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Dante, irascibile e sublime

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Dettaglio della statua dedicata a Dante in Piazza Santa Croce a Firenze, opera dello scultore Enrico Pazzi (1865)

Se c’è una cosa che Dante Alighieri proprio non tollerava, era di essere citato a sproposito. Il Sommo Poeta non sopportava proprio di sentire i popolani cantare le sue rime, magari dimenticando e storpiando le parole, né tantomeno ascoltarle declamate dai cafoni in assai poco dignitosi contesti bucolici. Ed era pronto anche a menare le mani, per difendere la purezza della sua poesia.

Nato a Firenze nel 1265 in una famiglia borghese di origini aristocratiche, il piccolo Dante con la puzza sotto il naso ci era nato e cresciuto. Il padre – Alighiero di Bellincione – faceva il cambiavalute ed era di simpatie guelfe. Ma non era da lui che il figlio avrebbe ereditato le ambizioni politiche. Alighiero ne aveva così poche da riuscire a salvarsi dall’esilio dopo la battaglia di Montaperti. Dante, invece, nella mischia ci si butterà ancora giovanissimo e ci resterà tutta la vita.

“Se non volete darmi affetto datemi almeno un po’ di potere” recita la battuta di un film di Nanni Moretti. E chissà che non siano state proprio le carenze affettive, a spingere l’Alighieri verso un’affermazione pubblica: la mamma – Bella degli Abati, di famiglia ghibellina – era morta quando il figlioletto aveva appena cinque anni e il padre si era risposato con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Che aveva probabilmente svolto, più o meno, il classico ruolo da matrigna delle fiabe. Dopo aver studiato grammatica, retorica e dialettica, Dante era diventato allievo del politico ed erudito Brunetto Latini, celebre autore del Tresor, di cui proprio il devoto allievo svelerà pubblicamente (almeno ai posteri) le tendenze omosessuali, gettandolo – affettuosamente – nell’inferno. Successivamente si era dedicato agli studi di filosofia presso la scuola domenicana di Santa Maria Novella e quella francescana di Santa Croce.

A diciotto anni aveva conosciuto Bice Portinari, figlia del fondatore dell’ospedale di Firenze, che pure aveva già visto una volta quando aveva nove anni. Due anni dopo aveva sposato Gemma Donati, a cui era stato promesso sin da quando era appena dodicenne.

Morta probabilmente di parto – a 24 anni – Beatrice diventerà la più celebre musa della storia della letteratura. Ma già prima della sua prematura scomparsa, il giovane poeta ha iniziato a scrivere e cantare rime con gli amici della sua ristretta e spocchiosissima cerchia di letterati.

A Firenze, al numero 1 di Via Santa Margherita, c’è il Museo Casa di Dante. La csa degli Alighieri è stata ricostruita agli inizi del secolo scorso

Dopo un soggiorno a Bologna – una sorta di Erasmus ante litteram – il poeta si è gettato a capofitto nel dibattito che oppone il “dolce stil novo” di Guido Cavalcanti alla scuola siculo-toscana di Guittone d’Arezzo.

All’inizio degli anni ’90 Dante Alighieri è un giovane e brillante poeta già molto conosciuto a Firenze. Ma la fama di letterato non basta ad appagare le sue ambizioni: si dà anche alla politica, iniziando una carriera militare che lo porta a combattere nelle guerre contro Arezzo e Pisa, nel 1294 fa parte della delegazione che scorta Carlo Martello D’Angiò (figlio di Carlo II) a Firenze, poi è ambasciatore per conto del Comune e nel 1300 diventa addirittura uno dei sette priori della città opponendosi alle ingerenze di papa Bonifacio VIII.

La Divina Commedia che lo trasformerà nel padre della letteratura italiana e in uno dei più importanti scrittori al mondo, è ancora di là da venire, ma Dante di Alighiero è già uno dei cittadini più conosciuti di Firenze e le sue rime sono molto apprezzate non solo dagli intellettuali ma anche dal popolo. Forse anche troppo apprezzate, tanto che qualcuno le ha persino messe in musica, facendone canzonette da canticchiare allegramente mentre si lavora. E questa è una cosa che Dante Alighieri proprio non sopporta. Il suo volgare non è per il volgo ed è decisamente meglio non farsi sorprendere dall’autore a canticchiare i suoi versi. Perché sono guai.

Racconta Franco Sacchetti – scrittore vissuto a Firenze tra il 1332 e il 1400 – nel suo Trecento novelle che un giorno Dante, uscito di casa dopo pranzo “passando per porta San Pietro, battendo ferro uno fabbro su la ‘ncudine, cantava il Dante come si canta uno cantare, e tramestava i versi suoi, smozzicando e appiccicando, che parea a Dante ricevere di quello grandissima ingiuria”.

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio; sì che fortuna od altro tempo rio non ci potesse dare impedimento, anzi, vivendo sempre in un talento, di stare insieme crescesse ’l disio”.

Dante ritratto da Salvador Dalì

Come si permette quel cafone di canticchiare i suoi versi storpiandoli a piacimento, mentre batte il ferro caldo sull’incudine? Senza dire una parola, il poeta entra nella bottega, prende le tenaglie, il martello, le bilance e tutti gli arnesi e le butta in mezzo alla strada. Alle proteste del fabbro – privato dei ferri del mestiere e guastato nella sua arte – il poeta replica: “Tu canti il libro e non lo dì com’io lo feci; io non ‘ho altr’arte e tu me la guasti”. Il fabbro rimane basito. Non sa cosa rispondere: raccoglie mestamente le sue cose, e pensa bene di cambiare repertorio. “E se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancellotto e lasciò stare il Dante”.

Un’altra volta il poeta-priore se ne sta andando in giro per Firenze armato fino ai denti: “E portando la gorgiera e la bracciaiola, come allora si facea per usanza” racconta Sacchetti. A un tratto si imbatte in un asinaio che trasporta la spazzatura “il quale asinaio andava drieto agli asini cantando il libro di Dante, e quando aveva cantato un pezzo, toccava l’asino e diceva: “Arri”.

Dante gli si fionda come una furia, si toglie il pesante bracciale e lo usa come arma dando una grande sbatacchiata sulle spalle dell’uomo. Quello si gira spaventato e il sommo poeta urla: “Cotesto ‘arri’ non vi miss’io”. L’asinaro non è remissivo come il fabbro e si ribella: sfotte il poeta tirando fuori la lingua fin quanto ne può e condisce la smorfia con abbondanti gesti osceni a cui il poeta risponde – con ben più stile (anche se poco dolce e men che meno nuovo) – con battute sprezzanti.

Un caratterino non facile, il Sommo Poeta. Quando nel 1301 partirà alla volta di Roma come ambasciatore, i suoi concittadini non lo faranno più tornare, decretandone l’esilio e costringendolo a vagabondare in giro per l’Italia fino alla morte, che avverrà nel 1321 a Ravenna, dove ancora oggi riposano i resti del padre della letteratura italiana. Così sublime e così arrogante e irascibile.

Arnaldo Casali

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La “Storia mondiale dell’Italia” in libreria dal 16 novembre

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La copertina del volume

Una operazione culturale di vasto respiro: 180 autori e altrettanti racconti per 5000 anni di storia. La raccolta di saggi Storia mondiale dell’Italia (Laterza) curata dallo storico Andrea Giardina sarà disponibile nelle librerie a partire dal prossimo 16 novembre.

Alla realizzazione dell’imponente volume (880 pagine, 30,00 euro) hanno collaborato gli storici Emmanuel Betta, Maria Pia Donato e Amedeo Feniello.

Tanti racconti che ci parlano della mobilità degli uomini e delle cose, nello spazio e nel tempo. Conquiste, emigrazioni e immigrazioni, affari, criminalità, viaggi, miserie e ricchezze, invenzioni, vicende di individui, di gruppi e di masse, imperi, stati e città, successi e tracolli. Dall’uomo di Similaun agli sbarchi a Lampedusa. Una storia che coniuga rigore scientifico e gusto della narrazione. Che provoca, spiazza, sorprende e allarga lo sguardo.

Lo storico Andrea Giardina, curatore del volume

La parola ‘Italia’ definisce uno spazio fisico molto particolare nel bacino del Mediterraneo.

Un luogo che è stato nel tempo punto di intersezione tra Mediterraneo orientale e occidentale, piattaforma e base di un grande impero, area di massima espansione del mondo nordico e germanico e poi di relazione e di conflitto tra Islam e Cristianità.

Lo storico Amedeo Feniello ha collaborato con Emmanuel Betta e Maria Pia Donato alla stesura del volume

E così, via via, fino ai nostri giorni dove l’Italia è uno degli approdi dei grandi flussi migratori che muovono dai tanti Sud del mondo.

Questa peculiare collocazione è la vera specificità italiana, ciò che ci distingue dagli altri paesi europei, e ciò che caratterizza la nostra storia nel lungo, o meglio nel lunghissimo periodo. La nostra cultura, la nostra storia, quindi, possono e debbono essere indagate e, soprattutto, comprese anche in termini di relazione tra ciò che arriva e ciò che parte, tra popoli, culture, economie, simboli.

La Storia mondiale dell’Italia vuole ripercorrere questo cammino lungo 5000 anni per tappe: ogni fermata corrisponde a una data e ogni data a un evento, noto o ignoto. Le scelte risulteranno spesso sorprendenti, provocheranno interrogativi, faranno discutere sul perché di molte presenze e di altrettante esclusioni.

Carta geografica d’Italia (George Humble, 1626)

La storia, ancora una volta, si dimostra un antidoto alla confusione e al disorientamento del nostro tempo. Perché ci racconta come le sfide a cui siamo sottoposti non siano inedite. Perché porta in evidenza la complessità ma anche la ricchezza della relazione tra l’Italia e il resto del mondo. Perché, soprattutto, fa comprendere che, quando si è perso l’orientamento della nostra collocazione spaziale, lunghi e disastrosi periodi di decadenza hanno fatto sparire, quasi per magia, l’Italia dalle mappe geografiche.

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Bevagna scelta come set dell’attesa serie tv “Il nome della rosa”

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Piazza Silvestri, luogo simbolo della città di Bevagna, un comune della provincia di Perugia con 5.000 abitanti, è stata spesso lo scenario di film e serie tv

BEVAGNA – La piazza di Bevagna è stata scelta come set per le scene iniziali de Il nome della rosa, il primo adattamento televisivo del celebre romanzo di Umberto Eco. Il ciak iniziale dello sceneggiato Rai, annunciato in sei puntate, è previsto negli studios di Cinecittà nei primi giorni del gennaio 2018. A Bevagna le riprese, concentrate principalmente tra la chiesa di San Silvestro e il Mercato Coperto, inizieranno invece a febbraio e si protrarranno per alcune settimane.

La città, inserita tra i Borghi più belli d’Italia e le Bandiere Arancioni, di recente è stata scelta anche per le registrazioni di un’altra serie televisiva targata Disney Channel. E in passato ha ospitato altri film famosi. Il regista Mario Mattoli, di origini bevenati, nel lontano 1936 volle girare nella città dei suoi avi Musica in piazza. E anche Franco Zeffirelli ambientò qui alcune scene di Fratello Sole, sorella luna (1972). Fino alla fiction tv di Rai Uno Don Matteo 6.

L’italo-americano John Turturro sarà Guglielmo da Baskerville

Il nome della rosa televisivo, diretto da Giacomo Battiato, propone un cast internazionale. Umberto Eco, scomparso nel 2016, aveva avuto modo di supervisionare la sceneggiatura, scritta da Andrea Porporati in collaborazione con il suo collega britannico Nigel Williams. Il ruolo di Guglielmo da Baskerville, il monaco-detective interpretato da Sean Connery nel kolossal del 1986 diretto da Jean-Jacques Annaud, è stato affidato all’attore italo-americano John Turturro.

L’inglese Rupert Everett si calerà nel ruolo dell’inquisitore Bernardo Gui

Rupert Everett sarà il suo antagonista, Bernardo Gui (F. Murray Abraham nel film di Annaud). Adso da Melk, il novizio che nel film del 1986 era interpretato da un giovane Christian Slater, nella serie tv avrà il volto del diciottenne attore tedesco Damien Hardung. La serie, prodotta da Matteo Levi (con la 11 Marzo) e Carlo Degli Esposti (con Palomar) in collaborazione con Rai Fiction, sarà girata in inglese. Il budget previsto è di 23 milioni di euro. Secondo il quotidiano francese Le Monde, “Il nome della rosa” è uno dei cento libri più importanti del Novecento. Il successivo film girato da Annaud per ben tredici anni (dal 1988 al 2001) ha detenuto il record d’ascolto su RaiUno con di 14 milioni 672 mila spettatori, superato solo dalla visione de “La vita è bella” di Roberto Benigni che registrò 16 milioni 80 mila spettatori.

Una scenografia ideale La piazza bevanate è una delle più importanti realizzazioni urbanistiche dell’Umbria.

Ora si chiama Piazza Silvestri. Una volta era Piazza Maggiore. E prima ancora Piazza Umberto I. E’ uno spazio di grande fascino, pavimentato con lastre di pietra, privo di simmetria e di allineamenti frontali, esaltato dalla monumentale presenza di due chiese, del Palazzo dei Consoli e della bellissima colonna romana di S. Rocco. La fontana, di imitazione medievale, fu fatta costruire nel 1896.

Una piazza sghemba e affascinante. Nella quale spicca, con la sua loggia al piano terreno chiusa da splendide volte a crociera, il Palazzo dei Consoli, realizzato nel 1270 .

Particolare di Piazza Silvestri

Una bella scalinata conduce al piccolo e armonioso Teatro Torti (1886) che offre agli sguardi dei visitatori un loggione e tre ordini di palchi e le magistrali decorazioni di Domenico Bruschi e Mariano Piervittori.

Un’ampia volta, realizzata nel nel 1560, collega il palazzo alla Chiesa di San Silvestro, progettata nel 1195 da maestro Binello. Un vero e proprio capolavoro del romanico umbro: la facciata, nella quale emerge un portale in travertino ornato da rilievi classicheggianti e mosaici geometrici è rimasta incompiuta nella parte alta. Il fregio allegorico va osservato con cura e letto da sinistra a destra: c’è un monte (Cristo) dal quale escono i quattro ruscelli dei Vangeli; dal monte si dispiega un tralcio rigoglioso: la pianta generosa della vite rappresenta la Chiesa in mezzo al quale si nascondono alcuni animali (i fedeli); sulla destra un demonio vomita un fiume dalla bocca.

La chiesa di San Michele che si eleva sull’altro lato della piazza fu edificata dallo stesso Binello, insieme a Rodolfo, appena pochi anni più tardi. La facciata presenta un bel portale ornato da capitelli e da fregi in tre ordini; l’interno, a tre navate, con il presbiterio rialzato e ampia cripta, conserva un Crocifisso del XV secolo con sagome lignee raffiguranti la Madonna, la Maddalena e S. Giovanni, attribuite al Providoni. A lato dell’edificio, la solida torre campanaria cuspidata, con trifora gotica.

Il lato della chiesa di San Silvestro che si affaccia in Piazza Silvestri

Proprio all’ingresso del corso, sulla sinistra, si alza una terza chiesa: San Domenico. Fu fatta costruire nel 1291 sui resti di un oratorio che era dedicato a S. Giorgio e che il Comune di Bevagna volle donare al Beato Giacomo Bianconi a riconoscimento della sua opera di ricostruzione della città, dopo l’assedio di Federico II (1249). Il portale con una lunetta affrescata, risale al XIV secolo.

L’interno, a navata unica con tre absidi, fu trasformato nel 1737. Nell’abside centrale spiccano affreschi giotteschi del XIV secolo: Annunciazione e Scene della vita di S. Domenico. A pochi passi, si possono ammirare una Madonna con Bambino e un Crocifisso, due sculture sculture lignee del XIII secolo. Da un vicolo nascosto dietro alla chiesa si può accedere a un grande ex convento domenicano, che in gran parte poggia su una monumentale costruzione romana del I secolo dopo Cristo.

Una piazza viva, cuore pulsante della città: è qui e lungo il corso che ogni anno, nel mese di giugno, si svolge il Mercato delle Gaite, caratteristica e fedele ricostruzione della vita quotidiana della Bevagna medievale negli anni tra il 1250 e il 1350 curata dai quattro antichi quartieri cittadini: San Giorgio, San Giovanni, San Pietro e Santa Maria.

Selvaggia d’Urso Articolo pubblicato su Umbria Touring

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Nei secoli fedeli. Cani e gatti nel Medioevo

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Cani e gatti erano amati e vezzeggiati anche nel Medioevo. Lo provano ritratti, manuali di allevamento, cronache e aneddoti, ma anche i nomi che venivano loro imposti

Tigri e Megastomo, Rubino e Bellina. Ma anche Martino, Miagolino, Tiberio e Zampetta. Il Medioevo dava nomi propri agli animali domestici riservando loro un ruolo speciale in famiglia e negli affetti più o meno come succede oggi. Può sembrare scontato ma non lo è: per secoli cani, gatti e affini furono considerati utili solo se svolgevano un “lavoro”. I cani facevano la guardia e partecipavano alla caccia, i gatti tenevano sotto controllo la proliferazione dei topi, altrimenti esponenziale. Ma il loro compito non si esauriva qui. Fido e Micio erano presenze fisse in molte case, in campagna come in città, e non si contano le fonti che dimostrano quante attenzioni i padroni riservassero ai loro beniamini, eccessi compresi. C’erano però differenze significative. Se infatti il cane, addomesticabile e obbediente, era considerato un compagno affidabile e rassicurante, il gatto a causa della sua natura indipendente era invece visto con sospetto. Si intrufolava in casa di nascosto, non rispondeva al richiamo, spariva e tornava a piacimento: in altre parole, era un essere “al confine” tra mondo domestico e natura selvaggia. Nonostante la sua indubbia utilità, finì quindi per essere associato al demonio e alle streghe e perseguitato, vittima di un pregiudizio secolare che dura ancora oggi. E dire che nel mondo islamico avveniva esattamente il contrario: ad essere apprezzati erano i gatti, che Maometto lodava per la pulizia, mentre i cani viceversa erano considerati impuri e il loro mantenimento domestico scoraggiato. Ma se ciò non impediva, nella pratica, che anche i cani fossero tenuti per diletto (lo dimostra una serie di manuali che insegnavano a prendersene cura in modo efficiente), il ruolo di Fido nell’Islam restò quello di lavoratore e basta.

Ritratto di Carlo V con il cane (Tiziano, ca. 1533, Madrid, Museo del Prado)

In posa col levriero Non così i cani da caccia: allevati per la nobile arte esercitata dalle èlite, rappresentavano ovunque uno status symbol, un patrimonio da curare e gestire con oculatezza e di cui, all’occasione, pure vantarsi. Ci dà un esempio eloquente il conte Gastone III di Foix (1331-1391), che dedicò un intero capitolo del suo manuale di caccia all’allevamento dei levrieri. E ci confida il suo personale metodo per garantirsi affetto incondizionato: rivolgersi a loro come fossero, in tutto e per tutto, dei cristiani. Simbolo di fedeltà per eccellenza, i cani hanno accompagnato i loro padroni sin dal passato più remoto e continuano a farlo nel Medioevo. Se ne trovano i resti in sepolture di età longobarda a Povegliano (Verona) e a Testona (Torino): levrieri e molossoidi per la precisione, sacrificati in occasione della morte del padrone. Col passare dei secoli, però, l’amore aumenta fino a trasformarsi, all’alba del Rinascimento, in una passione che contagia duchi e regnanti: allevare cani diventa un (costosissimo) hobby e farsi ritrarre in loro compagnia praticamente un obbligo. E’ un levriero persiano, ad esempio, a scortare Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, in partenza per il concilio di Basilea (l’affresco è del Pinturicchio). E sono due levrieri ad assistere Sigismondo Pandolfo Malatesta mentre prega nel Tempio di Rimini (qui il ritratto è di Piero della Francesca): la coppia gli era stata donata da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, e lui aveva fatto realizzare per loro una serie di collari d’argento dal suo orafo di corte. Non paghi di comparirvi accanto, i signori commissionavano dei beniamini addirittura il ritratto: così il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza chiese a Zanetto Bugato di immortalare «il cane chiamato Bareta» e lo stesso fece Francesco Gonzaga con Francesco Bonsignori. L’opera di quest’ultimo, si dice, era talmente ben riuscita da trarre in inganno un compagno di muta, che attaccò il ritratto avendolo scambiato per un cane vivo e vegeto. La passione cinofila non conosceva confini e investiva anche letterati (Francesco Petrarca nella Sala dei Giganti di Padova compare con il cane che aveva adottato), prelati, persino santi. Quando il cane è insieme a una dama, però, le cose si fanno intrigranti e scatta l’allusione erotica. Scrive Enrico Maria Dal Pozzolo nel suo saggio “Parole, gesti e carezze nella pittura veneziana del Cinquecento” edito da Canova: «L’ipotesi è forse meno peregrina di quanto non sembri, se si considera che spesso nella lirica cortigiana s’insistette su un concetto di questo tipo: l’amante voleva godere dell’amata, stando sul suo seno, proprio come il cagnolino – si perdonino i bisticci – amato dall’amata. E poiché l’amata non sempre ricambiava l’amante col suo stesso ardore, anzi, quest’ultimo maturò una frustrazione crescente e spesso rabbiosa, che lo portò a ingaggiare una metaforica tenzone con l’animale: che se ne stava lì, beato, su quel candido petto, mentre lui pregava, gemeva, insisteva inutilmente. D’un tratto, ecco tramutarsi il cane da simbolo di fedeltà in quello di desiderio inappagato, di provocazione ed esclusione».

Gatti e topi in un manoscritto medievale conservato presso la British Library di Londra

Eccessi di affetto Tutte queste attenzioni non erano sempre ben viste dalla Chiesa, la quale rimarcava laconicamente che il cibo destinato agli animali era sprecato e sarebbe stato meglio darlo ai poveri. Ma nei fatti c’era ben poco da fare. La mania era diffusa ovunque e anche i monaci e le monache amavano, al pari dei laici, la compagnia di cani, gatti e volatili. Non potendo sradicare il fenomeno si provò allora a gestirlo, raccomandando di evitare almeno gli eccessi: vietato ad esempio portarli in chiesa. Ma se la Regola delle Anacorete, un fonte inglese del XIII secolo, consentiva alle religiose di tenere al massimo un gatto purché non desse fastidio né distogliesse dalla preghiera e dalle occupazioni spirituali, molto meno rigido (anche per altre cose, in verità) fu il filosofo Alberto Magno, che agli animali dedicò un intero trattato con tanto di consigli per l’allevamento. Tutto ciò non impedì bizzarrie ed eccessi. Nel XIII secolo giunse ad esempio voce all’inquisitore Stefano di Borbone che i contadini di Lione si recavano a pregare sulla tomba di un cane di nome Guinefort venerandolo come un santo e attribuendogli miracoli di ogni sorta. Dopo una breve ricerca, Stefano scoprì la ragione. Tempo addietro il castellano e sua moglie avevano lasciato il loro pargoletto nella culla alla custodia del loro levriero. Sfortuna volle che nella stanza si intrufolasse un serpente: il cane, intervenendo in difesa del piccolo, aveva aggredito la bestia facendola a pezzi. Ma al suo ritorno la coppia aveva trovato il figlioletto insanguinato e, credendolo sbranato dal cane, il castellano disperato si era avventato sul levriero uccidendolo con un colpo di spada. Salvo poi scoprire la verità: il bimbo era incolume, poco distante giaceva la carcassa dilaniata della serpe. Sconvolti per l’errore, i coniugi avevano reso omaggio all’eroico cane seppellendolo nel pozzo davanti al castello e piantumando tutt’intorno a memoria del suo gesto. La fama di Guinefort, “cane santo”, si era estesa ai contadini del villaggio che ne avevano fatto meta di pellegrinaggio.

Nomi da cani (e gatti) Resta ora da vedere come i medievali chiamavano i loro beniamini. La storica Kathleen Walker-Meikle ha scoperto, leggendo il grande poeta inglese Geoffrey Chaucer e il curioso trattato “The Master of Game” scritto nei primi anni del XV secolo dal duca Edoardo di York, che i più diffusi nomi di cani britannici erano Sturdy, Whitefoot, Hardy, Jakke, Bo, Terri, Troy, Nosewise, Amiable, Nameles, Clenche, Bragge, Ringwood e Holdfast. Anna Bolena, una delle mogli di Enrico VIII, chiamò il suo cane Purkoy dal francese “pourquoi” perché pare fosse molto curioso. In Svizzera si preferivano i più classici Venus e Fortuna, oppure nomi che alludevano alla professione dei padroni come Hemmerli (“martelluccio”), il cane di un fabbro. In Francia il cavaliere Jehan de Seure e sua moglie avevano due cani da caccia di nome Parceval e Dyamant. Leon Battista Alberti ne aveva ricevuti in dono due di nome Tigri e Megastomo (“Grandi Fauci”). E poi c’erano i Gonzaga: Ludovico III, signore di Mantova dal 1444 al 1478, adorava i suoi Rubino e Bellina e quando il primo morì lo pianse nelle sue lettere e lo seppellì con tanto di epitaffio latino. Prima ancora lo aveva fatto immortalare dal Mantegna nel celebre affresco della “Camera degli Sposi” che raffigurava la famiglia al gran completo: lo si vede accucciato sotto il suo scranno. Altri levrieri e cani di varie razze compaiono negli affreschi circostanti. Anche Isabella d’Este adorava il suo gatto Martino e i suoi cagnolini Aura e Mamia. Alla scomparsa del micio, nel 1510, volle un’orazione funebre in sua memoria. Stessa reazione quando Aura morì precipitando dal balcone: la pianse a lungo e le costruì una tomba di marmo con tanto di statua, mentre poeti da tutta Italia facevano a gara per condividerne il dolore. Leggiamo per tutti Antonio Tebaldeo, che per l’occasione verseggiò addirittura in latino (qui lo leggiamo in traduzione): «O tu che passi, stanco per la lunga via e per il caldo,/fermati, qui giacciono sepolte le ossa della cagna Aura. /Il candido spirito mutato in lieve Aura/ memore del corpo vola fino al sepolcro». Tornando ai gatti, sempre in Inghilterra era gettonatissimo Gilbert, diminutivo Gyb, mentre i francesi preferivano Tibers o Tibert. Gli irlandesi chiamavano i loro mici “miagolino” (Meone), “zampetta” (Cruibne), “fiammella” (Breone) e “grigetto” (Glas Nenta, letteralmente ortica grigia), “bianchino” (Pangur Bán). In Francia conosciamo un “Mite” che si aggirava intorno all’abbazia di Beaulieu, mentre per il resto pare che il nome che andasse per la maggiore fosse Tibers o Tibert. Divenne tanto popolare da indicare non solo un gatto in particolare, ma tutta la categoria, fino ai giorni nostri.

Alcune curiosità

In memoria di Fido  «Bianco era, come un cigno di colore/ leggiadro ardito, parea che l’amore/ fatto l’havesse apposta sol di lei,/ s’ella posava e lui nel suo bel seno/ dormìa contento, se con festa e giocho/ scherzava, e lui con lei di festa pieno/ andava secho e stava in ogni locho./ Hor lei si dole e lui venuto a meno:/ così dura el piacer nel mondo poco». Così il poeta Panfilo Sasso, vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento, ricorda il cagnolino della sua amata. Si trova in folta compagnia: accanto a poeti minori troviamo nomi di peso come quelli del Tasso, dell’Ariosto e del Marino. Al di là del compiacimento letterario, onorare le bestiole dei potenti non era altro che un modo per ingraziarsene i padroni.

Il gatto: da micio a demonio Secondo una metafora diffusa nel Medioevo, il diavolo giocava con l’anima del peccatore come il gatto faceva col topo. E data la sua natura sfuggente, il povero micio finì per essere associato al demonio andando incontro a un triste destino. Walter Map, ad esempio, sosteneva che il diavolo si mostrasse ai suoi adepti sotto forma di gatto nero e pretendesse da loro il “bacio sconcio” (osculum infame) sulle terga proprio sotto la coda come segno di sottomissione. L’accusa di venerare il gatto-demonio fu rivolta alle streghe (papa Innocenzo VIII nel 1484 sentenziò che “il gatto è l’animale preferito del demonio e l’idolo di tutte le streghe”), agli eretici (Catari e Valdesi in primis) e persino ai Templari. Come conseguenza, finì con loro sul rogo.

L’allevamento? Un’arte per pochi Il conte Gastone di Foix raccomanda di tenere i cani in una cuccia di legno sopraelevata rispetto al terreno così da isolarla dal freddo e dal calore. Doveva essere cosparsa di paglia pulita e avere un accesso sul giardino per farli sgroppare a piacimento. La cuccia andava pulita ogni mattina e l’acqua cambiata almeno due volte al giorno; come cibo zuppa di pane e carne di selvaggina. I manuali arabi invitavano a far dormire i cani vicino al padrone (ma non nello stesso letto!) per cementare il legame fra i due, e poi a dar loro un solo pasto al giorno in inverno e più porzioni piccole in estate, a strigliarli e accudirli con morbidi panni di seta. Alberto Magno dissuadeva dal nutrirli direttamente dal piatto e dal coccolarli troppo, altrimenti avrebbero perso l’istinto a fare la guardia. E i gatti? Bisognava spuntar loro le orecchie, per evitare che la rugiada creasse fastidi, e le vibrisse per limitarne la baldanza.

Una vita in gabbia Falconeria esclusa, la fonte più interessante per l’allevamento dei volatili come animali da compagnia è il “Ménagier de Paris”, manuale scritto intorno al 1393 forse da un ricco mercante parigino per la sua novella sposa. I dettami che contiene non sono tanto diversi da quelli odierni: rifornire la gabbia di abbondante acqua fresca ogni giorno, lana cardata e piume per il nido, una dieta a base di bruchi, vermi, mosche, ragni, grilli, farfalle. E foglie di canapa ammorbidite nell’acqua.

Elena Percivaldi

Articolo pubblicato su Medioevo Misterioso, n. 4 (2016). © Elena Percivaldi / Sprea Editori – ALL RIGHTS RESERVED. RIPRODUZIONE ANCHE PARZIALE VIETATA

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Il grande racconto della Storia

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Il Festival del Medioevo d’Europa abita a Gubbio, l’affascinante città dell’Umbria che stregò Hermann Hesse: “Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale. E bisogna continuamente persuadersi che invece tutto è lì, fermo e fissato nella pietra”. Un luogo dove si può “sentire con i propri sensi il passato come presente, il lontano come vicino, il bello come eterno”.

Il Festival del Medioevo si tiene ogni anno, dal mercoledì alla domenica, nell’ultima settimana del mese di settembre.

La manifestazione è unica nel suo genere. Non è una comune festa medievale. E nemmeno una delle tante rievocazioni che in ogni stagione dell’anno affollano quasi tutte le città della penisola.

È un grande evento culturale, colto e insieme popolare, incentrato sulla divulgazione storica.

Il festival, gratuito e aperto a tutti, coinvolge ogni anno, intorno ad un tema specifico, un centinaio di storici, saggisti, filosofi, scrittori, registi, architetti e giornalisti. E propone lezioni di storia, “faccia a faccia”, focus e approfondimenti su più di mille anni, dal V al XVI secolo.

Il mondo accademico e la vasta platea degli appassionati dell’età medievale si incontrano durante cinque intense giornate ricche di proposte culturali, mostre, mercati, esibizioni e spettacoli.

Lo storico Alessandro Barbero al Festival del Medioevo 2017

Gli Incontri con gli autori sono ospitati al Centro Santo Spirito, una costruzione medievale ricavata da un monastero del XIII secolo, a pochi passi dalla centrale Piazza Quaranta Martiri.

Il grande racconto della Storia è legato a doppio filo alle vicende dell’attualità. Perché, come sosteneva il grande medievista Jacques Le Goff “il Medioevo è la nostra giovinezza; è forse la nostra infanzia”.

Conoscere il Medioevo dunque per capire meglio chi siamo adesso.

Un lungo viaggio, oltre gli stereotipi e i luoghi comuni che ancora infarciscono l’età medievale, tra le cronache e i miti: le grandi migrazioni dei popoli, le scoperte scientifiche, le città, i palazzi del potere, la nascita delle banche, i primi Comuni, le università, i mercati, le cattedrali, la fede, le esplorazioni e i pellegrinaggi, i barbari e le crociate, le magie e le divinazioni, i prodigi e le superstizioni, i capolavori d’arte, i modi di dire, le leggende sui Templari, i capitani di ventura, le battaglie, la gastronomia e il racconto della vita quotidiana.

Fino al Medioevo nostro contemporaneo, eterna miniera da cui vengono ancora estratti modelli, esempi e identità. Un nuovo modo di guardare l’età di mezzo: i cosiddetti medievalismi. L’uso, la ricezione e la rappresentazione del Medioevo nell’età contemporanea. Un Medioevo immaginato, reinventato, rielaborato, ricostruito e in molti casi sconvolto nei linguaggi della politica, del cinema, delle saghe televisive, dell’architettura, del costume e della moda.

Il Festival del Medioevo è arricchito da molti eventi collaterali (mostre, rievocazioni, film, concerti, spettacoli, giochi di ruolo e visite guidate) tra i quali spiccano alcuni appuntamenti fissi:

La Fiera del libro medievale

La Fiera del Libro Medievale. Tutto quello che c’è da leggere e sapere per conoscere meglio l’Età di Mezzo. Le maggiori case editrici italiane e i piccoli editori specializzati presentano al vasto pubblico degli appassionati i saggi, i romanzi, le biografie, gli approfondimenti tematici e i grandi classici che hanno per oggetto dell’età medievale.

Miniatori e calligrafi dal mondo. Medioevo e futuro si incontrano in un evento dedicato alla moderna arte amanuense. Amanuensi provenienti dall’Italia e da altri Paesi, fanno rivivere i segreti di uno scriptorium medievale.

Le botteghe e i mestieri. L’artigianato medievale presentato dai migliori espositori nazionali in modo filologicamente corretto.

Medioevo dei bambini. Giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli.

Nell’edizione 2017 il Festival ha ospitato anche la seconda edizione degli Stati Generali della Rievocazione Storica: centinaia di associazioni in tutta Italia, impegnate ad assicurare, attraverso una legge nazionale, regole comuni per un mondo variegato, espressione del grande patrimonio “immateriale” italiano impegnato nel far rivivere la storia e le tradizioni di centinaia di località in tutta la penisola.

Il Festival del Medioevo, organizzato dall’Associazione culturale Festival del Medioevo in stretta collaborazione con il Comune di Gubbio, gode del patrocinio scientifico dell’Isime, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e della Sami (Società degli Archeologi Medievisti Italiani) e dei patrocini istituzionali del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Regione Umbria. L’evento è sostenuto dal Comune di Gubbio, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, dal Gruppo Azione Locale Alta Umbria (GAL Alta Umbria) dalla Camera di Commercio di Perugia, dalla Fondazione Giuseppe Mazzatinti, da Tecla, azienda di costruzioni in legno e da altri sponsor privati.

La RAI ha presentato al Festival del Medioevo 2017 il nuovo programma dedicato alla Storia

La RAI, Radio Televisione Italiana, è il media partner ufficiale con i canali tematici di Rai Storia e RAI Radio3. Collaborano con la manifestazione anche il mensile Medioevo e tre siti web: Italia Medievale, impegnata nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

Per due anni consecutivi (206 e 2017) Sergio Mattarella ha conferito la Medaglia della Presidenza della Repubblica alla città di Gubbio come “espressione di apprezzamento per l’alto livello culturale del Festival del Medioevo”.

La manifestazione ha vinto anche il Premio Italia Medievale 2016 riservato alle istituzioni “che si sono particolarmente distinte nella promozione e valorizzazione del patrimonio medievale italiano”.

Il sito del Festival del Medioevo e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati al Medioevo più visitati in Italia.

E-mail: info@festivaldelmedioevo.it

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I giorni de I Giochi de le Porte

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Il manifesto de I Giochi de le Porte, dal 22 al 24 settembre a Gualdo Tadino

Prima avvertenza: non fate l’errore di arrivare domenica, quello che voi pensate sia il giorno della Festa. Non fatelo. Quando si parla di Giochi de le Porte non esiste IL giorno. Esistono I giorni.

Allora prendetevela comoda e imbarcatevi in auto il venerdì mattina. Arriverete in tempo per iniziare a godervi i Giochi proprio come i gualdesi doc. Sì, perché qui a Gualdo Tadino da sempre si dice che “il venerdì è dei gualdesi”, ma non preoccupatevi: non sarete certamente di intralcio. Anzi. Verrete semplicemente travolti dalla sana follia che avvolge questo giorno che segna l’inizio di tutto.

Venite con noi.

Fanciulle ai Giochi (foto ©Daniele Amoni)

È venerdì e ogni cosa prende il via. O meglio, ogni cosa finisce. Finisce l’ansia di un anno, finiscono i preparativi, le prove, le paure. Tutto. Avete presente lo stato d’animo di una sposa che sta per uscire di casa per andare all’altare dopo mesi e mesi di attesa? Ecco, è così che si sente la nostra Città. Ansiosa, si mira allo specchio con la speranza che tutto sia a posto e che sia più bella che mai.

Arrivati? Parcheggiato? Bene! Fatevi trovare alle ore 18 in piazza Martiri e sistematevi in modo tale da gustarvi lo scambio di doni tra i tavernieri, quello che segna l’avvio ufficiale dei Giochi de le Porte. Soffermatevi sullo sguardo dei portaioli. Vedrete voglia di rivincita per chi lo scorso anno ha perso e voglia di ripetersi per chi tiene il Palio ben custodito in taverna. Però attenzione: il venerdì non esiste la Porta di San Benedetto, di San Donato, di San Martino e di San Facondino. Il venerdì esiste solo la Porta di Gualdo, perché tutti sono uniti nel festeggiare l’avvio di una tre giorni che, nonostante le rivalità, in primo piano metterà sempre e comunque la Comunità. Poi assisterete alla consegna delle chiavi. Quali chiavi? Quelle della Città, perché qui, da oggi a domenica, non sarà il Sindaco a guidare il popolo, ma il popolo dei Giochi a guidare la Città. Se al “Viva Gualdo, viva i Giochi de le Porte” urlato alla folla avete sentito un brivido sulla pelle, accertatevi che non sia il freddo. Se non lo è stato, vuol dire che siete pronti per il resto di questa avventura.

Seguiteci, perché da adesso si aprono gli usci delle taverne e allora i colori e gli odori che avete appena visto e sentito in Piazza, li ritroverete fra le mura di queste splendide e romantiche dimore medioevali pronte a conquistare i vostri occhi e il vostro palato. In tre giorni avrete tempo per visitarle tutte. Anzi, mettiamola così: dovete farlo, perché solo in questo modo il tuffo nel Medioevo sarà completo e soddisfacente.

Mangiato? Allora tornate in Piazza, perché alle 21 verrete avvolti dal ritmo e dalle coreografie mozzafiato dei Tamburini delle quattro Porte. Poi ecco i giochi con i vessilli di uno dei gruppi più antichi dell’Umbria, quello degli Sbandieratori e Musici della Città di Gualdo Tadino. Ok, ora potete andare e dormire, magari dopo un salto in taverna per un buon bicchiere di vino e per fare amicizia con i tanti gualdesi che troverete lì, ma anche sparsi per le vie di un centro storico che stasera è più vivo che mai.

Lo sfarzoso Corteo Storico (foto ©Daniele Amoni)

È sabato, il giorno del Corteo Storico. Di mattina la città dorme e speriamo la perdonerete. Anche perché la sorpresa che vi regalerà all’imbrunire, si rivelerà sicuramente uno degli spettacoli più belli, affascinanti e commoventi che possiate mai aver visto. Sapete allora che dovete fare stamattina? Un giro per i nostri fantastici musei. Sì, perché Gualdo Tadino, che conta quindicimila abitanti, ha la bellezza di sei musei bellissimi. Ma non sono “bellissimi” perché chi scrive è di parte. Lo sono veramente!! Molti vi racconteranno la ceramica, il nostro orgoglio. Un altro vi racconterà l’emigrazione, quella nostra, quella che ha piantato il seme gualdese e italiano praticamente in tutto il mondo. È in questi luoghi che capirete da dove viene la nostra tenacia e perché Gualdo Tadino è la città dai Lustri d’Oro.

Il pomeriggio la piazza, la stessa che avete vissuto ieri, si riempirà di gente in costume. Chi sono, cosa fanno e quanto sono bravi lo scoprirete domani, ma volendo potete assistere alle loro prove, al loro “assaggio” di quella Piazza che domani vedranno dall’alto del loro palchetto, piena di migliaia e migliaia di visi rivolti verso l’alto, verso loro e verso i bersagli. Parliamo di fionda e arco, parliamo di bilie e frecce. Parliamo di strumenti vecchi di secoli, riportati in vita dai nostri bravissimi Giocolieri. Non vi muovete, state lì, perché alle 18 arrivano i balestrieri della compagnia Waldum. La balestra è un’arma antichissima, inventata subito dopo l’arco, per aumentarne la potenza e la gittata. Dovete sapere che la gara a cui state per assistere ha un nobile scopo, perché colui che vincerà avrà l’onore di sfilare nel corteo storico di stasera con il drappo che domani si aggiudicherà il vincitore dei Giochi de le Porte. Con il Palio! Una bella responsabilità!

Piatto da pompa con la bottega di Matteo da Gualdo, Fabbrica di Paolo Rubboli, 1878

Adesso avete due possibilità: andare a cena o prendere posizione in Piazza per scovare un posticino utile per gustarvi uno dei Cortei Storici più belli d’Italia. Un suggerimento? Se siete in una buona posizione, tipo la scalinata della Basilica di San Benedetto, andate a mangiare dopo. Le taverne sono aperte fino a tardi e il cibo è sempre freschissimo. Se invece magari avete acquistato un biglietto per un posto in tribuna, mangiate con calma e tornate in piazza alle 21. È a quest’ora che gli oltre mille figuranti delle quattro Porte, in costume d’epoca del XV secolo compariranno annunciati dal suono dei tamburi e sfileranno davanti ai vostri occhi, dando vita ad allegorie e scenografie fantastiche, che vi lasceranno senza parole. Magari non dimenticatevi di scattare tante tante foto!

Al termine del Corteo, vi diamo un altro consiglio: contornatevi di gualdesi, state loro vicino, così da farvi tradurre qualche parola in dialetto che inevitabilmente uscirà fuori dalla lettura dei Bandi. I quattro Priori saliranno infatti sul palco per sfidare le Porte rivali. Sfottò, battute, aneddoti. Qualcuno lo capirete, qualcun altro no. Provate a farvelo spiegare e se non ci riuscite nessuna paura. Tutto renderà più trepidante l’attesa per le gare di domani.

Adesso è il momento di andare a letto ma, se non lo avete già fatto, scegliete una Porta per cui tifare. Sceglietela in base ai colori, alle simpatie, a quello che volete. Però fatelo, perché non esiste domenica dei Giochi senza una Porta per cui tifare. E poi è bello parlare al plurale, dire “vinciamo noi”, urlare, incitare. È bello regalarsi un po’ di gualdesità. Allora buonanotte. E nel sonno abbracciate il fazzolettone della Porta che vi siete appena regalati.

I somari, conquistatori del Palio (foto ©Daniele Amoni), amatissimi dal popolo de I Giochi del le Porte

Siamo arrivati a domenica e ancora non vi abbiamo raccontato di un animale, che sicuramente in queste due giornate passate a Gualdo Tadino avrete visto decine di volte. Il somaro è un animale addomesticato ormai da millenni, che ha rappresentato, anni e anni fa, il mezzo di sostentamento di tante famiglie. Bene, noi il somaro lo veneriamo. Esagerati? No, se andate a visitare le stalle dove le quattro Porte custodiscono questi animali, vi accorgerete che l’amore e la cura che i portaioli hanno per i somari è incredibile e a tratti commovente. Tant’è che abbiamo affidato a loro il compito di conquistare il Palio tanto ambito. A loro e ai giocolieri che avete visto all’opera ieri.

Pronti per i Giochi de le Porte? Premessa: dovete sapere che la storia di Gualdo Tadino è una storia dura, intrisa di difficoltà, di cadute anche pesanti, ma Lei, la città, è rimasta sempre in equilibrio, quasi danzando sopra alle tante, tantissime avversità. I Giochi de le Porte non possono che rispecchiare tutto ciò. Competitività, confusione, caos, difficoltà, cadute, risalite. È la storia di Gualdo e quindi è la storia dei Giochi. Non aspettatevi nulla di normale, non sarebbero i Giochi de le Porte. Questa è una festa dove niente è ripetitivo, come nelle cento altre rievocazioni. Qui abbiamo una montagna con rocce dure come le nostre teste e una tramontana che ogni inverno tenta di tagliarci in due, senza mai riuscirci. Potevamo avere un Palio normale? No, non ce l’abbiamo.

Se ieri vi siete persi gli Sbandieratori e il corteo storico, o se avete voglia di rivederli, alle 14 e alle 14.30 arriveranno di nuovo in piazza Martiri. Poi, alle 15.30, trattenete il respiro e tuffatevi nel più grande spettacolo.

L’ambito Palio, e sullo sfondo la bella facciata della chiesa di San Benedetto (foto ©GualdoNews: www.gualdonews.it)

Se siete stati mattinieri avrete visto alle 10.30 pesare dei carretti di legno. Bene, saranno i protagonisti della prima delle quattro prove. Insieme ai nostri cari somari. Ogni Porta si presenterà nell’Arengo Maggiore – ci siamo dimenticati di dirvi che la Piazza oggi si chiama così – con un carretto trainato dal somaro. A bordo un auriga e un frenatore, che tenteranno di compiere il giro dell’anello del centro storico nel più breve tempo possibile. La seconda gara è quella con la fionda. Quattro tiratori, uno per Porta. Ognuno, con cinque biglie a disposizione, deve colpire un piatto bianco con un cuore al centro. Quel cuore sapete cos’è? La nostra città. Sì, perché Gualdo Tadino è l’unico luogo al mondo ad avere un centro storico a forma di cuore e un pezzo di cuore scolpito nella montagna. E, oggi, anche tanti cuori che battono all’unisono. Per la terza prova, sullo stesso palchetto, salgono gli arcieri. Stessa modalità: cinque tiri ognuno, cercando di portare a casa più punti possibile.

Ora date un’occhiata al punteggio. È difficile che, a questo punto, una Porta abbia già vinto il Palio. Può succedere, certo, ma è più facile che a decidere chi porterà a casa il drappo dedicato al nostro San Michele Arcangelo, sia la quarta prova. Quella più bella, quella unica, la gara che quel cuore di prima ve lo farà saltare nel petto: la corsa a Pelo. Stavolta i quattro somari partono insieme, senza carretto, cavalcati da altrettanti fantini. La corsa è avvincente, caotica, veloce, fatta di sorpassi, contro sorpassi, imprecazioni, sudore, urla dei portaioli. Tutto questo in due minuti, attimi in cui non ce la farete mica a stare fermi, a non esultare, a non disperarvi, a non essere trasportati dallo speaker che la corsa ve la racconta metro dopo metro. Una curva, il rettilineo, un’altra curva, la salita. Nell’Arengo Maggiore compare il primo somaro. Magari è un testa a testa. La piazza esplode all’improvviso, appena gli zoccoli del somaro iniziano ad affrontare l’ultima curva prima del traguardo. Un boato, che il clamore di prima vi sembrerà un sussurro.

Poi è l’apoteosi. Poi è il rogo…. Un rogo? Calmi, adesso ve lo spieghiamo.

La strega Bastola (foto © @entegiochideleporte), che secondo la leggenda diede fuoco all’intera cittànel marzo del 1237

Abbiamo una nemica. Si chiama Bastola ed è una strega, la reincarnazione del demonio, capace di assumere sembianze animalesche e di compiere rituali macabri nei nostri boschi. L’avrete sicuramente vista lungo il corteo storico: incatenata e imprigionata. Pensate che in una fredda notte del marzo del 1237 bruciò la nostra città. Come si fa a non odiarla? Non si fa e infatti da quaranta anni noi bruciamo lei. La Porta vincitrice non si aggiudica solo il drappo del Palio dedicato a San Michele Arcangelo, ma avrà anche il diritto, l’onore e il piacere di bruciare la Bastola. Così ecco un pupazzo, con le sembianze della nostra cara nemica, comparire nell’Arengo per essere oggetto di scherno da parte dei portaioli. Poi il rogo, in cui i vincitori partecipano con un girotondo di festa.

I Giochi finiscono con le rovine fumanti della Bastola e con i portaioli che, al ritmo dei tamburi, si tingono di nero con la fuliggine del rogo. Se la Porta che avete ‘adottato’ ha vinto, fatelo anche voi. Sporcatevi le dita e segnatevi il viso. Se non ha vinto, fatelo lo stesso. Tanto sarete comunque segnati da questi tre giorni trascorsi nella città murata. Nella città dai Lustri d’Oro.

Buon rientro a casa, ma un ultimo avvertimento: qui assistiamo ancora ad un mezzo miracolo. Chi arriva in questo luogo bello, ma strano, in questo luogo che sembra rude, ma è cortese, sotto queste montagne aspre, ma bellissime…. beh, questo luogo lo sente come casa propria fin dal primo passo, fin dal primo giorno. Gualdo è così. Ti obbliga a viverla, non vuole essere semplicemente visitata. Con una semplice visita non la capirete. Vuole rendervi parte della sua anima, del suo apparato sanguigno. Vuole stupirvi, nel bene e nel male. E con i Giochi de le Porte lo farà. Quindi potranno passare anni, potete anche andare lontano, pensando di averla dimenticata. Ma state tranquilli: Gualdo vi rimane. I suoi Giochi vi rimangono.

Marco Gubbini direttore editoriale Gualdo News

I Giochi de le Porte anche nel dossier dedicato alla storia della Città di Gualdo Tadino su MedioEvo N° 248 di settembre 2017. Il dossier è stato realizzato con il sostegno di:

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San Francesco, gioiello di Gualdo Tadino

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Lo splendido portale della chiesa monumentale di San Francesco, a Gualdo Tadino

“Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e tutto quanto viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre dimorandovi da ospiti come forestieri e pellegrini”.

Dalle pagine del testamento, Francesco esortò i suoi frati a saper dire no. Dire no quando fossero loro offerti luoghi contrari alla vita povera prevista nella Regola che si erano dati. Dire no quando fossero loro offerte chiese destinate a un numero di sacerdoti eccessivo per una famiglia composta prevalentemente da laici.

Dire no all’ingresso senza limiti di nuovi frati all’interno della religione, con la conseguente necessità di conventi sempre più grandi. E dire no anche alle comunità cittadine che spingevano i frati a trasferirsi in città, per vivere in edifici monumentali costruiti nei borghi sorti a ridosso delle mura, oppure occuparsi del culto dei santi patroni in santuari urbani.

Morto Francesco, i caratteri originali di una comunità che era nata con una spiccata predilezione per residenze precarie, in luoghi da sogno lontani dai centri abitati, si sfrangiarono in uno strascico di polemiche tra i fautori di una vocazione contemplativa, che richiedeva silenzio e solitudine ma anche comunione con il creato, e i fautori di una vita attiva, che si nutriva del chiasso delle città moderne per esercitarvi la virtù della carità.

Tra “spirituali” e “conventuali”. Tra Maria e Marta. Dante avrebbe diviso il campo tra seguaci di Ubertino da Casale e seguaci di Matteo d’Acquasparta: “ma non fia da Casal né d’Acquasparta,/ là onde vegnon tali alla scrittura,/ ch’uno la fugge, e l’altro la coarta”.

Con mille differenti sfumature, le due parti in polemica si ritrovarono nel cercare la bellezza nelle forme dell’arte.

La pietra dello scandalo fu la chiesa sepolcrale di Assisi, caput et mater dei frati Minori, che vide frati della comunità e frati spirituali in competizione per rendere questa chiesa più bella di quanto già fosse. I “conventuali” nella cappella papale della chiesa superiore, quando, con l’elezione di Niccolò IV nel 1288, l’intera navata fu dedicata al ruolo dei frati Minori nella storia della salvezza, grazie al confronto tra la vita dei patriarchi e la vita di Cristo nel claristorio superiore delle pareti, e la vita di Francesco nello zoccolo inferiore. L’invenzione iconografica fu affidata a Matteo d’Acquasparta e adottò il racconto di Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda Maior. Il ciclo della vita di San Francesco si apre con l’omaggio delle magistrature comunali, che ha le sembianze di una allegoria di un “buon governo”, e si chiude con tre miracoli dedicati alle opere di misericordia e allo zelus animarum, secondo il modello di santità indicato dalla Chiesa nel XIII secolo. In questi dipinti lo “stil novo” di Giotto voltò pagina rispetto alla “maniera greca”, trionfante ai tempi di Cimabue, in forma di un teatro naturale a dimensione realistica. Negli anni immediatamente successivi, il primitivo programma iconografico della chiesa inferiore, che accompagnava i pellegrini in visita alla tomba del santo, tra due ali di dipinti murali che ritraevano la passione di Cristo e la sequela Christi di Francesco, fu sconvolto dall’apertura nelle pareti dell’accesso a una serie di cappelle destinate a tombe private. L’iniziativa per una nuova decorazione fu presa dal cardinale Napoleone Orsini, grande mecenate di artisti, che si avvalse, ad Assisi e altrove, dei maggiori pittori del tempo: Giotto, Pietro Lorenzetti e Simone Martini. Ma fu anche protettore di mulieres religiosae e dei frati “spirituali”, avendo accolto Ubertino da Casale nella sua famiglia, in Italia e in Provenza. L’Arbor vitae crucifixae Jesu Christi di Ubertino è la fonte letteraria seguita dagli affreschi di Giotto e di Pietro Lorenzetti alle pareti del transetto, che ritraggono episodi dell’infanzia di Cristo e della passione, con al centro un Gloriosus Franciscus circondato dalle allegorie della Povertà, Obbedienza e Castità. Sono immagini raffinate e bellissime, nelle quali una meticolosa riproduzione della natura si nutre di atmosfere fiabesche, dense di allegorie profane. È la pittura moderna tanto apprezzata da una società in rapida evoluzione, aperta al mondo fantastico dei romanzi cavallereschi, alla Commedia di Dante e alle rime amorose di Petrarca, ma con i piedi ben piantati a terra per il ruolo che la società civile e mercantile stava assumendo negli orizzonti della società comunale. La classe dei laboratores a fronte di quella dei bellatores e degli oratores.

Sullo scorcio del XIII secolo, i francescani di Gualdo Tadino si trovarono di fronte a una situazione quasi identica. Con una differenza di fondo: a Gualdo non si trattò di sostituire una decorazione antiquata con immagini di pittori moderni, e neppure di costruire una chiesa fienile che andasse a occupare spazi vuoti in una città in espansione.

A Gualdo fu tutta la città a essere ricostruita dalle fondamenta, in seguito al disastroso incendio che aveva distrutto nella primavera 1237 il popoloso borgo in località Val di Gorgo.

Gli abitanti dispersi si raccolsero sopra uno sperone isolato, denominato il colle di Sant’Angelo, dove c’era una piccola chiesa e una rocca che era stata fatta restaurare ai tempi di Federico I Barbarossa. Il sindaco della ritrovata comunità il 30 aprile 1237 ottenne la disponibilità del sito dall’abate dell’abbazia di San Benedetto, a cui apparteneva la chiesa di Sant’Angelo di Flea, “pro construendo et edificando de novo castrum Gualdi”.

Una veduta della città di Gualdo Tadino, dominata dalla poderosa mole della Rocca Flea e circondata da splendidi paesaggi naturali

Tre anni dopo, il 30 gennaio 1240, la nuova Gualdo fu visitata dall’imperatore Federico II di Svevia, che facendo sosta nel castello trovò il borgo abitato del tutto indifeso. Lo fece allora circondare da mura, rafforzate da numerose torri e da profondi fossati, fece ricostruire la rocca in vetta al colle e concedette numerosi privilegi ai gualdesi. Con la ultimazione delle mura, avvenuta nel 1242, come recita una lapide esistente sulla porta di San Benedetto, Gualdo Tadino diventò di fatto una città imperiale.

Nel 1256 i monaci dell’abbazia di San Benedetto si trasferirono all’interno delle mura e vennero a occupare il lato a monte della piazza dove erano già presenti i palazzi delle magistrature riconosciute da Federico II.

Poco dopo entrarono nella stessa piazza anche i frati Minori, mentre i frati Agostiniani si stabilirono nella parte inferiore dell’abitato.

Non sappiamo quale aspetto avesse e a quale anno risalisse la prima chiesa costruita dai frati all’interno delle mura, salvo che fu costruita sopra un terreno che era stato loro donato da un patrizio di nome Oddo. Doveva comunque avere un aspetto diverso dalla chiesa odierna.

Il crocifisso ligneo di San Francesco (Foto © Daniele Amoni)

La sola cosa che ne è rimasta è il grande Crocifisso patiens che in tempi recenti è stato trasferito nel Museo della Rocca Flea: opera di un pittore umbro noto sotto lo pseudonimo di Maestro della Santa Chiara, del quale si conosce un’attività che va dal 1257 circa, data del Crocifisso di donna Benedetta in Santa Chiara di Assisi, fino al 1283, data dell’icona con la Santa Chiara nella omonima chiesa di Assisi.

Rispetto a quest’ultima, la croce di Gualdo Tadino si distingue per l’imitazione del transetto cimabuesco di Assisi, nella figura del San Francesco ai piedi della croce costruito sovrapponendo strati di cristalli come i personaggi di Cimabue. Di conseguenza, la croce dovrebbe essere anteriore al pontificato di Niccolò IV (1288-1292). Forse della stessa epoca era una icona con una immagine della Madonna, che fu descritta in San Francesco nel 1862 per essere poi alienata a fine secolo.

L’ascesa di un francescano al pontificato costituì un momento di svolta per l’impianto iconografico della casa madre di Assisi, ma fu altrettanto importante per le altre comunità dei frati Minori, che s’impegnarono a costruire fabbriche monumentali ovunque fossero chiamate dai governi comunali. Diciamo che l’elezione di Niccolò IV fu il vero inizio della stagione “conventuale”. La chiesa di San Francesco di Gualdo Tadino è un edificio a una sola navata di tre campate e con un’abside poligonale di sette lati. La chiesa è coperta con volte a crociera nell’intera navata e da una volta a ombrello nella tribuna absidale.

A metà altezza dell’intero perimetro corre uno stretto ballatoio rientrante, che passa dietro i pilastri a tre colonnini addossati alle pareti, che fanno d’imposta ai costoloni delle volte. Tra la seconda e la terza campata c’è ancora l’ingresso al pontile che divideva l’aula in due parti. Da qui si potevano celebrare funzioni liturgiche per la chiesa dei laici nello spazio antistante, laddove lo spazio retrostante ospitava la chiesa dei frati.

L’edificio segue alla lettera l’aspetto dalla basilica papale di Assisi, imitata persino nella forma dei contrafforti cilindrici esterni e nelle linee della tribuna absidale, salvo che ad Assisi troviamo cinque lati invece di sette: numero mistico per eccellenza. Anche lo zoccolo inferiore della navata si distingue dal precedente di Assisi per le nicchie provviste di altari che vi si aprono, laddove nel San Francesco di Assisi – ma anche in Santa Chiara di Assisi e in San Francesco al Prato a Perugia – lo zoccolo è una parete continua interrotta dai soli pilastri lobati.

Questa soluzione ha una indubbia importanza, perché di cappelle nella pars plebana, cioè nello spazio accessibile ai laici, non si trovano tracce nelle chiese degli ordini mendicanti della regione fin verso la fine del XIII secolo, e fanno seguito al capitolo generale di Parigi della primavera 1292, quando furono rimossi i divieti di concedere ai laici la sepoltura all’interno delle chiese dei frati, vincendo le resistenze del clero secolare che temeva di perdere i cospicui proventi dei lasciti testamentari.

L’interno della chiesa monumentale di San Francesco

Le conseguenze non tardarono a farsi notare in edifici di nuova costruzione, come il San Fortunato di Todi, fondato nel 1292, o Santa Croce a Firenze, fondata nel 1294: il primo con le cappelle addossate alle navate laterali, la seconda con le cappelle nel perimetro del presbiterio.

Nella stessa Assisi, sullo scorcio del XIII secolo furono aperte in rottura una serie di cappelle destinate a sepolture private sulle testate del transetto e alle pareti della navata nella chiesa inferiore. A queste vicende è dovuto l’acuirsi delle polemiche tra Spirituali e Conventuali e collegate all’aspetto dei nuovi edifici di culto che furono costruiti per i frati Minori in anni non lontani dall’anno 1300. La chiesa di Gualdo ce ne offre un caso esemplare, avendo le caratteristiche di una chiesa oggetto di un culto civico, per trovarsi nel perimetro della piazza centrale di una città di recente costruzione.

Potremmo definire Gualdo una “città ideale” del tardo Medioevo, con una piazza, due chiese e un palazzo, verso le quali convergono gli assi di un impianto urbanistico del tutto nuovo. A mezzogiorno la piazza è chiusa dalla sede del Comune e a oriente dalla chiesa abbaziale di San Benedetto. Quest’ultima ha l’abside rivolta verso oriente e la facciata rivolta verso occidente, come da consuetudine.

San Francesco occupa tutto il lato occidentale della piazza con una parete continua. Ha la facciata principale rivolta a mezzogiorno e la tribuna absidale rivolta a settentrione. Di conseguenza l’interno della chiesa è illuminato da un rosone che si apre sulla facciata meridionale e da tre bifore nella tribuna che guarda a settentrione.

Le pareti della navata sono illuminate da due bifore verso occidente, una delle quali è accecata dalla canna del campanile. Nessuna finestra si apre sulla parete che guarda verso oriente, e forse fu per questa ragione che si decise di costruire una cappella a ridosso della parete orientale della terza campata, dove era il coro dei frati, alle spalle del pontile che separava la pars plebana dalla pars presbiterialis. La luce al tramonto che entrava in chiesa da occidente ne illuminava l’interno con un sensibile richiamo alla parusia dell’ottavo giorno. Presso l’Archivio Provinciale dei frati Minori Conventuali dell’Umbria è conservato un faldone di documenti che contiene una copia dell’atto di acquisto da parte dei frati di un oratorio intitolato a Santa Maria della Misericordia, con annesso un orto e altri fabbricati. L’oratorio fu acquistato l’8 maggio 1293 e confinava con la strada pubblica, l’orto dei frati Minori, un terreno del Comune e l’orto dei frati di Sant’Agostino. Fu probabilmente in seguito a questo acquisto che fu presa la decisione di ricostruire la chiesa di San Francesco, per la quale si ha notizia di una cerimonia di consacrazione avvenuta il primo maggio 1315.

Elvio Lunghi Articolo pubblicato all’interno del dossier “UMBRIA. A Gualdo Tadino i Giochi de le Porte“, MedioEvo, settembre 2017 (mensile culturale, anno XXI, N° 248) Immagine del crocifisso ligneo: © Daniele Amoni Dossier realizzato con il sostegno di

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I Giochi de le Porte di Gualdo Tadino

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Un figurante in costume impegnata nei Giochi de le Porte (Foto © Daniele Amoni)

Quaranta anni di “Giochi de le Porte”. Dal 1978 ai nostri giorni, la rievocazione storica si celebra ogni anno a Gualdo Tadino nell’ultima settimana di settembre. In modo ininterrotto. Con la sola eccezione dell’anno 1997 quando la fascia appenninica fu colpita da un grave evento sismico.

In origine, i “Giochi” si richiamavano al “Palio di San Michele Arcangelo”, che si svolgeva in occasione della ricorrenza della solenne festività riservata al patrono cittadino. Alla luce di alcuni riscontri documentari, si può ipotizzare che la devozione per l’Arcangelo si sia radicata nel territorio gualdese fin dalla seconda metà del secolo VII, in seguito alla definitiva affermazione dei Longobardi sui Bizantini.

Legato alla transumanza di greggi e pastori che raggiungevano i rigogliosi pascoli dell’Appennino, il culto si sviluppò in sostituzione di quello del dio Sole e di altre divinità pagane, come si evince dai due dischi di sottile lamina d’oro ritrovati in Val di Gorgo.

Per i Longobardi la devozione all’Arcangelo aveva un significato politico, oltre che religioso, perché contribuiva ad avvicinare le popolazioni germaniche a quelle autoctone. Nell’opinione comune infatti il santo era considerato come portatore di luce, difensore del popolo e combattente contro le forze del male.

Il corteo storico che anima le vie cittadine in occasione dei Giochi de le Porte. Sullo sfondo, si staglia la mole della Rocca Flea (Foto © Daniele Amoni)

La chiesa a lui dedicata è nominata per la prima volta in una Bolla di papa Alessandro III, data a Benevento il 4 agosto 1169, che la dichiara dipendente dal monastero di San Benedetto, all’epoca posto nella pianura oggi individuata dalla Chiesa della Madonna delle Rotte. Quando i monaci benedettini, per ragioni di sicurezza e per difendersi dalla malaria che infestava la località, si trasferirono sul colle di S. Angelo, dove fu edificata Gualdo (1237), la Chiesa di Sant’Angelo di Fléa venne incorporata nella costruenda chiesa abbaziale di San Benedetto.

La devozione per San Michele Arcangelo ben presto si consolidò. Fino a che il santo fu adottato come patrono e raffigurato sullo stemma del Comune di Gualdo, armato di spada e scudo e ornato del blasone della città.

A testimonianza della fiducia che riponevano nelle sue virtù taumaturgiche, i gualdesi misero sotto la sua protezione la principale delle loro occupazioni; gli dedicarono infatti due feste: una coincideva con l’inizio della transumanza (8 maggio), l’altra con la sua conclusione (29 settembre).

Si trattava di un culto molto sentito, che risultava rassicurante di fronte al disagio fisico e psichico al quale gli abitanti erano esposti a causa delle ricorrenti scorrerie delle soldatesche di passaggio per la via Flaminia, delle carestie e delle pestilenze.

Le ricorrenze, pertanto, si celebravano ogni anno con grande solennità e la forte partecipazione di fedeli da ogni parte del territorio circostante. I devoti erano così numerosi che papa Bonifacio IX, con bolla dell’1 febbraio 1393, stabilì che potevano ottenere l’indulgenza plenaria tutti coloro che, pentiti e confessati, avessero visitato la cappella dedicata a San Michele Arcangelo nel giorno della festa.

L’evento, aveva però anche una forte rilevanza civile. Gli Statuti cittadini tramandano che si svolgesse una solenne processione per le vie della città, alla quale partecipavano non soltanto le autorità religiose, ma anche quelle preposte al governo del territorio, con i segni distintivi delle loro funzioni istituzionali e le fiaccole accese in mano: i priori indossavano il “cappuccio” rosso riverso sulle spalle; i membri del General Consiglio una “cappa grigia” che li ricopriva fino alla tibia e una “berretta” forse dello stesso colore.

Secondo l’usanza dell’epoca, le cerimonie e i festeggiamenti, comprendevano anche una fiera che durava otto giorni. Durante il mercato erano sospesi non solo i comuni balzelli e i pedaggi, ma anche le imposte sui vini, sulle carni e sui generi commestibili, in modo da favorire l’afflusso dei forestieri. I prodotti che venivano scambiati erano pochi, perché coincidevano con quelli offerti dalla campagna e dalla montagna; però non mancavano pezzi di artigianato di discreta fattura, realizzati dalla abili mani di un ceramista o di un falegname.

Un momento del ricco corte di figuranti e carri allegorici che accompagna i Giochi de le Porte (Foto © Daniele Amoni)

Facevano parte della festa patronale anche le giostre equestri, in cui due cavalieri si fronteggiavano con la lancia in resta, cercando di colpirsi al petto o alla testa, e di sbalzarsi di sella. L’intera cittadinanza era coinvolta, ma i veri protagonisti della manifestazione erano gli esponenti della borghesia, i cui rampolli si cimentavano in prove che richiedevano non solo destrezza e abilità, ma anche la disponibilità dei mezzi necessari per dotarsi di un’armatura adeguata e di un cavallo ben addestrato. Il popolo, per quanto fosse partecipe da un punto di vista emotivo, viveva le sfide da semplice spettatore, assiepato ai margini del campo e schierato a favore dell’uno o dell’altro contendente.

Le autorità ecclesiastiche erano però poco propense ad accettare la diffusione di spettacoli pubblici che prevedevano l’impiego delle armi. Così, ben presto, il Palio fu affiancato da un’altra manifestazione che assolveva alla sola funzione di gioco popolare. Poiché i giochi previsti consistevano in corse a piedi, in sfide con la balestra e con lo “scoppietto”, e quindi erano tali da non comportare aggravi particolari per coloro che vi partecipavano, con il passare del tempo l’ultima festa prese il sopravvento sul torneo cavalleresco. E ne rilevò anche la denominazione. Nella sua versione popolare, il Palio divenne la manifestazione ludica principale della città, alla cui gestione e organizzazione provvedeva il Comune. Un evento celebrato fino agli ultimi anni del Seicento con grande interesse di tutti, ma poi interrotto, a causa delle occupazioni, dei saccheggi, delle carestie e pestilenze che fecero sprofondare la popolazione in uno stato di grave prostrazione e di assoluta miseria. Nei secoli successivi anche le celebrazioni in onore del patrono subirono un forte ridimensionamento, con la soppressione della sfilata e dei festeggiamenti abituali.

I sontuosi costumi sono frutto di un lavoro che si sviluppa durante tutto l’anno, risultato di un attento studio delle fonti storiche unito alla maestria dei laboratori artigiani locali (Foto © Daniele Amoni)

Voglia di ricominciare Nel corso del Novecento, si cercò più volte di ripristinare il Palio di S. Michele Arcangelo, ma i vari tentativi si rivelarono infruttuosi per ragioni di ordine pubblico. Si temeva infatti che gli assembramenti troppo numerosi potessero costituire un pericolo per la sicurezza dei cittadini e la stabilità delle istituzioni. Finalmente, all’inizio degli anni Settanta, cioè in un periodo di benessere economico e di tranquillità sociale, si avvertì con rinnovato vigore l’esigenza di recuperare l’eredità ideale, per riappropriarsi del passato e riscoprire le vicende storiche del borgo sorto sulle pendici di Colle S. Angelo.

Fu allora, in un clima di rinnovato interesse per l’identità cittadina, che l’attenzione degli studiosi si concentrò su uno dei periodi più felici della storia locale: i primi settant’anni del XV secolo, coincidenti con l’elevazione di Gualdo Tadino alla dignità di legazione autonoma. Con questa investitura, infatti, la città, benché fosse sottoposta all’autorità di un cardinale legato, iniziò a godere di una certa libertà e di un relativo prestigio. Le prerogative comunali vennero riconfermate e garantite dalla presenza di un luogotenente con ampi poteri politici, amministrativi e giurisdizionali. Per le sorti dello Stato pontificio, Gualdo rivestiva una posizione strategica come ultimo baluardo contro le mire egemoniche del Ducato dei Montefeltro. Alle autorità cittadine fu quindi consentito non solo di provvedere al restauro delle mura, al consolidamento della Rocca Flea e di altri importanti edifici pubblici, ma anche di svolgere una proficua azione di promozione e di sviluppo del territorio. Fiorirono allora nuove attività artigianali, soprattutto nel settore della ceramica e dei laterizi, e quelle agro-forestali. E si intensificarono le iniziative culturali, favorite dalla presenza di una borghesia intraprendente e sensibile al fascino delle humanae litterae.

Una antica mappa di Gualdo Tadino con l’indicazione delle Porte di accesso alla città

La denominazione scelta per i “Giochi”, istituiti, come già ricordato, nel 1978, nasceva dalle quattro porte di ingresso alla città, aperte lungo le mura castellane, proprio in corrispondenza delle chiese di San Benedetto, San Donato, San Facondino e San Martino, negli anni in cui Gualdo fu riedificata, dopo il rovinoso incendio del 1237 che ne ridusse in cenere le abitazioni e ne decimò la popolazione.

Tuttavia le “Porte”, ai tempi di Federico II, avevano un ruolo soltanto propositivo e circoscritto alle ricorrenze religiose; invece, con l’elevazione della città a legazione autonoma, diventarono parte attiva della vita civile, organizzandosi come vere e proprie circoscrizioni politico-amministrative, con funzioni e organismi autonomi.

I “Giochi de le Porte” sono stati istituiti per ristabilire un rapporto di continuità con la storia. Con essi, oltre a rinnovare la fedeltà al patrono, i Gualdesi hanno inteso riconfermare i valori morali e civili che sono contenuti in questa memoria. La festa patronale si è così trasformata in un’opportunità per riaffermare l’identità di una comunità posta a ridosso degli Appennini, ma aperta oltre i propri confini verso i vicini centri di Nocera Umbra, Fossato di Vico, Sigillo, Costacciaro e Scheggia. La festa è un collante tra tutte le sfere sociali e promuove un forte senso di appartenenza.

Il popolo dei “Giochi”, vero protagonista della manifestazione, vive le sfide in modo appassionato e all’insegna di un forte antagonismo, ma nel rispetto delle regole civili, nella lealtà e nel riconoscimento dei meriti. L’appartenenza a una Porta è segno di distinzione, ma non tale da produrre inimicizie e contrasti insanabili. Terminate le competizioni ed esaurito il rito dei canti e degli scherni, tutti ritornano amici, perché sono consapevoli di far parte della stessa comunità.

Lo studio filologico della rievocazione storica si estende anche ai più piccoli dettagli e comprende anche gli strumenti musicali (Foto © Daniele Amoni)

Fede, giustizia e lavoro La festa è caratterizzata da un corteo storico, dai giochi veri e propri e dalle sentitissime sfide culinarie. Il corteo storico mette in scena un’epoca complessa e mai pienamente definibile: quella medievale e quella tardo medievale. Nella ricchezza e varietà delle sue sfumature, rispecchia la società nell’articolazione che suggeriva il vescovo e poeta francese Adalberone di Laon (947-1030) in un poema cavalleresco destinato al re di Francia, Roberto il Pio.

Essa si basa su tre componenti fondamentali, ordinate in modo gerarchico, ma reciprocamente connesse, costituite da coloro che pregano e diffondono la fede cristiana, da coloro che combattono per il trionfo della giustizia sulla forza o per la salvaguardia dell’ortodossia cristiana e, infine, da coloro che attendono ai lavori manuali e producono i beni indispensabili per la vita. Ogni Porta conserva nel proprio corteo il nocciolo di questa ripartizione sociale e antropologica.

L’universo medievale e tardo medievale si offre così allo sguardo dello spettatore nella povertà del monaco, nell’opulenza del nobile, nell’aggressività del capitano di ventura, nell’ingegno dell’artigiano, nell’abilità del giocoliere e nei gesti semplici e schivi del contadino e del pastore. Per dar conto della complessa configurazione della società, però, il corteo storico riserva un posto importante anche ad altre figure, come quella del console, del magistrato, dell’intellettuale e del mercante.

Ma, sospeso come è tra terra e cielo, l’uomo medievale più che alle cose, guarda al loro significato. Per questo, fin dal 1978, le Porte hanno riservato un’attenzione particolare alla ricostruzione delle simbologie come segno di una verità superiore. Con ciò, tuttavia, non hanno sottovalutato l’importanza della natura, delle faccende domestiche, degli ambienti di lavoro. E questo è appunto uno dei tratti che distingue in modo specifico la sfilata: la vivacità della vita dei campi, la ricchezza delle attività artigianali, delle arti e dei mestieri. Ma vi occupano un posto rilevante anche le scene riservate alla fantasia e all’immaginazione, alle passioni e ai desideri, perché l’uomo medievale non persegue soltanto la salvezza dell’anima, ma coltiva anche i piaceri del corpo.

Tutto ciò è inserito all’interno di una scenografia a cielo aperto dove monumenti maestosi, come la Rocca Flea, la cattedrale dedicata a San Benedetto, le chiese di San Francesco, San Donato, Santa Maria, Santa Margherita, il Palazzo del Podestà, il Palazzo e il Palazzo comunale concorrono a realizzare una felice simbiosi tra il “meraviglioso” e il “quotidiano”.

Le quattro Porte, San Benedetto, San Donato, San Facondino e San Martino si contendono il Palio e il privilegio di bruciare l’effige della Bastola, la “strega” antica nemica di Gualdo, colpevole di aver causato il terribile incendio che distrusse la città nel 1237.

Un’istantanea della corsa con i somari, una delle quattro competizioni in cui i popoli de le Porte si sfidano durante i Giochi (Foto © Daniele Amoni)

La disputa si ispira all’antica tradizione cavalleresca che sancisce che il rispetto delle regole, la cortesia verso l’avversario, la lealtà nei suoi confronti. I protagonisti del Palio sono animati da questi valori, oltre che da un sano spirito agonistico.

Nella loro difficile impresa possono contare su un amico fedele: il somaro. I “Giochi” rivalutano l’animale, spesso schernito e additato a simbolo di ignoranza. Addirittura ne fanno uno dei simboli della manifestazione. Tanto da dargli il ruolo di protagonista in due prove che spesso si rivelano decisive per l’assegnazione del Palio. Le altre due sono riservate agli arcieri e ai frombolieri.

I “Giochi” però vivono anche nelle sartorie, nelle quali d’inverno si studia, si ricerca, si progetta e, d’estate, si realizzano le idee. Allora le suggestioni ricavate dai libri di storia dell’arte, del costume, diventano abiti, allegorie, rappresentazioni simboliche. Grande cura è posta nella scelta delle stoffe, nella cernita degli accessori che devono accompagnare i costumi. Così si lavorano anche la pelle e il cuoio; si realizzano i calzari e, quando le esigenze lo impongono, perfino i gioielli.

È però nelle taverne che la rievocazione del Medioevo trova la sua espressione più convincente. Ogni elemento richiama l’Età di Mezzo: le volte in pietra, le lucerne a olio che si affacciano dalle pareti, le tavole in legno, gli otri di ceramica, gli addobbi con i fiori dei campi e le spighe di grano.

A tavola le generazioni si incontrano, le differenze anagrafiche e sociali si annullano. E nascono nuovi legami. Esaltati dai “Giochi”, “lo avvenimento più fastoso e desiato, de lo quale li forestieri de la nostra grandezza e de la nostra abilitate diranno”.

Antonio Pieretti

Articolo pubblicato all’interno del dossier “UMBRIA. A Gualdo Tadino i Giochi de le Porte“, MedioEvo, settembre 2017 (mensile culturale, anno XXI, N° 248)

Immagini: © Daniele Amoni

Dossier realizzato con il sostegno di

DOVE E QUANDO Giochi de le Porte Gualdo Tadino, dal 22 al 24 settembre 2017 Info: www.giochideleporte.it Facebook: @Ente Giochi de le Porte

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Donne al lavoro nel Medioevo

copertina

Si è sempre detto, e la maggior parte degli scritti sull’argomento non si stanca di ripeterlo, che le donne nel Medioevo lavoravano, ma lavoravano in casa, tessendo e filando, magari alla luce di una candela ricordando il passato, come ce le dipinge in una lirica Ronsard. Potevano al massimo aiutare il marito nella sua attività, e proseguirla se vedove, ma erano retribuite meno rispetto agli uomini e incapaci di sopravvivere col proprio lavoro. Tutto questo secondo l’opinione tradizionale, viziata da preconcetti e da schemi attuali proiettati sul passato.

Questo libro mostra un quadro completamente diverso: donne che lavoravano in tutti i possibili settori, compresa l’edilizia, le miniere e le saline; imprenditrici che si autofinanziavano con propri capitali ottenuti dalla vendita di abiti e gioielli; retribuzioni commisurate “alle reali capacità” e quindi non dipendenti dal genere; donne che col proprio lavoro riuscivano a mantenere se stesse e familiari in difficoltà, o a saldare i debiti dei mariti; nobildonne impegnate nelle attività più varie: dall’organizzazione di laboratori per il ricamo, alla gestione di miniere, alla direzione di opere di bonifica, all’impianto di caseifici, alla gestione di alberghi.

Lucrezia Borgia, ad esempio, era un’abilissima imprenditrice agricola impegnata in lavori di bonifica e in svariate attività, tra cui la produzione di mozzarelle di bufala (di cui tra l’altro era golosa). Non raramente finanziava i suoi affari vendendo i propri gioielli: sacrificando una catena d’oro costruì l’argine di un fiume. Analogamente la madre di Lucrezia con la vendita dei propri monili finanziò la ristrutturazione di un albergo nel centro di Roma, garantendosi in tal modo una cospicua rendita.

C’erano poi le mercantesse, le armatrici di navi per la pesca del corallo, le imprenditrici nell’editoria che firmavano col proprio nome le pubblicazioni, le prestatrici di denaro orientate in particolare al credito verso le aziende femminili.

Dotate di notevolissime capacità organizzative nella flessibilità estrema dei loro ruoli, erano le donne stesse a tenersi al difuori dalle associazioni professionali, che in genere ne tolleravano il “lavoro nero” senza escluderle, ma cercando al contrario di obbligarle ad iscriversi quando avevano necessità di tenerle sotto controllo. Questa divergenza di intenti portò spesso a vivaci scontri tra le donne e le corporazioni o le autorità cittadine, e più di una volta furono proprio le donne ad avere la meglio.

L’apprendistato femminile esisteva, spesso in modo informale, e tendeva ad emergere in casi particolari, quando erano le lavoratrici stesse ad aver bisogno di un attestato che dimostrasse le loro capacità (ad esempio nella lavorazione di materie prime preziose). Talvolta erano invece le corporazioni ad imporre alle donne la stipulazione scritta del contratto di apprendistato, soprattutto in settori importanti per la salute della collettività (come la confezione del pane).

Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (Secoli XIII-XV), Maria Paola Zanoboni, Jouvence, 2016

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Il sacco di Roma

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Il sacco di Roma ad opera dei Visigoti da una miniatura francese del secolo XV

“Cesare, Roma è perduta!” “Ma se sta appena beccando dalle mie mani!”

È il 24 agosto dell’anno 410 dell’incarnazione del Signore, e mentre l’imperatore Onorio gioca con la sua gallina, la città di cui porta il nome è invasa, incendiata, stuprata, depredata del suo popolo, del suo orgoglio, della sua storia.

“La città che aveva dominato il mondo è stata essa stessa conquistata” commenta san Girolamo.

Le case nei pressi della porta Salaria, tra cui spicca la dimora di Sallustio, vengono incendiate; stessa sorte capita al palazzo dei Valerii sul Celio, alle terme di Decio e al tempio di Giunone Regina, raso al suolo insieme all’intero quartiere. Le strade sono piene di macerie e di corpi senza vita dilaniati dalla fame, dalla spada o dal colera. I senatori sono giustiziati, le statue ridotte in cenere, le ville e i templi pagani in rovina. Sopravvive solo chi può permettersi di comprare la propria vita con l’oro. Qualcuno, stremato dalla fame, è arrivato ad addentare il vicino e a strappargli braccia e gambe per mangiarsele. Persino una madre, anziché allattare il figlio ha finito per divorarlo.

Marcella, nobile vedova, ha donato tutti i suoi averi ai poveri e si è ritirata sull’Aventino, dove ha trasformato la sua villa in un convento. Quando i goti irrompono nella dimora la saccheggiano senza riuscire a trovare nulla di prezioso. “Dove hai nascosto le tue ricchezze?” le urlano furibondi; “Non ho niente!” risponde lei; “A chi vuoi darla a bere? Con un palazzo così fastoso!”, “Ho donato tutto ai poveri” replica la donna. Ma la soldataglia non le crede e dà inizio al massacro. “Vi giuro che non ho niente! Vi prego… – supplica, facendo scudo col suo corpo alla figlia adottiva e piangendo disperatamente – vi prego! Non uccideteci!”. “Fermi! – ordina il capo del drappello – Questa non ha niente davvero! Portiamola in salvo”. La donna viene trasferita così all’interno della basilica di San Paolo, dove nessuno potrà più farle del male: Re Alarico ha infatti ordinato di risparmiare i luoghi di culto, dichiarandoli territori di asilo inviolabili. Finalmente al sicuro tra le sacre mura, Marcella leva un canto di ringraziamento al Signore per aver risparmiato lei e Principia dalla strage. Le violenze subite quella terribile notte, però, le saranno letali e tra qualche giorno la povera donna morirà tra atroci sofferenze.

Intanto prosegue l’orgia di sangue, oro e distruzione: soldati visigoti, ma anche ex schiavi che si sono messi al soldo dei barbari continuano il saccheggio e i massacri, abbandonandosi ad ogni genere di violenza.

Le statue del Foro vengono depredate, l’edificio del Senato dato alle fiamme e diverse chiese sono svuotate a dispetto delle disposizioni di Alarico. Persino le monache vengono stuprate. Chi sopravvive fugge dalla città disperdendosi in tutte le provincie dell’impero, molti profughi si rifugiano all’Isola del Giglio, accolti da altri cittadini sfollati già prima del sacco.

Proba, fuggita a bordo di una piccola imbarcazione insieme a sua figlia Leta e alla vergine Demetriade, cerca rifugio in Africa trovando però “le coste dell’Africa persino più crudeli di quelle che aveva abbandonato” scrive Girolamo: “Il comes Africae Eracliano, uno che non si occupa di nient’altro che darsi al vino e al denaro, uno che, sotto la pretesa di servire il più mite degli imperatori, si comportò infatti come il più selvaggio di tutti i despoti, coadiuvato dal genero Sabino, strappò figlie e fidanzate dalle braccia delle madri e vendette fanciulle di illustre nascita in matrimonio ai più avidi tra gli uomini: i mercanti della Siria”.

Particolare della Croce di Desiderio, gioiello carolingio conservato nel Museo di Santa Giulia a Brescia, con un ritratto raffigurante, secondo la tradizione, Galla Placidia e i figli Valentiniano III e Giusta Grata Onoria

Tra gli ostaggi catturati a Roma, invece, c’è Galla Placidia, sorella dell’imperatore Onorio, destinata a sposare il suo successore Ataulfo e a regnare in Gallia.

Quando gli arriva la notizia del sacco di Roma, Girolamo ha appena cominciato a scrivere il commento al libro di Ezechiele. Il trauma è tanto che “per usare un proverbio comune – dice – mi ricordavo a malapena il mio nome; e per un lungo tempo rimasi in silenzio, sapendo che erano tempi per le lacrime”.

“Chi avrebbe mai creduto che Roma, costruita sulle vittorie riportate su tutto il mondo, sarebbe crollata? – scrive il celebre traduttore della Bibbia, autore della Vulgata usata dalla Chiesa Cattolica fino al Concilio Vaticano II – Che tutte le coste dell’Oriente, dell’Egitto e d’Africa si sarebbero riempite di servi e di schiave della città un tempo dominatrice, che ogni giorno la santa Betlemme dovesse accogliere ridotte alla mendicità persone di entrambi i sessi un tempo nobili e pieni di ogni ricchezza?”. “In una sola città – sentenzia – tutto il mondo è perito”. Non manca invece chi cerca di sdrammatizzare: secondo il cristiano Paolo Orosio il sacco di Alarico è meno distruttivo di altri disastri capitati alla capitale quando era pagana – come l’incendio di Nerone del 64 o l’invasione dei galli di Brenno nel 390 a.C. “Il terzo giorno dal loro ingresso dell’Urbe i barbari spontaneamente se ne andarono, dopo aver incendiato, è vero, un certo numero di case, ma neppur tante quante ne aveva distrutte il caso nel settecentesimo anno dalla sua fondazione. Ché, se considero l’incendio offerto come spettacolo dall’imperatore Nerone, senza dubbio non si può istituire alcun confronto tra con quello provocato dall’ira del vincitore. Né in tal paragone dovrò ricordare i Galli, che per quasi un anno calpestarono da padroni le ceneri dell’Urbe abbattuta e incendiata”.

Quel che è certo, comunque, è che all’origine dell’immane tragedia destinata a segnare la coscienza collettiva del mondo intero, non c’è la sete di sangue di un invasore barbaro ma la stupidità dei politici italici.

Alarico arriva infatti controvoglia alla presa e al saccheggio di Roma, estenuato da due anni di assedio e da un decennio di trattative con l’imperatore Onorio, di accordi e ripensamenti, tradimenti e missioni diplomatiche, strategie e cambi di guardia, cospirazioni e voltafaccia.

Onorio, raffigurato sul dittico consolare di Probo nel 406

D’altra parte Onorio, nel lusso del suo palazzo di Ravenna – dove aveva trasferito la capitale dell’impero di occidente – si era profondamente disinteressato del destino di Roma e della popolazione stremata dall’assedio, troppo occupato nelle schermaglie con il suo rivale sul trono di Costantinopoli.

Figlio di Teodosio, l’ultimo imperatore ad aver regnato sia in oriente che in occidente, Onorio era salito al trono quando aveva appena undici anni, e fino al raggiungimento della maggiore età non aveva fatto danni: le redini dell’impero erano state infatti saldamente tenute dal magistro militum di origine vandala Stilicone, nominato dallo stesso Teodosio prima di morire.

Già sotto la sua reggenza erano iniziati i conflitti con l’impero di oriente, sia per i territori contesi nei Balcani, sia perché Stilicone avrebbe voluto fare da tutore anche all’altro figlio di Teodosio – Arcadio – posto sul trono di Costantinopoli.

Intanto Re dei visigoti era diventato Alarico, che era stato ufficiale dell’esercito romano e aveva aspirato proprio al posto preso da Stilicone. Ora, deluso dalla mancata nomina, aveva invaso proprio i territori contesi tra le due parti dell’impero. Stilicone aveva mandato le sue truppe a combatterlo, ma Rufino, reggente in Oriente – temendo di essere spodestato dal collega aveva ordinato ai suoi soldati di non collaborare con quelli occidentali.

Nel 397 Alarico aveva invaso il Peloponneso ed era stato bloccato ancora da Stilicone, dichiarato – a sua volta – nemico pubblico dell’impero d’oriente. Negli anni successivi erano continuati gli scontri tra le due parti dell’impero, e Arcadio si era alleato proprio con Alarico, che era sceso in Italia nel 401. Stilicone aveva fronteggiato il visigoto e lo aveva sconfitto a Pollenzo nel 402 e a Verona nel 403. Poi, per tenerlo sotto controllo, gli aveva assicurato un congruo tributo. In seguito il generale aveva usato proprio l’alleanza con i visigoti per riprendere le ostilità con Costantinopoli, proibendo alle navi orientali di approdare sui porti occidentali: l’obiettivo era riprendersi i Balcani e affidarne il governo allo stesso Alarico; a rovinare i suoi piani, però, era stata una nuova ondata di invasioni barbariche – unni e ostrogoti, e poi ancora vandali, alani e sebi – nel 406. Ad esse si erano aggiunte rivolte in Britannia, e poi ancora in Gallia, finita sotto l’usurpatore Costantino III. Onorio – che nel frattempo aveva assunto la guida dell’impero – aveva annullato la spedizione di Alarico che, in tutta risposta, aveva richiesto il compenso per i suoi servigi e il rimborso per le spese della missione annullata. Stilicone aveva discusso il pagamento con il Senato di Roma, suscitandone l’indignazione: “Questa non è pace, ma un contratto di servitù” aveva sbottato il senatore Lampadio.

Dittico di Stilicone, Monza, Tesoro del Duomo

Poi la tragedia: Stilicone si era scontrato a più riprese con Onorio e i suoi nemici – capeggiati dal cortigiano Olimpio – ne avevano approfittato per farlo cadere in disgrazia: avevano convinto Onorio che dietro il suo tutore si nascondesse un traditore in combutta con i goti, che aveva sobillato le invasioni barbariche e che, morto Arcadio, intendeva mettere suo figlio sul trono di Costantinopoli. Poi il consigliere fraudolento aveva fatto assassinare i principali sostenitori del generale, che aveva cercato di incontrare l’imperatore per discolparsi, ma inutilmente: Olimpio lo aveva fatto arrestare e giustiziare il 23 agosto 408.

Rimasto senza Stilcone e nelle mani di Olimpio – che era riuscito a mettere tutte le cariche più importanti dell’impero nelle mani di persone di sua stretta fiducia – per Onorio era iniziata una vera escalation di stupidità. L’imperatore aveva divorziato dalla moglie – che era figlia del generale – e ordinato l’esecuzione di un altro figlio di Stilicone. Poi non solo aveva rifiutato ogni trattativa con Alarico, ma aveva cacciato dall’esercito romano tutti i soldati di origine Barbara, saccheggiato le loro case e fatto massacrare le loro famiglie. Il risultato ottenuto era stato il passaggio di 30mila soldati dalle fila romane a quelle visigote. In preda al più stupido autolesionismo, Onorio aveva poi rifiutato ancora una volta le proposte di pace di Alarico, preferendo allearsi l’usurpatore Costantino. A completare il capolavoro, anziché affidare il comando dell’esercito a Saro – veterano di origini gote che meglio di chiunque conosceva il nemico – aveva preferito congedarlo sostituendolo con generali incapaci ma fidatissimi di Olimpio.

Le migrazioni dei Visigoti, tra la fine del IV e l’inizio del V secolo

Sceso in Italia senza praticamente trovare resistenza, Alarico aveva attraversato tutta la penisola arrivando fino a Roma. D’altra parte Onorio era troppo occupato a far cercare Eucherio, il figlio di Stilicone sfuggito alla condanna a morte, per trovare il tempo di fronteggiare l’invasione visigota.

L’assedio di Roma aveva portato in breve la città alla fame e alla disperazione, con il Senato che invocava l’intervento di Ravenna e Leta, moglie dell’ex imperatore Graziano, che si adoperava per soccorrere il più possibile la popolazione.

Stremati dalla fame, i romani avevano inviato un’ambasceria ad Alarico, dicendosi pronti ad accettare qualsiasi condizione perché l’assedio terminasse e minacciandolo – in caso di perseveranza – di uscire dalla città armati per combatterlo. Alarico aveva risposto sprezzante che l’erba folta si taglia meglio di quella rada e che avrebbe levato l’assedio solo a condizione che avesse ricevuto tutto l’oro, l’argento, le suppellettili e gli schiavi della città. “E cosa resterà, dunque, a noi?” avevano protestato gli ambasciatori; “la vita” aveva risposto il re visigoto.

Alla fine Alarico aveva accettato di andarsene in cambio di 5.000 libbre d’oro, 30.000 libbre d’argento, 4.000 abiti di seta, 3.000 abiti di lana scarlatta e 3.000 libbre di pepe. Essendo vuoto l’erario, i senatori avevano dovuto contribuire al versamento del tributo in proporzione al proprio reddito, ottenendo infine il ritiro di Alarico in Toscana.

Intanto Onorio si era deciso a inviare un contingente a protezione della Città Eterna, ma ritenendo vile marciare su strade non occupate dal nemico l’esercito aveva preferito dirigersi nei territori occupati da Alarico, andando incontro a un massacro. Ritenendo evidentemente di non aver fatto ancora danni a sufficienza, Onorio aveva poi rifiutato di proseguire i negoziati con Alarico, con conseguente ripresa dell’assedio.

Papa Innocenzo aveva mandato una delegazione a chiedere aiuto all’imperatore, scortata dagli stessi soldati di Alarico. Intanto a Ravenna Olimpio era caduto in disgrazia ed era stato sostituito da Giovio, molto più incline alla trattativa con i goti. Ancora una volta, però, era stato lo stesso imperatore a far saltare l’accordo con Alarico, invocando l’aiuto degli unni. Il re visigoto aveva fatto un ultimo tentativo di negoziato, offrendo condizioni più sostenibili, ma anche questa volta le richieste erano state respinte, costringendolo ad assediare nuovamente Roma.

L’Impero Romano d’Occidente nel 410

Nel novembre 409 Alarico aveva minacciato di distruggere la città se non si fosse rivoltata contro lo stesso Onorio, poi aveva preso il porto e sequestrato tutte le provviste lasciando gli abitanti, ancora una volta, in preda alla fame. Il Senato aveva dunque accettato di far entrare Alarico in città e nominare un imperatore fantoccio al soldo dei visigoti: la scelta era caduta su Prisco Attalo, prefetto scelto a suo tempo dallo stesso Onorio, che aveva nominato Alarico primo ministro. Attalo aveva così mandato a Ravenna un esercito per detronizzare Onorio, che questa volta aveva reagito tentando una mediazione diplomatica e arrivando a offrirgli addirittura il titolo di co-imperatore. Questa volta era stato lo spocchioso imperatore a ricevere un rifiuto, ma proprio mentre Onorio preparava la fuga a Costantinopoli, dalla capitale dell’impero d’oriente erano arrivati i rinforzi. Intanto Giovio era passato dalla parte di Alarico e poi era stato convinto da Onorio a tornare di nuovo con lui; infine aveva insinuato ad Alarico l’idea che Attalo, una volta impadronitosi di Ravenna, lo avrebbe fatto uccidere. Ad ogni modo, poco dopo il visigoto aveva levato l’assedio a Ravenna e invaso altre città del nord Italia. Roma era sempre più allo stremo. Convinto ormai dell’infedeltà di Attalo, Alarico lo aveva spogliato tentando l’ultima carta diplomatica con Onorio. A rompere le trattative però, questa volta era toccato a Saro in cerca di riscossa, che aveva attaccato l’esercito di Alarico costringendolo così ad assediare per la terza volta Roma.

“Si narra – scrive Socrate Scolastico – che, mentre Alarico avanzava verso Roma, un pio monaco lo esortò a non perpetuare tali atrocità, e di non più godere nel massacro e nel sangue. A costui Alarico rispose: “Non sto seguendo questo percorso per mia volontà; ma c’è qualcosa che irresistibilmente mi spinge ogni giorno a proseguire per questa via, dicendo “Procedi a Roma, e devasta quella città”.

Bisogna dire che è stato di parola.

Non si sa esattamente come Alarico sia entrato dentro le mura, ma sembra che alcuni cittadini stremati dalla fame gli abbiano aperto la porta spontaneamente. Se non è chiaro chi abbia favorito l’ingresso, è comunque certo che le porte si sono aperte in piena notte scatenando l’inferno.

All’indomani dell’immane tragedia, se buona parte del mondo appare turbato come Girolamo dalla caduta dell’immortale Roma, non manca tra i cristiani chi vede nella rovina un castigo divino nei confronti della città rimasta ancora troppo legata al paganesimo. I pagani – da parte loro – accusano proprio la nuova religione di essere responsabile del disastro. Gli dei che hanno reso grande Roma e l’hanno protetta per secoli, hanno deciso di punirla per aver abbandonato gli antichi culti; prova ne è che la città di Narni è stata liberata dall’assedio proprio grazie a una serie di atti sacrificali compiuti da sacerdoti pagani. Proprio per questo – alla vigilia del sacco – il prefetto ha chiesto a papa Innocenzo l’autorizzazione a celebrare un rituale simile. “Innocenzo, anteponendo la salvezza della città alla propria fede – scrive lo storico pagano Zosimo – permise che quelli attuassero di nascosto le pratiche di cui erano esperti. Dunque queste persone provenienti dalla Tuscia replicarono che per la salvezza della città non vi sarebbe stato alcun vantaggio se i sacrifici prescritti non fossero stati effettuati pubblicamente, con il Senato che ascendeva al Campidoglio e che sul Campidoglio e nelle piazze celebrava i riti di circostanza. Ma nessuno ebbe il coraggio di partecipare a quei sacrifici secondo il costume patrio. Per pagare il riscatto chiesto da Alarico, dunque, si decise di ricorrere agli ornamenti che rivestivano le statue: questo significava che le statue di culto, riccamente ornate per aver mantenuto prospera la città, erano senza vita e inefficaci, perché le cerimonie sacre erano andate scomparendo”.

Una raffigurazione della Città di Dio, ispirata dall’opera di Sant’Agostino

Sant’Agostino, da parte sua, proprio in risposta alle accuse dei pagani, scrive il suo capolavoro De civitate Dei, in cui fa notare che anche prima dell’avvento del cristianesimo i Romani avevano subito tremende sconfitte, senza che però venissero incolpati di questo gli dei: “Dov’erano dunque quegli dei quando il console Valerio fu ucciso mentre difendeva il campidoglio? Quando Spurio Melio, per aver offerto grano alla massa affamata, fu incolpato di aspirare il regno e giustiziato? Dov’erano quando scoppiò una terribile epidemia? Dov’erano quando l’esercito romano per dieci anni continui aveva ricevuto presso Veio frequenti e pesanti sconfitte? Dov’erano quando i Galli presero, saccheggiarono, incendiarono e riempirono di stragi Roma?”.

Ai cristiani che pensavano che l’impero romano fosse predestinato a conquistare e civilizzare il mondo e a condurlo verso il Cristianesimo, invece, Agostino risponde che quello romano è stato un impero come i tanti altri che lo avevano preceduto e che prima o poi era destinato a declinare e a crollare; e questo a differenza di un altro luogo, che è la patria dei veri cristiani: la Gerusalemme celeste, la città di Dio. Che mai sarà saccheggiata. Né dalla furia dei barbari, né dalla stupidità degli italiani.

Arnaldo Casali

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