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Il Natale del Sacro Romano Impero

Illustrazione databile al XIV secolo, tratta da “Chroniques de France ou de Saint Denis”: raffigura Carlo Magno nell’atto di ricevere la corona imperiale da Papa Leone III il 25 dicembre dell’anno 800.

La mattina del 25 dicembre dell’anno 800, Carlo Magno fu incoronato imperatore a Roma da papa Leone III, nella basilica costantiniana di San Pietro. Quel lontano Natale nacque, in modo ufficiale, il Sacro Romano Impero. L’antico nome sancì la forza di un potere nuovo: quello del carismatico re dei Franchi che, di fatto, già controllava tutti i territori della cristianità occidentale.

Con la forza delle armi il sovrano aveva sconfitto i Longobardi, conquistato la Sassonia e la Baviera, annientato gli Avari pagani e assalita la Spagna ancora controllata dagli arabi infedeli. Da “patrizio dei romani” era diventato “protettore della Cristianità”. E ormai regnava da Barcellona alle steppe ungheresi, dal Mare del Nord fino a Benevento. All’alba del IX secolo, i piccoli principi dell’Inghilterra e della penisola iberica e i deboli vassalli di Bisanzio, apparivano per quello che erano: minuscole e ininfluenti pedine dello scacchiere europeo, di fronte a un nuovo, grande potere che la Chiesa riconobbe come sacro, perché non era “unito solo dalla spada, ma anche dalla fede cristiana” (Alessandro Barbero, “Carlo Magno”. Editori Laterza).

Il papa consacrò questo nuovo impero cristiano posando sulla fronte del figlio di Pipino il Breve la corona imperiale, secondo l’uso praticato a Bisanzio: quello della “acclamatio”. E accompagnò il gesto solenne con parole ripetute e scandite tre volte dalla folla che riempiva la basilica alla luce tenue e suggestiva di più di mille candele: “A Carlo, piissimo, augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico imperatore, vita e vittoria”.

Il pontefice poi si inginocchiò, in segno di rispetto, seguendo il cerimoniale bizantino della “proskynesis”. Il re dei Franchi, per l’occasione, aveva abbandonato il suo barbaro e usuale abbigliamento (brache, mantello di pelliccia e stivali annodati a stringhe) e si era avvicinato all’altare vestito come un antico romano, con la tunica bianca e i sandali.

Quel giorno di Natale dell’anno 800 la Storia cambiò verso: l’antico impero romano rimase solo quello d’Oriente. La Chiesa scelse di legare per sempre il suo destino all’Occidente. Il nuovo centro di gravità del potere politico si spostò da Roma ad Aquisgrana, dal Mediterraneo all’Europa del nord. L’impero orientale, allora rappresentato da Irene, l’unica donna mai salita sul trono di Bisanzio, assistette impotente all’ascesa del barbaro diventato imperatore. Il pontefice Leone III, nella basilica romana aveva sostituito l’autorità dell’imperatrice regnante, che si era data da sola il titolo di “Autocrate dei Romani”, con quella di Carlo Magno, paladino della fede cristiana. Per il papa, la legge salica parlava chiaro: “De terra nulla in muliere hereditas est”. Se la donna non aveva diritto alla eredità delle terre, non poteva certo aspirare a un impero.

La basilissa Irene, particolare di un mosaico della basilica di Santa Sofia a Istanbul

Ma Irene, declassata dall’Occidente a “Imperatrice dei Greci”, considerò l’incoronazione del 25 dicembre 800 un atto di usurpazione, “una specie di rivolta delle province occidentali contro la vera sede dell’Impero” (Gianni Granzotto, “Carlo Magno”. Mondadori). Quel pontefice aveva osato “separare da Roma la sua figlia più bella”. Il primo impulso della sovrana bizantina fu quello di scatenare una guerra: pensò di muovere la flotta in Sicilia contro “il re dei Franchi e dei Longobardi”.

Ma presto la rabbia si stemperò nel realismo dell’analisi politica: Bisanzio, assediata alle frontiere orientali dagli Arabi e dagli Slavi, aveva altre gatte da pelare. Così la pragmatica regina, che aveva fatto avvelenare il marito e accecato e ucciso il figlio per poter governare da sola, accarezzò l’idea di un matrimonio con Carlo Magno, che nel frattempo era rimasto vedovo. L’immenso impero che era stato separato poteva ancora essere riunificato. L’imperatore Carlo, ammaliato con doni e missive, fece capire di non opporsi all’idea. Le rispettive diplomazie si misero al lavoro. Nei primissimi anni del nuovo secolo, tra Bisanzio e Aquisgrana i messi e gli ambasciatori si incrociarono più volte con discrezione per definire un accordo. Il monaco Teofane, nella sua “Cronografia”, scritta pochi anni dopo dagli eventi narrati, parlò della missione di Gheso, vescovo di Amiens che nella primavera dell’anno 802 si recò a Bisanzio per discutere il patto nuziale, accompagnato da Helmgaud, il fedelissimo conte palatino di Carlo Magno. Ma dopo pochi giorni Irene fu deposta da una rivolta di palazzo e relegata in un convento nell’isola di Lesbo dove finì i suoi giorni. Al trono salì Niceforo I e i rapporti tra Bisanzio e Aquisgrana tornarono tesissimi.

Ma dieci anni dopo, il 13 gennaio 812, i due imperi fecero la pace. Carlo restituì l’Italia meridionale all’impero bizantino e rinunciò a Venezia e all’Illiria. E l’imperatore di Bisanzio accettò il nuovo stato di cose. L’impero di Carlo Magno modificò per sempre l’equilibrio di poteri che per secoli aveva segnato le vicende del Mediterraneo. Lo storico Henry Pirenne (“Maometto e Carlomagno” . Editori Laterza) spiegò così la portata storica dell’avvenimento: “Se esso potette realizzarsi, la ragione fu che da una parte la separazione tra Oriente ed Occidente aveva circoscritto l’autorità del papa all’Europa occidentale, e che d’altra parte la conquista della Spagna e dell’Africa per opera dell’Islam aveva fatto del re di Francia il padrone dell’Occidente cristiano. È dunque rigorosamente vero dire che senza Maometto Carlomagno è inconcepibile”.

Raffaello, Incoronazione di Carlo Magno, Musei Vaticani

Alcuni storici hanno visto nella vicenda dell’incoronazione quasi un colpo di stato da parte di Carlo Magno. Sicuramente gli eventi della notte di Natale furono organizzati nei minimi dettagli dal papa, dall’imperatore e dai nobili franchi. E il percorso che portò all’incoronazione seguì un cammino coerente. Carlo che visse nel nord Europa quasi tutta la sua vita, scese in Italia appena quattro volte. La prima nel gennaio dell’anno 773, quando fu chiamato dal papa Adriano I e vinse i Longobardi. In quella occasione beneficò la Santa Sede, confermando e estendendo la donazione che già suo padre aveva fatto al papato con l’aggiunta dei ducati di Spoleto e di Benevento e dei territori del Veneto e dell’Istria.

Da allora Roma iniziò a gravitare intorno all’orbita del suo potere. E Carlo esibì pubblicamente il suo nuovo titolo: “Re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani”. Il protettore del papa, secondo Pirenne ed altri autorevoli storici, però si trasformò presto in un padrone che non aveva nessuna intenzione di lasciare l’Italia al pontefice romano. La seconda volta che arrivò a Roma, nei giorni della Pasqua del 780, come re dei Longobardi, impedì al successore di Pietro di estendere la sua autorità sul ducato di Spoleto di cui accettò in prima persona la sudditanza. E poiché aveva fidanzato sua figlia Rortruda con il giovane imperatore d’Oriente, non appoggiò il papa contro Bisanzio. La terza volta il sovrano dei Franchi e dei Longobardi scese al sud per domare la rivolta di Arichi, duca di Benevento.

Il pio Carlo protesse il pontefice ma non si sottomise, come suo padre Pipino, all’autorità di Roma. E dopo la morte di papa Adriano I, nella lettera che inviò al successore Leone III, volle subito tracciare i confini tra potere spirituale e potere temporale. Da patrizio di Roma diventò “protettore della Cristianità”. Volle anche intervenire in materia dottrinale: prima di diventare imperatore, durante il Concilio di Nicea, combatté gli iconoclasti bizantini e spinse il papato a autorizzare la creazione e la diffusione delle immagini sacre, compresa quelle di Dio. La quarta discesa di Carlo in Italia coincise con la sua incoronazione. Leone III, il papa che venne dopo Adriano I, era di umili origini. Aveva una lunga esperienza di curia e si occupava del vestiario del pontefice. I suoi denigratori per questo lo chiamavano “monsignor guardaroba”.

Il clero romano lo elesse per contrastare i nobili casati che erano vicini al suo predecessore. Il primo gesto del nuovo papa fu quello di inviare a Carlo Magno le chiavi di san Pietro e il gonfalone di Roma. Ma i nobili romani non si rassegnarono alla sua elezione. Due potenti nipoti di Adriano I, Pascale (primicerio e quindi capo dei notai pontifici) e Campolo, sacellario (addetto al Tesoro) della Santa Sede, ordirono una congiura per uccidere Leone durante una processione nel centro di Roma. Il papa fu disarcionato dalla sua cavalcatura e picchiato a sangue. Si salvò a stento e riparò a Spoleto, protetto dal duca longobardo Vinichi. Da lì implorò l’aiuto di Carlo Magno, mentre i suoi nemici lo accusavano di “fornicazione e spergiuro” e ne chiedevano la deposizione.

Il re mandò suo figlio Pipino, re d’Italia a prenderlo in consegna per condurlo a Paderbon, la residenza estiva della corte. Il papa, sfigurato dalle cicatrici e sfinito dalla lunghezza del viaggio, si abbandonò al pianto sulla spalla del grande sovrano. Mentre Carlo esaminava le accuse contro di lui, Leone III fu curato e confortato. Alla metà del 799 un esercito di diecimila soldati lo riaccompagnò a Roma, in attesa di un processo che si annunciava come memorabile. Alcuino di York, influente consigliere del Carlo Magno, si schierò per l’assoluzione del papa, facendo presente che ormai con le figure del pontefice e dell’imperatore di Bisanzio mutilate delle loro funzioni, l’ordine cristiano del mondo dipendeva solamente dal re dei Franchi. E così quando Carlo giunse a Roma, il 23 dicembre dell’anno 800, papa Leone III dichiarò la propria innocenza in una umiliante cerimonia pubblica. I suoi accusatori, condannati a morte, furono graziati dal pontefice ma rinchiusi in convento.

Appena due giorni dopo, la mattina di Natale, il papa pose la corona imperiale sulla testa di Carlo. Il gesto ebbe un enorme peso politico anche nei secoli a venire: sanciva, in modo simbolico, la superiorità dell’autorità papale su qualsiasi altra. Oltretutto l’imperatore non veniva acclamato e quindi scelto dai Franchi ma dal clero romano. Le cronache di Eginardo, biografo dell’imperatore, ci dicono che Carlo fu colto di sorpresa e che non voleva essere incoronato in quel modo. Difficile che sia andata così, visti gli avvenimenti dei giorni e degli anni precedenti. Quel che è certo è che il rituale della cerimonia, almeno a posteriori, scontentò Carlo Magno. Tredici anni dopo, quando il grande sovrano volle che il figlio Ludovico il Pio fosse incoronato imperatore, fu lui stesso a consegnare la corona, senza il papa di mezzo.

Il Sacro Romano Impero fin dall’inizio poggiò quindi su un equivoco: se doveva essere la continuazione o il ripristino, sotto altre forme, dell’impero romano, il vero sovrano, anche del pontefice, era senz’altro l’imperatore. Ma se la sua dignità arrivava dal papa, allora era il pontefice che si candidava a controllore dell’impero. Da qui nacquero infiniti problemi per il potere supremo della società cristiana.

Il sacro Romano Impero, nato nel giorno di Natale dell’anno 800, finì mille anni dopo. Si dissolse il 6 agosto 1806, quando Napoleone dichiarò di non riconoscerne più l’esistenza. Di conseguenza, Francesco II d’Asburgo, depose per sempre l’antica corona e diventò Francesco I “imperatore d’Austria”.

Quanto a Bonaparte, pensò bene di incoronarsi imperatore da solo. E nella solenne cerimonia che si svolse il 2 dicembre 1805 nella cattedrale parigina di Notre Dame, papa Pio VII recitò la semplice parte di un comprimario. Napoleone aveva già fatto la prova generale il 26 maggio dello stesso anno nel duomo di Milano: quando mise sulla sua testa la corona ferrea con cui venivano incoronati i sovrani longobardi, chiarì il suo pensiero con la fatidica frase: “”Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca!”.

Federico Fioravanti

Da leggere:

Alessandro Barbero Carlo Magno – Un padre dell’Europa Laterza 2006.

Henry Pirenne Maometto e Carlomagno Laterza 2007.

Heinrich Fichtenau L’Impero carolingio Laterza 2000.

Matthias Becher Carlo Magno Il Mulino, 2000.

Giovanni Delle Donne Carlo Magno e il suo tempo, Tutto il racconto della vita del più famoso sovrano medievale e della realtà quotidiana del suo impero, Simoncelli Editore, 2001.

Franco Cardini Carlomagno, un padre della patria europea Bompiani, 2002.

Dieter Hägermann Carlo Magno. Il signore dell’Occidente Einaudi 2004.

Wilson Derek Carlomagno, barbaro e imperatore Bruno Mondadori 2010.

Georges Minois Carlo Magno. Primo europeo o ultimo romano Salerno 2012.

Stefan Weinfurter Carlo Magno. Il santo barbaro Il Mulino 2015.

Giosuè Musca Carlo Magno e Harun al-Rashid Dedalo Edizioni, 1996.

Gianni Granzotto Carlo Magno Mondadori 1998.

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Il fascino di Brisighella

Le origini di Brisighella risalgono alla fine del Duecento. Fu il fiorentino Maghinardo Pagani (nato a Susinana) considerato il più grande condottiero medievale della Romagna, a edificare quella che divenne la torre fortificata più importante della vallata ai cui piedi si sviluppò il borgo.

Maghinardo (Firenze 1243 – Imola 1302) fu guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna. Combatté insieme a Dante Alighieri nella battaglia di Campaldino nel 1289. Ma poi divenne un campione dei ghibellini, alleato degli Ordelaffi di Forlì. Tanto che Dante, senza nemmeno nominarlo, ne condannò l’opera:

“Le città di Lamone e di Santerno / conduce il lïoncel dal nido bianco / che muta parte da la state al verno” (Inferno, Canto XXVII, 49-51).

Anche Brisighella, quando nevica, sembra un nido accogliente. Ma rimane tale in tutte le stagioni dell’anno, con le sue viuzze antiche, la bella cinta muraria e le scale scolpite nel gesso. Le Feste Medievali animano il paese alla fine dell’ultima settimana di giugno. E piazza Carducci, ogni 26 dicembre, da più di trenta anni, ospita un suggestivo Presepe Vivente. Le case del borgo avvolgono i tre inconfondibili pinnacoli rocciosi su cui poggiano una Rocca del XV secolo, la Torre cosiddetta dell’Orologio ed il Santuario del Monticino.

L’origine del nome rimane incerta. Forse Brisighella ha la stessa etimologia di Brescia: Brix in longobardo vuol dire luogo scosceso. In tardo latino Brisca significa terra spugnosa. Qualche studioso invece attribuisce il nome alla Brassica (cavolo), una pianta spontanea che una volta era molto diffusa in tutto il territorio circostante.

L’atmosfera medievale si respira ovunque. A partire dalla tranquilla piazza Marconi, sulla quale si affacciano Palazzo Maghinardo, ora sede del municipio, e la Via del Borgo, detta anche Via degli Asini. È una strada unica al mondo: coperta, sopraelevata e ricca di archi a forma di mezzaluna di ampiezza differente. Nel XII e XIII secolo la via serviva anche per scopi difensivi. Poi fu abitata soprattutto dai birocciai che trasportavano il gesso a dorso d’asino e che avevano le stalle per le bestie, i cosiddetti “cameroni” di fronte agli archi, vicino alle loro abitazioni che erano concentrate nel piano superiore della via.

La Torre dell’Orologio oggi è la sede del Museo del Tempo. Risale al 1290. Maghinardo Pagani la fece costruire con massi squadrati di gesso, per controllare le mosse degli assediati nel vicino castello di Baccagnano. Fu ricostruita nel 1548. Più volte danneggiata, è stata restaurata nella forma attuale nel 1850.

La Rocca manfrediana che in epoca medievale serviva a controllare il passaggio nella valle del Lamone, è caratterizzata da torri cilindriche. Nel 1310 Francesco I Manfredi, signore di Faenza, la eresse su un precedente edificio. Astorgio, un suo discendente, la modificò alla metà del Quattrocento. Fu completata dai veneziani attraverso la costruzione della torre più alta (1508) raccordata alla cinta muraria. Oggi è sede di un interessante Museo della Civiltà Contadina.

Dagli spalti della fortezza si ammira un bellissimo paesaggio. Merita una visita tutta l’area compresa nel Parco regionale della Vena del Gesso. Altre meraviglie si scoprono lungo la strada che porta a Firenze. Tre luoghi di culto ci ricordano che Brisighella ha dato i natali a ben 8 cardinali.

Al limitare dell’abitato spunta la chiesa dell’Osservanza eretta nel nome di Santa Maria degli Angeli. Poco fuori il paese, c’è un gioiello romanico: la Pieve del Tho, chiamata così perché fu costruita tra i secoli VIII e IX all’ottavo miglio della strada romana che univa la vicina Faenza con la Toscana. Fu un importante luogo di culto. L’edificio, a pianta basilicale, è composto da tre navate, separate da archi che poggiano su dodici colonne (undici colonne di marmo grigio e una di marmo di Verona) molto diverse tra loro come spessore e larghezza. Un’altra bella chiesa è la Pieve di S. Maria in Tiberiaco, edificata sul Monte Mauro, per volere dell’imperatore bizantino Maurizio Tiberio (582-602).

Brisighella fa parte dei circuiti dei Borghi più belli d’Italia e Cittaslow, oltre a essere Bandiera arancione del Touring Club Italiano.

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Il castello di Dracula

Il castello di Bran, conosciuto come il Castello di Dracula, è la fortezza più famosa e visitata della Transilvania. Sorge sull’antico confine tra la Transilvania e la Valacchia, a pochi chilometri dalla città di Brasov.

Appare all’improvviso, all’interno di una stretta gola, arroccato su una parete rocciosa. L’alone di mistero che lo avvolge ispirò Bram Stoker, lo scrittore irlandese autore del celebre romanzo gotico dell’orrore ispirato alle raccapriccianti vicende del principe Vlad III di Valacchia, detto Dracula (1431-1476).

In realtà, la vera residenza di Vlad era il castello di Poenari, edificato nel sud della Romania, sulla valle scavata dal fiume Argeş: ancora oggi se ne possono ammirare le rovine, se si ha la pazienza di affrontare una scalinata formata da 1480 gradini. Il castello di Bran fu utilizzato dal principe Vlad in modo saltuario. La fortezza, costruita con blocchi di pietra di fiume mescolati a mattoni, ha subito numerosi restauri e fonde architetture diverse, dal Gotico al Rinascimento.

Stoker non visitò mai di persona il castello. Ne conobbe le vicende soltanto attraverso i libri e i racconti. Ma la sua fantasia galoppò tra le strette scalinate, i labirinti, le torri, le camere a graticcio e i passaggi segreti della spettacolare costruzione che oggi ospita un piccolo museo di arte medievale.

Agli inizi del XIII secolo, sulla cima dove ora sorge il castello, i Cavalieri Teutonici iniziarono a costruire un fortino in legno, a sentinella della valle che da secoli permetteva il transito dei mercanti dalla Valacchia alla Transilvania. I Mongoli distrussero la costruzione nel 1242. Ma il maniero fu ricostruito nel Trecento da Ludovico I d’Angiò. La nuova rocca servì al Regno d’Ungheria come baluardo contro le incursioni dell’Impero ottomano. Sia il principe Mircea il Vecchio (Mircea Cel Bătrân) che suo nipote, Vlad l’Impalatore (Vlad Ţepeş) dormirono nella fortezza che per molti anni fu di loro proprietà.

L’origine del nome Dracula deriva dal padre di Vlad III: l’altrettanto crudele Vlad II faceva parte di un ordine cavalleresco chiamato “Sacro Ordine del Drago”, fondato nel 1408 dall’Imperatore Sigismondo IV per proteggere il Cristianesimo in Europa orientale dalla crescente minaccia turca. In romeno la parola “Drac“ significa drago, ma anche diavolo. Per le sue atrocità in battaglia il nome Vlad II Dragonul (Vlad il Drago) venne quindi mutato in Vlad II Dracul (Vlad il Diavolo). E il nome Draculea, che significa “Figlio del Diavolo”, passò così al principe Vlad III.

Il giovane alfiere del casato dei Drăculești, ebbe una giovinezza segnata dagli orrori: dopo la crociata di Varna nella quale gli ungheresi cercarono di respingere senza successo l’avanzata turca, fu mandato in ostaggio a Edirne, alla corte del sultano Murad II, come garanzia del pagamento dei tributi annuali pretesi dall’impero ottomano. Il principato di Valacchia si trovò così nella drammatica circostanza di essere servo di due padroni: da un lato il regno d’Ungheria, di cui era vassallo, e dall’altro l’impero ottomano, di cui era tributario.

Durante il lungo soggiorno presso la corte turca, Vlad fu vittima di sodomia. E forse da questo derivò l’ossessione per la quale è passato alla storia. Nel 1456, tre anni dopo la conquista di Costantinopoli, quando il padre fu ucciso dagli ungheresi, i turchi gli concessero di riconquistare il trono. E lo accompagnarono nelle sue terre protetto da una scorta di soldati ottomani.

Ma Vlad si emancipò presto dalle strategie del sultano. La sua “leggenda nera” nacque dall’abitudine di far impalare i propri nemici. La pala era una punizione già utilizzata dai turchi. Ma nella mani di Vlad divenne “un vero e proprio strumento di terrore di massa” (N. Davies, 1996).

La pala “alla valacca”, dalla punta affilata e ingrassata, veniva conficcata nel retto della vittima fino a uscirne dalla bocca. Il supplizio poteva durare diversi giorni. La terrificante pratica valse a Vlad l’epiteto di “tepeș“, l’impalatore. Con l’orribile sistema il “voivoda” uccise migliaia di persone, a partire dai nobili valacchi fedeli alla casata dei Dănești, il ramo nemico dei Drăculești. E quando gli emissari turchi tornarono a chiedere la riscossione del tributo annuale, poiché al suo cospetto non si tolsero il copricapo, fece inchiodare i turbanti alle loro teste come punizione. Il conflitto con i turchi andò avanti con alterne e complicate vicende tra inenarrabili crudeltà.

Vlad si distinse per grandi, fulminee e sanguinosissime vittorie, al punto che a Roma e in molte città europee fu salutato come “salvatore della cristianità”. Ma alla fine fu sconfitto. Al termine della guerra Vlad trascorse alcuni anni (1462-1474) come prigioniero alla corte del sovrano ungherese Mattia Corvino, che lo voleva tenere con sé per evitare altri conflitti con i turchi. Fu una carcerazione ferma ma dorata, anche perché Vlad aveva sposato una delle sorelle del re.

Il “voivoda” diventò famoso nel vicino mondo tedesco grazie al “Geshtichte Dracole Wayde”, un resoconto sulle sue gesta pubblicato a Vienna nel 1463. Il testo, che contribuì in modo determinante a alimentare la sua leggenda, è alla base delle molte invenzioni letterarie che lo scrittore Bram Stoker utilizzerà nel suo “Dracula”, pubblicato nel 1897. Le fonti storiche sono discordi sulla fine di Vlad l’Impalatore. Morì, forse in battaglia contro i turchi oppure vittima di un agguato, in una data imprecisata, tra l’ottobre e il dicembre 1476. Fu sepolto nel monastero di Snagov, su un’isola in mezzo a un lago, trentacinque chilometri a nord di Bucarest. I suoi resti, nonostante molte ricerche, non sono però mai stati trovati.

Nella tradizione romena non c’è nessuna traccia del Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle sue vittime. Vlad III di Valacchia viene anzi presentato come un eroe dell’indipendenza nazionale, spietato campione della “storia sacra” del paese per aver protetto le popolazioni dall’implacabile dominio ottomano.

Virginia Valente

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Dionigi il Piccolo, inventore dell’era cristiana

Natività di Pietro Cavallini (1291 ca.) in Santa Maria in Trastevere, a Roma

Chi ha deciso che gli anni del mondo si dovessero contare a partire dalla nascita di Cristo? E da quando si è cominciato a misurare il tempo in questo modo?

L’innovatore del calendario fu Dionigi, un monaco che per umiltà si faceva chiamare l’Esiguo (exiguus) e che quindi è passato alla storia come Dionigi il Piccolo. Il pio monaco abitò a lungo nella Roma del VI secolo. Non conosciamo la sua data di nascita né quella di morte: quasi un paradosso per l’inventore della data spartiacque nella storia dell’umanità.

Sappiamo però che veniva dalla Scizia, una regione che i romani chiamavano Scytia Minor, o Dobrugia, tra il Danubio e il Mar Nero e che possiamo identificare nell’attuale Romania meridionale. Le genti che abitavano quelle terre furono spesso denigrate dai Greci. L’apostolo Paolo (Colossesi 3,11) li paragonava a dei “barbari”, stranieri senza cultura. E l’eulesino Eschilo si abbandonava all’espressione “popolino scita” quando voleva liquidare in due parole un mondo rozzo e molto distante dalla civiltà ateniese.

Ma Dionigi era molto lontano da questi stereotipi. Parlava in modo perfetto sia il greco che il latino. Cassiodoro (circa 490-583 d.C.) ricorda che poteva leggere un libro in entrambe le lingue e tradurlo in simultanea “inoffensa velocitate”, cioè con impressionante scioltezza. E nella “Patrologia Latina” (73, 223-224) aggiunge che Dionigi padroneggiava così bene le Scritture tanto da saper rispondere su due piedi a qualsiasi tipo di domanda.

Non era però uno studioso che viveva estraniato dal mondo: Cassiodoro lo descrive come un intellettuale impegnato, attento ai problemi del tempo, con contatti quotidiani con il mondo femminile, capace di trovarsi a suo agio in qualsiasi ambiente. Arrivò a Roma intorno al 495 dopo Cristo. Ma presto diventò “del tutto romano nei costumi”.

Nell’anno 525, Bonifacio, capo dei notai pontifici (primicerio) chiese a Dionigi di studiare con attenzione l’annoso problema della data della Pasqua, il cui calcolo divideva, fin dal terzo secolo, la Chiesa di Roma da quella di Bisanzio. Basti pensare che nel IV secolo la Pasqua era stata celebrata in date diverse per ben sette volte. Tanti problemi e le conseguenti discussioni dipendevano dal fatto che la Pasqua è legata all’anno lunare, più breve di 11 giorni e circa 6 ore rispetto all’anno solare. Di conseguenza, i giorni che mancavano al ciclo della luna dovevano essere raccolti in un mese supplementare secondo periodi comunque difficili da definire.

In oriente la data della Pasqua si stabiliva in base ai calcoli di Cirillo di Alessandria (fine sec. IV), che aveva ripreso i complicati conteggi di precedenti studiosi. Dionigi introdusse in Occidente la tavola dei cicli pasquali di Cirillo. Si accorse che nel calendario giuliano, che vigeva all’epoca, le date della Pasqua si ripetono ciclicamente ogni 532 anni, e compilò una tabella che conteneva l’elenco delle date lungo tutta la durata del ciclo storico.

Ma quando iniziò a compilare la sua tabella con le date della Pasqua, Dionigi scelse di numerare gli anni secondo un criterio nuovo. All’epoca si usava contare gli anni a partire dalla fondazione di Roma oppure dal 284, inizio del regno dell’imperatore Diocleziano. Dionigi invece li contò “ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi”, cioè “dall’Incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo”.

Dionigi scrisse al capo dei notai pontifici che il metro di misura per i secoli e gli anni a venire non poteva essere legato “alla memoria di un uomo empio” come Diocleziano, il feroce “tiranno” che nel 303 aveva scatenato l’ultima persecuzione contro i cristiani. Per determinare la data della nascita di Gesù, Dionigi si basò sui Vangeli e sui documenti storici che aveva a disposizione. Stabilì che l’anno 1 fosse quello che iniziava la settimana seguente al 25 dicembre dell’anno 753 dalla fondazione di Roma. Non considerò quindi un anno 0. Lo zero matematico non era infatti ancora conosciuto in Europa: si sarebbe diffuso solo a partire dal 1202 con il “Liber Abbaci” di Fibonacci.

Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano (1423) – Galleria degli Uffizi, Firenze

Tutti gli studiosi contemporanei concordano sul fatto che Dionigi sbagliò il calcolo della data di nascita di Gesù: oggi è certo che Erode il Grande morì nel 4 avanti Cristo e che quindi Gesù dovrebbe essere nato prima di quella data, fra l’8 ed il 4 avanti Cristo. Ma l’errore non fermò la fortuna del calendario di Dionigi, che prima prese piede soprattutto tra gli eruditi e le istituzioni e poi conquistò il mondo, anche grazie alla centralità politica dell’Europa. L’era cristiana si impose fra gli anglosassoni per merito di Beda il Venerabile, che fu il primo, nel 731 dopo Cristo, ad utilizzare la datazione “avanti Cristo”. Il calendario fu poi adottato in Francia (secolo VIII) e in Germania (secolo IX). In Italia la prima traccia si trova in un diploma di Lotario I (840). Nel XIV secolo la dicitura arrivò in Spagna e nel XV in Grecia e in Portogallo.

I papi fecero propria la nuova datazione soltanto nel secolo X, sotto il pontificato di Giovanni XIII. La tabella di Dionigi venne adottata ufficialmente e fu usata dalla Chiesa cattolica fino alla riforma gregoriana del calendario nel 1582, mentre quella ortodossa, che non ha aderito alla riforma, la usa tuttora. Vi furono quindi per molto tempo due calendari cristiani. L’adozione del calendario gregoriano in Russia fu una delle prime decisioni di Lenin dopo la conquista del potere: avvenne nel 1917. Ma le feste religiose nei Paesi ortodossi, dal Natale alla Pasqua, sono ancora quelle fissate dal calendario giuliano. Attualmente, per convenzione, il calendario cristiano è in uso in quasi tutti i Paesi del mondo tranne che in alcune nazioni fra cui la Cina ed i paesi arabi.

Come Colombo, che cercava le Indie e trovò l’America, Dionigi il Piccolo, che voleva fissare i giorni esatti della Pasqua, determinò la regola pressoché universale per una diversa datazione della Storia.

Federico Fioravanti

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Masaccio, la nascita del genio

Masaccio (1425 ca.), Cristo tra gli apostoli, dettaglio del Tributo – Chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze

L’artista che accese il Rinascimento nacque il 21 dicembre, il giorno dell’anno con meno luce. Masaccio (1401-1428) visse appena 27 anni. Ma bastarono per segnare, in modo indelebile, la storia della pittura.

Le sue innovazioni artistiche sono paragonabili per il taglio netto con l’arte precedente, a pochissimi altri pittori, come Giotto, Caravaggio o Picasso. Insieme a Brunelleschi nell’architettura e a Donatello nella scultura, Masaccio può essere considerato il fondatore dell’Umanesimo artistico.

Per le soluzioni che adottò nel campo della prospettiva, precorse Piero della Francesca e influenzò artisti immortali come Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Con lui esplode la fisicità della figura. Il protagonista della pittura è l’uomo, caratterizzato nella sua psicologia e rappresentato in un atteggiamento naturale, con un corpo solido, inserito in uno spazio reale e tridimensionale, in una rigorosa costruzione prospettica, attraverso un uso sapiente del chiaroscuro e del colore (nell’immagine “Cristo tra gli apostoli”).

Una rivoluzione dello stile: Masaccio, con la forza della sua arte colpì i contemporanei, tanto che, appena ventenne, era già considerato un maestro. Tommaso di ser Giovanni di Simone Guidi nacque a San Giovanni Valdarno. Il padre, il notaio Giovanni di Mone Casai, lo chiamò Tommaso in onore del santo del quale, in quel giorno, si celebrava la ricorrenza. Il nome fu abbreviato, come spesso succede in Toscana, in Maso. E diventò in fretta Masaccio, per sottolineare l’andatura grossolana e la figura trasandata di un pittore poco attento al denaro e alle cose del mondo e concentrato in modo, quasi ossessivo, soltanto sull’arte.

Il padre morì nel 1406, poco prima che nascesse suo fratello Giovanni, impetuoso sostenitore del condottiero Braccio da Montone. Diventò anch’egli pittore e fu conosciuto con un altro soprannome che ne fotografava il carattere: “Lo Scheggia”. Qualche anno dopo la madre si risposò con un anziano speziale, vedovo e padre di due figlie. Nel 1417, quando il patrigno morì, Masaccio lasciò San Giovanni Valdarno per Firenze. Nella grande città diventò amico di Donatello e Brunelleschi.

Il suo primo dipinto fu la “Madonna col Bambino in trono tra due angeli”, realizzato nella chiesa di San Giovenale a Cascia, presso Reggello. L’opera è datata 23 aprile 1422. L’anno dopo, iniziò la sua collaborazione con il suo concittadino Masolino da Panicale (1383–1440) artista di puro stile tardo gotico, più anziano di lui, capace di intuire la modernità e il talento del giovane artista, ma lontano dalla forza espressiva e dalla naturalezza del Masaccio, che fecero dire Giorgio Vasari, nelle sue “Vite” che “le cose dipinte prima di lui erano dipinte, dove le sue si dimostrano vive e vere”. Insieme, i due pittori affrescarono le “Storie di san Pietro” nella Cappella Brancacci, un opera considerata ancora oggi come la prima testimonianza della pittura rinascimentale.

Masaccio (1422), Trittico di San Giovenale, particolare del pannello centrale – Museo Masaccio, Cascia di Reggello

Nel trittico di S. Giovenale, Masaccio dipinge un Gesù di pochi anni, che come un qualsiasi bambino mangia golosamente i chicchi d’uva. E nella “Adorazione dei Magi”, ora conservata a Berlino, l’evento del’omaggio al Redentore è raccontato con sorprendente realismo, con le ombre dei personaggi sul terreno e il rispetto assoluto delle proporzioni delle figure.

Il rigore scientifico della prospettiva è esaltato in un’altra opera straordinaria, l’affresco della “Trinità” dipinto nella chiesa fiorentina di S. Maria Novella. Nella parte bassa dell’opera, Masaccio raffigurò uno scheletro con accanto la scritta “Io fu già quel che voi siete e quel chi son voi ancor sarete”. Una allusione alla morte che prima o poi colpisce tutti gli esseri umani, senza preavviso. Masaccio morì poco tempo dopo a Roma, in modo misterioso, mentre lavorava agli affreschi della cappella Branda Castiglione nella chiesa di S. Clemente.

Stendhal, nella “Storia della pittura in Italia” scrisse: “Poiché l’antichità non ha lasciato nulla, quanto a chiaroscuro, colorito, prospettiva ed espressione, Masaccio, piuttosto che il rinnovatore, è il creatore della pittura”.

Leonardo da Vinci nel “Codice atlantico” definì la sua arte “opera perfetta”. E il mercante fiorentino Antonio Billi, che visse tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, in un prezioso manoscritto dedicato agli artisti fiorentini, da Cimabue al Pollaiolo, annotò lo sconforto che alla morte del Masaccio invase l’anima di Filippo Brunelleschi, che ripeteva di continuo a chi gli stava intorno: “Noi habbiamo fatto una gran perdita”.

È il dolore che tutti proviamo quando la morte colpisce una giovane vita. Masaccio ci ha lasciato quasi sei secoli fa. Ma ancora ci interroghiamo su cosa avrebbe potuto fare se fosse vissuto più a lungo.

Virginia Valente

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La prima cometa

Adorazione dei Magi, “Scene dalla vita di Cristo” (1303-1305, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova)

Lucente, a cinque punte e con una lunga coda curva. È il profilo inconfondibile della cometa, incontrastata protagonista dei cieli di ogni presepe e natività che si rispetti. E verrebbe da pensare che così sia sempre stato.

Invece, la prima apparizione iconografica della cometa è del 1303. E l’entrata è di quelle che non passano inosservate: immortalata da Giotto nell’Adorazione dei Magi della celebre Cappella degli Scrovegni a Padova, il corpo celeste è diventato da allora un elemento immancabile nelle rappresentazioni del Natale.

Con il linguaggio limpido che ne caratterizza i lavori, Giotto decorò il cielo della sua Natività con una inedita palla di fuoco rosso-dorato, arricchita da una lunga chioma che verso la fine si stempera in una tinta nerastra. Ma come gli venne l’idea di dipingerla così? In ordine cronologico, la notizia più antica che descrive una cometa è di San Matteo che, unico tra gli apostoli, ne parla nel suo vangelo e proprio in riferimento ai Magi. Però, nella pur dettagliata cronaca del fenomeno, Matteo non ci tramanda propriamente una cometa con tanto di chioma e coda, quanto un generico “aster” con movimento diverso da quello delle altre stelle. E in effetti la citazione di Matteo è riportata in iconografie precedenti il capolavoro giottesco, come quella del mosaico di Sant’Apollinare a Ravenna (VI secolo), dove sopra ai Magi compare una stella circondata da un contorno a otto punte, ma senza chioma né coda.

Così, qualcuno pensò che forse Giotto una cometa l’avesse vista davvero. E che ne fosse rimasto talmente colpito da sostituire, o meglio arricchire, la scena descritta da San Matteo con un evento che avrebbe degnamente suggellato il divino annuncio. Ma, alla pubblicazione dell’ipotesi, verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, uno stuolo di astrofisici drizzò le antenne. Perché, nell’articolo uscito sulla prestigiosa rivista Le Scienze, la storica dell’Arte Roberta Olson dava per certo che la cometa vista da Giotto fosse quella di Halley (Olson, R.J.M. Le Scienze, 131, 104-112, 1979).

Gli scienziati cominciarono a fare i conti. A dire il vero, non avevano mai smesso: erano secoli che si facevano calcoli per capire quali fossero le comete osservate nell’antichità. Anzi, fu proprio in base alla cronistoria degli avvistamenti che Newton e lo stesso Halley, duecento anni prima, cominciarono a fare stime abbastanza precise delle orbite delle comete. Ma l’articolo della Olson riaccese l’interesse. E, forse per il fatto di non portare la firma di un addetto ai lavori, l’affermazione punse nel vivo l’orgoglio professionale di più di un astrofisico. Doveva essere la scienza a mettere il punto fermo sulla questione della “Cometa di Giotto”.

I Re Magi, particolare dei mosaici di Sant’Apolinnare Nuovo a Ravenna (561-568)

Ma le nuove frontiere della conoscenza della materia celeste, invece che chiarire complicarono la questione. Se la corrente predominante finì per dare ragione alla Olson, tanto è vero che l’Agenzia Spaziale Europea intitolò a Giotto la sonda del 1986 passata a soli 596 chilometri dalla Cometa di Halley per fotografarne il nucleo, i detrattori della teoria misero in tavola due pezzi da novanta: per prima cosa, la cometa ritratta da Giotto era troppo grande per poter essere quella di Halley. E poi i colori usati non erano realistici. Perché un artista sensibile alla prospettiva e al naturalismo come fu il grande maestro avrebbe dovuto esagerare così palesemente le dimensioni e dipingere di rosso un astro che in tutti gli avvistamenti è sempre descritto bianco?

C’è anche da dire che negli altri tre lavori di scuola giottesca sull’infanzia di Cristo (due nella basilica inferiore di Assisi e uno al Metropolitan Museum di New York), tutti posteriori agli affreschi della Cappella degli Scrovegni, la cometa ha forme decisamente più stilizzate. La stella con la coda di Giotto impiegò una settantina d’anni (che, nota curiosa, è più o meno il tempo che intercorre tra due passaggi vicino alla Terra della Cometa di Halley) per prendere piede nella iconografia religiosa, dopodiché non l’abbandonò più. C’è quindi chi sostiene che la raffigurazione della cometa degli Scrovegni sia un episodio tipicamente padovano, ispirato non dall’esperienza diretta del fenomeno, ma da differenti fonti che l’artista miscelò nella sua personale visione: le proporzioni da alcuni “pseudo” vangeli che giravano all’epoca, noti per le esagerazioni aneddotiche, che descrivevano l’astro come una gigantesca cometa che occupava tutto il cielo, e la forma e i colori dal filosofo aristotelico e medico Pietro D’Abano, in quegli anni in cattedra all’Università di Padova, che qualifica le comete come “Esalazioni secche e calde, che s’infiammano” e “Dopo un grande fuoco, la materia perde il colore rosso e si tinge di nero”.

Negli ultimi trent’anni, il dibattito non si è concluso e di teorie ne sono venute fuori parecchie, compresa quella secondo cui l’artista di comete ne avrebbe viste addirittura due, scambiandole per una sola. Fatto sta che il punto fermo rimane: non lo hanno messo gli astrofisici moderni, ma Giotto nel Trecento con le sue incomparabili pennellate. Radicando nella tradizione popolare l’immagine della Cometa di Natale, vivida e con la sua lunga coda, che traccia la luminosa parabola di Cristo sulla Terra.

Daniela Querci

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Digesto, capolavoro di Giustiniano

Digestum, pandette fiorentine

Giustiniano I ci parla ancora oggi, con le parole di Dante: “d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano…” (Paradiso, VI, 10-12).

L’imperatore bizantino (482–565) ha lasciato contrastanti ricordi della sua opera di governo. Ma anche una straordinaria eredità: il “Corpus iuris civilis”, una compilazione omogenea della legge romana che ancora oggi è alla base del diritto civile. Un’opera gigantesca, caposaldo della scienza giuridica di ogni tempo, che rimane l’ordinamento giuridico più diffuso al mondo. È composta da 4 parti: il Digesto, il Codice, le Istituzioni e le Novelle.

Il Digesto fu promulgato il 16 dicembre 533. La parola viene dal latino “Digestus”. E’ il participio al passivo del verbo “digerere” che vuol dire disporre, separare e classificare gli argomenti in modo ordinato. Le vaste trattazioni complessive del diritto romano furono chiamate anche con un’altra parola, di origine greca: “Pandette”, che spiega la completezza delle norme contenute in quei volumi, “onnicomprensive e riguardanti qualsiasi materia”. La premessa al Digesto fu scritta da Giustiniano in persona. L’imperatore spiegò che l’opera nacque non perché le leggi mancassero ma perché erano troppe.

Fu un lavoro colossale, trascritto sia nella lingua greca che in quella latina. Durò appena tre anni: un record, soprattutto se lo valutiamo attraverso i parametri della modernità. L’imponente impresa, seguita passo passo dall’imperatore, ebbe un protagonista assoluto: Triboniano, “questor sacri palatii”, ministro della Giustizia dell’impero. Fu lui a suggerire a Giustiniano di riprendere l’idea di Teodosio II di codificare i testi della giurisprudenza classica. E fu sempre lui a scegliere la commissione che portò a termine il progetto. Insieme a Triboniano facevano parte della squadra di lavoro il ministro del Tesoro Costantino (“comes sacrarum largitionum”), i professori di Bisanzio Teofilo e Cratino, i professori di Berytus (l’odierna Beirut) Doroteo e Anatolio, e undici avvocati: Stefano, Mena, Prosdocio, Eutolmio, Timoteo, Leonide, Leonzio, Platone, Giacomo, Costantino e Giovanni.

Triboniano nell’atto di consegnare il Digesto all’imperatore Giustiniano I, nella parte sinistra dell’affresco “Le Virtù e la Legge” di Raffaello Sanzio, situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro Stanze Vaticane.

La “banca dati” utilizzata per la gigantesca ricerca fu fornita in buona parte dalla biblioteca personale del giurista di Giustiniano: Triboniano, ricordato dai suoi detrattori anche per il suo sconfinato amore per il lusso e la venalità, possedeva infatti molti libri, preziosi e rarissimi.

Poco prima del disfacimento dell’impero romano, nel 410, quando Alarico, re dei Visigoti, assediò, espugnò e saccheggiò Roma, non esisteva ancora nessuna raccolta ufficiale dei materiali giuridici. Il diritto romano, come ricorda Lucio De Giovanni (“Il Medioevo, Barbari, Cristiani, Musulmani”, Encyclomedia) non ebbe caratteri unitari e nella sua lunghissima storia non fu mai codificato.

Per raccogliere in un’unica opera la secolare produzione della giurisprudenza romana, la commissione di esperti formata da Triboniano consultò 1528 libri di quaranta autori diversi, dall’età repubblicana al III secolo dopo Cristo. Da questa montagna di norme bisognava estrarre una raccolta logica e armoniosa di saggezza giuridica, che potesse essere usata con comodità da parte dei giudici e degli avvocati dell’impero. Dopo una accurata analisi di più di 3 milioni di righe, si arrivò a riclassificare ben 9950 iura. Così, vennero fuori i 50 libri del Digesto, divisi in titoli, frammenti e paragrafi. Ogni frammento è preceduto dall’indicazione, con i riferimenti del giurista e del volume citato.

L’opera si compone di sette parti. La prima è chiamata “Prota”, che in greco significa “principi”. Comprende i libri 1-4 che contengono le posizioni generali del diritto e del processo studiate dagli studenti del primo anno insieme alle Istituzioni di Giustiniano. La seconda parte “Dei giudizi” (“De iudiciis”) arriva fino al libro 11. La terza parte “Delle cose” (“De rebus”) è composta dai libri 12-19. La quarta parte è chiamata “Umbilicus”, che significa “mezzo” e la quinta, “Dei testamenti” (“De testamentis”). La sesta parte (libri 37-44) e la settima (libri 45-50), non hanno invece un nome particolare. Nel libro 50, emerge una vera e propria perla del diritto: “Del significato delle parole”, una specie di dizionario dei termini giuridici usati nell’antica Roma.

Il Digesto venne utilizzato sia per la pratica forense sia per la scuola giuridica: diventò infatti oggetto degli studi degli studenti di diritto dal secondo al quarto anno. L’imperatore fu entusiasta dell’opera. Scrisse che “il Signore stesso” aveva aiutato i giuristi nella sbalorditiva impresa. E presentò i 50 libri come le basi del “tempio della Giustizia”.

Un testo unico e coerente, munito di forza di legge: Giustiniano lo impose alla prassi per la risoluzione di qualsiasi controversia. Dal quel fatale dicembre del 533 il sovrano bizantino impedì che i giuristi ricorressero alla consultazione diretta delle fonti antiche. E nel giro di 15 giorni dalla promulgazione dell’opera, dispose che fossero eseguite settanta copie del Digesto: la grande mole di documenti fu quindi trascritta in due lingue e in tempi rapidissimi, grazie a un sistema di distribuzione dei singoli fascicoli a vari gruppi di amanuensi.

Giustiniano assimilava le sette parti del Digesto ai sette pianeti del sistema solare, la cui ascensione sulla volta celeste era osservata dagli antichi astrologi. Così, nel descrivere una delle parti dell’opera, l’imperatore usò il verbo “exoriri”, quasi ad indicare un virtuoso percorso di innalzamento verso le stelle. Appassionato giurista, l’imperatore bizantino presentava il Digesto proprio come la musica delle sfere: un’opera perfetta.

Non furono dello stesso parere molti altri giuristi del Cinquecento e del Settecento. In particolare i Culti, esponenti della scuola di diritto che si sviluppò in Francia nel XVI secolo che arrivarono a descrivere Triboniano come un “malefico architetto”, colpevole di avere manipolato e “in parte distrutto (…) il grande patrimonio giuridico della romanità classica”. L’illuminista milanese Pietro Verri lo bollò come un ministro “ignorante e venale”.

Giustiniano, mosaico di San Vitale, Ravenna

Sotto accusa, con il senno di poi, venne messa la scelta di Giustiniano che ordinò la distruzione di tutto il materiale originario che era stato elaborato.

I compilatori del Digesto, per adeguare i testi al diritto vigente, apportarono modifiche ai documenti giuridici. Per esempio, in tutti i testi la parola mancipatio, che indicava il negozio solenne del diritto romano fu sostituita dal termine tradizio (trasferimento). E siccome i giuristi classici erano pagani, il ricorrente nome di Giove e le citazioni delle altre divinità, furono cancellate oppure sostituite con la parola “Dio”. Cambiamenti e cancellazioni di sicuro contestabili. Ma l’antica sapienza giuridica fu salvata comunque dalla rovina.

Il manoscritto originale del Digesto è scomparso. Per fortuna però disponiamo di un altro manoscritto, quasi contemporaneo all’età di Giustiniano, composto tra il VI e il VII secolo: è la Littera Florentina o Codex Florentinus. Nel XII secolo era conservato a Pisa, repubblica marinara che aveva stretti rapporti con Bisanzio. Dopo la presa di Pisa (9 ottobre 1406) diventò parte del bottino di guerra di Firenze e oggi è ospitato nella Biblioteca Medicea Laurenziana.

Federico Fioravanti

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Ebstorf, il mappamondo perduto

Il Mappamondo di Ebstorf è la più grande carta geografica conosciuta del Medioevo. Un capolavoro di tre metri e mezzo di diametro, scoperto nel 1843 nel monastero benedettino della cittadina sassone di cui porta il nome e attribuito a un cartografo che operò in Germania nel tredicesimo secolo, Gervasio di Ebstorf.

Oggi, della grande mappa restano soltanto una serie di fotografie in bianco e nero scattate nel 1891 e numerosi facsimile a colori perché, esattamente un secolo dopo il suo ritrovamento, l’originale andò perduto ad Hannover nel corso di un bombardamento degli Alleati.

Dipinta su trenta pelli di capra cucite insieme, era una elaborata e splendida versione delle numerose mappae mundi tripartite a T e O dell’epoca, chiamate così perché mostrano i tre continenti Asia, Europa e Africa separati da un Mar Mediterraneo a forma di T, mentre l’oceano che circonda le terre emerse è disegnato come una grande O.

Il fatto che in questo tipo di mappe ci fosse solo la parte conosciuta dell’emisfero settentrionale, circondato dalle acque, ha alimentato la falsa credenza che l’uomo medievale ritenesse la Terra piatta. In realtà, le mappae mundi medievali sono rappresentazioni geografiche di convenienza, con scopi molto diversi da quelli associati alla moderna cartografia. Non erano pensate per essere usate come riferimento durante i viaggi e non avevano la pretesa di mostrare le terre e le acque in maniera proporzionata. Servivano invece come schemi per illustrare diversi concetti.

Quelle più semplici, spesso inserite all’interno di trattati e opere enciclopediche, erano utili per illustrare dati scientifici come la sfericità della Terra, i continenti conosciuti e le diverse zone climatiche. Le carte più grandi avevano anche spazio per descrivere e spiegare i punti cardinali, i territori lontani, la flora e la fauna, le storie della Bibbia e gli eventi storici e mitologici. Nella loro forma più completa, come quella di Ebstorf, le mappae mundi erano vere e proprie piccole enciclopedie della conoscenza medievale.

Nel capolavoro di Gervasio, il centro cadeva sulla città di Gerusalemme e il punto cardinale Est era rivolto verso la parte superiore della carta. C’era Cristo, raffigurato con la testa in alto, le mani ai lati e i piedi in basso, mentre la città di Roma era rappresentata con la figura di un leone. Tutto intorno alla mappa il cartografo compilò una fitta e dettagliata legenda che, oltre alla definizione dei termini usati sulla carta, forniva descrizioni di animali, il racconto della creazione del mondo e una breve descrizione del tipo di cartografia usato, con la spiegazione del perché l’emisfero venisse raffigurato diviso in tre parti. La mappa includeva anche storie e simboli, sia pagani che biblici.

La geografia affascinava molto l’uomo medievale. Solo di mappae mundi ce ne sono arrivate più di mille, la maggior parte come illustrazioni a corredo di manoscritti e altre come carte a sé stanti. Rappresentazioni meravigliose, che variano in grandezza e complessità da piccoli schemi di pochi centimetri a grandi mappe, come il Mappamondo di Hereford, di un metro e mezzo di diametro. E i mappamondi non erano le uniche tecniche geografiche utilizzate per descrivere la Terra. Nel corso del Medioevo, e solo nell’Europa occidentale, convissero altri due generi di cartografie completamente distinti dalle mappae mundi: i portolani e i planisferi tolemaici. Per non parlare del Medio Oriente, dove si produssero altre splendide carte e notevolissime rappresentazioni geografiche del pianeta.

Daniela Querci

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Sergio I, il papa disubbidiente

La miniatura “Il sogno di papa Sergio”

Sergio I, il papa che fu eletto il 15 dicembre del 687, fu importante soprattutto per un motivo: disubbidì in modo clamoroso all’imperatore. Un gesto che all’epoca fece scalpore. Non che altri papi, prima di lui, non avessero provato, invano, a cercare l’autonomia da Bisanzio. Ma Sergio riuscì a imporre le sue ragioni. E con lui, in modo progressivo, Roma e il papato iniziarono a emanciparsi dalla capitale dell’impero.

Sergio era nato a Palermo ma la sua famiglia era emigrata in Sicilia da Antiochia, una città siriana, crocevia dei commerci, che oggi si chiama Antakya e si trova in Turchia, sul bordo del confine con la Siria. Un luogo speciale nella storia della Chiesa, perché secondo gli “Atti degli Apostoli” fu proprio ad Antiochia che i seguaci di Gesù furono chiamati, per la prima volta, “cristiani”. Tanto che per provare a sedare le frequenti dispute religiose del tempo, i teologi ricordavano che l’autorità del patriarca di Antiochia, come quella del pontefice di Roma, era “direttamente riconducibile a Dio”.

Allora il carisma del pontefice romano non era certo quello di oggi. Gli imperatori si consideravano isapostoli e cioè “uguali agli apostoli”. E quindi non inferiori al papa di Roma, nemmeno in tema di fede. Come se non bastasse, Roma e tutti i territori italiani che non erano sotto il dominio dei Longobardi, appartenevano all’impero d’Oriente. A Ravenna, c’era un esarca: un vero e proprio viceré che governava la penisola per conto di Bisanzio e che nella sua figura riassumeva sia i poteri militari che quelli civili. Spesso, questi esarchi erano degli eunuchi: non potendo contare su una discendenza, non potevano nemmeno avere la tentazione di aspirare al trono. Per questo gli imperatori li assumevano e lasciavano loro ampia autonomia.

Quindi, anche quando si sceglieva un papa, bisognava fare i conti con l’esarca di turno. In senso letterale: era meglio pagarlo per riuscire ad ottenere l’elezione. Così fece Pasquale, che nell’anno 687 era il candidato favorito al soglio pontificio dopo la morte di papa Conone: offrì all’esarca Giovanni Platino II la bellezza di 100 libbre d’oro perché favorisse la sua ascesa alla cattedra di Pietro. Ma sbagliò i suoi conti: in conclave gli elettori divisero i loro voti tra due candidati, Pasquale e l’arciprete Teodoro, sostenuto con forza dal popolo romano. E alla fine, come spesso succede, scelsero quello che oggi definiremmo un “outsider”: un terzo candidato, Sergio, il siciliano di origini siriane, che fu eletto papa.

Teodoro, seppure a malincuore, accettò la nomina e si fece da parte. Pasquale, invece scrisse all’esarca: gli chiese di venire a Roma per rivoltare la decisione del conclave. Giovanni Platino II si precipitò nella Città Eterna ma si accorse presto che non c’erano le condizioni politiche per cambiare il corso degli eventi. Non volle però rinunciare alla somma che gli era stata promessa da Pasquale. E si rifiutò di riconoscere Sergio finché il nuovo papa non pagò a sua volta le 100 libbre d’oro. Quando questo avvenne, riconobbe il nuovo pontefice e se ne tornò a Ravenna con i suoi soldati.

L’imperatore Giustiniano II, detto il Rinotmeto, “naso tagliato” (669-711)

Sergio era un uomo di preghiera, di fede e di studio. Aveva fatto parte della Schola cantorum del Laterano. Passava per una “testa dura”. L’occasione per dimostrare la forza della sua personalità arrivò nel 692: Giustiniano II, imperatore di Bisanzio, convocò nella grande sala a cupola del palazzo imperiale di Costantinopoli il “concilio Quinisesto” al quale furono invitati solo i vescovi orientali. Sergio I non fu nemmeno consultato.

Alla fine dell’assise religiosa, Giustiniano II, dovette però mandare i relativi decreti all’approvazione del papa di Roma. In quei documenti c’erano norme nuove e importanti tra cui la decisione di abolire il celibato per il clero e l’attribuzione alla Chiesa di Costantinopoli delle stesse prerogative di quella di Roma.

Sergio I disse subito di no. E si rifiutò di sottoscrivere le decisioni del concilio bizantino. Giustiniano II s’infuriò. E spedì di corsa a Roma, un alto dignitario imperiale, Zaccaria, accompagnato da una delegazione in armi, per arrestare il papa e portarlo a Costantinopoli, con le buone o con le cattive.

La clamorosa decisione aveva avuto un precedente quando un altro pontefice non si era piegato alle decisioni dell’imperatore Costante II: allora papa Martino I fu trasportato con la forza alla presenza del “basileus” che lo imprigionò in Crimea, dove lo sventurato successore di Pietro morì nell’anno 655 a seguito dei maltrattamenti che dovette subire.

Ma con Sergio I la storia prese presto un’altra piega. Quando Zaccaria si presentò con le sue truppe in Laterano, trovò ad attenderlo una folla di romani, inferociti per le tassazioni imperiali e accorsi in massa in difesa del papa. Insieme a loro c’erano anche le milizie armate dei cittadini fedeli al pontefice che arrivarono dalla Romagna, dalle Marche e anche dalla stessa enclave bizantina di Ravenna.

Zaccaria, vista la situazione e temendo di essere linciato, provò a scappare, correndo nelle stanze del grande palazzo. Ma la sua fuga si concluse presto. Lo storico tedesco Gregorovius scrisse che lo scovarono mentre era “acquattato sotto il letto del Papa”. Volevano linciarlo. Ma il papa lo salvò e gli consentì di lasciare Roma, insieme alle sue truppe, senza che gli fosse fatto alcun male. Gregorovius commentò la portata storica dell’avvenimento: “Apparve allora per la prima volta quali fossero la potenza e la risonanza nazionale del prestigio di Roma”. La situazione poco dopo infatti precipitò anche a Bisanzio, dove nel 695 la popolazione, guidata dal generale Leonzio, si ribellò a Giustiniano II: all’imperatore furono tagliati il naso e le orecchie. Ebbe salva la vita ma fu esiliato.

L’autorità del papa invece si rafforzò. Il pontefice pose fine allo scisma dei tre capitoli, che da oltre un secolo teneva separate da Roma le diocesi dell’Italia nord-orientale, della Dalmazia e dell’Illiria. Nel 700 fu riammessa anche la diocesi di Aquileia che si era staccata dal papato fin dal 553. Migliorarono i rapporti con i Franchi, che all’epoca erano governati dal “maggiordomo di palazzo” Pipino di Herstal, padre di Carlo Martello. Sergio I istituì la prassi di consacrare i vescovi nella Città Eterna.

Il re britanno Caedwalla del Wessex, il 10 aprile 689 giunse a Roma per farsi battezzare dal papa. Il pontefice lavorò anche all’arricchimento della liturgia: istituì il rito dell’Agnus Dei nella messa e con i soldi dei pellegrinaggi restaurò molte chiese. Dentro la basilica costantiniana di San Pietro fece costruire anche il monumento sepolcrale di san Leone Magno. Morì l’8 settembre 701. E oggi è venerato come santo.

Federico Fioravanti

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Federico II, oltre la morte

Pochi avanzi di mura sul dorso di una collina invasa dalle sterpaglie. È quel che oggi resta di Castel Fiorentino, una rocca che nella prima metà del XIII secolo sorgeva nelle campagne della Capitanata, 9 chilometri a sud di Torremaggiore, a ovest di San Severo e Lucera.

Qui, nel giorno dell’anno con meno luce, il 13 dicembre del 1250, festa di Santa Lucia, a soli 56 anni, morì Federico II di Svevia.

L’imperatore si era sentito male qualche giorno prima, durante una battuta di caccia. Lo aveva colpito una infiammazione intestinale a cui presto seguì una serie violenta di attacchi di dissenteria.

Lo stesso atroce male, nel 1197 aveva stroncato in giovane età la vita di suo padre, Enrico VI di Hohenstaufen.

Federico, piegato dal dolore, perse conoscenza. Gli amici e i dignitari di corte che erano con lui, decisero allora di non portarlo nella reggia di Foggia: lo ricoverarono invece nella residenza imperiale più vicina, in uno dei tanti palazzi che l’imperatore aveva fatto costruire in Puglia, amata “terra del suo ristoro”.

L’anno precedente, nel 1249, più di una sventura aveva messo a dura prova l’eccezionale tempra del sovrano.

Nel mese di febbraio, a Cremona, era scampato alla morte per avvelenamento. Nello stesso mese Pier delle Vigne, per molti anni consigliere, amico e “braccio destro” di Federico, fu arrestato dalle truppe imperiali: accusato di “alto tradimento”, preferì la morte alla tortura e all’ignominia e si suicidò lanciandosi a cavallo verso un burrone. Il delitto di cui fu protagonista rimane, ancora oggi, misterioso. Forse si macchiò del reato di corruzione. Federico una volta disse che “aveva trasformato lo scettro della giustizia in serpente”. Ma poi non parlò più di lui e del dolore di una amicizia tradita.

Enzo, re di Torre e di Gallura, imprigionato a Bologna (dal Codice Chigi)

Appena tre mesi dopo, il 26 maggio del 1249, l’amatissimo figlio Enzo cadde prigioniero dei bolognesi. Inutilmente l’imperatore chiese la sua liberazione, con lettere in cui alternava, in modo sapiente, promesse e minacce. Da Bologna risposero con il crudo realismo della politica: “Spesso accade che un piccolo cane catturi un cinghiale”.

Il povero Enzo, che come ricordava Fra Salimbene era “tra tutti i figli quello che più valeva”, non riabbracciò più suo padre: morì a Bologna dopo 23 anni di una dorata ma implacabile prigionia. In quell’orribile 1249 si spense a soli 24 anni anche Riccardo di Teate, un altro figlio naturale al quale Federico aveva affidato il comando della Romagna, della Marca di Ancona e di Spoleto. L’imperatore, stanco nel corpo e nella mente, era carico di acciacchi. Parlava sempre più spesso “delle Nostre membra affaticate dagli strapazzi della guerra”. E alle persone del suo seguito ripeteva che voleva “riprendersi nelle dolci delizie del Nostro Regno”.

All’inizio del 1250, quando tornò nella reggia di Foggia, i messaggeri a cavallo cominciarono finalmente a portare buone nuove: dopo molti rovesci militari, le sorti della guerra volgevano in favore dell’imperatore.

Le truppe di Federico avevano riconquistato Ravenna e molte altre città e territori tra le Marche, l’Umbria e la Romagna. A Savona, la flotta di Genova, città nemica, venne sbaragliata. Anche a Piacenza fu eletto podestà un ghibellino.

Il sacro romano impero al tempo di Federico II

Ezzelino da Romano e il conte di Savoia, parenti della famiglia imperiale, controllavano con la solita sicurezza i valichi verso il Brennero e quelli che si aprivano verso le terre di Borgogna. E i complotti di papa Innocenzo IV, che aveva scomunicato e deposto Federico, avevano ormai esasperato i maggiori principi e sovrani d’Europa. Nell’agosto del 1250 anche l’anti re Gugliemo d’Olanda fu battuto in modo clamoroso in Renania da Corrado IV, secondogenito dell’imperatore.

Rimaneva la dolorosa spina di Bologna e di Enzo, il biondo “principe poeta”, prigioniero di nemici ostinati che per lui non prevedevano nemmeno la possibilità un riscatto. Nell’autunno, l’imperatore si trasferì a Melfi. Con l’aiuto di Riccardo di Montenero, successore di Pier delle Vigne, si rimise al lavoro per riordinare l’amministrazione dell’impero. Le cacce e le lunghe cavalcate lo portavano spesso fino a Lagopesole, dove stava nascendo su un’alta collina il suo ultimo e più grande castello.

Ma adesso, nei giorni dell’agonia, steso su un letto nella rocca di Castel Fiorentino, il futuro stava per svanire, insieme ai ricordi, ai sogni e alle speranze.

Una cronaca, scritta dopo la sua morte e rievocata nei secoli, racconta che in uno dei rari momenti di lucidità, Federico chiese dove si trovasse. Gli fu detto che era nella sua domus di Fiorentino, un luogo che fino ad allora non aveva mai avuto occasione di visitare. All’imperatore tornò in mente una profezia attribuita a Michele Scoto, l’astrologo di corte, oppure secondo altre leggende da Gioacchino da Fiore: “Morirete vicino la porta di ferro, in un luogo il cui nome sarà formato dalla parola fiore…”.

Chiamato anche Torre Fiorentina (ca. 10 km a sud di Torremaggiore, in provincia di Foggia), Castelfiorentino è il nome odierno della piccola città medievale di Florentinum (Fiorentino). Sullo sfondo, a sinistra dei resti della porta, si scorge l’obelisco eretto in memoria di Federico II di Svevia

Per questo, in tutti i tumultuosi anni del suo regno, Federico aveva sempre evitato Florentia (Firenze). E non era nemmeno più tornato a Florentinum (Ferentino) la città ciociara che aveva frequentato nel lontano 1223, quando con papa Onorio III progettava una crociata e dove fu deciso il suo matrimonio con Jolanda, una delle sue quattro mogli, figlia del re di Gerusalemme. Il vaticino si avverava: Federico stava morendo. Dal suo letto, agonizzante, guardava una porta di ferro che confinava con la parete di una torre. Sgomenti, lo vegliavano il figlio diciottenne Manfredi, l’arcivescovo di Palermo Berardo di Castagna, il gran giustiziere della Magna Curia Riccardo di Montenero, Pietro Ruffo responsabile delle scuderie imperiali, Riccardo, conte di Caserta e genero dell’imperatore e il medico Giovanni da Procida.

Fu letto il suo testamento: “Poiché transitoria è l’umana natura, Noi, Federico…”. I testimoni ascoltarono le ultime volontà del sovrano: unico discendente e erede dell’impero fu nominato il figlio Corrado IV, re di Germania. In caso di morte senza eredi, Enrico Carlotto, secondogenito dell’imperatore e della seconda moglie Isabella d’Inghilterra, avrebbe preso il suo posto. Dopo di lui, c’era Manfredi, il figlio riconosciuto come legittimo, che ottenne il ducato di Taranto e che durante l’assenza di suo fratello Corrado avrebbe dovuto regnare, in qualità di vicario, sull’Italia imperiale e il regno di Sicilia.

Federico stabilì che se la Chiesa (“Nostra Madre”) avesse riconosciuto i diritti e i possessi dell’Impero, poteva rientrare in possesso delle sue proprietà. L’Ordine dei Templari poteva riottenere tutti suoi possedimenti, così come le chiese e i conventi che dovevano essere reintegrati nei loro diritti. I prigionieri, tranne quelli che si erano macchiati del reato di alto tradimento, potevano essere liberati. Le chiese distrutte andavano ricostruite. Centomila once d’oro vennero destinate per la Terra Santa. I sudditi del regno dovevano essere sgravati da collette e imposte generali.

Scorcio del lato ovest della cattedrale di Palermo. Antichissimo luogo di culto, dal 2015 è stata dichiarata patrimonio dell’umanità Unesco nell’ambito dell’Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale

IL TRAMONTO DI UN SOLE La mattina del 13 dicembre, secondo una cronaca agiografica, l’imperatore volle indossare l’umile tonaca grigia dei cistercensi del terzo ordine di cui faceva parte. Chiese di essere sepolto nella cattedrale di Palermo, accanto al padre e alla madre. Il suo vecchio amico Berardo gli somministrò l’estrema unzione.

Ma l’annuncio della morte, forse per ordine dello stesso Federico, venne tenuto nascosto per un certo tempo. Fino al gennaio del 1251 la cancelleria emanò dispacci e documenti come se l’imperatore fosse ancora vivo. Il giovane Manfredi comunicò la scomparsa al fratellastro Corrado per lettera, con parole accorate: “Tramontato è il sole del mondo che riluceva in mezzo alle genti”. Il cadavere, con ogni probabilità, fu imbalsamato. Il 28 dicembre il corteo con il feretro dell’imperatore attraversò per l’ultima volta le città di Foggia, Canosa, Barletta e Trani e gli altri centri della costa. A Bitonto, Matteo di Giovinazzo notò “sei compagnie de cavalli armati” e “alcuni baroni vestiti nigri insembra (insieme) co’ li Sindaci de le Terre de lo Riame”. A Taranto la salma fu imbarcata per la Sicilia. Centinaia di vascelli, piccoli e grandi, salutarono il feretro con drappi neri.

Così Federico tornò a Palermo, la città dell’infanzia e della giovinezza, che 38 anni prima aveva lasciato per affrontare la straordinaria avventura che lo portò a diventare prima re di Germania e poi imperatore. La salma dell’imperatore fu tumulata nel Duomo, accanto ai genitori e alla prima moglie Costanza, in un maestoso sarcofago di porfido color amaranto. Vicino alla grande tomba, fu vergato l’epitaffio, attribuito all’arcivescovo Bernardo, fedele compagno di una vita: “Se la probità, l’ingegno, la grazia di ogni pregio, la magnificenza, la nobiltà della stirpe potessero resistere alla morte, non sarebbe morto Federico che qui giace”.

Papa Innocenzo IV (ritratto al centro in occasione del Concilio di Lione del 1245) in una miniatura del sec. XIII

Alla notizia del decesso, Innocenzo IV non riuscì a trattenere la propria gioia per la fine del “nemico giurato della Chiesa cristiana”. Il papa partì subito da Lione alla volta dell’Italia. Nel frattempo scrisse a tutti i sovrani europei lettere sprezzanti verso Federico e la sua progenie. E diffidò i Comuni italiani dall’obbedire a Manfredi, nominato vicario imperiale in attesa che Corrado IV valicasse le Alpi. Le prime parole della missiva che il pontefice inviò al popolo di Sicilia spiegano il suo stato d’animo: “Esultino i cieli, la terra si allieti poiché in freschi zeffiri e rugiade fecondatrici si sono sciolti il fulmine e la procella che Dio ci teneva sopra il capo”.

Fra Salimbene, nella sua “Cronaca”, calcolò che l’imperatore aveva regnato trenta anni e ventuno giorni.

Carismatico e scomodo. Colto e spietato. Feroce eppure tollerante. Federico parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo). Diventò adulto in una società multirazziale. Comprese e studiò il pensiero islamico. Si appassionò alla scienza e alla poesia. A Napoli fondò una grande università che porta ancora il suo nome. Fu curioso del mondo e degli uomini: alla sua corte trovarono alloggio intellettuali di ogni lingua e religione.

Con le “Costituzioni di Melfi” (1231), raccolta di norme fondata sul diritto romano e normanno, Federico II sognò di dare ordine, a scapito della Chiesa e dei nobili, a tutti gli aspetti dello Stato, dalla giustizia alla sanità, fino al diritto e all’economia.

Gli storici Franco Cardini e Marina Montesano (“Storia Medievale”, Le Monnier 2006) hanno spiegato bene come l’imperatore svevo pensasse “a uno Stato centralizzato, burocratico, tendenzialmente livellatore, insomma già avviato a concezioni che molti hanno reputato moderne”.

Federico mise in discussione, dalle fondamenta, il potere temporale dei pontefici. Tornò vincitore da una crociata alla quale era stato obbligato, senza combattere nemmeno una battaglia. Ma collezionò anatemi e scomuniche. Cinque papi diversi (Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, Celestino IV e Innocenzo IV) videro in lui un miscredente, “re di pestilenza” e sentina di tutti i mali del mondo.

L’Impero finì con la sua morte. In appena venti anni la dinastia degli Hohenstaufen si estinse. E dei vasti territori segnati dalle quattro città sedi delle sue incoronazioni, Palermo, Aquisgrana, Roma e Gerusalemme, rimase ben poca cosa. Ma la terribile condanna che papa Innocenzo IV pronunciò contro il suo mortale nemico, “Estirpate nome, corpo seme e eredi del babilonese!”, è lontana dall’avverarsi.

Il mostro dell’Apocalisse di San Giovanni, paragonato a Federico II da papa Gregorio IX, nell’interpretazione di Albrecht Dürer

ANTICRISTO E MESSIA Il fascino dell’imperatore svevo ha attraversato i secoli. E vive ancora ai giorni nostri. La sua fine, per centinaia di anni fu accompagnata da miti e leggende. Del resto, già prima della sua morte, la sua figura era stata mitizzata dai contemporanei.

Un Anticristo. Oppure un novello messia, capace di riformare dal profondo la Chiesa. Già dopo la seconda scomunica, nel giugno del 1239, in una sua enciclica Gregorio IX aveva già paragonato Federico al mostro dell’Apocalisse di Giovanni: “Si leva dal mare la bestia ricolma di nomi blasfemi la quale, infierendo con zampe d’orso e con fauci di leone, e nelle altre membra con forma di leopardo, apre la bocca per bestemmiare contro il nome di Dio…”.

Un anno dopo (1240) il papa riprendeva la diceria propagata tra i seguaci dell’abate e teologo Gioacchino da Fiore che voleva Federico figlio di un diavolo piuttosto che di Enrico VI: “Serpente velenoso concepito da materia infernale”. Gregorio mise in campo tutta la sua autorità di vicario di Dio in terra per insinuare quello che molti pensavano: era l’imperatore stesso che si vantava di essere “preambulus Antichristi”. Un eretico, capace di sostenere che Gesù, Mosè e Maometto erano tre impostori che avevano ingannato il mondo. E che Dio non poteva nascere da una vergine. Un uomo malvagio che riteneva che l’uomo dovesse credere soltanto a ciò che può essere provato con la “forza e la ragione della natura”. Nel 1248 Raniero di Viterbo bandì una crociata contro l’”araldo del diavolo”, il “figlio e allievo di Satana”.

La propaganda del papa contro l’imperatore aveva un manifesto ideologico nella teologia della storia concepita da Gioacchino da Fiore e diffusa di città in città dalla predicazione pubblica dei Francescani.

Secondo “il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato”, ricordato da Dante nel Paradiso, la storia dell’umanità sarebbe da suddividere in tre grandi età, corrispondenti ognuna a una delle tre persone della Trinità: la prima, l’età del Vecchio Testamento, era quella di Dio Padre; la seconda, l’età del Nuovo Testamento, quella del Figlio di Dio; la terza età, che secondo Gioacchino era ormai imminente, era quella che corrispondeva allo Spirito Santo. Un’epoca nuova, nella quale, dopo i laici e i chierici, sarebbero stati i monaci a dare un ordine alla società imperfetta degli uomini. Questa terza età, secondo i calcoli di molti, avrebbe avuto inizio nel 1260. Ma proprio sul finire della seconda età, sul mondo avrebbe regnato un Anticristo che avrebbe distrutto la Chiesa dissoluta e secolarizzata. L’età dello Spirito sarebbe iniziata soltanto con la morte dell’Anticristo.

La basilica e l’edicola del Santo Sepolcro (in una raffigurazione del 1149), dove Federico II si auto-incoronò Re di Gerusalemme il 18 marzo 1229, nel corso della Sesta crociata

LA COSTRUZIONE DEL MITO La curia imperiale reagì agli attacchi del papato usando le stesse armi: l’Anticristo delle profezie non era Federico ma il pontefice, “cavallo rosso dell’Apocalisse”.

Il primo e unico imperatore cristiano a cingere la corona di Re di Gerusalemme nella basilica del Santo Sepolcro, predicava invece il ritorno della Chiesa, oramai corrotta, alla povertà del tempo degli apostoli. Pietro possedeva solo “la rete del pescatore”. Di contro, il palazzo papale di Anagni era una “regia solis”. E Roma rimaneva abbandonata, “come serva ai cani e tributaria dei Saraceni”.

È l’imperatore stesso ad alimentare, in modo sapiente, la costruzione il suo mito. Con i gesti prima ancora che con le parole. Spesso, assiso sul trono, rimane in un silenzio ieratico, lontano da tutti, mentre Pier delle Vigne parla in suo nome.

Nell’iconografia ufficiale, a partire dal 1231, Federico II si fa ritrarre nelle vesti dell’imperator romano. Al suo fianco, non c’è un Cristo: il figlio di Enrico VI, nipote del Barbarossa, è solo a reggere il mondo, consapevole dell’autorità che gli arriva per diritto divino.

Rimanere “memorabilis posteris”. Lasciare un segno, indelebile: già in una lettera del 1239, al tempo della fondazione dell’università di Napoli, l’imperatore espresse per iscritto quella che era la sua più grande ambizione.

Lo Staufen e la sua stirpe, come “successori di David”, rappresentarono se stessi come portatori di speranze messianiche. Basti pensare alla lettera dell’agosto 1239 indirizzata a Jesi, la città dove lo Staufen nacque, celebrata come seconda Betlemme. “… illustre inizio delle nostre origini, in cui la nostra divina madre ci ha messo al mondo, sulla quale la nostra culla ha diffuso la sua luce radiosa…”(Historia diplomatica, V, 1, p. 378). Nella celebre missiva, attribuita a Pier delle Vigne, Federico è insieme sia Cristo che Cesare: salvatore e giudice del mondo.

In anni nei quali era vivissima l’attesa di un messia incarnato, nel paragone con il Dio fatto uomo, l’imperatore si presentava come colui che sarebbe stato capace di riformare la Chiesa dal profondo.

La risposta alla scomunica del papa arriva così sotto forma di velata minaccia in un libello redatto negli ambienti della corte nel 1240: “Il nostro magnanimo leone, che oggi fa finta di dormire, con il tremendo suono del ruggito trascinerà a sé dai confini del mondo tutti i pingui tori e, piantando la giustizia, porterà la Chiesa sulla retta via, strappando e spezzando le corna dei superbi” (Historia diplomatica, V, 1, p. 312).

I temi biblici e il recupero di antiche profezie accompagnarono la vita e le leggende intorno all’imperatore. A partire dal vaticinio della nascita attribuito, secondo Goffredo da Viterbo, alla Sibilla Tiburtina: “Concepit et peperit imperatrix natum. / Tenet nunc Apuliam, habet Principatum. / Est futurus cesar sic est vaticinatum. / Habet imperium, regum monarchatum”.

Soprattutto, poco dopo la morte di Federico, prese nuova linfa l’oscuro vaticinio della cosiddetta Sibilla eritrea, misteriosa veggente dell’antichità, a cui fu attribuito un testo composto intorno al 1241 nella cerchia curiale di Raniero da Viterbo: “Vivit, non vivit”. Secondo la profezia Federico sarebbe e non sarebbe vissuto. La morte stessa dell’imperatore sarebbe rimasta celata: “Chiuderà gli occhi con una morte nascosta e sopravvivrà; e si dirà tra i popoli: “Vive, (e) non vive”; e sopravvivrà uno dei pulcini e dei pulcini dei pulcini”. Federico avrebbe continuato a vivere. Oltre la morte. Nella sua discendenza. Oppure nascosto da qualche parte.

Salimbene da Parma, da cronista informato dei fatti, scrisse che furono in molti a non non credere alla fine dell’imperatore. Del resto, nel corso degli anni, più volte la propaganda papale aveva diffuso la falsa notizia della sua scomparsa.

Il Mongibello, altro nome del vulcano Etna, nel corso dei secoli fu frequentemente descritto come luogo di accesso all’inferno

I “FALSI FEDERICI” Ancora nel 1302, Jans der Enikel, uno storico e poeta viennese che compilò la Weltchronik, una ambiziosa storia del mondo in 30.000 versi, scriveva che ancora nessuno sapeva dove fosse veramente Federico. E che soprattutto in Italia, si discuteva se fosse ancora vivo.

Nacquero così i casi dei “Falsi Federici”: impostori che si spacciavano per l’imperatore.

Il primo di cui si ebbe conoscenza, nel 1261, fu un mendicante siciliano, Giovanni de Coclearia, che risiedeva alle falde dell’Etna. Era un sosia quasi perfetto dello Svevo. L’unica differenza è che sfoggiava una lunghissima barba. Ma parlava e si muoveva come lui. Alcuni seguaci dell’imperatore andarono a trovarlo e gli credettero, nonostante Federico II risultasse ufficialmente morto da undici anni. Il mendicante sostenne di essere scomparso per così tanto tempo per adempiere a un voto: quello di compiere un pellegrinaggio. E che c’erano voluti nove anni per emendare, attraverso la penitenza, i suoi tanti peccati. La popolazione lo acclamò con entusiasmo. E alla sua storia fece finta di credere anche papa Urbano IV, che voleva usare l’impostore nella spietata guerra che lo opponeva a Manfredi. Ma il figlio dell’imperatore e di Bianca Lancia, re di Sicilia dal 1258, fece catturare e impiccare il “falso Federico” insieme a dodici dei suoi seguaci.

Non è un caso che fosse proprio l’Etna il teatro della comparsa del primo dei “falsi Federici”. Tommaso da Eccleston, un frate minore inglese, nel suo “De adventu Minorum in Angliam”, raccontò in 15 capitoli le storie che i frati missionari in Inghilterra si scambiavano la sera accanto al fuoco, davanti a una pentola ricolma di birra. Attribuì a un suo confratello siciliano, raccolto in preghiera sotto l’Etna, proprio lo stesso giorno in cui l’imperatore era morto, una stupefacente visione: cinquemila cavalieri che si immergevano in mare. Le acque ribollirono, come se le armature “fossero di bronzo ardente”. E uno dei cavalieri parlò al frate tramortito dalla potenza di quella immagine: “Questi è Federico Imperatore che va all’Etna con i suoi cavalieri”.

Il favoloso racconto ebbe una qualche fortuna. Il Mongibello, con i suoi scenari infuocati era considerato una specie di porta dell’inferno, che l’imperatore, morto scomunicato, prima o poi doveva per forza passare.

Le credenze popolari riportarono poi altre leggende: all’interno del grande vulcano era nascosto anche Artù. Questa specie di “ascensio” al monte da parte di Federico II somigliava a quelle diffuse nel mondo medievale di Alessandro Magno, di Teodorico, il re dei Goti e di Federico I, il nonno dell’imperatore svevo.

Dalla fine del Duecento le leggende sul ritorno di Federico II si diffusero soprattutto in Germania, anche se l’imperatore non aveva più messo piede in quei territori dal 1235. Ce lo ricorda una “Chronica” di metà Trecento di un frate minore, Giovanni di Winterthur che provò a spiegare le tante leggende che ancora si ripetevano a quasi cento anni dalla fine dello Staufen. Federico II sarebbe ricomparso per riformare la Chiesa e instaurare un’epoca di giustizia e prosperità. Giovanni di Winterthur, nella sua opera, ci tenne a chiarire che si trattava di “falsa credulitas”. Ma di certo, in Germania, negli ultimi decenni i sosia dell’imperatore si erano moltiplicati.

Addirittura, nel 1284 una delegazione di alcuni Comuni lombardi, guidata dal marchese d’Este fu inviata a Neuss, in Renania, per conoscere di persona l’uomo che si spacciava per l’imperatore svevo. Si chiamava Dietrich Holzschuh Aveva un aspetto giovanile. Federico II, se fosse vissuto, doveva avere una novantina di anni. Eppure in molti credettero al “falso Federico”: l’uomo era riuscito a radunare intorno a sé una vera e propria corte. Pasteggiava con stoviglie d’oro, emanava privilegi e inviava lettere bollate ai principi tedeschi nelle quali li invitava a rendergli omaggio.

L’arcivescovo di Colonia na perse la pazienza e ordinò alla città di Neuss di consegnare alla sua autorità il presunto Federico. Dietrich Holzschuh ripiegò a Wetzlar da dove sollecitò il re Rodolfo d’Asburgo a rendergli omaggio. Ma il sovrano marciò sulla città per catturare l’impostore. I cittadini, per evitare guai peggiori lo consegnarono ai soldati di Rodolfo. Così, il presunto imperatore morì arso vivo, accusato di eresia e stregoneria. Un altro falso Federico II spuntò in Olanda ma fu impiccato a Utrecht. Altri impostori furono segnalati a Colmar, Lubecca e Stoccarda. Ma tutti fecero una brutta fine.

Una raffigurazione di Federico II a caccia con il falcone

L’ATTESA DI UN “TERZO FEDERICO” La leggenda dell’imperatore svevo però rimaneva viva. Come sognava il notaio imperiale Pietro de Prece, che vagheggiava una “aquila d’Oriente” capace di volare attraverso i secoli. Così, all’idea dell’impero si associava l’immagine antichissima del “Sol Invictus” che tramonta per poi riapparire in tutto il suo splendore. Il mondo ghibellino vagheggiava un successore degno di Federico II, destinato a completare la sua opera. La città di Tivoli accolse Corrado IV di Svevia come l’ultimo degli imperatori annunciato dalla Sibilla tiburtina. Ma Corrado IV si spense nel 1254. Manfredi morì nel 1266. E Corradino, figlio di Corrado, fu decapitato a Napoli nel 1268 dopo un processo farsa. Aveva appena 16 anni . Fu l’ultimo svevo. Con lui si estinse la dinastia.

Per un breve periodo il “Fredericus redivivus” venne visto in Federico d’Antiochia, figlio naturale dell’imperatore e fratellastro di Corrado. La madre, una orientale, secondo una leggenda era la sorella del sultano Al-Kamil. Il giovane, l’unico figlio dell’imperatore che riposa accanto al padre nella cattedrale di Palermo, morì in battaglia a Foggia nel 1256 a neppure trent’anni mentre combatteva contro le truppe pontificie.

Più tardi, le speranze ghibelline di un “terzo Federico” trovarono nuova linfa in un omonimo nipote dell’imperatore: Federico l’Intrepido, figlio di Margherita, nata dal terzo matrimonio dello Staufen con Isabella d’Inghilterra. Pietro de Prece, alfiere del partito imperiale, scrisse a suo nonno, Enrico l’Illustre, per candidare il giovane al trono siciliano. Nella sua lettera citò le profezie su un “Federicus tercius” che avrebbe distrutto la stirpe degli Angiò e sarebbe tornato a dominare il mondo. Ma Federico l’Intrepido visse il suo breve sogno di succedere al nonno soltanto apponendo l’aleatoria firma di Federico III, re di Gerusalemme e di Sicilia in una serie di lettere ufficiali. Alle parole non seguirono i fatti: “L’Intrepido” nel 1273 fu scalzato da Rodolfo d’Asburgo anche come re di Germania.

Si credette di trovare un “terzo Federico” anche in un nipote di Manfredi, Federico d’Aragona, figlio di Costanza di Svevia e di Pietro III d’Aragona. Oltretutto, il pronipote dell’imperatore svevo era nato il 13 dicembre del 1273, lo stesso giorno della morte di Federico II. Dopo i Vespri Siciliani (1282) governò la Sicilia in nome di re Giacomo II d’Aragona. E nel 1296, a Catania, fu proclamato re di Sicilia da un parlamento tutto isolano. Lusingato dalle profezie, volle chiamarsi “Fredericus tercius” e rivendicò il titolo imperiale vacante quando il 25 marzo 1296, giorno dell’Annunciazione, fu incoronato a Palermo con il titolo dei re normanno-svevi : “Rex Sicilie, Ducatus Apulie ac Principatus Capue”. Ma appena una settimana dopo fu scomunicato, insieme ai suoi sostenitori, da Bonifacio VIII. E quando nel 1312 il re romano-tedesco Enrico VII di Lussemburgo fu incoronato imperatore pensò bene di fare marcia indietro e accontentarsi di governare la sola Sicilia con il titolo di Federico II.

Anche Fra Dolcino, capo della setta dei “Fratelli apostolici”, imbevuto di idee gioachimite, prima di essere bruciato sul rogo come eretico a Novara (1307) predicò l’avvento di un “nuovo Federico” che, con l’aiuto un papa angelico avrebbe purificato la Chiesa e regnato fino all’arrivo dell’Anticristo. Il mito catturò anche i Catari, che nell’avvento di un “terzo Federico” riponevano molte delle loro speranze.

Per duecento anni ancora, tra il XIV e il XVI secolo, altre profezie, racconti, libelli e opuscoli vari invocarono un ritorno dell’imperatore che “viveva ancora”. In Germania, soprattutto in Turingia, si alimentò, a più riprese, il mito della montagna, come rifugio e nascondiglio di eroi immortali. Ma piano piano, nella memoria popolare la figura di Federico II venne sostituita da quella del suo altrettanto celebre nonno, Federico I, il Barbarossa.

Fra Salimbene de Adam da Parma (1221-1288), storico e scrittore italiano, frate minore, seguace di Gioacchino da Fiore e autore della Cronica

STUPOR MUNDI Il mito di Federico II resiste fino ai nostri giorni, illuminato, a distanza di secoli, dal celebre commento vergato, dopo la sua morte, da Mattew Paris (1200-1259). Il monaco benedettino inglese, storico e miniaturista, pensando a quel 13 dicembre 1250, riassunse l’eccezionale personalità dell’imperatore, “il più grande tra i principi della terra”, in una frase che ha attraversato i secoli: “Stupor mundi et immutator mirabilis”.

Stupore del mondo e miracoloso trasformatore. Nel giudizio sulla grandezza dell’uomo, si mescolano l’ammirazione e la critica. Perché, come ha spiegato lo storico tedesco Hans Martin Schaller, uno tra i maggiori studiosi dell’età sveva, ottocento anni fa la parola “stupor” non andava intesa come meraviglia ma come la sorpresa generata dal disordine. Del resto, la “mutabilitas” nell’opera generale di Mattew Paris è considerata frutto dell’azione del diavolo.

Un personaggio portentoso, terribile, fenomenale e contraddittorio. O almeno raccontato come tale. Su Federico, il giudizio dei contemporanei fu in genere negativo. Di certo, ogni opinione fu condizionata dall’influsso della propaganda papale.

Per Salimbene da Parma, fu scaltro e collerico. Un libertino, “malvagio” come Antioco, il tiranno biblico. Un uomo doppio, ma anche capace, all’improvviso, di diventare “amabile, lieto, pieno di grazia”. Nella ambiguità della descrizione, emerge comunque l’ammirazione: “Fu un uomo astuto, ingegnoso, avaro, lussurioso, malizioso, iracondo. Talvolta fu anche uomo valente, quando volle dimostrare la sua bontà e cortesia, piacevole, giovale, delizioso, industrioso; sapere leggere, scrivere e cantare, e comporre canti e poesie. Fu uomo bello e ben proporzionato, ma di statura media (…). Sapeva pure parlare molte e varie lingue. E, per dirla in breve, se solo fosse stato cristiano e avesse amato Dio, la Chiesa e l’anima sua, ci sarebbero stati, nel mondo, pochi uomini pari a lui nel governare”.

Per Niccolò Iamsilla, un cronista dell’Italia meridionale dietro il cui nome forse si nascondeva il notaio Gervasio di Martina, fedele collaboratore di Manfredi, Federico fu vinto solo dalla legge della morte. E “mai l’impeto lo costrinse a fare qualcosa, ma procedette in ogni cosa con la maturità della ragione”.

Il musulmano Al-Giawzi (1186-1256) lodò la tolleranza dell’imperatore e lo descrisse “di pel rosso, calvo, miope: fosse stato uno schiavo, non sarebbe valso duecento dirham”. Notò anche che “era un materialista, che del cristianesimo si faceva semplice gioco”.

Per un altro scrittore arabo, Abu ‘Al Fadâ, era un uomo “generoso, vago di filosofia, logica e matematica, e amava i musulmani…”.

Dante ritratto da Luca Signorelli (Duomo di Orvieto)

“IL TERZO VENTO DI SOAVE” Federico sosteneva la mortalità dell’anima. Come “epicureo” e quindi eretico, Dante lo sistemò nel sesto cerchio dell’Inferno, insieme a Farinata degli Uberti: “Qui con più di mille giaccio:/ qua dentro è ’l secondo Federico” (X, 119). Per il grande poeta fu il “terzo vento di Soave”: l’altro svevo, dopo il Barbarossa e Enrico VI che soffiava sui destini d’Italia. “L’ultima possanza”, citato altre quattro volte nelle cantiche della Commedia: due nell’Inferno, una nel Purgatorio ed una nel Paradiso.

Per Giovanni Villani, cronista fiorentino di parte guelfa, rappresentò un tiranno, persecutore della Chiesa. Ma fu anche un “uomo universale in tutte le cose che fece”. Altri autori, allo stesso modo, per tutto il Trecento, ricordarono a tinte fosche l’irriducibile nemico dei papi.

Pandolfo Collenuccio storico umanista, alla fine del Quattrocento, parlò di una biografia dell’imperatore, redatta dal vescovo Mainardino da Imola (1207-1249) che conteneva “molte cose di Federico”. Da parte sua, vide nello Svevo un mecenate delle scienze e delle arti. E un precursore dei principi della sua epoca, capace di contrastare con successo il potere dei baroni.

Niccolò Machiavelli, nel paragrafo XXI delle sue “Historie fiorentine” fu il primo a commentare l’azione politica di Federico. Ne apprezzò l’efficacia nella lotta senza quartiere contro il papa che distinse da quella nei confronti della Chiesa. L’imperatore “soldò assai Saraceni”, incuranti delle “papali maledizioni”. In ogni caso, l’autore de “Il Principe” considerò in modo negativo l’uso delle milizie mercenarie, meno affidabili, a suo avviso, dei soldati cittadini.

Nel Settecento l’illuminista Pietro Giannone lodò l’opera di Federico e di suo figlio Manfredi. Li presentò come i creatori di uno stato modello, liberato dalle ingerenze ecclesiastiche. E giustificò con la “ragion di Stato” anche le tante crudeltà dell’imperatore.

L’ecclesiatico emiliano Ludovico Antonio Muratori, uno dei padri della storiografia italiana e della medievistica nei suoi “Annali della Storia d’Italia” vide invece nello Svevo l’uomo che voleva “abbattere la libertà dei Lombardi”. Un nemico della Chiesa, che forse però non doveva essere giudicato in modo troppo severo, soprattutto per la qualità della sua legislazione in tema di giustizia.

Dal suo esilio londinese Ugo Foscolo (1778-1827) esaltò le lettere imperiali vergate dalla mano sapiente di Pier delle Vigne. Le considerò anticipazioni di “alcuni dei più robusti argomenti che trecento anni dopo i protestanti posero in campo contro l’autorità temporale della Santa Sede”. Il poeta di Zante nel 1824 additò agli italiani la figura dello Staufen , idealizzato come un campione dell’unificazione dei tanti, diversi popoli della penisola. Per Foscolo, Federico II già nella prima metà del Duecento voleva “riunire l’Italia sotto un solo principe, una sola forma di governo e una sola lingua, e tramardarla a’ suoi successori potentissima tra le monarchie d’Europa”.

Luigi Settembrini in pagine appassionate, pubblicate quando l’Italia era già riunificata sotto i Savoia ma scritte più di venti anni prima, ribadì che Federico “era nato e educato italiano e qui voleva il suo impero”. Per il patriota e letterato anticlericale il disegno incompiuto dell’imperatore era stato quello di “conquistare tutta l’Italia per tenere la Germania provincia confinante” in modo tale da “ridurre il papa alla condizione del patriarca di Costantinopoli”.

Il neoguelfo Cesare Balbo (1789-1853) riconosceva le “qualità personali” dell’imperatore, che definì “immaginoso” e di sicuro “più italiano che tedesco” ma sottolineò la pericolosità e la superbia del più famoso antagonista di ben cinque pontefici di Santa Romana Chiesa.

La razionalità dell’imperatore sedusse Voltaire nel suo “Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni”, il compendio sulla storia dello spirito umano scritto nel 1756 per Madame de Chatelet.

SPERANZA E INCUBO Johann Gottfried Herder (1744-1803) il teologo e filosofo tedesco che fu allievo di Kant e che con Goethe diede l’avvio al movimento dello “Sturm und Drang” vide nell’imperatore svevo quasi un illuminista ante litteram. Lo chiamò “stella mattutina di un giorno migliore” e “martire del suo tempo”.

Friedrich Schlegel (1772-1829) uno dei precursori del Romanticismo europeo, condannò invece con durezza “l’uso smodato delle sue tante doti”. Per lui Federico II era il despota ateo che aveva “distrutto il regno tedesco e l’impero quale era nel Medioevo”. Un incubo, simile a quel Napoleone Bonaparte che proprio in quegli anni schiacciava i popoli della Germania sotto il suo tallone di ferro.

Comunque negativo fu anche il giudizio dello storico svizzero Jacob Burckardt, che pure nel suo celebre libro “La cultura del Rinascimento in Italia” definì l’imperatore svevo come il “primo uomo moderno sul trono”. Ma non in un senso elogiativo. Piuttosto come un sovrano che voleva assommare nelle sue mani tutti i poteri, come fecero, a sua imitazione, un paio di secoli dopo, tanti “altri despoti” del Rinascimento italiano.

Per Leopold von Ranke (21 dicembre 1795 – 23 maggio 1886) il maggiore storico tedesco dell’Ottocento, considerato il fondatore della moderna ricerca storiografica sulle fonti, Federico non ebbe l’avvedutezza, l’intelligenza politica e la moderazione di suo nonno. E per questo fallì in ciò che meglio era riuscito a Federico Barbarossa: concludere tregue e paci separate con i Comuni e con il papa.

Di tutt’altro avviso un altro grande storico, Ferdinand Gregorovius, negli stessi anni, scrisse di Federico come di un precursore della Riforma protestante: un uomo che aveva “illuminato il mondo” lottando contro la “barbarie clerico-feudale del Medioevo”. In un viaggio a Palermo, nel 1853, sostò commosso davanti alla “tomba del più grande imperatore tedesco”. E scrisse sincere parole di ammirazione per uno dei “grandi geni della civiltà, che con la loro presenza accendono nell’umanità un fuoco, che continuerà ad ardere per secoli”.

Nietzsche, in un passo del suo libro “Al di là del bene e del male” parlò di Federico come di uno di quegli esseri “magicamente inafferrabili, impenetrabili, quegli uomini enigmatici, predestinati alla vittoria ed alla seduzione”. Per il grande filosofo tedesco fu “il primo uomo europeo”.

Lo storico Hans Prutz, studioso delle crociate e dello stato prussiano, lo definì “maestro nell’arte machiavellica della dissimulazione”.

Karl Hampe (1869-1936), professore all’università di Heidelberg, dedicò quasi tutta la sua vita allo studio dello Staufen. Vide in lui un precursore del Rinascimento. Un anticipatore, grazie “a tutto il suo freddo razionalismo” di idee nuove, che videro la luce, in modo pieno, soltanto nel Seicento e nel Settecento. In un celebre discorso pronunciato nel 1924 di fronte ai suoi colleghi e agli studenti, Hampe disse che Federico fu “l’ultimo degli imperatori tedeschi a meritare pienamente tale titolo. Colui che già i contemporanei chiamavano lo stupore e l’innovatore del mondo, fu forse il più grande, sicuramente il più affascinante e interessante dei nostri imperatori”.

Negli anni della Repubblica di Weimar, intorno alla figura di Federico II, nacque un vero e proprio culto. Il poeta Stefan George, uno dei maggiori simbolisti europei, appassionato traduttore di Dante, Petrarca, Shakespeare, Verlaine, Baudelaire e D’Annunzio vide nel “terzo vento di Soave” l’uomo capace di riunire nella sua carismatica figura l’Occidente e l’Oriente, la civiltà greca e quella romana. Un altro studioso a lui vicino, il germanista Friedrich Gundolf, definì Federico II come il “sovrano più geniale” dopo Giulio Cesare.

Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore

IL TITANO DI KANTOROWICZ In questo clima nacque anche “Federico II, imperatore” la monumentale biografia che Ernst Kantorowicz (1895-1963), storico tedesco di origini ebraiche, dedicò all’imperatore svevo. Fu pubblicata in due tomi successivi, il primo nel 1927 e il secondo nel 1931. Un libro fondamentale che ancora oggi condiziona gran parte delle idee correnti sullo “Stupor mundi”: seicento pagine scritte in meno di cinque anni, nelle quali la storia, la letteratura, l’arte e la religione si fondono in un racconto appassionante, innervato da una amplissima documentazione nella quale le lettere private e pubbliche, le costituzioni imperiali e le cronache cittadine hanno eguale dignità.

Per George, ispiratore dell’opera, e per Kantorowicz la ricerca storica doveva recuperare nel passato una gerarchia di valori assoluti da additare al presente individuandoli “in una persona, un popolo, un’epoca, una cultura”. Compito dell’intellettuale, in quel preciso momento storico era quindi quello di restituire una dignità e un ruolo internazionale alla Germania umiliata dal Trattato di Versailles del 1819.

Il Federico di Kantorowicz è un titano, un supremo tutore della giustizia, capace di saldare nella sua opera di governo l’eredità dell’antica Roma e la dottrina della Chiesa. L’imperatore svevo, “il primo genio rinascimentale”, è visto come una figura messianica: “nuova immagine di Cristo” che parla non solo all’Europa cristiana ma anche agli altri popoli. Un cosmocratore: come il figlio di Dio rappresentato nella iconografia bizantina, domina il suo tempo seduto sul globo del mondo che gli fa da trono. Lo stile, lieve, quasi letterario, assicurò alla biografia un grande successo di pubblico. Ma divise gli specialisti. E si prestò a strumentalizzazioni politiche. Gli storici vicini al nazismo videro in Adolf Hitler il redentore del popolo tedesco annunciato da Kantorowicz.

Nell’agosto del 1934 lo storico rifiutò di giurare fedeltà ad Hitler e si ritirò dall’insegnamento a soli 39 anni. Quattro anni dopo, si trasferì prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove ottenne un insegnamento a Berkley, in California. Ma in piena epoca maccartista rifiutò di firmare un documento di fedeltà anticomunista che gli chiedevano le autorità accademiche. Fu allora assunto in un altro prestigioso ateneo, a Princeton.

Quando negli anni Sessanta gli chiesero di ristampare la sua opera più famosa, tentennò a lungo. Temeva altri, pesanti fraintendimenti politici. Dichiarò di voler “dimenticare un libro che giaceva sul comodino di Himmler, e che fu regalato con dedica da Goering a Mussolini”. Ma la biografia tornò sugli scaffali delle librerie. E alimentò il mito di Federico II, accreditato come il fondatore di uno Stato laico “ante litteram”, regolato per la prima volta sulla base di un “corpus” legislativo e non più soltanto sulla legittimazione divina. Un imperatore religioso ma spregiudicato, disincantato uomo di potere che diviene sintesi di terre e popoli diversi. Un siciliano, ma soprattutto un tedesco, che parlò al mondo arabo, latino e germanico. Nelle pagine di un libro ammirato e contestato come il suo protagonista spuntano analogie frequenti tra le figure di Federico, Napoleone e Alessandro Magno e tra la visione del mondo dello Svevo, individuo dalle doti ultraumane e quella del filosofo Nietzsche.

I DUE SOVRANI DI LE GOFF Federico II “fu una figura fuori del comune, l’antitesi quasi perfetta di San Luigi”. L’affermazione dello storico francese Jacques Le Goff nasce dal confronto tra l’imperatore Svevo (1194-1250) e il re santo di Francia (1214-1270) che il grande medievista propone nel suo “San Luigi” (Einaudi, 1999). Due sovrani agli antipodi: Luigi IX, bulimico collezionista di reliquie, fa costruire a Parigi la Sainte Chapelle per custodire in modo adeguato la corona di spine di Cristo che aveva acquistato per una somma stratosferica dall’imperatore bizantino. Ordina di bruciare il Talmud, il libro sacro degli ebrei, che considera blasfemo. Vive in una castità assoluta, interrotta solo per procreare il suo erede. E segue con cieca obbedienza le prescrizioni della Chiesa.

Federico II si interroga sulle questioni scientifiche e teologiche. Vuole capire quale sia il luogo preciso dove hanno sede il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio. Affronta filosofi ebrei sulla interpretazione di specifici versi della Bibbia, erige monumenti laici come la porta di Capua e splendidi castelli. Si sposa quattro volte, ha numerose amanti e molti figli. Combatte per tutta la vita cinque diversi pontefici che a più riprese lo accusano di ateismo.

Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale

ABULAFIA, IL MITO SPEZZATO Lo studioso britannico David Abulafia, in una fondamentale biografia pubblicata nel 1988, intitolata, non a caso, “Federico II. Un imperatore medievale”, vide invece nello Svevo soltanto un figlio del suo tempo. Per lo storico di Cambridge, Federico II non fu “né un genio politico né un visionario”. Piuttosto “un solido conservatore” che più che al futuro tendeva a guardare al passato, soprattutto a quello della sua casata. In coerenza con questo ritratto, per Abulafia anche il suo mecenatismo fu “soltanto una pallida ombra di quello dei suoi predecessori normanni”. Tanto che in Sicilia “la feconda coesistenza tra cristiani, musulmani ed ebrei” con lui non sarebbe “rinata, ma sarebbe stata sepolta”. Anche le Costituzioni di Melfi (1231) secondo lo studioso inglese confermarono, di fatto, diritti consuetudinari che erano già stati acquisiti dalla tradizione normanna. Di certo, fu decisivo il contributo di Federico per gli studi ornitologici e per la nascita della lirica italiana. E fu grande il suo amore per il sapere: “Al pari di vari suoi colleghi, Federico coltivava interessi scientifici, che seppe e volle approfondire più di altri monarchi del XIII secolo”. Ma Abulafia, in esplicita contrapposizione alla storiografia precedente, che tratteggiava l’imperatore svevo come un despota illuminato, smitizza la figura dello Svevo. E nel suo saggio disegna un Federico meno tollerante con le fedi non cristiane. Meno coraggioso, stretto com’era nella spietata morsa di papi sospettosi e aggressivi. E meno innovativo, anche in campo culturale, soprattutto a causa delle fortissime spese che dovette sostenere per finanziare le sue tante guerre. Per Abulafia, un aggettivo, “dinastica”, riassume il senso profondo della sua politica. Secondo lo storico inglese il suo smisurato orgoglio per i lasciti che aveva ricevuto dal nonno tedesco Barbarossa e da quello normanno Ruggero II era pari solo alla perenne preoccupazione di trasmettere il suo potere intatto e accresciuto agli eredi della casata Hohenstaufen. Proprio come un imperatore medievale, che quindi che “non fu un siciliano, né un romano, né un tedesco, né un mélange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla”.

Il sarcofago di Federico II (Cattedrale di Palermo)

Amato e odiato. Esaltato e disprezzato. Visto come un martire. Oppure come un despota ateo. Tollerante e feroce. Feudale e illuminato. Moderno e conservatore. Federico II, all’alba del terzo millennio, appare ancora circonfuso nel mito. Una icona, spesso sbandierata anche da dissennate politiche di marketing turistico.

Lo storico Fulvio delle Donne in un suo recente saggio ha scritto che la memoria per l’unico imperatore degno di quel nome vissuto nel lontano XIII secolo è quasi una “damnatio”: una condanna, maggiore dell’oblio. L’esistenza reale dello Svevo ha finito per essere sepolta sotto il peso di una trasfigurazione. Come spiega bene Franco Cardini “la leggenda si impadronì dell’uomo, fino a soffocarne la storia”.

Nel Duomo di Palermo, di fronte al suo sepolcro in porfido rosso sorretto da quattro leoni, mani sconosciute, ottocento anni dopo, continuano a deporre fiori freschi. Un omaggio postumo alla grandezza di una vita straordinaria.

Torna allora alla mente l’oscura profezia della Sibilla eritrea, che tanto appassionò i contemporanei dell’erede degli Hohenstaufen e degli Altavilla: “Vivit, non vivit”. Forse vogliamo che la fine dell’imperatore normanno-svevo rimanga ancora celata, in qualche angolo della nostra memoria. Così, Federico II continua a vivere. Oltre la morte.

Virginia Valente

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