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Matilde in Lucchesia

Il 10 luglio 1105, a Pieve Fosciana (Garfagnana, Lucchesia), Matilde di Canossa sedeva in giudizio per deliberare sulla richiesta di Pietro, abate di Badia Pozzeveri, per una conferma dei suoi beni che erano stati di Ildebrando, figlio del fu Pagano da Corsena (attuale Bagni di Lucca), uno dei feudatari di Matilde nel territorio lucchese.

Protome con figura di donna in cui la tradizione popolare riconosce Matilde di Canossa (Lucca, cattedrale di S. Martino, inizi del sec. XIII)

Vengono elencati i nomi di luoghi che, nel loro insieme, disegnano una mappa.

Pagano da Corsena aveva il controllo di un ampio spazio che si estendeva lungo l’alta valle del Serchio e del suo affluente Lima, seguendo un percorso punteggiato di pievi, ospizi e ponti: infrastrutture stradali che rivelano la presenza di due importanti aree di strada facenti perno sul passo delle Radici e sul passo della Croce Arcana.

Questa distribuzione conferiva al feudatario di Matilde il pieno controllo del territorio delle due valli. Dalla parte della Val di Lima i suoi beni arrivavano fino al limite dei possedimenti dell’abbazia di Fanano, da cui dipendeva l’ospizio della Val di Lamola, posto sull’altro versante dell’Appenino, nella località di Ospitale.

Nell’alta Valle del Serchio i possedimenti di Pagano arrivavano a lambire il territorio di Pieve Fosciana, nel quale insiste la convergenza di due percorrenze: l’una era la via di Frassinoro, la cosiddetta via Bibulca; l’altra, proveniente dalla Lunigiana, era la via dell’ospedale di Tea, spesso presentata come diverticolo della strada percorsa dall’arcivescovo di Canterbury Sigerico. Pieve Fosciana risulta particolarmente interessante, perché da essa dipendeva l’ospedale di San Pellegrino in Alpe, posto sul valico del passo delle Radici.

Dove terminava la tutela di Frassinoro iniziavano i possedimenti di Pagano da Corsena in Garfagnana. Specularmente, dove terminava la tutela dell’abbazia di Fanano iniziavano i possedimenti del feudatario di Matilde nelle terre della Controneria. In entrambi i casi si trattava di zone di transito, la via Bibulca e la via Nonanantolana, strategiche per la politica transappennica dei Canossa.

La via Nonantolana e la via Bibulca si fondevano a Chifenti e lungo la valle del Serchio e arrivavano fino a Lucca, un luogo di particolare rilievo nella politica canossiana. In quella sede, infatti, continuava a regnare come vescovo Anselmo I da Baggio, divenuto papa nel 1061 col nome di Alessandro II, e impegnato nell’opera di riforma della Chiesa al fianco di Matilde.

Il ponte della Maddalena a Borgo a Mozzano, posto subito dopo la confluenza del Lima nel Serchio

Data la sua posizione, la città di Lucca era il principale sbocco al confine tra monte e pianura per chi percorreva la viabilità transappenninica, in un senso o nell’altro. Ciò diede luogo a una precoce ripresa della vita urbana nella città e della sua fortuna politica. Si trattava di aree di strada importanti, documentate anche dall’archeologia. I viaggiatori che percorrevano queste strade potevano essere mercanti o feudatari, militari o pellegrini. Questi ultimi erano attratti in particolare dalla statua reliquiario del Volto Santo che, secondo la leggenda elaborata dai canonici della cattedrale, aveva scelto Lucca come propria la sede. Il culto non è solo un potente magnete capace di attrarre viaggiatori di vario tipo, ma anche un’affermazione di potere e di autorità.

Il Medioevo fu un periodo tutt’altro che immobile. L’XI secolo, l’età di Matilde e dei Canossa, fu densa di accadimenti politici che non riguardarono solo gli aspetti stanziali della vita nella società occidentale, ma anche quelli del viaggio. Lucca, e piú in generale la Lucchesia, si configura in questo senso come un’area cruciale nel collegamento tra le percorrenze tirreniche e gli attraversamenti appenninici.

Lo testimonia l’abate islandese Nikulas de Munkathvera. Partito da Thingor, mentre si dirigeva a Gerusalemme, fece visita anche a Roma (1154 circa) e nel suo diario annota di Lucca questa descrizione:

A Luni convergono le strade provenienti dalla Spagna e Alla terra di San Iacopo. Da Luni c’è un giorno di viaggio per arrivare a Luka. Li c’è una sede vescovile dove si trova quel crocifisso che Nicodemo fece costruire per volere di Dio stesso; esso ha parlato due volte: una volta donò la sua scarpa un povero, un’altra volta testimoniò in favore di un uomo ingiustamente accusato. A sud di Lucca c’è quella città che si chiama Pisis (Pisa); là approdano con i loro dromoni mercanti provenienti dalla Grecia e dalla Sicilia, egiziani, siriani e africani. Poco piú a sud c’è un villaggio chiamato Arno Nero. Quindi c’è l’ospizio di Matilde (Altopascio) (…); lí chiunque viene accolto per la notte.

Ilaria Sabbatini

Bibliografia:Maria Luisa Ceccarelli Lemut, I Canossa e la Toscana, in Matilde di Canossa, il papato, l’impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, catalogo della mostra (Mantova, Casa del Mantegna, 31 agosto 2008–11 gennaio 2009), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, , 2008; pp. 226-235. Claudio Giambastiani, I Bagni di Corsena e la Val di Lima lucchese dalle origini al XIII secolo, Istituto Storico Lucchese, Lucca 1996.Ilaria Sabbatini, Aree di strada e valichi transappeninici nel territorio di Lucca all’epoca di Matilde di Canossa, in Matilde di Canossa. Tra realtà storica e mito, in Actum Luce, 2, XLV (2016); pp. 169-197.

Sitografia:www.toscanamatildica.it

Una foto aerea di Lucca. Sullo sfondo, il territorio della Lucchesia

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Portadocumenti, al fianco dei messaggeri per terra e per mare

Ormai la storiografia ha abbondantemente chiarito che il Medioevo non è stato un periodo di stasi ma piuttosto, soprattutto nelle sue parti finali, un’epoca di fervente attività e di intensi movimenti di genti e merci. E in una società complessa come quella tardo medievale a viaggiare per terra e per mare, dall’Inghilterra all’Italia, dalla Germania alla Terra Santa, non erano solo le cose, ma anche le informazioni.

1325-50, Re Erode manda un messaggio (miniatura inglese dal Ms. Yates Thompson 13, British Library)

I mercanti, i pellegrini, i soldati e i frati erano spesso latori di messaggi e di notizie, ma quando l’informazione era importante, ci si affidava a mezzi diversi.

Quando oggi si invia una lettera, è importante che il contenuto arrivi sano e salvo a destinazione, e per ottenere questo risultato abbiamo buste imbottite, rigide o impermeabili. Nel Medioevo il problema era lo stesso, ma non essendo in funzione un servizio postale efficiente come quello attuale (si fa per dire!), era necessario affidarsi a messaggeri.

Nelle descrizioni delle fonti documentarie e letterarie del XIII e XIV secolo, essi erano dotati di contenitori a volte portati al collo, ma più spesso alla cintura.

1372, messaggero con portadocumenti circolare (miniatura fiamminga, Ms. 10B23, Biblioteca Reale dell’Aia)

Nel Duecento il poeta Corrado di Wurzburg (1220-1287) descrive un messaggero con una “scatola” appesa alla cintura contenente lettere.Tali scatole (dette appunto boites in francese o zegelbus in fiammingo, cioè scatole con sigillo) contenevano messaggi di natura pubblica o privata, vergati su fogli di pergamena o, più tardi, di carta, accuratamente ripiegati e sigillati. Le fonti letterarie non si dilungano troppo sulla loro forma e struttura, ma non mancano di citarle, soprattutto nel XIV secolo.

Durante il suo servizio come messaggero di Carlo V di Francia, il letterato Esutache Deschampes afferma “que toudis ay la boiste porter, lettres aussi“, cioè di aver sempre avuto con sé la scatola e le lettere.

Un altro esempio letterario del ‘300 viene dal Roman du Comte d’Anjou, opera di Jehan Maillart, in cui il messaggero Galopin viene circuito dalla malvagia contessa di Chartres. Ella vuole sottrarre la lettera con cui la moglie di suo nipote comunica la nascita del loro figlio. Allora fa ubriacare il messaggero e dice al suo servitore:

Or tost, fet elle, va moi querre sa boiste, et si la deserre,et la lectre m’aporteras qu’en sa boete trouveras.Lors vient a Galopin arriere,qui ronfle et dort de grant menniere; la boiste oevre, la lectre a prise.

Non è difficile comprendere l’inganno attraverso il velo del francese antico: il servitore deve recarsi da Galopin, che dorme della grossa ubriaco, e prendere la lettera che è nella scatola.

Ma come erano fatte queste scatole? In questo ci viene in soccorso l’iconografia medievale che ci permette intanto di dare una forma a tali oggetti.

Si tratta per lo più di piccoli oggetti, portati in cintura, di forma rotonda o triangolare frequentemente presenti nelle miniature di manoscritti italiani, inglesi o francesi dal tardo Duecento a tutto il Trecento ed assolvevano tutti allo stesso compito: proteggere e custodire importanti missive meglio di una affollata scarsella o di un fragile tascapane.

1275-1325, Porta documenti con stemma di Jean d’Argies (Musée Cluny, Parigi)

La forma triangolare, in realtà, è funzionale ad ospitare sulla superficie esterna lo stemma del signore o della città per cui il messaggero lavora.Anche le città, infatti, hanno i propri messaggeri, come testimonia il fatto che la città di Tournai nel 1397 abbia pagato il Ghiselin Carpentier, orafo, per aver “refait, reclaué, rebruné et rappareillié les boites des messagiers de la ville“.

1320-1380, Porta documenti con serratura e stemma di Bretrand du Guesclin (Musée Dobrée, Nantes)

Non solo, da questa nota apprendiamo anche che tali scatole erano in metallo, dato che richiedevano l’opera di un orafo, e che erano dotate di chiusura. Infatti, non c’era garanzia che la scatola non venisse rubata, come nel caso di Galopin, ma spesso per maggior sicurezza, essa era anche chiusa a chiave con piccole serrature, che sono però invisibili nelle già piccole miniature dei manoscritti.

Due distintivi da messo presso il Metropolitan Museum of Art di New York. A sinistra: 1300 ca., italiano o spagnolo. A destra: sec. XV, italiano

Per fortuna possiamo disporre di una terza tipologia di fonti su cui proseguire la nostra ricerca: alcuni interessantissimi reperti museali.

Ad esempio al Museo Cluny a Parigi, è conservato un bellissimo esempio di portadocumenti in bronzo a forma di scudo che riporta infatti l’insegna del Signore che inviava il messo, in questo caso Jean d’Argies (1275-1325).

La foto del retro, che conserva ancora i passanti per la cintura, anch’essi metallici, spiega anche il perché dell’inclinazione che di solito si nota nelle iconografie: essendo obliqui rispetto all’asse principale della scatola, la facevano stare obliqua rispetto alla cintura, garantendo una migliore mobilità e una più comoda apertura.

XV secolo, porta pergamena italiano in cuoio lavorato (Hermitage, San Pietroburgo)

Un esemplare che ancora conserva la serratura originale è invece esposto a Nantes, al Museo Dobrée: è in rame e reca le insegne del condottiero bretone Bertrand du Guesclin (1320-1380).

L’importanza delle insegne come elemento distintivo del messaggero è testimoniata anche da un’altra tipologia di reperti, ancora in grado di trasmettere i vividi colori di un Medioevo tutt’altro che buio: i distintivi indossati dai messaggeri.

Quando infatti il messaggero era in viaggio poteva essere dotato, invece che di una scatola con insegne araldiche, di questi veri e propri distintivi di riconoscimento che, appesi alle vesti o alla borsa, palesavano all’osservatore e al destinatario della missiva, l’origine del messaggio.

Ne conserva molti davvero splendidi il Metropolitan Museum of Art di New York, distribuiti su un arco di tempo che va dall’inizio del ‘300 al pieno ‘400, quando ormai le scatole per messaggi portate in cintura stavano entrando in disuso, sostituite da ben più robuste scatole metalliche molto più simili a forzieri che a scarselle o da eleganti custodie in pelle lavorata.

Questi piccoli gioielli di oreficeria hanno viaggiato sulle polverose strade medievali, hanno attraversato città e mari, percorrendo miglia e miglia e sono, ancora una volta, la testimonianza della varietà e della vivacità di quell’epoca che chiamiano (ancora un po’ ingiustamente) Medioevo.

Federico Marangoni

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Le origini dell’Irlanda

L’Irlanda ha sempre rappresentato nelle fonti classiche una terra immaginaria e semileggendaria, sulla scia di quanto accaduto alla prospiciente Britannia.

La mappa dell’Ibernia di Claudio Tolomeo (100-175 ca.)

Come sempre accade per ciò che concerne il mondo antico, è difficile ricostruire dalle fonti un quadro definito e incontrovertibile. Un profilo storico delle vicende legate all’Irlanda deve nascere, per forza di cose, dalle evidenze documentali e archeologiche giunte fino ai nostri giorni.

Per prima cosa, dobbiamo esaminare l’origine del suo toponimo latino Hibernia, attraverso cui è possibile proporre tesi legate ad interpretazioni etimologiche e linguistiche. In prima battuta, rimanendo nella semantica afferente alla lingua latina, il termine Hibernia potrebbe derivare da -hiems (inverno) indicando di conseguenza la natura invernale e fredda dell’isola.

Nelle fonti greche invece, l’isola era conosciuta già in epoca più antica col nome di Iérnē, riscontrabile nell’opera di Pitea di Massalia di cui ci è stato tramandato il resoconto del suo tentativo di effettuare un periplo del mondo conosciuto. Il nome greco rimbalzò successivamente in Tolomeo (Ἰουερνία) e Strabone (Iérne) e, analizzandolo, è possibile supporre che il termine possegga radici linguistiche celtiche. Infatti, com’è ben noto presso i linguisti, il dialetto celtico insulare irlandese conserva una traccia di questo nome nel termine *Iveriu (proveniente dal celtico pi-wer- = fertile) e testimonierebbe come l’Ibernia fosse in origine una terra indicata per la coltivazione.

Conferma di tale notizia è riscontrabile anche in Pomponio Mela, che riporta come l’isola fosse molto feconda e adatta al pascolo di armenti. Il Libro delle Invasioni, una cronaca irlandese redatta attorno al XI secolo, riportò invece la tradizione secondo cui il nome Hibernia fosse una locuzione geografica e che si intendesse mettere in evidenza la sua posizione occidentale rispetto alla concezione terrestre della società greco romana.

La diffusione dei Celti in Europa all’epoca dell’apogeo della loro civiltà (III secolo a.C.)

Gaeli e Galli Considerando poi il punto di vista etnico, numerosi studi moderni hanno confermato come l’Irlanda subì un’invasione dal continente attorno al V/VI secolo a.C. e che i suoi abitanti parlassero un dialetto di celtico insulare detto goidelico/gaelico. Queste genti, secondo le attestazioni documentarie, erano chiamate appunto Gaeli (da cui derivò anche l’etnonimo Galli) poiché provenivano dalla Gallia e dal Nord dell’Iberia e si diffusero in tutto l’arcipelago britannico.

Questa κοινῇ celtica che si venne a creare nelle due isole è testimoniata anche da Tacito, il quale riportava ancora nel I secolo come i Britanni e i Celti d’Irlanda avessero essenzialmente gli stessi costumi. In accordo con lo storico romano troviamo anche Claudio Tolomeo, autore della famosa Geographia, il quale stilando la lista degli etnonimi tra Ibernia e Britannia indicò come i Brigantes fossero attestati in entrambe le isole e anche i Manapi, indicati come tribù ibernica nell’opera, presentano un’assonanza con il nome dei Menapi stanziati nella Gallia Belgica.

Insomma, analizzando le fonti sembra che i Romani ritenessero gli antichi irlandesi come un ramo della grande moltitudine delle popolazioni celtiche che si erano diffuse in Europa dall’Età del Bronzo. A partire infatti dalle civiltà celtiche convenzionalmente definite come La Tene e Halstatt, gli archeologi sono complessivamente d’accordo nel ritenere che, a partire dal V secolo a.C., l’Europa continentale fosse un’area a prevalenza celtica. Dal punto di vista etnico, se si eccettua il periodo della romanizzazione, qualcosa cambiò soltanto nel V-VI secolo d.C. durante il periodo delle invasioni barbariche.

La migrazione degli Scoti In particolare, oltre alle migrazioni germaniche, nelle isole britanniche si rilevò in quel periodo un movimento “interno” di genti celtiche in particolare quando migrarono nella Britannia settentrionale popolazioni dall’Irlanda chiamati Scoti. Per questo motivo, l’Irlanda iniziò, a cavallo tra tarda antichità e Medioevo, ad essere chiamata con il nome di Scotia Maior mentre gli ex territori della Caledonia, com’era chiamata dai Romani e dove si stanziarono gli Scoti, vennero denominate Scotia Minor.

Questi popoli, delle cui aggressività scrisse Ammiano Marcellino, erano già attestati come popolo barbaro stanziato all’interno dei confini dell’impero romano nel 297 come confermava l’opera conosciuta come Laterculo Veronese o Nomina Provinciarum Omnium. In tal senso anche Nennio, monaco anglosassone del secolo X, nella sua Historia Brittonum ipotizzò per gli Scoti una provenienza dalla penisola iberica come raccolto dallo stesso storico da fonti autorevoli presso quel popolo. Questa notizia trovò conferma anche in Beda il Venerabile che, con la sua Historia Ecclesiastica gentis Anglorum, confermò come gli Scoti fossero originari dell’Irlanda.

Prima di procedere nel corso dei secoli della storia d’Irlanda, è utile soffermarsi ancora sulla fase antica e in particolare su un dibattito ancora in corso sui rapporti tra Romani e Hibernia. Il centro della questione verte sulla interpretazione dei passi dell’Agricola in cui Tacito affermava come l’isola fosse facilmente conquistabile dal suocero Agricola in rapporto al fatto che i Romani non riuscirono mai a porla effettivamente sotto il loro controllo.

I popoli dell’Irlanda antica

Il racconto di Strabone Le ragioni per cui il generale romano non conquistò effettivamente l’Ibernia non sono note, tuttavia è possibile supporre che logisticamente soggiogare l’isola non valesse la pena in termini economici, oppure che fosse considerata una questione subalterna rispetto al controllo delle zone settentrionali della Britannia.

Quello che tuttavia emerge dalle fonti è che i Romani conoscessero l’isola e i suoi abitanti, che certamente intrattenevano anche rapporti commerciali con le tribù britanne; ad esempio, nell’odierno Galles, sono state ritrovate iscrizioni ascrivibili proprio ai Celti d’Irlanda.

Che cosa sappiamo, più approfonditamente, riguardo questi popoli? Come abbiamo avuto modo di vedere nella prima parte, gli studiosi sono concordi nel ritenere Britanni e Irlandesi giunsero nell’arcipelago britannico in seguito alla migrazione dei Celti continentali che si intensificò specialmente tra V e VI secolo a.C .

Tuttavia, mentre i Britanni in seguito ad i contatti con la Gallia mutarono lingua e abitudini, tanto che lo stesso Cesare ravvisò la vicinanza tra lo stile di vita degli abitanti del Kent e quello gallico, gli Irlandesi preservarono le loro peculiarità originarie. Anche nelle fonti classiche si può trovare un riflesso di questa originaria unità in quanto nei frammenti di Pitea del III secolo a.C. chiamava Pretani entrambe le popolazioni senza distinzione alcuna. E Avieno nel suo Ora Maritima distingueva tra gli abitanti di Albione e la gens Hiernorum dell’Irlanda.

I regni e le principali città d’Irlanda nel 900 ca.

Nel 1946 lo storico irlandese O’Rahilly codificò un modello storico che divideva in quattro ondate le invasioni celtiche provenienti dal continente; la prima, quella più antica era quella dei Priteni/ Pretani, quelli che poi i Romani latinizzarono in Pitti, probabilmente per la loro abitudine a dipingersi il corpo in battaglia. La seconda ondata è quella degli Eraìnn (V secolo), provenienti dalla Belgica, popolo di cui parla anche Cesare. Due secoli dopo, dall’Armorica, giunse l’ondata detta Laginiana composta da Laigin, Domnainn e Gálioin. Attorno al 100 a.C. infine giunse infine dall’Aquitania l’ultima ondata di Galli definita goidelica.

Ben poco però è possibile ricavare riguardo agli usi e ai costumi di questi popoli, in quanto le più antiche iscrizioni irlandesi sono databili dopo il 300 d.C. e sono composte da iscrizioni in gaelico con lettere latine. Anche scorrendo un’opera successiva come il Libro delle Invasioni, non si trovano tracce concrete in quanto la narrazione sulle origini degli Irlandesi si confonde con vicende bibliche, facendoli discendere direttamente da Albanus, figlio di Iafeth. Qualche altro dato controverso lo troviamo in Strabone, che descrive così gli abitanti dell’Irlanda:

Intorno alla Britannia vi sono alcune altre isolette. Ve n’ha inoltre una grande, l’Ierna, che si stende al settentrione della Britannia, la quale è maggiore in larghezza che in lunghezza. Di quest’isola non abbiamo cosa alcuna da poter dire con sicurezza, se non che i suoi abitanti sono più incolti dei Britanni, siccome quelli che nutronsi di carni umane e sono voraci; mangiano i loro padri quando son morti, stimando così di dar loro onorevole sepoltura; e si mischiano palesemente non solo colle altre donne, ma ben anche colle madri e colle sorelle. [Strab. IV, 5]

A prescindere da alcuni aspetti folcloristici, quello che sappiamo per certo è che il nucleo centrale della società era rappresentato dalla Tuath (tribù) a cui c’era a capo un re (rì Tuaithe) che nelle fonti romane diventa regulus, alla stregua di quanto già riscontrato presso i Galli da Cesare. Un gradino più in basso nella gerarchia c’erano i nobili (flaithi), che rappresentavano una sorta di aristocrazia guerriera a cui veniva richiesto il contributo maggiore per la difesa della tribù. Al di sotto troviamo la classe media (Oes Dana) tra cui troviamo i mestieranti e i sacerdoti druidici (drì). Quest’ultimi, alla stregua della descrizione fornitaci da Cesare, rappresentavano una casta molto considerata anche presso Britanni e Galli: detenevano il monopolio della trasmissione orale e venivano spesso chiamati in causa per dirimere le controversie giuridiche tra le tribù. Muovendoci poi verso il fondo della piramide sociale, troviamo contadini e possessori di buoi (bòaire e aithech) e infine, coloro che non possedevano alcun diritto civile, gli schiavi (mug).

Itinerari ipotetici della spedizione di Agricola in Ibernia

Le genti ignote Tornando alla natura dei rapporti tra Romani e Ibernici, sebbene la storiografia ufficiale ancora oggi dichiari che nessun piede romano calpestò mai il suolo irlandese, alcuni studiosi hanno proposto delle ipotesi alternative in tal senso. Oltre al già citato Tacito, uno spunto in tal senso fu fornito da Giovenale il quale, in una sua satira, dichiarava che le legioni romane si erano spinte oltre le coste irlandesi. Affermare con certezza se questa frase fosse un’iperbole o dato storico, è difficile da dirsi. Quello che è certo è che Agricola aveva studiato l’isola e che pensò certamente ad espandere il dominio Romano sull’Ibernia, tanto che Tacito affermò che avrebbe potuto essere conquistata in pochi giorni e con una sola legione.

Tralasciando questa particolare riflessione (che potremmo collocare all’interno dell’usuale punto di vista romanocentrico poco imparziale), è importante analizzare come nel capitolo XXIV dell’Agricola, poco prima di trattare dell’Irlanda, lo storico romano affermò come il generale, nel quinto anno del suo comando in Britannia, mosse per primo alla scoperta di genti ignote ai Romani. L’interpretazione di alcuni studiosi dunque fu quella di ritenere che le navi di Agricola mossero verso l’Ibernia e approdarono nell’attuale zona di Dublino, dove si concentra la maggior parte dei ritrovamenti romani nell’isola. Ancora Tacito riportava come, nel 82 d.C. Agricola accolse un principe irlandese esule in Britannia per poi aiutarlo successivamente nella riconquista del suo titolo.

La leggenda di Tuathal Techtmar Alcuni studi, in particolare quello di R. Warner, hanno voluto vedere in questo principe la conferma di una figura leggendaria come quella di Tuathal Techtmar, principe irlandese che in diverse cronache medievali viene dipinto come il primo che unificò l’Irlanda sotto un unico dominio e il primo della tribù dei Goideli.

Egli, in tenera età, sarebbe stato scacciato in Britannia, nella terra natia della madre Eithne e successivamente sarebbe rientrato e avrebbe riconquistato il trono in seguito a diverse battaglie. Sebbene il suo esilio britannico sia datato alla prima parte del II secolo, alcuni studiosi hanno ipotizzato che la sua vittoria fu talmente repentina da supporre che fu aiutato da truppe romane. Il dibattito su tale affermazione è tutt’oggi aperto e solo un approfondimento delle indagini archeologiche nell’area di Drumaragh, dove sono state trovate tracce di un forte simile a quelli romani in Britannia, potrà dirimere la questione.

Oltre all’assonanza del toponimo con la parola “Roma”, l’area presenta numerosi reperti di matrice romano-britannica, anche di epoche relative al tardo impero, inseriti all’interno di un perimetro fortificato molto simile ai castra eretti dai legionari. Tuttavia, altre teorie hanno supposto che la presenza di oggetti di origine romana nell’area potrebbero derivare da spedizioni non “ufficiali” come quelle di Agricola, ma ricollocabili comunque a popoli sottoposti all’influenza di Roma. Molto probabilmente infatti, questi ritrovamenti sarebbero ascrivibili al passaggio in Irlanda di truppe ausiliarie romano britanne che, al seguito di Tuathal Techtmar, lo aiutarono nella riconquista dell’isola e vi si insediarono successivamente.

Anche Tolomeo che, come abbiamo visto nella sua Geografia, utilizzò per le tribù stanziate in Hibernia, proprio nella zona di Drumanagh, gli stessi etnonimi di popoli britanni come Menapi e Briganti, a testimonianza dell’esistenza di legami tra Britannia romana e Ibernia e di come fosse lecito supporre un passaggio di popoli da una all’altra isola, non necessariamente sotto l’egida romana.

Il promontorio di Drumanagh, a nord est di Dublino

I quattro regni Per avere notizie sullo status quo dell’Irlanda prescindendo dalle fonti latine, è necessario analizzare brevemente un’opera semileggendaria come “La Grande Razzia” (in gaelico Táin Bó Cúailnge) basata su racconti orali del IV secolo e trascritta a più riprese sino al secolo XI. Basata appunto sulla trasmissione orali dei bardi irlandesi ed intrisa pertanto di topoi letterari celtici, subì successivamente una rivisitazione ad opera dei monaci cristiani che ne curarono la messa per iscritto. Un’opera poliedrica dunque, in grado di mostrare, al netto degli espedienti narrativi tipici di un testo epico, tutte le trasformazioni culturali avvenute in Irlanda dall’antichità al periodo medievale.

Dal testo si evince come gli Irlandesi (chiamati èrainn, da cui deriva il termine odierno di Eire) erano divisi anticamente in quattro regni chiamati Ulaid, Connachta, Laigin e Mumudei quali, ancora oggi, conservano la radice del nome rispettivamente con Ulster, Connacht, Leinster e Munster. La successiva aggiunta del suffisso – ster, con riferimento al possesso della terra, secondo alcuni studi, sarebbe il lascito linguistico lasciato in epoca medievale dal passaggio delle popolazioni scandinave che razziarono l’isola.

Prendendo sempre ovviamente con le pinze le suggestioni che la lettura di un libro come questo potrebbe implicare, è possibile ipotizzare come quest’opera celebrasse in qualche modo la superiorità degli antichi Erainn rispetto alla nuova dinastia goidelica degli O’Neill, giunta come detto nel V secolo a.C., che aveva il suo centro di potere nella città di Tara, mai menzionata nel Tain.

A Tara, secondo quanto attestato nella Cronaca d’Irlanda (una recente sistemazione degli annali irlandesi per gli eventi che vanno dal 432 al 911) veniva nominato con un rito pagano il re Supremo d’Irlanda, che governava su tutti i regni. Questi popoli, in concordanza con quanto affermato dalle fonti latine, presentavano diverse affinità con gli omologhi celtici, in particolare prevedevano la possibilità che una donna amministrasse un regno (in Ibernia, la regina Medb regnava sul Connacht, come Cartimandua e Budicca in Britannia). Una traccia ancora più antica collegherebbe poi il matrimonio rituale del re con la terra a scopo sacrale e per propiziare la fertilità (chiamato in gaelico Banais Rigi) con altre liturgie similari ancora in usi oggi in Africa Nera. Con l’erede dei Goideli, il re Louiguir/Loegario, avrà a che fare il famoso Patrizio, attualmente patrono d’Irlanda, durante la sua opera evangelizzatrice.

Unicum a livello europeo Prima di affrontare la questione patriciana, bisogna sottolineare come l’Irlanda rappresenti un unicum a livello europeo tale da non poter essere incasellata nelle convenzionali cesure storiche europee.

Il passaggio infatti tra Antichità e Medioevo, genericamente conosciuto come Tardo-antichità e che interessò tutto il continente europeo e ugualmente la Britannia, non toccò l’Irlanda.

Al riparo dalle invasioni e solo marginalmente influenzata dalla romanizzazione, la penisola ibernica non subì gli influssi barbarici e la lenta dipartita della romanità come il resto del mondo romano, ma al contrario subì proprio in questo periodo una latinizzazione dotta grazie all’opera dei missionari cristiani.

Detta in soldoni, il latino non venne introdotto attraverso la conquista dei romani prima e la contaminazione successiva delle lingue romano-barbariche, ma tramite lo studio della letteratura classica messo in atto nei monasteri irlandesi (altro tratto peculiare rispetto all’evangelizzazione) introdotti dal cristianesimo che ne conservarono e tramandarono i tratti più puri e eruditi. Il passaggio tra mondo antico e Medioevo in Irlanda non fu dunque caratterizzato da un periodo di passaggio ma avvenne repentinamente e quasi senza scossoni politici e sociali.

Ma quando arrivò il cristianesimo in Irlanda? Le notizie sono scarne e frammentarie rispetto ad esempio alla Britannia, dove già sotto Diocleziano moriva come martire cristiano Albano (305) e, ancora prima (179) secondo Beda, Lucio re di Britannia inviava una missiva a papa Eleuterio durante l’impero di Marco Aurelio e del figlio Commodo al fine di ricevere il battesimo cristiano. Quest’ultima notizia, attestata anche da Goffredo di Monmouth, sarebbe da intendersi come infondata: già sotto Antonino Pio la Britannia era saldamente sotto il controllo romano ed era pertanto impossibile che esistesse una carica in opposizione al dominio di Roma. Se per la Britannia le fonti sono diverse, per l’Ibernia le attestazioni sono molto più tarde e si riferiscono al periodo immediatamente successivo al ritiro delle legioni romane dalla Britannia ordinato dall’imperatore Onorio (410).

Una vetrata nella cattedrale di Carlow (Irlanda) con l’immagine di San Patrizio

La missione di Patrizio La prima notizia presente nelle fonti è quella di Beda, che per l’anno 431 indicò come papa Celestino inviò il vescovo Palladio a predicare agli Scoti che credevano in Cristo. Sappiamo sempre da Beda che fuori dai confini della ormai ex Britannia romana si era concentrata la missione evangelizzatrice di diversi santi, in particolare si ricorda per i Pitti Niniano di Whithorn che, nel IV secolo, aveva introdotto quei popoli alla fede cattolica. Era pertanto possibile che nell’Irlanda fosse giunta in qualche modo l’influenza cristiana che, storicamente, avvenne ufficialmente tramite l’opera di Patrizio (389-461), figlio di Concessa e di Calpurnio, diacono e decurione nella Britannia nord occidentale.

Sebbene alcuni studiosi, in particolare T. O’Rahilly, ritengano che l’attuale biografia patriciana sia sovrapposta all’azione evangelizzatrice di Palladio, ci limitiamo a considerare i dati storici forniti dalle fonti.

Stando a ciò, Patrizio fu rapito da predoni irlandesi pagani all’età di sedici anni mentre soggiornava in Galles, successivamente si formò in Gallia, ordinato da Germano di Auxerre e nel 432 venne inviato in Irlanda, dove fondò diversi monasteri, per primo quello di Armagh.

Al contrario di quanto accadde nel resto d’Europa, dove la romanità lasciava via via spazio all’affermazione di nuovi regni, in Irlanda avanzava parallelamente al cristianesimo attraverso l’opera del britanno Patrizio. Esaminando il suo apostolato, è possibile delineare diverse peculiarità rispetto agli omologhi europei, in particolare il fatto che non dovette affrontare il martirio per riuscire nella sua opera di conversione e, in secondo luogo, in quanto fondò il suo successo sulla sintesi che produsse con il mondo celtico-pagano.

Il trifoglio per spiegare la Trinità Al monaco britanno sono attribuiti diversi miracoli, in particolare quello di aver liberato l’isola dai serpenti, che sono così ritratti nelle icone raffiguranti il santo; il trifoglio, che è diventato un simbolo dell’Irlanda e di Patrizio stesso, venne poi usato dal monaco per spiegare ai pagani il funzionamento del concetto di trinità, altrimenti difficilmente assimilabile dai nativi.

Un’icona di San Patrizio con il trifoglio

Patrizio poi, per la sua familiarità con quel mondo pagano, venne descritto quasi come un druido, in competizione con gli altri maghi del paese per dimostrare la superiorità del Dio cristiano su quelli autoctoni. In tal senso è emblematico ciò che avvenne a Tara di fronte al re irlandese, quando Patrizio, accendendo un fuoco dove non era permesso dai culti druidici, affrontò i maghi del re sconfiggendoli e convertendo lo stesso re al cristianesimo. In seguito all’azione patriciana, il cristianesimo irlandese iniziò a svilupparsi attorno alle singole abbazie con i monaci che si prodigavano per raggiungere e convertire ampi strati della popolazione che, al netto della tradizione agiografica, dovette essere certamene più graduale.

Il cristianesimo si impose via via nei secoli successivi, generando a sua volta un importante esponente missionario, cioè il famoso Colombano (540-615) la cui missione toccò l’Europa continentale e anche il nord dell’Italia, in cui è tutt’oggi venerato in decine di città.

Paolo Pietro Giannetti

Fonti anticheAnonimo, Libro delle invasioni d’irlanda, consultabile online su http://www.bifrost.it/celti/fonti/leborgabala-1.html. Anonimo, Nomina provinciarum omnium, a cura di a. Riese, in Geographi Latini Minores, Heilbronn 1878. Anonimo, La grande razzia, táin bó cúailnge, a cura di M. Cataldi, Milano 1996. AAnonimo, The chronicle of ireland, a cura di T. M. Charles, Liverpool 2006. Postumo Rufo Festo Avieno, Ora Maritima, consultabile su http://www.thelatinlibrary.com/avienus.html. Beda il Venerabile, Historia ecclesiastica gentis anglorum, a cura di M. Lapidge, Voll. I-II, Milano 2010.Decimo Giunio Giovenale, Satire, a cura di B. Santorelli, Milano 2011. Goffredo di Monmouth, Storia dei re di britannia, a cura di G. Agrati e M. L. Magini, Parma 2010. Nennio, Historia Brittonum, a cura di A. Morganti, Rimini 2003. Pitea di Massalia, L’Oceano, in S. Bianchetti, Pitea di Massalia, L’Oceano. Introduzione, testo, traduzione e commento, Roma 1998. Pomponio Mela, La geografia del Mediterraneo, Soveria Mannelli 2008. Strabone, Geografia, a cura di F. Trotta, Milano 1996. Cornelio Tacito, Agricola, a cura di M. Stefanoni, Milano 2000. Claudio Tolomeo, Geografia, a cura di E.L. Stevenson, New York 2011.

BibliografiaD. Ò Croinin, A New History of Ireland, vol. I, Oxford 2005. N. Davies, The Isles, a History, Saffron Walden 2000. Martino, Roman Ireland, Cork 2003. S. Duffy, Medieval Ireland, an encyclopedia, New York 2005.S. Duffy, Ireland in the Middle Ages, Londra 1997. R. Fletcher, The Barbarian Conversion, from paganism to Christianity, New York 2011. G. Iorio, L’Apostolo Rustico, vita e miracoli di S. Patrizio d’Irlanda, Rimini 2000. F. Le Roux, C.J. Guyonvarc’h, I druidi, Parigi 1986. T. O’Rahilly, Early Irish History and Mythology, Dublino 1946. T. O’Rahilly, The Two Patricks, a lecture on the History of Christianity in Fifth century Ireland, Dublino 1984. B. Raftery, Atlas of the Celts, Dublino 2001. C. Sneyder, The Britons, Londra 2003. R.B. Warner, Tuathal Techtmar: a mith or ancient literary evidence for a Roman invasion?, in Emania, 13 (1995), pp. 23-32.

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Il Grifo e il Leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Mi sento turbato, illustre doge, profondamente turbato e, se ne vuoi sapere l’esatta ragione, ti dirò che ciò che temo sono le tempeste che ci fremono intorno e i sommovimenti che dovunque vediamo; ma per tralasciare i lamenti su tutto il genere umano, o italiano, io piango le cose italiane.

Chome nacque discordia tra Genova e Vinegia. Miniatura tratta dal codice lucchese delle Croniche di Giovanni Sercambi (1348-1424)

Corrono ora alle armi due potentissimi popoli, due fiorentissime città; per dirla in breve, due astri d’Italia, che molto opportunamente, a mio parere, madre natura ha collocato da una parte e dall’altra ai limiti della terra d’Ausonia, in modo che, stando voi a settentrione e a oriente ed essi a mezzogiorno e a occidente, e controllando voi l’Adriatico e loro il Tirreno, il mondo quadripartito riconoscesse che, pur dopo l’indebolimento e il declino dell’impero di Roma (per non dire la sua prostrazione e la sua morte), l’Italia è ancora regina. E se l’arroganza di alcuni popoli vuole pur mettere in discussione questa sua sovranità sulla terra, certo non ci sarà alcuno tanto impudente da volerla negare sul mare.

Ma se ora – cosa che non vorrei né vedere né presagire – rivolgete contro voi stessi le armi vittoriose, è inevitabile che periremo per i colpi delle nostre stesse mani e che, spogliati di nuovo dalle nostre stesse mani, perderemo la gloria e il dominio del mare conquistato con tante fatiche pur senza perdere quel conforto che già altra volta avemmo nelle nostre sventure: che i nostri nemici poterono sì godere delle nostre disgrazie, non vantarsene.

Andrea Dandolo, opera di Lorenzo Moretti Larese del 1861. Il busto fa parte del Panteon Veneto, conservato presso Palazzo Loredan

Con queste parole – date a Padova il 18 marzo del 1351 –, Francesco Petrarca invitava il doge veneziano, Andrea Dandolo, eletto al sesto scrutinio il 4 gennaio del 1343 – appassionato cultore di memorie patrie, raccolte in una Chronica brevis, oltre che nella celebre Chronica per extensum descripta, interrotta due anni prima della morte, avvenuta nel 1354 –, a porre termine al conflitto che, da circa un anno, vedeva Genova e Venezia nuovamente impegnate in una lotta senza quartiere.

Il poeta – che agiva a titolo personale, ma che, di lì a poco, si sarebbe fattivamente adoperato in favore della pace per conto del signore di Milano, l’arcivescovo Giovanni Visconti – toccava corde inusuali:

Nessuno, vi prego, possa trarvi in inganno: voi intraprendete una guerra contro un popolo fortissimo e invitto e, cosa che dico con maggior amarezza, italiano. Potessero essere vostre nemiche le città di Damasco o di Susa, di Menfi o di Smirne, e non quella di Genova! Magari combatteste contro i Persiani o gli Arabi, contro i Traci o gli Illiri! Che fate ora voi? Se qualche rispetto è ancora per il nome latino, coloro che volete distruggere vi sono fratelli, e ahimè, non soltanto a Tebe ma in Italia si armano l’una contro l’altra schiere fraterne, dolente spettacolo per gli amici, grato ai nemici. E qual fine alla guerra se, siate vincitori o vinti (incerto è il gioco della fortuna), sarà inevitabile che una delle due luci d’Italia dovrà spegnersi e l’altra oscurarsi? Sperare di conseguire una vittoria incruenta contro tanto nemico, vedi se sia segno di generosa fiducia o di assurda pazzia.

L’aulico periodare dell’aretino coglieva la sostanza del problema mediterraneo. La rivalità tra i due «astri d’Italia» era radicata. Le sue ragioni poggiavano tanto nella geografia, quanto nelle scelte dei rispettivi abitanti. Collocate «ai limiti della terra d’Ausonia», a capo del Tirreno, l’una, dell’Adriatico, l’altra, Genova e Venezia erano andate affermandosi quali potenze marittime di grande rilievo, acquisendo un ruolo strategico nelle relazioni tra Oriente e Occidente, da un lato, tra Mezzogiorno e Settentrione, dall’altro.

Il leone di san Marco (foto: Nino Barbieri)

Era stata la crescente concorrenza commerciale sviluppatasi nel Mediterraneo – e, in particolare, nel Mediterraneo orientale, a seguito della conquista veneziana di Costantinopoli, nel 1204 – a dare abbrivio al confronto. In gioco v’era la sopravvivenza d’un sistema cui nessuna delle due intendeva rinunciare.

Sia l’una, sia l’altra avevano trovato nel mare il mezzo principale per accrescere le proprie fortune. A ciò si aggiungeva l’ombra dell’ideologia, tesa a preservare quell’honor civitatis di cui si sostanziava buona parte del discorso politico del tempo, che si esplicava nella denigrazione dell’avversario e nell’affermazione di un’identità mercantile e guerriera al tempo stesso.

Tale rivalità metteva in discussione l’unica priorità che, agli occhi del poeta, spettava alla penisola: il «dominio del mare». Non è un caso se, il 22 maggio successivo, nel rispondere al poeta, Andrea Dandolo, tralasciando di soffermarsi sulle motivazioni del conflitto, si piccava di sottolineare la pericolosità della rivale, vera nemica della pace, giustificando la guerra quale unico rimedio per ripristinare la concordia perduta:

Quanto hanno abusato della nostra sopportazione? Per quanto tempo ci ha molestato la loro rabbia? E la loro audacia senza freni si è scatenata inutilmente. e magari avessero contaminato solo ai nostri tempi quel buon nome italiano che abbastanza spesso voi piangete come al tramonto, ma quanto la loro doppiezza abbia ottenebrato il diadema di colei che chiamate regina, è lamento vecchio. Si sono resi ostile il mare, nemiche le singole nazioni, sono odiosi al mondo; quanto ai loro costumi ne accolgo una minima parte perché non può accordarsi con altri chi non sa con se stesso. Si dica che ciò che diciamo non è vero, e noi proveremo che non si può negarlo; e chi ciò conosca noi non riteniamo così disonesto, così temerario o così folle da non riconoscere che noi abbiamo agito a nostro buon diritto. Molte cose si potrebbero dire, ma le tralasciamo per porre fine alla lettera. Abbiamo intrapreso una guerra solo per ottenere una pace onorevole per la patria, che ci è più cara della vita, e per mostrare che, se veniamo disprezzati, sappiamo comportarci in modo abbastanza duro e violento. Avremo costretto alla pace e alla rassegnazione un nemico che ora, nonostante sia quasi liquidato, ancora resiste e tergiversa. Non abbiamo scrupolo alcuno a muovere guerra contro chi non sa minimamente sopportare la pace.

L’attuale stemma della città di Genova

Lo scontro tra Genova e Venezia non faceva che destabilizzare ulteriormente una penisola attraversata da lotte civili, dilaniata dalla peste nera, preda d’enormi contrasti.

Agli occhi dell’aretino, tale situazione poteva risolversi solamente mutando mentalità: sostenendo quel tentativo d’egemonia sull’Italia centro-settentrionale espresso dai milanesi Visconti; i quali, peraltro, nell’ottobre del 1353 avrebbero effettivamente ottenuto la signoria di Genova e, con essa, l’onere di sostenere le ultime fasi del conflitto sino alla sua naturale conclusione.

Operazione, questa, quanto mai necessaria, a fronte del rinnovato dinamismo della corona catalano-aragonese, installatasi nel Meridione insulare, desiderosa d’allargarsi sul continente, cui solo la politica unificatrice viscontea avrebbe potuto rispondere con efficacia. Il bene d’Italia – afferma Petrarca – era da preferire; soprattutto, bisognava evitare che la penisola diventasse preda dei «barbari»:

Riflettete voi, uomini magnanimi e potentissimi popoli – ciò che infatti dico all’uno intendo dirlo ad ambedue e se rivolgo a te questo mio scritto è per la rispettosa familiarità che ho conto il valore e per la vicinanza dei luoghi; riflettete voi, dico, dove spingete l’animo vostro, quale sia il prezzo dell’ira, quale il limite dell’odio; riflettete sulla vostra salvezza e, dato che in gran parte dipende da voi, su quella di tutti; e non dimenticate che se la furia di questa guerra imminente non verrà smorzata da una fonte di pietà, dalle ferite che si preparano non sgorgherà sangue numantino o cartaginese ma italiano; il sangue di coloro che, se qualche schiera barbarica – come pure talvolta ha osato anche se mai impunemente – dovesse irrompere nei nostri territori, sarebbero i primi a prendere con voi le armi per la difesa delle sorti comuni, a esporre con voi il loro petto alle armi nemiche e alla morte, che voi stessi proteggeste coi vostri scudi e i vostri corpi, esattamente come loro farebbero con voi, loro che con voi inseguirebbero il nemico in fuga dopo aver vinto la sua flotta e che con voi vivrebbero, morirebbero, combatterebbero, trionferebbero.

Andrea del Castagno, Francesco Petrarca, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri (affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il poeta, dunque, proponeva al doge veneziano qualcosa d’improbabile: l’alleanza con la rivale, con lo scopo di contrastare la crescente talassocrazia catalano-aragonese. I due «astri d’Italia» avrebbero dovuto impegnarsi per riaffermare il dominio del mare – l’«imperium maris» –, spingendosi sino ai confini della terra, là dove finiscono le mappe:

Di una cosa sola porgo supplica prostrato in pianto davanti ai signori di due popoli: gettate le armi funeste, datevi le destre, scambiatevi il bacio della pace, congiungete gli animi agli animi, le insegne alle insegne. Alle vostre navi saranno così aperto gli oceani e le porte del mare Eusino, e i popoli e i re vi verranno incontro pieni di ammirazione; vi temeranno gli Sciti, i britanni e gli Africani; sicuri i vostri marinai navigheranno senza paura verso le spiagge dell’Egitto, della Fenicia e dell’Armenia, verso i porti un tempo temuti della Cilicia, verso Rodi un giorno signora del mare, verso i monti della Sicilia e i monti del suo mare, verso le Baleari tristemente note per le antiche e nuove piraterie e infine verso le Isole Fortunate e le Orcadi, e verso Tule, isola famosa ma sconosciuta, e verso tutte le plaghe australi ed iperboree. Solo che non temiate reciproche offese, non dovrete temere di nessun altro.

Con ciò, gli appelli petrarcheschi non tenevano conto della realtà d’una rivalità plurisecolare, incancrenitasi nell’ambito di grandi scontri marittimi, nelle diuturne azioni di corsa, nelle lunghe prigionie, nelle molteplici richieste di risarcimento inevase.

Il conflitto tra le due città, in atto da tempo, non era più riconducibile esclusivamente al topos della rivalità mercantile, che n’era stato, comunque, motore primario. Cresciute in potenza sui mari, tese ad affermare la propria egemonia sulle principali rotte di commercio, le Genova e Venezia erano andate ricorrendo a ogni mezzo, lecito o illecito, pur di sopravanzare l’avversario e dimostrare al mondo la propria superiorità.

In gioco v’era sì la supremazia sulle rotte di commercio; e, dunque, il mantenimento d’un benessere diffuso, garantito dalla frequentazione dei principali mercati mediterranei e pontici: quei mercati raffigurati verosimilmente nel celebre mapamundus dipinto nel Trecento nella loggia di Rialto, le rotte per raggiungere i quali erano contemporaneamente tracciate su carta da Giovanni di Carignano e Pietro Vesconte, cartografi genovesi.

Non bisogna sottovalutare, a ogni modo, il desiderio di costruire e affermare la propria identità nel confronto con l’avversario: un’identità prettamente bellica, capace di trasporre in un ambiente marittimo gl’ideali di forza e possanza propri, sulla terraferma, dell’uomo a cavallo.

Antonio Musarra

Antonio Musarra

Il grifo e il leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Laterza, 2020

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Jan Hus, che precorse Lutero

Martin Lutero un secolo prima di Martin Lutero. Jan Hus fu un predicatore boemo dotato di enorme carisma e di un’oratoria trascinante, un prete intollerante e coerente che per difendere le sue idee sulla riforma della Chiesa o sull’autorità del papa e dei cardinali avrebbe affrontato qualunque prova.

Il predicatore e pittore Hans Stiegler (sec. XVIII) dipinse un’oca dietro a Lutero per significare che Jan Hus fu un precursore di Lutero

Non vide mai quello che solo al monaco tedesco riuscì di realizzare, ma in un immaginario calcolo dare-avere, l’enormemente più celebre e celebrato Lutero dovrebbe fare tre passi indietro, chinare il capo, tacere per qualche momento e, fronte bassa, rendere omaggio al suo predecessore. Che, sostenendo le sue stesse tesi cento anni prima di lui, chiese e ottenne di difenderle nientemeno che davanti a un concilio universale, quello di Costanza del 1415.

Lutero, convocato, si rifiutò di andare a Roma. Hus, invece, si presentò davanti ai suoi accusatori ribattendo colpo su colpo ai loro sofisticati ragionamenti senza mai discostarsi dalle sue posizioni, finché, messo alle strette, “per non scandalizzare i discepoli”, il 6 luglio 1415, urlando e inveendo contro i suoi aguzzini, si incamminò verso il rogo.

Eppure i suoi inquisitori, i cardinali Pierre d’Ailly e Francesco Zabarella, fecero numerosi tentativi per salvarlo. Può sembrare strano, visto che quando Hus si presentò a Costanza le sue tesi erano già state condannate ai massimi livelli della gerarchia ecclesiastica. Eppure è così. Lo provano le sue lettere dal carcere e la cronaca più dettagliata a nostra disposizione, opera di un testimone oculare che era anche suo zelante discepolo: Petr di Mladoňovice.

Secondo il racconto di Petr, più volte il cardinale d’Ailly ammonì Hus che insistere nella richiesta di ulteriori udienze per spiegare le sue teorie, dopo che queste erano già state discusse e demolite punto per punto, non gli avrebbe giovato.

Jan Hus in un dipinto di Enrico Gamba (XIX sec.)

Quando il boemo contestò alcune affermazioni che gli erano state attribuite, Zabarella propose una “forma di abiura limitata” chiedendo all’imputato di esprimersi solo su quella, ma fu il re dei Romani Sigismondo, presente a Costanza per il concilio e spettatore al processo, a perdere la pazienza: “Perché non vuoi abiurare gli errori che secondo te ti vengono attribuiti falsamente? Io non avrei difficoltà ad abiurare tutti gli errori, non importa se li ho sostenuti o no”. “Maestà, se io abiurerò gli articoli in cui non credo mentirò alla mia coscienza e sarò dannato!”.

Sottigliezze che Sigismondo non poteva apprezzare: “O ritratti gli errori che qui sono stati condannati, o vai incontro alla legge”. Hus sarebbe andato incontro alla legge. Ma prima gli venne sottoposta una nuova lista di “errori”, sensibilmente più corta della precedente, e anche questa volta il boemo si rifiutò di abiurarla.

Una terza formula, escogitata sempre da d’Ailly e Zabarella, recitava così: “Anche se mi sono state imputate molte cose che non ho mai pensato, mi sottometto umilmente alla misericordia, agli ammonimenti, alle condizioni e alle correzioni del sacrosanto concilio generale”. Niente da fare.

In una lettera dal carcere, Hus scrisse di “innumerevoli persone venute a spiegarmi che se si tratta di sottoporre la mia volontà a quella della santa Chiesa rappresentata dal sacro concilio, abiurare è legittimo, e che, anzi, confessando una colpa che non si ha si acquistano dei meriti”. Fatica sprecata.

Il concilio di Costanza

Chiese e ottenne di potersi confessare. Un prete andò nella sua cella, lo ascoltò “con grande attenzione e misericordia”, come raccontò Hus stesso, e alla fine lo assolse. Vuol dire che in coscienza si riconciliò con la Chiesa? Molto improbabile. Profondamente convinto di essere dalla parte della verità, Jan Hus era anche una persona temeraria e un idealista, per nulla interessato a sapere dove quella verità lo avrebbe condotto.

Senza saperlo, rimase incastrato nel mezzo di uno scontro epocale il cui epicentro era proprio il concilio di Costanza, una specie di G20 del Medioevo in cui uomini di Chiesa, principi e re, dottori e teologi delle maggiori università europee furono chiamati a risolvere la più grave crisi della cristianità dal tempo della lotta per le investiture: la spaccatura in due e poi in tre obbedienze pontificie diverse, nota come Scisma d’Occidente.

Costanza nacque sul presupposto che, per risolvere la questione, al concilio dovesse attribuirsi un’autorità superiore a quella del papa stesso. E su quale terreno si esplicava maggiormente l’autorità di Pietro se non su quello della lotta alle eresie e la difesa dell’ortodossia?

Jan Hus al rogo

Qualunque flessione degli inquisitori davanti alle ragioni di Hus avrebbe, insomma, potuto ringalluzzire le ragioni dei “papisti” di fronte a quelle dei “conciliaristi”.

Anche per questo, dopo tutto, la condanna di Hus poteva considerarsi ampiamente prevista a meno di una sua ritrattazione.

Ritrattazione che, però, non era decisamente nello stile del personaggio.

Quel 6 luglio fu arso vivo in un campo fuori Costanza chiamato dai residenti, ironia della sorte, “Paradiso”. Una Chiesa meno in crisi di identità e più coraggiosa avrebbe potuto giudicarlo più equamente risparmiandosi così tanti dolori futuri.

Ma, tutto considerato, forse fu Jan Hus a nascere cento anni prima del dovuto.

Mario Prignano

Leggi anche: Jan Hus e la Primavera di Praga

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La vita gloriosa e spericolata di Carlo Zen

Carlo Zen. L’eroe di Chioggia (Graphe.it edizioni, 2018) è il quarto titolo della collana I condottieri, curata da Gaetano Passarelli per la casa editrice perugina. Il libro di Nicola Bergamo è un affascinante ritratto di un uomo dalla vita gloriosa e spericolata. Fu uno dei più grandi condottieri della Serenissima: ammiraglio, eroe di guerra, salvatore della patria in occasione della “guerra di Chioggia” contro Genova. Ma subì anche un processo per tradimento, e venne condannato per evasione fiscale, prima di essere celebrato dai suoi concittadini con esequie grandiose. Un guerriero pronto ad ogni battaglia ma capace anche di fondare un circolo culturale, una delle prime accademie d’Europa e di portare a Venezia i maggiori sapienti del suo tempo.

Certo che leggendo le vicissitudini di Carlo Zen vien da pensare che Bertolt Brecht non abbia capito un tubo: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” fa dire il drammaturgo tedesco a Galileo. Invece averne di eroi così, di personaggi che hanno dedicato tutte le proprie notevolissime capacità militari al servizio dello stato, la repubblica di Venezia.

Forse, proseguendo con la massima di Brecht, si può dire che Venezia non aveva bisogno di eroi, il suo essere repubblica faceva sì che le responsabilità di governo fossero collettive e non prerogativa di un signore o di un principe, come accadeva altrove. Però se qua e là un eroe emergeva, proprio male non faceva.

Busto di Carlo Zen, opera di Angelo Giordani precedente al 1847

Non ce ne sono tanti di personaggi così fulgidi come Carlo Zen nella storia di Venezia: Enrico Dandolo che conquista Costantinopoli (ma i bizantini non sarebbero d’accordo, ovviamente), Sebastiano Venier a Lepanto, Francesco Morosini nel Seicento, forse Angelo Emo, ma ormai a fine Settecento non erano più tempi. Di quello spessore difficile trovarne altri. E poi, non possiamo nascondercelo, un pizzico di tornaconto personale non mancava mai. Il patriziato era sempre diviso in fazioni e questi personaggi erano uomini del loro tempo, ben inseriti nei meccanismi del potere e quindi facevano parte dell’uno o dell’altro gruppo che si batteva per il controllo delle magistrature veneziane. Per questo avevano nemici: non si deve pensare che le loro gesta raccogliessero consensi unanimi, anzi.

Altri patrizi erano gelosi delle imprese vittoriose, e varie magistrature storcevano il naso di fronte al potere che questi eroi sembravano poter accumulare nelle loro mani. Francesco Morosini, tanto per dire, esce dalla basilica di San Marco con il corno dogale in testa e il bastone da Capitano generale da mar in mano e dopo la sua morte viene varata una legge per impedire che a qualcuno in futuro passi per l’anticamera del cervello di cumulare i simboli delle due cariche. Quando Angelo Emo muore si sospetta il suo vice, Tommaso Condulmer, di averlo avvelenato.

Anche Carlo Zen finisce in prigione, per di più assieme a Vettor Pisani, l’altro eroe della guerra di Chioggia: senza loro due è probabile che l’arcinemica Genova sarebbe riuscita a mettere le mani sulla città di San Marco e chissà come sarebbero andate le cose.

Una vita spericolata, quella di Carlo Zen (conosciuto anche con la lezione italianizzata Zeno, ma a Venezia rimaniamo affezionati alle versioni originali: Corner e non Cornaro, Falier e non Faliero, quindi Zen e non Zeno) testimoniata dal fatto che quando, nel 1418, ne denudano il cadavere si contano ben trentacinque cicatrici di ferite, tanto che lo lasciano per un po’ esposto svestito in modo che tutti potessero vedere quale razza di guerriero se ne fosse andato. E non erano graffi da nulla: alcune di quelle ferite avrebbero ammazzato un toro, ma non Carlo Zen.

Quando, fuori Chioggia, una freccia genovese gli passa il collo da parte a parte, il sangue comincia a zampillare e rischia di morire soffocato, lo mettono su un fianco in modo che sputi il proprio sangue, ma sembra spacciato tanto che chiamano il prete.

Palazzo Zen ai Frari, nel sestiere di San Polo, appartiene ancora alla casata Zen

Invece, venti giorni più tardi, Carlo è di nuovo con la spada in mano a guidare i suoi uomini. Leggenda? Verità? Qualche pennellata di colore non possiamo escluderla, ma quella non risulta nemmeno essere l’unica volta che Carlo Zen, novello Lazzaro, se la cava a buon mercato anziché trapassare. In tempi in cui la medicina poteva fare poco, un fisico eccezionalmente forte era la migliore garanzia per sopravvivere a malattie e ferite, e il fisico di Zen doveva essere davvero fuori dal comune.

Una specie di Highlander, un Iron Man in grado di arrivare a ottantaquattro anni dopo che numerose e diverse armi lo hanno perforato, lasciandolo però sempre in vita.

In ogni caso la sua impresa più grande è stata arrivare il 1° gennaio 1380 davanti a Chioggia con la squadra di Cipro per dare man forte a Vettor Pisani che stava assediando i genovesi.

Non si navigava in inverno, a quei tempi, Zen, evidentemente, oltre che un comandante valoroso era pure un capitano impavido che non esitava a sfidare la natura, in aggiunta agli uomini. E, come spesso accade con gli audaci, la fortuna è dalla sua parte.

Il profilarsi delle galee con il vessillo di San Marco si rivela il fattore decisivo per favorire la definitiva vittoria veneziana (la guerra, comunque, non finisce subito). E sarà una di quelle vittorie destinate a modificare gli equilibri geopolitici, cosa che non sempre accade, basti pensare a Lepanto, dall’esito tanto sfolgorante quanto strategicamente inutile.

La conclusione della guerra di Chioggia a prima vista sembra addirittura favorevole a Genova. Con la pace di Torino dell’8 agosto 1381 Venezia deve smilitarizzare Tenedo, l’isola dell’Egeo posta all’ingresso dei Dardanelli da cui tutto era partito, è costretta a cedere Zara agli ungheresi e Treviso al duca d’Austria.

Un ritratto di Carlo Zen

Genova, invece, non deve rinunciare ad alcun territorio. Tutto bene dunque? Macché.

Come scrive Paola Pettinotti nella sua Storia di Genova, il debito pubblico genovese si è triplicato per sostenere lo sforzo bellico, passando da uno a tre milioni di lire tra il 1340 e il 1380, il doppio di quello veneziano. La repubblica ligure non ce la farà più a uscire dalla morsa del debito e sarà costretta a consolidarlo fondando nel 1407, il banco San Giorgio, di fatto la prima banca pubblica del mondo. Una storia di successo quella del banco: sarà chiuso solo nel 1805, in epoca napoleonica, ma per Genova il prezzo da pagare è altissimo: “Una città spossata dallo sforzo bellico, straziata da guerre interne e che sta per perdere, nel giro di pochi decenni, la propria indipendenza politica”, scrive Pettinotti.

Quindi per quella che sarà chiamata la Superba la sconfitta determinata dalle galee di Carlo Zen è definitiva: non si risolleverà mai più. Certo, la sua storia continuerà lunga e gloriosa, deve ancora arrivare quello che Fernando Braudel chiama “il secolo genovese”, ovvero quei novant’anni (1550-1640) in cui i banchieri genovesi fanno da tesorieri ai re di Spagna e si arricchiscono a dismisura.

Alla città ligure tuttavia sarà riservato un ruolo simile a quello della Germania nel secondo dopoguerra: “gigante economico, ma nano politico”. Genova, dopo la guerra di Chioggia, non giocherà più un ruolo da protagonista tra le potenze europee.

Tra l’altro la figura di Carlo Zen dovrebbe avere maggiore rilievo anche tra gli studiosi di storia militare. Da un lato è il primo a pensare di dotare Venezia di una stabile forza di terra perché essere potenti sul mare non basta più. Fino a quel momento la repubblica non disponeva di una vera e propria fanteria, ma utilizzava nei combattimenti di terra i soldati sbarcati dalle galee, impropriamente chiamati fanti da mar. Dall’altro lato è uno di quei comandanti che amano stare accanto alla truppa: combatte fianco a fianco con i suoi soldati, li anima con il suo vocione che doveva essere poderoso (le cronache non mancano mai di riferire degli incitamenti udibili nel fragore della battaglia), è uno che condivide disagi, pericoli e anche, lo abbiamo visto, ferite, con chi gli sta vicino. Per questo è tanto amato dai suoi quanto temuto dai nemici: la fama nei campi di battaglia si ripercuote, in maniera uguale e contraria, in entrambi i lati degli schieramenti.

Gli Zen sono una famiglia che ha pesato molto nella storia della Serenissima.

Il libro di Nicola Bergamo Carlo Zen. L’eroe di Chioggia, ricostruisce la vita di Carlo, ma portano lo stesso cognome i fratelli Nicolò e Antonio che più o meno nei medesimi anni nei quali Carlo combatte contro i genovesi navigano nell’Atlantico del Nord, al servizio di un nobile scozzese.

Raggiungono l’Islanda, la Groenlandia e con ogni probabilità alcuni insediamenti vichinghi che si trovavano sulla costa dell’odierno Labrador.

Naturalmente gli Zen, così come pure i Vichinghi, non hanno la consapevolezza di essere arrivati in un nuovo continente, ma vedono quei villaggi come una delle tante colonie che i navigatori scandinavi hanno fondato nell’estremo Nord.

Carlo Zen, smesse le armi perché ormai ottuagenario, non smette però di esercitare un’influenza profonda nella sua epoca e anche in quelle successive.

La morte di Carlo Zeno in un’opera di Giuseppe Gatteri

Si dedica alla lettura grazie al fatto che l’eccezionalità del suo fisico non l’ha preservato solo dalle ferite belliche, ma pure dalla presbiopia. Ora passa tutto il suo tempo fra i libri, ma non si accontenta di leggere soltanto. Fonda un circolo culturale, un’accademia, una delle prime dell’intera Europa e si impegna a portare a Venezia i maggiori sapienti del tempo. Fra questi anche un greco piuttosto famoso, Emanuele Crisolora. Lo studioso non riesce, come si proponeva, a riavvicinare le chiese di Roma e Bisanzio, né a formare alleanze per bloccare l’avanzata ottomana. Riesce invece a trasmettere la conoscenza e l’amore per il greco. Insegna greco a Firenze e trascorre anche lunghi periodi a Venezia, ospite proprio di Ca’ Zen.

Crisolora è la scintilla che innesca il fuoco dell’Umanesimo e quindi del Rinascimento. Non sappiamo con precisione in quale attività si sia esplicitato il suo soggiorno veneziano, ma possiamo presumere che abbia anche qui, come a Firenze, influenzato profondamente la vita culturale della città lagunare, e quindi si può ipotizzare che l’influenza esercitata da Venezia sull’affermarsi del Rinascimento sia maggiore di quanto comunemente non venga ritenuto (i legami con Costantinopoli andavano ben oltre la presenza di Crisolora), in un’interpretazione di norma tutta rivolta a occuparsi del versante fiorentino.

Uomo di guerra, uomo di lettere, una figura fuori dal comune, quella di Carlo Zen, eroe di altri tempi.

Alessandro Marzo Magno

Nicola BergamoCarlo Zen. L’eroe di ChioggiaCollana I condottieri, a cura di Gaetano PassarelliGraphe.it edizioni, 2018

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La fine dello Scisma d’Occidente

“Gaudeamus omnes in Domino!“. Quel 2 luglio 1419, quando il decano del sacro collegio Jean de Brogny prese la parola con lo squillante invito a “gioire tutti nel Signore”, di sicuro molti dei presenti cedettero alla commozione.

Il Cardinale Oddone Colonna di Genazzano salì al soglio pontificio l’11 novembre 1417 e prese il nome del santo del giorno, Martino

Il grande salone del convento fiorentino di Santa Maria Novella era gremito di vescovi e arcivescovi, funzionari di curia, nobili e ambasciatori.

Papa Martino V sedeva sul trono circondato dai suoi cardinali, tra i quali, insignito della porpora solo qualche giorno prima, Baldassarre Cossa.

Era lui la ragione di tanta commozione, lui il motivo per cui la Chiesa tutta era invitata a gioire.

Eletto papa col nome di Giovanni XXIII nel 1410, in pieno Scisma d’occidente, Cossa si era adoperato al massimo delle sue possibilità per relegare nell’ombra gli altri due pontefici rivali, il “romano” Gregorio XII e l’“avignonese” Benedetto XIII, ma la sorte gli aveva riservato una fine indecorosa, con tanto di processo canonico che lo aveva riconosciuto “indegno” del papato, deposto e sbattuto in prigione lontano da tutto e da tutti, nel Palatinato.

Ora, sconfitto e umiliato, si era presentato in ginocchio dal nuovo pontefice universalmente riconosciuto baciandogli i piedi e professandogli obbedienza, e questi lo aveva accolto con misericordia, perdonandolo e reintegrandolo nel sacro collegio col titolo di vescovo di Frascati. Quale migliore occasione per celebrare la fine del “nefasto scisma” e la ritrovata unità della Chiesa?

L’elezione di Martino V a Costanza in un acquarello quattrocentesco

Gli storici hanno sempre fatto coincidere la fine dello Scisma d’Occidente con l’elezione di Martino V, l’11 novembre 1417 a Costanza. Dal punto di vista canonistico è certamente così perché, dopo quasi quarant’anni di divisioni che avevano prodotto fino a tre obbedienze pontificie diverse, quella era certamente la prima elezione accolta senza discussioni in tutto l’universo cristiano.

L’episodio di Santa Maria Novella riveste tuttavia un significato simbolico che è difficile ignorare. Il conclave di Costanza non aveva cancellato di colpo le scorie dello scisma, tra cui, appunto, la detenzione di Baldassarre Cossa, prigioniero del conte Palatino Ludovico di Baviera sin dal giugno 1415.

Dopo quattro anni, a ricordarsi di lui e a chiedersi se non fosse arrivato il momento di tirarlo fuori di lì non era stato il nuovo papa bensì un fiorentino che rispondeva al nome di Giovanni de’ Medici, grande amico e confidente di Cossa, divenuto ricchissimo proprio grazie agli affari conclusi sotto il suo pontificato.

La prima pagina del sermone di Jean de Brogny (Parma, Biblioteca palatina, Ms. Parm. 1194)

L’insistenza del Medici aveva vinto l’opposizione di Martino V, timoroso che una volta libero l’ex papa potesse rivoltarglisi contro e magari rinfocolare lo scisma appena concluso. E invece l’incontro tra i due, i primi giorni di giugno del 1419 a Firenze, era avvenuto in un clima di enorme commozione e perfino incredulità: il papa e il suo predecessore che si abbracciavano piangendo aveva fatto gridare al miracolo molti fiorentini. Martino, balbettando, aveva promesso “cose utili” e “onore” all’uomo che era ai suoi piedi e che nove anni prima lui stesso aveva contribuito, da cardinale, a far diventare vicario di Cristo in Terra. Poi erano arrivati la porpora e quel sermone.

“Dopo avere diretto i suoi passi verso questa sublime città”, scandì il cardinale de Brogny ricordando l’ingresso di Cossa a Firenze poche settimane prima, “lo abbiamo visto con grandissima umiltà prostrarsi ai santissimi piedi dell’erede dell’apostolo, che egli ha riconosciuto come unico e solo pastore universale. Quanta nobiltà d’animo in quest’uomo, che con questo atto ha mostrato di non desiderare il papato ma solo ed esclusivamente l’unità della Chiesa. E con quanto giubilo esalteremo il nostro pontefice e signore, che Dio stesso ha scelto nel mondo per il suo misterioso disegno e nella cui persona è ora riunita la cristianità tutta intera?”.

Brogny aveva ragione: tutti potevano finalmente tirare un sospiro di sollievo. Ora, lo scisma e le sue scorie si erano davvero dissolti.

Mario Prignano

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L’Ordène de Chevalerie

Da più di 30 anni la Casa editrice Il Cerchio, sotto la supervisione del grande medievista Franco Cardini, sta proseguendo un ambizioso programma di traduzione e divulgazione delle più importanti fonti sulla spiritualità cavalleresca europea, siano esse collegate ai grandi cicli letterari noti come “Materie”, maxime la “Materia di Bretagna” accanto a quella “di Francia” e “di Roma”, sia connesse alla storia dell’Istituzione della Cavalleria e dei grandi ordini Cavallereschi nati all’epoca delle Crociate.

È in questo contesto che questo prezioso testo in versi viene per la prima volta tradotto in un’edizione filologica in lingua italiana corrente, ed in tal modo presentato ai cultori della tradizione cavalleresca e dei tanti lettori appassionati della cultura medievale europea.

Viene in effetti da chiedersi ancora una volta, e sempre opportunamente, per quale ragione in un XXI secolo che non manca di problemi specifici e propri rimanga sempre più forte e diffusa l’attenzione verso i diversi aspetti della cultura di quel lungo Medioevo che in Italia inizia con la caduta delle istituzioni dell’Impero Romano d’Occidente, fra V e VI secolo, e termina quasi mille anni dopo con il XVI secolo ed il “Rinascimento”; da un lato almeno in Italia, ma anche in Francia, in Spagna ed in Germania, ciò si spiega anche grazie alla sopravvivenza diffusa di contesti urbanistici tipicamente medievali, che nella nostra penisola rimandano compattamente alla grande stagione storica che dal sorgere dei liberi Comuni giunge alla nascita delle Signorie, e su cui Gioacchino Volpe ha scritto pagine ancor oggi importanti.

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Di fatto, in quel tempo la Cavalleria, nella sua complessa articolazione sociale e di ceto su cui ha scritto mirabili pagine Franco Cardini, è un’istituzione che non solo è stata coralmente riconosciuta come una delle tre architravi dell’immagine ideale della Societas Christianorum dell’Età di Mezzo (accanto ai sacerdoti o oratores ed agli artigiani/contadini, i laboratores, i bellatores erano appunto i Cavalieri), ma nei tempi della sua fioritura (XI-XVI secc.) ha saputo secernere una propria ed altrettanto complessa cultura (spesso tramandataci come “cortese”) che per secoli, e ben al di là della fine dell’Età di Mezzo, ha impregnato la visione del mondo delle élites europee dall’Irlanda alla Terrasanta e dalle Spagne al Mar Baltico, suscitando inoltre nella società del tempo una diffusa ammirazione che ancor oggi continua a mantenere in vita un fascino indiscusso ed un larghissimo interesse popolare, proprio – paradosso apparente e ancor più provocatorio – nel contesto di un mondo quasi completamente desacralizzato come ci appare, forse a torto, l’occidente del terzo millennio.

È conveniente all’uomo saggio parlare,poiché si può molto acquisire,chi a sua volta si metterà in gioco,mai dovrà temere d’esser tacciato di follia…

L’essenza, e pertanto i simboli e le ritualità della Cavalleria cristiana, culminanti nella cruciale cerimonia di Investitura che segna l’ingresso del postulante (o “Scudiero”) all’interno dell’Ordine della Cavalleria, sono l’oggetto di questo testo – l’Ordène de Chevalerie (“Iniziazione al Cavalierato”) – lasciatoci da un anonimo poeta in lingua d’oil attivo nel XIII secolo.

… un Re che in terra paganafu un tempo di gran Signoriae fu un molto leale Saracino:il suo nome è Saladino

La morte di Ugo di Tabaria in un manoscritto del XIV secolo

È appunto attraverso la finzione letteraria di un serrato dialogo fra il Cavaliere crociato Ugo di Tabaria, modello di ogni coscienza e virtù cavalleresca caduto prigioniero del Saraceni, ed il Saladino, a sua volta modello di virtù etiche limitate solamente dal suo non esser Cristiano, che vengono presentati al lettore in un’agile forma rimata le fondamenta spirituali, le valenze simboliche dei diversi aspetti della pratica cavalleresca, le forme rituali essenziali della Via della Cavalleria cristiana.

Nella sua stringatezza poetica, l’Ordène de Chevalerie si eleva al rango dei maggiori testi di riferimento sulla Via Cavalleresca oggidì ben più noti al largo pubblico: il De Laude Novae Militiae di San Bernardo di Chiaravalle (di cui ancora Franco Cardini ci ha lasciato ultimamente una rinnovata versione ampiamente commentata), il Libro dell’Ordine della Cavalleria di Raimondo Lullo (per cui rimandiamo alla storica versione di Giovanni Allegra) e La battaglia e il saccheggio del Paradiso, o della Gerusalemme Celeste, di San Bernardino da Siena (anch’esso nuovamente tradotto e curato da Franco Cardini per Il Cerchio).

Adolfo Morganti

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Anonimo del XIII secolo Ordène de Chevalerie Etica e simbolismo della cavalleria medievaleCollana Homo AbsconditusA cura di F. La Cola, introduzione di F. Cardini Il Cerchio, 2020

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Sanluri, la conquista della Sardegna

Una mattina di luglio a Barcellona, mentre si celebravano le Corti, giunse la notizia che Martino il giovane, re di Sicilia e figlio di re Martino, aveva sconfitto i sardi e i loro alleati genovesi e francesi, nella battaglia di Sanluri. Con i suoi 11.000 uomini aveva avuto la meglio su almeno 20.000 nemici.

La battaglia di Sanluri in un dipinto di Giovanni Marghinotti, uno dei maggiori esponenti dell’arte figurativa del’Ottocento sardo

L’isola di Sardegna, da sempre indisciplinata e ribelle al potere catalano, era stata domata dal giovane principe che aveva così eguagliato le prodezze e le gesta dei suoi predecessori. Appoggiato dall’esercito siciliano e dalla flotta di Barcellona, accorsa in aiuto, aveva riconquistato la Sardegna.

Re Martino, quel giorno, fa sciogliere le campane e ordina festeggiamenti e processioni per rendere grazie a Dio che aveva concesso la vittoria, mentre il clero inizia una novena nella cattedrale di Barcellona. Il popolo festeggia.

Un presunto ritratto di Eleonora d’Arborea nella chiesa di San Gavino, non lontana da Sanluri

La conquista della Sardegna La battaglia di Sanluri (o Sa Battalla de Seddori in sardo) è ricordata come uno dei più cruenti e terrificanti scontri avvenuti in Sardegna. Da una parte il giovane Martino e l’esercito catalano-aragonese, dall’altra Guglielmo III di Narbona e le truppe del regno d’Arborea.

Dopo la morte di Eleonora d’Arborea e poi di Mariano V nel 1407, la corona d’Aragona aveva messo gli occhi sulla Sardegna e Martino il Giovane, re di Sicilia, era salpato dalle coste siciliane con 150 navi alla volta di Cagliari il 6 ottobre del 1408 per conquistare l’isola.Le operazioni militari erano rimaste ferme fino all’estate dell’anno successivo. Il francese Guglielmo III, visconte di Narbona al quale il Parlamento aveva riconosciuto la legittimità dei diritti sul Giudicato, però, non era riuscito a conquistarsi la stima e la fiducia dell’esercito. Consapevole di non possedere una forza coesa, Guglielmo all’inizio del 1409 aveva cercato di trovare un accordo con gli aragonesi. Riuscendo solo ad indispettire i sardi.

Così quando Martino il giovane, all’alba del 30 giugno 1409 si presentò sul campo di battaglia con 8mila fanti e 3mila cavalieri catalani, valenzani, balearini e siciliani, Guglielmo III dovette accettare battaglia, forte dei suoi 17mila fanti arborensi, seppure mal addestrati e peggio armati, 2.000 cavalieri francesi e 1.000 balestrieri genovesi. Il luogo dello scontro era la piana a sud del borgo fortificato di Sanluri.

La battaglia Martino il giovane era partito da Cagliari con l’esercito il 27 giugno del 1409. Seguendo un percorso che costeggiava fiumi e corsi d’acqua, per combattere il clima torrido della Sardegna (lo studioso Jerònimo Zurita lo paragona alla condizione atmosferica della Berberia in Africa). L’esercito procedeva con il capitano Pietro Torrelles in avanguardia con 1.000 uomini d’arme e 4mila soldati. Al centro il re con la cavalleria e poi la retroguardia guidata da Bernardo de Cabrera e Bernardo Galcerando de Pinós. Dopo tre giorni di viaggio la colonna si fermò a poche miglia dalla piana di Sanluri e pose il campo per la notte. Gli esploratori confermarono che le truppe sarde erano rinserrate nel borgo di Sanluri.

All’alba di domenica 30 giugno, l’esercito di Martino lasciò dall’accampamento e, marciando in ordine di battaglia, si portò ad un miglio a sud est di Sanluri. Uscendo allo scoperto dopo aver aggirato un poggio, gli aragonesi si trovarono di fronte all’esercito di Guglielmo III, già schierato nei pressi della fortificazione.

Come in tutti gli scontri dell’epoca medievale prima della battaglia si susseguono riti e nomine di cavalieri, compreso il gesto del cavaliere Ramon de Bages che cavalca con lo stendardo reale fino al sommo di una collina, proprio davanti ai soldati sardi, seguito da tutte le genti del re Martino, congelando le posizioni prima della battaglia. Terminate le cerimonie di investitura dei cavalieri, Martino il giovane dà ordine al suo araldo, Sagur de Pertusa, di dare inizio alla battaglia.

L’esercito aragonese, meglio addestrato, si dispone con i pavesai e i balestrieri al centro, mentre la cavalleria viene destinata alla destra dello schieramento e i lancieri e la fanteria, pesante e leggera, occupano la parte sinistra del fronte. Ad una parte della cavalleria viene dato ordine di tenersi pronta a smontare e combattere appiedata nel caso i sardi avessero attaccato le linee aragonesi.

Non esistono cronache precise dello scontro né della sua durata, anche se lo Zurita parla di “buon espacio” indicandone l’arco temporale di svolgimento e confermando che, comunque, la battaglia fu cruenta e con un gran numero di morti (tra i 5 e i 7mila).

Il mausoleo di Martino nella cattedrale di Cagliari

Le truppe aragonesi attaccarono quelle arborensi puntando al centro dello schieramento avversario e investendolo con tutta la forza possibile. La fronte arborense si ruppe subito in tre tronconi. Guglielmo III fuggì verso nord con la sua guardia, trovando rifugio nel castello di Monreale, mentre una parte dell’esercito ripiegava sul borgo fortificato di Sanluri, non sapendo che la retroguardia aragonese già lo stava assediando. La fortificazione non resse e molti furono i morti e i prigionieri, anche tra la popolazione civile. Sempre lo Zurita così descrive l’episodio: “vi irruppero con la forza e lo misero a sacco, e morirono nel borgo circa mille uomini fra genovesi e sardi, e il castello fu espugnato e occupato”.

Il terzo troncone dell’esercito sardo si diresse a sud, tentando di mettere in mezzo tra sardi e aragonesi il Rio Mannu. Il fiume era in piena e gli arborensi si trovarono bloccati sull’altura che ancora oggi è chiamata S’Occidroxiu, cioè il macello; segno della grande strage che vi venne effettuata.

Martino il giovane era padrone della Sardegna. Un successo che, per lui, durò molto poco. Attraversando il fiume Mannu, infatti, poco prima della battaglia, contrasse la malaria che iniziò a manifestare i primi segni mentre faceva rientro a Castell de Càller.

Martino morì a Cagliari il 25 luglio e venne seppellito nella cattedrale di Cagliari, dove ancora oggi si può vedere il suo mausoleo. Una leggenda narra che il giovane re sia stato consumato dalle prestazioni amorose alle quali lo costringeva una giovane e bella prigioniera di Sanluri.

Umberto Maiorca

Le conseguenze La battaglia segnò la fine del regno d’Arborea e il passaggio della Sardegna sotto il dominio aragonese-catalano, secondo quanto stabilito da papa Bonifacio VIII tramite la bolla Ad honorem Dei onnipotenti Patris.

Bibliografia: Jerónimo Zurita, Anales de la Corona de Aragón. Zaragoza, Simon de Portonariis, 1585.Graziano Fois , La battaglia di Sanluri, in Milites – Atti del convegno, Saggi e Contributi, Askos, Cagliari, 1996.Andrea Garau, Le strategie militari della battaglia di Sanluri, Deputazione di Storia Patria Sardegna.Franciscu Sedda (a cura di), Sanluri 1409. La battaglia per la libertà della Sardegna, Arkadia, 2019.

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Giuliano l’Apostata, imperatore in direzione ostinata e contraria

Giuliano l’apostolo dell’anticonformismo.

Ribelle, irriducibile, stonato, sempre fuori dal coro, “controcorrente rispetto all’onda della storia” come lo ha definito la studiosa della civiltà bizantina Silvia Ronchey. Costantemente in marcia in direzione ostinata e contraria.

Busto di ignoto diademato, forse Giuliano l’Apostata (360-363 d.C., Museo archeologico nazionale di Atene, Foto: Giovanni Dall’Orto per Wikimedia Commons)

Gli altri si rasano? E lui porta la barba; gli altri fanno la guerra e lui la filosofia, gli altri si tuffano nei nuovi stili della retorica e lui riscopre i classici, gli altri cercano il potere e lui cerca sé stesso, gli altri pensano al teatro e alle danze, e lui pensa a Dio. Gli altri si truccano e si danno le arie, e lui è rozzo e semplice. Gli altri si spartiscono il mondo, lui cerca di elevare la sua spiritualità. Gli altri inseguono la conquista del mondo e lui è un condottiero noglobal. Gli altri si convertono al cristianesimo, e lui torna alla religione ellenica.

In fuga da ogni etichetta, è anticonformista anche nei confronti di sé stesso, coerentemente contraddittorio com’è: serioso e sarcastico, razionalista e superstizioso, semplice e megalomane, pacifico e guerrafondaio, tollerante e teocratico, affascinato da Cristo e nemico del cristianesimo.

Chiamatelo pure l’Apostata, ma lui resta il più fedele e il più religioso dei Cesari. Pagano, sì ma laico no, mai.

Laici erano gli imperatori cristiani, che si erano convertiti solo per tenersi buoni il nuovo potere in piena espansione, per cavalcare l’onda che stava travolgendo il mondo, per domare una fede rivoluzionaria: laico era Costantino, che aveva legalizzato il cristianesimo solo per assumerne il controllo e sfruttarlo per le sue ambizioni politiche.

Giuliano no, Giuliano ci crede davvero, in Dio.

Ma non al Galileo buonista che offre un Paradiso a buon mercato: lui crede a a quello dei avi, a quello che ha creato, guidato, protetto, vegliato l’umanità per millenni: Giuliano riscopre le sue radici, non le rinnega.

Perché lui ci crede profondamente, lui – forse solo lui è rimasto, a crederci davvero – nelle radici.

Non vuole imporre a nessuno un culto che non gli appartiene; non vuole imporlo ai cristiani, ma non vuole nemmeno che i cristiani lo impongano agli altri. Ognuno deve pregare il suo Dio: quella che rifiuta è la globalizzazione del culto: tutti i popoli devono riscoprire le proprie radici; anche gli ebrei, tanto che prova persino a ricostruire il Tempio di Gerusalemme, anche se i lavori – appena cominciati – vengono fermati da un terremoto e non riprendono più.

Il Dio dell’universo – secondo Giuliano – ha affidato a ciascun popolo un proprio protettore. Il problema dei cristiani è che loro, un Dio, non ce l’hanno: perché i cristiani non sono un popolo, ma solo un gruppo di eretici: “Non sono né ebrei né greci, ma appartengono all’eresia galilea” scrive:

“Infatti, in un primo tempo seguirono la dottrina di Mosè poi, apostatando, presero una loro via propria mettendo insieme dagli Ebrei e dai Greci i vizi che a questi popoli furono legati dalla maledizione di un demone; presero la negazione degli dei dall’intolleranza ebrea, la vita leggera e corrotta dalla nostra indolenza e volgarità, e osarono chiamare tutto questo religione perfetta. Ne venne fuori un’invenzione messa insieme dalla malizia umana. Nulla avendo essa di divino, e sfruttando la parte irragionevole dell’anima nostra che è incline al favoloso e al puerile, riuscì a far tenere per veritiera una costruzione di mostruose finzioni”.

In blu: sviluppo del cristianesimo fino al 325; In celeste: sviluppo del cristianesimo fino al 600. (La mappa non riporta accuratamente la conversione al cristianesimo degli Arsacidi d’Armenia del 301 o la cristianità della Britannia – provincia romana – nel 300)

Lo stesso Gesù, d’altra parte, non è certo un’antica e potente divinità:

“È nominato da poco più di trecento anni, senza che nella sua vita abbia fatto alcunché di memorabile, a meno che non si considerino grandi imprese aver guarito zoppi e ciechi e aver esorcizzato indemoniati nei paesucoli di Betsaida e di Betania”.

È però vero che anche Gesù è considerato dai Cristiani un dio, ma si tratta di una deviazione dalla stessa tradizione apostolica. E Giuliano, che il cristianesimo lo ha studiato a fondo, lo sa bene:

“Che Gesù fosse Dio non osò dirlo né Paolo, né Matteo, né Luca, né Marco, ma solo l’ineffabile Giovanni, quando vide che già molta gente, in molte città di Grecia e d’Italia, era presa da questo contagio”.

In compenso che i cristiani fossero già dissoluti in origine lo dimostra lo stesso Paolo, quando rivolgendosi ai suoi discepoli, scrive che

“né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapinatori erediteranno il Regno di Dio. E voi non ignorate queste cose, fratelli, perché anche voi eravate così”.

Flavio Claudio Giuliano è nato a Costantinopoli nel 331, nel mezzo di quei settant’anni che separano la legalizzazione del cristianesimo dalla sua imposizione come religione ufficiale dell’impero. Si chiama Flavio come tutti i membri della famiglia di Costantino, Claudio come il fondatore della dinastia Claudio il Gotico, e Giuliano come il nonno materno.

La madre Basilina muore pochi mesi dopo il parto: si dirà poi che aveva sognato di dare alla luce un nuovo Achille. Giuliano porterà con sé la nostalgia di una figura che non ha mai conosciuto e le dedicherà un giorno una città di nuova fondazione: Basilinopoli.

Suo padre è Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino e tra i suoi possibili eredi. Ma nemmeno lui vedrà crescere il figlio: quando Costantino muore improvvisamente nel 337 la situazione precipita nel caos. Il figlio Costanzo II arriva subito a Costantinopoli per organizzare i funerali e prepararsi alla successione, ma i pretendenti al trono sono fin troppi. Così, per fare un po’ di pulizia vengono massacrati gran parte dei parenti del defunto imperatore, tra cui lo stesso Giulio Costanzo.

Gli unici a sopravvivere alla strage sono Giuliano e il fratellastro Gallo. Oltre al padre vengono uccisi anche il fratellastro maggiore, uno zio e sei cugini.

“Tutto quel giorno fu una carneficina – ricorderà – e per l’intervento divino la maledizione tragica si avverò. Si divisero il patrimonio dei miei avi a fil di spada e tutto fu messo a soqquadro”.

Testa dell’acrolito monumentale di Costantino (274-337), conservata nel cortile del Palazzo dei Conservatori, presso i Musei capitolini a Roma

Divenuto adulto, Giuliano rintraccerà nella bramosia di potere di Costantino l’origine di tutti i mali dei suoi discendenti:

“Ignorante com’era credeva che bastasse avere un gran numero di figli per conservare la sostanza, che aveva accumulato senza intelligenza, non preoccupandosi di fare in modo che i figli fossero educati da persone sagge”.

Chi abbia ordinato la strage non si è mai saputo: ufficialmente è un’iniziativa presa dai soldati stessi, che vogliono sul trono solo figli dell’imperatore. Ma sicuramente Costanzo II non muove un dito per impedirla, né punisce i responsabili. Secondo alcune fonti è stato lo stesso Costantino, in un testamento affidato al vescovo ariano Eusebio, ad accusare i fratellastri di averlo avvelenato.

Quel che è certo è che quando rimane orfano di entrambi i genitori Giuliano ha solo sei anni e viene affidato proprio al vescovo Eusebio, trascorrendo le estati nella villa della nonna a Nicomedia, dove studia retorica e filosofia e viene educato alla religione cristiana.

“In quella profonda calma ci si poteva sdraiare e leggere un libro e di tanto in tanto riposare gli occhi. Quando ero un bambino, quella casa mi sembrava il luogo di villeggiatura più bello del mondo”.

Qui avviene l’incontro con l’eunuco Mardonio, già precettore della madre, che viene incaricato di provvedere alla sua istruzione. Da lui Giuliano apprende la letteratura classica e soprattutto Omero, che gli apre la fantasia sul mondo favoloso dell’epica:

“Il mio pedagogo mi abituava a chiamare serietà l’essere rozzo, saggezza l’essere insensibile, e forza d’animo il resistere alle passioni, e mi ammoniva dicendomi: – Non lasciarti trascinare dai tuoi coetanei che frequentano i teatri ad appassionarti per gli spettacoli. Ami le corse dei cavalli? Ce n’è una bellissima in Omero. Prendi il libro e leggi”.

Successivamente per ordine dell’imperatore viene trasferito insieme al fratellastro Costanzo Gallo nella villa imperiale di Macellum in Cappadocia:

“Che cosa dovrei dire dei sei anni passati in quel podere altrui, come coloro che i Persiani tengono sotto guardia nelle fortezze, senza che nessun estraneo si avvicinasse, né fosse concesso a nessuno degli antichi conoscenti di farci visita? Vivevamo esclusi da ogni serio insegnamento, da ogni libera conversazione, allevati in mezzo a uno splendido servitorame, esercitandoci con i nostri schiavi come con dei colleghi”.

Ritornato finalmente alla corte di Costantinopoli, Giuliano a vent’anni si allontana dal cristianesimo, maturando una concezione religiosa ispirata all’antico politeismo e al misticismo neoplatonico.

Il filosofo Giamblico di Calcide (250 ca. – 330 ca.), esponente di spicco della scuola filosofica del neoplatonismo

Secondo la filosofia neoplatonica – inaugurata da Plotino e proseguita dai suoi diretti allievi Porfirio e Giamblico – tutta la realtà è concepita come emanazione dell’entità divina assoluta, l’Uno: compito supremo dell’uomo è cercare di risalire a quell’unità, giungendo all’assimilazione mistica con il divino, che è possibile raggiungere attraverso la razionalità del pensiero, con la contemplazione o le pratiche magiche.

Giuliano viene descritto “di media statura, con i capelli lisci, un’ispida barba a punta, con begli occhi lampeggianti, segno di viva intelligenza, le sopracciglia ben marcate, il naso diritto e la bocca piuttosto grande, con il labbro inferiore pendulo, il collo grosso e curvo, le spalle larghe, ben fatto dalla testa ai piedi, così da essere eccellente nella corsa”.

È di carattere estroverso, di modi semplici e si fa avvicinare volentieri, senza mostrare l’alterigia e il distacco comuni ai personaggi d’alto rango.

A Efeso Giuliano viene istruito alla teurgia giamblica:

“Sentì parlare – scrive Libanio – degli dei e dei dèmoni che hanno creato questo universo e lo mantengono in vita, apprese che cos’è l’anima, da dove viene, dove va, ciò che la fa cadere e ciò che la risolleva, che cosa sono per essa la prigionia e la libertà”.

Infine, viene iniziato al culto mitralico:

“L’oscurità attraversata da improvvisi lampi di luce – scrive Ignazio Tantilo – lunghi silenzi rotti da mormorii, voci, grida, e poi il frastuono di musiche cadenzate da un ritmo ripetitivo, profumi d’incenso e di altre fragranze, oggetti animati da formule magiche, porte che si spalancano e si chiudono da sole, statue che si animano e tanto fuoco di torce”.

Ufficialmente si dichiara ancora cristiano praticante, ma nella sua villa a Nicomedia si intrattiene con “amici delle Muse e degli altri dei”, tra cui retori, sacerdoti e sacerdotesse.

“Fin da fanciullo – dirà – fu insito in me un immenso amore per i raggi del dio, e alla luce eterea indirizzavo il pensiero tanto che, non stanco di guardare sempre al Sole, se uscivo di notte con un cielo puro e senza nubi, subito, dimentico di tutto, mi volgevo alle bellezze celesti”.

Nel frattempo Costanzo II riesce a impadronirsi di tutto l’impero, mentre Gallo fa una carriera lampante che lo porta a diventare uno dei più stretti collaboratori dell’imperatore, ma finisce per tradirlo ed essere condannato a morte nel 354.

Giuliano, che ha 23 anni, viene convocato dal cugino a Milano.

Durante il viaggio visita la Ilio cantata da Omero, dove Pegasio, un vescovo che si definisce cristiano ma che segretamente adora il Sole, favorisce il culto di Ettore, la cui statua di bronzo “brillava, tutta lucida d’olio” e accompagna Giuliano a visitare il tempio di Atena e la presunta tomba di Achille.

Arrivato a Milano viene accusato di aver tramato con il fratellastro contro l’imperatore e incarcerato per sei mesi. Poi viene esiliato ad Atene, dove arriva nell’estate del 355. Mai esilio fu più gradito:

“Era come se Alcinoo, dovendo punire un Feace colpevole, l’avesse messo in prigione nei propri giardini”.

In Grecia visita le rovine dei templi, partecipa a culti misterici e si intrattiene con sacerdoti, ma conosce anche i futuri vescovi Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo.

“Non prevedevo nulla di buono – scriverà Gregorio – vedendo il suo collo sempre in movimento, le spalle sobbalzanti come piatti di una bilancia, gli occhi dallo sguardo esaltato, l’andatura incerta, il naso insolente, il riso sguaiato e convulso, i movimenti della testa senza ragion d’essere, la parola esitante, le domande poste senza ordine né intelligenza e le risposte che si accavallavano le une con le altre come quelle di un uomo senza cultura”.

Già in autunno viene però richiamato da Costanzo II a Milano. Si affida completamente alla volontà degli dei, che non lo tradiscono: questa volta, infatti, le intenzioni dell’imperatore si rivelano tutt’altro che ostili: Giuliano riceve il titolo di Cesare, sposa la sorella dell’imperatore Elena e viene mandato in Gallia a difendere l’impero dalla minaccia dei Franchi e degli Alamanni.

Elena, figlia dell’imperatore Costantino I e moglie di Giuliano l’Apostata, raffigurata in una moneta romana

Giuliano continua a praticare segretamente i culti pagani, mentre la moglie Elena – come la nonna – è una fervente cristiana; tra i due non c’è idillio né dialogo, e nemmeno eredi: Elena rimane infatti incinta due volte ma una volta perde il figlio durante la gravidanza e l’altra lo partorisce morto.

In Gallia Guliano arriva con 360 soldati e nessuna preparazione militare. La guerra la conosce solo dai libri di Giulio Cesare, ma non ha bisogno di esperienza: l’imperatore – diffidente nei confronti del cugino – gli ha affidato i suoi migliori generali che rispondono del proprio operato direttamente all’imperatore. Solo dopo un anno di guerra Costanzo gli affida finalmente il controllo effettivo della spedizione, e Giuliano non lo delude: dopo aver sconfitto gli alemanni a Strasburgo attraversa il Reno e si riprende tutti i presidi romani che erano stati occupati dal nemico, per ritirarsi poi a Parigi.

“La mia cara Lutezia. I Celti chiamano così la cittadina dei Parisii. È un’isola non grande, posta sul fiume, e un muro la cinge tutta intorno: ponti di legno permettono il passaggio da entrambi i lati, e raramente il fiume cala o s’ingrossa, in generale rimane uguale d’estate e d’inverno, offrendo un’acqua dolcissima e purissima a chi vuole vederla o berla”.

Nella primavera del 358 si spinge fino alle Fiandre per combattere i Franchi, riuscendo a gestire una situazione delicatissima a causa delle poche risorse a disposizione. Le sue non sono vittorie effimere:

“Dopo che ebbe lasciato le provincie occidentali e per tutto il tempo che rimase in vita – scrive Ammiano Marcellino – tutti i popoli si mantennero quieti, quasi fossero stati pacificati dal caduceo di Mercurio”.

Il giovane Cesare non si limita a riconquistare dei territori, ma procede ad una riforma radicale delle amministrazioni, riducendo di due terzi le tasse e riuscendo a farsele bastare in modo molto saggio: da una parte smette di opprimere le zone colpite di guerra e dall’altra di concedere condoni ai ricchi evasori di altre province. Riforma anche la giustizia, presiedendo i processi di appello e pretendendo prove.

“Chi sarà colpevole se basterà negare?” gli dicono: “E chi sarà innocente se basterà accusare?” replica.

Mentre dimostra di essere un eccellente amministratore, inizia anche la sua attività di scrittore, componendo una serie di Panegirici, alcuni dei quali ironicamente dedicati a Costanzo, che definisce “un cittadino sottoposto alla legge, non un monarca al di sopra di essa”. Che potrebbe sembrare un complimento, se non fosse che proprio Costanzo nella sua Lettera al Senato aveva teorizzato una società senza leggi, bastando la figura dell’imperatore a regolare secondo giustizia il civile consesso umano.

Nel gennaio del 360 proprio Costanzo – impegnato nella guerra contro i persiani – chiede a Giuliano di inviargli metà del suo esercito e della sua guardia personale.

Mappa ipotetica di Lutetia Parisiorum (l’antica Parigi) nel 508, tratta dal Traité de la Police di Nicolas Delamare (1705)

“La popolazione di Parigi – scrive Libanio – credeva di essere alla vigilia di una nuova invasione e della rinascita dei mali che erano stati estirpati con grande fatica. Le madri che avevano dato dei figli ai soldati mostravano loro i nuovi nati che allattavano ancora e supplicavano che non li abbandonassero”.

Salutato l’esercito riunito in Campo di Marte, Giuliano si intrattiene con i comandanti per il banchetto dell’addio. Quella notte, grandi clamori si alzano fino alle finestre del palazzo:

“Mentre le grida si facevano sempre più forti e tutto il palazzo era in subbuglio – scrive – chiesi al Dio di mostrarmi un segno, ed egli subito mi accontentò e mi ordinò di cedere e di non oppormi alla volontà dell’esercito”.

La mattina dopo, issato sugli scudi, viene portato in trionfo dai soldati. In una lettera inviata a Costanzo offre un contingente militare limitato e chiede piena autonomia nel governo della Gallia.

È un vero e proprio atto di insubordinazione: Costanzo respinge ogni accordo e gli aizza contro Vadomario, re degli Alemanni:

“Costanzo ci solleva contro i barbari – protesta Giuliano – mi proclama presso di loro suo aperto nemico”.

Nella primavera del 361, arrestato e deportato Vadomario, Giuliano inizia la sua marcia contro Costanzo. Non ha, in realtà, nemmeno bisogno di sconfiggerlo: l’imperatore muore il 3 novembre, a 44 anni e dopo 24 di regno, designandolo – sembra – come suo successore. E Giuliano ricambia la cortesia: l’11 dicembre, appena arrivato a Costantinopoli la prima cosa che fa è tributare tutti gli onori al suo predecessore, anche se poi fa bruciare vivi i consiglieri che erano stati suoi delatori.

La seconda è ordinare di erigere un mitreo nell’interno del palazzo imperiale. Tanto per far capire che l’aria è cambiata. Durante il regno di Costanzo i cristiani hanno acquistato sempre più potere: la religione del Galileo è diventata un’arma nelle mani del figlio di Costantino, che ha sostenuto l’intolleranza nei confronti dei pagani e degli ebrei e si è messo alla guida degli ariani. Giuliano, invece, proclama la tolleranza generale nei confronti di tutte le religioni e di tutti i culti: vengono riaperti i templi pagani chiusi e celebrati i sacrifici, mentre tornano dall’esilio i vescovi cristiani che le reciproche dispute tra ortodossi e ariani avevano allontanato dalle loro città.

Il mitraismo si diffuse nell’area del Mediterraneo orientale intorno al II-I secolo a.C. e venne praticato anche nell’Impero romano dove raggiunse il suo apice tra il III e il IV secolo (nell’immagine: Mitra e il toro in un affresco dal Mitreo di Marino (III secolo)

Non tardano ad arrivare, però, vere e proprie discriminazioni: il 17 giugno 362 emana un editto con il quale stabilisce l’incompatibilità tra la professione di fede cristiana e l’insegnamento nelle scuole pubbliche. Non vuole essere – almeno formalmente – una forma di persecuzione, ma una richiesta di coerenza:

“È necessario che tutti gli insegnanti abbiano una buona condotta e non professino in pubblico opinioni diverse da quelle intimamente osservate. In particolare, tali dovranno essere coloro che istruiscono i giovani e hanno il compito di interpretare le opere degli antichi, siano essi retori, grammatici e ancor più sofisti, poiché questi ultimi, più degli altri, intendono essere maestri non di sola eloquenza ma anche di morale, e sostengono che a loro spetta l’insegnamento della filosofia civile. Trovo assurdo che chi spiega gli scritti di Omero, Esiodo, Demostene, Erodono, Tucidide, Isocrate e Lisia disprezzi gli dèi che quelli onoravano. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono ma, se invece vogliono insegnare, insegnino prima con l’esempio”.

D’altra parte l’incompatibilità tra la cultura greco-romana e il cristianesimo è condivisa da buona parte degli intellettuali cristiani. Non a caso, appena vent’anni dopo, sant’Ambrogio convincerà l’imperatore Teodosio ad abolire i Giochi Olimpici.

“Finora, si avevano molte ragioni per non frequentare i templi e la paura, ovunque avvertita, giustificava la dissimulazione delle vere opinioni sugli dei. Ora, poiché questi dei ci hanno reso la libertà, mi sembra assurdo che si insegni ciò che non si crede giusto. Se i maestri cristiani credono che questi autori si siano sbagliati circa le entità da venerare, vadano allora nelle chiese dei Galilei a spiegare Matteo e Luca. Voi affermate che bisogna rifiutare le offerte dei sacrifici? Bene, anch’io voglio che le vostre orecchie e la vostra parola si purifichino astenendosi da tutto ciò a cui io ho sempre desiderato partecipare insieme con coloro che pensano e fanno quello che io amo”.

Al tempo stesso Giuliano si preoccupa di offrire ai pagani un’alternativa credibile al cristianesimo, e così si adopera per organizzare una vera e propria “chiesa”, con gerarchie che imitano quelle cristiane: al vertice c’è lo stesso imperatore, nella sua qualità di pontefice massimo, seguito da sommi sacerdoti, responsabili ciascuno per ogni provincia i quali, a loro volta, nominano i sacerdoti delle diverse città.

Anche sotto il profilo dell’assistenza sociale la chiesa pagana di Giuliano segue l’esempio di quella cristiana:

“Dobbiamo dividere i nostri averi con tutti, ma più generosamente con i poveri e i derelitti, in modo che possano soddisfare le loro esigenze. E posso aggiungere, senza timore di apparire paradossale, che dovremmo dividere cibo e vestiti anche con i malvagi. Poiché è all’umanità che è in ognuno che noi dobbiamo dare, non al singolo individuo”.

Ecco dunque che la spiritualità dell’Apostata si spinge fino all’assistenza ai detenuti (proibita dall’imperatore pagano Licinio) e all’istituzione di ricoveri per mendicanti, ostelli per stranieri, asili per donne e orfanotrofi.

Antiochia in epoca romana (I-IV sec.) con il tracciato delle mura e i principali monumenti (fonte: Wikimedia Commons)

Nell’estate del 362 Giuliano – deciso a riprendere la guerra mai vinta contro i persiani – si trasferisce ad Antiochia. Qui l’accoglienza è festosa, ma l’idillio finisce presto.

L’incompatibilità di carattere tra l’austero e mistico imperatore e la città frivolissima e a maggioranza cristiana crea subito un corto circuito. Cominciano a circolare persino epigrammi che lo deridono: il suo aspetto è troppo trascurato per essere quello dell’uomo più potente del mondo: la barba è fuori moda, il taglio di capelli rozzo. Gli rimproverano di essere troppo serioso e al tempo stesso troppo alla mano per un imperatore.

Insomma, in definitiva, Giuliano è un cafone che non sa vestirsi né truccarsi, né stare in società, né farsi rispettare. E che, peraltro, non ne azzecca una: il calmiere che impone per abbassare i prezzi degli alimentari finisce per irritare i commercianti che fanno sparire i prodotti dai mercati danneggiando tutti. Non solo, ma è grottesco e paradossale che mentre cerca di risanare l’economia intervenendo a gamba tesa sui mercati, spenda cifre assurde per i sacrifici rituali con cui cerca di ingraziarsi gli dei in vista della guerra.

“Inondò gli altari con il sangue di innumerevoli vittime, giungendo a sacrificare fino a cento buoi per volta – scrive Ammiano Marcellinio – insieme a greggi e a candidi uccelli provenienti da ogni parte dell’Impero, provocando un esborso di denaro inusitato e onerosissimo. Chiunque si dichiarasse, a torto o a ragione, esperto nelle pratiche divinatorie, era ammesso, senza alcun rispetto per le regole prescritte”.

Nei pressi della città si stende, in una valle ricca di boschi e di acque, il sobborgo di Dafne, dove sorge un santuario dedicato ad Apollo, rappresentato da una statua di avorio e lambito dalla fonte Castalia, che la leggenda sostiene essere parlante. Fatto chiudere da Costanzo e andato in rovina, ci è stata costruita sopra una cappella dove è stato sepolto il vescovo Babila.

Giuliano, che prima ancora di arrivare ad Antiochia aveva chiesto di restaurare il tempio, quando in agosto cade la ricorrenza della festa del dio si reca a Dafne ma qui trova una brutta sorpresa: il Consiglio municipale, formato in gran parte di cristiani, non ha preparato alcun festeggiamento.

Le interrogazioni votive di Giuliano non ottengono risposta dalla statua o dalla fonte Castalia, e – consigliato da un sacerdote – si convince che è la presenza del sepolcro del vescovo ad essere responsabile del silenzio degli dei. Così fa riesumare i resti di Babila e li seppellisce ad Antiochia, creando una sollevazione dei cristiani. Poco tempo dopo, nella notte del 22 ottobre il tempio di Dafne viene distrutto da un violento incendio. Le indagini volte a scoprire i responsabili non approdano a nulla ma Giuliano si convince che siano stati i cristiani e per ritorsione fa chiudere la cattedrale di Antiochia.

Maiorina di Giuliano, recto

Poi sfoga la sua rabbia con un libro satirico che esce nel febbraio 363 e che non è altro che una grande invettiva contro Antiochia e i suoi cittadini. E se loro lo deridono per la sua barbetta da capra, lui risponde chiamando il libro Misopogon, ovvero “Il nemico della barba”.

Secondo l’imperatore, Antiochia si presenta come un esempio estremo di polis tryphosa, cioè città preda della tryphè, vocabolo che può essere tradotto con “mollezza di carattere”, “delicatezza”, “voluttuosità”, “indolenza”. Giuliano ce l’ha in particolare con la predilezione degli antiocheni per gli spettacoli teatrali e per le gare all’ippodromo.

Lui, d’altra parte, si vanta di avere sempre evitato il teatro e detestato i ludi circenses e anche per questo si era trovato benissimo in Gallia: perché i celti e i germani, propensi alla frugalità e alla semplicità non potevano in nessun modo apprezzare gli spettacoli teatrali reputandoli grotteschi e osceni:

“Così dunque anche tra i Celti, come il Misantropo di Menandro, io recavo affanni a me stesso. Tuttavia, se la selvatichezza dei Celti sopportava ciò, logicamente lo tollera male una città felice come questa, beata e popolosa di uomini, dove ci sono molti ballerini, molti flautisti, più mimi che cittadini, e dove non c’è rispetto per chi governa”.

“Ai deboli infatti conviene arrossire – scrive sarcastico – mentre ai valorosi, come voi, si addice far baldoria fin dall’alba e gozzovigliare di notte, per non insegnare a parole, ma dimostrare con i fatti, che non vi preoccupate delle leggi; tutti belli, alti, lisci e senza barba, emuli, giovani allo stesso tempo e vecchi”.

“E tu – dice rivolto a se stesso – pensavi davvero che la tua selvatichezza, la tua misantropia, la tua goffaggine, potessero andar d’accordo con tutto questo? Tu, il più idiota e attaccabrighe di tutti gli uomini tanto sciocca e leggera è questa animuccia, che i più ignobili dicono sapiente, da credere di doverla adornare ed abbellire con la saggezza?”

“Mi ha in odio la maggioranza – scrive ancora con amarezza – per non dire la totalità del popolo, che professa l’incredulità negli dèi e mi vede attaccato ai dettami della religione patria; mi hanno in odio i ricchi, a cui impedisco di vendere ogni cosa ad alto prezzo; tutti poi, mi odiano a motivo dei ballerini e dei teatri, non perché io li privi di queste delizie, ma perché a me di queste delizie importa meno dei ranocchi delle paludi”.

“Di tutti i mali – continua l’invettiva – sono io l’autore, perché ho posto benefici e favori in animi ingrati. La colpa è della mia stupidità, non della vostra libertà”.

Mosaico del III secolo nella Necropoli vaticana sotto la basilica di San Pietro, nella volta nel Mausoleo dei Giulii: in una delle ipotesi interpretative, nel mosaico sarebbe ritratta una raffigurazione di Gesù nelle vesti del dio-sole – Apollo-Helios/Sol Invictus – alla guida del carro

Per consolarsi del pessimo rapporto con gli uomini, Giuliano si rifugia in Dio, e in particolare nel dio del Sole, a cui dedica un inno in cui la figura di Helios sembra ricalcare – in realtà – quella di Cristo, Verbo fatto carne.

“Helios Re procedette come unico dio da un dio unico, cioè dal mondo intelligibile che è uno, unifica l’infimo con il supremo, contiene in sé il mezzo della perfezione, dell’unione, del principio vitale e dell’uniformità della sostanza. Nel mondo sensibile è la sorgente di tutti i benefici e racchiude in sé la causa eterna delle cose generate”.

“Helios re universale – prega – donami la tua grazia, una vita buona, una sapienza più perfetta, una mente ispirata e nel modo più lieve e al momento opportuno il distacco dalla vita stabilito dal destino. Possa io salire a lui e stargli accanto per l’eternità, ma se ciò fosse troppo per i miei meriti, almeno per molti e lunghi periodi di anni!”.

Complice anche la scarsa vita sociale, quello di Antiochia è un periodo particolarmente prolifico sotto il profilo letterario: l’imperatore scrittore si cimenta infatti anche con tre libri di polemica anticristiana: Contro i Galilei (ai quali risponderà Cirillo di Alessandria con Contra Iulianum) e con un vero e proprio “kolossal”: la satira I Cesari, che racconta di una festa data da Romolo nella casa degli dèi, alla quale vengono invitati tutti gli imperatori romani. Di ogni Cesare vengono così delineati i molti vizi e le poche virtù: dall’ambizioso Giulio Cesare al camaleontico Ottaviano, Tiberio, grave all’apparenza ma crudele e vizioso, Caligola, “mostro crudele”, Claudio “corpo senz’anima” e l’intrattabile Settimio Severo.

Ogni imperatore si sceglie una divinità protettrice, e Costantino corre subito incontro alla Lussuria che, accoltolo teneramente lo adorna di vesti femminili colorate, lo liscia tutto e lo porta dall’Empietà dove si trovava anche Gesù che si aggira da quelle parti e predica: “Chi è corruttore, assassino, maledetto, rifiutato da tutti, venga con fiducia: lavandolo con quest’acqua lo renderò puro in un attimo”.

Il 5 marzo 363 Giuliano lascia finalmente Antiochia con un esercito di 65mila uomini. Rifiuta il trattato di pace del re persiano Sapore e – accompagnato dal cugino Procopio (“bello, grande e triste – lo descrive Temisto – dalla figura sempre curva, dallo sguardo sempre a terra, che nessuno ha mai visto ridere”) arrivato all’ultimo avamposto romano, nonostante tutti gli auspici siano negativi, si inoltra nel regno sasanide.

Il percorso di Giuliano e del suo esercito, dalla partenza da Costantinopoli alla morte

La spedizione in un primo momento si rivela trionfale: Giuliano conquista una fortezza dopo l’altra, costringendo il nemico a chiudersi tra le mura della capitale Ctesifonte. La città, però, appare imprendibile e l’imperatore rinuncia all’assedio risalendo il Tigri.

La marcia è tormentata dal caldo, dalla guerriglia, dalla sete e dalla fame, perché i persiani bruciano i raccolti nelle terre attraversate dai Romani. Il 16 giugno appare finalmente all’orizzonte l’esercito di Sapore, che però si limita a seguire da lontano le truppe di Giuliano, rifiutando il combattimento aperto e ingaggiando solo brevi incursioni di cavallerie. Il 21 giugno l’esercito romano si ferma a Maranga per una sosta di tre giorni. Giuliano impiega come al solito il tempo libero dalle occupazioni militari leggendo e scrivendo.

La notte del 25 giugno gli sembra di scorgere nel buio della sua tenda una figura: è il Genius Publicus, quello che gli era apparso nell’esaltante notte di Lutetia e lo aveva invitato a non lasciarsi sfuggire l’occasione di prendere il potere. Ora ha però il capo velato a lutto, lo guarda senza parlare, poi si volta e lentamente svanisce.

La mattina dopo, malgrado l’opinione contraria degli aruspici, fa levare le tende per riprendere la marcia. Gli dicono che nella retroguardia è scoppiata una guerriglia; l’imperatore – senza nemmeno indossare l’armatura – accorre a cavallo e si lancia nella mischia quando un giavellotto lo colpisce sul fianco. Cerca subito di estrarlo da solo, ma cade da cavallo e sviene. Portato nella sua tenda, “si rianimò, credette di star meglio, volle le sue armi ma le forze non risposero alla volontà; chiese il nome della località: ‘è Frigia’, gli risposero. Allora Giuliano comprese che tutto era perduto: un tempo aveva sognato un uomo biondo che gli aveva predetto la morte in un luogo con quel nome”.

Le sue guide spirituali gli ricordano il suo destino, fissato dall’oracolo di Helios:

“Quando avrai sottomesso al tuo scettro la razza persiana, inseguendoli fino a Seleucia a colpi di spada, allora salirai all’Olimpo su un carro di fuoco attraverso le vertiginose orbite del cosmo. Liberato dalla dolorosa sofferenza delle tue membra mortali, raggiungerai la dimora senza tempo della luce eterea, che abbandonasti per entrare nel corpo di un mortale”.

Sentendosi soffocare, Giuliano chiede dell’acqua: appena finito di bere perde conoscenza. Ha 32 anni e ha regnato meno di venti mesi.

Statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

“Udite, popoli! – scrive esultante Gregorio di Nazianzio – fu estinto il tiranno, il dragone, l’Apostata, il Grande Intelletto, l’Assiro, il comune nemico e abominio dell’universo, la furia che molto minacciò sulla Terra, molto contro il Cielo operò con la lingua e con la mano”.

Giuliano sarà l’ultimo imperatore pagano. Solo una minuscola pausa nella marcia trionfale del nuovo potere religioso. I cristiani lo sanno e non lo nascondono: oltre a rovesciare altari e distruggere templi, avviano subito la demolizione della figura dell’Apostata, arrivando ad accusarlo di sacrifici umani.

I discepoli e gli amici dell’imperatore, invece, cercano di farsi dimenticare, aspettandosi persecuzioni che – in effetti – non tardano ad arrivare. Solo Libanio – che era stato suo maestro, e poi strettissimo collaboratore – lo celebra e arriva ad accusare un cristiano del suo omicidio.

Nella sua Historia Ecclesiastica, scritta quasi un secolo dopo i fatti, Teodoreto di Cirro racconterà che Giuliano raccolse con le mani il sangue uscito dalla sua ferita e lo alzò al cielo gridando: “Hai vinto, Galileo!”, mentre secondo Filostorgio Giuliano dopo aver raccolto il suo sangue con le mani lo lanciò verso il Sole gridando “Korèstheti” (“Saziati!”) e maledicendo gli altri Dei “cattivi e distruttori”.

Col passare dei secoli, Giuliano l’Apostata diventerà un simbolo contraddittorio – nemico del cristianesimo ma ottimo amministratore, fondamentalista pagano ed emblema laicista – che affascinerà e ispirerà per secoli artisti e intellettuali, da Lorenzo il Magnifico a Voltaire, da Gibbon a Ibsen.

“Col formare non molti, ma anche solo tre o quattro filosofi, tu puoi arrecare al genere umano maggiori benefici di quanto non possano fare parecchi imperatori messi insieme. Quanto a me, sono consapevole di non possedere nessuna speciale virtù, tranne quella di non credere di avere le più belle virtù. Rimetto tutto nelle mani di Dio, così da essere scusato delle mie mancanze e da poter apparire discreto e onesto per gli eventuali successi della mia opera di governo”.

Arnaldo Casali

Da leggere:La rinascita degli dei: opere filosofiche e politiche dell’ultimo grande imperatore pagano, I Dioscuri, 1988. Cirillo di Alessandria, Contra Iulianum, Patrologia Graeca 76 Filostorgio, Historia Ecclesiastica, Berlino 1972 Giamblico, De vita Pythagorica, Stoccarda 1975 Ammiano Marcellino, Res gestae, Berlino 1915 Libanio, OrazioniPolymnia Athanassiadi, Giuliano. Ultimo degli imperatori pagani, Genova, ECIG, 1992 Jacques Benoist-Méchin, L’imperatore Giuliano, Milano, Rusconi, 1979 Luca Desiato, Giuliano l’Apostata, Milano, Mondadori, 1997 Goffredo Coppola, La politica religiosa di Giuliano l’Apostata, Bari, Edizioni di Pagina, 2007 Maria Carmen De Vita, Giuliano imperatore filosofo neoplatonico, Milano, Vita e Pensiero, 2011 Giovanni Filoramo, La croce e il potere, Roma-Bari, Laterza, 2011 Giuliano, Contra Galilaeos, Lipsia 1880 Nello Gatta, Giuliano Imperatore. Un asceta dell’idea dello Stato, Padova, Ar, 1995 Ignazio Tantillo, L’imperatore Giuliano, Roma-Bari, Laterza, 2001Voltaire, Dizionario filosofico, Milano, Mondadori, 1955 Edward Gibbon, The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, 6 voll., London, Strahan & Cadell 1776-1789 Arnaldo Marcone, Giuliano. L’imperatore filosofo e sacerdote che tentò la restaurazione del paganesimo, Salerno editrice, 2019Henrik Ibsen, Imperatore e Galileo, 1873Joseph Bidez, Vita di Giuliano Imperatore, (1930), Rimini, Il Cerchio, 2004

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