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Costanzo Cloro, dall’Illiria al trono dell’impero

Flavio Valerio Costanzo, meglio noto come Costanzo Cloro, nato secondo le fonti il 31 marzo del 250, è passato alla storia come il padre di quel Costantino che, tra le molte cose, sdoganò definitivamente il passaggio del Cristianesimo da religione non tollerata a culto di Stato.

Tuttavia la sua vicenda politica è strettamente connessa alla nascita della ben nota tetrarchia, inaugurata alla fine del III secolo da Diocleziano, la quale sembrò donare a Roma una nuova stabilità politica dopo un lungo periodo di rivolte, salvo poi implodere definitivamente in seguito all’abdicazione di Diocleziano.

Questo sistema, che come vedremo nacque per esigenze belliche e amministrative ben precise, prevedeva che l’impero fosse diviso in due parti sotto il controllo di due Augusti (Oriente e Occidente) coadiuvati a loro volta nell’esercizio delle loro funzioni da due Cesari, scelti direttamente dai due imperatori.

Il sistema, come già detto, sembrò funzionare almeno sino al ritiro di Diocleziano dalla scena pubblica dopo la quale ogni generale romano, a prescindere dalle proprie umili origini, si sentì legittimato a far esplodere una nuova guerra civile per usurpare il trono con la forza.

La presunta genealogia di Costanzo Cloro

Facendo però un passo indietro e tornando Costanzo, a cui verrà successivamente (VI secolo) affibbiato il nome di Chlorus (ovvero pallido, riferito alla sua carnagione), di lui sappiamo che probabilmente apparteneva alla folta schiera di soldati di professione che, in seguito ad una discreta carriera militare, approfittarono dell’instabilità del sistema politico romano per ritagliarsi un peso politico e fare carriera.

Ma come divenne così potente Costanzo? Le notizie ricavabili sulla biografia del padre di Costantino sono scarse e frammentarie, provenienti da fonti spurie; quello che emerge dalle fonti è che Costanzo nacque nell’Illirico nel 250 d.C. (CIL I2 301) come tutta una serie di generali che salirono al trono imperiale tra il III e il IV secolo, probabilmente da una famiglia di umili origini.

Sebbene le fonti successive, probabilmente collegate all’opera di nobilitazione del proprio lignaggio messa in atto da Costantino, parlino per Costanzo Cloro di una parentela diretta con l’imperatore Claudio II e quindi con la dinastia Flavia, Costanzo doveva essere semplicemente un umile soldato.

Inoltre, lo storico di Costantino Eusebio di Cesarea, nella sua Vita di Costantino, tramandò che già Costanzo fosse simpatizzante del Cristianesimo, decidendo in autonomia di non applicare le leggi persecutorie contro i cristiani imposte da Diocleziano. La scarsa aderenza alla storia di Eusebio ci consiglia però di diffidare di queste notizie e di inserire queste indicazioni all’interno di quella riabilitazione postuma in ottica cristiana messa in atto dall’opera eusebiana.

Busto di Costanzo Cloro, marito di Teodora, figlia di Massimiano e padre dell’imperatore Costantino (Altes Museum di Berlino)

Tornando quindi alla carriera militare di Costanzo, essa si sviluppò, come ci rende noto l’Anonimo Valesiano, sotto gli imperatori Aureliano e Probo svolgendo prima il ruolo di protector (tra il 271-273, un ruolo militare tardo antico che elevava i centurioni ad avere un rapporto privilegiato con l’entourage dell’imperatore, come una guardia del corpo), tribuno e infine di governatore della Dalmazia sotto l’imperatore Caro.

Dal punto di vista privato, il 270 fu per Costanzo un anno molto importante: la sua prima moglie Elena, una donna di altrettante umili origini (era una stabularia, una locandiera insomma) proveniente dalla Bitinia, diede alla luce il suo primogenito Costantino a Naisso, una città nei pressi del Danubio. Sebbene in questa sede non affronteremo questo tema, anche per la prima moglie di Costanzo è possibile ricavare una storia della ricezione di questo personaggio, riletto in salsa cristiana per tutto il Medioevo.

Attorno alla madre di Costantino, nacque la leggenda medievale che attribuì a lei il ritrovamento della Vera Croce e in seguito la conversione del figlio al Cristianesimo.

Le fonti attestarono che Costanzo, dopo aver prestato servizio sul fronte orientale, divenne protagonista nella pars Occidentalis, dove l’impero si trovava ad affrontare l’avanzata di popoli barbari che iniziavano a premere sui confini renani e danubiani.

Nel 285 infatti i romani dovettero affrontare la rivolta dei Bagaudi, briganti di origine celtica che, secondo il racconto di Eutropio, guidati da Amando e Eliano, si ribellarono contro Roma esasperati dall’eccessiva pressione fiscale a cui erano sottoposti. Sebbene sia i panegirici sul tema sia Eutropio abbiano ridimensionato la ribellione, riducendola semplicemente ad una scaramuccia contro dei campagnoli, il problema fu probabilmente sottostimato in quanto lo stesso cesare Massimiano dovette muoversi per porre fine alla sommossa.

Sempre nello stesso anno due eserciti barbari, uno composto da Burgundi e Alamanni, l’altro da Eruli e un popolo ad essi confederato, varcarono il Reno ed entrarono senza permesso nel territorio romano venendo poi intercettati e fermati dall’intervento di Massimiano.

La divisione tetrarchia dell’Impero romano, voluta da Diocleziano

Questa vittoria non fu comunque definitiva poiché nel 287, ancora Massimiano, nel frattempo divenuto Augusto, ritornò con forza contro questi popoli ricacciandoli oltre il Reno che, nelle parole forse trionfalistiche del panegirista che descrisse l’avvenimento, era diventato totalmente romano.

La zona del limes settentrionale fu tuttavia foriera di nuove ribellioni: già nel 286 il generale di origine gallica Marco Aurelio Mauseo Carausio, generale della Classis Britannica che si occupava per conto di Massimiano del pattugliamento della Manica per difendere appunto la Britannia dai predoni sassoni, dopo aver partecipato attivamente nella sconfitta dei Bagaudi, venne accusato dall’Augusto di aver intascato il bottino tolto ai pirati sassoni senza riconsegnarlo ai derubati o all’autorità imperiale.

La vicenda sfuggì ben presto di mano e, tra il 286 e il 287, la rivolta deflagrò con forza mettendo a repentaglio la stabilità dell’impero: Carausio fuggì in Britannia e, controllando sia la flotta che l’esercito grazie alla defezione di alcune legioni, mise in atto una vera e propria secessione.

Grazie al supporto navale (la Classis Britannica poteva contare su circa 500 uomini e un numero discreto ma sconosciuto di triremi) e alle legioni romane che gli giurarono fedeltà, Carausio riuscì lungamente a mantenere il controllo sia della Gallia settentrionale che della Britannia.

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Favorito dal fatto che i Romani dovettero concentrare le proprie forze per affrontare la presenza ostile dei Franchi che, d’accordo con lui premevano attorno al Reno, Carausio potè dunque farsi acclamare imperatore dalle legioni di stanza in Britannia. I Franchi infatti, già attivi in questo periodo, diedero infatti molto filo da torcere a Massimiano con le loro scorribande effettuate nei territori ancora instabili della Gallia.

Fu proprio in questa campagna che Costanzo, genero dell’imperatore, dato che aveva sposato in seconde nozze la figlia di Massimiano, Teodora, venne nominato dal suocero prefetto del pretorio e combatté con i Franchi di Gennobaudo ribaltando le sorti della guerra e avanzando vittoriosamente sino alle foci del Reno.

Dopo la sconfitta, i Franchi deposero le armi e Gennobaudo, re dei Franchi, chiese perdono all’imperatore Massimiano che, dopo averlo perdonato, ricollocò lui e i suoi uomini nei pressi dell’odierna Trier. Se il Reno sembrava da un lato pacificato, restava tuttavia da risolvere la questione di Carausio che nel frattempo si era fregiato del titolo di Restitutor Britanniae e Genius Britanniae, battendo addirittura autonomamente una moneta che, stando ai recenti ritrovamenti, avrebbe avuto più valore rispetto a quelle coniate dalla zecca imperiale.

Il generale gallo-romano doveva sentirsi davvero sicuro di sé, tanto da battere queste monete imprimendo sulla faccia la sua immagine assieme a quella dei colleghi Diocleziano e Massimiano, come si evince dai reperti ritrovati.

La facilità con cui egli ottenne l’appoggio militare delle legioni di stanza in Gallia e Britannia, secondo alcuni studiosi, fu possibile non solo grazie alla solita politica di elargizioni e promesse ma anche a causa risentimento latente della popolazione vessata dall’alta pressione fiscale imposta dal dominio romano. Massimiano tentò di ribattere a questa insolenza programmando invano diverse spedizioni dirette contro Carausio, abortite in partenza a causa di motivi non ben conoscibili dalla lettura delle fonti. Essendo infatti queste sostanzialmente panegirici encomiastici verso l’imperatore, gli autori, per evitare di incorrere nell’ira dei sovrani, decisero di soprassedere per convenienza sui reali motivi del fallimento dell’impresa.

Moneta di Carausio coniata dalla zecca di Londra, raffigurante un leone, simbolo della Legio IIII Flavia Felix

Nel 290, Diocleziano mosse dall’Oriente per incontrarsi direttamente con Massimiano a Milano, la sede dell’Augusto d’Occidente che, in attesa di riorganizzarsi, fu costretto obtorto collo a concedere una tregua a Carausio. Stando a quanto riportano recenti studi, il nuovo re di Britannia fu un ottimo stratega e un ottimo comandante, tanto che alcune ipotesi suggeriscono che egli avrebbe costruito per primo quel sistema di fortificazioni conosciuto come Litus Saxonicum ancora attestato nel IV secolo nella Notitia Dignitatum.

Tornando all’incontro tra gli imperatori, molti hanno voluto osservare come Diocleziano abbia inteso intervenire in un’area non formalmente sottoposta alla sua giurisdizione a causa del fallimento del collega e, alla luce del pericolo del protrarsi dell’usurpazione della Britannia, egli gettò le basi di quella tetrarchia di cui abbiamo fatto menzione all’inizio. L’Augusto d’Oriente probabilmente, comprese in questa occasione come, al netto delle difficoltà incontrate da Massimiano nel gestire i territori a lui sottoposti, fosse necessario un aiuto maggiore a chi governava per evitare uno scollamento del dominio romano. L’aiuto arrivò e infatti nel marzo del 293, entrambi gli Augusti nominarono due Cesari, per l’Oriente Galerio e per l’Occidente proprio Costanzo Cloro; quest’ultimo in particolare ricevette l’ordine di riportare sotto il controllo imperiale la Gallia e la Britannia ponendo fine all’usurpazione di Carausio.

Nello stesso anno dunque egli marciò verso Bononia (Boulogne-sur-mer), ancora in mano ai ribelli e, con una rapida manovra militare, costrinse alla resa la città, entrando in possesso così di un avamposto strategico per il controllo della Gallia e, soprattutto in ottica di un futuro sbarco in Britannia.

La caduta di Carausio, una volta perso il controllo della Gallia settentrionale, avvenne per mano del suo tesoriere Alletto che ne prese il posto e proseguì la guerra contro Costanzo. Per tagliare fuori definitivamente gli alleati Franchi di Alletto, Costanzo si prodigò prima per ripristinare il controllo romano sul fiume Reno, che fu nuovamente pacificato; infatti, dopo aver sconfitto ancora i barbari alleati dell’usurpatore, lì deportò come schiavi destinati a rimpinguare e coltivare le terre devastate della Gallia.

Stando alle nuove regole del sistema tetrarchico, ogni vittoria doveva essere suddivisa tra i membri del collegio imperiale e pertanto, grazie alle vittorie di Costanzo, anche Diocleziano, Massimiano e Galerio beneficiarono del titolo di Germanicus Maximus.

Una ricostruzione della Londinium romana

Il destino di Alletto però, privo del supporto degli alleati Galli e Germani era ormai segnato e, nel 296, Costanzo Cloro diede il via all’invasione dell’isola assieme al suo prefetto del pretorio Asclepiodoto. Mentre l’ex uomo di Carausio attendeva l’arrivo delle truppe imperiali sulle sponde del Kent, Costanzo divise le sue truppe facendo salpare il suo generale dalle foci della Senna mentre le sue forze presero il mare da Bononia.

A causa del maltempo però, l’esercito di Costanzo fu a sua volta diviso in due e, mentre una parte di esso riuscì a raggiungere l’isola, il Cesare preferì rientrare in Gallia per evitare un naufragio. Asclepiodoto invece, sbarcò aggirando le difese britanne e marciò direttamente su Londinium, eliminando in battaglia il successore di Carausio e le sue truppe mercenarie franche, sterminate poi definitivamente dalla sopraggiunta avanguardia di Costanzo. Anche lo stesso Cloro sopraggiunse in seguito sull’isola, ristabilendo così il controllo di Roma su quei territori e concludendo così una della più lunghe fratture politiche mai capitate all’impero romano: Costanzo potè così completare l’impresa a lui affidatagli da Diocleziano.

Circa tre anni dopo, le fonti riportano notizie di altre imprese belliche del padre di Costantino, attivo nel territorio dei Galli Lingoni dove ebbe la meglio contro un esercito di Alamanni. Da quel punto in poi sembrerebbe che Costanzo si dedicò sostanzialmente al mantenimento della pace all’interno dei confini dell’impero mentre Diocleziano si concentrò nella persecuzione dei cristiani. Con l’abdicazione di quest’ultimo e del collega Massimiano (305), Costanzo Cloro divenne quindi Augusto, associando come suo cesare Flavio Valerio Severo secondo le disposizioni del sistema della tetrarchia.

Successivamente però, mentre progettava una spedizione volta a conquistare la Britannia settentrionale e a sottomettere i Pitti e i Caledoni, Costanzo morì ad Eburacum (York) il 25 luglio del 306, lasciando l’impero senza guida.

Una pagina del manoscitto di Goffredo di Monmouth conservata presso la Biblioteca apostolica vaticana

Con la morte di Costanzo infatti, il sistema tetrarchico implose e, in seguito ad un altro periodo di sanguinose guerre civili, Costantino riunificò l’impero sotto il suo comando soltanto nel 324. Il corpo di Costanzo, per ordine del figlio, fu traslato a Treviri e collocato in un mausoleo a lui dedicato. La fortuna di Costanzo fu ravvivata in seguito da Goffredo di Monmouth che nella sua Storia dei Re di Britannia (1136) stravolse completamente la storia degli eventi narrati sino ad ora. Infatti, secondo Goffredo, Carausio sarebbe stato un britanno di nobili origini che su mandato del Senato romano, allestì una flotta per difendere la Britannia dalle invasioni dei barbari. Ricevuto tale compito, Carausio divenne via via sempre più potente e, con l’aiuto dei Pitti, riuscì ad estromettere il re della Britannia Bassiano e di farsi eleggere re al posto suo.

Per ricompensare l’aiuto di quei popoli Carausio donò loro l’Albania (il nome ancestrale della Scozia) ed essi ne presero possesso a scapito dei Britanni.

La fortuna di Carausio durò poco: il senato inviò il legato Allecto, divenuto nella versione di Goffredo totalmente romano, che sconfisse Carausio con tre legioni, vendicandosi di tutti coloro che avevano tradito Roma. I Britanni quindi si sollevarono e guidati dal duca di Cornovaglia Asclepiodoto (ovvero il luogotenente di Costanzo) eliminarono prima Allecto nascosto a Londinium e poi Livio Gallo, ufficiale di Allecto, trucidato insieme ai suoi legionari sulla riva del fiume Nautgallim/Gallemborne oggi Walbrook (su cui vennero ritrovati nel 1860 un gran numero di teschi durante uno scavo archeologico).

Dopo questo avvenimento il monaco inglese inserì l’avvento del nostro protagonista; infatti, alla morte del re Asclepiodoto, ucciso dal ribelle duca di Colchester Coel che gli sottrasse la corona, il senato romano inviò in Britannia proprio il senatore Costanzo, che aveva già riconquistato la Spagna e possedeva la fama di grande combattente. Costanzo prese accordi con Coel riconoscendogli il suo diritto al trono di Britannia, ma questi morì poco dopo di una malattia improvvisa lasciando campo al senatore.

Costanzo dunque sposò la figlia di Coel, Elena (che in realtà, come abbiamo visto, proveniva dalla Bitinia ed era di umili origini) che nella versione della storia di Goffredo è elogiata come la più abile al mondo nella conoscenza della musica e delle arti liberali e con cui generò poi Costantino, elogiato alla stessa maniera dall’autore medievale.

È interessante in questo caso evidenziare come l’opera di riabilitazione cristiana del lignaggio di Costantino e della madre Elena, iniziato da Eusebio, sia stato portato a termine da Goffredo, in quella che possiamo definire come una storia della ricezione dei personaggi romani attraverso i secoli.

Pietro Paolo Giannetti

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BibliogafiaFonti antiche:Anonimo, Notitia Dignitatum, a cura di O. Seeck, Berlino 1876 Anonimo, Consularia Constantinopolitana, IN MGH, Chronica Minora, a cura di T. Mommsen, Tomo IX, Vol. I, Berlino 1892Anonimo, Panegirici Latini, a cura di D. Lassandro e G. Micunco, Torino 2000Anonimo Valesiano, De Constantio Chloro, Costantino Magno et Aliis Imperatoratoribus, in Rerum Italicarum Scriptores, a cura di L. A. Muratori, Milano 1738Corpus Inscriptionum Latinarum, consultabile online su https://arachne.dainst.org/ Aurelio Vittore, De Caesaribus, a cura di H. W. Bird, Liverpool 1994Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, a cura di L. Franco, Milano 2009 Flavio Eutropio, Il compendio della Storia Romana, a cura di G. Bandini, Milano 1843Goffredo di Monmouth, Storia dei Re di Britannia, a cura di G. Agrati e M. L. Magini, Parma 2010Scrittori della Storia Augusta, Historia Augusta, a cura di L. Agnes, Torino 1960 Studi moderni:T. D. Barnes, Constantine and eusebius, Harvard 1981R. G. Collingwood, J. N. L. Myres, Roman Britain and the English Settlements. Pp. xxvi + 515; 10 Maps. Oxford : Clarendon Press, 1936. Cloth, 12s. 6d. S. Frere, Britannia, a History of Roman Britain, Londra 1963A. Harbus, Helena of Britain in Medieval Legend, Cambridge 2002P. A. Holder, The Roman army in Britain, Londra 1982B. Jones, D. Mattingly, An Atlas of Roman Britain, Cambridge 1990A. H. M. Jones, J. R. Martindale, J. Morris, The Prosopography of the Later Roman Empire, Vol. I, Cambridge 1971H. Mattingly, C. H.V. Sutherland, R.A.G. Carson, The Roman Imperial Coinage, Londra 1951Odahl, Constantine and the Christian Empire, New York 2004G. P. Welch, Britannia, The Roman Conquest and Occupation of Britain, Londra 1963

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La contessa Matilde vestita di mitologie

Diciamolo subito: Matilde è sempre stata sotto il segno del mito. A cominciare dal mito fondatore, quello di Donizone, che difficilmente avrebbe potuto esprimersi in modo diverso ma avrebbe potuto scegliere diverse modalità espressive, fino alla odierna fiorente industria turistica. Ma il mito è multiplo per sua natura.

Il monumento funebre Onore e gloria d’Italia dedicato a Matilde di Canossa da Gianlorenzo Bernini (1633-34, Basilica di San Pietro, Città del Vaticano)

Nel secolo XVII Matilde fu l’emblema perfetto della Controriforma trionfante e fiammeggiante, “donna illustre e guerriera di Dio”, l’eroina perfetta, la perfetta radice del trionfo della Chiesa Romana (1633, Castel Sant’Angelo; 1644, San Pietro: il Bernini); il Seicento è alla radice di molte cose…

Fanno parte delle mitologie le molte stupidaggini che si possono leggere nel web (es. Wikipedia: “Contessa, duchessa e marchesa […] in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana”; Italia donna. Il portale delle donne: “una donna bella e decisa […] amata e venerata da tutti”; SuperEva, Delitti e Misteri: “Le lotte per il potere ignorano ancora le donne, che non sono mai state considerate un pericolo, ma la storia, fino a quel momento, evidentemente non ha fatto ancora i conti con Matilde di Canossa”), che sempre più si rivela un potenziale immenso sciocchezzaio neo–flaubertiano… eppure con esso gli storici si dovranno abituare a confrontarsi se non vogliono essere relegati a una marginalità eburnea ed immacolata quanto si vuole ma totalmente insignificante, abdicando così al loro ruolo sociale di artigiani del metodo e dei procedimenti critici.

A questo riguardo è d’uopo aggiungere una cosa, a mio avviso del tutto non secondaria: anche la ricerca umanistica è eminentemente sperimentale: se non si sottopongono a verifiche spassionate e regolari, nonostante le evidenze delle ricerche più recenti o il semplice buon senso, i modelli consolidati e evidentemente bisognosi di verifica e si continua ad affidarsi solo a questi ultimi, si finisce per fare soltanto erudizione nel senso peggiore della parola e così si viene meno al métier dello storico e dell’intellettuale; la trahison des clercs, per citare un titolo di una novantina d’anni fa (Julien Benda, 1927), è, è sempre stata, e sempre sarà imperdonabile: espressione quando non radice di molti mali anche estremi, luogo in cui la conoscenza e l’etica si fondono indissolubilmente e muoiono insieme.

Matilde l’europea Ovviamente non è il caso di ripercorrere tutti i momenti topici di questa figura storico–mitologica; mi limiterò a segnalare quelli a mio avviso più evidenti.

Non si può prescindere dalle tematiche messe a fuoco nel 1997 nel convegno e dedicato a Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito (Bologna, Pàtron, 1999), per esempio le istanze prosopografiche, o piuttosto genealogiche, del Cinque e Seicento, comprese quelle del marchese Dal Pozzo (1678): tutte piuttosto comuni in tutta l’Europa, se si pensa alle contemporanee genealogie dei papi o al fatto che l’aristocrazia del regno di Spagna risultò allora discendere per intero dai Visigoti…

Come scrisse il Leibnitz al Muratori il 30 gennaio 1714 “il y a tant de fables et d’absurdités qu’on ne s’y peut fier que dans les choses fort modernes”, e, come scrisse il Muratori al Leibnitz il 6 novembre 1715, il tema “è pieno di favole”.

Non è che oggi (il web insegna) le cose siano diverse nella sostanza… Ma bisognerà aggiungere che un mito non è davvero tale se non è capace di aggiornarsi: magari per piccoli elementi, quasi impercettibili ma che rendono il segno dei tempi.

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Facciamo un salto in avanti. Ad esempio: l’insistenza sul carattere “europeo” di Matilde di Canossa. Ma ci si è mai chiesti che senso ha questa espressione per i secoli XI e XII? e non solo perché novecento anni fa non si aveva idea di che cosa fosse «Europa» e di qualunque cosa si trattasse era comunque a geometria variabile (per esempio le aree del Nord vengono inserite in Europa solo negli anni ’30 del XII secolo e solo da Guglielmo di Malmesbury, che appartenendo all’ambiente anglonormanno forniva così di radici «europee» i signori dell’Inghilterra).

Matilde «europea» perché apparteneva alla famiglia di Lorena e frequentava l’Impero e i grandi del suo tempo, ad esempio l’abate di Cluny Ponzio che (ora lo sappiamo) era spagnolo?

Ma allora tutti i grandi del suo tempo erano europei, visto che appartenevano alla medesima ristrettissima fascia di signori fra loro legati da relazioni familiari, politiche ed economiche; tanto per non allontanarci troppo dal caso di Ponzio, era imparentato per vie più o meno indirette con i conti di Tolosa, i franco–normanni, l’imperatore; con gli Aleramici e la casa di Navarra erano imparentati i Normanni di Sicilia, ma Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I, era imparentata con i conti di Mortagne e del Perche, franco–normanni; con l’imperatore Enrico V e poi con gli Anjou si imparentarono gli anglo–normanni di Enrico I Beauclerc…

L’insistenza sulla dimensione «europea» di Matilde non parlerà più del nostro tempo che del suo? Dico del tempo dell’Unione Europea e della moneta unica? Ma questo può aprire la strada ad un’altra domanda: chi ci dice che l’insieme stesso del mito di Matilde, così come lo conosciamo, non appartenga piuttosto agli ultimi duecento anni?

Dall’alto in basso: il Castello di Bianello (Quattro Castella, Reggio Emilia), una delle residenze di Matilde di Canossa; la stanza di Matilde nel castello; particolare del dipinto ottocentesco “La donna con il melograno” di Giuseppe Ugolini, conservato nella stanza di Matilde

Torniamo indietro, al Risorgimento: Francesco V d’Este, il castello di Bianello come centro delle sue esercitazioni militari, il famoso quadro commissionato a Giuseppe Ugolini che rappresentava Matilde, significativamente destinato al Palazzo Ducale: ed eravamo nel 1854, per così dire a metà strada tra i moti e la I guerra d’indipendenza del 1848 e la guerra del 1859 e l’immediata scomparsa del Ducato e del passato (plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860, ratificato e pubblicato il 15 marzo 1860); realizzato fra il 1854 e il 1859, il dipinto fu venduto dall’ormai ex duca e finì a Bianello, che era stato acquistato da un privato, dove venne appiccicato al muro, su un support di tela, nel 1873.

Siamo già nel Regno d’Italia. Ed ecco i decenni antiprefettizi, delle Guarentigie, cattolici. Tanto per citare in ordine sparso, il raduno a Canossa dei Circoli Universitari Cattolici di Parma, Modena, Bologna e dei Fasci Democratici Cristiani nel 1902; il contributo di mons. Leone Tondelli L’eroismo di Matilde, che “sottolineava la fermezza e la costanza della Contessa nel difendere gli ideali e la persona di San Gregorio” (1915); l’associazione femminile cattolica reggiana delle Matildine, 1918, che ebbe un proprio stemma distintivo (dipinto su drappo candido nel 1934): “tre spighe di frumento […] il trinomio che era anche il programma delle giovani cattoliche: Eucarestia, Apostolato, Eroismo“; “Matelda. Rivista per Signorine” (1911–1938) che si batteva contro il divorzio e contro la città della modernità e ovviamente del vizio, Parigi, e che inaugurò le sue pubblicazioni dichiarando:

Matelda è colei che raggiunge la perfezione fisica con la perfezione morale che altro non è se non l’ideale femminile»

(Il che è tanto più significativo e attesta il provincialismo, la marginalità e anche l’arretratezza culturale e politica di queste sedi se si pensa al contemporaneo, frenetico, attivismo delle organizzazioni femminili tra le due sponde dell’Atlantico, sfociato in un’udienza concessa da Benedetto XV a Rosa Genoni e Anita Dobelli Zampetti e culminato nel 1923 in un congresso tenuto proprio a Roma.)

Fermiamoci di nuovo un momento. Chi ci dice, cioè, che anche nel suo caso, come forse in generale per tutto il Medioevo così come lo conosciamo noi, non sia stato il passato prossimo e a volte molto prossimo a fondare il passato remoto?

Perché non si può non dire della celebrazione del primo millenario (tarda estate 1950), preparato fattivamente da mons. Socche, vescovo di Reggio Emilia (autore di un volumetto apparso nel gennaio di quell’anno in cui, in nome dell’impegno contro il “cataclisma sociale”, istituiva un parallelo fra gli “ardui cimenti che avevano impegnato Matilde e Gregorio VII contro l’oppressione imperiale e la sua propria lotta intrepida di vescovo contro il materialismo ateo e violento del tempo”), e inaugurato dall’onorevole Gonella, ministro democristiano della Pubblica Istruzione, e punto d’inizio delle attuali celebrazioni. Che, peraltro, nel 1977, in piena età di “compromesso storico” (oltreché di terrorismo interno), e in perfetta temperie di Peppone e don Camillo, secondo l’esperienza originale della coabitazione e collaborazione politica in Emilia–Romagna, sfociarono in un grande e fondamentale convegno di studi fortemente voluto dal senatore Carri, sotto l’egida del Pci, “nuovo Principe” secondo l’insegnamento critico gramsciano.

Pontida antibolscevica Il passato è sempre stato usato con moltissima disinvoltura, basti pensare al fatto che durante il fascismo Pontida era inteso come giuramento antibolscevico (proprio così) e che la battaglia di Legnano, con il suo corredo mitico di Alberto da Giussano, si era prestata molteplicemente in chiave giobertiana (l’arringa alle truppe pontificie di Massimo d’Azeglio nel 1848) o laica e nazionalista con l’elisione di qualunque accenno al ruolo papale.

Per non parlare della Reconquista spagnola e dell’idea stessa di Crociata. E anche Matilde era diventata l’eroina del neoguelfismo così come, dall’altro lato, la nemica esemplare della Nazione tedesca e delle sue sorti progressive e magnifiche. Ma allora stiamo parlando di Matilde di Canossa o piuttosto dell’eroina della Controriforma trasformata in eroina della Guerra Fredda?

Di Matilde di Canossa o, come ha acutamente segnalato Paolo Golinelli nel 2008 non senza arguzia, di una delle eroine delle donne in armi degli USA (sorvolando con allegra disinvoltura sulle caratteristiche socioeconomiche del reclutamento nelle forze armate statunitensi…) arruolate nella guerra contro l’Asse del Male in una galleria che spazia dalle Amazzoni a Golda Meir?

Di Matilde di Canossa, o dell’eroina da gender studies? E chi ci dice che il mito costituito attraverso questo tipo di passaggi non abbia potuto radicarsi per la persistenza nel lunghissimo periodo di usi e costumi agrari in contiguità leggendaria (e inverificabile) proprio con Matilde?

Un mito dentro l’altro Torniamo alla fondazione del mito o piuttosto racconto mitologico. La affronteremo là dove forse non se lo aspetta, dove il mito ha la forma consapevole della barzelletta. Eppure forse dà accesso a molte più cose di quanto si possa pensare a prima vista. Del mito fa parte un altro mito. Questo si, antico e quasi contemporaneo alla contessa (fermiamoci un istante per una domanda ingenua: “contessa” di che cosa? perché è chiamata contessa di qua dall’Appennino e marchesa di là dal crinale?). Un mito che finisce per incrociarsi con un altro, quello fondativo.

Cosma di Praga, le nozze con Guelfo V di Baviera “il Pingue”. Siamo nel 1089, Matilde ha 43 anni. Guelfo IV di Baviera, padre del giovane sposo, era stato elettore di Rodolfo di Svevia, l’anti–re che aveva deluso i suoi morendo in battaglia nel 1080. E’ un’alleanza esplicitamente antienriciana che riporta Matilde nella dimensione sua propria di principe dell’impero, quella che le compete nonostante la condanna per fellonia di qualche anno prima. Questo il contesto. Ma veniamo al racconto.

Cosma di Praga (1045-1125) [immagine dal Lipský rukopis, uno dei manoscritti delle Cronache di Cosma]

Matrimonio non consumato Cosma, decano del duomo di Praga, perfezionatosi a Liegi tra il 1074 e il 1082 sotto la guida, fra gli altri, del famoso Franco scholasticus, e morto il 21 ottobre 1125, fa una iperbolica rappresentazione di Matilde: signora potentissima, dopo la morte del padre “prese le redini di tutto il regno di Lombardia e di quello di Borgogna insieme, avendo il potere di scegliere, intronizzare o eliminare 170 vescovi”; domina l’ordine senatorio e lo stesso Gregorio VII, ha un’attitudine virile, tanto che è lei a prendere l’inziativa, lei stessa tempesta di lettere Guelfo con la proposta di matrimonio:

acciocché senza erede la altezza regale non venisse a mancare insieme alla prole

gli promette

tot città, tot castelli, tot palazzi incliti, quantità infinite d’oro e d’argento

Il ragazzo alla fine si fa convincere.

Il clímax cresce gradatamente fino a culminare nelle nozze. Festeggiamenti all’altezza di tanta principessa, poi la prima notte.

Disastro. “Il duca Guelfo senza Venere, e Matilde vergine”. Diavolo… Guelfo ha 17 o 18 anni, dev’essere farcito di testosterone, come è possibile che l’impresa non gli riesca? Si arrabbia, si ribella: vuoi che tutti mi ridano in faccia?

Di certo per ordine tuo o per opera delle tue serve c’è qualche maleficio o nelle tue vesti o nel tuo letto. Credi a me, se io fossi di natura fredda non sarei mai venuto alla tua volontà!

Ma alla seconda notte le cose non cambiano. La terza notte Matilde congeda i servi, ora sono soli nel cubiculo; prende la tavola della mensa e la mette sui sostegni, si spoglia nuda nata (sicut ab utero matris); non ci sono vesti, non c’è materasso, non ci sono coltri, non c’è nulla, non può esserci maleficio!

Ma lui le resta di fronte

come un asinello di mal’animo, o un macellaio che affilando la lunga spada sta nel macello sopra una pingue vacca scuoiata che vuole sventrare. Dopo che a lungo la donna sedette sulla tavola facendo come l’oca quando si fa il nido e rivolta la coda di qua e di là, ma invano, alla fine la femmina nuda si levò indignata e afferrò con la mano sinistra l’escrescenza dell’impotente e sputandosi sul palmo della destra gli diede un ceffone e lo sbatté fuori.

Bisogna ammetterlo: Cosma di Praga non lascia nulla all’immaginazione. Scrive il copione, anzi il trattamento, di una farsa e dirige la coreografia. Non è necessario avere esperienza diretta di vita di campagna e del mestiere di macellaio: basta pensare ai gesti, basterà pensare a qualche cartone animato di Walt Disney per quanto riguarda l’oca e alla correggia di cuoio per affilare i coltelli (o anche i rasoi dei barbieri), e tutto sarà chiarissimo.

Guelfo affila una spada, cioè si adopera in solitudine per eccitarsi, Matilde si dimena, cioè si esibisce in una specie di lap dance per scuoterlo a fare il suo dovere maritale, il clímax culmina con la donna offesa o delusa, comunque inviperita, che afferra il giovine per la parte che inutilmente sporge, e si sputa nella mano perché il ceffone sia più intenso…

Matilde non si comporta davvero come una lady, ma non se ne potrebbe fargliene una colpa visto che questo comportamento risale al XIX secolo inglese — basterebbe rileggere i memoriali del secolo di Luigi XIV per ricordarselo… o le satire di Jonathan Swift (Oh! Celia, Celia, Celia shits! — per non dire dei casi di Strephon e Chloe, che soffrono allegramente di meteorismo). E comunque non va dimenticato che nel secolo XI il sesso era trattato con pochi infingimenti anche là dove noi troveremmo la cosa estremamente non appropriata, per esempio la vita di un santo: Pier Damiani non racconta che gli eremiti di Sitria avevano accusato san Romualdo di rapporti sodomitici con un suo giovane discepolo e commenta: aveva cent’anni, se anche avesse voluto gliel’avrebbero impedito il sangue freddo e il corpo inaridito?

E nella letteratura di discussione e polemica il sesso era un tema chiamato in causa con una discreta frequenza… E qui sta il problema. E ancora una volta il problema è nostro. Soltanto nostro. Nessuno ha mai notato il carattere volutamente farsesco e fiabesco (favoloso) del testo, tutti presi come si è stati dalla valutazione storicista.

Sposalizio di Guelfo V con Matilde di Canossa (miniatura, seconda metà del secolo XIV [Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana]

Potere senza privacy Nel 1978 Ernst Werner, eccellente studioso della DDR rigorosamente marxista, parlò di “legame innaturale” — innaturale perché? per la differenza d’età, forse, che giustificherebbe le défaillances del ragazzo? Ma se vogliamo restare sul piano dello storicismo–positivismo dobbiamo ricordare non soltanto i livelli di testosterone di ogni diciottenne, come già detto, ma anche il fatto la privacy non era ammessa nelle nozze regali (e non lo fu per molti secoli ancora) e dunque nessuno doveva verosimilmente farsi troppi complessi per il fatto di doversi accoppiare in pubblico; di più, la privacy era affidata, anche nei palazzi più grandi, ai tendaggi e ai tappeti più che ai muri, che certo riparavano dagli occhi ma non dalle orecchie.

Ed era comunque uno stato eccezionale, forse un privilegio solo degli anacoreti solitari, e anzi un dubbio privilegio, perché poteva essere intesa come una punizione e una penitenza. Sicché è difficile pensare che il ragazzo abbia avuto dei problemi per la promiscuità della situazione, o perché sua moglie era troppo matura per lui — anche perché prima sarà stato addestrato… Per questo Cosma fa inalberare il giovane: perché tutto è pubblico. Allora, cosa c’è di innaturale? Verrebbe da dire: cosa ne penserebbero le cougar women dei tempi nostri? Ed è pensabile che nell’austera, dignitosa e, per usare un efumismo, supercontrollata DDR questo non avvenisse?

E comunque Cosma (diversamente da quanto si può leggere, ancora una volta, in web) non fa neppure un accenno alla differenza d’età.

Giovanni Villani (Firenze, 1280-1348) – qui nella statua commemorativa della città di Firenze, Loggia del Mercato Nuovo – autore della Nuova Cronica [si può consultare l‘Archivio del Volto Santo di Lucca per l’edizione integrale digitale dell’opera]

L’onda lunga di Villani Come non lo fece Giovanni Villani: già, la sua opera (o forse solo quel passaggio della sua opera) ebbe un’eco lunga, almeno fino al Trecento fiorentino:

Guelfo non poteva conoscere la moglie carnalmente, né altra femmina per naturale frigidità o altro impedimento in perpetuo impedito; ma in pertanto volendo ricoprire la sua vergogna alla moglie diceva, che ciò li avveniva per malìe che fatte li erano per alcuni, che invidiavano i suoi felici advenimenti.

Ed ecco il tema dell’impotenza. Come si noterà, i temi crescono su se stessi e si avvitano su loro stessi: quel che Cosma forse insinuava, il Villani lo rese certezza. Più prudentemente Vito Fumagalli scrisse:

un grasso adolescente, segnato probabilmente dall’impotenza, certo dalla sterilità.

Il Pingue morì nel 1120, sulla cinquantina, senza essersi risposato e senza aver avuto eredi; magari non era nemmeno molto interessato alle donne — non sarebbe un caso isolato nel XII secolo. Facendo galleggiare quella certezza su un mare di variopinte invenzioni, la prima delle quali è: La madre della contessa Mattelda è detto che fu figliuola d’uno che regnò in Costantinopoli imperadore, e l’ultima: sepulta è nella chiesa di Pisa…

Per quanto Villani fosse

solito indicare con precisione la provenienza delle informazioni […] il problema delle fonti dei primi libri della Nuova Cronica non può dirsi completamente risolto.

In questo caso potrebbe dipendere da qualche compilazione precedente, e sarebbe di grande interesse riuscire a capire come proprio questa fonte possa essere giunta fino alla Firenze dei secoli XII–XIV.

Tanto più se si pensa al fatto che fino a lui di Matilde si erano in pratica perse le tracce: nessuna in Boccaccio, pochissime e generiche nel Petrarca — mentre è da lui che riprende le notizie Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino.

I deliri di Cosma Ma ritorniamo al testo di Cosma, evidentemente più fondativo di quanto si potesse pensare, e cerchiamo di capire qualcosa in più. Cosma è uomo organico al cosiddetto Reichskirchensystem. Propone i suoi delirii senili e le sue facezie senili al prevosto di Melnik,e proprio perché dichiara di scrivere facezie (nugae) deve alternare e comporre generi diversi di narrazione per compiacere il lettore. Ovviamente non sarà tenero con i nemici degli imperatori.

Ma nelle sue contraddizioni e omissioni e latitanze si rivela come una fonte ricchissima, anzi il fatto che dichiari ducem Suevie il duca di Baviera protagonista di tanto magra figura attesta, per noi forse paradossalmente, il livello delle sue informazioni perché era noto che

i più importanti possedimenti della famiglia di Guelfo erano situati nella Svevia meridionale, incluso il castello di Ravensburg, principale sede della dinastia. Qui si concentrò il potere di Guelfo IV negli anni in cui era stato privato del ducato di Baviera

(vale a dire nel 1077– 1096 quando la Baviera era stata amministrata direttamente dal re).

In filigrana Cosma rivela informazioni anche su Matilde: dopo la morte del padre, racconta, Matilde restò sola a governare, facendo vita da nubile.

Una litografia di Goffredo il Gobbo. Primo marito di Matilde di Canossa, non viene mai citato nei testi di Cosma da Praga e di Donizone

Sappiamo che le cose non erano andate così: ma Cosma opera una censura, oblitera tutto il lato lorenese della faccenda, fosse per lui non sapremmo dell’esistenza di Beatrice, di Goffredo il Barbuto, del primo marito di Matilde, Goffredo il Gobbo figlio del Barbuto. E in questo lo scopriamo sorprendentemente parallelo allo storico ufficiale della dinastia, Donizone, che dei due Goffredi non fa nessuna menzione. Verremo anche a lui. (Eppure forse Cosma suggerisce qualcosa, ma soltanto a chi sa già, quando la dichiara signora di Lombardia e di Borgogna… perché Borgogna?)

Comunque Matilde è (e resta suo malgrado) vergine, e la sua è una regalis celsitudo. Anche se il trattamento di Cosma innalza tutto all’iperbole e all’improvviso l’iperbole si sgonfia di botto, resta solo il ridicolo. E il ridicolo, come si sa, condannava (e dovrebbe condannare…) senza scampo.

Fine di un matrimonio Tanto per delimitare di nuovo il contesto ricordiamo che Matilde e Guelfo vissero e agirono insieme fino al 1095. Il matrimonio finì perché il padre di Guelfo V si riconciliò con Enrico IV e perché le aspettative di Guelfo V erano andate deluse. Matilde non cedette mai il controllo della sua signoria.

Matilde aveva un problema, proprio quello di cui parla Cosma di Praga: la successione o meglio la discendenza. Aveva avuto una figlia dal Gobbo, ma era morta subito. Ne riparlerò. Sapeva che il suo principato, il principato di suo padre e di suo nonno, e che poteva risalire solo fino a un bisnonno, o al più fino a un trisavolo di oscure origini, Sigefredo, sarebbe finito con lei.

Aveva urgente bisogno di un erede. Nulla di fatto con Guelfo, evidentemente c’erano problemi fisici, e non si trattava necessariamente di una palese impotenza del marito per la quale forse non si sarebbero aspettati ben sei anni…

Forse le violenze subíte nel primo matrimonio e magari le difficoltà del parto le avevano precluso la capacità di generare. La sua intraprendenza politica aveva ripreso fiato, anzi era entrata in una fase del tutto nuova, di grande, grandissima attenzione alle città della pianura e anche della Toscana. Non le serviva un marito, le serviva un figlio!

E un figlio lo ebbe, un Guido della numerosa famiglia dei Guerra — un figlio adottivo. Che si dissolse (se mai c’era stato davvero: la questione è stata riaperta di recente; e così potremmo finire per ritrovarci con un altro frammento di mito) quando comparve l’ultimo figlio adottivo, lui si, degno del rango di una principessa imperiale qual era e restava Matilde!

Fu Enrico V, l’imperatore. Qui entra in ballo, quasi fosse il primo filamento di DNA del mito, la seconda fonte quasi–contemporanea: il famosissimo Donizone.

Il De principibus canusinis (più comunemente noto come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis) fu redatto tra il 1111 e il 1116 dal monaco benedettino Donizone, abate del monastero di Sant’Apollonio di Canossa

La storia di Donizone Era un monaco di Sant’Apollonio di Canossa, scrisse una storia ufficiale di Matilde e della sua dinastia, il De principibus Canusinis: una storia in versi, un poema storiografico di grande cultura e grandissima intelligenza politica che fortunatamente da un quarto di secolo è stato recuperato come fonte fondamentale. Recentemente è stata messa in discussione una committenza diretta di Matilde; ma in ogni caso Donizone ci racconta una storia illuminante.

Nel 1110 Enrico V era sceso verso Roma, un eminente vassallo di Matilde, Arduino da Palude, gli aveva prestato il servizio feudale, i vescovi di Reggio Emilia Bonseniore e di Parma Bernardo degli Uberti — la nuova generazione di consiglieri di Matilde — erano con lui al seguito del re.

Nel febbraio 1111 Arduino combatte per il re e per i suoi vescovi contro i romani e contribuisce di fatto alla cattura di papa Pasquale II, in aprile il cosiddetto pravilegio con cui Pasquale II finiva per ammettere la liceità delle investiture, e l’incoronazione imperiale; Enrico V riprende la via verso la Germania. Il 6 maggio, “gioioso, ma molto stanco“, era a Bianello, l’alto castello da cui si ha l’intera visione dell’ampia pianura e nelle belle giornate si intravede il monte Baldo, sul lago di Garda. Parlò faccia a faccia con Matilde, dice Donizone che le attribuisce la padronanza del tedesco, del francese (d’oïl, probabilmente), del latino:

A lui ella promise di non cercare nessun re simile a lui; a lei egli diede il reggimento del regno ligure nelle veci del re, e la chiamò con chiare parole con il nome di madre.

Per troppo tempo intorno a questi tre versi ci si è esercitati in acrobazie spericolate per salvare la figura della diletta figlia di San Pietro, dato che non li si poteva elidere; in realtà sono chiarissimi. Matilde riconosce ufficialmente Enrico V come suo re, ufficialmente è riammessa tra le fedeltà del regno; ne viene riconosciuta l’autorevolezza egemonica al punto che sarebbe divenuta viceregina; Liguria e Lombardia erano sinonimi almeno sin dall’età di Augusto, la vicaria regni si era già verificata nella storia e in quei decenni Benzone d’Alba l’aveva evocata per la sua admirabilis balena (non nel senso di “grassona” ma di “prodigio della natura”), Adelaide di Torino.

Ma c’era ben di più: Enrico V chiamava Matilde madre, dunque se ne dichiarava figlio: allora, se ne era ufficialmente il figlio, avrebbe avuto diritto a rivendicare l’allodio, la proprietà privata della famiglia. Matilde vedeva riconosciuta la sua dignità regale, anzi il suo diritto a pretendere una dignità regale (la regalis celsitudo, come si esprime Cosma di Praga), era madre di un imperatore e l’imperatore sarebbe stato il suo erede, del privato come del pubblico.

Il tema dell’eredità Aveva 65 anni, avrebbe potuto governare in pace e tranquillità — tanto, lo sapeva già da lungo tempo che non avrebbe avuto eredi biologici. (E da qui prende avvio un altro mito, quello operativo evocato nella documentazione imperiale e papale, i beni matildini…).

Già, perché Donizone, come Cosma, non fa cenno dei matrimoni della sua Signora… Donizone rende vergine la sua Signora, lo fa consapevomente spargendo la sua opera dei simboli della verginità oltreché della solarità regale, e così facendo non soltanto la eleva alla più alta dignità terrena secondo un modello simbolico che risaliva almeno all’età di Ottaviano Augusto e giungerà almeno fino a Elisabetta I Tudor, ma garantisce il suo pieno diritto a disporre dell’eredità.

Almeno l’imperatore sarebbe stato un erede di rango adeguato! E così trasforma in elemento ideologico–politico ciò che Cosma aveva presentato come ridicola sfortuna di moglie. Secondo Donizone non è neppure una scelta, quella di Matilde, è una vocazione.

Proviamo a tirare le somme; perché, come al solito, niente di meglio che andare alle fonti. Non notando il carattere farsesco di Cosma (così come fino a una ventina d’anni fa nessuno aveva mai rilevato la sottolineatura della vergintà operata da Donizone) nessuno ne ha mai segnalato il carattere di paradosso. E nessuno ne ha nemmeno mai dedotto, con almeno un accento di pietà umana, che Cosma indicava la sterilità di Matilde, insomma la sterilità successiva alla perdita della piccola Beatrice e conseguente probabilmente alle attenzioni (diciamo così) del Gobbo, cui non a caso la giovane erede del principato canossano si era sottratta con la complicità fattiva, se non con l’intervento diretto, di Beatrice, che pure del Gobbo era matrigna acquisita oltreché parente.

Attenzione: noi ora diamo tutto questo per scontato, ma dimentichiamo che fino a una trentina d’anni fa nessuno si era accorto della maternità di Matilde, del suo fallimento e del fallimento del suo matrimonio. Due sposi promessi già da otto anni, cugini, e sposati di gran fretta prima che il Barbuto morisse, per mettere tutti di fronte al fait accompli (dicembre 1069); non conosciamo l’età del Gobbo ma quella di Matilde si, 23 anni: un’attesa lunga…

Deve passare quasi un anno prima della fecondazione e della gravidanza, dopo 18 mesi nasce e muore quasi subito la bambina (fine primavera–inizio estate 1071), il cui nome è scelto ancora una volta nell’onomastica lorenese; il ritorno in Italia (o fuga) non subito dopo il parto e il lutto, ma a distanza di qualche mese (Matilde era a Mantova il 19 gennaio 1072): tentativo — fallito — di recuperare i rapporti con il marito, o la necessità di recuperare la salute dopo il parto e mettersi in forze per il viaggio ? E poi il rifiuto ostinato della riconciliazione… tutte queste conoscenze le dobbiamo a Paolo Golinelli.

E possiamo farci qualche altra domanda. La separazione dal Gobbo: davvero dobbiamo considerarla come un fatto privato? La rottura o sospensione di un matrimonio dell’altissima aristocrazia che aveva dovuto inquietare l’autorità regia tanto quanto il matrimonio fra i genitori dei due contraenti aveva inquietato il padre dell’attuale re, davvero poteva passare inosservata?

Davvero il Gobbo non avrebbe potuto fare nulla per riprendersi la moglie sul lungo cammino fra Lorena e Lombardia? E perché non lo fece? Davvero si lasciò sorprendere e restò paralizzato dalla sorpresa, incapace di reagire? Beh, difficile a credersi: per lo meno, inverosimile…

E anche: quante donne non avevano e hanno subíto violenza e guasti irreparabili ad opera di uomini o di adolescenti né brutali né incapaci ma soltanto egoisti e indifferenti, posseduti soltanto dalla «nuda terrificante voglia maschile», per usare le parole di Cassandra (o meglio, di Christa Wolf, aspre, meccaniche: “Die nackte gräßliche männliche Lust“)? E allora valutiamo un altro aspetto del testo di Cosma: che poveraccio quel Guelfo, giovane e pieno di forze ma incapace di prendere una donna con i pochi gesti meccanici necessari…

E ci sarà evidente che il bersaglio principale di Cosma è proprio Guelfo. Si potrebbe dire: il dileggio maschilista di un uomo nei confronti di un altro uomo, un gioco tipico dei maschi e chiuso fra maschi… Questo è il cuore, non soltanto personale ma politico del problema. E per questo Cosma è centrale e non deve apparire pretestuoso utilizzarlo come la leva di Archimede…

Sarebbe sbagliato e perfino ingiusto negare a Matilde la consapevolezza del lignaggio: quello che a lei derivava da Beatrice, e che lei non fu in grado di trasmettere. La perdita del lignaggio, quale condizione poteva essere più dura di questa per una signora di altissimo rango come lei? Perché essere donna nel caso suo e delle sue simili e nella sua epoca, non era una diminutio ma una qualità che potenziava: se non abbiamo capito questo, non abbiamo capito niente.

Ritratto di Matilde di Canossa, scuola romana della metà del XVI secolo. Di probaile derivazione da un’opera dell’inizio del secolo XVI o da un prototipo perduto dell’alto Medioevo

Matilde non è in grado di riprodurre il suo sangue, la sua signoria è sterile, la sua famiglia finisce con lei, la sua storia è la conclusione ingloriosa della storia della sua rampantissima e altissima famiglia.Se poteva coltivare qualche dubbio e qualche illusione, i sei anni di matrimonio con Guelfo di Baviera dovevano essere stati impietosi: Matilde non poteva più avere figli biologici. Dunque non poteva fare altro che combattere solo per sé e per onorare la storia della sua famiglia, il suo futuro era sganciato dal suo passato, non avrebbe più avuto nessun rapporto con esso.

È a partire da questa base, che ovviamente non potevano avere né nel XVII né nel XIX secolo, e neppure nei primi due terzi del secolo XX, che dobbiamo muoverci. Altro che eroina e guerriera: una donna progressivamente senza via d’uscita. Ma attenzione ai facili psicologismi! Cosa ne sappiamo davvero, noi, di cosa sentissero 1000 anni fa o mezzo millennio fa?

Barbara H. Rosenwein, che ha dedicato la sua attività di ricerca alle manifestazioni emozionali e ne ha fatto il cuore delle sue indagini, pur esibendo un ragionevole ottimismo di fondo non si stanca di invitare alla cautela: e siamo sempre sul piano, ben constatabile, delle manifestazioni di emozioni e sentimenti.

Siamo certi di riuscire a comprendere fino in fondo, per fare solo un esempio celebre, i tristi sonetti di Isabella di Morra, anche quando suonano espliciti (es. Poscia ch’al bel desir troncate hai l’ale / che nel mio cor surgea, crudel Fortuna, / sì che d’ogni tuo ben vivo digiuna etc.)?

E quando non abbiamo a disposizione neppure un segno esteriore e razionalmente trattabile? Cosa ne sappiamo noi, e di noi chi non appartiene a dinastie industriali o finanziarie o universitarie e magari proviene dalle famiglie mononucleari della seconda metà del sec. XX, del senso profondo della dinastia, la continuità, la rottura, il dovere–della–continuità?

Oltretutto ricordiamocene sempre, noi siamo plebei. Inoltre, anche volendo procedere in maniera temeraria, nemmeno tentando di fare appello al lato femminile che ho come qualunque maschio riesco ad accostarmi sia pur lontanamente a una donna sicuramente ferita e resa sterile, e forse stupefatta per la sua impotenza a procreare, e magari esacerbata dalla convinzione profonda che era una penitenza, una punizione, una condanna che Dio le aveva riservato senza che lei lo meritasse…

Una croce incomprensibile come incomprensibili possono essere i disegni di Dio, alla quale doveva soltanto rassegnarsi. Si, ma quanto avrà impiegato a rassegnarsi? Quanto le sarà costata quella rassegnazione? A questo l’avranno esortata i suoi fidi ecclesiastici (come ad esempio aveva fatto Pier Damiani nei confronti dell’imperatrice Agnese)?

Matilde morì il 24 luglio 1115 a Bondeno di Roncore (oggi Bondanazzo di Reggiolo) e venne sepolta in San Benedetto in Polirone (San Benedetto Po). Nel 1632, per volere di papa Urbano VIII, la sua salma venne traslata a Roma in Castel Sant’Angelo. E lì rimase fino al 1645, quando trovò definitiva collocazione nella Basilica di San Pietro in Vaticano

Per confortarla in questo, oltreché con le incomparabili preghiere della sua abbazia accompagnatrici di una morte sommamente esemplare cui Matilde, per ragioni personali e anche sociali (diciamo così) si stava preparando da tempo, sarà intervenuto il cluniacense? Che comunque l’anno successivo sarà plenipotenziario dell’imperatore…

Ma davvero sarà andata così ? O siamo noi che ci abbandoniamo al romanzesco e, di nuovo, al facile psicologismo spicciolo? insomma, ad un nuovo/rinnovato mito?

Togliamola dal mito, Matilde di Canossa. Non merita di essere punita anche in questo. Non è colpa sua se è stata via via convocata in lande “che hanno bisogno d’eroi”, per parafrasare il geniale Bertoldt Brecht… Ricollochiamo nella storia il Bernini, Francesco V d’Este e il dipinto di Ugolini, l’età della separatezza dopo il 1870 e della ricucitura dopo il 1929, il secondo dopoguerra e il 1948, gli anni ’70 e il cosiddetto New World Order dei nostri anni recenti…

Lasciamola riposare in pace, non ha nessuna necessità di continuare ad essere fraintesa e usata. Un po’ di rispetto, perbacco!

Glauco Maria Cantarella

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Da leggere:B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, a cura di P. Golinelli, Bologna, Pàtron, 1999, pp. 112–113. 2 J. Benda, La trahison des clercs, Paris, Grasset, 1927. 4 O. Rombaldi, Giulio dal Pozzo autore del volume «Meraviglie Heroiche di Matilda la Gran Contessa d’Italia», Verona 1678, ivi, p. 107. 5 Matilde di Canossa, donna d’Europa: La Gazzetta di Mantova, 29 agosto 2008.S. Masini, Matilde di Canossa, donna emiliana ed europea, in Noi donne, 27 dicembre 2007.G.M. Cantarella L’Europa, una creazione medievale, in Enciclopedia del Medioevo (Le Garzantine), cur. G.M. Cantarella, L. Russo, S. Sagulo, Milano (Garzanti) 2007, pp. 617–619. P. Golinelli, Toujours Matilde: la perenne attualità di un mito, in Matilde di Canossa, il Papato, l’Impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, a cura di R. Salvarani– L. Castefranchi, Milano, Silvana Editoriale, 2008. P. Golinelli, Nonostante le fonti: Matilde di Canossa donna, in Scritti di Storia Medievale. P. Golinelli, Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, Milano, Camunia, 1986.B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, p. 116.E. Riversi, La memoria di Canossa. Saggi di contestualizzazione della Vita Mathildis di Donizone, Pisa (Edizioni ETS) 2013.E. Riversi, Matilde di Canossa. Tensioni e contraddizioni nella vita di una nobildonna medievale, Bologna, Odoya, 2014.

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Mediterraneo, oltre la geografia

Il Mediterraneo non è solo geografia, ricordava lo scrittore Predrag Matvejevitć.

Risalendo alla definizione di “mare salato” dei Greci, che per primi lo definirono ἅλς, cioè “sale”, Roberta Morosini nel libro Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio, (Viella, 2020) prova a “leggere” il Mediterraneo come spazio letterario.

Qual è il ruolo del mare nella Commedia di Dante? Come viene rappresentato e cosa significa per Petrarca? E come ne parla Boccaccio?

In un appassionante viaggio tra testo e immagine, il libro analizza e ricostruisce questi tre modi diversi di vedere il Mediterraneo.

Se si pensa alla definizione di Mediterraneo in termini di medium terre tenens, adottata anche dalla storiografia italiana e che dà il titolo a un magistrale studio di Cyprian Broodbank, essa tiene principalmente conto dei popoli che vivono sulle sue coste: uno spazio uniforme, abitato da culture simili per quel che riguarda le loro abitudini, lingue, credo religioso, attività economiche, forme di organizzazione politica.

Il Mediterraneo (isola di Stromboli) [foto: Stromboli adventures]

Non c’è un vero tentativo di concettualizzare quel mare, come per esempio avviene nel Phaedo di Platone, dove Socrate parla di un lacus, cioè uno stagno, intorno al quale vivono rane e formiche.

La parola mediterraneus cominciò ad essere usata con il suo significato marittimo – cioè “mare interno”, situato “tra le terre” – solo molti anni dopo.

La troviamo, per esempio, nei Collectanea rerum memorabilium di Solino, che fa riferimento a un passo dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio: Plinio si chiede da dove provenissero i maria omnia interiora; Solino riformula le parole di Plinio, cambiando la frase in unde maria mediterranea caput tollant. Isidoro invece, chiama il Mediterraneo mare magnum, specificando che attraversa l’Europa, l’Africa e l’Asia.

Le statue di Dante, Boccaccio e Petrarca sul porticato degli Uffizi a Firenze

Giovanni Balbi – fa notare Antonio Musarra – contò in toto orbe habitabili almeno trenta bacini marittimi simili. Solo in seguito finì per spiegare la parola mediterraneus nei termini di medium e terra uniti dal verbo teneo: di conseguenza, mediterraneus veniva usato per quel mare “che quasi occupava il centro della terra”.

Anche per Boccaccio è così:

Mediterraneum mare et id rudibus demonstrandum est. Est enim quicquid maris ab Abyla Mauritanie et Calpe Hispanie promontoriis, Herculis columnis, ab Occeano immissi habemus; eo Mediterraneum nuncupatum quia per medias effundatur terras, cum in circuitu stet Occeanus.

(Mediterraneum mare, in De diversis nominibus maris, VII)

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Non alieni dalla nostra analisi del Mediterraneo come “valle d’acqua” sono i suoi discordanti lidi, intesi qui come volle Virgilio quali litora litoribus contraria (Aen. IV 628), a significare cioè la ricchezza che risiede nella diversità dei popoli e delle loro religioni, che va al di là del mero dato geografico e geo-fisico.

Del resto, in una delle prime genealogie marittime, Isidoro di Siviglia faceva notare che i mari prendono il nome dei popoli che vivono sulle loro rive (a gentibus), “dalle isole” vicine, “dai destini umani” conservati dalla memoria, “in ricordo dei sovrani”, “secondo i costumi degli abitanti” o “dalla transumanza dei buoi” (a bovis transit-Bosphores).

Roberta Morosini

Roberta Morosini Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio Viella, 2020

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La Sartoria, questa Cenerentola

Negli ultimi anni la letteratura sulla storia della sartoria e sulla storia del costume, accademica e non, si è arricchita di moltissimo materiale, grazie anche all’impulso negli studi della cultura materiale, termine ormai molto in voga, di cui anche gli abiti possono far parte.

Da sinistra a destra: – 1080 ca., c.d. Arazzo di Bayeux, Bayeux, ricamo su lino; – 1520 ca., Alessandro da Vendri, la famiglia Giusti da Verona, giovane uomo con camicia riccamente ornata di lavori ad ago in bianco, Nat. Gall. dett.; – 1568, Antonio Mor, Ritratto di Sir Henry Lee, dett. con la manica dell’abito ornata di ricami che alludono alla sua posizione di favorito della Regina, visto che la sfera armillare e i nodi erano emblemi personali della Regina, Nat. Portrait Gall. London; – 1588, Niclauss Kippel, Book of italian Costumes, Walters Art Museum, Baltimora, pagina dal libro di memorie con descrizione di abito di una cortigiana veneziana; – 1952, nascita del Made in Italy: una creazione di Simonetta, photo Doug Jones, in Look Magazine;

Tuttavia, ancora resiste fortemente un certo snobismo accademico e culturale – perfino inconsapevole – che vuole abiti, moda e tutto ciò che vi è connesso, sartoria inclusa, “materia da donne” e con ciò, di minor interesse rispetto ad altro. Ora è in atto un rinnovato approccio tra gli studiosi della moda per riconsiderare quando si possa veramente pensare che la “moda” sia nata.

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L’argomento include moltissimi aspetti importanti, tra i quali una riflessione sugli assunti sui quali si basa lo studio della moda fino ad oggi, ovvero che “la moda non esiste prima del Medioevo” e che “la moda non esiste al di fuori dell’Occidente europeo” ed entrambe le affermazioni sono oggi considerate fallaci (Welters L., Lillethun A., 2018).

A queste potremmo anche aggiungere che “la moda sia cosa da donne”, perché storicamente non solo il modo di vestirsi era considerato importantissimo anche dagli uomini, ma perché è solo negli ultimi duecento anni che, per motivazioni di ordine socio-economico, la moda è diventata di primario interesse soprattutto femminile, e comunque sostanzialmente nella parte del consumo, perché nella parte della produzione la presenza maschile è rimasta costante, se non è addirittura aumentata – basti pensare ai tanti nomi maschili o femminili di designer famosi.

In alto: Punti di cucitura delle vesti di Otzi. In basso: Punti di rammendo delle vesti di Otzi (3300a.C. ca, Bolzano, Museo Archeologico) [immagine tratta da: Fleckinger A., Steiner H., L’uomo venuto dal ghiaccio, Museo Archeologico dell’Alto Adige, Folio, Bolzano 2000]

In realtà, la sartoria è arte antichissima, addirittura precedente alla tessitura ed esprime molto più di quanto si pensi, come dimostrano, ad esempio, le vesti di Ötzi – la mummia del Similaun, databile tra il 3350 e il 3100 a.C. -, i cui abiti sono stati cuciti con grande attenzione e rivelano almeno due punti di cucitura differenti, di cui una serie regolare e precisa (oggi diremmo “professionale”) ed una serie di veri e propri rammendi (Fleckinger A., Steiner H., 2000, p.28).

Questo potrebbe significare che già oltre 5000 anni fa all’interno della comunità di Ötzi qualcuno cuciva regolarmente, sviluppando una concreta abilità, ed altri invece usavano il cucito nelle situazioni di emergenza. Ciò apre un interessante panorama sulla composizione sociale e sui compiti assegnati alle persone all’interno del gruppo del cacciatore alpino.

Per secoli – e fino ad oggi – non sono mancati uomini che si sono occupati della produzione di ogni comparto legato alla realizzazione degli abiti, dalla tessitura, alla confezione, fino al ricamo.

Molti tra i manufatti medievali e rinascimentali più belli realizzati a ricamo, ad esempio, sappiamo essere stati realizzati da team maschili, dove il disegnatore è sempre un artista di talento – come Antonio Pollaiolo, il Botticelli, Perin del Vaga, Francesco Botticini, Filippino Lippi, Raffaellino del Garbo, giusto per citare alcuni tra i più attivi in questo campo in epoca rinascimentale (Garzelli A., 1973) – e gli esecutori sono anch’essi spesso uomini, sebbene non manchino team tutti femminili.

Molti non sono neanche del tutto consapevoli che anche la sartoria si è evoluta, modificata, adattata nei secoli, e l’analisi dell’evoluzione degli strumenti e delle tecniche sartoriali è un esercizio molto interessante, ed anche piuttosto utile, per la comprensione della storia dell’abito, delle tecniche e del gusto, le cui modifiche hanno visto analoghe evoluzioni della società in seno alla quale esse sono apparse.

Dimensioni e struttura di un ago preistorico in osso comparato ad un ago moderno in acciaio

L’ago nella sua forma attuale, con una punta e la cruna, è testimoniato già in epoca preistorica (oltre 20.000 anni fa) ed è di per sé una invenzione straordinaria: per realizzare un ago, infatti, occorrono abilità diverse e necessità considerate importanti da una intera comunità. Dalla caccia dell’animale per ottenere ossa, tendini e pelli – che rispettivamente costituiscono gli antenati degli aghi moderni, dei fili e dei tessuti -, alle competenze per realizzare lesine d’osso così sottili ma resistenti da poter essere traforate per ospitare il filo, fino a far passare un filo attraverso un buco in una sola operazione per connettere due pelli, lavorate allo scopo.

Private del pelo o con, pelli e pellicce sono state adattate al corpo umano per sopravvivere in ambienti ostili, ed hanno consentito le migrazioni di intere popolazioni e la colonizzazione del mondo intero, assieme all’invenzione delle corde – che, in fin dei conti, sono un grosso filo – e al fuoco.

Le soluzioni tecniche per adattare un materiale morbido e flessibile ad un corpo tridimensionale e mobile quale è il corpo umano hanno conosciuto secoli di evoluzione, ma già nell’antichità erano sviluppate culture per le quali l’aspetto sartoriale aveva una notevole importanza: nel mondo cretese minoico, ad esempio, le forme delle vesti – giubbini, corpetti, perizoma – sono molto aderenti al corpo, e le gonne probabilmente impunturate per ottenere la tipica forma a campana di molte iconografie (come la famosa “Dea dei Serpenti”, 1600-1580 a.C. ca).

In tempi più recenti, l’introduzione del gherone è una evoluzione sartoriale fondamentale che in Europa compare attorno al VII-IX secolo ed è probabilmente stata introdotta da popoli dell’Est europeo. Il termine “gherone” deriva infatti dal tedesco medievale ghere (“lembo”) e dal termine longobardo gairo (“punta di giavellotto”) (Devoto G., ad vocem gherone), ed è proprio un pezzo di tessuto triangolare che amplia la forma delle tuniche medievali, consentendo una maggiore aderenza al torace ma una migliore mobilità delle gambe: è questo il momento in cui la nobiltà vira verso la cavalleria quale espressione di potenza, militare e sociale.

Il gherone consente un miglior controllo del quantitativo di tessuto da usare per realizzare un abito, e favorisce la posizione a cavallo rispetto alle tuniche precedenti. È uno strumento decisamente importante nell’evoluzione della sartoria in senso moderno, le sue vere applicazioni storiche e potenzialità non sono state ancora del tutto studiate. È certamente grazie ad un uso accorto del gherone (Paci Piccolo S., Baldassari F., 2019) che nel Medioevo si cominciano ad avere molte più forme strutturali delle vesti e l’approccio all’abito diventa più personalizzato, tanto che le vesti possono essere adattate a corpi molto diversi pur rimanendo aderenti: un percorso importante che troverà un primo compimento attorno al XVI secolo.

È tra il XII ed il XIV secolo che nascono nuove figure professionali legate all’abbigliamento, già molto specializzate – ed è questo un indice del fatto che questa situazione sia la conseguenza di un lungo processo e non un’invenzione repentina. È già attiva la produzione per terzi. Troviamo così i sartori (per le “vesti per di sopra”), i farsettai o zupari (che realizzano le vesti “per di sotto”), i calzaioli (calze, calze solate, copricapi morbidi), i calzolai (scarpe), i borsai e ovetari (borse, cuffie, veli e accessori minuti), cui si aggiungono i ricamatori e i lavoratori del metallo e del cuoio in genere (Tosi Brandi E-. 2018).

Immagine tratta da: Con gli occhi di Piero, a cura di M.G. Ciardi Dupré, G.C. Dauphiné Griffo (Marsilio, Venezia 1992)

Si sviluppano anche tecniche di cucito particolari e molto specializzate, come la cosiddetta incannucciata o lavorazione a canne, una complessa evoluzione del gherone del XV secolo (Con gli Occhi di Piero, 1992), che dona la caratteristica forma cilindrica al corpo di condottieri e gentildonne: verrà abbandonata lentamente nei decenni successivi per restare fino ad oggi in alcune lavorazioni tipiche dell’abbigliamento tradizionale popolare di alcune regioni.

Nei secoli seguenti, gli abiti saranno realizzati da una nutrita serie di specialisti: al sarto si aggiungono via via le cucitrici, i magliai, i guantai, i ricamatori, coloro che realizzano pizzi, nastri e merletti, le modiste e i calzolai.

Dal XVII secolo si sviluppano anche tecniche di sartoria ancor più specializzate, che richiedono nuovi strumenti o, meglio, l’uso innovativo di alcuni strumenti già conosciuti, come il ferro da stiro, ad esempio.

I tessuti e le forme non sono solo tagliati a misura, ma anche manipolati e lavorati per far sì che il corpo cui sono destinati possa conformarsi alla moda contemporanea (L’Abito per il Corpo, il Corpo per l’Abito, 1998). Inoltre, tutta una serie di punti di cucitura diventano ancor più raffinati e le cucitrici si specializzano in elaborati lavori di rifinitura, a metà tra il cucito e il ricamo: per intenderci, ricordiamo le magnifiche camicie ricamate del Cinquecento e del Seicento (Seventeenth-century Women’s Dress Patterns, 2011) che non sono solo decorate dal ricamo, ma anche elaborate nella loro struttura, con inserti di gheroni e tasselli, colli, polsini, piegature e increspature, con effetti ornamentali e funzionali molto consistenti.

Per concludere, la storia della sartoria è un campo affascinante e molto intrigante, che offre numerose possibilità di investigazione interdisciplinare ed aiuta a comprendere anche meglio il mondo attuale, nel quale molte di queste tecniche si sono perse, mentre altre sono state conservate e trasmesse all’interno delle mura domestiche e dei laboratori sartoriali (avete presente il Made in Italy?). E oggi vengono riscoperte con passione e maggiore consapevolezza.

Sara Paci Piccolo

Il sito web di Sara Paci Piccolo: Storia del costume e della sartoria,sartoria teatrale e storica, storia del cristianesimo

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Bibliografia:Baldassari F., Paci Piccolo S., Le Virtù della Vanità, Il Trecento, Gilda Historiae, Sarzana 2019.Con gli occhi di Piero, a cura di M.G. Ciardi Dupré, G.C. Dauphiné Griffo, Marsilio, Venezia 1992.Devoto G., Dizionario Etimologico, CDE, Milano 1985.Garzelli A., Il ricamo nella attività artistica di Pollaiolo, Botticelli, Bartolomeo di Giovanni, Edam, Firenze 1973.Fleckinger A., Steiner H., L’uomo venuto dal ghiaccio, Museo Archeologico dell’Alto Adige, Folio, Bolzano 2000.L’Abito per il Corpo, il Corpo per l’Abito, a cura di K.A. Piacenti, S. Di Marco, Artificio, Firenze 1998.Piccolo Paci S., Per una storia della sartoria, in “Kermes”, 33, IX, sett/dic.1998, pp.63-75.Seventeenth-century Women’s Dress Patterns, a cura di S. North, J. Tiramani, Victoria&Albert Museum, London 2011.Tosi Brandi E., L’Arte del Sarto nel Medioevo, quando la moda diventa un mestiere, Il Mulino, Bologna 2017.Welters l., Lillethun A., Fashion History, A Global View, Bloomsbury, London, New York, Oxford, New Dehli, Sydney 2018.

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Guglielmo de Parisio, nobile cristiano a capo dei Saraceni

Siamo nel 1268 in Capitanata, la “Magna Capitana” di Re Enzo, figlio dell’Imperatore Federico II, a quel tempo rinchiuso a Bologna dopo la cattura avvenuta nel 1249.

Pietramontecorvino (Foggia), uno dei centri della Capitanata, territorio nella parte nord della attuale Puglia che costituì un’unità amministrativa dal 1233 fino alla riforma napoleonica La torre normanna di Pietramontecorvino

Tutta la dinastia sveva è ormai stata sconfitta e dopo la morte dell’Imperatore Federico II, né Corrado IV né tantomeno Manfredi erano riusciti nell’intento di ultimare l’ambizioso progetto del padre di unione tra il Sacro Romano Impero e il Regno di Sicilia.

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Da due anni l’ultimo rampollo “biondo, bello e di gentil aspetto” era stato sconfitto in battaglia dall’altro rampollo della fazione opposta, Carlo I d’Angiò.

Quest’ultimo, complice dell’appoggio toscano e pontificio, era riuscito a penetrare nel Mezzogiorno e a convincere i fedeli di Manfredi a tradirlo proprio nel momento decisivo. Carlo non si era limitato a spazzare via la nobiltà locale fedele agli Svevi ricompensando invece chi lo aveva appoggiato, ma aveva fatto occupare tutte le cariche più elevate alla nobiltà d’Oltralpe, provenzale e francese, imponendo, specialmente in Sicilia, una tassazione estenuante che porterà, qualche tempo dopo, ai famosi Vespri.

In questo contesto si inserisce la figura di Guglielmo de Parisio, di nobile stirpe: la sua famiglia si era insediata circa due secoli prima con l’arrivo dei Normanni nel Mezzogiorno. Grazie anche alle gesta del padre Ruggero aveva il controllo di gran parte della Capitanata Nord-Occidentale detenendo, tra gli altri, i feudi di Fiorentino (luogo dove morì Federico II nel 1250), Castelnuovo della Daunia, Pietramontecorvino, Civitate, Larino, Dragonara, San Giuliano, San Marco la Catola, Visciglieto e altre terre in Basilicata e Terra d’Otranto grazie al matrimonio con Margherita de Tallia, di origini brindisine.

Mutila e fortemente danneggiata, l’epigrafe incassata nel palazzo comunale di Castelnuovo della Daunia ricorda l’edificazione da parte di un De Parisio

Tralasciando l’importanza di Guglielmo come barone e fedele agli Svevi sia sotto Federico II che sotto Manfredi, ci soffermeremo su una sua particolarità, il fatto che riuscì, in qualche modo, ad essere a capo della ribellione scatenata a seguito delle notizie dell’arrivo dell’ultimo svevo, Corradino, dalla Germania.

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Dopo la Battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) l’angioino aveva instaurato il suo dominio sul Regnum Siciliae e iniziava a pianificare l’espansione sul Mediterraneo ignaro che i fuoriusciti svevi avevano attraversato l’Italia ed erano giunti fino in Germania.

Lì ad aspettare Galvano Lancia, zio di Manfredi, e compagni c’era Corradino, il figlio di Corrado IV, che giovanissimo – aveva solo 15 anni – e con l’aiuto dei nobili tedeschi decise di intraprendere il percorso verso il Sud e rivendicare il suo diritto alla Corona.

Quando la notizia giunse in Capitanata verso la fine del 1267 la ribellione fu pressoché totale. Lucera, la Luceria Saracenorum di federiciana memoria in cui svettavano minareti e si professava la religione islamica, colse la palla al balzo e in men che non si dica i saraceni uccisero o scacciarono gli ufficiali angioini.

E Guglielmo? Il nostro oltre ad organizzare la rivolta con i Saraceni, si metteva al comando di truppe a cavallo facendo proseliti e creando scompiglio verso chi si opponeva alla ribellione. Basti pensare che con Pandolfo d’Aquino raggiunse finanche i territori della Contea di Loretello a nord della Capitanata.

A quel tempo era papa Clemente IV che era di origine francese, al secolo Gui Foucois. Questi iniziò una fortissima campagna militare e di propaganda contro i ribelli, mentre la sommossa divampava da sud in Sicilia a nord in Terra di Lavoro. Due cardinali vennero incaricati di predicare una crociata contro la città di Lucera. Eudes de Châteauroux e Raoul de Grosparmy si recarono nel Regno predicando contro il giovanissimo svevo. Nei superstiti Sermones de Rebellione Sarracenorum Lucherie in Apulia vi è inserita tutta la rabbia e l’odio dei prelati contro i ribelli.

Ma torniamo a Guglielmo, che in Capitanata riceveva ben due interdetti, uno il 5 aprile e l’altro il 17 maggio del 1268. E, come se non bastasse, dalla Toscana Carlo era passato prima a Viterbo per incontrare Clemente e poi era giunto a Lucera per assediarla con il suo esercito. L’angioino aveva l’occhio lungo, perché aveva intuito che Corradino puntava proprio all’enclave musulmana la quale sicuramente l’avrebbe accolto a braccia aperte chiudendolo in una morsa fatale.

Dall’interdetto di Clemente IV a Corradino e ai suoi fautores. Cum omnibus suis complicibus, necnon Willelmum de Parisius ceterosque. Qui se contra eiusdem Sicilie regem cum Sarracenis Lucerie erexerunt. (Vat. Lat. 4957 f.101r, Biblioteca Apostolica Vaticana)

L’assedio durava un solo mese perché il 16 giugno Carlo aveva deciso di muovere la gran parte dell’esercito verso l’Abruzzo, luogo dal quale Corradino avrebbe voluto entrare nel Regno per puntare dritto a Lucera.

Ai Campi Palentini, presso Scurcola Marsicana, i destini del Mezzogiorno si decidevano a favore di Carlo mentre a Lucera i Saraceni, i Cristiani e Guglielmo, in un’alleanza che andava ben oltre la contingenza, spazzavano via l’accampamento del povero maresciallo Pietro de Beaumont, costretto a ritirarsi a Foggia.

Torre della Leonessa presso la fortezza di Lucera (Foggia)

La notizia della fuga e poi della cattura del sedicenne Corradino sicuramente diedero il colpo di grazia al morale della ribellione. L’affare Corradino venne risolto il 29 ottobre 1268 con la dibattutissima condanna a morte che tanto scalpore fece tra i contemporanei.

A questo punto Carlo aveva tutto il tempo per riorganizzare l’esercito, prendere moglie a Trani – sposò Margherita figlia del Duca di Borgogna – e recarsi a Foggia da dove avrebbe stretto la città di Lucera in una morsa fatale fino alla sua resa, dopo quasi un anno, il 27 agosto 1269. A seguito dell’assedio Carlo decise di costruire l’attuale fortezza che ancora oggi svetta sul colle Albano.

Guglielmo, invece, aveva deciso di fuggire. Lui, come tantissimi altri baroni e nobili che avevano rapporti con la parte meridionale della Puglia, anch’essa in piena ribellione con Gallipoli a fare da capofila, aveva tentato la via del mare come riportato dal Liber Regiminum Padue.

Malauguratamente, mentre si trovava presso Brindisi per provare a salpare verso la Grecia, fu catturato e portato a Gallipoli anch’essa presa dagli Angioini. Di particolare interesse l’inventario dei beni trafugati ai ribelli: spade, armi, libri, vestiario, oggetti d’uso quotidiano e tutte le cavalcature.

Presunta firma di Guglielmo de Parisio, che si firmava come giudice, in un documento custodito presso Cava dei Tirreni datato 30 agosto 1248

A Gallipoli subì sicuramente le torture atroci che spettavano a tutti i ribelli, secondo i dettami di Carlo. Un documento della cancelleria angioina riporta che il re in persona ricevette una “confessione” di Guglielmo. Il nostro è dato per morto, probabilmente impiccato, già agli inizi del 1269:

Quondam Guillelmus de Parisio cum Saracenis Lucerie

Tutti i beni e i possedimenti di Guglielmo de Parisio andarono a Jean de Britaud, connestabile del Regno e Vicario per la Toscana, per un valore di circa 300 once – una contea in media aveva un valore di circa 200 once – mentre la moglie Margherita si votò alla causa angioina: sposò nel 1277 il cavaliere Ivano de Bononia e ottenne anche altre terre vicino Nardò.

Alessandro De Troia

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Bibliografia: Liber Regiminum Padue in Rerum Italicarim Scriptores 8/1, Città di Castello 1905-1908.I registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli Archivisti napoletani. 50 volumi, Napoli, presso l’Accademia, 1950 – 2010.J.A. Taylor, Muslims in Medieval Italy. The Colony at Lucera – Lanham, 2003.C.T. Maier, Crusade and rethoric against the Muslim Colony of Lucera: Eudes of Châteauroux’s Sermones de Rebellione Sarracenorum Lucherie in Apulia – Journal of Medieval History, XXI, 1995-4, 343-385. A. De Troia, Guglielmo De Parisio. Un esempio di successione feudale nella transizione svevo-angioina – La Capitanata, 2012.

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Bitonto, capitale dell’olio

“Olivicoltura, produzione e commercio dell’olio a Bitonto nel XV secolo” è il titolo del libro di Vito Ricci, arricchito dalla prefazione di Gabriella Piccinni (SECOP Edizioni, 2020).

L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Il commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento.

Nel XV secolo si diffuse l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure da parte delle persone meno abbienti, i cosiddetti “mangiafoglia”.

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Possiamo tranquillamente affermare che la storia della città di Bitonto da sempre sia stata legata all’olivicoltura: già in epoca classica si riscontrano delle monete battute dalla zecca cittadina con la rappresentazione di una civetta e di un ramoscello di olivo, entrambi simboli collegabili a Minerva, dea venerata dalle antiche popolazioni bitontine.

Lo stemma della città di Bitonto

L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Su una lapide, sotto allo stemma, è inciso anche l’esametro: AD PACEM PROMPTUM DESIGNAT OLIVA BOTONTUM (l’olivo designa Bitonto pronta alla pace), riferimento al carattere pacifico degli abitanti. L’olivo caro e sacro a Minerva, l’olivo simbolo della pace, certamente; ma questi elementi sono anche rappresentativi dell’importanza e della diffusione di tale coltura nel territorio bitontino sin dall’Antichità e di come l’olio abbia svolto un ruolo fondamentale nell’economia e nello sviluppo di Bitonto.

Non bisogna dimenticare che, almeno dall’epoca angioina, ovvero da quando disponiamo dei dati di natura fiscale grazie alle cedole di tassazione, Bitonto era uno dei centri di maggiori dimensioni, demografiche ma anche economiche, della Terra di Bari, ma anche del Regno di Napoli, assieme a Barletta, Trani e Bari.

Nel corso del periodo basso-medievale Bitonto fu una delle capitali dell’olivicoltura e della produzione dell’olio in Puglia e forse anche nel Mezzogiorno. L’olio bitontino era particolarmente rinomato e godeva dell’apprezzamento sia nel mercato interno che in quello estero, trovando diffusione grazie ai commerci praticamente in tutto il bacino del Mediterraneo orientale. Piuttosto interessante dal punto di vista storico ed economico è la situazione nel corso del XV secolo, ai prodromi dell’età moderna, per la quale mancano degli studi specifici. Alcuni riferimenti alla produzione e al commercio dell’olio in questo frangente storico sono contenuti nel lavoro di Francesco Carabellese nel primo volume de La Puglia nel XV secolo ove pubblicò ampli stralci dei protocolli del notaio Pascarello de Tauris.

Proprio le fonti notarili sono ricche di informazioni molto significative, in particolare gli atti di Angelo Benedetto di Bitritto, altro notaio attivo a Bitonto nella seconda metà del Quattrocento. Si tratta di documentazione quasi del tutto inedita che apporta un contributo innovativo allo studio dell’olivicoltura e dell’olio a Bitonto. L’analisi dei documenti, oltre a numerose informazioni di natura qualitativa, ha consentito anche la rilevazione di dati di natura quantitativa come, ad esempio, il prezzo di un albero di olivo o di una vigna di oliveto, il canone di locazione pagato, la durata dei contratti agrari, la retribuzione dei lavoratori impegnati nella raccolta delle olive e nel ciclo di produzione dell’olio, il prezzo e le quantità dell’olio trattate sul mercato.

Molto efficace laddove è stato possibile, è risultata la comparazione con altri importanti centri oleari della Terra di Bari, come Giovinazzo, Molfetta o Monopoli, oppure del Salento, come Ostuni e Gallipoli.

Panoramica di Piazza Cattedrale, nel centro storico di Bitonto

All’inizio del Quattrocento, superate definitivamente le avversità della metà del secolo precedente, l’olivicoltura anche in relazione con la forte richiesta di olio da parte dell’industria tessile settentrionale, riprese vigore e accrebbe il suo grado di specializzazione in particolare nel quadrilatero compreso tra Bisceglie, Terlizzi, Bitonto e Bari tornando a rappresentare la principale fonte di reddito; le estensioni di oliveti caratterizzavano oramai il paesaggio agrario pugliese, come emerge da resoconti di mercanti e pellegrini di passaggio.

La maggior parte degli oliveti attestati nel territorio di Bitonto era a nord e nord-est (in direzione dello sbocco a mare di Santo Spirito e di Giovinazzo), nonché ad est (lungo il confine con Bari e Modugno) della città, sebbene non manca qualche testimonianza anche sul versante murgiano.

Per la seconda parte del XV secolo vi sono oltre un centinaio di menzioni di oliveti negli atti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto che abbracciano un arco temporale che va dal 1458 al 1486, sebbene la copertura non sia sempre continuativa per tutti gli anni del periodo. Gli oliveti erano gestiti dai conduttori in forma di mezzadria, con divisione del prodotto tra proprietario e mezzadro in parti variabili, oppure in locazione con il pagamento di un canone annuo medio di circa 20 tarì. Entrambi i contratti, mezzadria e locazione, in genere avevano durata di medio termine, con maggiore preferenza per i 5 anni. Si riscontrano anche esempi di pratica enfiteutica (la facoltà di godere di un fondo altrui con l’obbligo di migliorarlo e di pagare al proprietario) soprattutto con la concessione da parte di enti religiosi o di singoli chierici.

Gli oliveti godevano anche di un discreto interesse sul mercato immobiliare: una pianta di olivo aveva un costo di 5 tarì nel 1462, mentre dieci anni più tardi tale valore era sceso a 3 tarì, grosso modo in linea con quelli fatti registrare in altre località olivicole. L’olivicoltura aveva carattere estensivo, essendo le piante piuttosto distanziate una dall’altra, e tali spazi venivano utilizzati dai contadini per colture di tipo seminativo o leguminose. La raccolta delle olive avveniva a cavallo tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, con avvio tradizionalmente nel mese di novembre.

Il trasporto dell’olio nel Tacuinum sanitatis

A Giovinazzo, altro importante centro olivicolo non molto distante da Bitonto, nel 1415 gli Statuti dell’Università autorizzavano i cittadini a raccogliere le olive dal primo novembre di ciascun anno. Dai documenti notarili si apprende come nella raccolta fossero sovente impiegate donne e bambini, manodopera stagionale, la cui retribuzione era molto contenuta: due ragazzini per tutta la stagione olivicola (3-4 mesi) percepivano una paga di appena 12 grana: 6 grana a testa, quando un tomolo di frumento, circa 15 chilogrammi, aveva un prezzo oscillante tra i 15 e 20 grana.

Nel corso del XIII secolo, nelle campagne tra Bitonto e Giovinazzo, caratterizzate da sempre più intensa olivicoltura, ebbero maggiore importanza e visibilità le masserie olivicole che erano dotate di ambienti e strutture per la molitura delle olive e la produzione dell’olio (trappeti).

I frantoi in Terra di Bari erano ubicati in aperta campagna, negli stessi luoghi di raccolta delle olive. Molto spesso erano collocati nelle cripte delle cave presenti nelle lame (frantoi ipogei), ambienti dove le temperature erano più adatte a garantire una migliore riuscita delle pratiche di oleificazione.

La scelta dei contadini di ricavare i trappeti in ambienti ipogei era dettata sia da motivi di carattere economico che di tipo climatico. Dai documenti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto nel periodo in esame sono ricordati una ventina di frantoi, alcuni erano ubicati all’interno delle mura cittadine e talvolta finivano anche per dare il nome ai quartieri. Essi appartenevano ad enti religiosi (la mensa vescovile, l’abazia di San Leone, il convento di San Francesco), ecclesiastici o privati, tra i quali emergono diversi notai e alcune famiglie impegnate nel commercio dell’olio come i Bove, i Rogadeo e gli Scaraggi, tutte proprietarie di frantoi ancora oggi esistenti sebbene allo stato di ruderi. Una volta prodotto l’olio dalla frangitura delle olive in frantoio esso veniva conservato in botti o barili di legno.

A Bitonto nella seconda metà del Quattrocento sono documentati due magistri buctarii. Dalle botti l’olio veniva travasato in vasi di ceramica grandi (vegetes) o piccoli (vegeticule) per evitare il contatto con la feccia. L’utilizzo del materiale ceramico, almeno per Gallipoli, più essere ascritto al XV secolo, mentre in precedenza i vasi oleari erano in rame.

Torre di Richizzi, masseria tra Bari e Bitonto (foto: Onofrio Pinto)

Nel medesimo periodo cominciò a decollare l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure, crude o cotte, spesso condite con olio di oliva. Largo uso se ne ebbe nel Mezzogiorno, dove i ceti meno abbienti ebbero l’epiteto di “mangiafoglia” per il gran consumo di verdura. Sul consumo delle olive abbiamo qualche cenno nella normativa fiscale del 1475, nella quasi si menzionano le olive per ponere in acqua et per salare, due modalità ancora oggi utilizzate per la preparazione e la conservazione.

Nel corso del XV secolo Bitonto era uno tra i maggiori centri commerciali pugliesi da qui l’olio prendeva la direzione verso il mare Adriatico: nel porto di Santo Spirito (la marina della stessa Bitonto), oppure a Giovinazzo o a Trani, dove avevano sede le filiali dei mercanti veneti tra i principali acquirenti dell’olio pugliese, prodotto utilizzato nell’industria tessile settentrionale, per la produzione del sapone o per essere esportato nell’Europa settentrionale.

Sono documentati anche mercanti fiorentini (Strozzi, Medici) in rapporti d’affari con la famiglia bitontina degli Scaragggi. Persino la duchessa di Milano, Isabella d’Aragona, nel 1514 acquistava, per il tramite del suo procuratore Francesco Planelli, un grosso quantitativo di olio, per il valore di 300 ducati, da alcuni produttori di Bitonto.

Tra il 1457 e il 1487 il prezzo di uno staio di olio si mantenne mediamente intorno ai 3 tarì, mostrando una lieve riduzione verso la fine del periodo in esame, quando costava circa 2 tarì e un quarto. Nei documenti si riscontrano almeno tre tipologie distinte di prodotto: il bono oleo claro puro et zalino (giallino, giallastro), quello di qualità più pregiata, l’oleo claro et zalino e l’oleo musto (olio non filtrato di colore torbido opalescente).

Dal Libro Rosso di Bitonto si desumono molte notizie relative alla normativa fiscale alla quale era assoggettato l’olio, il cui commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento. La principale forma di tassazione era costituita dalla decima olei. Le norme fiscali sottolineano l’importanza dell’olivicoltura con numerose forme di tutela degli alberi: prevedendo pene severe per chi danneggiava le piante, nel Seicento è documentata la berlina, e sanzioni pecuniarie elevate.

Una buona disponibilità di olio di oliva consentiva il suo utilizzo per la produzione di sapone, discretamente documentata a Bitonto, sebbene solo su scala locale, certamente non ai livelli di grandi produttrici, ed esportatrici, come Venezia e Ancona. Il sapone che si ricavava a Bitonto era quello di colore nero, di qualità e prezzo inferiore rispetto a quelli flavo e albo che invece si importavano dalla Serenissima.

Vito Ricci

Vito RicciOlivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioniprefazione di Gabriella Piccinni,SECOP Edizioni, Corato 2020.

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Titivillus, il demone dei refusi

La storia poco nota del curioso “demone dei refusi” raccontata da Julio Ignacio González Montañés in Titivillus. Il demone dei refusi (Graphe.it edizioni, 2018). Un personaggio scaturito dall’immaginario medievale, rappresentato attraverso figure demoniache cui spesso erano attribuite doti nella scrittura.

Titivillus, descritto come intento ad annotare su una pergamena peccati, pettegolezzi o omissioni liturgiche, oppure a distrarre la concentrazione di monaci e fedeli, in tempi più recenti, grazie a un fraintendimento o a un giocoso travisamento, si è trovato a incarnare il diavolo dell’errore tipografico. Ma questo aspetto del demone non figura nei testi medievali: è una creazione francese della seconda metà del secolo XIX.

Titivillus in una miniatura del sec. XIV

Sul finire del secolo XII nella letteratura medievale europea, soprattutto nell’omiletica (l’arte dello scrivere e del pronunciare omelie e sermoni), compare un demone – al principio senza nome ma conosciuto come Titivillus da Guglielmo d’Alvernia – la cui funzione è quella di annotare su una pergamena le sillabe e le parole omesse dai chierici durante la messa, la recita delle Ore e nel canto liturgico, per poi presentarle a Dio come prova incriminante nei loro confronti nel giorno del Giudizio.

Ben presto Titivillus amplia le sue funzioni, incaricandosi anche di annotare le parole inutili (ociosa verba, vaniloquia…) dei fedeli in chiesa e, soprattutto, delle donne, considerate pettegole e maldicenti di natura. Dinanzi all’ingente numero di mancanze, il demone si vede costretto ad allungare la pergamena con i propri denti in modo da avere maggior spazio per scrivere. Il che, in alcune versioni dell’exemplum, dà vita a una situazione comica, visto che a causa dell’eccessivo allungamento la pergamena finisce per rompersi e il diavolo sbatte la testa contro un muro o sul pavimento, provocando le risate di quanti possono vederlo.

Dal secolo XIX gli è attribuito anche il ruolo di distraente nei confronti degli amanuensi negli scriptoria medievali per indurli in errore, fatto che avrebbe fornito una giustificazione facile ai copisti – e in seguito ai tipografi – per gli errori, di cui unico responsabile sarebbe risultato sempre Titivillus.

Titivillus è il diavolo in alto a destra nel dipinto del 1485 La Vergine della Misericordia attribuito a Diego de la Cruz, conservato nel monastero di Santa Maria la Real de las Huelgas a Burgos, in Spagna

Ho già avuto modo di segnalare in alcuni lavori sull’argomento che questo aspetto di Titivillus non figura nei testi medievali e non figura nell’arte del Medioevo: è una creazione francese della seconda metà del secolo XIX a partire da un’associazione di idee di Victor Le Clerc diffusa nei dizionari dell’epoca e resa popolare da Anatole France.

Tuttavia, a oggi, è un luogo comune considerarlo come il diavolo patrono degli scribi e degli stampatori: una convinzione dura a morire perché è verosimile e si ricollega a un’antichissima tradizione che attribuisce ai demoni le abilità di grammatici e scrittori associandoli ai libri.

Gli exempla medievali sull’operato di Titivillus si connettono a una credenza delle origini del cristianesimo (le Apocalissi di Giovanni e Sofonia, il Discorso sull’Incarnazione di Proclo di Costantinopoli), che sostiene l’esistenza di Libri della Vita in cui angeli e demoni annotano le opere buone e i peccati di ogni essere umano per poi presentarli, alla loro morte, come prove nel Giudizio universale. Tuttavia, in nessuno degli oltre cento testi dei secoli XII-XVII in cui si menziona Titivillus o la sua leggenda c’è il benché minimo riferimento all’attività di colui che confonde gli scribi e sembra chiaro che, almeno nel Medioevo, nessuno lo abbia considerato patrono della calligrafia e che nemmeno nel Rinascimento sia stato visto come demone degli stampatori come si afferma dal secolo XIX fino ai nostri giorni.

Tanto nella letteratura come nel teatro e nell’arte, Titivillus a volte agisce accompagnato da altri demoni che incitano i fedeli alla maldicenza, distraggono i monaci e annotano mancanze e peccati che poi consegnano a Titivillus, che a sua volta li inserisce in una relazione generale.

Titivillus appare tra gli altorilievi che impreziosiscono la facciata della basilica di San Pietro extra moenia di Spoleto. Nell’episodio La morte del giusto, la bilancia che pesa la sua anima, pende dalla parte dei buoni. San Pietro libera il giusto. Il demone mostra nel cartiglio tutta la sua contrarietà: DOLEO Q(uia) AN(te) E(rat) MEUS (“Mi affliggo perché prima era mio”). Ma San Pietro non approva. E colpisce in testa Titivillus con il suo mazzo di chiavi

Nella Summa Predicantium di John Bromyard, per esempio, Titivillus è accompagnato da Grisillus che si incarica di appuntare le parole omesse dai laici mentre lui si concentra su quelle dei chierici: nella Stanza on the Abuse of Prayer di John Audelay (ca. 1426) Titivillus incita al peccato e chi si incarica di annotare le mancanze è il suo compagno Rofyn.

Julio Ignacio González Montañés

Julio Ignacio González Montañés Titivillus. Il demone dei refusi Graphe.it edizioni, Perugia 2018.

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Visite guidate al Castello di Sorbello

✦ Maniero di grande fascino, depositario di storie e custode di antichi segreti ✦

Nella valle del fiume Niccone, dove le terre d’Umbria sfumano nella Toscana, tra boschi di lecci e castagni si erge la mole maestosa del Castello di Sorbello.

La visita al Castello di Sorbello offre l’opportunità di sperimentare un viaggio nei secoli passati in un luogo unico nel suo genere, dove la memoria del tempo è stata preservata grazie soprattutto alla sua distanza dalle grandi vie di comunicazione e dai maggiori centri abitati. Una grande fortezza la cui imponente sagoma, quasi completamente nascosta dal bosco, appare all’improvviso al termine di un viale ombreggiato con incantevoli scorci sulla valle sottostante.

Fondato nel X secolo dalla casata di Sorbello, che ne è tuttora proprietaria, il massiccio edificio con merlature ghibelline è a guardia del territorio che costituiva il Feudo imperiale di Sorbello, rimasto autonomo per più di 400 anni. Il castello ha risposto, nel corso delle varie epoche, alle più diverse esigenze abitative: da fortezza difensiva a sede del governo e dell’amministrazione del feudo, fino ad una sfarzosa residenza di corte, testimoniata da splendide decorazioni.

APERTURE(mattina e pomeriggio)✦ tutti i giorni fino a venerdì 14 agosto ✦ lunedì 17 agosto ✦ venerdì 21 agosto ✦ da giovedì 27 agosto a domenica 13 settembre

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI: 339 2222833 – 393 8030024 – 075 5732775dal lunedì al giovedì (10.00 – 13.00 e 15.00 -17.00) ✦✦✦

È necessario prenotarsi almeno 3 giorni prima della data della visita, che verrà confermata al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti.Durante la visita dovrà essere indossata la mascherina e verranno rispettate le regole di distanziamento personale.

Dal grande mastio che domina l’ingresso, all’ampio atrio con cortile che consente l’accesso alla cappella con arredi originali del Seicento, la visita continua fino al suggestivo scalone che conduce a meravigliose sale decorate da stucchi e dipinti. Tra i segreti della dimora, la torre piccola conserva ancora una via di fuga occulta, che permette l’uscita dal castello attraverso una porticina d’assedio e conduce a un’area naturale con fitte foreste che ospitano una ricca fauna selvatica.

In questo video, Gianfilippo Ranieri di Sorbello introduce alla visita del castello, un vero e proprio viaggio nel tempo tra i colori e i suoni di una dimora storica, austera e amena, che ancora oggi conserva intatte parti della sua antica architettura medievale.

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Baldovino IV di Gerusalemme, il re lebbroso

La storia sorprendente di Baldovino IV di Gerusalemme, il re lebbroso (Graphe.it edizioni, 2019) di Ilaria Pagani è il sesto titolo della collana I condottieri, curata da Gaetano Passarelli. Divenuto re il 15 luglio 1174, ad appena 13 anni e gravemente malato di lebbra, l’ elezione di Baldovino IV era stata decisa solo per colmare lo iatus temporaneo tra i candidati al trono di Gerusalemme. Ma il giovane si dimostrò capace di governare la feroce guerra intestina tra le fazioni cristiane per il controllo della Terra Santa e di difenderla da uno dei uno dei più grandi strateghi di tutti i tempi, Saladino. Rimasto celebre per la vittoria nella battaglia di Montgisard, condotta personalmente e vinta issando la reliquia della Vera Croce, Baldovino sarà ricordato dallo stesso condottiero musulmano come l’artefice di una sconfitta “grande come una catastrofe”.

Miniatura tratta dal manoscritto L’Estoire d’Eracles, una traduzione francese della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro, dove Guglielmo stesso, precettore del giovane Baldovino, riconosce in lui i sintomi della lebbra (ca. 1250, British Library, Londra)

Nel 1174 l’Alta Corte del Regno di Gerusalemme, formata da ecclesiastici di rango e feudatari laici, si riunì per prendere una decisione e all’unanimità votò per l’elezione del giovanissimo Baldovino come re di Gerusalemme; ogni dubbio circa la sua salute fu messo da parte per evitare guai peggiori e non mostrare alcun segno di debolezza davanti ai nemici.

Sembra davvero impossibile pensare che le notizie sulle condizioni fisiche del principe non fossero note a tutti i componenti dell’assemblea, le corti infatti hanno sempre funzionato tutte nello stesso modo, ovunque. Dunque i membri del consiglio non potevano non sapere che, con tutta probabilità, e dati certi sintomi, si trattava proprio di lebbra.

Bernard Hamilton ha analizzato puntualmente tutte le motivazioni pratiche che condussero i grandi del Regno a prendere questa decisione. Sibilla era ancora nubile e ancora troppo giovane per esercitare il potere da sola come già altre donne avevano fatto in oriente, secondo costumi anche in questo caso più aperti rispetto all’Europa. Chiamare al potere uno dei signori degli altri regni crociati non era una strada percorribile: Boemondo III di Antiochia, Raimondo III di Tripoli, tutti erano sì imparentati con la casa regnante a Gerusalemme, ma c’erano ragioni per non chiamarli in gioco, si temeva di sguarnire il nord, si temeva l’influsso che i bizantini mantenevano su Antiochia e il Conte di Tripoli non era abbastanza conosciuto dai suoi pari di Gerusalemme, ovvero non offriva sufficienti garanzie.

Insomma solo una serie di circostanze fortuite permise che un ragazzino di tredici anni, minorenne, chiaramente malato, per cui la diagnosi di lebbra era ormai più che un sospetto per tutti, fosse eletto re di Gerusalemme. La minore età sarebbe durata ancora fino ai quindici anni, un tempo che si riteneva sufficiente per porre rimedio alla situazione, ovvero il tempo necessario per trovare un marito adatto per Sibilla.

La battaglia di Montgisard in un dipinto di Charles-Philippe Larivière (1842, Sala dei Crociati, Reggia di Versailles)

Il giovane re, nonostante il male, incarnava la tradizione cortese, era di bell’aspetto, di mente pronta e ottima memoria, due qualità che erano già state riconosciute in suo padre e che ne facilitavano i progressi negli studi; amava i racconti, e aveva già dimostrato ottime attitudini come cavallerizzo. Questa descrizione potrebbe apparire viziata, in quanto ci arriva dal tutore del giovane, da quel Guglielmo di Tiro che era tra le persone che a corte più dovevano essergli affezionate, eppure, se vista alla luce della storia successiva, appare veritiera. Non risulta affatto difficile credervi poiché le qualità descritte sono quelle tipiche del cavaliere medievale, come ci è stato tramandato dalla tradizione cortese; Baldovino aveva assorbito i valori della cortesia dal suo precettore, dall’ambiente aristocratico in cui viveva, essenzialmente francese, in cui la lettura dei romanzi dell’epoca, dalla Chanson de geste a Chretien de Troyes, come abbiamo già notato, doveva essere diffusa; il cavaliere non era più solo chi praticava il mestiere delle armi, bensì chi viveva secondo le regole della cortesia e del rigore morale, lontano da ogni volgarità dell’anima.

Baldovino dimostrò tante qualità, soprattutto fu la vera incarnazione dello spirito della crociata, più di molti suoi predecessori. Le cerimonie di incoronazione reale si tenevano di norma di domenica, il giorno del Signore, di cui il re è l’unto, il consacrato in terra, ma quella di Baldovino IV avvenne nella Basilica del Sepolcro di lunedì, 15 luglio 1174, giorno in cui ricorreva l’anniversario della presa di Gerusalemme, data troppo simbolica e importante perché se ne trascurasse il significato politico-religioso.

A partire da questo primo elemento vedremo svolgersi progressivamente un percorso di vera e propria identificazione della figura del re con la guerra santa e il Sepolcro, con la stessa città di Gerusalemme, soprattutto dopo che il re ebbe raggiunto la maggiore età.

Ilaria Pagani

Ilaria PaganiBaldovino IV di GerusalemmeCollana I condottieri, a cura di Gaetano PassarelliGraphe.it edizioni, 2019

Leggi anche: La vittoria del “re lebbroso”

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“La narrazione fiorita di Ottaviano Nelli”, una lezione di Andrea De Marchi

LA NARRAZIONE FIORITA DIOTTAVIANO NELLIPITTORE GIROVAGOUna lezione di Andrea De Marchi

✦ Domenica 19 luglio 2020 ore 21.00 ✦Gubbio, Chiostro ex Monastero di San Pietro

Ingresso gratuito | Si prega di prenotare al 075 9237632

La prima notizia su Ottaviano Nelli è del 1400, cifra tonda. In quell’anno è console del Comune di Gubbio per il Quartiere di Sant’Andrea e deve aver compiuto almeno trent’anni. Da questo momento e fino alla fine della sua vita, poco prima del 1450, la carriera di Ottaviano è tutta di corsa, tra tavole d’altare, oggetti d’artigianato e tante pareti affrescate. In breve divenne uno dei maggiori interpreti di un linguaggio gotico internazionale dalla vivacità quasi dialettale, ricco di colore e di digressioni aneddotiche, venendo chiamato a lavorare anche a Perugia, Città di Castello, Assisi, Foligno, Fabriano, Urbino, Fano e Rimini, esercitando così influssi a vasto raggio.

Andrea De Marchi è professore ordinario di Storia dell’Arte Medievale all’Università di Firenze.

Infaticabile ricercatore, ha scritto pagine fondamentali di storia dell’arte tra Medioevo e Rinascimento e ha curato numerose mostre tra cui ricordiamo una delle ultime, Andrea Verrocchio maestro di Leonardo (Firenze 2019).

È precursore dell’applicazione costante di metodi d’indagine innovativi: dalla riconduzione al contesto originario dell’opera alla sua funzione e percezione; dall’attenzione morfologica agli aspetti materici; dall’analisi stilistica a quella formale e iconografica. Da sempre appassionato studioso della civiltà artistica nelle aree dell’Appennino umbro-marchigiano è considerato uno dei massimi studiosi al mondo dell’arte tardogotica ed è autore della più importante monografia su Gentile da Fabriano (ca. 1370-1427), Gentile da Fabriano. Un viaggio nella pittura italiana alla fine del gotico.

Ottaviano Nelli (ca. 1370 – 1446/1449) è coetaneo di Gentile ed è anche lui figlio del periodo tardogotico, nel cosiddetto “Autunno del Medioevo”. Per questa sua competenza Andrea De Marchi curerà, assieme a Maria Rita Silvestrelli che al Nelli ha dedicato tante ricerche, la mostra su Ottaviano che fa parte del progetto Oro e colore nel cuore dell’Appennino. Due pittori a Fabriano e Gubbio: Allegretto Nuzi e Ottaviano Nelli che sarà visitabile a Gubbio e a Fabriano tra l’autunno del 2021 e il gennaio del 2022.

L’ingresso alla lezione di Andrea De Marchi è gratuito.Per le norme anticovid è necessario prenotarsi al 075 9237632 oppure scrivendo a: bibliotecacomunale@comune.gubbio.pg.it

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