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Author Archives: redazione

Piegaro e l’Umbria nel Medioevo

Il Festival del Medioevo in anteprima a Piegaro:

Venerdì 31 maggio | ore 11.00 | Museo del Vetro

Piegaro e l’Umbria nel Medioevo

conversazione

con

Franco Mezzanotte e Federico Fioravanti

L’incontro – organizzato dal Festival del Medioevo – si svolge nell’ambito del Festival del Vetro, manifestazione che celebra la millenaria attività di lavorazione artistica e industriale del borgo:

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La morte di Corradino, l’ultimo degli Hohenstaufen

Il monumento funebre di Corradino di Svevia a Napoli

La domenica mattina del 28 ottobre, Corradino dettò le sue ultime volontà al notaio Giovanni di Brigaudy. Nominò eredi testamentari i suoi zii, Ludovico ed Enrico di Baviera. Per essere prosciolto dal bando dovette rinunciare a tutti i suoi titoli e diritti: per questo dovette firmare il proprio testamento col semplice titolo di dominus Conradus. Altrettanto fece suo cugino, Federico di Baden d’Austria, il quale destinò alcuni beni a dei cenobi in suffragio della propria anima.

Sull’attuale piazza del Mercato di Napoli, lunedì 29 ottobre, venne allestito il palco, “lungo il ruscello dell’acqua che corre di contra alla chiesa de’ frati del Carmine”, tra il monastero degli Eremiti e il cimitero ebraico. Carlo, si narra, assisteva seduto su di un trono improvvisato.

Le narrazioni sulla fine dell’ultimo degli Hohenstaufen sono quanto mai varie. Saba Malaspina narra che il giovane sovrano dimostrò coraggio, affrontando la morte da buon cristiano. Bartolomeo di Neocastro si diffonde lungamente sul discorso che Corradino avrebbe pronunciato davanti ad una folla ammutolita, diversamente da quanto accadeva solitamente in occasione di esecuzioni capitali, momento per il popolino di sfogare i propri istinti più bassi.

Quando i condannati sfilavano dinanzi alla folla, o per la condanna a morte o per essere esposti alla gogna, erano spesso oggetto di terribili vessazioni. Nel caso della gogna, se la posizione prona e il blocco degli arti potevano arrecare al massimo scomodità, erano la vergogna pubblica e la reazione della gente la vera essenza della punizione. Benché l’esposizione durasse poche ore o al massimo qualche giorno, il malcapitato poteva infatti subire le peggiori angherie: poteva essere ricoperto di sterco, divenire bersaglio di pietre, subire lacerazioni o ustioni. Qualche volta tale trattamento poteva essere fatale: il lancio di pietre provocò la morte di un ladro spergiuro, John Walker, ancora nel 1732, e di due altri malfattori venti anni più tardi. L’ultimo degli Svevi si dichiarò “figlio dell’innocenza”, giunto in Italia a reclamare quel Regno ereditato di diritto dal padre. Essendogli negato il perdono, Corradino lo implorò almeno per quegli amici che la sua sfortunata stella aveva ingannato. Ma non ottenne soddisfazione. Chiese di morire allora per primo, per non assistere alla triste sorte dei suoi compagni che lo avevano seguito nelle calde terre del Mezzogiorno e anche in quanto principale responsabile di tale tragico destino.

Secondo altri fu invece preceduto sul patibolo dal giovane cugino Federico di Baden, del quale avrebbe baciato il capo ormai reciso. Lo Svevo chiese poi di essere sepolto accanto a lui e ai suoi fedeli compagni.

La decapitazione di Corradino nella Chronica di Giovanni Villani

Prima di chinarsi sul ceppo, Corradino avrebbe levato le mani al cielo, invocando l’aiuto del Signore. E avrebbe ripetuto le parole che furono del Cristo nel giardino degli ulivi: “Si calix iste a me transire debet, in manus tuas commendo spiritum meum”. Ma non sapremo mai quanto di questo racconto sia legato ai topoi letterari e quanto invece appartenga alla realtà. In un anomalo, ma rispettoso silenzio, spirava così l’ultimo degli Hohenstaufen. L’Angioino dovette forse stupirsi un poco di quel rispetto con cui la taciturna folla napoletana assistette alla decapitazione di quel garzone biondo. Al secco colpo della scure sul collo di Corradino fecero seguito le decapitazioni di Federico di Baden, detto, del conte GhAlardo Donoratico da Pisa, dei contie Gualferano e Bartolomeo Lancia e di due figli di quest’ultimo. Poi vennero trascinati sul palco i baroni del Regno accusati di tradimento e, allestite le forche, furono pubblicamente impiccati. Molti altri baroni di Puglia e degli Abruzzi, “ch’erano stati contro allo re Carlo e suoi rubelli, fece morire con diversi tormenti”. La ricerca dei traditori proseguì ancora a lungo. Sappiamo ad esempio di come nel dicembre del 1268 il re angioino, elogiando Roberto de Cornay per lo zelo mostrato nella cattura dei ribelli, gli ordinò “di far trascinare e poi impiccare Miceliano del Bene di Cava e gli altri ribelli. E lo stesso faccia pure in seguito con quanti ribelli riesca a prendere, senza attendere ulteriori disposizioni”.

Ad un mese esatto di distanza dalla morte del giovane Hohenstaufen, il 29 novembre 1268, papa Clemente moriva a Viterbo. Talvolta questa singolare coincidenza è stata utilizzata per dipingere il papa quasi tormentato dal fantasma di Corradino, consapevole di non aver fatto quanto avrebbe potuto, o dovuto, per evitare una condanna ingiusta, e dunque turbato negli ultimi istanti della sua vita. Dalle fonti coeve non sembra però che questa diceria circolasse, mentre invece, già ai primi del Trecento, come abbiamo visto, si era diffusa la voce di una sua qualche implicazione in una esecuzione anomala e fuori dal diritto e dalla consuetudine. Ma se Clemente IV poteva morire sereno per aver almeno estirpato il rischio di rivendicazioni tedesche sul Mezzogiorno, sarà stato comunque angosciato per aver posto nelle mani di Carlo d’Angiò una serie di poteri e titoli che avrebbero comportato altrettali rischi. A fronteggiare simili timori sarebbero stati i successori di papa Clemente.

Corradino di Svevia nel Codex Manesse

A Carlo I, invece, venne attribuita sin da subito l’enorme responsabilità e la volontà di chiudere l’affaire svevo in modo più che determinato, al punto da meritare immediatamente giudizi severi da quasi tutti i suoi contemporanei. Già il 24 agosto, in una lettera al Comune di Padova, l’Angioino annunciò di aver catturato Tommaso d’Aquino e altri traditori e che erano già stati condannati a morte, “iam capitali sententia damnati”. Stesso tragico destino aveva previsto per Corradino e i suoi compagni quando, nel settembre del 1268, e quindi a cattura appena avvenuta, scrisse al Comune di Lucca. In quella lettera, infatti, non vi si scorge appello, e la sentenza è nella sua mente, già stabilita: “iam in capitali sententias condempnatos”, ancor prima di qualsiasi processo. Ed è un indizio tutt’altro che di poco conto il fatto che, solo nelle lettere indirizzate a papa Clemente, l’Angioino non usi un tono così laconico, probabilmente per evitare ulteriori rampogne che già il pontefice aveva indirizzato prima a lui e poi, essendo palesemente inascoltato, a suo fratello Luigi IX, invitandolo a mitigare maniere così feroci. L’ordine di arresto (e talvolta di condanna a morte), infatti, venne talvolta esteso anche ai figli dei milites e di tutti coloro che avevano in qualche modo favorito la discesa dello Svevo. Un poeta toscano, di posizione guelfa, testimone del clima di polizia e di accanimento contro i vinti, ebbe dunque ad apostrofare i ghibellini come “gente folle di chui tale festa, or non sapete come Carllo paga, in uno punto chilglie incontro or intoppa”.

Enorme fu l’impressione suscitata in tutta la Germania per la morte di Corradino: ma nessuno prese l’iniziativa di vendicare lui e la casa sveva. Con Corradino si chiudeva un’epoca, tramontata di fatto con la morte di Federico II, estenuatasi ancora sino al 1268: David Abulafia, in un suo libro pubblicato nel 1990, intitolò argutamente il capitolo dedicato agli eredi di Federico II “I fantasmi degli Hohenstaufen”. Lo scontro tra Papato e Impero si chiude sulla piazza del Mercato di Napoli e l’esecutore di questa cesura è un nuovo, inedito protagonista della storia d’Italia. Il che già sta a simboleggiare come non si trattasse più di uno scontro bipolare, e quanto si andasse complicando la questione italiana.

Con Corradino si estingue la casa degli Hohenstaufen e con essa le prerogative imperiali in Italia, obiettivo spasmodicamente anelato tanto dal papa quanto da Carlo I. Ma non altrettanto accade con l’idea di Impero, che in Italia fatica a sopirsi.

Di fatto il ruolo svolto da Federico II aveva determinato una bipartizione interna ai Comuni d’Italia, creando una tensione a livello intercittadino. Chi aveva trovato nello Svevo (e quindi nell’Impero) prospettive vantaggiose, fu successivamente portato a mantenere, il più delle volte, quelle posizioni originali. Le famiglie cosiddette ghibelline, dunque, più che fedeli all’Impero in senso lato, avevano stipulato legami di fedeltà coi sovrani svevi. Ricordiamo che Manfredi o Corradino non furono mai imperatori. Ma l’identificazione della casata sveva con l’Impero aveva oramai assunto, passando dal Barbarossa a Federico II, quasi un senso sinonimico: governare la Svevia significava governare l’Impero. Un anno dopo la morte di Corradino, quando gli eredi di Federico II erano o morti o in catene, il papa si accaniva in una lettera contro tutti i nemici della Chiesa ed in particolare contro i discendenti del fu imperatore Federico. Giocoforza, coloro che avevano sostenuto gli Svevi, trovarono negli Angioini – più che nel Papato – i nuovi nemici. In nome dell’Impero ci si ribellò a Carlo d’Angiò in Sicilia nel 1282, nel giorno dei cosiddetti Vespri Siciliani. Già dal 1266 Costanza, figlia di Manfredi e sposa di Pietro III d’Aragona, mostrava polemicamente il titolo di regina.

Pochi mesi prima di morire, Manfredi aveva inviato alla corte dell’Aragonese il proprio consigliere Enrico di Ventimiglia per richiedere probabilmente aiuti militari in Italia, e non è da escludere che alcuni soldati catalani si siano uniti alle truppe per combattere l’Angioino. Ma si deve attendere qualche anno perché Pietro appaia “come il rappresentante del ghibellinismo italiano in contrapposizione all’angioino che è il capo del guelfismo. Il primo, anzi, è qualcosa di più: è – e lo dichiara ufficialmente – l’erede della tradizione sveva.

Negli anni in cui si consumano le vicende di Manfredi e Corradino, il legame con la famiglia Hohenstaufen viene studiato e sfruttato in vista di una politica mediterranea e antiangioina. Quando nel 1282 a Palermo esplodono i Vespri, i tempi sono maturi per rivendicare il Regno “pro exaltacionibus predecessorum nostrorum”, ricucendo quel fil rouge svevo, tagliato a Benevento e Tagliacozzo, e ora riallacciato dall’Aragonese.

Il sovrano ebbe un fitto scambio epistolare coi grandi campioni del ghibellinismo italiano, Guido da Montefeltro, Guido Novello, Corrado di Antiochia, sia prima che dopo i Vespri. Già nel 1271 erano giunti alla corte d’Aragona molti nobili legati anche da vincoli di parentela ai signori che avevano servito i sovrani svevi: Bertrando Canelli, parente del vicario in Toscana per conto di Manfredi; Corrado e Manfredi Lancia, parenti della moglie dell’imperatore; Enrico da Isernia, Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria. Giunsero ancora Francesco e Nicola d’Aspello, Gentile da Padula, Rinaldo de Sabella, Riccardo Filangieri e Francesco da Trogisio, “miles et familiaris” di Manfredi e podestà di Siena ai tempi del successo di Montaperti. Fu quest’ultimo che venne inviato dal re in Italia per sobillare una rivolta e appurare le eventuali fedeltà su cui poter fare affidamento. Dopo i Vespri, poi, la Sicilia aragonese divenne la meta preferita dei ghibellini d’Italia che vi riconobbero l’ideale continuazione del Regno di Federico II. Giacomo II, subentrato a Pietro, dopo la parentesi di Alfonso III, accolse dunque a Palermo membri delle famiglie fiorentine degli Uberti, dei Rabuffati, dei Soldanieri, dei Ghiandoni, degli Ubriachi.

Si recuperava così, seppure in modo ideologico, la presenza sveva in Italia che avrebbe più oltre trovato in Federico III d’Aragona (1273-1337) un leader, ma anche un omonimo dell’ultimo grande imperatore, guida del ghibellinismo italiano. Pur essendo il secondo sovrano di Trinacria con il nome di Federico, assunse il nome di Federico III, proprio per sottolineare la continuità con la tradizione imperiale con gli Svevi.

Il giovane nuovo sovrano, agli inizi del XIV secolo, in un panorama oramai fortemente mutato, divenne un nuovo catalizzatore. Da un lato convogliò sul Regno di Trinacria le simpatie ghibelline, specie di Genova, rinforzate da una alleanza con Ludovico il Bavaro, e i nemici degli Angiò e del Papato; dall’altro attirò sulla propria figura, e sulla coalizione da lui sostenuta, l’antica propaganda antisveva, che ritrovò in lui un novello Anticristo.

Federico Canaccini

Il libro Federico Canaccini 1268 La battaglia di Tagliacozzo Roma, Laterza, 2019, Collana: Storia e Società 184 pp., €18 – Disponibile anche in ebook

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La grande bugia della terra piatta

Terra sferica con le quattro stagioni (Ildegarda di Bingen, Liber Divinorum Operum, sec. XII)

Se la Terra è piatta non prendetevela con il Medioevo. Perché nel Medioevo la Terra è sempre stata sferica, e nessuno studioso serio si sarebbe sognato di mettere in dubbio una teoria scientifica ampiamente consolidata.

È solo nell’epoca in cui la tecnologia ha permesso di fotografare buchi neri su altre galassie e di osservare il pianeta in diretta sul palmo della propria mano, che i sostenitori della Terra piatta hanno guadagnato la ribalta delle cronache esponendo le loro teorie di fronte agli studiosi più illustri e organizzando addirittura congressi internazionali.

La bufala del terrapiattismo medievale nasce – tanto per cambiare – nell’Ottocento, all’interno del contesto culturale che ha trasformato la culla della civiltà moderna nell’epoca buia per antonomasia.

Il Romanticismo sul fronte letterario, l’Illuminismo e il Positivismo su quello politico, hanno lavorato per completare il quadro rinascimentale che dipinge l’Età di Mezzo come l’autunno della cultura e della scienza, caratterizzato da un oscurantismo religioso che avrebbe portato indietro il progresso della civiltà classica e ritardato quello dell’Età moderna. Ecco così servito l’ennesimo luogo comune, e cioè che finché Cristoforo Colombo non arrivò dall’altra parte del mondo, la gente credeva che un’altra parte del mondo, semplicemente, non esistesse.

Eppure duemila anni prima di averne le prove e 2500 anni prima di poterla osservare direttamente, gli scienziati avevano già capito che la Terra è una grande palla e per secoli nessuno si è permesso di metterlo seriamente in discussione.

Carlo Magno con il globus cruciger e altre insegne imperiali in un dipinto di Albrecht Dürer

D’altra parte basterebbe osservare uno dei simboli più diffusi del Medioevo per rendersi conto della bufala: il globo crucigero, ovvero quella palla dorata che affianca lo scettro tra le mani dei sovrani medievali e che rappresenta il potere cristiano sul mondo.

La stessa Divina Commedia di Dante Alighieri testimonia l’idea che gli uomini del Medioevo avevano del mondo: e cioè una sfera al centro dell’universo, con la terra su un emisfero e l’oceano nell’altro, dove si erge solo la montagna del Purgatorio, mentre l’Inferno è all’interno del globo e il Paradiso nel più alto dei nove cieli che lo sovrastano. Quanto a Galileo, come è noto era stato condannato per aver sostenuto che la terra gira intorno al sole e non è – quindi – al centro dell’universo; certo non per averne affermato la sfericità. La verità è che all’idea che la Terra sia un disco piatto, prima dei complottisti contemporanei, ci hanno creduto giusto i popoli della Mesopotamia, tremila anni prima della nascita di Cristo. Senza, peraltro, riuscire a capire su cosa si regga: galleggia nell’oceano o è sorretta da colonne? E, in quest’ultimo caso, a cosa si appoggiano le colonne?

Già Anassimandro, filosofo di Mileto, seicento anni prima di Cristo, aveva elaborato l’ipotesi di una terra cilindrica e sospesa nello spazio, mentre la Bibbia non è molto chiara sotto il profilo astronomico. Se i cinesi ritenevano che la Terra fosse un quadrato sovrastato da una cupola e gli indiani antichi immaginavano quattro continenti circondati dal mare al cui centro si erge una grande montagna capace di oscurare il sole, la luna e le stelle che gli girano intorno, già Pitagora – nel VI secolo avanti Cristo – aveva ipotizzato la sfericità del mondo e Platone, duecento anni dopo, la dà ormai come nozione acquisita.

E se ai terrapiattisti di oggi non basta nemmeno vederla da lontano (tutte falsificazioni della Nasa, dicono), per Aristotele come prove bastano l’osservazione delle stelle (viaggiando verso sud si vedono le costellazioni meridionali salire più in alto rispetto all’orizzonte), il modo in cui una nave scompare allontanandosi dalla riva, la forma di tutti gli altri corpi celesti e l’ombra della Terra sulla luna durante le eclissi (che è sempre circolare, e solo una sfera proietta un’ombra circolare in tutte le direzioni, un disco proietterebbe delle ellissi).

Nel III secolo Eratostene, sovrintendente della biblioteca di Alessandria, riesce addirittura a misurare con ottima approssimazione la circonferenza del pianeta, differendo di circa il 20% dalle misurazioni attuali.

Plinio il vecchio, morto nel 79 a Pompei durante l’eruzione del Vesuvio, nella sua Naturalis Historia sostiene che tutti sono ormai d’accordo sull’idea che la terra sia sferica. Il problema, invece, è rappresentato dagli antipodi, ovvero gli abitanti dell’emisfero meridionale: come potrebbero costoro, ci si chiede, vivere a testa in giù? In molti, dunque, ne escludono l’esistenza: d’altra parte nessuno, per il momento, ha avuto modo di verificare, visto che si ritiene che non sia possibile viaggiare oltre l’equatore.

Mappamondo del Salterio di Londra, British Library (ca. 1265)

Cento anni dopo, Tolomeo imposta tutta l’astronomia medievale disegnando mappe con la terra sferica: la pone al centro dell’universo, quantunque Macrobio – nel IV secolo – consideri già il globo terrestre di dimensioni insignificanti rispetto al resto del cosmo.

Nell’era cristiana, quindi, solo una minoranza isolata continua il dibattito sulla piattezza della terra, mentre gli altri si concentrano sull’esistenza degli antipodi; esistenza, che, peraltro, metterebbe in discussione l’idea di un’umanità discendente da Adamo ed Eva e redenta da un solo Cristo. “Non v’è dimostrazione scientifica per ammettere quel che alcuni favoleggiano sull’esistenza degli antipodi – scrive sant’Agostino – cioè che uomini calcano le piante dei piedi in senso inverso ai nostri dall’altra parte della terra, dove il Sole sorge quando da noi tramonta. (…) Non riflettono, anche se si ritiene per teoria o si dimostra scientificamente che il pianeta è un globo e ha la forma sferica, sulla non consequenzialità che anche dall’altra parte la terra sia libera dalla massa delle acque e anche se ne è libera, non ne consegue necessariamente, di punto in bianco, che è abitata dagli uomini”.

Settecento anni dopo Tommaso d’Aquino nella Summa Teologiae scrive: “Le scienze si distinguono per il diverso metodo che esse usano. L’astronomo ed il fisico possono entrambi provare la stessa tesi – che la Terra, per esempio, è sferica: l’astronomo lo dimostra con l’ausilio della matematica, il fisico lo prova attraverso la natura della materia”.

La Mappa mundi di Al-Idrisi (Tabula Rogeriana, 1154)

Anche il mondo islamico dà per scontato che la terra sia sferica: nello stesso Corano si legge “egli creò la terra con la forma di un uovo” e gli astronomi musulmani utilizzano la trigonometria sferica per calcolare le distanze.

D’altra parte il più diffuso libro di astronomia del Medioevo è il Tractatus de Sphaera di Giovanni Sacrobosco, scritto nel 1230. E se la spedizione capeggiata da Ferdinando Magellano fornisce la dimostrazione definitiva con la prima circumnavigazione del globo tra il 1519 e il 1522, già nel 1492 – lo stesso anno della scoperta dell’America – il navigatore, astronomo e cartografo tedesco Martin Behaim realizza l’Erdapfel (“Mela terrestre”): il più antico mappamondo conosciuto, che ha una forma sferica anche se non riporta ancora, ovviamente, il nuovo continente.

Il luogo comune secondo cui, prima dell’età delle esplorazioni, la gente credeva che la Terra fosse piatta, è entrato nell’immaginario popolare con la pubblicazione, nel 1828, del libro di Washington Irving La vita ed i viaggi di Cristoforo Colombo. Qui, per sostenere la figura di Colombo come precursore dei tempi, con un cervello e una cultura molto più avanti rispetto ai propri contemporanei, i suoi oppositori vengono dipinti come terrapiattisti.

Mappa orbis terrae schematica del XII secolo. È raffigurato il mondo abitato come descritto da Sant’Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae (cap. 14, De terra et partibus)

Se l’idea di Colombo di raggiungere le Indie navigando verso occidente era impossibile da realizzare, quindi, era perché Colombo, arrivato ai confini della terra, sarebbe precipitato con le sue caravelle nell’universo. In realtà le cose stanno esattamente al contrario: gli oppositori di Colombo ritenevano la sua impresa impossibile perché avevano calcolato meglio di lui la distanza tra Europa e Asia e sapevano che sarebbe stato impossibile coprirla con l’equipaggio di cui Colombo poteva disporre: le scorte di cibo si sarebbero esaurite a metà del viaggio, e l’ammiraglio sarebbe morto nel mezzo dell’oceano o costretto a tornare indietro. Quello che né il navigatore genovese né i suoi oppositori avevano messo in conto era l’esistenza di un altro continente a metà strada, che avrebbe salvato a sorpresa la grande impresa e cambiato la storia di quel mondo che non si era mai rivelato così rotondo.

Non manca chi, pur di sostenere la bufala, è arrivato a falsificare testi medievali: in molte pubblicazioni viene infatti riprodotta una xilografia, eseguita nello stile del XVI secolo, che raffigura un uomo che si affaccia attraverso il firmamento di una Terra piatta per vedere le ruote del carro divino descritto nel primo capitolo del libro di Ezechiele. In realtà, però, non si trova traccia di questa xilografia prima della pubblicazione dell’opera di Camille Flammarion L’Atmosphère: Météorologie Populaire nel 1888. Flammarion riporta l’aneddoto di un missionario che raccontava di aver raggiunto il punto in cui il cielo e la terra si incontrano: un aneddoto può essere fatto risalire a Voltaire, e del quale non si ha alcuna testimonianza nel Medioevo, tanto che nella sua forma originale la xilografia ha una cornice decorativa che permette di datarla al XIX secolo; dettaglio rimosso nelle pubblicazioni che la datano trecento anni prima.

Il poeta John Gower si prepara a colpire il mondo, una sfera con settori che rappresentano terra, aria e acqua, (Vox clamatis, ca. 1400)

È vero anche che nell’idea di un Medioevo terrapiattista, gli uomini dell’Ottocento cercavano – in parte – anche solidarietà: è proprio nell’America del XIX secolo infatti, che cominciano a diffondersi – tra comunità religiose particolarmente zelanti, come gli Amish – le nuove teorie terrapiattiste che, dopo aver attraversato tutto il Novecento, sono arrivate fino ad oggi, per crescere – almeno in termini di visibilità – in modo esponenziale negli ultimi anni, suggerendoci che in quella strana specie che è l’umanità, il progresso tecnologico appare inversamente proporzionale alla ricerca della verità.

Arnaldo Casali

Alcune delle numerosissime documentazioni medievali sulla forma della Terra (cliccare sulle immagini per ingrandirle): #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails { width: 720px; justify-content: center; margin-left: auto; margin-right: auto; background-color: rgba(255, 255, 255, 0.00); margin-right: -4px; max-width: calc(100% + 4px); } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-background-0 { overflow: hidden; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item { justify-content: flex-start; max-width: 120px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item > a { margin-right: 4px; margin-bottom: 4px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0 { padding: 0px; background-color: #FFFFFF; border: 1px solid #8C0606; opacity: 1.00; filter: Alpha(opacity=100); border-radius: 2; box-shadow: 0px 0px 0px #888888; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item1 img { max-height: none; max-width: none; padding: 0 !important; } @media only screen and (min-width: 480px) { #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0 { transition: all 0.3s ease 0s;-webkit-transition: all 0.3s ease 0s; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0:hover { -ms-transform: scale(1.5); -webkit-transform: scale(1.5); transform: scale(1.5); } } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item1 { padding-top: 100%; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-title1 { position: absolute; top: 0; z-index: 100; width: 100%; height: 100%; display: flex; justify-content: center; align-content: center; flex-direction: column; filter: Alpha(opacity=0); opacity: 0; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-title2, #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-ecommerce2 { color: #FFFFFF; font-family: arial; font-size: 12px; font-weight: lighter; padding: 2px; text-shadow: 0px 0px 0px #888888; max-height: 100%; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-play-icon2 { font-size: 24px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-ecommerce2 { font-size: 14.4px; color: #8C0606; }

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Le voci delle donne al Festival del Medioevo 2019

Ildegarda, Christine de Pizan e le altre. “Donne, l’altro volto della Storia” sarà il tema della quinta edizione del Festival del Medioevo, in programma a Gubbio dal 25 al 29 settembre 2019.

Un viaggio intorno alla condizione femminile alla radice dei pregiudizi e degli stereotipi. La voce delle donne nella vita quotidiana e nei palazzi del potere: sante e regine, streghe e madonne, artiste e intellettuali, muse e medichesse. Sussurri e grida su vicende sconosciute, rimosse o dimenticate. Un lungo racconto tra l’arte e la letteratura, la politica e la filosofia.

Il Festival del Medioevo è giunto alla quinta edizione.

La manifestazione, centrata sulla divulgazione storica, incrocia il passato con i grandi temi del mondo contemporaneo e coinvolge autori provenienti da oltre venti università italiane e straniere: più di cento gli appuntamenti a ingresso libero con storici, scrittori, architetti, scienziati e giornalisti.

Molti altri eventi collaterali arricchiscono i cinque giorni dedicati all’Età di Mezzo: la “Fiera del libro medievale”, con le grandi case editrici e gli editori specializzati; “Miniatori dal mondo”, l’appuntamento durante il quale esperti calligrafi italiani e stranieri trasmettono le arti degli scriptoria medievali a studenti ed appassionati; la “Tolkien session”, dedicata alla vita e alle opere del grande scrittore britannico autore del “Signore degli anelli”; le “Botteghe delle arti e dei mestieri”, una mostra-mercato con prodotti dell’artigianato e Il Medioevo dei bambini con giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli. E ancora, giochi di ruolo, esibizioni di rievocatori, recital, concerti di musica medievale e lezioni-spettacolo con approfondimenti culturali su alcuni temi legati alla storia contemporanea.

Il Festival del Medioevo, organizzato dalla Associazione Festival del Medioevo in collaborazione con il Comune di Gubbio, si avvale dei patrocini scientifici dell’ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, della Società italiana degli storici medievisti SISMED e della SAMI, la Società degli Archeologi Medievisti Italiani e di quelli istituzionali dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana TRECCANI, del Pontificio Consiglio della Cultura in Vaticano, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Regione Umbria.

Principali sostenitori delle edizioni precedenti, oltre al Comune di Gubbio impegnato con risorse finanziarie, logistiche e di coordinamento per la partecipazione delle realtà associative cittadine, il GAL Alta Umbria, la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, la Camera di Commercio di Perugia e la Fondazione Giuseppe Mazzatinti, che rappresenta anche un partner attivo nel settore dell’educazione.

La RAI, con i canali tematici Rai Storia e RAI Radio3, è il principale media partner dell’evento culturale. Il mensile di approfondimento storico MedioEvo collabora con il Festival del Medioevo fin dalla prima edizione, insieme a Italia Medievale, portale web impegnato nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, la pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

Il sito web del Festival del Medioevo (www.festivaldelmedioevo.it) e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.

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L’arte del sarto nel Medioevo

“L’arte del sarto nel Medioevo. Quando la moda diventa un mestiere” di Elisa Tosi Brandi (Il Mulino) è un libro che ricostruisce l’evoluzione del metodo di lavoro dei sarti e analizza le pratiche sociali connesse al vestiario, nelle corti come in città. La clientela si fa più sensibile al consumo degli abiti che diventano simboli di distinzione sociale, con un occhio sempre più attento alla moda.

I sarti si organizzano per far fronte alla richiesta di abiti sempre più ricchi e alla moda, si specializzano per lavorare i panni e ottenere i tagli giusti. Il volume descrive il lavoro del sarto nel tardo Medioevo, attraverso le fonti scritte, figurative e materiali, mettendone in evidenza il ruolo nell’economia cittadina, le capacità tecniche e l’apporto creativo.

L’autrice, ospite al Festival del Medioevo di Gubbio nel 2018, racconta i tratti essenziali della sua ricerca.

Copertina del libro “L’arte del sarto”

Nel Medioevo ci si vestiva, ma del sarto e dell’attività di confezionamento dei vestiti si parla poco, questo volume colma una lacuna, perché?

“In effetti gli studi sul mestiere del sarto riferiti al Medioevo sono pochi. Ciò può dipendere, in parte, da un diffuso pregiudizio sull’argomento «moda», fenomeno ed ambito entro il quale il sarto opera; d’altra parte ciò può essere dipeso dalla non facile comprensione di questa figura professionale che si delinea tra pieno e basso Medioevo. Nel corso della mia ricerca ho dovuto inseguire i sarti consultando e giustapponendo varie tipologie di fonti storiche, trovandoli in relazione con tanti altri mestieri implicati a vario titolo nella confezione delle vesti e da cui ho cercato di isolarli mettendo in luce la loro competenza e professionalità.

Il mestiere del sarto nasce e si sviluppa contestualmente al fenomeno della moda tra i secoli XII e XIII ed è associato a trasformazioni importanti che rivoluzionarono le abitudini del vestire, differenziando per esempio per la prima volta gli uomini dalle donne attraverso le vesti. Nel Medioevo all’abito fu assegnato il compito di distinguere socialmente le persone. Ciò accadde anche nei secoli precedenti, ma nel Medioevo, grazie alle nuove soluzioni sartoriali, vestire secondo le novità fu indice di appartenenza al tempo presente. Elemento, quest’ultimo, che attesta la nascita del fenomeno della moda. Intorno al XIII secolo le persone erano perfettamente in grado di comprendere ciò che era alla moda o «moderno», da ciò che era «antico».

Il desiderio di novità spinse le persone ad appropriarsi di nuovi segni distintivi anche attraverso gli abiti e gli artigiani si organizzarono per far fronte a queste nuove esigenze. Siamo agli albori di ciò che gli storici chiamano un primo consumismo, certamente limitato, riguardante l’acquisizione di beni eccedenti lo stretto indispensabile.

Le prime novità avvennero in ambito cortese, ma la moda si sviluppò nelle città grazie a nuovi spazi per l’esibizione, la produzione e il commercio. Nelle città e tramite il fenomeno della moda e, quindi, delle vesti, furono messe in crisi le gerarchie sociali precostituite. Le leggi suntuarie costituirono la risposta delle autorità cittadine al desiderio dei nuovi ceti di apparire migliori appropriandosi di segni distintivi non adeguati alle varie condizioni sociali. I sarti furono protagonisti di queste vicende, gli artigiani più vessati, insieme con le clienti, dalle leggi che disciplinavano il lusso e le novità dell’abbigliamento”.

Un laboratorio di sartoria medievale

Chi era e che ruolo aveva il sarto nella società medievale?

“Nelle leggi corporative del Trecento si trovano le prime definizioni di un’arte che esisteva da almeno due secoli, ma che ad un certo momento fu necessario distinguere da altre che, pure, si occupavano di abiti, per esempio di quelli usati. Nelle piazze e tra le vie cittadine numerosi erano infatti gli artigiani che producevano e commerciavano capi di abbigliamento. Dal XIV secolo il sarto fu definito colui che tagliava e cuciva tessuti nuovi per realizzare vesti nuove su commissione. Considerato che, in generale, nei bilanci famigliari le spese per l’abbigliamento seguivano immediatamente quelle per i generi alimentari, le prime voci di spesa, comprendiamo che una buona parte della popolazione nel Medioevo si recava dal sarto per la confezione di abiti. Ciò dipese in primo luogo dal fatto che questi ultimi incominciarono ad avere una costruzione sartoriale complessa, inoltre dal fatto che il costo di confezione poteva essere alla portata di molti, infine dal fatto che il sarto poteva offrire anche il solo servizio di taglio del tessuto. Questo era stabilito dai tariffari di sartoria, dove si specificava tuttavia che il tessuto, una volta tagliato, doveva essere cucito esclusivamente dalle donne di casa e non presso un altro laboratorio.

C’erano cartamodelli di vario prezzo, in genere tuttavia il costo della fattura del sarto era piuttosto basso rispetto al costo delle materie prime, che potevano essere fino a 600 volte superiori alla retribuzione dell’artigiano. Per un abito confezionato con un tessuto di media qualità, il compenso del sarto poteva incidere di circa il 10% del costo complessivo dell’indumento.

Le scarse retribuzioni dei sarti non consentirono a questi artigiani di arricchirsi con questo mestiere, considerato un’arte «lizera» da Giovanni Antonio da Faie, che nella sua autobiografia del XV secolo racconta di essere stato un apprendista in sartoria. L’arte del sarto era alla portata di tutti perché non comportava consistenti investimenti iniziali: forbici, ago, ditale, gessetto, filo erano infatti gli strumenti portanti del mestiere (e lo furono per molto tempo in seguito).

Dall’analisi degli statuti corporativi si ricava che esisteva una gerarchia all’interno dell’Arte tra chi aveva le possibilità economiche di gestire una bottega ed avere qualche lavoratore dipendente e chi invece era nelle condizioni di dipendente; stato quest’ultimo che poteva durare anche tutta la vita e ed essere anche molto precario quando il lavoro veniva pagato ad opera. Dalla mia ricerca emerge che non tutti i maestri avevano una bottega propria, collaborando come dipendenti presso altri laboratori.

Nel Liber matricularum bolognese del 1294, contenente tutte le matricole delle società d’Arti cittadine, quella dei sarti è al IV posto per entità numerica con 749 iscritti, preceduta da quelle dei cordovanieri (1700), dei notai (1308) e dei beccai (752), seguita da quella dei cambiavalute (615) e dei drappieri (567). All’importante dato numerico, che non tiene conto dei molti sarti non iscritti all’Arte, non corrispose il prestigio sociale dell’arte. Nella nota legge suntuaria bolognese emanata dal Bessarione nel 1453, con la quale si intendeva rendere riconoscibili le diverse categorie sociali cittadine attraverso vesti e ornamenti femminili assegnati ad status, i sarti sono quinti di 6 categorie previste con falegnami, calzolai, salaroli, muratori, fabbri, cuoiai, barbieri, cartolai, conciatori, pescatori, cimatori, ricamatori e tintori, precedendo l’ultima categoria occupata dagli abitanti del contado e da coloro che esercitavano opera rusticalia.

La categoria artigianale dei sarti non godette infatti di un particolare prestigio sociale, nonostante siano attestati sarti con ottimi giri d’affari e facoltosi clienti, che affidavano loro materiali anche molto costosi per la confezione di lussuose vesti alla moda. Pur variando in termini di luogo e di tempo, la considerazione sociale di un’Arte richiedeva un progetto di natura politica complesso e di lunga durata. A Bologna, per esempio – città che è stata presa come perno della mia ricerca grazie al consistente materiale documentario conservato presso l’Archivio di Stato – questo processo iniziò quando fu concesso alle corporazioni di partecipare attivamente alla vita politica ed economica della città comunale, per immobilizzarsi in epoca signorile. Dai dati della mia ricerca emerge che i sarti non portarono a termine questo processo. L’organizzazione del lavoro in sartoria, che non lasciava tempo per le questioni politiche, le basse retribuzioni, i pagamenti posticipati dei clienti possono aver contribuito a non far maturare in seno all’Arte quell’ambizione sociale che avrebbe consentito l’affermazione della corporazione negli ambienti del potere”.

Come lavorava una bottega sartoriale?

Un sarto al taglio dei panni

“Dai documenti esaminati le sartorie appaiono come luoghi affollati da qualche apprendista e alcuni dipendenti, il cui numero era fissato dalle leggi corporative, coordinati da uno o più maestri nei periodi di massimo lavoro. Questi ultimi corrispondevano alle principali festività religiose, il Natale e la Pasqua, correlate anche alla necessità di rinnovare i guardaroba in vista dell’inverno e dell’estate. Questa suddivisione ha origine nel basso Medioevo quando perfino i termini di ciascun indumento ci informano sulla stagionalità dell’abito. Le «collezioni» Autunno/Inverno e Privamera/Estate esistevano dunque già nel basso Medioevo!

In questi periodi di intenso lavoro la corporazione disciplinava in maniera molto attenta i rapporti di collaborazione tra dipendenti e maestri al fine di poter contare sulla presenza certa di manodopera, il cui numero era molto fluttuante. Le leggi documentano comportamenti sleali tra sarti tentando di evitare la diffusa prassi di sottrarre manodopera ai colleghi per procacciarsi il maggior numero di commissioni.

Al solo maestro spettava il taglio delle stoffe, salvo eccezioni, mentre a dipendenti e collaboratori erano riservate le fasi di assemblaggio delle varie componenti delle vesti se questi ultimi erano dotati di competenze specializzate, altrimenti spettava loro esclusivamente la fase di cucitura e rifinitura delle vesti. L’elevato numero dei sarti nelle città del basso Medioevo non corrisponde ad un egual numero di maestri specializzati, perché molto numerosi erano gli artigiani dalle minime competenze sartoriali, facilmente apprendibili. I bassi compensi dei sarti determinarono la cattiva abitudine da parte di questi di trattenere i ritagli dei tessuti, così come la prassi, prevista e regolamentata dagli statuti corporativi, di portare in pegno i tessuti portati dai clienti per ricavare piccole cifre di denaro con cui finanziare altre commissioni, cominciando dall’acquisto dei tessuti stessi. Queste strategie finanziarie, molto diffuse a Bologna per esempio, rendono difficile calcolare i tempi di realizzazione per una singola veste e spiega il motivo per cui del rapporto fra tempo e lavoro non ci sono indicazioni nelle fonti consultate.

Le fonti documentano cartamodelli in tessuto e manichini di legno, così come i metodi di lavoro, ricavabili tuttavia principalmente dalle fonti materiali, perché il primo manuale completo di sartoria risale alla fine del ‘500. Nella mia ricerca un approccio di cultura materiale è stato determinante per comprendere come il sarto costruiva le vesti, così come lo studio e la combinazione di differenti fonti, ognuna delle quali ha contribuito a comporre il puzzle e fornire ipotesi interpretative che sono confluite nel libro”.

L’analisi dell’attività sartoriale e la documentazione esistente relativa alle materie prime ci aiutano a capire i meccanismi sociali ed economici legati al fenomeno moda?

“Certamente. Le fonti mostrano come le nuove abitudini connesse al desiderio di apparire migliori, al passo con i tempi, insomma moderni, avessero avuto come diretta conseguenza la richiesta di numerosi nuovi oggetti, concepiti in una costante collaborazione tra cliente e produttore. Non è da escludere che alcune idee provenissero direttamente dai produttori, vale a dire coloro che controllavano i cicli produttivi e che avevano competenze necessarie alla progettazione.

La produzione di tessuti e le innovazioni tessili a queste connesse sono strettamente legate alla richiesta di materie prime per i capi di abbigliamento: dal Medioevo le vesti furono i veicoli principali con cui comunicare la propria ricchezza, la propria dignità sociale e per la prima volta una cultura nella selezione degli oggetti da esibire. L’evoluzione dei filati, delle armature tessili, delle tinture, senza dimenticare i ricami è certamente da mettere in relazione all’accresciuta domanda di beni di lusso da ostentare soprattutto attraverso le vesti. La realizzazione di un outfit del Medioevo poteva essere un affare molto complesso e oneroso come attestano i libri di conti della nobiltà e del ricco ceto mercantile, un investimento da curare nel minimo dettaglio”.

Lusso, moda, eccessi, esistevano norme che regolavano il vestire?

“Nel corso della seconda metà del ‘200 in tutta Europa vengono emanate leggi suntuarie con lo scopo di disciplinare l’eccessiva esibizione del lusso, riservando esclusivamente ai ceti sociali più elevati di mostrare liberamente qualità e quantità di vesti e gioielli. Le leggi suntuarie, nate per contrastare gli eccessi e frenare i desideri dei nuovi ceti ricchi, non riuscirono a trattenere questi ultimi che, avendo le capacità economiche di acquisto, continuarono a trasgredire, stando a quanto si legge nei proemi delle reiterate legislazioni sui lussi. Fu per questo motivo che le autorità cittadine superarono la difficoltà accettando le violazioni a condizione che i trasgressori denunciassero e pagassero una tassa, attestata dalla cosiddetta «bollatura» delle veste incriminata. Le prime tasse sul lusso servirono dunque, seppur con qualche contraddizione, a far circolare l’economia agendo sulla vanità delle classi sociali che non intendevano rinunciare all’esibizione della propria ricchezza attraverso le vesti, segno di novità, di gusto e di una nuova cultura”.

Sarte al lavoro

Il ruolo della donna-sarta?

“Il lavoro delle sarte emerge con discontinuità nelle fonti. Gli statuti delle corporazioni dei sarti delle città italiane prevedevano anche maestre in sartoria, ma non mi è ancora capitato di leggere un libro di matricole con nomi femminili …. Eppure le donne lavoravano in ambito sartoriale, eccome, svolgendo soprattutto i lavori meno specializzati, occupandosene nei ritagli di tempo tra le mansioni quotidiane dedicate ad altri lavori, all’educazione dei figli e alla famiglia. Le donne operavano anche in sartoria, dove potevano essere impiegate nella presa delle misure sui corpi femminili per esempio, oppure nella progettazione e realizzazione di indumenti e accessori che devono aver anche contribuito ad inventare. Ciò è quanto si apprende da una fonte forlivese del XV secolo.

È interessante sottolineare che nell’ambito di produzione e commercio dei capi di abbigliamento le donne furono in grado di ritagliarsi spazi di lavoro e, quindi, occasioni di guadagno, favorite dalla conoscenza di esigenze e desideri delle donne. Non dimentichiamo infatti che lo stretto legame tra le donne e la moda ha origine nel basso Medioevo perché per alcune di queste la moda e le apparenze furono tra i pochi ambiti in cui fu loro possibile esprimere la propria individualità, entro comunque la convenienza sociale e il rispetto della famiglia di appartenenza”.

Umberto Maiorca

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Il sinodo del cadavere

Concilio cadaverico, Jean-Paul Laurens (1870), Nantes, Musée des Beaux-Arts

Roma, febbraio dell’anno del Signore 897. Tutto il clero, capeggiato dal suo vescovo, è riunito nella Cattedrale di San Giovanni in Laterano per celebrare solennemente un processo per eresia.

L’imputato siede su un maestoso trono; gli accusatori, intorno, lo interrogano; ma interrogato l’imputato non risponde. Non si difende, nemmeno ci prova. Se ne resta in silenzio, assiso sul suo trono: le orbite vuote, il naso scarnificato, le mascelle in vista, le braccia tenute insieme da qualche tendine, le ossa coperte da un sottile strato di pelle. Il processo è contro papa Formoso, ma ad essere stato convocato è solo il suo corpo decomposto.

Stefano VI non si è accontentato di cambiare radicalmente la guida imposta alla Chiesa dal suo predecessore, di revocarne tutti i provvedimenti e di infangarne la memoria. E non si accontenta nemmeno di dichiararlo eretico e apostata, no: Stefano vuole arrivare fino in fondo, fino allo sfregio supremo, ad un atto grottesco e raccapricciante che nessuno aveva mai osato prima e nessuno oserà mai più dopo: ha fatto riesumare il corpo di Formoso e ha organizzato quello che passerà alla storia come il “Sinodo del cadavere”.

Il corpo del papa è stato rivestito dei paramenti pontifici e collocato su un trono nella basilica lateranense per “rispondere” delle accuse di eresia. In realtà, tanto per cambiare, le ragioni che stanno dietro questo atto macabro e clamoroso, sono squisitamente politiche. Stefano VI ha ottenuto l’elezione a papa grazie all’appoggio del partito spoletino, lo stesso contro cui si era schierato il suo predecessore.

Papa Formoso, in un’incisione di Cavallieri del 1588

Da vescovo e cardinale Formoso era stimato per la sua cultura e la sua austerità di vita e già nell’872 era stato candidato al papato. Rappresentante della fazione filo-germanica contro quella filo-francese, era stato sconfitto da Giovanni VIII che – a seguito degli scontri tra le due fazioni – nell’876 lo aveva scomunicato, per assolverlo due anni dopo riducendolo, però, allo stato laicale ed esiliandolo da Roma. Nell’883 il nuovo papa Marino (che apparteneva anche lui al partito germanico) aveva riabilitato completamente Formoso. Tornato protagonista della vita della Chiesa, aveva fatto eleggere e consacrare papa Stefano V nell’885 e alla sua morte – nel 891 – era stato eletto lui stesso papa. Poco dopo si era trovato in guerra con i duchi di Spoleto che erano arrivati a imprigionarlo a Castel Sant’Angelo, dal quale lo aveva liberato l’imperatore Arnolfo di Carinzia. Morto nel pieno degli scontri fra spoletini e tedeschi, il 4 aprile 896, è stato sepolto in Vaticano ma è rimasto nella sua tomba solo nove mesi.

Il duca Lamberto e sua madre Ageltrude hanno infatti imposto al nuovo papa Stefano VI un processo postumo a carico del papa defunto: il “Synodus horrenda”. A presiedere la macabra adunanza nel ruolo del grande accusatore è lo stesso papa Stefano. Un diacono viene incaricato di rispondere in vece del pontefice deceduto, e al termine della terrificante messa in scena, il verdetto stabilisce che Formoso è stato indegno del pontificato, e dunque viene ufficialmente deposto: tutti i suoi atti sono annullati e gli ordini da lui conferiti dichiarati non validi.

«L’avvocato di papa Stefano si alzò, si volse verso quella mummia orribile, al cui fianco sedeva un diacono tremante, che doveva fargli da difensore, propose le accuse; e il papa vivente, con furore insano, chiese al morto: “Perché, uomo ambizioso, hai tu usurpato la cattedra apostolica di Roma, tu che eri già vescovo di Porto?”. L’avvocato di Formoso addusse qualcosa in sua difesa, sempre che l’orrore gli abbia permesso di parlare; il cadavere fu riconosciuto colpevole e condannato. Il sinodo sottoscrisse l’atto di deposizione, dannò il papa in eterno e decretò che tutti coloro ai quali egli aveva conferito gli ordini sacerdotali, dovessero essere ordinati di nuovo. I paramenti furono strappati di dosso alla mummia e con grida barbariche, gettarono il cadavere fuori dall’aula».

Una incisione allegorica del processo di papa Stefano VI a Formoso

Le tre dita della mano destra, usate per le benedizioni, gli vengono recise; poi, con urla selvagge i resti di Formoso vengono trascinati via dalla sala e gettati nel Tevere in un’orgia macabra. Il cadavere percorre, per tre giorni, circa venti miglia trascinato dalla corrente del fiume, fino ad arenarsi su una sponda presso Ostia dove viene riconosciuto da un monaco (si dice indirizzato lì da una visione del defunto pontefice) e nascosto dai suoi fedeli fino alla morte di papa Stefano.

Morte che, peraltro, non tarderà ad arrivare: l’orrore e l’indignazione è tale – nel popolo romano – da generare una rivolta popolare che porta alla cattura e la deposizione dello stesso papa Stefano. Imprigionato a Castel Sant’Angelo, nel mese di ottobre verrà strangolato. Due mesi dopo i resti di Formoso saranno riconsegnati a papa Romano e di nuovo inumati nella basilica di San Pietro dal successore. Papa Giovanni IX (898-900) annullerà tutti gli atti del processo contro Formoso dandoli alle fiamme: i prelati presenti al Sinodo verranno perdonati in quanto costretti sotto minaccia, mentre i promotori saranno scomunicati.

Da quel momento verranno severamente proibiti i processi contro i morti. L’episodio resterà nella memoria collettiva per secoli tanto da essere citato anche da Luis Bunuel nel film La via lattea.

Arnaldo Casali

Da leggere: Ferdinand Gregorovius, Storia di Roma nel Medioevo, vol.II, Roma, Colosseum, 1988. Girolamo Arnaldi, Papa Formoso e gli imperatori della casa di Spoleto, in Annali della facoltà di lettere e filosofia di Napoli, vol.1, 1951. Jean-Marie Sansterre, Formoso in Enciclopedia dei Papi, vol. 2, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000. Claudio Rendina I Papi – storia e segreti, Roma, Newton&Compton editori, 2005. Tommaso Di Carpegna Falconieri, Guido, conte marchese di Camerino, duca marchese di Spoleto, re d’Italia, imperatore, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 61, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2004. Tommaso di Carpegna Falconieri, Lamberto, re d’Italia, imperatore, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 63, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2004. Ludovico Gatto, Storia di Roma nel Medioevo, Roma, Newton&Compton editori, 2004.

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Marozia, ape regina della pornocrazia

Marozia, disegno tratto da Franco Cesati, I Misteri del Vaticano o la Roma dei Papi, vol.1, 1861

È lei Maria, madre della Chiesa; ma non viene da Nazareth, non è santa; ed è tutt’altro che vergine. L’hanno chiamata “la puttana dei papi”, “meretrice dell’impero” e “Venere tremenda”; ma solo per la proverbiale misoginia dei preti. Perché Maria di Teofilatto detta affettuosamente Mariozza e passata alla storia come Marozia, era l’esatto contrario di una cortigiana; perché lei, la corte, non la frequentava: lei la corte la creava, la nutriva e la manovrava.

Amante del papa, madre del papa, nonna del papa, Marozia è l’ape regina del Vaticano, la protagonista della pornocrazia romana, la donna più potente, spregiudicata e disinibita dell’era cristiana. Certo, non risponde proprio al modello di santità femminile: con tre mariti, un concubino, innumerevoli amanti, intrighi, omicidi e cospirazioni, Marozia è ben lontana dalla purezza di Chiara e Scolastica, dal misticismo e dal coraggio di Giovanna d’Arco e dell’erudizione di Ildegarda di Bingen, ma ha segnato quanto e forse più di loro la storia della Chiesa, diventando protagonista assoluta del suo momento più oscuro.

Intelligentissima, affascinante e cinica, pur essendo analfabeta Marozia riesce a tenere le redini della città Roma e della Chiesa cattolica per più di vent’anni tra matrimoni, amicizie, alleanze e guerre.

“Bella come una dea e focosa come una cagna” la definisce il vescovo Liutprando da Cremona: “Viveva nel cubicolo del Papa e non usciva mai dal Laterano”. Va detto però che Liutprando era sfacciatamente di parte, essendo cresciuto alla corte dell’imperatore tedesco. “Gli studiosi più aggiornati, invece – nota Tommaso di Carpegna Falconieri nel Dizionario biografico degli italiani pubblicato dalla Treccani – senza giurare che Marozia fosse un esempio di cristiana modestia, sono convinti che la sua autorità dovesse posare su una base più solida della lussuria e del vizio”.

Mappa di Roma, Taddeo di Bartolo (1362-1422), Palazzo Pubblico di Siena

Marozia, insomma, doveva avere molto ingegno, molta abilità e pochi scrupoli. Nata presumibilmente nell’anno 892, è figlia di Teofilatto, senatore capostipite di una dinastia destinata a tenere le redini della capitale per oltre un secolo, e Teodora, anch’essa rampolla di una famiglia aristocratica, nonché spregiudicata amante di vescovi e papi.

Maria ha quattro fratelli: Teodora e Teofilatto – morti giovani, e Sergia e Bonifacio, che se ne vanno ancora bambini e vengono sepolti nella basilica di Santa Maria Maggiore. Resta quindi l’unica erede di una dinastia ambiziosa e ansiosa di conquistare il potere.

Artaud de Montor, Sergio III in The Lives and Times of the Popes, The Catholic Publication Society of America, New York, 1911.

Quando ha appena quindici anni – intorno all’anno 907 – diventa l’amante di papa Sergio III, che aveva conosciuto quando era ancora vescovo di Cerveteri e che peraltro è anche un suo lontano parente.

“Non v’è da dubitare – scrive Mariangela Galatea Vaglio – che a mettere Marozia nel letto di Sergio III siano stati i genitori, dandole anche buoni consigli su come restarci a lungo e ottenere dal maturo amante ogni genere di favori”. L’amorosa tresca, dunque, non è dettata solo da irrefrenabile passione ma anche da mirati calcoli politici. Resta il fatto che da Sergio Marozia concepisce un “figlio d’arte”: Giovanni, destinato anch’egli al papato.

A dispetto del severo giudizio di molti cronisti dell’epoca, che puntano il dito contro l’immorale unione, la cosa, per i tempi, è piuttosto normale. Siamo ancora lontani dalle riforme moralizzatrici dell’XI secolo e anche dal divieto assoluto, per gli chierici, di sposarsi. Di fatto, se intorno all’anno 500 era stato deciso di riservare l’ordinazione sacerdotale a uomini celibi con l’obbligo che tali rimanessero, moltissimi ecclesiastici continueranno a prendere moglie fino a che non sarà loro del tutto impedito dalle regole più rigide imposte a partire dal 1049, e pur se considerato da molti una piaga, il concubinaggio di preti, vescovi e papi – nel IX secolo – è assolutamente comune a Roma.

“Gli indizi cui portano gli studi – spiega ancora Tommaso di Carpegna Falconieri – invitano a riflettere sulla struttura peculiare del clero palatino e della società aristocratica del IX-X secolo, presso cui il rapporto concubinario – e lo stesso matrimonio dei chierici – era avvertito in modo tutt’altro che negativo”. Insomma la relazione tra Marozia e papa Sergio non è affatto clandestina: la donna vive in Laterano come una vera “papessa” e persino nel Liber Pontificalis Sergio III figura come padre di Giovanni XI. Nel 911 il papa muore – forse ucciso, e qualcuno dice malignamente che la mano di Marozia c’entri qualcosa – e la ragazza sposa Alberico, marchese di Spoleto e di Camerino. Il matrimonio sancisce un’alleanza tra le due famiglie per il predominio di tutta l’Italia centrale e la coppia mette al mondo quattro figli: Alberico, Costantino, Sergio (che sarebbe diventato vescovo di Nepi), Berta e forse un’altra figlia.

Intanto sul soglio pontificio sale Giovanni X, amante di Teodora. “Al contrario dei predecessori – scrive Galatea Vaglio – questo prelato che si dice abbia sedotto Teodora nel corso di un’ambasciata, quando era vescovo a Ravenna, e l’abbia convinta a chiamarlo nell’Urbe per non essere troppo distanti, ha carattere ed ambizione, per cui vuole giocare in politica in proprio, e non essere il fantoccio di nessuno. Comincia a tessere alleanze che a Teofilatto, Alberico e Marozia sembrano pericolose”. Il nuovo papa, quindi, va marcato stretto e quando muore la madre è Marozia stessa a diventarne l’amante assicurandosi così un posto caldo nel letto ma anche sul trono.

Sigillo di Berengario (Monza, Museo del duomo)

Con l’aiuto di Marozia Giovanni incorona Re d’Italia Berengario del Friuli, poi mette in piedi una Lega Cristiana per combattere i Saraceni, che hanno fondato avamposti in Campania e nel basso Lazio. Con l’ausilio della flotta bizantina, gli arabi sono sconfitti e scacciati.

Gli equilibri incerti della politica italiana reggono per alcuni anni, “ma poi Berengario – nota Vaglio – ha la pessima idea di farsi uccidere dagli Ungari, e la corona d’Italia diviene di nuovo vacante. Alberico di Spoleto e Marozia ci fanno un pensiero su, ma il Papa non li appoggia come si sarebbero aspettati”. Giovanni non ama l’idea di avere in casa un Re d’Italia, dato che Alberico e gentile signora sono già fin troppo ingombranti come duchi, e i rapporti finiscono per farsi sempre più tesi, fino a rompersi del tutto. Alberico decide così di organizzare un colpo di stato per impadronirsi di Roma. Riesce a cacciare Giovanni che, però, in poco tempo si riorganizza e torna in città, costringendo Alberico a riparare a Orte, dove muore nel 924, ucciso nel corso di una rivolta sobillata dal papa.

Intanto anche Teofilatto è morto, Marozia è rimasta sola e Giovanni decide di voltarle le spalle per trattare con Ugo di Provenza, che nel 926 diventa Re d’Italia e imperatore in pectore. L’accordo con il Papa vede Ugo strappare la Sabina ai Teofilatti, mentre il ducato di Spoleto e la marca di Camerino – destinati al piccolo Alberico – vengono assegnati a Pietro, fratello del Papa. A Marozia non resta che sposare Guido, marchese di Toscana, interessato a ostacolare le mire egemoniche di Ugo e aprirsi la prospettiva del dominio su Roma.

Una rappresentazione della morte violenta di Giovanni X al cospetto di Marozia

Le nozze vengono celebrate nel 926 e subito scoppia la guerra: Marozia e Guido entrano in Roma e assediano il Laterano, lo espugnano e uccidono Pietro davanti agli occhi del fratello. Poco tempo dopo catturano anche lo stesso Giovanni che muore nel 929, forse strangolato.

Marozia diventa così, finalmente, la vera Signora di Roma, e questa volta non si limita al ruolo di eminenza grigia: assume infatti i titoli di Senatrice dei Romani e di patrizia, governando per quattro anni la città e imponendo tre pontefici. Leone VI (928) e Stefano VII (929-931) vengono messi sul trono di san Pietro quando è ancora vivo Giovanni X, poi Marozia fa eleggere papa il suo primo figlio, che ha appena 21 anni e diventa Giovanni XI. La donna non ha intenzione di comandare il papato a distanza: si stabilisce quindi nello stesso palazzo del Laterano, non lasciando al papa ufficiale nemmeno l’ombra di una iniziativa, né tantomeno di una decisione.

Quando nel 929 muore Guido di Toscana, Marozia deve trovare un nuovo marito e un nuovo alleato. Ugo di Provenza ha affidato la Toscana al suo fratellastro Adalberto, così Maria guarda verso Bisanzio, intavolando trattative con l’imperatore Lecapeno per concludere un matrimonio tra sua figlia Berta e un principe della casa imperiale. In cambio Giovanni XI riconoscerà Teofilatto – figlio dell’imperatore – come patriarca di Costantinopoli. La trattativa è destinata, però, a naufragare a causa di un’improvvisa inversione di marcia da parte della Nostra. Se non puoi batterli fatteli amici, pensa Marozia. Anzi, fatteli amanti. Meglio ancora: fatteli mariti: sentendosi sempre più minacciata da Ugo di Provenza, Maria decide che l’unico modo per evitare di essere attaccata dal pericoloso rivale, è quello di sposarlo. Così decide di offrigli la mano e Ugo, che è appena rimasto vedovo, non se lo fa ripetere due volte: il matrimonio gli consentirà di allargare il suo dominio su Roma e farsi incoronare imperatore dal figliastro.

Illustrazione di Lodovico Pogliaghi da F. Bertolini La Storia di Roma (1886). Le Nozze di Marozia e Ugo di provenza

Nel luglio dell’anno 932 viene dunque celebrato a Roma il matrimonio del secolo. A guastare la festa arriva però il figlio Alberico, che non ha alcuna intenzione di farsi rubare il posto dal patrigno. Marozia lo sa, e durante la festa di nozze ordina al figlio di lavare le mani del proprio consorte come gesto di omaggio e riverenza; il giovanotto, però, anziché versare l’acqua gliela tira addosso e si prende in cambio uno schiaffone. Il principe lascia il castello gonfio di rabbia ma, questo è certo, non lascerà impunito l’affronto; tanto più che gli è giunta voce che Ugo sta pensando di catturarlo e accecarlo e che quell’umiliazione, probabilmente, non era altro che un pretesto per provocarlo e arrivare allo scontro per poi toglierlo di mezzo. Non c’è altro da fare – si dice – che prevenire l’attacco e rovesciare il tavolo. Nei mesi successivi organizza una congiura con l’aristocrazia romana, poi si adopera per sobillare il popolo additando la madre come una sgualdrina, il patrigno come invasore straniero, ed entrambi come incestuosi, visto che Ugo è il fratellastro di Guido di Toscana, e quindi cognato di Marozia.

La storia ci insegna che se non è difficile insultare una donna additando la sua condotta sessuale, ancor meno lo è sollevare il popolo evocando un’invasione straniera. Sta di fatto che la corte si ribella, i romani insorgono e la coppia imperiale è costretta a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo. Dopo un breve assedio Ugo e Marozia devono capitolare e Alberico diventa il nuovo signore di Roma. Mentre Ugo fugge dalla capitale, Marozia viene arrestata e Giovanni confinato in Laterano, continuando a fare quello che aveva sempre fatto; e cioè, nulla. O per meglio dire, dare ordini prendendoli dai parenti. Morirà tre anni dopo, senza essere mai riuscito a dimostrare di essere vivo.

Da quel momento di Marozia si perdono le tracce. Alberico la fa chiudere in un monastero dove passa in silenzio il resto dei suoi giorni e dove muore il 2 giugno del 936, proprio mentre Alberico stipula una tregua con Ugo e sancisce una nuova alleanza sposando la figlia Alda di Provenza. Che, alla faccia dei presunti incesti, non è altro che sua sorella acquisita. Marozia viene sepolta nel monastero dei santi Ciriaco e Nicola sulla via Lata. Dall’unione di Alberico e Alda nascerà Ottaviano, che diventerà Signore di Roma come il padre e papa come lo zio inaugurando – peraltro – l’abitudine dei pontefici romani di cambiare nome. Giovanni XII morirà ad appena ventisette anni, scaraventato fuori da una finestra dall’oste che lo aveva trovato a letto con la moglie e sarà liquidato dal Liber Pontificalis come “scelleratissimo, poiché fu il peggiore, e trascorse tutta la sua vita nell’adulterio e nella vanità”.

Marozia, da parte sua, non contenta di aver segnato la storia di due decenni, diventerà anche una leggenda millenaria, e – assumendo il nome di suo figlio e di suo nipote – si trasformerà nel mito della papessa Giovanna: la giovane – immortalata anche in una carta dei tarocchi – che si finge un maschio per farsi eleggere Papa, e viene poi smascherata perché durante una solenne processione partorisce il figlio avuto da un amante, finendo linciata dalla folla.

Come Giovanna, anche Marozia è riuscita ad avere tutto ciò che può avere un uomo ma si è fatta fregare dall’unica cosa che un uomo non può avere: la maternità. La leggenda diventa quindi perfetta sintesi di una vita avventurosa e tremenda e la metafora di un destino, è il caso di dire, scritto nelle carte.

Arnaldo Casali

Per saperne di più: Tommaso di Carpegna Falconieri, Marozia in Dizionario biografico degli italiani, vol.70, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2008. Giovanni Di Capua, Marozia. La pornocrazia pontificia intorno all’anno Mille, Scipioni, 2013. Vittoria Calabri, Marco Poli, Intrighi e misfatti. Marozia fra storia e leggenda, Nuova S1, 2012. Paola Toscano, Straordinaria e scellerata vita di Marozia che volle farsi imperatrice, Mondadori, 1998. John O’Malley, Storia dei papi, Fazi Editore, Roma 2011. Elena Percivaldi, La vita segreta del Medioevo, Newton Compton Editori, Roma 2014. Claudio Rendina, I papi, storia e segreti Newton Compton Editori, Roma 1983. Pietro Fedele, Ricerche per la storia di Roma e del papato nel secolo X, in Archivio della R. Società Romana di Storia Patria, voll. XXXIII-XXXIV, 1910-1911.

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Il grande racconto della Storia

Il Festival del Medioevo d’Europa abita a Gubbio, l’affascinante città dell’Umbria che stregò Hermann Hesse: “Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale. E bisogna continuamente persuadersi che invece tutto è lì, fermo e fissato nella pietra”. Un luogo dove si può “sentire con i propri sensi il passato come presente, il lontano come vicino, il bello come eterno”.

Il Festival del Medioevo si tiene ogni anno, dal mercoledì alla domenica, nell’ultima settimana del mese di settembre.

La manifestazione è unica nel suo genere. Non è una comune festa medievale. E nemmeno una delle tante rievocazioni che in ogni stagione dell’anno affollano quasi tutte le città della penisola.

È un grande evento culturale, colto e insieme popolare, incentrato sulla divulgazione storica.

Il festival, gratuito e aperto a tutti, coinvolge ogni anno, intorno ad un tema specifico, un centinaio di storici, saggisti, filosofi, scrittori, registi, architetti e giornalisti. E propone lezioni di storia, “faccia a faccia”, focus e approfondimenti su più di mille anni, dal V al XVI secolo.

Il mondo accademico e la vasta platea degli appassionati dell’età medievale si incontrano durante cinque intense giornate ricche di proposte culturali, mostre, mercati, esibizioni e spettacoli.

Lo storico Alessandro Barbero al Festival del Medioevo 2017

Gli Incontri con gli autori sono ospitati al Centro Santo Spirito, una costruzione medievale ricavata da un monastero del XIII secolo, a pochi passi dalla centrale Piazza Quaranta Martiri.

Il grande racconto della Storia è legato a doppio filo alle vicende dell’attualità. Perché, come sosteneva il grande medievista Jacques Le Goff “il Medioevo è la nostra giovinezza; è forse la nostra infanzia”.

Conoscere il Medioevo dunque per capire meglio chi siamo adesso.

Un lungo viaggio, oltre gli stereotipi e i luoghi comuni che ancora infarciscono l’età medievale, tra le cronache e i miti: le grandi migrazioni dei popoli, le scoperte scientifiche, le città, i palazzi del potere, la nascita delle banche, i primi Comuni, le università, i mercati, le cattedrali, la fede, le esplorazioni e i pellegrinaggi, i barbari e le crociate, le magie e le divinazioni, i prodigi e le superstizioni, i capolavori d’arte, i modi di dire, le leggende sui Templari, i capitani di ventura, le battaglie, la gastronomia e il racconto della vita quotidiana.

Fino al Medioevo nostro contemporaneo, eterna miniera da cui vengono ancora estratti modelli, esempi e identità. Un nuovo modo di guardare l’età di mezzo: i cosiddetti medievalismi. L’uso, la ricezione e la rappresentazione del Medioevo nell’età contemporanea. Un Medioevo immaginato, reinventato, rielaborato, ricostruito e in molti casi sconvolto nei linguaggi della politica, del cinema, delle saghe televisive, dell’architettura, del costume e della moda.

Il Festival del Medioevo è arricchito da molti eventi collaterali (mostre, rievocazioni, film, concerti, spettacoli, giochi di ruolo e visite guidate) tra i quali spiccano alcuni appuntamenti fissi:

La Fiera del libro medievale

La Fiera del Libro Medievale. Tutto quello che c’è da leggere e sapere per conoscere meglio l’Età di Mezzo. Le maggiori case editrici italiane e i piccoli editori specializzati presentano al vasto pubblico degli appassionati i saggi, i romanzi, le biografie, gli approfondimenti tematici e i grandi classici che hanno per oggetto dell’età medievale.

Miniatori e calligrafi dal mondo. Medioevo e futuro si incontrano in un evento dedicato alla moderna arte amanuense. Amanuensi provenienti dall’Italia e da altri Paesi, fanno rivivere i segreti di uno scriptorium medievale.

Le botteghe e i mestieri. L’artigianato medievale presentato dai migliori espositori nazionali in modo filologicamente corretto.

Medioevo dei bambini. Giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli.

Nell’edizione 2017 il Festival ha ospitato anche la seconda edizione degli Stati Generali della Rievocazione Storica: centinaia di associazioni in tutta Italia, impegnate ad assicurare, attraverso una legge nazionale, regole comuni per un mondo variegato, espressione del grande patrimonio “immateriale” italiano impegnato nel far rivivere la storia e le tradizioni di centinaia di località in tutta la penisola.

Il Festival del Medioevo, organizzato dall’Associazione culturale Festival del Medioevo in stretta collaborazione con il Comune di Gubbio, gode del patrocinio scientifico dell’Isime, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e della Sami (Società degli Archeologi Medievisti Italiani) e dei patrocini istituzionali del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Regione Umbria. L’evento è sostenuto dal Comune di Gubbio, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, dal Gruppo Azione Locale Alta Umbria (GAL Alta Umbria) dalla Camera di Commercio di Perugia, dalla Fondazione Giuseppe Mazzatinti, da Tecla, azienda di costruzioni in legno e da altri sponsor privati.

La RAI ha presentato al Festival del Medioevo 2017 il nuovo programma dedicato alla Storia

La RAI, Radio Televisione Italiana, è il media partner ufficiale con i canali tematici di Rai Storia e RAI Radio3. Collaborano con la manifestazione anche il mensile Medioevo e tre siti web: Italia Medievale, impegnata nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

Per due anni consecutivi (206 e 2017) Sergio Mattarella ha conferito la Medaglia della Presidenza della Repubblica alla città di Gubbio come “espressione di apprezzamento per l’alto livello culturale del Festival del Medioevo”.

La manifestazione ha vinto anche il Premio Italia Medievale 2016 riservato alle istituzioni “che si sono particolarmente distinte nella promozione e valorizzazione del patrimonio medievale italiano”.

Il sito del Festival del Medioevo e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati al Medioevo più visitati in Italia.

E-mail: info@festivaldelmedioevo.it

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Le anteprime dell’edizione 2019

Una serie di appuntamenti anticipano la manifestazione e offrono l’occasione per approfondimenti tematici sullo sfondo di centri storici ricchi di storia, arte e cultura:

ESIBITE, OCCULTATE, IMMAGINATE. STORIE DI DONNE NEL MEDIOEVO   –> Leggi di più sull’evento

PASSIGNANO SUL TRASIMENO | sabato 8 giugno 2019 | ore 17.00 | Lungolago del Pidocchietto

Ore 17.00 | Saluti istituzionali: Sandro Pasquali, sindaco di Passignano sul Trasimeno – Paola Cipolloni, assessore alla cultura – Federico Fioravanti, ideatore del Festival del Medioevo

Intervengono gli storici:

Ore 17.15 | Jacopo Mordenti – Le mie migliori nemiche. Il conflitto fra il Comune perugino e il Trasimeno nel programma allegorico della Fontana Maggiore di Perugia (1278)

Ore 18.00 | Sara Piccolo Paci – L’abito femminile nella seconda metà del Quattrocento. Appunti intorno alla rievocazione storica

Ore 18.45 | Glauco Maria Cantarella – Visibili e invisibili: tre donne davanti al potere. Matilde di Canossa, Adelaide del Vasto contessa di Sicilia e regina di Gerusalemme, Elvira di Castiglia regina di Sicilia (1046-1134)

Federico Fioravanti – ideatore e direttore del Festival del Medioevo

PIEGARO E L’UMBRIA NEL MEDIOEVO   –> Leggi di più sull’evento

PIEGARO | venerdì 31 maggio 2019 | ore 11.00 | Museo del Vetro

Interviene: Franco Mezzanotte – storico del Medioevo

Introduzione: Federico Fioravanti – ideatore e direttore del Festival del Medioevo

IL BAMBINO CHE INVENTÒ LO ZERO   –> Leggi di più sull’evento

MONTE CASTELLO DI VIBIO | venerdì 3 maggio 2019 | ore 11.00 | Teatro della Concordia

Interviene: Amedeo Feniello – storico del Medioevo e saggista

Introduzione: Daniela Brugnossi – sindaco di Monte Castello di Vibio Federico Fioravanti – ideatore e direttore del Festival del Medioevo

TRA FEDE E INCREDULITÀ –> Leggi di più sull’evento

BEVAGNA | domenica 28 aprile 2019 | ore 11.00 | Auditorium di Santa Maria Laurentia

Intervengono: Paolo Golinelli – storico del Medioevo fra Luciano Cinelli O.P. – direttore della Biblioteca domenicana di Santa Maria Novella

Introduzione: Franco Franceschi – storico del Medioevo e direttore scientifico Mercato delle Gaite Paolo Cecconi – Podestà del Mercato delle Gaite Federico Fioravanti – ideatore e direttore del Festival del Medioevo

“DONNE, L’ALTRO VOLTO DELLA STORIA”. UNA CONVERSAZIONE TRA PASSATO E PRESENTE –> Leggi di più sull’evento

PERUGIA | giovedì 11 aprile 2019 | ore 17.00 | Sala della Fondazione Sant’Anna

Intervengono: Teresa Severini – assessore alla cultura del Comune di Perugia Gianfranco Cesarini – presidente del Club UNESCO Perugia-Gubbio e presidente della Fondazione Giuseppe Mazzatinti Federico Fioravanti – ideatore e direttore del Festival del Medioevo

LA MADONNA DI CITERNA. VIAGGIO INTORNO AL CAPOLAVORO DI DONATELLO –> Leggi di più sull’evento

CITERNA | sabato 23 marzo 2019 | ore 17.00 | Chiesa di San Francesco

Intervengono: Alfredo Bellandi – storico dell’arte Laura Ciferri – storica dell’arte

Introduzione: Giuliana Falaschi – sindaco di Citerna don Paolo Martinelli – parroco di San Francesco e San Michele Arcangelo Catia Cecchetti – direttrice del Museo Diocesano di Città di Castello Federico Fioravanti – ideatore e direttore del Festival del Medioevo

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Bevagna – Tra fede e incredulità

Il Festival del Medioevo in anteprima a Bevagna:

Domenica 28 aprile 2019 | ore 11.00 | Auditorium di Santa Maria Laurentia

 

Tra fede e incredulità

 

incontro con

Paolo Golinelli – Credere e non credere nel Medioevo

Luciano Cinelli O.P. – La devozione al beato Giacomo Bianconi, il domenicano di Bevagna

Coordina Federico Fioravanti

L’incontro – organizzato dal Festival del Medioevo – si svolge nell’ambito de La Primavera medievale, giornate di cultura, arte e gastronomia in Bevagna:

 

 

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