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Il sindacato della Provvidenza

Nei cantieri medievali gli infortuni sul lavoro erano frequenti. Molte pitture e miniature, insieme a tanti ex voto, rammentano miracolosi salvataggi: operai che precipitano da una impalcatura vengono afferrati, all’ultimo momento, dalla mano provvidenziale di un santo. Sono angeli custodi che spuntano al momento opportuno e allontanano dalla morte sicura. Protettori diversi, da luogo a luogo, che spesso davano il nome alla chiesa stessa che si stava edificando per celebrare la loro santità.

Per lo storico Jacques Le Goff “il miracolo nel Medioevo occupa il posto della mutua”. La previdenza era assicurata dalla Provvidenza. Alcune vetrate di grandi cattedrali medievali descrivono con efficacia il frenetico via vai dei cantieri edili: muratori, scultori, carpentieri, vetrai e semplici manovali si accalcano intorno all’opera. C’è chi porge le ceste con i mattoni, chi trasporta la malta, chi mura armato di cazzuola e chi osserva, pronto a criticare. Qualcuno scala le impalcature, qualcun altro si inerpica su scale ripide e all’apparenza molto poco sicure.

Le immagini raccontano un caos di attività diverse. Ma in realtà l’organizzazione c’era. E seguiva regole chiare: nel lavoro, come nella società, c’erano precise gerarchie da rispettare. Nei cantieri, prima venivano i maestri, poi i garzoni e quindi i manovali, a cui spesso toccavano compiti ingrati e ricchi di pericoli. Com’è ovvio, alle diverse abilità corrispondevano anche salari differenti.

Le paghe erano quello che erano. Si lavorava soprattutto nella bella stagione: d’inverno non era possibile murare e quindi i cantieri rimanevano chiusi. Le corporazioni di arti e mestieri assistevano i propri associati e garantivano loro l’assistenza e le cure necessarie, secondo gli spartani standard dell’epoca.

I libri mastri raccontano una giornata tipo: i lavoratori si portavano il pranzo da casa. E i pasti scandivano anche le pause. I manovali che lavoravano per edificare le cattedrali facevano uno spuntino prima di entrare in cantiere. Poi, in tarda mattinata, mangiavano pane e formaggio insieme a un po’ di frutta e bevevano vino allungato con l’acqua. Il pasto serale arrivava al termine dei turni di lavoro.

Si festeggiava con feste e bevute collettive il completamento di ogni parte dell’edificio.

Un bel libro di Maria Paola Zanoboni, “Salariati nel Medioevo (Secoli XIII-XV)”, uscito nel 2009 presso la Casa editrice Nuovecarte di Ferrara nell’ambito della Collana L’Altra Storia/Medioevo, affronta il tema degli infortuni sul lavoro. E ci dà minuziose notizie su come le vittime degli incidenti venissero indennizzate.

Documenti d’archivio senesi testimoniano che nella città del Palio, nell’anno 1340, un maestro che lavorava all’acquedotto ricevette un risarcimento di una lira dopo essere stato ferito da un oggetto pesante. Lo stesso accadde a un operaio, precipitato da una impalcatura, e a cui fu riconosciuta una paga corrispondente a 3 giorni di lavoro.

Di fronte al dramma degli infortuni in edilizia, la corporazione dei maestri muratori fiorentini tentò a più riprese di far costruire un ospedale per meglio soccorrere le vittime. Nel cantiere della cattedrale di Firenze nel 1362 e nel 1365 vennero corrisposti alcuni indennizzi ad operai che si erano infortunati. I cantieri privati erano molto meno misericordiosi: un documento ci ricorda che durante la costruzione di palazzo Strozzi ad un fabbro che era stato malato per pochi giorni venne decurtato lo stipendio.

Allora come oggi, era meglio non ammalarsi. I libri della contabilità del cantiere trecentesco del Duomo di Milano, testimoniano di numerosi anche se parziali risarcimenti versati alle vittime degli infortuni. Pochi soldi, se è vero che nel 1393 i lavoratori protestarono contro il ripetersi degli incidenti.

Nella cava di Candoglia in Val d’Ossola, dove si estraeva il marmo che serviva a costruire il duomo milanese, i cavapietre lavoravano sospesi a una rupe, attaccati alle corde di canapa. I rischi di crollo provocavano fughe continue tra gli operai, costretti anche a lunghi viaggi quotidiani per raggiungere lo scomodo cantiere. Così fu decisa la costruzione di capanne vicino ai luoghi di taglio dove gli operai potevano riposare tra un turno e l’altro di lavoro.

Tra i tanti documenti inediti raccolti Maria Paola Zanoboni, spicca la storia di un manovale che nel 1496 morì precipitando da una gru nel cantiere fiorentino di Santo Spirito. Il capo-scalpellino raccolse i poveri oggetti che l’uomo portava con sé per poterli restituire alla vedova. Tra un mazzuolo, la sporta per il pranzo e una bottiglia di vino, c’era anche un borsellino con dentro una somma di denaro considerevole per i guadagni di un operaio: i risparmi di una vita di lavoro che l’uomo portava con sé.

Virginia Valente

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Teodosio, l’ultimo imperatore

Guadagnato a partire dal V secolo l’epiteto di “grande”, Teodosio I si è impresso nell’immaginario collettivo come un imperatore vincente, apice della romanità tardoantica e al contempo artefice dell’imporsi del cristianesimo sui culti pagani: un’immagine non necessariamente da rigettare, ma certo da sfumare (nella foto, l’imperatore Teodosio e sant’Ambrogio, in un dipinto di Van Dyck, conservato a Roma, in Palazzo Venezia).

Teodosio nacque l’11 gennaio 347 a Cauca, nell’odierna Galizia: la sua famiglia, di orientamento cristiano, apparteneva all’élite locale. Il suo esponente di punta era l’omonimo padre di Teodosio, Teodosio il Vecchio, un militare capace: nel 368, al comando di truppe scelte, si trovava in Britannia per il ripristino dell’ordine pubblico. Suo figlio Teodosio era con lui, e lo era ancora nel 369 in Gallia, nel corso di alcune operazioni contro gli Alemanni sul Reno, e nel 373 in Africa, alle prese con i Mauri.

Fu solo nel 374 che Teodosio il Giovane avviò un’autonoma carriera militare, sconfiggendo in veste di dux Moesiae un gruppo di Sarmati: le sue floride prospettive furono tuttavia frustrate dai drammatici accadimenti che coinvolsero il padre. Questi, entrato in violento contrasto con il comes Africae Romano, nel 376 venne giustiziato per alto tradimento: il figlio ritenne allora opportuno ritirarsi in Spagna, dove sposò una conterranea – Flaccilla – da cui ebbe il suo primogenito, Arcadio.

Fu il clima emergenziale conseguente alla sconfitta romana di Adrianopoli dell’8 agosto 379, ad opera dei Goti, a creare le condizioni per il ritorno sulle scene di Teodosio. L’imperatore Valente (328 – 379) era morto sul campo di battaglia; ai vertici dell’impero si trovavano dunque Graziano (359 – 383), malfermo nel suo stesso Occidente, e il fratellastro Valentiniano II (371 – 392), ancora bambino. La vulgata recita che Graziano richiamò Teodosio dalla Spagna, affidandogli il comando della controffensiva e premiandone i brillanti risultati con il titolo imperiale per l’Oriente.

Una comparazione critica delle fonti induce invece a ritenere che le vittorie di Teodosio contro i Goti non furono in realtà folgoranti; soprattutto, lo scarso lasso di tempo fra la morte di Valente e la sua incoronazione – avvenuta a Sirmio, nell’odierna Serbia, il 19 gennaio 379 – fa pensare che egli fosse già militarmente operativo in zona. Tale distorsione dei fatti è forse spiegabile con la volontà delle fonti di rescindere qualsivoglia legame tra il disastro di Adrianopoli e Teodosio, la cui rapidissima ascesa può anche interpretarsi come un ingenuo tentativo di Graziano di legare a sé un potenziale avversario, che del resto nell’entourage dell’imperatore poteva contare sul supporto di due parenti.

Stabilitosi inizialmente a Tessalonica, il nuovo imperatore d’Oriente dovette subito affrontare la minaccia dei Goti. Verrebbe da dire che il consolidamento urgente dell’esercito si rivelò efficace: i Goti – nonché alcuni Alani e Unni – stando alla vulgata vennero ripetutamente sconfitti tra l’autunno del 379 e quello del 380, quando Teodosio fece il suo ingresso trionfale a Costantinopoli; in realtà è appurato che l’eterogeneo esercito imperiale subì nel frangente anche alcune sconfitte, e che Teodosio – persino a un passo dall’essere fatto prigioniero, in un dato momento – fu costretto a chiedere supporto a Graziano. La minaccia gota fu sì contenuta, ma divenne chiaro che costringerla al di là del Danubio era diventato impossibile.

Non a caso, nel 381 Teodosio lavorò di diplomazia, sfruttando le divisioni fra i Goti: portò dalla sua parte Atanarico, il vecchio re goto che a suo tempo aveva messo in difficoltà Valente. Il suo peso politico, di contro a quello di un altro re, Fritigerno, era modesto; tuttavia il suo soggiorno a Costantinopoli – onorevole ancorché breve, dato che Atanarico morì due settimane dopo il suo arrivo – dovette far intendere ai Goti quanto l’impero fosse disposto a trattare. Il 3 ottobre 382 si ebbe in effetti la stipula di un trattato: a dispetto di quanto riportato da alcune fonti, non si trattò affatto di una resa dei Goti, non fosse altro perché le concessioni dei Romani non avevano precedenti.

I Goti non solo vennero accolti come “foederati,” ma godettero dell’esenzione fiscale fra Danubio e Emo e del mantenimento della propria legislazione; di contro si impegnarono ad affiancare l’esercito imperiale. Nel breve periodo la strategia di Teodosio si rivelò vincente: al patto fecero seguito non meno di nove anni di relativa tranquillità.

Jacopo Mordenti Segue su Storica National Geographic n.82

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“Il Medioevo fra noi”, a Urbino e Gradara dal 7 al 9 giugno 2018

Perché siamo incantati dal Medioevo? Quali sono i rapporti tra quel millennio lontano e le sue reinterpretazioni nel mondo di oggi? Nelle affascinanti cornici di Urbino e Gradara, al convegno Il Medioevo fra noi studiosi e pubblico dialogano tra loro dal 7 al 9 giugno 2018 nel segno e nel sogno del Medioevo. Tema centrale della V edizione della manifestazione è Percorsi di frontiera.

Questo il programma:

7 giugno, h. 15.30, Urbino, palazzo ducale, Sala del Giardino d’Inverno Presiede Umberto Longo Indirizzi di saluto Peter Aufreiter (direttore della Galleria nazionale e del Polo museale delle Marche) Vilberto Stocchi (rettore dell’Università di Urbino) Massimo Miglio (presidente dell’Istituto storico italiano per il medio evo) Maria Elisa Micheli (direttore del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Urbino)

Tommaso di Carpegna Falconieri (Università di Urbino), Percorsi di frontiera: introduzione all’incontro Maria Giuseppina Muzzarelli (Università di Bologna), Tra medicina e magia: quando è il genere a segnare il confine Alison L. Perchuk (California State University – Channel Islands), California medievale: cartoline dall’orlo del mondo Franco Cardini (Istituto storico italiano per il medio evo), Per farla finita col Santo Graal

8 giugno, h. 9.30, Urbino, palazzo Albani, aula Clemente XI Presiede Francesca Roversi Monaco Marina Montesano (Università di Messina), L’oscuro medioevo delle streghe Paolo Cova (Università di Bologna), Le testimonianze artistiche medievali della Rocchetta Mattei: tra mito, riutilizzo e falsificazione Davide Iacono (Sapienza Università di Roma) e Riccardo Facchini (Università Europea, Roma) presentano il libro Medievalismi italiani (secoli XIX-XXI), Roma, Gangemi, 2018

8 giugno, h. 16.00, rocca di Gradara Presiede Tommaso di Carpegna Falconieri Indirizzo di saluto Isabella Di Cicco (direttore della Rocca demaniale di Gradara)

Salvatore Ritrovato (Università di Urbino), Un «Milione» di viaggi. La strana fortuna di un libro che abolì le frontiere Daniela Rando (Università di Pavia), Marco Polo e il colonnello Henry Yule (1871). Una traduzione di successo sulla frontiera degli studi coloniali Geraldine Leardi (MIBACT, Galleria Borghese), Frontiere come metodo. Esperienze di ricerca sul bizantinismo

9 giugno, h. 10,00, rocca di Gradara Presiede Maria Claudia Caldari Daniele Sacco (Università di Urbino): Archeologia cognitiva e archeologia sperimentale: mente e braccio della ricerca Martina Corona (Sapienza Università di Roma), Maleficent: il nuovo confine tra immaginario e mercato Federico Fioravanti (Festival del Medioevo, Gubbio) e Giuseppe Maria Bianchi (Associazione «Italia medievale») conversano sul tema Aspettando il Festival Francesca Roversi Monaco (Università di Bologna), Umberto Longo (Sapienza Università di Roma), Conclusioni

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“Cosa fatta capo ha”

Dietro il celebre detto c’è una storia di sangue e intrighi da cui nacque la guerra infinita tra i guelfi e i ghibellini. Fatta una cosa, non ci si pensa più. Il modo di dire “Cosa fatta capo ha” conosce da secoli una grande fortuna. Ai giorni nostri, il proverbio serve a rassicurare chi lo cita. Indica anche uno stato d’animo: il sospiro di sollievo che si tira di fronte al buon senso di una decisione ormai presa. E sulla quale è meglio non tornare più indietro.

Nasce però da un fatto di sangue che fece scalpore nella Firenze del Duecento. Così importante e ricordato da sancire, in modo convenzionale, la data di inizio di una guerra che segnò l’Italia medievale: quella tra i guelfi e i ghibellini.

La storia è raccontata da cronisti d’eccezione. Il primo è Dante Alighieri che nella Divina Commedia (Inferno, XXVIII, 103-111) presenta il protagonista della vicenda da cui tutto nacque: Mosca dei Lamberti, nato a Firenze alla fine del XII secolo e morto a Reggio Emilia nel 1243. Appartenne a una importante famiglia ghibellina, alleata degli Uberti di Farinata. Fu protagonista della vita politica fiorentina della prima metà del Duecento e anche podestà di Viterbo (1220) e Todi (1227) oltre che capitano in armi delle truppe fiorentine nella feroce guerra contro Siena.

Nell’Inferno dantesco appare nella bolgia dei seminatori di discordia, con le mani mutilate, tenute in alto: “Levando i moncherin per l’aura fosca, / sì che ‘l sangue facea la faccia sozza”. L’orribile punizione ricorda la colpa del dannato: Mosca dei Lamberti decretò l’uccisione di Buondelmonte dei Buondelmonti, un giovane che Giovanni Villani quasi fotografa in una pagina della sua “Nova Cronica”, storia in 13 libri della città di Firenze, spiegando ai suoi lettori “ch’era molto leggiadro e bello cavaliere” .

Questo Buondelmonte era fidanzato in modo ufficiale con una fanciulla della potente casata degli Amidei, politicamente molto vicina ai Lamberti. Ma il giorno delle nozze non si presentò al matrimonio. La promessa sposa, i parenti e i tanti invitati lo aspettarono invano nella chiesa di Santo Stefano. La sorpresa diventò irritazione e poi sconcerto. E la rabbia si trasformò presto in furore e voglia di vendetta. Anche perché, quello stesso giorno, il 10 febbraio 1216, alcuni testimoni videro passare l’incauto e sfrontato giovanotto lungo le vie adiacenti alla chiesa, dove la famiglia Amidei aveva molte case di proprietà: Buondelmonte andava a giurare amore eterno a un’altra ragazza fiorentina, figlia di madonna Gualdrada e di Forese Donati il Vecchio.

I cronisti medievali, Villani in testa, specificano che fu proprio Gualdrada a convincere il giovane a disertare il matrimonio con la forse poco avvenente Amidei e a proporre in cambio al giovane Buondelmonte la mano della sua bellissima figliola.

Lo scandalo fu enorme. A Firenze non si parlava d’altro. I parenti della sposa abbandonata sull’altare volevano lavare l’onta di quel gesto clamoroso. Anche perché l’ingiuria era doppia. Quel matrimonio doveva infatti essere “riparatore” di un’altra offesa, nella quale, appena un anno prima, erano state coinvolte le più importanti famiglie della città. Oggi potremmo dire che tutto iniziò per futili motivi. Di certo, i fatti precipitarono senza che nessuno riuscisse a guidarli.

Nel 1215 il podestà Corrado Orlandi aveva organizzato una festa nel suo castello di Campi Bisenzio per celebrare il passaggio in società di Mazzingo dei Mazzinghi, un giovane che con la maggiore età diventava un cavaliere. Come era consuetudine, erano state invitate tutte le famiglie più importanti di Firenze. Durante il ricco banchetto, un giullare fece sparire per scherzo un piatto ricolmo di carni sotto il naso di Uberto degli Infangati, che era seduto vicino al suo amico Buondelmonte.

Uberto non accettò la burla e si lamentò ad alta voce con gli altri commensali. Un terzo convitato, Oddo de’ Fifanti, abituale protagonista di risse, accusò a sua volta Uberto di aver fatto sparire quel piatto succulento. Lo fece con particolare insolenza, spalleggiato da altri invitati. Uberto replicò insultando a sua volta Oddo, che rispose lanciando un tagliere ricolmo di carni in faccia all’avversario. Si scatenò una rissa, che fu domata a stento dal padrone di casa. Poco dopo, finito il banchetto, mentre si sparecchiava, quando tutto sembrava finito, accadde il fattaccio: Buondelmonte aggredì Oddo a tradimento e lo ferì con un coltello. La lite fu bloccata. Ma non finì lì.

Con il sangue di mezzo, non si trattava più di una rissa. Le usanze del tempo prevedevano che si dovesse tutelare prima di tutto l’onore dei contendenti. Per evitare guai peggiori, serviva una ricomposizione pubblica e formale. Nella chiesa di Santa Maria sopra Porta venne convocato d’urgenza un consiglio di alcune famiglie legate da vincoli di sangue e di interesse: Fifanti, Gangalandi, Uberti, Lamberti e Amidei.

Trovarono una soluzione riproposta spesso nelle liti tra le famiglie illustri: fu deciso che la questione si sarebbe potuta risolvere soltanto con un matrimonio riparatore. Così, fu proposto a Buondelmonte di sposare una ragazza di cui nessuna cronaca ci ha tramandato il nome: era la nipote di Oddo de’ Fifanti, figlia di una sua sorella e di Lambertuccio degli Amidei.

La proposta fu accolta. Venne stipulato anche un contratto da un notaio che prevedeva una forte penale in caso di mancata celebrazione del matrimonio. Sembrava quindi che il conflitto tra i maggiorenti fiorentini fosse appianato. Ma Gualdrada Donati, che voleva a tutti i costi Buondelmonte come genero, accusò il giovane di aver paura dei potenti Fifanti e dei loro tanti amici. Ironizzò anche sull’aspetto fisico della giovane Amidei. E propose al ragazzo di sposare sua figlia. D’accordo con il marito, si offrì anche di pagare la penale prevista insieme alla ricca dote della fanciulla.

Così Buondelmonte cambiò volentieri idea. Ma lo fece tardi e male. In spregio alla forma e in modo plateale. L’insulto pubblico del matrimonio saltato all’ultimo momento, senza scuse, chiarimenti o spiegazioni, non poteva essere dimenticato. In ballo, insieme a quello degli Amidei, c’era l’onore di molte altre famiglie. I maggiorenti fiorentini vicini alla famiglia della sposa abbandonata sull’altare, si riunirono per decidere quali provvedimenti adottare.

Erano tutti d’accordo nel dare una lezione esemplare a Buondelmonte. Alcuni proposero di bastonarlo, altri di umiliarlo in pubblico, altri di sfregiarlo in modo permanente. Mosca dei Lamberti tagliò ogni discussione con quella frase che diventò una sentenza: “Cosa fatta capo ha”. Buondelmonte doveva morire.

Come teatro dell’imboscata venne scelto Ponte Vecchio, luogo simbolo della città. L’omicidio avvenne la mattina di Pasqua, proprio il giorno nel quale Buondelmonte aveva fissato le nuove nozze con la bella figlia di Forese Donati. Il giovane stava andando in chiesa a cavallo, vestito di bianco e con una corona di fiori sulla testa. Una bastonata dell’Uberti lo disarcionò. Amidei e Mosca lo pugnalarono. E Fifanti, come colpo finale, gli tagliò le vene quando già agonizzava.

Villani scrisse: “E questa morte di messere Bondelmonte fu la cagione e cominciamento delle maledette parti guelfe e ghibelline in Firenze”. All’inizio, in ballo, più che il papato e l’impero c’era quella che lo storico Davidsohn chiamò “una guerra civile per il controllo del consolato”, cioè del comune, tra gli opposti gruppi familiari.

Le prime menzioni dei due termini apparvero 23 anni dopo la morte dello sventurato Buondelmonte negli “Annales Florentini”: nel 1239 “guelfi” e nel 1242 “ghibellini”.

I guelfi e i ghibellini, dipinto novecentesco di Ottavio Baussano

Non fu un fatto solo toscano o fiorentino. Tra la fine del XII secolo e la metà del secolo successivo, all’interno dei comuni di quasi tutte le città italiane, si formarono due “partes” che si schierarono nella secolare contesa tra papato e impero.

A Firenze, le guerre locali trovarono una nuova ragione di scontro nella lotta che segnò la successione a Enrico V e che all’inizio vide protagoniste la casa di Baviera (Welfen), rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia (originaria del castello di Waiblingen), a cui apparteneva l’imperatore Federico II. Nella Divina Commedia, Dante ci descrive Mosca dei Lamberti che si allontana tra i dannati dell’Inferno come persona “trista e matta”, consapevole del danno fatto alla città di Firenze, segnata dagli scontri feroci tra le opposte fazioni politiche.

Ma Dante è ancora più severo con la condotta scriteriata di Buondelmonte. Cacciaguida, trisavolo del poeta, nel XVI canto del Paradiso, condanna la stirpe del giovane assassinato con gravi parole:

“La casa di che nacque il vostro fleto, per lo giusto disdegno che v’ha morti, e puose fine al vostro viver lieto, era onorata, essa e i suoi consorti”.

Tra l’altro, Buondelmonte fu distratto dagli “altrui conforti” della famiglia Donati, il casato fiorentino da cui poi discesero anche Gemma Donati, moglie del Poeta e suo cugino Forese, amico di Dante e fratello di Corso Donati, capo dei guelfi neri.

Poche terzine dopo, nello stesso canto del Paradiso, Cacciaguida ricorda che il giovane fu ucciso all’altezza di “quella pietra scema che guarda ‘l ponte”. La pietra mutilata (“scema”) era una statua di Marte, dio latino della guerra, primo protettore di Firenze al tempo in cui la città era ancora soltanto un castrum romano edificato sulle rive dell’Arno.

La scultura fu trasferita sul Ponte Vecchio quando i fiorentini si convertirono in modo pieno al Cristianesimo. Il nuovo patrono della città diventò allora San Giovanni Battista. Ma le guerre, d’armi e di parole, continuarono a dilaniare la città.

Federico Fioravanti

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Assisi, le creature di luce

Per Francesco erano fratello Sole e sorella Luna, le stelle e il fuoco. Per noi, insieme alle ineguagliabili espressioni della Natura, anche la sua memoria è luce. Un faro che travalica l’appartenenza o meno a una fede religiosa, perché illumina pagine di storia, arte e architettura.

È questo lo spirito che ha motivato l’installazione di un nuovo sistema di illuminazione nella Basilica Superiore di San Francesco, ad Assisi. E l’impatto è grandioso. Le volte stellate, gli archi e le volute del santuario sembrano brillare di luce propria. Come il gioco di chiaroscuri, la varietà cromatica e le volumetrie degli affreschi di Giotto, che acquistano una più completa e godibile visibilità.

Inaugurato di recente, l’impianto concilia la volontà di valorizzare al massimo l’enorme patrimonio artistico della basilica con la necessità di preservare i capolavori all’interno dell’edificio. Le luci a Led sfruttano tecnologie di ultima generazione e non emettono né raggi infrarossi né ultravioletti, dannosi soprattutto per i celebri affreschi che raccontano la vita di Francesco.

Particolari cure sono state riservate anche all’aspetto filologico: per mantenere immutate morfologia e posizione dei lampadari originali presenti nella basilica, le strutture meccaniche medievali sono state dotate di particolari opere di ingegneria progettate ad hoc, che hanno permesso di inserire i proiettori senza modificare aspetto e collocazioni dei punti di illuminazione.

Il sistema è anche in linea con i parametri di risparmio energetico indicati dalle normative europee ed è dotato di un pannello di controllo, accessibile anche via smartphone, in grado di modulare l’intensità dell’illuminazione in armonia con il variare della luce naturale che penetra nella basilica e in funzione delle diverse attività che si svolgono, dalle occasioni celebrative alle visite, fino ai momenti di più intimo raccoglimento.

La basilica di Assisi è uno dei siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio del mondo. E i suoi affreschi sono tra i tesori d’arte italiani meglio conservati e più accessibili ai turisti. Lo certifica una speciale classifica stilata dall’analisi di più di cento testate della stampa internazionale, dal New York Times a Der Spiegel.

I meravigliosi affreschi di Giotto hanno conquistato il 13,55% delle citazioni totali. Al secondo posto (con il 12.30% di citazioni) gli affreschi della Cappella Sistina, che precedono il Colosseo e il Cenacolo di Leonardo Da Vinci. La classifica dei tesori d’arte restaurati comprende anche la Torre di Pisa, la Galleria degli Uffizi, la Valle dei Templi e i Sassi di Matera.

La costruzione della basilica di Assisi iniziò nel 1228, il giorno dopo la canonizzazione di Francesco. Per la decorazione vennero chiamati i migliori artisti. Il pittore Cimabue giunse in Umbria con uno stuolo di allievi, tra i quali il giovane Giotto che collaborò agli affreschi delle Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, in particolare alle Storie di Isacco. Quasi vent’anni dopo, il generale dell’Ordine Francescano affidò proprio a Giotto il ciclo di affreschi sulla vita di San Francesco. Il grande pittore scelse di raccontare l’umanità dei personaggi, ne curò la fisicità e diede rilievo agli elementi naturali del paesaggio.

Una pittura nuova e rivoluzionaria, capace di interpretare al meglio il messaggio francescano d’amore per tutte le cose del Creato. Molte le scene corali: la folla è compatta, disegnata come un unico volume. Giotto però non rinunciò alle individualità: curò le fisionomie dei personaggi e li vestì con un realismo che abbagliò lo spettatore trecentesco così come, oggi più che mai, ammalia i visitatori che arrivano a Assisi da tutti i paesi del mondo.

Giulia Cardini

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Beccati questo!

Due rivali in aperta campagna. Che si fronteggiano a cento metri di distanza l’uno dall’altro, come avversari in attesa dell’inizio del duello. Oggi, provati dal tempo, appaiono come giganti in disarmo, vecchi antagonisti dai connotati un po’ bizzarri. A cominciare dal nome.

Battezzate dai rispettivi artefici “Beccatiquesto” e “Beccatiquestaltro”, sono due torri al confine fra il territorio perugino e quello senese. Erette da uomini il cui senso dell’umorismo non veniva scalfito dalle ostilità che, nella seconda metà del Trecento, insanguinavano le due repubbliche confinanti.

La causa scatenante della costruzione della prima torre, “Beccatiquesto”, edificata dai senesi poco fuori la cittadina di Chiusi, non è ben documentata. Ma la replica dei perugini all’affronto subito non si fece attendere. Nel giro di un anno il torrione ottagonale toscano si vide ostruire la visuale verso l’Umbria da una massiccia costruzione in travertino, svettante da un poggetto situato a pochi metri dal confine con la repubblica nemica. Il nome della seconda torre era scontato: “Beccatiquestaltro”, tanto per non essere da meno neanche in fatto di toponimi.

Sfruttata principalmente come sede di una dogana pontificia, la torre di “Beccatiquestaltro” ha patito nel corso dei secoli, insieme alla sua vicina e rivale, innumerevoli vicissitudini e qualche gloria, fra le quali la maggiore è senz’altro quella di essere stata immortalata da Leonardo da Vinci nella “Veduta a volo d’uccello della Valdichiana”, una mappa disegnata fra il 1502 ed il 1503 e ora conservata negli archivi della Royal Library del castello di Windsor. E proprio nella mappa, le due acerrime nemiche sono state colte in un atteggiamento che i rispettivi costruttori avrebbero trovato quantomeno sconveniente: legate da un ponte che ne stravolge completamente i ruoli primari, convertiti da ostacoli a pilastri per il passaggio da una riva all’altra del fiume Chiana.

Il ponte doveva permettere il transito attraverso la vasta zona paludosa che era a quei tempi la Valdichiana. Dante Alighieri la ricorda come un luogo malsano ed insalubre, fonte di sofferenze equiparabili a quelle inflitte ai dannati nella decima bolgia infernale. Solo quando tutto il territorio sarà compreso nel dominio mediceo la Valdichiana verrà bonificata, grazie a una lunga serie di interventi di risanamento su progetti di insigni scienziati, fra i quali Galilei e Torricelli.

Oggi il ponte sul Chiana disegnato da Leonardo non c’è più, e le due torri segnano un confine regionale sfumato dall’intersezione di storie e leggende di frontiera. Si può seguire come un itinerario, un viaggio nella terra di mezzo con un piede in Umbria e uno in Toscana. Una volta perse di vista le antiche dogane non c’è modo di capire da che parte si è, tanto armonioso è il paesaggio e intricate le sue storie. Forse, il fascino della Valdichiana sta proprio in questo.

Daniela Querci

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La magia di Antonello

Due appuntamenti con il grande artista siciliano: Firenze ha riunito un suo straordinario polittico. E a Napoli si può ammirare il “Ritratto d’uomo”, che il 10 gennaio tornerà al Museo Civico di Palazzo Madama a Torino.

Antonello da Messina fu il primo artista del Bel Paese a usare la pittura ad olio. E il primo a concepire ritratti a tre quarti, quando tutti i pittori della sua epoca prediligevano quelli di profilo. Un genio assoluto, capace di fondere nelle sue opere i volumi e le prospettive dell’arte italiana con la luce e il colore dei fiamminghi.

A Napoli, dal 5 dicembre al 10 gennaio 2016, nelle Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano, in via Toledo 185, sarà possibile ammirare il celebre “Ritratto d’uomo”, grazie a un prestito concesso dal Museo Civico d’Arte Antica di Palazzo Madama a Torino dove l’opera è abitualmente conservata.

Intanto la Galleria degli Uffizi di Firenze saluta la riunione di uno splendido polittico, dipinto dal maestro siciliano nella seconda metà del Quattrocento. Nel meraviglioso museo fiorentino resteranno insieme per i prossimi quindici anni la “Madonna col bambino” e il “San Giovanni Battista” (già agli Uffizi dal 2002) e il “San Benedetto” di proprietà della Regione Lombardia e finora visibile in una sala del Castello Sforzesco di Milano. In cambio, il museo fiorentino ha concesso alla pinacoteca milanese la “Madonna col bambino e un angelo” del pittore bresciano Vincenzo Foppa.

È probabile che le tre tavole in origine appartenessero a una unica pala d’altare. Forse quella del monastero di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, dove risiedeva la beata suor Maria Crocifissa, una monaca in odore di santità celebrata da una iscrizione, ancora visibile, apposta sullo splendido polittico nel Settecento.

Alcuni storici dell’arte ritengono invece che l’opera sia stata realizzata per la Chiesa di san Giacomo a Caltagirone, nel Catanese, dove Antonello lavorò nel 1473.

Sul manto della “Madonna col bambino” è emersa la presenza dell’emblema di San Bernardino da Siena: il monogramma IHS inscritto in un sole raggiato, segno di un rapporto privilegiato dell’artista con gli ambienti francescani.

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Fibonacci e i numeri indiani

L’incipit di uno dei capisaldi della letteratura scientifica di tutti i tempi recita: “Le nove figure degli indiani sono queste: 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Con queste nove cifre, assieme al simbolo 0 che gli indiani chiamano zephirum, è possibile scrivere qualunque numero”.

I numeri dall’1 al 9 e lo zero vennero introdotti in Europa nel XIII secolo. Prima, per fare i conti c’erano solo i numeri romani. Sommare e sottrarre con i simboli M, D, C, L, X, V e I è facile, ma quando si passa a moltiplicazioni e divisioni le operazioni diventano un vero ginepraio. Anche perché manca un elemento fondamentale: lo zero. Nel Duecento per fare i conti si ricorreva a elaborati sistemi aritmetici, in cui i calcoli si facevano con le dita o con diversi tipi di abaco. Di fatto, i numeri venivano usati solo per annotare i risultati. E per lavorare su quantità più grandi di 10.000 ci voleva una grossa esperienza e una buona dose di destrezza. Inoltre, i passaggi non venivano messi per iscritto e il risultato doveva essere accettato sulla fiducia.

Questa era la situazione quando nacque Leonardo Pisano, in arte Fibonacci. Non si sa con certezza né dove né quando, ma molto probabilmente a Pisa verso il 1170. È certo però che facesse parte della rigogliosa comunità dei mercanti di uno dei maggiori porti commerciali dell’Europa dell’epoca. Pisa era un centro nevralgico per lo scambio di ogni genere di merce che arrivava e partiva da tutte le coste del Mediterraneo. E, dato che il sistema monetario era particolarmente variopinto (solo in Italia ben 28 città battevano moneta, di cui 7 in Toscana), era anche un punto di cambio valuta internazionale.

Quando Leonardo era ancora un ragazzino, il padre venne nominato funzionario doganale e incaricato di coordinare le transazioni commerciali della comunità pisana a Bugia, un fiorente porto dell’Africa settentrionale musulmana (oggi Béjaïa, Algeria). Dopo qualche tempo mandò a chiamare il figlio, perché “pensando all’utilità e ai benefici futuri di questa scelta, volle che mi fermassi lì per un po’ per essere istruito alla scuola di calcolo”.

Così Fibonacci venne introdotto “all’arte del calcolo attraverso le nove figure indiane, e la conoscenza di quest’arte mi piacque più di ogni altra cosa: imparai da tutti coloro che ne erano esperti, provenienti dal vicino Egitto, dalla Siria, dalla Grecia, dalla Sicilia e dalla Provenza”.

In effetti, l’innovativo sistema per scrivere i numeri e fare i calcoli aveva origini molto lontane. Proveniva dall’India e fu completato intorno al 700 d.C. I mercanti arabi lo avevano appreso ed esportato verso nord, lungo la Via della seta e fino alle coste del Mediterraneo insieme ad altri, più tangibili, prodotti dell’Oriente, come spezie, stoffe, unguenti e tinture.

E il giovane Leonardo lo portò in patria, dove pubblicò il testo che ne descriveva simboli e segreti. Era il 1202 quando uscì la prima edizione del Liber Abaci. Era corredato da immagini che spiegavano come “i numeri si possono tenere sulle dita e in che modo” e, fra le tante soluzioni, riportava quella del celebre quesito che gli ha assegnato un posto nella cultura popolare dei nostri tempi: “Quante coppie di conigli nascono in un anno da una singola coppia?”. Il risultato è la famosa Serie numerica di Fibonacci, affascinante quanto insidiosa e ancora oggi, per qualche sua implicazione, misteriosa.

Il Liber Abaci andò a ruba. Dopo qualche anno, Leonardo ne pubblicò una seconda versione e la sua fama travalicò Alpi e Appennini. Persino Federico II volle conoscerlo. E mise alla prova il suo nuovo metodo aritmetico con una serie di complicati problemi algebrici preparati da Giovanni di Palermo, uno dei matematici alla corte dell’imperatore. Le soluzioni proposte da Fibonacci dimostrano una abilità e un possesso della materia impressionante.

Come sconcertante resta, per il nostro modo di pensare, l’ultimo passo del suo capolavoro. Il libro si chiude in modo brusco con la descrizione dei passaggi da fare per risolvere uno dei tanti esempi di problemi algebrici. Poi Leonardo smette semplicemente di scrivere. Niente riflessioni sui risultati ottenuti, nessuna ricapitolazione né indicazioni su lavori da fare o nuove cose da provare. Ma quella che per Fibonacci era la fine di un progetto, segnò l’inizio di una rivoluzione aritmetica che avrebbe investito l’intera Europa.

La grandezza del Liber Abaci sta nella sua qualità, nella sua completezza e nella sua tempestività: era un buon libro e insegnava a mercanti, banchieri, uomini d’affari e studiosi tutto quello che avevano bisogno di sapere per fare meglio il loro lavoro. Ed era il primo libro a farlo. Ci sarebbero voluti altri tre secoli prima che venisse composto un testo di completezza e profondità pari a quello di Leonardo Fibonacci: la Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalita di Luca Pacioli, del 1494. Ma questa è un’altra storia.

Daniela Querci

 

N.d.a.: Leonardo di cognome non si chiamava Fibonacci. Ma nell’intestazione del suo libro scrive: “Qui comincia il libro del calcolo composto da Leonardo Pisano, figlio di Bonacci, nell’anno 1202”. Il soprannome con cui lo conosciamo venne coniato nel 1838 dallo storico Guillaume Libri.

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La vittoria del “re lebbroso”

“D’un tratto, ecco spuntare i cavalieri franchi, veloci come lupi e latranti come cani. Essi si fecero sotto per lo scontro ravvicinato, dardeggiando come fuoco. E i figli di Maometto ripiegarono”. Le parole di un cronista arabo raccontano in poche e amare parole, la peggiore sconfitta militare mai subita dal grande condottiero musulmano Saladino.

La battaglia di Montgisard fu combattuta il 25 novembre del 1177 nei pressi di una fortezza templare che sorgeva vicino la città di Ramla. Fu il trionfo del “re lebbroso”, il sedicenne Baldovino IV, che con soli 500 cavalieri e poche migliaia di unità di fanteria, a cui si aggiunsero all’ultimo momento 80 cavalieri Templari, affrontò lo sterminato esercito di più di 20mila soldati del sultano della Siria e dell’Egitto.

Quando i cristiani si resero conto di quanti uomini del Saladino avessero davanti, restarono quasi pietrificati dalla paura.

La reazione del giovane e coraggioso sovrano è rimasta immortalata nel celebre dipinto “La Battaglia di Ascalona”, conservato nella reggia di Versailles, opera del pittore ottocentesco Charles Philippe Larivière.

Baldovino, piegato dalla malattia, smontò a fatica da cavallo e si fece portare dal vescovo di Betlemme la reliquia della Vera Croce. Si inginocchiò e pregò a lungo tra le lacrime, chinando la testa fino al suolo.

I soldati cristiani, commossi dalla fede del sovrano, giurarono di non cedere al nemico e di non ripiegare in battaglia.

Poi il “re lebbroso” si alzò e ordinò la carica contro le soverchianti forze del nemico: un disperato attacco frontale. La folle decisione colse di sorpresa e disorientò il grande esercito del sultano che prima sbandò paurosamente e poi si disperse nell’immensa pianura.

Nella carica, in prima fila, insieme a quel “giovane e bello re sventurato”, c’erano anche trenta “morti viventi”: i cavalieri dell’Ordine di San Lazzaro, con il volto sfigurato dalla lebbra, combattevano senza la protezione dell’elmo per terrorizzare il nemico.

Fu un bagno di sangue. Migliaia di soldati musulmani vennero uccisi. Lo stesso Saladino si salvò a stento fuggendo su un cammello da corsa, protetto dalla guardia mamelucca. Nella ritirata verso l’Egitto il sultano perse il novanta per cento delle sue truppe, martoriate da insolite e pesantissime piogge e dai continui attacchi alle spalle delle tribù dei beduini.

Il giovane Baldovino IV fu il primo a credere che l’intervento divino avesse deciso le sorti della battaglia. Come ringraziamento, sul luogo dove i suoi soldati avevano sbaragliato l’esercito di Saladino, fece costruire un monastero benedettino e lo dedicò a Santa Caterina d’Alessandria, la cui ricorrenza viene tuttora celebrata il 25 novembre.

Il prestigio del sultano, come scrisse lo storico Runciman “aveva subito un colpo terribile”. La strabiliante e imprevedibile vittoria cristiana alimentò la leggenda del giovane re (nella foto, una scena del film “le Crociate” di Ridley Scott) ma non modificò gli equilibri politici dell’Asia Minore.

Baldovino evitò con le poche forze che aveva a disposizione di attaccare Saladino in Egitto. E rafforzò saggiamente le sue difese del suo regno ai confini dei territori controllati da Damasco. Per altri dieci anni i cristiani regnarono a Gerusalemme. Ma il leggendario condottiero curdo prese presto la sua rivincita: appena due anni dopo la battaglia di Montgisard, Saladino attaccò e sconfisse il “re lebbroso” e il maestro dei Templari Oddone di Saint-Amand prima a Marj’Uyun e poi nelle vicinanze del castello del Guado di Giacobbe, 160 chilometri più a nord di Gerusalemme.

Baldovino IV morì nel 1185, dopo 11 anni di regno, quasi cieco, stremato dalla lebbra e dalle diatribe familiari. Aveva solo 24 anni.

E nell’estate del 1187, dieci anni dopo la vittoria di Montgisard, per i cristiani arrivò la terribile sconfitta di Hattin: in autunno Saladino poté entrare trionfalmente a Gerusalemme. E niente fu più come prima.

Federico Fioravanti

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I vichinghi sulla Senna

All’alba del 24 novembre 885 i parigini videro arrivare sulle acque della Senna 700 navi vichinghe seguite da un gran numero di barconi. La gigantesca flotta quasi ostruiva la vista delle acque. Lo choc dell’apparizione è raccontato in un poema di 1300 versi scritto dal monaco Abbone, che viveva nell’abbazia di Saint Germain-des-Prés, sulla riva sinistra del fiume.

Le cronache, forse esagerando, parlano di un esercito di 40mila persone. Il terrore invase Parigi. Non era la prima volta che i vichinghi arrivavano all’Ile de France. Nei quaranta anni precedenti, i guerrieri del nord avevano già risalito il fiume altre tre volte per assediare e saccheggiare la città. Tanto che nel marzo dell’anno 845 Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno e primo re di Francia, fu costretto a rifugiarsi a Saint Denis. Allora i vichinghi sequestrarono e uccisero 70 rampolli dell’aristocrazia. E per liberare Parigi pretesero un riscatto di 7000 libbre d’argento.

Quasi venti anni dopo, per combattere le invasioni, venne promulgato l’Editto di Pistres (864) nel quale Carlo il Calvo ordinò che ogni uomo che possedesse un cavallo entrasse a far parte di un esercito di liberazione dai vichinghi. Il re voleva una forza mobile capace di affrontare il nemico prima che potesse saccheggiare e fuggire. Cominciò così la fortuna della cavalleria francese. Carlo il Calvo proibì i commerci in armi con i vichinghi e ordinò che in ogni città che si affacciava su un fiume venissero edificati dei ponti fortificati. A Parigi vennero costruiti su tutti e due i lati dell’Île de la Cité. Una scelta provvidenziale: nell’assedio che iniziò quel fatidico 24 novembre dell’anno 885, le robuste strutture in legno salvarono la città.

Per tre giorni, il 24, 25 e 27 novembre, i guerrieri scandinavi assaltarono la grande torre costruita sul ponte che univa l’isola alla riva destra del fiume. La difendevano 200 soldati francesi comandati da Oddone, conte di Parigi. I vichinghi furono respinti. Si accamparono allora vicino alla città e per diverse settimane razziarono le campagne. Poi, il 31 marzo 886 tornarono all’assalto ma fallirono di nuovo. Provarono allora a espugnare il monastero di Saint Germain-des-Prés.

Ma tutto fu inutile. Abituati a battaglie fatte di corpo a corpo e scontri all’arma bianca, i guerrieri del nord non sapevano condurre un assedio. Così, alla fine del mese di marzo, dissero ai monaci che se ne sarebbero andati in cambio di 25 kg d’argento. La richiesta non fu accettata: il monastero e la città al di là del fiume rimasero nella morsa della paura, della fame e delle epidemie. I parigini mandavano di continuo richieste di aiuto all’imperatore e re di Francia Carlo Il Grosso che però non aveva nessuna voglia di affrontare sul campo i vichinghi. I grandi dell’impero, alla dieta di Metz del luglio 886, quasi si rivoltarono contro il sovrano. E pretesero che il re intervenisse in soccorso di Parigi. Solo in ottobre però Carlo Il Grosso accampò il suo esercito ai piedi della collina di Montmartre. I parigini esultarono: l’assedio stava per terminare e la fine dei vichinghi era vicina.

Ma con grande sorpresa di tutti, l’imperatore evitò la battaglia. Preferì pagare un salato riscatto di 400 libre d’argento. Non solo. Permise ai vichinghi di continuare a navigare la Senna verso il centro della Francia e di svernare nella fertile Borgogna che da tempo era ostile al sovrano e che fu saccheggiata in lungo e in largo. Così, con una mossa cinica e vile, Carlo Il Grosso si liberò dei vichinghi e stroncò le rivolte di altri francesi che non lo volevano sul trono.

La scappatoia politica dell’imperatore evitò il “sacco di Parigi” ma disonorò nei secoli il pronipote di Carlo Magno. L’ultimo imperatore della dinastia carolingia fu anche l’ultimo a governare su tutti i regni del grande impero. Nel novembre 887 fu deposto. La costruzione politica sovranazionale voluta da Carlo Magno, si era ormai disgregata. In Italia, Berengario del Friuli e Guido II di Spoleto si contesero la corona di re d’Italia.

Oddone, eroe dell’assedio di Parigi, nell’anno 888 fu incoronato re dei Franchi a Compiègne e pochi mesi dopo sconfisse di nuovo i vichinghi in Lorena. Arnolfo di Carinzia, figlio naturale di Carlomanno, a sua volta proponipote del grande Carlo Magno, nello stesso anno venne proclamato re dei Franchi orientali e tre anni dopo inflisse ai vichinghi una durissima sconfitta nei pressi di Lovanio (891). Fu una vera carneficina. Le cronache raccontano che i cadaveri erano talmente tanti che quasi coprirono il letto del fiume Djile.

Le epidemie e la grande siccità dell’anno 892 fecero il resto. I guerrieri del nord si convinsero a lasciare la Francia. Finì così il mito della loro invincibilità. Qualche anno dopo, Rollone, un capobanda vichingo di origine norvegese, così grande che non poteva salire a cavallo, tanto che fu soprannominato “il camminatore”, occupò in modo stabile la bassa valle intorno a Rouen e alla foce della Senna. Carlo il Semplice, il re di Francia che venne dopo Oddone, in cambio del vassallaggio, riconobbe il suo diritto ad occupare quella regione.

Rollone si fece battezzare e promise di difendere l’estuario del fiume dalle incursioni dei suoi fratelli vichinghi. Nacque così il ducato di Normandia. Ma questa è un’altra storia.

Federico Fioravanti

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