.

 

Ma il messaggio più luminoso che ci arriva da Grossatesta è senza dubbio la sua percezione della Natura. E non solo dal punto di vista puramente scientifico. Nei suoi “Scritti sul pensiero medievale”, Umberto Eco dice: «Il Medioevo identificava la bellezza (oltre che con la proporzione) con la luce e con il colore». Una poetica della luce che si fonda sulla sua metafisica, così mirabilmente descritta da Grossatesta.

Daniela Querci

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Le pornoscimmie di Brescia

L’affresco del XIV secolo rinvenuto in una stanza murata di un antico quartiere di Brescia.

Il pianeta delle scimmie in versione erotica. È rimasto nascosto per secoli, dentro una stanza murata in un antico appartamento del quartiere Carmine di Brescia.

Poi è venuto fuori, all’improvviso e per caso, durante la ristrutturazione dell’edificio. Tra lo stupore dei restauratori, infatti, in una lunetta affrescata, sotto uno spesso strato di sudiciume e nerofumo, è comparsa una giovane donna che si intrattiene sessualmente con quattro primati e due cani.

Costruita nel XIII secolo e affrescata con vari dipinti allegorici nel XIV, la stanza – di dimensioni molto ridotte (il punto di massima altezza è di 1,65 metri) – è stata murata, probabilmente in epoca rinascimentale, ed è rimasta inaccessibile per secoli, conservando intatto il suo aspetto.

Il dipinto fa parte di un trittico allegorico che rappresenta il mondo rovesciato tipico delle rappresentazioni carnevalesche in cui i re diventano buffoni e i religiosi e le suore figure licenziose. Non è chiaro se la camera fosse l’alcova di una casa di piacere, ma di certo si trattava di un ambiente riservato. Sin dalla Roma antica, infatti, i lupanari (ovvero le “case chiuse”) presentavano affreschi a tema erotico.

A confermare la sua natura “di servizio” più che artistica, il fatto che l’affresco non presenti una mano particolarmente raffinata. Secondo gli esperti, comunque, il dipinto risale al Quattrocento ed è stato eseguito probabilmente in occasione di una ristrutturazione dell’edificio costruito un secolo prima.

La donna è attorniata da scimmie, cani e un piccolo rettile, che si prendono cura di lei in modo alquanto originale.

La protagonista della scena – una focosa signora che indossa, non a caso, un abito rosso – interrompe la filatura in cui era impegnata, da brava madre di famiglia, per lasciarsi andare a giochi erotici circondata dagli animali. La sua conocchia, simbolo fallico, viene brandita da una scimmia che siede sullo sgabello come fosse un trono e indossa alla vita una spada, vero e proprio comandante di un esercito di scimmie erotiche che hanno conquistato la casa della donna e si preparano a combattere quello che nel Medioevo veniva definito “dolce fatto d’armi”.

L’esercito delle quattro scimmie ha già iniziato a spogliare la donna che è a piedi nudi, mentre sull’albero che funge da attaccapanni si vede una scarpa, un sacco e degli indumenti. Se il sacco, sotto il quale si vede una brocca, potrebbe essere la trasposizione iconografica del proverbio secondo cui “senza il vino e il cibo, l’amore viene preso dalla morsa del freddo”, le scarpe maschili trascinate potrebbero alludere alla presenza di un uomo che, entrato nella stanza, osserva l’affresco e si prepara all’atto sessuale.

La donna tiene gli occhi chiusi e la bocca è serrata su un lungo strumento a fiato retto da una scimmia. Nel frattempo un’altra scimmia le ha scoperto i glutei e si prepara a sodomizzarla.

Da notare anche come i glutei nudi della donna siano simili a quelli scimmie stesse, che hanno il posteriore privo di peluria. D’altra parte, che siano proprio le scimmie ad animare questa scena di sesso “selvaggio” non è certo un caso.

Nel Medioevo, l’iconografia della scimmia appare spesso in atteggiamenti insoliti.

La proverbiale spudoratezza con la quale le scimmie affrontano gli accoppiamenti, così come l’abitudine di masturbarsi, ne hanno fatto da sempre l’incarnazione simbolica della lascivia primordiale. Il loro aspetto comicamente antropomorfo è in grado di sollecitare l’instaurazione di uno stretto parallelismo tra i bisogni primari di una società che nasconde il proprio desiderio sessuale e le “giungle” nelle quali è collocato l’habitat dei primati.

Animale simbolico per eccellenza, nella cultura occidentale la scimmia incarna una viva intelligenza orientata alla perfidia, alla libidine e all’avarizia litigiosa. Nell’arte e nella letteratura cristiane è raffigurata mentre regge uno specchio tra le mani – l’uomo che, a causa dei suoi vizi, è decaduto allo stato animale, e, in particolare, i peccati capitali di avarizia, lussuria e vanità. Non va dimenticato, poi, che quella di “scimmia di Dio” è una delle definizioni di Satana (come la scimmia imita l’uomo, infatti, il diavolo imita Dio) e in molti dipinti il demonio viene raffigurato proprio con le fattezze di una scimmia. Nessun animale può meglio incarnare, quindi, l’allegro tentatore al peccato carnale.

Arnaldo Casali

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Cortenuova, il crepuscolo dell’Impero

La statua di Federico II, Palazzo Reale, Napoli.

Il Carroccio è perso, la croce di ghisa spezzata e gettata nel fango, il comandante Tiepolo fatto prigioniero e poi giustiziato. Milano e Brescia rischiano di essere assediate e rase al suolo. Le città del nord Italia si sottomettono a Federico II. Il 27 novembre del 1237 Federico II “vendica” la disfatta del nonno, il Barbarossa, avvenuta sessantuno anni prima a Legnano.

Nella pianura bergamasca lo “Stupor mundi” infligge una sonora sconfitta militare alla rinata Lega lombarda, ma non riesce a cogliere i frutti politici che lo avrebbero reso padrone dell’Italia. Cortenuova è il punto più alto della parabola di Federico II.

Le premesse Unificare i possedimenti imperiali di Germania e d’Italia. Un sogno accarezzato da Federico Barbarossa e da Enrico VI, ma sempre infrantosi davanti al desiderio di indipendenza dei Comuni lombardi e del Papa. Un sogno che neppure Federico II riuscì a realizzare, costretto a correre in Germania per punire il figlio ribelle Enrico dopo essere riuscito a piegare la nobiltà del Sud Italia. E una volta pacificata la Germania di nuovo in Italia per piegare i lombardi. Era diritto dell’imperatore governare sui territori del Sacro romano impero. “Senonché era già suo era il regnum del Mezzogiorno. Pertanto se la colata montante da sud si fosse fusa con quella discendente da nord, un unico magma avrebbe sommerso, nel centro, un’altra potenza: quella del patrimonium sancti Petri”1. Lo stesso Federico II, attraversando il Mincio nel 1236, aveva ricordato che era suo diritto “avventurarmi nelle terre dell’impero” come un qualsiasi pellegrino o viandante. I riottosi Comuni del Nord, i ligures, o Collegati, Milano, Brescia, Mantova, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Verona, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara e Alessandria, avevano rifiutato di sottomettersi a Federico II, di partecipare a Diete e negoziati. Rivendicavano quelle libertà conquistate sul campo di Legnano. Guerra, quindi. Anche se l’imperatore svevo preferiva utilizzare il termine “perseguimento di un diritto” quando indicava la punizione da infliggere ai ribelli.

Si prepara la guerra Federico aveva fatto ritorno in Italia nell’estate del 1236, assediando e saccheggiando Vicenza. Papa Gregorio IX aveva cercato di mediare tra Federico e i lombardi, ma il 5 novembre 1236 a Brescia si erano rinsaldati i legami della seconda Lega lombarda ed erano state respinte tutte le richieste dell’imperatore. Un altro tentativo di mediazione del Pontefice era stato portato avanti a Brescia, nel luglio del 1237, alla presenza dei legati pontifici Tommaso di Santa Sabina e Rinaldo d’Ostia e dei rappresentanti dell’imperatore Hermann von Salza, Gran Maestro dell’Ordine teutonico, e il cancelliere Pier della Vigna. Mentre a Brescia si trattava, Federico rinforzava il suo contingente con 2.000 cavalieri teutonici e 6.000 arcieri saraceni, raccogliendo le truppe alleate di Ezzelino da Romano e di Gaboardo di Arnstein dalla Toscana, fino a raggiungere il numero di 15.000 uomini in armi. L’esercito federato, composto da 6.000 fanti e 2.000 cavalieri, era al comando di Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia. Lo seguiva il Carroccio e la Compagnia dei Forti, altri mille uomini tra cavalieri e pedoni guidati da Enrico da Monza. La campagna dell’imperatore si aprì con la conquista di Mantova, senza colpo ferire. La città aprì le porte all’approssimarsi dell’esercito imperiale. Cosa che non fece Montichiari, dove una guarnigione di 1.500 fanti e 20 cavalieri resistette per due settimane, permettendo alle truppe della Lega di raggiungere Brescia ed impedendo che Federico la cingesse d’assedio. L’imperatore diede ordine, allora, di devastare il territorio, con l’intenzione di far uscire l’esercito della Lega dalla città e dare battaglia in campo aperto. I bresciani non abboccarono e preferirono attendere i soldati delle altre città federate, ancora in marcia per congiungersi con gli alleati.

Cortenuova. Miniatura dal manoscritto chigiano di Giovanni Villani (XIV sec., Biblioteca Vaticana).

La battaglia L’imperatore di ritirò a Pontevico, nelle vicinanze di Cremona. I ligures scelsero Manerbio, poco a nord dell’accampamento imperiale, in un terreno paludoso e protetto da un fiume, tenendo fede ad una strategia puramente difensiva. “Federico II nel 1237 si mostrò desideroso di imporre rapidamente la sua autorità ai comuni cittadini dell’Italia settentrionale e rinfacciò ai Milanesi la tattica dilatoria da loro adottata: «Temendo di venire con noi a battaglia campale, si sforzano di sbarrare il passo al nostro valoroso esercito in strettoie e ai passaggi dei fiumi, formano con i loro armati2 masse che contrappongono ai nostri cavalieri rendendo così impossibile un combattimento libero e senza impedimenti» nel quale sia possibile ottenere, una volta per tutte, la vittoria decisiva”3. A Cortenuova questa tattica, però, costò la sconfitta alla truppe della Lega lombarda.

L’imperatore decise di togliere il campo il 23 novembre, superò il fiume Oglio e congedò una parte delle truppe alleate. Federico II aveva deciso di porre termine alla campagna e di svernare in territorio sicuro. Almeno questo intesero i comandanti della Lega lombarda. E iniziarono a smobilitare anch’essi, marciando verso nord in direzione di Milano. L’esercito imperiale segue la direzione di nord-ovest, risale il fiume per 22 chilometri e si attesta a Soncino. I Collegati vanno a nord, da Manerbio verso Lograto e poi virano verso Chiari e raggiungono Palazzolo. Marciano paralleli all’Oglio e nella nebbia i due eserciti non si vedono. Probabilmente le due colonne sentono il rumore di ferro e carriaggi. Dalla sua posizione Federico può controllare la via di fuga verso Milano e verificare velocemente se i nemici intendono superare l’Oglio a nord o a sud e muovere di conseguenza. Per di più alle spalle dei Collegati c’è un contingente di bergamaschi attestato tra Ghisalba e Cividate al Piano con l’ordine di segnalare con il fumo il passaggio del fiume da parte del nemico. Un compito che i bergamaschi assolsero con molto rigore, dando alle fiamme la chiesa. Virtualmente i soldati della Lega sono già accerchiati.

La propaganda federiciana, posteriore alla battaglia, ha inteso attribuire all’imperatore una precisa strategia per attirare in trappola la Lega lombarda, attraverso un finto ripiegamento per condurre la battaglia in terreno favorevole. Secondo quanto scrive il cancelliere Pier delle Vigne (la vista delle “insegne mortuarie” dei ribelli avvenne “casualiter tamen feliciter”, cioè casualmente, ma con successo), invece, sembra più che Federico si sia reso conto di aver provocato un’occasione favorevole con la sua decisione e di averne prontamente approfittato.

La mattina del 27 novembre le truppe della Lega si apprestano a muovere, dopo aver trascorso la notte nei pressi del castello di Cortenuova, dove si erano trincerati allargando lo spazio tra mura e fossato per collocare il Carroccio. Il simbolo della libertà comunale era trainato, in questa occasione, non dai lenti buoi, ma da veloci e resistenti cavalli da guerra, che muovono per guadare l’Oglio. Passano il fiume le avanguardie di fanteria, poi i milanesi e i piacentini. Intorno alle tredici buona parte dell’esercito ha varcato il fiume e una lunga fila di picchieri e pavesai è schierata a difesa delle operazioni. Il Carroccio e le salmerie sono ancora a Cortenuova. All’improvviso, da sud, giunge un cavaliere. È un esploratore di Federico. L’uomo si lancia verso le truppe della Lega e urla: “Allerta! L’imperatore vi darà sempre battaglia”.

Federico II è già stato avvertito dei movimenti nemici e l’esercito si è subito messo in movimento per coprire i 18 chilometri che lo separano dai lombardi. I soldati di Federico marciano a ranghi compatti, bandiera dopo bandiera, ognuna segue il vessillo del proprio comandante. L’ora è tarda per dare battaglia, ma Federico ha deciso di regolare i conti ugualmente. Il cronista Matteo da Parigi immagina l’imperatore che arringa i suoi uomini: “Alza e dispiega , tenace alfiere mio, l’aquila mia vincitrice. Miei guerrieri, che tante volte vi inebriaste del sangue nemico, sguainate le vostre terribili lame. Travolgete con il vostro furore codesti ratti, che hanno osato uscire dalla loro tane. Che provino oggi le lance folgoranti dell’imperatore romano”.

Federico II entra in Cremona col Carroccio.

Gli imperiali coprono la distanza in poche ore e verso le tre l’avanguardia si scontra con un drappello di cavalieri lombardi, mettendolo in fuga. L’imperatore fa marciare le truppe disposte su sette colonne e quando giunge sull’obiettivo non fa schierare le truppe nell’ordine di battaglia, ma lancia subito all’attacco la sua cavalleria dopo un fitto lancio di frecce da parte dei suoi saraceni. Milanesi e piacentini non si aspettavano una marcia così rapida e un attacco altrettanto veloce. L’unica difesa pronta era il muro di “palvesi” rivestiti di cuoio pesante e una siepe di “lanze longhe”.

Uno schieramento coeso, ma poco numeroso e non in grado di contrastare il tiro dei saraceni e le cariche dei cavalieri teutonici. Il fronte si rompe in poco tempo e i lombardi superstiti cercano di raggiungere Cortenuova, dove già erano ammassati milanesi e alessandrini ammassati intorno al Carroccio. La cavalleria della Lega lombarda, decisiva sul campo di Legnano, viene spazzata dal terreno di battaglia dai duemila “teothoni” lasciando al suolo un ammasso di uomini disarcionati, morti, feriti, cavalli trafitti o scossi. La confusione, d’altronde, regna anche nel campo lombardo quando Federico immette nello scontro le altre truppe venete di Ezzelino da Romano e, poi, la retroguardia con l’intento di cogliere una vittoria decisiva prima del buio. I fanti lombardi, però, tengono duro per quasi tre ore e l’antemurale dei picchieri ripiega ordinatamente. Al grido di “Roma guerriera! L’imperatore guerriero” gli uomini di Federico assaltano le “lanze longhe”, cercano di scalzare dal fossato i picchieri alessandrini e di penetrare nel quadrilatero guelfo stretto attorno al Carroccio, dal quale si alza il grido di “Sant’Ambrogio”. Ancora Matteo da Parigi: “Infiniti, dall’una e dall’altra parte, vengono schiantati. E il grido in mischia dei combattenti, l’urlo dei morenti, il rombo delle armi, il nitrir dei cavalli, il ruggito dei cavalieri che si avvinghiano, la martellante percussione dei colpi folgoranti, gremiscono di fragore lo stesso cielo”.

Più volte nel corso di quelle ore le truppe federiciane sono sul punto di vincere la battaglia, lo stesso imperatore lo ricorda in un suo scritto: “Superato il fossato vedemmo alcuni dei nostri arrivare fino quasi a toccare il timone del Carroccio”. I lombardi, però, tengono duro e respingono i tentativi di penetrazione nel quadrato difensivo. Lo stesso comandante Pietro Tiepolo cade nelle mani dei ghibellini mentre combatte. Gli imperiali scavalcano il contrafforte e il fossato, si fanno sotto, vengono respinti, non c’è spazio per caricare e i cavalieri gettano le lance e mettono mano a spade e asce. Il corpo a corpo infuria. La Compagnia dei Forti rimane saldamente al proprio posto. Poi giunge la sera e cala la nebbia. Federico sospende l’attacco, ma ordina alle truppe di dormire in assetto da guerra, senza togliere le armature, pronti a tutto. Già “nel settembre del 1236 fanti e cavalieri dei comuni fedeli a Federico II giungono al fiume Chiese a non più di due miglia dall’esercito della Lega lombarda, e ivi rimasero tutta la notte armati e schierati aspettando l’arrivo dell’imperatore”4.

L’attacco finale è previsto per le prime luci dell’alba. D’altronde “in azioni intraprese allo spuntare dell’alba si distinguono sia Federico II sia suo figlio Enzio: nel novembre del 1237, durante i movimenti che porteranno alla battaglia di Cortenuova, l’imperatore di primissimo mattino ordinò ai fanti di varcare l’Oglio, il 27, sempre «summo mane», un cavaliere fu inviato a sfidare il nemico che stava a sua volta attraversando il fiume”5.

Federico II di Svevia.

Durante la notte, approfittando delle nebbia e delle maglie larghe nel blocco degli imperiali attorno a Cortenuova, le truppe lombarde abbandonano il campo, lasciando il Carroccio, spogliato delle insegne, della croce di ghisa e danneggiato in modo da renderlo irriconoscibile. All’alba il castello di Cortenuova è deserto, ma l’imperatore ordina alla sua cavalleria di inseguire i fuggiaschi. La piena dell’Oglio e del Serio impedì alla maggior parte di fuggire e riparare a Brescia o Milano e molti finirono annegati. I prigionieri furono almeno 5.000. Altrettanti rimasero sul campo di battaglia. “Nel 1237, dopo la vittoria di Cortenuova contro la seconda Lega lombarda, Federico II fece scrivere, con la solita magniloquenza, che «in nessun’altra guerra vi furono tanti morti» e che «le sepolture non bastano agli uccisi», ma non si ha alcuna memoria di necropoli, salvo il ritrovamento di qualche sporadico e insignificante frammento di ossa”6. Le perdite imperiali furono esigue.

Le conseguenze Federico II aveva riscattato la sconfitta di Legnano e inflitto una disfatta umiliante alla Lega lombarda. Il Carroccio sfilò per le vie di Cremona trainato da un elefante. Il comandante Pietro Tiepolo, incatenato al Carroccio che sarà poi donato alla città di Roma, verrà spedito a Trani e lì impiccato. L’imperatore Federico celebrò il suo trionfo, distrusse Cortenuova, accettò la sottomissione di Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona e l’omaggio di Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato, intimò ai milanesi e ai bresciani la resa incondizionata (senza ottenerla) e si inimicò ulteriormente papa Gregorio IX. La parabola di Federico II aveva raggiunto il suo apice, poi verranno la sconfitta di Fossalta, la prigionia del figlio Enzo e la morte nel 1250.

Umberto Maiorca

1 Raffaele Iorio, La rivincita dell’imperatore, in Storia e dossier, Giunti, n. 104, aprile 1996, pp. 39-45. 2 Flavius Vegetius Renatus, Epitoma rei militaris, Stutgardiae-Lipsiae, 1995. 3 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, p. 184. 4 A. A. Settia, op. cit., p. 246. 5 A. A. Settia, op. cit., pp. 254-255.

Bibliografia essenziale Caproni R., La battaglia di Cortenuova, Cortenuova, 1987 Cattaneo G., Federico II di Svevia, Roma, 1992 Kantorowicz E., Federico II imperatore, Milano 1976

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