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A spasso nel Medioevo tra codici e pergamene

Massaro e taglialegna

Cosa sarebbe il racconto della Storia senza i documenti d’archivio? Sicuramente una enorme narrazione orale, leggendaria, più simile all’Iliade che alle Storie di Erodoto. I documenti d’archivio parlano, ci interrogano, raccontano, a volte questioni intimistiche, particolari, ma che si aprono alla narrazione della grande Storia.

La mostra “Un giorno nel Medioevo” allestita a Gubbio dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia (Fondazione CariPerugiaArte) propone una ricca scelta di documenti storiche provenienti dall’Archivio di Stato di Perugia e dalla Sezione di Gubbio. Il direttore Luigi Rambotti racconta e spiega la scelta di questi documenti.

Antifonario miniato

Che tipo di documenti si trovano in mostra a Gubbio?

«Comune di Gubbio, Breve dell’arte dei Calzolari (a. 1341). Lo statuto, perché così è da intendersi questo termine, è stato oggetto di uno studio recente da cui traggo le notizie che riporto, Breve dell’arte dei Calzolari di Gubbio(1341-1611), a cura di Clara Cutini, 2012. In età comunale i brevi delle arti sono caratterizzati dalla coesistenza in un unico corpus di norme e di liste di iscritti all’arte (statuti e matricole) intercalate da delibere consiliari e altri materiali. Lo statuto del 1341 rappresenta la più antica redazione pervenuta ma l’esistenza dell’arte dei calzolai è documentata fin dal 1327, quando il capitano Thomassolus intervenne a nome degli iscritti alla riunione generale delle arti. Lo statuto riporta norme riguardanti l’esercizio della professione, i rapporti tra l’arte e l’istituzione comunale e l’attività giurisdizionale sul contenzioso del settore.

Notai di Gubbio, protocollo 1. L’archivio notarile (1314 – 1936) contiene gli atti dei notai del Mandamento di Gubbio, comprendente i territori dei Comuni di Gubbio, Scheggia – Pascelupo, Costacciaro e Pietralunga. Il protocollo n.1 si riferisce al notaio ser Matteo di Simone. Si tratta dell’unico protocollo conservato che contiene gli atti rogati tra il 1314 e il 1318.

Corali di San Domenico. Conservati presso la Sezione di Archivio di Stato di Gubbio, i Corali costituiscono una raccolta di codici di grande formato, riccamente decorati, realizzati nei secoli XII-XVI e funzionali all’uso devozionale della messa e della liturgia delle ore nelle chiese eugubine. Nell’archivio di San Domenico si conservano 11 corali.

Comune di Perugia, Miscellanea, 21. Con questa denominazione si indica un registro contenente l’inventario delle comunanze ( gli apppalti dei beni patrimoniali del comune di Perugia e di alcuni diritti, quali la zecca. La pesca sul Trasimeno e dazi e gabelle varie. La miniatura rappresenta un unicum: si tratta dell’unico caso in viene effigiato il collegio dei priori al completo. La figura del santo patrono Ercolano benedicente domina la scena. A piedi dei priori vi è un lungo bancone su cui è chino il notaio impegnato nelle redazione del verbale della seduta.

Miscellanea di copertine 2 (a. 1403). L’illustrazione, eseguita dal notaio addetto all’ufficio dei massari, rappresenta con efficace realismo la tipologia delle due figure effigiate. Gli Statuti perugini del 1342 stabilirono che il massaro, originariamente laico, doveva essere un religioso, come conferma la figura seduta.

Ospedale di Santa Maria della Misericordia, Entrata e uscita di cassa, denari e generi diversi, reg. 10. Di qualche anno anteriore al pezzo archivistico appena descritto, sulla propria copertina ha effigiato il priore chierico (probabilmente domenicano) dell’ Ospedale di Santa Maria della Misericordia di Perugia che paga un compenso per introitus grani nell’anno 1399.

Inventario dei beni comuni

I documenti di archivio permettono di ricostruire la vita quotidiana nel Medioevo?

«Certamente sì come dimostrano gli studi di importanti storici italiani ed europei come Franco Cardini, Chiara Frugoni, Massimo Montanari, solo per citarne alcuni e poi gli storici francesi della Scuola delle Annales. Ricchissima bibliografia è la biblografia esistente».

Chi si occupava di redigere inventari, protocolli e brevi pontifici?

«Per quanto riguarda le prime due tipologie, la loro redazione era opera del notaio. Per quanto riguarda invece i brevi, la loro produzione era affidata alla complessa struttura della cancelleria pontificia che si occupava di tutte le fasi dalla stesura fino alla spedizione del documento papale».

Umberto Maiorca

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L’Eremo delle Carceri, cattedrale di pietre e lecci secolari

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In basso c’è Assisi, dominata dalla sua possente Rocca, e dalla parte opposta, in alto, i boschi lambiti dalla neve che ancora ricopre i prati del Monte Subasio. Siamo all’ Eremo delle carceri, 791 metri sul livello del mare.

Qui non ci sono gli affreschi di Giotto e le basiliche affollate da pellegrini e turisti.Ci sono invece i silenzi e la spiritualità francescana, il fascino di un bosco di lecci secolari sempre verdi, le armonie del paesaggio umbro che si ammira dalle strette finestre, quasi feritoie, di un complesso secolare, tutto pietre rosa e grigie, aggrappato al monte. Dentro, tra anguste scale (anche queste di pietra), cunicoli e altari, ci sono le celle scavate nella roccia dove il Santo ed i suoi frati si “carceravano” in preghiera. Tutto intorno la Selva con le grotte frequentate dagli eremiti già in età paleocristiana, gli altari ed altri luoghi di devozione.

Quattro chilometri tra ulivi e querce – Da Assisi, uscendo dalla trecentesca Porta dei Cappuccini, una strada tortuosa sale nel Parco del Monte Subasio. Sono circa quattro chilometri, facili da percorrere anche a piedi, prima tra gli ulivi e poi tra querce e lecci. E’ quasi l’ ora di un tramonto invernale e sono soprattutto il viola ed il rosa a colorare i boschi ancora spogli. La pianura umbra si perde tra i vigneti del Sagrantino sulle colline di Montefalco ed i monti azzurri, scintillanti di neve, alle spalle di Foligno, Trevi e Spoleto. L’eremo è una macchia chiara nella fitta selva compatta e scura.

La Grotta con il giaciglio di San Francesco – Si entra in un vialetto tra lecci secolari con tronchi e fronde che sembrano sculture. Poi un cortiletto triangolare con al centro un pozzo di pietre rosa. Secondo la leggenda sarebbe stato un miracolo di San Francesco a farvi sgorgare l’ acqua. E’ quasi un balcone che si affaccia su una gola tra i boschi del Subasio, con una splendida vista sulla sottostante pianura. Siamo nel cuore dell’ Eremo: altari scavati nella roccia, angoli di preghiera, relique francescane, qualche affresco e tanto silenzio. Per una stretta scala si scende nella Grotta di San Francesco. Ora è divisa in due ambienti: uno contiene il letto di pietra che era il suo giaciglio; nell’ altro c’è il masso dove Francesco sedeva e si inginocchiava per pregare e meditare. Per una porticina si esce all’aperto.

La Selva, il “buco del diavolo” e il “fosso secco” – Altre scale portano alla suggestiva passeggiata che poi si inoltra nella Selva. Sotto ci sono il “buco del diavolo”, un crepaccio in cui secondo la leggenda sarebbe precipitato il demonio sconfitto dalle preghiere del santo, ed il “fosso secco”. “Secco” perchè Francesco avrebbe chiesto ed ottenuto che il rumore delle sue acque non disturbassero e distraessero i frati in preghiera. All’ inizio del sentiero c’ è un grande leccio secolare dove, sempre secondo la leggenda, sarebbe avvenuta la predica di San Francesco agli uccelli. Circostanza questa non confermata da fonti storiche che la collocano invece a Piandarca, nel territorio della cittadina umbra di Cannara. Lungo la passeggiata si incontrano altari di pietra, rustici crocifissi e poi, per sentieri e gradini, si possono raggiungere le grotte dove i beati Leone, Bernardo da Quntavalle, Egidio, Silvestro, Andrea da Spello, Antonio da Stroncone ed altri francescani si ritiravano per pregare. L’Eremo delle carceri e la Selva appaiono insomma come una unica e grande cattedrale di alberi, rocce e pietre.

Prima gli eremiti e poi Francesco e i suoi compagni – L’ Eremo delle Carceri è sorto intorno alla Grotta di san Francesco che cominciò a frequentare questo luogo con i suoi primi compagni tra il 1205-1206. Per pregare insieme si riunivano in una piccola cappella dedicata appunto a Santa Maria delle Carceri. Quel bosco, con le sue grotte, era da secoli frequentato da eremiti. E’ però soltanto nel Trecento con frate Paoluccio Trinci di Foligno e poi nel Quattrocento con San Bernardino da Siena che la vecchia chiesetta di Santa Maria delle carceri viene inglobata in quella più grande di oggi e che si comincia a costruire il convento. Nel corso dei secoli la costruzione è stata sviluppata ed ampliata, sino alle dimensioni attuali conservando però lo stile, la semplicità e l’ austerità delle sue origini. Senza ferire quella Selva di lecci, così che alberi e pietre appaiono ancora oggi come una unica struttura architettonica, dove si saldano la natura e spiritualità ed opera dell’ uomo. Attualmente l’ Eremo ospita due comunità religiose: i fratelli dell’ Ordine dei frati minori e le sorelle delle Clarisse missionarie derl Santissimo Sacramento.

Enzo Ferrini

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Via di Francesco, la guida

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“Foreste secolari, colline coperte di olivi, rupi aspre e selvagge, città raccolte sui colli. L’Umbria di oggi non è molto diversa dalla terra dove, esattamente otto secoli fa, si mossero i passi di Francesco”. Il quotidiano La Repubblica presenta così La Via di Francesco di Fabrizio Ardito, un volume illustrato di grande formato con oltre 150 foto a colori, che racconta un percorso che unisce spiritualità, natura, storia e arte.

Il libro (160 pagine, 29.90 euro) realizzato grazie alla collaborazione tra Touring Club Italiano, Regione Umbria e Sviluppumbria, è dedicato al cammino francescano e alle sue varianti in Toscana, Umbria e Lazio.

Lunga 440 km, questa strada attraversa tre regioni – Umbria, Toscana e Lazio – e rappresenta l’asse primario per raggiungere Assisi sui passi di San Francesco, partendo da nord (La Verna) o da sud (Greccio). Lo stesso itinerario prosegue fino a Roma attraverso la Valle Santa di Rieti.

Tra i luoghi del Cammino, i borghi medievali di Gubbio, Spello e Trevi. Luoghi dello spirito come il santuario della Verna, l’eremo delle Carceri, l’abbazia di S. Pietro in Valle e il santuario di S. Maria della Foresta. Città ricche di arte e monumenti come Sansepolcro, Perugia, Spoleto e la stessa Roma. Paesaggi naturali incontaminati come le Foreste Casentinesi, il monte Subasio, la cascata delle Marmore; senza dimenticare Assisi, il cuore della Via, fulcro della vita e della storia di san Francesco.

Sono descritte le strade, i paesaggi, i sentieri, le chiese, i borghi e soprattutto i volti dei moderni pellegrini della Via che, con al centro la basilica di Assisi, unisce il santuario della Verna alla Città Eterna in un percorso a piedi di oltre 20 giorni di viaggio.

Alla Via di Francesco, ampiamente descritta in tre capitoli, segue un capitolo dedicato ai Cammino dei Protomartiri Francescani, Via Romea Germanica, Cammino di San Benedetto, Via Amerina, Via Lauretana. Completa il quadro un’introduzione agli episodi salienti della vita del Santo, e a come percorrere la Via, per chi volesse cimentarsi in questa impresa.

Il viaggio a piedi, secondo Franco Iseppi, presidente del Touring Club Italiano, «è una delle espressioni più felici, insieme alla bicicletta e al a cavallo, del turismo slow, ovvero di un modo di viaggiare lento, consapevole, ecosostenibile, attento alle realtà locali».

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Atlanti Celesti, l’età d’oro della cartografia

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Una mappa del libro Atlanti Celesti

“Comprendere e rappresentare i segreti del cosmo è un traguardo a cui l’uomo aspira sin dai tempi più remoti. Con il XVI secolo ha inizio l’età d’oro della cartografia celeste, un periodo ricco di ineguagliati capolavori. Fin dall’epoca degli antichi egizi e dei babilonesi, l’osservazione, lo studio e la rappresentazione del cielo notturno hanno rappresentato una sfida per l’uomo, sospeso tra la meraviglia di fronte alla luminosa volta celeste illuminata dalle stelle e il desiderio di una conoscenza e di una comprensione scientifica di quanto stava osservando. Questo libro, corredato da immagini delle più celebri, rare e suggestive mappe celesti mai realizzate dal XVI al XIX secolo, vi guiderà in un viaggio tra le costellazioni, introducendovi ai progressi portati avanti dai grandi astronomi del passato, alle interpretazioni più o meno fantasiose dei fenomeni celesti e alla evoluzione della conoscenza dell’universo da parte di chi ha fatto del suo studio la propria ragione di vita. Scoprirete come, in molti casi, arte e conoscenze scientifiche si siano fusi in maniera eccezionale, regalandoci mappe che sono veri e propri capolavori dell’ingegno e che, ancora oggi a distanza di secoli dalla loro realizzazione, sono capaci di trasmetterci lo straordinario messaggio per il quale sono state concepite”.

Elena Percivaldi, Atlanti Celesti, National Geographic

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Andalusia, l’invito al viaggio

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Andalusia di Franco Cardini

“In un dolce tardo mattino o in un torrido meriggio o in una fresca sera o in una notte stellata, una jarra di sangría è il minimo per godere di quel vino rosso leggero che è quasi un’espressione filosofica. Scrivere di Andalusia, pensare all’Andalusia, è impossibile a mente fredda e a cuore sereno. Se e quando ti provi a farlo, mille immagini t’invadono gli occhi.

L’Andalusia è uno spazio geografico, storico e mitico, ma anche uno spazio intimo. È un «finis terrae» europeo, cuore di molte culture – barbara ed eurasiatica, berbera e araba, sefardita ed ebraica – eppure, rispetto a tutte, appartato e remoto. In questo orizzonte quasi senza tempo, lungo sentieri roventi come la piana del Guadalquivir d’estate o gelidi come i picchi della Sierra Nevada d’inverno, incroceremo molti viandanti: da Averroè a Maimonide, da Cervantes a García Lorca, a Primo de Rivera, a Manuel de Falla, ciascuno di essi ha la sua Andalusia da narrare, da amare. Questo libro è un invito al viaggio: incamminiamoci allora, perché, pur inafferrabile e misteriosa, alla fine incontreremo la Terra della Luce”.

Franco Cardini, Andalusia, Il Mulino

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Dante Alighieri, una vita in esilio

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Dante. Una vita in esilio di Chiara Mercuri

“I giorni, i mesi, gli anni immediatamente seguenti all’esilio sono un tempo in cui Dante cerca di rappresentarsi la sua cacciata da Firenze come una faccenda esclusivamente politica. Cosa che nei fatti è, ma che il suo inconscio continua invece a percepire come una sconfitta personale. La sua del resto è stata anche una scommessa privata.

La scommessa di ascendere ai più alti gradi del governo della città, pur provenendo da una famiglia modesta e dissestata. La scommessa che Firenze potesse divenire, oltre che un modello di progresso economico, anche un modello di progresso politico. La scommessa di realizzare – dopo le riforme di Giano – una società più giusta, dove per valore potesse essere concesso a un uomo come Dante ciò che a Corso Donati era elargito per nascita. E nella nuova Firenze tutto questo era stato anche possibile, lo abbiamo visto: che un nobile decaduto come Dante divenisse priore, che un magnate come Giano si radunasse col popolo, che un popolano come Dino Compagni assurgesse alle più alte cariche del Comune. La scommessa di questo gruppo di persone nuove, che avevano tutte superato gli sbarramenti delle loro rispettive ascendenze sociali, era stata, dunque, in un primo momento vinta.

Ma subito dopo, irrimediabilmente, persa. Tutti e tre, in luogo di essere onorati per la loro militanza in favore della città, furono allontanati come criminali comuni: furono strappate loro le case, requisite le terre, interdetti i pubblici uffici, tenuti a lungo o per sempre in esilio. Spesso commettiamo l’errore di pensare all’esilio come ad una pena non così dura, come ad un semplice allontanamento dalla propria città. Ma l’esilio non è una migrazione, che certamente si porta dietro il dolore dello sradicamento, ma che non esclude comunque la possibilità di un rientro, magari momentaneo. L’esilio non è solo una mannaia che recide ogni tuo legame identitario, affettivo, sociale e politico, l’esilio è un mar Rosso che ti si richiude alle spalle, senza aprirti alcuna Terra Promessa; che ti lascia lì, in mezzo al guado, impossibilitato ad andare avanti, ma impedito pure nel tornare indietro.

Mandare qualcuno in esilio nell’Italia del Trecento significava fargli terra bruciata intorno, significava distruggergli il nido, buttargli giù la casa, pietra a pietra, sasso a sasso, trave a trave. Significava rendergli pure impossibile di costruirsene uno nuovo, in un’altra città, in un’altra terra, almeno nelle vicinanze di Firenze. Un esule non aveva grandi possibilità di restare a lungo in una delle città limitrofe, senza rischiare la vita; le pressioni di Firenze sulle altre città toscane erano micidiali e l’ordine di rendere impossibile e malfida la vita ai fuoriusciti era tassativo. Se per giunta il governo che ti aveva cacciato era particolarmente violento e senza scrupoli, intimava pure di eseguire la tua sentenza di morte fuori città, dovunque ti trovassi: in ogni momento un sicario stipendiato poteva prenderti la vita, mentre, a sera, ignaro rincasavi”.

Chiara Mercuri, Dante. Una vita in esilio    Laterza editore

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Il cane nel Medioevo

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Marco Iuffrida, storico e dottore di ricerca in Storia medievale, nel libro “Il Cane” (Odoya, 2018) indaga il binomio “Uomo e Cane” dal’Antichità al Medioevo

Alcuni documenti informano sulla condizione sociale del cane in quella civiltà europea che venne a crearsi dopo la caduta dell’impero romano. Furono i popoli definiti come “barbari” ad apportare nella cultura europea alcune delle più grandi innovazioni storiche nell’interazione con gli animali: alcune di queste novità riguardarono l’approccio sociale nei confronti del cane. Il ruolo del cane si radica così tanto nella tradizione barbarica da rafforzarsi nella successiva cultura feudale e cavalleresca, celebrando questo animale come un vero e proprio status symbol.

Il Medioevo fu una stagione ricca di novità e di conferme per il cane, ma anche per tutti gli altri animali. La cultura d’ambito venatorio, fin dalle origini, ha influenzato l’impatto simbolico e religioso del cane sulla società europea, mediante motivi ricorrenti che sussistono dal loro esordio nella Preistoria, passando attraverso la cultura occidentale con l’Argo dell’Odissea, per giungere al primato odierno dei cani tra gli animali da compagnia.

L’universo maschile e guerriero dell’epoca medievale ha fatto della cinofilia una “moda” di classe. Ma i modelli culturali che in materia di cani si diffondono in quei secoli sono propri di una tradizione che innesta le sue radici in un passato misterioso, dove il sacro si rimesta col profano.

Scena di caccia in una miniatura medievale

Il mondo animale medievale acquisì un valore simbolico che si radicò tangibilmente nella cultura europea: la scelta degli animali come allusione a Dio attinse direttamente o indirettamente a tradizioni arcaiche, al folklore, al mito e al sostrato religioso del periodo classico, quando il cane aveva un forte legame atavico con l’oltretomba.

Nel Medioevo la figurazione del cane ha una espressività ambivalente e nella Bibbia al cane è quasi sempre connessa una valenza simbolica improntata sulla sua “bestialità” intrinseca, nonché sulla somiglianza – così “negativa” – con l’uomo. Questa “colpa” biblica del cane è connessa al suo passato totemico e pagano di animale vicino al lupo, prossimo al selvatico e ad antiche divinità legate all’idea di morte. Ma l’importanza religiosa riservata ad animali come il pesce, il bue e l’agnello non riuscirà ad occultare la “vera” funzione simbolica del cane a cui verrà attribuito un complesso di doti e virtù che illustreranno la sua indole di animale leale e cristianizzato. È nelle espressioni artistiche che tutto ciò si riscontra, in una cornice d’ineguagliabile bellezza dove l’armoniosa natura rispecchia la maniera “paradisiaca” d’intendere il Creato, ma anche la visione domestica di semplici momenti tratti dalla quotidianità. Sono molte le rappresentazioni in cui i cani sono protagonisti “positivi” ed è in questa circostanza temporale che nel repertorio artistico si fissa l’immagine di Cristo mentre guida il suo gregge come Buon Pastore, accompagnato dal cane che lo segue e protegge fedelmente: sintesi assoluta di una vocazione amorevole per tutto il Creato, tra le più riuscite manifestazioni simboliche che la tradizione cristiana abbia potuto generare.

Dopo la domesticazione, è il Medioevo il momento più importante nella relazione tra l’uomo e il cane. A partire dai secoli medievali, l’avere a che fare con bracchi, levrieri, mastini e segugi ha denotato il potenziale empatico della cinofilia come elemento comune a culture molto diverse, legittimando l’elevazione del cane da animale addomesticato ad animale civilizzato.

Marco Iuffrida Estratto da: Il cane. Una storia sociale dall’Antichità al Medioevo (ed. Odoya, 2018)

     

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Il tempo dei lupi

Cattedrale di San Rufino ad Assisi, particolare con lupa

Nel libro “Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso” (Utet), il medievista Riccardo Rao ricostruisce come la superstizione popolare, la cultura dotta degli uomini di chiesa, ma anche le grandi trasformazioni dell’ambiente abbiano creato il mito del lupo europeo. Un percorso fra storia, letteratura, psicologia e biologia. A partire dalla celebre storia della bambina con il cappuccetto rosso che attorno all’anno Mille viene ghermita da un lupo e condotta nel cuore della foresta…

Il tempo dei lupi, Riccardo Rao, Utet

Il tempo dei lupi. A partire dal XII secolo, soprattutto grazie alla crescita delle città, l’Europa conosce un vero e proprio boom economico. E come adesso, quando c’è una forte crescita economica – basti vedere quanto avviene in paesi emergenti come la Cina e il Brasile – l’ambiente viene messo sotto pressione.

Gli ampi querceti che dominavano le pianure cadono uno a uno sotto i colpi delle asce dei contadini e dei boscaioli.

I disboscamenti sono enormi e questo approccio di “cancellazione” della dimensione naturale inizia a produrre conseguenze ambientali rilevanti, come l’intensificazione dei dilavamenti nelle aree collinari e fluviali.

In quest’epoca vengono anche popolate e messe a coltura aree che, per la loro posizione periferica, erano rimaste per lo più incolte: innanzitutto le zone paludose vicine ai fiumi, ma anche l’alta montagna.

A seguito dei disboscamenti e della crescita economica, i boschi che sopravvivono sono riqualificati per servire alle esigenze alimentari delle società contadine, divenendo coltivati o “domestici”, così come sono indicati in alcuni documenti dell’epoca: boschi disegnati e alterati dall’intervento umano.

Dal XII secolo si ampliano a dismisura le superfici a castagno, una pianta duttile, che fornisce legname e cibo attraverso il suo frutto.

In alcune aree d’Europa, l’economia fondata sull’uso di questa pianta è divenuta così importante da fare parlare di una vera e propria “civiltà del castagno”.

Legnaioli e contadini costruiscono persino case isolate e edifici all’interno del bosco, il cui volto è ormai distante da quello della prima parte del medioevo. Le fiabe ci insegnano che nel bosco si possono fare brutti incontri.

Brutti incontri. Si possono incontrare bestie feroci e malintenzionati. Ci si può perdere e vagare per giorni senza incontrare anima viva. Ma anche in quel caso, prima o poi, ci si imbatterà in qualcuno, un boscaiolo, un cacciatore o un contadino, perché i boschi sono popolati e persino abitati.

Da qualche parte, dove gli alberi si diradano e si apre un prato, c’è infatti una casa: può trattarsi di quella inquietante della strega di Hänsel e Gretel oppure della capanna dei sette nani che accolgono Biancaneve.

Ecco, quest’idea di un bosco dove prima o poi si incontra sempre una presenza umana è in buona misura debitrice alle trasformazioni tardomedievali del paesaggio.

Insomma, nel complesso i boschi si riducono e vengono popolati dagli uomini. I libri propongono spesso una narrazione trionfale dei grandi disboscamenti del XII-XIII secolo, presentandoli in toni epici come una sorta di Far West europeo. Rimangono invece sottotraccia i devastanti effetti prodotti sugli ecosistemi. Per esempio, l’uso intensivo da parte del bestiame delle rive dei fiumi, dove era stata ridotta al minimo la vegetazione di golena, ha ridotto la complessità biologica ed esposto maggiormente alle esondazioni. Ma soprattutto, se guardiamo nel complesso al bosco dobbiamo constatare che i suoi equilibri interni sono stati fortemente compromessi, con una riduzione massiccia delle specie selvatiche.

Cappuccetto rosso

Con le querce, abbattute dai disboscamenti, se ne sono andate o sono diminuiti in maniera consistente pure i branchi suini allevate allo stato brado. Non stupisce dunque che anche i lupi abbiano cambiato i loro comportamenti.

Finché il paesaggio boschivo era rimasto dominante e la disponibilità di prede ampia, gli attacchi del lupo nei confronti del bestiame erano rimasti contenuti. Del resto, in un’Europa rivestita di boschi, dove i cervi – per quanto eccezionalmente, come ci ricorda Gregorio di Tours – potevano persino entrare in città, il rischio per gli animali allevati dagli uomini era tutto sommato modesto e i maiali semi-selvatici, riuniti in greggi, riuscivano a cavarsela.

Le cose cambiano quando, nel tardo medioevo, i campi coltivati avanzano, spazzando boschi e incolti.

La grande stagione dei disboscamenti ha costituito uno degli attacchi più incisivi alle risorse ambientali. Ma questo nuovo modo di concepire la natura, in cui l’uomo si pone come il padrone, ha avuto conseguenze anche per il protagonista di questa storia, cambiando per sempre la vita del lupo europeo. La forte compressione dei boschi da un lato e dall’altro il loro utilizzo intensivo lo ha stanato dal suo habitat, sottraendogli le risorse di cui necessita. Lo ha indotto in stato di stress, privandolo di spazi sicuri e riducendo le sue prede.

Le abitudini del lupo. Il lupo si è dovuto abituare a uscire dal bosco, per cercare altrove il suo nutrimento, vicino alle case degli uomini, nelle stalle e dove riposano le greggi di pecore, di cui c’è una nuova disponibilità.

Infatti, un’altra trasformazione di quest’epoca consiste nell’enorme incremento dell’allevamento ovino, che si muove sulle strade della transumanza, verso gli alpeggi d’estate e giù in pianura d’inverno.

Non è un caso che le testimonianze degli attacchi dei lupi si concentrino in quest’epoca proprio in zone che hanno un pronunciato sviluppo della pastorizia ovina, come le Prealpi comasche e bergamasche, che l’industria laniera aveva trasformato in valli di pecore: alcuni testi agiografici del XIII secolo ricordano il miracoloso intervento di sant’Alessandro, san Defendente e santa Grata a favore delle popolazioni locali, terrorizzate dalle aggressioni dei lupi.

Per questa ragione, ancora nel XIV secolo, le comunità dell’alta Val Brembana ogni anno si recavano alla cattedrale di Bergamo per offrire tome di formaggio in cambio dell’avvenuta liberazione dai lupi: quasi come se i santi – o quantomeno il vescovo e i canonici della cattedrale – dovessero nutrire particolare riguardo per il bestiame delle valli, se volevano mangiarne i formaggi.

Ogni volta che si prova a fare un confronto tra le colonie lupine dell’epoca e quelle odierne, ci si scontra con l’assenza di dati certi: nei prossimi capitoli ragioneremo più analiticamente sui pochi numeri disponibili.

Tuttavia, anche soltanto in termini generali, immaginiamo che i lupi tardomedievali fossero senz’altro più numerosi di adesso. Le superfici boschive a loro disposizione erano invece forse minori di quelle attuali e comunque molto più intensamente sfruttate dall’uomo, sia per le attività di raccolta della legna, sia per la caccia, che riduceva di molto la disponibilità di ungulati.

Miniatura con il lupo e l’agnello

Rispetto al periodo precedente, aumentano le testimonianze di attacchi contro l’uomo e ciò non dipende soltanto dal fatto che le fonti scritte del tardo medioevo sono maggiori rispetto a quelle dell’epoca precedente.

Per fare pochi esempi – ma altri ne faremo nelle pagine che seguono – le cronache di area tedesca raccontano di uomini divorati, un numero imprecisato nei pressi di Paderborn nel 1119, più di trenta in Franconia nel 1271 e quaranta fanciulli in Renania, nei dintorni di Wattweiler, l’anno successivo.

Si tratta di cifre considerevoli, che delineerebbero una vera e propria emergenza, anche se questo genere di fonti ha spesso la tendenza a ingigantire – se non ad inventare di sana pianta – la portata delle aggressioni lupine.

Le indicazioni tratte dai documenti d’archivio, almeno per quest’epoca, rimangono complessivamente contenute. Tuttavia, è senz’altro possibile scorgervi un riflesso delle trasformazioni paesaggistiche a cui abbiamo accennato.

Il fatto che a Vicenza nel Duecento si progetti addirittura la costruzione di un muro a protezione del bestiame della città dai lupi mostra, per un verso, come questi ultimi intensifichino la loro frequentazione degli spazi urbanizzati, ma anche che la percezione che gli uomini hanno del pericolo sia innanzitutto legata alla difesa degli animali domestici.

Se i boschi sono ridotti e la selvaggina scarseggia, i lupi si rivolgono con maggiore insistenza agli animali domestici.

Gli attacchi aumentano, ma rimangono comunque episodi complessivamente limitati, che vanno valutati di volta in volta.

Non sempre infatti i lupi appaiono minacciosi: così sui Pirenei due pastori transumanti di Montaillou, a inizio Trecento, di notte lasciano le pecore incustodite nei prati vicini al villaggio «e se ne vanno dove vogliono fino all’alba», poiché, a loro dire, «non c’è da temere i lupi».

Insomma, gli uomini dell’epoca hanno commesso un errore riducendo eccessivamente gli spazi boschivi e incolti.

Senz’altro non sapevano fare diversamente: le conoscenze tecnologiche a loro disposizione consentivano di aumentare la produzione agricola soltanto attraverso l’ampliamento fino allo stremo delle superfici coltivate, piuttosto che incrementarne le rese attraverso un’agricoltura intensiva.

Così facendo, hanno però compromesso gli equilibri ambientali, favorendo comportamenti più aggressivi da parte dei lupi.

Riccardo Rao

“Contro il bosco: i nuovi paesaggi del tardo medioevo” è un capitolo del libro di Riccardo Rao “Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso” (Utet).

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L’Occidente cristiano e l’Islam

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Miniatura raffigurante cristiani e musulmani che giocano a scacchi in al-Andalus (Spagna islamica), dal libro dei giochi di Alfonso X di Castiglia, 1285

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, nella introduzione al suo saggio Luoghi e voci del pensiero medievale scrive: “Chi studia il pensiero medievale deve partire da un dato di fatto accertato dagli storici: l’Europa si è formata alla confluenza di etnie, tradizioni e culture diverse in un processo in movimento da migliaia di anni. Altrove ho suggerito l’analogia non con solide “radici”, ma con elementi liquidi, rivoli, ruscelli, fiumi, corsi d’acqua di diversa portata, che si confondono mescolandosi l’un l’altro: si tratta infatti di processi continui che danno luogo a una realtà inafferrabile a fermo immagine. Alcuni elementi nella cultura dell’Europa medievale sono certamente più evidenti di altri: l’eredità greco/romana e il cristianesimo. Ma non dimenticheremo nella cultura meticcia dell’Europa di ieri e di oggi la presenza ebraica e quella arabo/musulmana”.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri e Massimo Campanini sono i curatori di un ciclo di conferenze sul tema “L’Occidente cristiano e l’Islam” nei secoli medievali. Quattro incontri previsti ogni giovedì alle 18.00 a partire dal 15 novembre e fino al 6 dicembre, alla Casa della Cultura di Milano, in Via Borgogna 3 (MM1 – San Babila).

Protagonisti delle conferenze saranno Mariateresa Fumagalli, Massimo Campanini, Riccardo Fedriga, Roberto Limonta, Tommaso Duranti e Laura Cavazzini.

Un colloquio immaginario fra Porfirio e Averroè rappresentato in un’opera del XIV secolo

L’iniziativa fa seguito alla discussione sul Medioevo e gli stereotipi che lo accompagnano, avviata nell’ottobre dello scorso anno con le conferenze di “Oltre il pregiudizio: il caso Medioevo”. Il fascicolo monografico della rivista Via Borgogna 3, dedicato al ciclo, è ancora disponibile gratuitamente all’indirizzo www.casadellacultura.it/magazine-on-line-casa-della-cultura.php.

“L’Occidente cristiano e l’Islam” è un’altra occasione per aiutare a conoscere meglio la preziosa complessità del mondo medievale e comprendere che forse i “nani sulle spalle di giganti”, per usare la celebre immagine di Bernardo di Chartres, non erano poi così nani.

Ecco, in dettaglio, tutti gli appuntamenti:

GIOVEDÌ 15 NOVEMBRE 2018, ORE 18.00

  • “La scienza nelle scuole della città” Mariateresa Fumagalli
  • “La cultura alla corte di Federico II” Riccardo Fedriga
  • “La medicina nell’università del Duecento” Tommaso Duranti
  • “La medicina islamica da Avicenna alla ‘medicina del profeta’ ” Massimo Campanini

GIOVEDÌ 22 NOVEMBRE 2018, ORE 18.00

  • “Le età della vita e il rapporto fra le generazioni: giovani/vecchi, il padre e il maestro, il movimento dei ‘nemici della cultura’ ” Mariateresa Fumagalli e Roberto Limonta
  • “Il maestro e il discepolo nella riflessione di al-Ghazali” Massimo Campanini

GIOVEDÌ 29 NOVEMBRE 2018, ORE 18.00

  • “Un teorico dell’arte gotica: l’Abate Suger e l’opposizione di Bernardo di Clairvaux” Mariateresa Fumagalli
  • “Milano città aperta: il cantiere del duomo” Laura Cavazzini
  • “La teologia politica dell’architettura islamica” Massimo Campanini

GIOVEDÌ 6 DICEMBRE 2018, ORE 18.00

  • “L’alternativa delle scuole monastiche . Le enciclopedie e la conservazione del sapere Mariateresa Fumagalli e Roberto Limonta
  • “La scienza islamica nell’occidente medievale: Dante e dintorni” Massimo Campanini

Per informazioni: Casa della Cultura | Via Borgogna, 3 – 20122 Milano telefono: 02.795567 / fax 02.76008247 e-mail: segreteria@casadellacultura.it orario segreteria: dalle 9.30 alle 13.00; dalle 15 alle 20.00. Web: www.casadellacultura.it Fb: @casadellaculturamilano

   

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Il Medioevo e la nascita del sapone

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Non esiste più lo sporco impossibile.

Dite addio a macchie, incrostazioni, unto, malattie della pelle e cattivi odori: perché da oggi in tutte le case entrerà un prodotto innovativo, capace rivoluzionare l’igiene personale e quella dei nostri capi di abbigliamento, e presto non potrete più farne a meno: si chiama sapone.

Re Vencesilao al bagno

La grande novità arriva dalla Francia e per il momento è disponibile in flacone, ma presto – tre secoli al massimo – arriverà anche in pratici panetti.

Il segreto del suo successo? Olio di oliva e sodio carbonato mescolati con grasso di animale, cenere, soda ed erbe aromatiche, per un pulito fresco e imbattibile.

Pensata appositamente per le lavandaie c’è poi la formula speciale a base di lisciva di cenere di legna e terra di argilla smeltica o bianca. E i vostri panni saranno bianchi, che più bianchi non si può.

Siamo tra l’800 e il 900 quando in tutta Europa si diffonde l’uso del sapone.

Ad inventarlo, in realtà, come gli scacchi e le carte da gioco, sono gli arabi, che lo portano in Francia, dove la formula originaria viene migliorata e diventa perfetta per accompagnare bagni rigeneranti all’insegna del relax e del benessere.

D’altra parte, se nella Grecia classica il bagno era considerato soprattutto un completamento dell’attività atletica (doveva essere preso con acqua fredda e rapidamente, per dare energia più che ristoro) i romani si lavavano tutte le mattine le braccia e le gambe e, ogni nove giorni il resto del corpo, in occasione del giorno di mercato.

Nel tardo impero il bagno a vapore e la sauna avevano assunto principalmente il fine del rilassamento, conforto e benessere fisico. Nel medioevo, però, la decadenza degli acquedotti ha messo in crisi l’utilizzo degli impianti termali: le campagne si sono spopolate e nelle città si sono instaurate abitudini che si scontrano con le più elementari norme igieniche, come l’allevamento in casa di animali domestici, polli, oche e maiali. Nelle acque dei fiumi si lavano abiti e biancheria, si scaricano immondizie, carogne, liquami provenienti dalle concerie di pelli e dalle tintorie, e le mura fortificate che cingono le città – limitandone lo sviluppo – costringono gli abitanti in spazi sempre più ristretti e le strade, prive di pavimentazione fino al XII secolo, sono invase da fango e rifiuti. Insomma, non tutti i luoghi comuni sul Medioevo sono falsi.

A cambiare le abitudini igieniche sono poi intervenuti due fattori di portata storica: le invasioni barbariche che hanno sconvolto le strutture economiche, ideologiche e sociali su cui poggiava l’Impero Romano, e il progressivo affermarsi del cristianesimo con la condanna del corpo e della sua cura.

La crisi ideologica, che compromette profondamente la civiltà greco-latina, viene favorita da filosofi della tarda classicità e da religioni (principalmente di origine orientale) che invitano a un atteggiamento di sopportazione passiva delle avversità terrene e a un distacco dalla vita. Tutto ciò da una parte contribuisce a diffondere l’idea che il corpo è nemico dello spirito e, dall’altro instaura un certo scetticismo circa l’utilità dello studio della natura e del sapere scientifico. Le malattie, insomma, si vincono con la preghiera, non con gli artifizi medici.

Nonostante questo, nelle case dei benestanti il bagno non è mai venuto a mancare e si fa in grandi tinozze di legno, spesso in compagnia.

Donna che si pettina (Salterio di Luttrell)

A partire dal XII-XIII secolo, poi, si assiste ad un recupero della cura del corpo: fanno la loro comparsa le terme moderne e le saune pubbliche (dette “stufe”) e tanto la pulizia della pelle quanto la cosmesi tornano di moda.

Dopo la conquista di Toledo – nel 1085 – da parte di Alfonso VI di Castiglia, la città diventa sede di un movimento culturale di dimensioni europee, grazie alle traduzioni latine dei padri della medicina (Ippocrate, Aristotele, Galeno) e delle opere arabe. E proprio alla espansione della cultura araba si deve dunque la conoscenza del sapone che, come detto, viene sviluppato e migliorato in Francia, e in particolare a Marsiglia, da cui prende il nome quello più celebre del mondo, la cui composizione contempla l’uso esclusivo di oli vegetali (prevalentemente quello d’oliva) la cenere di piante marine come alcalinizzante, l’essiccazione al sole e il taglio a mano.

Una delle prime ricette particolareggiate per fare il sapone la troviamo in una raccolta di formule segrete per gli artigiani che risale al XII secolo. Il procedimento chimico con cui si produce è rimasto sostanzialmente invariato nel corso del tempo: oli e grassi di varia natura vengono bolliti con una soluzione di alcali caustici producendo una reazione da cui si ottiene il sapone grezzo, detta saponificazione.

Il principio fondamentale su cui si basa l’azione del sapone è la capacità di rendere solubili sostanze che sono insolubili, come batteri e sporcizia di vario genere, portati via poi con l’acqua.

Ovviamente la qualità dipende dai materiali usati: all’inizio per fare il sapone vengono utilizzati cenere di legno e grassi animali, ed è con questi ingredienti che nel Nord America i primi coloni fabbricano un sapone gelatinoso marrone per l’uso quotidiano. Il sego, grasso animale ricavato da bovini e ovini, è all’epoca l’ingrediente principale sia del sapone che delle candele, per cui gli artigiani – chiamati candelai – spesso producono e vendono entrambe le cose. L’aggiunta di sale alla fine della bollitura permette di ottenere delle barre solide, facilmente trasportabili, che vengono aromatizzate con lavanda, gaultheria e cumino dei prati. Non manca chi utilizza anche olio di pesce; che certo, però, non aiuta la freschezza dell’aroma.

Quanto al sapone di Marsiglia, già nel 1688 il ministro francese Colbertin emanerà un decreto per stabilirne le caratteristiche, combattendo la concorrenza di saponi di minore qualità prodotti soprattutto a Genova e Savona.

Nato liquido e divenuto solido, il sapone tornerà liquido nel 1865, quando lo statunitense William Sheppard brevetterà il nuovo tipo di detergente, destinato a soppiantare quasi del tutto quello tradizionale. Peccato che di naturale ci resterà molto poco: nel XXI secolo, infatti, il sapone liquido in commercio non sarà altro che una combinazione di detergenti chimici, agenti di schiumatura artificiali, allergeni e inquinanti, che quasi quasi era più sano restare sporchi.

E poi dicono male del Medioevo.

Arnaldo Casali

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