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Belgrado, 1456: la battaglia che fermò gli Ottomani

Maometto II, ritratto di Gentile Bellini.

Il 29 maggio del 1453 Costantinopoli è perduta. L’imperatore Costantino XI Paleologo, armi in pugno, si getta nella mischia nei pressi della Porta di San Romano e scompare. Con lui muoiono anche le ultime vestigia dell’Impero romano. Dopo la caduta di Bisanzio tutta l’Europa è in pericolo. E lo sguardo del sultano Mehmet II si appunta sulla sterminata pianura ungherese.

I preparativi turchi Nel 1456 un’armata della stessa estensione di quella che aveva conquistato Costantinopoli marcia verso Belgrado, la porta dell’Europa. Venezia ha sottoscritto una pace separata con il sultano. Vienna è lontana. La Francia sta a guardare. Solo papa Callisto III interviene a favore dell’Ungheria . Indice una crociata e invia sette frati cappuccini, con a capo il settantenne Giovanni da Capestrano, a predicare nell’Europa orientale (in latino, affinché tutti comprendessero e visto che nessuno di essi parlava le lingue dell’Est) e raccogliere volontari per combattere l’Orda verde . Mentre i frati predicano e raccolgono un esercito di diecimila volontari, però, Mehmet II è già in vista delle mura di Belgrado e assedia il forte (in ungherese Nándorfehérvár).

Gli ungheresi Ad attendere le truppe musulmane c’è il nobile transilvano János Hunyadi, padre del futuro re Mattia Corvino, e già da due decenni a capo dell’esercito ungherese nella lotta contro i turchi. Hunyadi, forte della propria esperienza di guerra aveva previsto che le armate di Mehmet II avrebbero investito Belgrado con tutta la loro forza e dall’anno prima aveva iniziato i preparativi per la difesa, sapendo di non avere la forza di affrontare il nemico in campo aperto. Così dopo aver sottoscritto la pace o la tregua con i suoi avversari, aveva approvvigionato e riarmato al fortezza di Belgrado, lasciandovi una guarnigione di 7.000 uomini (tra cui un corpo di 200 balestrieri polacchi, fondamentali per la difesa delle mura) al comando del cognato Mihály Szilágyi e del figlio maggiore Laszlo Hunyadi. Lasciata Belgrado János Hunyadi si dedica a percorrere tutta l’Ungheria per arruolare un’armata di soccorso e costituire un flotta di 200 corvette per pattugliare i corsi d’acqua e colpire le navi turche che risalgono il Danubio. La nobiltà, i notabili cittadini e i ricchi commercianti, non rispondono all’appello, timorosi del potere che Hunyadi sta accumulando, ritenendolo più pericoloso degli stessi turchi. Il rifiuto del re magiaro Ladislao il Postumo di assumere la guida dell’esercito, inoltre, esenta di fatto la nobiltà dal prendere parte alla crociata. Identiche difficoltà incontra Giovanni da Capestrano, raccogliendo adesioni alla crociata tra contadini e i piccoli proprietari terrieri, spesso armati di fionde, mazze, falci e forconi. Sommando anche le bande di mercenari e alcune compagnie di cavalieri raccolte da Hunyadi e le persone che seguono i frati (solo dalla Germania partirono alla volta di Belgrado calzolai, sarti, tessitori, minatori, fornai, studenti, chierici) si arrivò ad una forza di 30.000 uomini. Mehmet II avanzava con almeno settantamila uomini perfettamente equipaggiati.

L’assedio Il 28 giugno del 1456 gli uomini di Szilágyi osservano all’orizzonte le truppe turche che sfilano dietro il vessillo con la coda di cavallo e si posizionano sulle alture davanti alla fortezza. Il 29 Mehmet dà l’ordine di iniziare a bombardare le mura con i cannoni trascinati a forza fino sopra le colline, mentre dispone le sue forze con i rumeli (fanteria leggera e artiglieria) sul lato destro, i corpi di fanteria pesante dell’Anatolia sul lato sinistro e riservando il centro ai suoi giannizzeri. La cavalleria leggera, gli spahis, pattugliava il Danubio ad est, mentre una parte della flotta presidiava la Sava a sud-ovest e a nord-ovest per evitare che eventuali rinforzi raggiungessero la fortezza. Hunyadi proseguiva l’opera di reclutamento di truppe e sperava di giungere in tempo per rompere l’assedio, facendo affidamento sulla resistenza della rocca bizantina trasformata da Stefan Lazarevic, nel 1404, in un castello tra i meglio costruiti e difesi dell’Europa. La costruzione era dotata di tre linee difensive, del castello interno con il palazzo, un grande dongione (o maschio) difensivo, la città alta, quattro cancelli e una doppia cinta di mura. La città bassa con la cattedrale e il porto sul Danubio furono rinforzate da trincee, cancelli e nuove mura. Nel corso degli anni vennero aggiunte altre torri, compresa a Nebojsa costruita appositamente per ospitare per l’artiglieria. I turchi martellano la città per quindici giorni, colpendo le mura con il tiro dei loro cannoni. Le difese reggono e gli assalti, nonostante le mura cittadine siano ormai sbriciolate, vengono respinti dai soldati assediati. Gli uomini di Szilágyi rispondono colpo su colpo ai giannizzeri di Mehmet II. La sera del 13 luglio Jànos Hunyadi è in vista della città e prepara il suo piano. Belgrado è circondata, ma la via del Danubio presenta un punto debole. Ed è lì che le truppe di soccorso puntano.

La fortezza di Belgrado come appariva nel Medioevo. Sono visibili la città alta e quella bassa con il palazzo.

La battaglia Quaranta navi ungheresi attaccano la flotta fluviale ottomana. Colano a picco tre grandi galee turche e vengono catturati quattro grandi vascelli e altre 20 piccole imbarcazioni. Alcuni cittadini di Belgrado, al comando di Iancu Hunedoara, all’approssimarsi della flotta di Hunyadi uscirono da Belgrado per colpire alle spalle la flottiglia ottomana, permettendo l’accerchiamento e l’annientamento del nemico. Un colpo di mano che consente a Hunyadi di entrare in città e rinforzare le difese, evitando che crollassero. Il sultano, conquistatore di Bisanzio, non demorde e fa aumentare il tiro di artiglieria fino a riuscire ad aprire, il 21 luglio, diverse brecce nelle mura. In serata ordina l’assalto: prima avanzano la fanteria leggera degli azab, seguita dalla seconda ondata di akinji e di spahis, smontati. In formazione compatta, infine, seguono i giannizzeri. L’urto è violentissimo, l’assalto prosegue dal tramonto fino a notte inoltrata e le difese ungheresi cedono. Hunyadi dà ordine di ritirarsi nella cittadella fortificata. Appena gli ottomani entrano in città, però, vengono accolti da ripetute scariche di frecce e da pezzi di legno imbevuti di pece o altro materiale infiammabile, poi dal fuoco.

L’eroismo di Titus Dugović, dipinto ungherese del XIX secolo.

I giannizzeri e le altre forze turche entrate a Belgrado sono separate da quelle ancora fuori dalla mura. La fanteria pesante ungherese assale gli ottomani da tutte le parti e la città bassa si trasforma nel teatro di una carneficina che cessa solo all’alba del 22 luglio. Nessuno dei giannizzeri entrati in città ne uscì vivo, mentre tra i soldati che tentavano di varcare le brecce si contarono perdite ingenti. Un turco era quasi riuscito a scalare il bastione principale ed issare il vessillo verde, quando un soldato di nome Dugovics Titusz lo scaraventò di sotto, cadendo anch’egli (per questo gesto di coraggio il re d’Ungheria Mattia Corvino elevò al rango di nobile il figlio di Tito, tre anni più tardi). Il sole si alza sulle mura del castello di Belgrado e i due eserciti sono troppo stanchi per proseguire nella battaglia. Gli ungheresi liberano le mura da corpi e macerie, mentre i turchi riparano verso il proprio campo. Ed è a questo punto che accade l’inaspettato. Le cronache riferiscono che un gruppo di crociati arrivati in città con fra’ Giovanni da Capestrano esce dalla mura per una razzia. Altre fonti parlano di un’azione militare iniziata su stimolazione del frate abruzzese. Da altri racconti si sa che alcuni difensori raggiunsero le fortificazioni avanzate semidistrutte e iniziarono ad attaccare i soldati nemici isolati. Alcuni spahis turchi cercano di caricare, ma vengono respinti. Dalle mura accorrono altri cristiani. La scaramuccia diventa presto battaglia. Giovanni da Capestrano, secondo una cronaca di un confratello, cerca di richiamare i suoi, ma quando si vede attorniato da oltre 2.000 uomini li conduce alle spalle delle linee ottomane, attraversando la Sava, sollevando il crocifisso e gridando le parole di san Paolo: «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento» (Fil. 1,6). Hunyadi vede tutto dalle mura del castello, comprende il pericolo, ma ormai l’attacco è iniziato. Ordina alla fanteria pesante ungherese di attaccare il campo ottomano e si dirige verso le posizioni dell’artiglieria turca.

Assedio di Belgrado, 1456.

I nemici sono presi alla sprovvista e non si difendono, ma cercano di fuggire. Solo la guardia personale del sultano, circa 5.000 giannizzeri, si compatta e cerca di riconquistare il campo. Mehmet II stesso combatte. Uccide un cavaliere cristiano, ma viene ferito da una freccia ad una coscia e sviene. Gli ottomani sono presi dal panico, cedono di schianto su tutto il fronte e abbandonano senza combattere le tre linee di trincee difensive scavate giorni prima. Il nemico è in rotta, ma Hunyadi non si fida e ordina ai suoi di rientrare tra le mura e vigilare tutta la notte. Il contrattacco turco non arrivò più. Con il favore della notte i turchi si ritirano, portandosi via i feriti su 140 carri. Il sultano riprende conoscenza solo a Sarona e preso atto della disfatta, migliaia di soldati morti, le artiglierie perse, l’equipaggiamento abbandonato, la flotta semidistrutta, tenta di uccidersi con il veleno, ma viene fermato da alcuni dignitari. Tra le fila ottomane si contarono 50.000 vittime, mentre tra gli assediati 7.000.

L’epilogo Per gli ungheresi fu un trionfo, tanto che papa Callisto III volle che la vittoria venisse ricordata nel calendario liturgico in occasione della festa della Trasfigurazione del 6 agosto. Durante l’assedio il pontefice ordinò che la campane suonassero a mezzogiorno, così da chiamare i credenti a pregare per i difensori. Da allora, per commemorare l’avvenimento, continuano a suonare alla stessa ora. Pochi giorni dopo la vittoria, però, scoppiò la peste che fece 3.000 morti nel campo magiaro. Jànos Hunyadi morì l’11 agosto e fra’ Giovanni da Capestrano il 23 ottobre. La battaglia fermò l’espansionismo ottomano in Europa per almeno 70 anni. I cannoni persi a Belgrado furono recuperati dai turchi dopo la disfatta cristiana di Mohàcs (1526). Nel canto XLIV dell’Orlando furioso, Ariosto parla dell’arrivo di Ruggiero “ove la Sava nel Danubio scende” nel momento in cui l’imperatore d’Oriente Costantino ha deciso di attaccare i bulgari. Il paladino si schiera in battaglia a fianco di questi ultimi. Secondo recenti studi, il grande poeta avrebbe voluto descrivere, con quei versi, proprio l’assedio di Belgrado da parte dei turchi nel 1456.

Umberto Maiorca

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Breve storia del Giubileo

Celestino V in maestà di Niccolò di Tommaso, metà del XIV secolo. Napoli, Museo Civico di Castelnuovo.

Un anno di grazia, nel corso del quale tutti tornavano uguali: le famiglie che avevano perso le proprietà le recuperavano e gli schiavi venivano liberati. Era questo il Giubileo per gli Ebrei.

A raccontarne le origini è il libro del Levitico, dove si spiega come il popolo ebraico ogni cinquanta anni, terminati i sette sabbatici (che ricorrevano ogni sette anni) annunciava col suono di un corno (detto Jobel) l’inizio di un “Anno di grazia” durante il quale gli uomini avrebbero rimesso i debiti dei loro fratelli e il Signore quelli del popolo ebraico.

Per i cristiani la liberazione è quella dai peccati e secondo la tradizione ad ideare il Giubileo è, in qualche modo, Francesco d’Assisi. “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso” avrebbe detto il 2 agosto 1216, annunciando la remissione di tutte le colpe per chi si reca in pellegrinaggio alla Porziuncola tra il primo e il 2 agosto. Un rito che si ripete ancora oggi ogni anno e che celebra il suo ottavo centenario, significativamente, proprio nell’anno del Giubileo straordinario di Papa Francesco.

L’idea del santo di Assisi viene ripresa, pochi decenni dopo, dal papa più francescano che la Chiesa abbia mai visto prima di Bergoglio: Celestino V, monaco e pontefice rivoluzionario nella povertà, rimasto nella storia come l’unico papa ad essersi dimesso spontaneamente prima di Ratzinger, anche se i più lo conoscono per la (velata, e nemmeno certa) citazione di Dante Alighieri, che nella Divina Commedia mette all’inferno “colui che fece per viltà il gran rifiuto” identificato dalla tradizione con il papa abruzzese.

Nei suoi pochi mesi di pontificato – durante i quali tenta una riforma della Chiesa incentrata sull’umiltà e la povertà – il papa eremita lancia la “Perdonanza”: un’indulgenza plenaria concessa proprio in occasione della sua elezione, dal 28 al 29 agosto 1294 nella basilica di Collemaggio all’Aquila.

Particolare della Porta Santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila.

Appena quattro mesi dopo, Celestino si dimette clamorosamente nauseato dalle cospirazioni dei cardinali capeggiati da Benedetto Caetani, che sarà eletto al suo posto con il nome di Bonifacio VIII. Sarà proprio lui a lanciare ufficialmente l’Anno Santo pur se ispirato, in realtà, da una oscura tradizione che aveva almeno un secolo: la cosiddetta “Indulgenza dei cent’anni”. Non esistono documenti del XII o XIII secolo al riguardo, ma fonti del 24 dicembre 1299 riportano come masse di pellegrini, a conoscenza di una leggendaria “Indulgenza Plenaria” che si sarebbe ottenuta al capodanno del secolo nuovo, cioè nel passaggio da un secolo all’altro, muovessero verso Roma fin dentro l’antica basilica di San Pietro per ottenere la remissione completa di tutte le colpe.

Né Bonifacio né i prelati sapevano nulla, in realtà, di questa usanza, ma memorie del cardinale Jacopo Caetani degli Stefaneschi nel documento De centesimo sive Jubileo anno liber parlano di un vecchio di 108 anni che, interrogato da Bonifacio, asserì che 100 anni prima, ovvero il 1º gennaio 1200, all’età di soli 7 anni, assieme al padre si sarebbe recato innanzi a Innocenzo III per ricevere l’Indulgenza dei cent’anni.

Nonostante la testimonianza di questo centenario, però, non abbiamo fonti coeve a Innocenzo o più antiche che testimonino di quest’usanza né di altre indulgenze simili. Basta questo, però, ad uno dei papi più discussi e odiati nella storia (tra i suoi nemici Jacopone da Todi, i francescani spirituali e lo stesso Dante Alighieri) a riprendere e rilanciare la tradizione, nonostante subito dopo l’elezione avesse fatto catturare e imprigionare Celestino annullandone tutti gli atti, a cominciare dalla stessa Perdonanza.

Statua di Bonifacio VIII di Arnolfo di Cambio, 1298. Museo dell’Opera di Firenze.

Il 22 febbraio 1300 Bonifacio VIII emana dunque la prima bolla di indizione dell’Anno Santo, in cui si stabilisce che “tutti coloro che nell’anno centesimo visitano le basiliche dei Santi Pietro e Paolo in Roma avranno la remissione plenaria dei peccati”.

I papi successivi manterranno questa intuizione sancita dal papa, anche per non incorrere nell’anatema divino che nella stessa bolla di indizione era lanciato contro chi si fosse opposto allo svolgimento dell’Anno Santo.

Ogni cento anni, quindi, i cristiani sono chiamati a compiere una serie di riti ed opere che assicurano loro la salvezza dell’anima. Per allineare l’Anno Santo cristiano al Giubileo ebraico Clemente VI accorcia il tempo di attesa a cinquant’anni celebrando il secondo Anno Santo nel 1350. Successivamente Urbano VI – il primo papa “romano” dopo il lungo periodo avignonese, e quello con cui inizia lo Scisma d’Occidente – proclama il Giubileo nel 1383, anche se sono passati solo 33 anni dall’ultimo, usando quindi come periodo di attesa la vita terrena di Gesù (allo stesso modo con cui nel 1933 e nel 1983 Pio XI e Giovanni Paolo II proclameranno anni santi straordinari).

Verificate le potenzialità dell’evento, Paolo II accorcia ulteriormente il tempo di attesa. Tra i pontefici più assolutisti della storia della Chiesa (sostituisce la mitria con il triregno e pronuncia la celebre frase: “Io sono il papa e posso, secondo che più mi piace, fare e disfare”), Paolo II stabilisce che – a partire dal 1475 – l’Anno Santo sarò celebrato ogni 25 anni e aggiunge altre basiliche da visitare.

Pellegrini del Giubileo del 1300, da una Miniatura della “Cronica” di G. Sercambi. Biblioteca dell’Archivio di Stato di Lucca.

I Giubilei ordinari si svolgeranno regolarmente fino al 1800, quando papa Pio VI muore in esilio in Francia e a Venezia si prepara l’elezione di Pio VII. Nel XIX secolo si celebra il solo Giubileo del 1825, anche a causa dell’indifferenza della gente. Si riprende l’anno giubilare nel 1900 grazie a Leone XIII e si festeggia con particolare partecipazione quello del 1950, che arriva a pochi anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Nel correre del tempo si è sempre più rafforzato ed arricchito l’aspetto cerimoniale del rito che – partito dal semplice pellegrinaggio nel 1300 – ha visto l’istituzione della liturgia della Porta Santa nel 1400 e l’ampliamento delle varie condizioni di indulgenza.

Nei tempi moderni, il Giubileo di Wojtyla è passato alla storia grazie alla solenne richiesta di perdono da parte del papa attraverso la “purificazione della memoria”, un “mea culpa” da parte della Chiesa, per i peccati commessi.

E poi, il rivoluzionario Giubileo della Misericordia di papa Francesco, primo Anno Santo “delocalizzato” celebrato non a Roma ma in ogni diocesi del mondo dove la porta santa è allestita non solo nella Cattedrale, ma anche in Ospedale e in ogni cella del carcere.

Arnaldo Casali

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L’inutile Concilio di Pisa

Miniatura del XV secolo da un manoscritto delle Cronache di Jean Froissart che illustra lo Scisma d’Occidente.

Il Concilio di Pisa si aprì il 25 marzo 1409. Era stato convocato per sanare la peggiore lacerazione mai vissuta dalla Chiesa cattolica. Ma finì per renderla ancora più grave.

La crisi alla quale si voleva porre rimedio è conosciuta come “Scisma d’Occidente” per distinguerla dall’altro grande scisma, quello di Oriente, iniziato nel 1054 e ancora in atto, che divise la chiesa cattolica da quella ortodossa. Ma se per quest’ultimo c’erano ragioni storiche, teologiche e geografiche a giustificare la separazione formale di gerarchie, tradizioni, contesti politici e liturgie che erano già da secoli divise nei fatti, lo scisma che si consumò in Europa fu tutto interno non solo alla Chiesa cattolica, ma addirittura allo stesso collegio cardinalizio.

Se quattrocento anni prima a contrapporsi a Roma era stata Costantinopoli, stavolta il nemico era ad Avignone. E non era un patriarca rivale, ma il papa stesso. Che aveva abbandonato Roma da settant’anni per rifugiarsi nella cittadina provenzale che si affaccia sul Rodano, a due passi dalla Costa Azzurra e con un vino più buono di quello dei castelli.

Era stato il francese Clemente V nel 1305 a trasferire la sede del papato in Francia. Eletto a Perugia dopo il rifiuto del cardinale inglese Walter Winterburne, Bertrand de Got aveva scelto di evitare la capitale – teatro degli scontri tra i Colonna e gli Orsini – e di rifugiarsi a Poiters sotto la protezione del re Filippo il Bello, che già da anni esercitava una forte ingerenza nella Chiesa cattolica tanto da scontrarsi ferocemente con Bonifacio VIII, da cui era stato scomunicato, ma che aveva infine sconfitto e umiliato con il celebre “schiaffo di Anagni”.

È vero anche che se un trasferimento formale della sede pontificia non c’era mai stato, erano ormai decenni che i papi evitavano la Città eterna e in molti non ci avevamo mai nemmeno messo piede scegliendo altre residenze (come l’abruzzese Celestino V, che non si era mosso dal L’Aquila). Nulla di strano, dunque, nel papa francese che se ne resta in Francia.

Il problema era sorto in seguito: per settant’anni il Conclave aveva eletto solo papi francesi che, a loro volta, nominavano cardinali francesi che continuavano a egemonizzare il collegio elettivo.

Già nel 1313 la Curia si era trasferita ad Avignone, mentre a Lione nel 1316 il Conclave aveva eletto Jacques Duèze, il famigerato Giovanni XXII (il “nemico” dei Francescani di cui parla a lungo anche Umberto Eco nel “Nome della rosa” e morto in odore di eresia) che aveva trasferito ufficialmente la sede papale, visto anche che nel frattempo il palazzo di San Giovanni in Laterano era andato distrutto in un incendio, mentre il suo successore – Jacques Fournier alias Benedetto XII – aveva completato il trasferimento facendo costruire il palazzo pontificio di Avignone. Morto nel 1342, dopo aver creato 7 cardinali di cui 6 francesi, era stato seguito da Clemente VI (che elesse 27 cardinali di cui 23 francesi), Innocenzo VI (15 cardinali di cui 14 francesi) e Urbano V, il primo a pensare seriamente di tornare a Roma, anche per sottrarre la Santa Sede all’ingerenza del Re.

Urbano V, nato Guillaume de Grimoard.

Per rimettere ordine nel caos che si era creato nella penisola, Urbano aveva mandato in Italia il cardinale Egidio Albornoz, che aveva recuperato gran parte dei terreni dello Stato Pontificio e aveva fatto edificare numerose rocche per la difesa dei territori riconquistati.

Il papa aveva fatto il suo solenne e trionfale ritorno a Roma il 16 ottobre 1367. L’idillio però era durato solo quattro anni: le disastrose condizioni in cui versava la città e le pressioni dei cardinali francesi avevano fatto tornare il pontefice sui suoi passi. Nonostante le suppliche di Francesco Petrarca e le minacciose profezie di Santa Brigida di Svezia, nel settembre 1370 Urbano era di nuovo ad Avignone, dove morì appena tre mesi dopo. E il conclave in cui sedevano anche i 14 nuovi cardinali da lui creati (di cui 11 francesi) aveva eletto Pierre Roger de Beaufort con il nome di Gregorio XI.

Gregorio XI, al secolo Roger de Beaufort.

All’inizio del 1376, papa Gregorio aveva iniziato una corrispondenza epistolare con Santa Caterina da Siena che cercava di convincerlo in ogni modo a tornare a Roma: “Rispondete a Dio che vi chiama… a tenere e possedere el luogo del glorioso pastore santo Piero”, “confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i povarelli servi di Dio e figliuoli vostri. Aspettianvi con affettuoso e amoroso desiderio”. Gregorio tentennava, era indeciso, continuava a ricevere pressioni dai cardinali perché si decidesse a lasciare la Curia ad Avignone. Il 18 giugno 1376 Caterina era giunta personalmente ad Avignone e il 13 settembre il papa aveva finalmente abbandonato la Francia, pur preoccupato e scoraggiato dai disordini esplosi a Roma e rassicurato solo dalla stessa Caterina sul fatto che stesse davvero seguendo la volontà di Dio.

Alla morte di Gregorio, l’8 aprile del 1378 il conclave si riunì a Roma. Era il primo nell’Urbe da settantacinque anni. Il collegio cardinalizio, dominato ancora dai francesi, si apprestava ad eleggere un nuovo papa transalpino. ma i romani si sollevarono, reclamando a gran voce: “Romano lo volemo, o almanco italiano!”. E così era stato eletto, per la prima volta dopo settantacinque anni, un papa italiano: il napoletano Urbano VI.

Appena cinque mesi dopo i cardinali francesi avevano dichiarato invalida quell’elezione – eseguita sotto pressione del popolo romano – e riuniti a Fondi avevano eletto un altro papa, ovviamente transalpino: Clemente VII, che si era stabilito, manco a dirlo, ad Avignone.

E per la prima volta la Chiesa cattolica ebbe due papi. – Entrambi paradossalmente legittimi.

E pensare che fu proprio per scongiurare gli scismi che per secoli avevano visto papi e antipapi eletti da poteri contrapposti (imperatore, famiglie aristocratiche, clero e popolo romano e così via), che dal 1059 era stata regolamentata l’elezione del pontefice riservandola ai soli cardinali.

Le posizioni europee nei confronti dello Scisma d’Occidente.

L’intera Chiesa cattolica si divise così in due “obbedienze”: quella a Roma e quella ad Avignone. Francia, Aragona, Castiglia, Cipro, Borgogna, Napoli, Scozia, Sicilia e Savoia rionobbero il papa di Avignone, mentre Inghilterra, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, Ungheria, Irlanda, Fiandre e Stati italiani rimasero fedeli a quello Italiano, mentre in Germania c’erano diocesi romane e diocesi avignonesi. Addirittura, in molti territori, si formarono due istituzioni parallele con due vescovi rivali nella stessa città.

Lo scisma proseguì anche dopo la morte dei due papi: nel 1389 al posto di Urbano VI i cardinali romani elessero Bonifacio IX, mentre ad Avignone nel 1394 salì al soglio Benedetto XIII.

Il primo tentativo di pacificazione risale al 1404: alla morte di Bonifacio IX i cardinali italiani si dichiararono disposti a non procedere all’elezione se Benedetto avesse accettato di dimettersi. Ma il papa di Avignone non ci pensò nemmeno e lo scisma proseguì con l’elezione di Innocenzo VII e – due anni dopo – di Gregorio XIII.

Solo un Concilio ecumenico poteva ricomporre la situazione: così, dopo trent’anni di scisma, quattro cardinali francesi scesero in Italia per cercare di trovare un accordo. Dalla riunione dei prelati di buona volontà nacque dunque – il 5 luglio 1408 – la convocazione di un Concilio generale, che si aprì a Pisa il 25 marzo 1409.

L’assemblea venne disertata dai due papi, che convocarono entrambi dei concili alternativi, uno a Perpignano e uno ad Aquileia, tutti e due disertati in massa, mentre anche le grandi università di Oxford, Parigi e Colonia sostennero l’assemblea toscana.

La cattedrale di Pisa, capolavoro del Romanico pisano.

Nella cattedrale di Pisa, sotto la presidenza del cardinale Malesec, si riunirono quattro patriarchi, 22 cardinali, 80 vescovi, i rappresentanti di 100 vescovi assenti, 87 abati con le procure di chi non era potuto intervenire di persona, 41 tra priori e generali di ordini religiosi, 300 dottori in teologia o diritto canonico e gli ambasciatori di tutti i regni cristiani.

Aperte solennemente le porte del duomo, i due papi rivali vennero chiamati, ma nessuno di loro rispose all’appello. “È stato nominato qualcuno per rappresentarli?” chiesero i due cardinali diaconi, ma ancora una volta regnò il silenzio.

Nei mesi successivi, rappresentanti politici ed ecclesiastici tedeschi cercheranno di difendere papa Gregorio, mentre le richieste dei delegati di Benedetto – arrivati il 14 giugno – susciteranno proteste, risa, insulti e persino minacce. Ma i 500 presenti al Concilio condannano in modo unanime i due papi rivali.

“Benedetto XIII e Gregorio XII – dichiara il patriarca di Alessandria, Simon de Cramaud – sono riconosciuti come scismatici, eretici conclamati, colpevoli di spergiuro e violatori di solenni promesse, in aperto scandalo della Chiesa universale. In conseguenza, essi sono dichiarati indegni del Pontificato Supremo e sono, ipso facto, deposti dalle loro funzioni e dignità ed espulsi dalla Chiesa. È proibito loro d’ora in avanti di considerarsi Pontefici Supremi e tutte le iniziative e le loro promozioni sono da considerarsi nulle. La Santa Sede è dichiarata vacante e i fedeli sono liberati dalla loro promessa d’obbedienza”. Un applauso fragoroso accoglie le parole del patriarca.

Il giorno dopo viene cantato il Te Deum e organizzata una processione per la festa del Corpus Domini e il 15 giugno i cardinali si riuniscono nel palazzo arcivescovile di Pisa. Undici giorni dopo eleggeranno il cardinale Pietro Philarghi, che prese il nome di Alessandro V. Sarà il nuovo papa a presiedere le ultime quattro sessioni del Concilio, confermando tutti gli atti stabiliti prima della sua elezione.

La consacrazione dell’antipapa Benedetto XIII, al secolo Pietro di Luna.

Ma lo spirito e i risultati del Concilio non avevano fatto i conti con la strenua determinazione dei due papi deposti, che lo definirono “una conventicola di demoni” e non ne riconobbero le decisioni, sostenendo che un concilio di vescovi non poteva essere superiore al Papa.

Quello che avrebbe dovuto essere l’atto finale di uno scisma che vedeva una chiesa con due papi, finì invece con complicare ancora di più la situazione: adesso i papi non erano più due, ma addirittura tre.

Per cinque anni i tre papi coesisteranno nella Chiesa: uno a Roma, uno ad Avignone e uno a Pisa, ognuno con il suo seguito di stati (Francia, Portogallo, Boemia, Italia, e Prussia con Pisa, Napoli, Polonia e Baviera al seguito di Roma, Spagna e Scozia con Avignone), ordini religiosi, università e persino santi.

Sarà l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo a segnare la svolta decisiva, costringendo Giovanni XXIII (succeduto nel 1410 al “pisano” Alessandro V) a convocare un nuovo concilio a Costanza, in terra tedesca, che si aprirà il primo novembre 1414.

Giovanni si era dimostrato un abile diplomatico sin dalle trattative che avevano portato al Concilio di Pisa, ma era un uomo tutt’altro che spirituale: “Era un politicante ambizioso e accorto – scrive Indro Montanelli nella sua “Storia d’Italia” – un amministratore abile e rapace, un generale sagace e spietato. Perché avesse fatto il prete invece che il condottiero, non si sa. Ancora meno si sa perché lo elessero Papa, e in un momento come quello. Stando al suo segretario, egli aveva sedotto duecento fra ragazze, spose, vedove e suore. Né intendeva abbandonare questa piacevole attività, ora che aveva indossato la tiara”. Non a caso, quando a tutti e tre i papi venne chiesto un passo indietro, Giovanni si dette alla fuga e fu catturato, processato e deposto per “simonia, scandalo e scisma” nel 1415. A questo punto il papa romano, Gregorio XIII, accettò di abdicare a condizione di essere riconosciuto come unico pontefice legittimo dei tre arrivati al Concilio. È infatti ancora oggi considerato formalmente l’ultimo papa ad aver rassegnato le dimissioni prima di Benedetto XVI. L’avignonese Benedetto XIII, invece, resistette più a lungo: venne deposto nel luglio 1417. Infine, l’11 novembre il conclave elesse il romano Oddo Colonna che, con il nome di Martino V, si adoperò da subito per una politica di pacificazione. Martino in realtà riconobbe Giovanni (e non Gregorio) come suo predecessore e lo riammise nel collegio cardinalizio (Giovanni XXIII verrà infatti rimosso dall’annuario pontificio solo nel 1947, appena undici anni prima dell’elezione di papa Roncalli, che sceglierà lo stesso nome) e nel 1429 riuscirà a trovare un accordo anche con la fazione avignonese, nominando vescovo di Maiorca l’antipapa Clemente VIII (successore di Benedetto) in cambio delle sue dimissioni.

E il grande scisma, dopo cinquant’anni, si poté finalmente ritenere concluso.

Vergine della Misericordia, Enguerrand Quarton, retablo Cadard (ca. 1444, museo Condé). Immagine di una Chiesa riconciliata con se stessa.

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L’eresia di Fra Dolcino

L’attore Ron Perlman nel film “Il nome della rosa” è Salvatore, un frate ritardato in odore di eresia.

A dispetto del nome era tutt’altro che docile, fra Dolcino da Novara, l’eretico condottiero e “fricchettone”, cantore della libertà dalle ricchezze ma anche dalle convenzioni sociali, che più di ogni altro ha ispirato la letteratura degli ultimi due secoli. Umberto Eco – che scelse due dei protagonisti de “Il nome della rosa” come seguaci del frate – ha tirato fuori il millenarista lombardo dal Medioevo facendolo entrare nell’immaginario contemporaneo col suo grido folle e ascetico, feroce e spirituale: “Penitenziagite!”.

Nato a Prato Sesia, in provincia di Novara nel 1250, si chiamava Davide Tornielli ed era figlio di un prete, anche se in realtà tutti i suoi dati anagrafici sono avvolti nel mistero e nell’incertezza, data la scarsità di fonti oggettive che lo riguardano. Come tanti altri eretici dell’Antichità e del Medioevo, infatti, conosciamo Dolcino soltanto attraverso i racconti dei suoi nemici e non tutte le informazioni, di conseguenza, sono attendibili.

Quel che è certo, invece, è che nel 1291 Dolcino entra a far parte del movimento degli Apostolici fondato da Gerardo Segarelli, un predicatore di una decina di anni più vecchio, che dopo essersi accostato all’ordine francescano ed essere stato rifiutato per il suo eccessivo rigore, aveva distribuito tutti i suoi averi ai poveri e fondato un nuovo movimento di ispirazione francescano-spirituale, che aveva assunto il nome di “Apostolici”, proprio perché voleva riprendere la vita della prima comunità cristiana formata dagli apostoli, in cui tutti i beni venivano messi in comune vivendo in sostanziale povertà.

Resti medievali nei dintorni di Prato Sesia (Novara), dove nacque Dolcino.

“Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum” (“Fate penitenza, perché il Regno di Dio arriverà”) è il grido di battaglia degli Apostolici, reso celebre, anch’esso dal romanzo “Il nome della rosa”, dove viene ripetuto da due monaci dell’abbazia del delitto – Remigio da Varagine e Salvatore – che si identificano così come ex seguaci di Dolcino, finendo bruciati sul rogo per volontà del domenicano Bernardo Gui.

Con scelte tipicamente francescane (ma non attuate, al tempo, dai frati francescani) come la povertà totale, il rifiuto di ogni gerarchia, l’uguaglianza tra uomini e donne e la comunione dei beni, gli Apostolici avevano catturato la simpatia dei fedeli mettendosi di fatto in concorrenza con gli stessi Francescani e con i Domenicani, arrivando a raccogliere – nelle città – più offerte di loro.

In un primo tempo gli Apostolici erano rimasti nell’ortodossia e si erano anche rivolti ad un protonotario pontificio per sapere quale fisionomia istituzionale avrebbero dovuto assumere. Quando il Concilio del 1276, però, aveva sconfessato tutte le congregazioni religiose non autorizzate, proibendo nuove forme di vita religiosa, gli Apostolici avevano finito per allontanarsi sempre più dalla Chiesa istituzionale.

Segarelli e i suoi compagni conducevano una vita fatta di digiuno e preghiera, lavorando o chiedendo la carità, senza praticare il celibato; la cerimonia di accettazione dei nuovi seguaci prevedeva che pubblicamente si mostrassero nudi come aveva fatto San Francesco.

Se però Francesco d’Assisi sosteneva che l’obbedienza al Papa e ai preti in generale doveva essere incondizionata – e che lui avrebbe sempre obbedito e baciato le mani anche ai preti peccatori – gli Apostolici affermano il diritto e il dovere di ribellarsi anche allo stesso papa quando si allontanava dai precetti evangelici, rivendicano il diritto dei laici a predicare (Francesco, invece, aveva accettato di essere ordinato diacono), prefigurando l’imminenza del castigo celeste provocato dalla corruzione dei costumi ecclesiastici e la necessità di vivere in assoluta povertà. Significativamente, finirono per essere accusati di depredazioni e rapine, anche sproporzionate rispetto a quelle necessarie a garantire la loro semplice sopravvivenza.

D’altra parte, forti del detto paolino “tutto è puro per i puri”, praticavano una sessualità promiscua. Insomma, dalle orme di San Francesco – che volevano seguire in modo più radicale – diventarono una sorta di movimento hippy ante litteram. Cacciati anche dalle diocesi dove erano stati accolti con favore (come Parma), gli Apostolici vennero sconfessati ripetutamente dalla Chiesa, processati per eresia e condannati in modo definitivo, nel 1290, da Niccolò IV che paradossalmente fu il primo papa francescano.

Segarelli, dopo l’ennesima condanna, bruciò sul rogo, a Parma, nel 1300. Dolcino era entrato a far parte del movimento degli Apostolici nel 1291. Con tutta probabilità non pronunciò mai i voti di castità, povertà e obbedienza.

La definizione di “frate” non sta ad indicare l’appartenenza a un ordine religioso, quanto piuttosto l’uso di chiamarsi “fratello” nell’ambito del movimento ereticale. L’attività di Dolcino si svolse innanzitutto nella zona del lago di Garda, con un soggiorno accertato presso Arco di Trento. Qui, nel 1303, conobbe la bellissima giovane Margherita Boninsegna che diventò la sua compagna e lo affiancò nella predicazione.

Dolcino si rivelò dotato di grande fascino e comunicativa: sotto la sua guida, il numero degli Apostolici tornò ad aumentare. I seguaci di Davide Tornielli diventarono più di mille. La loro aperta e crescente ostilità verso Roma, si radicalizzò sotto il pontificato di Bonifacio VIII.

L’elezione del cardinale Benedetto Caetani, appartenente a una delle famiglie più potenti dell’aristocrazia romana, aveva fatto seguito, nel 1294, alle discusse dimissioni di papa Celestino V, che fino a quelle, nel 2013, di Benedetto XVI rappresentarono un caso unico nella storia della Chiesa.

Celestino V (nato tra il 1209 e il 1215 e morto il 19 maggio 1296) era originario del Molise ed è sepolto a L’Aquila. È stato il 192º Papa della Chiesa cattolica, pontefice dal 29 agosto al 13 dicembre 1294.

Celestino, al secolo Pietro Angelerio, era stato un celebre eremita, conosciuto come Pietro dal Morrone: la sua elezione provocò un’ondata di speranza e di entusiasmo paragonabile forse solo a quella che, ancora una volta, a ottocento anni di distanza, ha generato nei credenti papa Francesco. “Finalmente avremo un papa che crede in Dio” fa dire a una popolana Ignazio Silone in “L’avventura di un povero cristiano”.

Estraneo alle contese delle famiglie nobili romane e alla corruzione che regnava nella curia, Pietro aveva fama di santità: fu scelto dai cardinali per uscire da una situazione di stallo che durava da quasi due anni. Tentò di portare il carisma e la povertà francescana sul trono di Pietro. Anche il rapporto con i movimenti pauperistici come i Francescani spirituali e gli Apostolici, quindi, cambiò radicalmente sotto il suo pontificato. Per questo, quando si dimise per lasciare spazio al cinico e spietato Bonifacio VIII, si scatenò una guerra che vide l’alleanza delle famiglie romane ostili ai Caetani e dei movimenti pauperistici, nei confronti dei quali era subito ripresa la persecuzione.

Dolcino elaborò una sua dottrina teologica che – sulla scia di Gioachino da Fiore – divideva la storia del mondo in diverse età: la prima era quella dell’Antico Testamento, dei patriarchi e dei profeti; la seconda quella di Gesù Cristo e degli Apostoli, età della santità e della castità; poi era venuta l’età segnata dal potere e dalla ricchezza della Chiesa, per far fronte ai quali era arrivato Benedetto, riprendendo l’antica povertà. Ma secondo Davide Tornielli era stato tradito – a sua volta – dallo sviluppo del monachesimo, per contrastare la cui ricchezza erano poi arrivati Francesco e Domenico. Giunti alla fine della terza età, occorreva quindi convertirsi agli insegnamenti degli apostoli, ma perché questo avvenisse era necessario che tutti i chierici, i monaci e i frati morissero di morte “cruellissima”.

Dolcino annunciò che il tempo della Chiesa infedele e corrotta stava per finire. In attesa della venuta della Chiesa santa, però, quella attuale andava distrutta. Per questo, forte del successo che riscuoteva in tutta la Valsesia dove aveva ormai più di 4mila seguaci, scatenò una vera e propria rivoluzione armata con l’obiettivo di riscattare gli abitanti di quelle terre dalle condizioni di infinita povertà in cui versavano e nel 1304 occupò la regione, grazie al sostegno di Matteo Visconti. La Valsesia divenne così il luogo dove le utopie delle predicazioni dolciniane trovarono una concretezza e un’attuazione politica.

Monte Rubello (Alpi biellesi), dove si rifugiarono i dolciniani assediati dalle forze armate del vescovo di Vercelli.

Abbandonati da Visconti, i dolciniani il 10 marzo 1306 si arroccarono sul Monte Rubello, nel Biellese, dove tentarono di resistere all’assedio di Raniero degli Avogadro, vescovo di Vercelli, che – forte delle milizie armate radunate del Novarese – bandì una vera e propria crociata contro Davide Tornielli e i suoi seguaci.

I resistenti, in un primo tempo, furono soccorsi dalla gente del luogo, che fornì loro viveri e assistenza. L’esercito vescovile rispose con vere e proprie razzie verso la popolazione che finì per abbandonare Dolcino e i suoi seguaci quando anche i “frati” iniziarono a saccheggiare i centri abitati e a requisire i beni di prima necessità.

Rimasti isolati, i dolciniani capitolarono. Il 23 marzo del 1307, le truppe di Raniero riuscirono a penetrare nel fortilizio fatto costruire da Dolcino, dove ancora, in modo disperato, resistevano gli ultimi superstiti di un gruppo ormai falcidiato. Secondo fonti di epoca successiva, fu terribile lo spettacolo che si presentò agli occhi degli assalitori: i dolciniani, per lottare e sopravvivere, arrivarono a cibarsi dei resti dei compagni morti.

La cattura di Margherita e fra Dolcino, affresco di Antonio Ciancia da Caprile (1867, Chiesa Matrice SS. Quirico e Giulitta di Trivero).

Quasi tutti i prigionieri vennero passati per le armi, tranne Dolcino, Margherita e il luogotenente Longino da Bergamo. Dolcino venne processato a Vercelli e fu condannato a morte. L’Anonimo Fiorentino (uno dei primi commentatori della “Divina Commedia”) raccontò che Davide Tornielli rifiutò di pentirsi e anzi annunciò la sua risurrezione il terzo giorno dopo la morte.

Margherita e Longino vennero arsi vivi sulle rive del torrente Cervo, il corso d’acqua che scorre vicino a Biella, dove la tradizione identifica ancora una sorta di isolotto detto appunto “di Margherita”. Un cronista annotò che Dolcino, costretto ad assistere al supplizio dell’amata, dava “continuo conforto alla sua donna in modo dolcissimo e tenero”.

L’esecuzione di Dolcino fu pubblica e esemplare: secondo Benvenuto da Imola (un altro antico commentatore dantesco), venne condotto su un carro attraverso la città di Vercelli, torturato a più riprese con tenaglie arroventate. Poi gli vennero strappati il naso e il pene. Dolcino sopportò tutti i tormenti senza gridare né lamentarsi, fino a che fu issato sul rogo e arso vivo.

Prima di morire, il millenarista ribadì le sue teorie in una lettera, annunciando come imminente il tempo finale in cui si sarebbe ristabilito finalmente l’ordine e la pace dopo le degenerazioni della Chiesa. Alcuni teologi della Riforma protestante vedranno in Dolcino un loro antesignano e nella diffusione della Parola di Dio legata alla liberazione del nord Europa. I commentatori laici ne faranno invece, nel XX secolo, un precursore del Socialismo.

Dante ricorda Dolcino nella Divina Commedia nel canto XXVIII dell’Inferno:

«Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi, tu che forse vedra’ il sole in breve, s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, sì di vivanda, che stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, ch’altrimenti acquistar non saria leve »

Dante colloca Dolcino nella bolgia dei seminatori di discordie e degli scismatici: l’azione della “Commedia” è ambientata nel 1300, quando il frate era ancora vivo. Il grande poeta non lo incontra durante la sua visita all’Inferno: è Maometto, che si trova in quella stessa bolgia, a preannunciargli il suo arrivo. Si tratta di una delle numerose profezie “post eventum” che Dante inserisce nel poema per poter citare personaggi ancora viventi nell’anno 1300 o fatti posteriori a tale data (ma già avvenuti, ovviamente, nel momento in cui egli scriveva).

Il cippo che ricorda Fra Dolcino, sul monte Rubello (foto: Ceragioli).

Nel 1907, per il seicentesimo anniversario della morte di Dolcino, alla presenza di una folla di diecimila persone riunitesi sui luoghi dell’ultima battaglia, un obelisco alto dodici metri fu eretto in memoria dei dolciniani per iniziativa di Emanuele Sella, letterato ed economista che vantava trascorsi in seno al socialismo.

Non a caso nel 1927 l’obelisco viene abbattuto da un gruppo di fascisti per essere ricostruito, con dimensioni più ridotte, nel 1974 alla presenza di Dario Fo e Franca Rame.

Da allora, ogni anno, nella seconda domenica di settembre, viene organizzato un convegno dolciniano e una cerimonia commemorativa nei pressi del cippo. Fo e Rame, nel 1977, inserirono la leggenda del frate nel loro “Mistero Buffo”.

La storia di Dolcino e Margherita è raccontata anche in uno degli episodi di “Cantalamappa” di Wu Ming.

Arnaldo Casali

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Make up medievale

Antonio del Pollaiolo, Ragazza di profilo, Museo Poldi Pezzoli, Milano.

Bocca piccola, occhi grandi e tondeggianti, pelle bianchissima, sopracciglia depilate e ridipinte ad arco, fronte rasata e quindi molto, molto ampia.

No, non è un alieno: è il prototipo della bellezza femminile. Almeno così come la intendevano tra l’XI e il XII secolo.

D’altra parte la moda è moda e ogni epoca ha la sua: nel mezzo del Medioevo le donne, per avere uno sguardo seducente, si pitturavano di blu o di verde le palpebre e usavano dei prodotti argillosi stemperati in acqua, oppure delle erbe essiccate e trattate. Così imbrattato, il volto finiva per essere tanto privo di intensità e di espressività che per dargli un po’ di tono ricorrevano a un velo di rosso sulle gote. Ma per le grandi occasioni tanto gli uomini quanto le donne ingaggiavano addirittura pittori professionisti che dipingevano i loro volti con i colori ad olio o a tempera.

Chissà che Monna Lisa, prima di farsi ritrarre da Leonardo, non si sia fatta dare anche una ritoccatina.

Ovviamente parliamo esclusivamente di donne aristocratiche: le contadine potremmo dire che adottassero un look acqua e sapone, peccato che tanto l’acqua quanto il sapone – quelle ragazze – li vedevano abbastanza raramente.

A metà del XII secolo la “top model” doveva avere fianchi stretti, “il collo più bianco della neve su un ramo”, occhi grigio-azzurri, il viso chiarissimo, la bocca gradevole ed il naso regolare. I capelli, possibilmente ricci e biondissimi che “alla luce del giorno sono più luminosi dell’oro.”

Nel XIII secolo la dottoressa Trotula De Ruggiero, nota come “Trotula minor”, appartenente alla scuola medica salernitana, stila il primo trattato di cosmetica della storia: il De Ornatu Mulierum, un’opera che insegna alle donne come preservare, migliorare e curare la propria bellezza dalle malattie della pelle mediante una serie di precetti, consigli e rimedi naturali. Nell’esposizione, l’autrice descrive in modo dettagliato come nascondere le rughe, rimuovere gonfiori da viso e occhi, schiarire la pelle, nascondere le macchie e le lentiggini, lavare i denti ed eliminare l’alitosi, tingere i capelli, fare la ceretta, curare labbra screpolate e gengiviti. Fornisce inoltre le indicazioni per preparare ed utilizzare unguenti ed erbe curative per il viso e i capelli, e dispensa consigli per migliorare il benessere mediante bagni di vapore e massaggi.

Donna che si pettina, decorazione dai margini del Salterio di Luttrell, XIV secolo.

Nel XIV secolo le donne di Firenze per levigare e rendere di velluto la pelle del corpo si servono dell’abilità di professioniste che si recano a domicilio e usano una spatola di legno e vetro che viene ripetutamente strofinata sulle parti da trattare. Questo tipo di peeling è niente rispetto alla depilazione, attuata con i sistemi riportati su un libro: “Un depilatorio che cava i peli sicché mai rinascano in tempo alcuno; in una scodella di terra metti calce viva e sei parti d’acqua; e stia la calce in detta acqua tre dì. Poi secca la detta calce in una pignatella e rimetti sei parti d’acqua e una di parte di orpimento (arsenico di color giallo oro) e stia tanto al sole che sia ben forte. E assaggialo con piuma di gallina e se è troppo forte, temperalo con acqua; e se non pelasse e fosse troppo chiaro, metti calce e orpimento in parti uguali; e sarà fatto”. Gli ingredienti di base di questa ricetta del 1300 sono quindi arsenico e calce viva, o addirittura l’inserimento di aghi roventi nel bulbo pilifero.

Per quanto riguarda la pulizia del viso: “Per lavare ogni macchia dal viso: cinque boccali di latte, cinque molliche di pane fresco, e lasciarle stare nel detto latte per 5 ore; metti poi a lambicco; e l’acqua che ne uscirà la conserverai in un’ampolla dentro mezzo scrupolo di borace pesto. E così lavandoti poi il viso e lasciandolo asciugare da sé, si farà netto e pulito”.

La Chiesa, dal canto suo, condanna – chi l’avrebbe detto? – la cosmesi, sin dai primi secoli: già san Cipriano nel III secolo consiglia alle donne, per evitare la dannazione eterna, di non adornarsi con gioielli e di non cambiare il colore dei capelli né di acconciarli. Ma nemmeno gli uomini devono curare né barba né capelli.

Quanto al bagno, in epoca romana si faceva alle terme, che erano un luogo promiscuo e dunque “focolai del vizio”. Quando i cristiani arrivano al potere, quindi, fanno abolire i bagni pubblici e il risultato è una decadenza generalizzata delle consuetudini igieniche.

Illustrazione da un manoscritto medievale del De passionibus mulierum ante in et post partum.

I barbari, in compenso, a dispetto della fama non hanno nulla contro la cura dell’aspetto personale ed ecco quindi le donne sassoni fare uso di rossetto ma anche di oli e burri acidi per la cura dei capelli. Tra i materiali utilizzati ci sono l’antimonio, il nerofumo, la salvia, il limone e l’uovo.

Il prodotto base per la pulizia del viso e del collo era l’acqua di rose, che arrivava in Europa dall’Oriente ed era stata introdotta in Italia dai crociati. Nello stesso periodo si diffuse la conoscenza per uso cosmetico e l’impiego di erbe come lavanda, salvia e rosmarino.

In Italia, soprattutto per le donne, lavarsi i capelli era un’abitudine piuttosto diffusa ma talmente complicata da richiedere, a volte, buona parte della giornata. Per preparare lo “shampoo” si mescolavano sostanze vegetali con un po’ di zolfo; il cuoio capelluto veniva poi frizionato con acquavite. Complicatissimo anche allora era il maquillage, i cui ingredienti basilari erano il rossetto e la crema, fatta di un velenoso intruglio di polvere di piombo, aceto e miele che conferiva all’incarnato un colore bianco e opaco simile a quello della biacca ma che, col passare del tempo, finiva per corrodere il volto.

Per gli occhi le donne usavano invece un “rimmel” composto di carboncino d’antimonio e nerofumo. Altri cosmetici molto in voga erano lo zafferano, che dava vivacità alle gote, le mandorle, le fave, le cipolle, le ali d’api.

Al posto del sapone si usava la soda o la farina di fave, mentre per la pulizia dei denti si ricorreva all’orina di fanciullo impastata con pomice e marmo grattugiati, oppure con polveri di corna di cervo e gusci d’uovo. I crociati, tra le altre cose, portarono in occidente i profumi di cui gli Arabi furono per secoli i più sapienti distillatori.

Per la calvizie, infine, pare che il rimedio più efficace fosse un timballo a base di pepe, zafferano e sterco di topo, il tutto innaffiato d’aceto. Quanto alla sua efficacia, basta osservare nei dipinti il largo uso di cuffiette e copricapo per trarre le conclusioni.

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L’ultimo dei templari

Jacques de Molay, cromolitografia ottocentesca di Chevauchet.

Il 18 Marzo 1314, all’ora del vespro, Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dell’ordine dei Cavalieri templari, morì sul rogo su una isoletta della Senna chiamata “dei Giudei”, situata tra i giardini reali e la chiesa dei frati eremitani di Sant’Agostino. Lì, a poca distanza dalla cattedrale di Notre Dame, si concluse l’epopea dell’Ordine monastico e cavalleresco che Hugues de Payns, aveva fondato, insieme a un pugno di altri seguaci nel 1119.

Una placca in bronzo nei pressi del Pont Neuf ricorda ancora l’atroce supplizio. Quelle fiamme, accese per volontà del re di Francia Filippo il Bello, non ridussero però in cenere la leggenda dell’ordine religioso e militare più famoso del Medioevo cristiano. Anzi, alimentarono il mito di un “potere parallelo”. Così dicerie, suggestioni esoteriche, fantasiose ricostruzioni e misteri assortiti hanno attraversato indenni i secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni. Tanto da far dire a Umberto Eco che “l’unico modo per riconoscere se un libro sui Templari è serio è controllare se finisce col 1314, data in cui il loro Gran Maestro viene bruciato sul rogo”.

Chi era veramente Jacques de Molay? Sulla sua figura la storiografia si divide. Di certo sappiamo che affrontò una morte orribile con dignità e coraggio. Ma poco conosciamo della sua vita. L’assenza di documentazione non permette di individuare con certezza nemmeno il luogo dove nacque né la data in cui venne al mondo. Secondo la maggior parte degli storici, tra le tante Molay disseminate in Francia, Jacques vide la luce intorno al 1245 nel piccolo centro presso Besançon, in Alta Saone, nella contea di Borgogna. Non era quindi un suddito del re di Francia perché all’epoca la regione faceva parte dell’impero germanico.

Secondo la tradizione, come figlio cadetto di una famiglia della piccola nobiltà, era destinato alla carriera ecclesiastica. Venne accolto nell’ordine templare intorno ai venti anni e presto fu inviato in oriente. Nel 1285 venne nominato conte di San Giovanni d’Acri. Ma non partecipò al famoso e drammatico assedio del 1291 che segnò la fine delle Crociate in Oriente e il crollo del regno di Gerusalemme.

Quando San Giovanni cadde nelle mani dei mamelucchi d’Egitto, i Templari, come gli altri ordini militari, trasferirono a Cipro il loro quartier generale. L’anno dopo de Molay venne eletto Gran Maestro. Nella sua nuova veste, si prodigò per la difesa dell’isola e del regno della Piccola Armenia, ultimi possedimenti dei Franchi in Oriente.

Ma il suo obiettivo dichiarato era quello di riconquistare i luoghi santi e superare il trauma della storica sconfitta di San Giovanni d’Acri attraverso una nuova crociata. Così, tra il 1293 e il 1296, viaggiò a lungo tra l’Italia, la Provenza, la Catalogna, l’Inghilterra e l’Aragona.

Una raffigurazione tipica dei cavalieri templari in un manoscritto del 1215.

Nel settembre del 1294 lo troviamo a Roma e tre mesi dopo a Napoli, dove assiste all’ascesa al soglio pontificio di Bonifacio VIII dopo l’abdicazione di Celestino V. Nei suoi viaggi coltiva, come gli impone il suo ruolo, strette relazioni non solo con il pontefice ma anche con Edoardo I d’Inghilterra e Giacomo d’Aragona. Al ritorno a Cipro organizza spedizioni sulla costa contro i mamelucchi, dall’inospitale ma strategico e isolotto di Ruad, al largo della Siria (1300). Un luogo strategico per la sua posizione geografica, da dove i monaci guerrieri fanno partire continue incursioni navali contro gli infedeli. L’ultima roccaforte templare in Terrasanta cade nel 1303. La battaglia è disperata e sanguinosa. Il Templare di Tiro, testimone oculare dei fatti, ne racconta l’epilogo con drammatiche parole: “I saraceni fecero tagliare la testa a tutti i sergenti siriani, perché avevano fatto gran difesa e gran danno ai saraceni, e i fratelli del Tempio furono condotti a Babilonia (Il Cairo) con disonore”.

È la fine di un’epoca. Con la definitiva caduta degli stati crociati tutti gli ordini e le confraternite militari si trovano, di colpo, di fronte a una situazione nuova. Senza la guerra, i “sacerdoti guerrieri”, gli uomini che vivevano come monaci secondo la regola benedettina o agostiniana, ma poi affrontavano le battaglie con il coraggio e la ferocia dei cavalieri, sono costretti a cambiare vita.

Gli Ospitalieri continuano a curare i malati e i feriti e a raccogliere i profughi della Terrasanta sull’isola di Cipro, dove possiedono molti beni. I Cavalieri teutonici, già molto tempo prima della caduta di San Giovanni d’Acri, hanno trasferito il grosso delle loro forze nella lontana Prussia. Per i Templari tutto è più difficile. L’originale confraternita di monaci soldati fondata dopo le Crociate sotto gli auspici di Bernardo di Chiaravalle, per proteggere Gerusalemme e le strade percorse dai pellegrini verso la città santa, con il tempo è diventata una vera e grande potenza economica, prestigiosa e influente. Uno “stato nello stato”, capace di condizionare la vita dei principi. La diffidenza sul ruolo e il potere dei monaci guerrieri cresce dopo i fallimenti militari. Nelle corti ci si interroga sul futuro delle confraternite che provano a conciliare, sempre con maggiori difficoltà, le armature di ferro con quelle della fede. Per gli ordini religiosi di tutti i tipi, fa fede un apologo morale, molto citato nella seconda metà del Duecento. Protagonista dell’istruttivo e fantasioso racconto è Riccardo Cuor di Leone, che aveva tre figlie: Orgoglio, Avarizia e Lussuria. Siccome doveva maritarle, concesse la prima ai Templari e agli Ospitalieri, la seconda ai Cistercensi e la terza ai Benedettini. Daspol, celebre trovatore della Linguadoca, nei suoi canti rincara la dose contro i monaci guerrieri: “Sono tutti pieni di orgoglio e avarizia”.

Sigillo dell’Ordine dei templari.

Un sentire comune indicava la soluzione: unificare gli ordini militari per rendere più efficace la loro azione a favore della Cristianità. La proposta era stata già presentata al secondo concilio di Lione. Non se ne fece niente per la decisa opposizione del re d’Aragona. Papa Nicola IV nell’enciclica “Dura nimis” (18 agosto 1292) riprese la questione ma morì prima di poter portare a termine il suo disegno. Lo scrittore e filosofo Raimondo Lullo supportava l’idea con tutto il peso della sua autorità. Ne parlava di continuo anche re Carlo II di Sicilia. Così, i maestri dell’Ospedale e del Tempio non si stupirono quando ricevettero una lettera sull’argomento firmata da Clemente V. Il papa chiedeva loro un consiglio. Ma il pontefice andava oltre: voleva anche un parere su una nuova crociata. E chiedeva ai gran maestri di raggiungerlo in Francia, per parlare con la calma necessaria di questi progetti.

Di certo, Jacques di Molay si innervosì molto: nell’ipotetica fusione vedeva vantaggi soprattutto per gli Ospitalieri, che univano l’esperienza militare a quella dell’assistenza ai malati. Il gran maestro templare rispose al papa, con parole difensive e argomentazioni che ai più apparvero deboli. Definì il progetto “poco onorevole” per “due ordini così antichi” e mise di mezzo anche il diavolo “che non avrebbe mancato di accendere contese”. Paventò anche il rischio di divisioni ingiuste e citò le diverse Regole di Ospitalieri e Templari per spiegare quanto sarebbe stato difficile per i fratelli cambiare abitudini ormai consolidate. Insomma disse un no chiaro e forte. La cosa irritò molto Filippo il Bello che cominciò a chiedersi che uso volessero fare i Templari delle loro ricchezze e della forza militare che ancora potevano esprimere.

A Parigi Jacques de Molay venne informato anche su alcune sgradevolissime voci che in ambienti altolocati coinvolgevano la reputazione del Tempio. La “macchina del fango” era partita a Perugia due anni prima, durante il conclave del 1305. Stavolta non si parlava più di avarizia e superbia ma di eresia, idolatria e sodomia. E di Templari che adoravano un idolo barbuto chiamato Bafometto e che sputavano sopra la croce in segno di disprezzo verso Cristo. Le gravi accuse avevano un nome e un cognome: quello di Esquieu de Floryan che elencò “gli osceni segreti” dell’Ordine a Re Giacomo II di Aragona. Il sovrano non diede il minimo credito alle sue parole. Ma Esquieu non si arrese e negli ultimi mesi del 1305 chiese udienza a Filippo il Bello. Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Paisians, altolocati consiglieri del re di Francia, lo ascoltarono con particolare attenzione e aprirono una inchiesta sui Templari, infiltrando una dozzina di spie della corona all’interno dell’Ordine Forse all’inizio, secondo molti storici, senza un motivo preciso.

Ma raccogliere accuse così infamanti poteva comunque servire a molteplici scopi. Per esempio ad accelerare l’agognata fusione fra il Tempio e l’Ospitale che stava tanto a cuore a Filippo IV. Oppure per aprire una potenziale ipoteca sulla grande ricchezza dei monaci guerrieri. Senza dimenticare che Nogaret era stato l’uomo che a Anagni, il 7 settembre 1303 aveva “schiaffeggiato” Bonifacio VIII dopo averlo accusato di eresia. Oggetto del clamoroso scontro tra il papa e il re era stata la supremazia rivendicata dall’energico pontefice romano sul potere temporale di Filippo il Bello. Allora l’esercito francese fu messo in fuga e Nogaret venne scomunicato. Quattro anni dopo, raccogliere le prove della colpevolezza dei monaci-soldati poteva servire comunque a convincere Clemente V a patteggiare una reciproca marcia indietro: Anagni in cambio della reputazione del Tempio.

Illustrazione di un manoscritto, 1350 circa, che allude all’accusa di baci osceni tra i templari.

Jacques de Molay, scandalizzato dalle accuse mosse contro l’Ordine, chiese al papa di aprire una inchiesta per dimostrare l’assoluta infondatezza delle accuse. Il 24 agosto 1307, Clemente V fa sapere al sovrano di Francia di aver ordinato l’apertura delle indagini.

La mossa ha un effetto immediato: quello di accelerare le decisioni del re di Francia, che da tempo ha ben chiaro il suo obiettivo: il Tempio deve morire. Il re persegue con coerenza la sua politica: vuole accentrare i poteri intorno al trono e lavora con metodo per la nascita di una monarchia nazionale. Filippo IV non vuole e non può accettare la presenza, all’interno del suo regno, di una potenza sovranazionale che di fatto non risponde al controllo della corona. E alla quale deve anche dei soldi: molto denaro che gli è stato prestato e che adesso non è in grado di restituire.

C’è un altro fatto: i Templari sono pur sempre dei soldati. Non hanno una guerra da combattere. Sono ricchissimi, potenti e organizzati. Capaci di una mobilitazione immediata, con basi e commende sparse in tutte le regioni di Francia. Sono disciplinati. E pronti a una obbedienza totale. Ma non nella direzione giusta: il loro referente è il gran maestro e quindi il papa, del quale, grazie alla loro doppia veste di sacerdoti e guerrieri sono un potentissimo “braccio armato”. In caso di conflitto con il pontefice a chi avrebbero dato retta? Filippo IV non ha più dubbi: non si fida dei Templari. Tra l’altro, dopo le guerre in Terrasanta, Parigi è ormai diventata la loro capitale. La casa madre dell’Ordine è stata costruita in una zona paludosa, bonificata già nel 1148: il grande quartiere abbraccia terreni vastissimi e copre una superficie che equivale a un terzo della città. La Commanderie nel Marais, tra l’altro, è più sicura del palazzo reale e dello stesso Louvre, circondata com’è da un robusto muro merlato alto quasi dieci metri, protetto da torri, terrazzamenti, contrafforti e posti di guardia.

Una fortezza inespugnabile piantata nel cuore di Parigi: Filippo il Bello aveva avuto modo di visitarla appena un anno prima (1306) quando chiese rifugio ai Templari per difendersi dai disordini popolari che infiammavano la città.

In quella occasione, il sovrano pretese da Jean de la Tour, tesoriere centrale del Tempio, la bellezza di 300.000 fiorini d’oro. Questi soldi erano in parte di privati che avevano affidato ai Templari i loro investimenti e in parte della Chiesa che risparmiava denaro in vista di una futura crociata. Jacques de Molay, che in quel momento si trovava in Oriente, al suo ritorno punì Jean de la Tour con l’espulsione dal Tempio.

Venerdì 13 ottobre 1307 il re passò all’azione contro i Templari. Da allora, nelle credenze popolari, quella data viene ricordata come esempio di un giorno infausto. Jacques de Molay non seppe cogliere gli avvertimenti che pure aleggiavano intorno a lui. Il giorno prima, il 12 ottobre, aveva partecipato alle esequie di Caterina di Cortenay, cognata del re e aveva retto i cordoni funebri, in segno di lutto, insieme ai principi di sangue. Un onore, che l’etichetta di corte riservava solo ai parenti stretti della corona. Come poteva immaginare che il giorno dopo un sovrano che lo trattava con tanto riguardo lo avrebbe messo addirittura in catene? Ma Filippo aveva previsto tutte le mosse. L’ordine d’arresto era stato firmato già un mese prima, il 14 settembre 1307. Una data simbolica, testimonianza di una scelta non certo casuale: quel giorno si celebrava l’esaltazione della Croce. Il re, espressione del diritto divino, sentiva di agire in nome di Dio. Fu Giovanni di Verrerot, balivo di Caen, a dare lettura della missiva regale: “Una cosa del tutto disumana, ed anzi estranea a ogni criterio umano, ci è giunta all’orecchio, grazie al racconto di molte persone degne di fede (…). I frati dell’ordine della milizia del Tempio, lupi nascosti sotto un aspetto di agnello…”. All’alba le guardie reali arrestarono per sospetta eresia tutti i Templari che vivevano sul suolo francese. Clemente V, in seguito, valutò che la forza dell’Ordine ammontasse in tutto il paese a circa duemila persone.

Portale di una commenda templare a Chanonat , Puy-de-Dôme, Francia.

Quella mattina 546 prigionieri furono raccolti in quasi trenta luoghi di detenzione in varie zone della Francia. Solo una dozzina di frati si sottrassero alla cattura. Tutti i beni dell’Ordine vennero messi sotto sequestro. I Templari non opposero la minima resistenza. Non pensavano di avere nulla da temere dagli uomini del re. Ma soprattutto la loro Regola vietava di colpire con la spada altri cristiani, pena l’espulsione dall’Ordine. Così, senza reagire, andarono incontro alle torture, alla prigione e alla morte. Pochi ma terribili i punti dei capi d’accusa: oltre all’eresia, c’erano il rinnegamento di Cristo, l’idolatria, le pratiche oscene, la sodomia, il rifiuto dei sacramenti, l’assoluzione da parte di laici, la segretezza dei capitoli e gli arricchimenti illeciti. Arrestare e custodire presunti eretici era compito di una corte ecclesiastica. Ma la Chiesa viene messa di fronte al fatto compiuto. Clemente V, due giorni dopo i fatti, riunisce un concistoro a Poiters e il 27 ottobre scrive una esacerbata lettera al re di Francia: “Il vostro comportamento impulsivo è un insulto contro di noi e contro la Chiesa romana”.

Ma la decisione è tutt’altro che improvvisata. Il papa sa bene che la vera posta in gioco non è il destino del Tempio ma l’autorità stessa del pontefice. Filippo IV non perde tempo. Vuole confessioni rapide. Gli accusati non hanno diritto di conoscere né i nomi dei loro accusatori né quelli dei testimoni delle loro presunte nefandezze. I Templari sono torturati, incatenati e tenuti a pane e acqua per settimane. Non possono nemmeno parlare tra di loro. Alcuni perdono la ragione, altri scelgono il suicidio. Le prime confessioni pubbliche arrivano già alla fine del mese. Il 25 ottobre 1307, l’accusa esulta per quello che appare come un vero e proprio colpo di scena: Jacques de Molay, reduce dalle torture e da un duro isolamento, confessa le sue colpe: rivela di aver rinnegato per tre volte il Crocifisso e anche di aver sputato sopra l’immagine del Figlio di Dio. Ammette anche l’esistenza di pratiche oscene di iniziazione all’interno dell’Ordine. L’azione illegale del re trova così una parvenza di legittimazione. Ma pochi giorni dopo il gran maestro ritratta, si toglie la veste e mostra a tutti i segni delle torture che ha dovuto subire. Gli inviati del papa chiedono di poterlo vedere. Ma a malapena riescono a parlare con gli avvocati del re.

Filippo IV si presenta al mondo come un eroe della fede che combatte i nemici della religione. Ma non convince gli osservatori stranieri. Un politico genovese, Cristiano Spinola, scrive al suo governo e racconta che l’unico e reale scopo del re è quello di mettere le mani sul denaro e le proprietà dei Templari, in vista di una unione forzata del Tempio e dell’Ospitale sotto un unico Ordine, guidato da un membro della famiglia reale. L’idea piace molto a Raimondo Lullo che caldeggiava da tempo l’idea di un “re guerriero” della Cristianità, capace di guidare con successo una nuova, imminente crociata. Il filoso di lingua catalana loda Filippo come “campione della Chiesa” e condanna senza appello “l’orrida rivelazione di segreti” che coinvolge i Templari. Il re di Francia intanto manda messaggi ai sovrani europei. Li invita a seguire il suo esempio e a arrestare i Templari. Ma Giacomo d’Aragona difende l’Ordine e Edoardo II Plantageneto, che da poco è diventato re d’Inghilterra, fa sapere di non credere a nessuna delle accuse rivolte contro il Tempio. Il papa sa che deve riprendere l’iniziativa per arginare Filippo: prende atto che il Tempio è sotto accusa ma chiede che la procedura contro i Templari diventi pubblica e soprattutto venga controllata dalla Chiesa. Di conseguenza emana una bolla, la “Pastoralis praeeminentiae”, con la quale ordina l’arresto di tutti i Templari e la messa dei loro beni sotto la tutela ecclesiastica.

I sovrani d’Europa si adeguano, seppur controvoglia. I Templari inglesi vengono arrestati in massa il 10 gennaio 1308, quelli irlandesi vengono imprigionati il 3 febbraio. Lo stesso avviene, in tempi e modi diversi, nella penisola iberica, nelle Fiandre, a Napoli e anche a Cipro. La Castiglia e il Portogallo recalcitrano ma cambiano idea dopo un’altra bolla papale pubblicata nell’agosto 1308.

Filippo il Bello assiste al rogo dei Templari.

A Parigi, sotto le torture, le confessioni diventano centinaia. Jacques de Molay e i suoi fratelli ritrattano ancora. Il gran maestro chiede invano di poter parlare con il pontefice. Clemente V sospende dalle sue funzioni il Grande Inquisitore di Francia Guglielmo di Parigi: vuole interrogare di persona i vertici dell’Ordine. Ma ci vogliono sei mesi prima che un convoglio con i detenuti più importanti possa partire alla volta di Poitiers. Jacques de Molay è con loro ma a due terzi del tragitto, gli uomini del re prelevano il gran maestro e altri quattro prigionieri: i cinque vengono trasportati lontano dalla capitale, nelle segrete del castello di Chinon. Il papa intanto assolve gli imputati comparsi al suo cospetto che vengono riconosciuti colpevoli a titolo individuale di pratiche non ortodosse. L’accusa di eresia cade insieme a quella di omosessualità. Ma non basta: i Templari restano comunque agli arresti.

È l’11 luglio 1308: due giorni dopo la corona riapre, post mortem, il caso di Bonifacio VIII, accusato di simonia e stregoneria e della morte di Pietro da Morone, quel Celestino V famoso per il suo “gran rifiuto”. Nogaret, con toni apocalittici, arriva a chiedere al pontefice di bruciare sul rogo le ossa del cadavere di papa Caetani. Clemente V, spaventato dal messaggio regale, si adegua: in tutti i paesi cristiani partono inchieste sui Templari gestite dai vescovi delle diocesi competenti. Il 12 agosto 1308 la bolla “Faciens misericordam” definisce le accuse portate contro il Tempio.

Jacques de Molay, nel novembre del 1309 viene convocato di nuovo di fronte a una commissione papale. Ancora una volta, nega tutte le accuse: spera ancora, invano, contro ogni evidenza, nell’aiuto di Clemente V. Ma Bertrand de Got (1264 -1314), è debole, malato, intimorito dal re e ricattabile per il suo sfrenato nipotismo (creò cardinali cinque suoi parenti stretti). La storia lo ricorda per aver trasferito la sede papale in Francia, nella città di Carpentras (1313). E in ogni caso non può fermare chi lo ha fatto eleggere papa. Così, l’annientamento dei Templari continua, tra accuse preconfezionate e confessioni estorte con la tortura.

Filippo IV nel 1310 condanna al rogo 54 esponenti dell’Ordine che avevano ritrattato le loro confessioni. Il pontefice nel marzo 1312 riunisce il Concilio di Vienne, che sospende l’ordine dei Cavalieri del Tempio e dispone che il loro patrimonio sia affidato ai Cavalieri di San Giovanni. Nel documento finale si deplorano i comportamenti scandalosi del rituale, i “baci anali” e i ripetuti episodi di “nonnismo”. Ma per la Chiesa i Templari non sono comunque degli eretici.

Dopo sette anni di carcere, il 18 marzo 1314, Jacques de Molay compare di fronte a una commissione di cardinali insieme a tre alti dignitari dell’Ordine. Gli inviati del papa leggono il verdetto: i quattro sono condannati alla prigione a vita. Il caso sembra chiuso. Ma Molay e Charnay si ribellano alla sentenza e ritrattano la confessione che avevano reso. I cardinali, sorpresi dalla reazione, rimandano ogni decisione al giorno successivo. Viene informato anche il re che ordina la morte dei due. Ma non c’è più tempo: il re informato della vicenda ordina la condanna al rogo. Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay affrontano il supplizio del fuoco con un coraggio e una determinazione che stupiscono i testimoni dell’evento.

Il 20 aprile dello stesso anno, 33 giorni dopo i fatti, Clemente V muore di dissenteria a Roquemaure-Gard. Otto mesi dopo, il 29 novembre 1314, anche Filippo IV detto il Bello perde la vita per una caduta da cavallo durante una battuta di caccia.

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San Patrizio, simbolo dell’Irlanda

San Patrizio dorme accanto a una figura con un libro in mano. Miniatura francese del secondo quarto del XIII secolo (Londra, British Library).

È inglese il più celebre simbolo dell’Irlanda. Così verde da colorare per la sua festa anche il fiume Chicago, così celebrato da far scorrere il 17 marzo litri di birra in ogni angolo del mondo dove esista una comunità irlandese o un irish pub. San Patrizio – ebbene sì – veniva proprio dall’odiatissima Inghilterra: era nato nel 385 a Carlisle, nel nord ovest della Gran Bretagna, a pochi chilometri dalla Scozia.

Il suo vero nome è Maewyin Succat, e la sua è una famiglia aristocratica cristiana molto attiva nella comunità: suo nonno Potito è infatti prete, mentre il padre Calpurnio è diacono e in quanto tale gestisce l’economia della chiesa cittadina, riscuote le offerte dei fedeli e le distribuisce ai poveri.

Maewyin vive un’infanzia felice e riceve una raffinata educazione concentrandosi soprattutto nello studio della grammatica. Quando ha 16 anni, però, arriva – improvviso e inaspettato – lo shock che cambierà la sua vita per sempre: mentre si trova nella villa di famiglia la casa viene assaltata da un gruppo di pirati irlandesi che stanno saccheggiando l’intera regione. I predoni rapiscono l’adolescente insieme a centinaia di altri giovani, lo fanno schiavo e lo vendono a Muirchu, re del North Dàl Riada, località non lontana da Belfast, dove Maewyin viene destinato al pascolo delle pecore.

Il giovane inglese si ritrova all’improvviso lontano da casa e dalla famiglia, in un paese straniero, tra gente barbara che parla una lingua che non capisce: vive da schiavo in compagnia solo delle bestie e di quella terra verde e bellissima. Per due volte Maewyin tenta la fuga, venendo ogni volta riacciuffato. Passano 6 anni e il futuro Patrizio impara a conoscere quella cultura così diversa e gli usi e i costumi dei suoi padroni; comincia a parlare gaelico, si cimenta nelle pratiche dei druidi e finisce per trovare addirittura qualcosa di nobile nell’organizzazione tribale degli irlandesi. Quello che continua a rifiutare, invece, è l’iniziazione alla religione celtica: il cristianesimo finisce per essere l’unico, l’ultimo e il più forte legame con le sue radici. Anzi, come annoterà nelle Confessioni, proprio in quegli anni la religione diventa una componente fondamentale della sua vita, e nel silenzio delle verdi montagne Maewyin prega giorno e notte.

Sarà forse proprio questa identificazione tra spiritualità e orgoglio patriottico il sentimento che più di ogni altro trasmetterà agli irlandesi.

Un giorno, mentre sta pascolando le pecore nella foresta di Vocluto, vicino al villaggio di Killala, vede in lontananza una nave ancorata sulla costa. Immediatamente inizia la nuova fuga: percorre ben 184 miglia per raggiungere il porto e riesce a imbarcarsi clandestinamente sulla nave, che porta un carico di cani da caccia e da combattimento.

Dopo tre giorni di viaggio – forse per un incidente – la nave approda sulle coste della Bretagna. E’ la primavera dell’anno 407. L’equipaggio della nave cammina sulla costa deserta della Gallia per 28 giorni, durante i quali le scorte finiscono. La situazione è disperata e Maewyin sta pregando quando all’improvviso compare davanti ai loro occhi un branco di maiali, con cui il gruppo si può sfamare. Dopo aver ripreso il largo, la nave irlandese approda in Gran Bretagna e Maewyin – rimasto sedotto dal fascino della Francia – può fare finalmente ritorno a casa.

Una statua di San Patrizio rivolta verso gli splendidi paesaggi irlandesi (Mayo County).

La vita sembra riprendere, dopo tanto tempo, la sua normalità. Eppure, paradossalmente, adesso che se ne sta tranquillo a casa sua, Maewyin sente il richiamo della verde Irlanda. Avverte una sorta di indefinita nostalgia verso quel popolo di barbari pagani che non conoscono il vangelo di Cristo. E forse – si dice – è proprio lui che Dio ha scelto come apostolo di quella gente. Tornato in Gallia in cerca di risposte, incontra Germano, vescovo di Auxerre, del quale diventa discepolo.

Il futuro san Germano era nato in Francia ma aveva studiato diritto a Roma. Rientrato in patria, come Gregorio Magno, aveva fatto prima carriera politica – diventando governatore della provincia di Lione – poi nel 418 il vescovo di Auxerre l’aveva designato suo successore, contro la sua stessa volontà. Come avrebbe fatto in seguito Gregorio, anche Germano aveva accettato la carica con riluttanza e spogliandosi di tutte le sue proprietà per distribuirle ai poveri. È proprio lui a ordinare diacono Maewyin. Divenuto ormai Patrizio, vorrebbe partire subito per l’Irlanda ma Germano non è convinto della preparazione del giovane inglese e alla fine papa Celestino I nell’isola verde manda lo scozzese Palladio, più giovane di lui, che viene incaricato di organizzare una diocesi per gli irlandesi già convertiti al cristianesimo. Patrizio, deluso, si ritira nel monastero di Lérin in Provenza, continuando a studiare. Poi intraprende un viaggio in Italia, visitando i piccoli monasteri della Toscana.

Quando Palladio nel 432 rinuncia alla missione e se ne torna in Scozia, Patrizio può finalmente partire alla volta dell’Irlanda come suo successore. Nell’isola verde il nuovo vescovo risponde alle enormi difficoltà di evangelizzazione inaugurando un modello completamente nuovo, che punta a sposare il messaggio di Gesù Cristo con le tradizioni celtiche, favorendo la combinazione di elementi cristiani e pagani, introducendo, ad esempio, il simbolo della croce solare sulla croce latina: nasce così la croce celtica.

L’Irlanda è divisa in tanti stati-tribù e per poter predicare Patrizio ha bisogno del permesso e della protezione di ognuno dei numerosi sovrani.
Per raggiungere lo scopo si prodiga in generose donazioni attingendo al patrimonio personale derivato dall’eredità paterna, mentre evita accuratamente di chiedere offerte ai fedeli convertiti.
D’altra parte Patrizio mira, in primo luogo, alla conversione degli stessi re e dei nobili che porta, come, conseguenza, quella dei sudditi. Anche le nuove diocesi seguono l’organizzazione territoriale degli stati-tribù dove la vita religiosa si raccoglie attorno alla Cattedrale ed egli stesso si occupa della formazione del clero ordinando preti e vescovi.

Non esistendo città in Irlanda, sono proprio i complessi monastici delle cattedrali a trasformarsi rapidamente nei primi nuclei abitati, i centri propulsori di una prosperità, estesa all’arte e agli studi, che non aveva precedenti. L’antico potere dei druidi viene trasferito ai monaci. Ma la possibilità di accedere ai testi della biblioteca greco-romana crea gradualmente dei centri di sapere e di ricchezza destinati a segnare la storia del cristianesimo europeo.

Capo Downpatrick (Downpatrick head), sulla costa nord-occidentale dell’Irlanda, dove San Patrizio visse gli ultimi anni della sua vita.

Il monachesimo è appena sorto in occidente e in Irlanda molti giovani aderiscono con entusiasmo a questa forma di vita religiosa promossa da Patrizio, creando una tradizione che manterrà nei secoli la propria specifica fisionomia restando l’unica forma di monachesimo europea alternativa a quella benedettina.

Secondo gli Annali d’Ulster nel 444 Patrizio stabilisce la sua sede ad Armagh nella contea che oggi porta il suo nome; evangelizza soprattutto il Nord e il Nord-Ovest dell’Irlanda, mentre per il resto dell’isola viene coadiuvato dal 439 da altri tre vescovi arrivati dal continente: Secondino, Ausilio e Isernino. Naturale che l’opera del missionario inglese susciti l’avversione dei druidi (i sacerdoti-stregoni della religione pagana) che gli tendono continue imboscate e che in un’occasione lo catturano tenendolo prigioniero per 15 giorni.

Ma non è solo con i pagani che deve vedersela Patrizio: anche gli eretici pelagiani – con cui si era già scontrato san Palladio – gli rendono la vita difficile. L’eresia in realtà non differisce troppo dall’ortodossia: tra i punti condannati dal sinodo di Cartagine nel 418 c’era, ad esempio, l’esistenza del limbo, ma lo scontro si concentra soprattutto sulla necessità della grazia divina (sostenuta dai cattolici) contro il solo sforzo umano (tesi di Pelagio).

San Patrizio in una icona bizantina.

Dopo la condanna i seguaci di Pelagio avevano costituito, di fatto, una Chiesa parallela, in competizione con quella romana; per questo i pelagiani tentano di delegittimare in ogni modo la nascente opera di Patrizio, tanto che il vescovo d’Irlanda, per smentire le calunnie messe in giro dagli eretici, deve scrivere una Confessione in cui spiega che il suo lavoro missionario è volere di Dio e che la sua avversione al pelagianesimo scaturisce dall’assoluto valore teologico che egli attribuisce alla grazia: si dichiara così “peccatore rusticissimo” ma convertito, appunto, per grazia divina.

“Fuoco amico” arriva anche dal re britannico Corotico, che pure è cristiano, ma invade l’Irlanda, massacra e fa schiavi uomini, donne e bambini che appartengono alle comunità fondate dal santo e deruba e minaccia di morte lo stesso Patrizio. Anche in questa occasione, alla violenza il vescovo reagisce con la parola, scrivendo un’accorata lettera ai soldati aggressori.

D’altra parte la sua opera diplomatica è tale da assegnare all’Irlanda un singolare primato: è l’unica terra in cui il cristianesimo venne introdotto senza spargimento di sangue. Non esistono infatti martiri irlandesi, tanto da far parlare di un “martirio verde” (contrapposto al “martirio rosso”) rappresentato dal monachesimo irlandese: ovvero la rinuncia ai piaceri mondani per ritirarsi nei boschi, o in cima a una montagna deserta, oppure su un’isola per studiare le Sacre Scritture e cercare la comunione con Dio.

Dopo aver passato i cinquant’anni di età Patrizio intraprende un lungo pellegrinaggio fino a Roma. Al ritorno si stabilisce nell’Irlanda del Nord dove muore nel 461 a Down, nell’Ulster, che prenderà poi il nome di Downpatrick.

Nel giro di tre decenni, San Patrizio ha portato a termine la sua missione convertendo l’intera Irlanda che, ancora oggi – non a caso – è uno dei paesi più cattolici al mondo.

San Patrizio in piedi sopra ai serpenti del Purgatorio, 1451 (Londra, British Library).

Oltre che dai pagani, secondo la tradizione, Patrizio libera l’Irlanda anche dai serpenti: la leggenda vuole che il santo, nel 441, trascorresse 40 giorni e 40 notti in ritiro sulla montagna Croagh Patrick, gettando alla fine una campana dalla sommità del monte nell’attuale Baia di Clew per scacciare i serpenti e le impurità. Leggenda o verità, quel che è certo è che oggi non si trova alcuna specie di serpente sul suolo irlandese.

Un’altra storia narra che Patrizio fosse custode di una grotta senza fondo dalla quale, dopo aver visto le pene dell’Inferno, si poteva accedere al Purgatorio giungendo persino ad intravedere il Paradiso. Secondo il racconto, tali erano le difficoltà incontrate dal missionario nella terra irlandese, che Gesù, mosso a compassione, gli era apparso mostrandogli una cavità nel terreno; chiunque, entrando in questa caverna, dopo un digiuno di tre giorni e dopo aver confessato i propri peccati, avrebbe potuto vedere le pene e le ricompense che avrebbe dovuto scontare o di cui avrebbe beneficiato nell’aldilà e, in base a questo, poteva dare una adeguata conduzione al resto della propria vita. In questo luogo Patrizio aveva fatto erigere delle mura a custodia delle quali aveva messo alcuni monaci a cui i pellegrini potevano confessare i peccati prima di intraprendere il viaggio nella cavità. La grotta, nota come il Pozzo di San Patrizio, era localizzata su un isolotto del Lough Derg, dove poi venne costruita una chiesa, ancora oggi meta di pellegrinaggi nonostante il pozzo sia stato murato nel 1497 per volere di papa Alessandro VI. La leggenda del Pozzo di San Patrizio è diventata così famosa da aver influenzato opere come la Divina Commedia e strutture come l’omonimo pozzo di Orvieto, costruito da Antonio da Sangallo il giovane nel 1537 per volere del papa, con l’obiettivo di fornire acqua in caso di calamità o assedio di Roma.

A Patrizio l’Irlanda deve poi il suo stesso simbolo, ovvero il trifoglio. È proprio con uno “shamrock”, infatti, che il missionario avrebbe spiegato agli irlandesi la Trinità, prendendo come esempio le tre foglie collegate ad un unico stelo.

La sua opera è stata tanto grandiosa che oltre sessanta chiese vengono costruite in suo onore, ma la sua figura va oltre il valore religioso: Patrizio diventa un eroe nazionale e il simbolo stesso dell’Irlanda, tanto che la sua è ora una delle più popolari maschere di carnevale insieme a quella del folletto Leprechaun. E la giornata di oggi, dedicata alla sua memoria, associata a musica e birra, ha superato la dimensione della solennità religiosa diventando una festa celebrata in tutto il mondo dagli amanti della cultura irlandese. Patrono del popolo che ha conquistato – attraverso gli emigranti – il mondo intero, Patrizio ha lasciato tra le sue preghiere anche la suggestiva benedizione del viaggiatore: “Sia la strada al tuo fianco il vento sempre alle tue spalle, che il sole splenda caldo sul tuo viso e la pioggia cada dolce nei campi attorno e, finché non ci incontreremo di nuovo,
possa Dio proteggerti nel palmo della sua mano”.

Arnaldo Casali

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Montségur, la strage dei Catari

I Catari al rogo in una miniatura.

“Lasciatemi raccontare la storia Di un sangue bevuto dalla mia terra Lasciatemi raccontare la storia Di una volontà di ferro Di una gioventù passata Di una libertà voluta Del vecchio sogno disperato Di una libertà perduta”.

Così recitano le parole di una canzone scritta nel 1972 dal cantante occitano Claude Marti.

“Cinquecento eravate a Montségur / Sapendo ciò che vuol dire vivere / Cinquecento eravate a Montségur / Certo siete dietro l’azzurro”.

Erano in cinquecento, il 16 marzo 1244 a Montségur, ma ne sopravviveranno appena la metà: oltre duecento, infatti, finiranno arsi sul rogo nella più grande strage di eretici mai compiuta dalla Chiesa cattolica; l’atto finale di una guerra durata cinquant’anni, che segnerà anche la fine dell’indipendenza politica e culturale dell’Occitania dalla Francia.

Erano albigesi, quei cinquecento, ovvero catari: la più celebre e popolare eresia del Medioevo, contro cui papa Innocenzo III ha lanciato una vera e propria crociata, l’unica indetta da cristiani contro altri cristiani.

L’espansione del Catarismo agli inizi del XII secolo (mappa: Mire Peisset).

Il catarismo affonda le sue radici nei primissimi secoli del cristianesimo: già i discepoli di Novaziano, nel III secolo, si autodefinivano catari, ovvero “puri”, ma è nel XII secolo ad Albi, in Occitania, che nasce il fenomeno destinato a segnare l’intera storia religiosa medievale.

Sotto il profilo teologico, l’eresia catara è caratterizzata da un radicale dualismo che contrappone bene e male, luce e tenebre, spirito e materia. Anche il divino è diviso in due: esiste un Dio malvagio, che è il Creatore del mondo e spinge l’uomo verso l’esistenza materiale; ed esiste un Dio buono, che ne è il redentore attraverso la figura di Gesù Cristo, che a sua volta non è un vero uomo, ma un angelo apparso in sembianze umane per liberare l’umanità dal dominio della materia.

L’obiettivo del cristiano è quello di liberarsi progressivamente da tutto ciò che è materiale per elevarsi verso il divino attraverso lo spirito. I catari considerano malvagio e diabolico, dunque, tutto quello che è espressione della corporeità, a partire da cibo e sesso, e arrivano a praticare il suicidio rituale come estremo atto di liberazione dal proprio corpo.

Ovviamente la Chiesa di Roma, ricca e corrotta, viene rifiutata e sconfessata dalla dottrina catara, che struttura una vera e propria Chiesa parallela con istituzioni che si pongono in diretta competizione con quelle cattoliche riscuotendo grande successo, soprattutto tra le classi sociali più umili.

La complessa elaborazione teologica degli albigesi, infatti, rimane in secondo piano – nella visione popolare – rispetto alla povertà evangelica praticata dai suoi adepti. I “perfetti” (ovvero il livello più alto che possono raggiungere gli iniziati) rinunciano ad ogni proprietà e vivono unicamente di elemosina, oltre a praticare la castità. Naturale, quindi, che vincano ogni sfida con i preti cattolici, che sono tutt’altro che un esempio di santità e distacco mondano. Sotto questo profilo gli albigesi non fanno che raccogliere l’eredità dei patarini e dei valdesi, ma anche dello stesso movimento francescano. In tutti e tre i casi si tratta di movimenti pauperistici che si contrappongono alla corruzione della Chiesa romana. Ma se il francescanesimo rappresenta proprio la risposta cattolica agli eretici, patarini e valdesi pur contestando la Chiesa sotto il profilo teologico si mantenevano assolutamente ortodossi (i valdesi si allontaneranno dalla dottrina cattolica solo nel XVI secolo, aderendo alla Riforma protestante). Quella catara diventa quindi la più insidiosa delle eresie dai tempi degli ariani, perché attira i fedeli puntando il dito contro la corruzione della Chiesa ma a differenza di patarini e valdesi che si accontentavano di una riforma morale, mira a stravolgerne completamente la teologia.

Catari esplusi da Carcassonne (bottega del Maestro di Boucicaut).

Le prime persecuzioni contro i catari, tuttavia, non arrivano da Roma ma da Parigi: gli albigesi rischiano di scardinare l’ordinamento sociale e spesso si rendono responsabili di disordini e aggressioni a chiese e monasteri. Arresti ed esecuzioni vengono eseguiti quindi per ragioni di ordine pubblico dal potere politico, mentre la prima condanna da parte della Chiesa risale al 1179, con il terzo Concilio lateranense convocato da papa Alessandro III. Ormai i catari hanno conquistato anche le sfere alte della popolazione, persino alcuni sovrani si sono convertiti, più o meno segretamente, e mantengono alcuni “perfetti” tra i cortigiani.

È proprio per combattere il fenomeno ereticale che Domenico di Guzman – che inizia a predicare in Linguadoca nel 1206 – fonda il suo ordine sostenendo la necessità di affiancare alla predicazione anche povertà, umiltà e carità; unico modo per apparire credibili di fronte al popolo sedotto dall’esempio di vita degli albigesi. L’azione di Domenico riscuote subito successo: la primissima comunità domenicana è costituita proprio da donne che hanno abbandonato l’eresia. Mentre il frate spagnolo agisce in modo totalmente pacifico, però, Roma passa alle maniere forti: viene istituito il Tribunale dell’inquisizione che ricerca, processa e condanna al rogo gli eretici e nel 1208 papa Innocenzo III indice una vera e propria crociata contro gli albigesi, affidata alla guida di Simon de Montfort. La crociata finisce per trasformarsi in un vero e proprio genocidio: il 22 luglio del 1209 a Beziers muoiono 20mila persone tra catari, cattolici ed ebrei, compresi vecchi, donne e bambini. Arnaldo Amaury, legato papale, ordina infatti di sterminare l’intera popolazione: “Uccideteli tutti! – dice – Dio riconoscerà i suoi”. “Corsero nella città – racconta la Canzone della crociata albigese scritta nel 1213 – agitando spade affilate, e fu allora che cominciarono il massacro e lo spaventoso macello. Uomini e donne, baroni, dame, bimbi in fasce vennero tutti spogliati e depredati e passati a fil di spada. Il terreno era coperto di sangue, cervella, frammenti di carne, tronchi senza arti, braccia e gambe mozzate, corpi squartati o sfondati, fegati e cuori tagliati a pezzi o spiaccicati. Era come se fossero piovuti dal cielo. Il sangue scorreva dappertutto per le strade, nei campi, sulla riva del fiume”. “I nostri non rispettarono né rango, né sesso, né età – scrive, soddisfatto, lo stesso Arnaldo – ventimila uomini circa furono passati al filo della spada e questa immensa carneficina fu seguita dal saccheggio e dall’incendio della città intera: giusto risultato della vendetta divina contro i colpevoli!”.

La crociata contro gli albigesi acquisisce anche una valenza politica: Raimondo di Tolosa infatti si schiera dalla parte dei catari contro Simone di Monfort, a cui sono stati assegnati territori appartenenti alla sua famiglia. La guerra si conclude con il trattato di Parigi del 12 aprile 1229, con il quale Raimondo si sottomette al Re di Francia, riconsegnandogli – attraverso un accordo matrimoniale – i territori autonomi della Linguadoca. Gli albigesi, però, anche se privati di copertura politica, continuano la loro lotta sotterranea.

I resti del castello di Montségur, nella regione francese dei Midi-Pirenei.

Il castello di Monstégur era stato costruito nel 1204 sotto la direzione di Raymond de Péreille, signore del luogo, come estremo rifugio per gli albigesi. Col proseguire della crociata e la caduta dei centri di resistenza catara, la fortezza aveva rivestito sempre più importanza, tanto da essere additata nel 1233 dal clero cattolico come “Sinagoga di Satana”. Sotto la spinta dell’inquisizione affidata a francescani e domenicani, tutte le chiese catare del sud di Francia hanno cessato praticamente ogni attività e i sopravvissuti si sono dati alla clandestinità o sono fuggiti. In questo quadro il vescovo cataro Guilhabert di Castres chiede e ottiene protezione nella rocca di Montségur. L’arrivo del Vescovo trasforma radicalmente la vita del villaggio e della fortezza, che diventa un punto di riferimento anche per tutti i feudatari catari e i loro cavalieri cacciati dai possedimenti, che iniziano ad utilizzare la rocca come base per azioni di guerriglia contro i crociati cristiani. Raymond de Péreille viene scomunicato, con conseguente confisca di tutti i beni e si unisce agli abitanti della rocca. Nel 1242 ad Avignonnet due inquisitori domenicani, Arnaud Guilhelm de Montpellier e Étienne de Narbonne, vengono attaccati e massacrati insieme a tutto il loro seguito. Come rappresaglia le forze crociate nell’estate del 1243 attaccano Montségur. L’assedio dura quasi un anno: nel marzo 1244 dei mercenari baschi riescono a scalare il precipizio sotto la Roc de la Tour e piazzando una catapulta bombardano anche l’interno del castello. Gli assediati si arrendono e vengono poste le condizioni della resa: chi abiurerà avrà salva la vita, chi rifiuta sarà bruciato sul rogo. Secondo una leggenda durante l’ultima notte quattro perfetti si allontanano dalla fortezza portando al sicuro il leggendario tesoro dei catari.

All’alba di mercoledì 16 marzo 1244 arriva la resa dei conti: 222 persone si rifiutano di abiurare e vengono arse vive ai piedi della rocca. Il prato dove viene eretto il rogo sarà ribattezzato Pratz dels crematz: prato dei bruciati.

Monumento in memoria dei duecento catari bruciati durante l’assedio di Montségur, 16 marzo 1244.

“Ecco l’ora dei corvi Sulla strada di Montferrier Ecco l’ora dei corvi Grande fiume, nero carnaio del Papa la grande armata del Re di Francia ribaldi di Domenico i porci Amen, amen, Dies Irae!”

Arnaldo Casali

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Tannenberg, l’ultima carica dei cavalieri teutonici

Una ricostruzione digitale della battaglia di Tannenberg.

Ulrich von Jungingen, Gran Maestro dell’Ordine di Santa Maria dei Teutoni in Gerusalemme, guardava la vasta pianura che si stendeva sotto le zampe del suo cavallo da guerra.

Accanto a sé, e tutt’intorno, 700 fratelli cavalieri, 11.000 sergenti a cavallo e fanti delle città assoggettate e 8.000 tra mercenari e “crociati” (i lituani che dovevano prestare servizio militare con l’Ordine). Davanti a sé un esercito di 30.000 uomini composto da polacchi, lituani, boemi, magiari, moldavi, russi e mercenari tartari.

La mattina del 15 luglio 1410, nella piana compresa tra i villaggi di Tannenberg, Grünwald e Ludwigsdorf, si combatte l’ultimo grande scontro tra cavallerie feudali, un insieme di masse di acciaio, ferro e carne che cozzano l’una contro l’altra ad ondate successive, cercando di scardinare il fronte avversario, prendere prigionieri per il riscatto e passare al saccheggio dell’accampamento nemico. Quel giorno non avvenne nulla di tutto questo, ma solo un massacro durato quasi dieci ore.

Le premesse Il 18 maggio del 1291 cade San Giovanni d’Acri, ultima roccaforte dei regni cristiani in Terrasanta. Le mura della città sono difese dai cavalieri Ospitalieri e dai Templari a nord, i cavalieri Teutonici si occupano della difesa di sud-est e Amalrico di Lusignano presidia il fronte dell’est. Con la caduta della città anche il destino degli ordini cavallereschi si compie e si diversifica. Gli Ospitalieri si rifugiano a Rodi e poi a Malta e proseguono la lotta secolare con i musulmani nelle acque del Mediterraneo. I Templari si rinchiudono nelle loro magioni in Europa e Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro, moriva sul rogo a Parigi il 18 marzo 1314. I cavalieri Teutonici, invece, guardano al nord del continente, alle terre pagane della Prussia e alle sconfinate pianure tra Polonia e Lituania. In pochi anni i cavalieri tedeschi conquistano un vasto territorio (città come Danzica, Konigsberg, Brandeburgo, Marienburg e regioni come Pomerelia, Dobrin, Samogizia, Curlandia ed Estonia,), ma smarriscono l’originaria vocazione di difesa dei pellegrini e di conversione dei pagani, con conseguente perdita di appoggi politici e religiosi. Lo scontro con le truppe comandate dal re polacco-lituano Ladislao II Jagellone segnò l’inizio del declino dell’ordine cavalleresco.

Ladislao II Jagellone, Re di Polonia.

Le conquiste Dopo la conquista della Prussia (metà del XIII secolo) i cavalieri Teutonici andarono in soccorso delle popolazioni cristiane della Livonia, assalite da forze russe e lituane ancora paganeggianti. Il 27 luglio del 1320 le truppe teutoniche vennero sconfitte a Medenik. Il maresciallo dell’ordine, Heinrich von Plotzke morì sul campo e Gehrard von Ruden venne bruciato vivo con il cavallo, come sacrificio agli dei. Per 25 anni i cavalieri Teutonici combatterono contro lituani, russi, samogiti e tartari, infliggendo pesanti sconfitte a Strawe (1348), Strebnitz (1349) e a Rudau (1370), quest’ultima ad opera del gran maestro Winrich von Kniprode. Lo scenario si modifica completamente quando il principe lituano Ladislao II Jagellone sposa Judwiga (Edvige) d’Angiò di Polonia, unificando così i due regni. La scelta politica, religiosa e culturale di ricevere il battesimo e l’impegno alla conversione delle sue genti procurano a Ladislao l’appoggio da parte della Chiesa e delle popolazioni del nord Europa. I cavalieri Teutonici, orientati ad una conquista politica, militare ed economica del territorio, non hanno più una giustificazione religiosa per quell’espansione ad est (drang nach Osten) che appare sempre più un’aggressione ad un paese ormai cristiano. Il possesso della Samogizia, e non solo visto che gli interessi territoriali e politici dell’Ordine e dei polacchi erano convergenti verso lo stesso obiettivo, costituì il casus belli tra Jagellone II e il cugino Vytautas contro l’Ordine Teutonico. Tra tensioni crescenti a livello militare e alleanze segrete (Venceslao IV di Boemia firmò con la Polonia un trattato difensivo contro i cavalieri teutonici, mentre il fratello Sigismondo di Lussemburgo si alleò con l’Ordine) si arrivò all’estate del 1410 e alla guerra.

Lo schema tattico della battaglia.

Verso la battaglia I due eserciti si affrontarono nella piana compresa tra Tannenberg (collina degli abeti), Grünwald (bosco verde) e Ludwigsdorf (villaggio di Ludovico). I cavalieri Teutonici giunsero sul campo di battaglia con 700 fratelli cavalieri (su un totale di 1.400), 11.000 sergenti a cavallo e truppe fornite dalle città e dal contado, 8.000 mercenari e “crociati”, cioè volontari provenienti dalle regioni di più recente cristianizzazione. Ladislao e Vytautas (Vitoldo) rispondono con un esercito di 30.000 lituani, polacchi, boemi, magiari, moldavi, russi di Smolensk e mercenari tartari, il cui punto di forza è costituito dalla cavalleria corazzata polacca, fedele al re fino all’estremo sacrificio. La mattina 15 luglio del 1410 il Gran Maestro Ulrich von Jungingen schiera in prima linea i cavalieri pesanti, concentrandoli sulla parte esterna della fila, poi la cavalleria leggeri, gli arcieri in posizione defilata, insieme con l’artiglieria (che, però, non influirà sull’esito dello scontro a causa del terreno bagnato e per la scarsa gittata dei pezzi). L’ala sinistra era comandata dal Maresciallo di Prussia Friedrich von Wallenrode, mentre l’ala destra dal Grosskomtur dell’Ordine Conrad von Lichtenstein. I polacco-lituani rispondono con due corpose formazioni di prima linea, sull’ala destra i 51 stendardi polacchi e a sinistra i 40 lituani, disposte a cuneo di profondità, fino a venti file con la prima composta da tre cavalieri e l’ultima da undici, al centro la fanteria di mercenari boemi e la cavalleria leggera. I due schieramenti si fronteggiano per quasi tre ore. Il Gran Maestro von Jugingen si aspettava che fossero i polacchi ad iniziare la battaglia. Ladislao non si muoveva e non potendo attendere oltre, vista anche la giornata calda e assolata che si andava apprestando, von Jungingen inviò gli araldi a Ladislao con un messaggio, riportato dal cronista Jan Dlugosz: “Sua Maestà! Il Gran Maestro Ulrico manda a te e tuo fratello, tramite noi, i delegati qui presenti, due spade in aiuto affinché tu, con lui e la sua armata, non ritardiate oltre e possiate combattere più coraggiosamente di quanto abbiate mostrato finora, e anche affinché voi non continuiate a nascondervi e a rimanere nella foresta, e non posponiate oltre la battaglia. E se credete di avere troppo poco spazio per dispiegare i vostri ranghi, il gran maestro Ulrico, per spingervi alla battaglia arretrerà dalla pianura nella quale ha schierato la propria armata, tanto lontano quanto desiderate, o vi consentirà di scegliere il campo di battaglia affinché non dilazioniate oltre”1. Il Gran Maestro fece realmente indietreggiare il suo schieramento, anche perché aveva fatto scavare delle buche davanti ai suoi militi per rallentare la carica della cavalleria nemica. Quanto alle spade lasciate conficcate nel terreno dagli araldi, le cronache del tempo rimandano ad un gesto di superiorità da parte di von Jungingen e di disprezzo del nemico, un gruppo eterogeneo di soldati, spesso male armati, tanto da aver bisogno di due spade in più. Se il Gran Maestro avesse attaccato immediatamente le truppe nemiche, ancora disorganizzate e non perfettamente schierate, la giornata di Tannenberg sarebbe stata ricordata come una vittoria dei cavalieri teutonici. Ulrich von Jungingen invece, decise di attendere che il nemico facesse la prima mossa. E non fu l’unico errore commesso quel giorno.

Lo scontro tra i lituani e i cavalieri teutonici in un bassorilievo.

Lo scontro I primi a muoversi sono i cavalieri leggeri lituani e i tartari, al comando di Vitoldo, che scaricano un nugolo di frecce sui teutoni, chiusi nelle loro armature e riparati dagli scudi. Un assalto che viene respinto con facilità e i lituani e tartari fanno marcia indietro, inseguiti dalla cavalleria teutonica. Si tratta di un trucco, per attirare i cavalieri lontano dalla piana. Mentre i cavalieri leggeri tornano indietro, infatti, una parte dei Teutonici finesce contro le contro le fanterie alleate dei russi di Smolensk ancora ferme ai margini del bosco a protezione dell’ala destra dei polacchi, adesso apparentemente scoperta. È un azzardo per Ladislao. I battaglioni di Trakai e di Vilnius, però, riescono a resistere alla carica di nove gonfaloni al comando del cavaliere di Wallenrode. Nel combattimento si distinguono gli uomini al comando di Giorgio figlio Mstislav, principe di Smolensk. I comandi dell’Ordine, vedendo la situazione favorevole sul loro fianco sinistro, spostano le truppe dal proprio lato destro. I Teutonici avanzavano metodicamente facendo strage di lituani e tartari. Poi lanciano una parte della cavalleria all’inseguimento di quella avversaria in fuga. I cavalieri teutoni non riescono a raggiungere le veloci e leggere truppe a cavallo lituane che scompaiono all’orizzonte. In realtà si ritirano nel bosco, andando ad ingrossare le fila della cavalleria pesante polacca. Gli storici ancora dibattono sull’ipotesi che si sia trattato di un piano ben congegnato, in quanto molti soldati “smisero di correre se non quando furono in territorio amico, dove riferirono di aver subito una sconfitta”2. Jan Dlugosz riferisce come “i nemici all’inseguimento, pensando di aver già vinto, iniziarono ad allontanarsi dai propri stendardi, cosicché i ruoli cambiarono e loro stessi vennero cacciati. E quando vollero tornare dalla loro parte, gli uomini del re li separarono dalla loro gente, uccidendo e prendendo prigionieri”3. Esaurita la forza della carica, però, i cavalieri dell’Ordine si trovano a dover combattere corpo a corpo contro le fanterie russe. Una mischia pericolosa e inconcludente per i cavalieri, i quali restano bloccati nella pianura, mentre la cavalleria polacca può manovrare per cercare di accerchiare i teutonici e prenderli alle spalle. A fermare la carica dei polacchi ci sono i fanti del Gran Maestro. Ladislao lancia la carica della sua cavalleria, ma seppure in numero esiguo, i confratelli dell’Ordine, al grido di «Christ ist erstanden» (Cristo è risorto) e i fanti riescono a reggere l’urto. Nella calca della lotta cade lo stendardo di Ladislao e i polacchi credono che il loro re sia morto. Lo Jagellone ricompare in seconda linea, si mostra ai soldati e con l’aiuto dei russi riesce a strappare a Wallenrode lo stendardo. In lontananza appaiono i cavalieri teutonici che hanno desistito dall’inseguimento dei lituani e dei tartari. Il re polacco, allora, decide di affondare il colpo contro le ali teutoniche e impedire che i due tronconi si riuniscano. Richiama dal bosco le riserve, e i lituani fuggiti nella finta ritirata dopo il primo assalto, e anche la cavalleria leggera di Vitoldo, puntando sul fianco destro i reparti a cavallo dell’Ordine prima che si ricongiungessero con il Gran Maestro. A quel punto le cavalcature dei Teutonici sono sfiancate e non possono partire nella controcarica e per polacchi e lituani è facile fare strage dei nemici.

Ulrich von Jungingen immortalato alla base del monumento che ricorda la battaglia di Tannenberg/Grunwald, a Cracovia.

Il Gran Maestro von Jungingen chiama all’attacco le riserve, ma anche la terza linea polacca avanza. Le riserve teutoniche si arrestano, non hanno spazio e gli avversari ne approfittano. Le truppe teutoniche sono affaticate dal caldo, dal peso delle armature e dagli sforzi sostenuti nei precedenti attacchi e vengono accerchiati. Poi sul campo di battaglia riecheggia il grido: “Arrivano i lituani” e l’armata teutonica si sgretola. Alcuni cavalieri consigliano al Gran Maestro di ritirarsi, ma Ulrico risponde: “Non voglia Dio che io abbandoni mai questo campo dove sono morti tanti miei uomini”. Poco dopo cadono quasi tutti gli alti ufficiali dell’Ordine, compresi il Gran Maestro (colpito al petto e al viso e, infine, trapassato al collo da una lancia lituana), il Gran Tesoriere e il Grosskomtur. Sparsasi la voce della morte di von Jungingen i Teutonici fuggono al grido di “Madonna, abbi pietà di noi”. Sono le 7 di sera e, secondo Jan Dlugosz, i polacchi inseguirono i Teutonici fino all’imbrunire per oltre 15 miglia4. Gli ultimi cavalieri e sergenti si chiusero in cerchio nei pressi dei carriaggi e delle tende: “Ne morirono più qui che in qualsiasi altro posto sul campo di battaglia”5. Non fu concessa pietà se non a poche centinaia di superstiti. Tra le salmerie i polacchi trovarono anche le bombarde e i cannoni dei cavalieri Teutonici. Artiglieria che non venne utilizzata perché a causa della pioggia la polvere pririca si era bagnata e il terreno fangoso non permetteva né di muovere i pesanti pezzi né i proiettili avrebbero avuto effetto, affondando nella mota invece che rimbalzare tra gli uomini dello schieramento avversario.

Al termine di 9 estenuanti ore di battaglia Ladislao fece raccogliere dal campo 51 insegne dei suoi nemici, poi poste nella cappella di San Stanislao della cattedrale di Wawel a Cracovia (descritte da Jan Dlugosz nel suo Banderia Pruthenorum e ricopiate con l’aggiunta di didascalie dal pittore Stanislao Durink e ora scomparse). Sul campo di battaglia rimasero almeno 18.000 morti dell’esercito teutonico e 14.000 prigionieri. Al castello di Marienburg, capitale dei possedimenti dell’Ordine, fecero ritorno 1.427 tra cavalieri e sergenti e 77 arcieri. A Marienburg rientrò anche Heinrich von Plauen, poi eletto Gran Maestro, con i suoi 3.000 uomini, impedendo a Stanislao di prendere la città. L’esercito polacco-lituano contò 5.000 morti e 8.000 feriti.

La battaglia di Tannenberg e la successiva sconfitta di Puck nel 1462 fecero sì che “i bianchi mantelli crucisignati non sarebbero più stati visti nelle grandi distese gelate” del nord Europa6. Nel 1526 il Gran Maestro Alberto Hohenzollern, aderì alla Riforma luterana, incamerò i beni dell’Ordine Teutonico divenendo il primo duca secolare di Prussia. Nel corso della guerra di Successione spagnola (1701-14) gli Hohenzollern acquisirono il titolo regale, si fecero promotori dell’unificazione della Germania, regnando fino al 1918.

Cinquecento anni dopo Tannenberg fu protagonista di un altro scontro tra le truppe prussiane e quelle zariste. L’esercito imperiale tedesco, tra il 26 e il 30 agosto 1914, infliggeva una pesante sconfitta ai russi: 60.000 prigionieri, 3 Corpi d’armata annientati e 2 decimati. Per ricordare la battaglia e onorare i caduti venne costruito il Memoriale di Tannenberg e vi fu tumulato il corpo del generale Paul von Hindenburg, comandante in capo dell’esercito tedesco e morto nel 1934. All’approssimarsi dell’Armata rossa fu Adolf Hitler e dare l’ordine di traslare la salma di Hindenburg e demolire (parzialmente) il Memoriale.

Umberto Maiorca

1,3,4,5 J. Dlugosz, Chronica conflictus, in Historiae Polonicae, Varsavia, 1999 2 A. Frediani, Le grandi battaglie del Medioevo, Newton compton editori, 2015, p. 100 6 A. Leoni, Storia militare del Cristianesimo, Edizioni Piemme, 2005

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Gregorio Magno, “servo dei servi di Dio”

Gregorio Magno detta i suoi canti a un monaco benedettino, miniatura conservata al Cleveland Museum of Art.

Grande politico, grande monaco, grande papa. E’ stato tutti e tre, Gregorio il grande, e lo è stato insieme, riuscendo ad investire e ad esprimere nel ruolo di vescovo di Roma tutti i carismi che aveva esercitato prima separatamente.

Nato a Roma nel 540 in una delle famiglie più antiche e importanti della capitale – quella degli Anici – è un santo “figlio d’arte”: anche sua madre Silvia, infatti, è santa. Almeno in un primo momento, però, è del padre che segue le orme: Gordiano è senatore e il giovane Gregorio, dopo aver studiato legge, intraprende la carriera politica arrivando a diventare – nel 573, ancora giovanissimo – prefetto della città di Roma.

Contemporaneo, lontano parente e biografo di Benedetto da Norcia, Gregorio vuole seguire il suo esempio: dopo la morte del padre dona tutti i suoi averi ai poveri, abbandona ogni carica pubblica e trasforma la villa di famiglia al Celio in un monastero, ritirandosi nella meditazione e nello studio della Bibbia.

Qualche anno dopo, sedotto dal fascino delle isole britanniche, con alcuni confratelli decide di partire per l’Inghilterra con l’obiettivo di evangelizzarla. Dopo tre giorni di viaggio, però, durante una sosta, mentre è immerso nella lettura vede avvicinarsi una locusta. Osservando l’insetto e riflettendo sul suo nome (loco sta) si convince che Dio gli sta chiedendo di restare. Decide così di tornare nel silenzio del monastero di Sant’Andrea al Celio.

Gregorio Magno dettò le norme fondamentali del canto, che in suo onore fu chiamato “canto gregoriano”.

La pace claustrale però, dura poco: anche da religioso Gregorio viene chiamato a mettere a frutto la sua esperienza politica. Papa Pelagio II lo invia infatti come ambasciatore a Costantinopoli per chiedere aiuto contro i Longobardi che stanno scendendo in Italia. Gregorio resta in oriente per sei anni, guadagnandosi la stima dell’imperatore Maurizio che però, disinteressato ormai al destino di Roma, non si attiva per la sua difesa tanto che il papa, deluso, finisce per sostituire Gregorio come ambasciatore rispedendolo in monastero. Il monaco diplomatico non chiede di meglio; torna ancora una volta al Celio ma, ancora una volta, viene chiamato a servire la comunità cristiana: nel 590 la peste si abbatte su Roma mietendo, tra le sue vittime, lo stesso papa Pelagio e all’abate viene chiesto di guidare una processione organizzata per invocare la liberazione dall’epidemia. Il corteo parte dal Vaticano e si dirige verso il centro della città, ma mentre attraversa il ponte Elio, Gregorio vede sulla cima del Mausoleo di Adriano l’arcangelo Michele che rinfodera la sua spada. La visione viene interpretata come l’annuncio dell’imminente fine della pestilenza, donando speranza a una città in ginocchio. Effettivamente, nei giorni seguenti la capitale viene liberata dal flagello e da quel momento il Mausoleo viene ribattezzato Castel Sant’Angelo mentre Gregorio è acclamato da clero e popolo nuovo vescovo di Roma. Il monaco, però, non ha nessuna intenzione di fare il papa e tenta di svincolarsi scrivendo una lettera all’imperatore in cui gli chiede di non ratificare l’elezione, rifiutandosi – al contempo – di assumere il ruolo finché non arriverà la conferma da Costantinopoli. Ma non ha fatto i conti con Germano – suo successore come prefetto di Roma – che intercetta la lettera e la sostituisce con la petizione del popolo di Roma perché il celebre monaco diventi papa.

Gregorio sembra non avere vie d’uscita. “Sarò dunque vescovo – commenta – quale spavento per me”. Uno spavento che lo induce a fare un ultimo tentativo di sottrarsi al suo destino: convince alcuni mercanti a nasconderlo nel loro convoglio e lascia la città. Ma anche stavolta viene riacciuffato: una colonna di luce segnala la grotta dove si è rifugiato e i romani arrivati “lo presero, lo trascinarono con la forza nel tempio di San Pietro e lo consacrarono Papa”. E’ il 3 settembre 590. L’ex prefetto di Roma accetta suo malgrado il nuovo ruolo, ma ne rifiuta qualsiasi dimensione di potere.

Il papa, secondo il vescovo monaco, non è priore ma servo. Servo di tutti coloro che servono Dio. Per questo nelle lettere ufficiali si definisce “Servus servorum dei”, ovvero servo dei servi di Dio, un appellativo che il papa conserverà fino a oggi.

Gregorio Magno, antifonario di Hartker del monastero di San Gallo.

Questa denominazione, della quale esistevano già attestazioni precedenti e che trova la sua matrice nella citazione evangelica “chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti”, divenne l’emblema del suo grandioso pontificato. Come spiega Lucia Castaldi, ordinario di Letteratura latina medievale all’Università di Udine, “dall’età carolingia la dicitura è stata collegata indissolubilmente alla figura del Papa, quasi sinonimo di Pontefice romano”.

Convinto di essere stato chiamato a reggere la Chiesa nell’imminenza della fine dei tempi e consapevole della sua responsabilità, una volta accettato il gravoso incarico, Gregorio non si risparmia per svolgerlo al massimo delle possibilità: si adopera per migliorare le condizioni materiali e religiose di Roma, dell’Italia, dell’Europa, nel pieno delle invasioni barbariche e del progressivo disimpegno da parte di Bisanzio.

Esile sotto il profilo fisico, umile e allergico al potere, diventa il più grande papa della storia: amministratore energico, politico accorto, pastore attento ai poveri, riformatore della Chiesa. La prima cosa che fa Gregorio, infatti, è ripulire il Vaticano da personaggi corrotti e mondani chiamando in soccorso i monaci benedettini. Poi si adopera nell’aiuto al popolo di Roma, che “oppressa da uno smisurato dolore – dice in una predica – si spopola di cittadini; assalita dal nemico, non è più che un cumulo di macerie”.

Ma il papa-prefetto si interessa anche di riordinare la vita monastica, assicurando una maggiore autonomia giuridica ai monasteri e allontanando l’ingerenza dei vescovi.

La lotta più difficile è però quella per salvare l’Italia dall’invasione dei barbari scesi dal nord. I Longobardi, di religione ariana, continuano infatti a devastare l’Italia saccheggiando città e catturando prigionieri che Gregorio è costretto a riscattare con il suo patrimonio privato. Le sue richieste d’aiuto all’imperatore cadono nel vuoto mentre l’esarca della Repubblica di Ravenna, suo rappresentante in Italia, si mette addirittura di traverso: “Si rifiuta di combattere i nostri nemici – scrive Gregorio – e vieta a noi di concludere la pace”. Agilulfo, re dei Longobardi, arriva a porre d’assedio Roma. Ed è ancora una volta il grande vescovo e grande politico che tratta la resa pagando di tasca sua 5000 lire d’oro e assicurando al re un ingente tributo annuale.

Se il popolo lo acclama come suo salvatore, l’imperatore Maurizio reagisce accusandolo di infedeltà. “Mi è stato detto di essere stato ingannato da Ariulfo – risponde il papa in una lettera – e sono stato definito ‘sempliciotto’… che significa indubbiamente che sono uno sciocco. E io stesso debbo confessare che avete ragione… Se non lo fossi, non avrei mai accettato di patire tutti i mali che ho sofferto qui per le spade dei Longobardi. Voi non credete a quello che dico riguardo ad Ariulfo, riguardo al fatto che sarebbe disposto a passare dalla parte della Repubblica, accusandomi di dire menzogne. Dato che una delle responsabilità di un prete è di servire la verità, è un grave insulto essere accusati di menzogna. Ma quello che mi affligge è che la stessa tempra che mi accusa di falsità permette ai Longobardi di condurre giorno dopo giorno tutta l’Italia prigioniera sotto il loro giogo, mentre nessuna fiducia è riposta nelle mie asserzioni”.

San Gregorio ispirato dalla colomba, miniatura della biblioteca di Treviri.

Per conquistare la pace con Agilulfo, in realtà, Gregorio ha fatto leva anche sull’amicizia con la regina longobarda Teodolinda, e sta puntando alla conversione al cattolicesimo dell’intero popolo. Nel frattempo non manca di scontrarsi con il patriarca di Costantinopoli quando si dichiara “ecumenico”, ovvero universale, spalleggiato ovviamente dall’imperatore. Mancano ancora cinquecento anni allo scisma tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa, ma i presupposti ci sono già tutti: “Colui che ricevette le chiavi del Regno dei Cieli – dice il papa – non fu mai chiamato Apostolo Universale; e ora il più Santo Uomo, il mio vescovo collega Giovanni rivendica il titolo di Vescovo Universale. Tutta l’Europa è nelle mani dei barbari e, malgrado tutto, i preti cercano ancora per se stessi e fanno sfoggio di nuovi e profani titoli di superbia!”.

D’altra parte Gregorio, che di universale vuole solo il servizio, ecumenico – nell’accezione moderna del termine – dimostra di esserlo veramente, battendosi in difesa degli ebrei di Roma, ai quali assicura tranquillo esercizio di culto. Non abbandona nemmeno l’idea di conquistare al cristianesimo la Gran Bretagna e approfittando delle nozze del re anglosassone Etelberto del Kent con la principessa cattolica francese Berta invia 40 monaci di Sant’Andrea al Celio, di cui è diventato priore il romano Agostino. Il benedettino – dopo un’iniziale resistenza (spaventato dai racconti sulla crudeltà dei sassoni ascoltati in Provenza fugge dalla missione tornando a Roma, e deve intervenire lo stesso Gregorio per rincuorarlo) – diventerà l’apostolo d’Inghilterra e il primo vescovo di Canterbury.

Scrittore impetuoso e prolifico, Gregorio ha lasciato tra l’altro 854 lettere raccolte in 14 libri, un commento al libro di Giobbe (Moralia in Iob) divenuto uno dei testi più influenti del Medioevo, 62 omelie e i Dialoghi che contengono anche la prima biografia di San Benedetto. Ma anche la musica gli deve moltissimo: è proprio lui, infatti, a promuovere quella modalità di canto che prende il nome di “gregoriano” e che diventa il canto liturgico ufficiale della Chiesa. Secondo una leggenda Gregorio dettava i suoi canti ad un monaco, alternando la dettatura a lunghe pause; il monaco, incuriosito, avrebbe scostato un lembo del paravento di stoffa che lo separava dal pontefice per vedere cosa egli facesse durante i lunghi silenzi, e avrebbe visto una colomba posata su una spalla del papa che gli dettava a sua volta i canti all’orecchio.

San Gregorio Magno, pannello in legno scolpito del XVI secolo.

Gregorio avrà anche una enorme influenza sul nome stesso dei suoi successori. Dopo Giovanni, il suo nome è quello più scelto dai papi. Saranno ben 15 a portarlo, l’ultimo Gregorio XV: come il primo anche lui monaco benedettino, segnato anch’egli da un doppio ruolo religioso e politico. papa dal 1831 al 1846, sarà l’ultimo vescovo di Roma a morire come re dello Stato pontificio. In anni più recenti, invece, è stato scelto da Clemente Dominguez Gomez, fondatore della chiesa scismatica palmariana, che dopo la morte di Paolo VI si è autoproclamato papa con il nome di Gregorio XVII.

Gregorio Magno muore il 12 marzo del 604 e viene sepolto nella basilica di San Pietro. Il suo successore Sabiniano attua una radicale inversione di tendenza rispetto alla sua opera: con una vera e propria restaurazione, allontana i monaci dalla Curia tornando ad assegnare gli uffici ecclesiastici al clero secolare, torna ad ingraziarsi l’aristocrazia romana e interrompe l’attività di assistenza gratuita ai bisognosi accusando il suo predecessore di aver dissipato il patrimonio della Chiesa pur di essere lodato e ottenere fama di benefattore; infine fa distribuire il grano alla popolazione affamata dietro pagamento, provocando una rivolta popolare di cui rimane vittima.

Secondo una leggenda, lo stesso Gregorio gli appare in sogno ammonendolo per il suo comportamento. E poiché Sabiniano non accenna a voler cambiare atteggiamento, Gregorio lo colpisce con il pastorale uccidendolo. Paladino del popolo romano anche da morto.

Arnaldo Casali

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