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Santa Margherita, patrona delle coppie di fatto

Margaritone D’arezzo, Tavola con gli episodi della vita di Santa Margherita di Cortona, fine sec. XIII, Museo Diocesano di Cortona

È la patrona delle “Maddalene”, anche se santa Margherita da Cortona con la Maddalena ha solo una cosa in comune: l’essere stata vittima di una secolare calunnia ad opera della tradizione cattolica.

Né Margherita, né Maria di Magdala sono infatti mai state prostitute. Eppure così le ricorda la Chiesa. Un po’ perché la figura della prostituta redenta è molto bella e funzionale alla pastorale cristiana, un po’ perché i preti hanno sempre avuto difficoltà a distinguere una prostituta da una donna “single”, e nessuna delle due era sposata.

Ma se tutto ciò che sappiamo della Maddalena è che è l’unica donna dei Vangeli ad essere identificata con la città di provenienza anziché con il nome del marito o del padre, di Margherita sappiamo tutto, forse troppo per non creare imbarazzo nei perbenisti.

Celebrata dalla Chiesa Cattolica il 22 febbraio, Margherita da Cortona è infatti l’unica santa della Storia che non solo non è mai stata monaca né suora, ma non era neppure sposata: conviveva.

Nata nel 1247 a Laviano, in provincia di Perugia, in una povera famiglia contadina, Margherita viene allevata – secondo la tradizione – tra mille angherie da una matrigna gelosa e bisbetica come quelle delle fiabe.

Bellissima, e quindi corteggiatissima, a 18 anni scappa di casa e va a vivere con un giovane nobile di Montepulciano di cui si è follemente innamorata.

Nonostante nove anni di convivenza l’uomo non la sposa, nemmeno dopo la nascita di un figlio, e finisce per essere assassinato. La tradizione vuole che sia un cagnolino a guidare la giovane compagna che ritrova il cadavere dell’amato in un bosco.

Cacciata dal castello dai parenti dell’uomo e ripudiata dalla sua famiglia, Margherita trova accoglienza a Cortona, città toscana dove era nato frate Elia Bombarone, il primo ministro generale dell’ordine francescano, che – pur finendo scomunicato e considerato da molti ‘traditore’ di Francesco stesso – ha lasciato nella città toscana una traccia molto robusta del Poverello di Assisi.

Innamoratasi dell’ideale francescano, Margherita lavora come infermiera per le partorienti, educa il figlio – che si farà poi frate minore – e si dedica agli ammalati poveri.

Prende con sé alcune volontarie che si chiameranno “Poverelle”, promuove l’assistenza gratuita a domicilio dei malati e riesce a coinvolgere anche le famiglie nobili della zona, che mettono a sua disposizione somme ingenti con le quali nel 1278 riesce a fondare l’ospedale della Misericordia. L’assistenza è assicurata dalla confraternita delle Poverelle e dai Mantellati, per la quale Margherita – divenuta una Madre Teresa ante litteram – ha scritto gli Statuti di chiara impronta francescana.

L’urna di Santa Margherita, nella basilica dedicata alla santa, a Cortona

Scende anche in piazza, quando è necessario, per pacificare gli animi e per rasserenare il turbolento clima politico del suo tempo. Vive un periodo da contemplativa e una domenica ricompare a Laviano, per raccontare in chiesa, durante la Messa, le sue vicende giovanili chiedendo perdono.

A Cortona spesso la gente va da lei, nella cella presso la Rocca dove si è stabilita nel 1288: chiede il suo intervento nelle contese cittadine e nelle lotte con altre città e nel 1289 è tra coloro che danno vita alla Confraternita delle Laudi. Morirà a Cortona nel 1297, a cinquant’anni di età.

Con dubbio gusto, la Chiesa l’ha fatta patrona delle prostitute redente. In realtà Margherita, con le prostitute – redente o meno – non ha mai avuto niente a che fare. Ma l’antico detto “Margherita da Cortona, che prima di fare la santa faceva la puttana” ci suggerisce la poca tenerezza provata, dalla Chiesa, nei confronti della sua tormentata storia d’amore.

Da sottolineare che Margherita non solo non era una prostituta, ma nemmeno una “ragazza facile”: la sua unica colpa era stata quella di innamorarsi di un uomo che non volle mai regolarizzare la loro unione; più che delle prostitute, quindi, dovrebbe essere patrona delle coppie di fatto.

Arnaldo Casali

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La Preghiera semplice di San Francesco: un falso del Novecento

“Francesco predica agli uccelli”, predella de “Le stigmate di San Francesco”, dipinto (1295-1300) di Giotto conservato al Louvre

È la più celebre preghiera francescana dopo il Cantico delle creature, omaggiata da canzoni, santini, solenni discorsi ed espressioni artistiche e religiose di ogni genere. Peccato che con Francesco d’Assisi non c’entri niente.

La Preghiera semplice è il più clamoroso falso della spiritualità contemporanea. Tanto più clamoroso proprio perché contemporaneo. Non si tratta infatti di un’antica orazione erroneamente attribuita al santo di Assisi, ma di un testo “giovanissimo”, visto che è stato scritto appena un secolo fa.

A lasciare che si “imboscasse” impunemente tra gli scritti del Poverello, oltre alla straordinaria bellezza e allo spirito – quello sì – autenticamente francescano, anche il fatto che le poesie di Francesco d’Assisi rappresentano un universo tanto popolato quanto variegato e discontinuo.

Ad esempio, delle Lodi di Dio Altissimo, che il santo scrisse di ritorno dal viaggio in Egitto, traducendo e riadattando la preghiera islamica I 99 nomi di Allah, abbiamo addirittura il manoscritto autografo dello stesso Francesco, conservato oggi nel Sacro Convento di Assisi. Secondo la testimonianza di frate Leone, Francesco avrebbe scritto la preghiera sulla Verna dopo aver ricevuto le stimmate. Nella stessa carta Francesco tracciò poi una benedizione per frate Leone, che custodì la pergamena fino alla sua morte all’interno di una tasca appositamente cucita sulla tonaca, all’altezza del cuore.

La Preghiera davanti al crocifisso, invece, ci è stata tramandata da una tradizione antichissima che la colloca nel 1206, vale a dire nei primissimi tempi della conversione, quando il giovane Francesco si interrogava ancora sulla strada da seguire, mentre la paternità del Cantico delle creature è attestata da molte fonti, tra cui i ricordi dei compagni più intimi come lo stesso frate Leone. La tradizione che ha attribuito la Preghiera semplice a San Francesco invece, si è formata addirittura nel corso del Novecento, ma si è tanto radicata da essere ormai accettata anche dai custodi della memoria del Giullare di Dio.

La Chartula fratri Leoni con le Lodi di Dio altissimo, conservata nella cappella delle reliquie della Basilica di San Francesco

Una vera e propria leggenda contemporanea, quindi, cresciuta nel secolo del razionalismo e della scienza e formatasi, per di più, negli stessi anni in cui gli studi su San Francesco compivano passi da gigante grazie alla scoperta, avvenuta a Perugia nel 1922, di un manoscritto che avrebbe rivoluzionato gli studi francescani: quello che fu in seguito noto come Leggenda Perugina, e nel quale – come dimostrò Raoul Manselli – si possono rintracciare i ricordi dei compagni più intimi del santo.

Come è nata, dunque, la tradizione che vuole la Preghiera semplice composta da Francesco d’Assisi?

“In realtà si tratta di una storia tanto singolare quanto bella” spiega Alfonso Marini, francescanista e docente di Storia Medievale all’Università la Sapienza di Roma. Una vicenda a cui lo storico Christian Renoux ha dedicato un intero libro: La prière pour la paix attribuée à saint François, une énigme à résoudre, pubblicato dalle Edizioni francescane di Parigi nel 2001 e ancora inedito in Italia.

Tutto inizia nel dicembre 1912, quando la poesia viene pubblicata per la prima volta in Francia, nella rivista ecclesiastica La Clochette, da padre Esther Bouquerel. Il testo è in francese, anonimo, e si intitola Belle prière à faire pendant la messe.

“La Clochette – spiega padre Pietro Messa, preside della Scuola superiore di studi medievali e francescani di Roma – era l’organo della Ligue de la Sainte-Messe, una pia associazione avente come finalità la diffusione della partecipazione alla Messa, soprattutto domenicale, tra i cattolici”. La Clochette contava 8000 abbonati e fra questi c’era il canonico Louis Boissey (1859-1932), anche lui editore di un bollettino, gli Annales de Notre-Dame de la Paix, all’interno del quale – nel gennaio del 1913 – pubblicò la preghiera lasciando invariato il titolo e indicandone l’origine. Tramite questa seconda diffusione la preghiera viene conosciuta dal marchese della Normandia, Stanislas de la Rochethulon et Grente, presidente del Souvenir Normand, un’associazione che vantava, tra l’altro, legami con il Vaticano.

Madre Teresa di Calcutta ricevette il Premio Nobel per la pace nel 1979 e in quella occasione chiese che venisse recitata la Preghiera semplice

È grazie a questi legami che nel dicembre 1915 – nel pieno della Prima guerra mondiale, definita da Benedetto XV “un’inutile strage” – il marchese inviò al Segretario di Stato vaticano Gasparri una serie di preghiere per la pace da trasmettere al papa. Il 20 gennaio 1916 l’Osservatore Romano pubblicò la preghiera, con una traduzione italiana.

La leggenda era iniziata e già monsignor Alexandre Pons la pubblicava definendola “une prière très ancienne”.

Il legame con la figura di Francesco d’Assisi era nato già con lo stesso padre Bouquerel (probabilmente l’autore stesso della preghiera) che in Normandia aveva svolto attività pastorale in una comunità di francescani; la sua prima opera, d’altra parte era stata un omaggio a una terziaria francescana pubblicato nel 1889. “Ciò che caratterizzò la sua attività – spiega ancora Messa – fu l’apostolato eucaristico e, soprattutto dal 1914, la preghiera a favore della pace”. Un’opera in linea con il pacifismo di papa Benedetto XV che aveva condannato duramente la prima guerra mondiale.

Ed è proprio sul fronte della Grande Guerra che cominciano a circolare dei volantini con il testo destinato a diventare celebre in tutto il mondo. “E’ una preghiera che parla di pace – osserva Marini – trascritta, tradotta e diffusa da uomini che stavano vivendo l’orrore della guerra: questo la rende quindi ancora più bella e significativa che se fosse stata scritta dallo stesso Francesco”. Qualche tempo dopo la preghiera apparve in alcuni santini, affiancata all’immagine del santo di Assisi: iniziò così l’identificazione del Poverello come autore di quella che è diventata, con il passare degli anni un emblema stesso del francescaneismo. Nelle prime immaginette viene scritto che questa preghiera “riassume meravigliosamente la fisionomia esteriore del vero seguace di san Francesco” mentre dopo il 1920 la preghiera si diffonde anche in ambito protestante soprattutto in Svizzera e in Belgio attraverso carte postali con il titolo “Prière des Chevaliers de la paix” e con la menzione: “attribuée a St. François d’Assise”.

Tra gli anni Venti e Trenta si diffonde in Inghilterra e in Germania mentre nel 1945 la chiesa di Ginevra la definisce “del XIII secolo e opera di Francesco d’Assisi”. “La preghiera è stata diffusa inizialmente in francese, poi in inglese e in tedesco – aggiunge Marini – è quindi molto buffo il fatto che per avvalorarne l’autenticità sia stata in seguito tradotta anche in italiano antico”.

“Negli Stati Uniti e nel Canada conobbe una diffusione enorme – racconta Messa – e alcuni francescani canadesi affermano che sarebbe stata letta nel 1945 al momento della conferenza di San Francisco da cui nacque l’Onu. Il primo febbraio 1946 fu presentata al Senato di Washington definendola come una “preghiera di san Francesco” scritta nel 1226. Ormai tutti i testi attribuiscono tale preghiera a san Francesco e nel 1952 il pellegrinaggio di Pax Christi a Roma e Assisi adotta tale preghiera”. “Dagli anni cinquanta – aggiunge il frate minore – le edizioni francescane e Daca in Assisi iniziano a diffondere la nostra preghiera in varie lingue sulle cartoline e in questo modo si è letteralmente sparsa in tutto il mondo, senza che i francescani fossero allarmati dalla falsa attribuzione”.

Il disco in vinile della colonna sonora di “Fratello Sole sorella Luna”, film di Franco Zeffirelli del 1972

Tra le tante versioni musicali quella di Sebastian Temple del 1967 eseguita il 6 settembre 1997 nell’abbazia londinese di Westminster al funerale della principessa Lady Diana e quella scritta da Riz Ortolani e da Jean-Marie Benjamin (prete, musicista, funzionario dell’Onu e inviato del Vaticano in Iraq) per il film Fratello sole, sorella luna, cantata da Claudio Baglioni.

“Ormai essa è divenuta una preghiera universale fatta propria dal movimento gandiano di Lanza del Vasto, dal vescovo brasiliano Helder Câmara, dal Consiglio Ecumenico delle Chiese. Madre Teresa di Calcutta la considera come un programma spirituale dei Missionari della carità e la fece recitare nel 1979 quando a Oslo le fu assegnato il premio Nobel per la pace, mentre il vescovo anglicano sud-africano Desmond Tutu la considera parte integrante della sua devozione. Anche dei politici la citarono, come il primo ministro inglese Margaret Thacher il 4 maggio 1979 e il presidente Bill Clinton nel 1995, allorché accolse la visita di Giovanni Paolo II negli Stati Uniti”.

E se è vero – come nota Messa – che il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II la citò durante la giornata con tutti rappresentanti delle religioni, “è pure vero che la scelta di Assisi per quel raduno fu determinato in parte anche alla attribuzione a san Francesco di tale preghiera per la pace”.

D’altra parte se sicuramente la preghiera non è stata scritta da Francesco d’Assisi, il testo sembra riecheggiare una fonte francescana come i Detti del beato Egidio: “Beato colui che ama e non desidera essere amato, beato colui che teme e non vuole essere temuto, beato chi si cura degli altri e non vuole cure per sé”.

Ovviamente la Preghiera semplice non trova posto nella raccolte ufficiali delle Fonti Francescane; ciò nonostante è tanta la sua diffusione popolare che Kajetan Esser, autore della più importante edizione critica degli scritti di Francesco, ha sentito l’esigenza di fare, nel suo libro, almeno un breve cenno al celebre apocrifo, con queste parole: “Forma huius orazioni, hodie per totum ordem terrarum diffusae, paulatim initio saeculi XX exorta posteas Francisco erronee attributa est”.

Arnaldo Casali

Testo della Preghiera semplice

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Cosma Indicopleuste, il cielo in una stanza

Il modello a tabernacolo dell’universo di Cosma. Sullo sfondo si sono due Soli, che servono per spiegare la diversa durata del giorno e della notte a seconda delle stagioni. In inverno, il Sole resta oscurato dalla montagna per un tempo più lungo perché passa più vicino alla sua larga base, mentre in estate gli angeli lo accompagnano dietro la stretta cima del monte

Piatta, rettangolare e contenuta in un baule con tanto di coperchio.

È la Terra di Cosma Indicopleuste, mercante e viaggiatore alessandrino del VI secolo che poi si fece monaco. E teorizzò quella che può essere annoverata come la cosmologia più bislacca della Storia.

Esposto tra il 535 e il 547 nella Topographia Christiana, il bizzarro punto di vista di Cosma descrive il mondo come una tavola, con il lato lungo orientato nella direzione est-ovest.

La Terra è circondata da un oceano, con golfi che corrispondono al Mare Mediterraneo, al Mar Rosso, al Golfo Persico e al Mar Caspio. Verso occidente culmina in una ripida montagna, dietro alla quale ogni notte si nascondono il Sole e le stelle, che compiono il loro viaggio giornaliero da oriente a occidente e viceversa grazie a una schiera di angeli conducenti.

Quattro pareti verticali, saldate ai lati del mondo, si innalzano e man mano si piegano fino a formare la volta del cielo, che Cosma paragona al soffitto di una stanza da bagno ma che per noi è più vicina al coperchio ricurvo di un vecchio baule da viaggio.

Il grande tetto del cielo è diviso in due parti. Dalla Terra fino al firmamento, una specie di controsoffitto, c’è il regno degli uomini e degli angeli: in basso comprende mari e continenti e, nella parte più alta, i beati e le creature celesti che controllano il movimento degli astri. Al di sopra del firmamento si trova il trono di Cristo, che occupa l’estremo vertice del cielo e sarà la sede dei beati dopo il giorno del giudizio.

All’interno del suo universo, Cosma trova posto anche per il Paradiso Terrestre, collocato sullo stesso livello del mondo emerso ma alle propaggini del piano che lo contiene. È separato dalle terre abitate da un immenso oceano e, da dopo il diluvio universale, non è più raggiungibile.

Dell’opera di Cosma Indicopleuste esistono due manoscritti, ricchi di illustrazioni del più alto interesse. Sono entrambi del secolo XI: uno è conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e l’altro nella Biblioteca Vaticana (Fonte: Enciclopedia Treccani)

La concezione della Topographia Christiana stupisce. Soprattutto se si considera che il suo autore viaggiò molto. L’attributo Indicopleuste significa “navigatore delle Indie” e il mercante attraversò il Mediterraneo, il Mar Rosso e il Golfo Persico, fino a raggiungere l’Abissinia e i paesi limitrofi. In una occasione, osò persino avventurarsi nel temuto Oceano, che “non può essere navigato a causa del grande numero di correnti che lo solcano e delle fitte nebbie che oscurano i raggi del Sole; e per la vastità della sua estensione”.

Con ogni probabilità, Cosma visitò anche luoghi a meno di dieci gradi dall’equatore. Ma, nonostante le evidenze, l’idea che il mondo potesse essere sferico non riuscì proprio a mandarla giù.

E non era una questione di ignoranza, perché dai suoi scritti risulta che fosse a conoscenza degli studi cosmologici nati nel V secolo a.C. e portati avanti da Pitagora, Aristotele, Eratostene (che nel III secolo a.C. calcolò con buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre), fino a Claudio Tolomeo, che nel II secolo d.C. disegnò le terre conosciute e divise il mondo in trecentosessanta gradi di meridiano.

Il fatto è che non poteva accettarli. Anzi, considerava un dovere non solo disconoscerli, ma addirittura condannarli. Il titolo del primo libro del suo lavoro è esplicativo: “Contra eos qui cum Christiani esse velint, secundum exteros sphaericum esse-coelum putant et opinantur” (“Contro quelli che, pur volendo professare il cristianesimo, pensano e immaginano come i pagani che il cielo sia sferico”).

Una pagina (facsimile) del manoscritto della Topographia Christiana (sec. XI) conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. La fonte di ispirazione per la teoria del Tabernacolo è l’Esodo (25: 8-9), dove Dio dice a Mosè: “Mi facciano un santuario, perché io abiti in mezzo a loro. Voi lo farete secondo tutto quello che io ti mostrerò, sia per il modello del tabernacolo che per il modello di tutti i suoi arredi”

Cosma spazzò via, una dopo l’altra, tutte le argomentazioni della scienza classica perché ritenne che la forma dell’universo potesse essere appresa solo dallo studio delle Sacre Scritture. Il testo biblico di riferimento è il passo in cui Dio spiega a Mosè come costruire il Tabernacolo e Cosma basò solo su questa autorità la comprensione del luogo che lo ospitava. Dove il sapere cosmologico antico non corrispondeva ai testi delle Sacre Scritture, lo mise decisamente da parte.

Certo Cosma non era l’unico a pensarla così, nel VI secolo. Ma non per questo è lecito supporre che la cosmologia dell’Antichità fosse stata dimenticata. In realtà non lo fu mai. Ma per un certo periodo e in alcune circostanze venne piegata alla volontà di una causa che si riteneva maggiore. Quella della fede.

Le carte geografiche, nate a suo tempo per risolvere necessità pratiche come il commercio e le campagne militari, in questi ambiti travalicarono il fine di rappresentare il mondo con fedeltà. Lo scopo diventò quello di evidenziare la sua essenza concettuale e teologica.

Così nacquero teorie che si sforzavano di far quadrare ad ogni costo la struttura del cosmo con i dettami delle Sacre Scritture e Cosma fu il primo a prendersi la briga di elaborare un sistema che sostituisse le dottrine dei filosofi pagani.

A livello metaforico, però, la “teoria del Tabernacolo” ebbe la sua anteprima già a cavallo tra il II e il III secolo con Clemente Alessandrino (ca. 200), che individuò nella dimora di Dio e nel suo arredo una rappresentazione dell’universo, anche se in forma puramente allegorica e senza la necessità di rifiutare le conoscenze più antiche.

L’esordio vero e proprio si deve invece a Severiano, vescovo di Gabala, che nel secolo IV con le sei In mundi creationem orationes spiegò il sistema cosmico delineato nel primo capitolo della Genesi. Da quest’epoca in poi, un certo numero degli autori patristici accettò l’idea che l’universo avesse la forma del Tabernacolo. Da Diodoro, vescovo di Tarso morto nel 394, fino a Teodoro di Cilicia, morto nel 428 e di cui sappiamo grazie alle citazioni di uno scrittore più tardo, Filopono, che descrive con ironia le sue lezioni sulla teoria del Tabernacolo e sul moto delle stelle, innescato dagli angeli.

Tra gli esponenti della Chiesa c’erano comunque anche opinionisti più assennati. San Basilio (330-379) sosteneva: “che importa di sapere se la Terra è una sfera, un cilindro, un disco, o una superficie curva: ciò che m’importa è di sapere come debbo comportarmi verso me stesso, verso gli uomini, verso Dio”. Anche Sant’Ambrogio di Milano (morto nel 397) riteneva che per l’uomo non c’è alcuna utilità nel conoscere la natura o la posizione della Terra, ma tra le righe accennò più volte ai cieli come a delle sfere.

Gli Antipodi del Maestro delle Metope di Modena (XII secolo)

Sant’Agostino (354-430) poi, memore degli studi compiuti su Platone e San Paolo, espresse una moderazione ancora maggiore. Nella sua visione la Terra potrebbe anche essere una sfera, ma in tal caso non è detto che emerga completamente dalle acque o che tutte le sue parti siano abitate. Agostino quindi, non tenne un atteggiamento di disprezzo verso la scienza greca. Sembra anzi che desiderasse accettarla, a meno che la Scrittura non lo costringesse altrimenti.

Su una cosa sola, e per molto tempo, rimasero tutti d’accordo: la questione degli Antipodi. Fu con questo termine che i greci chiamarono i popoli di una ipotetica terra diametralmente opposta a quella conosciuta, e presto si pose il problema dell’abitabilità di queste regioni, che presero il nome dei loro teorici abitanti. Già Aristotele escluse una tale possibilità. E fu l’unico punto sul quale tutti i teologi medievali gli diedero ragione. Erano unanimemente convinti che i malcapitati aborigeni, se fossero esistiti, avrebbero dovuto passare tutta la vita a testa in giù.

Daniela Querci

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La battaglia di Poitiers

La battaglia di Poitiers in un dipinto di Charles de Steuben. A cavallo Carlo Martello, rivolto verso Abd er-Rahman (a destra)

Il 10 ottobre del 732, nella pianura nei dintorni di Tours, tra Poitiers e Moussais, si affrontano i franchi di Carlo (da quel giorno Martello) e i mori (i numidi dei tempi di Annibale) di Abd er-Rahman. Con la vittoria dei franchi l’espansionismo musulmano si fermerà ai Pirenei, cambiando definitivamente il destino dell’Europa.

Dall’Oriente alla Spagna La sconfitta rimediata dalle armate musulmane tra il 717 e il 718 durante il tentativo di assedio di Costantinopoli, spinse a cercare un’altra via alla diffusione della fede: dal nord Africa alla Spagna. Cartagine era già caduta nel 697. Le popolazioni berbere avevano accettato l’islam negli anni successivi. La Spagna era a poche miglia dall’altra parte dello stretto. L’emiro Musa ibn Nusair nel 711 inviò Tarik ibn Ziyad (da lui prenderà nome lo stretto di Gibilterra, Gebel al Tarik, monte di Tarik) con 7.000 uomini a compiere una scorreria a vasto raggio, ma le divisioni interne tra i vari potentati visigoti portarono, nel giro di pochi anni, quasi tutta la penisola iberica sotto il possesso musulmano. La pressione musulmana aveva varcato anche i Pirenei, con il mobile esercito berbero a razziare più volte la Gallia meridionale e mettendo a rischio le regioni centrali.

La battaglia di Poitiers fu il risultato di un’azione politica da un lato e del desiderio di razzia di un territorio molto ricco dall’altro. A livello politico sia il governatore e generale Abd er Rahman sia Carlo Martello non avevano accettato l’accordo tra Oddone di Aquitania (insofferente al potere franco) e Othman ben ali Neza, signore di una parte dei Pirenei settentrionali, a sua volta desideroso di sganciarsi dal potere omayyade. Così il generale musulmano decise di marciare contro il rinnegato Neza, lo annientò e poi proseguì verso le fertili valli della Gallia meridionale. Sconfisse sul campo Oddone nei pressi di Bordeaux e puntò su Tours, inseguendo le leggendarie ricchezze dell’abbazia di San Martino. Le truppe more giunsero fino «alla Loira, saccheggiando anche la chiesa di Sant’Ilario»1. A quel punto intervenne Carlo Martello, maggiordomo di palazzo del re merovingio, dopo aver incassato la sottomissione di Oddone.

La tomba di Carlo Martello (690 ca. – Quierzy, 11 novembre 741) a Saint-Denis. Carlo esercitò il potere regale dal 737 al 741 pur non avendone il titolo (era un ministro del regno). Il soprannome Martello (diminutivo di Marte), secondo un’ipotesi, gli venne attribuito da alcuni cronisti della dinastia carolingia per la sua particolare capacità bellica

I due eserciti L’esercito di Carlo Martello ammontava ad almeno 30.000 uomini, «un insieme di soldati di professione da lui comandati nelle campagne in Gallia e Germania, e un’assortita moltitudine di miliziani poco equipaggiati e scarsamente addestrati». I franchi combattevano a piedi e a cavallo, indossavano armature di cuoio e ferro ed erano armati di spade e asce, da battaglia e da lancio. L’esercito franco era costituito «in gran parte, di milizia territoriale, mista ai guerrieri delle scara, le forze d’élite della corona merovingia: armati pesantemente, con scudo, elmo, cotta di maglia, possedevano addestramento e flessibilità di impiego, così da essere l’anello di congiunzione tra il cavaliere del tardo-romano impero e quello medievale».

Abd er-Rahman poteva contare su 80.000 uomini, in gran parte mori che combattevano a cavallo con scimitarre e lance, senza armatura e senza archi. Si battevano con una sola tattica: la carica frontale di cavalleria. Ed era anche «il loro punto debole … non sapevano far altro che attaccare; erano addestrati solo a questo e non avevano neanche il concetto di difesa». I musulmani si presentarono allo scontro, inoltre, rallentati e appesantiti dal frutto delle razzie compiute nella regione. Una preda che nessuno voleva abbandonare, visto che la spedizione era stata organizzata «per fare bottino, più che per assoggettare» il ricco Poitou e le valli della Loira e della Senna.

L’esercito musulmano procedeva lentamente con il suo carico di ricchezze, quando all’orizzonte apparvero Carlo Martello e le sue truppe. L’effetto sorpresa c’era stato, ma i franchi non ne approfittarono. Preferirono tenersi a distanza per una settimana, studiando il nemico e saggiandone la consistenza e forza con piccoli attacchi delle avanguardie. Il comandante musulmano, fu colto di sorpresa dalla comparsa dei nemici, ma non pensò neanche di abbandonare il bottino e dare battaglia. Anzi, approfittando della pausa offerta dai franchi, spedì una parte delle sue truppe verso sud, come scorta al bottino, lungo la strada verso i Pirenei e la Spagna, ma «la ritirata, rallentata dal bottino, … divenne impraticabile nei pressi di Poitiers».

ʿAbd er-Raḥmān I al-Dākhil, ovvero “l’Immigrante” (in arabo: عبد الرحمن الداخل‎; Damasco, marzo 731 – Cordova, 788), fu il primo emiro indipendente di al-Andalus

La battaglia Carlo aveva avuto modo di conoscere il modo di combattere dei musulmani e le truppe di cui disponeva, con relativo armamento, avrebbero potuto ben contrastare il nemico. Il comandante franco dispose i suoi uomini «in un quadrato difensivo composto principalmente dai suoi franchi, ma integrato da elementi presi dalle numerose tribù assoggettate», gepidi, alamanni, sassoni, bavari e germani, in modo da costituire un muro di scudi e lance contro cui «la cavalleria musulmana si accanì senza risultato» mentre «i giavellotti e le asce da lancio di questi colpivano duramente gli uomini e i cavalli che si avvicinavano». La fanteria franca, inoltre, era «schierata su un campo di battaglia ristretto, limitato da appigli tattici alle ali per evitare aggiramenti» costituiti dai fiumi Clain e Vienne e da un bosco dove si nascose la cavalleria di Oddone.

L’esercito franco era, quindi, disposto «in una grande massa, su terreno ben difendibile e con i fianchi protetti da alcuni ostacoli naturali», ma il comandante musulmano non pensò a tattiche alternative, i cavalieri si disposero in «un’unica massa e si lanciarono in una carica furibonda Nell’impossibilità di girare intorno ai fianchi dello schieramento nemico e attaccare dal retro e i cavalieri arabi dovettero compiere ripetuti assalti frontali». I musulmani confidavano anche sull’effetto destabilizzante che avrebbe prodotto la comparsa sul campo di battaglia dei cammelli da trasporto, il cui pungente odore era insopportabile ai cavalli dei franchi, ma lo schieramento nemico non si mosse. Così la disposizione delle truppe musulmane a mezzaluna perdeva di efficacia.

Gli uomini di Abd er-Rahman continuavano ad attaccare, a subire perdite e non guadagnare un metro di terreno perché «i franchi, abili nel maneggio dell’ascia e della spada» li respingevano «riparando in breve tempo i piccoli varchi aperti nel loro schieramento». Isidoro Pacense, nella Cronaca mozarabica, descrive una formazione difensiva solida, con «gli uomini del nord immobili come un muro; sembravano saldati insieme in un baluardo di ghiaccio impossibile da sciogliere, mentre trucidavano gli arabi con le spade. Gli Austrasiani, dagli enormi arti e le mani di ferro, colpivano coraggiosamente nel cuore della battaglia». I franchi, chiamati per la prima volta «europei» in una cronaca coeva, tennero il fronte contro le cariche di cavalleria leggera musulmana e «la francisca, un’ascia che poteva anche essere lanciata, dovette lavorare molto quel giorno per disarcionare i cavalieri o finirli a terra, mentre la siepe di lance e il muro di scudi cristiani risultavano invalicabili». Per i cavalieri berberi e mori, infatti, non c’era molta scelta: finire infilzati sulle lance, schiacciati dai cavalli imbizzarriti o uccisi a colpi d’ascia una volta caduti a terra e in balia dei soldati franchi che uscivano dai ranghi per finire gli avversari appena l’ondata di cavalleria prendeva la via della ritirata. I musulmani iniziano a d arretrare, i cavalli sono sfiniti per le continue cariche e infruttuose cariche.

Lo schema tattico della battaglia (immagine ©ArsBellica, www.arsbellica.it)

Ad un certo punto della battaglia, però, Abd er-Rahman riuscì a penetrare lo schieramento franco con un drappello di cavalieri. Nello stesso momento Oddone d’Aquitania, «al segnale convenuto dell’accensione di un fuoco», aveva portato un contingente di cavalleria alle spalle dei mori e aveva attaccato il campo. Una cronaca islamica, riportata da Edward Creasy (Fifteen decisive battle of the world, p. 166): «molti musulmani temettero per la sicurezza delle spoglie che avevano ammassato nelle tende, e tra i loro ranghi cominciò a circolare la falsa voce che il nemico stava saccheggiando l’accampamento; perciò, numerosi squadroni di cavalleria si precipitarono a difenderlo». Fu l’inizio del tracollo del fronte musulmano. Carlo Martello dà ordine ai suoi di avanzare, compatti, sempre difesi dal muro di scudi. I fanti saraceni, senza protezione, non possono nulla contro la stazza degli uomini del nord e le armi pesanti. Il corpo a corpo si trasforma in una carneficina. La ritirata improvvisa dei musulmani lasciò isolato Abd er-Rahman «che venne infilzato da un fante austrasiano» e morì sul campo. Nella letteratura epica posteriore si racconta che fu abbattuto da un colpo di scure di Carlo Martello.

Con il calare del sole lo scontro diminuisce d’intensità e alla fine i mori si ritirano verso Poitiers. Carlo Martello, con poca cavalleria e temendo di finire in trappola, non inseguì il nemico e «si accontentò di occupare il campo di battaglia» con la sua fanteria. Il mattino successivo dal campo musulmano non si ode alcun rumore. Gli esploratori franchi lo trovano vuoto. Il nemico si è ritirato nella notte, appena scoperto che il generale Abd er-Rahman era morto nella battaglia.

Le perdite musulmane non sono mai state quantificate, ma si ritiene che furono ingenti visto che gli storici arabi ricordano lo scontro come “il lastricato dei martiri della fede”, mentre nel campo franco si stima che persero la vita almeno 1.500 soldati. Le cronache medievali riportano la cifra di 1.007 caduti per i franchi e l’inverosimile cifra di 375.000 per gli arabi. Abd er-Rahman cadde combattendo e «i cronisti arabi affermano che fu vittima della sua stessa audacia, per essersi spinto troppo oltre e aver ceduto all’avidità di portarsi dietro un grande bottino, che ne aveva rallentato i movimenti e che lo aveva posto in condizione di inferiorità di fronte al nemico».

Espansione islamica tra i secoli VII e VIII

Le conseguenze Poitiers fu, certamente, il punto d’Europa più a nord toccato dai musulmani nel corso dei tentativi di espansione o di invasione o razzia e «da allora gli arabi, peraltro divisi e alla prese con le rivolte dei berberi, non furono più in grado di minacciare concretamente lo scacchiere a nord dei Pirenei». Carlo Martello ottenne vittorie più decisive «con la collaborazione della fortissima cavalleria longobarda, ad Arles, ad Avignone e, soprattutto, sul fiume Berre, non lontano da Narbona, liberando dall’occupazione islamica quasi tutto il Mezzogiorno di Francia (Aquitania, Provenza, Settimania): un ciclo operativo che vide il proprio epilogo nella riconquista di Narbona, nel 759, a opera di Pipino il Breve». L’affermazione di Carlo Martello a Poitiers, «i cronisti cristiani, che dopo la vittoria sugli arabi videro in lui il difensore della fede, lo chiamarono “Martello”, per equipararlo a Giuda Maccabeo, condottiero dell’Antico Testamento, anch’egli contraddistinto da quel soprannome», permise di estendere il suo potere alla Gallia meridionale e ottenere la fedeltà di Oddone. Lo scontro portò anche ad accelerare il percorso della costituzione della cavalleria pesante come evoluzione dei rapporti tra re e nobiltà e la concessione delle terre. Armare un cavaliere servivano ricchezze e l’economia dell’epoca era legata alla terra. Per potenziare la cavalleria i re franchi iniziarono a distribuire le terre a loro soggette, anche quelle della Chiesa, a nuovi soggetti, mentre i nobili di vecchia data premevano per rendere ereditari i propri possedimenti. «Dopo questa vittoria la cavalleria cominciò a prevalere anche tra i franchi, soprattutto grazie alla diffusione della staffa, a partire dall’VIII secolo», proveniente dalle steppe dell’Asia centrale, la staffa si diffuse rapidamente in Europa e permetteva al cavaliere di rimanere saldo in sella e aumentare la forza e violenza del colpo di lancia o di spada, rendendo la carica di cavalleria pesante inarrestabile in campo aperto. È anche il contatto con gli arabi nel sud della Francia, e con la loro cavalleria, «a far emergere per i franchi, diventati ormai il regno egemone dell’Occidente cristiano, la necessità di modernizzare le proprie strutture militari».

Se Carlo Martello avesse perso a Poitiers «oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e dall’alto delle sue cattedre si dimostrerebbe a un popolo circonciso, e la verità della rivelazione di Maometto» mentre con «l’affermazione del potere franco nell’Europa occidentale, confermata dalla battaglia di Tours, modellò la società e i destini del continente».

Umberto Maiorca

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Questioni di capelli (e cappelli)

Stava a guardare il capello, l’uomo del Medioevo: segno di potere e autorità, ma anche ricettacolo del maligno quando acconciato con vanità. Non è solo una questione di estetica: nel Medioevo i capelli sono una questione ontologica.

Per i germani la lunghezza era uno dei segni distintivi della gerarchia militare: li legavano in cima alla testa per sembrare più alti e più spaventosi in battaglia. La calvizie, più che un problema, era quindi un’autentica umiliazione.

La connessione tra chioma e potere, d’altra parte, è molto antica: basti pensare alla Bibbia, dove la forza di Sansone è proporzionale alla lunghezza dei capelli, ma anche alla società romana, dove gli schiavi si riconoscono proprio per il cranio rasato, segno di sottomissione completa.

Anche i monaci si rasavano in segno di sottomissione a Dio, ma adottavano una rasatura parziale, sulla sommità del capo, la cosiddetta “chierica” il cui taglio dal VII secolo diventa un vero e proprio rituale e che fino alla fine del Novecento (è stata abolita da Paolo VI nel 1972) distinguerà preti, monaci e frati.

Per proteggere la testa dal freddo, i religiosi indossavano un piccolo cappello che copriva solo la parte rasata, detto “zucchetto” o “papalina”, ancora usato dai vescovi, e il cui colore segna il grado gerarchico: nero per i preti, viola per i vescovi, rosso per i cardinali e bianco per il papa.

La chierica permette di distinguere a colpo d’occhio il laico dal religioso. Non a caso, Dante – nel canto XVIII dell’Inferno – trovandosi di fronte a una bolgia di dannati completamente coperti di escrementi, descrive un uomo – Alessio Interminei da Lucca – che ha il capo “sì di merda lordo, che non parëa s’era laico o cherco”.

Anche i Franchi portavano capelli e barba lunga, al contrario dei latini caratterizzati dai capelli corti e barba rasata. E passa proprio attraverso una rasatura l’alleanza tra carolingi e Chiesa: è Carlo Magno, incoronato imperatore dal Papa nel Natale dell’anno 800, a prendere l’abitudine di portare barba e capelli corti e ben curati così come vuole la Chiesa, mentre Luigi II arriva a rasare completamente il viso e a tagliare i suoi capelli quasi come un monaco.

Nel decimo secolo la Chiesa inizia a regolamentare con precisi editti la lunghezza dei capelli degli uomini, mentre alle donne viene imposto il velo. Nel 1073 papa Gregorio VII vieta espressamente l’uso di barba e baffi tra il clero. E nel 1096 l’arcivescovo di Rouen minaccia addirittura la scomunica per gli uomini barbuti mentre il re inglese Enrico accetta nel 1130 di tagliare i capelli e la barba, sotto la pressione della Chiesa. D’altra parte già Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia e poi re d’Inghilterra, viene rappresentato con i soli baffi, anche se tra i Normanni la barba era molto importante per distinguere i maschi adulti dai ragazzi.

San Bernardo si scaglia invece contro la parrucca, definendola frutto del maligno: “La donna che indossa una parrucca commette un peccato mortale” tuona il cistercense, confermando una posizione che era stata già espressa dai primi padri della Chiesa: San Girolamo, l’autore della Vulgata, la traduzione in latino della Bibbia che rappresenterà per secoli la versione ufficiale della Chiesa, condannando lo stile di vita edonistico, aveva dichiarato tali ornamenti non tollerati dalla Chiesa e indegni del Cristianesimo. Il primo Concilio di Costantinopoli aveva affermato che le parrucche rappresentavano una grave offesa a Dio mentre Clemente di Alessandria sottolineava che se si indossa una parrucca in chiesa la benedizione ricevuta rimarrà nella parrucca e non arriverà alla testa.

San Gregorio Nazianzeno cita come esempio di virtù la sorella Gorgonia: “A lei non importava arricciare i suoi capelli, né riparare alla sua mancanza di bellezza con l’aiuto di una parrucca”.

Nessun predicatore, però, può fermare la forza della moda: fino al secolo XI le donne portano i capelli lunghi fino al ginocchio, legati a volte in due lunghe trecce ai lati della testa. A dispetto delle raccomandazioni degli scrittori cristiani, le acconciature dalle donne delle classi sociali più elevate continuano a essere molto complicate, con largo uso di capelli finti, diademi e veli frangiati, finché la Chiesa emana severe prescrizioni contro il lusso delle pettinature e degli ornamenti sulla testa.

In epoca feudale le donne preferiscono le trecce, spesso ornate di fili di perle e di fiori, oppure portano i capelli sciolti e trattenuti da un cerchio o da una ghirlanda. A partire dal Trecento, poi, tutto diventa lecito per conferire alla capigliatura il colore desiderato, anche per coprire i fili grigi comparsi con l’avanzare dell’età; i rimedi sono essenzialmente a base di elementi vegetali estratti da erbe e fiori, ma anche di minerali e persino di escrementi di animali.

E non è una questione solo femminile: basti pensare a Francesco Sforza, celebre per l’abitudine di presentarsi in pubblico una volta con la chioma grigia e altre volte nero corvino. La preoccupazione più grande degli uomini, comunque, non sono tanto i capelli bianchi, quanto piuttosto la “pelatina”, come viene ironicamente definita dal Quattrocento in poi.

Suggerimenti e consigli riguardo alla prevenzione e la cura della perdita dei capelli abbondano ovunque. Ogni intruglio era buono pur di evitarla; i medici dell’epoca si adoperavano come potevano. Il famoso Aldobrandino da Siena, raccomandava di evitare l’uso del sapone, di lavarsi solo con acqua tiepida e di ungersi il cuoio capelluto con l’olio rosato o la mirra.

Quanto a cappelli, cuffiette e copricapo di vario genere, a partire dal XIV secolo sono codificati con metodo e precisione e distinguono classe e stato sociale: i capelli vengono considerati il principale strumento di seduzione della donna. Di conseguenza, le adolescenti e le giovani donne non fidanzate sono le uniche a poterli portare sciolti.

Una delle immagini più ridicole che viene tramandata da religiosi e poeti satirici è quella dell’attempata zitella dalle poco fluenti chiome sparse sulle spalle. Il colore dominante nei canoni di bellezza che permangono fino al Rinascimento è il biondo. Se ne deduce quindi, che già allora c’erano molte “finte bionde” che ricorrevano alla tinta.

I procedimenti di tintura dei capelli spesso erano simili a quelli usati per le stoffe. Il più semplice era l’esposizione al sole con la testa cosparsa di infuso di camomilla, ma con il viso coperto dal sole da un cappello di paglia per evitare antiestetiche tracce di abbronzatura. Abbiamo anche la ricetta di uno “shampoo” a base di miele: “Del miele rosato distillato nell’alambicco, a fuoco lento. Con la prima acqua distillata ci si lava il viso, con l’altra, che ha un colore dorato, ci si tinge i capelli una volta lavati e ben asciugati”.

Da questo si passava a combinazioni di erbe, acidi e a volte sali metallici che schiarivano il capello ossidandolo fino a “spolparlo”.

Subito dopo il matrimonio, di solito i capelli venivano tagliati. La stessa cosa facevano – e fanno ancora oggi – le religiose.

Il velo, che copre i capelli ma lascia scoperto il viso, è realizzato in lino, seta e cotone. Man mano che l’età avanza, al velo si aggiunge un complicato intreccio di bende che fa prendere all’acconciatura nel suo complesso il nome di Soggolo.

Lungo quasi tutto il periodo del Medioevo l’ideale di bellezza femminile prevede la fronte ampia, tanto che spesso le donne si rasano in parte per allargarla.

A Firenze, intorno al Trecento, le acconciature femminili alla moda erano piuttosto stravaganti, anche se decisamente differenti a seconda del ceto sociale di appartenenza. Se le popolane erano solite accontentarsi di una semplice fascia di tela inamidata da annodare sulla testa, bianca per le donne maritate e nera per le vedove, le signore borghesi usavano invece distinguersi per lo sfoggio di pesanti turbanti.

Le donne di rango elevato particolarmente eccentriche e un pochino snob infine, preferivano indossare cappelli con alte punte sormontate da lunghi e leggeri veli di seta. Quando il centro della moda si spostò a Parigi, si accentuò l’impiego dei capelli finti, finché si giunse al trionfo delle parrucche inanellate e incipriate; l’uso fu introdotto Luigi XIII per nascondere le calvizie. Con il tempo si diffonderà sempre di più, accompagnato dalle pettinature più complicate: Maria Antonietta arriverà a portarne una alta circa un metro e mezzo che la costringeva a stare in ginocchio quando saliva in carrozza.

Dal Decamerone di Giovanni Boccaccio apprendiamo che nella Firenze medievale il sabato era il giorno di riposo e quindi quello in cui, per via del tempo libero a disposizione, ci si prendeva maggiormente cura di sé; le donne si dedicavano alle cure di bellezza e si lavavano i capelli.

Francesco Sforza, al figlio Galeazzo Maria, che gli annuncia il suo rientro a Milano, scrive di non arrivare di sabato perché non avrebbe trovato nessuno ad accoglierlo “essendo tutte le damigelle impegnate nel lavaggio de’ capelli”. Alla corte sforzesca, non solo le donne amavano tingersi i capelli ma anche gli uomini e non solo per nascondere quelli bianchi. Isabella Gonzaga, che moriva dalla voglia di conoscere il segreto di queste continue trasformazioni, scrive il 23 luglio 1496 una lettera al barone Bonvesino di Milano, chiedendogli di farle sapere se Gian Galeazzo o altri della sua corte, che si tingevano i capelli di nero, avevano il rimedio per “farseli poi ritornare nel suo pristino collore, perché ne ricordamo, quando eravamo a Milano, havere veduto el conte Francesco Sforza uno dì cum li capelli negri et l’altro cum li soi naturali. Trovando questo rimedio, pregamovi che vogliati impararlo; et poi subito scrivernelo perché lo volessimo operare per nui et faresine cosa gratissima”.

Lo studio dei documenti e dell’iconografia ci mostra varie pettinature e copricapo in tutti i secoli. Ma i più curiosi sono sicuramente comparsi nel XV secolo: le teste femminili si adornano di lunghi coni hennin, costituiti probabilmente da tela inamidata, rivestiti di tessuti preziosi e con lunghezze variabili dai 60 ai 90 cm. Su tutta la parte posteriore e spesso sul viso ricadeva un velo trasparente; a queste fogge piuttosto alte si uniscono spesso lini o garze inamidati, sostenuti da supporti metallici a guisa di ali che rendevano l’hennin ancora più voluminoso; Giovenale degli Orsini sostiene, riguardo ai copricapo in uso sotto il regno di Carlo VI, ingranditi oltre misura che le dame avevano “da ciascuna parte due grandi orecchie sì larghe, aggiunte alla cuffia che quando esse volevano passare per l’uscio di una stanza, bisognava che vi passassero di fianco girando il loro corpo, se non volevano esporsi al rischio certo di scomporre la loro acconciatura”.

Altro copricapo alquanto curioso è la Sella; una legge fiorentina emanata nel 1456 vietava l’uso di “cappucci, cappelletti, né corna, né selle alla fiamminga e alla francese in alcun modo che volgarmente si dice alla di là”.

Prettamente italiano era invece il Balzo, copricapo che troviamo nominato già nel XIV secolo, diffuso fino alla metà del ‘400, per lo più nell’area settentrionale; di forma tondeggiante, era formato da tessuti pregiati avvolti su di un’intelaiatura rigida, presumibilmente di cuoio o di tela inamidata e filo metallico. Veniva posato leggermente all’indietro, considerando quello che l’iconografia ci mostra a riguardo è un mistero come facesse a non cadere ma con ogni probabilità veniva trattenuto da una striscia che passava sotto il mento.

Affini al balzo erano le ghirlande di penne di pavone, di perle e penne, di velluto, guarnite di frange d’oro, fiori smaltati e foglie dorate. Frequenti le ghirlande d’oro e di pietre preziose che però non soppiantano del tutto la grazia delle ghirlande di fiori freschi, soprattutto per le fanciulle. Civettuole ed eleganti sono le reticelle d’oro, che raccolgono i capelli sulla nuca e si completano con la Lenza, un sottile cordone colorato o nero, a volte decorato con un piccolo gioiello sulla fronte. Nel corredo di Bianca Maria Sforza si nominano “sei lenze d’oro e d’argento intrecciate di seta cremesina nera o morella”.

Il Vespaio è invece un vezzo di perle che serra i capelli girando dietro alla nuca: era formato da vari ordini di perle, disposti regolarmente, tanto da far rassomigliare la superficie ad un nido di vespe.

Le cuffie incorniciano il viso, scendendo con due lembi sulle guance e sono di lino bianco. Nel corredo di Nannina de Medici troviamo: “28 cuffie di pannolino lavorato e una di seta ricamata d’ariento e perle”.

A volte, sulla cuffia veniva indossato un veletto che scendeva ai lati del volto sin sulle spalle. Di uso più popolare è l’asciugatoio: veniva posato sul capo, piegato o disteso, fermato sui capelli con spilli, ricadente sulle spalle e sul collo, o più semplicemente veniva arrotolato come un turbante intorno alla nuca. Dal balzo derivò la pettinatura diffusa nel Quattrocento, caratteristica per il suo sviluppo in altezza, nella quale i capelli venivano tirati e tenuti fermi da reticelle sopra un’anima di cartone a forma di pan di zucchero, alta fino a 70 centimetri.

Nell’impero romano d’Oriente si sviluppa invece, a partire dal IV secolo, una scuola medica che si occupa lungamente di rimedi contro la calvizie. Oribasio di Pergamo in un suo libro descrive un miscuglio per la restaurazione dei capelli perduti: cera di candela, catrame e colla (lithocolla) venivano miscelati con una cannula metallica (mylotis), la cui estremità era fortemente riscaldata e con la quale si prelevava una piccola quantità di composto ancora morbido per riattaccare i capelli.

Per la caduta progressiva, lo stesso medico bizantino raccomandava molte preparazioni, per la maggior parte contenenti un’erba chiamata “adiantum” o “polytrichon”. Un’altra preparazione conteneva ladano (una resina aromatica del cisto cretese, già conosciuta da Teofrasto e ingrediente necessario della mirra fino ai nostri giorni), vino, olio di mirto e capelvenere. Altre preparazioni contenevano aloe, con vino rosso forte, o mirra e ladano nel vino, e olio di mirto; un’altra utilizzava escrementi di capra arrostiti in olio in un guscio di conchiglia. Gli impacchi venivano applicati dopo aver rasato la pelle. L’autore suggerisce inoltre una varietà di preparazioni contenenti diverse sostanze vegetali e animali, tipo nocciole, olio delle lucerne, aceto, miele, pepe, escrementi secchi di pecora e topi, elleboro bianco, erisimo, rucola, bile di toro o di capra, grasso di orso, canne e simili.

Alessandro di Tralles credeva che le cause della caduta dei capelli fossero numerose (mancanza di sostanze nutritive dei capelli, troppi o pochi pori): suggeriva bagni e uno speciale regime dietetico, con proibizione del sale e cibo grasso, eccesso di vino o sesso. Inoltre prescriveva impacchi di varie erbe simili a quelle prescritte da Oribasio.

Per Paolo di Egina la calvizie nasceva dall’assenza di liquidi, esattamente come accade per le piante che seccano per mancanza di acqua e l’alopecia (un termine derivante da alopex, che in greco significa volpe, perché tali animali soffrono spesso di questa problema) dovute all’alterazione degli umori.

Per infoltire i capelli, specialmente in caso di calvizie, Paolo cita un medicamento dall’opera di Critone: il rimedio conteneva stomaco essiccato di lepre e di varie erbe (foglie apicali di mirto, rovo, capelvenere e acacia) tutto finemente spezzettato e filtrato, con aggiunta di grasso di orso o di foca. La mistura era conservata in contenitori di piombo e usata per impacchi. Per evitare la perdita dei capelli, erano consigliati impacchi di capelvenere, ladano, vino e olio di mirto o fiori di anemone pestati in olio di oliva, preparazione che nello stesso tempo scuriva i capelli. Un altro impacco era composto da erba colombaia completa di radici: essiccata, triturata, setacciata e mischiata con olio di oliva.

Questa mistura, densa e vischiosa, era tenuta in contenitori di rame finché non diventava omogenea ed era pronta per l’uso. Teofane Crisobalante, medico del dotto imperatore Costantino VII Porfirogeneto, inizia il suo libro “Epitome” con un capitolo intitolato “Sulla caduta dei capelli”. Egli segue le ricette dei medici Oribasio, Ezio e Alessandro, ma cita anche una preparazione dell’antico medico Archigene che consisteva di ladano e menta in uguale quantità. Un altro medicamento, cutilizzato come lozione sulla testa, era preparato con dieci mele dell’albero di Giove, avvolte in panni e annaffiate di olio d’oliva per 5 giorni. L’autore conferma che i capelli cessavano di cadere e la forfora scompariva.

Per infoltire e nello stesso tempo scurire i capelli, Paolo di Egina prescriveva di mettere in un contenitore di vetro capelvenere, ruta di Alessandria, mirto, erba sabina, zucchine secche e ladano, e spruzzare con acqua piovana per 20 giorni. La mistura era mescolata due volte al giorno con una spatola di legno. Per le applicazioni il pettine veniva immerso nel succo e i capelli, trattati ogni giorno, ne risultavano nutriti e scuriti. Lo stesso autore fa riferimento a sostanze per rendere i capelli più belli. Tra varie soluzioni, suggerisce una mistura di foglie di fico, corteccia di vite bianca selvatica, pietra pomice, gesso e gusci di conchiglia, il tutto messo in forno in una pentola sigillata con la creta. Il contenuto veniva poi sbriciolato con aggiunta di schiuma di nitrato di sodio e sciolto con succo d’acini d’uva acerba.

Alessandro di Tralles raccomandava un composto per scurire i capelli fatto di acacia, bacche di cipresso, allume, “fiori di rame” e limatura di ferro in uguali quantità cosparsa per un giorno con urina di ragazzo. La mistura era utilizzata come impacco sulla testa per 3 giorni: l’autore confermava ai suoi lettori di averla usato con successo.

Un’altra preparazione, “che il Re Seleuco utilizzava, era preparata mettendo in un contenitore di piombo limatura di piombo in vino molto invecchiato”, poi annaffiato con acqua per 15 giorni. I capelli venivano trattati con olio di prima qualità, quindi massaggiati con un po’ di questo preparato. Alessandro suggeriva inoltre impacchi di pigne di cipresso arrostite da tenersi sul capo un giorno e una notte: al risveglio i capelli andavano lavati con acqua fredda.

Per tingere i capelli di biondo e di rosso, suggeriva molti preparati, tra cui mirra e fiore di sale marino mescolati fino ad ottenere una consistenza collosa; il composto era applicato in testa per un giorno e una notte, dopo di che i capelli venivano lavati.

Per tingere i capelli biondo dorato, Alessandro usava una miscela di allume, sandracca, zafferano e firrastrina. Proponeva poi una mistura per rendere i capelli grigi o bianchi: semi di verbasco, allume e scorza di rafano finemente tagliuzzata, mescolata con taurocolla (collante ricavato dalla pelle del toro). Alessandro osservava che “molte grandi personalità desiderano tingere i capelli non solo di bruno ma anche di rosso e biondo, o bianco e talvolta ci obbligano (i medici) a fornire la tintura: per tali motivi è necessario rendere noti questi metodi a coloro che vogliono imparare”.

Il secondo capitolo del libro di Teofane, infine, è intitolato “Sostanze nere per capelli”. E alle tante sostanze già suggerite, aggiungeva un impacco di radici di cappero in latte di donna o di asina. Insieme a una raccomandazione: andava applicato rigorosamente durante la notte.

A.C.

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Narni, Corsa all’Anello

“Madonne, cavalieri et lo populo tucto. Dalla Civitade et dallo Contado advenite al terzo jorno de maggio pe’ lo levar de lo sole alli riti et alli giochi in honore dello Sancto Patrono Juvenale. In tale tenzone scendano nello campo delli giochi li habil cavalieri de Mezule, Fraporta, Sancta Maria, per la conquista dello hambito Palio, simbolo de forza et de maestria. Che lo populo tucto esponga dalle logge e dalle finestre li simboli e li stendardi de li terzieri e che millanta fochi en allumino la nocte, che li monti et lo piano dello interno della nostra civitade vedano splendere la superba Narnia”.

È il pomeriggio del primo maggio 1371, quando uno dei tre banditori del Comune di Narni si affaccia dalla loggia dell’Arengo in piazza dei Priori e dà lettura del banno che istituisce la “Corsa all’anello”: un palio che vedrà sfidarsi i giovani più valorosi della città per rendere omaggio al patrono San Giovenale.

Di fronte a una piazza gremita, il banditore richiama al “certamen” i cavalieri di Narni perché possano dimostrare la loro preparazione nella difesa della città, ancora dilaniata dalla lotta tra guelfi e ghibellini. Intanto nella Rocca voluta dal cardinale Albornoz e iniziata quattro anni prima, si è appena insediato il castellano. Terminata la lettura del banno, viene annunciato che la prima edizione della Corsa si svolgerà il 3 maggio, al termine della messa solenne per il patrono.

Il popolo di Narni torna nelle proprie case pregustando la festa, che ha inizio il giorno successivo, al tramonto, quando un corteo di oltre 600 persone capeggiato dai magistrati cittadini, i castelli soggetti a Narni e i rappresentanti delle corporazioni, con le luminarie e i gonfaloni che sventolano, sfila per le vie della città accompagnato dai cori religiosi e dal suono degli strumenti.

Foto ©M. Santarelli

Raggiunto il Duomo, nobili e rappresentanti delle arti fanno il loro ingresso impugnando un grande cero (di dimensioni diverse a seconda del censo) che viene donato al vescovo Guglielmo in segno di omaggio e devozione al Santo. È lo stesso Guglielmo a chiedere ai priori di compiere un gesto di grande clemenza in onore del patrono: la liberazione di un condannato a morte, che avviene proprio davanti alla Cattedrale.

Il mattino successivo, dopo il solenne pontificale presieduto dal vescovo, si svolge la processione per le vie di Narni con il busto di San Giovenale accompagnato dai notabili, dai sacerdoti e dai membri delle confraternite, che si conclude in piazza dei Priori, dove la celebrazione si prepara a diventare festa sportiva.

Tutti i giovani narnesi in possesso di un cavallo hanno diritto di partecipare alla Corsa all’anello, che si apre nella “Platea Major” la mattina del 3 maggio, al termine della processione con il busto del santo.

La competizione vede i cavalieri impegnati ad infilare con un’asta un anello d’argento sospeso a due funi davanti al Palazzo Comunale, tra l’esultanza dei tifosi, divisi nei tre grandi terzieri di Fraporta, Santa Maria e Mezule.

Ma la Corsa all’anello non è l’unico gioco equestre che vede impegnati i giovani narnesi in questi giorni di festa: ad affiancare l’Anello c’è anche la corsa del Palio, una competizione di pura velocità che si effettua lungo il percorso che da Sant’Andrea in Lagia raggiunge il “petronum” nella piazza dei Priori, alla quale i milites e gli equites possono iscrivere un loro cavallo guidato da un giovane cavaliere.

Il premio è un Palio di seta della lunghezza di circa sei metri del valore di tre libbre d’oro. Assegnato il palio il Dominus Vicarius invita coloro che intendono correre l’anello a schierarsi all’angolo della chiesa di San Salvatore nella Piazza dei Priori per poi scagliarsi con la propria asta ad infilare il bersaglio del valore di 100 soldi cortonesi.

Foto ©M. Santarelli

L’ordine di partenza viene stabilito secondo l’appartenenza alle Brigate militari dei terzieri: Mezule, Fraporta e Santa Maria, ognuno contraddistinto da un abbinamento di colori: bianco-nero Mezule, rosso-blu Fraporta, arancione Santa Maria. A provvedere al Palio e all’Anello è la comunità ebraica, che li acquista per 4 fiorini d’oro.

Nel corso dei secoli successivi, ai due giochi tradizionali si aggiungeranno il combattimento tra il bufalo e il toro, la lotta, la quintana, le commedie allestite dai giovani narnesi e la colazione offerta alle donne.

Scomparsa in epoca moderna, la Corsa all’Anello sarà riportata in vita nel 1948 per iniziativa di monsignor Mario Maurizi, vicario della Diocesi di Narni, con l’intento di rispolverare – sulla base di una rilettura degli Statuti narnesi del 1371 – la vetusta usanza di correre un palio in occasione della festa del patrono.

L’iniziativa rimarrà però isolata: dopo due edizioni, infatti, la Corsa all’Anello tornerà nell’oblio per vent’anni, finché – nel 1969 – sarà ripresa definitivamente arrivando a distinguersi nel panorama delle feste storiche italiane ed europee come una delle manifestazioni che più hanno ricercato dei collegamenti con la propria tradizione.

Arnaldo Casali

www.corsallanello.it Le immagini ©M. Santarelli sono tratte dal sito: www.turismonarni.it

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La papessa

La papessa partorisce durante una processione (miniatura del 1450)

Habemus Papam. L’eletto, ancora tremante, ancora incredulo, riceve l’omaggio deferente di tutti i suoi confratelli. Si inginocchiano, gli baciano l’anello. Poi lo accompagnano in processione nella sala del trono, dove lo fanno accomodare su una sedia di porfido rosso, che al posto del cuscino ha un grande buco.

A questo punto uno dei più giovani presenti si avvicina, si inginocchia, mette una mano sotto la sedia e prende a palpare i testicoli e la verga del nuovo papa. Poi grida a gran voce: “Ha il pene e i testicoli!” e tutti rispondono: “Sia lodato il Signore!”. Quindi si procede finalmente alla gioiosa consacrazione del papa eletto.

Non sarà proprio il massimo, come cerimonia, infilare le mani dentro le mutande del vicario di Cristo. Ma d’altra parte la Chiesa non può permettersi un altro papa donna.

Quello che era successo il giorno di Pasqua dell’anno 858 durante la solenne processione per le vie di Roma, era stato davvero imbarazzante.

Papa Giovanni VIII aveva celebrato la messa solenne a San Pietro e stava tornando in pompa magna a San Giovanni in Laterano, sede del vescovo di Roma. La folla festante gli si era stretta intorno ma giunti all’altezza della basilica di San Clemente il cavallo che portava il papa, spaventato dalla ressa, si era imbizzarrito provocando al pontefice le doglie.

E così la processione si era fermata perché il papa doveva partorire. Un bel maschietto, peraltro, peccato che subito dopo la papessa smascherata era stata legata per i piedi allo stesso cavallo, che l’aveva trascinata per tutta Roma; poi era stata lapidata a Ripa Grande e infine fatta a pezzi. I suoi resti erano stati sepolti nella stessa strada della tragedia, dove nessuna processione papale sarebbe mai più passata. Al suo posto sarebbe stato eletto Benedetto III, che avrebbe avuto grande cura di cancellare ogni memoria dell’unico papa donna della storia della Chiesa.

Cattedra porphyretica. Insieme alla sedia stercoraria, restò in uso fino alla elezione di Leone X, nel 1513

“E ‘allora st’antra ssedia sce fu mmessa / pe ttastà ssotto ar zito de le vojje / si er pontefisce sii Papa o Ppapessa” scrive Giuseppe Gioachino Belli.

Ma come era arrivata quest’antesignana di Lady Oscar sul trono più alto del mondo?

Secondo la leggenda, Giovanna era nata in Inghilterra ma il padre l’aveva fatta educare in Germania, a Magonza. Travestita da uomo, era riuscita ad entrare in un monastero in Grecia con il nome di Giovanni Anglico e arrivata a Roma aveva insegnato e scalato la carriera ecclesiastica accanto a papa Leone IV alla cui morte – nell’855 – era stata eletta con il nome di Giovanni VIII.

In realtà il vero Giovanni VIII (morto, peraltro assassinato) avrebbe regnato vent’anni dopo – dall’872 all’882 – e nessuna papessa Giovanna è mai esistita.

Eppure la popolarità raggiunta dalla leggenda fu tanta che nessuno – fino al XVI secolo – ha messo in dubbio la sua veridicità, divenuta uno dei temi più cari alla polemica protestante. Anche se proprio un protestante – il pastore David Blondel – sarà il primo a smentirla categoricamente alla metà del Seicento.

D’altra parte se il periodo cronologico del presunto regno di Giovanna è in realtà totalmente coperto da papa Benedetto, la sedia “a ciambella” in porfido effettivamente utilizzata dai pontefici risale a molti secoli prima: si tratta, infatti, di troni romani – probabilmente degli antichi “water” o sedie usate per il parto dalle imperatrici – che i papi già in età costantiniana avevano utilizzato per sottolineare la loro continuità con il potere romano. Non si trattava quindi di uno strumento per presunti test di virilità, ma un segno tangibile di quel potere che aveva indotto i papi ad assumere il titolo di “Pontefice massimo”, un tempo attributo degli imperatori.

La prima testimonianza della leggenda risale al 1240 e oggi si ritiene che sia nata come satira antipapale in ambienti vicini all’imperatore Federico II di Svevia (entrato in conflitto con il papato tanto da essere scomunicato). Eppure la sua diffusione fu tale che la papessa – oltre ad essere immortalata nei tarocchi – viene citata anche da personaggi autorevoli come Guglielmo di Ockham e Giovanni Boccaccio ed è stata inserita persino in elenchi ufficiali dei papi come quello del Duomo di Siena, dove figurano 171 busti tra cui quello del “finto” Giovanni VIII.

D’altra parte le leggende non nascono mai dal nulla e di materiale su cui ricamare la chiesa altomedievale ne aveva offerto a sufficienza: se Giovanna Anglica non è mai esistita, la Chiesa cattolica ha avuto davvero una sua papessa, altrettanto determinata ma assai più potente, spregiudicata e disinibita di quella leggendaria.

È Marozia, la regina della pornocrazia romana. È dell’epoca in cui è ambientata la leggenda e senza bisogno di spacciarsi per un uomo ha comandato la Chiesa per due decenni. E se papa, formalmente, non lo è mai stata, dei papi è stata amante, madre e nonna. Due di questi, tra l’altro, si chiamavano proprio Giovanni.

Bella, affascinante e spregiudicata, anche se analfabeta Marozia riesce a tenere le redini di Roma e della Chiesa cattolica per più di vent’anni tra amanti, matrimoni, amicizie, alleanze, intrighi e guerre.

Diventata ad appena quindici anni amante e poi concubina di papa Sergio III, si sposa per ben tre volte e sempre per accordi politici: la prima volta nel 909 con Alberico di Spoleto; poi, rimasta vedova, con Guido marchese di Toscana, nemico di papa Giovanni X. Con il marito Marozia assalta il Laterano, fa imprigionare e deporre il vescovo di Roma e pilota l’elezione dei tre papi successivi, l’ultimo nei quali – nel 931 – è suo figlio Giovanni XI.

Di carattere debole e remissivo, Giovanni – che diventa papa a 21 anni – è totalmente succube della madre, che si stabilisce nello stesso palazzo del Laterano e governa direttamente la Chiesa, mentre il figlio non prende una sola iniziativa.

Nel 932 Giovanni celebra il terzo matrimonio della madre, questa volta con il re d’Italia Ugo di Provenza, il quale però entra subito in conflitto con un altro figlio di Marozia – Alberico – che verrà schiaffeggiato dal neo patrigno proprio durante la festa di nozze.

Raffigurazione del parto della papessa Giovanna nella pubblicazione di Heinrich Steinhöwel (1474, Ulm)

Alberico sposerà Alda, figlia di Ugo e si vendicherà instaurando una nuova signoria su Roma. Caccerà il suocero da Roma, arresterà la madre e confinerà in Laterano il fratellastro, destinato a trascorrere anche gli ultimi anni senza fare praticamente nulla.

L’unico atto degno di nota di Giovanni XI resta il privilegio, assegnato all’abate di Cluny, di poter aggregare altri monasteri e porre l’intero ordine sotto la diretta dipendenza del papa, togliendoli dunque dalla giurisdizione dei vescovi. Un privilegio tale che gli abati di Cluny diventeranno – nel corso del Medioevo – potenti quanto i sovrani.

La leggenda della papessa non fa altro, dunque, che trasfigurare il pontificato formale di Giovanni XI controllato da Marozia, che avvenne realmente un’ottantina di anni dopo quello presunto di Giovanna.

A tenere viva la leggenda, d’altra parte, c’è anche l’estrema confusione che regna attorno al nome Giovanni, il più utilizzato nella storia della Chiesa e nel Medioevo. Una confusione tale da lasciare un posto vacante: la cronologia dei papi passa infatti – per un errore di conteggio – da Giovanni XIX (discendente della stessa Marozia) a Giovanni XXI.

Giovanni XX, dunque, è un papa fantasma mai esistito. O forse, chissà, Giovanna era proprio lui.

Arnaldo Casali

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Papa contro papa

I centri abitati intorno al lago Albano, tra i quali c’è Marino, sono noti come Castelli Romani dal XIV secolo. Infatti, durante il periodo in cui la sede papale si spostò ad Avignone, molti romani preferirono all’Urbe la protezione delle fortezze che alcune famiglie feudali avevano costruito in quel territorio

Lo vedi, ecco Marino. Ma non è vino, quello che scorre tra le valli: è sangue. Sangue cattolico, sangue fratello, sangue pontificio.

È il 30 aprile 1379 quando nel castello romano le truppe di papa Urbano VI sconfiggono quelle di papa Clemente VII, costringendolo a fuggire ad Avignone.

Tutto era cominciato un anno prima: il 28 marzo 1378 era morto Gregorio XI, l’ultimo papa francese, che aveva finalmente riportato a Roma il papato dopo quasi 80 anni di latitanza e scelto come sede San Pietro in Vaticano anziché il vecchio Laterano.

La sua scomparsa aveva gettato nella frenesia il popolo romano: il papa era tornato da appena un anno e non avevano alcuna intenzione di permettere al suo successore di tornare ad Avignone. Un timore molto fondato, peraltro, visto che la maggior parte del collegio cardinalizio era formato da francesi che si erano opposti strenuamente al trasferimento. Così, all’inizio del Conclave, il corteo dei prelati che sfilava a San Pietro era stato accolto dalle grida “lo volemo romano o almanco italiano!”.

Intimoriti dalle pressioni del popolo e terrorizzati da una possibile rivolta, i cardinali anziché eleggere il loro leader – Roberto da Ginevra, vescovo di Arles – avevano concentrato i voti sul napoletano Bartolomeo da Prignano, arcivescovo di Bari.

Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano (1318 ca – 1389)

Bartolomeo sembrava un ottimo compromesso tra l’opzione francese e quella italiana perché proveniva dal Regno di Napoli: era italiano ma suddito degli angioini. Quindi, per certi versi, più francese che romano.

Per i francesi, d’altra parte, poteva apparire un ottimo segnale il fatto che Bartolomeo avesse scelto il nome Urbano VI. In qualche modo, aveva reso omaggio al predecessore di Gregorio, il francese Urbano V che aveva riportato in Italia il pontificato per tre anni. Salvo poi tornarsene ad Avignone.

L’idillio però era durato poco. Anche a causa del pessimo carattere del nuovo papa, insopportabile e privo di qualsiasi forma di diplomazia, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Inurbano VI”.

Così, i cardinali bretoni presidiavano Castel Sant’Angelo e si rifiutavano di cedere il castello al papa, che si era arroccato a Tivoli con l’appoggio dei romani. I cardinali francesi invece, si erano ritirati ad Anagni dove, con l’appoggio dei Caetani (nemici del pontefice) e di alcune milizie straniere, avevano iniziato una vera e propria guerra contro Urbano.

Il 16 luglio 1378 i filo-papalini erano stati sconfitti dai bretoni nella battaglia di ponte Salario, in cui erano morti 500 uomini, e gli abitanti della capitale si erano vendicati con una sorta di “Vespri romani” e avevano massacrato ogni straniero presente nell’Urbe.

Il 6 agosto i tre cardinali italiani fedeli a Urbano si erano incontrati a Palestrina con i delegati dei 13 prelati francesi dissidenti, che avevano contestato la validità dell’elezione a causa delle pressioni subite dai cardinali riuniti in conclave.

Il 20 settembre 1378 nel Duomo di Fondi i cardinali francesi (che restavano la maggioranza) avevano dunque proceduto ad nuovo Conclave, scegliendo proprio Roberto di Ginevra, eletto con il nome di Clemente VII.

Era iniziato lo Scisma d’Occidente, che avrebbe lacerato la Chiesa cattolica per più di quarant’anni. Le obbedienze, che per decenni divisero la Chiesa in due e spartirono sovrani europei, diocesi, ordini religiosi, università e persino santi e predicatori, per il momento erano soprattutto di carattere politico e militare.

Urbano VI, oltre che dai romani, era appoggiato dalle milizie mercenarie italiane guidate da Alberico da Barbiano e Galeazzo Pepoli. I Caetani e gli Orsini, invece, sostenevano Clemente VII.

I miliziani francesi si erano accampati a Ciampino (dove ancora oggi esistono le “Mura dei Francesi” e il “Casale dei Francesi”). Poi però, con l’avanzata delle truppe di Alberico da Barbiano, si erano ritirati verso Marino, retta da Giordano Orsini.

Il 30 aprile 1379, dunque, le truppe si trovano faccia a faccia nella stretta vallata sotto le mura del castello: i bretoni accampati sotto Marino, gli italiani su Colle Cimino. Alberico divide la sua compagnia in due schiere: una al suo comando e l’altra affidata a Galeazzo Pepoli. L’esercito bretone, invece, si divide in tre schiere. Sono i bretoni i primi ad attaccare: si lanciano contro l’esercito di Alberico e riescono a penetrare le prime linee. La fanteria di seconda linea, però, respinge l’attacco grazie all’abilità dei balestrieri romani. Poi Alberico conduce in battaglia i suoi mercenari e ottiene una rapida vittoria sulla seconda schiera bretone. Sarà però lo scontro con la terza schiera il più lungo e decisivo per la vittoria. Che arriva in serata, quando le riserve della cavalleria pontificia riescono a prendere al fianco i bretoni. Alcuni dei soldati di Clemente VII cadono in battaglia, altri vengono presi prigionieri e portati a Roma dove, lo stesso giorno, si arrende anche Castel Sant’Angelo.

Urbano ha vinto. Ma questo non basterà a scongiurare lo Scisma che si è affacciato.

Gregorovius, nella sua Storia della Città di Roma nel Medioevo, commenta: “Per la prima volta le armi nazionali vinsero le compagnie di ladroni stranieri; l’Italia si destò alla fine dal suo letargo, sicché da quella giornata di Marino si può dire che cominci l’era di una nuova milizia italiana e di una nuova arte di guerra”.

Alberico da Barbiano rientra a Roma trionfalmente e ottiene da Urbano VI uno stendardo con scritto in caratteri d’oro “L’Italia dai barbari liberata”.

Marino cade in mano a Giacomo Orsini, figlio di Giordano e nemico del padre, il 2 giugno 1379, e Giordano fugge a Torre Astura dal nipote Onorato Caetani. Anche Rocca di Papa e Cisterna cadono in mano alle truppe di Urbano VI e Clemente VII si vede costretto a darsi alla fuga. Si fermerà a Napoli, ospite degli angioini.

La pace dell’antipapa, però, dura poco: il popolo napoletano insorge costringendolo a scappare a Gaeta e da lì in Francia. È il ritorno del pontefice ad Avignone ad aprire ufficialmente la lacerazione più lunga e difficile della storia della Chiesa, che sarebbe stata ricomposta solo quarant’anni dopo. A Costanza, nel 1417.

Arnaldo Casali

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Un diavolo di papa

Ottone I incontra Giovanni XII, Laboratorio di Diebold Lauber, 1450

Morire a 27 anni dopo una vita di eccessi: se sei una rockstar entri di diritto nel club di Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Amy Winehouse. Ma se sei il papa la cosa è un tantino più disdicevole. Tanto più se sei morto ammazzato da un oste a cui hai castigato la moglie.

Ma che ci vuoi fare, son ragazzi e Ottaviano dei conti di Tuscolo, quando diventa papa, ha appena diciotto anni e come tutti gli enfant prodige è un po’ destabilizzato dal prematuro successo e dal potere, che finisce a dover gestire in un ambientino tutt’altro che raccomandabile.

D’altra parte, se come nonnina il destino ti ha regalato la famigerata Marozia, regina della pornocrazia vaticana, il minimo che ti puoi aspettare è una vita all’insegna di sesso, vino, caccia, gioco e guerra.

Come il suo più illustre predecessore Gregorio Magno anche Ottaviano viene da una famiglia romana ricca e potente e prima della carriera ecclesiastica ha intrapreso quella politica. Con una piccolissima differenza: se Gregorio aveva speso tutte le sue ricchezze e il suo potere per aiutare i poveri e sostenere la pace nella sua città e l’Italia intera, Ottaviano alla preghiera e ai poveri preferisce le donne e la guerra.

Fare il papa, comunque, gli piace: gli piace così tanto che si sceglie pure un nome d’arte: Giovanni XII. E dopo di lui quasi tutti i suoi successori lo imiteranno.

È proprio Ottaviano, infatti, a introdurre l’uso dei pontefici di cambiarsi nome: fino ad allora tutti i vescovi di Roma avevano mantenuto il nome di battesimo, compresi gli undici papi che prima di lui si erano chiamati Giovanni. Con l’unica eccezione di Giovanni II, papa dal 533 al 534, che in realtà si chiamava Mercurio. Nel suo caso però, la scelta fu dettata da motivi squisitamente religiosi: non riteneva opportuno, dopo la conversione, continuare a portare un nome tanto pagano come quello del messaggero degli dei.

Dopo Giovanni XII, invece, tutti i papi cambieranno nome al momento dell’elezione. Il suo peraltro, sarà quello più utilizzato dai romani pontefici e conterà – tra gli altri – un antipapa in seguito disconosciuto (Giovanni XVI), un discendente dello stesso Ottaviano (Giovanni XIX) e ben due Giovanni XXIII: il primo (che peraltro condividerà con Ottaviano la passione per le donne e per la guerra) sarà terzo incomodo tra due papi – quello romano e quello avignonese – e in realtà non godrà mai, visto che la sua elezione non risolverà lo Scisma d’occidente e appena cinque anni dopo la salita al soglio verrà deposto. Pur essendo riconosciuto da Martino V come suo predecessore, però, diventerà ufficialmente “antipapa” quando Angelo Giuseppe Roncalli, nel 1958, sceglierà il suo stesso nome rinnegandolo così definitivamente.

Un altro primato di Giovanni XII è quello di essere stato papa per ben due volte; primato condiviso, peraltro, con il suo successore (e predecessore) Leone VIII.

“Il papa è ancora un ragazzo – dice di lui l’imperatore Ottone – e si modererà solo con l’esempio di uomini nobili”. Esempio che, evidentemente, stenterà a trovare per tutta la vita.

Papa Giovanni XII, disegno tratto da Bartolomeo Sacchi detto il Platina, Vite De’ Pontefici, a cura di Onofrio Panvinio, per i tipografi Turrini, e Brigonci, Venezia 1663

Nato a Roma nel 937, suo padre è Alberico, principe di Roma e figlio di Marozia. È stato proprio lui a mettere fine al ventennio che aveva visto Marozia padrona assoluta di Roma e della Chiesa, cacciando dalla capitale il suo terzo marito – il re d’Italia Ugo di Provenza – e privando suo fratello papa Giovanni XI di ogni forma di potere temporale. Alberico ha sposato la sorellastra Alda, figlia di primo letto di Ugo di Provenza, che ha messo al mondo Ottaviano, cresciuto nel palazzo di famiglia in via Lata circondato dall’aristocrazia romana.

Il padre aveva immaginato per il figlio un futuro da suo successore come signore di Roma ma visto che l’unico potere che si contrappone a quello del principe è quello del papa, Alberico ha pensato bene che la cosa migliore sia che suo figlio diventi entrambi.

“Alberico si rendeva conto che la separazione del potere temporale da quello spirituale non sarebbe durata a lungo – spiega Claudio Rendina in “I papi – storia e segreti” – temeva l’intervento di Ottone I che già aveva messo in mostra le sue aspirazioni imperiali. Riponeva ogni estrema speranza nel figlio, affinché almeno il dominio su Roma restasse legato alla sua famiglia”.

Fa quindi giurare alla nobiltà e al clero di Roma che dopo la morte di Agapito II eleggeranno papa suo figlio.

Nell’agosto 954 Alberico muore e Ottaviano gli succede come principe di Roma, mentre l’anno dopo – quando scompare Agapito – il giovane, come promesso, diventa papa all’età di diciotto anni e senza aver avuto alcuna formazione religiosa.

Ordinato il 16 dicembre 955, Ottaviano – pur diventato Giovanni – non cambia le sue abitudini mondane mentre si lancia in campagne militari che puntano a recuperare i terreni dello Stato della Chiesa persi dopo lo smembramento dell’impero carolingio.

Intanto il re Berengario governa l’Italia su nomina imperiale e dopo essersi dovuto umiliare per ottenerla si sta prendendo una dura rivincita su quei feudatari che non lo avevano appoggiato nei confronti dell’imperatore.

Se il padre aveva portato avanti una politica saggia ed equilibrata, Giovanni nel 957 attacca Sigulfo di Benevento e Pandolfo di Capua, ma viene sconfitto sonoramente ed è costretto a trattare una resa umiliante. Si volge dunque alla Romagna bizantina e attacca Berengario cercando di allearsi con Ottone di Sassonia re di Germania, che promette di proseguire l’opera di Carlo Magno e dei suoi successori ergendosi a difensore della Sede Apostolica.

Morte di Papa Giovanni XII, Franco Mistrali (1861)

Il 2 febbraio 962 Giovanni incorona imperatore Ottone, che il giorno dopo si impegna a restituire al pontefice i territori che Pipino il Breve e Carlo Magno gli avevano donato ma poi i Re d’Italia avevano sottratto. Giovanni XII, da parte sua, impegna Roma alla fedeltà all’impero. Al tempo stesso, però, viene concordato che l’elezione del papa – pur essendo effettuata da clero e popolo romano – deve essere approvata dall’imperatore. Questo potere di veto verrà rivendicato dall’imperatore fino al 1903 e solo Pio X lo abolirà ufficialmente.

Giovanni però, non fa attendere troppo il tradimento: preoccupato dell’egemonia di Ottone in Italia nel 963 tratta con Adalberto, il figlio di Berengario, che sta organizzando una resistenza a nord di Verona e prende contatti addirittura con i musulmani e con i potentati dell’Italia meridionale – in pratica con tutti i vecchi nemici – per contrastare l’avanzata imperiale. Ottone reagisce invadendo l’Italia e i territori pontifici e il 2 ottobre entra a Roma, ma Giovanni è già fuggito chiudendosi prima nel castello di Tivoli, poi riparando in Corsica.

A Roma l’imperatore convoca un Concilio nel corso del quale Giovanni XII viene condannato in contumacia per alto tradimento e deposto.

“Allora, alzandosi il cardinale presbitero Pietro, testimoniò di averlo visto celebrare messa senza essersi comunicato. Giovanni, vescovo di Narni, e il cardinale diacono Giovanni, giurarono di averlo visto ordinare un diacono nelle scuderie, non in momenti consoni – racconta Liutprando, vescovo di Cremona e collaboratore di Ottone, in De rebus gestis Ottonis magni Imperatoris – Il cardinale diacono Benedetto, con altri diaconi e presbiteri, dissero di sapere che consacrò vescovi dietro pagamento, e che ordinò un bambino di dieci anni come vescovo di Todi. Dissero che non fosse necessario venire a conoscenza del sacrilegio, poiché più vedendo che ascoltando potremmo sapere. Dissero dell’adulterio che non vedevano con gli occhi, ma che sapevano con esatta certezza, cioè che ci fosse stato l’abuso della vedova di Raniero, della concubina del padre Stefania e della vedova Anna con sua nipote, e che avesse ridotto il sacro palazzo del Laterano alla stregua di un lupanare e di un postribolo. Dissero che si fosse dedicato pubblicamente alla caccia; che avesse accecato il suo padre spirituale Benedetto, che presto fosse morto; che avesse ucciso il cardinale subdiacono Giovanni, dopo averlo castrato; testimoniarono che avesse suscitato incendi, che avesse cinto la spada e che avesse indossato l’elmo e la corazza. Tanto i chierici quanto i laici tutti proclamarono che avesse brindato al Diavolo. Dissero che al gioco dei dadi avesse invocato l’aiuto di Giove, Venere e di altri demoni. Testimoniarono che non avesse celebrato i mattutini e le ore canoniche, né di essersi fatto il segno della croce”.

“Abbiamo sentito dire che voi volete fare un altro papa – scrive Giovanni in una minacciosa lettera – se fate ciò, vi scomunico in nome di Dio Onnipotente, affinché non abbiate alcun permesso di ordinare e di celebrare l’eucarestia”.

L’interno della basilica di San Giovanni in Laterano, dove è tumulato Giovanni XII

Il messaggio viene del tutto ignorato dai padri conciliari. Così, dopo averlo invitato a fare atto di sottomissione, Ottone e i prelati lo dichiarano decaduto dal pontificato. Lo stesso imperatore impone come successore il laico Leone VIII, suo segretario e capo della cancelleria del Laterano, che papa Giovanni aveva inviato in precedenza da Ottone proprio per fermare l’invasione italiana.

Uomo onesto e mite, Leone è percepito però come uomo dell’imperatore e quindi inviso al popolo romano, che – istigato da Giovanni – gli si rivolta contro appena Ottone lascia la città. Leone è costretto alla fuga. Nel febbraio 964 Giovanni rientra trionfalmente a Roma e convoca un nuovo concilio che dichiara nullo il processo che lo aveva condannato, depone Leone e elegge Ottaviano di nuovo papa.

Ai sostenitori di Leone vengono tagliati la mano destra o il naso, la lingua e le dita. Non solo: i vescovi che hanno ordinato il papa-nemico vengono spogliati degli ordini sacri e condannati.

Appena tre mesi dopo però, il 14 maggio 964, Giovanni viene sorpreso dall’oste della taverna in cui alloggia a letto con sua moglie Stefanetta. Così, il marito tradito, in un impeto d’ira, scaraventa il papa fuori dalla finestra.

Chiamati ad eleggere un nuovo pontefice, i romani scelgono allora il cardinale Benedetto: uno degli accusatori di Giovanni al concilio, che però resta in carica però solo un mese. Infatti, subito dopo, Ottone rientra a Roma e impone nuovamente come papa Leone VIII. Benedetto sceglie di dimettersi volontariamente e si prostra a Leone che gli spezza il pastorale e gli toglie l’ordine, non solo dell’episcopato ma anche del presbiteriato, lasciandolo soltanto diacono. Benedetto ripartirà con lo stesso Ottone e si stabilirà in Germania, dove morirà nel 966 in fama di santità.

Giovanni invece rimane in coma per otto giorni, poi muore e viene sepolto a San Giovanni in Laterano. Lascerà un ricordo tutt’altro che onorevole.

Il Liber Pontificalis lo liquida così: “Giovanni fu, in breve, scelleratissimo, poiché fu il peggiore, e trascorse tutta la sua vita nell’adulterio e nella vanità”.

Arnaldo Casali

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Cara moglie ti scrivo

Carezze e abbracci, manifestazioni di affetto nate con l’uomo

Un marito affettuoso e amorevole. La tenerezza di un uomo attempato che si preoccupa per le sorti della giovane consorte, tanto da arrivare persino a suggerirle un futuro insieme a un nuovo marito, quando lui non ci sarà più.

Il ritratto emerge dalle pagine de Le Ménagier de Paris, scritto tra il 1392 e il 1394 da un colto parigino per lasciare alla moglie quindicenne istruzioni per il futuro. Sembra che la ragazza venisse dalla provincia e fosse poco edotta su molti argomenti. Lei stessa avrebbe chiesto al marito di darle dei consigli, forse un po’ intimorita dalla vita nella grande città e desiderosa di apprendere gli usi e i costumi della metropoli.

Così l’uomo si premura di informarla sugli abiti consoni per una signora, che dovranno essere “senza troppi o troppo pochi ornamenti” e le raccomanda di uscire sempre ben pettinata: mai con “la testa orribilmente arruffata come quella di un leone”.

Sul contegno da tenere a passeggio, le suggerisce modi casti e studiati, che non diano adito a maldicenze: “Quando ti rechi in città o in chiesa, […] cammina a testa alta e con gli occhi bassi, senza mai batter le palpebre; guarda diritto davanti a te a una distanza di circa quattro pertiche, senza guardare né uomini né donne, né a destra né a sinistra né in alto, non lanciare occhiate di qua e di là, e non fermarti mai a parlare con qualcuno per la strada”. Dalle indicazioni, fin troppo dettagliate, traspare un pizzico di innocua gelosia, che l’anziano consorte vuole dissimulare spacciandola per una raccomandazione alla futura vedova.

Una moglie amorevole cerca di alleviare stanchezza e sofferenze del coniuge

Il testo affronta anche temi personali, come l’atteggiamento da tenere nell’intimità di coppia: “Se avrai un marito dopo di me”, le scrive, “abbi cura grandissima della sua persona e ti raccomando dagli sempre biancheria pulita perché questo è compito tuo. E dato che la cura degli affari fuori di casa compete agli uomini, per questo un marito deve preoccuparsene, andare e venire, viaggiare di qua e di là, con la pioggia e con il vento, con la neve e con la grandine, ora bagnato, ora asciutto, ora sudato, ora tremante di freddo, mal nutrito, male alloggiato, mal riscaldato e senza buoni letti, e nulla lo abbatte perché è sostenuto dalla speranza di trovare la moglie al suo ritorno che si prenda cura di lui e delle sue comodità, delle gioie e dei piaceri che ella gli darà; di togliersi le scarpe davanti a un buon fuoco, di lavarsi i piedi e di cambiarsi le scarpe e le calze, di avere buone cose da mangiare e da bere, di essere ben servito e ben curato, di dormire bene fra bianche lenzuola e col berretto da notte, ben coperto e con buone pellicce. Certo queste premure ispirano all’uomo l’amore e il desiderio di tornare a casa e di rivedere la sua buona moglie, e di star lontano dalle altre donne. E perciò ti consiglio di festeggiare così tuo marito ogni volta che arriva e che riparte e di non stancartene mai, e anche di non litigare con lui e ricordare il proverbio campagnolo che dice: ci sono tre cose che portano un padre di famiglia lontano da casa, cioè un tetto in rovina, un camino che fa fumo e una moglie brontolona”.

Ma Le Ménagier de Paris non si limita a istruzioni di comportamento e a lezioni per la buona convivenza sociale e familiare. Comprende consigli culinari e un gran numero di ricette descritte in dettaglio, tanto da essere considerato il più importante testo di cucina francese di tutto il Medioevo. Ed è anche un vero e proprio trattato domestico, un vademecum per i lavori di casa che offre un interessante spaccato di vita quotidiana, con rilevanza tanto storica quanto sociale.

La bottega di un macellaio del XIV secolo

La sezione gastronomica contiene preziose notizie sul commercio della carne a Parigi. All’epoca in città c’erano decine di macellai (19 solo nella zona delle Porte-de-Paris), che vendevano ogni settimana un totale di 3080 pecore, 514 buoi, 306 vitelli e 600 maiali. E nelle cucine del re Carlo VI si cucinavano ogni settimana 120 pecore, 16 buoi, 16 vitelli, 12 maiali, 600 polli e 400 piccioni.

Tra i dettagli pratici, si trovano indicazioni su come rimestare una zuppa di piselli o fagioli per evitare che si attacchi alla pentola e come aggiungere sale e grasso a una minestra senza che fuoriesca dalla pentola durante il bollore.

Questi consigli di cottura rimandano a considerazioni sui metodi di riscaldamento dell’epoca. L’invenzione del camino, ad esempio, è del XIII secolo e dal Trecento compare con più frequenza nelle case delle famiglie agiate, dove in genere viene costruito direttamente sotto il tetto. La cucina quindi, si trova in alto nelle abitazioni dei benestanti, in cima a una fila di scale da salire con carichi di legna da ardere, acqua e alimenti. Non molto comodo, certo, ma la cappa del camino, fatta di legno e facilmente infiammabile, vicino al tetto incanala meglio il fumo ed è più sicura.

Molte pagine sono dedicate anche alla scelta dei cibi, da fare secondo la stagione: “Per sapere se un coniglio è carnoso devi tastare il muscolo dietro al collo. Ricorda che il momento migliore per le alici è marzo. Le carpe vanno cotte bene altrimenti è pericoloso mangiarle” e “devono avere le squame bianche e non giallastre o rosse, altrimenti non provengono da acque pulite. La carpa più carnosa è quella che ha occhi grandi che fuoriescono dalla testa. E nota che se vuoi portarti dietro una carpa viva per tutto il giorno, avvolgila in un panno bagnato e tienila in una borsa o in un secchio con la pancia verso l’alto, senza farle prendere aria”.

Le platesse invece, “devono essere tenere al tatto, mentre per il rombo vale il contrario. Per ingrassare un’oca non devi darle né farina bianca né la crusca, ma un insieme delle due, aggiunto a una identica quantità di avena: mescola il tutto con acqua e in 15 giorni l’oca sarà ben ingrassata”.

E ancora, “Per dare al pollo e al cappone il sapore di selvaggina, devi ucciderli tagliando loro la gola e poi infilarli subito in un secchio pieno d’acqua molto fredda; così resteranno anche freschi per un paio di giorni come se fossero stati appena macellati. Puoi distinguere le anatre selvatiche più giovani da quelle più vecchie, anche se hanno le stesse dimensioni, dalle loro penne, che sono più tenere negli animali più giovani rispetto a quelli più vecchi. Inoltre, puoi distinguere un’anatra selvatica da una di allevamento perché la prima ha le zampe rosse, mentre l’altra le ha gialle”.

Dopo 24 menù completi per pranzi e cene, decine di ricette e interi paragrafi su tutti gli utensili da cucina necessari e tutte le stoviglie da mettere in tavola secondo gli ospiti da ricevere, seguono istruzioni per i servi e i valletti da affittare per un ricevimento importante, compresi quelli “addetti a togliere il pane dalla tavola”, quelli “adibiti a versare l’acqua” e “almeno due valletti destinati a prendere le stoviglie dall’armadio e portarle agli ospiti”. E naturalmente va preso anche un cuoco, che costerà “quattro franchi e mezzo e i suoi aiutanti complessivamente un franco. Totale, 5 franchi e mezzo”.

La camera del podestà (1305-13011), affresco di Memmo di Filippuccio, San Gimignano

Poi, oltre a consigli di giardinaggio, cura e rammendo degli abiti, trucchi per smacchiare i vestiti e indicazioni per la conservazione dei mobili, c’è un intero capitoletto dedicato ai metodi per liberarsi dalle pulci. Che rende chiara l’entità del flagello che attanagliava le nottate dell’uomo del Trecento, povero o facoltoso che fosse:

“D’estate abbi cura che non vi siano pulci nella tua camera o nel tuo letto. Ci puoi riuscire in sei modi, a quanto mi risulta. Infatti ho sentito dire che spargendo per la camera foglie di ontano, le pulci vi restano prese. Poi ho sentito dire che, preparando qualche fetta di pane coperta di vischio per gli uccelli o di terebinto – un arbusto mediterraneo caratterizzato da piccoli fiori in pannocchia e frutti che contengono semi oleosi – e mettendola sul pavimento, di notte, con una candela accesa piantata in mezzo a ogni fetta, le pulci vengono e ci restano invischiate. Un altro modo che ho scoperto e che è vero: prendi una coperta ruvida e stendila nella tua stanza e sul tuo letto e tutte le pulci ci salteranno sopra e vi resteranno prese. Lo stesso puoi fare usando pelli di pecora, poi ho anche visto stendere delle coperte sulla paglia e sul letto, e quando le pulci nere saltavano sopra esse, erano immediatamente individuate sullo sfondo bianco e uccise. Ma il modo migliore è guardarsi da quelle che si annidano nelle coperte, nelle pellicce e nella stoffa dei vestiti. Perché sappi che io l’ho provato e quando le coperte, le pellicce o i vestiti in cui vi sono pulci sono piegati, pigiati e chiusi in una cassa strettamente legata con cinghie o in un sacco ben legato e compresso, o altrimenti pressati in modo che le pulci non abbiano luce né aria e restino imprigionate, immediatamente esse periscono”.

Tanti altri particolari rivelano interessanti notizie su beni e attività importanti nella gestione della vita domestica. Le candele, ad esempio, dovevano essere spente con grande cura, per evitare incendi e sprechi: “Procura che ognuno dei servi abbia un candeliere vicino al letto, su cui mettere la sua candela, e che gli sia stato insegnato bene a spegnerla con la bocca o con la mano prima di entrare nel letto e non con la camicia”.

Le Ménagier de Paris è utile anche per sfatare alcuni luoghi comuni sul Medioevo, come quello della magia. Se ne trova cenno in un paragrafo dedicato alla cura dei cavalli. Per la buona salute degli animali, il marito lascia alla moglie una ricetta magica: “Prendi una crosta di pane e scrivi ciò che segue: bestera, bestie, nay, brigonay, dictera, sagragan, es, domina, fiat, fiat, fiat”. E il fatto che un uomo colto e tanto benestante da possedere cavalli ricorra a formule rituali, indica come, in generale, le pratiche magiche nel Trecento non presupponessero fini deviati o corrotti, ma fossero piuttosto un patrimonio di tutti gli strati della società, come accade oggi con la scaramanzia. Probabilmente mentre scriveva, il colto parigino avrà sorriso e si sarà detto qualcosa di simile all’odierno: “Non è vero, ma ci credo”.

Giochi e intrattenimenti per passare il tempo in compagnia

Il trattato conta all’incirca 300 pagine, ma purtroppo non è completo. Nelle intenzioni dell’autore doveva contenere ancora una parte dedicata ai divertimenti, agli enigmi, ai giochi di parole e ogni altra cosa utile per intrattenere gli ospiti.

Pubblicato per la prima volta nel 1846 dal barone Girolamo Pichon, che se ne occupò per conto della Società dei bibliofili francesi, probabilmente è stato scritto sull’onda del movimento letterario promosso dal predecessore di Carlo VI, Carlo V detto il Saggio, che fondò la Biblioteca Reale (la futura Biblioteca Nazionale di Francia) e incoraggiò i sudditi alla stesura di trattati sui temi più vari, tecnici e non. Fu dietro sua richiesta, ad esempio, che lo chef reale Guillaume Tirel scrisse Le Viandier Taillevent.

Guillaume Tirel è il primo cuoco francese di professione di cui si conservi memoria. Era soprannominato Taillevent per il gran naso che sembrava tagliare il vento o, secondo altre versioni, per il finissimo olfatto di cui era dotato. Fu Sergente d’arme sotto Carlo V e nel 1381 venne nominato Maestro di cucina, in considerazione dell’onesto e soddisfacente servizio reso. La sua arte ci è stata tramandata grazie al manoscritto Le Viandier Taillevent, redatto in forma poetica intorno al 1380. Ma questa è un’altra storia.

Daniela Querci

Per il testo completo de Le Ménagier de Paris: http://www.gutenberg.org/ebooks/44070

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