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Jan Hus, che precorse Lutero

Martin Lutero un secolo prima di Martin Lutero. Jan Hus fu un predicatore boemo dotato di enorme carisma e di un’oratoria trascinante, un prete intollerante e coerente che per difendere le sue idee sulla riforma della Chiesa o sull’autorità del papa e dei cardinali avrebbe affrontato qualunque prova.

Il predicatore e pittore Hans Stiegler (sec. XVIII) dipinse un’oca dietro a Lutero per significare che Jan Hus fu un precursore di Lutero

Non vide mai quello che solo al monaco tedesco riuscì di realizzare, ma in un immaginario calcolo dare-avere, l’enormemente più celebre e celebrato Lutero dovrebbe fare tre passi indietro, chinare il capo, tacere per qualche momento e, fronte bassa, rendere omaggio al suo predecessore. Che, sostenendo le sue stesse tesi cento anni prima di lui, chiese e ottenne di difenderle nientemeno che davanti a un concilio universale, quello di Costanza del 1415.

Lutero, convocato, si rifiutò di andare a Roma. Hus, invece, si presentò davanti ai suoi accusatori ribattendo colpo su colpo ai loro sofisticati ragionamenti senza mai discostarsi dalle sue posizioni, finché, messo alle strette, “per non scandalizzare i discepoli”, il 6 luglio 1415, urlando e inveendo contro i suoi aguzzini, si incamminò verso il rogo.

Eppure i suoi inquisitori, i cardinali Pierre d’Ailly e Francesco Zabarella, fecero numerosi tentativi per salvarlo. Può sembrare strano, visto che quando Hus si presentò a Costanza le sue tesi erano già state condannate ai massimi livelli della gerarchia ecclesiastica. Eppure è così. Lo provano le sue lettere dal carcere e la cronaca più dettagliata a nostra disposizione, opera di un testimone oculare che era anche suo zelante discepolo: Petr di Mladoňovice.

Secondo il racconto di Petr, più volte il cardinale d’Ailly ammonì Hus che insistere nella richiesta di ulteriori udienze per spiegare le sue teorie, dopo che queste erano già state discusse e demolite punto per punto, non gli avrebbe giovato.

Jan Hus in un dipinto di Enrico Gamba (XIX sec.)

Quando il boemo contestò alcune affermazioni che gli erano state attribuite, Zabarella propose una “forma di abiura limitata” chiedendo all’imputato di esprimersi solo su quella, ma fu il re dei Romani Sigismondo, presente a Costanza per il concilio e spettatore al processo, a perdere la pazienza: “Perché non vuoi abiurare gli errori che secondo te ti vengono attribuiti falsamente? Io non avrei difficoltà ad abiurare tutti gli errori, non importa se li ho sostenuti o no”. “Maestà, se io abiurerò gli articoli in cui non credo mentirò alla mia coscienza e sarò dannato!”.

Sottigliezze che Sigismondo non poteva apprezzare: “O ritratti gli errori che qui sono stati condannati, o vai incontro alla legge”. Hus sarebbe andato incontro alla legge. Ma prima gli venne sottoposta una nuova lista di “errori”, sensibilmente più corta della precedente, e anche questa volta il boemo si rifiutò di abiurarla.

Una terza formula, escogitata sempre da d’Ailly e Zabarella, recitava così: “Anche se mi sono state imputate molte cose che non ho mai pensato, mi sottometto umilmente alla misericordia, agli ammonimenti, alle condizioni e alle correzioni del sacrosanto concilio generale”. Niente da fare.

In una lettera dal carcere, Hus scrisse di “innumerevoli persone venute a spiegarmi che se si tratta di sottoporre la mia volontà a quella della santa Chiesa rappresentata dal sacro concilio, abiurare è legittimo, e che, anzi, confessando una colpa che non si ha si acquistano dei meriti”. Fatica sprecata.

Il concilio di Costanza

Chiese e ottenne di potersi confessare. Un prete andò nella sua cella, lo ascoltò “con grande attenzione e misericordia”, come raccontò Hus stesso, e alla fine lo assolse. Vuol dire che in coscienza si riconciliò con la Chiesa? Molto improbabile. Profondamente convinto di essere dalla parte della verità, Jan Hus era anche una persona temeraria e un idealista, per nulla interessato a sapere dove quella verità lo avrebbe condotto.

Senza saperlo, rimase incastrato nel mezzo di uno scontro epocale il cui epicentro era proprio il concilio di Costanza, una specie di G20 del Medioevo in cui uomini di Chiesa, principi e re, dottori e teologi delle maggiori università europee furono chiamati a risolvere la più grave crisi della cristianità dal tempo della lotta per le investiture: la spaccatura in due e poi in tre obbedienze pontificie diverse, nota come Scisma d’Occidente.

Costanza nacque sul presupposto che, per risolvere la questione, al concilio dovesse attribuirsi un’autorità superiore a quella del papa stesso. E su quale terreno si esplicava maggiormente l’autorità di Pietro se non su quello della lotta alle eresie e la difesa dell’ortodossia?

Jan Hus al rogo

Qualunque flessione degli inquisitori davanti alle ragioni di Hus avrebbe, insomma, potuto ringalluzzire le ragioni dei “papisti” di fronte a quelle dei “conciliaristi”.

Anche per questo, dopo tutto, la condanna di Hus poteva considerarsi ampiamente prevista a meno di una sua ritrattazione.

Ritrattazione che, però, non era decisamente nello stile del personaggio.

Quel 6 luglio fu arso vivo in un campo fuori Costanza chiamato dai residenti, ironia della sorte, “Paradiso”. Una Chiesa meno in crisi di identità e più coraggiosa avrebbe potuto giudicarlo più equamente risparmiandosi così tanti dolori futuri.

Ma, tutto considerato, forse fu Jan Hus a nascere cento anni prima del dovuto.

Mario Prignano

Leggi anche: Jan Hus e la Primavera di Praga

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La vita gloriosa e spericolata di Carlo Zen

Carlo Zen. L’eroe di Chioggia (Graphe.it edizioni, 2018) è il quarto titolo della collana I condottieri, curata da Gaetano Passarelli per la casa editrice perugina. Il libro di Nicola Bergamo è un affascinante ritratto di un uomo dalla vita gloriosa e spericolata. Fu uno dei più grandi condottieri della Serenissima: ammiraglio, eroe di guerra, salvatore della patria in occasione della “guerra di Chioggia” contro Genova. Ma subì anche un processo per tradimento, e venne condannato per evasione fiscale, prima di essere celebrato dai suoi concittadini con esequie grandiose. Un guerriero pronto ad ogni battaglia ma capace anche di fondare un circolo culturale, una delle prime accademie d’Europa e di portare a Venezia i maggiori sapienti del suo tempo.

Certo che leggendo le vicissitudini di Carlo Zen vien da pensare che Bertolt Brecht non abbia capito un tubo: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” fa dire il drammaturgo tedesco a Galileo. Invece averne di eroi così, di personaggi che hanno dedicato tutte le proprie notevolissime capacità militari al servizio dello stato, la repubblica di Venezia.

Forse, proseguendo con la massima di Brecht, si può dire che Venezia non aveva bisogno di eroi, il suo essere repubblica faceva sì che le responsabilità di governo fossero collettive e non prerogativa di un signore o di un principe, come accadeva altrove. Però se qua e là un eroe emergeva, proprio male non faceva.

Busto di Carlo Zen, opera di Angelo Giordani precedente al 1847

Non ce ne sono tanti di personaggi così fulgidi come Carlo Zen nella storia di Venezia: Enrico Dandolo che conquista Costantinopoli (ma i bizantini non sarebbero d’accordo, ovviamente), Sebastiano Venier a Lepanto, Francesco Morosini nel Seicento, forse Angelo Emo, ma ormai a fine Settecento non erano più tempi. Di quello spessore difficile trovarne altri. E poi, non possiamo nascondercelo, un pizzico di tornaconto personale non mancava mai. Il patriziato era sempre diviso in fazioni e questi personaggi erano uomini del loro tempo, ben inseriti nei meccanismi del potere e quindi facevano parte dell’uno o dell’altro gruppo che si batteva per il controllo delle magistrature veneziane. Per questo avevano nemici: non si deve pensare che le loro gesta raccogliessero consensi unanimi, anzi.

Altri patrizi erano gelosi delle imprese vittoriose, e varie magistrature storcevano il naso di fronte al potere che questi eroi sembravano poter accumulare nelle loro mani. Francesco Morosini, tanto per dire, esce dalla basilica di San Marco con il corno dogale in testa e il bastone da Capitano generale da mar in mano e dopo la sua morte viene varata una legge per impedire che a qualcuno in futuro passi per l’anticamera del cervello di cumulare i simboli delle due cariche. Quando Angelo Emo muore si sospetta il suo vice, Tommaso Condulmer, di averlo avvelenato.

Anche Carlo Zen finisce in prigione, per di più assieme a Vettor Pisani, l’altro eroe della guerra di Chioggia: senza loro due è probabile che l’arcinemica Genova sarebbe riuscita a mettere le mani sulla città di San Marco e chissà come sarebbero andate le cose.

Una vita spericolata, quella di Carlo Zen (conosciuto anche con la lezione italianizzata Zeno, ma a Venezia rimaniamo affezionati alle versioni originali: Corner e non Cornaro, Falier e non Faliero, quindi Zen e non Zeno) testimoniata dal fatto che quando, nel 1418, ne denudano il cadavere si contano ben trentacinque cicatrici di ferite, tanto che lo lasciano per un po’ esposto svestito in modo che tutti potessero vedere quale razza di guerriero se ne fosse andato. E non erano graffi da nulla: alcune di quelle ferite avrebbero ammazzato un toro, ma non Carlo Zen.

Quando, fuori Chioggia, una freccia genovese gli passa il collo da parte a parte, il sangue comincia a zampillare e rischia di morire soffocato, lo mettono su un fianco in modo che sputi il proprio sangue, ma sembra spacciato tanto che chiamano il prete.

Palazzo Zen ai Frari, nel sestiere di San Polo, appartiene ancora alla casata Zen

Invece, venti giorni più tardi, Carlo è di nuovo con la spada in mano a guidare i suoi uomini. Leggenda? Verità? Qualche pennellata di colore non possiamo escluderla, ma quella non risulta nemmeno essere l’unica volta che Carlo Zen, novello Lazzaro, se la cava a buon mercato anziché trapassare. In tempi in cui la medicina poteva fare poco, un fisico eccezionalmente forte era la migliore garanzia per sopravvivere a malattie e ferite, e il fisico di Zen doveva essere davvero fuori dal comune.

Una specie di Highlander, un Iron Man in grado di arrivare a ottantaquattro anni dopo che numerose e diverse armi lo hanno perforato, lasciandolo però sempre in vita.

In ogni caso la sua impresa più grande è stata arrivare il 1° gennaio 1380 davanti a Chioggia con la squadra di Cipro per dare man forte a Vettor Pisani che stava assediando i genovesi.

Non si navigava in inverno, a quei tempi, Zen, evidentemente, oltre che un comandante valoroso era pure un capitano impavido che non esitava a sfidare la natura, in aggiunta agli uomini. E, come spesso accade con gli audaci, la fortuna è dalla sua parte.

Il profilarsi delle galee con il vessillo di San Marco si rivela il fattore decisivo per favorire la definitiva vittoria veneziana (la guerra, comunque, non finisce subito). E sarà una di quelle vittorie destinate a modificare gli equilibri geopolitici, cosa che non sempre accade, basti pensare a Lepanto, dall’esito tanto sfolgorante quanto strategicamente inutile.

La conclusione della guerra di Chioggia a prima vista sembra addirittura favorevole a Genova. Con la pace di Torino dell’8 agosto 1381 Venezia deve smilitarizzare Tenedo, l’isola dell’Egeo posta all’ingresso dei Dardanelli da cui tutto era partito, è costretta a cedere Zara agli ungheresi e Treviso al duca d’Austria.

Un ritratto di Carlo Zen

Genova, invece, non deve rinunciare ad alcun territorio. Tutto bene dunque? Macché.

Come scrive Paola Pettinotti nella sua Storia di Genova, il debito pubblico genovese si è triplicato per sostenere lo sforzo bellico, passando da uno a tre milioni di lire tra il 1340 e il 1380, il doppio di quello veneziano. La repubblica ligure non ce la farà più a uscire dalla morsa del debito e sarà costretta a consolidarlo fondando nel 1407, il banco San Giorgio, di fatto la prima banca pubblica del mondo. Una storia di successo quella del banco: sarà chiuso solo nel 1805, in epoca napoleonica, ma per Genova il prezzo da pagare è altissimo: “Una città spossata dallo sforzo bellico, straziata da guerre interne e che sta per perdere, nel giro di pochi decenni, la propria indipendenza politica”, scrive Pettinotti.

Quindi per quella che sarà chiamata la Superba la sconfitta determinata dalle galee di Carlo Zen è definitiva: non si risolleverà mai più. Certo, la sua storia continuerà lunga e gloriosa, deve ancora arrivare quello che Fernando Braudel chiama “il secolo genovese”, ovvero quei novant’anni (1550-1640) in cui i banchieri genovesi fanno da tesorieri ai re di Spagna e si arricchiscono a dismisura.

Alla città ligure tuttavia sarà riservato un ruolo simile a quello della Germania nel secondo dopoguerra: “gigante economico, ma nano politico”. Genova, dopo la guerra di Chioggia, non giocherà più un ruolo da protagonista tra le potenze europee.

Tra l’altro la figura di Carlo Zen dovrebbe avere maggiore rilievo anche tra gli studiosi di storia militare. Da un lato è il primo a pensare di dotare Venezia di una stabile forza di terra perché essere potenti sul mare non basta più. Fino a quel momento la repubblica non disponeva di una vera e propria fanteria, ma utilizzava nei combattimenti di terra i soldati sbarcati dalle galee, impropriamente chiamati fanti da mar. Dall’altro lato è uno di quei comandanti che amano stare accanto alla truppa: combatte fianco a fianco con i suoi soldati, li anima con il suo vocione che doveva essere poderoso (le cronache non mancano mai di riferire degli incitamenti udibili nel fragore della battaglia), è uno che condivide disagi, pericoli e anche, lo abbiamo visto, ferite, con chi gli sta vicino. Per questo è tanto amato dai suoi quanto temuto dai nemici: la fama nei campi di battaglia si ripercuote, in maniera uguale e contraria, in entrambi i lati degli schieramenti.

Gli Zen sono una famiglia che ha pesato molto nella storia della Serenissima.

Il libro di Nicola Bergamo Carlo Zen. L’eroe di Chioggia, ricostruisce la vita di Carlo, ma portano lo stesso cognome i fratelli Nicolò e Antonio che più o meno nei medesimi anni nei quali Carlo combatte contro i genovesi navigano nell’Atlantico del Nord, al servizio di un nobile scozzese.

Raggiungono l’Islanda, la Groenlandia e con ogni probabilità alcuni insediamenti vichinghi che si trovavano sulla costa dell’odierno Labrador.

Naturalmente gli Zen, così come pure i Vichinghi, non hanno la consapevolezza di essere arrivati in un nuovo continente, ma vedono quei villaggi come una delle tante colonie che i navigatori scandinavi hanno fondato nell’estremo Nord.

Carlo Zen, smesse le armi perché ormai ottuagenario, non smette però di esercitare un’influenza profonda nella sua epoca e anche in quelle successive.

La morte di Carlo Zeno in un’opera di Giuseppe Gatteri

Si dedica alla lettura grazie al fatto che l’eccezionalità del suo fisico non l’ha preservato solo dalle ferite belliche, ma pure dalla presbiopia. Ora passa tutto il suo tempo fra i libri, ma non si accontenta di leggere soltanto. Fonda un circolo culturale, un’accademia, una delle prime dell’intera Europa e si impegna a portare a Venezia i maggiori sapienti del tempo. Fra questi anche un greco piuttosto famoso, Emanuele Crisolora. Lo studioso non riesce, come si proponeva, a riavvicinare le chiese di Roma e Bisanzio, né a formare alleanze per bloccare l’avanzata ottomana. Riesce invece a trasmettere la conoscenza e l’amore per il greco. Insegna greco a Firenze e trascorre anche lunghi periodi a Venezia, ospite proprio di Ca’ Zen.

Crisolora è la scintilla che innesca il fuoco dell’Umanesimo e quindi del Rinascimento. Non sappiamo con precisione in quale attività si sia esplicitato il suo soggiorno veneziano, ma possiamo presumere che abbia anche qui, come a Firenze, influenzato profondamente la vita culturale della città lagunare, e quindi si può ipotizzare che l’influenza esercitata da Venezia sull’affermarsi del Rinascimento sia maggiore di quanto comunemente non venga ritenuto (i legami con Costantinopoli andavano ben oltre la presenza di Crisolora), in un’interpretazione di norma tutta rivolta a occuparsi del versante fiorentino.

Uomo di guerra, uomo di lettere, una figura fuori dal comune, quella di Carlo Zen, eroe di altri tempi.

Alessandro Marzo Magno

Nicola BergamoCarlo Zen. L’eroe di ChioggiaGraphe.it edizioni, 2018

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La fine dello Scisma d’Occidente

“Gaudeamus omnes in Domino!“. Quel 2 luglio 1419, quando il decano del sacro collegio Jean de Brogny prese la parola con lo squillante invito a “gioire tutti nel Signore”, di sicuro molti dei presenti cedettero alla commozione.

Il Cardinale Oddone Colonna di Genazzano salì al soglio pontificio l’11 novembre 1417 e prese il nome del santo del giorno, Martino

Il grande salone del convento fiorentino di Santa Maria Novella era gremito di vescovi e arcivescovi, funzionari di curia, nobili e ambasciatori.

Papa Martino V sedeva sul trono circondato dai suoi cardinali, tra i quali, insignito della porpora solo qualche giorno prima, Baldassarre Cossa.

Era lui la ragione di tanta commozione, lui il motivo per cui la Chiesa tutta era invitata a gioire.

Eletto papa col nome di Giovanni XXIII nel 1410, in pieno Scisma d’occidente, Cossa si era adoperato al massimo delle sue possibilità per relegare nell’ombra gli altri due pontefici rivali, il “romano” Gregorio XII e l’“avignonese” Benedetto XIII, ma la sorte gli aveva riservato una fine indecorosa, con tanto di processo canonico che lo aveva riconosciuto “indegno” del papato, deposto e sbattuto in prigione lontano da tutto e da tutti, nel Palatinato.

Ora, sconfitto e umiliato, si era presentato in ginocchio dal nuovo pontefice universalmente riconosciuto baciandogli i piedi e professandogli obbedienza, e questi lo aveva accolto con misericordia, perdonandolo e reintegrandolo nel sacro collegio col titolo di vescovo di Frascati. Quale migliore occasione per celebrare la fine del “nefasto scisma” e la ritrovata unità della Chiesa?

L’elezione di Martino V a Costanza in un acquarello quattrocentesco

Gli storici hanno sempre fatto coincidere la fine dello Scisma d’Occidente con l’elezione di Martino V, l’11 novembre 1417 a Costanza. Dal punto di vista canonistico è certamente così perché, dopo quasi quarant’anni di divisioni che avevano prodotto fino a tre obbedienze pontificie diverse, quella era certamente la prima elezione accolta senza discussioni in tutto l’universo cristiano.

L’episodio di Santa Maria Novella riveste tuttavia un significato simbolico che è difficile ignorare. Il conclave di Costanza non aveva cancellato di colpo le scorie dello scisma, tra cui, appunto, la detenzione di Baldassarre Cossa, prigioniero del conte Palatino Ludovico di Baviera sin dal giugno 1415.

Dopo quattro anni, a ricordarsi di lui e a chiedersi se non fosse arrivato il momento di tirarlo fuori di lì non era stato il nuovo papa bensì un fiorentino che rispondeva al nome di Giovanni de’ Medici, grande amico e confidente di Cossa, divenuto ricchissimo proprio grazie agli affari conclusi sotto il suo pontificato.

La prima pagina del sermone di Jean de Brogny (Parma, Biblioteca palatina, Ms. Parm. 1194)

L’insistenza del Medici aveva vinto l’opposizione di Martino V, timoroso che una volta libero l’ex papa potesse rivoltarglisi contro e magari rinfocolare lo scisma appena concluso. E invece l’incontro tra i due, i primi giorni di giugno del 1419 a Firenze, era avvenuto in un clima di enorme commozione e perfino incredulità: il papa e il suo predecessore che si abbracciavano piangendo aveva fatto gridare al miracolo molti fiorentini. Martino, balbettando, aveva promesso “cose utili” e “onore” all’uomo che era ai suoi piedi e che nove anni prima lui stesso aveva contribuito, da cardinale, a far diventare vicario di Cristo in Terra. Poi erano arrivati la porpora e quel sermone.

“Dopo avere diretto i suoi passi verso questa sublime città”, scandì il cardinale de Brogny ricordando l’ingresso di Cossa a Firenze poche settimane prima, “lo abbiamo visto con grandissima umiltà prostrarsi ai santissimi piedi dell’erede dell’apostolo, che egli ha riconosciuto come unico e solo pastore universale. Quanta nobiltà d’animo in quest’uomo, che con questo atto ha mostrato di non desiderare il papato ma solo ed esclusivamente l’unità della Chiesa. E con quanto giubilo esalteremo il nostro pontefice e signore, che Dio stesso ha scelto nel mondo per il suo misterioso disegno e nella cui persona è ora riunita la cristianità tutta intera?”.

Brogny aveva ragione: tutti potevano finalmente tirare un sospiro di sollievo. Ora, lo scisma e le sue scorie si erano davvero dissolti.

Mario Prignano

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Sanluri, la conquista della Sardegna

Una mattina di luglio a Barcellona, mentre si celebravano le Corti, giunse la notizia che Martino il giovane, re di Sicilia e figlio di re Martino, aveva sconfitto i sardi e i loro alleati genovesi e francesi, nella battaglia di Sanluri. Con i suoi 11.000 uomini aveva avuto la meglio su almeno 20.000 nemici.

La battaglia di Sanluri in un dipinto di Giovanni Marghinotti, uno dei maggiori esponenti dell’arte figurativa del’Ottocento sardo

L’isola di Sardegna, da sempre indisciplinata e ribelle al potere catalano, era stata domata dal giovane principe che aveva così eguagliato le prodezze e le gesta dei suoi predecessori. Appoggiato dall’esercito siciliano e dalla flotta di Barcellona, accorsa in aiuto, aveva riconquistato la Sardegna.

Re Martino, quel giorno, fa sciogliere le campane e ordina festeggiamenti e processioni per rendere grazie a Dio che aveva concesso la vittoria, mentre il clero inizia una novena nella cattedrale di Barcellona. Il popolo festeggia.

Un presunto ritratto di Eleonora d’Arborea nella chiesa di San Gavino, non lontana da Sanluri

La conquista della Sardegna La battaglia di Sanluri (o Sa Battalla de Seddori in sardo) è ricordata come uno dei più cruenti e terrificanti scontri avvenuti in Sardegna. Da una parte il giovane Martino e l’esercito catalano-aragonese, dall’altra Guglielmo III di Narbona e le truppe del regno d’Arborea.

Dopo la morte di Eleonora d’Arborea e poi di Mariano V nel 1407, la corona d’Aragona aveva messo gli occhi sulla Sardegna e Martino il Giovane, re di Sicilia, era salpato dalle coste siciliane con 150 navi alla volta di Cagliari il 6 ottobre del 1408 per conquistare l’isola.Le operazioni militari erano rimaste ferme fino all’estate dell’anno successivo. Il francese Guglielmo III, visconte di Narbona al quale il Parlamento aveva riconosciuto la legittimità dei diritti sul Giudicato, però, non era riuscito a conquistarsi la stima e la fiducia dell’esercito. Consapevole di non possedere una forza coesa, Guglielmo all’inizio del 1409 aveva cercato di trovare un accordo con gli aragonesi. Riuscendo solo ad indispettire i sardi.

Così quando Martino il giovane, all’alba del 30 giugno 1409 si presentò sul campo di battaglia con 8mila fanti e 3mila cavalieri catalani, valenzani, balearini e siciliani, Guglielmo III dovette accettare battaglia, forte dei suoi 17mila fanti arborensi, seppure mal addestrati e peggio armati, 2.000 cavalieri francesi e 1.000 balestrieri genovesi. Il luogo dello scontro era la piana a sud del borgo fortificato di Sanluri.

La battaglia Martino il giovane era partito da Cagliari con l’esercito il 27 giugno del 1409. Seguendo un percorso che costeggiava fiumi e corsi d’acqua, per combattere il clima torrido della Sardegna (lo studioso Jerònimo Zurita lo paragona alla condizione atmosferica della Berberia in Africa). L’esercito procedeva con il capitano Pietro Torrelles in avanguardia con 1.000 uomini d’arme e 4mila soldati. Al centro il re con la cavalleria e poi la retroguardia guidata da Bernardo de Cabrera e Bernardo Galcerando de Pinós. Dopo tre giorni di viaggio la colonna si fermò a poche miglia dalla piana di Sanluri e pose il campo per la notte. Gli esploratori confermarono che le truppe sarde erano rinserrate nel borgo di Sanluri.

All’alba di domenica 30 giugno, l’esercito di Martino lasciò dall’accampamento e, marciando in ordine di battaglia, si portò ad un miglio a sud est di Sanluri. Uscendo allo scoperto dopo aver aggirato un poggio, gli aragonesi si trovarono di fronte all’esercito di Guglielmo III, già schierato nei pressi della fortificazione.

Come in tutti gli scontri dell’epoca medievale prima della battaglia si susseguono riti e nomine di cavalieri, compreso il gesto del cavaliere Ramon de Bages che cavalca con lo stendardo reale fino al sommo di una collina, proprio davanti ai soldati sardi, seguito da tutte le genti del re Martino, congelando le posizioni prima della battaglia. Terminate le cerimonie di investitura dei cavalieri, Martino il giovane dà ordine al suo araldo, Sagur de Pertusa, di dare inizio alla battaglia.

L’esercito aragonese, meglio addestrato, si dispone con i pavesai e i balestrieri al centro, mentre la cavalleria viene destinata alla destra dello schieramento e i lancieri e la fanteria, pesante e leggera, occupano la parte sinistra del fronte. Ad una parte della cavalleria viene dato ordine di tenersi pronta a smontare e combattere appiedata nel caso i sardi avessero attaccato le linee aragonesi.

Non esistono cronache precise dello scontro né della sua durata, anche se lo Zurita parla di “buon espacio” indicandone l’arco temporale di svolgimento e confermando che, comunque, la battaglia fu cruenta e con un gran numero di morti (tra i 5 e i 7mila).

Il mausoleo di Martino nella cattedrale di Cagliari

Le truppe aragonesi attaccarono quelle arborensi puntando al centro dello schieramento avversario e investendolo con tutta la forza possibile. La fronte arborense si ruppe subito in tre tronconi. Guglielmo III fuggì verso nord con la sua guardia, trovando rifugio nel castello di Monreale, mentre una parte dell’esercito ripiegava sul borgo fortificato di Sanluri, non sapendo che la retroguardia aragonese già lo stava assediando. La fortificazione non resse e molti furono i morti e i prigionieri, anche tra la popolazione civile. Sempre lo Zurita così descrive l’episodio: “vi irruppero con la forza e lo misero a sacco, e morirono nel borgo circa mille uomini fra genovesi e sardi, e il castello fu espugnato e occupato”.

Il terzo troncone dell’esercito sardo si diresse a sud, tentando di mettere in mezzo tra sardi e aragonesi il Rio Mannu. Il fiume era in piena e gli arborensi si trovarono bloccati sull’altura che ancora oggi è chiamata S’Occidroxiu, cioè il macello; segno della grande strage che vi venne effettuata.

Martino il giovane era padrone della Sardegna. Un successo che, per lui, durò molto poco. Attraversando il fiume Mannu, infatti, poco prima della battaglia, contrasse la malaria che iniziò a manifestare i primi segni mentre faceva rientro a Castell de Càller.

Martino morì a Cagliari il 25 luglio e venne seppellito nella cattedrale di Cagliari, dove ancora oggi si può vedere il suo mausoleo. Una leggenda narra che il giovane re sia stato consumato dalle prestazioni amorose alle quali lo costringeva una giovane e bella prigioniera di Sanluri.

Umberto Maiorca

Le conseguenze La battaglia segnò la fine del regno d’Arborea e il passaggio della Sardegna sotto il dominio aragonese-catalano, secondo quanto stabilito da papa Bonifacio VIII tramite la bolla Ad honorem Dei onnipotenti Patris.

Bibliografia: Jerónimo Zurita, Anales de la Corona de Aragón. Zaragoza, Simon de Portonariis, 1585.Graziano Fois , La battaglia di Sanluri, in Milites – Atti del convegno, Saggi e Contributi, Askos, Cagliari, 1996.Andrea Garau, Le strategie militari della battaglia di Sanluri, Deputazione di Storia Patria Sardegna.Franciscu Sedda (a cura di), Sanluri 1409. La battaglia per la libertà della Sardegna, Arkadia, 2019.

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Giuliano l’Apostata, imperatore in direzione ostinata e contraria

Giuliano l’apostolo dell’anticonformismo.

Ribelle, irriducibile, stonato, sempre fuori dal coro, “controcorrente rispetto all’onda della storia” come lo ha definito la studiosa della civiltà bizantina Silvia Ronchey. Costantemente in marcia in direzione ostinata e contraria.

Busto di ignoto diademato, forse Giuliano l’Apostata (360-363 d.C., Museo archeologico nazionale di Atene, Foto: Giovanni Dall’Orto per Wikimedia Commons)

Gli altri si rasano? E lui porta la barba; gli altri fanno la guerra e lui la filosofia, gli altri si tuffano nei nuovi stili della retorica e lui riscopre i classici, gli altri cercano il potere e lui cerca sé stesso, gli altri pensano al teatro e alle danze, e lui pensa a Dio. Gli altri si truccano e si danno le arie, e lui è rozzo e semplice. Gli altri si spartiscono il mondo, lui cerca di elevare la sua spiritualità. Gli altri inseguono la conquista del mondo e lui è un condottiero noglobal. Gli altri si convertono al cristianesimo, e lui torna alla religione ellenica.

In fuga da ogni etichetta, è anticonformista anche nei confronti di sé stesso, coerentemente contraddittorio com’è: serioso e sarcastico, razionalista e superstizioso, semplice e megalomane, pacifico e guerrafondaio, tollerante e teocratico, affascinato da Cristo e nemico del cristianesimo.

Chiamatelo pure l’Apostata, ma lui resta il più fedele e il più religioso dei Cesari. Pagano, sì ma laico no, mai.

Laici erano gli imperatori cristiani, che si erano convertiti solo per tenersi buoni il nuovo potere in piena espansione, per cavalcare l’onda che stava travolgendo il mondo, per domare una fede rivoluzionaria: laico era Costantino, che aveva legalizzato il cristianesimo solo per assumerne il controllo e sfruttarlo per le sue ambizioni politiche.

Giuliano no, Giuliano ci crede davvero, in Dio.

Ma non al Galileo buonista che offre un Paradiso a buon mercato: lui crede a a quello dei avi, a quello che ha creato, guidato, protetto, vegliato l’umanità per millenni: Giuliano riscopre le sue radici, non le rinnega.

Perché lui ci crede profondamente, lui – forse solo lui è rimasto, a crederci davvero – nelle radici.

Non vuole imporre a nessuno un culto che non gli appartiene; non vuole imporlo ai cristiani, ma non vuole nemmeno che i cristiani lo impongano agli altri. Ognuno deve pregare il suo Dio: quella che rifiuta è la globalizzazione del culto: tutti i popoli devono riscoprire le proprie radici; anche gli ebrei, tanto che prova persino a ricostruire il Tempio di Gerusalemme, anche se i lavori – appena cominciati – vengono fermati da un terremoto e non riprendono più.

Il Dio dell’universo – secondo Giuliano – ha affidato a ciascun popolo un proprio protettore. Il problema dei cristiani è che loro, un Dio, non ce l’hanno: perché i cristiani non sono un popolo, ma solo un gruppo di eretici: “Non sono né ebrei né greci, ma appartengono all’eresia galilea” scrive:

“Infatti, in un primo tempo seguirono la dottrina di Mosè poi, apostatando, presero una loro via propria mettendo insieme dagli Ebrei e dai Greci i vizi che a questi popoli furono legati dalla maledizione di un demone; presero la negazione degli dei dall’intolleranza ebrea, la vita leggera e corrotta dalla nostra indolenza e volgarità, e osarono chiamare tutto questo religione perfetta. Ne venne fuori un’invenzione messa insieme dalla malizia umana. Nulla avendo essa di divino, e sfruttando la parte irragionevole dell’anima nostra che è incline al favoloso e al puerile, riuscì a far tenere per veritiera una costruzione di mostruose finzioni”.

In blu: sviluppo del cristianesimo fino al 325; In celeste: sviluppo del cristianesimo fino al 600. (La mappa non riporta accuratamente la conversione al cristianesimo degli Arsacidi d’Armenia del 301 o la cristianità della Britannia – provincia romana – nel 300)

Lo stesso Gesù, d’altra parte, non è certo un’antica e potente divinità:

“È nominato da poco più di trecento anni, senza che nella sua vita abbia fatto alcunché di memorabile, a meno che non si considerino grandi imprese aver guarito zoppi e ciechi e aver esorcizzato indemoniati nei paesucoli di Betsaida e di Betania”.

È però vero che anche Gesù è considerato dai Cristiani un dio, ma si tratta di una deviazione dalla stessa tradizione apostolica. E Giuliano, che il cristianesimo lo ha studiato a fondo, lo sa bene:

“Che Gesù fosse Dio non osò dirlo né Paolo, né Matteo, né Luca, né Marco, ma solo l’ineffabile Giovanni, quando vide che già molta gente, in molte città di Grecia e d’Italia, era presa da questo contagio”.

In compenso che i cristiani fossero già dissoluti in origine lo dimostra lo stesso Paolo, quando rivolgendosi ai suoi discepoli, scrive che

“né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapinatori erediteranno il Regno di Dio. E voi non ignorate queste cose, fratelli, perché anche voi eravate così”.

Flavio Claudio Giuliano è nato a Costantinopoli nel 331, nel mezzo di quei settant’anni che separano la legalizzazione del cristianesimo dalla sua imposizione come religione ufficiale dell’impero. Si chiama Flavio come tutti i membri della famiglia di Costantino, Claudio come il fondatore della dinastia Claudio il Gotico, e Giuliano come il nonno materno.

La madre Basilina muore pochi mesi dopo il parto: si dirà poi che aveva sognato di dare alla luce un nuovo Achille. Giuliano porterà con sé la nostalgia di una figura che non ha mai conosciuto e le dedicherà un giorno una città di nuova fondazione: Basilinopoli.

Suo padre è Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino e tra i suoi possibili eredi. Ma nemmeno lui vedrà crescere il figlio: quando Costantino muore improvvisamente nel 337 la situazione precipita nel caos. Il figlio Costanzo II arriva subito a Costantinopoli per organizzare i funerali e prepararsi alla successione, ma i pretendenti al trono sono fin troppi. Così, per fare un po’ di pulizia vengono massacrati gran parte dei parenti del defunto imperatore, tra cui lo stesso Giulio Costanzo.

Gli unici a sopravvivere alla strage sono Giuliano e il fratellastro Gallo. Oltre al padre vengono uccisi anche il fratellastro maggiore, uno zio e sei cugini.

“Tutto quel giorno fu una carneficina – ricorderà – e per l’intervento divino la maledizione tragica si avverò. Si divisero il patrimonio dei miei avi a fil di spada e tutto fu messo a soqquadro”.

Testa dell’acrolito monumentale di Costantino (274-337), conservata nel cortile del Palazzo dei Conservatori, presso i Musei capitolini a Roma

Divenuto adulto, Giuliano rintraccerà nella bramosia di potere di Costantino l’origine di tutti i mali dei suoi discendenti:

“Ignorante com’era credeva che bastasse avere un gran numero di figli per conservare la sostanza, che aveva accumulato senza intelligenza, non preoccupandosi di fare in modo che i figli fossero educati da persone sagge”.

Chi abbia ordinato la strage non si è mai saputo: ufficialmente è un’iniziativa presa dai soldati stessi, che vogliono sul trono solo figli dell’imperatore. Ma sicuramente Costanzo II non muove un dito per impedirla, né punisce i responsabili. Secondo alcune fonti è stato lo stesso Costantino, in un testamento affidato al vescovo ariano Eusebio, ad accusare i fratellastri di averlo avvelenato.

Quel che è certo è che quando rimane orfano di entrambi i genitori Giuliano ha solo sei anni e viene affidato proprio al vescovo Eusebio, trascorrendo le estati nella villa della nonna a Nicomedia, dove studia retorica e filosofia e viene educato alla religione cristiana.

“In quella profonda calma ci si poteva sdraiare e leggere un libro e di tanto in tanto riposare gli occhi. Quando ero un bambino, quella casa mi sembrava il luogo di villeggiatura più bello del mondo”.

Qui avviene l’incontro con l’eunuco Mardonio, già precettore della madre, che viene incaricato di provvedere alla sua istruzione. Da lui Giuliano apprende la letteratura classica e soprattutto Omero, che gli apre la fantasia sul mondo favoloso dell’epica:

“Il mio pedagogo mi abituava a chiamare serietà l’essere rozzo, saggezza l’essere insensibile, e forza d’animo il resistere alle passioni, e mi ammoniva dicendomi: – Non lasciarti trascinare dai tuoi coetanei che frequentano i teatri ad appassionarti per gli spettacoli. Ami le corse dei cavalli? Ce n’è una bellissima in Omero. Prendi il libro e leggi”.

Successivamente per ordine dell’imperatore viene trasferito insieme al fratellastro Costanzo Gallo nella villa imperiale di Macellum in Cappadocia:

“Che cosa dovrei dire dei sei anni passati in quel podere altrui, come coloro che i Persiani tengono sotto guardia nelle fortezze, senza che nessun estraneo si avvicinasse, né fosse concesso a nessuno degli antichi conoscenti di farci visita? Vivevamo esclusi da ogni serio insegnamento, da ogni libera conversazione, allevati in mezzo a uno splendido servitorame, esercitandoci con i nostri schiavi come con dei colleghi”.

Ritornato finalmente alla corte di Costantinopoli, Giuliano a vent’anni si allontana dal cristianesimo, maturando una concezione religiosa ispirata all’antico politeismo e al misticismo neoplatonico.

Il filosofo Giamblico di Calcide (250 ca. – 330 ca.), esponente di spicco della scuola filosofica del neoplatonismo

Secondo la filosofia neoplatonica – inaugurata da Plotino e proseguita dai suoi diretti allievi Porfirio e Giamblico – tutta la realtà è concepita come emanazione dell’entità divina assoluta, l’Uno: compito supremo dell’uomo è cercare di risalire a quell’unità, giungendo all’assimilazione mistica con il divino, che è possibile raggiungere attraverso la razionalità del pensiero, con la contemplazione o le pratiche magiche.

Giuliano viene descritto “di media statura, con i capelli lisci, un’ispida barba a punta, con begli occhi lampeggianti, segno di viva intelligenza, le sopracciglia ben marcate, il naso diritto e la bocca piuttosto grande, con il labbro inferiore pendulo, il collo grosso e curvo, le spalle larghe, ben fatto dalla testa ai piedi, così da essere eccellente nella corsa”.

È di carattere estroverso, di modi semplici e si fa avvicinare volentieri, senza mostrare l’alterigia e il distacco comuni ai personaggi d’alto rango.

A Efeso Giuliano viene istruito alla teurgia giamblica:

“Sentì parlare – scrive Libanio – degli dei e dei dèmoni che hanno creato questo universo e lo mantengono in vita, apprese che cos’è l’anima, da dove viene, dove va, ciò che la fa cadere e ciò che la risolleva, che cosa sono per essa la prigionia e la libertà”.

Infine, viene iniziato al culto mitralico:

“L’oscurità attraversata da improvvisi lampi di luce – scrive Ignazio Tantilo – lunghi silenzi rotti da mormorii, voci, grida, e poi il frastuono di musiche cadenzate da un ritmo ripetitivo, profumi d’incenso e di altre fragranze, oggetti animati da formule magiche, porte che si spalancano e si chiudono da sole, statue che si animano e tanto fuoco di torce”.

Ufficialmente si dichiara ancora cristiano praticante, ma nella sua villa a Nicomedia si intrattiene con “amici delle Muse e degli altri dei”, tra cui retori, sacerdoti e sacerdotesse.

“Fin da fanciullo – dirà – fu insito in me un immenso amore per i raggi del dio, e alla luce eterea indirizzavo il pensiero tanto che, non stanco di guardare sempre al Sole, se uscivo di notte con un cielo puro e senza nubi, subito, dimentico di tutto, mi volgevo alle bellezze celesti”.

Nel frattempo Costanzo II riesce a impadronirsi di tutto l’impero, mentre Gallo fa una carriera lampante che lo porta a diventare uno dei più stretti collaboratori dell’imperatore, ma finisce per tradirlo ed essere condannato a morte nel 354.

Giuliano, che ha 23 anni, viene convocato dal cugino a Milano.

Durante il viaggio visita la Ilio cantata da Omero, dove Pegasio, un vescovo che si definisce cristiano ma che segretamente adora il Sole, favorisce il culto di Ettore, la cui statua di bronzo “brillava, tutta lucida d’olio” e accompagna Giuliano a visitare il tempio di Atena e la presunta tomba di Achille.

Arrivato a Milano viene accusato di aver tramato con il fratellastro contro l’imperatore e incarcerato per sei mesi. Poi viene esiliato ad Atene, dove arriva nell’estate del 355. Mai esilio fu più gradito:

“Era come se Alcinoo, dovendo punire un Feace colpevole, l’avesse messo in prigione nei propri giardini”.

In Grecia visita le rovine dei templi, partecipa a culti misterici e si intrattiene con sacerdoti, ma conosce anche i futuri vescovi Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo.

“Non prevedevo nulla di buono – scriverà Gregorio – vedendo il suo collo sempre in movimento, le spalle sobbalzanti come piatti di una bilancia, gli occhi dallo sguardo esaltato, l’andatura incerta, il naso insolente, il riso sguaiato e convulso, i movimenti della testa senza ragion d’essere, la parola esitante, le domande poste senza ordine né intelligenza e le risposte che si accavallavano le une con le altre come quelle di un uomo senza cultura”.

Già in autunno viene però richiamato da Costanzo II a Milano. Si affida completamente alla volontà degli dei, che non lo tradiscono: questa volta, infatti, le intenzioni dell’imperatore si rivelano tutt’altro che ostili: Giuliano riceve il titolo di Cesare, sposa la sorella dell’imperatore Elena e viene mandato in Gallia a difendere l’impero dalla minaccia dei Franchi e degli Alamanni.

Elena, figlia dell’imperatore Costantino I e moglie di Giuliano l’Apostata, raffigurata in una moneta romana

Giuliano continua a praticare segretamente i culti pagani, mentre la moglie Elena – come la nonna – è una fervente cristiana; tra i due non c’è idillio né dialogo, e nemmeno eredi: Elena rimane infatti incinta due volte ma una volta perde il figlio durante la gravidanza e l’altra lo partorisce morto.

In Gallia Guliano arriva con 360 soldati e nessuna preparazione militare. La guerra la conosce solo dai libri di Giulio Cesare, ma non ha bisogno di esperienza: l’imperatore – diffidente nei confronti del cugino – gli ha affidato i suoi migliori generali che rispondono del proprio operato direttamente all’imperatore. Solo dopo un anno di guerra Costanzo gli affida finalmente il controllo effettivo della spedizione, e Giuliano non lo delude: dopo aver sconfitto gli alemanni a Strasburgo attraversa il Reno e si riprende tutti i presidi romani che erano stati occupati dal nemico, per ritirarsi poi a Parigi.

“La mia cara Lutezia. I Celti chiamano così la cittadina dei Parisii. È un’isola non grande, posta sul fiume, e un muro la cinge tutta intorno: ponti di legno permettono il passaggio da entrambi i lati, e raramente il fiume cala o s’ingrossa, in generale rimane uguale d’estate e d’inverno, offrendo un’acqua dolcissima e purissima a chi vuole vederla o berla”.

Nella primavera del 358 si spinge fino alle Fiandre per combattere i Franchi, riuscendo a gestire una situazione delicatissima a causa delle poche risorse a disposizione. Le sue non sono vittorie effimere:

“Dopo che ebbe lasciato le provincie occidentali e per tutto il tempo che rimase in vita – scrive Ammiano Marcellino – tutti i popoli si mantennero quieti, quasi fossero stati pacificati dal caduceo di Mercurio”.

Il giovane Cesare non si limita a riconquistare dei territori, ma procede ad una riforma radicale delle amministrazioni, riducendo di due terzi le tasse e riuscendo a farsele bastare in modo molto saggio: da una parte smette di opprimere le zone colpite di guerra e dall’altra di concedere condoni ai ricchi evasori di altre province. Riforma anche la giustizia, presiedendo i processi di appello e pretendendo prove.

“Chi sarà colpevole se basterà negare?” gli dicono: “E chi sarà innocente se basterà accusare?” replica.

Mentre dimostra di essere un eccellente amministratore, inizia anche la sua attività di scrittore, componendo una serie di Panegirici, alcuni dei quali ironicamente dedicati a Costanzo, che definisce “un cittadino sottoposto alla legge, non un monarca al di sopra di essa”. Che potrebbe sembrare un complimento, se non fosse che proprio Costanzo nella sua Lettera al Senato aveva teorizzato una società senza leggi, bastando la figura dell’imperatore a regolare secondo giustizia il civile consesso umano.

Nel gennaio del 360 proprio Costanzo – impegnato nella guerra contro i persiani – chiede a Giuliano di inviargli metà del suo esercito e della sua guardia personale.

Mappa ipotetica di Lutetia Parisiorum (l’antica Parigi) nel 508, tratta dal Traité de la Police di Nicolas Delamare (1705)

“La popolazione di Parigi – scrive Libanio – credeva di essere alla vigilia di una nuova invasione e della rinascita dei mali che erano stati estirpati con grande fatica. Le madri che avevano dato dei figli ai soldati mostravano loro i nuovi nati che allattavano ancora e supplicavano che non li abbandonassero”.

Salutato l’esercito riunito in Campo di Marte, Giuliano si intrattiene con i comandanti per il banchetto dell’addio. Quella notte, grandi clamori si alzano fino alle finestre del palazzo:

“Mentre le grida si facevano sempre più forti e tutto il palazzo era in subbuglio – scrive – chiesi al Dio di mostrarmi un segno, ed egli subito mi accontentò e mi ordinò di cedere e di non oppormi alla volontà dell’esercito”.

La mattina dopo, issato sugli scudi, viene portato in trionfo dai soldati. In una lettera inviata a Costanzo offre un contingente militare limitato e chiede piena autonomia nel governo della Gallia.

È un vero e proprio atto di insubordinazione: Costanzo respinge ogni accordo e gli aizza contro Vadomario, re degli Alemanni:

“Costanzo ci solleva contro i barbari – protesta Giuliano – mi proclama presso di loro suo aperto nemico”.

Nella primavera del 361, arrestato e deportato Vadomario, Giuliano inizia la sua marcia contro Costanzo. Non ha, in realtà, nemmeno bisogno di sconfiggerlo: l’imperatore muore il 3 novembre, a 44 anni e dopo 24 di regno, designandolo – sembra – come suo successore. E Giuliano ricambia la cortesia: l’11 dicembre, appena arrivato a Costantinopoli la prima cosa che fa è tributare tutti gli onori al suo predecessore, anche se poi fa bruciare vivi i consiglieri che erano stati suoi delatori.

La seconda è ordinare di erigere un mitreo nell’interno del palazzo imperiale. Tanto per far capire che l’aria è cambiata. Durante il regno di Costanzo i cristiani hanno acquistato sempre più potere: la religione del Galileo è diventata un’arma nelle mani del figlio di Costantino, che ha sostenuto l’intolleranza nei confronti dei pagani e degli ebrei e si è messo alla guida degli ariani. Giuliano, invece, proclama la tolleranza generale nei confronti di tutte le religioni e di tutti i culti: vengono riaperti i templi pagani chiusi e celebrati i sacrifici, mentre tornano dall’esilio i vescovi cristiani che le reciproche dispute tra ortodossi e ariani avevano allontanato dalle loro città.

Il mitraismo si diffuse nell’area del Mediterraneo orientale intorno al II-I secolo a.C. e venne praticato anche nell’Impero romano dove raggiunse il suo apice tra il III e il IV secolo (nell’immagine: Mitra e il toro in un affresco dal Mitreo di Marino (III secolo)

Non tardano ad arrivare, però, vere e proprie discriminazioni: il 17 giugno 362 emana un editto con il quale stabilisce l’incompatibilità tra la professione di fede cristiana e l’insegnamento nelle scuole pubbliche. Non vuole essere – almeno formalmente – una forma di persecuzione, ma una richiesta di coerenza:

“È necessario che tutti gli insegnanti abbiano una buona condotta e non professino in pubblico opinioni diverse da quelle intimamente osservate. In particolare, tali dovranno essere coloro che istruiscono i giovani e hanno il compito di interpretare le opere degli antichi, siano essi retori, grammatici e ancor più sofisti, poiché questi ultimi, più degli altri, intendono essere maestri non di sola eloquenza ma anche di morale, e sostengono che a loro spetta l’insegnamento della filosofia civile. Trovo assurdo che chi spiega gli scritti di Omero, Esiodo, Demostene, Erodono, Tucidide, Isocrate e Lisia disprezzi gli dèi che quelli onoravano. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono ma, se invece vogliono insegnare, insegnino prima con l’esempio”.

D’altra parte l’incompatibilità tra la cultura greco-romana e il cristianesimo è condivisa da buona parte degli intellettuali cristiani. Non a caso, appena vent’anni dopo, sant’Ambrogio convincerà l’imperatore Teodosio ad abolire i Giochi Olimpici.

“Finora, si avevano molte ragioni per non frequentare i templi e la paura, ovunque avvertita, giustificava la dissimulazione delle vere opinioni sugli dei. Ora, poiché questi dei ci hanno reso la libertà, mi sembra assurdo che si insegni ciò che non si crede giusto. Se i maestri cristiani credono che questi autori si siano sbagliati circa le entità da venerare, vadano allora nelle chiese dei Galilei a spiegare Matteo e Luca. Voi affermate che bisogna rifiutare le offerte dei sacrifici? Bene, anch’io voglio che le vostre orecchie e la vostra parola si purifichino astenendosi da tutto ciò a cui io ho sempre desiderato partecipare insieme con coloro che pensano e fanno quello che io amo”.

Al tempo stesso Giuliano si preoccupa di offrire ai pagani un’alternativa credibile al cristianesimo, e così si adopera per organizzare una vera e propria “chiesa”, con gerarchie che imitano quelle cristiane: al vertice c’è lo stesso imperatore, nella sua qualità di pontefice massimo, seguito da sommi sacerdoti, responsabili ciascuno per ogni provincia i quali, a loro volta, nominano i sacerdoti delle diverse città.

Anche sotto il profilo dell’assistenza sociale la chiesa pagana di Giuliano segue l’esempio di quella cristiana:

“Dobbiamo dividere i nostri averi con tutti, ma più generosamente con i poveri e i derelitti, in modo che possano soddisfare le loro esigenze. E posso aggiungere, senza timore di apparire paradossale, che dovremmo dividere cibo e vestiti anche con i malvagi. Poiché è all’umanità che è in ognuno che noi dobbiamo dare, non al singolo individuo”.

Ecco dunque che la spiritualità dell’Apostata si spinge fino all’assistenza ai detenuti (proibita dall’imperatore pagano Licinio) e all’istituzione di ricoveri per mendicanti, ostelli per stranieri, asili per donne e orfanotrofi.

Antiochia in epoca romana (I-IV sec.) con il tracciato delle mura e i principali monumenti (fonte: Wikimedia Commons)

Nell’estate del 362 Giuliano – deciso a riprendere la guerra mai vinta contro i persiani – si trasferisce ad Antiochia. Qui l’accoglienza è festosa, ma l’idillio finisce presto.

L’incompatibilità di carattere tra l’austero e mistico imperatore e la città frivolissima e a maggioranza cristiana crea subito un corto circuito. Cominciano a circolare persino epigrammi che lo deridono: il suo aspetto è troppo trascurato per essere quello dell’uomo più potente del mondo: la barba è fuori moda, il taglio di capelli rozzo. Gli rimproverano di essere troppo serioso e al tempo stesso troppo alla mano per un imperatore.

Insomma, in definitiva, Giuliano è un cafone che non sa vestirsi né truccarsi, né stare in società, né farsi rispettare. E che, peraltro, non ne azzecca una: il calmiere che impone per abbassare i prezzi degli alimentari finisce per irritare i commercianti che fanno sparire i prodotti dai mercati danneggiando tutti. Non solo, ma è grottesco e paradossale che mentre cerca di risanare l’economia intervenendo a gamba tesa sui mercati, spenda cifre assurde per i sacrifici rituali con cui cerca di ingraziarsi gli dei in vista della guerra.

“Inondò gli altari con il sangue di innumerevoli vittime, giungendo a sacrificare fino a cento buoi per volta – scrive Ammiano Marcellinio – insieme a greggi e a candidi uccelli provenienti da ogni parte dell’Impero, provocando un esborso di denaro inusitato e onerosissimo. Chiunque si dichiarasse, a torto o a ragione, esperto nelle pratiche divinatorie, era ammesso, senza alcun rispetto per le regole prescritte”.

Nei pressi della città si stende, in una valle ricca di boschi e di acque, il sobborgo di Dafne, dove sorge un santuario dedicato ad Apollo, rappresentato da una statua di avorio e lambito dalla fonte Castalia, che la leggenda sostiene essere parlante. Fatto chiudere da Costanzo e andato in rovina, ci è stata costruita sopra una cappella dove è stato sepolto il vescovo Babila.

Giuliano, che prima ancora di arrivare ad Antiochia aveva chiesto di restaurare il tempio, quando in agosto cade la ricorrenza della festa del dio si reca a Dafne ma qui trova una brutta sorpresa: il Consiglio municipale, formato in gran parte di cristiani, non ha preparato alcun festeggiamento.

Le interrogazioni votive di Giuliano non ottengono risposta dalla statua o dalla fonte Castalia, e – consigliato da un sacerdote – si convince che è la presenza del sepolcro del vescovo ad essere responsabile del silenzio degli dei. Così fa riesumare i resti di Babila e li seppellisce ad Antiochia, creando una sollevazione dei cristiani. Poco tempo dopo, nella notte del 22 ottobre il tempio di Dafne viene distrutto da un violento incendio. Le indagini volte a scoprire i responsabili non approdano a nulla ma Giuliano si convince che siano stati i cristiani e per ritorsione fa chiudere la cattedrale di Antiochia.

Maiorina di Giuliano, recto

Poi sfoga la sua rabbia con un libro satirico che esce nel febbraio 363 e che non è altro che una grande invettiva contro Antiochia e i suoi cittadini. E se loro lo deridono per la sua barbetta da capra, lui risponde chiamando il libro Misopogon, ovvero “Il nemico della barba”.

Secondo l’imperatore, Antiochia si presenta come un esempio estremo di polis tryphosa, cioè città preda della tryphè, vocabolo che può essere tradotto con “mollezza di carattere”, “delicatezza”, “voluttuosità”, “indolenza”. Giuliano ce l’ha in particolare con la predilezione degli antiocheni per gli spettacoli teatrali e per le gare all’ippodromo.

Lui, d’altra parte, si vanta di avere sempre evitato il teatro e detestato i ludi circenses e anche per questo si era trovato benissimo in Gallia: perché i celti e i germani, propensi alla frugalità e alla semplicità non potevano in nessun modo apprezzare gli spettacoli teatrali reputandoli grotteschi e osceni:

“Così dunque anche tra i Celti, come il Misantropo di Menandro, io recavo affanni a me stesso. Tuttavia, se la selvatichezza dei Celti sopportava ciò, logicamente lo tollera male una città felice come questa, beata e popolosa di uomini, dove ci sono molti ballerini, molti flautisti, più mimi che cittadini, e dove non c’è rispetto per chi governa”.

“Ai deboli infatti conviene arrossire – scrive sarcastico – mentre ai valorosi, come voi, si addice far baldoria fin dall’alba e gozzovigliare di notte, per non insegnare a parole, ma dimostrare con i fatti, che non vi preoccupate delle leggi; tutti belli, alti, lisci e senza barba, emuli, giovani allo stesso tempo e vecchi”.

“E tu – dice rivolto a se stesso – pensavi davvero che la tua selvatichezza, la tua misantropia, la tua goffaggine, potessero andar d’accordo con tutto questo? Tu, il più idiota e attaccabrighe di tutti gli uomini tanto sciocca e leggera è questa animuccia, che i più ignobili dicono sapiente, da credere di doverla adornare ed abbellire con la saggezza?”

“Mi ha in odio la maggioranza – scrive ancora con amarezza – per non dire la totalità del popolo, che professa l’incredulità negli dèi e mi vede attaccato ai dettami della religione patria; mi hanno in odio i ricchi, a cui impedisco di vendere ogni cosa ad alto prezzo; tutti poi, mi odiano a motivo dei ballerini e dei teatri, non perché io li privi di queste delizie, ma perché a me di queste delizie importa meno dei ranocchi delle paludi”.

“Di tutti i mali – continua l’invettiva – sono io l’autore, perché ho posto benefici e favori in animi ingrati. La colpa è della mia stupidità, non della vostra libertà”.

Mosaico del III secolo nella Necropoli vaticana sotto la basilica di San Pietro, nella volta nel Mausoleo dei Giulii: in una delle ipotesi interpretative, nel mosaico sarebbe ritratta una raffigurazione di Gesù nelle vesti del dio-sole – Apollo-Helios/Sol Invictus – alla guida del carro

Per consolarsi del pessimo rapporto con gli uomini, Giuliano si rifugia in Dio, e in particolare nel dio del Sole, a cui dedica un inno in cui la figura di Helios sembra ricalcare – in realtà – quella di Cristo, Verbo fatto carne.

“Helios Re procedette come unico dio da un dio unico, cioè dal mondo intelligibile che è uno, unifica l’infimo con il supremo, contiene in sé il mezzo della perfezione, dell’unione, del principio vitale e dell’uniformità della sostanza. Nel mondo sensibile è la sorgente di tutti i benefici e racchiude in sé la causa eterna delle cose generate”.

“Helios re universale – prega – donami la tua grazia, una vita buona, una sapienza più perfetta, una mente ispirata e nel modo più lieve e al momento opportuno il distacco dalla vita stabilito dal destino. Possa io salire a lui e stargli accanto per l’eternità, ma se ciò fosse troppo per i miei meriti, almeno per molti e lunghi periodi di anni!”.

Complice anche la scarsa vita sociale, quello di Antiochia è un periodo particolarmente prolifico sotto il profilo letterario: l’imperatore scrittore si cimenta infatti anche con tre libri di polemica anticristiana: Contro i Galilei (ai quali risponderà Cirillo di Alessandria con Contra Iulianum) e con un vero e proprio “kolossal”: la satira I Cesari, che racconta di una festa data da Romolo nella casa degli dèi, alla quale vengono invitati tutti gli imperatori romani. Di ogni Cesare vengono così delineati i molti vizi e le poche virtù: dall’ambizioso Giulio Cesare al camaleontico Ottaviano, Tiberio, grave all’apparenza ma crudele e vizioso, Caligola, “mostro crudele”, Claudio “corpo senz’anima” e l’intrattabile Settimio Severo.

Ogni imperatore si sceglie una divinità protettrice, e Costantino corre subito incontro alla Lussuria che, accoltolo teneramente lo adorna di vesti femminili colorate, lo liscia tutto e lo porta dall’Empietà dove si trovava anche Gesù che si aggira da quelle parti e predica: “Chi è corruttore, assassino, maledetto, rifiutato da tutti, venga con fiducia: lavandolo con quest’acqua lo renderò puro in un attimo”.

Il 5 marzo 363 Giuliano lascia finalmente Antiochia con un esercito di 65mila uomini. Rifiuta il trattato di pace del re persiano Sapore e – accompagnato dal cugino Procopio (“bello, grande e triste – lo descrive Temisto – dalla figura sempre curva, dallo sguardo sempre a terra, che nessuno ha mai visto ridere”) arrivato all’ultimo avamposto romano, nonostante tutti gli auspici siano negativi, si inoltra nel regno sasanide.

Il percorso di Giuliano e del suo esercito, dalla partenza da Costantinopoli alla morte

La spedizione in un primo momento si rivela trionfale: Giuliano conquista una fortezza dopo l’altra, costringendo il nemico a chiudersi tra le mura della capitale Ctesifonte. La città, però, appare imprendibile e l’imperatore rinuncia all’assedio risalendo il Tigri.

La marcia è tormentata dal caldo, dalla guerriglia, dalla sete e dalla fame, perché i persiani bruciano i raccolti nelle terre attraversate dai Romani. Il 16 giugno appare finalmente all’orizzonte l’esercito di Sapore, che però si limita a seguire da lontano le truppe di Giuliano, rifiutando il combattimento aperto e ingaggiando solo brevi incursioni di cavallerie. Il 21 giugno l’esercito romano si ferma a Maranga per una sosta di tre giorni. Giuliano impiega come al solito il tempo libero dalle occupazioni militari leggendo e scrivendo.

La notte del 25 giugno gli sembra di scorgere nel buio della sua tenda una figura: è il Genius Publicus, quello che gli era apparso nell’esaltante notte di Lutetia e lo aveva invitato a non lasciarsi sfuggire l’occasione di prendere il potere. Ora ha però il capo velato a lutto, lo guarda senza parlare, poi si volta e lentamente svanisce.

La mattina dopo, malgrado l’opinione contraria degli aruspici, fa levare le tende per riprendere la marcia. Gli dicono che nella retroguardia è scoppiata una guerriglia; l’imperatore – senza nemmeno indossare l’armatura – accorre a cavallo e si lancia nella mischia quando un giavellotto lo colpisce sul fianco. Cerca subito di estrarlo da solo, ma cade da cavallo e sviene. Portato nella sua tenda, “si rianimò, credette di star meglio, volle le sue armi ma le forze non risposero alla volontà; chiese il nome della località: ‘è Frigia’, gli risposero. Allora Giuliano comprese che tutto era perduto: un tempo aveva sognato un uomo biondo che gli aveva predetto la morte in un luogo con quel nome”.

Le sue guide spirituali gli ricordano il suo destino, fissato dall’oracolo di Helios:

“Quando avrai sottomesso al tuo scettro la razza persiana, inseguendoli fino a Seleucia a colpi di spada, allora salirai all’Olimpo su un carro di fuoco attraverso le vertiginose orbite del cosmo. Liberato dalla dolorosa sofferenza delle tue membra mortali, raggiungerai la dimora senza tempo della luce eterea, che abbandonasti per entrare nel corpo di un mortale”.

Sentendosi soffocare, Giuliano chiede dell’acqua: appena finito di bere perde conoscenza. Ha 32 anni e ha regnato meno di venti mesi.

Statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

“Udite, popoli! – scrive esultante Gregorio di Nazianzio – fu estinto il tiranno, il dragone, l’Apostata, il Grande Intelletto, l’Assiro, il comune nemico e abominio dell’universo, la furia che molto minacciò sulla Terra, molto contro il Cielo operò con la lingua e con la mano”.

Giuliano sarà l’ultimo imperatore pagano. Solo una minuscola pausa nella marcia trionfale del nuovo potere religioso. I cristiani lo sanno e non lo nascondono: oltre a rovesciare altari e distruggere templi, avviano subito la demolizione della figura dell’Apostata, arrivando ad accusarlo di sacrifici umani.

I discepoli e gli amici dell’imperatore, invece, cercano di farsi dimenticare, aspettandosi persecuzioni che – in effetti – non tardano ad arrivare. Solo Libanio – che era stato suo maestro, e poi strettissimo collaboratore – lo celebra e arriva ad accusare un cristiano del suo omicidio.

Nella sua Historia Ecclesiastica, scritta quasi un secolo dopo i fatti, Teodoreto di Cirro racconterà che Giuliano raccolse con le mani il sangue uscito dalla sua ferita e lo alzò al cielo gridando: “Hai vinto, Galileo!”, mentre secondo Filostorgio Giuliano dopo aver raccolto il suo sangue con le mani lo lanciò verso il Sole gridando “Korèstheti” (“Saziati!”) e maledicendo gli altri Dei “cattivi e distruttori”.

Col passare dei secoli, Giuliano l’Apostata diventerà un simbolo contraddittorio – nemico del cristianesimo ma ottimo amministratore, fondamentalista pagano ed emblema laicista – che affascinerà e ispirerà per secoli artisti e intellettuali, da Lorenzo il Magnifico a Voltaire, da Gibbon a Ibsen.

“Col formare non molti, ma anche solo tre o quattro filosofi, tu puoi arrecare al genere umano maggiori benefici di quanto non possano fare parecchi imperatori messi insieme. Quanto a me, sono consapevole di non possedere nessuna speciale virtù, tranne quella di non credere di avere le più belle virtù. Rimetto tutto nelle mani di Dio, così da essere scusato delle mie mancanze e da poter apparire discreto e onesto per gli eventuali successi della mia opera di governo”.

Arnaldo Casali

Da leggere:La rinascita degli dei: opere filosofiche e politiche dell’ultimo grande imperatore pagano, I Dioscuri, 1988. Cirillo di Alessandria, Contra Iulianum, Patrologia Graeca 76 Filostorgio, Historia Ecclesiastica, Berlino 1972 Giamblico, De vita Pythagorica, Stoccarda 1975 Ammiano Marcellino, Res gestae, Berlino 1915 Libanio, OrazioniPolymnia Athanassiadi, Giuliano. Ultimo degli imperatori pagani, Genova, ECIG, 1992 Jacques Benoist-Méchin, L’imperatore Giuliano, Milano, Rusconi, 1979 Luca Desiato, Giuliano l’Apostata, Milano, Mondadori, 1997 Goffredo Coppola, La politica religiosa di Giuliano l’Apostata, Bari, Edizioni di Pagina, 2007 Maria Carmen De Vita, Giuliano imperatore filosofo neoplatonico, Milano, Vita e Pensiero, 2011 Giovanni Filoramo, La croce e il potere, Roma-Bari, Laterza, 2011 Giuliano, Contra Galilaeos, Lipsia 1880 Nello Gatta, Giuliano Imperatore. Un asceta dell’idea dello Stato, Padova, Ar, 1995 Ignazio Tantillo, L’imperatore Giuliano, Roma-Bari, Laterza, 2001Voltaire, Dizionario filosofico, Milano, Mondadori, 1955 Edward Gibbon, The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, 6 voll., London, Strahan & Cadell 1776-1789 Arnaldo Marcone, Giuliano. L’imperatore filosofo e sacerdote che tentò la restaurazione del paganesimo, Salerno editrice, 2019Henrik Ibsen, Imperatore e Galileo, 1873Joseph Bidez, Vita di Giuliano Imperatore, (1930), Rimini, Il Cerchio, 2004

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Sluys, l’Inghilterra annienta la flotta francese

“La guerra si aprì con buoni auspici per l’Inghilterra. Il 24 giugno 1340, Edoardo con la flotta inglese incontrò alle foci dello Zwin, presso Sluys, la flotta nemica e con l’aiuto dei fiamminghi le inflisse una così completa disfatta che per 30 anni nessuna nave da guerra francese osò più farsi vedere nelle acque dominate dalla flotta inglese. Il risultato fu della massima importanza, perché soltanto dopo l’eliminazione della squadra nemica l’Inghilterra acquistò la possibilità di sostenere la guerra sul continente” scrive Norman Davies in Isole. Storia dell’Inghilterra, della Scozia, del Galles e dell’Irlanda.

Una miniatura della battaglia di Sluys conservata nella Biblioteca nazionale di Francia

Sluys, o battaglia dell’Ecluse, è la prima battaglia della guerra che è passata alla storia come dei Cento anni. Uno sconto navale, ma che ebbe negli arcieri di re Edoardo, imbarcati sui vascelli inglesi, l’arma vincente. I longbowmen dimostrarono, per la prima volta, ribadendolo a Crécy e ad Azincourt, quando fosse micidiale la scarica di frecce in grado di penetrare le pesanti armature dei cavalieri francesi. A loro volta i francesi non compresero, da questo primo scontro, il vantaggio strategico e tecnologico degli inglesi, perseverando a scontrarsi con l’arco lungo solo con cariche di cavalleria pesante.

L’antefatto “Con il pretesto di allestire una crociata, Filippo VI aveva radunato una flotta stabile all’estuario dello Zwin in Sluys, nelle Fiandre, ma dopo una serie di vittoriose incursioni inglesi, in particolare quella del gennaio 1340 che distrusse 18 galee a Boulogne, gli rimanevano 4 galee francesi e due genovesi, 22 chiatte insieme con 222 navi. Nel giugno del 1340, ritenendo che dall’altra parte della Manica si stesse preparando un’invasione gli inglesi sferrarono un furioso attacco” contro il quale il re di Francia non seppe opporre un valido piano, temendo di perdere troppe navi e rimanendo sulla difensiva, pur disponendo delle “galee comandate da Egidio Boccanegra e dai suoi capitani [che] avevano libertà di manovra, a vela o a remi. La loro forza erano l’agilità e la rapidità, nonostante l’imponente stazza. Se quelle temibili imbarcazioni si fossero scontrate con le lente, impacciate cocche di Edward, ci sarebbe stata una strage di inglesi e la vittoria francese sarebbe stata certa” secondo Nicholas Harris in A history of the Royal navy.

La cronaca della battaglia Il re d’Inghilterra prese il mare con “l’intento di arrivare nelle Fiandre” per fare la guerra contro francesi. La flotta partì dal fiume Tamigi e prese la via di Sluys “nel pieno dell’estate del 1340” (Harris, anche citazioni seguenti). A fronteggiare il re c’erano i francesi “sir Hugh Quieret, sir Peter Behuchet e Barbevaire, e oltre sei grandi navi, oltre ad altre; ed erano di Normanni, Bidaus, Genoways e Picards circa in numero di quarantamila”.

In realtà quando si parla di numeri, in età medievale, non si può mai essere certi. Secondo gli studi più recenti la flotta francese era composta da “140 navi da guerra cariche di truppe e di centinaia di navi minori, mentre gli anglosassoni hanno 117 navi cariche di soldati appoggiate da 250 navi trasporto” per almeno 16mila uomini armati.

Edoardo III nelle vesti di fondatore dell’Ordine della Giarrettiera (opera di William Bruges, 1375 – 1450)

Edoardo III e il suo esercito “vennero a vela fino a quando non si trovarono davanti a Sluys” e ai suoi occhi si parò davanti “un numero così grande di navi che i loro alberi sembravano essere un grande bosco”.

Il re chiese al comandante della nave reale di chi fossero quelle navi e chi vi si trovasse sopra. Il comandante rispose che erano “normanni deposti qui dal re di Francia” gli stessi che avevano dato “gran dispiacere” a Bath e ad Hampton, oltre ad aver catturato “la tua grande nave, il Christofer”. Al ché re Edoardo, compiaciuto, rispose: “Ah, ho desiderato a lungo combattere con i francesi, e ora combatterò con alcuni di loro per grazia di Dio e di San Giorgio; perché veramente mi hanno fatto così tanti dispiaceri, che mi vendicherò”.

La flotta inglese, quindi, si prepara alla battaglia. Il re ordina le sue navi: l’ammiraglia in testa, “ben fornita di arcieri” e scortata da altri due navigli con uomini d’arme e arcieri imbarcati. Il piano inglese prevede lo schieramento di “un’altra battaglia”, cioè un altro fronte, più distanziato, ma pronto “per confortare tutti quelli che erano più stanchi, se necessario” e sempre con gli arcieri in prima linea. Il Froissart, nella sua cronaca della battaglia di Sluys (per gli inglesi) o de L’Elcuse (per i francesi) ricorda come ci fosse “un gran numero di contesse, donne, mogli di cavalieri e altri damigelle” alla cui protezione il re mise “trecento uomini d’armi e cinquecento arcieri”.

Schierate le “battaglie” il re e i suoi marescialli tirarono “su le vele e arrivò con un quarto di vento per avere il vantaggio del sole, e così alla fine si voltarono un po’ per ottenere il vento a volontà”. I francesi, di fronte a questa manovra, “si meravigliano” e alcuni dicono: “Pensano di non incontrarsi per intromettersi con noi, quindi torneranno”. Avevano visto gli stendardi del Plantageneto e non potevano pensare che fuggisse. Così da “saggi e bravi uomini di guerra sul mare” prepararono la flotta allo scontro. In prima linea c’era il Christofer, “quello che avevano vinto l’anno prima … con molte trombe e strumenti”. I francesi decisero di non seguire i consigli del genovese Barbavara e rimasero all’ancora, legando le navi l’una all’altra, con cavi e cime a formare una piattaforma su cui potessero combattere agevolmente balestrieri e uomini d’arme. Le navi furono incatenate “come una fila di castelli” (Froissart).

Gli inglesi, che navigano con un vento da ovest che li avrebbe portati allo scontro con il sole in faccia, quindi “fanno rotta verso il largo, illudendo per un istante i nemici; ma la manovra serve loro entrare nell’estuario col favore del vento. Solo Barbavara va incontro agli avversari, per non farsi schiacciare verso la costa. Le sue saranno le poche navi a sfuggire al nemico”. Quando lo scontro è quasi terminato, il Barbavara si sgancia e le sue navi “sono inseguite da John Crabbe, ma deve desistere per la difesa genovese”. Il comandante genovese verrà sospettato di tradimento. L’ammiraglio Giovanni Barbavara da Porto Venere, però, aveva ammonito il Quieret “non aspettare il nemico all’ancora”. Grandi onori avrebbe, d’altronde conquistato, dall’anno successivo in qualità di ammiraglio di Castiglia.

A “mezzogiorno la flotta d’invasione giunge a contatto con quella francese che ha schierato le navi più grandi in prima linea”. Gli inglesi sopraggiungono con la forza del vento sullo schieramento francese, immobile in mezzo al golfo. Subito si “scatena un fitto lancio di proietti. Gli arcieri britannici da una parte e i balestrieri francesi” e genovesi dall’altra (alcuni fonti parlano di 20mila balestrieri imbarcati nel 1340, cioè la metà della forza militare marittima del re di Francia) scagliano dardi e frecce in continuazione. La velocità e la potenza di fuoco inglese è, però, maggiore e riesce ad avere la meglio degli avversari. Il vice-ammiraglio transalpino “Beuchet riesce a raggiungere la nave di Edoardo e a ferire alla coscia” il monarca (per questo, preso prigioniero, sarà impiccato alla fine della battaglia).

I navigli si toccano e si aggrovigliano, tenuti insieme da “grandi ganci e pinze di ferro” e “gli uomini d’armi” iniziano il corpo a corpo: “gli arcieri tiravano senza tregua, i francesi indietreggiavano passando di nave in nave, calpestando morti e feriti. Gli inglesi avanzavano, colpendo i francesi scampati alle frecce con picche e spade”.

Gli schieramenti nella battaglia di Sluys in una mappa di John Fawkes (fonte: https://www.britishbattles.com/one-hundred-years-war/battle-of-sluys/)

“Ci furono molte opere di armi compiute, prese e salvate di nuovo, e alla fine il grande Christofer fu vinto per la prima volta dagli inglesi, e tutto ciò che vi era contenuto fu preso o ucciso” scrive il Froissart e poi “ci furono grandi rumori e pianti” perché sul mare “non c’è salvataggio né fuga; non c’è altro rimedio se non quello di combattere e rispettare la fortuna, e ogni uomo ha mostrato la sua abilità”. Quattromila armigeri e “12.000 arcieri inglesi sono protagonisti della battaglia navale” e, saltando di nave in nave “si impadroniscono di quasi tutta la flotta francese. Solo la quarta linea delle navi francesi si salva fuggendo”.

Al calar del sole la battaglia volge al termine, ma non può dirsi finita: durante “la notte 10.000 fiamminghi salgono da terra sulle navi francesi e massacrano gli equipaggi nel sonno” tanto che per il numero di uccisi e affogati si “disse i pesci avrebbero potuto imparare il francese”.

Per i francesi non c’è scampo, nonostante siano quattro contro uno, rimangono “uccisi e annegati”, mentre gli inglesi si coprono di gloria, come “il conte di Derby, Pembroke, Hereford, Huntingdon, Northampton e Gloucester, sir Raynold Cobham, sir Richard Stafford, il signore Percy, sir Walter di Manny, sir Henry di Fiandre , sir John Beauchamp, il signore Felton, il signore Bradestan, il signore [John] Chandos, il signore Delaware, il signore di Multon, sir Robert d’Artois chiamato conte di Richmond” (Froissart). Lo stesso Edoardo III, in una lettera annotata nel De bello aquatico, ricorda che “nessuno viene preso in vita e i cadaveri vengono gettati in mare e tutta la costa delle Fiandre ne è piena”.

Il re Edoardo festeggia sulla sua nave per tutta la notte, “con un gran rumore di trombe e altri strumenti” e Jaques d’Arteveld davanti a tutti dichiara “che diritto aveva il re d’Inghilterra sulla corona di Francia”. Secondo le stime più attendibili “i francesi perdono 15.000 uomini e 170 navi. Beuchet viene impiccato per lesa maestà per aver ferito il re (anche se il dardo sembra sia stato scagliato da un mercenario genovese), Quieret viene decapitato. La vittoria di Edoardo è costata gli inglesi 9.000 caduti”.

Conseguenze “L’anno seguente il Plantageneto prese a fregiarsi del doppio titolo di re di Francia ed Inghilterra aggiungendo i gigli sul suo stendardo con il leone” (Frediani).

La battaglia di Sluys, con la distruzione della flotta francese, conferì all’Inghilterra la supremazia sul mare e la possibilità di sbarcare truppe sul continente con facilità per tutta la durata della guerra dei Cento anni.

Umberto Maiorca

Bibliografia: Lettera di re Edoardo III al duca di Cornovaglia, datata 28 giugno 1340, Archivi della città di Londra, registro F, folio 39.Rivista marittima, anno XIX, Secondo trimestre 1886, Roma.Norman Davies, Isole. Storia dell’Inghilterra, della Scozia, del Galles e dell’Irlanda, Mondadori.Andrea Frediani, La storia del mondo in 1001 battaglie, Newton Compton.Charles de la Ronciere, Histoire de la Marine Française, Paris, Librarie Plon, 1899.Nicholas Harris, A history of the Royal navy, London, Richard Bentley, 1847.

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La lotta per le investiture, una rivoluzione medievale

Nel 1872 Otto von Bismarck in un celebre discorso di fronte al Reichstag dell’Impero tedesco da poco proclamato affermò che non avrebbe chiesto perdono per aver ritirato la propria rappresentanza diplomatica in Vaticano:

Noi non andremo a Canossa né con il corpo né con lo spirito.

Dal 25 giugno sarà in libreria “La lotta per le investiture (998-1122). Una rivoluzione medievale”. L’ultimo libro di Nicolangelo d’Acunto, edito da Carocci, affronta una nuova ipotesi storiografica: quella per cui il conflitto tra impero e papato nel corso dell’XI secolo fu la prima rivoluzione dell’Occidente

La politica del Kulturkampf avrebbe confermato questa impostazione rigidamente avversa al cattolicesimo e l’espressione “andare a Canossa” sarebbe diventata di uso corrente per indicare l’atto di pentirsi e di chiedere umilmente perdono, ammettendo i propri errori. Oggi sarebbe guardato con sorpresa il politico che alludesse a una misteriosa gita avente per meta una località nota forse solo agli utenti più assidui dell’autostrada del Sole per l’uscita denominata appunto Campegine-Terre di Canossa.

Segno dei tempi mutati e dello scarso radicamento della cultura storica nel sentire comune, ma tra Otto e Novecento non meritava nessuna spiegazione l’allusione all’umiliazione inflitta dal papa Gregorio VII all’imperatore Enrico IV, lasciato a vagare per tre giorni in mezzo alla neve, in veste di penitente, vicino al castello di Canossa nell’inverno del 1077, con la speranza di ottenere il perdono del pontefice.

L’episodio di Canossa costituisce uno di quegli eventi-cesura che, come per esempio la presa della Bastiglia, scandiscono e sintetizzano il significato di ogni rivoluzione che si rispetti. Non una battaglia o uno scontro violento, ma in questo caso una mise en scène dalla fortissima valenza rituale e simbolica, causa e sintomo di quello che, in un testo di qualche anno fa, Stefan Weinfurter definiva “die Entzauberungder Welt”, il disincanto del mondo, di fronte a un potere politico umiliato e desacralizzato.

Sotto le mentite spoglie di una riforma, il papato stava realizzando una rivoluzione, che come tale fu concepita anche da molti contemporanei e che contribuì nell’immediato alla crisi irreversibile dell’Impero, gettando le basi nel lungo periodo della specificità occidentale.

Si trattò di una rivoluzione vera e propria o siamo di fronte a una forzatura storiografica, all’ennesimo uso analogico o metaforico di un’espressione a effetto?

In altre parole e più in generale: è possibile trovare nel Medioevo delle rivoluzioni? In esse la modernità ha trovato le tappe fondamentali della sua costruzione. Possiamo anzi dire che la rivoluzione in quanto tale sia stata considerata come una sorta di principio di individuazione della modernità, che si definisce spesso in contrapposizione con un Medioevo sostanzialmente statico e incapace di vere rivoluzioni.

Enrico IV a Canossa in un dipinto del 1862 di Eduard Schwoiser

È ancora accettabile questa visione fortemente ideologica oppure, proprio abbattendo questa barriera artificiale, possiamo interpretare la stessa modernità come la continuazione di molte esperienze fondamentali dell’Occidente medievale?

Secondo Paolo Prodi, che non nutriva alcun dubbio sulla natura rivoluzionaria della cosiddetta riforma del secolo XI, altrimenti detta lotta per le investiture, il tratto saliente della storia dell’Europa andava cercato nella “rivoluzione permanente”, proprio perché l’ordine politico nato con le rivoluzioni americana e francese si configurava nella sua riflessione a larghe spanne cronologiche come il risultato di un processo avviatosi molto prima della nascita delle costituzioni moderne, quando appunto nel secolo XI venne elaborata la divisione dei poteri fondata sulla desacralizzazione del potere sovrano e sulla “sostituzione della sacralità con il patto politico come legittimazione del potere”.

Tale dualismo fra il potere politico e il potere sacro “produsse un continuo movimento dialettico: da una parte la politica secolare, dall’altra la Chiesa; da una parte l’imperatore, i sovrani, le città, dall’altra il sistema dei sacramenti (in particolare la confessione dei peccati) che si sviluppa nel secolo XII sotto il controllo di Roma”.

Nel pensiero di alcuni polemisti anti-imperiali del secolo XI il potere politico si configurava ormai come un fenomeno intramondano, privo di ogni aura di sacralità, essendo solo il risultato dell’accordo revocabile tra i detentori dell’autorità e i loro sudditi:

Venendo a mancare l’identificazione fra il sacro e il potere politico non soltanto si sviluppa l’idea di rappresentanza ma anche l’idea che il tiranno possa essere abbattuto quando viene meno al patto fondamentale con il suo popolo o quando non possiede i titoli di legittimazione ritenuti necessari […]. Si apre così la strada a quello che sarà il primo processo legale a un sovrano nella storia dell’umanità, alla condanna a morte di Carlo I nel 1648 [1649, N.d.A.] e alla prima rivoluzione inglese.

Anche Marc Bloch considerava il tramonto del mito dei re taumaturghi alla fine del Medioevo come una vittoria postuma di Gregorio VII.

Più che di un programma “gregoriano” preferiamo oggi parlare di una pluralità di orientamenti riformatori a volte profondamente divergenti dalla visione di Gregorio VII, che costringono a un continuo corpo a corpo con le fonti e con la storia dei singoli contesti in cui si frammentò questa complessa vicenda.

Le spoglie di Gregorio VII nella cattedrale di Salerno

Nonostante tale visione assai poco rassicurante possiamo però considerare i Dictatus papae e le lettere di Gregorio VII come il manifesto di un preciso orientamento ideologico dei riformatori che, pur non costituendo il punto di arrivo di un processo di elaborazione teorica unilineare maturata a partire dal 1046 (come invece voleva Augustin Fliche in un libro famoso che si intitolava appunto La réforme grégoriennne), si sarebbe tuttavia rivelato in grado di porre con una forza inedita il tema della superiorità del papato su ogni altra autorità terrena. Esso realizzava “in se stesso l’idea dell’Impero come vertice universale di potenza e come tribunale supremo di tutti i potenti, con formulazioni di una chiarezza giuridica – si pensi alla rivendicazione, in forma esclusiva, della “depositio” di vescovi e re – che l’Impero non aveva mai conosciuta”.

Giacché la costruzione degli oggetti storiografici non è mai casuale, ma risponde sempre alle esigenze fondamentali della coscienza che le società maturano degli elementi strutturali della propria identità, la pluralità di etichette (lotta per le investiture, riforma gregoriana, riforma ecclesiastica) all’ombra delle quali è stato narrato il convulso succedersi di avvenimenti, di improvvise svolte dottrinali e giuridiche, di scontri militari e di grandi cambiamenti sistemici che si verificarono nel secolo XI è di per sé significativa da un lato della complessità di tali fenomeni, che in sede storiografica occorre ricondurre a una semplificazione che li renda in qualche modo intelligibili, dall’altro dell’importanza che quella grande svolta riveste nella storia europea in tutte le sue componenti essenziali.

Secondo Jack Goldstone, autore di una sintesi molto efficace sulla storia delle rivoluzioni, perché una nuova ideologia produca azioni rivoluzionarie è necessario che si verifichi un cambiamento nelle posizioni delle élite in grado di aprire nuovi spazi e opportunità per le masse, mobilitate intorno a nuove credenze.

Infatti le nuove ideologie sono una parte della storia delle rivoluzioni, ma da sole non bastano per produrre il cambiamento rivoluzionario.

L’ideologia “gregoriana” restò un fatto elitario o coinvolse le masse, incidendo cosi sulle strutture fondamentali della società? A questa domanda possiamo rispondere considerando che la guerra tra i riformatori gregoriani e l’Impero fu combattuta con le armi vere e proprie, ma fu pure una war of words, di parole scritte e declamate, e di idee che dal chiuso delle corti prorompevano con forza inusitata nelle piazze e nelle chiese delle città, coinvolgendo per la prima volta le masse popolari, che fino ad allora avevano assistito passivamente ai rivolgimenti della grande storia del Medioevo occidentale.

I cosiddetti “gregoriani” non solo catalizzarono buona parte delle élite europee attorno a un’ideologia dai contenuti oggettivamente eversivi dell’ordine ereditato dalle generazioni precedenti, ma la diffusero capillarmente, come avviene in ogni rivoluzione che si rispetti, grazie a forme di comunicazione anch’esse nuove e mai fino ad allora sperimentate in Occidente, mobilitando specialmente in Italia le masse cittadine attorno a un progetto di Chiesa che era anche un progetto di società.

L’Europa intorno all’anno Mille (foto: Storia digitale Zanichelli)

Ne derivò una trasformazione profonda della struttura ecclesiastica e, insieme con essa, del potere politico, che si articolò in forme nuove che portarono al rafforzamento delle cosiddette monarchie nazionali e, in Italia centrosettentrionale, alla nascita dei Comuni.

Harold J. Bermann parla senza mezzi termini di “rivoluzione pontificia del 1075-1122”, ma osserva che

fu chiamata a quel tempo riforma, la reformatio del papa Gregorio VII, generalmente tradotta in termini moderni con Riforma gregoriana, così continuando a celare il suo carattere rivoluzionario.

Non è vero che i contemporanei usassero l’espressione reformatio di papa Gregorio VII, ma possiamo invece tranquillamente confermare che questa e altre rivoluzioni medievali non erano “narrabili”, poiché ogni progettualità oggettivamente innovatrice andava nascosta sotto il velo della reformatio, della riforma intesa come ritorno a una forma, a un modello considerato oggettivamente migliore. La civiltà medievale aveva infatti grandi problemi quando doveva confrontarsi con il cambiamento, o meglio, quando doveva pensarlo e dirlo, poiché ogni cambiamento veniva avvertito come intrinsecamente negativo.

Non a caso nel secolo XI paradossalmente la rivoluzione non era invocata o narrata da coloro che la facevano, i quali avevano tutto l’interesse a nasconderla. Al contrario, i nemici della rivoluzione denunciavano il carattere eversivo dell’operato dei loro avversari per delegittimarli, cercando di trarre vantaggio dal disvelamento dell’altrui progetto rivoluzionario e contrario all’ordine del mondo voluto da Dio.

Proprio per questo le nostre fonti, di norma testimonianze riferibili alla verità dei vincitori e solo in misura molto minore a quella dei vinti, intenzionalmente nascondono la rivoluzione molto più di quanto la raccontino.

Nicolangelo d’Acunto

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La Britannia romana tra mito e realtà storica

Mentre nell’Europa continentale, con il definitivo sgretolamento dell’impero romano d’Occidente, resistettero per poco tempo territori (come il regno di Siagrio) che ancora si riconoscevano nelle idee e nella storia di Roma seppur fossero formalmente sottoposti all’impero romano d’Oriente, è molto interessante approfondire quanto accadeva contemporaneamente oltre Manica.

Ultimi decenni della Britannia romana (dal 383 al 410 ca.)

Com’è noto, la Britannia era entrata in orbita romana a partire dal governo di Claudio e vi era rimasta per circa 400 anni. Nel V secolo, in seguito alle imponenti migrazioni che colpirono l’Europa, l’impero romano vide contrarsi i territori in suo controllo e venne incontro a grosse difficoltà tali da impedire la difesa della propria capitale, saccheggiata più volte dai barbari nel corso del V secolo.

A fronte di queste situazioni, secondo quanto ci riporta Zosimo con il famoso “Rescritto” dell’imperatore Onorio, fu deciso nel 410 di ritirare le ultime legioni romane dalla Britannia per cercare di arginare le scorribande barbariche nella penisola italica.

Privati così della protezione di Roma, i Britanni romanizzati dovettero per forza di cose provvedere alla propria difesa. Tenteremo quindi di indagare in questa sede gli eventi che accaddero tra il 410 e il 550 in Britannia per trovare un fil rouge di continuità romana nella cosiddetta “Dark Age of Britain”.

Come al solito le fonti, seppur confuse e spesso contraddittorie, rappresentano per uno storico il costante punto di partenza. Il riferimento principale è certamente il contemporaneo lavoro De Conquesto et excidio Britanniae di Gildas, dove si legge che i Britanni risposero al vuoto di potere riorganizzandosi attorno a dei piccoli reguli alla stregua di quanto avveniva in epoca preromana.

Alla stessa maniera essi si frammentarono politicamente in tanti piccoli regni, guidati da signori della guerra locali (duces bellorum) che sfruttavano la loro rete di clientes per crearsi un proprio seguito armato. Di questi piccoli signori, chiamati tyrants (dal latino Tigerni), sappiamo ben poco. Quello che è poco ipotizzabile è che il lascito romano, nei costumi e negli usi, si cancellasse istantaneamente in contemporanea alla partenza delle legioni. In tal senso, le evidenze archeologiche emerse in alcuni studi hanno permesso di supportare questa tesi.

Infatti, sebbene la romanizzazione in Britannia non fosse permeata totalmente in tutti gli strati della popolazione, alcuni ritrovamenti hanno addirittura dimostrato come, sino al VI/VII secolo, le costruzioni romane non solo fossero ancora in uso, ma anche implementate e migliorate.

Sebbene è noto che alcuni forti romani, specialmente nel nord dell’isola, venissero abbandonati gradualmente attorno al 400, non tutte le truppe lasciarono l’isola.

A sparigliare poi ancora di più le carte in tavola, nonostante la discordanza cronologica delle fonti a nostra disposizione, sappiamo che attorno alla metà del V secolo la Britannia subì le invasioni di Sassoni, Iuti e Angli dal Mar Baltico, mentre dall’Irlanda si intensificarono le scorribande degli Scoti.

L’adventus Saxonum, sebbene la presenza in Britannia di mercenari sassoni fosse già confermata a partire dal II/III secolo inquadrati come ausiliari nell’esercito romano, suddivise l’isola in due: ad est i sassoni/angli e i romani-britanni ad ovest, nell’odierno Galles e Cornovaglia.

Statua di Gildas nel monastero francese di Morbihan (foto: Romery)

Le fonti coeve motivano l’arrivo dei Sassoni con l’invito da parte di Vortigern (429), mai nominato da Gildas al contrario di Nennio e Beda, per respingere le invasioni dei Pitti e degli Scoti. Gildas appunto non nominò mai direttamente Vortigern, specificando che la scelta di chiamare i Sassoni fu di un consiglio dei capi delle civitates britanne, a testimonianza dell’esistenza di una sorta di federazione tribale già in uso presso le popolazioni di stirpe celtica.

Altre fonti al contrario chiamarono Vortigern “re dei Britanni” e lo indicarono come unico responsabile dell’arrivo dei Sassoni. La pressione di questi popoli, come citato da Gildas, divenne via via sempre più insostenibile per i Britanni, tanto che, all’incirca nel 450, questi chiesero l’intervento romano, in particolare al generale Ezio, con quello che attraverso l’opera di Beda è passato alla storia come il gemitus Britannorum.

Tuttavia, la richiesta d’aiuto passò inascoltata a causa delle enormi difficoltà in cui versava l’impero d’Occidente che a malapena riusciva a gestire i territori della Gallia e dell’Italia.

Ma cosa o chi era rimasto dei romani in Britannia? Dalle fonti emerge chiaramente il nome di Ambrosio Aureliano, l’ultimo dei romani come venne definito da Gildas, come colui che guidò alla vittoria i Britanni contro i Sassoni (alcuni ipotizzano che fosse lui il generale vittorioso a Badon Hill), mentre Nennio ne sottolineava la discendenza da imperatori e consoli romani.

La Britannia ai tempi di Gildas di Rhuys, abate e storico britanno (500 ca. – 570)

Attraverso documenti e interpretazioni tenteremo in questa sede basandosi sulle fonti, di sottolineare una sorta di continuità tra età antica e quella medievale dell’elemento romano proprio tramite questo personaggio.

Tornando al contesto storico, è possibile osservare come Nennio, nella sua Historia Brittonum, indicasse come Vortigern detenesse il controllo della Britannia governando “degli attacchi romani e del timore di Ambrosio”. Difficilmente dunque, poteva riferirsi allo stesso Ambrosio Aureliano del Monte Badon (496) perché troppo avanti con gli anni. Poteva essere tuttavia un suo parente, discendente di imperatori della gens Aurelia (Marco Aurelio per l’appunto), che operava in quel periodo?

Nella lista di consoli troviamo un Quinto Aurelio Simmaco, collega di Ezio nel 446 e, sempre riferibile allo stesso periodo, è stato ritrovato un quantitativo ingente di monete detto “Hoxne Treasure” di epoca romana con l’incisione più ricorrente riferita ad un Aurelius Ursicinus. Che fosse parente di Ambrosio Aureliano o del Quinto Aurelio di cui sopra, dalle fonti non è possibile trarre alcuna evidenza.

D’altro canto, è una coincidenza storicamente curiosa che siano state ritrovate, proprio nella prima metà del V secolo, tracce evidenti della gens Aurelia in Britannia.

Cosa furono poi quegli attacchi romani di cui aveva paura Vortigern? Dopo l’abbandono della Britannia di Onorio, Roma tentò di ripristinare una sorta di dominio nell’isola attraverso l’opera di Germano di Auxerre prima, vescovo soldato che operò nell’isola nel 429 e nel 447, e con il suo omonimo vescovo di Man tra il 460 e il 470.

In questo coacervo di notizie semi leggendarie, emerge dunque dalle fonti un passaggio di consegne tra Vortigern e Ambrosio, il cui nome gallese è Embreis Guletic, che divenne re delle terre occidentali di Britannia.

Dinas Emrys, da Pennant s’ Un giro in Galles , 1778

Dove localizzare questo regno? La maggior parte delle ipotesi propende nel territorio circostante la fortezza di Dynas Emrys, che riporta attualmente il nome gallese di Ambrosio Aureliano, un forte di epoca post romana dove secondo la narrazione di Nennio un giovane Merlino/Ambrosio predisse la vittoria del drago rosso (Galles) sul drago bianco (Sassoni).

Il regno del Powys gallese dunque, sarebbe il centro dell’azione di Ambrosio che culminerà con la vittoria dei romano-britanni sui Sassoni del 496.

Sembra evidente che, in questo caso, storia e leggenda si intersechino mescolandosi; di certo però, il legame tra Ambrosio Aureliano e Roma venne ribadito anche da Gildas e Goffredo di Monmouth, che raccolsero questa tradizione.

Re Artù di Julia Margaret Cameron per Idylls of the King and Other Poems di Alfred Tennyson , 1874

Secondo quest’ultimo, Ambrosio sarebbe stato figlio di Costantino II (Custennin, erede di una tradizione di usurpatori già presenti nella Britannia romana con quel nome) e di una fanciulla romana, fratello di Uther Pendragon (il cui nome significa letteralmente Grande Capo Drago).

Qui si innesta il mito arturiano, dove Uther, fratello di Ambrosio Aureliano, avrebbe poi generato il famoso Re Artù. L’elemento romano dunque, secondo questa ricostruzione ipotetica, sarebbe rimasto conservato nella linea dinastica che, dalla gens Aurelia sino al leggendario re Artù, avrebbe attraversato il passaggio tra la Britannia romana e alto medievale dando vita al ciclo arturiano.

In conclusione poi, altre due note di colore: parlando di re suoi contemporanei, Gildas si riferisce a Maglocunus del Gwynedd (497-549) e Cuneglasus (VI secolo) del Powys come eredi detentori rispettivamente del titolo di Drago (che compare nello stemma del regno) e dell’orso. Il padre di Cuneglasus del Powys, secondo le liste di re gallesi, sarebbe Owain Ddangtwin, ovvero il detentore del titolo di Orso originale.

Secondo alcuni studiosi sarebbe questo leggendario re gallese, proveniente dal territorio originario di maggior concentrazione dei romano-britanni, sarebbe il re Artù storico. Questi due titoli, nella loro etimologia gallese, sono molto importanti; se per il drago è stata trovata correlazione con Uther e la profezia di Ambrosio (prima fratello e poi consigliere di Uther con il nome di Merlino secondo Nennio), l’orso (in gallese “Arth”) indicherebbe proprio una correlazione col titolo di Artù.

La profezia di Merlino che presenta la leggenda duratura del Drago Rosso è centrata su Dinas Emrys

Questo dunque non dovrebbe essere considerato un nome ma un titolo che, come usanza britanna (ma anche romana, basti pensare alla continuità storica del titolo di Cesare o Augusto) andava in eredità ai re gallesi e, se vogliamo, di sangue romano.

E proprio Artù fu, secondo alcuni studiosi, a guidare la vittoria dei romano- britanni a Badon Hill, spostando appunto la data della battaglia attorno ai primi vent’anni del VI secolo.

A conferma dell’esistenza di un enclave romano britannica separata dagli altri territori sottoposti al controllo anglosassone, sono stati condotti diversi studi genetici che confermano come queste zone abbiano una sequenza genetica molto diversa rispetto alle popolazioni dell’est inglese, che manifestano a loro volta tratti germanici e nordici.

In tutto questo, trova quindi fondamento l’affermazione di Ward-Perkins che nel suo capolavoro “La caduta di Roma e la fine della civiltà” afferma come gli ultimi romani a cedere agli Anglosassoni furono i gallesi che nel 1282 si arresero agli inglesi di Edoardo II. La continuità del mito di Roma è certificata dalla Storia: Carlo Magno, i re Prussiani, gli Zar di Russia e lo stesso fascismo tentarono, tutti a loro modo, di far rivivere e rinnovare i fasti di Roma Antica.

La Tavola Rotonda in una raffigurazione di Évrard d’Espinques (1475 ca.)

Riuscire quindi ad innestare il mito di Artù sul tronco dell’impero romano sarebbe, incontrovertibilmente, un modo per asserire la continuità di Roma nella storia.

Sebbene i limiti di questa ricostruzione siano molti e ben noti a chi mastica di storia, alla fine di questa breve digressione sembra chiaro che non si possa più rinchiudere la storia in cesure convenzionali e rigide che non tengono conto della fluidità delle dinamiche sociali e storiche del genere umano.

Il mondo romano non scomparve improvvisamente ma al contrario, contaminandosi con le nuove popolazioni che giunsero in Europa tra il IV e il VII secolo, determinò la nascita di quegli embrioni di stati nazionali che caratterizzano le epoche storiche successive.

Roma e il suo lascito dunque, continuano a vivere nella storia del genere umano e credo che, diffondendone ancora oggi gli echi tramite lo studio di eventi tanto lontani, ognuno di noi contribuisca a darvi continuità.

Paolo Pietro Giannetti

BibliografiaFonti: Gildas, De Excidio et Conquestu Britanniae, a cura di S. Giuriceo, Rimini 2005. Nennio, Historia Brittonum, a cura di A. Morganti, Rimini 2003. Zosimo, Storia Nuova, a cura di F. Conca, Milano 2007. Goffredo di Monmouth, Storia dei Re di Britannia, a cura di G. Arati e M.L. Magini, Parma 2005. Costanzo di Lione, Vita di San Germano di Auxerre, a cura di E. A. Mella, Roma 2015.Chronica Gallica 452, in MGH Auctores Antiquissimi, Tomo IX, Vol. I, a cura di Th. Mommsen, Berlino1892. Chronica Gallica 511, in MGH Auctores Antiquissimi, Tomo IX, Vol. I, a cura di Th. Mommsen, Berlino1892. Cronaca Anglosassone, in The Anglo-Saxon Chronicle, a cura di J. Ingram, Londra 1912.Studi moderni:R. G. Collingwood, J. N. L. Myers, Roman Britain and the English Settlements. Pp. xxvi + 515; 10 Maps. Oxford: Clarendon Press, 1936. Cloth, 12s. 6d.A. Giardina, A. Vauchez, Il mito di Roma Da Carlo Magno a Mussolini, Roma-Bari 2016. J. Morris, The Age of Arthur: A History of the British Isles from 350 to 650, Londra 2004. G. Phillips, M. Keatman, The real story of King Arthur, Londra 1992. F. Pryor, Britain AD: a Quest for Arthur, England and the Anglo-Saxons. London, Harper Collins 2004.Snyder, The Britons, Londra 2008.B. Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Roma – Bari 2008.Sitografia:R. Martiniano et alia, Genomic signals of migration and continuity in Britain before the AngloSaxons (https://www.nature.com/articles/ncomms10326).

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Il Volto Santo, un’icona attraverso il tempo

Il Volto Santo di Lucca è la più antica scultura lignea dell’Occidente. La conferma è arrivata da una indagine diagnostica voluta dall’Opera del Duomo di Lucca, eseguita con il metodo del Carbonio 14 nella sede fiorentina dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare CHNet – Cultural Heritage Network. Il grandioso crocifisso ligneo (alto 247 cm) risale ad un arco temporale che va dagli ultimi decenni dell’VIII secolo ai primi anni del IX secolo. Non è quindi un’opera della seconda metà del XII secolo,, come si è sempre creduto fino ad oggi. E nemmeno una seconda versione di un più antico Volto Santo, andato per qualche ragione distrutto. L’eclatante notizia arriva in occasione delle celebrazioni per i 950 anni dalla rifondazione della Cattedrale di San Martino. La scienza ha dato ragione a un antico testo, finora creduto leggendario, la Leggenda di Leobino, una narrazione scritta risalente alla metà dell’anno Mille, che ha sempre datato l’arrivo a Lucca del Volto Santo nell’anno 782. Il culto del Volto Santo nel Medioevo si estese a tutta l’Europa: i fedeli e i pellegrini che accorrevano a Lucca ritenevano l’opera acheropita (cioè non realizzata da mano umana), come l’autentica immagine di Cristo. Paolo Giulietti, arcivescovo di Lucca, spiega l’unicità del Volto Santo: “Non è solo uno dei tanti crocifissi di cui è costellata la nostra Italia e la nostra Europa; è una reliquia, cioè un “ricordo vivente” del Cristo crocifisso e risorto. È un memoriale che affonda le sue origini nell’antichità che ha lasciato tracce indelebili nella cultura, nella spiritualità di Lucca e dell’intero continente europeo”.

Un volto misterioso e amatissimo

A Luni convergono le strade provenienti dalla Spagna e dalla terra di San Iacopo. Da Luni c’è un giorno di viaggio per arrivare a Luka. Li c’è una sede vescovile dove si trova quel crocifisso che Nicodemo fece costruire per volere di Dio stesso; esso ha parlato due volte: una volta donò la sua scarpa a un povero, un’altra volta testimoniò in favore di un uomo ingiustamente accusato.

Particolare del crocifisso ligneo noto come Volto Santo (cattedrale di San Martino, Lucca)

Con queste parole l’abate islandese Nikulas de Munkathvera descrive il passaggio da Lucca nel prezioso memoriale che stilò del suo pellegrinaggio a Gerusalemme intorno al 1154. Lucca aveva un ruolo di primo piano nel sistema viario del XII secolo che metteva in comunicazione tutti i grandi santuari dell’epoca.

Le vie di transito vedevano il passaggio di uomini, merci, armi, culti e cultura, valori materiali e beni immateriali. Il ruolo di Lucca nella compagine medievale e la sua fortuna commerciale erano legati a una simile tessitura viaria che ne faceva l’ultima città prima degli appennini per chi saliva a nord e la prima ad aprire l’accesso alla Tuscia per chi scendeva verso Roma.

Lucca era coinvolta dal fenomeno storico del pellegrinaggio grazie alla presenza di una delle statue-reliquiario più venerate del passato.

Sul suo ruolo di snodo nel collegamento tra il nord e il centro, si innestò il culto del Volto Santo destinato a diventare l’emblema identitario della città nel corso dei secoli. La statua-reliquiario, datata dagli storici dell’arte all’XI secolo, ha una leggenda che l’ha resa famosa ben oltre i confini locali e in un’epoca molto precoce. L’opera si può plausibilmente datare al periodo più fecondo della scultura a Lucca che coincide con l’ascesa economica della città e che vide svilupparsi molteplici cantieri con la presenza di maestranze di diversa origine.

Questa fase si protrasse dalla seconda metà del IX secolo fino alla prima metà del XIII. Quello però che preme sottolineare, dal punto di vista storico istituzionale, non è la discussione sulla cronologia della statua lucchese quanto la forza e la continuità del suo culto che partendo da una radice antica è riuscito a permanere fino all’età contemporanea.

Se vogliamo avere una percezione della fama del culto del Volto Santo, della sua profondità e della sua estensione dobbiamo allargare lo sguardo prendendo in considerazione alcune delle testimonianze che ce ne sono pervenute.

La chevalerie Ogier de Danemarche, un’opera epica risalente all’XI-XII secolo, parla dell’omaggio reso da Carlo Magno all’icona lucchese:

Il re dei franchi si fermò sulla riva / e ascoltò messa a San Martino il grande. / Il Volto di Lucca vi si trovava a quei tempi, / alcuni dicono che c’è ancora. / Nicodemo lo fece a Gerusalemme, / Carlo gli offrì un pallio d’oro lucente.

A questa narrazione si aggiunge la testimonianza di Gugliemo di Malmesbury che nei Gesta Regum Anglorum, del XII secolo, racconta di come il re d’Inghilterra Guglielmo II il Rosso solesse giurare

per Vultum de Luca.

La leggenda ha una struttura relativamente semplice. Il diacono Leobino, presunto autore del testo, racconta come il vescovo Gualfredo si recò a Gerusalemme ed ebbe una visione che lo incoraggiava a cercare la statua scolpita da Nicodemo il cui volto volto era stato realizzata per intervento divino.

scomparto di predella raffigurante il miracoloso approdo del Volto Santo che sarebbe giunto nei pressi di Luni, dipinto su tavola del Maestro di Montefloscoli. 1440-1450 (Lucca, Museo Nazionale di Villa Guinigi)

La statua era rimasta nascosta in una grotta fino alla visita del vescovo che – Deo gubernante – la caricò su una nave senza equipaggio. L’imbarcazione, arrivata a Luni, risultava inavvicinabile finché il vescovo di Lucca Giovanni, avvertito in sogno, riuscì a salire sulla nave. Vuole la leggenda che la statua fosse anche un reliquiario contenente due ampolle del sangue di Cristo.

Per risolvere la contesa nata tra lucchesi e lunensi circa la proprietà dell’icona, il Volto Santo fu messo su un carro trainato da giovenchi che puntarono verso Lucca. Allora una delle ampolle contenenti la reliquia del sangue venne data in pegno al vescovo di Luni. La leggenda è raffigurata negli affreschi, del XVI secolo, che decorano le la cappella della Villa Buonvisi a Monte San Quirico (Lucca) e rappresentano l’unico ciclo pittorico completo che sia giunto fino a noi su questo tema.

La storia del Volto Santo è stata talmente amata che scrittori, pittori e compositori hanno continuato a reinterpretarla dai tempi antichi fino all’età contemporanea.

Enrico Pea nella raccolta de Il romanzo di Moscardino (1944) dice del Volto Santo:

Lucca non è il suo paese, e non si sa se, un giorno o l’altro, si rimette in piede quella ciabatta per continuare il suo pellegrinaggio interrotto.

Lucca, San Martino. Il tempietto a pianta centrale che ospita il Volto Santo, innalzato da Matteo Civitali nel 1484 nella navata sinistra della chiesa

Lorenzo Viani fa una operazione parallela letteraria e pittorica descrivendo la benedizione dei morti del mare nel romanzo Il nano e la statua nera (1943) che trova corrispondenza nel quadro dedicato allo stesso struggente soggetto:

Il viandante, che all’alba nel primo giorno di novembre transitasse sulla spiaggia della Lucchesia, vedrebbe delle turbe inginocchiate sotto gli stendardi e il prete benedire lo sterminato cimitero senza tumoli né croci. Sono le figlie, le madri, le vedove, i parenti dei marinai pericolanti nel pelago.

Nel 1961 Ildebrando Pizzetti compose, su libretto di Riccardo Bacchelli, l’opera Il calzare d’argento che fu rappresentata al Teatro alla Scala di Milano. In una copia del libretto si può leggere la dedica autografa di Bacchelli a Raffaello Morghen che fu presidente del prestigioso ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo di Roma. Tutto fa pensare che lo scrittore e drammaturgo abbia chiesto consiglio all’accademico.

Così il cerchio si chiude su questo piccolo prezioso dettaglio che rivela come storia, tradizione popolare e creatività possano sempre incontrarsi da qualche parte nella biblioteca degli infiniti labirinti della conoscenza, come sarebbe piaciuto a Borges.

Ilaria Sabbatini Articolo pubblicato su MedioEvo n. 279, aprile 2020

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Campi Catalaunici, l’ultima vittoria di Roma

Una donna, un vescovo e l’ultimo generale romano fermarono Attila, il flagello di Dio, nella scorreria tra il Reno, la Mosa e la Loira. Santa Genoveffa e il vescovo Anario ne rallentarono l’avanzata, fermandolo sotto le mura di Parigi e di Orléans. Sarà poi l’esercito di Valentiniano III imperatore, al comando del generale Ezio e collegato ai visigoti di Teodorico I, a travolgere gli unni di Attila in una grande battaglia combattuta nell’odierna Marna francese nei pressi di Chalons, il 20 giugno del 451, ricacciandoli al di là del Reno, anche se per poco tempo.

La battaglia dei Campi Catalaunici in un manoscritto del XIV secolo (Biblioteca Nazionale Olandese)

L’antefatto Il giovane Ezio era stato consegnato come ostaggio ad una tribù di unni, alla corte di Rua, all’età di cinque anni a “garanzia dei trattati che l’amministrazione imperiale stipulava con i popoli stanziati lungo le frontiere per garantirsi la fornitura di truppe”.

Possibile ritratto di Ezio in un medaglione scolpito nel sarcofago di Stilicone (Museo della Civiltà romana, Roma) (fonte dell’attribuzione: Ian Hughes, Ezio. La nemesi di Attila, 2017, LEG edizioni)

Tornato a Roma e in qualità di comes domesticorum, era stato inviato in Pannonia a reclutare truppe tra gli unni. Quando era tornato in Italia, però, sul trono sedeva Galla Placidia. Il generale romano si salvò dalla vendetta imperiale grazie alla devozione che i cavalieri unni avevano per lui.

Nei successivi quattro anni sconfisse visigoti, franchi e iutungi, arrivando alla carica di magister militum praesentalis. Nei venti anni successivi continuò a infliggere sconfitte ai visigoti (Mons Colubrarius), ai burgundi, ai goti, ai franchi (Vicus Helena) e ai nemici a corte che lo volevano morto.

Le cose cambiarono quando Attila unificò le tribù unne sotto il suo comando e pretese di creare un suo regno a scapito della parte occidentale dell’Impero romano. Attila, oltre al pagamento del tributo annuo di 160 chili d’oro, voleva anche la mano della principessa Onoria (forse interpretando male una lettera che la donna gli aveva scritto e con la quale chiedeva il suo aiuto).

Non avendo ottenuto quanto chiedeva, nel 451, Attila passò il Reno e invase la Gallia. Ezio, senza i suoi mercenari unni, si rivolse a Teodorico I e ai suoi visigoti per fronteggiare la minaccia.

L’estensione dell’impero romano (giallo) e dell’impero unno (arancione) nel 450

L’invasione “La grande invasione della Gallia da parte di Attila incontrò, infatti, il suo primo scacco a Lutezia, l’odierna Parigi, quando santa Genoveffa rianimò la popolazione incitandola a resistere contro l’aggressore.

Incapace di conquistare l’imprendibile Ile de la Cité, l’orda unna si diresse allora verso Aureliana (al moderna Orléans), teoricamente difesa dagli alani che ne taglieggiavano la popolazione. Le autorità cittadine decisero di aprire le porte ad Attila, ma ancora una volta, fu un cristiano, il vescovo Anario, a incitare il popolo alla resistenza. I cittadini cristiani si posero sulle mura e, pur non essendo dei guerrieri professionisti, costrinsero gli unni a un assedio che durò settimane: poi, quando era già stata aperta una breccia, giunse notizia dell’imminente arrivo dell’esercito di soccorso comandato da Ezio, l’ultimo grande generale romano, così Attila dovette togliere il campo e rinunciare alla conquista della città.

La successiva colossale battaglia dei Campi Catalaunici suggellò il fallimento dell’invasione unna, maturato proprio in quell’assedio infruttuoso”. Le città di Treviri, Metz, Magonza, Amiens e Colonia non furono altrettanto fortunate e furono saccheggiate.

Il profilo di Attila in un medaglione rinascimentale

La battaglia Prima della battaglia Attila chiese consiglio ai suoi indovini. Dalle viscere degli animali emerse il vaticinio della rovina degli unni, ma anche della morte di uno dei comandanti nemici. Attila, sperando che si trattasse delle morte di Ezio, decise di sfidare la sorte: se fosse morto il comandante romano, lui avrebbe vinto la battaglia.

I due eserciti si trovarono di fronte in un luogo imprecisato tra Chalons e Troyes il 20 giugno del 451 (alcuni storici ipotizzano anche fine settembre, intorno al 27). L’unica fonte storica della battaglia viene dalla cronaca di Giordane, un goto che la scrisse un secolo dopo lo scontro, esaltando il coraggio e l’audacia delle sue genti.

“L’armata di Ezio vedeva schierati gli alani del re Sangibaldo al centro, i visigoti di Teodorico a sinistra, i soldati del comandante in capo a destra”. Attila rispondeva con uno schieramento con gli unni al centro, gli ostrogoti di Valamiro sul fianco destro e Ardarico con i suoi gepidi a sinistra. “Poco dopo l’alba, Ezio riuscì ad anticipare l’avversario impadronendosi di un’altura situata sul fianco sinistro dello schieramento nemico, e lì si fermò, in attesa dell’attacco di Attila, che scattò solo nel pomeriggio, quando il sole era a svantaggio degli assalitori”.

La linea dei romani e degli alani resse l’urto della carica nemica e subito si accese un corpo a corpo furioso, nel quale le truppe imperiali “fecero valere la loro maggiore preparazione” e una maggiore disciplina.

Attila incontra papa Leoe I in una rappresentazione del Chronicon Pictum, una cronaca medievale risalente al Regno d’Ungheria del secolo XIV

I visigoti, intanto, avevano attaccato l’ala opposta unna. Nonostante Teodorico cadesse, ucciso da una freccia (come avevano vaticinato gli indovini di Attila), i suoi uomini ebbero la meglio sugli avversari e, sgomberato il campo, poterono minacciare il fianco destro di Attila, rimasto scoperto. Visto il pericolo, il re unno decise per una ritirata nel suo accampamento, difendendosi fino a notte. Al mattino entrambi gli eserciti erano troppo fiaccati dalle ingenti perdite per riprendere la battaglia.

Torismundo, figlio di Teodirico, si affrettò a tornare a Tolosa per reclamare il trono. Il generale Ezio non fece nulla per trattenere l’alleato, senza il quale non aveva la forza di attaccare gli unni. Attila, considerando le forze che gli erano rimaste e il ricco bottino da mettere al sicuro, preferì sganciarsi e lasciare il campo al generale romano. Si sarebbe, comunque, ripresentato poco tempo dopo in Italia arrecando morte e distruzione l’anno successivo. Questa volta, con scarse truppe sotto il suo comando, il generale Ezio riuscì solo a rallentare l’avanzata di Attila.

Il re unno si fermò solo davanti all’insistenza di un vecchio solo: papa Leone I (così almeno vuole la leggenda).

Umberto Maiorca

Bibliografia: Renzo Rossi, Dizionario delle grandi battaglie, Vallardi, 1996Alberto Leoni, Storia militare del Cristianesimo, Piemme, 2005Andrea Frediani, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia, Newton compton, 2011Paul K. Davis, Le cento battaglie che hanno cambiato la storia, Newton compton, 2006Giorgio Ravegnani, Ezio, Salerno editrice, 2018

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