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La carta, da Fabriano alla conquista del mondo

Il celebre logo Fabriano applicato a filigrana sulla carta. Il termine filigrana deriva dalla tecnica con la quale viene impresso il marchio, mediante sottili fili di metallo intrecciati e lavorati come negli omonimi prodotti di oreficeria

I cinesi l’hanno inventata, gli arabi l’hanno importata, ma sono gli italiani ad averla venduta in tutto il mondo. Perché gli italiani la fanno meglio, e alla fine non è importante inventarti qualcosa, ma metterci il tuo marchio.

E dal 1264 la carta è indissolubilmente legata a Fabriano, che il marchio ce l’ha messo in ogni senso, visto che sono proprio i suoi cartari ad aver inventato la filigrana per far riconoscere ovunque i loro prodotti.

Alzi la mano chi, tra i lettori di questo articolo, non si è ritrovato – da bambino – a contemplare quella distesa bianca che aspettava, silenziosa, il bacio della matita che avevamo tra le mani e a osservare il logo azzurro, con la F e la A che si confondono in una strana geometria.

Chi non ha pensato che Fabriano fosse una marca di prodotti da cartoleria, prima di scoprire che in realtà è una cittadina delle Marche di trentamila anime dove la carta – se non è nata – è comunque partita per la sua conquista del pianeta?

In Cina originariamente i documenti venivano scritti su legno di bambù, molto scomodo da trasportare, o – più raramente – sulla seta, particolarmente costosa.

Secondo la tradizione la carta è stata inventata intorno al 150 dall’eunuco T’sai Lun, dignitario imperiale che riuscì ad ottenere fogli lisci e sottili da un impasto di fibre di gelso, anche se nel corso di scavi archeologici sono stati ritrovati brandelli di carta risalenti addirittura al II secolo avanti Cristo.

Fogli VI e VII del Papiro Edwin Smith, un trattato di medicina del 1500 a.C. circa (Rare Book Room, New York Academy of Medicine)

In quel periodo, in Europa si scriveva ancora su papiro: il fusto della pianta – importata dall’Egitto – veniva tagliato ottenendo delle fettucce che, incollate tra loro, andavano a formare i fogli. Per oltre quattromila anni il papiro ha rappresentato il supporto più utilizzato per la scrittura, tanto da dare lo stesso nome alla carta nella maggior parte delle lingue indoeuropee, dall’inglese paper allo stesso italiano: la parola greca “chartes” ha infatti un’origine egiziana e indica proprio i fogli di papiro.

Intorno al 750, mentre gli arabi imparano dai cinesi i primi rudimenti sulla produzione di carta e ne apportano migliorie, in occidente il papiro viene soppiantato dalla pergamena, ottenuta dalla lavorazione della pelle di capra, pecora o vitello.

Già utilizzata da secoli in Medio Oriente (gli Ebrei per i rotoli della scrittura usavano feti di bovino), in Europa la pergamena domina l’editoria per oltre mille anni, anche se – trattandosi di un materiale costosissimo – viene spesso riutilizzato (grattando via la scrittura dai vecchi libri) e contribuisce a lasciare l’alfabetizzazione appannaggio esclusivo delle classi abbienti.

Quando nella seconda metà del XII secolo la carta debutta in Europa segna l’inizio di una vera e propria rivoluzione industriale e culturale. A differenza della pergamena e del papiro – la cui produzione era effettuata in piccole botteghe di artigiani – per fare la carta nascono infatti laboratori che, nel 1150 nella Spagna islamica e successivamente in Sicilia, si trasformano in vere e proprie fabbriche.

Il nuovo materiale usato per la scrittura – molto più economico e versatile di pergamena e papiro – viene ottenuto a partire da scarti di tessuti di vario genere che vengono macerati e mescolati con collanti fino a formare una poltiglia che, pressata e seccata, dà luogo ai fogli.

La splendida piazza del Comune e il Palazzo del Podestà di Fabriano

La prima cartiera cristiana, secondo la leggenda, è stata fondata in Italia, sul Reno, vicino Bologna, intorno al 1200 da Polese da Fabriano. Un personaggio che, in realtà, probabilmente non è mai esistito, così come Heraldo da Praga che – fuggito dalla sua patria nell’anno 990 – avrebbe portato l’arte cartaria nella città di Fabriano. D’altra parte, prima ancora di diventare la città della carta, Fabriano è già la città delle leggende: una, per esempio, sostiene che il suo nome derivi dal patrizio romano Faberius, proprietario del fondo dove sarebbe sorta poi la città, altre lo fanno derivare dalla presenza di molti fabbri. Lo stesso stemma cittadino, sin dal XIII secolo, ha come emblema un fabbro che batte il ferro su un’incudine. Non manca chi sostiene che il vocabolo derivi dalla fusione di Faber (Fabbro) e Ianus (Giano, il fiume che lo attraversa).

Perché proprio a Fabriano finiscano per concentrarsi tanti cartai, in realtà non si sa con certezza, ma è probabile che la vicinanza con il porto di Ancona abbia favorito gli scambi commerciali con il mondo arabo. Quel che è certo, però, è che nel corso del Duecento da città del ferro Fabriano diventa la città della fabbrica di carta: sorgono infatti tutta una serie di cartiere che nel 1782 si uniranno in un’unica società che ancora oggi detiene il più celebre marchio di fogli da disegno.

La crescente abilità dei sempre più numerosi e qualificati artigiani di Fabriano, fa compiere alla carta un vero e proprio salto di qualità. A fare della cittadina marchigiana la vera e propria culla della carta moderna sono tre grandi innovazioni: la prima – come si diceva – è la filigrana, che consente di inserire segni distintivi che possono essere osservati in controluce; se il marchio di fabbrica permetterà di distinguere i cartai di Fabriano promuovendo i loro prodotti in tutto il mondo, l’innovazione tecnologica protegge l’eccellenza italiana da eventuali contraffazioni, e verrà utilizzata anche e soprattutto nella produzione della carta moneta. Non a caso ancora oggi è proprio la filigrana a segnalare in tutti i paesi che battono moneta l’autenticità delle banconote.

Una pila idraulica del sec. XVIII conservata nel Museo della carta e della filigrana di Fabriano

La seconda invenzione di Fabriano è la pila idraulica a magli multipli per battere gli stracci, che elimina il mortaio di pietra e il pestone di legno azionato a mano usato dagli arabi e consente di ottenere fibre più omogenee.

Infine, l’utilizzo della gelatina animale per la collatura superficiale del foglio, permette una migliore scrittura ed elimina l’inconveniente del facile deterioramento della carta dovuto al collaggio con amido di frumento, che era stata la causa principale dei divieti di impiegare la carta per gli atti pubblici delle cancellerie e dei notai.

L’importanza e la diffusione della carta di Fabriano aumenteranno sempre di più con il passare dei decenni: nel 1455 proprio dall’Italia il tipografo tedesco Johannes Gensfleisch zum Gutenberg farà arrivare la carta di canapa su cui verrà stampata la Bibbia di Magonza, ma tra gli altri clienti celebri delle cartiere di Fabriano si annovera anche Michelangelo Buonarroti.

Dopo un periodo di declino – attraversato tra il Seicento e il Settecento – nel 1782 Pietro Miliani riunirà varie botteghe artigiane per fondare le Cartiere Milani Fabriano, destinate a diventare un grande complesso industriale, che otterrà – tra l’altro – la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Londra del 1851.

Mastro Federico, inviato speciale del Museo della carta e della filigrana di Fabriano, è sempre presente al Festival del Medioevo per mostrare al pubblico le antiche tecniche di produzione della carta

Nel corso nel Novecento la cartiera verrà nazionalizzata (tra i proprietari spiccheranno il Banco di Napoli, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e la Banca Nazionale del Lavoro), passando negli anni ’70 all’Ina e nel 2002 al gruppo Fedrigoni di Verona, che – nel 2017 – viene a sua volta ceduto al fondo americano Bain Capital.

Ancora oggi, dopo 755 anni di gloriosa storia, la cartiera di Fabriano non smette di fare soldi. In ogni senso: con l’avvento dell’euro, quella di Fabriano è infatti l’unica cartiera in Italia a ricevere l’incarico dalla Banca Centrale Europea di produrre la carta per le nuove banconote.

Arnaldo Casali

 

Per informazioni e visite al Museo della carta e della filigrana di Fabriano: www.museodellacarta.com

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La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia

Imperatore. Federico II di Svevia (1194-1250) fu l’ultimo a dare senso universale a quel titolo, rivelando piena consapevolezza in ogni gesto.

La sua corte fu polo attrattivo di tradizioni culturali molteplici (latina, romanza, greca, araba, ebraica) oltre che centro propulsore di straordinarie innovazioni letterarie e scientifiche.

L’ultimo libro di Fulvio Delle Donne, La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia (Carocci, 2019 ) indaga l’elaborazione della dirompente concezione del sapere dell’erede delle dinastie degli Hohenstaufen e degli Altavilla.

Federico II di Svevia fu certamente un personaggio capace di generare speranze e timori: destinato alla guida del mondo per stirpe familiare e attese, fu l’ultimo del Medioevo a dare un senso universale alla funzione imperiale, ma fu anche potente signore di un regno collocato al centro del Mediterraneo.

Aspetti nazionali e sovranazionali, dunque, si univano e si sovrapponevano in lui, tanto che sarebbe impossibile distinguere il re di Sicilia dall’imperatore. Nella sua figura convergevano tradizioni tedesche e normanne, modelli culturali occidentali e orientali, aspirazioni mistiche e pulsioni terrene, e la sua corte, sempre in movimento tra Sicilia, Italia meridionale e settentrionale, Germania e Terra Santa, non poteva non rappresentare tale eterogeneità.

Tracciare un quadro sintetico della cultura che si sviluppò alla corte di Federico II, dunque, significa dare un ordine alla complessità, a partire dal concetto stesso di corte, che in quel contesto storico è molto ambiguo. Fu per circa un trentennio il signore più potente dell’Europa, un’Europa che – secondo gli schemi mentali di quei secoli – estendeva le sue propaggini a tutto il bacino del Mediterraneo.

Federico ebbe piena consapevolezza del proprio ruolo: una consapevolezza che acquisì gradualmente e in maniera sempre più netta mentre divampava il fuoco violentissimo dello scontro con il papato. Dunque, è questa la radice primigenia che portò l’imperatore a farsi fautore di quello straordinario rinnovamento ideologico, che egli più o meno esplicitamente e più o meno formalmente affidò ai letterati e ai funzionari attivi presso la sua corte.

Nei suoi apparati amministrativi le regole della retorica si fusero con le norme del diritto e le fondamenta ideologiche del pensiero cristiano si adattarono alle strutture filosofiche e scientifiche della speculazione aristotelica o averroistica.

In questa prospettiva, egli organizzò l’acquisizione del sapere in funzione di un preciso progetto di governo, che trovò il momento fondativo nell’istituzione dell’Università di Napoli (1224): gli insegnamenti lì offerti – come viene ripetutamente affermato nelle fonti documentarie che la riguardano – avrebbero costituito la scala per accedere alla conoscenza, e la conoscenza avrebbe aperto le porte alla nobiltà, che fonde le virtù dell’animo con la capacità di amministrare gli uffici dello stato.

Fu, dunque, l’esigenza di sviluppare, allo stesso tempo, sia un apparato amministrativo fidato ed efficiente che una comunicazione ufficiale ed efficace a imprimere il proprio stigma sulla produzione culturale che ne derivò.

Una produzione che non poteva non essere, necessariamente, il riflesso del “sublime” ruolo imperiale, dell’istituzione che, secondo la teologia politica dell’epoca, era imposta da Dio a guida del mondo e costituiva un ineludibile modello esemplare per tutta l’umanità.

Fulvio Delle Donne insegna Letteratura latina medievale e umanistica all’Università della Basilicata. La sua vasta produzione scientifica, caratterizzata da interessi e metodi sia filologico-letterari che storici, copre i secoli VI-XVI. Sull’età sveva ha pubblicato numerose edizioni critiche (Nicola da Rocca, Andrea Ungaro, Breve chronicon de rebus Siculis, l’anonimo Itinerarium) e monografie, tra le quali: Il potere e la sua legittimazione: letteratura encomiastica in onore di Federico II di Svevia (Nuovi Segnali, 2005); «Per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum». Storia dello ‘Studium’ di Napoli in età sveva (Mario Adda, 2010); Federico II: la condanna della memoria. Metamorfosi di un mito (Viella, 2012) e La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia (Carocci editore).

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Lady Godiva e il sarto guardone

Peeping Tom, Jean Carolus (1814-1897), collezione privata

Tom resisti. Tom non farlo. Tom concentrati sul lavoro: taglia, cuci, finisci quel vestito per Mistress Oaks, che sei già in ritardo sulla consegna. Era per questa sera, ricordi? E ancora non hai nemmeno cominciato!

Vuoi fare come il solito tuo, e consegnare il lavoro con due giorni di ritardo, e poi magari lamentarti perché se la prendono comoda per pagarti? Avanti, mettiti al lavoro. E non guardarti intorno. No, Tom, no: allontanati dalla finestra, allontanati da quella maledetta finestra! Conosci l’ordinanza: deve restare chiusa, sprangata per tutta la giornata. Non fare cazzate, che poi te ne penti. Sì, lo so: lo so anche io che non capita tutti i giorni, uno spettacolo del genere. A voi del popolino, poi, figuriamoci quando vi ricapita, di vedere una contessa nuda. E fosse pure vecchia, brutta, ossuta e mascolina, basterebbe già soltanto la curiosità, per affacciarsi a guardare se i nobili sono proprio come noi, oppure oltre al sangue blu hanno le zinne viola e il culo turchese.

Il problema è che Lady Godiva non è solo nobile: è anche bella. Molto bella. Lady Godiva è proprio come le regine delle fiabe, e fra pochi minuti arriverà, per fare l’amore con il suo popolo. Già, perché è proprio un atto d’amore, quello che sta per fare: è proprio l’amore per voi – gente che non conta niente – che l’ha portata a spogliarsi di tutto per questa follia.

Si è messa in testa di liberarvi dalle tasse che suo marito vi ha imposto. Almeno dell’ultima, delle tasse che si è inventato il conte Leofrico per dissanguare il popolo di Coventry.

Lady Godiva ritratta da Edmund Blair Leighton (1892) nel momento della discussione con il marito

E così, in questo giorno qualsiasi all’alba del secondo millennio, estenuato dalle insistenze della moglie – tanto bella quanto petulante – Leofrico le ha lanciato la sfida: “Toglierò tutte le tasse e lascerò solo quella sui cavalli. Solo, però, se tu avrai il coraggio di cavalcare nuda in mezzo a quel popolo che tanto ami”. Se si sente così solidale, con la plebaglia di Coventry, si spogliasse come loro, la bella contessa: se ne andasse ignuda come un penitente, per chiedere la grazia al suo Signore. “E sia. Lo farò, mio signore – aveva risposto la contessa – ma voi, mio signore, permetterete che la plebaglia possa accedere allo spettacolo che solo a voi è riservato? Consentirete che la vostra Signora possa essere mangiata con gli occhi da qualsiasi pezzente di Coventry?”. “Se voi lo permettete – gli aveva detto con tono di sfida – non mi farò problemi neanche io, a mostrarmi nuda al mio popolo”. Il conte Leofrico l’aveva guardata corrucciato. Già: poteva davvero mettere in mostra le grazie della sua signora, alla mercé di borghesi e cafoni? Certo che no. Ma adesso come poteva uscire da quella situazione imbarazzante? “Ebbene – aveva detto infine – voi ve ne attraverserete a cavallo, nuda, la città e il mercato. Ma nessun abitante potrà guardarvi: al momento del vostro passaggio, tutti i residenti di Coventry dovranno barricarsi in casa, con finestre e scuri chiusi. Nessun occhio plebeo dovrà ardire di posare il suo sguardo sul patrimonio esclusivo del Conte. E se qualcuno oserà farlo, allora il vostro corpo sarà l’ultima cosa che quell’occhio impudente riuscirà a vedere!”. E sia. Dunque l’ora è giunta: Lady Godiva è partita dal castello sul suo cavallo, completamente nuda, e tutti gli abitanti di Coventry si sono rintanati in casa, nelle loro faccende affaccendati, resistendo alle tentazione di sbirciare fuori.

Nella sua Lady Godiva (1856), Adam van Noort ritrae anche Peeping Tom che la osserva dalla finestra (sulla destra del dipinto)

E tu, Tom il sarto, che intenzioni hai? Ehi, ma che cosa stai facendo con quell’arnese? Sei matto? Tom, ripensaci finché sei in tempo. Ma che dici? Ma quale occhiatina? Non puoi rovinare la persiana per sbirciare fuori! Fermati! Pensi che se ritagli un piccolo spioncino dalla finestra nessuno si accorgerà di niente? Pensi davvero di fregare il tuo Signore? Pensi di poterti godere lo spettacolo di Godiva impunemente? Lo hai sentito, sì, quale sarà il destino dei guardoni? Fermati finché sei in tempo, Tom. Fermati! D’accordo, ormai è troppo tardi, il danno è fatto. Beh, adesso, però, rimetti quel tondino di legno sulla persiana: se non puoi riattaccarlo, cerca almeno di incastrarlo in qualche modo. Devi riparare quella persiana prima che… Cosa? Sta arrivando? Sta arrivando? Beh, allora fammi dare un’occhiata anche a me, avanti. Eccola là: già si intravede all’orizzonte la sagoma del cavallo e dell’amazzone, attraversare le strette e silenziose vie della cittadina. Il cuore ci batte a mille, le palpitazioni aumentano mano a mano che quell’ombra in lontananza si avvicina. Non galoppa, non trotta: il cavallo procede a passo lento, come se stesse facendo una sfilata. Una sfilata invisibile: Lady Godiva si offre allo sguardo di chi non può guardare. Ecco, finalmente è davanti a noi: l’emozione ci chiude la gola. Il cavallo è bianco e fiero e indossa dei paramenti di porpora, con ricamati in oro dei leoni rampanti. La sella è elegante e variopinta e anticipa, con la sua bellezza, il mistero che accoglie, beata lei.

Godiva, John Collier (1898, Herbert Art Gallery Museum)

Ed eccola, Lady Godiva: i capelli castani dai riflessi rossi scendono sulle spalle fino a coprire i seni, ma non la schiena, i glutei, le cosce, le gambe bianchissime. È magra, la contessa: eterea come un angelo. Ci passa davanti in silenzio, lentamente. Abbiamo tutto il tempo di godere di questo meraviglioso spettacolo: passiamo lo sguardo su quel corpo più e più volte: dai capelli fluenti fino al petto, cerchiamo, tra la chioma, di intravedere un capezzolo, ma non c’è niente da fare… in compenso, qualcosa, di sotto, si riesce a scorgere, sì… “Quanto invidio quella sella!” esclama Tom. E io gli faccio cenno di tacere, razza di idiota; che magari fuori si sente qualcosa. E infatti, Godiva si volta verso la nostra finestra, come se avesse percepito quelle parole impertinenti. Vieni qua, Tom, ritraiti, e copri con il legno quel buco! Ma Tom è in estasi e continua – come se niente fosse – a guardare quello spettacolo incredibile. Cavalca all’amazzone, ovviamente, la Contessa, quindi sì, qualcosa si riesce a sbirciare, dalle parti basse, indagando tra le cosce. “L’ho visto! L’ho visto!” grida Tom. Ma che cosa? “Il pelo!”. Questa volta la contessa si gira decisamente verso la finestra del sarto, si accorge di quel piccolo forellino sulla persiana, e dell’occhio che – dietro – la scruta avido. Muove la briglia e il cavallo comincia a trottare, allontanandosi e scomparendo in poco tempo dalla nostra vista. Sei contento, Tom, razza di guardone? Te lo hanno spiegato – sì – che quelli come te diventano ciechi?

Ed è esattamente quello che gli succederà. Che sia tortura o maledizione poco conta: Tom perderà la vista, non vedrà più niente, sarà cieco fino alla morte. E darà il suo nome a tutti i guardoni della città, poi del Regno, poi dell’Impero. Ancora oggi, per indicare ciò che in italiano viene reso con la parola “guardone” e in francese con “voyeur” in inglese si dice “Peeping Tom”.

Una statua di lady Godiva a Coventry, commissionata a metà del XX secolo da un abitante della cittadina

Quanto a Godiva, beh, la contessa di Coventry e il suo inusitato gesto verranno raccontati per secoli in mille modi diversi, fino a trasformare la nostra lady in un personaggio leggendario, quasi un archetipo femminile.

Eppure Godiva è esistita. È esistita realmente, ha avuto davvero a cuore le sorti del suo popolo, è stata una grande benefattrice delle case religiose, e ha promosso attività caritative e sociali. Nata intorno al 990 nell’Inghilterra ancora germanica, è conosciuta per essere stata tra i pochi anglosassoni e l’unica donna a mantenere i propri possedimenti e i propri privilegi anche dopo la conquista dei normanni.

Il suo nome era Godgifu – che significa “Dono di Dio” – anche se nei documenti è stato latinizzato in “Godiva”. Niente a che fare, quindi, con il godere, anche se nella letteratura successiva delle lingue romanze, l’assonanza ha finito per regalare al gesto della nuda signora un’accezione erotica e a farne una figura assai più peccaminosa di quanto non fosse l’originale. Secondo il Liber Eliensis, scritto alla fine del XII secolo da un monaco dell’Isola di Ely, Godiva era vedova quando Leofrico, conte di Mercia, la sposò. Nel 1043 Leofrico fondò un monastero benedettino a Coventry, e secondo Ruggero di Wendover – scrittore morto nel 1230 – era stata proprio la moglie a convincerlo a compiere questo atto. Nel 1050, il suo nome è menzionato insieme a quello del marito su una concessione di terra fatta al monastero di Santa Maria di Worcester. Sono anche ricordati come benefattori di altri monasteri a Leominster, Chester, Much Wenlock ed Evesham.

Il suo sigillo Ego Godiva Comitissa diu istud desideravi compare su una lettera di Thorold di Bucknall indirizzata al monastero benedettino di Spalding, che – tuttavia – molti storici considerano un falso, mentre altri ritengono che Thorold – che compare nel Libro di Domesday come sceriffo di Lincolnshire – fosse il fratello di Godiva.

Alla morte di Leofrico, nel 1057, la nostra lady continuò a vivere nella contea fino a dopo la conquista normanna, per morire il 10 settembre 1067, secondo alcune fonti, o nel 1086 secondo altre. Anche il luogo in cui Godiva è sepolta è oggetto di dibattito: secondo alcuni la sua tomba si trova nella chiesa della Benedetta Trinità a Evesham, mentre la scrittrice Octavia Randolph la colloca a fianco di quella del marito, nella chiesa principale di Coventry.

La versione più antica della leggenda è raccontata dallo stesso Ruggero di Wendover nel Flores Historiarum. Secondo Ruggero la contessa attraversò il mercato di Coventry da un’estremità all’altra, mentre la gente era riunita, scortata solo da due cavalieri. Non ci sono cenni, quindi, né al coprifuoco per la popolazione, né tanto meno a Peeping Tom, figura che non compare nelle cronache prima del XVII secolo.

La processione di Lady Godiva (David Gee, 1829)

D’altra parte non è detto nemmeno che Godiva fosse proprio nuda: se la cavalcata doveva assumere i contorni di una processione penitenziale allora la Contessa indossava comunque della biancheria intima, ma secondo l’interpretazione di altri studiosi Godiva si sarebbe spogliata semplicemente dei suoi gioielli e delle insegne nobiliari. Altri storici – come Rebecca Taylor – ricollegano il gesto di Godiva a rituali ancora diffusi ben oltre la cristianizzazione, nelle aree rurali della Gran Bretagna, come quello di portare in giro in primavera una ragazza nuda su un asinello per garantire fertilità alla terra e alle popolazioni. “L’eroina Godiva si innesca su questo filone e ha qualche parentela con Robin Hood nel soddisfare l’odio popolare per ogni forma di tassazione, in un proto-socialismo magnanimo”.

Tra Ottocento e Novecento per il movimento delle suffragette la figura di Lady Godiva rappresenterà anche il riconoscimento fondamentale del ruolo della donna nella politica. Secondo una tradizione, la sua tenuta – di 140mila metri quadrati – si trova ancora a Belbroughton, in Inghilterra, ed è stata messa in vendita qualche anno fa per oltre 3 milioni di euro. Si tratta della dimora che il conte aveva lasciato in eredita ai monaci di Worcester ma che Godiva aveva continuato ad abitare anche dopo la sua morte, pagando però l’affitto ai religiosi. Nel castello – due piani con otto stanze da letto elegantemente decorate, con pavimenti in legno di quercia, cucine, saloni, camini e una torre che ospita oggi due appartamenti – sono ancora presenti una cappella normanna con banchi e altare intatti.

Il cartellone dell’opera di Pietro Mascagni ispirata a Lady Godiva (1911)

Resta il fatto che la contessa che cavalca nuda tra le vie della città ha suggestionato per centinaia di anni il folklore popolare: basti pensare che il 31 maggio 1678 la processione di Godiva verrà introdotta come momento culminante della fiera di Coventry, mentre dal 1812 l’effige in legno di Peeping Tom vigila sul mondo da una casa dall’angolo nord-occidentale della Hertford Street, anche se in origine quell’uomo in armatura rappresentava in realtà San Giorgio. Dalla metà degli anni ottanta del XX secolo Pru Porretta, un residente di Coventry, utilizza la figura di Lady Godiva per promuovere gli eventi e le iniziative della comunità e dal 2005 ogni settembre, in occasione del compleanno della Contessa, organizza una rievocazione storica locale per l’unità e la pace nel mondo, conosciuta come “The Godiva Sisters”.

Innumerevoli gli artisti che hanno immortalato Lady Godiva nelle loro opere: a cominciare da Alfred Tennyson, autore di un poema da cui fu tratta – nel 1911 – l’opera lirica di Pietro Mascagni. Opera in cui, però, Godiva diventa Isabeau, figlia di Raimondo, sovrano di un regno collocato in un Medioevo dai contorni indefiniti: unica figlia, rifiuta il matrimonio e il padre la costringerà, per punizione, a cavalcare nuda per le vie della città, accettando, però, la richiesta del popolo, affezionato alla “reginotta”, che nessuno la possa vedere durante la cavalcata sotto il sole di mezzogiorno. Folco, un ragazzo di umili origini e grande sognatore, decide di infrangere il divieto e di osservare Isabeau, gettando fiori al suo passaggio. Il popolo, inferocito, vuole la sua condanna a morte ma Isabeau, inizialmente offesa, cede infine all’amore del giovane ed entrambi vengono lapidati dalla folla. Tenuta a battesimo nel Coliseo di Buenos Aires nel 1911, Isabeau arrivò in Italia solo l’anno successivo in una doppia prima alla Scala di Milano e a La Fenice di Venezia.

La locandina del film hollywoodiano del 1955

Ma anche l’arte contemporanea si è lasciata ispirare dalla leggenda della contessa nuda: dai Velvet Underground (la band fondata da Andy Wharol e guidata da Lou Reed) che le hanno dedicato il brano Lady Godiva’s Operation ai Queen, che nel 1978 scrivono “I’m a racing car passing by, like lady Godiva” nella canzone Don’t stop me now, mentre nel 1987 i Simply Red pubblicano la canzone Lady Godiva’s room e Roberto Vecchioni la cita nel brano Sei nel mio cuore. Per non parlare del quadro di Adam van Noort, maestro di Peter Paul Rubens, la statua di John Thomas ma anche i tanti film pornografici ed erotici che hanno preso ispirazione dalla lady gaudente, avvinghiata nuda al suo destriero (da citare almeno Peccati venali di Lady Godiva del 1969 e Nuda ma non troppo del 1951). Tra le sue innumerevoli incarnazioni, la povera Godiva conta persino una bambola gonfiabile nel romanzo Insciallah di Oriana Fallaci.

Hollywood si è invece curiosamente occupata della contessa una volta sola, e con risultati discutibili, per il kolossal Lady Godiva, diretto nel 1955 da Arthur Lublin e interpretato da Maureen O’Hara e George Nader. Ambientato durante le lotte tra sassoni e normanni, vede la contessa Godiva accusata di essere un’adultera e costretta per questo a cavalcare nuda attraverso Coventry. Un “fumettone per famiglie” rimasto però nella storia del cinema e segnato anche dalla presenza di un giovanissimo Clint Eastwood che, non ancora venticinquenne, interpreta il capo dei sassoni. Recentissima è invece la rilettura in chiave contemporanea, con una giovane insegnante con la “nuda ambizione” di ripetere il gesto della celebre contessa.

Arnaldo Casali

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L’Itinerarium di Egeria, reporter del IV secolo

Il viaggio di Egeria

Nella Pasqua dell’anno 381 dopo un lungo viaggio, iniziato forse dalle sponde atlantiche della Galizia o forse da un castello della Aquitania, una agiata signora di nome Egeria giunge finalmente a Gerusalemme.

Agli occhi dei pellegrini Gerusalemme, affacciata sul deserto sassoso della Giudea, con i suoi improvvisi giardini di olivi e fiori all’interno delle mura, con le sue numerose chiese, appariva commovente e inebriante, anche per la memoria della Passione che in essa vi si cercava.

Sappiamo che era allora una città povera, dalle case sbrecciate e le mura ferite; non priva di pericoli, ma ricca di costumi diversi e pittoresca per la varietà delle lingue che risuonavano nelle vie. Egeria era senz’altro una donna devota e determinata, probabilmente una vedova non anziana e certamente in buona salute, provvista di mezzi economici e senza legami familiari.

Viaggiare così lontano allora voleva dire fare trasferimenti di 30 o 40 chilometri al giorno a cavallo o anche a piedi. Egeria era certamente coraggiosa: come tutti i viaggiatori in Terrasanta avrà incontrato i predoni che aspettavamo al varco i pellegrini e affrontato i soliti disagi – il clima e le malattie, il cibo e l’acqua scarsi.

Un francobollo spagnolo dedicato ad Egeria

Nonostante questi pericoli fossero assai comuni, in quei secoli lontani accadeva che alcune donne, non poche, viaggiassero da sole. Succedeva per ragioni diverse: pellegrine, regine e nobildonne, badesse, ma anche mercantesse, percorrevano a piedi, in groppa al cavallo o all’asino, lungo i fiumi o per mare sopra imbarcazioni certo non confortevoli, le regioni d’Europa e si spingevano anche più lontano. Raggiungevano i Luoghi Santi, come la giovanissima vedova Melania – imitata più tardi da sua figlia e da sua nipote – o la beata Marcella, sollecitata da san Gerolamo a “entrare nella grotta del Salvatore e a salire pregando il Monte degli Ulivi” insieme a lui… Il caso di Egeria è un po’ diverso perché possediamo fortunatamente il suo racconto di viaggio.

L’Itinerarium, scritto in un latino un po’ zoppicante infarcito di termini già volgari (“pisinno” per bambino), è indirizzato alle sue “dilette signore sorelle” rimaste al di là del mare: amiche o compagne che condividevano semplicemente la devozione religiosa, le letture e l’affetto, o forse appartenenti, con lei, a una comunità laica.

Gerusalemme, metadel viaggio di Egeria, nella mappa più antica esistente: il mosaico della Chiesa greco-ortodossa di San Giorgio a Madaba

Fra andata e ritorno Egeria sta lontana da casa per più di tre anni; non evita infatti digressioni che rendono più interessante il suo viaggio: a Costantinopoli arriva per mare e da là, percorrendo la strada militare che attraversa la Bitinia, arriva in Galazia, in Cappadocia; visita Tarso, poi Antiochia e da qui raggiunge Haifa (allora Sycamina), dove prega al monte Carmelo, sacro al profeta Elia. Giunge finalmente a Gerusalemme: eccola, la sospirata città, apparire alta sui colli. Parte da lì per varie escursioni: in Egitto, dove, prima di salire al Sinai, ammira al monastero di santa Caterina “il giardino bellissimo dove sgorga una fonte fresca e abbondante”. Con poche parole, che ancor oggi si possono verificare, descrive la fatica dell’ascesa alla montagna erta e petrosa del Sinai, dalla cui cima può ammirare tutt’intorno la corona di monti che si apre in un silenzio sovraumano. Altro viaggio in Giudea, a Betlemme, a Nazareth, poi alla suggestiva collina dominata dall’Herodion … Passando il fiume Giordano, Egeria arriva “in Arabia” dove sale al monte Nebo. Visita poi Emessa, famosa per la leggendaria corrispondenza fra Gesù e re Agbar, ritornando poi a Efeso per pregare sul luogo dell’apostolo Giovanni.

Il monastero di Santa Caterina sul Sinai (foto Egghead06)

Egeria commenta tutto questo con cura ma anche parsimonia; descrive le sue emozioni ricorrendo a immagini bibliche, dice poco o nulla di sé e dei suoi compagni di viaggio.

Di lei sappiamo meno di quel che vorremmo, ma abbastanza per ricostruire l’avventura non così insolita, ma comunque rara, di una dama agiata che a cavallo fra IV e V secolo viaggia e scrive.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri voce dall’Enciclopedia delle donne

Fonti e risorse bibliografiche: www.thelatinlibrary.com/egeria.html Egeria, Pellegrinaggio in Terra Santa, Città Nuova Editrice, Roma 1985 F. Allegri, Donne e pellegrine dall’antichità al Medioevo, Jaca Book, Milano 2012. F. Cardini, Egeria la pellegrina, in F. Bertini-F. Cardini-C. Leonardi-M.T. Fumagalli Beonio Brocchieri, Medioevo al femminile, a cura di F. Bertini, Laterza, Roma-Bari, 1989. R. Franchi, Luoghi santi ed Egitto: itinerari principali del pellegrinaggio cristiano antico al femminile, in «Rivista di Ascetica e Mistica», 2012. E. Giannarelli, Egeria, Diario di viaggio. Introduzione, traduzione e note (Letture cristiane del Primo Millennio 13), Edizioni Paoline, Milano 1992. E. Giannarelli, Il pellegrinaggio al femminile nel cristianesimo antico: fra polemica e esemplarità, in Donne in viaggio. Viaggio religioso, politico, metaforico, a cura di M.L. Silvestre-A. Valerio, Laterza, Roma-Bari 1999. N. Natalucci (a cura di), Egeria, Pellegrinaggio in Terra Santa (Biblioteca Patristica 17), Nardini, Firenze 1991. G. Otranto, Il pellegrinaggio nel cristianesimo antico, in «Vetera Christianorum» 36 (1999).

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Pulcheria, la castità come potere

Pulcheria in una immagine di Hieronymus Wierix (sec. XVII)

Imperatrice di fatto se non di nome, Aelia Pulcheria nacque nel gennaio del 399 e morì attorno al 455 d.C.. Era figlia di Arcadio ed Eudocia, prima coppia a regnare sulla pars orientalis dell’Impero romano dopo la spartizione definitiva di Teodosio I.

Figura già bizantina, dunque, e non solo in ossequio alle ripartizioni della storiografia, ma per l’atmosfera di ieratica religiosità e rigida ortodossia che Pulcheria seppe imporre alla corte di Costantinopoli e ai rituali della vita cittadina.

Quando nacque, la coppia imperiale aveva già una figlia, Flacilla; poco dopo nacquero altre due sorelle e soprattutto l’erede al trono, Teodosio. Le cronache non registrano differenze nelle solennità del cerimoniale di battesimo, a conferma del ruolo cruciale, retaggio della tradizione romana, svolto dalle donne della famiglia imperiale nel garantire la continuità dinastica. Tradizione che Pulcheria seppe mantenere e al contempo innovare, con una formula inconsueta attinta ai principi della fede cristiana.

Lo storico palestinese Sozomeno, nel V secolo, ne ricorda l’ottima istruzione: nonostante le fonti siano molto lacunose a riguardo, possiamo immaginare che abbia ricevuto l’educazione che si richiedeva alle donne del suo rango. Tuttavia, Pulcheria seppe distinguersi: con ammirazione forse agiografica si ricorda la sua perfetta conoscenza sia del greco che del latino e la familiarità con la letteratura classica. Ricevette sicuramente anche un’educazione religiosa, affidata a un alto prelato, a un monaco o a una guida spirituale. Rimasta presto orfana dei genitori, Pulcheria dovette occuparsi del fratello e delle sorelle, facendo da tutrice e occupandosi della loro educazione e formazione religiosa.

Nel 408 Teodosio salì al trono: aveva otto anni; nel 414, Pulcheria venne nominata Augusta, benché ne avesse solo quindici. Sozomeno e altri storici descrivono l’evento come un riconoscimento del ruolo di tutela che da tempo la sorella esercitava nei confronti del fratello. Una procedura istituzionale quantomeno inconsueta che elevava di fatto una donna al rango ufficiale di reggente. Ruolo che Pulcheria continuò a mantenere, anche quando il fratello divenne adulto e prese in mano le redini dell’Impero.

Pulcheria in una immagine oleografica

Già due anni prima, nel 412, Pulcheria aveva reso pubblica la decisione che avrebbe segnato definitivamente la sua immagine: la scelta del voto di castità, alla quale si aggiunse la rinuncia al matrimonio, non sappiamo se spontanea o imposta, da parte delle sue tre sorelle.

Era pratica non inconsueta, da parte di matrone cristiane dell’aristocrazia tardo-imperiale, quella di abbandonare la mondanità e gli impegni pubblici per ritirarsi a vita privata, dedicandosi alla preghiera e alle opere pie. Ma la scelta di Pulcheria, amplificata dalla cassa di risonanza del suo rango e “istituzionalizzata” attraverso la proclamazione pubblica, imprimeva al fenomeno contorni quasi epocali: la commistione tra legittimazione politica e virtù religiose si faceva sempre più stretta.

Se è vero, come ha scritto Georg Ostrogorsky nella Storia dell’Impero bizantino, che Bisanzio fu un connubio di struttura statale romana, cultura greca e religione cristiana, non c’è dubbio che la figura di Pulcheria abbia nutrito quell’alone d’incenso sacro che gravita da sempre sull’immagine della corte di Costantinopoli.

Alla porpora, all’oro e ai broccati della tradizione tardo-imperiale romana, alle raffinatezze dell’erudizione greca, Pulcheria associò, e spesso cercò di sostituire, i toni austeri e i silenzi della meditazione, il salmodiare delle processioni religiose, la frugalità, i digiuni e le mortificazioni dell’ascetismo cristiano.

La partecipazione dell’Augusta alla vita dell’impero fu intensa. Le fonti insistono sul ruolo svolto nelle dispute teologiche e nelle fondazioni religiose, ma Pulcheria fu attiva anche nella politica culturale: alla sua influenza si fa risalire il provvedimento con cui, tra il 415 e il 416, Teodosio II interdisse i pagani da tutte le pubbliche funzioni. Non fu l’unica occasione in cui Pulcheria seppe imporre le sue idee: persino la moglie di Teodosio II, la giovane Athenai, fu scelta dall’Augusta. Figlia di un retore pagano di Atene, nutrita di letture classiche ma autrice anche di ispirati inni religiosi, Eudocia, questo il nome cristiano che la giovane prese dopo il matrimonio, fu a lungo rivale della cognata a corte, fino a essere costretta, per intrighi di palazzo, a ritirarsi a Gerusalemme.

Testa di una statua di Teodosio II conservata al Louvre

La religiosità dell’Augusta impose alla vita di palazzo le cadenze pie della vita monastica: “Egli [Teodosio] – scrive Socrate Scolastico – rese il suo palazzo simile a un monastero: poiché, insieme alle sue sorelle, si alzava presto la mattina per recitare gli inni di lode a Dio” (Socrate Scolastico, Ecclesiastica Historia, VII, 22). Pulcheria fu la guida spirituale di Teodosio: lo incitava a dedicarsi alla vita semplice e alla devozione quotidiana.

Preghiere, funzioni, digiuni e letture edificanti: l’imperatore e le tre sorelle conducevano vita comunitaria, assistendo alle funzioni religiose e conducendo le processioni che attraversavano le vie di Costantinopoli e che saranno poi una scena ricorrente nella capitale; visitando chiese, monasteri e ospizi e occupandosi di poveri e malati; dedicandosi a lavori manuali. Tra preghiere e astinenze, la vita della famiglia imperiale scorreva secondo le cadenze di una ritualità già bizantina.

Il nome di Pulcheria è legato a opere pie e a molte fondazioni, anche se è difficile stabilire con certezza quali chiese e monasteri siano riconducibili a iniziativa diretta dell’Augusta e quali alla sua influenza presso il fratello: le fonti che ce ne parlano, come la Chronographia di Teofane nel IX secolo, sono tarde, e probabilmente già orientate a costruire il culto di Pulcheria, vergine e santa, più che alla realtà storica della sua azione evergetica.

Ma certo il suo ruolo non fu secondario nel graduale processo di trasformazione che fece di Costantinopoli una città cristiana: parafrasando il detto di Ottaviano (I sec. d.C.), che si sarebbe ascritto il merito di aver trovato Roma in mattoni e di averla lasciata di marmo, si può dire che Pulcheria nacque in una capitale che era la città di Costantino e la lasciò “Città della Vergine”.

Pulcheria riceve reliquie di santi da suo fratello Teodosio II – Particolare di un bassorilievo in avorio conservato nel Museo del duomo di Treviri

Alcuni episodi sono rivelatori: lo storico palestinese Xanthopulos, nel XIV secolo, riporta la notizia dell’invio a Pulcheria di un prezioso carico di reliquie dalla Palestina, comprendenti alcune gocce del latte della Vergine, qualche goccia del sangue di Cristo, un fuso per filare appartenuto a Maria e l’icona della Vergine dipinta da san Luca; l’Augusta le fece deporre solennemente nel santuario della Theotokos a Costantinopoli. Il racconto ha già il tono favolistico delle cronache medievali di Rodolfo il Glabro.

Certo è invece il suo ruolo nelle controversie teologiche che sancirono la progressiva affermazione dell’ortodossia nicena sulla natura umana e divina di Cristo. In particolare il ruolo dell’Augusta fu decisivo al Concilio di Calcedonia, nel 451, che sancì la condanna del credo nestoriano. Pulcheria vi venne acclamata come la “nuova Elena” – essendo già sant’Elena madre di Costantino. L’imperatrice presiedette l’apertura delle sedute conciliari accanto a Marciano, il generale sposato pochi mesi prima: morto Teodosio II, la continuità dinastica era passata alla sorella che l’aveva trasferita a Marciano, accettando di sposarlo purché rispettasse i suoi voti di verginità. Dall’esito del Concilio Pulcheria guadagnò fama di grande intransigenza morale; da cui la santificazione come “custode della fede” e l’istituzione del culto il 10 settembre.

Una moneta d’oro raffigurante Pulcheria

Prima e dopo Calcedonia, l’imperatrice intrattenne una fitta corrispondenza con il papa Leone I, con monaci e prelati, calandosi con grande energia nel ruolo di paladina dell’ortodossia contro le minacce dell’eresia monofisita. Sul versante opposto, le sue prese di posizione le valsero, da parte di nestoriani e monofisiti, accuse di ogni nefandezza e in modo particolare di incesto col fratello. Morì nel luglio del 453; fu sepolta nella chiesa dei santi Apostoli a Costantinopoli.

“Castità al potere”, ha scritto in merito, a ragione, la storica Christine Angelidi. Ma sarebbe forse più preciso parlare di castità come potere. La rinuncia alla procreazione, e quindi al destino “naturale” della femmina, diventa rifiuto del ruolo imposto e strumento culturale per l’accesso al potere che solo il ruolo di “madre di re” sembrava rendere possibile. Armata della propria castità come un’Atena cristiana, e in controtendenza rispetto all’ostilità del diritto romano verso la verginità femminile in genere, in Pulcheria la fecondità biologica lascia spazio a quella spirituale, in una transizione del modello femminile dalla peccatrice Eva a Maria redentrice del genere umano.

Roberto Limonta voce dall’Enciclopedia delle donne

Fonti e risorse bibliografiche: Socrate Scolastico, Ecclesiastica Historia in J. P. Migne (éd.), PG LXVII, c. 30-842 Sozomeno, Ecclesiastica Historia in J. P. Migne (éd.), PG LXVII, c. 843-1724 Teofane, Chronographia, I, De Boor, Leipzig 1883 Xanthopulos, Historia Ecclesiastica in J. P. Migne (a cura di), PG 145 (604-1333), PG 146, PG 147 (8-448) C. Angelidi, Pulcheria. La castità al potere, Jaca Book, Milano 1998 E. Cantarella, La condizione femminile in U. Eco (a cura di), La grande storia. L’antichità, vol. 10, Encyclomedia Publishers, Milano 2011 G. Dagron, Costantinopoli. Nascita di una capitale (330-451), Einaudi, Torino 1991 K. G. Holum, Theodosian Empresses. Women and Imperial Dominion in Late Antiquity, University of California Press, Berkeley-London-Los Angeles 1982 G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino 1968 A.M. Talbot, La donna in G. Cavallo (a cura di), L’uomo bizantino, Laterza, Bari-Roma 1992

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La nascita della farmacia

Affresco di una farmacia (Magister Collinus, secc. XV-XVI), Castello di Issogne, Val d’Aosta

Basta con gli intrugli e i praticoni, basta con i veleni spacciati per toccasana, basta con la medicina fai da te. Da oggi i farmaci si comprano in farmacia; e le farmacie non saranno più empori dove si vende di tutto e nemmeno ambulatori, ma laboratori specializzati, accuratamente selezionati e controllati.

È l’anno del Signore 1241 e Federico II, con le Costituzioni di Melfi, rivoluziona i servizi sanitari segnando l’inizio della medicina moderna. L’imperatore decide infatti di limitare il numero delle farmacie e mettere lo speziale sotto la sorveglianza del protomedico; non solo, ma vieta l’esercizio a chi non sia autorizzato da un apposito collegio, proibisce ogni rapporto d’interessi fra medico e speziale e dà disposizioni per la conservazione dei farmaci. “Il medico non potrà esercitare la farmacia né far società con un preparatore” prescrive il paragrafo 46 delle Costituzioni Melfitane. Questi “confectionari” dovranno prestare giuramento ed eseguire gli ordini dei medici senza frode, e le loro “staciones” dovranno occupare il territorio secondo un disegno precostituito.

Ben presto anche in altre zone d’Italia, come in Toscana, Veneto, Roma e Genova, verranno fissati i principi fondamentali che regolamentano la professione. A Venezia nel 1258 viene promulgato il Capitolare dei Medici e degli Speziali in cui sono stabilite norme precise come la preparazione di medicine secondo l’arte e le norme dell’Antidotario, il divieto di prescrivere medicine e la sorveglianza dei Consoli della Giustizia.

Con Federico viene quindi per la prima volta regolamentata una professione – quella del farmacista – che vanta origini antichissime.

Il più antico testo di farmacologia (2700 a.C.) è una tavoletta d’argilla rinvenuta in Mesopotamia (British Museum, Londra)

Già nella preistoria l’uomo aveva scoperto l’attività benefica di alcune piante e minerali. Nella Bibbia con la parola farmakia si definivano tutte le arti con cui Babilonia sedusse il mondo, ovvero filtri amorosi e afrodisiaci. La Sacra Scrittura ricorda parecchi balsami e a Salomone è attribuito un libro sull’arte di preparare i medicamenti. Il più antico testo di farmacologia invece risale al 2700 a.C.: una tavoletta in caratteri cuneiformi dell’antica Ur in Mesopotamia, che contiene una dozzina di ricette del medico-farmacista Lulu, con preziose indicazioni circa i componenti e le procedure utilizzate per la preparazione di pomate, decotti e lozioni. Tra gli assiro-babilonesi per il medico-farmacista che sbagliava diagnosi o cura c’erano conseguenze serie, come indicato dal Codice di Hammurabi: in caso di buon intervento a favore di un nobile riceveva un ingente compenso in denaro, mentre se al nobile causava decesso o menomazioni gli si mozzava la mano; se a morire era uno schiavo, invece, il medico era condannato a rendere “schiavo per schiavo”. Anche in Egitto i farmaci si basavano su precise conoscenze di botanica e di erboristeria ed erano costituiti essenzialmente da estratti di erbe e semi. Gli egizi dosavano, con speciali pesi e misure, i farmaci; conoscevano l’arte di polverizzare le droghe e setacciarle e quella di preparare infusi e decotti. Ma in Egitto ricorrevano al medico-farmacista anche molte donne per ricette di cosmesi. Numerosi medici-farmacisti diventavano gli estetisti presso le corti dei faraoni o dei nobili, ricavandone considerevoli privilegi e godendo di un prestigio assoluto erano ricercati, venerati e temuti per il loro potere. Nell’antica Grecia i rizotomi raccoglievano e conservavano le radici e le erbe medicinali, mentre i medici preparavano i farmaci e li somministravano ai malati sotto forma di pozioni, pillole, inalazioni, pomate, supposte e clisteri. Nell’antica Roma sono nate le prime farmacie vere e proprie (Tabernae medicinae) nelle quali la figura del pharmacotriba non esercitava più la medicina ma realizzava e vendeva rimedi prescritti da medici. Un noto medico, botanico e farmacista greco fu Dioscoride, vissuto a Roma al tempo dell’imperatore Nerone, mentre Andromaco – medico personale di Nerone – inventò la teriaca, potente contravveleno ottenuto cuocendo la carne di vipera femmina depurata dalle scorie e miscelandola, poi, nel mortaio con oppio, scilla e polvere di pan secco fino a raggiungere una consistenza adatta a farne pasta per compresse: i cosiddetti Trosici di vipera.

Galeno e Ippocrate in un dipinto del XII secolo (Cattedrale di Anagni)

Nel II secolo Galeno, nato a Pergamo, fu il riformatore e teorizzatore della medicina creando un sistema destinato a durare per quindici secoli. Galeno abbandonò gli elementi mitici e ricorse ai principi sperimentali precorrendo il metodo della scienza moderna. Intraprese lunghi viaggi per conoscere le droghe nel luogo d’origine: egli chiama Myropolai, Pharmakopolai, Aromatarii coloro che le vendevano, ed erano circulatores, se andavano offrendole di casa in casa o sellularii se le commerciavano in apposite botteghe situate ai piedi del colle Capitolino. La sua opera contiene la descrizione di 475 specie vegetali, frutto del suo peregrinare alla ricerca delle fonti dei medicamenti. Originariamente scritta in greco, venne tradotta in arabo e in latino giungendo alla stamperia veneziana dei Giunta nel 1541. La sua teoria parte dagli assiomi ippocratici e dalla filosofia aristotelica: i quattro elementi costitutivi dei corpi sono generati dalle quattro qualità principali tra loro variamente combinate: fredda e secca è la terra, fredda e umida è l’acqua, calda e umida è l’aria, caldo e secco è il fuoco. Dalla mescolanza degli elementi hanno origine nel corpo umano gli umori: dalla terra più l’aria la bile nera, dalla terra più il fuoco la bile gialla, dall’acqua più l’aria la pituita, dall’acqua più il fuoco il sangue. Il prevalere di un umore sugli altri fa parte della caratteristica di ogni uomo, ma quando per cause sconosciute si altera il primitivo equilibrio, subentra lo stato morboso. Per questo ogni malattia si riteneva originata dai “cattivi umori” e anche i problemi che oggi definiamo psichiatrici venivano trattati chirurgicamente, per far fuoriuscire i fluidi.

Nel 470 Cassiodoro, ministro del re ostrogoto, nella sua opera Istituzioni Divine raccomandava insistentemente d’istruirsi nell’arte della preparazione dei medicinali, consigliando di leggere il libro di Dioscoride. Nel mondo arabo esistevano trattati per farmacia già prima del VII secolo. La prima farmacia pubblica fu aperta a Baghdād al tempo del califfo al-Mansūr e la prima ospedaliera al Cairo, nell’anno 873.

La scuola medica in una miniatura del Canone di Avicenna

Nel Medioevo cristiano la farmacia si è sviluppata soprattutto all’interno delle abbazie, dotate di orti botanici dove i monaci potevano coltivare ogni sorta di pianta medicinale e sperimentarne poi l’azione terapeutica. Intanto nel sud Italia prendeva corpo la scuola medica salernitana, che manteneva un indirizzo ippocratico con poche influenze magico-astrologiche, mentre più di secolo dopo nella renania sorgeva una organizzazione ispirata da Ildegarda di Bingen. La Scuola Salernitana rappresenta una cultura esclusiva radicata in una regione posta al centro del Mediterraneo e, quindi, aperta ad ogni scambio tra oriente e occidente e rese l’Italia l’ambiente ideale per la nascita e il progresso della farmacia in forma autonoma.

La diffusione della cultura araba in occidente vale non solo a conservare il sapere greco ma ad arricchirlo considerevolmente: si amplia la conoscenza delle erbe, delle droghe e dei modi opportuni per combinarle, ma anche degli strumenti di laboratorio e delle tecniche di conservazione dei vari medicamenti.

Un altro fenomeno riguarda l’apertura di molti ospedali, dapprima legati ai monasteri e poi anche laici, che richiedono l’istituzione di vere e proprie farmacie. Durante le crociate, poi, sono arrivate in occidente le droghe di origine orientale che hanno contribuito allo sviluppo delle civiltà cinese, persiana, mesopotamica ed egizia: lo zucchero, la canfora, l’aloe, l’oppio hanno avuto un’importanza fondamentale, e così essenze come muschio e ambra. Quello che serve, soprattutto, sono le conoscenze per trattare sostanze che – se somministrate sbagliando con dosi sbagliate – hanno effetti tossici che possono risultare letali. Per questo motivo Federico, imperatore e Re di Sicilia dal 1212 al 1250, decide di regolare con estrema precisione l’esercizio professionale della medicina e della farmacia. Con le sue Costituzioni l’imperatore vieta al medico di fare anche lo speziale, istituisce il ruolo del farmacista, stabilisce le regole per l’esercizio della professione, tra cui la proibizione di vendita delle sostanze velenose, conferisce al medico la possibilità di denunciare lo speziale per ogni inadempienza, fissa il controllo del numero degli esercizi in rapporto al numero di abitanti, introduce la tariffa dei medicinali e vincola medici e speziali ad un preciso giuramento.

Federico II di Svevia

La scelta di ridurre il numero delle apoteche è legato alla necessità di creare dei centri specializzati. Nel XIII secolo, infatti, nei centri maggiori ne esistono così tante che è impossibile sostentarle con la sola vendita dei farmaci, e di conseguenza si sono trasformate in veri e propri empori dove i farmacisti facevano di tutto: clisterizzavano, imbalsamavano, sofisticavano droghe, vendevano medicamenti, ma anche frutta, carni e dolci. Tuttavia l’apoteca del farmacista – a differenza dei negozi di alimentari – è dotata di ricchi arredi, vasi preziosi, strumenti come mortai, storte, fornelli, bilance, alambicchi e persino biblioteche. Non a caso lo stesso Dante Alighieri frequenterà assiduamente a Firenze la “Farmacia del Diamante” e si iscriverà alla Corporazione degli Speziali. Anche Giotto e Botticelli si iscriveranno all’Arte dei Medici e degli Speziali a Firenze per imparare la tecnica dei colori.

A metà del XIII secolo fanno così la loro comparsa gli statuti dell’Arte degli Speziali italiani, di cui i più antichi e prestigiosi sono lo statuto dell’Ars Medicorum et Spetiarorum di Firenze del 1266, gli Statuti di Siena del 1356 ed il Capitolare del Nobile e salutifero Collegio degli Aromatari di Palermo del 1407, nel quale viene sancito l’obbligo del giuramento per l’esercizio della professione, si impone l’osservanza di un Codice ufficiale dei medicamenti, si fa divieto di esercitare l’arte medica, si vieta la consegna di farmaci agli ammalati senza licenza di medico autorizzato, si prevede la visita periodica alle spezierie da parte di una commissione mista composta da medici e speziali e si vieta di dare percentuali al medico in cambio di ottenute prescrizioni.

All’interno delle corporazioni vengono poi create vere e proprie commissioni: ci sono gli statutari (revisori delle norme), i cercatori (di inadempienze), i taratori (di bilance) e i garbellatori (setacciatori). L’ingresso costa 4 fiorini d’oro e, tra i vari privilegi, assicura anche un soccorso in caso di necessità nonché la presenza di almeno 18 soci al funerale.

Nel 1300 nell’apoteca si producono e si vendono anche candele di cera vergine, che sono l’unico tipo ammesso dal rituale cattolico e durante le veglie funebri, mentre sono proibite quelle di sego che sono più economiche ma hanno un pessimo odore e producono troppo fumo, così come quelle di cera fuori e di sego dentro.

Il farmacista, comunque, non resta solo a servizio del medico, ma anche dei santi protettori: nel caso in cui la cura prescritta non funzioni, infatti, nell’apoteca si possono comprare anche ex-voto in cera naturale o colorata raffiguranti le parti del corpo malate (un piede, una gamba, una mano) da utilizzare nel caso in cui si voglia chiedere una grazia.

Nell’epoca comunale la farmacia diventa il luogo in cui le persone colte della città si riuniscono per passare in rassegna le questioni più importanti del momento, da quelle scientifiche a quelle politiche ed artistiche. Non a caso nel 1583 nella Farmacia Lasca in Firenze vedrà la luce l’Accademia della Crusca. L’eredità di uno speziale è così ambita da dare origine anche a filastrocche, come la celebre conta “Ambarabà ciccì e cocco” che – sotto metafora – racconta come tre pretendenti si contendano la mano della figlia del farmacista del paese.

Nel 1471 l’Antidotario della Scuola Salernitana viene stampato a Venezia e reso obbligatorio per gli speziali d’Italia. Viene, inoltre, pubblicato il Compendium Aromatorium di Saladino d’Ascoli che, diviso in 7 particulae ed in forma di domanda e risposta costituisce il miglior riferimento per gli allievi in attesa di essere esaminati oltre che il ritratto ideale dello speziale dell’epoca.

I santi Cosma e Damiano (dipinto su legno del sec. XVII, Creta)

Le corporazioni degli speziali troveranno anche i propri patroni nei santi Cosma e Damiano e adotteranno come simbolo il caduceo: un bastone alato con due serpenti attorcigliati. La tradizione vuole che i serpenti in questione siano esemplari di Zamenis longissimus, detto anche “Colubro di Esculapio”. Originariamente il serpente era situato infatti sul bastone di Esculapio, il dio della salute istruito nell’arte medica dal centauro Chirone che, secondo la leggenda era in grado di guarire da qualsiasi malattia. Il serpente con il cambiamento della pelle simboleggia la rinascita, mentre il bastone lo strumento medico. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che un tempo il simbolo rappresentasse un verme parassita, che si estraeva da sotto la cute arrotolando lentamente intorno a un bastoncino.

Farmacia Chimica Tullio Bosio, particolare esterno con il simbolo del cadueco e i serpenti (2017 © Archivio Storico della Città di Torino)

È possibile che i medici abbiano pubblicizzato questo servizio comune apponendo un segnale con disegnato il verme su un bastone. Altre ipotesi vedono invece nel serpente un simbolo di conoscenza, idea sostenuta anche dal racconto di Adamo ed Eva nella Genesi. Lo stesso veleno di questi rettili, d’altra parte, è stato usato sin dai tempi antichi per la preparazione di farmaci e antidoti. Il caduceo è invece il bastone della sapienza, attribuito di Mercurio. I due serpenti rappresentano il bene e il male (ma anche grandi energie solari e lunari e la parte destra e sinistra del corpo umano) tenute in equilibrio dalla bacchetta del dio Mercurio. Le ali simboleggiano il primato dell’intelligenza, che si pone al di sopra della materia per poterla dominare attraverso la conoscenza.

Col tempo, il bastone di Esculapio è stato confuso col caduceo, fondendo i due simboli in quello che, ancora oggi ci ritroviamo tra le mani ogni volta che apriamo la porta di una farmacia.

Arnaldo Casali

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Castagnaro, la grande vittoria di Giovanni Acuto

L’11 marzo 1387, lungo le rive dell’Adige, si combatte la battaglia di Castagnaro tra l’esercito degli Scaligeri, signori di Verona, e quello dei Carraresi, signori di Padova. Uno scontro che consacrerà (nel caso ve ne fosse bisogno) Giovanni Acuto, l’inglese John Hawkwood. Secondo molti storici militari fu una delle più grandi battaglie dell’epoca con i maggiori capitani di ventura sul campo ed è considerata la più grande vittoria del condottiero inglese al comando delle truppe padovane.

Giovanni Acuto di Paolo Uccello

L’inseguimento

La rivalità tra Scaligeri e Carraresi è giunto al momento cruciale. I due eserciti si inseguono da giorni su e giù lungo le rive dell’Adige. I padovani marciano in direzione di Verona, mentre gli scaligeri discendono il fiume, riescono ad aggirare il nemico e tagliare le vie di rifornimento. I padovani si ritrovano in territorio nemico senza viveri (le cronache dell’epoca raccontano che i soldati mangiano i cavalli per sopravvivere) e costretti a riguadagnare il territorio amico vicino a Castelbaldo, dove il signore di Padova ha fatto confluire rifornimenti. I veronesi sono stati più veloci e li attendono al varco, freschi e riposati e in numero quasi quadruplo rispetto ai padovani.

Pensare di passare il fiume è impossibile, come mantenere la disciplina di un esercito impaurito e affamato. Francesco Novello con il suo contingente sono provano a passare il fiume per trasportare le provviste al campo, ma è tutto inutile. Giovanni Acuto capisce di non poter aspettare oltre: è in inferiorità numerica e con un esercito stremato, ma sa che l’unica possibilità di sopravvivere è di attaccare subito battaglia. Non così allo sbaraglio, però, prima vuole guadagnare almeno la posizione migliore. Che poi è quella presidiata dai veronesi.

Lo stratagemma

L’inglese escogita uno stratagemma tanto semplice quanto efficace: fa montare dei cavalieri, raggruppa dei guastatori e lì manda all’attacco dei veronesi, i quali ne hanno facilmente la meglio. I padovani allora fingono una fuga disordinata e nemici si gettano al loro inseguimento sul terreno acquitrinoso. Mentre gli Scaligeri arrancano l’Acuto fa attraversare rapidamente al grosso dell’esercito il Castagnaro, coprendolo la mossa con una pavesata e i balestrieri schierati sull’argine, a protezione dei cavalieri. Adesso le parti sono invertite. L’Acuto è in posizione di vantaggio e a quel punto lancia il segnale d’attacco. I Veronesi, pur più numerosi, non possono più attaccare frontalmente con tutta la forza della cavalleria e in superiorità numerica.

Lo schieramento

Francesco Novello da Carrara

L’11 marzo 1387 sul Castagnaro, un canale emissario dell’Adige, si fronteggiano i due schieramenti in assetto da battaglia. L’Acuto far rinfrescare alla meglio le sue truppe e le organizza in otto schiere. In prima linea, sotto il suo comando le sue 500 lance personali e i suoi 600 arcieri, al suo fianco ci sono l’Ubaldini, il Pietramala, Ugolotto Biancardo, Francesco Novello, il Broglia, il Brandolino e il Biordo. Due ulteriori schiere al comando di Antonio Balestrazzi e di Filippo da Pisa, per un totale di altri 1600 cavalieri, sono mantenute come riserva intorno al Carroccio, pronte a dare manforte. Di riserva con mille fanti c’è di Bartolomeo Cermisone da Parma (famoso come comandante di fanterie, in un’epoca di cavalieri, tanto che sul Castagnaro giocherà un ruolo fondamentale per l’esito della giornata).

Il fronte veronese è ordinato in dodici schiere a cavallo, coperte dagli arcieri e balestrieri. Antonio della Scala si è portato dietro anche i tre carri da combattimento di cui dispone. Si tratta una torre quadrata girevole a tre piani dotata, su ciascun piano e lato di dodici “bombardelle” per un totale di 144 bocche di fuoco, manovrate da tre uomini e trainata da quattro cavalli corazzati. “L’azione di tali mezzi richiama la balista quadrirotis e il traino il currodepranus, descritti nel De rebus bellicis e nel trattato di Vegezio. Di carri imbattagliati parla anche Guido da Vigevano, descrivendone anche l’azione militare e bellica: progettati per correre con furore a confusione dell’esercito nemico”. Anche le carrette, o carri armati, di Antonio della Scala sono progettate per infilarsi in mezzo alle schiere dei nemici “tirare fuori le bombarde” e “tempestare di fuoco e proiettili le schiere nemiche, per romperle e dividerle, e prendere le bandiere”. Nella battaglia di Castagnaro, i carri rimangono inutilizzati. Dalle cronache “non risulta che si sia nemmeno tentata un’utilizzazione pratica dei tre carri, i quali caddero intatti nelle mani dei Padovani vincitori. Anch’essi, però, non seppero cosa farsene e non si hanno notizie di un loro utilizzo”.

Le forze in campo

L’esercito Carrarese era composto da Giovanni Acuto con 500 cavalieri e 600 arcieri; Giovanni D’Azzo e 1000 cavalieri; Giovanni da Pietramala con 1000 cavalieri; Ugolotto Biancardo e 800 cavalieri; Francesco Novello da Carrara con 1500 cavalieri; Broglia Brandolino e 500 cavalieri; Biordo e Antonio Balestruzzo con 600 cavalieri; Filippo da Pisa e 1000 fanti.

Gli Scaligeri schierano Giovanni degli Ordelaffi con 1000 cavalieri; Ostasio da Polenta con 1500 cavalieri; Ugolino dal Verme e 500 cavalieri; Benetto da Marcesana con 800 cavalieri; il conte di Erre con 800 cavalieri; Martino da Besizuolo con 400 cavalieri; Francesco Sassuolo e 800 cavalieri; Marcoardo dalla Rocca e 400 cavalieri; Francesco Visconte con 300 cavalieri; Taddeo dal Verme con 600 cavalieri; Giovanni dal Garzo e Ludovico Cantello e 500 cavalieri; Raimondo Resta e Frignano da Sesso con 1800 cavalieri; Giovanni da Isola con 1000 fanti, 1600 arcieri e balestrieri.

La battaglia

Lo scontro è raccontato con dovizia di particolari, spesso inventati, dal padovano Galeazzo Gatari, ed è preceduta dai consueti rituali: si invocano i santi patroni, si sfidano i cavalieri nemici, si mostrano insegne e partono insulti dall’uno all’altro campo. Francesco Novello da Carrara crea sul campo cinque cavalieri e l’Acuto in persona calza gli speroni d’oro ad alcuni cavalieri inglesi. I veronesi sono esortati dal comandante Giovanni degli Ordelaffi ad attaccare con ardore visto con lo scarso numero dei nemici e dietro la promessa di un ricco bottino e altrettanta possibilità di chiedere ingenti riscatti, visto che tra i padovani combattono tantissimi cittadini benestanti se non ricchi.

Sui campi di battagli non combattono solo mercenari, tanto che sul Castagnaro, accanto al fior fiore dei professionisti, ci sono anche soldati territoriali e, anzi, secondo le cronache sono proprio questi ultimi a essere fatti prigionieri in gran quantità. I veronesi hanno affidato il comando delle truppe territoriali a Giovanni dall’Isola. Questi campagnoli saranno gli ultimi ad arrendersi.

Stemma dei Della Scala

Ormai è pomeriggio e i veronesi decidono di attaccare, a piedi, per superare l’acquitrino (riempito di ramaglie) che li divide dai padovani. Avanzano con foga, incuranti dei dardi e delle frecce scagliate dagli arcieri inglesi e dai balestrieri padovani. Si fatto sotto, spingono i padovani e la difesa sembra quasi cedere. “Il sollecito capitano signor Giovanni degli Ordelaffi spinse al fosso sei delle sue battaglie contro tre delle carraresi, ove si diede principio ad un crudelissimo assalto, urtando e facendo uno contro l’altro con crudelissimo impeto rumori, e gridi alti e spaventevoli in ogni parte si sentivano”. La pressione dei veronesi arriva fino sotto le truppe dove si trova il signore di Padova. Allora il condottiero inglese fa cambiare posizione a Francesco Novello, spostandolo in un punto dello schieramento che gli permetterà di sganciarsi senza grosse perdite se le cose dovessero prendere una brutta piega.

Prima dello scontro il condottiero cerca di persuadere Francesco Novello da Carrara a non prendere parte alla lotta, di non esporsi al pericolo. Il signore di Padova sembra tentennare poi si rivolge a Ugolotto Biancardo e gli chiede cosa ne pensi. Ugolotto risponde che non fuggirebbe mai dalla mischia e chi lo vuole cacciare dovrà farlo con la forza. Udendo questo Francesco Novello risponde che non voglia dunque Dio che io parta dal campo di battaglia.

Mentre arcieri e balestrieri tengono impegnato l’esercito veronese, Acuto lo attacca sul fianco. È il momento dell’attacco vincente. Memore del suo passato di guerriero (il condottiero ha quasi settanta anni) getta il bastone del comando in faccia la nemico e urlando “carne, carne” sguaina la spada e si lancia nella mischia. Simile il racconto che fa lo scrittore bolognese Gherarducci, narrando le imprese del capitano di ventura e della battaglia in inferiorità numerica, conclusa in due ore di terribile carneficina.

A nulla serve l’entrata in campo delle riserve scaligere degli Ordelaffi e di Ostasio da Polenta. I nuovi arrivati sul campo si trovano la strada sbarrata dai padovani e non possono ricongiungersi con il grosso dell’esercito.

È la rotta dei Veronesi. Gli scaligeri perdono bandiere, capitani come Francesco Visconti, Ordelaffi, da Polenta, dal Verme e Facino Cane, uomini e cavalli.

Per Padova è un trionfo e Francesco da Carrara onora quanto ha promesso all’inizio dello scontro: paga doppia, un mese intero per tutta la soldatesca, a cavallo o a piedi, mentre ai capitani e condottieri toccano doni secondo loro “condizione e portamento”.

Le conseguenze

La fama dell’Acuto di essere il migliore capitano in Italia risultò pienamente confermata, anche se non bastò a conservare l’incarico, lasciato poco dopo.

La sconfitta di Castagnaro segnò la fine della lunga egemonia degli Scaligeri, che dopo qualche mese sarebbero stati cacciati da Verona dalle truppe viscontee. Nel 1406 terminava, con l’intervento di Venezia, anche la signoria dei Da Carrara a Padova.

 

Umberto Maiorca

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Eloisa, l’innocenza dell’amore

Abelardo e Eloisa in una miniatura del secolo XIV

Scrivendo di Eloisa, grande intellettuale del XII secolo (Ile de la Cité 1099 – Troyes 1163) è luogo comune riferirsi soprattutto alla sua storia d’amore con Abelardo, quasi che sia l’unico merito di questa scrittrice di straordinario talento e cultura biblica e classica, rappresentante di una nuova corrente del pensiero etico.

Eloisa nasce all’inizio del secolo e muore nel 1163, al monastero del Paracleto, vicino a Troyes, dove era badessa da più di trenta anni.

A Parigi nel 1117 incontra Pietro Abelardo, allora quarantenne, famoso per il suo insegnamento innovativo in logica, per il successo che godeva fra i suoi allievi e le aspre polemiche che lo opponevano ai pensatori più tradizionalisti del tempo. Eloisa e Abelardo abitavano a Parigi: era l’inizio della crescita economica e culturale per cui la città diverrà un secolo dopo la capitale del regno più importante d’Europa e la sede di una università famosa.

Abelardo, scelto imprudentemente dal tutore Fulberto come maestro per la giovane nipote Eloisa, diviene ben presto il suo amante.

Scriverà più tardi: “Ci trovammo prima uniti nella stessa casa poi nello stesso cuore… e con il pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore. Parlavamo più d’amore che di libri, la mia mano correva più spesso al suo seno che alle pagine. Erano più numerosi i baci che le parole… Nella nostra passione passammo per tutte le fasi dell’amore e se in amore si può inventare qualcosa noi lo inventammo”.

Quanto a Eloisa, ella non dubitava che il suo amato maestro fosse anche “il più grande filosofo del mondo” oltre che l’uomo più desiderabile: “Quale regina e nobile donna non invidiava le mie gioie e il mio letto?”.

Abelardo ed Eloisa in un’opera di Edmund Blair Leighton, 1882

Tutto dura poco, neppure un anno: Fulberto scopre la loro relazione amorosa, ormai di dominio pubblico, e si vendica crudelmente su Pietro facendolo evirare da sicari.

Gli amanti, che avevano avuto un figlio, Astrolabio, e si erano in seguito sposati, si ritirano in due monasteri alle porte di Parigi: lei all’Argenteuil, lui a Saint Denis. Eloisa fino alla fine della vita sarà una monaca attiva e irreprensibile e una badessa universalmente stimata e operosa. Ma non si pente del suo passato e tenacemente rimpiange “ogni giorno” il suo l’amore perduto. Abelardo scriverà opere filosofiche fondamentali di teologia e morale: ma il professore più seguito e amato di Parigi resta un uomo inquieto e malinconico e sarà, infine, condannato al silenzio.

Molti anni dopo la loro separazione i due innamorati si scrivono straordinarie lettere d’amore e di filosofia arrivate fino a noi. Eloisa è anche autrice di quarantadue Problemata dove pone questioni etiche e esegetiche il cui filo conduttore è la ricerca continua di approfondimento del senso della (sua) vita monastica, del significato del testo della Scrittura in quei passi dove è più oscuro, del valore delle azioni devote prescritte dalla religione che Eloisa propone di individuare al di là dei gesti e persino della preghiera.

Per Eloisa il significato morale di un’azione sta dunque non nel comportamento visibile e accertabile (che è criterio di legalità sociale) ma nell’intenzione (animus) che muove chi agisce: solo l’intenzione rivela il valore essenziale dell’azione: “Nulla può inquinare l’anima se non ciò che viene dall’anima”. Questa è l’idea guida delle sue riflessioni anche nelle lettere ad Abelardo, come quando afferma “Io che ho molto peccato sono completamente innocente”.

Il peccato sessuale (“impuro” e quindi condannato dalla legge cristiana) si dissolve di fronte alla verità dell‘amore – disinteressato e quindi “puro”- per Abelardo, che Eloisa chiama “unico padrone del mio corpo e del mio animo”. Seguendo il medesimo criterio dell’interiorità come valore morale, giudica la propria vita monastica, così impeccabile agli occhi di tutti, una vita senza vero merito: “Non posso aspettami nulla da Dio per la vita che ho seguito e le sofferenze patite perché non ho compiuto nulla per Suo amore ma soltanto per obbedire a te, Abelardo, che me lo ordinavi … ”.

Il mausoleo di Abelardo e Eloisa nel cimitero parigino di Père-Lachaise

Documenti coevi alla vicenda dei due amanti testimoniano il loro dramma, la cultura di Eloisa e la diffusa fama del suo amore infelice.

Secoli dopo persino Voltaire, così difficile a commuoversi, confessava di aver pianto leggendo le appassionate parole di Eloisa; ma nel romantico Ottocento, che pure adorava la “grande amorosa”, alcuni studiosi misero in dubbio l’autenticità di un carteggio così audace, appassionato e sensuale, in contrasto (apparente) con l’immagine e i luoghi comuni sulla cultura cristiana medievale. Sospetti che continuarono da parte di alcuni storici (P. Benton e G. Duby per esempio) fino a qualche decennio fa, quando le ricerche di J.Monfrin, P. Dronke, D. Luscombe, P. Zerbi, G. Orlandi e di chi firma questa “voce”, dissiparono con argomenti diversi i dubbi sull’autenticità di quelle lettere che il grande E. Gilson giudicava “troppo belle per non essere vere”.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri voce dall’Enciclopedia delle donne

Fonti e risorse bibliografiche: La migliore traduzione delle lettere in italiano è: Lettere di Abelardo e Eloisa, traduzione di C. Scerbanenco, Rizzoli Bur 1996 (introduzione di Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri) Etiènne Gilson, Eloisa e Abelardo, trad it. Einaudi 1986 (opera in francese del 1938) Peter Dronke, Il secolo XII, in Claudio Leonardi (a cura di), Letteratura latina medievale. Un manuale, Impruneta, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2002. Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Mondadori 1986 (traduzione italiana dall’inglese Women writers, 1984) Guy Lobrichon, Heloise, L’amour et le savoir, Gallimard Parigi 2005 Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Parole al posto di cose, Mondadori 1984 Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Laterza 2014

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È morto Tullio Gregory

Tullio Gregory nel 2015 al Festival del Medioevo. Tullio Gregory: Il mio Medioevo (RAI per Festival del Medioevo 2015)

ROMA, 3 marzo 2019 – È morto a Roma Tullio Gregory, uno dei più importanti intellettuali italiani, protagonista della prima edizione del Festival del Medioevo.

Filosofo e storico delle idee, aveva compiuto 90 anni lo scorso 28 gennaio. Di cultura laica, fedelissimo ai valori repubblicani, è stato professore ordinario di Storia della filosofia medievale e di Storia della filosofia nell’università di Roma. La Sorbona, dove insegnò (1986-1987) gli conferì la laurea honoris causa nel 1996. Entrato alla Treccani nel 1951 ha guidato e ideato molte delle opere della Enciclopedia Italiana Treccani, tra cui un progetto sulle parole chiave del XXI secolo.

È stato socio ordinario dell’Accademia dei Lincei e componente del Consiglio scientifico della Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo e del Centro italiano di studi sul basso medioevo – Accademia Tudertina.

Nel 1964 promosse il gruppo di ricerca CNR del Lessico intellettuale europeo (centro CNR dal 1970), di cui è stato direttore. Nel 1975-77 è stato directeur d’études all’École pratique des hautes études di Parigi.

Fondamentale è stato il suo contributo alla storia del platonismo e del naturalismo medievale. Molto importanti anche i suoi lavori sulla cultura filosofica europea dei secoli XVI e XVII, nei quali pose in risalto i momenti di passaggio e di crisi, dedicandosi a temi quali lo scetticismo, l’empirismo, il corpuscolarismo e l’atomismo, ampliando le ricostruzioni storico-filosofiche secondo prospettive di storia delle idee e del pensiero scientifico.

Nel 1993 aveva fatto parte del consiglio d’amministrazione della Rai, il cosiddetto cda dei professori.

Tra le sue opere: Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres (1955); Platonismo medievale. Studi e ricerche (1958); Scetticismo ed empirismo. Studio su Gassendi (1961); Giovanni Scoto Eriugena. Tre studi (1963); Theophrastus redivivus. Erudizione e ateismo nel Seicento (1979); Etica e religione nella critica libertina (1986); Mundana sapientia. Forme di conoscenza nella cultura medievale (1992); Genèse de la raison classique (2000); Origini della terminologia filosofica moderna (2006); Speculum naturale. Percorsi del pensiero medievale (2007). Di grande importanza la sua traduzione e il suo commento, del De magistro di Tommaso d’Aquino (1965).

Nel suo ultimo saggio, Translatio linguarum (2016) Gregory ha studiato il trasferimento, la traduzione e l’interpretazione dei testi scritti nella storia della cultura mediterranea ed europea.

Gli amici, i colleghi e il mondo culturale e politico gli renderanno omaggio domani a Roma, nella camera ardente allestita presso la sede dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

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L’Abbazia di Montelabate, meraviglia dell’Umbria

Una panoramica dell’abbazia di Montelabate, immersa tra le verdi colline umbre

La storia del monastero benedettino di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano detta di Montelabate, inizia intorno al IX secolo.

Una bolla pontifica del 969 di papa Giovanni XIII dà ordine all’Abate Pietro di ristrutturare il monastero, situato in un punto strategico tra le città di Perugia e Gubbio, per farvi crescere un nuovo cenacolo benedettino secondo la “Regula monachorum o Sancta Regula”.

I secoli XI-XII costituiscono la fase di espansione massima della proprietà fondiaria e di affermazione della posizione egemonica del monastero su un vasto territorio: ad ovest il lago Trasimeno, a sud la città di Perugia, a est verso la diocesi di Gubbio e a nord, fino all’attuale Umbertide.

La cripta è la parte più antica dell’attuale struttura abbaziale e risale probabilmente alla prima metà dell’XI secolo. Il chiostro si compone di due livelli. Il primo, come scritto in uno dei capitelli, fu terminato sotto l’abate Oratore (1205-1222), mentre il secondo fu aggiunto negli ultimi decenni del XIII secolo. La sala del Capitolo era il luogo in cui i monaci si riunivano per dirimere le questioni importanti riguardanti la vita abbaziale. L’ambiente preserva ancora affreschi di rilievo attribuiti al pittore denominato “Maestro di Montelabate”, protagonista della pittura perugina di fine Duecento.

Tra la seconda metà del ‘200 e gli inizi del ‘300 fu costruita l’attuale chiesa, più grande e in posizione sopraelevata rispetto alla precedente. A navata unica, divisa in tre campate e con abside poligonale, ricalca il modello della Basilica Superiore di Assisi.

Il portale e il rosone sulla facciata sono attribuiti alla bottega del “Maestro ricamatore”, così chiamato per la sua spiccata propensione alla ricchezza decorativa, che operò al portale della basilica inferiore di Assisi. Fin dal ‘300 la chiesa ospitò importanti dipinti di Meo da Siena e dei suoi seguaci, oggi conservati alla Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel tardo Quattrocento, l’abbazia subisce un nuovo restauro, di cui sono testimonianza gli affreschi di Fiorenzo di Lorenzo e Bartolomeno Caporali.

Gli anni 1859-1860, con l’allontanamento dell’ultimo abate Alberico Amatori, determinano la chiusura definitiva del monastero. Il ricco archivio viene così archivio accolto nei depositi della Biblioteca Augusta di Perugia e le opere d’arte trovano posto nella Galleria nazionale dell’Umbria.

Archi e colonne del chiostro dell’abbazia di Montelabate

Con l’unità d’Italia poi, il complesso diventò proprietà dello stato, per poi passare a diversi privati.

Fino al 1956, anno in cui la Fondazione Gaslini di Genova (ancora oggi proprietaria) acquistò l’intero possedimento esteso per 1824 ettari.

Recita lo statuto: “Scopo della Fondazione è quello di devolvere le proprie rendite e, occorrendo, i propri beni alla cura, difesa ed assistenza dell’infanzia, della fanciullezza ed in particolar modo al potenziamento dell’Istituto Giannina Gaslini”.

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