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Scrivere, da Carlo Magno in poi

La scrittura, dalla riforma di Carlomagno ai giorni nostri: un viaggio nel percorso fondante della civiltà europea in compagnia del grande paleografo Attilio Bartoli Langeli.

Scrittura Carolina

Lettere chiare e distinteIl nostro modo di scrivere – di tracciare a mano le parole – ha una data di nascita abbastanza precisa: una trentina d’anni prima dell’800 dopo Cristo.

Siamo davanti a un’iniziativa di Carlomagno, attuata per mano dei suoi intellettuali, primo dei quali Alcuino di York. Costoro – non il gran re: leggere e scrivere non facevano per lui – s’inventarono un alfabeto latino confacente al programma carolingio di unificazione della cultura europea. Così: a b c d eccetera, quasi esattamente nelle forme che io sto vedendo realizzate dal mio computer e che tu, lettore, stai percorrendo con gli occhi. Quell’alfabeto fu l’alfabeto minuscolo di base di tutte le scritture, molte e diverse, che se ne svilupparono nel corso del tempo; ed è tuttora l’alfabeto minuscolo del carattere tipografico romano tondo. Sola differenza importante la s, che aveva la forma diritta ſ e alla quale si preferì, molto tempo dopo, la forma rotonda S, ovviamente per evitare confusioni con la f. Differenze meno vistose riguardano la t, che ha allungato un poco il tratto diritto per incrociare la traversa, e il puntino diacritico sulla i.Eccole, quelle lettere, tutte in fila:

(In verità bisognerebbe aggiungere alle lettere dell’alfabeto due altri segni, il nesso per et, simile alla & commerciale, e il nesso per st, con la curva della s che scende a formare la t).La nuova ‘minuscola’, che nella sua versione testuale è detta ‘carolina’, fa parte di quella che fu una vera e propria politica testuale, che Re Carlo e i suoi dotti intrapresero nell’ambito di un generale programma di rinascita degli studi: «libros catholicos bene emendate», è l’ammonimento che si legge nelle Admonitiones generales sulla disciplina del clero del 789. Con la costituzione della minuscola e l’invenzione della carolina essi si prefissero di sradicare la confusa tradizione scrittoria vigente da tempo nei territori dell’Impero. Dalla corsiva tardo-romana era cresciuta una selva di scritture dette appunto ‘corsive’, generose ma negative rispetto al progetto culturale carolingio, per due motivi: per un verso la loro varietà disordinata, contraria all’esigenza di una unificazione grafica delle terre dell’impero; per l’altri i loro caratteri strutturali, incapaci di esprimere testi puliti e corretti. L’uso di termini come ‘minuscola’ e ‘corsiva’ richiede una precisazione lessicale, perché le due parole hanno un significato assoluto e un significato storico, anzi vari significati storici:

  • minuscola è una scrittura il cui alfabeto si dispone all’interno di uno schema quadrilineare, come sono rigati i quaderni delle prime classi elementari; è il contrario di maiuscola, le cui lettere sono tutte comprese in uno schema bilineare. Quanto alle scritture del medioevo centrale (secoli VIII-XI), si designano come minuscole le scritture discendenti dalla riforma grafica carolingia: la carolina in primo luogo, e numerose altre, sia per libri sia per documenti.
  • corsiva è, in generale, ogni scrittura manuale veloce, dal lat. currere; l’opposto è una scrittura posata, realizzata disegnando al tratto le forme corrette di ciascuna lettera. Di solito sono corsive le scritture documentarie e pratiche, posate le scritture librarie. Nella tarda età romana fu in uso, negli uffici centrali e periferici dell’Impero, una legatissima grafia realizzata currenti calamo; di qui tutte le scritture altomedievali, dette ‘corsive nuove’. Molto tempo dopo il termine fu ripreso per indicare la scrittura tipografica con carattere inclinato sulla destra, allora detto italico (ancora oggi, in francese italique, in inglese italic), ma nell’uso corrente odierno italiano denominato appunto corsivo.

La caratteristica principale delle corsive altomedievali era l’uso dei legamenti sillabici. Molte coppie di lettere non erano realizzate con l’accostamento dei due segni costitutivi, ma questi si connettevano piegandosi vicendevolmente e stravolgendo le rispettive forme. Esempi? Il tracciato del celebre Indovinello veronese, vergato da una mano molto abile e sapiente, nonché quello, anch’esso corsivo e legato, ma più sgraziato, di un’altra mano che si esibisce subito sotto con un Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus:

Verona, Biblioteca Capitolare, ms. LXXXIX, f. 3r

La nuova minuscola s’impiantò prima nei centri scrittori del Palazzo e delle abbazie più vicine a Carlo (Corbie, Tours), poi nei centri scrittori sparsi nei territori dell’impero, Francia Germania Italia centro-settentrionale, e dopo ancora, manu militari, nelle zone annesse dai carolingi. Le corsive ne furono estirpate; ma continuarono, e quanto vigorosamente, nelle aree esterne all’impero. Vitalissima, per esempio, fu la scrittura che gli umanisti battezzarono langobardica e noi, costretti dalla magnifica monografia di Elias Avery Lowe (1914), chiamiamo beneventana. Ad essa, nella sua versione documentaria, si devono i placiti campani del 960 e 963; nella sua ultima e più famosa tipizzazione libraria, quella in uso a Montecassino, il Ritmo cassinese.Che la carolina, la nuova scrittura del testo elaborata in ambito carolingio, fosse una reazione al modo di scrivere corsivo è dimostrato dal suo requisito principale: il “canone” alfabetico. La carolina è una scrittura per lettere: lettere sempre uguali a se stesse, ciascuna chiaramente distinta da tutte le altre. Jacques Fontaine ha parlato di una scrittura «cartesiana», David Ganz di una «grammatica della leggibilità». Si aggiungano altri elementi di innovazione. Lo scarso o nullo uso di compendi, che fa della carolina una scrittura “a tutte lettere”. L’attento uso dell’interpunzione. L’accuratezza delle distinzioni e partizioni del testo, con l’utilizzo di una gamma di scritture ampia e gerarchizzata, ripresa dalle scritture del passato.La scrittura per lettere separate era funzionale a una lettura analitica, discorsiva, lenta, lettera dopo lettera, parola dopo parola, eseguita dall’occhio che scorre placidamente riga dopo riga. Fosse effettuata a voce alta, a voce bassa o in silenzio, la lettura carolina, chiamiamola così, era basata sulla sequenza continua dei segni trasformati in suono, come se il lettore capisse ascoltandosi leggere (mentalmente o a voce alta). La carolina portava a perfezione, realizzandola visivamente sulla pagina, la progressione insegnata dalla precettistica classica, dalla littera (il grafema e fonema elementare) al sensus (il significato) alla sententia (l’idea, il concetto).

Scrittura sintetica, lettura sinteticaLa carolina come scrittura dei libri durò poco – si fa per dire: un paio di secoli. Restò, anche perché assunto stabilmente nella pratica scolastica, l’alfabeto minuscolo. Esso, nelle diverse regioni e secondo le diverse funzioni, fu sottoposto a svariate tensioni e adattamenti. Per i documenti delle cancellerie si usò una scrittura diritta e allungata, la ‘minuscola diplomatica’, mentre i notai continuarono con la corsiva. Per i libri, i centri scrittorii monastici elaborarono proprie tipizzazioni. Una fu, ad esempio, la minuscola ‘romanesca’, radicata nelle abbazie dell’Italia mediana: quella, per intenderci, della Formula di confessione di Sant’Eutizio. Ma il cambiamento più forte e consapevole fu quello che portò alla littera moderna, ossia alla scrittura ‘al modo parigino’.È la scrittura dei libri dell’Università di Parigi. Si tratta di un tipo particolare della scrittura che nei manuali si troverà definita come gotica o textualis, e descritta in termini di tecnica di esecuzione e di maniera stilistica. Una grande famiglia di scritture, che ha dominato l’Europa manoscritta per buoni tre secoli.La caratteristica più appariscente della gotica internazionale è la spezzatura dei tratti e degli archi. Un dato tecnico e stilistico, questo, che la fa apparire singolarmente congruente con la coeva cultura architettonica e artistica: “gotica” la scrittura a mano come “gotiche” l’architettura, la pittura, la scultura, l’epigrafia – d’altronde, la carolina sa un po’ di romanico. Ma la spezzatura è un elemento estrinseco, fra l’altro vanificato dalle molte varianti nazionali e tipologiche della scrittura. Per l’Italia ad esempio si parla di una gotica rotunda, che sarebbe una contraddizione in termini.Come sempre, è la finalità, la funzione culturale che condiziona e impone le soluzioni tecniche, grafiche, compositive; non viceversa. Rilevanti, allora, sono altre caratteristiche della gotica internazionale: la sovrapposizione delle curve contrapposte, che lega insieme due lettere altrimenti separate; il sistema dei trattini sul rigo, che realizza in basso (ma anche in alto, nelle grafie più professionali) un continuum spezzettato coincidente con la parola; l’uso della s rotonda in fine di parola e della r rotonda dopo lettera curvilinea; ed altre. Tutte caratteristiche finalizzate, con una coerenza davvero stupefacente, alla perfetta definizione, delimitazione della parola grafica. Il meccanismo consiste nell’incatenamento delle lettere di una parola e, per conseguenza, nella visibile separazione delle parole. Il “canone alfabetico” della carolina si è trasformato in “canone verbale”. La modificazione della carolina in gotica consiste nel passaggio da una scrittura per lettere separate a una scrittura per parole separate. L’unità elementare del discorso scritto non è più la lettera, ma la parola.

Le lettere, più alte che larghe (meno che nei libri italiani), oppure l’uso spinto dei compendi, oppure entrambi, riducono la lunghezza delle parole grafiche: l’illustrazione fa vedere che, nello stesso spazio, a sinistra hai cinque parole che si srotolano indifferenziate, a destra ne hai otto, ben identificate dagli stacchi della catena grafica.Se questo è vero per tutti i libri tra Due e Quattrocento, conviene – volendo tornare sulle modalità di lettura – riandare alla littera moderna, cioè all’Università parigina e al suo prodotto tipico, il libro scolastico. Si confrontino da lontano le pagine di un libro in carolina originaria e di un libro scolastico parigino:

Avviene come se il testo, già contratto di per sé, fosse sottoposto a una doppia compressione, dal basso e dall’esterno. Alla piena pagina si preferiscono le due colonne, strette fra loro e spinte verso il centro e verso l’alto della pagina. Sono ridotti gli spazi interlineari, mediante l’accorciamento delle aste ascendenti e discendenti. La rigatura impone una gabbia a maglie strette e giustificate. A libro aperto (lo si immagini, il manoscritto parigino, con la pagina di destra speculare a quella riprodotta), hai un blocco di scrittura centrale in tutto-nero, circondato da larghi spazi bianchi. Si noti che, a misurarle, è più ampia (anche se di poco) l’area bianca di quella nera: per dire che tutto si può supporre in una pagina del genere meno che il bisogno di risparmiare carta o pergamena. L’economicità della gotica sta nella riduzione orizzontale della sequenza testuale e nella riduzione verticale degli spazi tra le righe.Il modo di scrivere “alla moderna” discende da una concezione ben determinata del libro come strumento del lavoro intellettuale. Esso è funzionale alla lettura mentale, quella capace di tradurre immediatamente in pensiero ciò che l’occhio vede. L’occhio legato alla mente, non alla voce, non è costretto a vedere e riconoscere ogni lettera: opera una selezione, sufficiente a riconoscere in un baleno la parola e la frase. Una lettura sintetica, come quella del lettore acculturato di oggi che scorre velocemente le strette colonne di un articolo di giornale; mentre il lettore elementare, chiamiamolo così, opera una lettura analitica, tant’è vero che, se lo fa silenziosamente, muove le labbra.Il lettore di un libro universitario di allora era grandemente facilitato nella lettura sintetica dalla scrittura stretta e abbreviata, che aumenta – rispetto alla scrittura a tutte lettere – le parole comprese nello spazio visivo. L’occhio, insomma, percorre il testo in un velocissimo zig-zag. La progressione dalla littera al sensus alla sententia si accorcia enormemente. Se poi, ancora, si considera che in molti libri scolastici il testo è fittamente ripartito in blocchi ben evidenziati, ciò consente a chi legge di saltare, andare a destra e a manca, su e giù – nella pagina e nel libro. S’inventa, per esempio, il titolo corrente in alto. Da queste modalità di scrittura, il lettore sapiente è messo perfettamente in grado di padroneggiare, col minimo sforzo, non solo il testo ma anche il libro intero.Va da sé che queste considerazioni valgono in toto solo per una determinata categoria di testi e solo per una determinata categoria di lettori. Gli innumerevoli libri in gotica scritti in Europa, sia a mano che a stampa (poiché quella scrittura trasmigrò poi in un’ampia parte della produzione tipografica), coprono tutte le specie di contenuto, funzione, qualità. In Italia, per esempio, sono in gotica quei testi delle Origini volgari che sono scritti da amanuensi professionali: come la prima stesura del Cantico delle creature, che sta in un codice fratesco, l’Assisano 338; come due dei tre grandi Canzonieri toscani, il Laurenziano Rediano 9 e il Palatino 418; come molti codici della Commedia di Dante. In gotica, benché semplificata e alleggerita, scrissero i loro testi più formali Petrarca e, sulla sua scia, Boccaccio.

Gli umanisti e il ritorno all’“antico”Francesco Petrarca: veniamo a lui, faro di tutta l’intelligenza italiana trecentesca. Dall’alto della sua concezione aristocratica della cultura scritta, il nostro poeta nutrì una forte insofferenza per i sistemi di produzione libraria vigenti nell’Europa del suo tempo e per le scritture che la veicolavano. Elogiava piuttosto la maiestas dei codici nella scrittura ‘vetusta’: era la carolina, da lui apprezzata, in codici del X e XI secolo, come castigata et clara. Ma non l’imitò, e nemmeno si allontanò dalla gotica, attenuandone piuttosto gli estremismi; e lavorò soprattutto sulla limpidezza e l’equilibrio della pagina.La sua lezione fu recepita da molti, e specialmente dai cólti fiorentini e padovani. Fu a Firenze, sotto l’egida di Coluccio Salutati, che si compì il passo ultimo. Proprio intorno all’anno 1400 Poggio Bracciolini, allievo di Coluccio, si pose a imitare la carolina rotonda dei tempi andati, con tutto ciò che ne derivava in termini di separazione delle lettere, di cura ortografica, di rifiuto delle abbreviazioni, di distesa occupazione della pagina. Nacque così la littera antiqua: un’etichetta che non fa minimamente allusione alla scrittura di età classica, ma significa uno scrivere “all’antica” in contrapposizione allo scrivere “alla moderna”. Due termini di cui noi dobbiamo ben intendere il significato: giacché gli umanisti riandarono al medioevo più antico (carolingio o quasi) per attingervi quella precisione di segno e insieme quella flessibilità e distensione che vollero contrapporre alla produzione in serie e alle pagine costipate del medioevo più recente. La dialettica è tutta interna alla civiltà del libro medievale.L’età propriamente antica, quella romana, giocò invece nel recupero delle maiuscole di tipo epigrafico, le capitali classiche: recupero operato già dallo stesso Bracciolini, alimentato dalla ricerca antiquaria e spalleggiato dal ritorno all’arte e all’architettura classiche. Si formava così un doppio alfabeto, maiuscolo e minuscolo, che congiungeva armonicamente due tradizioni grafiche diverse, quasi avessero la stessa radice. Lo stile lapidario classico influenzò la stessa minuscola “all’antica”, che dopo la metà del secolo acquista in molti centri di produzione in rotondità e regolarità. E quella scrittura poté dirsi, e fu detta, ‘romana’.Ospitata presso le corti signorili, l’antiqua fu la scrittura testuale dell’Umanesimo, e fu capace di attingere risultati massimi in termini sia estetici che filologici. In questi manoscritti magnifici si aveva una terza modalità di lettura rispetto alle due fin qui descritte: se poi era davvero lettura, poiché si tratta piuttosto del godimento del libro in sé, il cui possesso conferiva da solo, a quei mecenati, dignità culturale e prestigio sociale.Da espressione raffinata e alta di un’élite intellettuale e insieme dell’aristocrazia del potere e del denaro, l’antiqua divenne patrimonio comune con la stampa a caratteri mobili, quando – e fu verso il finire del Quattrocento – l’arte tipografica l’adottò per i suoi prodotti migliori. Il cerchio può dirsi concluso quando essa fece propria anche la variante corsiva dell’antiqua, la cosiddetta italica. Il che avvenne per iniziativa di Aldo Manuzio, che commissionò all’incisore Francesco Griffo da Bologna nel 1499 il conio dei nuovi caratteri e li lanciò sul mercato nel 1501 con la sua fortunatissima collana dei classici italiani in formato tascabile. Ecco così i due caratteri tipografici tuttora in uso, il ‘romano tondo’ e il ‘corsivo’ ovvero ‘italico’.

Scrivere il volgareDetta così, la storia della scrittura del testo, perché di questa finora si è parlato, è assai semplice. Tre invenzioni: la carolina dei «libri catholici» patrocinati da Re Carlo e dal suo entourage; la gotica, espressione della modernità in termini per un verso stilistici, per l’altro intellettuali; l’antiqua, un ritorno all’indietro. Le cose stanno in maniera meno semplice. Anzitutto, sono diversi i quadri geografici e i connotati storici. La carolina è un’operazione politica, applicata alla realtà, tutta altomedievale, dei centri scrittori monastici ed ecclesiastici dell’Impero. La gotica agisce nell’età dell’esplosione quantitativa e qualitativa della cultura manoscritta europea. L’antiqua nasce come creazione e bandiera di un circolo esclusivo, quello degli umanisti italiani. Poi, si tratta di scritture “del testo”, cioè prodotte e usate in ambiti ben determinati. Qui s’innesta un ulteriore elemento di differenza. La carolina è sola: è, dove e fin quando fu usata, la scrittura esclusiva di ogni e qualsiasi testo. La gotica, benché generalizzata, e l’antiqua, di per sé elitaria, fanno parte di un panorama plurale, fatto di tante scritture e di tanti libri. Ciò vale per il Trecento e ancor più per il Quattrocento; e vale in particolare per l’Italia, la terra più acculturata d’Europa.In Italia l’espansione della cultura scritta si ebbe con l’accesso del volgare allo stato di scrittura. Possiamo datarlo convenzionalmente all’inizio del XIII secolo, nonostante le sparse sperimentazioni precedenti. Si trattò dell’utilizzo dell’alfabeto latino, che fino ad allora serviva pressoché esclusivamente la lingua latina, per realizzare la scrittura in altra lingua: la lingua parlata, quale che fosse. Il travaso non fu senza difficoltà, anche perché la scrittura del volgare non poteva utilizzare, se non in minima parte, le risorse della littera moderna. Assistiamo così a due fenomeni. Il primo: il ricco sistema abbreviativo latino non poteva che ridursi a pochissimo, solo i segni per la nasale e il segno di p(er). Il secondo: la scrittura per parole separate cambiava di valore. Nella scrittura del latino, la parola grafica coincideva con la parola grammaticale (e proprio grammatica era detto il latino che s’imparava a scuola); nella scrittura del volgare – ben di là da venire la normazione grammaticale e ortografica dell’italiano – la parola grafica coincideva invece con l’unità di emissione fonica, come veniva intesa e realizzata dal parlante-scrivente. Per fare il solito esempio sommo, fra i 366 componimenti del Canzoniere del Petrarca sette iniziano con L’aura (l’incipit più frequente dopo l’imbattibile Amor, con 17 occorrenze): «L’aura gentil», «L’aura serena», «L’aura mia sacra»… Ma nell’autografo, in mancanza dell’apostrofo, sta scritto Laura. Il razionale apostrofo ha eliminato quella sapientissima ambiguità.Non essendo possibile dilungarsi, ciò che qui interessa rilevare è che l’Italia duecentesca, l’Italia delle città, si caratterizzava nel quadro europeo per la larga presenza di un “ceto culturale intermedio”, quello degli alfabetizzati ma illitterati: delle persone cioè, attive soprattutto nelle arti e nei mestieri, potenzialmente capaci di leggere e scrivere ma ignoranti del latino, e perciò in precedenza escluse dal circuito della scrittura e della lettura. Ora, invece, il volgare scritto liberava quelle energie latenti, che poco a poco presero fiducia, producendo però alla lunga anche una situazione di nuovo caos scrittorio, di anarchia grafica.Nel Trecento lo stato delle cose è ancora sotto controllo, almeno al livello della produzione letteraria. A parte gli scriventi improvvisati, lo scrivere volgare è saldamente nella mani dei cólti, bilingui, avvezzi al rapporto col libro. Nella trasmissione dei testi della nascente letteratura italiana, si è detto sopra, la gotica fece la sua parte; ma una parte forse maggiore l’ebbe la scrittura dei notai. In quel secolo essa si stabilizzò nelle forme di una scrittura alta, elegante, agile: la si denomina ‘minuscola cancelleresca’, anche se sarebbe meglio chiamarla notarile. Questa scrittura, i notai naturalmente la usavano per scrivere documenti: ma molti di loro la utilizzarono per scrivere testi in volgare. (Per designare queste scritture, che passano dall’ambito di scrittura loro proprio all’ambito librario, i paleografi parlano di “bastarde”, e la metafora è alquanto sgradevole). A notai – senza dire della loro vistosa presenza nel pantheon degli autori delle Origini, dalla Scuola siciliana allo Stil nuovo, e nel novero dei grandi volgarizzatori – si deve la maggioranza dei codici volgari dell’Italia trecentesca. Così per l’antica vulgata della Commedia, basti ricordare i “Danti del Cento” e il nome del notaio Francesco di ser Nardo da Barberino; così per il testo volgare più lungo che ci sia, il monumentale Costituto senese del 1309-1310, opera del notaio Raniero di Ghezzo Gangalandi; e si potrebbe continuare all’infinito. In notarile, probabilmente, scriveva Dante. Alla notarile fu educato dal suo maestro, il notaio Convenevole da Prato, il Petrarca, figlio di notaio; che seguitò a usarla per le sue lettere e per le minute delle sue rime, il famoso “codice degli abbozzi”. Alla notarile non era insensibile il Boccaccio, che pure aveva alle spalle un’educazione grafica mercantile.Già, i mercanti. L’altra categoria italiana che scrisse molto. Anch’essi ebbero una loro scrittura specifica, la merchatantesca di allora, la ‘mercantesca’ dei manuali di paleografia. Una scrittura rotonda e fluida, legatissima, che può dirsi formata in Toscana alla metà del Trecento e resiste per due secoli in separata autonomia dalle grafie dell’alta cultura. Una scrittura di ceto, solo italiana. Mentre le altre scritture (la gotica, la cancelleresca, la umanistica) sono bilingui, essendo bilingui coloro che le usano, la mercantesca realizza esclusivamente testi volgari, è una scrittura vernacolare. In mercantesca – una mercantesca abile ma retroversa, da mancino – scrive per esempio l’«omo sanza lettere» Leonardo.

Leonardo da Vinci, Homo vitruvianus (1490) foto originale e foto speculare

Gli illitterati di cultura grafica mercantesca non si fecero pregare, e scrissero molti libri in volgare, o con testi propri oppure, e più, trascrivendo testi altrui. Il Quattrocento ne è pieno. Molti di questi copisti lo sono per passione, oggi si direbbero dilettanti allo sbaraglio; ma si contano molti copisti di mestiere, che facevano libri a prezzo.Tra gli autori preferiti era Boccaccio, al quale veniva così riconosciuta ex post la sua origine cetuale, nonostante i suoi tentativi in contrario; ma anche altri novellieri, trattatelli cristiani, manuali professionali.Tutti libri di carta: un altro elemento identitario. Anche il dato materiale, infatti, non va sottovalutato. Il mondo scritto degli illitterati, compresi mercanti e artigiani – registri contabili, lettere commerciali, libri da leggere –, è esclusivamente cartaceo. Leonardo, per dire, scrisse sempre e solo su carta. L’altro mondo è quello dei litterati: bilingui, si è detto, e anfibi anche quanto al supporto. I notai scrivono le loro minute su carta (sono i cosiddetti protocolli), ma se devono scrivere un documento o un registro comunale o, infine, un libro da leggere utilizzano la pergamena. Petrarca? Il “codice degli abbozzi” è cartaceo, l’“originale” del Canzoniere è membranaceo. E anche per le sue lettere lui preferiva la pergamena, unica materia degna di quel latino ciceroniano. L’unica lettera autografa superstite di Boccaccio, scritta in età matura (1366), è in volgare e su carta.Sotto il profilo grafico, se nel Trecento la situazione italiana era sì articolata ma anche organizzata, con il Quattrocento il panorama s’ingarbuglia. Tuttora ben riconoscibili sono i tre tipi della gotica, dell’antiqua e della mercantesca. I notai invece perdono la loro scrittura di status trecentesca e si rivolgono alle più svariate e informi grafie; negli uffici e nelle cancellerie invalgono le scritture di matrice umanistica. La massa della produzione libraria gravita verso la gotica: ma si tratta per l’appunto di una generica propensione, di un’aria di famiglia; ai libri in gotica “formata” si contrappone un coacervo di mani individuali del tutto ingovernabile. La paleografia, qui, perde la bussola. Per chi fa cataloghi di manoscritti quattrocenteschi, la parola d’ordine è di non descrivere, né tanto meno battezzare, la scrittura.

Dalla penna al torchio al computer allo smartphoneNon si tratta solo dei limiti della scienza paleografica. Dalla metà del Quattrocento, e più ancora col nuovo secolo, la scrittura a mano perde il suo principale riferimento: il testo, il libro non si scrive più, si stampa. Con ciò perde molto senso fare storia della scrittura a mano, intesa come insieme strutturato organicamente alle condizioni generali di cultura. Con le scritture dell’età moderna non si può fare paleografia nel senso tipologico e formale. Mentre i notai vanno per conto loro, mantiene una qualche organicità soltanto la scrittura delle cancellerie e degli uffici, solidamente attestata nelle forme della ‘lettera cancelleresca’: a questa erano soprattutto dedicati i trattati di scrittura o, se si vuole, di calligrafia, che, in apparente contraddizione con quanto si va dicendo, ebbero una grande diffusione nel Cinquecento. Ma nella piena età moderna anche quella si smarrisce, a vedere i guazzabugli illeggibili di certi registri burocratici (mentre altri, beninteso, attingono livelli di piena dignità). Delle grafie poi degli scriventi comuni, semplicemente alfabetizzati, non mette conto parlare: quanto all’Italia, perché altrove le cose andarono in modo diverso. I modelli comuni appresi a scuola, quando siano tali, sono lasciati al loro destino: chi scrive poco li imiterà faticosamente per tutta la vita, chi scrive molto li stravolgerà nella sua personale grafia. Un qualche disciplinamento si ebbe soltanto tra fine Settecento e inizio Novecento, con quella scrittura fortemente inclinata e smagrita tipica, ad esempio, dell’epistolografia femminile, ripresa dalla corsiva inglese.Sta di fatto che dal Cinquecento in poi la storia della scrittura a mano è fatta di tante progressive riduzioni del suo ambito d’uso. Adottiamo le formule coniate allora per descrivere la nascita della stampa a caratteri mobili: l’ars manualiter scribendi è poco a poco sostituita da tante forme di ars artificialiter scribendi. Prima di intraprendere questa scorribanda conclusiva, vale la pena ricordare che anche la scrittura a mano è un’attività in qualche modo tecnologica, perché le tre dita nulla potrebbero fare senza la penna, l’inchiostro, la carta. E anche la penna, che a sua volta aveva soppiantato il calamo, scomparve tra Otto e Novecento, sostituita prima dal pennino metallico, prodotto a Birmingham a partire dal 1830 e in uso da noi fino a sessant’anni fa; poi dalla penna stilografica, che otteneva il miracolo di eliminare il calamaio, il più disagevole dei tre strumenti; poi dalla penna biro (dal nome dell’inventore, Lászlo Biro, ungherese emigrato in Argentina), ossia la penna a sfera metallica rotante. Né si dimentichino, ultimi depositari dell’arte calligrafica, l’aristocratica stilografica a sfera e il democratico pennarello.Ma torniamo alle “rivoluzioni inavvertite”, come fu definita da Elizabeth Eisenstein nel 1979 l’invenzione gutenberghiana. Prima rivoluzione, dunque, la stampa a caratteri mobili. Che a sua volta ha una sua storia molto ricca, se è vero che il piombo è oggi cosa dimenticata. Essa, ricordiamolo, fu introdotta in Italia tre lustri dopo Gutenberg, nel 1465, ad opera di Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz. Inutile spender parole su questa innovazione, se non per dire che la storiografia più avvertita mette in guardia dai trionfali ottimismi: la stampa portò sì una formidabile espansione della cultura scritta e della lettura, ma fu anche un forte fattore di disciplinamento e di selezione.Poi la dattilografia, la scrittura meccanica individuale. L’invenzione della macchina da scrivere si deve a livello industriale a Eliphalet Remington, un fabbricante d’armi, nel 1873; a lungo prerogativa degli uffici pubblici, delle segreterie, degli studi professionali, essa inondava (si fa per dire) l’Italia alfabetizzata con la Olivetti Lettera 22, inventata da Marcello Nizzoli nel 1950. La portatile olivettiana significò per la scrittura quello che fu la Seicento nell’Italia del boom.Poi i computer, che hanno eliminato dalla scrittura ogni elemento di materialità e minacciano di far scomparire anche il libro, dividendo il pubblico dei lettori tra la nostalgia, la maggioranza, e l’entusiasmo, una minoranza per ora. Accontentiamoci di annotare due altre scomparse. Una è già avvenuta, ed è la scomparsa della minuta d’autore; la seconda è annunciata, ed è la scomparsa della lettera, che prima o poi sarà azzerata dalla posta elettronica e dai messaggini.Proprio i messaggini sono l’ultima rivoluzione: questa avvertita anzi avvertitissima, il più delle volte con fastidio. Ma almeno si dovrà appuntare che essi segnano la grande riscoperta dello scrivere, fuori della scuola, da parte dei giovani. Né dispiace rilevare le innovazioni che la scrittura digitale ha introdotto. Per esempio la reimmissione come lettera dell’alfabeto comune del k, un po’ come avvenne alle origini del nostro volgare. Per esempio, abbreviazioni e compendi e contrazioni, tali da far definire questo scrivere una brachigrafia sui generis. Resisterà la firma, poiché non ce la toglierà mai la firma elettronica; resisteranno, invincibili, le scritte sui muri; resisteranno le scritture libere, quelle private e segrete, e le scritture obbligate, come i compiti a scuola. E, chi lo sa, qualcuna tra queste scritture potrà ancora darci l’emozione delle più antiche attestazioni volgari, dei dolenti biglietti delle donne fiorentine del Quattrocento, o delle lettere dei nostri emigrati e dei soldati della Grande Guerra.

Attilio Bartoli Langeli Dal periodico dell’Accademia della Crusca La Crusca per voi, (49, dicembre 2014)

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Esibite, occultate, immaginate

Il Festival del Medioevo in anteprima a Passignano sul Trasimeno:

Sabato 8 giugno | ore 17.00 | Lungolago del Pidocchietto

Esibite, occultate, immaginate

Storie di donne nel Medioevo

(foto: Christian Gatti)

Ore 17.00 Saluti istituzionali | Sandro Pasquali, sindaco di Passignano sul Trasimeno – Paola Cipolloni, assessore alla cultura – Federico Fioravanti, ideatore del Festival del Medioevo

Ore 17.15 Jacopo Mordenti | Le mie migliori nemiche. Il conflitto fra il Comune perugino e il Trasimeno nel programma allegorico della Fontana Maggiore di Perugia (1278)

Ore 18.00 Sara Piccolo Paci | L’abito femminile nella seconda metà del Quattrocento. Appunti intorno alla rievocazione storica

Ore 18.45 Glauco Maria Cantarella | Visibili e invisibili: tre donne davanti al potere. Matilde di Canossa, Adelaide del Vasto contessa di Sicilia e regina di Gerusalemme, Elvira di Castiglia regina di Sicilia (1046-1134)

Modera Federico Fioravanti

Evento in collaborazione con il Comune di Passignano sul Trasimeno e Ente Palio delle Barche.

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Mille e non più mille

Una ironica previsione del tempo per il 21 dicembre 2012

L’ultima volta che doveva finire il mondo è stato il 21 dicembre 2012. Ce lo avevano promesso i Maya, e invece poi non se ne è fatto niente.

Prima di allora era stato nel 2000, ma erano tutti troppo occupati a festeggiare e anche quella volta non c’è stato verso di veder distrutti pianeta e razza umana, quantunque tra riscaldamento globale e terrorismo internazionale il nuovo millennio, qualche premessa, si è almeno premurato di crearla.

Tuttavia la più celebre non fine del mondo resta sempre quella dell’anno Mille: allora sì che folle immense si raccoglievano in preghiera e in penitenza in attesa che la mezzanotte incenerisse tutto; altro che fuochi d’artificio e dirette televisive.

Mano a mano che l’anno fatidico si avvicinava, il mondo si preparava a chiudere la propria storia: l’apocalittico conto alla rovescia impediva di fare progetti, e allora ci si concentrava unicamente sulla salvezza dell’anima, cercando di farsela trovare il più pulita possibile per il giorno del giudizio.

“Nel Medioevo era universale credenza che il mondo dovesse finire con l’Anno Mille dall’Incarnazione” afferma Jules Michelet nella sua Storia di Francia apparsa nel 1833. E prosegue: “In quei tempi di miracoli e leggende, il meraviglioso faceva parte della vita comune. L’esercito di Ottone aveva visto il sole scolorirsi e re Roberto, scomunicato per aver sposato la cugina, si era ritrovato tra le braccia un mostro, quando la regina aveva partorito. Il diavolo non si preoccupava neanche di nascondersi: non era stato forse visto presentarsi a Roma davanti a un papa mago? Fra le tante apparizioni, visioni, voci strane, miracoli di Dio e prodigi del demonio, chi poteva dire se la terra non si sarebbe dissolta un mattino al suono della tromba fatale?”.

Nessuno lavorava più nei campi mentre le chiese erano sempre più affollate. Negli ultimi mesi del 999, poi, il mondo si ferma del tutto: l’intera popolazione mondiale è riunita in preghiera ad aspettare la fine. Tutti sono lì che aspettano l’alba del tramonto dell’universo.

Compagnia in processione in una miniatura tratta dalla cronaca di Tournai di Gilles Li Muisis (sec. XIV)

Tutti tranne uno: papa Silvestro II, che proprio il 31 dicembre 999 emana una bolla in cui conferma vari privilegi ad un monastero tedesco, vincolandolo all’obbligo di pagare, in futuro, dodici denari ogni anno. In futuro? Ma quale futuro? Proprio il papa, che dovrebbe conoscere meglio di ogni altro i progetti dell’Altissimo, è l’unico a non sapere non ci sarà alcun futuro?

No, in effetti, non è proprio l’unico: gli storici hanno ritrovato un documento notarile con cui, nello stesso periodo, viene stipulato un canone di affitto tra il monastero di Tortona e due fratelli agricoltori; l’abate si prende l’onere di affittare terreni di proprietà del monastero ai due fratelli per la durata di 29 anni.Ventinove anni? O la Chiesa ci prende in giro o c’è qualcosa che non torna. Sarà mica che il terrore dell’anno Mille non è altro che l’ennesima bufala sul Medioevo confezionata nell’Ottocento, come il terrapiattismo, la cintura di castità e lo Ius primae noctis?Secondo Georges Duby decisamente sì: i terrori dell’anno Mille sono solo frutto di una leggenda romantica: “Gli storici del XIX secolo hanno pensato bene di ricostruire l’attesa dell’anno Mille in termini di panico collettivo, falsando la storia”.

L’allegorico affresco del Trionfo della Morte (Maestro del Trionfo della Morte, sec. XV, Palermo, Galleria di Palazzo Abatellis)

“V’immaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno Mille? – dice da parte sua Giosuè Carducci nel 1868, all’inizio del suo primo discorso sullo svolgimento della letteratura nazionale – Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi un miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo? E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accasciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e nei chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormoni per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno Mille!”.

Eppure proprio nello stesso secolo arrivano anche le prime smentite: nel 1873, appena cinque anni dopo il discorso di Carducci, viene pubblicato in Francia il primo articolo che sfata il mito: I pretesi timori dell’anno Mille di Francois Pleine: un prete antimodernista impegnato a difendere la Chiesa dall’accusa di aver diffuso timori e superstizioni durante il Medioevo.

D’altra parte l’unica fonte medievale a citare la paura della fine del mondo è Abbone di Fleury, abate e grande intellettuale, che nel 998 racconta come in Francia girassero da anni predicatori che annunciavano l’apocalisse per la fine del secolo.

Silvestro II fu papa dal 999 al 1003. Grande studioso, contribuì a diffondere in Europa le conoscenze scientifiche arabe, in particolare al matematica e l’astronomia

Attenzione, però: religiosi che profetizzavano la fine del mondo ce ne sono sempre stati. Gesù Cristo stesso lo aveva fatto, mille anni prima, e già allora – secondo lui – il giorno del giudizio era vicino. Cosa si intenda per vicino, però, nessuno lo hai mai precisato e di certo nessun annuncio escatologico ha messo una data di scadenza alla fine del mondo.

Peraltro, nessuno nell’anno Mille poteva essere terrorizzato dalla fine del mondo nell’anno Mille per un motivo molto semplice: quasi nessuno nell’anno Mille sapeva di stare nell’anno Mille.Il computo degli anni dall’incarnazione di Cristo viene introdotto intorno al 500 da Dionigi il piccolo, che calcola l’anno di nascita di Gesù nel 753 dalla fondazione di Roma. Nel corso del Seicento l’era cristiana viene utilizzata in Italia nelle tavole di cicli pasquali e nelle cronache, per finire infine anche nei documenti pubblici e privati. Nel Settecento si trova negli atti dei sovrani franchi e inglesi, mentre solo nel corso del Novecento si impone in gran parte dell’Europa occidentale. In Italia il primo atto pontificio datato con l’era cristiana risale al 968 mentre l’uso di contare gli anni anche “avanti Cristo” verrà adottato solo nel XVIII secolo. Quando il Mille si avvicina, quindi, l’Anno Domini ha appena preso piede, pur restando affiancato – in tutti i documenti – da altre numerazioni tradizionali, come l’anno di regno del sovrano e quello di indizione, che indica la numerazione dell’anno all’interno di un ciclo di quindici.

Giosuè Carducci (1835-1907)

Non bisogna pensare dunque all’Anno del Signore come ad una sorta di ora legale, che una volta introdotta cambia la vita di tutti i cittadini, quanto piuttosto ad uno strumento tecnico utilizzato esclusivamente dagli addetti ai lavori, un po’ come potevano essere i computer negli anni Ottanta.Il fatto quindi che il calendario secondo l’era cristiana – nel X secolo – era utilizzato in gran parte dell’Europa occidentale, non significa certo che l’intera popolazione fosse cosciente di essere nell’anno Mille. E forse non lo erano nemmeno, in qualche modo, quelli che lo scrivevano nei loro documenti.

Nella nostra epoca ossessionata dal tempo l’anno solare da semplice computo è diventato un valore assoluto: noi diciamo di “essere” nell’anno 2019, come se fosse l’anno a misurare la nostra vita e non il contrario. Nel Medioevo dicevano, piuttosto, “sono passati 1000 anni dall’incarnazione di Cristo”.

Insomma l’anno era uno strumento di misurazione, non un riferimento universale; all’uomo comune medievale il numero dell’anno interessava assai poco: il tempo medievale è un tempo ciclico, scandito dalle stagioni; per il contadino o il pastore gli anni sono più o meno tutti uguali e assegnargli un numero interessa solo a chi deve compilare cronache o documenti. Non a caso, se oggi sulle tombe si scrive la data di nascita e quella di morte, nelle lapidi antiche viene indicata piuttosto l’età del defunto, a volte in modo anche estremamente preciso (con anni, mesi e giorni).

Insomma nel X secolo ognuno si misurava il suo, di tempo – l’uomo di strada come il papa e l’imperatore – e poco poteva interessare l’idea di “essere arrivati” al fatidico anno Mille.

Ma dove nasce allora la leggenda? Principalmente dal cosiddetto millenarismo; che, però, con l’anno Mille c’entra quanto le profezie dei Maya con la fine del mondo.

Nell’Apocalisse di Giovanni c’è scritto effettivamente: “Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della Terra”.

I dannati nel Giudizio universale di Luca Signorelli (1499-1502)

Anche una lettera di Pietro fa riferimento ai mille anni e Agostino per primo parla del “millennio” come il periodo che intercorre tra la venuta di Cristo e la fine del mondo; che non necessariamente, però, deve durare mille anni. Anche perché, come annota Abbone nel 998 criticando i predicatori che annunciano la fine del mondo: “Basta aprire la Bibbia, per constatare come Gesù abbia detto che mai si sarebbe saputo il giorno, né l’ora”.Pur scrivendo appena due anni prima, dunque, Abbone dimostra di prendere l’imminente apocalisse anche meno seriamente di quanto avrebbero fatto gli uomini del XXI secolo per quella del 2012.

Insomma la predicazione escatologica – che attraversa tutta la storia cristiana – non ha nulla a che fare con le superstizioni legate all’anno Mille; inventate, guarda caso, alla fine del Quattrocento, quando gli umanisti rinnegano gli anni che li hanno preceduti descrivendoli come un’epoca buia in cui l’ignoranza e le superstizioni la facevano da padrone. L’attesa della fine del mondo viene concepita così quasi come una sorta di antitesi al Rinascimento, con gente ottenebrata dal senso della morte e dalle innumerevoli e insensate paure.

Tuttavia, se la fine del mondo non c’è stata, a leggere Sigeberto di Gembloux ci si era andati vicino: “Si videro in quei giorni – narra nella sua Chronographia – molti prodigi, uno spaventoso terremoto e una cometa dalla coda folgorante: la sua luce accesa e intensa giunse fin dentro le case e nel cielo si formò l’immagine di un serpente”.

Il diavolo raffigurato da Giotto di Bondone nel Giudizio universale afferscato nella Cappella degli Scrovegni (1306, Padova)

L’autore aveva trovato menzionato il terremoto negli Annali Leodienses, mentre degli altri particolari non si conosce la fonte. In ogni caso Sigeberto è nato nel 1030 e scrive all’inizio del XII secolo, quindi tutte le sue informazioni sono almeno di seconda mano. Eppure sarà proprio il suo testo la base utilizzata nel 1514 da Johann Heidenberg per costruire la leggenda del “Mille e non più Mille” negli Annali di Hirsau: “Nell’anno Mille dell’incarnazione violenti terremoti fecero tremare l’Europa intera, distruggendo edifici solidi e magnifici. Lo stesso anno apparve nel cielo un’orribile cometa. Molti al vederla credettero che fosse l’annunzio dell’ultimo giorno”.

Di terrore e attesa del giudizio, in realtà, la cronaca di Sigeberto non dice nulla. D’altra parte in nessun altra cronaca dell’anno Mille se ne fa il minimo accenno, dagli Annali di Benevento a quelli di Verdun. Rodolfo il Glabro, che nell’anno Mille aveva quindici anni, racconta una serie di sciagure che funestarono tutto il primo decennio: malattie, morti, terremoti e un incendio che danneggiò la basilica di San Pietro a Roma, ma non un singolo accenno alla fine del mondo. Negli Annali di Saint-Benoit-sur-Loire si dedica ampio spazio all’anno 1023 che viene segnalato per inondazioni insolite, un miraggio, la nascita di un mostro che i genitori affogano, ma sull’anno Mille neanche una parola.

Intanto, nell’anno 847 a Magonza si era diffusa la voce che ci fosse una donna capace di pronosticare con esattezza la fine del mondo. La fattucchiera attira folle di plebei e quando il vescovo decide di interrogarla personalmente, quella ammette di essersi inventata tutto per fare un po’ di soldi, peraltro istigata da un prete.

Eppure qualcosa, in quel momento cruciale della storia del mondo, deve pur essere successo: perché anche senza apocalisse e senza isterie collettive, l’anno Mille resta lo spartiacque tra l’alto e il basso Medioevo, tra l’epoca feudale – nel corso della quale la civiltà romana era stata distrutta dalle invasioni barbariche – e l’epoca dei Comuni, quella che sotto il profilo politico, artistico e scientifico ha traghettato il mondo nell’Epoca Moderna.

A questo proposito Saverio Bettinelli, gesuita e scrittore italiano, pubblica nel 1773 un’opera dal titolo Del Risorgimento d’Italia negli studi, nelle arti, e ne’ costumi dopo il Mille, dove rimarca il fatto che nel primo millennio, dal punto di vista culturale, non ci fosse praticamente nulla.

Le lingue, la letteratura, le nazioni d’Europa – notavano gli uomini del Rinascimento – sono nate tutte dopo l’anno Mille. E la risposta che si danno sta proprio nella paura: l’uomo aveva atteso il millennio pensando che fosse la fine, e invece aveva trovato l’inizio.

E così, da tramonto della Storia, l’anno Mille si era trasformato nell’alba di una nuova civiltà: la nostra.

Arnaldo Casali

Letture consigliate

George Duby, Mille e non più mille, Rizzoli, 1994Edmond Poignon, La vita quotidiana dell’Anno Mille, Rizzoli, Milano 1989Abbon de Fleury. Philosophie, sciences et comput autour de l’an mil in Cahiers du Centre d’Histoire des Sciences et des Philosophies Arabes et Médiévales, Parigi, 2006.A. Barbero, C. Frugoni, Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini, Laterza Editore, Roma-Bari 1999.A. Ghisalberti, Filosofia Medievale. Da Sant’Agostino a San Tommaso, Giunti Editore, Firenze 2006.

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La cintura di castità

Alessandro il Grande e Campaspe nello studio di Apelle (Tiepolo, 1725-26)

Si racconta che Apelle, il celebre pittore greco, dovesse partire di casa per andare a fare un ritratto a Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno.Siccome la moglie era giovane e bella e lui non si fidava di lasciarla sola, le fece indossare una cintura di castità per tutto il tempo della sua assenza. Per evitare che qualcuno la aprisse a sua insaputa, poi, la sigillò con il dipinto di un caprone; al quale, però, ebbe cura di non fare le corna. Appena il maestro fu partito il suo migliore allievo accorse subito dalla moglie, le tolse la cintura di castità e divenne il suo amante. Poi, quando Apelle stava per tornare, le rimise la cintura e ci dipinse sopra il caprone: era il suo allievo migliore e lo fece assolutamente identico a quello originale, salvo che per quel dettaglio che il pittore aveva volutamente dimenticato.Così, quando Apelle tornò e vide il disegno, capì quello che era successo e disse alla moglie: “Vedo che mi avete messo le corna!”.

Tra le molte leggende nate per spiegare l’espressione principe sinonimo di tradimento, questa di Apelle – come il celebre scioglilingua che lo vede alle prese con una palla di pelle di pollo – è senza dubbio tanto deliziosa quanto poco credibile. Per un motivo molto semplice: al centro del racconto c’è un falso storico. La cintura di castità, infatti, non è mai esistita. Nemmeno, a dispetto dei tanti luoghi comuni, al tempo delle crociate.

Inutile che continuiate a grattarvi la testa cercando di ricordare in quale museo ne avete vista una: tanto davanti agli occhi continuate ad avere solo l’immagine di Fantozzi che, tornato dalla guerra, caccia di casa la bamb(u)ina e si avventa sulla consorte esclamando: “Pina, dodici anni!”. Salvo poi schiantarsi su un rumore metallico, e finire dal fabbro Filinus in cerca di una copia della chiave perduta.

Uno dei falsi storici conservato al Sex Machines Museum di Praga

Secondo la tradizione la cintura di castità veniva infatti fatta indossare dai cavalieri in partenza per il Santo Sepolcro alle proprie mogli, per assicurarsene la fedeltà durante la loro assenza. Si tratterebbe di fasce metalliche flessibili in grado di coprire i genitali e poi chiuse con lucchetti. In qualche caso, questi strani arnesi diventavano veri e propri strumenti di tortura dotati di denti acuminati, che ingabbiavano i genitali e costringevano a desistere da intenti lussuriosi persino il più focoso degli amanti.

La verità è che la cintura di castità è un’invenzione squisitamente contemporanea: oggi se ne trovano in commercio di ogni genere, sia maschili che femminili e sono ricercatissime dagli amanti di bondage e del sadomasochismo che le usano per affiancare catene, guinzagli, tacchi affilati e fruste. In commercio ne esistono di ogni foggia e materiale, vengono vendute soprattutto online e i prezzi variano da poche decine a centinaia di euro.

Nel gennaio del 2016, a Padova, una donna sessantenne, con un certo imbarazzo, ha dovuto chiedere l’intervento dei vigili del fuoco perché mettessero in salvo le sue parti basse, intrappolate in una cintura di castità del cui lucchetto aveva sventuratamente smarrito la chiave. Del repressivo accessorio ne esibiva un esemplare in pelle anche Ugo Tognazzi, insidiato dalle focose sorelle Mariangela e Anna Melato, nel film Casotto di Sergio Citti; nel Medioevo, però, non c’è traccia di uno strumento del genere.

Non si tratta infatti che dell’ennesima bufala divulgata nell’Ottocento per rafforzare l’idea del Medioevo come epoca oscura, barbara e maschilista. Il mito di uno strumento che impedisse i rapporti sessuali risale all’epoca romana, ma si trattava di una semplice fascia di stoffa intesa come un simbolo di castità e si ritiene che anche nel Medioevo i riferimenti alla cintura che si trovano nelle opere di Boccaccio e Rabelais fossero solo invenzioni letterarie dalla valenza simbolica.

Va detto anche che se il “Cingulum castitatis” che compare nei testi di Gregorio Magno, Alcuino di York e san Bernardo di Clairvaux è un simbolo di purezza teologica e non certo un oggetto di dissuasione erotica, la promessa di castità tra due innamorati compare solo in alcuni poemi del XII secolo, con la donna che chiede all’uomo di annodarle la camicia intorno alla vita, come patto di fedeltà. Insomma un gesto squisitamente romantico e cavalleresco, che niente ha a che fare con il famigerato strumento di continenza forzata.

Il disegno di una cintura di castità dal Bellifortis di Konrad Kyeser (sec. XV)

Il primo documento in cui si affaccia qualcosa che gli assomigli è invece il Bellifortis di Konrad Kyeser: un manoscritto del 1405 dedicato alla tecnologia militare dell’epoca, nel quale compare un congegno presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti preoccupati della loro fedeltà e descritto con commenti ironici dallo stesso autore; nessun’altra fonte però, ne conferma l’esistenza ed è probabile, quindi, che si trattasse solo di un aggeggio immaginario descritto con finalità sarcastiche.In alcune incisioni del XVI secolo si trovano invece raffigurazioni di donne con una cintura tra due uomini che si scambiano denaro; in questo caso la rappresentazione porta a pensare che la donna sia una prostituta il cui protettore apre il lucchetto solo al pagamento della prestazione, ma anche in questi casi si pensa che possa trattarsi di strumenti simbolici e non di un riferimento alla realtà quotidiana.

Come lo Ius primae noctis, anche la cintura di castità è stata dunque una sorta di leggenda satirica nel tardo Medioevo prima di trasformarsi, in epoca moderna, in un vero e proprio falso storico.Di fatto i primi esemplari iniziano ad apparire nei musei solo a partire dal 1840, ma anche quando venivano spacciati per strumenti antichi ne è stata provata la fabbricazione moderna. Al Museo d’Arte Medievale di Cluny a Parigi, per esempio, era esposta una cintura che si diceva fosse appartenuta alla regina di Francia Caterina de’ Medici (1519-1589) e solo nel 1990 i responsabili del museo si sono accorti che si tratta di un falso risalente al XIX secolo.

Va detto però che nel corso dell’Ottocento nei paesi anglosassoni le cinture di castità vengono prodotte veramente e usate dalle donne per proteggersi dal rischio di stupro o imposte agli adolescenti per impedire la masturbazione. Agli inizi nel Novecento sono registrati i primi brevetti e in qualche caso il prodotto viene pubblicizzato come strumento per assicurarsi la fedeltà delle mogli, trasformando così in realtà quello che fino ad allora era stato solo un mito.Ancora una volta, quindi, un simbolo del Medioevo feudale e selvaggio si svela essere un prodotto squisitamente moderno che niente ha a che fare con i racconti di cui è protagonista.

D’altra parte ci sono molti motivi per cui, anche volendo, i crociati non avrebbero mai potuto utilizzare la cintura di castità con le proprie mogli. Il primo problema che si pone è quello dell’igiene: l’apparecchio prevede piccole aperture per l’espletazione dei bisogni fisiologici, ma non tiene conto di ferite e infezioni che in tempi molto rapidi avrebbero fatto sopraggiungere la morte di chi la indossasse.In secondo luogo, è plausibile che prima di partire i cavalieri si accoppiassero con le proprie mogli, magari nella speranza di trovare un bambino al loro ritorno, ed è evidente che la presenza di una cintura di ferro avrebbe impedito il parto. Che dire poi delle numerose poverette che, avendo perso il marito in guerra e dunque anche la benedetta chiave, avrebbero dovuto portare addosso quella fastidiosa ferraglia per tutta la vita? Tutto questo senza contare l’obiezione più semplice: qualunque serratura medievale poteva essere aperta da un fabbro in pochi secondi.

Leggi anche l’articolo Mettere le corna

Archiviata l’ennesima bufala medievale, nel frattempo forse qualcuno si sta ancora chiedendo da dove ha origine, invece, l’espressione “cornuto”, visto che con la cintura di castità – evidentemente – non c’entra nulla. Ebbene, sono due le tradizioni, una mitica e una storica: quella mitica la attribuisce alla passione per un toro sacro da parte di Pasifae, moglie del re di Creta Minosse. Per potersi accoppiare con il toro la regina si era fatta costruire da Dedalo addirittura una sorta di maschera da mucca in legno: dalla singolare storia d’amore era nato da una parte il Minotauro e dall’altra l’attributo di “cornuto” per Minosse.La versione storica dell’etimologia, invece, ci porta proprio nel Medioevo, nella corte di Bisanzio: Andronico I Comneno, imperatore d’oriente dal 1182 al 1185, aveva l’abitudine di portarsi a casa le mogli dei nemici e poi – in segno di sfregio – appendeva sui palazzi delle vittime le teste di cervi uccisi durante le innumerevoli battute di caccia.Tutto questo finché, a finire appesa su un palazzo, non fu la sua, di testa. Forse non cornuta, ma di sicuro mozzata.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura

Piero Angela, Alessandro Barbero, Dietro le quinte della storia, Milano, RCS Libri, 2012.Pietro Lorenzoni, Storia segreta della cintura di castità, Pontecorboli Editore, 1989.Le cinture di castità ovvero mezzi meccanici per assicurare la fedeltà della donna. Ricerche storiche (rist. anast. Roma, 1893), Libreria Piani, 2011.Albrecht Classen, The medieval chastity belt. Mith-making process, Palgrave Macmillan, 2007.A. F. Palmieri-Marinoni, Draghi, calzamaglie e cinture di castità. Il Medioevo tra realtà e fantasia, Lubrina-LEB, 2019.

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La favola dello Ius primae noctis

Particolare della Fontana della giovinezza, affrescata nel Castello di Manta (Cuneo) da Giacomo Jaquerio e allievi (1375-1453)

È il sogno proibito del laido padrone, il modello più ambito di ogni ricco racchio predatore seriale: da don Rodrigo a Weinstein passando per il Caimano e il proprietario della filanda.

“Una straordinaria fantasia – secondo Alessandro Barbero – a cui hanno creduto così tanto che c’era quasi il rischio che qualcuno volesse metterlo in pratica davvero”.

È lo Ius primae noctis, ovvero l’imposta indecente: il più celebre e il più fasullo simbolo del feudalesimo e uno dei luoghi comuni più noti del Medioevo che, al pari di “colleghi” come il terrapiattismo, la caccia alle streghe, la cintura di castità e il terrore dell’anno mille, è totalmente falso, frutto di quell’immagine creata dal Rinascimento dell’Età di Mezzo come epoca buia per antonomasia, dominata da superstizioni e barbarie.

Il “diritto della prima notte”, secondo la leggenda, concedeva al feudatario il privilegio di deflorare le proprie serve della gleba, riservandogli la possibilità di passare con la sposa novella la prima notte di nozze al posto del legittimo consorte.

Ebbene no: tutto falso. Il diritto alla prima notte non è mai stato concesso a nessun sovrano, né tanto meno ad alcun signorotto, nemmeno nell’epoca o nella regione più barbara del mondo.

Questo non toglie certo che stupri di serve o contadine fossero all’ordine del giorno nel Medioevo, come – d’altra parte – lo sono stati in ogni epoca e lo sono ancora oggi, in tutti i contesti in cui sopravvivono situazioni di sudditanza, sociale o psicologica che sia.

Se c’è però qualcosa che ha sempre arginato il fenomeno, in realtà, è proprio il matrimonio; che, lungi dall’essere la cornice in cui l’abuso viene formalizzato, rappresentava – e rappresenta tutt’ora nelle società arretrate – l’unica garanzia di protezione per una ragazza.Ancora oggi in India, ad esempio, la donna sposata è intoccabile, mentre la ragazza nubile è di fatto a disposizione dello stupratore che, peraltro, una volta consumato l’atto è costretta a sposare, se vuole evitare lo scandalo e mantenere l’onore.

Le droit du Seigneur ( Vasilij Dmitrievič Polenov, 1874)

D’altra parte se lo Ius primae noctis fosse davvero esistito, don Rodrigo – nei Promessi sposi – avrebbe cercato di forzare il matrimonio tra Renzo e Lucia per poter finalmente abusare di lei, anziché adoperarsi tanto per impedirlo.La leggenda, quindi, potrebbe essere stata alimentata forse anche dalla frustrazione dei tanti Rodrigo che, nel corso dei secoli, con il matrimonio delle loro suddite vedevano sfumare un sogno erotico e un certo delirio di onnipotenza, favoleggiando – e forse in qualche caso rivendicando – un antico diritto in realtà mai goduto da alcuno.

La verità è che se gli storici sono concordi nel sostenere che lo Ius primae noctis non sia mai esistito, non lo sono altrettanto nel ricostruire l’origine della leggenda.

La teoria più accreditata vede il mitico privilegio affondare le radici nelle tasse sul matrimonio che venivano effettivamente pagate dai servi della gleba ai propri signori.Secondo Régine Pernoud l’uso di reclamare un’indennità pecuniaria del servo che, sposandosi, lasciava il proprio feudo per trasferirsi in un altro, si afferma nel corso del decimo secolo. Nel Cinquecento, però, alcuni giuristi, studiando questa tassa riservata a persone di condizione non libera, hanno ipotizzato che tale forma evoluta di pagamento costituisse l’esito della progressiva civilizzazione di un’usanza ben più barbara e tremenda; usanza che, tuttavia, non è mai stata documentata.

Nello stesso periodo il filosofo scozzese Hector Boece riporta il decreto di re Evenio III secondo cui “il signore delle terre può disporre della verginità di tutte le ragazze che le abitano”. Secondo la tradizione era stata santa Margherita di Scozia a far rimpiazzare lo Ius prime noctis con una tassa sul matrimonio. Peccato, però, che Evenio sia un re leggendario, e il suo decreto un mito.

La Mugnaia del carnevale di Ivrea: secondo la leggenda, avrebbe approfittato dello Ius primae noctis per uccidere il barone che opprimeva la città

Alcuni antropologi sostengono poi che il diritto della prima notte possa essere considerato la degenerazione di un rituale arcaico effettivamente esistente in molte società, dove la verginità femminile era considerata un tabù talmente forte da poter essere rimosso solo da uno sciamano, un re o un personaggio particolarmente potente; qualsiasi altro uomo, infatti, sarebbe rimasto ucciso dall’energia scaturita dalla donna durante il primo rapporto. Rituali prematrimoniali di deflorazioni di vergini esistono in effetti nell’antica Mesopotamia e nella Libia del VI secolo a.C., ma anche nel Tibet medievale. “La gente di queste parti – scrive Marco Polo nel Milione – non è avvezza a sposare le ragazze fino a quando queste sono ancora vergini, ma al contrario desiderano che abbiano avuto affari con molti di sesso opposto”.

A differenza del diritto della prima notte europeo, però, queste forme di deflorazione non sono privilegi di un tiranno imposti ai servi, ma – al contrario – rituali collettivi che vedono donne e mariti perfettamente consenzienti.

Il presunto Ius primae noctis resta quindi senza precedenti e senza attestazioni: nonostante questo continua a nutrire per secoli non solo la leggenda ma persino festività cittadine ricollegate a mitiche ribellioni contro signori locali che avevano tentato di imporre l’infame diritto. Tra questi si può ricordare il Carnevale di Ivrea, dove si celebra la bella mugnaia Violetta, che avrebbe approfittato proprio dello Ius primae noctis per uccidere il barone che opprimeva la città; ma anche a Sant’Agata di Puglia, Rocca Scalena in Abruzzo, Montalto Ligure, Cuneo e Nizza Monferrato si raccontano storie simili.

Se siamo però così certi che questo privilegio non è mai esistito, è perché la società medievale è fondata sul diritto, e in particolare sul diritto romano, e non ci manca assolutamente il materiale che possa testimoniare le leggi che la regolavano. Abbiamo un’enormità di documenti riguardanti i doveri e le tasse che i contadini dovevano al loro signore: conosciamo i termini dei contratti stipulati e anche le varie rivolte intraprese contro i loro padroni, quando non ritenevano più giusto pagare per questo o quel diritto signorile. Tuttavia, non troviamo traccia alcuna di questo speciale diritto.

I giovani novellatori del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse (1916)

D’altra parte lo Ius primae noctis non solo è assente dai documenti, ma anche dalla letteratura medievale, nella quale non mancano certo le novelle che parlano di sesso, basti pensare al Decameron che ha dato addirittura il nome ad un intero genere letterario e cinematografico: quello “boccaccesco”. Nelle novelle a sfondo erotico si parla di tutto: del prete che ci prova con la parrocchiana, delle suore che ci provano con il servo del monastero, di amori contrastati e innamorati trucidati da un padre possessivo o da un marito geloso, o ancora dell’avventuriero di passaggio che viene ospitato dal contadino al quale insidia la figlia, e così via. Ma non c’è traccia di padroni che si avvalgono – o tentano di avvalersi – di un tale genere di diritto.

Di fatto se ne comincia a parlare solo alla fine del Quattrocento, proprio nelle cronache che raccontano le fondazioni delle città ad opera di gruppi di contadini che spesso abbandonavano il villaggio per fuggire dalle angherie dei loro signori.

Rebaccini di Cuneo, compilando la storia della sua città a più di trecento anni dalla fondazione, ricorda come erano duri e tristi i vecchi tempi prima dell’abbandono del villaggio ed elenca tutta una sfilza di gravi colpe di quei signori, come il non permettere di fare testamento, l’applicazione di svariate tasse, i dazi per l’attraversamento dei ponti, per macinare il grano, le taglie. E non solo: “…sottomettendo la ragion alla libidine e sensualità, defloravano le figlie de sudditi e parimenti le spose, persuadendo a sudditi che fosse loro antica ragione e privilegio lor concesso…”.

La sua prima apparizione ufficiale, dunque, lo Ius primae noctis la fa alla fine del Medioevo come leggendaria rivendicazione di un ancor più leggendario e antico privilegio. Che, tuttavia, appare un diritto all’abuso piuttosto generico, e non specificamente legato alla prima notte di nozze.

Siamo già in presenza, comunque, della delegittimazione del Medioevo da parte di uomini che si sentono già in pieno Rinascimento. Da quel momento, non a caso, lo Ius primae noctis torna sempre per contrapporre i tempi antichi selvaggi e tenebrosi al presente civile e radioso.

Anche nella trama del best seller I pilastri della Terra, di Ken Follett (1989) lo Ius primae noctis ha un ruolo

La cosa più curiosa è che il privilegio, così come lo conosciamo oggi, in realtà con il feudalesimo non c’entra proprio niente, visto che viene attribuito dai conquistatori delle Americhe agli indigeni: l’ammiraglio Cortes nella relazione pubblicata da Lopez de Gomora all’interno della Storia Generale delle Indie Occidentali e delle Nuove Terre Scoperte accusa i nativi dell’isola di Cuba di concedere il diritto da parte del capo tribù locale, di giacere la prima notte di nozze con la donna che si sposa; e ne parla così scandalizzato da considerare, con ogni evidenza, che un atto del genere in patria non sia nemmeno pensabile.

Eppure le ripetute smentite degli storici, come nel caso delle altre radicatissime bufale sul Medioevo, non hanno impedito che dello Ius primae noctis si continui a parlare tanto nella narrativa quanto nel teatro e nel cinema: dalla commedia Le droit du seigneru or Lécueil du sage di Voltaire, scritta nel 1762, a Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais del 1778 – da cui Mozart ha tratto la sua opera – alla commedia boccacesca Jus primae noctis con Lando Buzzanca firmato Pasquale Festa Campanile e Neri Parenti nel 1972 fino al kolossal premio Oscar Braveheart di Mel Gibson e al romanzo La cattedrale del mare dello spagnolo Ildefonso Falcones, passando per 1984 di George Orwell e Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain del 1889.

Più che una tassa sessuale da pagare al proprio signore, allora, lo Ius primae noctis è diventata piuttosto la tassa in bufale da pagare alla propria ignoranza. E al grande successo.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura A. Barbero, Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis, Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013. A. Boureau, The Lord’s First Night: The Myth of the Droit de Cuissage, tradotto da Lydia G. Cochrane, University of Chicago Press, 1998. R. Pernoud, Luce del Medioevo, Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007. G. Sergi, L’idea di Medioevo, Roma, Donzelli, 2005. R.I. Moore, La prima rivoluzione europea: 970-1215, Roma-Bari, Laterza, 2001. U. Eco, Scritti sul pensiero medievale, Milano, Bompiani, 2012. I. Montanelli, L’Italia del Medioevo, Milano, Rizzoli, 2015.

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In punta di spilla

Fibula longobarda del sec. VII (7 cm, Parma, museo nazionale di Antichità)

Le fibule nacquero per fissare mantelli, veli e abiti ma erano anche ornamenti raffinati, che rispecchiavano il gusto del momento.

Le più antiche erano molto semplici: uno spillo e un elemento di fissaggio, di dimensioni variabili a seconda del lembo di stoffa o di pelle su cui andavano applicate.

Ma le fibule, il cui meccanismo era identico a quello delle moderne spille da balia, divennero presto un oggetto non solo d’uso quotidiano, ma anche ornamentale. Come tali, erano soggette a mutamenti di foggia, dimensioni e materiali, a seconda delle funzioni rivestite, del sesso e dello status di chi le indossava. E, ovviamente, anche della moda.

Documentate sin dall’età del Bronzo e usate da Celti ed Etruschi (che ne portarono la produzione ad altissimi livelli estetici), le fibule divennero, in età tardo-antica, molto popolari sia tra i Romani d’Oriente, e ne troviamo molte rappresentate nei mosaici che raffigurano funzionari, soldati e regnanti, per esempio a Ravenna, che tra i popoli “barbarici”, che le sfoggiavano su tuniche e mantelli come parte integrante del costume nazionale.

Grazie all’abitudine di seppellire i morti con il loro abbigliamento e corredo, a lungo caratteristico delle genti che a ondate fecero il loro ingresso nell’Impero Romano, possediamo molti esemplari di fibule che variano per forma, dimensioni, materiali e anche per la posizione di utilizzo, ricavabile confrontando i dati iconografici con quelli desunti dagli scavi archeologici.

Le fibule a staffa, di forma allungata, fissavano il mantello all’altezza delle spalle. Sovente presentano elaborate decorazioni, molto utili per la datazione dei reperti: le più antiche tra quelle pannonico-longobarde, utilizzate quasi esclusivamente per il costume femminile, presentano motivi geometrici o a spirale fino al V secolo circa, mentre da allora in poi prevalgono gli stili cosiddetti “animalistici”, che si contaminano nel contatto con il mondo mediterraneo, da cui acquisiscono i motivi a intreccio.

Fibula a forma d’aquila di arte ostrogota del 500 ca.. Parte del tesoro di Domagnano (San Marino), è ora conservata al Germanisches Nationalmuseum di Norimberga

Le fibule usate dai Goti presentano spesso un caratteristico motivo ad aquila realizzato a cloisonné, o “lustro di Bisanzio”: una tecnica di decorazione realizzata saldando al supporto della spilla piccole celle di metallo in cui si colava smalto colorato, ottenendo una sorta di mosaico. Quanto alle fibule a disco, esse erano molto diffuse nel mondo bizantino e da qui furono mutuate dai Longobardi, che le utilizzavano come probabile status symbol. Interessante, da questo punto di vista, appare il bellissimo pendente riemerso in una tomba femminile di Spilamberto (Modena), ricavato da una fibula a disco in argento dorato, al centro della quale, attorniato da perle fluviali alternate a paste vitree blu e verdi, domina un cammeo di lavorazione romana ritraente un bel volto di donna.

Interpretando i dati archeologici si è osservato che le grandi fibule a disco (quasi sempre ritrovate al centro del petto nei corpi inumati), servivano a fissare il mantello oppure una sorta di soprabito aperto sul davanti. Tale tipo di accessorio si diffuse tra i popoli “barbarici” dopo il contatto con il mondo bizantino, finendo per soppiantare le tradizionali fibule a staffa o a forma di “S”, solitamente utilizzate in coppia per il medesimo fine. Quanto alle spille a staffa, spesso sono state ritrovate nella zona del bacino e tra i femori: la posizione, in questi casi, potrebbe essere stata dettata da usanze particolari o locali di cui però è difficile, oggi, cogliere appieno il significato (anche se i ricostruttori e rievocatori cercando di proporre varie soluzioni).

Dopo secoli di onorato servizio, dal Mille in poi la fibula declinò lentamente, soppiantata dai bottoni, più pratici ed economici. E da accessorio indispensabile passò, salvo rare eccezioni, a oggetto decorativo e di rappresentanza, con un valore che mantiene ancora oggi.

Elena Percivaldi

Articolo pubblicato sul numero 22/2019 del bimestrale “Medioevo Misterioso” © Elena Percivaldi / Sprea Editore

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Piegaro e l’Umbria nel Medioevo

Il Festival del Medioevo in anteprima a Piegaro:

Venerdì 31 maggio | ore 11.00 | Museo del Vetro

Piegaro e l’Umbria nel Medioevo

conversazione

con

Franco Mezzanotte e Federico Fioravanti

L’incontro – organizzato dal Festival del Medioevo – si svolge nell’ambito del Festival del Vetro, manifestazione che celebra la millenaria attività di lavorazione artistica e industriale del borgo:

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La morte di Corradino, l’ultimo degli Hohenstaufen

Il monumento funebre di Corradino di Svevia a Napoli

La domenica mattina del 28 ottobre, Corradino dettò le sue ultime volontà al notaio Giovanni di Brigaudy. Nominò eredi testamentari i suoi zii, Ludovico ed Enrico di Baviera. Per essere prosciolto dal bando dovette rinunciare a tutti i suoi titoli e diritti: per questo dovette firmare il proprio testamento col semplice titolo di dominus Conradus. Altrettanto fece suo cugino, Federico di Baden d’Austria, il quale destinò alcuni beni a dei cenobi in suffragio della propria anima.

Sull’attuale piazza del Mercato di Napoli, lunedì 29 ottobre, venne allestito il palco, “lungo il ruscello dell’acqua che corre di contra alla chiesa de’ frati del Carmine”, tra il monastero degli Eremiti e il cimitero ebraico. Carlo, si narra, assisteva seduto su di un trono improvvisato.

Le narrazioni sulla fine dell’ultimo degli Hohenstaufen sono quanto mai varie. Saba Malaspina narra che il giovane sovrano dimostrò coraggio, affrontando la morte da buon cristiano. Bartolomeo di Neocastro si diffonde lungamente sul discorso che Corradino avrebbe pronunciato davanti ad una folla ammutolita, diversamente da quanto accadeva solitamente in occasione di esecuzioni capitali, momento per il popolino di sfogare i propri istinti più bassi.

Quando i condannati sfilavano dinanzi alla folla, o per la condanna a morte o per essere esposti alla gogna, erano spesso oggetto di terribili vessazioni. Nel caso della gogna, se la posizione prona e il blocco degli arti potevano arrecare al massimo scomodità, erano la vergogna pubblica e la reazione della gente la vera essenza della punizione. Benché l’esposizione durasse poche ore o al massimo qualche giorno, il malcapitato poteva infatti subire le peggiori angherie: poteva essere ricoperto di sterco, divenire bersaglio di pietre, subire lacerazioni o ustioni. Qualche volta tale trattamento poteva essere fatale: il lancio di pietre provocò la morte di un ladro spergiuro, John Walker, ancora nel 1732, e di due altri malfattori venti anni più tardi. L’ultimo degli Svevi si dichiarò “figlio dell’innocenza”, giunto in Italia a reclamare quel Regno ereditato di diritto dal padre. Essendogli negato il perdono, Corradino lo implorò almeno per quegli amici che la sua sfortunata stella aveva ingannato. Ma non ottenne soddisfazione. Chiese di morire allora per primo, per non assistere alla triste sorte dei suoi compagni che lo avevano seguito nelle calde terre del Mezzogiorno e anche in quanto principale responsabile di tale tragico destino.

Secondo altri fu invece preceduto sul patibolo dal giovane cugino Federico di Baden, del quale avrebbe baciato il capo ormai reciso. Lo Svevo chiese poi di essere sepolto accanto a lui e ai suoi fedeli compagni.

La decapitazione di Corradino nella Chronica di Giovanni Villani

Prima di chinarsi sul ceppo, Corradino avrebbe levato le mani al cielo, invocando l’aiuto del Signore. E avrebbe ripetuto le parole che furono del Cristo nel giardino degli ulivi: “Si calix iste a me transire debet, in manus tuas commendo spiritum meum”. Ma non sapremo mai quanto di questo racconto sia legato ai topoi letterari e quanto invece appartenga alla realtà. In un anomalo, ma rispettoso silenzio, spirava così l’ultimo degli Hohenstaufen. L’Angioino dovette forse stupirsi un poco di quel rispetto con cui la taciturna folla napoletana assistette alla decapitazione di quel garzone biondo. Al secco colpo della scure sul collo di Corradino fecero seguito le decapitazioni di Federico di Baden, detto, del conte GhAlardo Donoratico da Pisa, dei contie Gualferano e Bartolomeo Lancia e di due figli di quest’ultimo. Poi vennero trascinati sul palco i baroni del Regno accusati di tradimento e, allestite le forche, furono pubblicamente impiccati. Molti altri baroni di Puglia e degli Abruzzi, “ch’erano stati contro allo re Carlo e suoi rubelli, fece morire con diversi tormenti”. La ricerca dei traditori proseguì ancora a lungo. Sappiamo ad esempio di come nel dicembre del 1268 il re angioino, elogiando Roberto de Cornay per lo zelo mostrato nella cattura dei ribelli, gli ordinò “di far trascinare e poi impiccare Miceliano del Bene di Cava e gli altri ribelli. E lo stesso faccia pure in seguito con quanti ribelli riesca a prendere, senza attendere ulteriori disposizioni”.

Ad un mese esatto di distanza dalla morte del giovane Hohenstaufen, il 29 novembre 1268, papa Clemente moriva a Viterbo. Talvolta questa singolare coincidenza è stata utilizzata per dipingere il papa quasi tormentato dal fantasma di Corradino, consapevole di non aver fatto quanto avrebbe potuto, o dovuto, per evitare una condanna ingiusta, e dunque turbato negli ultimi istanti della sua vita. Dalle fonti coeve non sembra però che questa diceria circolasse, mentre invece, già ai primi del Trecento, come abbiamo visto, si era diffusa la voce di una sua qualche implicazione in una esecuzione anomala e fuori dal diritto e dalla consuetudine. Ma se Clemente IV poteva morire sereno per aver almeno estirpato il rischio di rivendicazioni tedesche sul Mezzogiorno, sarà stato comunque angosciato per aver posto nelle mani di Carlo d’Angiò una serie di poteri e titoli che avrebbero comportato altrettali rischi. A fronteggiare simili timori sarebbero stati i successori di papa Clemente.

Corradino di Svevia nel Codex Manesse

A Carlo I, invece, venne attribuita sin da subito l’enorme responsabilità e la volontà di chiudere l’affaire svevo in modo più che determinato, al punto da meritare immediatamente giudizi severi da quasi tutti i suoi contemporanei. Già il 24 agosto, in una lettera al Comune di Padova, l’Angioino annunciò di aver catturato Tommaso d’Aquino e altri traditori e che erano già stati condannati a morte, “iam capitali sententia damnati”. Stesso tragico destino aveva previsto per Corradino e i suoi compagni quando, nel settembre del 1268, e quindi a cattura appena avvenuta, scrisse al Comune di Lucca. In quella lettera, infatti, non vi si scorge appello, e la sentenza è nella sua mente, già stabilita: “iam in capitali sententias condempnatos”, ancor prima di qualsiasi processo. Ed è un indizio tutt’altro che di poco conto il fatto che, solo nelle lettere indirizzate a papa Clemente, l’Angioino non usi un tono così laconico, probabilmente per evitare ulteriori rampogne che già il pontefice aveva indirizzato prima a lui e poi, essendo palesemente inascoltato, a suo fratello Luigi IX, invitandolo a mitigare maniere così feroci. L’ordine di arresto (e talvolta di condanna a morte), infatti, venne talvolta esteso anche ai figli dei milites e di tutti coloro che avevano in qualche modo favorito la discesa dello Svevo. Un poeta toscano, di posizione guelfa, testimone del clima di polizia e di accanimento contro i vinti, ebbe dunque ad apostrofare i ghibellini come “gente folle di chui tale festa, or non sapete come Carllo paga, in uno punto chilglie incontro or intoppa”.

Enorme fu l’impressione suscitata in tutta la Germania per la morte di Corradino: ma nessuno prese l’iniziativa di vendicare lui e la casa sveva. Con Corradino si chiudeva un’epoca, tramontata di fatto con la morte di Federico II, estenuatasi ancora sino al 1268: David Abulafia, in un suo libro pubblicato nel 1990, intitolò argutamente il capitolo dedicato agli eredi di Federico II “I fantasmi degli Hohenstaufen”. Lo scontro tra Papato e Impero si chiude sulla piazza del Mercato di Napoli e l’esecutore di questa cesura è un nuovo, inedito protagonista della storia d’Italia. Il che già sta a simboleggiare come non si trattasse più di uno scontro bipolare, e quanto si andasse complicando la questione italiana.

Con Corradino si estingue la casa degli Hohenstaufen e con essa le prerogative imperiali in Italia, obiettivo spasmodicamente anelato tanto dal papa quanto da Carlo I. Ma non altrettanto accade con l’idea di Impero, che in Italia fatica a sopirsi.

Di fatto il ruolo svolto da Federico II aveva determinato una bipartizione interna ai Comuni d’Italia, creando una tensione a livello intercittadino. Chi aveva trovato nello Svevo (e quindi nell’Impero) prospettive vantaggiose, fu successivamente portato a mantenere, il più delle volte, quelle posizioni originali. Le famiglie cosiddette ghibelline, dunque, più che fedeli all’Impero in senso lato, avevano stipulato legami di fedeltà coi sovrani svevi. Ricordiamo che Manfredi o Corradino non furono mai imperatori. Ma l’identificazione della casata sveva con l’Impero aveva oramai assunto, passando dal Barbarossa a Federico II, quasi un senso sinonimico: governare la Svevia significava governare l’Impero. Un anno dopo la morte di Corradino, quando gli eredi di Federico II erano o morti o in catene, il papa si accaniva in una lettera contro tutti i nemici della Chiesa ed in particolare contro i discendenti del fu imperatore Federico. Giocoforza, coloro che avevano sostenuto gli Svevi, trovarono negli Angioini – più che nel Papato – i nuovi nemici. In nome dell’Impero ci si ribellò a Carlo d’Angiò in Sicilia nel 1282, nel giorno dei cosiddetti Vespri Siciliani. Già dal 1266 Costanza, figlia di Manfredi e sposa di Pietro III d’Aragona, mostrava polemicamente il titolo di regina.

Pochi mesi prima di morire, Manfredi aveva inviato alla corte dell’Aragonese il proprio consigliere Enrico di Ventimiglia per richiedere probabilmente aiuti militari in Italia, e non è da escludere che alcuni soldati catalani si siano uniti alle truppe per combattere l’Angioino. Ma si deve attendere qualche anno perché Pietro appaia “come il rappresentante del ghibellinismo italiano in contrapposizione all’angioino che è il capo del guelfismo. Il primo, anzi, è qualcosa di più: è – e lo dichiara ufficialmente – l’erede della tradizione sveva.

Negli anni in cui si consumano le vicende di Manfredi e Corradino, il legame con la famiglia Hohenstaufen viene studiato e sfruttato in vista di una politica mediterranea e antiangioina. Quando nel 1282 a Palermo esplodono i Vespri, i tempi sono maturi per rivendicare il Regno “pro exaltacionibus predecessorum nostrorum”, ricucendo quel fil rouge svevo, tagliato a Benevento e Tagliacozzo, e ora riallacciato dall’Aragonese.

Il sovrano ebbe un fitto scambio epistolare coi grandi campioni del ghibellinismo italiano, Guido da Montefeltro, Guido Novello, Corrado di Antiochia, sia prima che dopo i Vespri. Già nel 1271 erano giunti alla corte d’Aragona molti nobili legati anche da vincoli di parentela ai signori che avevano servito i sovrani svevi: Bertrando Canelli, parente del vicario in Toscana per conto di Manfredi; Corrado e Manfredi Lancia, parenti della moglie dell’imperatore; Enrico da Isernia, Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria. Giunsero ancora Francesco e Nicola d’Aspello, Gentile da Padula, Rinaldo de Sabella, Riccardo Filangieri e Francesco da Trogisio, “miles et familiaris” di Manfredi e podestà di Siena ai tempi del successo di Montaperti. Fu quest’ultimo che venne inviato dal re in Italia per sobillare una rivolta e appurare le eventuali fedeltà su cui poter fare affidamento. Dopo i Vespri, poi, la Sicilia aragonese divenne la meta preferita dei ghibellini d’Italia che vi riconobbero l’ideale continuazione del Regno di Federico II. Giacomo II, subentrato a Pietro, dopo la parentesi di Alfonso III, accolse dunque a Palermo membri delle famiglie fiorentine degli Uberti, dei Rabuffati, dei Soldanieri, dei Ghiandoni, degli Ubriachi.

Si recuperava così, seppure in modo ideologico, la presenza sveva in Italia che avrebbe più oltre trovato in Federico III d’Aragona (1273-1337) un leader, ma anche un omonimo dell’ultimo grande imperatore, guida del ghibellinismo italiano. Pur essendo il secondo sovrano di Trinacria con il nome di Federico, assunse il nome di Federico III, proprio per sottolineare la continuità con la tradizione imperiale con gli Svevi.

Il giovane nuovo sovrano, agli inizi del XIV secolo, in un panorama oramai fortemente mutato, divenne un nuovo catalizzatore. Da un lato convogliò sul Regno di Trinacria le simpatie ghibelline, specie di Genova, rinforzate da una alleanza con Ludovico il Bavaro, e i nemici degli Angiò e del Papato; dall’altro attirò sulla propria figura, e sulla coalizione da lui sostenuta, l’antica propaganda antisveva, che ritrovò in lui un novello Anticristo.

Federico Canaccini

Il libro Federico Canaccini 1268 La battaglia di Tagliacozzo Roma, Laterza, 2019, Collana: Storia e Società 184 pp., €18 – Disponibile anche in ebook

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La grande bugia della terra piatta

Terra sferica con le quattro stagioni (Ildegarda di Bingen, Liber Divinorum Operum, sec. XII)

Se la Terra è piatta non prendetevela con il Medioevo. Perché nel Medioevo la Terra è sempre stata sferica, e nessuno studioso serio si sarebbe sognato di mettere in dubbio una teoria scientifica ampiamente consolidata.

È solo nell’epoca in cui la tecnologia ha permesso di fotografare buchi neri su altre galassie e di osservare il pianeta in diretta sul palmo della propria mano, che i sostenitori della Terra piatta hanno guadagnato la ribalta delle cronache esponendo le loro teorie di fronte agli studiosi più illustri e organizzando addirittura congressi internazionali.

La bufala del terrapiattismo medievale nasce – tanto per cambiare – nell’Ottocento, all’interno del contesto culturale che ha trasformato la culla della civiltà moderna nell’epoca buia per antonomasia.

Il Romanticismo sul fronte letterario, l’Illuminismo e il Positivismo su quello politico, hanno lavorato per completare il quadro rinascimentale che dipinge l’Età di Mezzo come l’autunno della cultura e della scienza, caratterizzato da un oscurantismo religioso che avrebbe portato indietro il progresso della civiltà classica e ritardato quello dell’Età moderna. Ecco così servito l’ennesimo luogo comune, e cioè che finché Cristoforo Colombo non arrivò dall’altra parte del mondo, la gente credeva che un’altra parte del mondo, semplicemente, non esistesse.

Eppure duemila anni prima di averne le prove e 2500 anni prima di poterla osservare direttamente, gli scienziati avevano già capito che la Terra è una grande palla e per secoli nessuno si è permesso di metterlo seriamente in discussione.

Carlo Magno con il globus cruciger e altre insegne imperiali in un dipinto di Albrecht Dürer

D’altra parte basterebbe osservare uno dei simboli più diffusi del Medioevo per rendersi conto della bufala: il globo crucigero, ovvero quella palla dorata che affianca lo scettro tra le mani dei sovrani medievali e che rappresenta il potere cristiano sul mondo.

La stessa Divina Commedia di Dante Alighieri testimonia l’idea che gli uomini del Medioevo avevano del mondo: e cioè una sfera al centro dell’universo, con la terra su un emisfero e l’oceano nell’altro, dove si erge solo la montagna del Purgatorio, mentre l’Inferno è all’interno del globo e il Paradiso nel più alto dei nove cieli che lo sovrastano. Quanto a Galileo, come è noto era stato condannato per aver sostenuto che la terra gira intorno al sole e non è – quindi – al centro dell’universo; certo non per averne affermato la sfericità. La verità è che all’idea che la Terra sia un disco piatto, prima dei complottisti contemporanei, ci hanno creduto giusto i popoli della Mesopotamia, tremila anni prima della nascita di Cristo. Senza, peraltro, riuscire a capire su cosa si regga: galleggia nell’oceano o è sorretta da colonne? E, in quest’ultimo caso, a cosa si appoggiano le colonne?

Già Anassimandro, filosofo di Mileto, seicento anni prima di Cristo, aveva elaborato l’ipotesi di una terra cilindrica e sospesa nello spazio, mentre la Bibbia non è molto chiara sotto il profilo astronomico. Se i cinesi ritenevano che la Terra fosse un quadrato sovrastato da una cupola e gli indiani antichi immaginavano quattro continenti circondati dal mare al cui centro si erge una grande montagna capace di oscurare il sole, la luna e le stelle che gli girano intorno, già Pitagora – nel VI secolo avanti Cristo – aveva ipotizzato la sfericità del mondo e Platone, duecento anni dopo, la dà ormai come nozione acquisita.

E se ai terrapiattisti di oggi non basta nemmeno vederla da lontano (tutte falsificazioni della Nasa, dicono), per Aristotele come prove bastano l’osservazione delle stelle (viaggiando verso sud si vedono le costellazioni meridionali salire più in alto rispetto all’orizzonte), il modo in cui una nave scompare allontanandosi dalla riva, la forma di tutti gli altri corpi celesti e l’ombra della Terra sulla luna durante le eclissi (che è sempre circolare, e solo una sfera proietta un’ombra circolare in tutte le direzioni, un disco proietterebbe delle ellissi).

Nel III secolo Eratostene, sovrintendente della biblioteca di Alessandria, riesce addirittura a misurare con ottima approssimazione la circonferenza del pianeta, differendo di circa il 20% dalle misurazioni attuali.

Plinio il vecchio, morto nel 79 a Pompei durante l’eruzione del Vesuvio, nella sua Naturalis Historia sostiene che tutti sono ormai d’accordo sull’idea che la terra sia sferica. Il problema, invece, è rappresentato dagli antipodi, ovvero gli abitanti dell’emisfero meridionale: come potrebbero costoro, ci si chiede, vivere a testa in giù? In molti, dunque, ne escludono l’esistenza: d’altra parte nessuno, per il momento, ha avuto modo di verificare, visto che si ritiene che non sia possibile viaggiare oltre l’equatore.

Mappamondo del Salterio di Londra, British Library (ca. 1265)

Cento anni dopo, Tolomeo imposta tutta l’astronomia medievale disegnando mappe con la terra sferica: la pone al centro dell’universo, quantunque Macrobio – nel IV secolo – consideri già il globo terrestre di dimensioni insignificanti rispetto al resto del cosmo.

Nell’era cristiana, quindi, solo una minoranza isolata continua il dibattito sulla piattezza della terra, mentre gli altri si concentrano sull’esistenza degli antipodi; esistenza, che, peraltro, metterebbe in discussione l’idea di un’umanità discendente da Adamo ed Eva e redenta da un solo Cristo. “Non v’è dimostrazione scientifica per ammettere quel che alcuni favoleggiano sull’esistenza degli antipodi – scrive sant’Agostino – cioè che uomini calcano le piante dei piedi in senso inverso ai nostri dall’altra parte della terra, dove il Sole sorge quando da noi tramonta. (…) Non riflettono, anche se si ritiene per teoria o si dimostra scientificamente che il pianeta è un globo e ha la forma sferica, sulla non consequenzialità che anche dall’altra parte la terra sia libera dalla massa delle acque e anche se ne è libera, non ne consegue necessariamente, di punto in bianco, che è abitata dagli uomini”.

Settecento anni dopo Tommaso d’Aquino nella Summa Teologiae scrive: “Le scienze si distinguono per il diverso metodo che esse usano. L’astronomo ed il fisico possono entrambi provare la stessa tesi – che la Terra, per esempio, è sferica: l’astronomo lo dimostra con l’ausilio della matematica, il fisico lo prova attraverso la natura della materia”.

La Mappa mundi di Al-Idrisi (Tabula Rogeriana, 1154)

Anche il mondo islamico dà per scontato che la terra sia sferica: nello stesso Corano si legge “egli creò la terra con la forma di un uovo” e gli astronomi musulmani utilizzano la trigonometria sferica per calcolare le distanze.

D’altra parte il più diffuso libro di astronomia del Medioevo è il Tractatus de Sphaera di Giovanni Sacrobosco, scritto nel 1230. E se la spedizione capeggiata da Ferdinando Magellano fornisce la dimostrazione definitiva con la prima circumnavigazione del globo tra il 1519 e il 1522, già nel 1492 – lo stesso anno della scoperta dell’America – il navigatore, astronomo e cartografo tedesco Martin Behaim realizza l’Erdapfel (“Mela terrestre”): il più antico mappamondo conosciuto, che ha una forma sferica anche se non riporta ancora, ovviamente, il nuovo continente.

Il luogo comune secondo cui, prima dell’età delle esplorazioni, la gente credeva che la Terra fosse piatta, è entrato nell’immaginario popolare con la pubblicazione, nel 1828, del libro di Washington Irving La vita ed i viaggi di Cristoforo Colombo. Qui, per sostenere la figura di Colombo come precursore dei tempi, con un cervello e una cultura molto più avanti rispetto ai propri contemporanei, i suoi oppositori vengono dipinti come terrapiattisti.

Mappa orbis terrae schematica del XII secolo. È raffigurato il mondo abitato come descritto da Sant’Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae (cap. 14, De terra et partibus)

Se l’idea di Colombo di raggiungere le Indie navigando verso occidente era impossibile da realizzare, quindi, era perché Colombo, arrivato ai confini della terra, sarebbe precipitato con le sue caravelle nell’universo. In realtà le cose stanno esattamente al contrario: gli oppositori di Colombo ritenevano la sua impresa impossibile perché avevano calcolato meglio di lui la distanza tra Europa e Asia e sapevano che sarebbe stato impossibile coprirla con l’equipaggio di cui Colombo poteva disporre: le scorte di cibo si sarebbero esaurite a metà del viaggio, e l’ammiraglio sarebbe morto nel mezzo dell’oceano o costretto a tornare indietro. Quello che né il navigatore genovese né i suoi oppositori avevano messo in conto era l’esistenza di un altro continente a metà strada, che avrebbe salvato a sorpresa la grande impresa e cambiato la storia di quel mondo che non si era mai rivelato così rotondo.

Non manca chi, pur di sostenere la bufala, è arrivato a falsificare testi medievali: in molte pubblicazioni viene infatti riprodotta una xilografia, eseguita nello stile del XVI secolo, che raffigura un uomo che si affaccia attraverso il firmamento di una Terra piatta per vedere le ruote del carro divino descritto nel primo capitolo del libro di Ezechiele. In realtà, però, non si trova traccia di questa xilografia prima della pubblicazione dell’opera di Camille Flammarion L’Atmosphère: Météorologie Populaire nel 1888. Flammarion riporta l’aneddoto di un missionario che raccontava di aver raggiunto il punto in cui il cielo e la terra si incontrano: un aneddoto può essere fatto risalire a Voltaire, e del quale non si ha alcuna testimonianza nel Medioevo, tanto che nella sua forma originale la xilografia ha una cornice decorativa che permette di datarla al XIX secolo; dettaglio rimosso nelle pubblicazioni che la datano trecento anni prima.

Il poeta John Gower si prepara a colpire il mondo, una sfera con settori che rappresentano terra, aria e acqua, (Vox clamatis, ca. 1400)

È vero anche che nell’idea di un Medioevo terrapiattista, gli uomini dell’Ottocento cercavano – in parte – anche solidarietà: è proprio nell’America del XIX secolo infatti, che cominciano a diffondersi – tra comunità religiose particolarmente zelanti, come gli Amish – le nuove teorie terrapiattiste che, dopo aver attraversato tutto il Novecento, sono arrivate fino ad oggi, per crescere – almeno in termini di visibilità – in modo esponenziale negli ultimi anni, suggerendoci che in quella strana specie che è l’umanità, il progresso tecnologico appare inversamente proporzionale alla ricerca della verità.

Arnaldo Casali

Alcune delle numerosissime documentazioni medievali sulla forma della Terra (cliccare sulle immagini per ingrandirle): #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails { width: 720px; justify-content: center; margin-left: auto; margin-right: auto; background-color: rgba(255, 255, 255, 0.00); margin-right: -4px; max-width: calc(100% + 4px); } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-background-0 { overflow: hidden; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item { justify-content: flex-start; max-width: 120px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item > a { margin-right: 4px; margin-bottom: 4px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0 { padding: 0px; background-color: #FFFFFF; border: 1px solid #8C0606; opacity: 1.00; filter: Alpha(opacity=100); border-radius: 2; box-shadow: 0px 0px 0px #888888; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item1 img { max-height: none; max-width: none; padding: 0 !important; } @media only screen and (min-width: 480px) { #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0 { transition: all 0.3s ease 0s;-webkit-transition: all 0.3s ease 0s; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0:hover { -ms-transform: scale(1.5); -webkit-transform: scale(1.5); transform: scale(1.5); } } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item1 { padding-top: 100%; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-title1 { position: absolute; top: 0; z-index: 100; width: 100%; height: 100%; display: flex; justify-content: center; align-content: center; flex-direction: column; filter: Alpha(opacity=0); opacity: 0; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-title2, #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-ecommerce2 { color: #FFFFFF; font-family: arial; font-size: 12px; font-weight: lighter; padding: 2px; text-shadow: 0px 0px 0px #888888; max-height: 100%; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-play-icon2 { font-size: 24px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-ecommerce2 { font-size: 14.4px; color: #8C0606; }

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Voci di donne. L’universo femminile protagonista della V edizione del Festival del Medioevo

È stata una lezione di Maria Giuseppina Muzzarelli, ordinaria di Storia Medievale dell’Università di Bologna, ad inaugurare la quinta edizione del Festival del Medioevo, che si è svolta a Gubbio dal 25 al 29 settembre.Il tema del 2019 è stato “Donne. L’altro volto della Storia”: un percorso intorno alla condizione femminile, alla radice dei pregiudizi e degli stereotipi.

Maria Giuseppina Muzzarelli nella lezione di aprtura del Festival del Medioevo 2019. Guarda la sua lezione “Le voci delle donne”: https://www.youtube.com/watch?v=q00BD8sK9iw&list=PL6B972Ifdnmia3dMebv5g2y_VRR77bP6Y&index=3&t=7s

Le voci delle donne e le loro storie. Spesso inascoltate. A volte dimenticate. Eppure forti, chiare e resistenti. Capaci di riemergere, anche a distanza di secoli.

Un lungo racconto tra l’arte e la letteratura, la politica e la filosofia. Protagonisti dell’evento sono stati più di cento storici, saggisti, scrittori, scienziati, architetti e giornalisti, impegnati in una vera e propria sfida di divulgazione: raccontare storie piccole e grandi dal punto di vista delle donne. Nella vita quotidiana, nei palazzi del potere, all’interno dei conventi e perfino sui campi di battaglia: sante e regine, streghe e madonne, artiste, seduttrici, imprenditrici, guaritrici, scrittrici, miniaturiste, muse e medichesse.

Donne che scrivono e che governano, capaci di esplorare nuovi mondi o di evocarli.

Un viaggio affascinante, con molte sorprese. Riassunte in modo esemplare nella straordinaria figura di Christine de Pizan, la prima intellettuale di professione, vissuta fra fine Trecento e gli inizi del Quattrocento. Veneziana di nascita e francese di formazione. Ma italiana, figlia di un medico e astrologo emigrato alla corte del re di Francia, originario di Pizzano, un paesino dell’appennino emiliano. Nel suo libro più famoso, “La città delle dame”, Christine si batteva, in anticipo di secoli, per l’emancipazione femminile. Spiegava ai potenti del suo tempo che se a una ragazza fosse stata concessa la possibilità di studiare, quella fanciulla avrebbe ottenuto gli stessi risultati degli uomini. Anzi, forse li avrebbe superati. In altri scritti, ripeteva che bisogna rimuovere le “pietre nere” del pregiudizio gettate sul cammino delle donne: stereotipi e conflitti con i quali le società del mondo contemporaneo fanno ancora i conti, come testimoniano le cronache di tutti i giorni.

Donne celebri, capaci di influenzare la politica e la società del loro tempo, come Ildegarda di Bingen, Matilde di Canossa, Teodolinda, Irene di Bisanzio, Sichelgaita, Costanza d’Altavilla, Melisenda, Eleonora d’Aquitania, Giovanna d’Arco, Eleonora d’Arborea, Chiara d’Assisi, Santa Caterina da Siena, Margherita Datini, Battista Sforza e Lucrezia Borgia.E altre figure femminili, tra storia e leggenda, diventate nei secoli delle vere e proprie icone della letteratura e dell’arte, da Beatrice a Francesca da Rimini, da Eloisa a Tristana, da Laura a Ginevra. La leggendaria papessa Giovanna. Trotula, prima donna medico. Le regine e sultane dell’Islam. Le Shieldmaidens, implacabili guerriere delle saghe norrene. Le donne di Tolkien ne Il signore degli Anelli. E le languide muse dei Preraffaelliti, interpreti nostalgiche, nella pittura e anche nella vita privata, di un Medioevo rimpianto, sognato, trasformato e a volte stravolto. Come nelle vicende di altre eroine, evocate sul grande schermo, nei fumetti e in rutilanti e seguitissime serie televisive, come Viking o Il trono di Spade: da Lagertha a Uta di Ballenstedt, da Ladyhawke a Daenerys Targaryen, fino alla terribile Cersei Lannister e all’audace e impulsiva Arya Stark. Un universo femminile raccontato nei dettagli dal sesso alle fake news e agli stereotipi sullo ius primae noctis e la cintura di castità, fino alle vicende meno note di donne in clausura, regine decapitate, spose bambine, prostitute in cerca di un riscatto sociale e transgender vissute nel Trecento.

SEI FOCUS Il ricco programma del Festival ha proposto sei approfondimenti tematici: La scrittura delle donne (giovedì 26 settembre); Tolkien session (venerdì 27 settembre); Bambin Gesù delle mani: il Pintoricchio ritrovato (venerdì 27 settembre); Il Medioevo fra noi (sabato 28 settembre) incontro sulla figura femminile nell’immaginario medievalista contemporaneo, La scuola dei rievocatori (sabato 28 settembre), appuntamento dedicato alle migliaia di rievocatori impegnati in ogni regione d’Italia nel far rivivere la storia e le tradizioni del loro territorio e Matilde, una donna del Mille (domenica 29 settembre).

LEZIONI STORIA DELL’ARTE Tra le lezioni d’arte, i focus su La Madonna del Parto di Piero della Francesca (mercoledì 25 settembre), Le donne sconosciute dell’Arazzo di Bayeux (giovedì 26 settembre) e il Pintoricchio e le Stanze Vaticane (venerdì 27 settembre).

MOSTRA Nel tardo pomeriggio di venerdì 27 settembre, nel Palazzo dei Consoli, sulla spettacolare Piazza Grande, è stata inaugurata l’esposizione di una straordinaria ed enigmatica opera del Pintoricchio, rimasta ignota per quasi cinquecento anni: il “Bambin Gesù delle Mani”. Prezioso frammento di un affresco scomparso, concepito tra il 1492 e il 1494 per volere di Rodrigo Borgia, salito al soglio di Pietro con il nome di Alessandro VI, l’opera racconta i segreti delle Stanze vaticane e la storia di Giulia Farnese, la bellissima “sposa del papa”.

SPETTACOLI Per le serate, il Festival ha proposto Lectura dantis. Voci di donne dall’Inferno a cura dell’attore e regista Franco Ricordi (mercoledì 25 settembre, Teatro Luca Ronconi), il concerto Ondas do mar, le cantigas de amigo e l’amore verso la donna nel Medioevo dell’Ensemble Micrologus (Palazzo Ducale, giovedì 26 settembre) e un concerto di Patrizia Bovi con voce, arpa e percussioni: Voci di donne, storie di sante, visionarie, mistiche (sabato 28 settembre, Refettorio Biblioteca Sperelliana).

FIERA DEL LIBRO MEDIEVALE È stata una occasione unica per trovare tutto quello che c’è da leggere sul Medioevo, dai saggi ai romanzi storici, fino ai fumetti e ai libri per bambini.

MINIATORI DAL MONDO L’antica arte della miniatura ha trovato nuova vita nella patria di Oderisi da Gubbio, dove miniaturisti e calligrafi italiani e stranieri hanno trasmesso l’arte degli scriptoria medievali ai tanti appassionati e agli studenti degli istituti artistici.

IL MEDIOEVO DEI BAMBINI Ripetuto in diverse giornate, è stato caratterizzato da giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno, tutti riservati ai più piccoli.

La manifestazione ha offerto anche recital di poesia, laboratori di danza e visite guidate alla scoperta dell’Umbria medievale, insieme a eventi particolari dedicati all’artigianato come La piazza dei mercanti e gli Antichi mestieri.

PARTNERS E PATROCINI Il Festival del Medioevo gode dei patrocini scientifici della Treccani, del Ministero dei Beni Culturali, dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (Isime), della Società Italiana Storici Medievisti (Sismed), della Società degli Archeologi Medievisti Italiani (Sami), del Centro Studi Longobardi, del Pontificio Consiglio della Cultura in Vaticano e della Fondazione Giancarlo Pallavicini. Altri patrocini istituzionali sono assicurati dalla Regione Umbria e dalla Regione Lombardia.Partners per il settore didattico sono la Fondazione Giuseppe Mazzatinti e l’Università Lumsa. La RAI, con RAI Cultura e i canali RAI Storia e RAI Radio3 è il principale media partner della manifestazione, insieme alle riviste di divulgazione storica MedioEvo e Archeo.

Collaborano in modo stabile con il Festival del Medioevo anche Italia Medievale, portale web impegnato da molti anni nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, MediaEvi, pagina Facebook specializzata nell’analisi dei cosiddetti medievalismi, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica, il sito e la casa editrice Enciclopedia delle donne, un’opera collettiva sul web che raccoglie le biografie di donne di ogni tempo e paese e Radio Francigena, la voce dei cammini.

Sostengono la manifestazione il Comune di Gubbio, la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, il Gruppo Azione Locale Alta Umbria (GAL) e la Camera di Commercio di Perugia.

Tra gli sponsor principali Colacem, Fondazione Pallavicini, Banco Desio, Visit-Emilia, Città di Lucca, Metalprogetti, Fondazione Mazzatinti, Tecla, New Font e la Università dei Muratori di Gubbio.

Il sito della manifestazione e la relativa pagina Facebook @FestivalDelMedioevo (più di 50mila followers) sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.

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