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Il messaggio nascosto negli affreschi di Assisi

Cacciata dei diavoli da Arezzo, Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi.

“Quale Francesco?”. Il punto interrogativo che chiude il titolo dell’ultimo, bellissimo libro di Chiara Frugoni (Einaudi 2015) ci costringe a riflettere ancora sulla forza dirompente del messaggio del Poverello di Assisi. E porta con sé altre domande. La prima, e la più importante, è legata ai celeberrimi affreschi della Basilica superiore di Assisi.

Provare a svelare i messaggi che nascondono, vuol dire misurare l’enorme differenza tra il messaggio originale di Francesco e il racconto della sua vicenda umana e spirituale, che ci arriva dalle immagini. I primi affreschi della basilica vennero realizzati da Cimabue che allora era il pittore più noto della scena italiana. Secondo la Frugoni agli inizi degli anni Settanta del Duecento. Per molti storici dell’arte soltanto dopo il 1288, quando Nicola IV, il primo papa francescano, ascese al soglio di Pietro.

In ogni caso, al di là delle datazioni, Francesco era morto molti anni prima, nel 1226. Era stato proclamato santo appena due anni dopo, nel 1228. E le sue spoglie erano state traslate nella Basilica Inferiore della sua città natale già nel 1230.

Perché allora le pareti della Basilica superiore rimasero bianche per più di cinquanta o forse sessanta anni, quando la costruzione della grande chiesa era già finita da tempo?

La risposta della più accreditata studiosa di San Francesco e della iconologia francescana, è cruda e chiarissima: perché i francescani non sapevano cosa far dipingere. A pochi anni di distanza dalla scomparsa del santo, emergeva in modo lampante la differenza tra gli ideali seguiti in vita da Francesco e quelli dei frati del periodo in cui furono composte le storie francescane.

La rinuncia agli averi, Giotto, Basilica superiore di Assisi.

I primi frati camminavano a piedi nudi e frequentavano i lebbrosari. Lavoravano senza chiedere denaro in cambio. Erano una piccola compagnia di laici: uomini di grande virtù che vivevano lontani dalle città e dai centri del potere, votati all’indigenza e a una vita semplice, nella quale cercavano di mettere in pratica alla lettera il Vangelo, amando il prossimo loro come se stessi. Francesco non solo predicava la povertà: volle farsi povero egli stesso, per amore di quella che chiamava “Domina Paupertas”. La povertà è la sposa amata per la quale Francesco entrò in contrasto con suo padre Pietro Bernardone. Quella “paupertas altissima” che come ricorda Dante (Paradiso, canto XI) dalla morte di Cristo, suo primo marito, era rimasta sola per più di millecento anni: prima di Francesco veniva fuggita, come la morte, e nessuno voleva unirsi a lei: “fino a costui si stette sanza invito”. L’amore per la povertà è anche il testamento morale lasciato da santo: “a’ frati suoi, sì com’a giuste rede,/ raccomandò la donna sua più cara,/ e comandò che l’amassero a fede” (Paradiso, canto XI).

Le prime fratture con la sua stessa comunità furono vissute da Francesco in modo lacerante. Il santo di Assisi non voleva allargare il suo movimento. Tentò di ostacolare la trasformazione che stava avvenendo sotto i suoi occhi. Rinunciò anche alla guida dell’Ordine. Quella clamorosa decisione, originò le differenze e le divisioni che ancora oggi permangono tra minori, conventuali e cappuccini.

La forza del messaggio francescano fu dirompente. In poco tempo, tutto cambiò. Il numero dei frati crebbe a dismisura. L’Ordine, come era inevitabile, si affollò di uomini più “comuni”, molto più distanti dalla tempra virtuosa dei francescani della prima ora. I frati laici diventarono dei sacerdoti. Si abituarono a vivere nei conventi, a maneggiare manoscritti, a frequentare le città. Dicevano che per meglio predicare dovevano studiare, su libri spesso costosi. E quindi chiesero di essere mantenuti dai fedeli. Non andavano più in giro scalzi in qualunque stagione dell’anno. Rifiutavano il lavoro manuale e indossavano vesti più calde e meno trasandate. Alla maniera dei domenicani ,volevano studiare e partecipare, a pieno titolo, ai dibattiti teologici che infiammavano le università e le élites politiche e religiose.

La “Regola non bullata”, di Francesco era pensata per un piccolo numero di frati e fissava poche norme generali. Ma a molti compagni del santo, già pareva troppo impegnativa. Alcuni frati ritennero che dovesse essere modificata in modo meno restrittivo, anche la “Regula bullata”, approvata da papa Onorio III nel 1223 e contrassegnata da una marcata ingerenza della curia romana. Francesco, prima di morire, difese in modo disperato la sua Regola e chiese che non venisse mutata perché gli era stata indicata direttamente da Dio: “Lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere a norma del Santo Vangelo. E feci scrivere questo con poche e semplici parole…”.

Il Poverello spirò nella notte tra il 3 e 4 ottobre 1226. La guida dell’Ordine non fu assunta dal laico padre Elia, il compagno di Francesco che anticipando il pronunciamento della Chiesa, diede per primo la notizia del miracolo delle stimmate. Il Capitolo dei frati, riunito nel febbraio del 1227, volle invece l’elezione di Giovanni Parenti, il ministro provinciale della Spagna, che aveva fondato a Saragozza il primo convento dell’Ordine e che era dottore alla facoltà di Diritto dell’università di Bologna.

L’interno della basilica superiore.

San Francesco fu proclamato santo il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte. Ma qualche mese prima, papa Gregorio IX aveva già ordinato a padre Elia la costruzione della grandiosa, doppia Basilica di Assisi. Disse di volerla “speciale”. E per realizzare l’opera non badò a spese. Utilizzò i proventi delle offerte, i finanziamenti del Comune e il denaro riscosso con forti e insistenti sollecitazioni in tutte le province francescane. Come ricompensa per i fedeli che contribuivano, “manus auxilio”, promise una indulgenza dai peccati di quaranta giorni che sarebbe stata rinnovata ad ogni donazione. Ribadì anche che la Basilica era soggetta soltanto all’autorità della Santa Sede.

Accanto alla chiesa papale di Assisi, già prima della conclusione dei lavori, era già nato un convento. Il 25 maggio 1230, vigilia di Pentecoste, le spoglie del santo furono traslate nella grande basilica tra disordini, tumulti e ferimenti che coinvolsero anche i frati. L’ira del papa si abbatté sugli assisiati e causò anche la mancata elezione di Elia a ministro generale dell’Ordine. Il vecchio compagno di Francesco si ritirò per questo in penitenza a Cortona. Ma anche Giovanni Parenti, sfinito dalle diatribe dei confratelli sulla fedeltà alla Regola, diede le dimissioni. Il Capitolo generale di Rieti, due anni dopo (1232) rielesse frate Elia che fino alle sue dimissioni forzate (1239), continuò a preferire i laici ai chierici nell’opera di reclutamento dei nuovi frati.

La cripta di San Francesco nella Basilica inferiore di Assisi.

La salma di Francesco fu sistemata sotto l’altare della Basilica Inferiore ma la tomba fu nascosta, soprattutto per paura del furto delle sacre reliquie e rimase così segreta che solo nel 1818, dopo lunghi scavi, fu trovato il sarcofago con le spoglie del santo, difeso da griglie di ferro e da un robusto muro di grandi pietre squadrate.

La Basilica doppia ebbe da subito anche una doppia funzione. Quella Inferiore era destinata ad accogliere i pellegrini. Quella Superiore fu pensata come la sede delle grandi celebrazioni e il luogo privilegiato dove dovevano riunirsi i Capitoli generali dell’Ordine. Non a caso, al centro dell’abside, fu messa la cattedra del papa.

Le bianche pareti non ancora affrescate ricordavano però l’assenza di un percorso globale nel quale ridisegnare, in modo coerente, la eccezionale figura del santo.

Chiara Frugoni spiega in un dettagliato racconto esaltato dalle immagini, come la Chiesa orientò l’iconografia del ciclo assisiate mitigando il rivoluzionario messaggio del Poverello di Assisi.

Gli affreschi sono legati l’uno all’altro. Dipendono da un unico programma, realizzato però in tempi differenti. Fu una intuizione geniale di San Bonaventura, che resse l’Ordine per 17 anni, a risolvere il problema della frattura evidente tra Francesco e i francescani che vissero mezzo secolo dopo di lui. Bonaventura portò a termine l’opera non solo con la sua “Legenda maior”, rielaborata dalle biografie, poi distrutte, di Tommaso da Celano, ma anche grazie alla “Collationes in Hexaemeron”.

Volta dei dottori della Chiesa, Giotto, Basilica superiore di Assisi. Dopo il terremoto del 1997, ne restano solo frammenti.

Nella raccolta di prediche fatte a Parigi, Bonaventura recupera gli scritti di Gioacchino da Fiore, le sue profezie e il millenarismo delle “Tre Età della Storia terrena”: quella del Padre, corrispondente alle narrazioni dell’Antico Testamento, quella del Figlio, rappresentata dal Vangelo e quella in cui opererà lo Spirito Santo, nella quale l’umanità sarà toccata finalmente dalla grazia divina.

Le previsioni di Gioacchino da Fiore e dello pseudo Gioacchino vennero accettate da Bonaventura con prudenza ma in modo deciso.

E le posizioni che sembravano inconciliabili tra i frati delle origini e quelli di sessanta anni dopo, trovarono un punto di incontro. I committenti degli affreschi risolsero così il problema di come lodare il fondatore dell’Ordine e insieme dare un senso alla missione dei francescani venuti dopo di lui. Francesco diventa allora un prototipo mandato da Dio, l’incarnazione di un santo molto simile a Cristo, destinato a tornare soltanto alla fine dei tempi.

Il Poverello “non è imitabile, va ammirato”. La sua santità è tale che non si può copiare. L’Ordine sognato da Francesco di certo tornerà, ma questo avverrà nell’Età dello Spirito Santo, “quando il mondo finirà lietamente” e quando anche la Chiesa, “pura e estatica”, potrà finalmente contemplare Dio. Pure i frati diventeranno “purissimi”. Ma intanto, i confratelli di Bonaventura , devono radicarsi nel loro tempo, “studiare, insegnare, evangelizzare, perché sono depositari di una missione nel mondo e per il mondo”.

San Francesco riceve le stimmate, Giotto, Basilica superiore, Assisi.

Gli affreschi della Basilica Superiore quindi, più che celebrare la vita del santo, celebrano quella dell’Ordine. Così, negli affreschi, Francesco può essere dipinto ancora a piedi nudi, con la barba di “un uomo del bosco”. E accanto a lui ci sono i chierici del tempo di Bonaventura, che sono rasati e indossano i sandali. Francesco è raffigurato in preghiera e in contemplazione mentre i confratelli si occupano di esorcismi, delle cose della vita quotidiana: anche in questo modo, attraverso lo studio e la predicazione, concorrono in modo attivo alla realizzazione del progetto divino. L’Ordine perfetto si concretizzerà comunque in futuro, anche se qualche francescano già si mescola, nell’abside, agli eletti, ai piedi del trono di Cristo e Maria.

Il progetto unitario della rappresentazione pittorica della straordinaria vicenda umana di Francesco d’Assisi spiega anche la differenza tra le due basiliche. Due luoghi con funzioni diverse, perché, come ha spiegato Chiara Frugoni “la parte devozionale doveva essere distaccata dal disegno politico”.

La Basilica Inferiore, che conteneva la tomba di Francesco, era destinata ad accogliere i pellegrini e quindi pensata per il grande pubblico dei fedeli. Le storie del santo erano poche e semplici: 5 dedicate a Francesco e 5 alla vita di Cristo. Nella Basilica Superiore, il luogo delle celebrazioni ufficiali dell’Ordine francescano, le pitture, con i loro simboli sottesi, potevano essere capite da un pubblico colto, capace di leggere i messaggi nascosti contenuti nelle immagini.

Un altro grande merito del libro di Chiara Frugoni è quello di far vedere gli affreschi insieme, anche se furono dipinti in tempi differenti: prima da Cimabue, poi da altri pittori, quindi da un cantiere romano e infine da Giotto o chi per lui. Vediamo così che gli affreschi dell’abside con la “Apocalisse” e la “Storia degli Apostoli” sono riflessi nella controfacciata della basilica.

San Francesco predica agli uccelli, Basilica superiore, Assisi.

Nella famosa “Predica agli uccelli”, le colombe discese ad ascoltare Francesco risalgono in cielo e sostengono in una nuvola l’Ascensione di Cristo. Quelle colombe sono le anime dei francescani già “perfetti” che raggiungono il Redentore: sono frati accuratamente rasati perché ormai sono tutti chierici. L’Ordine francescano, secondo fonti per molto tempo attribuite a Gioacchino da Fiore, è infatti un ordine “colombino”. Nella “Collationes in Hexaemeron” si sottolinea anche la profezia contenuta nella “Apocalisse”, dove si parla del famoso “Angelo del sesto sigillo”. La conferma visiva arriva da tutti gli affreschi che adornano la navata sinistra della Basilica Superiore: quell’angelo altri non è che Francesco. La profezia parlava del “segno del Dio vivente”: che altro è l’inaudito miracolo delle stimmate se non un segno dell’Altissimo?

Già in suo precedente e fondamentale saggio, “Francesco e l’invenzione delle stimmate” (Einaudi, 1993) Chiara Frugoni aveva affrontato il tema, fornendo un’altra interpretazione inedita della vita del santo.

“Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi” racchiude studi e ricerche che negli anni a venire saranno ancora un punto di riferimento per tutti gli studiosi e gli appassionati della storia medievale. Anche grazie a un eccezionale apparato iconografico. Perché, come ben diceva il grande medievista Jacques Le Goff “non si può fare storia profonda se non si sanno leggere, oltre ai testi, anche le immagini”.

Federico Fioravanti

 

Quale Francesco?, Chiara Frugoni, Einaudi, 2015, www.einaudi.it

Chiara Frugoni ha insegnato Storia medievale all’Università di Pisa, Roma e Parigi. Tra i suoi libri, pubblicati da Einaudi, tradotti nelle principali lingue europee, in giapponese e in coreano, si ricordano anche “Vita di un uomo: Francesco d’Assisi” (2014); “Storia di Chiara e Francesco” (2011); “La Cappella degli Scrovegni di Giotto” (2005); “La cattedrale e il battistero di Parma” (2007); ”L’affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni” (2008); “La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo” (2010); “Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi” (2010); “Storia di un giorno in una città medioevale” (1997); “Mille e non piú mille. Viaggio fra le paure di fine millennio” (1999, con Georges Duby); “Due papi per un giubileo. Celestino V, Bonifacio VIII e il primo Anno Santo” (2000); “Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali” (2001); “Da stelle a stelle. Memorie di un paese contadino” (2003) e “Una solitudine abitata: Chiara d’Assisi” (2006).

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Arista, il sapore di una parola

Arista. Per gli amanti della carne, basta la parola. La schiena del maiale cotta in forno o arrosto allo spiedo, con il grasso usato come intingolo per rosolare le patate di contorno o insaporire le erbette, è un piatto della tradizione contadina toscana che è diffuso anche in altre regioni italiane. L’arista ha conosciuto un grande successo anche perché si può consumare pure fredda, molte ore dopo la cottura, senza che perda di sapore.

Ma qual è la vera origine della parola? Il termine risale di certo al Medioevo e è stato usato per la prima volta nell’area fiorentina.

La leggenda, accreditata da Pellegrino Artusi, massimo gastronomo dell’Ottocento, vuole che il piatto sia nato a Firenze in un giorno tra il 15 e il 27 gennaio del 1439, durante il concilio ecumenico della chiesa romana e greca. Papa Eugenio IV, per la verità, aveva convocato vescovi e cardinali a Ferrara. Ma in quei giorni nella città degli Estensi c’era il pericolo di una epidemia di peste. Cosimo il Vecchio, signore di Firenze, nonno di Lorenzo il Magnifico, da uomo pragmatico qual era, convinse il pontefice a spostare l’incontro nella sua città. Anche perché l’avvenimento si presentava come un grande appuntamento non solo religioso ma anche capace di muovere l’economia. Basti pensare che la delegazione bizantina era composta da quasi 700 persone. Altrettanto numerosa era la parte latina.

Sul tavolo della trattativa, c’era il tema cruciale della riunificazione delle Chiese latina e ortodossa. Si trattava di provare a ricomporre uno scisma che durava dal lontano 1054. L’imperatore Giovanni VIII Paleologo (1425-1448), sedeva vicino a suo fratello Demetrio, il patriarca di Costantinopoli Giuseppe II. Tra i tanti dotti, vescovi e teologi, spiccavano le figure di Basilio Bessarione, Isidoro di Kiev e Marco Efesio. Almeno a parole, si respirava un clima di unione. Il papa, come segno di umiltà, non volle sedere al centro ma si accomodò nel posto che spettava al primo della lista nella fila dei religiosi latini.

In discussione c’era il primato del pontefice romano, la dottrina sul Purgatorio e altre spinose questioni teologiche. Al basileus di Costantinopoli, riconciliazione a parte, premeva però soprattutto che gli occidentali aiutassero dal punto di vista militare l’impero bizantino, ormai assediato dai turchi ottomani.

L’accordo fu trovato. Venne siglata la sospirata riconciliazione. Ma durò poco perché almeno due terzi dei dignitari e degli alti religiosi bizantini, appena tornarono in patria, rinnegarono l’intesa. A conti fatti, a parte gli aiuti militari, di cui avevano un reale bisogno, non avevano nessuna voglia di sottomettersi alla tiara papale. Quasi quasi preferivano il “turbante” degli ottomani. E infatti, qualche anno dopo, il 29 maggio 1453, l’impero romano d’Oriente cadde per non rialzarsi più.

Ma in quei giorni di trattative più o meno ufficiali, Firenze visse con entusiasmo l’atmosfera delle grandi occasioni. Il corteo degli ospiti orientali migliorò le già ottime finanze di Cosimo il Vecchio e ebbe un effetto benefico anche sulla vena creativa di artisti come Benozzo Gozzoli (“La cappella dei magi”) Filarete e Piero della Francesca.

E l’arista? Cosa c’entra? La leggenda narra che durante uno dei tanti banchetti, di fronte a un saporitissimo arrosto di maiale, il cardinale greco Bessarione volle esclamare ad alta voce tutto il suo irrefrenabile entusiasmo. Si voltò verso gli altri commensali e ripeté più volte: “Ariston! Ariston!”. In lingua greca, la parola vuol dire “il migliore”. Ottimo boccone insomma. E anche abbondante, visto che di fronte all’autorevole giudizio, tutti applaudirono con convinzione. I fiorentini furono conquistati da quel superlativo esotico. E con quel nome che suonava così bene battezzarono l’ottima lombata di maiale.

Ma forse non andò così. Anche sull’origine dell’arista fu confezionata una bella versione ufficiale che in quel momento potesse piacere a tutti ma che poi, alla prova dei fatti, non resse. Perché già alla fine del Trecento, in un suo racconto, il novelliere fiorentino Franco Sacchetti scrisse una frase che non dà adito a dubbi: “Io scrittore ne potrei far prova, che avendo mandato uno tegame con uno lombo, e con arista al forno…”. Quel piatto, a Firenze, già esisteva da più di cinquanta anni.

Tutto risolto? Forse no. Perché altri documenti, risalenti addirittura al 1287, citano una “arista di porcho”. Una prova che sembra inconfutabile. Perché, come si dice, “carta canta”. Allora, possiamo dire che l’origine della parola, che vuol dire “il migliore” oppure “ottimo”, ha un’altra nascita: è certamente greca e il significato, alla fine, è quello. Ma non riguarda l’entusiasmo di un cardinale bizantino a tavola quanto altri greci, cittadini che vivevano a Firenze fabbricando profumi, almeno tre secoli prima del famoso concilio ecumenico. Tanto che il loro quartiere si chiamava, allora come oggi, Borgo dei Greci. Si integrarono così bene che già nel Duecento erano una delle più importanti famiglie della città, citata anche da Dante, per bocca del saggio avo Cacciaguida, nel Canto XVI del Paradiso.

Greci diventati fiorentini che, come i vescovi incerti del concilio ecumenico, non amavano la tiara papale: nel Trecento caddero in disgrazia proprio a causa della loro incrollabile fede ghibellina. Alla fine, sull’origine della parola, anche l’autorevole dizionario Treccani non si sbilancia. E a alla voce “arista”, specifica: etimo incerto. Di sicuro, tra tante ipotesi, seppure convergenti, sappiamo con certezza una cosa: che il tipico arrosto di maiale toscano è proprio buono. Anzi, ottimo. Forse, il migliore.

Virginia Valente

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Paperone de’ Paperoni? Era un vescovo

Cosa c’entra zio Paperone con un frate medievale? Beh, il nome è lo stesso. Ma la differenza la fa la storia. Lo zio tirchio e ricchissimo di Paperino è nato dalla fantasia di Carl Barks, geniale fumettista della Disney. Paparone de’ Paparoni, invece, è esistito davvero.

Nacque da una antichissima e nobile famiglia romana, in una data imprecisata della prima metà del Duecento. E morì nel 1290 a Spoleto, città della quale era arcivescovo ormai da cinque anni. Nei venti anni precedenti (1265-1285) fu l’amatissimo presule di Foligno.

Il suo sguardo, vivo e curioso sulle cose del mondo, ancora oggi incontra quello dei visitatori del palazzo arcivescovile di Spoleto davanti a un bel ritratto, dipinto a tempera su un muro nell’anno 1720, più di 400 anni dopo la sua morte. La data che emerge nel cartiglio sottostante ricorda il trionfale arrivo di Paparone nella città dei Duchi: 1285. E la scritta sottostante, in latino, chiarisce all’istante quella che fu, per tutta la vita, la missione del religioso: “Paparonus de Paparonis” era un domenicano, come Sant’Alberto Magno, San Tommaso d’Aquino, Giovanni Taulero e altri grandi personaggi del Medioevo.

Apparteneva all’Ordine dei Frati Predicatori, fondato da San Domenico di Guzmán nel 1215 a Tolosa. Uno di quei religiosi conosciuti in Inghilterra come “black friars”, frati chiamati neri per via del colore del cappuccio e della cappa che ancora oggi indossano su una tunica immacolata.

Lo stesso nome per un burbero e irresistibile eroe dei fumetti e un vescovo medievale. Strano ma vero. Forse però non fu una coincidenza. Piuttosto, con ogni probabilità, un’idea folgorante di Mario Gentilini, storico direttore di “Topolino” e di Guido Martina, traduttore e sceneggiatore delle prime, divertenti storie a fumetti che arrivavano dall’America.

Il personaggio del “papero più ricco del mondo”, il simpatico taccagno “Uncle Scrooge MacDuck”, ricalcato sul modello di Ebenezer Scrooge, l’avido protagonista de “Il Canto di Natale” di Charles Dickens, nella traduzione italiana si sarebbe dovuto chiamare “Avaro Papero”. Quasi una cacofonia vicino ai nomi teneri e buffi di Qui, Quo, Qua, Paperino, Topolino e Minnie.

Lo sceneggiatore Martina, un professore di Lettere che amava la lettura e frequentava i testi medievali, forse si imbatté per caso nel nome giusto per quel papero che negli anni ha appassionato diverse generazioni di lettori.

Chissà se andò proprio così. Sia Gentilini che Martina, ormai scomparsi da anni, non hanno mai parlato della cosa. Anche se le città di Spoleto e Foligno non avrebbero certo potuto chiedere i “diritti d’autore” alla Disney. E nemmeno potevano più reclamare un risarcimento i parenti del vescovo Paparone, la cui famiglia si era già estinta alla fine del Settecento (Rendina, “Le grandi famiglie di Roma”, Newton Compton editori).

A differenza del personaggio di fantasia, il frate domenicano non fu un “self made man”. Era già ricco di famiglia. Un suo antenato, Giovanni, era il figlio di un papa non identificato della seconda metà del X secolo. Un altro parente, Giovanni, nominato cardinale nel 1144, fece carriera come legato pontificio in Irlanda e Francia. Stefano Paparoni, fu giudice palatino nel 1187. E un secolo prima che il frate domenicano nascesse, Gregorio Papareschi (1130-1143), esponente di un altro ramo della famiglia, divenne addirittura papa con il nome di Innocenzo II.

Paparone de’ Paparoni era molto giovane quando iniziò a frequentare il potente convento romano di Santa Sabina. Fece carriera in fretta, scalando posizioni nel suo Ordine, fino a diventare Procuratore Generale nella Corte di Roma. Papa Clemente IV notò il suo zelo e apprezzò così tanto le qualità mostrate da quel frate che pensò a lui quando finalmente decise di dare un nuovo “pastore di anime” a Foligno (Antoine Touron, “L’Istoria degli uomini illustri dell’Ordine di San Domenico”, 1746).

La città nel 1245 era stata privata della dignità vescovile per aver appoggiato l’imperatore Federico II nella sua lotta contro cinque pontefici romani. Ma allora, dopo una punizione durata due decenni, era giunto il tempo della riconciliazione. Paparone resse la diocesi folignate per venti anni. La città durante il suo episcopato si ripopolò di chiese e si riavvicinò al papa. Il vescovo fu generosissimo di doni con i monaci di Sassovivo. A Foligno trovarono casa gli eremiti agostiniani (1265) i serviti (1275) e anche i domenicani (1285).

Quando il nuovo pontefice, Onorio IV, lo trasferì a Spoleto, Paparone fece fatica a staccarsi dai folignati. Ma anche gli spoletini lo accolsero con grande entusiasmo. In quegli anni, a Norcia, fece scalpore una lite tra i francescani e i benedettini. I seguaci del Poverello arrivarono a occupare il monastero dell’Ordine di San Benedetto (G.Cappelletti, “Le chiese di Spoleto dalle loro origini ai giorni nostri”, Venezia 1844). Lo scandalo, tra accuse e contraccuse, andò avanti per anni. Paparone non fece in tempo a gestire la fine della spiacevole vicenda: morì nel 1290.

Quattro anni dopo, Celestino V risolse la questione: emanò una bolla papale con la quale tolse il monastero di Norcia dalla giurisdizione spoletina e lo assoggettò direttamente al controllo della Santa Sede.

Del frate predicatore che diventò vescovo, sono rimaste pochissime tracce. Una porta a Chieri, tra la collina di Torino e il Monferrato, dove il nome dell’alto prelato spunta su una tomba sotto il pavimento di una chiesa a croce latina dedicata a San Domenico.

Una testimonianza curiosa si trova a Sarteano, il comune della Val d’Orcia in provincia di Siena. Lì, al numero 61 del centrale corso Garibaldi c’è l’ingresso di Palazzo Paparoni, la dimora del XVI secolo che appartenne agli eredi del vescovo di Foligno e di Spoleto. Sul portale d’ingresso, campeggia ancora lo stemma di famiglia: due grosse papere che poggiano su un’unica zampa.

Federico Fioravanti

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Marco Santagata e Franco Mezzanotte a Orvieto per “Ludi alla Fortezza”

Dante Alighieri raccontato da Marco Santagata e Guelfi e Ghibellini descritti da Franco Mezzanotte.

Ludi alla Fortezza (Orvieto, 14-17 giugno 2018) sceglie per la seconda edizione temi importanti, affidati a due dei più autorevoli studiosi nel panorama nazionale del settore.

I due incontri culturali, organizzati dall’Associazione Orvieto 1264 in collaborazione con il Festival del Medioevo, si inquadrano nel contesto di una manifestazione a tema medievale che presenta spettacoli rievocativi, cortei e giochi e completa l’offerta con interessanti proposte enogastronomiche.

Venerdì 15 giugno ore 17.00 | Atrio del Palazzo dei Sette “Il trionfo della fazione” | Franco Mezzanotte Ha insegnato Storia medievale all’Università di Perugia e Storia della Chiesa antica all’Istituto teologico di Assisi. Oggi Franco Mezzanotte è presidente dell’associazione perugina “Vivi il borgo”. Sabato 16 giugno ore 18.30 | Sala del Governatore, Palazzo dei Sette “Nascita di un profeta” | Marco Santagata Scrittore, critico letterario e docente universitario, vincitore del Premio Campiello 2003 e del Premio Stresa di narrativa 2006, Marco Santagata è considerato tra i massimi esperti di Dante e Petrarca.

 

Regista della manifestazione è Gianluca Foresi, attore orvietano e protagonista da oltre un ventennio delle maggiori rappresentazioni storiche italiane. Sponsor dei due incontri, l’azienda Vetrya e la Fondazione Luca e Katia Tomassini, impegnate socialmente nella diffusione della cultura.

Questo il programma completo di “Ludi alla Fortezza” 2018:

Giovedì 14 giugno Ore 20,30 – Piazza del Popolo – Banchetto Medievale

Venerdì 15 giugno Ore 17,30 – Atrio Palazzo dei Sette – Conferenza su Guelfi e Ghibellini tenuta da Franco Mezzanotte Ore 21,00 – Atrio Palazzo dei Sette – Gruppo musicale Rasna 1328: Ludovico il Bavaro alla conquista di Orvieto, concerto in forma di racconto

Sabato 16 giugno Ore 18,30 – Sala del Governatore Palazzo dei Sette – Conferenza su Dante Alighieri tenuta da Marco Santagata

Sabato 16 e domenica 17 giugno dalle ore 17,00 alle ore 24,00 – dimostrazioni, spettacoli, mercati ed enogastronomia alla Fortezza Albornoz. Parteciperanno: Compagnia d’Arme Santaccio di Chiusi Circa Teatro di Urbino Urbeveteris Falconis Sbandieratori e Musici Città della Pieve Compagnia Balestrieri Porta Rocca Orvieto Medioevo Giullari del Diavolo Il Drago Bianco Sbandieratori e Musici dei Quartieri di Orvieto Le Muse del Diavolo Compagnia Grifoncello Armati dell’Antica Marca Messer Lurinetto da Siena Compagnia Dell’Ilex L’Arca di Toma Memento Ridi presenta: Gianluca Foresi

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Hum, la città più piccola del mondo

Per il Guinness dei Primati, “la città più piccola del mondo” è Hum (in italiano Colmo) un centro medievale della Croazia, nel cuore dell’Istria. Fa parte del comune di Buzet (Pinguente). Ha soltanto 20 abitanti e un’estensione di appena 100 metri di lunghezza per 30 di larghezza.

Hum risale al IX secolo. Allora l’Istria apparteneva al regno Franco; il conte Ulrico I fece costruire un castello sui resti dell’antica fortezza. Intorno crebbe un piccolo borgo che, da allora, non è cambiato. Per entrare nella minuscola città medievale, l’unica via di accesso è ancora un antico portone di bronzo che si apre su due vicoli che ospitano una manciata di case, nobilitate da due chiese romaniche: quella di San Gerolamo e quella di San Giacomo, su cui svetta una bella torre campanaria. Nel 1102 Ulrico I scelse di lasciare Hum e alcuni altri suoi castelli al Patriarca di Aquileia. Nell’atto di donazione si parla del “castrum Cholm” (Hlm in croato). E’ la prima citazione conosciuta di Hum. Una fortezza quindi, il cui abitato è rimasto all’interno dei confini che furono stabiliti già nell’alto Medio Evo.

Il piccolo centro è famoso anche per alcuni particolari e preziosi affreschi romanici con influssi di pittura bizantina conservati nella chiesa di San Girolamo. La ricchezza storica della città in miniatura è confermata da un monumento di eccezionale interesse: il “Viale dei glagoliti”, un percorso di 7 chilometri che si estende da Roč (Rozzo) fino a Hum. Il cammino fu edificato nel 1977 a ricordo del più antico alfabeto slavo conosciuto.

Il glagolitico venne creato dal missionario Cirillo, insieme a suo fratello Metodio, intorno all’862-863. Servì a tradurre la Bibbia e altri testi sacri in antico slavo ecclesiastico. Il nome deriva dal sostantivo “glagolŭ”, che vuol dire “verbo” (ma è anche il nome della lettera “G”) o da “glagolati” che significa “parlare”. Ancora oggi, in Croazia, questo alfabeto è utilizzato nella liturgia. Presso gli altri popoli slavi che ne facevano uso fu invece sostituito intorno al X secolo dal cirillico, che è una sua derivazione.

La forma della passeggiata tra i segni dell’antica lingua somiglia alla lettera glagolitica “S”. Comprende 11 monumenti dedicati all’alfabeto voluto da Cirillo. Il percorso si conclude proprio a Colmo, dove una scritta di benvenuto accoglie il visitatore sulla porta d’ingresso del caratteristico centro.

Hum conserva ancora l’usanza che risale a molto più di mille anni fa, di scegliere il prefetto sul tavolo di pietra. Il 9 giugno tutti gli uomini della parrocchia eleggono lo zupano (il capo villaggio medievale) facendo una incisione su un bastone di legno chiamato “raboš”.

Vince chi ottiene il maggior numero di intagli. Il capo che viene eletto ha il compito di prendersi cura della parrocchia, di risolvere le controversie tra gli abitanti e di emettere eventuali sentenze nei confronti dei disubbidienti o di coloro che turbano l’ordine pubblico. Ma c’è veramente bisogno di lui soltanto il primo giorno dell’elezione, che coincide con una famosa sagra alla quale accorrono anche gli abitanti dei paesi vicini, per assaggiare la biska, una grappa medicinale al vischio la cui ricetta segreta risale ai druidi che la portarono in Istria più di 2000 anni fa.

Virginia Valente

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Il selfie di Claricia

Il selfie di Claricia, miniatura 1190

Un selfie medievale. Esibito con orgoglio, per siglare con la propria firma e un autoritratto un lavoro fatto bene.

L’immagine spunta nella pagina iniziale di un salterio composto nel 1190 nell’Abbazia dei Santi Ulrich e Afra di Augusta, in Germania.

L’autrice è Claricia, una giovane donna che lavorò a molte miniature di una raccolta di salmi che oggi è conservata nel Walters Art Museum di Baltimora, nello stato americano del Maryland. Non sono tanti i miniatori medievali che hanno lasciato ai posteri la propria immagine.

È rarissimo che lo abbia fatto una donna. Ma il gesto certifica quanto un artista, già quasi all’alba del Duecento fosse consapevole della qualità e dell’importanza del suo lavoro. Alla fine del XII secolo nel convento di Augusta vivevano molte suore benedettine. Ma Claricia, con ogni probabilità, non aveva preso i voti.

L’abbigliamento e anche la posa con la quale si ritrasse nella pagina miniata, fanno pensare piuttosto che fosse una copista laica che lavorava, comunque con un ruolo importante, nello scriptorium della grande abbazia. La posa è languida, serena e orgogliosa allo stesso tempo: Claricia ha miniato se stessa nella “gamba” di una Q maiuscola: i lunghi capelli sono sciolti sulle spalle, separati da due trecce. La testa è piegata con grazia. Le ampie maniche del vestito ci confermano che viveva lontano dal convento. Le braccia, tenute in alto, sembrano quasi sorreggere la lettera che dà inizio al testo e quindi a tutta l’opera.

La parola salterio in greco antico vuol dire cetra (ψαλτήριον). E anche il termine latino cristiano psalterium indica il “canto con accompagnamento di cetra”. Hanno lo stesso nome pure gli strumenti a corda con cui si accompagnavano i salmi. Per associazione, con la medesima parola nel linguaggio biblico-liturgico viene definito il testo contenente i 150 salmi biblici, organizzati e distribuiti nei giorni della settimana secondo le ore canoniche. A partire dal VI e VII secolo, prima in Irlanda e poi in tutto il continente europeo, i salteri divennero testi indipendenti dal corpo biblico e poi manoscritti a sé stanti. Furono tra i tipi di codici miniati più diffusi, pari per numero solo ai libri del Vangelo. E dalla fine del secolo XI inclusero anche un calendario, i cantici dal Vecchio e Nuovo Testamento, le litanie dei santi e altri testi oggetto di devozione. Le copie monastiche erano sobrie e decorate con miniature attinenti ai testi. Ma nei secoli furono composti anche numerosi altri salteri, ornati in modo lussuoso e destinati agli uomini facoltosi e ai nobili. La firma apposta dagli autori attesta la consapevolezza raggiunta dagli artisti, che non erano certo solo dei meri esecutori.

Ne era ben cosciente, ad esempio, nella seconda metà del XII secolo, anche il monaco Eadwin, autore delle miniature di un curioso manoscritto conservato a Cambridge. L’artista, tra le parole e le immagini, inserì anche un dialogo. Due frasi ben lontane dalla modestia che doveva accompagnare la vita dei religiosi: “Dice lo scriba: Degli scribi sono il primo e non muore con me la mia gloria. Dillo tu chi son io, o mia scrittura”. Risponde la Scrittura: “Tu sei Eadwin, lo dice la scritta, il dipinto, e la fama ti loda negli anni!”. Così, modestia a parte, il suo nome è giunto fino a noi.

Lo scriba Hildeberto con il suo allievo Evervino – miniatura dal De Civitate Dei, 1140 ca. – Praga, Biblioteca Capitolare.

Béatrice Fraenkel, docente di Antropologia della scrittura presso la “Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales” di Parigi ha studiato a lungo le “firme autoritratto”: immagini dei miniatori che hanno voluto tramandare insieme al proprio nome anche i lineamenti dei loro volti. Il modello più antico è l’immagine in ginocchio di Rabano Mauro, erudito carolingio e arcivescovo di Magonza, venerato come santo. Quando era l’abate di Fulda riprodusse la sua immagine sovrapposta al testo di una preghiera. E si firmò con orgoglio: “Io Raban”. Altri artisti affermano, in calce alle opere, di aver scritto, “decorato” o “dipinto” dei manoscritti.

Gisella, sorella di Carlo Magno fu la badessa di Chelles. Con l’approvazione del fratello imperatore, trasformò l’abbazia che sorgeva nella regione dell’Île-de-France in un importante centro di copiatura, conservazione e restauro di importanti documenti. Molti fogli andarono perduti nel 1226, nel corso di in un terribile incendio. Altri furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ma la sorella del grande sovrano volle comunque tramandare il suo prezioso lavoro ai posteri: sappiamo così fu aiutata da una dozzina di suore di cui conosciamo i nomi.

Come dimostra il “selfie di Claricia”, le miniaturiste non erano soltanto delle suore. Spesso, alla fine del XIII e XIV secolo, nelle officine secolari di Bologna e Parigi, affiancavano un marito o un padre. Quasi mai però i loro nomi sono passati alla storia.

È giunta fino a noi anche l’identità della eccellente miniaturista che nell’Alto Medioevo lavorò insieme a Emétérius, l’artista che copiò in scrittura visigotica e su bifoli di pergamena di vitello il testo del “Beatus ”, ora conservato nella cattedrale spagnola di Girona. Il manoscritto miniato, che risale all’anno 975, è firmato da Ende. Una suora che si definisce “pintrix” e insieme “aiutante di Dio” (“Dei aiutrix”) quasi a voler esprimere l’eccezionale importanza del suo lavoro decorativo, che riteneva fosse plasmato direttamente dall’Onnipotente. Ende, una delle più antiche pittrici nella storia dell’arte occidentale, non dimenticò di aggiungere alla sua firma l’autorevole certificazione del responsabile del suo lavoro: “Frate Emétérius, presbitero”.

Copiare e miniare era un lavoro duro. La maggior parte dei testi trascritti erano di contenuto religioso. Il monaco doveva pregare, riflettere, interpretare e poi scrivere, attraverso sedute lunghe e faticose. Spesso anche in posizioni scomode.

Il miniaturista Emétérius, affidò a un disegno e a un breve testo i suoi lamenti: “Oh torre di Távara, alta torre di pietra, è lassù che, nel primo locale della biblioteca, Emétérius è rimasto seduto, tutto curvo sul suo lavoro durante tre mesi, e che ebbe tutte le sue membra rattrappite dall’uso del calamo”.

In un altro autoritratto, riportato nel Breviario di Olmütz (1140) il miniatore Hildebertus, che si definisce “pictor”, siede abbigliato con vesti sontuose davanti a uno scrittoio sorretto da un leone. Più in basso, curvo su uno sgabello, il suo aiutante Everwinus è concentrato nel realizzare una pittura ornamentale. Ma intanto, nel tavolino accanto, mentre gli artisti lavorano, un topo insidia il loro pranzo. Hildeberto con il calamo in bilico sull’orecchio e in mano il raschietto usato per correggere e la pietra pomice che serviva a lisciare il foglio, urla contro l’intruso: “Maledetto topo, mi fai sempre arrabbiare, che Dio ti mandi al diavolo!”.

L’arte della scrittura e quella della miniatura conoscevano poche pause. Non c’era molto tempo nemmeno per mangiare. E la fatica si faceva sentire. Lo ricorda la celebre raccomandazione di un copista del secolo VIII: “Carissimo lettore, prendi il libro soltanto dopo esserti ben lavato le mani, gira i fogli con delicatezza, tieni lontano il dito dalla scrittura, per non sciuparla. Chi non sa scrivere crede che non occorra alcuna fatica. E invece come è penosa l’arte dello scrivere: affatica gli occhi, spezza la schiena; tutte le membra fanno male! Tre dita scrivono, ma è l’intero corpo che soffre!”.

Federico Fioravanti

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Il “Tacuinum sanitatis” di Bevagna

Il termine “gaita”, dal longobardo Watha, ovvero “guardia”, indica i quattro quartieri storici di Bevagna: Gaita San Giorgio, Gaita San Giovanni, Gaita San Piero e Gaita Santa Maria.

“Tacuinum sanitatis”, un prontuario medico del XIV secolo” è il titolo di un libro pubblicato a cura della gaita Santa Maria di Bevagna.

L’opera, in due volumi, comprende la copia anastatica, la trascrizione e la traduzione di un antico manoscritto del Trecento presente in Umbria, nella biblioteca comunale di Bevagna.

Il testo è la traduzione latina dell’originale in arabo redatto intorno alla fine del secolo XI da Ibn Butlan, un famoso medico di Baghdad di fede cristiana nestoriana, vissuto durante l’epoca d’oro dell’Islam.

Fu tradotto dall’arabo da Faraj ben Salim, conosciuto anche come Ferragut di Girgenti, un medico ebreo nato in Sicilia. Il manoscritto si diffuse prima nelle corti di Napoli e Palermo e poi in tutte le principali città europee.

Sotto il nome di “Tacuinum sanitatis in medicina” vengono classificati tutti quei manuali di scienza medica scritti e miniati, dalla seconda metà del IV secolo al 1450 circa, che descrivevano, sotto forma di brevi precetti, le proprietà mediche di ortaggi, alberi da frutta, spezie e cibi. Ma anche le stagioni, gli eventi naturali e i moti dell’animo, riguardo i loro effetti sul corpo umano.

Sono 11 i manoscritti non miniati: quattro sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi, due nella Biblioteca Vaticana, due nella Biblioteca Angelica a Roma, uno nella Biblioteca Marciana di Venezia, uno a Vienna e uno a Lipsia. Di maggior pregio sono considerati tre codici miniati giunti fino a noi: uno è conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna, uno a Parigi, alla Bibliotheque Nationale e uno a Roma presso la Biblioteca Casanatense.

L’opera ospitata nella biblioteca comunale di Bevagna è un manoscritto pergamenaceo di 40 fogli della misura di mm 210 per 310 mm ciascuno. Il foglio esterno della legatura è in pergamena. I fogli di guardia sono cartacei e recano un timbro rotondo con la dicitura “Orfanotrofio Francesco Torti. Bevagna”.

Nell’incipit del libro si legge: “Tacuinum sanitatis in medicina, utile a spiegare le sei cose necessarie all’uomo e a dimostrare sia il giovamento del cibo, del bere e degli indumenti sia l’aspetto nocivo di queste cose, e quindi a rendere noti i buoni consigli da parte degli eminenti tra gli antichi al fine di eliminarne gli aspetti dannosi. Elbukassem Elmuthar, figlio di Haladin, a sua volta figlio di Buctilian, medico di Baldach, compose questo libro”.

E continua così: “Intorno alle sei cose che sono necessarie ad ogni uomo che devono essere messe in accordo e preservate per mantenere lo stato di salute, con le regole di comportamento e i loro effetti. La prima è migliorare l’aria che interessa il cuore. La seconda è la giusta proporzione di cibo e bevande. La terza è la giusta combinazione del moto e della quiete. La quarta è la preservazione del corpo dagli eccessi del sonno e delle veglie. La quinta è il giusto equilibrio nell’eliminazione e nella ritenzione degli umori. La sesta consiste nella capacità della persona di regolarsi nella gioia, nell’ira, nel timore, nell’angoscia. La conservazione della salute starà infatti nell’equilibrio di questi elementi; quando viene a mancare, si genera malattia”.

Il bellissimo Mercato delle Gaite di Bevagna, manifestazione storica di alto valore filologico che si svolge ogni anno, negli ultimi dieci giorni di giugno, nella cittadina umbra a pochi chilometri da Foligno.

Molti, e a volte curiosi, i consigli terapeutici del medico di Baghdad. Dai dieci giovamenti che arrivano dal vino bevuto con moderazione (cinque sono per l’anima e cinque per il corpo) fino alle qualità che una sana alimentazione trova nel pane con la giusta quantità di lievito e ai lupini e ai fagioli che “favoriscono il sangue mestruale”. Le fave fresche sono sconsigliate perché “provocano gonfiore, mollezza delle carni, e stanchezza”. E il riso “fa aumentare lo sperma, mentre fa diminuire l’urina”. Le mandorle invece “quanto più sono amare, tanto più saranno efficaci nei loro effetti”.

Ibn Butlan si sofferma a lungo anche sul coito. Spiega che a coloro che durante il sonno sognano il sesso “può capitare pazzia, amore, perversione dell’animo, gonfiore dei testicoli, e in generale malattie di replezione del corpo e del cervello”.

Consiglia anche “che chi ha un rapporto sessuale non sia né pieno di cibo, né affamato, in quanto si verificherebbe ostruzione o secchezza”. In quanto ai figli “si scelgano per generare maschi le case maschili, tra cui si prediligono la Bilancia e il Sagittario, mentre per generare femmine il segno dei Pesci e la Vergine, e non si badi se c’è il Toro”. E aggiunge che “non si deve avere il coito se prima non si è giocato con la donna, strofinandole i piedi, prendendole e stringendole delicatamente i capezzoli dei seni, affinché entrambi i due soggetti, stimolati, emettano contemporaneamente il seme, fine per il quale si sono uniti.

Si riconosce il desiderio della donna dai suoi occhi. Durante il rapporto, inoltre, ci si inclini sul lato destro per avere un maschio. Bisogna stare attenti che l’uomo non abbia di nuovo ad avere il coito se prima non si è lavato e non ha urinato. Se non ha osservato tali precauzioni gli occhi dei bambini saranno di colore celeste”.

Il medico di Baghdad raccomanda la musica per la letizia del corpo e dell’anima: “L’effetto sugli animi è palese sia nell’andatura dei cammelli che, carichi, sono confortati dal canto di chi li guida, sia nei fanciulli, che altrettanto godono del canto. Esso crea anche attitudine e diletto e giova alle lunghe orazioni e alle letture. I medici se ne servono per mitigare i dolori, come fanno coloro che portano carichi pesanti in modo che sembrino leggeri e facili”.

Il “Tacuinum sanitatis” analizza anche gli stati d’animo. E ricorda che ce ne sono di cinque tipi: ira, gioia, timidezza, dispiacere e paura. La ragione di questo è che il cuore si muove sia verso il petto sia verso la schiena, o da entrambi le parti. In qualsivoglia di queste due direzioni, il cuore si muove o in modo impetuoso o repentino,oppure poco a poco o in maniera costante. Se si muove in modo impetuoso verso il petto provocherà ira. Se lo fa poco a poco provocherà gioia. Se si muove impetuosamente verso la schiena provocherà paura. Se lo fa poco a poco, disagio. Se da entrambi le parti, avrà effetto di timidezza e tristezza. Tutti questi sono chiamati accidenti dell’animo, sebbene siano resi vitali da ciò che li trasmette, ovvero la percezione e il pensiero. Infatti la percezione conferisce al cuore cose piacevoli e non piacevoli, e lo stesso pensiero. Il dispiacere deriva dalle cose passate, ma anche dalla speranza e dalla disperazione”.

Il libro è edito da Fabrizio Fabbri Editore.

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Columba, santo permaloso

Il più famoso santo scozzese veniva dall’Irlanda. È passato alla storia con un nome gentile: Columba che in lingua gaelica suonava come Colum Cille, “colomba della Chiesa”. Da non confondere con San Colombano abate, l’irlandese più noto del primo Medioevo, che edificò il celebre monastero di Bobbio, in Val Trebbia.

Columba era dolce ma solo nel nome. Le cronache medievali lo dipingono come un uomo austero e al tempo stesso focoso, severo con se stesso prima che con gli altri. Carismatico, di modi frugali, era naturalmente autorevole. Del resto, veniva da una famiglia di re, quella del potente clan degli Uí Néill (O’Neill) di Gartan: il suo bisnonno era infatti “Niall dei Nove Ostaggi”, il sovrano irlandese del V secolo che secondo la leggenda, durante una scorreria in Scozia, rapì il giovanissimo San Patrizio e lo portò con sé in Irlanda come schiavo.

San Columba nacque a Donegal, la terra più impervia e montagnosa dell’Ulster, il 7 dicembre del 521. Da quelle parti, ancora oggi, si parla il gaelico. Il futuro santo, con le parole dell’antica lingua, fin da quando era bambino amava dialogare con Dio. Appena adolescente, volle studiare il latino e la teologia. E scelse come maestro San Finnian di Clonard, uno dei padri del monachesimo irlandese. Negli anni successivi, forte del suo ruolo sociale, trovò anche il tempo di fondare comunità monastiche con importanti scuole annesse a Derry (545), Durrow P (553) e Kells (554).

Ma a cambiare la sua vita fu un altro viaggio di studi. Era andato a Moville, un centro costiero del Donegal, ancora oggi definita come “a place apart”, un posto a parte. Allora, nel 560, il piccolo paese all’estremo nord dell’Irlanda, era la sede di un importante centro monastico, guidato da un altro Finnian, meno famoso del suo omonimo di Clonard ma egualmente santo. Lì Columba poteva studiare in modo appassionato, giorno e notte. Fu affascinato da un libro dei salmi, un prezioso salterio, che per ordine dell’abate nessuno poteva consultare. Columba disobbedì: lo copiò di nascosto, senza autorizzazione. Le leggende intorno al santo ricordano che scriveva in modo febbrile, di notte, con la mano destra, tenendo in alto le sante dita della mano sinistra che, in modo miracoloso, illuminavano le pagine che scorrevano sotto i suoi occhi.

Il monaco riuscì nell’impresa ma fu scoperto. Quando Finnian si accorse di essere stato ingannato, pretese che gli venisse subito restituita la copia abusiva di quella meraviglia. Columba si rifiutò: voleva quel libro per sé. Finnian, esasperato, lo portò a giudizio davanti al re Diarmuid, che ascoltò le parti e poi sentenziò: “A ogni mucca il suo vitello, a ogni libro la sua copia”. Columba fu costretto a riconsegnare la preziosa copia del libro di preghiere.

Ma non finì lì. Le storie d’Irlanda raccontano che Columba, offeso e furioso per il verdetto del sovrano, dichiarò guerra a Diarmiud. E insieme ai sudditi del suo clan e con l’aiuto dei nobili parenti, combatté quella che, ancora oggi, viene ricordata come la “battaglia del libro”. La realtà storica dice che lo scontro, che si svolse nel 560 a Cooldrumman, nell’attuale contea di Sligo, fu una vera e propria “guerra civile” per il controllo del potere tra le opposte fazioni della famiglia reale. Fatto sta che furono uccisi tremila soldati del re a fronte di una sola vittima dichiarata dall’esercito di Columba. Forse fu lo choc per la strage, il realismo politico o la voglia impellente di un importante atto di penitenza dopo aver causato con la sua ostinazione la sanguinosa battaglia, che consigliarono a Columba di lasciare il suo paese: nel 563 partì come missionario per la vicina Scozia insieme a altri 12 monaci. Obbediva al desiderio, comune a tutti gli irlandesi, di “divenire pellegrini di Cristo”. Era comunque deciso a convertire al Cristianesimo un numero di persone almeno pari a quelle morte nello scontro fratricida di Cooldrumman.

Columba non tornò mai più in Irlanda. Ma sotto la protezione di Conall, sovrano della Scozia occidentale, approdò a Iona, la piccola isola delle Ebridi Interne posta davanti alla costa ovest della Scozia. In quel minuscolo lembo di terra esposto ai venti e alle tempeste, fondò un centro monastico la cui fama in breve tempo travalicò le isole del nord e giunse sino a Roma. Da Iona, i monaci iniziarono a convertire al Cristianesimo la Scozia pagana e gran parte dell’Inghilterra settentrionale. Il monastero fu per molto tempo l’ultimo avamposto di alfabetizzazione di una vasta regione del nord Europa. La crescente fama di santità permise a Columba di essere spesso eletto anche al difficile ruolo di mediatore tra i clan scozzesi, eternamente in lotta tra di loro. La piccola isola diventò una sede continua di pellegrinaggi. E assurse al ruolo di luogo “santo” per almeno tre popoli, quando i re di Scozia, d’Irlanda e di Norvegia iniziarono a essere sepolti nel monastero.

La maggior parte delle notizie su San Columba ci sono arrivate grazie ai tre libri che compongono la “Vita Columbae” scritta da Adamnano, un altro monaco irlandese che fu il nono abate di Iona e morì nel 704.

L’opera di Adamnano sorprende il lettore per la prima citazione storica in assoluto del nome di re Artù in un documento inglese: Arturius è un principe degli Scoti, signore dall’anno 574 del regno gaelico di Dál Riata, tra l’Irlanda del nord e la costa occidentale della Scozia. Un territorio molto lontano dal rifugio del leggendario Re Artù poi individuato nel sudovest della Britannia. Subito dopo la morte del santo, il poeta Dallán Forgaill scrisse un “Elogio di San Columba”: il testo di 25 strofe è la più antica poesia in lingua irlandese. Fu scritto per ringraziare il santo monaco che nel 575 convinse i principi a non espellere dall’isola i poeti, troppo esosi verso i nobili. Da allora Columba protegge anche i rimatori. Beda il Venerabile (673-735) ricorda invece che Columba convertì al Cristianesimo il re dei Pitti (dal latino pictus) che venivano chiamati così perché avevano l’abitudine di tingersi il corpo e i capelli.

Ma il santo permaloso che scatenò una guerra per amore di un libro, fu anche il primo a conoscere da vicino il “Mostro di Loch Ness”. In una data imprecisata del 565 il grande serpente disertò le sponde del famoso lago ma apparve lungo il fiume Ness. Stava mangiando un uomo di fronte a una folla terrorizzata. Columba arrivò appena in tempo con una croce in mano urlando: “Tu non andrai più oltre!”. La bestia scappò e non si fece più vedere da quelle parti. Almeno fino al 1930, quando riapparve nei racconti e sulle colonne dei giornali.

Del primitivo monastero di Iona, costruito con il legno e la pietra, non resta nulla (nella foto, l’attuale abbazia di Iona, in Scozia). Quando Columba morì, nel 597, i monaci continuarono la sua opera edificando nuove abbazie tra cui quella di Lindisfarne. A partire dal secolo VIII l’isola subì numerosi attacchi da parte dei Vichinghi che solo nel X secolo iniziarono ad abbracciare la nuova religione. Naturalmente adottarono San Columba come loro patrono. Ma la nuova fede, nella notte di Natale del 986, non impedì a un esercito danese stanziato a Dublino, di depredare il tesoro di Iona e di uccidere 20 monaci. Le continue razzie costrinsero molti religiosi a emigrare: le reliquie di San Columba furono trasportate nel monastero irlandese di Kells e in quello scozzese di Dunkeld.

Somerled, un abile capo gaelico, conquistò le Ebridi nel XII secolo. E i suoi discendenti, mescolati al potente clan scozzese dei Mac Donald, mantennero il controllo dell’arcipelago, tanto da adottare, al partire dal Trecento, il titolo di “Signori delle Isole”. Nello stesso periodo, a Iona sbarcarono anche i benedettini che si integrarono presto con i monaci superstiti dell’ordine di San Columba. Ai pellegrini, che sbarcavano ancora numerosi, i religiosi mostravano l’ultima reliquia rimasta di quel santo tenace e irascibile: una mano che sembrava quasi indicare ancora ai confratelli la via giusta da seguire. Beathag, figlia prediletta del re Somerled, fece costruire sull’isola anche un monastero femminile agostiniano del quale diventò badessa.

Da allora, molto tempo è passato. Le storie si sono mescolate alle leggende. Oggi, dopo numerosi e accurati restauri, il monastero di Iona è tornato agli antichi splendori. Columba, insieme a san Patrizio e santa Brigida è uno dei tre santi patroni d’Irlanda. E la sua festa si celebra il 9 giugno anche in Australia e in Nuova Zelanda.

Virginia Valente

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Il tempo medievale

Il tempo è un frammento dell’eternità. Quindi appartiene a Dio. E dunque alla sua Chiesa. Il sole detta il ritmo delle ore con l’alternarsi degli anni e delle stagioni, del giorno e della notte. Quel “bianco mantello di chiese” che come scrisse Rodolfo il Glabro ricoprì all’improvviso l’Europa a partire dall’anno Mille, avvolge anche la vita quotidiana dell’uomo medievale (nella foto, l’orologio della cattedrale di Wells).

Le feste liturgiche scandiscono i vari periodi dell’anno. Così le campane, tra l’alba e il tramonto, segnalano ai fedeli gli ordinati frammenti che compongono la giornata, spezzata e ricomposta tre volte dall’Angelus, la preghiera cattolica che ricorda il mistero dell’Incarnazione.

Come scrisse Jacques Le Goff, c’è il tempo imposto dalle campane, dalle trombe e dagli olifanti. Il chierico, il cavaliere e il contadino obbediscono a tempi diversi. Il tempo del signore è regolato dagli obblighi richiesti dal mestiere delle armi oppure dal suo status di comandante o di vassallo. La luce e il buio, insieme al raccolto e alla semina, marcano il tempo del contadino. Le preghiere accompagnano la giornata e gli obblighi degli uomini di fede.

Le ore si contano e non si leggono. Così il suono ineluttabile e rassicurante che arriva dai campanili, detta i doveri, i riposi e l’alternarsi dei compiti quotidiani. Rimane l’abitudine delle ore romane. Le 24 ore della giornata sono divise in due parti di 12 ore, quelle del giorno e quelle della notte. Il giorno va dalle attuali ore 6 fino alle attuali ore 18. La notte inizia dalle attuali ore 18 e si conclude alle 6 del mattino. Le ore del giorno sono divise in quattro parti, di tre ore ciascuna: terza (ore 9); sesta (ore 12); nona (ore 15) e dodicesima (ore 18). Anche le ore della notte sono divise in quattro parti, chiamate “vigilie”, dal nome che i soldati romani davano ai turni di guardia: prima (dalle ore 19 alle ore 21); seconda (dalle ore 21 alle ore 24); terza (dalle ore 24 alle ore 3) e quarta (dalle ore 3 alle ore 6).

Le ore erano legate al ciclo solare e quindi, secondo le stagioni, avevano una durata diseguale: d’estate le ore diurne erano più lunghe rispetto a quelle notturne. D’inverno invece accadeva il contrario. Tra equinozio e solstizio infatti le ore aumentavano o diminuivano: erano quindi uguali tra loro, in modo approssimativo, solo nel corso di uno stesso giorno (nella foto, l’orologio su una parete della cattedrale di Chartres). Questo fenomeno si può constatare osservando un quadrante solare medievale: uno stilo perpendicolare al quadrante proietta la sua ombra sulle linee incise in base ai calcoli delle ore. Quella del centro indica il mezzogiorno, cioè il passaggio esatto del sole dal meridiano del luogo. Cinque linee a sinistra e sei a destra, numerate da 1 a 12, indicano le altre ore: la prima corrisponde al sorgere del sole, l’ultima al tramonto. Ma sono linee divergenti, che rispettano la durata non uguale delle ore a seconda della lunghezza dei giorni. Nei conventi il ritmo delle ore era sorvegliato da un monaco che attraverso la campana annunciava i momenti precisi della preghiera. Ore quindi canoniche, che presto divennero importanti per tutti. Erano il mattutino, la prima, la terza, la sesta, la nona, il vespro, e la compieta. Il vespro era l’ufficio recitato alle 18, dopo il tramonto. La compieta, ultimo momento di preghiera, dava il segnale della fine della giornata. Era chiamata così proprio perché arrivava al compimento (“alla chiusura”) delle ore canoniche.

Con la diffusione in tutta Europa del monachesimo benedettino assunse una particolare importanza l’ora nona, corrispondente all’incirca alle ore 15. Segnava la pausa principale della giornata, quella in cui il monaco cessava di lavorare e raggiungeva il refettorio.

Tra il lavoro e la preghiera (“Ora et labora”) a tutte le latitudini, l’ora del pasto era attesa dai monaci con comprensibile impazienza, soprattutto in tempo di Quaresima, il periodo di penitenze e digiuni che precede la Pasqua. Tanto da arrivare ad anticipare quel momento cruciale, che diventò un’ora diversa, come ci ricorda l’inglese moderno attraverso i termini “noon” e “afternoon”.

Virginia Valente

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La tradizione dell’albero di Natale

La tradizione dell’albero di Natale è sentita in modo particolare nell’Europa settentrionale ma ormai è universalmente accettata anche nel mondo cattolico. Già i druidi, sacerdoti degli antichi popoli celti, avevano l’abitudine di decorare gli alberi sempreverdi. E i Vichinghi ritenevano che l’abete rosso avesse poteri magici proprio perché in inverno non perdeva le foglie.

Tra i “barbari del nord” la celebrazione del solstizio d’inverno prevedeva l’incendio di un albero: un rito propiziatorio per illuminare la notte invernale che cominciava a regredire. E la saga nordica dei Nibelunghi celebra un grande frassino piantato al centro della terra.

Una storia particolare lega l’albero di Natale a San Bonifacio. Nato in Inghilterra intorno al 680, evangelizzò le popolazioni germaniche. Si narra che il santo, insieme a un gruppo di discepoli, affrontasse i pagani riuniti presso una quercia sacra al dio Thor mentre stavano per compiere un sacrificio umano. Bonifacio rimproverò quegli uomini empi. Prese una scure e cominciò a colpire con forza l’albero sacro. All’improvviso si levò un vento fortissimo e la grande quercia, cadendo, si spezzò in quattro parti. Dietro l’imponente albero c’era un giovane abete verde. San Bonifacio disse ai pagani: “Questo piccolo albero, un giovane figlio della foresta, sarà il vostro sacro albero questa notte. È il legno della pace, poiché le vostre case sono costruite di abete. È il segno di una vita senza fine, poiché le sue foglie sono sempre verdi. Osservate come punta diritto verso il cielo. Che questo sia chiamato l’albero di Cristo bambino; riunitevi intorno ad esso, non nella selva, ma nelle vostre case; là non si compiranno riti di sangue, ma doni d’amore e riti di bontà”.

Pilastro esterno sinistro del Duomo di Orvieto, dettaglio del Peccato Originale (foto di Luca Aless – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50961481)

Estonia e Lettonia si contendono il primo albero di Natale della storia. Nel 1441 a Tallin, capitale estone, fu eretto un grande abete sulla piazza del municipio attorno al quale ballarono donne e uomini alla ricerca dell’anima gemella. Nella città di Riga una targa con una scritta in otto lingue, ricorda al mondo che il primo “albero di Capodanno” nacque nella città lettone nel 1510.

La tradizione dell’albero si rintraccia anche in un appuntamento medievale celebrato in Germania: il “gioco di Adamo e di Eva” (“Adam und Eva Spiele”). Era uno dei “misteri” che venivano sceneggiati il 24 dicembre, la sera della vigilia, in preparazione al Natale. I personaggi della rappresentazione erano Adamo, Eva, il diavolo e l’angelo con la spada di fuoco che faceva la guardia al giardino dell’Eden. Per ricostruire l’immagine del Paradiso, le piazze e le chiese delle città tedesche venivano riempite di alberi di frutta e simboli dell’abbondanza. Gli alberi venivano decorati con le mele per alludere al peccato originale e con le ostie (simbolo del corpo di Cristo, sacrificato per scontare il peccato originale).

Con il tempo, le ostie furono soppiantate da candele, noci, castagne e biscotti. E gli alberi da frutta vennero sostituiti dagli abeti che, secondo la devozione popolare, erano “sempreverdi” proprio grazie a un miracolo di Gesù che volle donare loro una eterna primavera. L’abete è ancora oggi l’albero in cui in alcune terre tedesche le favole depositano i bambini portati dalla cicogna.

Virginia Valente

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