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Dorotea, la prima insegnante universitaria

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Busto di Dorotea Bucca, scultore di Casa Fibbia (1680-1690 ca.), Palazzo Masetti Calzolari, Bologna

Ha aperto un varco nella Storia come solo pochissime donne sono riuscite a fare: è la Giovanna d’Arco della scienza e della filosofia, l’Ipazia di Alessandria del Medioevo, la Chiara d’Assisi del mondo laico, una precorritrice dell’intero movimento femminista.

Dorotea Bucca è la prima insegnante universitaria della storia, salita in cattedra nella prima università d’Europa, in un’epoca in cui alle donne veniva impedito di studiare anche solo per imparare a leggere e scrivere.

Come Ipazia è figlia d’arte, come Giovanna cresce in una famiglia che asseconda le sue attitudini, come Chiara è la prima donna ad assumere incarichi prettamente maschili, come altre pochissime donne del Medioevo riuscirà a farsi largo in un mondo di uomini divenendo l’autorevole maestra per centinaia di loro.

A differenza però di Ipazia (capo della scuola di Alessandria nel IV secolo), di Giovanna (condottiera dell’esercito francese alla riscossa durante la Guerra dei Cent’anni) e di Chiara (prima donna a scrivere una regola monastica), di Dorotea sappiamo pochissimo; nessuno dei suoi contemporanei, pur riconoscendone l’autorità e l’importanza, si è infatti preso la briga di raccontarne la vita, e nemmeno uno dei suoi scritti è giunto fino a noi.

Tutto ciò che sappiamo su Dorotea Bucca, di fatto, è quanto riportato nel libro di Giovanni Boccaccio Delle donne illustri. Con una piccola notazione da premettere: e cioè che Boccaccio è vissuto tra il 1313 e il 1375, mentre Dorotea dal 1360 al 1436; aveva quindi appena quindici anni quando morì il suo presunto biografo.

L’edizione del libro “Delle donne illustri” di Giovanni Boccaccio, curata e aggiornata da Francesco Serdonati nel 1596

In effetti il libro dedicato dallo scrittore fiorentino alle grandi donne dell’antichità e del Medioevo ci è giunto attraverso una stampa pubblicata da Filippo Giunti e curata da Francesco Serdonati nel 1596: è lui, dunque, l’autore del profilo biografico della prima docente universitaria donna, aggiunto – insieme a molti altri – nella nuova edizione dell’opera di Boccaccio, tradotta dal latino in volgare da Giuseppe Betussi e aggiornata “con una giunta fatta dal medesimo d’altre donne famose e un’altra nuova giunta fatta da Francesco Serdonati d’altre donne illustri antiche e moderne”.

Donati racconta che Dorotea, nata a Bologna nel 1360, era figlia di un importante insegnante dell’università di Bologna, di cui ci sono rimaste però ancora meno notizie che su di lei: Giovanni Bucco, “bolognese filosofo e medico di gran fama”.

Giovanni aveva dunque “una figliuola nomata Dorotea, la quale s’esercitò parimente nelle lettere e fece tal profitto, che ancor essa meritò di conseguire l’insegne del dottorato nello studio di Bologna nella scienza di filosofia”.

Giovanni è così fiducioso nel talento della figlioletta, da incoraggiarla nello studio delle lettere e della medicina fino a farle conseguire il dottorato in filosofia. Poco dopo Dorotea si cimenta in una pubblica lettura all’Università di Bologna, ottenendo un successo tale, che alla morte del padre nel 1390 è lei stessa a ereditare la cattedra di medicina e filosofia dello Studio bolognese. “Come ancora oggi – scrive Serdonati – appare nella camera di Bologna al campione dei lettori stipendiati”. Per continuare a insegnare agli studenti del padre, a Dorotea – che ha trent’anni di età – viene garantito uno stipendio di cento lire, cifra enorme per il periodo.

Dorotea, scrive ancora il biografo, “esercitò molti anni tale ufficio con suo grande onore e con soddisfazione di tutta la città e a udir lei concorrevano molti scolari d’ogni nazione, cosa veramente rara e degna d’esser notata e ammirata”.

La prima insegnante universitaria donna occuperà infatti la cattedra per ben 46 anni, fino al 1436, quando morirà quasi ottantenne tra la venerazione dei suoi studenti.

A differenza di molte sue “colleghe” femministe ante litteram, infatti, Dorotea affronta una carriera sostanzialmente priva di ostacoli: i suoi quasi cinquant’anni di insegnamento trascorrono serenamente nel rispetto dei colleghi e degli allievi: forse anche per questo il suo personaggio non ha “fatto notizia” ed è ignorato persino dall’Enciclopedia Treccani.

Se pensiamo a Ipazia (massacrata da fanatici cristiani), a Giovanna d’Arco, abbandonata dal suo stesso re nelle mani del nemico e bruciata sul rogo, e agli stessi scontri tra Chiara d’Assisi e il papato, ci rendiamo conto che la maggior parte delle grandi donne del Medioevo ha fatto emergere la propria grandezza attraverso il conflitto con gli uomini, pagando spesso con la vita il prezzo del carisma e dell’indipendenza.

È vero anche, però, che il contesto in cui cresce Dorotea è il migliore che la giovane intellettuale possa trovare in Europa: c’è infatti molta più apertura in Italia, riguardo all’educazione delle donne in materie scientifiche, di quanto non avvenga nello stesso periodo, ad esempio, in Inghilterra.

Trotula di Salerno (Miscellanea medica XVIII), inizi del secolo XIV

Nel suo campo Dorotea trova un antecedente innanzitutto nelle mulieres salernitane, le donne della Scuola medica di Salerno che – caso unico nella storia accademica – godevano di ancora maggiore autorevolezza dei colleghi uomini. La più celebre tra esse era Trotula di Salerno, “magistra” nata tra il 1030 e 1040 e morta verso la fine del secolo, che aveva sposato Giovanni Plateario senior, altro illustre maestro della Scuola, scritto il libro De mulierum passionibus e trovato il tempo di crescere due figli: Giovanni Plateario il Giovane e Matteo Plateario.

Contemporanee di Dorotea sono invece Albella (che compone due trattati in versi), Mercuriade (autrice di quattro opere), Jacobina Felice, Alessandra Giliani e Margherita.

Successivamente si faranno notare invece Costanza Calenda e Rebecca Guarna, fisica, chirurga e scrittrice del XIV secolo, cresciuta in un’importante famiglia salernitana e destinata a lasciare alcuni trattati su febbre, urina ed embrioni.

Quello che stupirà, però, è che Dorotea ha un precedente ancora più illustre in un mondo che immaginiamo il più chiuso in assoluto nei confronti delle donne: l’Islam.

Se l’Università di Bologna è la più antica d’Europa, infatti, è solo la terza ad essere sorta nel mondo: la prima in assoluto è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, fondata nell’anno 859 proprio da una donna: Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea e di un centro di istruzione religiosa e politica per la comunità di al-Qarawiyyūn.

Più che delle grandi eroine che hanno legato il loro nome a imprese gloriose, quindi, Dorotea è testimone eccellente di quell’esercito silenzioso di donne che, nel corso dei secoli, hanno fatto crescere l’emancipazione femminile non attraverso atti eroici ma nella quotidianità, senza lasciare una memoria sensazionale ma dando un fondamentale contributo a rendere normale ciò che un tempo sembrava inaudito.

Arnaldo Casali

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Il Carlo Martello di Villaggio e De André

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L’amicizia tra Fabrizio De André (1940-1999) e Paolo Villaggio (1932-2017), entrambi genovesi, fu lunghissima. Villaggio la ricorda così: “ho frequentato Fabrizio da quando aveva quattro anni e l’ho perso di vista quando è morto.”

“Che bello questo motivo” dice Paolo Villaggio. “Sembra una musica trovadorica”. Fabrizio lo guarda. “Tu che sei un patito di storia medievale, aiutami a scrivere le parole”.

Carlo Martello ritorna dalla Battaglia di Poitiers nacque così, in una sera d’inverno del 1962. Ma gli antefatti del ritratto più dissacrante del maior domus dei regni merovingi, che secondo molti storici cambiò le sorti d’Europa con la vittoria a Poitiers del 732, resteranno per sempre avvolti nella nebbia goliardica e romantica dei ricordi delle disavventure di due amici.

La versione del topo Secondo la colorita cronaca firmata da Villaggio nel libro La vera storia di Carlo Martello (Dalai Editore, 2011), ecco come andarono le cose: “Era venerdì 14 dicembre 1962, io e Fabrizio stavamo perdendo tempo a casa di un certo Repetto, un paralitico molto simpatico che trascinava la propria vita su una sedia di paglia rubata da uno sconosciuto benefattore nella chiesa di Sant’Antonio, a Boccadasse. Abitava, Repetto, in un antro al pianoterra di un caseggiato fatiscente in cui aleggiava un violentissimo odore di minestra di verza, con una portafinestra che dava su un minuscolo cortile dove si celava un’insidia micidiale: un nano di gesso che con l’oscurità diventava invisibile. Tutte le notti si radunavano da lui branchi di fannulloni squattrinati che regolarmente si dimenticavano del nano; le conseguenze abituali erano dolorosissime ginocchiate su un maledetto cordolo di cemento coperto di muschio e leggere escoriazioni ai gomiti, ma per la gioia degli astanti c’erano anche state due fratture di zigomi, quattro di tibie e un femore della signora Gandolfi, una vedova di settantasei anni che non apparteneva alla compagnia, ma si era spinta fin lì per chiedere un consiglio”.

La vera storia di Carlo Martello (Paolo Villaggio, Dalai Editore, 2011). In copertina, un disegno di Dario Fo

E continua: “Segue ingresso improvviso di un gatto, che sotto lo sguardo della compagnia rigurgita un topo morto. De André, al solito imbenzinato, si offre per scommessa di mangiarsi il ratto in cambio di ventimila lire. Il paralitico mette i soldi sul piatto, e Fabrizio – fatto un respirone – addenta il sorcio. Poi gli viene fame, e trascina tutti a una locanda dove ordina «doppia porzione di fagiolane con le cotiche”, che divora in sei minuti. Dopo, iniziano i problemi. Getti di vomito immani, il conto, la fuga in taxi: “Fabrizio si tappa la bocca, gli esce il vomito dal naso. Si tappa il naso, dalle orecchie gli esce uno spruzzo giallo. Saliamo sulla vettura, ma dopo cinquecento metri Fabrizio vomita sulla nuca dell’autista, un vecchio di circa ottant’anni, che inchioda, afferra un coltello da cucina e si volta guardandoci con gli occhi di un rinoceronte inferocito. “Stronzi maledetti! Io vi faccio a pezzi!”, urla. Spalanchiamo le portiere e scappiamo”. Al rientro, “Fabrizio è pallidissimo: “Passatemi la chitarra”, dice, “suonicchio un po’, così mi passa…”. Tocca le corde, plin plin…”.

La variante dei gemelli In questa declinazione meno cruenta, rilasciata al giornalista Andrea Monda per RaiLibro, Villaggio premette: “La scelta dell’ambientazione medioevale fu tutta farina del mio sacco; Fabrizio ci mise solo la musica. Cioè, avvenne il contrario: lui aveva già la musica e io ci misi le parole”. E poi si addentra nei ricordi: “Era una giornata di pioggia del novembre del 1962. Io e Fabrizio, a Genova a casa mia in via Bovio, eravamo tutti e due in attesa del parto delle nostre signore, che poi partorirono lo stesso giorno, infatti Cristiano e il mio Pierfrancesco sono “gemelli”. Ebbene, forse per distrarci o per passare il tempo, Fabrizio con la chitarra mi fece ascoltare una melodia, una specie di inno da corno inglese e io, che sono di una cultura immensa, cioè in realtà sono maniaco di Storia, ho pensato subito di scrivere le parole ispirandomi a Carlo Martello re dei Franchi che torna dalla battaglia di Poitiers, un episodio dell’ottavo secolo d.C. tra i più importanti della storia europea visto che quella battaglia servì a fermare l’avanzata, fino ad allora inarrestabile, dell’Islam. Senza Carlo Martello sarebbe stata diversa la storia dell’Europa. Comunque mi piaceva quella vicenda e la volli raccontare, ovviamente parodiandola. In una settimana scrissi le parole di questa presa in giro del povero Carlo Martello”.

Il 45 giri del 1963 (Karim, KN 177) in cui uscirono i brani del duo de André – Villaggio. La casa discografica li pubblicò con tre diverse copertine (la prima è numerata KN 103)

La cronaca Andò come andò, Carlo Martello da salvatore dell’Europa si trasformò in un miserabile campione di umanità, posseduto da pressanti necessità carnali e facile a sfoghi iracondi e ignobili dietrofront, dettati da una esecrabile vena di spilorceria. La canzone, uscita nel 1963 in un 45 giri insieme a Il fannullone (l’unico altro brano del duo De André – Villaggio), passò quasi inosservata. De André non aveva ancora inciso La canzone di Marinella e non era famoso, e Villaggio avrebbe debuttato in RAI, facendosi conoscere dal grande pubblico, solo nel 1968.

Qualcuno però notò la strana filastrocca che sbeffeggiava il potente “re” dei Franchi, e Villaggio racconta: “Fu un pretore, mi pare di Catania, che ci querelò perché la considerava immorale soprattutto per quel verso: “È mai possibile, o porco di un cane, che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi p….”. E pensare che noi eravamo già stati censurati e avevamo dovuto trasformare il verso finale che in originale suonava: “Frustando il cavallo come un mulo, quella gran faccia da c…” con: “Frustando il cavallo come un ciuco, tra il glicine e il sambuco…”. Ma a parte questo pretore nessuno notò la nostra canzone, che fu riscoperta quando Fabrizio divenne famoso dopo Marinella”.

Pochi anni dopo, la casa discografica che aveva pubblicato il 45 giri fallì improvvisamente. Si chiamava Karim ed era di proprietà di alcuni soci, tra i quali figurava il padre di De André, dirigente d’azienda con molti interessi nei più svariati settori. Nel periodo immediatamente precedente al fallimento, Fabrizio fece causa alla Karim con l’accusa di non avere corrisposto una parte dei diritti d’autore dovuti. L’accusa fu prodotta, e vinta, dal fratello di Fabrizio, l’avvocato Mauro De André. Ma la Karim non risarcì la cifra stabilita (40 milioni di lire) e chiuse i battenti di lì a poco.

Un’altra cover per la canzone dedicata a Carlo Martello, questa volta pubblicata dalla Bluebell Records

Le licenze poetiche Nel corso degli anni, i critici hanno contestato agli autori il titolo attribuito a Carlo Martello, che nella canzone viene chiamato re, sire, sua maestà e sovrano. In realtà fu Maggiordomo di Palazzo (maior domus) dei regni merovingi di Austrasia (dal 716), di Burgundia (dal 717) e di Neustria (dal 719). Ma in seguito alla morte del re Teodorico IV, avvenuta cinque anni dopo la battaglia di Poitiers, di fatto Carlo Martello esercitò il potere regale (dal 737 al 741), pur non avendone il titolo. L’azione della lirica, inoltre, si svolge in una calda primavera, mentre la battaglia avvenne nel mese di ottobre. La cintura di castità poi è un grossolano falso storico. Datarla al tempo di Carlo Martello, in ogni caso, è un anacronismo: il primo documento in cui viene nominato l’improbabile strumento di tortura, il Bellifortis di Konrad Kyeser, dedicato alla tecnologia militare, è infatti datato 1405: circa 600 anni dopo il periodo storico in cui visse il Maggiordomo di Palazzo dei regni merovingi. Come è noto, le uniche cinture di castità conosciute apparvero in alcuni musei europei solo intorno al 1840. Gli analisti più scrupolosi del testo scritto da Paolo Villaggio citano come spropositato anche il prezzo che la prostituta chiede a Carlo Martello (5.000 lire). Forse si tratta solo di particolari, licenze poetiche che nel contesto in cui si trovano assumono il significato voluto.

Una immagine medievale dei trovatori, i poeti lirici occitani che utilizzavano la Lingua d’Oc per le loro composizioni

Il Medioevo di De André La canzone dedicata a Carlo Martello non è l’unica incursione medievale, o meglio medievalista, della produzione artistica di De André. Se è vero che Villaggio amò molto la Storia, Faber si avvicinò spesso ai temi trattati dalle liriche dell’Età di Mezzo, soprattutto nelle sue produzioni giovanili. Al tema della passione, che può avere in Al cor gentil rempaira sempre amore di Guido Guinizzelli (1235-1276) una delle più note espressioni poetiche medievali, De André si accosta con La Canzone di Marinella e La canzone dell’amor perduto. Il binomio amore e morte, affrontato spesso nei testi poetici e nelle melodie trobadoriche, come nella canzone Tan mou de cortesa razo dell’occitano Folchetto da Marsiglia (1155 circa – 1231), riecheggia in pezzi come la Ballata dell’amore cieco, mentre gli ideali e i valori che muovono l’uomo verso grandi imprese (In morte del nobile Blacatz di Sordello da Goito, 1200-1269) sono presenti in Si chiamava Gesù. La Chanson de geste e la Chanson de Roland hanno i loro paralleli in Il re fa rullare i tamburi e Fila la lana, dove affiorano i temi dell’eroe e della battaglia, mentre il bistrattato Carlo Martello trova i suoi alter ego nei personaggi descritti nel Roman De Renart, raccolta di racconti in lingua francese dei secoli XII e XIII e nei successivi lavori del Boiardo, di Pulci e del Folengo, pregni di ricca ironia nei confronti del tono epico. A Villon (1431-1463), poeta pitocco, senza eredità, che con il suo Testamento fa elogio a chi muore e scherno a chi resta, sembra ispirarsi il celebre omologo componimento di De André del 1968. E svariati sono i punti di contatto tra la poetica di Villon e quella del cantautore genovese: entrambi cantano i disadattati, i marginali, i condannati e prendono le parti degli uomini colti dalla debolezza della propria condizione sociale. E naturalmente tra le muse di De André c’è Cecco Angiolieri (1260 –1313), scrittore maledetto che amava farsi gioco di tutto e tutti, persino chi gli aveva dato la vita, come in S’io fossi foco, lirica musicata e cantata proprio da Faber nel 1968.

Georges Brassens (1921 – 1981), uno dei più grandi maestri della canzone d’autore internazionale. Fabrizio De André lo considerava un maestro. Alcune delle sue canzoni sono adattamenti da composizioni di Brassens

Secondo lo storico Tommaso di Carpegna Falconieri, quello di Faber è un Medioevo “anarchico e di sinistra”. “Brassens e De André cantano nuovamente i versi fulminanti de La ballata degli impiccati di François Villon; De André grida con Cecco Angiolieri S’i fossi foco (1968) e insieme a Brassens si immedesima in quei poeti maledetti di un Medioevo di passioni forti, di sentimenti vivi, di delinquenti pieni di cuore”.

In una intervista di Berto Giorgeri (su ABC del 1967), alla domanda se sia soddisfatto di vivere in questo periodo De André spiega: “Sembrerà un luogo comune rispondere di no, ma rispecchia esattamente la mia convinzione. Il periodo che mi affascina veramente è il Medioevo. Potendo conservare alcune conquiste sociali fatte nel corso dei secoli successivi, vedrei molto volentieri una società moderna ambientata nel Medioevo”.

Sembra quasi che per De André il Medioevo sia stato un luogo dell’anima. Forse ispirato da istantanee come quella evocata dai versi di Verlaine: “È verso il Medioevo enorme e delicato/ che il mio cuore guasto dovrebbe navigare/ lontano dai nostri giorni di spirito carnale e di carne triste”.

Daniela Querci

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Quel diavolo di un Arlecchino

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La Caccia Selvaggia dipinta da Friedrich Wilhelm Heine (1882)

È il 1 gennaio 1091. Un giovane prete di nome Gualchelmo sta attraversando la foresta per tornare nella sua chiesa di St. Aubin d’Anjou, nel piccolo borgo di Bonneval. Ha appena visitato un parrocchiano malato che abita oltre la foresta. Fa freddo e tira forte il vento. È normale, siamo in Normandia, a pochi chilometri dalla costa.

Gualchelmo è solo. Intorno non c’è anima viva. Quando, da lontano, si sente un rumore di cavalli al galoppo, urla di dolore, una risata diabolica. Gualchelmo si nasconde dietro una siepe, giusto in tempo per ammirare un corteo sconfinato di uomini e donne torturati da demoni. E poi una fila sterminata di vescovi, giudici e cavalieri. Tutti morti e tutti dannati. A chiudere questo exercitus mortuorum c’è un gigante a cavallo, un demone con una maschera nera in volto e una clava di legno in mano che picchia ridendo i suoi compagni di viaggio. Il prete lo riconosce, ha sentito parlare di lui, sa che ogni inverno scorrazza col suo corteo di anime morte e dannate lungo le coste normanne. E a bassa voce, mormora il suo nome: Hellequin.

Il primo a raccontare la leggenda della Mesnée d’Hellequin, la masnada di Arlecchino, è lo storico normanno Orderico Vitale nella sua Historia Ecclesiastica, terminata nel 1141. Nel centro e nord Europa pagano si credeva che in alcune notti di tempesta invernali, un essere soprannaturale guidasse un corteo di folletti, bestie e spiriti in una caccia selvaggia senza fine, tra cielo e terra. Chi fosse capitato in mezzo a questa corsa sarebbe stato rapito e portato nel Regno dei morti. Il dio o il demone infernale a capo di questa masnada cambiava a seconda della cultura.

Odino cavalca Sleipnir, cavallo a otto zampe

In Scandinavia si credeva che a capo della “Caccia Selvaggia” ci fosse la dea della morte Hel e le sue valchirie Herlequins o addirittura lo stesso Odino che cavalca Sleipnir, un cavallo a otto zampe. In Germania Odino diventò Herla King (re dell’Aldilà) e in Inghilterra Herla Cyning. L’avvento del cristianesimo trasformò gli dei pagani in demoni e gli spettri in anime dannate.

La credenza della “Caccia selvaggia” arrivò anche nel nord della Francia. Il demone ctonio, cioè sotterraneo, diventa Herlequin dopo essersi fuso con la leggenda di Hellequin de Boulogne, un conte cristiano delle Fiandre realmente ucciso nell’Abbazia di Samer intorno nel 880 d.C. mentre combatteva i Normanni.

Da lì nacque la leggenda del cavaliere dannato che ritorna nel campo dove era morto per fare penitenza dei suoi peccati passati. Lo scrive Walter Scott, l’autore di Ivanhoe, che allega il riassunto dei versi dedicati a questo conte a un suo lavoro sulla poesia scozzese, Minstrelsy of the scottish Border.

Herla King, Hellequin, Arlecchino. La trasformazione da anima dannata a diavolo comico deve molto al lavoro di Adam de la Halle, trovatore del XII secolo in lingua d’oil.

Zuffa tra Alichino e Calcabrina, illustrazione di Gustave Doré relativa al XXII canto della Divina Commedia

È il 1 maggio 1262 e ad Arras, nella sua città natale, Adam detto “il gobbo” mette per la prima volta in scena Jeu de la Feuille, considerato uno dei più antichi esempi di teatro profano del Medioevo. Protagonista dell’opera è Herlequin Croquesots, un diavolo comico con una maschera nera che mima un ghigno diabolico: ha due protuberanze sulla fronte, residui delle corna da diavolo, ormai perdute. Sul palco, con in testa un mantello a cappuccio multicolore, prende in giro i cittadini del paese raccontando davanti a tutti i difetti di ognuno.

Ormai Herlequin non fa più paura: è libero di scioccare, sputare, essere scurrile, scherzare con chiunque, come un personaggio fuori dal comune. Arlecchino è diventato un diavolo comico e la sua maschera inizia a diffondersi in Francia, con qualche sporadico spettacolo in Italia. Alcune fonti dicono che Dante Alighieri avrebbe assistito a uno spettacolo del genere il 1 maggio del 1304 a Firenze oppure durante il viaggio a Parigi, che Boccaccio ci assicura il Poeta abbia intrapreso.

In ogni caso, Dante doveva averne sentito parlare, visto che inserisce un personaggio di nome Alichino nella Divina Commedia. Siamo nel XXI canto dell’Inferno. Qui i diavoli sono di casa e Alichino non fa eccezione. Fa parte dei Malebranche, il gruppo di demoni che vigila affinché i dannati della quinta bolgia dell’ottavo cerchio rimangano nella pece bollente. Alichino non ha ancora il nome di Arlecchino che oggi conosciamo, ma non perde il suo carattere comico.

Dante lo descrive come un credulone e la sua disavventura è uno dei pochi passaggi comici dell’Inferno.

Nel XXII canto, Alichino con arroganza accetta davanti agli occhi stupiti di Dante e Virgilio l’offerta del dannato Ciampolo di Navarra, che pur di non essere squartato dai diavoli promette di far sbucare fuori dalla pece bollente altri sette suoi compari. Ma in un momento di distrazione generale Ciampolo riesce a rituffarsi nello stagno bollente e a scappare dai demoni.

Per recuperare dalla figuraccia, Alichino cerca in modo goffo di raggiungerlo per uncinarlo. Ma non ci riesce. Allora il collega demone Calcabrina, infuriato, raggiunge Alichino. I due si azzuffano e cadono nella pece bollente, mentre Dante e Virgilio se ne vanno lasciando i due diavoli al loro destino.

Solo verso la fine del Cinquecento nasce l’Arlecchino che tutti conosciamo. Durante il carnevale del 1584, Tristano Martinelli, attore della Compagni dei Comici Gelosi, adattò il personaggio bergamasco Zani, per il pubblico francese, fondendolo con la maschera demoniaca di Herlequin. È Arlecchino, il servo sciocco ma all’occorrenza diabolicamente astuto, con una maschera nera ghignante e un vestito di lino grezzo, con rombi di tutti i colori per adattarsi al gusto parigino dell’epoca.

Andrea Fioravanti

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Il Festival del Medioevo a Gubbio dal 26 al 30 settembre 2018

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La quarta edizione del Festival del Medioevo si terrà dal 26 al 30 settembre 2018 nell’affascinante centro storico di Gubbio (Umbria)

“Barbari”. Sarà questo il tema principale della quarta edizione del Festival del Medioevo.

La manifestazione, incentrata sulla divulgazione storica e l’unica nel suo genere nel panorama nazionale, si terrà a Gubbio dal 26 al 30 settembre 2018.

Cinque giorni per affrontare un viaggio lungo dieci secoli, con la scoperta degli “altri” come filo conduttore.

Barbari. Stranieri. Sconosciuti. Invasori e migranti: nuove genti sul palcoscenico della Storia. Mescolate dai commerci e dalle guerre. Capaci di trasformare in profondità i costumi, le abitudini e anche le parole della vita quotidiana.

Fibula ostrogota (500 ca.) del tesoro di Domagnano (Repubblica di San Marino). La spilla, utilizzata per assicurare le vesti di una nobildonna, è uno splendido esempio del gusto estetico che abilissimi orefici portarono in Italia tra il V e il VI secolo

Sono lontani, diversi, misteriosi. Ci obbligano a rimarcare i confini, i limiti mutevoli della Storia e della Geografia che segnalano una fine e annunciano un inizio. Divisioni che separano e insieme uniscono.

Noi e loro. Dentro e fuori. Identità e alterità, ridefinite di continuo nel crocevia delle lingue e dei popoli e nelle vicende dei singoli individui. E nuovi mondi, svelati dai viaggi, dall’arte, dalle scoperte scientifiche e dalle innovazioni tecnologiche.

Un racconto infinito, fatto di incontri e di scontri: dagli Alemanni ai Vandali, dai Pitti agli Unni. E poi i Visigoti e gli Ostrogoti, i Sassoni, gli Angli e i Franchi. Svevi, Slavi e Berberi. Il dominio dei Longobardi. La civiltà dei Bizantini. I Mongoli e i Turchi. L’epopea dei Vichinghi. Gli Arabi e i Normanni.

Un Medioevo lontano dagli stereotipi, da leggere come una bussola per capire meglio la società del XXI secolo.

Grazie alle lezioni di Storia, le interviste e i “faccia a faccia”, i più importanti storici italiani e europei, insieme a scrittori, giornalisti e uomini di spettacolo, si misurano in una vera e propria sfida culturale: quella di raccontare al grande pubblico in modo “facile” e appassionante mille anni di storia, dalla caduta dell’impero romano alla scoperta dell’America (476-1492).

Tutti gli incontri sono gratuiti e a ingresso libero.

Lo storico Alessandro Barbero al Festival del Medioevo 2017 (foto Paolo Panfili)

Molti e qualificati i protagonisti delle tre precedenti edizioni: Alessandro Barbero; Franco Cardini; Jacques Dalarun; Chiara Frugoni; Massimo Montanari; Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri; Jean Claude Maire Vigueur; Attilio Bartoli Langeli;Maria Giuseppina Muzzarelli; Tommaso Di Carpegna Falconieri; Amedeo Feniello; Alberto Grohmann; Alessandro Vanoli; Francesco Benozzo; Massimo Campanini; Riccardo Fedriga; Franco Franceschi; Gabriella Piccinni; Giorgio Ravegnani; Umberto Longo; Massimo Miglio; Marina Montesano; Antonio Musarra; Enrica Neri Lusanna; Alessandro Marzo Magno; Leopoldo Freyrie; Sergio Rizzo; Enrico Malato; Elena Percivaldi; Francesca Roversi Monaco, Ian Wood e molti altri (l’elenco completo qui).

Il Festival è arricchito da molti eventi collaterali (mostre, rievocazioni, film, concerti, spettacoli, giochi di ruolo e visite guidate) tra i quali spiccano alcuni appuntamenti fissi:

La Fiera del libro medievale (Centro Santo Spirito, Gubbio) del Festival del Medioevo 2017 (foto Enzo Valentini)

– Fiera del Libro Medievale. Tutto quello che c’è da leggere e sapere per conoscere meglio l’Età di Mezzo. Le maggiori case editrici italiane e i piccoli editori specializzati presentano al vasto pubblico degli appassionati i saggi, i romanzi, le biografie, gli approfondimenti tematici e i grandi classici che hanno per oggetto dell’età medievale.

– Miniatori e calligrafi dal mondo. Medioevo e futuro si incontrano in un evento dedicato alla moderna arte amanuense.

– Le botteghe e i mestieri. L’artigianato medievale presentato dai migliori espositori nazionali in modo filologicamente corretto.

– La Tavola rotonda del Web. Evento specifico dedicato ai siti specializzati sul Medioevo, costruito in collaborazione con Italia Medievale, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

– Medioevo dei bambini. Giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli.

Le botteghe e i mestieri. L’artigianato medievale illustrato dai migliori espositori nazionali. Festival del Medioevo 2017. (foto Paolo Panfili)

Il Festival è realizzato dall’Associazione culturale Festival del Medioevo in collaborazione con il Comune di Gubbio.

La manifestazione gode del patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Si avvale anche dei patrocini scientifici dell’ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e della SAMI, la Società degli Archeologi Medievisti Italiani. All’iniziativa collabora in modo operativo la Fondazione Giuseppe Mazzatinti.

La RAI, con i canali tematici di Rai Storia e RAI Radio3, è stata media partner dell’evento in tutte le edizioni, con il mensile MedioEvo e il sito web Italia Medievale.

La sala azzurra del Centro Santo Spirito di Gubbio gremita di spettatori agli Incontri con gli autori del Festival del Medioevo 2017 (foto Paolo Panfili)

Più di 50.000 persone hanno partecipato all’ultima edizione (27 settembre – 1 ottobre 2017).

Sergio Mattarella ha conferito per due anni consecutivi la Medaglia d’Oro della Presidenza della Repubblica alla città di Gubbio come “espressione di apprezzamento per l’alto livello culturale del Festival del Medioevo”.

Nel 2016 il Festival del Medioevo ha vinto anche il Premio Italia Medievale, riservato alle istituzioni “che si sono particolarmente distinte nella promozione e valorizzazione del patrimonio medievale italiano”.

Il sito della manifestazione e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.

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L’eccidio di Cesena e la Guerra degli Otto Santi

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La rocca vecchia di Cesena in un di segno di A. Dal Muro

La storia di Cesena cambiò per sempre in un freddo giorno dell’inverno del 1377. Il 3 febbraio i mercenari bretoni del capitano di ventura John Hackwood, conosciuto dagli italiani come Giovanni Acuto, massacrarono più di 5000 persone.

Uomini, donne e bambini vennero trucidati senza pietà. In meno di tre giorni la città fu rasa al suolo. I cadaveri, ammucchiati lungo le strade, venivano gettati come sacchi nei pozzi o sepolti in grandi fosse comuni scavate nei piazzali davanti alle chiese. Chi riuscì a scampare alla strage, trovò rifugio nella vicina Cervia o a Rimini. I saccheggi tra le case e nelle vicine campagne continuarono fino al mese di agosto, insieme ai ricatti, agli stupri e alle devastazioni.

Se si prende per buona una relazione di appena sei anni prima, stilata dal cardinale Anglico, fratello di papa Urbano V e vicario generale per gli Stati della Chiesa in Italia, nell’anno 1371 la città romagnola contava 8300 abitanti. Con il “Sacco dei Bretoni” trovarono quindi la morte più della metà dei cesenati.

L’elezione dell’antipapa Clemente VII

IL BOIA CHE DIVENNE PAPA Un massacro, insensato. Ordinato e diretto, in modo spietato, da un uomo di chiesa: il cardinale Roberto di Ginevra (1342-1394), successore del grande Albornoz nel ruolo di comandante degli eserciti pontifici in Italia.

L’alto prelato, nelle cronache del tempo, passò alla storia come “Il boia di Cesena”.

Ma questa sua fama sinistra non gli impedì, appena un anno dopo, il 31 ottobre 1378, di vincere un conclave, venire eletto papa in contrapposizione a Urbano VI e di dare il via, con il nome di Clemente VII, al cosiddetto Scisma d’Occidente, il durissimo scontro tra papi e antipapi per il controllo del soglio pontificio che per quarant’anni (1377-1417) lacerò la Chiesa tanto da minacciarne la stessa esistenza.

Fino ai tragici giorni dell’eccidio di Cesena, Roberto di Ginevra, era conosciuto soprattutto come il cugino del re di Francia. Sua nonna, Maria di Brabante, era la cognata dell’imperatore Enrico VII.

Abile e spregiudicato, godeva dei favori di Gregorio XI, l’ultimo dei sette papi della cattività avignonese, che lo nominò arcivescovo di Cambrai nel 1368. Da quando agguantò il cardinalato, nel 1371, Roberto iniziò a collezionare diocesi e benefici ecclesiastici di vario tipo tra la Francia, i Paesi Bassi e l’Inghilterra. Diventò ricchissimo e sempre più potente. Amava la bella vita e i piaceri della carne.

Il palazzo dei papi ad Avignone

Avignone all’epoca, con quasi trentamila abitanti, era la più grande città della Francia dopo Parigi. Dal 1308 aveva sostituito Roma come sede del papato e capitale del mondo cristiano. La affollavano cortigiani, nobili e dignitari. Attirava i principali ordini religiosi. Era il luogo privilegiato del commercio e delle banche. E ospitava una prestigiosa università. La biblioteca pontificia era arrivata a possedere più di duemila preziosi manoscritti. Ma la corruzione dilagava. E il cinismo era elevato ad arte. Poco tempo prima, nelle epistole Sine nomine, Francesco Petrarca aveva descritto la nuova sede del papato come una città dove “non c’è devozione, né carità, né fede, né rispetto; né timor di Dio. Non c’è alcunché di santo, di giusto, di onesto, in breve di umano”.

In questo ambiente, Roberto di Ginevra, il futuro “boia di Cesena”, scalò in fretta molte posizioni. Più che alla fede era appassionato al gioco diplomatico, al potere e al mestiere delle armi. Nessuno quindi si stupì quando Gregorio XI, che aveva annunciato a più riprese di voler lasciare Avignone per tornare a Roma, lo nominò legato pontificio per la Romagna e la Marca. Un incarico importantissimo. Il cardinale doveva preparare il terreno al ritorno in Italia del papa, caldeggiato dalle appassionate e continue sollecitazioni di Caterina da Siena ma anche da pressanti considerazioni politiche.

Il viaggio fu annunciato e rimandato più volte. I ritardi, giustificati dalla guerra tra Francia e Inghilterra, appesa a una fragile tregua, erano in realtà dovuti a ragioni economiche. La corte papale era a secco di denaro. Così, Gregorio XI si fece prestare trentamila fiorini d’oro dal re di Navarra e ben sessantamila dal duca di Angiò, che però volle cautelarsi chiedendo in garanzia i gioielli di proprietà del pontefice.

Gregorio XI, l’ultimo papa di Avignone

Gregorio, a differenza degli altri papi di Avignone, amava l’Italia. Per tre anni, al seguito di Urbano V, aveva vissuto a Roma come cardinale. E in gioventù aveva frequentato a lungo l’università di Perugia dove aveva imparato l’italiano. Nello Studium della Vetusta nacque la sua esibita passione per la letteratura greca e per quella latina che in seguito gli procurò l’appellativo di “primo papa umanista”.

Ma nella penisola la situazione politica era ormai precipitata. I pontefici mancavano da Roma da settanta anni. E la Chiesa avignonese, di fatto, era percepita come una potenza straniera. I territori soggetti all’autorità papale aspiravano all’autonomia e sopportavano a fatica il malgoverno dei legati, tutti di origine francese. La crisi economica faceva il resto. Mancava la manodopera e imperversavano le carestie. Le popolazioni erano ancora stremate dalle terribili conseguenze della peste nera del 1348 che aveva falcidiato quasi la metà degli abitanti della penisola italiana. I focolai delle epidemie si riaccendevano, in modo ciclico, ad ogni decennio.

In questo clima, tra il 1375 e il 1378, Firenze, fino ad allora la più guelfa delle città italiane, si fece capofila di una rivolta secessionista che assunse quasi i contorni di una sollevazione nazionale. Il ritorno del papa spaventava i maggiorenti della città gigliata che voleva estendere i suoi domini sulle vicine e fertili terre dell’Umbria governata dai legati pontifici. Firenze si sentiva accerchiata. In città, anche i cosiddetti “fraticelli”, quei “frati di povera vita” che fustigavano l’opulenza esibita dalla corte papale, spingevano per una soluzione di forza. L’occasione della guerra però nacque da un rifiuto. Quello di Guglielmo di Noellet, cardinale legato prima a Bologna e poi a Perugia che nel 1374, vietò di vendere il grano ai fiorentini. La decisione fu letta come una astuzia per indebolire Firenze, stremata dalla carestia e dalle conseguenze della peste che nel giro di soli otto mesi in riva all’Arno aveva fatto ben settemila vittime. In città mancava il pane e l’inverno era alle porte.

John Hawkwood, chiamato dagli italiani Giovanni Acuto, raffigurato da Paolo Uccello in un affresco del Duomo di Firenze

IL SIGNORE DELLE ARMI L’allarme aumentò, qualche mese dopo, quando i mercenari di Giovanni Acuto, al termine di una condotta stipulata con il papa per la guerra contro i Visconti sconfinarono in Toscana in cerca di razzie.

Solo il nome di John Hackwood faceva paura: il mercenario inglese, all’epoca era il più famoso dei condottieri di ventura. E anche il più pagato. Con molte buone ragioni: aveva combattuto i francesi a Crécy e a Poiters e aveva insegnato ai suoi uomini come usare con efficacia l’arco lungo inglese. Spostava le sue truppe, vestite con armature leggere, a grande velocità, per poi piombare come un falco sui nemici. Un vero signore della guerra, che da tempo, Roberto di Ginevra aveva ammansito con grandi somme di denaro. Anni dopo anche i fiorentini si servirono di lui a caro prezzo, fino a nominarlo cittadino onorario. Mezzo secolo dopo la sua morte (1394) ne onorarono la memoria con il grande affresco di Paolo Uccello che ancora oggi campeggia nella navata sinistra del Duomo di Firenze. Ma allora, nell’anno 1375, John Hackwood detto l’Acuto ancora parteggiava per il papa. E per calmarlo ci vollero ben centotrentamila fiorini.

LA GUERRA DEGLI OTTO SANTI La guerra contro il pontefice esplose con virulenza. L’incendio della ribellione divampò in fretta, anche grazie all’aiuto determinante di Barnabò Visconti, signore di Milano.

La prima città a ribellarsi fu Città di Castello, il 3 dicembre 1375. In poco più di tre mesi, fino alla sollevazione di Bologna del 20 marzo 1376, i Comuni della Toscana e quasi tutte le città del centro Italia soggette all’autorità papale, cacciarono le guarnigioni pontificie e aderirono alla lega capeggiata da Firenze. La bandiera della rivolta, un vessillo rosso con la scritta Libertas, iniziò a campeggiare sulle torri delle città ribelli. Un lungo elenco: Milano, Lucca, Siena, Pisa, Arezzo, Viterbo, Perugia, Città di Castello, Montefiascone, Foligno, Spoleto, Gubbio, Terni, Narni, Todi, Assisi, Chiusi, Orvieto, Orte, Toscanella, Radicofani, Sarteano, Camerino, Fermo e Ascoli.

La reazione di Gregorio XI fu immediata. Intimò ai fiorentini di raggiungerlo ad Avignone per chiedere perdono. Di fronte al loro rifiuto, lanciò un “interdetto”: la città gigliata venne scomunicata, punita con la mancata concessione dei sacramenti, ad eccezione del battesimo e dell’eucarestia. I crediti che la città vantava sul papa vennero dichiarati decaduti. E a ben seicento fiorentini, scacciati da Avignone, furono confiscati tutti i beni.

In riva all’Arno, dopo la scomunica, i magistrati che guidavano la città, gli “Otto della Guerra”, vennero battezzati, in modo ironico, gli “Otto santi”. Fra di loro c’erano i rappresentanti di alcune delle più importanti famiglie della città: Alessandro Bardi, Guccio Gucci, Giovanni Dini, Giovanni Magalotti, Andrea Salviati, Matteo Soldi, Giovanni Moni e Tommaso Strozzi.

Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze. L’immagine proviene da un codice della Biblioteca Laurenziana

Intanto Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina, inviava infuocate lettere ai romani. Li invitava a ribellarsi al papa. Difendeva la legittimità morale delle città ribelli, vessate dalle tasse papaline. Scriveva dell’Italia, “inondata” dai Francesi, che “divorano, in suo nome, i suoi beni e succhiano il suo sangue”. Roberto di Ginevra nel maggio del 1376 era già al lavoro per combattere le città ribelli. Arruolò al servizio della Chiesa le bande dei mercenari bretoni di Jean de Malestroit e di Silvestro Budes, famose per la loro ferocia. I soldati, rimasti senza ingaggi per la pausa del conflitto che opponeva la Francia all’Inghilterra, minacciavano di devastare la valle del Rodano e la stessa Avignone. Ma adesso c’era una nuova guerra da combattere. I mercenari attraversarono il Delfinato e la Savoia. La campagna d’Italia iniziò con il saccheggio di Cuneo, abbandonata dal Conte Verde Amedeo d’Aosta. L’obiettivo della lunga marcia era arrivare a Bologna per unirsi alle armate di Giovanni Acuto e riconquistare la città, difesa da Roberto da Camerino, comandante generale della lega antipontificia.

IL SACCO DI FAENZA Nello stesso mese di maggio, John Hackwood occupò di notte Faenza per prevenire una possibile sollevazione. Più di trecento persone vennero uccise a scopo preventivo. Migliaia di faentini furono espulsi dalla loro città. I maggiorenti finirono in catene. Le case e le chiese vennero saccheggiate per tutto il giorno.

Un racconto leggendario parla di una monaca contesa a forza da due luogotenenti dell’Acuto. Hackwood risolse la questione urlando: “Metà per uno!”. E tagliò in due parti la poveretta con la sua spada. Le cronache dell’epoca riportano anche la notizia di una violentissima rissa tra i mercenari inglesi che si accapigliavano per la spartizione del bottino: Belmont e Giovanni Brecci, luogotenenti di Giovanni Acuto rimasero feriti in modo grave.

Roberto di Ginevra entrò a Modena il 3 luglio e il giorno dopo invase anche il territorio bolognese. Le devastazione e i saccheggi verso i civili iniziarono ancor prima dell’assedio della città. Bologna resisteva, protetta dalle sue mura: non servì nemmeno una congiura ordita dal cardinale insieme al Marchese d’Este e alla fazione cittadina dei Maltraversi.

Roberto da Ginevra alternava la diplomazia alla strategia del terrore: negoziò il disimpegno di Milano e Napoli ma volle far capire alle città ribelli che era pronto a tutto, facendo spesso passare a fil di spada anche chi si arrendeva.

Gregorio XI in una incisione ottocentesca

IL RITORNO A ROMA Un fatto nuovo cambiò, in parte, le sorti del conflitto: il papa stava tornando in Italia. L’avventuroso viaggio, tra mille imprevisti, durò ben 17 settimane. A Genova il papa incontrò ancora Caterina da Siena. Il 6 dicembre sbarcò a Pisa. E il 5 dicembre arrivò a Corneto, il porto dell’alto Lazio nei pressi dell’attuale Tarquinia. Lì Gregorio XI rimase più di un mese per patteggiare con i romani il suo rientro nella Città Eterna. Fece il suo ingresso a Roma solo il 7 gennaio 1377 tra tiepide feste popolari. Come residenza non scelse l’antico palazzo del Laterano, per più di mille anni sede dei pontefici, ma volle stabilirsi in Vaticano. In ogni caso, la sua sola presenza, bastò a indebolire la posizione di Firenze agli occhi delle città alleate. Gregorio, nei mesi precedenti, aveva già chiesto al suo cardinal legato di allentare l’assedio di Bologna e di ritirarsi nella Marca e in Romagna per far svernare i 4000 cavalieri e i 6000 fanti dell’esercito di mercenari tra le città di Faenza, Forlì, Cesena e Rimini. I soldati trovarono ricovero nelle vaste campagne intorno ai centri abitati.

Ritratto di Roberto di Ginevra nel Palazzo dei papi, ad Avignone

UN BAGNO DI SANGUE A Cesena arrivarono solo i bretoni, comandati dal capitano di ventura Jean de Malestroit. Roberto di Ginevra scelse come sua residenza la Murata, il munitissimo sistema difensivo, costruito venti anni prima dal cardinale Egidio Albornoz, che faceva capo alle due rocche poste in cima al colle Garampo.

La situazione degenerò in breve tempo. Il cibo scarseggiava. E i mercenari trattavano i civili come dei nemici. Settimana dopo settimana, le provocazioni, i soprusi e le angherie dei militari si moltiplicarono. Quando un gruppo di soldati sequestrò ad alcuni macellai dei pezzi di carne, la popolazione si ribellò. I cesenati uccisero più di 400 bretoni. Decine di altri mercenari si rifugiarono nella Murata dove era riparato anche Roberto di Ginevra.

Il cardinale attraverso Galeotto Malatesta, che ufficialmente era ancora il signore della città, fece sapere di condannare il comportamento dei suoi soldati e convinse i cesenati a deporre le armi per una riconciliazione generale. Ma aveva già mandato a chiamare John Hackwood che era di stanza nella vicina Faenza.

Secondo molti racconti Giovanni Acuto, memore della precedente strage di Faenza, propose al cardinale legato di assicurare alla giustizia del papa soltanto i responsabili della rivolta. Ma Roberto di Ginevra gli urlò in faccia tutta la sua rabbia: “Voglio sangue! Sangue e giustizia”. Così le truppe inglesi entrarono dalla porta del Soccorso e insieme ai bretoni di Jean de Malestroit si scagliarono contro la folla ormai disarmata. Il bagno di sangue durò tre giorni e non risparmiò né le donne, né i vecchi e nemmeno i bambini. Le violenze si protrassero per settimane. L’eccidio cambiò per sempre il volto della città. Agli oltre cinquemila morti si aggiunsero centinaia di deportati.

La Rocca Malatestiana di Cesena

“N’EMPIRO UN POZZO CUPISSIMO” Nerio di Donato Acciajuoli, nella sua “Cronaca Senese” raccontò anche quello che avvenne dopo la strage, quando i superstiti fuggiti verso Cervia tornarono in cerca di vendetta nelle campagne intorno alla città: “Sappiate poi, che quelli, che scamparo di Cesena, si riducevano alla Città di Cervia, che è presso a Cesena a dieci miglia, e spesso si raunavano e andavano nel contado di Cesena, e assalivano e’ saccomanni de’ Brettoni, e di quelli di Messer Johanni Augud, e assai n’ammazzoro in più volte in poco tempo, in modo che non v’era strada, che assai v’erano sotterrati a 25 e a 50 con gran vendetta, e massime n’empiro uno pozzo cupissimo, el qual pozzo è in luogo Gattolino presso a Cesena a 6 miglia, che in più volte l’empiro de’ morti de’ Brettoni. E cosi fero alquanto vendetta quelli di Cesena, che fuggiro; e anco empiro uno altro pozzo in luogo chiamato Belpavone, che è presso a Cesena a 9 miglia. Siché in poco tempo quelli di Cesena, che scamparo, fero gran vendetta de’ Brettoni, e delle genti di Misser Johanni Augud”.

Sette secoli dopo, il ricordo di quei tragici giorni sopravvive nella piccola piazza che ospita gli uffici dell’Anagrafe. È intitolata ai “Cesenati del 1377”.

Firenze inviò alle città alleate di Perugia, Arezzo, Fermo, Ascoli e Siena una drammatica lettera nella quale gli autori dell’eccidio erano definiti “non homines, sed monstra teterrima”. Terribili mostri. Sorbelli nella “Cronaca di Bologna” scrisse: “Quasi la gente non volea più credere né in papa né in cardinali: perché queste erano cosa da uscire di fede”. L’eco della strage giunse in fretta anche a Roma. Il papa, a titolo precauzionale, riparò ad Anagni e tornò a Roma solo a novembre inoltrato.

Ma l’eccidio di Cesena, con tutto il suo carico di insensata ferocia, in realtà, servì come monito. E stroncò le velleità di guerra delle signorie italiane contro il papato. Già un mese dopo, nel marzo del 1377, Bologna concluse una tregua di due mesi con Roberto di Ginevra. E a giugno firmò la pace con Gregorio XI. Gli altri Comuni delle Marche e della Romagna si accodarono in fretta. Il cardinal legato, che conosceva bene la ferocia dei suoi mercenari, per impedire nuovi saccheggi decise di vendere la sua argenteria e alcuni dei suoi tanti gioielli servirono a pagare le milizie. Rodolfo da Varano, capitano generale dei fiorentini, cambiò casacca e passò al soldo del papato. Anche John Hackwood, detto l’Acuto scelse un nuovo padrone e si accasò a Firenze, dove trovò, oltre a nuovi grandi commesse, anche una gloria imperitura.

Cesena, rasa al suolo dai bretoni, fu ricostruita da Galeotto Malatesta.

La Guerra degli Otto Santi finì invece appena un anno dopo. La pace fu firmata dal nuovo papa, Urbano VI il successore di Gregorio XI. I fiorentini, per cancellare la scomunica furono costretti a pagare, anche se solo in parte, l’astronomica cifra di 350.000 fiorini.

L’Europa al tempo del Grande Scisma

“PRO REMEDIO ANIMAE” Il cardinale legato Roberto di Ginevra continuò la sua scalata al potere. Dopo la morte di Gregorio XI, favorì l’elezione di Bartolomeo Prignano che diventò papa con il nome di Urbano VI. Fu lui stesso a darne l’annuncio alla folla. Ma appena quattro mesi dopo, di fronte alle prime decisioni del nuovo pontefice, ne chiese la deposizione.

Il “boia di Cesena” con l’appoggio di suo cugino, il re di Francia Carlo V e di 13 cardinali ribelli fu eletto papa in un altro conclave convocato appositamente a Fondi. Assunse il nome di Clemente VII e riportò di nuovo il papato ad Avignone.

Con lui ebbe inizio il Grande Scisma, la più grande divisione nella storia della Chiesa cattolica prima della Riforma. Un papa e un antipapa. Con due pontefici in carica, per quaranta anni la comunità dei fedeli fu divisa fra “obbedienza romana” e “obbedienza avignonese”.

Durante il suo pontificato venne anche chiamato a decidere dell’autenticità della Sindone di Torino, esposta per la prima volta a Lirey nel 1350. In una apposita bolla del 6 gennaio 1390 ordinò di “dire ad alta e chiara voce, al fine di far cessare ogni frode, che la Sindone non era il vero sudario di Gesù Cristo ma una figura o una sua rappresentazione”.

Sui due papi si divisero anche gli ordini religiosi. Clemente VII fu appoggiato dai francescani, dai certosini e da buona parte dei domenicani.

Roberto di Ginevra morì ad Avignone il 16 settembre 1394. E proprio negli ultimi anni della sua vita, si occupò con il solito zelo degli ordini religiosi, attraverso numerose donazioni pro remedio animae. Chissà se ebbe il tempo di pensare veramente anche alla sua, insanguinata per sempre dall’eccidio di Cesena.

Federico Fioravanti

DA LEGGERE: Edwin Mullins I papi di Avignone. Un secolo in esilio – Odoya 2015 Eamon Duffy La grande storia dei papi – Mondadori 2000 Duccio Balestracci Le armi, i cavalli, l’oro. Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del Trecento – Laterza 2009 Elena Percivaldi Gli antipapi. Storia e segreti – Newton Compton 2014 Claudio Rendina I papi. Storia e segreti – Newton Compton 2007 Robert Davidshon Storia di Firenze – Sansoni 1978 Franco Cardini Breve storia di Firenze – Piccola biblioteca Pacini 2007 Andrea Sirotti Gaudenzi L’eccidio di Cesena. La più grande strage del Medio Evo – Invictus 2014

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La rivolta di Santa Scolastica a Oxford

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Scena in taverna da un manoscritto del secolo IVX, British Library

“Una birra amara” chiede Walter Spryngeheuse all’oste della taverna Swindlestock, a Oxford.

E non immagina quanto sarà amara, quella birra: 93 morti, una vera e propria guerra civile e una faida destinata a durare 600 anni. Decisamente la birra più amara della storia.

È il 10 febbraio 1355, festa di Santa Scolastica da Norcia, sorella di San Benedetto, padre del monachesimo occidentale, custode del patrimonio culturale negli anni più oscuri del Medioevo. Sarà proprio lei a dover associare il suo nome al peggiore scontro del millennio tra mondo della cultura e società civile.

“Questa birra fa schifo!” esclama Walter rovesciandola sul bancone. “Dammene un’altra”.

Avete presente quando si dice “Oxford”? Eccola, la proverbiale signorilità degli studenti della più antica università anglosassone e la più prestigiosa del Regno Unito.

Centro di studio e insegnamento sin dal 1096, la cittadina aveva visto espandere sempre più i suoi college dopo che Enrico II aveva vietato agli inglesi – nel 1167 – di iscriversi all’Università di Parigi. Per favorire la crescita dell’Ateneo il re aveva concesso ogni sorta di privilegi agli accademici e gli irrequieti studenti arrivati da ogni angolo d’Europa avevano finito per entrare in conflitto con gli abitanti del piccolo villaggio, che mal sopportavano le loro intemperanze.

Nel 1209 due ragazzi erano stati addirittura giustiziati per aver ucciso una paesana, ne era seguita una rivolta degli studenti e scontri con la cittadinanza che avevano portato alla fuga in massa di buona parte degli accademici; l’Università era stata smantellata per un breve periodo, per tornare poi più grande, forte e tutelata di prima.

Santa Scolastica da Norcia (qui in un affresco nella chiesa del cimitero, a poca distanza dal centro storico di Norcia) si ricorda il 10 febbraio, giorno dela sua morte

Un secolo e mezzo dopo quegli eventi la tensione tra città e toga (town and gown dicono gli inglesi) ha raggiunto il culmine. Gli universitari si sentono i padroni della città: sono i figli dell’aristocrazia in un villaggio di bifolchi, la futura classe dirigente circondata da gente ignorante e ordinaria. Loro sono i principi di Oxford, i pupilli del re e godono di privilegi che i cittadini nemmeno se li sognano. E poi viaggiano tanto, studiano tutto il giorno e quando arriva la sera voglio divertirsi, fare un po’ di casino e gustarsi una birra come si deve, non questa schifezza che ha appena servito John Croidon.

“Ehi, Roger, vieni qui!” chiama Walter.

Mentre l’oste versa un altro boccale al collega, Roger de Chesterfield si fa largo tra gli ubriaconi che affollano la fumosa taverna, si siede al bancone e lascia andare un rutto imponente e maestoso come il ruggito di un leone. Proprio sulla faccia di Croidon.

“Una coppa anche per il mio amico” fa Walter con la voce strascicata di chi, di birre, ne ha bevute già troppe. “Questo posto è una latrina!” esclama Roger sprezzante. “Ecco perché ci galleggiate così bene, voi due!” ribatte l’oste.

“E questa qua non è birra, è piscio di maiale!” urla Walter lanciandola addosso dell’oste. “Tu che ne pensi, Roger?”. Quello prende un sorso dalla sua coppa e poi la sputa sulla faccia di John. “Hai ragione, Walter: è proprio piscio di porco!”.

Le coppe sono vuote, ma la misura è colma. “Adesso basta! Fuori dal mio locale, pezzi d’asino!” grida Croidon. “Come ti permetti di rivolgerti in questo modo, razza di bifolco? Noi siamo studenti del college, non i caprai a cui sei abituato!”. “Se non ve ne andate subito vi abituerete voi ai miei calci nel sedere! Tornatevene al…” ma non fa in tempo a finire la frase perché gli arriva un pesante destro sul mento. Alzato uno sguardo pieno di odio sull’aggressore, John estrae il coltellaccio che tiene sotto il bancone e si avventa contro Walter; un attimo dopo Roger gli è addosso. Due astanti intervengono in soccorso dell’oste e altri tre studenti si buttano nella mischia per difendere i colleghi. In pochi minuti la bettola è tutto un frullare di cazzotti, calci, sedie spaccate su schiene curve, sangue e sputi. Qualcuno chiama soccorsi, chi tenta di mettere pace si guadagna un pugno e poi una coltellata. Un uomo è a terra. No, sono due, anzi tre. Quattro. Cinque. È una carneficina. Che dura tutta la notte. Arrivano gli sbirri e arrestano i facinorosi. Ma quando si trovano di fronte Roger e Walter devono alzare le mani e lasciarli andare. I due studenti escono tranquillamente dalla bettola baldanzosi, con i vestiti strappati ma l’aria fiera. Walter si ferma sulla porta, si asciuga il sangue che gli cola dal naso, e guarda sprezzante John e i suoi amici che vengono portati via dalle guardie. “Mi dispiace – dice ridendo – ma noi siamo Oxford, e voi non siete niente!”.

Un’epigrafe ricorda l’ubicazione della storica taverna di Oxford (foto: Tony Holding)

Al mattino la notizia arriva al sindaco John de Bereford. Tutti vogliono che i due studenti vengano puniti, ma lui non può farlo: l’Ateneo non è sotto la sua giurisdizione e gli accademici godono di speciali privilegi che li rendono sottoposti direttamente alla Corona: l’unico che può ordinarne l’arresto è il cancelliere dell’Università Humphrey de Cherlton. Ed è ciò che gli chiede di fare de Bereford, ma il Rettore fa orecchi da mercante, prende tempo, non si muove. D’altra parte come potrebbe proprio lui andare contro coloro che, anche se in modo indegno, rappresentano comunque la sua potente università? Non importa chi ha cominciato la rissa: un oxfordiano è un oxfordiano e ha ragione anche quando ha torto.

Intanto la situazione è degenerata fino ad arrivare alla guerra civile: gli abitanti di Oxford decidono di farsi giustizia da soli e vanno a caccia dei due facinorosi, ma il corpo studentesco si schiera in blocco a difesa dei colleghi e passa al contrattacco: 200 universitari si lanciano all’assalto del Comune e aggrediscono lo stesso sindaco. La reazione è durissima: persino dalle contrade vicine i contadini si riversano in città per dare man forte agli abitanti al grido di “Havoc! Havoc! Smyt fast, give gode knocks!” (“All’assalto! All’assalto! Colpisci veloce, colpisci bene!”).

Il massacro va avanti per due lunghissimi giorni, finché il College non è costretto a capitolare. Il bilancio è pesantissimo: 93 morti, di cui 63 studenti universitari e 30 residenti.

Sconfitti sì, ma impuniti. Perché se è vero che gli universitari hanno ragione anche quando hanno torto, è vero pure che vincono anche quando perdono: il governo mette infatti fine alla disputa intervenendo a favore dell’ateneo con un nuovo decreto che garantisce ulteriori tutele e privilegi alla popolazione accademica. A memoria delle violenze subite dagli studenti, poi, ogni 10 febbraio il sindaco e i consiglieri della città dovranno marciare a capo scoperto per le vie cittadine e pagare all’università una multa di un centesimo per ogni studioso ucciso, per un totale di 5 scellini e 3 penny.

L’edificio che ospitò Swindlestock Tavern, all’incrocio tra Queen Street e St. Aldates Street è ora sede di una banca

Le tensioni tra Comune e ateneo continueranno a covare sotto la brace per secoli ma nessun episodio di sangue si ripeterà mai più. Quanto al rituale delle scuse e del dazio, proseguirà ogni anno per 470 anni: nel 1825, infatti, il sindaco si rifiuterà di prendervi parte chiudendo così la tradizione.

Per un’autentica pacificazione bisognerà aspettare invece il 10 febbraio del 1955, quando in occasione del 600º anniversario, la commemorazione dei moti studenteschi di Santa Scolastica fornirà l’occasione per un’ideale riconciliazione suggellata da due atti simbolici: l’Università di Oxford assegnerà al sindaco un titolo onorifico, mentre l’autorità cittadina conferirà al vice-cancelliere la cittadinanza onoraria.

Quanto alla taverna della discordia, esiste ancora; anche se nel frattempo è diventata una banca: nell’edificio che ospitava Swindlestock Tavern a Carfax, all’angolo tra via St. Aldates e Queen Street, oggi trova infatti posto la sede della spagnola Santander Bank.

Arnaldo Casali

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La nascita dell’Università

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Lo scriptorium in una miniatura del secolo VII

In principio era lo scriptorium: una stanza fredda, buia, silenziosa, dove il monaco studia in solitudine su antichi codici.

Poi, con il passare dei secoli, piccoli gruppi di maestri laici ed ecclesiastici iniziano a riunirsi nei centri abitati per dare lezioni di diritto, arti e teologia mentre a Salerno, nel IX secolo, si va formando lentamente una vera e propria scuola di medicina.

Niente a che fare con l’Accademia Platonica o con i Simposi della Grecia Antica: quelli che insegnano a Salerno sono uomini e donne privi di cultura letteraria ma forniti di grande esperienza pratica che si tramandano oralmente, ma la loro fama è tale da trasformare la “Scuola medica” in un centro di eccellenza internazionale, al quale iniziano ad accorrere da tutto il Mediterraneo studenti di ogni nazionalità e cultura. Nasce anche una leggenda che ne spiega l’origine narrando l’incontro – in una notte di tempesta – tra il pellegrino greco Pontus, il latino Salernus, l’ebreo Helinus e l’arabo Abdela che, scambiandosi le reciproche conoscenze sull’arte medica, avrebbero dato vita al sodalizio destinato a formare i grandi medici del Medioevo sposando i segreti delle grandi culture del tempo.

La prima scuola di diritto nasce invece a Parma nel 962, quando l’imperatore Ottone I con un decreto conferito al vescovo Uberto, sancisce l’istituzionalizzazione di una scuola superiore indirizzata alla formazione della professione notarile, richiamando studenti anche dai paesi d’oltralpe.

Se in molti vedono nella Scuola medica salernitana il primo esempio di facoltà scientifica e in quello di Parma una vera e propria istituzione universitaria, di fatto il primo Ateneo ufficiale dell’Occidente nasce a Bologna nel 1088; quantunque anche in questo caso si tratti di una data convenzionale, stabilita nel 1888 da una commissione presieduta da Giosuè Carducci. I primi statuti dell’Università di Bologna risalgono infatti al 1317, anche se è certo che già nell’XI secolo esistesse una fiorente scuola giuridica destinata a diventare la prima università. Beninteso, prima d’Europa: perché a livello mondiale, Bologna non arriva prima e nemmeno seconda.

Le prime due università della storia moderna, infatti, nascono entrambe in Africa ed entrambe nel contesto della cultura islamica. E la cosa ancora più sorprendente, è che la più antica istituzione educativa al mondo è stata fondata da una donna: è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, costituita nell’anno 859 e ancora oggi uno dei principali centri spirituali ed educativi del mondo.

La fondatrice è Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea per la comunità di Qayrawanesi (al-Qarawiyyūn). Oltre che luogo di culto, la moschea diventa presto sede di istruzione religiosa e di discussione politica, estendendo gradualmente l’istruzione ad un gran numero di materie, e in particolare le scienze naturali e la filosofia.

Vista dal cortile della moschea-università al-Qarawiyyīn di Fez (Marocco), la prima jāmiʿa, fondata nell’859

L’università guadagna il patronato del sultano che – nel 1349 – fonda la biblioteca dove viene raccolta una vasta selezione di manoscritti, tra i quali figurano la al-Muwattaʾ di Malik ibn Anas, scritta su una pergamena di gazzella e la Vita del Profeta di Ibn Ishaq. Non si tratta di un’accademia esclusivamente religiosa, comunque: oltre al Corano e alla Fiqh (la giurisprudenza islamica), tra le materie di studio ci sono grammatica, retorica, logica, medicina, matematica, astronomia, chimica, storia, geografia e musica. All’Università al-Qarawiyyīn si formano molti studenti destinati ad influenzare la storia accademica e intellettuale del mondo e non solo musulmano: tra i suoi studenti più celebri figura il filosofo e teologo ebreo Ibn Maymūn, meglio noto come Maimonide, nato nel 1135 e morto nel 1204.

La seconda università a sorgere è invece quella di al-Azhar (letteralmente “La luminosa”) al Cairo, uno dei principali centri di insegnamento religioso dell’Islam sunnita, fondata nel 970 dagli Imām fatimidi sciiti-ismailiti immediatamente dopo la conquista dell’Egitto da parte di Jawhar al-Ṣiqillī. Pur essendo nata come centro di studio e insegnamento del credo sciita, dopo la riconquista dell’Egitto da parte di Saladino l’Università finisce per diventare la più prestigiosa sede di elaborazione del pensiero sunnita, e comprende anche una facoltà di Giurisprudenza basata soprattutto sull’insieme delle discipline giuridiche che fanno riferimento alla Shari’a.

Sul fronte accademico, quindi, l’Europa cristiana arriva con quasi mille anni di ritardo rispetto al mondo arabo-musulmano. E ci arriva in modo molto diverso: a fondare l’Università di Bologna, infatti, non è un’istituzione o un mecenate illuminato, ma gli studenti stessi. Già, sono proprio le matricole ad inventarsi l’Ateneo, organizzandosi in gruppi cittadini (universitates) o nazionali (nationes) che scelgono i docenti e li pagano attraverso una raccolta di donazioni, e tra loro c’è anche Graziano, autore del Concordantia discordantium canonum, il primo manuale di diritto canonico.

Studenti raffigurati in un frammento dell’arca di Giovanni da Legnano. Opera di Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Bologna, Museo medievale

I gruppi italiani, divisi in base alla città di provenienza sono detti “Intramontani”, mentre gli “Ultramontani” (ovvero che arrivano dal di là delle Alpi) sono raggruppati in base alla nazione di provenienza. Nel XII secolo sono ben diciassette le università intramontane e quattordici i collegi delle nazioni ultramontane, il più importante dei quali è quello di Spagna. A testimoniare questa grande ricchezza culturale, nel palazzo dell’Archiginnasio che sarà sede dell’Università dal 1563, si può ancora oggi ammirare il più grande complesso araldico al mondo, che raccoglie quasi seimila stemmi studenteschi.

Nel 1158 Federico Barbarossa promulga la Authentica Habita con cui l’Università viene tutelata come luogo di ricerca e studio indipendente da ogni altro potere. Il modello universitario bolognese è dunque basato su un’associazione di studenti legati tra loro da un giuramento e dotati di capi riconosciuti (i “rettori”) e dove ogni associazione fornisce ai propri membri varie forme di protezione e privilegi ed è incaricata del reclutamento dei docenti.

Lo stesso modello è quello su cui è basata la seconda università sorta in Europa e la prima del mondo anglosassone: Oxford, fondata ufficialmente nel 1096 da un gruppo di studenti divisi – come a Bologna – in base alla nazione di provenienza (con una rappresentanza del Nord che riunisce gli scozzesi e quella del Sud che comprende gli irlandesi e i gallesi). La grande svolta, l’Ateneo inglese, la conosce però grazie al “privilegio al contrario” di Re Enrico II che, nel 1167, proibisce ai suoi sudditi di andare a studiare a Parigi costringendo gli intellettuali inglesi a concentrarsi su Oxford facendo crescere così rapidamente la nuova università. Per favorire la crescita dell’Ateneo il Re concede ogni sorta di privilegi agli accademici e agli studenti arrivati da ogni angolo d’Europa, che finiscono inevitabilmente per entrare in conflitto con gli abitanti del piccolo villaggio. La crescente arroganza degli studenti – divenuti dei veri e propri “signorotti” del luogo – è tale da arrivare a compiere rapine e omicidi, tanto che nel 1209 due accademici che avevano ucciso una donna vengono condannati a morte e giustiziati con il beneplacito di Re Giovanni Senzaterra.

L’esecuzione porta ad una sollevazione del corpo studentesco, una sospensione delle attività didattiche e una guerra contro i residenti che costringe gli accademici a fuggire altrove. Un gruppo di loro si trasferisce a Cambridge, dove fonda quella che sarà la seconda università del mondo anglosassone. Anche qui l’istituzione privata viene presto riconosciuta dalle autorità: nel 1231 re Enrico III assegna a Cambridge sovvenzioni statali ed esenzioni dalle tasse e regolamenta la vita nel villaggio per evitare che si ripeta quanto accaduto a Oxford: vengono dunque puniti comportamenti irresponsabili dei giovani ma allo stesso tempo ne viene garantita la protezione verso canoni di affitto eccessivi. Una bolla pontificia di papa Gregorio IX da poi il permesso ai laureati di Cambridge di insegnare in qualunque Paese cristiano.

Intanto in poco tempo anche Oxford si riorganizza per tornare più grande, ancora più forte e tutelata di prima, tanto che il 10 febbraio 1355 si arriverà ad una vera e propria guerra civile tra città e università, da cui l’Ateneo uscirà con 63 morti ma ancora maggiori tutele e privilegi da parte del Governo.

Lezione di Filosofia. Miniatura dalle Grandes chroniques de France, fine XIV secolo, Castres, biblioteca municipale

È invece completamente opposto, rispetto a Bologna, Oxford e Cambridge, il modello di Ateneo che si sviluppa a Parigi: a fondare la Sorbona nel 1170 non sono gli studenti ma i docenti, che si associano tra di loro e si occupano di regolare i corsi di studi, ponendosi come interlocutori delle istituzioni e ottenendo, a loro volta, il riconoscimento del Re Filippo II di Francia nel 1200 e di papa Innocenzo III nel 1215.

Nasce invece in Spagna, a Palencia, la prima università statale d’Europa: è il re Alfonso VIII di Castiglia su richiesta del vescovo Tello Téllez de Meneses, a fondare nel 1212 il primo ateneo spagnolo chiamando da Francia e Italia importanti insegnanti di arti e di scienze e pagandoli profumatamente. Anche troppo, profumatamente: quando, cinquant’anni dopo, i soldi finiscono l’Università di Palencia – dove si era formato uno dei più importanti santi del Medioevo come Domenico di Guzman – affonderà tra i debiti. In compenso l’esempio del primo ateneo spagnolo ispira altre università come quella di Salamanca (fondata nel 1218 e diventata la sua principale rivale) e quella di Vallodolid, che ne diventa l’erede ufficiale.

Intanto nel 1215 ad Arezzo è nata un’altra università destinata purtroppo a chiudere alla fine del Medioevo, mentre un’altra migrazione è quella che porta – nel 1222 – un gruppo di studenti e insegnanti dell’Università di Bologna in cerca di maggiore libertà accademica, a fondare un nuovo ateneo a Padova.

La prima università statale italiana viene fondata invece da Federico II a Napoli nel 1224. L’imperatore scrive che lo scopo principale della nascita dello Studium Neapolitatum è quello di assicurare ai suoi sudditi la possibilità di studiare sotto lo sguardo dei propri familiari, ed evitare – quindi – lunghi e costosi viaggi in terre straniere. Napoli viene scelta per la sua posizione accessibile e per il favore del clima, ma anche per una pacificazione politica: la città era stata l’ultima a piegarsi alle armate di Ruggero II e aveva resistito per tre difficili anni anche all’assedio di Enrico VI, padre di Federico II. D’altra parte l’imperatore ha anche la necessità di coltivare una nuova classe dirigente, funzionale alla sua burocrazia. Per evitare che i suoi sudditi vadano a studiare all’estero, Federico – che ha appena 30 anni – assicura loro una serie di agevolazioni a partire dalle spese di iscrizione più basse fino alle convenzioni per gli alloggi a prezzo fisso e alla possibilità di borse di studio per gli studenti più poveri e persino una mensa, affiancando – a scanso di equivoci – ai privilegi anche il divieto di andare ad insegnare o a studiare a Bologna. Al tempo stesso proibisce di iscriversi al nuovo Ateneo studenti stranieri, e soprattutto quelli provenienti dallo Stato Pontificio e dai paesi ostili all’Impero. Quella di Napoli è anche la prima università italiana totalmente laica: la Chiesa, infatti, non ha alcun potere riguardo al reclutamento dei docenti.

Le università nell’Europa medievale

Il Papa, da parte sua, risponde nel 1303 fondando l’Università più grande d’Europa, anch’essa statale e anch’essa laica: La Sapienza. Il papa più teocratico e forse più discusso dell’intero Medioevo – il teorico della superiorità della Chiesa su qualsiasi altro potere – formalizza la fondazione dello Studium Urbis con la bolla In Supremae praeminentia Dignitatis il 20 aprile 1302, pochi mesi prima dell’umiliazione di Anagni e della morte. Fino a quel momento a Roma gli istituti di istruzione superiore sono stati esclusivamente rivolti al clero di Roma. Tra questi c’è la Scuola capitolare Lateranense, a indirizzo teologico e giuridico, destinata alla formazione dei quadri direttivi del governo ecclesiastico, la Universitas Romanae Curiae, istituita a Lione intorno al 1245 e aperta agli impiegati della curia che, senza sede stabile seguiva la corte papale; gli Studi generali in teologia, tenuti dalla seconda metà del secolo XIII dagli Ordini mendicanti, erano invece riservati ai frati. Mancava quindi un centro di studi superiori aperto alla cittadinanza romana e destinato a formare la futura classe dirigente. Bonifacio, che è tra i primi papi ad essersi laureato in un’Università (a Bologna), vuole dotare anche la sua città di una struttura simile, capace di offrire una formazione in tutte le discipline e aperta anche ai laici. Laici come lui stesso è stato, dopotutto, fino a 60 anni. L’università municipale di Roma comprende tutte le facoltà con una forte presenza degli studi giuridici. Nasce come istituzione laica ma subisce inevitabilmente le ingerenze del papato risentendo, nei suoi primi decenni di vita, del clima turbolento che i moti politici e gli scontri tra le fazioni guelfa e ghibellina provocano a Roma. I finanziamenti iniziali giungono dalla tassazione del vino forestiero, oltre che dalla munificenza di alcuni nobili romani; lo Studium Urbis acquista man mano importanza e prestigio e nella seconda metà del ‘400 il termine Sapientia viene usato nei documenti per indicare l’insieme di scuole e collegi riuniti nello Studium.

Appena tre anni dopo la fondazione della “Sapienza”, papa Clemente V con la bolla Super Specula sancisce ufficialmente la nascita dell’Università di Perugia, le cui facoltà di medicina e di legge esistevano in realtà già dagli inizi del Duecento, finanziate principalmente dal Comune.

Una libreria dell’Università di Salamanca. Fondata nel 1208, è l’ateneo più antico di Spagna (l’Università di Palencia non esiste più) e uno dei più antichi d’Europa

Statale è anche l’Università di Firenze, fondata dalla Repubblica nel 1321, ma costretta quasi subito alla chiusura per riaprire poi nel 1349. Intanto, nel 1336, papa Benedetto XII tramite il nunzio apostolico Bertrando di Deux concede “la facoltà di nominare capitani delle arti, consiglieri, notai di curia e delle riformanze” al Comune di Camerino, costituendo un nuovo Ateneo. Ad esso seguiranno le università di Pisa (1343), Praga (1348) e Pavia (1361). Nel 1364 il re di Polonia Casimiro il Grande fonda l’Akademia Krakowska che nel XIX secolo diventerà l’Università Jagellonica (Cracovia); poi è la volta di Vienna in Austria (1365), Pécs in Ungheria (1367), Heildeberg (1386) e Colonia (1388) in Germania.

Alla fine del Medioevo saranno 54 le università sorte in tutto mondo, di cui 21 sul territorio italiano. Da Zara a Torino, da Louvain in Belgio a Uppsala in Svezia, da Copenaghen a Monaco fino a Valencia: la rivoluzione culturale innescata dall’età di mezzo agli inizi del Cinquecento è ormai compiuta ed è pronta a prendere per mano il mondo e portarlo nel futuro.

Arnaldo Casali

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La battaglia di Parma o di Victoria

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Mappa di Parma posteriore al 1460 (Archivio di Stato di Parma)

Nelle campagne intorno a Parma è una fredda mattina d’inverno, con la nebbia che avvolge la natura e attutisce i rumori. L’imperatore Federico II non rinuncia alla sua grande passione: la caccia. È quasi un anno che assedia, inutilmente, la città.

Quella mattina, tra le brume invernali, mentre scruta il cielo in cerca di prede per i suoi falconi, in lontananza si intravedono delle colonne di fumo. Provengono da Victoria, l’accampamento fortificato che ha voluto far costruire, una vera e propria città sorta attorno a Parma, affinché nessuno entrasse o uscisse nel corso dell’assedio. Una sortita degli assediati, però, sta infrangendo non solo le mura dell’accampamento, ma il sogno di unificare l’intera penisola sotto la corona imperiale.

La situazione politica in Italia La battaglia di Parma del 18 febbraio 1248 è un episodio che si inserisce nella lotta tra i guelfi italiani, il Papato e Federico II. L’imperatore, inseguendo il suo sogno di unificare tutta la penisola sotto la sua corona, aveva cinto d’assedio la città emiliana, dal luglio del 1247.

Parma era stata sempre ghibellina, ma l’elezione di Innocenzo IV aveva cambiato molte cose nel dominio sulla città, a partire dalla nomina di Alberto da Sanvitale a vescovo, sino ad arrivare al colpo di mano compiuto da Ugo da Sanvitale, fratello del vescovo, Bernardo di Rolando, cognato del Pontefice, Giberto da Gente e Gregorio da Montelongo, i quali si impossessano di Parma. Federico II riunisce l’esercito e marcia verso la città velocemente. Scaccia i ribelli e insedia Tebaldo Franceschi come suo luogotenente.

Innocenzo IV al Concilio di Lione attorniato da vescovi (miniatura del XIII secolo)

La lotta tra Papato e Impero prosegue anche negli anni successivi, fino ad arrivare al Concilio di Lione del 1245, dove viene confermata la scomunica di Federico II. L’imperatore, dopo essere scampato ad una congiura nella Pasqua del 1246, decide di marciare sulla città francese, ma quando l’esercito è nei pressi di Torino, viene avvisato che Parma si è ribellata il 15 giugno del 1247. La colonna imperiale, quella comandata dal figlio di Federico, Enzo, e un contingente inviato da Ezzelino da Romano puntano su Parma per ricondurla all’obbedienza imperiale. Il Papa fa giungere in città, invece, aiuti da Milano, Piacenza, Ferrara e Mantova.

Inizia così un assedio che sarebbe durato otto mesi e che portò alla costruzione di Victoria, una città fortificata con case, palazzi e una chiesa, destinata a sostituire Parma una volta che fosse caduta, distrutta e le sue rovine fossero state cosparse di sale. In una fredda mattina d’inverno, però, le cose cambiarono sotto gli occhi dell’imperatore, che in quel momento era a caccia nella valle del Taro e dovette rifugiarsi prima a Borgo San Damiano e poi a Cremona.

L’assedio «E fu così che l’Imperatore cinse Parma d’assedio ponendo il proprio campo ad ovest della città, fuori le mura di barriera Santa Croce». Per otto mesi i due eserciti si confrontano. Attaccanti e difensori compiono sortite, tentativi di sfondare le mura, scaramucce tra cavalieri. Non vengono risparmiate atrocità varie: per indurre gli assediati ad arrendersi, vengono decapitati tutti i prigionieri fatti nel corso dei vari scontri, mentre gli imperiali catturati vengono gettati dalle mura. E se ogni «mattina l’Imperatore faceva condurre un gruppo di prigionieri sotto le mura cittadine, più o meno all’altezza dell’attuale ponte Caprazucca, facendoli decapitare sotto lo sguardo impotente dei propri concittadini», gli assediati non sono da meno e «molte spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono colte dalle guardie del podestà e abbruciati nella pubblica piazza, talché niuno della città osò far motto di entrare in trattati col nemico».

Il campo fortificato di Victoria I parmigiani decidono di chiudersi in città e di resistere alle forze imperiali. «Tra gli assedianti un nipote del papa e di Orladno de Rossi; Ugo Boterio da Parma, i figli dell’imperatore, Ezzelino, Oberto Pelavicino e il marchese Lancia. Mentre tra gli assediati vi era il legato pontificio Gregorio di Montelongo che con milizie milanesi si era precipitato a rafforzare la guarnigione di Parma che, passando al partito guelfo, si era data automaticamente al fronte antimperiale. Proprio Gregorio di Montelongo fu l’animatore della resistenza della città durante il lungo assedio cui fu sottoposta Parma, impedendone la capitolazione».

Federico II decide per l’assedio, ha tempo, non vuole correre rischi. Decide anche di costruire una città che avrebbe dovuto sostituire Parma una volta caduta. La costruzione «venne pianificata dagli astrologi e iniziata sotto la costellazione di Marte, dio della guerra, come auspicio di vittoria. Tuttavia gli scienziati trascurarono di osservare quanto fosse vicino l’influsso del Cancro, cui poi sarebbe stata attribuita la responsabilità della distruzione dell’abitato: civitas, sub tali ascendente incepta, cancrizare debebat. Ciò compromise l’intera azione politica di Federico, poiché, secondo le parole di Rolandino da Padova, ab hac die in antea retrocessit eius victoria more cancri». L’imperatore fa trasportare a Victoria il denaro per mantenere l’esercito, la corona e le vesti imperiali, armi, salmerie, vettovaglie e la biblioteca imperiale. A presidio del tesoro dell’imperatore viene posta la guardia personale saracena. L’imperatore trasferì a Victoria anche la sua personale collezione di animali esotici e fece aprire una zecca che coniava il “vittorino”. «Nel 1247, durante l’assedio di Parma da parte di Federico II, ogni mattina i cavalieri imperiali si disponevano presso la città e vi rimanevano sino a sera “aspettando e custodendo le loro gualdane” che non solo bruciavano e devastavano tutto ciò che trovavano, ma si portavano via anche tegole e mattoni delle case distrutte per utilizzarli, secondo l’ordine dell’imperatore, nella costruzione di nuove abitazioni».

La cavalleria parmigiana esce dalle mura per attaccare l’accampamento di Federico II

La battaglia «Correva il giorno diciottesimo di febbrajo 1248, allorché i Parmigiani, avendo saputo che Federigo si era allontanato con assai gente per cacciare col falcone, si disposero a tentare una disperata sortita. Non fu per questa volta la fortuna contraria ai generosi. Gl’imperiali assaltati all’improvviso, dopo leggiera resistenza si danno alla fuga; ne segue una strage infinita. Taddeo da Suessa e il marchese Lancia caddero morti sul campo, tentando di ritenere i fuggitivi; un inestimabile tesoro cadde in potere dei vincitori, e la stessa corona imperiale».

Le prime ore del giorno non sono buone solo per la caccia, ma anche per sorprendere il nemico ed «il primo movimento di ribellione dei Parmigiani contro l’imperatore avviene anch’esso summo mane e, nel corso del lungo assedio che ne seguì, un mattino allo spuntare dell’aurora un reparto si avvicina d’improvviso e furtivamente a una porta della città, lancia una catena munita di uncini contro lo steccato difensivo, svellendolo per la lunghezza di tre pertiche, ma nonostante l’ora la sorpresa non riesce».

La ricostruzione dell’attacco fa capire che si trattò di una assalto fatto dopo che «un gruppo di parmensi trascinò il grosso dell’esercito imperiale lontano dalla città con una falsa sortita. Nel frattempo, il resto delle truppe parmensi ‒ cui si erano uniti anche donne, fanciulli, giovani, vecchi ‒ attaccò Victoria, avendo ragione con relativa facilità dei difensori rimasti».

I parmigiani penetrano nell’accampamento con facilità e nel corpo a corpo ne che ne segue hanno facilmente la meglio sulle milizie imperiali. La cavalleria di Federico è lontana, all’inseguimento di cavalieri parmigiani in finta fuga. «Il marchese Lancia l’unico in comando a Victoria quel giorno, venne attirato fuori dall’accampamento con i suoi cavalieri in una manovra diversiva attuata dai parmensi. Il grosso delle milizie parmensi e dei suoi cittadini affamati attaccarono in quel momento il campo di Victoria scarsamente difeso. L’accorrere al campo di Federico non evitò una sconfitta disastrosa per le aquile imperiali».

Gregorio da Montelongo in una moneta che lo ritrae seduto in trono. Fu patriarca di Aquileia dal 1251 al 1269

Dopo alcune incursioni diversive, quindi, Victoria fu presa d’assalto, saccheggiata, distrutta, con la collaborazione di tutti i cittadini che volevano riconquistare la libertà.

L’azione contro Victoria, però, non è frutto del caso, ma si tratta di un’operazione bellica ben preparata e studiata da Gregorio di Montelongo per rompere l’assedio. «Si trattò di un’operazione vasta e complessa, svoltasi su un fronte lungo una ventina di chilometri dal Po a Parma e scandita da scontri plurimi e fulminei fra le truppe di Enzo di Svevia e le milizie parmensi e milanesi. La velocità, la capacità di coordinamento e la rapidità dell’azione, incentrata sulla cavalleria, determinarono l’esito della battaglia, espressione di un disegno che superava le logiche rigide del municipalismo e che in Gregorio da Montelongo trovava il suo principale sostenitore. Un insieme di fattori, quali il coordinamento politico e il consenso fra le forze eminenti dell’area padana, sostenute dalla diplomazia pontificia, scaturirono in un’azione militare ben concertata, non più basata sulla semplice pratica o vincolata a consuetudini locali e a bisogni extramilitari: ciò costituisce, come ha notato Roberto Greci, un’importante novità dal punto di vista della pratica militare che rende vieppiù significativa la battaglia di Victoria». L’attacco alla città-fortificata di Federico contribuirono anche molti cavalieri parmigiani ghibellini, i quali tradirono l’imperatore e contribuirono alla sorpresa.

Le perdite e il bottino Secondo alcune fonti gli imperiali ebbero 2.000 morti e 3.000 prigionieri o feriti. Più attendibile parlare di 1.500 morti, di cui solo 500 caduti nello scontro.

Secondo Salimbene de Adam i parmigiani «portarono via all’imperatore tutto il suo tesoro che comprendeva oro, argento, pietre preziose, vasi e vestimenti; si impossessarono del suo corredo e della suppellettile, e anche della corona imperiale, che era di grande peso e valore, tutta d’oro e tempestata di pietre preziose con molte figure in rilievo lavorate che sembravano cesellature … La corona era stata trovata da un ometto di media statura chiamato Cortopasso che la portava in giro per le strade tenendola in mano come un falcone e mostrando la a tutti coloro che la volevano vedere vanto della Victoria conseguita contro Federico II … molti tesori in oro in argento e pietre preziose furono sotterrati dentro orci, locali e tombe proprio nel posto dove era la città di Victoria e sono ivi ancora al giorno d’oggi, ma non se ne conoscono i nascondigli».

Le conseguenze A livello strategico e militare la distruzione di Victoria non comportò ripercussioni per Federico II che riprese il controllo del centro Italia attraverso il presidio del passo della Cisa in grado di garantire il libero transito in direzione lungo la direttrice nord-sud. La sconfitta sotto le mura di Parma, però, inflisse un grave colpo al prestigio dell’imperatore, compattando il fronte avversario in vista degli scontri futuri.

Umberto Maiorca

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San Geminiano e il culto delle reliquie

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San Geminiano nell’atto di esorcizzare la figlia dell’imperatore Gioviano, bassorilievo (part.) dell’architrave della Porta dei Principi del Duomo di Modena

Il culto delle reliquie in Europa si diffuse soprattutto dopo le conquiste barbare. I popoli nordici infatti credevano che dopo la morte di un re o di un santo i loro resti continuassero a portare fecondità al terreno e benessere al luogo dove era avvenuta la morte. Ai santi venivano attribuite anche facoltà taumaturgiche ed esorcismi.

In un bassorilievo di scuola wiligelmica, che si trova sull’architrave della Porta dei Principi del Duomo di Modena, il patrono San Geminiano è intento a compiere un esorcismo sulla figlia dell’allora imperatore Gioviano. Ce lo spiega, plasticamente, un demonietto alato che esce dalla testa della ragazza.

Una leggenda vuole che San Geminiano salvò Modena dagli Unni guidati da Attila, nascondendola agli invasori grazie ad una fitta coltre di nebbia.

Ancora oggi le ossa e i resti del santo, sono oggetto di venerazione. Ma cosa succedeva in passato? I fedeli davano molta importanza al terreno e alla polvere che si poteva raccogliere intorno ai luoghi dove erano stati deposti i corpi dei santi. Con le mani e le unghie i pellegrini grattavano via il suolo per trarne beneficio.

Questa miracolosa protezione si estendeva anche all’acqua: la più ricercata era quella di cui ci era serviti per lavare le ossa di un santo in occasione della traslazione delle reliquie.

Nel caso di San Geminiano, la cerimonia ebbe luogo a Modena il 30 aprile del 1106 alla presenza della grancontessa Matilde di Canossa, la potente feudataria, vicaria dell’imperatore nei suoi possedimenti italiani.

Anche poche gocce di questa acqua venivano pagate a peso d’oro. Chi non poteva permettersi queste “preziosità” si accontentava di versare sulla tomba del santo il contenuto di una piccola brocca affinché si impregnasse della “santità” ovvero delle virtù curative e miracolose emanate dalle reliquie. Il liquido che dalla brocca si lasciava scendere sulla tomba o vicino ai resti veniva poi bevuto e quello che rimaneva veniva conservato con cura.

I resti dei santi erano considerati talmente preziosi da essere la causa di vere e proprie dispute tra chiese e comunità religiose o tra chiese e comuni come nel caso di Geminiano. Il culto del santo non è diffuso infatti soltanto a Modena ma anche in altri luoghi dell’Italia dove sembra siano transitate le reliquie: Venezia, Pontremoli e San Gimignano.

La cattedrale di Modena

Non esistono documenti ufficiali che spieghino il legame tra il santo modenese e la città toscana che da lui prende il nome. L’attestazione più antica di questa denominazione risale all’anno 929. Secondo un racconto popolare la cittadina, che una volta si chiamava Silvia, si salvò dalla minaccia dei Goti capeggiati da Totila solo grazie all’intervento della miracolosa apparizione di San Geminiano.

Un’altra leggenda racconta che a Modena, durante una processione che portava tra i fedeli le preziose reliquie, un dito del santo, insieme all’anello che lo cingeva, venne trafugato e portato nella cittadina toscana già oggetto dei miracoli di Geminiano, al fine di proteggerla in modo permanente grazie all’energia virtuosa che poteva emanare anche un effimero lembo di un corpo santificato. La reliquia diede il nome a San Gimignano. E il dito del santo, insieme all’anello, è visibile ancora oggi nella Collegiata di Santa Maria Assunta.

Le traslazioni delle reliquie dei santi scandirono la vita delle comunità religiose e dei Comuni tra l’XI e il XIII secolo. Dietro queste operazioni si celavano acerrime lotte tra le comunità civili e la Chiesa per il possesso dei sacri resti. La custodia delle reliquie serviva anche ad assicurare una maggiore capacità di controllo politico su un determinato territorio.

Historia Fundationis Cathedralis Mutinensis. Relatio de Innovatione Ecclesie Sancti Geminiani ac de Translatione Eius Beatissimi Corporis, manoscritto O.II.11, Modena, Capitolo della Cattedrale

Non è un caso, ad esempio, che proprio i mutinensi cives si presero cura delle spoglie del San Geminiano durante la costruzione della nuova Cattedrale modenese la cui prima pietra fu posta, per volontà soprattutto dei cittadini, il 9 Giugno 1099. A Modena il libero Comune è documentato a partire dal 1135 ma già prima le forze cittadine si erano organizzate in società e gruppi aspiranti all’autogoverno.

Una cronaca contemporanea di inestimabile valore, la Relatio de innovatione ecclesia Sancti Geminiani, attesta delle dispute avvenute tra la comunità e i vescovi riguardo la ricognizione delle spoglie del santo. Dopo numerose discussioni tra vescovi e cives, nelle quali intervenne come arbitro persino Matilde di Canossa, si giunse alla decisione che sei milites e dodici cives potessero controllare le reliquie del santo patrono durante l’esposizione e la ricognizione.

I resti dei santi in tutta Europa, e in special modo dei santi patroni, muovevano le masse da una parte all’altra dei territori. Così, le frequenti manovre di ricognizione, esposizione e traslazione delle “virtuose” reliquie ritmarono la vita dei Comuni fino alla fine del XIII secolo.

Elisabeth Mantovani

www.elisabethmantovani.blogspot.it

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Storia di dodici manoscritti

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Non succede spesso di aprire un libro e di iniziare uno straordinario viaggio nel tempo e nello spazio. Di imbattersi, pagina dopo pagina, in vicende di cui serbiamo una sbiadita memoria o di cui si conservano solo labili tracce. Di incontrare potenti sovrani e monaci avventurosi, studenti goliardi e devote principesse. Di passare dalle nebbie cupe d’Irlanda all’inebriante tepore della Spagna moresca, dal mistico silenzio delle colline toscane al vociare sboccato delle taverne tedesche.

Ebbene, “Storia di dodici manoscritti” ( Mondadori, Le Scie – 2017) di Christopher de Hamel, uno dei massimi esperti mondiali di codici miniati, ci accompagna in questo viaggio sfogliando e analizzando alcuni tra i più affascinanti e preziosi manoscritti medievali.

Dal Vangelo di Sant’Agostino, testimonianza dell’arrivo del cristianesimo in Inghilterra alla fine del VI secolo, al Codice Amiatino, la più antica bibbia a noi pervenuta; dal Libro di Kells, simbolo iconico della cultura irlandese, al Libro d’Ore di Giovanna di Navarra, che solleticò la bulimia predatoria di Hermann Göring. Ma anche i “Carmina Burana”, noti soprattutto per la trasposizione musicale che ne fece il compositore tedesco Carl Orff, o gli “Aratea” di Leida, straordinario trattato di astronomia in versi e simbolo della rinascita carolingia della prima metà del IX secolo, o il “Semideus” Visconti, manoscritto umanista dedicato all’arte della guerra saccheggiato dai francesi nel 1499 dopo la conquista di Milano. E altri ancora. Sfogliare un manoscritto medievale, spiega de Hamel, vuol dire in primo luogo ammirarne le illustrazioni, annusarne l’odore, toccare con mano tutta la sua magnificenza e fragilità.

Ma osservarne le abrasioni, i rammendi, le sfumature di colore, le legature, i pigmenti, così come i danni prodotti dal tempo, dall’umidità, dai topi, dall’incuria e dall’ignoranza degli umani, vuol dire anche ricostruirne le secolari vicende, i vagabondaggi, i passaggi di mano. Vuol dire risalire lungo la catena dei proprietari che lo hanno acquistato, rubato, custodito, ammirato, dimenticato, venduto.

Ritornare alla temperie culturale e spirituale nella quale ha visto la luce. Dare un nome allo scriba che lo ha copiato o al miniaturista che lo ha illustrato. Rintracciare il monastero che lo ha prodotto, gli scaffali delle biblioteche sui quali si è coperto di polvere o gli itinerari che ha dovuto seguire per arrivare a volte ai limiti estremi del mondo conosciuto.

Perché intorno a ogni manoscritto si intrecciano infinite storie – di abati ambiziosi e di collezionisti, di malfattori e di avventurieri, di artisti e di dittatori – e perché ogni manoscritto ha una propria storia da raccontare.

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