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Verso Santiago, in abiti trecenteschi

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Il cammino è iniziato il 15 settembre 2018

La grande avventura è finalmente cominciata. Marina e Francesca hanno dato il via al loro insolito Cammino verso Santiago de Compostela in abiti storici. È il primo esperimento di living history di questo tipo: le due donne si sono messe in marcia accompagnate da una asinella, utilizzando esclusivamente vestiti e strumenti trecenteschi. Unica concessione al XXI secolo è un tablet, con il quale hanno iniziato a raccontare questa incredibile esperienza sin dai primi preparativi.

Marina Mascher, guida turistica di Bolzano e Francesca Baldassari, sarta storica e rievocatrice di Sarzana, specializzata in abiti medievali – entrambe 55enni – si sono cimentate nell’insolito progetto per realizzare un desiderio di Achille, il marito di Marina, scomparso cinque anni fa.

“Sappiamo che sarete con noi ad ogni passo – scrivono sul blog duedonneeunasino.com aspetterete notizie, vivrete con noi ogni giornata. Con noi porteremo i pensieri e le speranze che ci avete affidato, ci sospingerete quando i piedi faranno male e sarete la risposta migliore alla domanda: ‘Perché siamo qui a marciare’?”. Dopo mesi di preparazione ora il grande momento è arrivato: “Abbiamo chiuso le valigie, serrato la porta di casa, salutato persone. Il 15 settembre è iniziata la marcia a ritroso nel tempo, ma ancora lo spostamento prevede mezzi diversi dalle nostre scarpe: innanzitutto dei treni per arrivare al primo appuntamento”. Quello tra le due donne che vivono molto lontano tra loro e che si sono conosciute quindici anni fa in una rievocazione storica.

Il beutelbuch, un libro da portare alla cintura

La prima immagine postata all’inizio del viaggio è un Beutelbuch, libro da portare alla cintura. “L’abbiamo trasformato nel taccuino in cui prendere appunti sul nostro viaggio. Mi è sembrato il posto più bello per questa lettera “C” ricevuta in dono. C come coraggio, ma anche come Cammino, compagnia, condivisione”.

Se un libro le accompagnerà fino alla meta, quelli che sono serviti a preparare quest’esperienza sono moltissimi: “Libri presi da qualche scaffale di casa, libri comprati per l’occasione, libri donati da amici, libri che stavano ad attendere proprio noi in qualche punto di book crossing. Tante pagine lette avidamente, sfogliate di corsa, riprese dopo tanto tempo, oppure tenute da parte per quando si tornerà. I libri sono sempre dei buoni compagni, anche quando non raccontano tutto quello che ci si attendeva”.

Tra quelli citati dalle due pellegrine La leggenda aurea di Jacopo da Varagine, Lexikon der Heiligen di Erhard Gorys, Santi di Rosa Giorgi, la Guida del pellegrino di Santiago, il Libro quinto del Codex Calixtinus del secolo XII, e ancora Pellegrini del Medioevo. Gli uomini, le strade, i santuari di Raymond Oursel, Viaggiare nel Medioevo. Dall’ospitalità alla locanda di Hans Conrad Peyrer,

Il viaggio nel Medioevo di Jean Verdon, Chemins de Compistelle. Trois récits de pèlerins partis vers Santiago 1417 – 1726 – 1748 di Nompar de Caumont, Guillaume Manier e Jean Bonnecaze, In viaggio con l’asino di Andrea Bocconi e Claudio Visentin, Quello che le guide non dicono. Lettera a un giovane che parte per Santiago de Compostela di Manuel Belli, Il mondo a piedi. Elogio della marcia di David Le Breton e ancora Santiago e nuvole. Le fantasticherie di un pellegrino solitario di Stefano Scrima, e moltissimi altri. Francesca e Marina citano anche un film: Il cammino di Santiago di Emilio Estevez.

Le due rievocatrici con l’asinella Todra

Il percorso che le due rievocatrici stanno seguendo è il Camino francés, uno dei quattro itinerari principali. “Quello più settentrionale, la via Turonense, era legato a Tours, la città di cui era stato vescovo San Martino. Seguiva la via Lemovicense o di Limoges e poi la via Podense, ovvero di Puy. Tutte si riunivano a St. Jean-Pied-de-Port e varcavano i Pirenei verso Roncisvalle”.

Dal sud arrivava la via di Saint-Gilles o meglio Tolosana o ancora d’Arles, che era anche quella percorsa dai pellegrini che giungevano dall’Italia. Il valico verso la Spagna era quello del Somport. Attraversati i territori aragonesi, si congiungeva al Camino francés all’altezza di Puente de la Reina. “Ancor oggi la parte francese è costellata da chiese ed abbazie che ricordano quei tempi”.

Francesca e Marina hanno preso il volo verso la Francia, equipaggiate di scarpe medievali che erano state confezionate dallo stesso Achille e del classico cappello da pellegrino: il pètaso, così detto perché richiama il copricapo portato da contadini e viandanti nell’antica Grecia, spesso raffigurato in testa al dio Ermes: si tratta di un cappello a larghe tese, di feltro scuro, da allacciare sotto il mento, che protegge dal sole cocente ma anche dalle intemperie, spesso adornato dalla capasanta, che lo rendeva immediatamente riconoscibile.

L’esordio di questo magico viaggio, in realtà, è stato scarsamente romantico e con problematiche assai poco medievali: durante il volo, infatti, si sono persi i bagagli sia durante lo scalo a Parigi sia a Pau, da dove è partito il cammino. E dove, nella fattoria di Bibane, Francesca e Marina hanno conosciuto l’asinella Todra: è l’unica ad avere già fatto il percorso verso Santiago e sarà quindi la vera guida di questa fantastica avventura.

Arnaldo Casali

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Dall’arte alla tecnologia 3D, rivivono gli strumenti medievali

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Liuto, XXI secolo. Corpo in cipresso, manico e decori in abete, piroli e ponte in acero, tavola armonica in abete rosso Val di Fiemme Ricostruzione dal dipinto Vergine col bambino e quattro angeli, Gerard David, 1505 ca., Metropolitan Museum of Art, New York (Giordano Ceccotti, ricostruzione di strumenti medievali e rinascimentali su iconografia, Assisi)

Liuto, cetra, viella, flauto, ribeca, ghironda e arpa, le note musicali risuonavano nelle sale dei castelli, in chiesa e nelle taverne. L’arte, i manoscritti e gli antifonari lo testimoniano. Ed è proprio grazie a questi documenti, alla ricerca e al confronto costante tra fonti scritte e iconografia e alla continua sperimentazione di musicisti e gruppi, che la musica e gli strumenti medioevali rivivono. Grazie. Giordano Ceccotti è musicista, liutaio, maestro d’arte e studioso e alla mostra “Un giorno nel Medioevo” a Gubbio (Logge dei Tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri, fino al 6 gennaio 2019, dal martedì al venerdì 15-18; sabato e domenica 10-13 / 15-18, info e prenotazioni: loggedeitiratori@fondazionecariperugiaarte.it – tel.: 075 8682952) è esposto un liuto, una sua ricostruzione da un dipinto di Gerard David al Metropolitan, che testimonia quanto sia importante l’iconografia per capire come erano gli strumenti antichi?

«Quando si costruisce questo tipo di strumento, partendo dall’iconografia si cerca di ricorrere a più immagini, facendo una media tra i dipinti realizzati dall’artista. In questo caso ho preso in esame tre opere di David: quella del Louvre, una al Metropolitan e una a Rouen. Da queste opere si ricavano le proporzioni in base alla veduta prospettica dell’ambiente e poi i dati vengono elaborati con un software 3D e ridimensionati al reale. Una volta ottenute le misure ho realizzato lo stampo della cassa a varie doghe, sempre dispari, nove in questo caso. Una volta incollato tutto si toglie la dima e si assembla il resto. Nei dipinti ci sono anche particolari inserti dipinti e in pergamena, per ricostruire i quali mi sono basato sull’osservazione di strumenti esistenti o di frammenti».

Rimaniamo a Gubbio e, in particolare, nello studiolo del Duca, nel quale è raffigurato uno strumento a corda, te ne sei interessato e sarebbe possibile ricostruirlo?

«Nello studiolo sono rafigurati tanti strumenti: una cetra, una sorta di chitarrino, una viella, un organetto portativo, un flauto. Sto facendo uno studio su quella cetra e ci sono tanti corrispettivi in tal senso da analizzare, a partire da un libro di recente uscita e presentato al Centro studi europeo di musica medievale Adolfo Broegg di Crawford Young, esperto liutista e analizza dal periodo romano fino al ‘600».

Quali sono le fonti principali per chi ricostruisce strumenti antichi? «Sono tante e varie. Per gli strumenti antichi non esiste una forma tipica come per il violino, gli strumenti cambiano forma nel breve spazio di pochi chilometri, dimostrando una stretta parentela, ma grandi differenze. Le forme sono rappresentative della cultura dei luoghi e dello stile delle corti. Spesso è una questione estetica altre una questione di uso e cultura: al Sud ci sono strumenti molto mediterranei, al Centro altre tipologie di strumenti, molte legate alla produzione fiorentina, al Nord si sente l’influsso di altre culture».

Com’erano gli spartiti e gli strumenti medievali e quale suono emettevano? «Lo strumento incide molto nella sonorità e le ricerche hanno illuminato questi elementi, a volte smentendo le ricerche precedenti. Ad esempio, la ribeca con la tavola armonica in abete è più tarda, nel medioevo era in pelle come l’equivalente arabo. A volte basta una lapide sepolta che fornisce nuove ipotesi. Non ci sono spartiti o segni moderni, ma con la notazione mensurale, cioè attraverso dei valori. Una scrittura diversa, seppur decifrabile. Se si propone una musica si cercano testimoni, cioè altre fonti musicali con le stesse canzoni. A volte ci sono errori di trascrizioni, ma proprio grazie a questi confronti si possono correggere e riprodurre».

Umberto Maiorca

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Azincourt, un grande diorama per illustrare le fasi della celebre battaglia

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Una delle composizoni esposte, realizzate a mano da Marco Lambertucci per la mostra “Un giorno nel Medioevo”

Soldatini di carta, di stagno o piombo, di plastica, piatti o a tutto tondo, per gioco o collezione, di fabbricazione italiana, francese, inglese o tedesca o, ancora, autocostruiti. Il mondo del modellismo di figurini storici spazia in generi, periodi e fabbricazione. A Gubbio, alla mostra “Un giorno nel medioevo” Marco Lambertucci, fiorentino, studioso, costruttore e decoratore, collezionista, esperto e consulente, ha prestato una riproduzione della battaglia di Azincourt (25 ottobre del 1415).

Perché scegliere Azincourt per rappresentare una battaglia medievale? «La guerra dei Cento anni mi ha sempre affascinato e interessato storicamente. Nel tempo ho svolto dei lavori sulle tre battaglie più importanti, Crecy, Azincourt e Poitiers. Lo scontro tra inglesi e francesi, protrattosi per tanto tempo, fornisce molte possibilità di cimentarsi in situazioni ideali per chi fa modellismo storico. Si possono analizzare le varie componenti di un esercito medievale e le evoluzioni delle differenti armi».

Chi e cosa è rappresentato nel diorama? «Ci sono le due forze in campo: l’esercito inglese e quello francese. I primi con gli arcieri e i loro long bow, veri protagonisti della battaglia, nelle loro composite uniformi; i secondi con la cavalleria pesante composta dai nobili, chiusi nelle loro armature con stendardi e blasoni».

Quindi gli inglesi con un esercito popolare e i francesi con la sola nobiltà? «In realtà la nobiltà inglese era presente sul campo di battaglia di Azincourt come altrove, ma quel giorno i veri protagonisti furono gli arcieri, i lognbowmen, in grado di fare strage dei cavalieri. La guerra dei Cento anni e Azincourt generarono molti cambiamenti sui campi d battaglia».

Le due teche dedicate al diorama

Quante ore di lavoro richiede, tra ricerca storico e attività sul modellino? «Si tratta di un impegno che non si può quantificare in maniera precisa perché ci sono diverse varianti. Per la battaglia di Azincourt, ad esempio, solo per un cavaliere servono almeno venti ore di lavoro; tempo che si dilata se il modellino è autocostruito e non un pezzo già pronto. Poi ci sono tanti dettagli da tenere in considerazione. Comunque ci vogliono tante ore di lavoro».

Quali sono le principali fonti? «Tutto ciò che si trova: dalle lastre tombali alle miniature dei codici, dagli affreschi alle cronache, pur con le difficoltà del linguaggio medievale o della parzialità dell’iconografia di affreschi e dipinti. In ogni caso quando si fa ricostruzione con i figurini o soldatini, bisogna tenere a mente che si interpreta un periodo, cercando di rimanere il più fedeli possibile alle fonti».

Umberto Maiorca

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La “cuoca di Savonarola”

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La riproduzione fotografica del quaderno di appunti esposta nella mostra “Un giorno nel Medioevo” (Gubbio, Logge dei Tiratori della lana, fino al 6 gennao 2019)

La ricetta di Girolamo Savonarola per restituire a Firenze la sua gloria e alla Chiesa la sua santità. Insieme a quelle per conservare la frutta, prendersi cura della casa e preparare salse, torte, pomate e profumi.

Il singolare ricettario è stato ritrovato in un opuscolo dell’archivio della famiglia Baldini Libri, e una sua fedele riproduzione si trova esposta alla mostra “Un giorno nel medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XIV” organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo, e allestita alle Logge dei Tiratori di Gubbio fino al 6 gennaio 2019.

“Si tratta di un opuscolo che ha la fisionomia di un libro di famiglia” spiega Gabriella Macciocca, docente di Scienze dell’antichità filologico-letterarie e storico-artistiche all’Università di Cagliari, che ha studiato il documento e ne sta curando la pubblicazione.

Il libriccino è una sorta di registro ad uso delle donne della famiglia, dove si elencano stoffe usate per la confezione di abiti femminili, ma anche ingredienti per la cucina e la profumeria. La parte centrale dell’opuscolo ospita un ricettario un po’ particolare: “Oltre a ricette dedicate alla conservazione della frutta e alla preparazione di salse, infatti, contiene indicazioni per preparati per la cura della casa, fatti con gli ingredienti della cucina”. Viene spiegato, ad esempio, come pulire gli indumenti con la farina.

Nell’ultima pagina, invece (la carta di risguardo, che oggi chiameremmo quarta di copertina) sono contenute la data e la firma, insieme ad un’interessante annotazione: “Chi scrive afferma di aver assistito ad una predica di frate Girolamo Savonarola in Santa Maria Novella, e riporta sinteticamente il contenuto della predica”.

Predica che ha avuto luogo il 1 aprile 1495, come riportato dall’autrice del manoscritto, che si firma Lisabetta di Jacopo. “La nota cronologica è scritta con la stessa grafia della parte centrale del manoscritto”; tutto il ricettario, dunque, è opera di Lisabetta. Chi sia la donna, però, non è stato ancora stabilito.

“Il nome non figura in quelli delle famiglie Baldini e Libri”; il libretto, però, potrebbe non essere nato all’interno di quelle famiglie, ed essere stato piuttosto acquisito nell’archivio solo successivamente. Viste le sue mansioni si è ipotizzato che Lisabetta fosse la cuoca della famiglia, ma anche questa teoria non convince Macciocca: “La scrittura è calligrafica, praticata con cura e appresa a livello scolastico: questo fa escludere figure di fatica, dedite al lavoro manuale”.

Quel che è certo, è che si tratta di un documento preziosissimo, perché riporta una predica di Savonarola completamente inedita: “Una predica che, nello stile del domenicano, è più politica che religiosa: il frate spiega che Firenze deve tornare ad avere la sua potenza e la sua forza e la Chiesa corrotta necessita di una radicale riforma e invoca l’aiuto del Re di Francia in questa nuova ambiziosa opera di rinnovamento”.

Di fatto la lettura della piccola nota di Lisabetta di Jacopo ci fa precipitare in pieno Medioevo, trasformando la storia in cronaca e permettendoci di vivere “in diretta” il Quattrocento – “quasi Cinquecento” – un po’ come accade a Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere, nella cui scena più celebre, peraltro, i due comici scrivono una lettera proprio a Savonarola.

“A ddì primo d’aprile nel mille quatrocento novanta cinque – scrive Lisabetta – che disse fra Girolamo predichando in Santa Maria del Fiore [che la] città di Firençe aveva a raquistare ogni chosa perduta e più che alieva a insignorirsi di qualch’altra terra e farsi più silve che fusse mai e ttutte queste chose mostrò certamente chome profeta dicendo non sono Daniello ma [h]o bene[dett]o quel medesimo lume e puiché minacciò molto la Chiesa dicendo la s’aveva a riformare presto e chon ispada e mostrò avessi a ffar queste chose e’ rre di Franccia el quale disse arrebbe qualche aversità ma nel fine sarebbe vincitore e guidato da dDio e lo vedremmo chonvertire e’ Turchi a’ nostri dì e tutte queste chose l’udì io, sendo alla sua predicha”.

Il valore inestimabile del manoscritto, tuttavia, non è dovuto solo alla predica di Savonarola. Anche la parte culinaria ci regala delle perle uniche nel loro genere: “Il tipo di cucina che viene riportato – spiega Macciocca – è interessantissimo, perché si tratta, di fatto, delle ultime ricette della cucina medievale”. Quando Lisabetta scrive, infatti, l’America è stata scoperta da appena tre anni e non sono ancora arrivati in Europa tutti quegli alimenti che avrebbero rivoluzionato la nostra tavola: “Si parla di piatti che fanno uso di spezie e profumi orientali: non c’è ancora nessuna novità proveniente dal Nuovo Mondo”.

Peraltro, aggiunge la professoressa, “questa dieta povera di gassi e zuccheri sarebbe molto apprezzata nel nostro tempo”. Non a caso Macciocca sta pensando anche di organizzare, per qualche evento pubblico, la preparazione di qualcuna delle ricette di Lisabetta, come la torta di amarene o i preparati con le mele cotogne o i fondi di cottura. Insomma, un libro di ricette che stuzzica la fame, e non solo quella di cultura.

Arnaldo Casali

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Il flauto e altri fiati in danze e convivi medievali

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Flauto Doppio in Do in legno di ulivo (riproduzione su base iconografica in mostra)

Flauto, flauto doppio, traverse, flauti da tamburo, flauti di corno, cromorni e cornamuse. Gli strumenti a fiato del mondo medievale sono innumerevoli e, seppure pensati per lo stesso uso, rispondono alla necessità di essere suonati in contesti molto diversi. Opere d’arte e miniature testimoniano l’importanza della musica e la varietà degli strumenti nel mondo medievale. Alla mostra “Un giorno nel medioevo” a Gubbio, Giovanni Brugnami, musicista e costruttore, ha portato un flauto traverso (in legno di bosso, ricostruzione dalle miniature delle Cantigas de Santa Maria), un flauto doppio (in legno d’ulivo, dal dipinto Incoronazione di Maria di Andrea de Litio all’Escorial) e un flauto diritto (in legno di pero, dal dipinto Madonna degli Angeli di Pere Serra al museo nazionale di Barcellona).

Da dove nasce questo interesse per il flauto medievale? «Studiavo flauto e musica al Conservatorio e avevo già questa passione per gli strumenti medievali, ma non esisteva un insegnamento di flauto antico né un corso per la fabbricazione artigianale di flauti. Così ho iniziato ad approfondire, da autodidatta, sia la struttura del flauto sia la storia. Nel tempo poi ho incontrato altre persone che suonavano e studiavano la musica medievale e gli strumenti, così ho potuto sviluppare un repertorio e approfondire le mie conoscenze costruttive. In passato il mestiere era tramandato a bottega di padre in figlio, non c’erano scuole o insegnanti. Io ho iniziato a guardare come erano fatti, ho iniziato a capire come funzionavano, come suonavano, le caratteristiche del legno. Adesso ne ho costruiti quasi 600 e sono apprezzati anche da musicisti internazionali».

Base iconografica utilizzata da Giovanni Brugnami per la riproduzione del flauto doppio: Incoronazione di Maria, Andrea De Litio, 1460-70, Basilica di Santa Maria Assunta, Atri

Quali sono le fonti utilizzate? «Dipinti, codici, affreschi in primo luogo, ma da soli non sono sufficienti perché non ci restituiscono le dimensioni, la proporzione, non forniscono le misure sulla cameratura, cioé quegli elementi che definiscono lo strumento e il suo suono. La conoscenza della musica medievale e le sue tonalità ci aiutano a capire quale strumento poteva suonare quelle note. Decifrare gli spartiti è compito dei paleografi musicali, l’esecutore viaggia in parallelo. Il confronto e lo studio permettono di suonare le melodie antiche. Il legno anche influisce sulla personalità e sonorità dello strumento. Il palissandro e l’ebano, ad esempio, non erano conosciuti prima della scoperta dell’America. Erano usati molto il pero, il bosso e l’ulivo, legni duri che generano determinate sonorità. I legni semiduri, ad esempio, servono per strumenti che suonano insieme, in gruppo. Il musicista che si rivolge ad un costruttore chiede un certo suono e l’artigiano si indirizza verso un determinato legno per realizzare quanto chiesto».

Gli strumenti e la musica medievale erano collegati al luogo di esecuzione? «In chiesa erano ammessi solo organo e voce. I flauti si distinguevano nella musica popolare, nelle feste, insieme con le cornamuse, o altri strumenti sonori come il tamburo. C’era un flauto a tre fori che si suonava con una mano, mentre con l’altra si batteva il tamburo. Nelle corti rinascimentali abbiamo, invece, i flauti traversi, di varie grandezze e timbro, con liuti e viole da gamba. Strumenti dalle sonorità più delicate e di migliore fattura, adatti ad una corte e ai suoi rituali nelle danze e nei convivi».

Umberto Maiorca

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L’abito templare

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Dove c’è un tesoro, un segreto, un’arcana cospirazione, loro non mancano mai: i Templari sono i custodi di tutto il fascino e il mistero del medioevo; non c’è leggenda che non li veda parte in causa, dal Santo Graal all’Arca Perduta, dai figli di Cristo e della Maddalena alla scoperta dell’America, dalla maledizione dei Re di Francia fino alla creazione della “Jolly Roger”, ovvero la bandiera dei pirati.

Non potevano mancare, allora, alla mostra “Un giorno nel Medioevo – La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV” organizzata dalla fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo.

All’esposizione, allestita alle Logge dei Tiratori della lana di Gubbio fino al 6 gennaio 2019, si possono infatti ammirare l’abito di un cavaliere templare, un elmo, una cotta di maglia, una spada e lo stendardo attaccato alla lancia, dove è presente l’unico simbolo templare accertato, oltre alla celebre croce rossa.

Le fedeli riproduzioni sono opera di Mansio Templi Parmensis 1275 asd, associazione nata a Parma nel 1994 e specializzata nello studio e nella divulgazione della storia del più celebre ordine cavalleresco del medioevo, capace di più ogni altro di segnare l’immaginario dell’Età di mezzo.

Fondato nel 1118 con il nome di “Poveri compagni d’armi di Cristo e del tempio di Salomone”, con il sostegno e la direzione spirituale dai san Bernardo da Clairvaux, quello dei cavalieri Templari fu il primo ordine di monaci guerrieri, ed era nato con il compito di difendere la Terra Santa durante le crociate. L’ordine in meno di due secoli accumulò uno straordinario potere e incredibili ricchezze, tanto da suscitare le gelosie di sovrani come Filippo il bello, che ne ottenne lo scioglimento nel 1312, avvenuto con tre bolle papali che decretano anche la spartizione dei beni e la sorte dei cavalieri in vita.

“I templari avevano due vesti, che riflettevano la loro duplice anima” spiega Sara Casti, socia e tra i responsabili della didattica di Mansio Templi Parmensis. “Quella che è in mostra a Gubbio è una veste da casa, ovvero il saio da monaco. Poi, ovviamente, in battaglia vestivano delle armature”.

Quella portata nelle crociate dai Templari, spiega Casti, fu una vera e propria rivoluzione: “Prima non esistevano ordini che univano la figura religiosa a quella del combattente, mentre in seguito saranno in molti a ispirarsi alla loro regola”. A cominciare dai Cavalieri di Malta, che erano nati qualche decennio prima come congregazione impegnata esclusivamente nell’assistenza agli ammalati, e che in seguito allo scioglimento dei Templari ne raccoglieranno l’eredità – sia per il ruolo sia quanto a ricchezze e potere.

Nati come Ospitalieri nel 1070, assumeranno infatti il nome di Cavalieri di Malta quando diventeranno addirittura i sovrani dell’isola del Mediterraneo e ancora oggi sono un soggetto di diritto internazionale riconosciuto da 80 stati nel mondo. “L’allestimento – spiega Sara – è stato realizzato a metà della mostra, proprio per sottolineare la duplice valenza dei Templari: civile e militare”. Ricostruire gli abiti e i vessilli non è stato facile: “Di immagini dei Templari ce ne sono pochissime: sono state quasi tutte distrutte a seguito del processo iniziato nel 1307 e che ha portato alla bolla di sospensione dell’ordine e alla scomunica di alcuni degli ultimi cavalieri – tra cui il gran maestro Jacques de Molay – bruciati sul rogo nel 1314”.

Ed è proprio degli ultimi anni della storia dell’ordine che si occupa l’associazione di Parma: “Ricostruiamo gli abiti, gli armamenti, gli arredi. Raccontiamo la storia dei Templari nella sua complessità, ma anche la loro vita quotidiana”. Mansio Templi, presente sin dalla prima edizione al Festival del Medioevo, organizza allestimenti, lezioni e rievocazioni storiche in tutta Italia, impegnandosi in un’opera di divulgazione che punta a sfatare le innumerevoli leggende.

“La storia dei Templari è molto più affascinante del mito” spiega ancora Sara. “La drammatica fine dell’ordine che ha dato origine a tante storie – continua – è in realtà legata a diversi fattori, soprattutto di natura politica. Il Papa, che si trovava praticamente ostaggio del Re di Francia, scioglie l’ordine per sottomettersi alla sua volontà”. D’altra parte Filippo il bello, in lotta da anni con il papato, era ansioso di liberarsi della milizia armata più efficiente e fedele su cui il pontefice potesse contare. “Ma va detto anche che le crociate erano ormai perse e con esse i Templari avevano perduto il loro ruolo specifico, oltre che la sede (a Gerusalemme, nel luogo dove si trovava il Tempio di Salomone), anche perché – a differenza dei Cavalieri di Malta – non avevano ospedali. Dopo lo scioglimento la maggior parte dei templari confluiscono in altri ordini, a cominciare proprio dai Cavalieri di Malta”.

Ma da dove hanno origine le tante leggende sorte intorno ai Templari e al loro tesoro? “Dalla massoneria; che, nel Seicento, si rifà ad un immaginario mitico-religioso riprendendo molti elementi della tradizione templare. Quando poi nell’Ottocento gli storici creano il mito del medioevo come epoca oscura e misteriosa, i Templari ne rappresentano già i migliori testimonial”.

Oggi esistono diversi ordini che hanno ripreso il nome di Templari, alcuni cattolici, altri di stampo massonico: “Hanno iniziato a fiore nel XVII secolo – conclude Sara – ma nessuno di loro ha un legame diretto con quello originario”. Che continua a vivere solo nella storia e, ovviamente, nella leggenda.

Arnaldo Casali

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Una deliziosa cassetta nuziale

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La cassettina nuziale proveniente dalla collezione museale di Todi è uno degli oggetti esposti a Gubbio nella mostra “Un giorno nel Medioevo”

È stata realizzata per aiutare una sposa del Quattrocento ad affacciarsi alla vita matrimoniale, ma in realtà per anni è servita ai visitatori del Museo Civico di Todi come gradino per affacciarsi alla finestra.

È la cassetta nuziale che si può ammirare a Gubbio fino al 6 gennaio 2019, nella mostra “Un giorno del Medioevo” organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte con la collaborazione del Festival del Medioevo e allestita alle Logge dei Tiratori di Gubbio.

“La cassettina – spiega Nicoletta Paolucci del servizio cultura del Comune di Todi – è stata ritrovata fortuitamente durante i lavori di sgombero della sala del Museo civico, dove veniva usata come gradino per accedere ad una delle finestre, cosa che aveva causato un estremo deterioramento, tanto da rendere necessario un radicale restauro”.

Si tratta di una cassettina in legno di ciliegio (cm 30,5×59, 5×34) destinata a contenere gli oggetti personali della sposa ed è stata donata al Museo di Todi da Camillo Ranucci, storico nato nel 1864 e morto nel 1954.

Il reperto è databile al XV secolo, come si può rilevare anche dai vestiti indossati dai personaggi che sono raffigurati nella decorazione, peraltro di notevole tecnica esecutiva. L’esame della produzione lignea realizzata in Umbria in quel periodo fa escludere che l’oggetto possa provenire dalla regione: esistono infatti numerose casse e cassoni intagliati e dipinti, realizzati però con tecniche completamente diverse da questa singolare cassettina, che più probabilmente – visto il tipo di figure riprodotte e la tecnica utilizzata – arriva dal nord Italia. “L’opera appartiene ad un’area culturale – si legge nella descrizione curata dal Comune di Todi – in cui permangono, in pieno rinascimento, gli influssi dell’arte gotico-cortese e dell’arte orientaleggiante di Venezia”.

Particolare della decorazione

La decorazione della fronte narra, secondo modi convenzionali della tradizione cavalleresca e cortese, una breve vicenda distribuita su due quadri: a sinistra una scena di caccia in cui il cavaliere, con a fianco il cane, simbolo di fedeltà, ferisce con una freccia un’aquila in presenza della dama; a destra l’incontro della coppia, nascosto da un arazzo fiorito; sullo sfondo il paesaggio stilizzato e simbolico di due torrette in posizione simmetrica, ovvero le torri del castello d’amore assediato e conquistato. Le figure sono inserite in uno sfondo decorato con motivi vegetali, mentre sui fianchi c’è un motivo a cerchi concentrici con quattro trifogli.

“Tutti gli elementi raffigurati – spiegano ancora dal Comune di Todi – vanno inquadrati nella tradizione medievale delle allegorie erotiche, come ad esempio il tema della caccia e dell’offerta di un atto di valore e di una preda alla dama, che diventerà preda egli stessa; motivi continuamente ripetuti dalla letteratura cavalleresca e favolistica e rinarrati sugli arazzi, nelle miniature e su altri oggetti d’uso. Questi simbolismi sono qui ripresi secondo le nuove esigenze di realismo, presenti nelle suppellettili di cui cominciano ad adornarsi le dimore delle piccole e grandi corti principesche e anche quelle della borghesia più ricca ed emancipata, che si propone come nuova classe in ascesa alla ricerca della propria nobiltà e dignità”.

La tecnica usata è quella dell’intaglio piatto simile alla xilografia; le figure sono poste in risalto asportando con la sgorbia il fondo e rifinite con sottili incisioni. I vuoti sono riempiti con una pasta di cera verde rossa. “Il manufatto sembra voler riproporre nel legno effetti ottenuti in altri oggetti eseguiti su materiali più preziosi: cuoi impressi, cassettina intarsiate in osso e avorio, smalti realizzati in champlevé”.

Il tempo ha portato via alla cassettina gli scomparti interni, la serratura, il listello frontale della cornice del coperchio e le basi di appoggio, ma non gli ha tolto la testimonianza della voglia di sognare di una coppia di giovani sposi che, pur cambiando i modelli ispiratori, con il passare dei secoli non è mai venuta meno.

Arnaldo Casali

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Il cassero e la sicurezza in città

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La riproduzione di un affresco di Benedetto Bonfigli che mostra le mura difensive della città di Perugia accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Un giorno nel Medioevo. la vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV”, aperta fino al 6 gennaio 2019 a Gubbio (Logge dei tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri)

La città medioevale «si presentava chiusa nelle sue mura, con una figura ben definita, sormontata da innumerevoli torri». A Perugia le torri erano più di settanta e il profilo della città era delimitato da «cinque bracci o dita», dal centro concentrico ai «borghi radiali determinati dagli assi viari che li attraversavano», nei quali si insinuavano, fino a ridosso delle mura, le coltivazioni e le abitazioni dei popolani.

Già nell’XI secolo lo spazio all’interno delle mura etrusche era esaurito sia per lo sviluppo demografico sia per l’ingresso in città della “gente nuova” che «si stabilisce in genere alla periferia delle città o si affolla in zone abbandonate o disdegnate dai cittadini di vecchia data e ancor più dalle famiglie dell’aristocrazia consolare», ma non dai «canonici della cattedrale e i monaci di San Pietro, che possiedono quasi tutte le terre su entrambi i lati di questi due assi, vi facilitano l’insediamento dei loro ex contadini, livellari, affittuari ed enfiteuti del contado».

Nei secoli XII e XIII i cinque rioni cittadini appaiono strutturati e la barriera costituita dalla «cinta romana» viene distrutta e «si procede alla costruzione della cinta nuova, che incorpora alla città i sobborghi». La Chiesa attesta la situazione con la creazione di nuove parrocchie e consentendo l’insediamento degli ordini mendicanti e monasteri femminili. Tra la “gens nova” e i vecchi cittadini c’è ancora una separazione di censo e di interessi, testimoniata da un atto dell’11 luglio del 1223 con il quale i milites e i pedites addivengono ad un accordo che contempla l’abbattimento di opere difensive abusive realizzate dai popolani a ridosso delle mura sulle terre dei nobili. Le differenze tra la “terra vecchia” e la “terra nuova” trova conferma anche nel racconto di Pellini riguardo le porte dei sobborghi che «restarono chiuse la notte fino al 1276, quando gli abitanti di Porta Sole ottennero dalle autorità che rinunciassero a tale uso “non convenevole alla loro fedeltà”, seguiti ben presto dagli abitanti degli altri sobborghi». «Si tratta, più precisamente, di fatti accaduti nel 1266. Malcontento e sorda opposizione alla politica del Comune cominciarono a notarsi tra gli abitanti di Porta San Pietro a causa del regime poliziesco messo in atto dai custodi delle porte. Ma una notte dei primi di luglio le porte furono abbattute e asportate da ignoti». Il nuovo status quo è testimoniato da un documento del 1306 con il quale il Consiglio dei Priori stabilisce che il contado inizia oltre le porte dei borghi.

La fedele riproduzione del Cassaero di Porta Sant’Angelo (Perugia) nel plastico di proprietà del Comune cittadino è in mostra nella sezione “Uno spazio difeso” della mostra

Il Cassero di Porta Sant’Angelo si inserisce in questo contesto di cambiamento sociale, demografico e cittadino ed è una delle porte cittadine costruita a partire dal XIV secolo come margine difensivo del confine settentrionale della città. Nel 1327 «se comencava a cavare egl fondamenta degl mura del borgo de la Concha … a la porta degl dicte mura enlla strada da sancto Matheo». La nascita della porta del Cassero è strettamente connessa con lo sviluppo della zona di porta Conca e con «la necessità di una nuova parrocchia, lavoro e occupazione per la gente, costruzione di un grande tratto di muro a mo’ di recinzione della nuova area abitata». Furono i «signori priori e camerlinghi» a decidere di »circondare di muro molte habitationi fatte di nuovo verso la regione, e parte volta a settentrione, e di farvi una porta, che riuscisse per la dritta a San Matteo. E fu cominciata una tela di muro della Porta, hoggi detta di Sant’Angelo» e chiamarono «come architetto di quest’opra, e della bella Porta che hoggi si vede, un certo mastro Ambrogio». Il tal “mastro” nominato dal Crispolti è Ambrogio Maitani al servizio del Comune di Perugia in quel periodo per fortificazioni e autore delle decorazioni del duomo di Orvieto.

Porta o Cassero di Sant’Angelo è la denominazione che deriva dal vicino tempio dedicato a San Michele Arcangelo, ma in passato era anche chiamata porta degli Armeni per la vicinanza del monastero di San Matteo degli Armeni dei monaci basiliani: in un documento del 1272 il locus viene ceduto ai frati che già dimoravano in San Matteo. Il documento lascia intuire che una chiesa, o una costruzione, esista già. Un anno dopo si procede alla consacrazione della chiesa e i frati chiedono al Comune un aiuto per sostenere le spese della cerimonia. Il Comune accetta di buon grado, dimostrando una insospettata sensibilità. Nel primo decennio del ‘300 si erige una nuova chiesa che ottiene l’indulgenza da Clemente V e si parla di ordine di San Basilio. Un dato interessante è costituito dai lasciti testamentari, che testimoniano come la comunità fosse entrata nel cuore della gente.

Nei Consigli e riformanze del 1273 e negli Statuti del 1295 si fa menzione di una porta difensiva preeistente, ma spostata più in basso, verso la città. L’importanza della torre per il controllo del territorio esterno e di quello interno, del rione stesso, «la mostrarono i borghigiani di porta S. Angelo, i quali non solamente non vollero pagare, ma nemmeno far le guardie, e tostoché ebbero lingua che i Baglioni volevano occupare la torre di S. Angelo, se ne impossessarono essi stessi, né vi fu modo di farla restituire, se non al legato». Per il mantenimento del Cassero erano «destinati 70 fiorini d’oro annui», una guarnigione stabile, «comodità di acque» tale da renderlo «inespugnabile per battaglie di mano onde nelle guerre civili dalle quali fu in vari tempi molestata Perugia, si tenne gran conto della signoria di questa rocca, e vi furono eseguiti molti combattimenti».

Il Cassero com’è oggi, all’ingresso nord del centro storico di Perugia

La costruzione del Cassero richiese molto tempo e la necessità di tale costruzione è testimoniata da una delibera degli organi comunali del 1342 con la quale si stabilisce «che per l’honore, stato e utilità de la cità predicta e deglie borghe d’essa se mure et alzese el muro el quale apresso e longo la porta nuova del borgo overo del soborgo de porta Sant’Angnolo, cioè da la dicta porta enfine a la turre la quale è socto essa porta apresso la strada per la quale se va al monasterio del le donne de Sancto Francesco, quactro overo cinque canne de muro a le spese del comuno de Peroscia, quando parrà aglie segnore priore de l’arte».

La torre fu ingrandita da Gherardo de Puy, abate del monastero maggiore di Cluny, detto il Monmaggiore, nel 1372 e nuovamente rimaneggiata da da Fioravante Fioravanti tra il 1416 e il 1424 su ordine di Braccio Fortebracci, «ma il Cassero o torre o fortificazioni che sopra ai fianchi si veggono della medesima, sappiamo che s’incominciarono a costruire il 24 luglio 1479. cospicua e ben munita è l’alta sua torre quadrata che nei trapassati secoli ebbe continuamente un presidio». Le stratificazioni dei tre diversi interventi costruttivi si notano benissimo nella sagoma della torre e al suo interno: per lo strato inferiore venne utilizzata la locale arenaria lavorata a piccole bugne, seguita da inserti in pietra calcarea e dal laterizio per la volta. Nei piedritti si vede ancora la scanalatura della porta a saracinesca.

Sul finire del XV secolo le torri di Perugia apparivano «logore, scassinate e crollanti». Molte vennero buttate giù e sacceggiate dei materiali. La salvezza del Cassero si deve all’intervento di papa Sisto IV al quale «parea bello il conservare quegli scheletri di animali feroci, nel 1476 fulminò scomunica e pena di cinquanta ducati contro chi le demolisse; ma non potè far sì che a’ nostri tempi più di tre ne restassero, quelle del campanile del Palazzo e della Porta Sant’Angelo, e quella degli Scalzi, detta ancora degli Sciri dal nome della nobile famiglia estinta che la possedeva».

Umberto Maiorca

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La canapa nel Medioevo

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Fibre di canapa grezza, molto utilizzata nel Medioevo

Ha donato le sue fibre alla Bibbia di Gutenberg, alle vele delle caravelle di Colombo, alla Costituzione americana e a importanti arazzi. Ma soprattutto a migliaia di corde, di lenzuola, di tovaglie e di vestiti, e anche a raffinati piatti di alta cucina.

Pianta duttile, flessibile e resistente, la canapa nel medioevo era il tessuto più prezioso e più popolare, perché utilizzato in mille modi. E certo non se ne andava in fumo. Non poteva che essere dedicata anche a lei, dunque, una sezione della mostra “Un giorno nel Medioevo” organizzata a Gubbio dalla Fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo, che si può visitare alle Logge dei Tiratori della Lana fino al 6 gennaio 2019.

L’allestimento, curato dal Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco, vede esposti vari strumenti legati al ciclo della lavorazione della canapa: un cardo (la cardatura – che prende il nome dalla pianta le cui infiorescenze venivano utilizzate anticamente per l’operazione – consiste nel liberare dalle impurità, districare e rendere parallele le fibre tessili, al fine di permettere le successive operazioni di filatura), un pettine per la tessitura, e delle matasse di diverse tipologie di canapa: quella utilizzata per la biancheria, quella per i pacchi e quella per la corderia.

In mostra, un banco di tessuti (Gaite di Bevagna) e strumenti per lavorare la canapa (Museo della Canapa si Sant’Anatolia di Narco)

“La canapa era la fibra più utilizzata nel Medioevo – spiega Gleda Giampaoli, direttore del Museo – prevalentemente per il cordame e in parte per i tessuti, soprattutto per i corredi delle spose: tovaglie, asciugamani, lenzuola, coperte. Spesso veniva mescolata con la lana e il lino”. Non mancava l’uso alimentare: “Abbiamo trovato una ricetta del Trecento di tortelli con fiori di canapa”. Difficile dire se avessero lo stesso effetto della celebre insalata alla marijuana del film Che fine ha fatto Totò Baby?, in cui il comico napoletano si trasforma in uno spietato serial killer che uccide a sangue freddo, scioglie nell’acido, serve pezzi di cadavere per pranzo al fratello e mura i corpi delle sue vittime dentro casa. “La verità è che non sappiamo che percentuale di Thc potesse essere presente nella canapa in uso nel Medioevo”.

Il Thc, principio attivo alla base dello ‘sballo’, è infatti molto basso nelle piante comuni ed è stato aumentato artificialmente sia nella cannabis venduta sul mercato nero sia in quella per uso terapeutico. Basti pensare che nella cannabis legale non può superare lo 0,5%, negli anni degli hippie si aggirava intorno al 7%, mentre oggi in quella illegale è di circa il 13% e in quella utilizzata per la terapia del dolore raggiunge il 90%.

Uno strumento medievale per districare le fibre di canapa, anch’esso in mostra

“La canapa era considerata il maiale vegetale perché, come del maiale non si buttava via nulla. Le radici erano impiegate per accendere il fuoco, il canapulo impregnato nello zolfo si trasformava in comodi fiammiferi, i semi costituivano parte integrante dell’alimentazione animale. La fibra, invece, era impiegata per la produzione di corde, indispensabili per le varie attività agricole, di reti da pesca, ma soprattutto per la realizzazione di tessuti per il confezionamento della biancheria per la casa, dei sacchi per farine e cereali e dell’abbigliamento”.

Ma non ha segnato solo il Medioevo, la canapa: è rimasta di fatto la pianta più utilizzata per i tessuti fino agli anni ’50, quando, con il boom economico ha iniziato a subire la concorrenza delle fibre artificiali che ne hanno decretato la scomparsa dal mercato ben prima che gli anni ‘70 ne stravolgessero anche l’identità, relegandola al ruolo di droga leggera.

La riabilitazione della canapa è iniziata da un paio di anni con la nuova legislazione che se da una parte ha fatto esplodere il discusso fenomeno della “marijuana light”, dall’altra ha rilanciato – anche se più in sordina – tutta una filiera che vede la pianta utilizzata di nuovo per tessuti, bioedilizia, design, oltre che nel settore alimentare.

Il Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco è nato nel 2008 come antenna dell’Eco Museo della dorsale appenninica umbra e ha come missione quella di riscoprire e riattualizzare la memoria storica e il saper fare legato alla canapa in Valnerina e in generale in Umbria. Collabora con il Politecnico di Milano, le università di Venezia, Perugia, Camerino, Bologna e Bari. “Abbiamo un laboratorio in cui produciamo tessuti – spiega ancora il direttore – facciamo sperimentazione e lavoriamo con diverse realtà artistiche”. Tra queste il progetto “Canapa nera”, incentrato sul terremoto, commissionato dalla Regione Umbria e realizzato dall’Accademia delle belle arti di Perugia e Daniela Gerini e presentato anche al Festival dei Due Mondi.

Arnaldo Casali

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La campana del terremoto, simbolo di rinascita

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La campana, ora esposta nella mostra, è uno dei simboli della rinascita del territorio devastato dal terremoto, ma ricchissimo di testimonianze storiche e culturali

Anche se non suona più, continua ad annunciare al mondo la speranza, la forza, il riscatto di una terra che la devastazione del terremoto non ha privato della sua storia e della sua bellezza. C’è anche la campana di Sant’Eutizio, tra i cento reperti esposti alla mostra “Un giorno nel Medioevo” che si può visitare alle Logge dei Tiratori della lana di Gubbio fino al 6 gennaio 2019.

Voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte e il Festival del Medioevo, la mostra si avvale della collaborazione di trenta istituzioni tra musei, archivi di Stato, biblioteche, diocesi, associazioni e collezionisti privati che hanno prestato opere, documenti e manufatti originali e unici, come gli Archivi di Stato di Venezia, Perugia e Ancona, il Museo del Vino della Fondazione Lungarotti, l’Università degli Studi di Perugia e il Museo delle Armi di Brescia.

La campana, in bronzo fuso tornito, è scampata al terremoto che il 28 ottobre 2016 ha distrutto Preci, sfigurato Norcia e gravemente danneggiato l’abbazia di Sant’Eutizio, facendone crollare molte parti ma non il maestoso campanile, costruito dai monaci sulla solida roccia.

Mentre si preparano i restauri dell’edificio (il cui cimitero sovrastante dovrà essere addirittura trasferito) la campana è diventata la principale custode della memoria di uno dei più importanti e antichi luoghi della cristianità, che ha iniziato lo stesso san Benedetto alla vita monastica.

La sua fondazione risale infatti alla metà del V secolo, quando un gruppo di eremiti provenienti dalla Siria capeggiati da Spes, Eutizio e Fiorenzo prese dimora nella Valle Castoriana, rifugiandosi in grotte artificiali scavate nella pietra sponga e formando una comunità monastica di tipo orientale.

L’abbazia di Sant’Eutizio prima del sisma del 2016

Spes era stato padre spirituale e principale ispiratore di un giovane nato poco lontano e destinato a diventare il padre del monachesimo occidentale: Benedetto da Norcia. Dopo la morte di Spes, il 28 marzo dell’anno 510, le redini della comunità erano passate ad Eutizio, che aveva fatto costruire la chiesa e aveva dato un forte impulso all’evangelizzazione dell’intera valle. Durante le invasioni barbariche l’abbazia rimase l’unico punto di riferimento stabile per la popolazione della zona. Eutizio morì il 25 maggio del 540 e fu sepolto nella chiesa che fu poi intitolata proprio a lui.

Nel corso dell’alto Medioevo la comunità monastica divenne benedettina, adottando la regola scritta a Montecassino proprio da quel giovane nato a pochi chilometri dall’abbazia e che era stato discepolo del fondatore, e si arricchì molto con numerose donazioni, costituendo un’imponente biblioteca che contiene anche uno dei primi documenti in volgare: la Confessio Eutiziana risalente all’XI secolo.

In mostra, anche un intero set di ferri chirurgici della rinomata scuola preciana

Ma a Sant’Eutizio nasce anche la medicina moderna: la Scuola chirurgica preciana – la più celebre e autorevole del medioevo – trae origine infatti dalla sapienza medica dei monaci dell’abbazia, acquisita dai manuali di medicina grecoromana della biblioteca, ma anche e soprattutto dallo studio delle piante medicinali e dall’esperienza pratica nella cura degli infermi.

Tra il 1131 e il 1215 una serie di concili avevano proibito l’arte medica agli ecclesiastici: i monaci di Sant’Eutizio avevano dunque trasmesso le loro conoscenze agli abitanti di Preci, che le avevano poi tramandate di padre in figlio fino a costituire una vera e propria scuola chirurgica, la prima di ambito non accademico, conosciuta in tutta Europa per la cura della cataratta, delle patologie urologiche e per l’estrazione chirurgica dei calcoli, ma anche per l’allora innovativa pratica dell’anestesia.

Mille e cinquecento anni di storia, cultura, spiritualità, sapienza, oggi chiusi in una campana in bronzo che racconta il passato e annuncia il futuro.

Arnaldo Casali

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