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“Il settimo sigillo”, partita a scacchi con la Morte

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“Questa è la mia mano, posso muoverla, e in essa pulsa il mio sangue. Il sole compie ancora il suo alto arco nel cielo. E io… io, Antonius Block, gioco a scacchi con la Morte. ” (Antonius Block). Il settimo sigillo, 1957, regia di Ingmar Bergman, è tratto dal dramma “Pittura su legno”, dello stesso Bergman

La generazione precedente alla mia è stata forse segnata soprattutto dalla radio; quella successiva è una generazione decisamente televisiva; la prossima, quella di chi oggi ha fra i dieci e i trenta, è una generazione informatico-telematica, tutta computer e telefonini.

Noialtri che stiamo tra i sessanta e gli ottant’anni, noi generazione della guerra in Vietnam, del boom economico e del Sessantotto, noi contemporanei di Bob Dylan e di Sean Connery, siamo senza dubbio una generazione profondamente segnata dal cinema, intrisa di cinema.

Non che il grande schermo e la pellicola al nitrato d’argento non fossero cose anche di prima: è ormai praticamente un secolo che ogni generazione ha i suoi idoli cinematografici, e Charlot non vale certo meno di Johnny Depp. E noialtri che abbiamo abbastanza rapidamente dimenticato Bo Derek, mentre siamo restati tutti profondamente innamorati di Michelle Pfeiffer, non ci siamo certo scordati (come avremo potuto?) d’essere stati fidanzati con Brigitte Bardot, più di cinquant’anni or sono; e perfino Gilda, Rita Hayworth, riesce ancora a riscaldarci le viscere (quanto meno, intendiamoci, quelle della memoria).

Io, infatti, penso per film. Mi rivedo, ragazzino, bere western e retoriche pellicole sui marines nei cinema all’aperto della mia Firenze di sessant’anni fa; ripenso a Porto delle nebbie come alla pellicola che mi ha introdotto nel “grande” cinema, ma continuo ad aver nostalgia anche non solo per Hitchcock, ma anche per Carné e per Ford, Il postino suona sempre due volte mi tiene ancora sveglio, quando lo becco di notte su una qualche rete televisiva, sia nella versione del 1946 con la dark lady Lana Turner sia in quella del 1981 con un’indimenticabile, fragile, sensualissima Jessica Lange.

Ma ho nostalgia anche e perfino, ebbene sì, dei polpettoni di cappa e spada con Errol Flynn e di quelli della serie Dracula col vecchio caro Christopher Lee. Va da sé che, quando sono sicuro che nessuno mi vede, torno non dico a Totò e a Sordi – quello va da sé – ma anche a Mel Brooks, magari perfino a Villaggio, a Verdone, che Dio mi perdoni, perfino a Pozzetto. Non oltre, naturalmente. Con la signora Marini e con Alvaro Vitali non sono mai sceso a patti.

Poi ci sono i “miei” film: quelli che se potessi non mi stancherei mai di rivedere. Non sono molti: e proprio per questo ho un forte imbarazzo della scelta quando si tratta di parlarne.

“La Morte che gioca a scacchi”: l’affresco di Albertus Pictor realizzato intorno al 1480 nella chiesa di Täby ha ispirato Bergman nella realizzazione de “Il settimo sigillo”

Il mio regista preferito è comunque senza dubbio, dovendo scegliere, Ingmar Bergman, quello che più direttamente e profondamente ha parlato alla mia generazione nutrita di Freud, di Jung, di Kierkegaard, di Nietzsche e di Sartre: la generazione che non aveva visto la guerra (o ne aveva solo qualche ricordo-lampo) ma che era cresciuta tra le sue macerie, che si andava interrogando sugli orizzonti perduti dei grandi ideali e sulla foresta delle grandi illusioni.

Il settimo sigillo è il film che vorrei far vedere ai miei nipoti per cercar di spiegar loro che cosa sia la vita: ammesso che io lo sappia, che lo abbia intuito se non compreso. So bene che, sulle prime, sarei frainteso: può sembrare una pellicola “storica”, sul Medioevo: e infatti, come tale, regge molto più di altre che sono invece, storicamente parlando, più ambiziose (e dal canto mio mi capita di associarlo sempre più spesso a L’armata Brancaleone: un paragone che non ritengo affatto né irrispettoso, né blasfemo, né troppo scherzoso).

Quel che mi colpì prima di tutto nel ’58, quando lo vidi la prima volta (era uscito nel ’57), fu la fotografia: lo scabro bianco-nero del quale Bergman è maestro, lo stesso de Il posto delle fragole. Poi mi colpì, allora, l’aspetto “veritiero” se non addirittura “veridico” di quel Medioevo, che intuii e giudicai subito come profondamente “mio”. Ero difatti un cultore appassionato – e, coi miei diciotto anni, ingenuo – di quel Medioevo che sognavo di studiare all’università (una cosa che del resto ho poi fatto, rendendomi conto in tal modo di che cosa significhi l’eterogenesi dei fini).

Evidentemente mi sbagliavo: ero caduto in una trappola che non mi era stata del resto affatto tesa; avevo visto e sulle prime giudicato con occhi relativamente assuefatti ai film “storici” una pellicola che conteneva un messaggio rigorosamente esistenzialista, non avevo compreso che quel film là non andava assolutamente visto con i medesimi occhi con i quali si poteva guardare non dico La disfida di Barletta, ma neppure l’Aleksander Nievskji o La passione di Giovanna d’Arco.

Gli adolescenti possono anche fingere di apprezzare quello che non capiscono; ma amano quello che sanno riconoscere. Nel Settimo sigillo individuai e apprezzai fino alla passione le cose che avevo imparato di un Medioevo avvicinato soprattutto da autodidatta, sia pure con qualche buona lettura, come L’autunno del Medioevo di Huizinga o Movimenti religiosi e sette ereticali di Volpe. Amai le citazioni del Cavaliere, la morte e il diavolo di Dürer, quelle della Danza Macabra, della Peste Nera, della caccia alle streghe. Era un Medioevo che avrebbe dovuto insospettirmi, sembrarmi troppo convenzionale: ma allora mi affacciavo alla vita e allo studio, il convenzionale era per me una vittoria, era perfino nuovo e originale.

Max von Sydow è Antonius Block, il cavaliere. Bengt Ekerot interpreta la Morte. Bergman affidò il ruolo di Jöns, lo scudiero, terzo principale protagonista del film, all’attore Gunnar Björnstrand

Non compresi quindi che Bergman mi poneva in realtà dinanzi ai grandi archetipi dell’esperienza esistenziale, che il “suo” Medioevo non era il periodo storico grosso modo compreso tra la caduta dell’impero d’Occidente e la scoperta del nuovo mondo, bensì la vita colta nel suo mistero, l’ “età di mezzo” tesa tra due misteri che, se la fede non contribuisce a diradarne il buio pauroso e a conferir loro un senso, restano il Nulla, ben più terribile della Morte e del Diavolo. Il Nulla nel quale lo scudiero Jons invita il cavaliere Antonius Block a specchiarsi, mentre questi affronta l’angoscia del passo decisivo; mentre, dal canto suo, lo scudiero accetta a sua volta di entrare nel Nulla, ma dichiara di farlo ribellandosi.

«Ribellarsi, questa è la nobiltà dello schiavo: la vostra nobiltà sia l’obbedienza»: così insegna Nietzsche nel Così parlò Zarathustra.

Ma nel livido, tempestoso mattino, successivo alla notte del passaggio dell’angelo dell’abisso, l’artista girovago Jot e la sua famiglia si accorgeranno di esser vivi, scampati alla fine; e capiranno che la carità del cavaliere li ha salvati, consentendo loro di ucciderli attraverso uno stratagemma giocato alla Morte durante la loro lunga partita a scacchi. La Morte non si può vincere: capita comunque di poterla eludere, talvolta, e ciò è bene a patto che ne valga la pena.

Il cavaliere reduce dalle crociate, salvando l’umile famiglia di attori nomadi, ha assolto ancora una volta al suo compito di difensore degli umili e degli oppressi. E sono loro, gli umili, che restano in vita; che ereditano la terra.

Un grande esistenzialismo fedele a Nietzsche e a Kierkegaard, ma ben più nobilmente umano rispetto alla cupa miseria dell’annoiata disperazione sartriana.

Franco Cardini

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Guelfi e Ghibellini: figurini storici in mostra a Calenzano

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Bocca degli Abati assale Jacopo de Pazzi, che regge il vessillo guelfo con il giglio vermiglio in campo bianco (autore: Mario Venturi)

Fino al 15 settembre nel Museo del Figurino Storico di Calenzano, a due passi da Firenze, sarà visitabile la mostra Guelfi e Ghibellini nella Toscana dei secoli XIII e XIV.

La Condotta, associazione fiorentina di ricerca e ricostruzione storica (www.lacondotta.net) grazie a figurini e diorami ha realizzato un affascinante percorso corredato da una pubblicazione che racconta gli uomini e le donne di un territorio lontano nel tempo.

Nella seconda metà del XIII secolo il giglio fiorentino che rappresentava i ghibellini, bianco in campo rosso, diventa, ad opera dei guelfi, vermiglio in campo bianco. Anche le terre si arrossano per il sangue sparso in decenni di lotte senza quartiere, proprio negli anni in cui un altro giglio, in oro zecchino, il famoso fiorino di Firenze, il “dollaro del Medioevo”, coniato nel 1252, cominciava a circolare in tutta Europa.

Quelli esposti a Calenzano in gran parte sono pezzi unici, realizzati per l’occasione. Il livello del modellato e della pittura merita l’attenzione di tutti gli appassionati. Le opere sono il punto di arrivo di un percorso scrupoloso di ricerca storica e iconografica.

Un lavoro certosino: gli autori hanno sviluppato la loro passione per i “soldatini” e il figurino storico nella seconda metà del Novecento, in una società nella quale le immagini e i colori erano meno invasivi di oggi. Leggere un libro di avventure con poche illustrazioni spingeva allora la mente a fantasticare immaginando le scene e i personaggi fin nei minimi particolari. Tutta questa attenzione si ritrova nei figurini e nei plastici in dimensione ridotta esposti a Calenzano che mostrano nei dettagli i combattenti di tutte le classi sociali e evidenziano l’evoluzione delle armi e degli abiti. I colori e disegni delle araldiche riportate sulle bandiere, sulle vesti e sulle gualdrappe servivano a scandire la necessità e il desiderio rendersi riconoscibili anche in battaglia.

Lo spedale di Castelfiorentino (autore: Sergio Agostini)

Nella rassegna viene rappresentata anche la vita quotidiana dei borghi rurali nati nel Medioevo in prossimità della via Francigena: ci sono i pellegrini e i mercanti che arrivano all’hospitale dove potevano mangiare e passare la notte, i nobili che escono dal castello per andare a caccia con il falco e i contadini che si avvicinano a un mercato per vendere un maiale e scambiare i prodotti della terra. In un modo diverso dall’immagine bidimensionale, il materiale in mostra evoca l’umanità dei nostri predecessori, lontani nel tempo e nelle abitudini ma allo stesso tempo vicini in tanti altri aspetti della vita di tutti i giorni.

Il Museo del Figurino Storico di Calenzano, fondato nel 1996 propone iniziative ed attività didattiche tese a diffondere la cultura storica attraverso una corretta comunicazione scientifica. La struttura espositiva si avvale di strumenti quali il modellismo, l’informatica, la rievocazione, l’archeologia sperimentale e ricostruttiva in scala e i moderni mezzi audiovisivi.

Scorcio di una via all’interno delle mura del Castello di Calenzano

La visita al Museo si sviluppa attraverso più livelli: un percorso archeologico è legato alla storia del territorio; un altro, didattico, è costituito da fedeli modelli in scala. C’è poi un percorso storico dedicato al complesso monumentale del castello di Calenzano considerato come un vero e proprio museo en plen-air. Arricchiscono la visita svariate attività di laboratorio legate alla rievocazione storica. Tutti i percorsi nascono dalla collaborazione tra modellisti e i ricercatori, soprattutto storici e archeologi, affiancati dalle istituzioni preposte alla ricerca come la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e le Universita’ di Firenze e di Siena.

Calenzano si trova tra Firenze (da cui dista circa 14 Km) e Prato (a circa 6 Km) e può essere raggiunta facilmente sia in auto che in treno o in autobus. Il museo è in via del Castello 7 (tel./fax 055-0500234) ed è visitabile il giovedì dalle ore 9.00 alle 13.00 e il venerdì, dalle ore 14.30 alle 18.30. Il sabato e la domenica rimane invece aperto dalle ore 9.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 18.30. Il museo rimarrà chiuso per tutto il mese di agosto. Web: Museo del Figurino Storico – E-mail: museofigurinostorico@atccalenzano.it

Per informazioni e prenotazioni di visite in orari diversi, va contattata l’Associazione Turistica Calenzano: e-mail: segreteria@atccalenzano.it – telefono 055-0502161

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Storia minima del Trasimeno medievale

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Agro perugino (1581-1583, Ignazio Danti, Galleria delle Carte Geografiche, Musei Vaticani)

Trasimeno. Nella lingua degli Antichi Umbri, in senso letterale, “quello che si sta prosciugando”. Tarsminass nell’etrusco della Tabula Cortonensis. Poca acqua, tanta storia.

L’età medievale del grande lago che lo storico dell’arte Cesare Brandi, ammaliato dal paesaggio circostante, definì “un velo d’acqua su un prato” ora è raccontata in un piccolo, prezioso saggio di Jacopo Mordenti: Di pietra e d’acqua dolce. Storia minima del Trasimeno medievale (Aguaplano Libri, Perugia 2018). Lo storico Glauco Maria Cantarella ha curato la prefazione del volume.

Se a scuola ci insegnavano che l’Umbria è l’Ombelico d’Italia, il Trasimeno è come un occhio dell’ombelico; l’immagine è più grottesca delle pitture dell’Arcimboldo, ma è solo per dire che è troppo centrale per non essere al centro di molte storie o semplicemente della Storia.

Tanto per cominciare, sulla via nord-sud e viceversa, come impararono gli uomini di Annibale e, a loro spese, i legionari di Roma. E, molto più tardi, su una delle vie possibili dell’incoronazione imperiale a Roma, dall’Esarcato fino alla basilica di San Pietro. E anche sulla direttrice ovest-est e viceversa, come sapevano i Longobardi e anche i Romani (detti impropriamente Bizantini) che cercarono gli uni di occupare, gli altri di presidiare il corridoio Tirreno-Adriatico della via Flaminia.

Il libro di Jacopo Mordenti Di pietra e d’acqua dolce. Storia minima del Trasimeno medievale (Aguaplano edizioni, 2018)

Ampia area strategica, fulcro dei collegamenti con l’Esarcato e con la Pentapoli e i suoi porti, questa regione fu sempre contesa, attraversata da eserciti, spolpata da signori in transito e sempre inserita, almeno in linea istituzionale, in organismi molto più grandi.

Il libro di Jacopo Mordenti, pieno di storie e di storia, non è da leggere come una ricerca di ambito locale. Perché di esclusivamente locale non c’è proprio nulla. Certo, ci sono gli usi legati alla produzione ittica; ci sono i tributi e le decime pagati in pesce; ci sono le avvertenze per la manutenzione del lago. E ci sono i protagonisti dell’età dell’egemonia delle città: le oligarchie dominanti, le comunità locali, i signori, le alterne vicende delle lotte politiche, del confronto/scontro con Perugia, città che tende a egemonizzare l’area geografica rendendola il proprio territorio, trasforma il Lago Trasimeno in Laco de Peroscia e ne utilizza la ricchezza per finanziare la costruzione del monumento simbolo della dominazione, la Fontana Maggiore.

In lontananza, sempre Roma e gli interrogativi che ponevano i suoi interventi. Mordenti, studioso del Medioevo le cui competenze vanno ben al di là dell’Umbria, autore di penna agile e di acuto ingegno, dipinge in queste pagine un quadro di grande interesse, in grado di catturare i semplici curiosi e di coinvolgere gli esperti, senza tediare e senza rinunciare alla serietà scientifica. Una scommessa difficile. Ma riuscita.

Glauco Maria Cantarella

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La battaglia di Civitate

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Cavalieri normanni raffigurati nell’Arazzo di Bayeux

Nell’anno del Signore 1016, quaranta cavalieri normanni di ritorno dalla Terra Santa sbarcano a Salerno, in quel momento assediata dai saraceni. I cavalieri del nord si presentano a Guaimario IV, signore di Salerno e gli offrono la loro spada. Poi salgono a cavallo e, come racconta il cronista Amato di Montecassino, travolgono i saraceni che assediavano la città. Il signore di Salerno li premia con terre e averi.

Da quel momento fu un susseguirsi di arrivi dal nord Europa di cavalieri pesanti normanni e un lungo elenco di infeudazioni da parte dei duchi longobardi, ben lieti di avere le spade normanne al loro fianco per respingere i saraceni e scacciare i bizantini. Bari, ultima roccaforte greca, cadde nel 1071 quando il sud Italia era, ormai, in mano normanna.

La svolta politica della conquista dell’Italia, però, si può individuare nella battaglia di Civitate tra le forze normanne e un esercito messo insieme da papa Leone IX in risposta alla richiesta di aiuto che giungeva dalle popolazioni del Mezzogiorno.

La conquista del sud Italia e la condizione della popolazione A furore normannorum libera nos Domine è il grido di dolore che, secondo i cronisti del tempo, da più parti del sud Italia si levò alla volta del Pontefice. I cronisti ricordano come già «nel giugno del 1053, poco prima della battaglia di Civitate, si avvicinava il tempo delle messi, ma prima che i contadini le avessero raccolte, quando erano ancora verdi, già i Normanni, mancando di pane, le riscaldavano sul fuoco e le mangiavano tostate». Anche le vessazioni sulla popolazione erano molteplici: «Molti venivano dal Sud, con gli occhi cavati, i nasi tagliati, le mani e i piedi troncati, lamentandosi da far pietà della crudeltà dei normanni».

I territori normanni nel sec. XII

Le fonti insistono sul «carattere banditesco dell’occupazione normanna in Italia», soprattutto nel periodo in cui i loro comandanti si insediano nei territori di nuova conquista, delineando «una lunga fase iniziale» nella quale «non ci sono dubbi di sorta, poiché Roberto il Guiscardo devastò intere regioni. Fu a questo punto che papa Leone IX, un combattivo alsaziano di circa cinquant’anni d’età, protagonista della grande riforma della Chiesa, decise di impugnare le armi per mettere fine all’anarchia». Il Pontefice, intenzionato a porre fine alle angherie e spoliazioni dei normanni, raccolse «un esercito piccolo, ma di forti cavalieri della sua gente» per andare a combattere i normanni in una battaglia nel corso della quale ci fu «un’immensa strage, molto sangue si sparge dall’una e dall’altra parte» e alla fine «sono vinti coloro che combattono per la giustizia: vincono coloro che combattono la giustizia» secondo Brunone di Segni. Una battaglia che «ebbe un’importanza superiore a quella che si suole ad essa attribuire» e che secondo Gregorovius «è forse la più memoranda che registrino gli annali del papato temporale».

L’avvicinamento alla battaglia Le truppe pontificie, 2.400 fanti longobardi e italici e 700 cavalieri svevi, si muovono da Roma verso Benevento, senza toccare la città, dirigendosi verso il Biferno, vicino Guardia Alfiera. La direttrice di marcia è lungo la vecchia via Traiana-Frentana, con l’intenzione di riunirsi con le truppe del catapano bizantino Argiro, in marcia da Bari con almeno tremila uomini, nei pressi di Civitate.

Fanti longobardi in una miniatura

I normanni, guidati da Umfredo di Altavilla, Riccardo di Aversa e Roberto il Guiscardo, si mettono in marcia per intercettare le truppe pontificie. La notizia dell’arrivo dell’esercito del Papa, però, induce molte popolazioni a chiudere le porte delle città e negare i rifornimenti ai normanni. «La loro situazione era abbastanza grave. Le popolazioni, che per i loro continui soprusi, avevano invocato l’aiuto del papa, traevano speranze ed incoraggiamento dall’arrivo di Leone IX e chiudevano loro le porte. Si doveva avanzare attraverso una regione decisamente nemica, che per il momento non dava più le vettovaglie, ma che poi avrebbe potuto insorgere a lotta aperta». Per questo i normanni avevano poca intenzione di combattere e pensavano ad incontrare il Papa, inviando un’ambasceria e promettendo obbedienza, purché li lasciasse in pace nelle vicende contro i bizantini. I normanni potevano contare su tremila cavalieri e meno di mille lance appiedate. Girando al largo della città di Troia, fortificata e presidiata dai bizantini, puntarono sulla piana di Civitate e a metà giugno si trovano davanti al nemico.

«L’arrivo dei normanni parve disorientare i piani di guerra del Pontefice. Ma gli avventurieri nordici, ritenendo per fama che i mercenari tedeschi fossero moltissimi, bramavano essi pure evitare il combattimento, il cui esito appariva abbastanza dubbio». Furono, quindi, iniziate delle trattative. Leone IX è, però, mal raccomandato, circondato da pessimi consiglieri, soprattutto quegli «alamanni e teutonici che si facevano beffe, per via della loro statura e della loro complessione, dei normanni, più bassi di loro». Il Pontefice spera nell’arrivo dei bizantini. I 700 svevi sono superbi, il Papa non riesce a farli ragionare, ma che cosa puoi dire a guerrieri che combattono valorosamente e con crudeltà, che «preferiscono morire piuttosto che voltare le spalle» e pur essendo digiuni di tecniche di guerra a cavallo rispetto ai normanni, «sono comunque temibili con la spada: infatti sono specialmente lunghe e acuminate le loro spade, capita spesso che colpendo il corpo dal capo lo dividano in due, e stanno a pie’ fermo, quando smontano dai cavalli». Gli svevi sono fiduciosi del numero soverchiante e non vogliono trattare, anzi, «imposero ai nemici l’andata via, previo disarmo, dall’Italia, o la guerra. Leone IX, benché riluttante, dovè piegarsi alla volontà dei duci tedeschi».

I normanni, dal canto loro, erano stanchi e digiuni da tre giorni, non avrebbero voluto combattere, ma visto il fallimento dell’ambasciata si preparano alla battaglia: Umfredo al centro, Riccardo di Aversa all’ala destra e Roberto il Guiscardo, con i suoi calabresi, all’ala sinistra (di riserva, non avendo un fronte nemico diretto al quale opporsi). L’esercito di Leone IX è disposto su due fronti: quello dei cavalieri svevi, in faccia ad Umfredo e quello della soldatesca italica e longobarda (guidati dal duca Gerardo di Lorena e dal principe Rodolfo di Benevento con reparti provenienti dal Lazio, dalla Campania, dalla Marca Anconitana e dai Marsi), dirimpetto a Riccardo di Aversa.

Piano della battaglia di Civitate. Rossi: Normanni. Blu: Coalizione pontificia. Verde: collina di Civitate (da Wikipedia.it)

La battaglia Fra i due accampamenti si trovava una collinetta che impediva agli avversari di vedersi direttamente. I normanni, saltata la trattativa, occupano immediatamente quell’altura e guadagnano immediatamente un vantaggio che risulterà favorevole alla vittoria: caricare il fronte nemico a tutta velocità dall’alto verso il basso.

Dall’alto della collina i primi a gettarsi sul nemico sono gli uomini di Riccardo d’Aversa. Una violenta carica di cavalleria, specialità dei normanni, che taglia in due e getta nello scompiglio le forze pontificie volgendole in fuga «per plana, per ardua» scrive il poeta Guglielmo di Puglia. I normanni stringono le fila, serrano gli scudi e pungono con le lance quello che, sempre secondo il poeta, è un «contingente eterogeneo» ed «ammassato senza un minimo di ordine militare, non avendo i soldati nessuna idea di come disporsi in ordine di battaglia». La compattezza della cavalleria normanna trova facile penetrazione nelle forze papali che «mostrano ben presto di non essere altro che una turba fugace disposta a piantare in asso i propri alleati sul campo». I cavalieri di Riccardo di Aversa «giunti di fronte alle fila longobarde, penetrano attraverso le maglie dello schieramento, frazionandolo e rompendone l’ordine, costringendo le unità ad una rotta disordinata», poi si gettano all’inseguimento dei fuggiaschi lungo le sponde del Fortore, compiendo una strage. I fanti gettano le armi e gli scudi, rompono la formazione compatta che poteva significare la salvezza, resistendo alle cariche e cercano scampa nella fuga. Inutilmente. I normanni infilzano alla schiena quanti fuggono, rompono elmi e teste con le spade, molti vengono calpestati dai cavalli. Umfredo d’Altavilla, al comando del centro normanno, invece, si trova di fronte la forte resistenza dei cavalieri svevi mandati dall’imperatore Enrico III a combattere per il Papa. In questo settore le ripetute cariche normanne non riescono a sfondare i ranghi teutonici. I cavalieri svevi, probabilmente appiedati per lo scontro, menano «fendenti terrificanti che vuotavano d’arcione i normanni o troncavano le gambe dei cavalli». E spingono in avanti la propria posizione. Lo schermo di scudi di apre per falciare i nemici, poi si richiude e avanza di qualche passo. E poi ancora. Tanto che lentamente gli svevi riguadagnano la collina e cacciano indietro le forze normanne.

Roberto d’Altavilla, detto Il Guiscardo (L’Astuto), in un dipinto ottocentesco nella Reggia di Versailles

È a questo punto che entra in scena l’eroe della giornata, colui che assurgerà a comandante indiscusso dei normanni in Italia: Roberto il Guiscardo. Viste le difficoltà incontrate dal fratello, Roberto d’Altavilla, si lancia alla testa del suo contingente di calabresi contro gli svevi. I quali indietreggiano sotto la spinta del Guiscardo. Indietreggiano, ma non si arrendono, continuano a colpire e uccidere. «Nel furore della battaglia era ormai impossibile chiedere pietà, né il Guiscardo poteva permettersi di lasciare in vita guerrieri così irriducibili. I germanici si sistemarono in quadrato e attesero che i normanni tornassero alla carica solo per falciarli ancora e ancora, fino a che la divisione di riserva, magnificamente controllata dal Guiscardo, desistette dall’inseguimento dei fuggitivi e tornò indietro per annientare l’ultima resistenza. Gli impavidi svevi caddero uno dopo l’altro, dopo aver inflitto perdite terribili ai loro avversari». Come accaduto ad Hattin, il 4 luglio del 1186, ai cavalieri templari e ospitalieri, ben consci del loro destino se presi vivi dei musulmani, «i cavalieri svevi cadono nella loro interezza sotto i colpi dei normanni, non viene data loro la possibilità di resa perché combattono fino all’ultimo uomo, in altre circostanze, altri personaggi vengono fatti prigionieri e poi liberati dietro lauti riscatti. Non si accetta il fatto che dei nobili possano arrendersi a dei mercenari, ci si batte con la convinzione di essere comunque superiori, se non per nascita almeno per arte della guerra. Un’ipotesi plausibile è che la maggior parte dei cavalieri svevi abbia scelto di appiedarsi, ancor prima dell’inizio della battaglia per poi stringersi a cerchio nel tentativo di prolungare la resistenza contro la cavalleria normanna, negandosi ogni possibilità di fuga».

Quadro politico della penisola italiana tra il 1040 e il 1185. Il Meridione è ancora in gran parte in mano bizantina, a eccezione dei territori di Salerno e Benevento (da Wikipedia.it)

La conclusione L’esercito papale è sconfitto, annientato e lo stesso pontefice viene fatto prigioniero. Lascia le mura di Civitate e si consegna ai normanni, pronto al martirio, quando accade l’inverosimile: «La gente dei normanni inginocchiata davanti a lui lo venera, implorando il suo perdono. Il papa benignamente accoglie questi che sono curvi di fronte a lui; tutti quanti gli baciano i piedi» racconta Guglielmo Apulo. I feroci uomini del nord «si inginocchiarono davanti a lui, ottenendo il riconoscimento delle loro conquiste e trattandolo con cortesia inconsueta e, soprattutto, volgendo la propria sete di conquista verso la Sicilia».

Amato di Montecassino scrive: «Il Papa aveva paura e il clero tremava. E i normanni vincitori gli infusero speranza e promisero che con loro il Papa sarebbe stato sicuro, e lo condussero con tutta la sua gente a Benevento, provvedendolo continuamente di pane e di vino e di tutto ciò che gli poteva abbisognare». È Roberto il Guiscardo a prestare il giuramento feudale al Pontefice, dichiara i titoli di Leone IX, di colui dal quale deriva tutto ciò che possiede «e possedendolo già, il suo signore eminente non avrebbe potuto togliergli» alcunché. Il Guiscardo giura di servire la Chiesa romana in cambio del riconoscimento del dominio sul Sud. Per John Julius Norwich, la battaglia di Civitate «fu altrettanto decisiva, per i normanni italiani, quanto lo sarebbe stata per i loro fratelli e cugini quella che avrebbe avuto luogo, tredici anni più tardi, a Hastings in Inghilterra: mai più sarebbero stati posti in discussione i diritti basilari dei normanni nell’Italia meridionale; mai più si sarebbe pensato a cacciarli dalla penisola».

Umberto Maiorca

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L’arte del giullare

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Miniatura tratta dalle Storie della Bibbia (1443, Koninklijke Bibliotheek, L’Aia)

La parola giullare deriva dal latino joculator, a sua volta proveniente da jocus (scherzo, gioco), ma i giullari nel medioevo, sebbene basassero il loro repertorio sullo scherzo e sul gioco, dovevano stare molto in guardia e calibrare ogni parola. Il gioco, più che liberarli, poteva diventare un giogo, farli quindi imprigionare e finire il resto dei loro giorni in una buia e tetra segreta.

Solitamente fornito di un ampio bagaglio culturale, il giullare medievale conosceva la storia e le storie, usava la fantasia e le abilità linguistiche, sapeva improvvisare versi così come comporre canti cavallereschi e d’amor cortese. Girava così di corte in corte in cerca di una dimora e di un pasto, e a volte grazie alla sua arte poteva assurgere a favorito dei principi e dei re.

Il giullare poteva esserlo di professione e allora era musico, danzatore, giocoliere, ammaestratore, acrobata, lottatore, cantante, trampoliere, poeta e narratore per diventare un caleidoscopio di attività e di mestieri. Aveva senno e «provedenza / in ciascun mestiere» e, come testimonia Ruggieri Apugliese, giullare e poeta siciliano del XIII secolo, so «bene esser cavaliere / e donzello e bon scudiere, / mercatante andare a fiere, / cambiatore ed usuriere […] so cantare, / fisica saccio e medicare, / so di rampogne e so’ zollare […] Orfo so’ e dipintore, / di veggi e d’arke facitore, / mastro di petre e muratore / bifolco so’ e lavoratore […]».

“Fou ne croit, s’il ne recoit”, il giullare non crede se non riceve. Miniatura tratta da Libro d’Ore con proverbi (XV secolo, Bibliothèque Nationale de France, Parigi)

Insieme a tutte queste specificità, arti e artifici, il giullare si ammantava anche di effluvi solforosi: la sua lingua aguzza, tagliente e biforcuta lo rendeva prossimo al diavolo, il diabolo, l’essere dalla doppia lingua. È per questo che veniva considerato troppo spesso un essere spregevole e dunque confinato ai margini della società, sia da vivo che da morto: la terra che lo avrebbe accolto sarebbe stata quella sconsacrata, lo stesso destino che spettava alle meretrici, che come lui vivevano dello sfruttamento del proprio corpo. Infatti accanto all’istrio scurre esisteva anche l’istrio turpe: mentre il primo si produceva in volgarità verbali, il secondo si lasciava andare a oscenità fisiche.

Oggi riemerge rivitalizzato e forse purificato dalla tradizione popolare delle rievocazioni storiche, un novello giullare erede di quella lontana tradizione, ma meno poliedrico e più specializzato: a volte attore, musico o solo giocoliere, altre acrobata, trampoliere e menestrello. Fra queste specificità quella che maggiormente gode di una propria originalità e non eccessiva riproducibilità tecnica, per dirla con Benjamin, è la figura dell’improvvisatore in versi, poeta estemporaneo che riflette se stesso nello spettatore: e la parola si fa nota, dun- que diventa musica, canta e incanta. Cercando l’appoggio e la collaborazione del pubblico, l’improvvisatore ne rapisce l’attenzione, ne carpisce le intenzioni, crea una tenzone dialogica, che va verso lo spettatore e lo spinge a vivere la tensione dell’attesa che nasce dall’ignoto.

Giullare (Jean Fouquet), presunto ritratto del buffone Gonnella

L’improvvisazione diventa così l’arte di mescolare, miscelare e unire. Una sorta di moderna alchimia dove nel crogiolo dei senza palco moderni si fondono le doti istrioniche, l’abilità teatrale, la comicità pungente, la cultura profonda, la rapidità cerebrale, il guizzo inaspettato, la sagacia buffonesca, l’intelligenza acuta, e la psicologia raffinata: uno spettacolo vivo, mai ripetitivo, che di volta in volta rinasce come la Fenice, ma non dalle proprie ceneri, bensì dalle scintille zampillanti della lingua italiana.

Il giullare di oggi è figlio diretto della tradizione medievale, che solo a tratti lambisce i rimandi tardo-rinascimentali dell’arte affabulatrice di Dario Fo e quelli più schiettamente contadineschi di Roberto Benigni. Che ne sarà del giullare nell’epoca invasa dalla cibernetica, dal digitale, dalle macchine, dalle app e dai social? Sarà in grado di trovare uno spazio tutto per sé una professione prettamente artigianale ma legata all’immateriale, al semplice prodotto del proprio intelletto o della propria abilità fisica? Accadrà anche al mestiere del giullare, come ad altre professioni, di essere sostituito da una macchina, fagocitato dalla tecnologia? O sarà come per il libro cartaceo, che attraverserà i secoli e arriverà a noi con tutto il suo fascino, a differenza dell’e-book, che a stento sopravvive al proprio possessore?

L’uomo può disumanizzarsi, ma la macchina non può diventare umana, in particolare nell’ambito dello spettacolo, quello dal vivo, che si regge su uno scambio di energia fra l’attore e lo spettatore: un equilibrio fatto di sguardi, ammiccamenti, gesti, sentimenti, un rispecchiarsi l’altro nell’uno. Le macchine tutto questo non lo sanno e non lo potranno mai sapere. Più questa società si farà tecnologica, meno spazio ci sarà per l’uomo, ma a lungo andare, in un tempo non troppo lontano, sarà necessario rimettere al centro l’essere umano, con la passione, il sudore e le parole per continuare a gioire, a divertire, a divertirsi.

Gianluca Foresi

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Cos’è il Medievalismo

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Daenerys Targaryen con un drago appena nato (foto da Games of Thrones, HBO)

Il rapporto dell’uomo contemporaneo con il Medioevo è fortemente ambiguo. Da un lato, la robusta persistenza di stereotipi che affondano le loro radici nella temperie culturale dell’Illuminismo e del Positivismo condiziona ancora il giudizio di coloro che, più o meno consapevolmente, utilizzano l’accezione “medievale” per definire qualsiasi fenomeno o evento riconducibile a un’epoca di oscurità e barbarie. Dall’altro, invece, sulla scia degli intellettuali romantici, non pochi vedono nell’Età di Mezzo una sorta di idealizzato periodo aureo della civiltà occidentale.

Questo continuo oscillare tra estremi così distanti ha prodotto negli ultimi due secoli numerosi frutti, spesso diversi tra loro. Tali approcci, che potremmo forse impropriamente definire “ideologizzati”, hanno infatti ispirato ad esempio le opere dei più grandi storici e intellettuali che si sono cimentati col Medioevo “ufficiale” – da Gibbon a Novalis, da Voltaire a Chateaubriand, fino alla storiografia nazionalista della prima metà del Novecento –, ma anche la nascita di una ingente quantità di produzioni artistiche di vario genere – pensiamo alla pittura, alla drammaturgia e, in tempi più recenti, al cinema, alla televisione e ai videogiochi – che, al Medioevo delle fonti, hanno preferito quello percepito, sognato, immaginato e rappresentato.

L’insieme di questi due fenomeni, unitamente al bisogno, soprattutto nella cultura occidentale, di ricreare e rivivere continuamente il Medioevo attraverso palii, rievocazioni e fiere, forma ciò che in ambito accademico è definito “medievalismo”, termine con cui si intende la ricezione, l’utilizzo e la rappresentazione postmedievale del Medioevo. Un fenomeno che si declina in molteplici forme, apparentemente diverse tra loro, e che influenza ancora oggi in modo profondo le società occidentali, dall’arte alla politica, dalla cultura di massa alla religione.

In Italia, lo studio del medievalismo – da alcuni anni fiorente in ambito anglosassone – stenta però a trovare una sua esatta collocazione, forse soprattutto a causa della mancanza di organicità dei (non pochi, a dire il vero) lavori sul tema, anche a opera di insigni studiosi. La natura necessariamente transdisciplinare di questo approccio ha sicuramente concorso alla formazione di alcuni pregiudizi, tra cui la percezione della disciplina come nebulosa e di difficile definizione, a metà tra giornalismo, Cultural Studies e semplice curiosità.

A questo vuoto sta cercando di rimediare da alcuni anni un gruppo, composto da studiosi affermati e giovani ricercatori, che si riunisce annualmente nella splendida cornice della rocca medievale e neo-medievale di Gradara (PU) per discutere e confrontarsi su come il Medioevo continui ancora oggi a informare l’immaginario, e soprattutto l’agire, contemporaneo. Il convegno Il Medioevo fra Noi, giunto ormai alla sua quinta edizione, si svolgerà quest’anno dal 7 al 9 giugno, e vanta tra gli organizzatori il Polo Museale delle Marche, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, l’Università di Urbino, l’Alma Mater di Bologna e la Sapienza di Roma.

Per l’occasione sarà presentato il primo volume italiano – Medievalismi Italiani (Secoli XIX-XXI), Gangemi Editore, 2018 – frutto del lavoro di diversi autori e dedicato allo studio dell’impatto avuto dall’idea di Medioevo su alcuni processi socio-culturali. Obiettivo dei curatori è quello di offrire al lettore, come sottolineato apertamente nella premessa, l’immagine di un Medioevo “polifonico, dinamico e aperto alle diverse sollecitazioni interpretative che giungono dalla contemporaneità”.

Riccardo Facchini Articolo pubblicato su MedioEvo N° 257 di giugno 2018

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Perugia, torri e pozzi della città medievale

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Benedetto Bonfigli (Galleria Nazionale dell’Umbria, 1461-77). L’affresco rappresenta l’assedio di Totila e il ritrovamento miracoloso del corpo di Sant’Ercolano. La scena è ambientata davanti a una monumentale veduta delle mura etrusche tra Porta Marzia (a sinistra) e la torre-chiesa di Sant’Ercolano (a destra, in primo piano)

La storia di Perugia si svela agli occhi di chi sa guardare. La città “turrena” con le sue settanta torri medievali è ancora sotto gli occhi di cittadini e turisti. Basta alzare gli occhi al cielo e scrutare nelle pieghe degli antichi palazzi.

Molte costruzioni sono ormai scomparse. Altre, ancora ben visibili, si stagliano tra i tetti dell’acropoli. Altre ancora, nascoste allo sguardo, sono state inglobate in strutture rinascimentali o seicentesche.

Sono i segni di pietra dell’età d’oro della città. Nel XIII secolo Perugia rifiorisce: le mura etrusche, danneggiate dal tempo e dalle guerre, vengono restaurate e la cinta muraria si allarga in modo progressivo. I nobili e i ricchi trasformano le proprie abitazioni e le dotano di torri. Strutture imponenti, simbolo plastico del potere, gli alti edifici garantiscono la sicurezza cittadina nei turbolenti agoni politici dell’Età di Mezzo oppure ospitano i depositi di armi e si trasformano nelle casseforti di pietra delle ricchezze delle grandi famiglie.

Molte torri sono crollate. E dopo i tanti terremoti o le infinite guerre intestine, non sono mai state più ricostruite. Altre sono scomparse, inghiottite dall’imponente costruzione della Rocca Paolina, edificata dopo la Guerra del Sale del 1540, l’insurrezione popolare contro papa Paolo III che segnò il definitivo assoggettamento della città alla dominazione pontificia.

La Torre degli Sciri e una casa-torre nel centro storico di Perugia. Scorcio da Via dei Priori

Se quella degli Sciri, con i suoi 46 m di altezza, è la piú conosciuta delle torri perugine, altrettanto si può dire del Cassero di Porta Sant’Angelo, una delle porte cittadine incorporate nelle mure etrusche intorno al 1300, come margine difensivo del confine settentrionale della città medievale.

Sul corso principale, intitolato a Pietro Vannucci, detto Il Perugino, svetta invece la torre campanaria di Palazzo dei Priori, dall’impianto goticheggiante, costruita sul torrione di Benvenuto di Cola sul finire del XIV secolo.

Nella parte in ombra del Palazzo Comunale emerge ancora la torre di Madonna Dialdana (o Madonna Septendana, vedova di Zigliuccio di Benvenuto Oddoni) la cui abitazione fu inglobata nell’edificio pubblico, in quella famosa via della Gabbia che prende il nome dalla cella in cui si chiudevano i rei, per poi esporli al pubblico ludibrio e ad una atroce morte per inedia. Poco lontano è ancora ben visibile la Torre dei Donati, una delle poche non distrutte per fare spazio alla Rocca Paolina, proprio sopra la Porta della Mandorla. Solo la parte inferiore dell’edificio è originale, tutto il resto è stato ristrutturato nell’Ottocento. In via del Bufalo, l’angolo di una casa-torre poggia su una colonna in travertino. Nei pressi di via Oberdan, si imbocca via Floramonti, che prende il nome dalla nobile famiglia che qui abitò fino al XVII secolo e che ha lasciato una torre molto ben conservata anche se confusa tra i palazzi che la circondano. I resti di altri svettanti edifici, si possono scorgere in via Danzetta e in via della Torricella.

La chiesa-torre di Sant’Ercolano, raffigurata anche nell’affresco di Benedetto Bonfigli (vedi foto sopra)

Più di ogni altra costruzione, colpisce però lo sguardo la chiesa di Sant’Ercolano, costruita tra il 1297 e il 1326 a ridosso delle mura etrusche. L’imponente costruzione ottagonale, somiglia più a una struttura militare che ad un edificio religioso: una chiesa-torre, tra le poche rimaste in Europa, con le bianche mura esterne e la tipica struttura gotica trecentesca.

Lungo la vicina via Regale, emerge da lontano il campanile quadrato con finestroni, alto 60 metri, della basilica di San Domenico, realizzato da Gasperino di Antonio a partire dal 1464. E poco oltre, tra i tetti delle case di Borgo XX Giugno, con i suoi 61,45 metri di altezza, svetta l’aguzzo campanile poligonale del complesso benedettino di San Pietro, costruito nel 1463 su disegno di Bernardo Rossellino, nell’area dove già nel VI secolo sorgeva l’antica cattedrale.

Perugia, città verticale. Da scalare anche con lo sguardo. Basta tenere il naso all’insù per scoprire balconi, terrazze e ballatoi. Come in via Bontempi, dove un balcone aggettante sulla strada è circondato da una balaustra in pietra che reca lo stemma del Capitolo della cattedrale di San Lorenzo: segno tangibile che l’immobile rientrava tra le tante proprietà della Chiesa. Nell’antica piazza del Sopramuro, si può ancora ammirare l’elegante balcone del palazzo del Capitano del popolo, ora sede della Corte d’appello di Perugia. Sopra l’Arco dei Priori una trifora porta luce nell’ufficio del presidente del consiglio comunale di Perugia.

Gli archi delle antiche porte antiche, si sono trasformati in veri giardini pensili: quello dei Gigli, in fondo a via Bontempi mostra una finestrella da cui pendono dei fiori; l’Arco della Mandorla, in piazza Mariotti, è rigoglioso in primavera; sull’arco degli Sciri ondeggiano al vento piante e ombrelloni e lo stesso accade più sotto, a Porta Trasimena.

Porta Marzia, uno degli ingressi alla Rocca Paolina (1540-43), e il balcone belvedere dal quale la vista spazia sulla valle ai piedi di Perugia

Anche Porta Cornea, arco di Sant’Ercolano, è arricchita da piante e fiori. Antonio da Sangallo il Giovane, per aver salvato questo meraviglioso monumento di età etrusca dalla distruzione: smontandolo pietra per pietra il Sangallo spostò infatti l’antico arco dalla sua posizione originale e lo ricollocò quattro metri più avanti, a fare da cornice trionfale allo stemma del papa Farnese. Sopra la Porta Marzia, meraviglioso monumento di età etrusca salvato dalla distruzione dall’architetto del papa, Antonio da Sangallo il Giovane dopo il 1540, si affaccia un balcone dal quale si domina la Valle Umbra. E in via delle Prome, un altro curioso balcone con peducci sovrasta l’architrave di una porta che reca la data del 1447.

In Piazza Grande, ora IV Novembre, la Fontana Maggiore, simbolo della città, è racchiusa tra due preziosi balconi pubblici: da un lato la scalinata e la balaustra della Vaccara, dall’altra le cosiddette Logge di Braccio, volute dal condottiero dopo la conquista della città nel 1416.

Perugia turrita, ma anche sotterranea. La città è ricchissima di pozzi, costruiti per dissetare l’acropoli. Quelli privati, all’interno dei chiostri dei conventi o degli antichi palazzi, sono centinaia. In piazza Biordo Michelotti, all’interno del palazzo Veracchi Crispolti è ancora visibile il pozzo dove fu gettato il corpo del famoso condottiero, signore di Perugia, trucidato il 10 marzo 1398 dai sicari guidati da Francesco Guidalotti, abate di San Pietro.

Decine e decine anche i pozzi pubblici che ancora campeggiano nelle piazze e nelle vie cittadine, tutti caratterizzati dal grifo rampante, a imperitura memoria del Comune medievale.

Pozzo nel chiostro del Collegio della Sapienza vecchia (foto Armando Flores Rodas per Comune di Perugia)

Tra quelli meglio conservati ne va segnalato uno in piazza Giordano Bruno, profondo 18,90 metri e di sicuro anteriore al 1245, anche se nella vera, la balaustra di protezione chiusa attorno al foro, è incisa la data del 1452; reca un Grifo rampante, la conchiglia dei pellegrini di san Giacomo (più avanti c’era un ospedale jacopeo) e il monogramma di Cristo in greco. Poco lontano, un pozzo che risale al XV secolo, riporta in una lapide, in parte murata in un palazzo, una graticola, simbolo del Capitolo Laurenziano. Serviva a rifornire d’acqua il vicino ospedale per pellegrini. A Sant’Ercolano, addossato al muraglione di contenimento, ci sono i resti della cavità (solo la vera e le lapidi laterali) che segnava l’andamento che doveva aver l’antico scalzo etrusco fino alla Porta Marzia. E dentro la Rocca Paolina si può ancora ammirare un pozzo di origine romana, proprio in corrispondenza della casa di Gentile Baglioni. Un manufatto medievale si trova in un cortile privato al numero civico 33 di via Bartolo. In via del Bufalo, invece, resta una vera rialzata e incastonata nel muro.

Un altro pozzo si trova nel cortile interno di Palazzo dei Priori, una delle più compiute espressioni architettoniche della civiltà medievale italiana, sede del Comune di Perugia, della Galleria Nazionale dell’Umbria e delle due maggiori corporazioni medievali cittadine: il Nobile Collegio della Mercanzia e il Nobile Collegio del Cambio. In via della Nespola, una piccola traversa della centrale via Ulisse Rocchi, all’interno di una galleria d’arte, un intero palazzo si avvita intorno a un pozzo profondissimo. Un’altra cavità, visibile ai turisti e ai perugini, invece, si trova nel chiostro del duomo di San Lorenzo, incassata nel muro di destra, dietro l’abside: è anteriore al 1345, scende per una profondità di 37 metri e raccoglie almeno 10 metri di acqua.

Pozzo in Via del Castellano

Un grande pozzo con puteale dodecagono, ispirato alla fontana Maggiore, si può ammirare nel bel chiostro del Collegio della Sapienza Vecchia, l’istituzione fondata nel 1361 per accogliere gli studenti poveri che si trasferivano a Perugia per seguire i corsi di Teologia e Diritto.

In fondo a via dei Priori, davanti a San Francesco al Prato, seconda chiesa francescana della città e luogo privilegiato di sepoltura degli esponenti delle grandi famiglie perugine, spicca un pozzo cinquecentesco con il grifo rampante in rilievo. Nella centralissima piazza Piccinino i perugini riportarono invece un serbatoio di pietra che in origine era stato costruito davanti al Tempio di San Michele arcangelo al Cassero, nei pressi di una delle cinque porte medievali della città.

Fuori dalle mura cittadine, nel contado di Porta Sole, sotto la grande chiesa sconsacrata di San Bevignate, una delle testimonianze meglio conservate al mondo dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio, i monaci guerrieri costruirono ben tre pozzi.

Da quello che sbuca dietro l’altare, nel Medioevo si riteneva che sgorgasse un’acqua miracolosa, grazie proprio all’intervento personale dell’eremita, il “santo misterioso” che i perugini canonizzarono a furor di popolo nel 1453.

Umberto Maiorca Articolo pubblicato su MedioEvo N° 257 di giugno 2018

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Quei papi sulla Rupe

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L’inconfondibile facciata del duomo di Orvieto, la città arroccata su una poderosa rupe di tufo

Non ce l’ha mai avuto un papa, Orvieto. Ma quella volta che c’è andata a un passo, ha generato la più celebre profezia della storia della Chiesa: un falso così autorevole da continuare a essere preso sul serio ancora oggi.

Era l’autunno del 1590: in agosto era morto papa Sisto V e il 27 settembre lo aveva raggiunto Urbano VII, dopo aver regnato appena 13 giorni nel pontificato più breve della storia. Girolamo Simoncelli da Orvieto era certo che fosse arrivato il suo momento. D’altra parte un primato ce l’ha anche lui: è il cardinale che ha partecipato a più conclavi – ben dieci, dal 1555 al 1592 – senza mai essere eletto.

Ne erano convinti anche i suoi sostenitori: per questo avevano fatto circolare un libretto attribuito a San Malachia che conteneva profezie sugli ultimi papi, dall’epoca del vescovo irlandese morto nel 1148 fino alla fine dei tempi. La profezia verrà pubblicata per la prima volta nel 1595 dal monaco benedettino Arnold Wyon, ma doveva in realtà circolare in forma manoscritta già da cinque anni.

Il farmaco di Esculapio I motti che l’autore della profezia attribuisce ai papi fino al 1590 rendono infatti molto facile l’identificazione del pontefice a cui si riferiscono: ad esempio Giulio III, al secolo Giovanni Maria Ciocchi del Monte – nel cui stemma compaiono tre corone di alloro – viene definito “De corona montana” e Pio IV (Giovanni Angelo dei Medici) “Il farmaco di Esculapio”. Successivamente, invece, i motti diventano vaghi e adattabili praticamente a chiunque (nonostante qualcuno si ostini a vedere profezie anche nei motti attribuiti ai papi più recenti come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – che sarebbe proprio l’ultimo).

L’aquila in bronzo (Lorenzo Maitani, 1553-1555) che orna la facciata del duomo simboleggia l’evangelista Giovanni

Il motto attribuito al successore di Urbano VII, però, è quanto mai singolare perché è l’unico “sbagliato”: recita infatti “Ex antiquitate Urbis” perché Orvieto significa “Urbs Vetus”, ovvero Città vecchia. Più che una profezia, quindi, un auspicio: obiettivo del falso scritto di Malachia era quello di influenzare i cinquantadue cardinali riuniti nel Palazzo Apostolico (tra i quali anche nomi celebri come Federico Borromeo, Francesco Maria Del Monte – protettore di Galilei e committente di Caravaggio – e Alessandro dei Medici, futuro Leone XI) perché seguissero il disegno divino già tracciato nella falsa profezia eleggendo l’ambizioso Simoncelli, nipote di papa Giulio III che lo aveva elevato alla porpora ad appena 32 anni e mandato a fare prima il vescovo e poi il governatore proprio a Orvieto.

L’orvietano, però, forse aveva un carattere un po’ troppo eccentrico per i gusti del Sacro Collegio: si divertiva, per esempio, a far incendiare i carri di fieno per spaventare i contadini, salvo poi pagare i danni. Così, i cardinali gli avevano preferito Niccolò Sfondati da Sommo Lombardo, sul Ticino. Simoncelli ci riprovò nei due anni seguenti, stavolta senza più nemmeno l’ausilio della profezia: il cardinale perse per sempre l’occasione di agguantare il trono più alto, e la sua città quello di coronare un lungo idillio con il papato.

Sin dall’Alto Medioevo, infatti, dei papi Orvieto era stata residenza, sede dell’incoronazione, roccaforte, santuario prediletto per importanti cerimonie e pellegrinaggi. Le mancava solo un papa, per essere davvero una città papale.

Ultimato nei primi anni del Trecento, il Palazzo del Popolo di oervieto si ispira al modello dei broletti, ma con materiali e decorazioni rielaborati secondo i canoni dell’architettura locale

La ribellione dei Romani La corrispondenza di amorosi sensi e soprattutto di strategie politiche era cominciata nel 1157 con il riconoscimento del governo locale da parte di Adriano IV. Unico papa inglese, appena eletto – nel 1555 – si era scontrato con Arnaldo da Brescia, capo della Repubblica Romana, che non ne aveva riconosciuto l’elezione. Il pontefice era arrivato a lanciare l’interdetto su Roma la Domenica delle Palme, ottenendo l’esilio di Arnaldo. Successivamente aveva accettato di incoronare a Roma l’imperatore Federico Barbarossa in cambio della testa del bresciano: il prezzo da pagare, però, era stata la rivolta del popolo romano e il papa si era rifugiato così a Orvieto, che si stava organizzando in quel momento come libero Comune. L’investitura firmata nel 1157 se da una parte avrà un interesse strategico per il papato – deciso a riportare all’interno del Patrimonium sancti Petri la città e il suo contado – dall’altra darà nuovi impulsi allo sviluppo e al prestigio del Comune alimentando, al tempo stesso, i mai sopiti contrasti interni tra varie fazioni e famiglie nobili.

Ma il papa che più di ogni altro ha segnato la storia di Orvieto è senza dubbio Urbano IV. Francese, viene eletto al termine di uno dei conclavi più difficili della storia, quello del 1261: non riuscendo a mettersi d’accordo, infatti, i cardinali affidano la decisione a due delegati, che scelgono un membro estraneo al collegio: Jacques Pantaléon non è infatti cardinale, ma patriarca di Gerusalemme. Urbano IV non metterà mai piede a Roma: passerà tutto il suo pontificato tra Viterbo (dove si trova quando viene eletto), Perugia (dove muore e viene sepolto) e Orvieto, dove risiede nella tarda estate del 1263, quando viene raggiunto da un prete boemo – Pietro da Praga – che chiede di essere ricevuto in udienza.

La Cappella del Corporale del duomo di Orvieto, con il ciclo di affreschi di Ugolino di Prete Ilario (1357-1364). In basso, papa Urvano IV a concilio

Il dubbio di Pietro Il sacerdote sta celebrando la messa nella chiesa di Santa Cristina a Bolsena quando viene assalito dal dubbio sulla reale presenza di Cristo nell’Eucarestia. Durante la consacrazione, però, sente il pane tra le sue mani diventare un pezzo di carne, da cui comincia a stillare sangue. Impaurito e confuso, conclude in fretta la celebrazione, avvolge tutto nel corporale di lino usato per la purificazione del calice, e fugge in sacrestia. Urbano, per verificare l’accaduto e recuperare le reliquie, invia a Bolsena il vescovo di Orvieto Giacomo, accompagnato, secondo la tradizione, dal teologo domenicano Tommaso d’Aquino e dal francescano Bonaventura da Bagnoregio. Tra l’esultanza generale, il vescovo torna dal papa con le reliquie del miracolo, che vengono mostrate al popolo dei fedeli e deposte nel sacrario della Cattedrale di Santa Maria. Non passa un anno che il papa – l’8 settembre 1264 – con la bolla Transiturus de hoc mundo istituisce la Solennità del Corpus Domini, che tutta la Chiesa celebrerà il giovedì dopo l’ottava di Pentecoste.

Il 23 marzo 1281, invece, la città della Rupe viene addirittura scelta come sede dell’incoronazione di papa Martino IV, eletto a Viterbo in uno dei conclavi più discussi, grotteschi e pilotati: per eliminare il partito avverso, infatti, il re di Francia aveva fatto imprigionare da cittadini viterbesi i due più influenti cardinali italiani, riuscendo così a far eleggere Simon de Brion che – per salvare le apparenze – aveva scagliato l’interdetto sulla città di Viterbo, “colpevole” di avergli tolto di mezzo gli avversari. Rifiutato dai romani (che non avevano nessuna intenzione di sottomettersi al potere francese), Martino aveva scelto di farsi incoronare a Orvieto, per poi stabilirsi a Perugia, dove morirà nel 1285 lasciando dietro di sé soprattutto il ricordo – immortalato da Dante nella Divina Commedia – di un uomo particolarmente goloso delle anguille di Bolsena.

La cattedrale di Santa Maria Assunta, meglio conosciuta come il duomo di Orvieto, capolavoro dell’architettura gotica italiana (1290-1591)

Cinque anni dopo, per custodire più adeguatamente l’ostia e il corporale del miracolo eucaristico, papa Niccolò IV avvierà la costruzione del nuovo, grandioso Duomo. Primo papa francescano, Niccolò IV, al secolo Girolamo d’Ascoli, era stato inviato in Dalmazia da San Bonaventura come ministro provinciale e subito dopo era stato investito da Gregorio X del delicatissimo tentativo di sanare la frattura con la chiesa ortodossa. Succeduto allo stesso Bonaventura come ministro generale, era stato creato cardinale da Martino IV nel 1281 e 7 anni dopo un’interminabile conclave lo aveva eletto papa.

Da pontefice Girolamo era stato iperattivo: si era occupato di riformare il collegio dei cardinali, di sanare i conflitti nello Stato Pontificio, di promuovere una crociata in Terra Santa e un’altra in Ungheria, unificando gli ordini cavallereschi e raggiungendo accordi con tutti i sovrani d’Europa. Ma era stato anche un grande protagonista della storia culturale e artistica della Chiesa, fondando quattro università, promuovendo il restauro delle basiliche di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore, e – appunto – il Duomo di Orvieto, affidato probabilmente a uno dei suoi più stretti collaboratori: Arnolfo di Cambio, che sulla Rupe aveva già scolpito il monumento funebre del cardinale De Braye.

Decisamente più conflittuale il rapporto di Orvieto con Bonifacio VIII, che d’altra parte con i conflitti ci andava a nozze: nemico del suo predecessore Celestino V (che dopo aver spinto alle dimissioni, aveva fatto imprigionare e – forse – assassinare), nemico dei francescani spirituali, nemico di buona parte delle famiglie aristocratiche romane, nemico di Dante Alighieri, nemico di Filippo il Bello di Francia, Bonifacio decide di usare la forza anche con la città di Orvieto, che nel frattempo ha raggiunto una popolazione di 30mila abitanti (superiore perfino a quella di Roma), estendendo molto i suoi domini e diventando un’indiscussa potenza militare. Bonifacio non esita a lanciare scomuniche e interdetti per ridurla all’obbedienza; e ci riesce: viene nominato Capitano del Popolo, fa avviare la costruzione del Palazzo Papale e fa apporre una sua statua nei due più importanti ingressi della città: Porta Maggiore e Porta Postierla; statue oggi custodite nel Museo Civico Archeologico. Ma non usa solo il bastone, Bonifacio: nel 1297 celebra infatti a Orvieto la solenne canonizzazione di re Luigi IX di Francia.

Il Pozzo di San Patrizio (1527-1537) fu commissionato da Clemente VII per garantire l’approvvigionamento idrico di Orvieto in caso di assedio

Papa e mecenate L’ultimo grande regalo alla Rupe lo fa invece, quasi due secoli dopo, Giuliano Zanobi dei Medici, figlio di una delle vittime più illustri della Congiura dei Pazzi e cresciuto dallo zio Lorenzo il Magnifico. Nominato dal cugino Leone X prima vescovo e poi anche governatore di Firenze, è stato eletto papa con il nome di Clemente VII nel 1523 a soli 45 anni (primato tuttora imbattuto) e si è trovato a fronteggiare lo scisma anglicano e il Sacco di Roma. Ma ha anche approvato l’Ordine dei Cappuccini e affidato a Michelangelo l’affresco della Cappella Sistina, commentato e fatto pubblicare tutte le opere di Ippocrate, promosso la teoria Copernicana, fondato l’Università di Granada e sviluppato la Biblioteca Vaticana e la costruzione della basilica di San Pietro. Eppure quando muore, forse avvelenato, nel 1534, sul Pasquino, la statua parlante di Roma, viene esposto il ritratto del suo medico con la scritta “Ecce qui tollit peccata mundi”.

È lui nel 1527 ad avviare a Orvieto la costruzione del Pozzo di San Patrizio: quasi un viaggio metafisico nelle viscere della terra lungo 248 scalini. Il nome, d’altra parte, richiama quello della grotta irlandese dove Cristo avrebbe indicato a San Patrizio la porta del purgatorio.

Le ragioni di Clemente, in realtà, sono assai poco mistiche: reduce dal Sacco di Roma, vuole un pozzo per rifornire la città di acqua in caso di assedio. Alcune curiose coincidenze, però, rendono misterioso il fascino del luogo: durante gli scavi vengono ritrovati infatti corredi funerari di tombe etrusche. E le due rampe di scale elicoidali, progettate per la salita e la discesa, riproducono perfettamente, sotto il profilo geometrico, la doppia elica del Dna, il codice della vita, scoperto nel 1951.

Arnaldo Casali Articolo pubblicato su MedioEvo N° 256 di maggio 2018

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Il Borgo di Torino. Modernità di un sogno (neo)medievale

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Torino e l’Esposizione Generale italiana del 1884 nella pagina di un giornale

L’Ottocento fu il secolo dell’innamoramento della cultura europea per il Medioevo. È stato scritto – forse non ancora abbastanza e soprattutto in maniera organica – su come il Romanticismo abbia scoperto, se non letteralmente inventato, i secoli di mezzo.

Si trattò non soltanto di un semplice fatto estetico o di una fugace infatuazione: quell’epoca lontana offriva, più di ogni altra, una formidabile base mitico-simbolica su cui fondare l’identità dei nascenti stati nazionali. È in particolare l’architettura, con le sue tendenze neomedievali, quella che sembra offrire in questo periodo alcuni dei più interessanti sviluppi sull’uso dell’età di mezzo. E in Italia ne abbiamo un bell’esempio.

A Torino, all’interno del Parco del Valentino, è possibile visitare un borgo “medievale”, che di medievale porta solo il nome in quanto realizzato nel 1884, come padiglione dell’Esposizione Generale Italiana. Potrà apparire magari controverso il fatto che, in una manifestazione nata per mostrare al mondo la forza industriale, la modernità e il progresso di una nazione, il Medioevo occupi un posto così di rilievo. Tuttavia il Borgo medievale di Torino non costituisce un caso isolato.

Già nel 1851 a Londra, durante la prima Esposizione Universale, ad Hyde Park, all’interno del Crystal Palace, la grandiosa e avveniristica struttura in vetro costruita per ospitare i padiglioni, fu possibile ammirare la “Medieval Court” ideata dall’architetto A. W. Pugin.

Il Crystal Palace all’Esposizione universale di Londra (1851)

Più in grande furono fatte le cose per l’Esposizione Universale del 1900 a Parigi in cui venne realizzata una grandiosa ricostruzione della città medievale lungo le rive della Senna. Ancora nel 1911, all’Esposizione nazionale scozzese di Glasgow, una “Auld Toon”, una tipica città scozzese, era stata ricostruita con tanto di castello in stile baroniale.

Il Medioevo incarnava in questi casi un paradigma positivo, fatto di innovazione, crescita e prosperità, in cui le nazioni, che iniziavano a proiettarsi verso la conquista di sconfinati mercati mondiali, si rispecchiavano. E lo stesso principio anima gli ideatori del borgo di Torino.

Giuseppe Giacosa, autore dell’introduzione alla Guida illustrata al Castello feudale del XV secolo, realizzata per i visitatori del complesso, non mancò di esaltare come ricco e fiorente il Piemonte del XV secolo, similmente coinvolto in quella rivoluzione industriale che aveva investito le stesse zone a partire dalla metà del XIX secolo (la nascita della FIAT avverrà soltanto quindici anni dopo l’inaugurazione del Borgo medievale!). Le stesse tecniche costruttive e i materiali utilizzati per la messa in opera degli edifici – come l’utilizzo di cemento, calcestruzzo e pilastri in acciaio – denotano, con tutta evidenza, la potente modernità di un Borgo medievale figlio dell’Ottocento industrializzato.

Ricostruzione della Parigi medievale lungo la Senna per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900

Il Borgo Medievale di Torino era stato pensato come un compendio dell’architettura civile e militare di un borgo piemontese del XV secolo. Il lavoro di progettazione e costruzione fu curato da una Commissione di esperti – sotto la supervisione dell’architetto Alfredo D’Andrade – che riuniva architetti, pittori, ingegneri, letterati. Più appassionati del Medioevo che storici in senso stretto, la loro opera è una delle tante prove del sottile confine, spesso inestricabile e sfumato, tra recupero romantico, indagine e valorizzazione di un’epoca, immaginazione e incanto, che sta in larga parte all’origine della medievistica. Una disciplina che muove i suoi passi – è bene ricordarlo – da una rivalutazione positiva – insieme erudita, romantica e nazionale – del passato medievale dopo le ubbie illuministiche. Ne è un esempio lo stesso Giacosa sopra citato: letterato e drammaturgo, dopo l’enorme esperienza accumulata nella costruzione del borgo medievale, pubblicherà nel 1897, la raccolta dei suoi studi in Castelli valdostani e canavesani.

Se da un lato allora a muovere gli ideatori del Borgo vi è senz’altro l’attesa, tipica del medievalismo romantico, ad anelare a un’epoca essenzialmente dorata, ordinata, rispettosa della dimensione umana, dall’altro lato l’attenzione filologica che investe il progetto fa di esso uno studio quasi scientifico e metodologico. Per ogni edificio o struttura – dalle case del borgo, alle mura, passando dalla rocca sino agli affreschi disseminati ovunque – è possibile rintracciare un puntuale modello piemontese o valdostano. In particolare la rocca adotta elementi dei castelli di Fénis, d’Issogne, di Verrès e di Ivrea. La chiesa, dedicata alla Vergine, riprende elementi architettonici e decorativi di edifici simili sparsi nel Canavese. L’attenzione dei costruttori è evidente anche nei più piccoli dettagli: ai lati del portale d’ingresso della chiesa sono addirittura affisse le stampelle ex voto di invalidi tornati a camminare. Straordinario, nella sala Baronale all’interno della Rocca, il Ciclo dei prodi ed eroine, che riproduce fedelmente quello del salone del castello della Manta (per ulteriori elementi descrittivi del Borgo rinvio al sito www.borgomedievaletorino.it).

L’Auld Tonn all’Esposizione di Glasgow (1911)

Gli scopi del Borgo, dichiarati dai suoi ideatori nella Guida, oltre a essere didattici, educativi, di tutela del patrimonio storico-artistico piemontese e valdostano, sono anche (o forse sopratutto?) di natura politica e ideologica. La cosa forse potrà sfuggire al visitatore trasportato dall’incanto del luogo: attraverso questa struttura “medievale” passa infatti una legittimazione del potere di casa Savoia; la glorificazione dell’antichità di una dinastia che era riuscita a imporsi, tutto sommato recentemente e senza non troppe peripezie, nella costruzione del Regno d’Italia. Come Giacosa tiene a sottolineare il gotico è lo stile che contraddistingue il Borgo. Uno stile – sottolinea sempre Giacosa – non esclusivamente francese ma anche italiano. Il gotico diventa allora un simbolo con il quale rivendicare non soltanto l’italianità delle regioni transalpine al confine con la Francia ma la stessa italianità della dinastia sabauda. Insomma, il gotico si delinea in questo caso come uno stile italiano nella misura in cui era storicamente attestato e diffuso, secondo i costruttori del Borgo, nei territori sabaudi. Ma l’italianità a cui si fa riferimento è quella della “piccola patria” sabauda – e non quella della grande nazione nel suo complesso.

La Guida illustrata del Borgo medievale di Torino

Rispetto ad altre realtà nazionali europee, in Italia la riscoperta del Medioevo non si tradusse infatti nell’adozione di un preciso stile nazionale: neanche il romanico – inteso come un prodotto nazionale, italico, dell’età dei liberi Comuni in lotta contro l’Impero e perciò adatto a esprimere il legame tra Comuni e Italia risorgimentale, tra religiosità medievale e cattolicesimo romantico – riuscì ad imporsi. Al contrario, fu lo stile neoclassico prima e razionalista poi – richiamo al mito romano – quello scelto dalle élites politiche per rappresentare il neonato Regno d’Italia. Gli stili medievali proseguirono, al contrario, nel delineare l’identità delle realtà municipali e regionali, ovvero di quelle che Stefano Cavazza ha definito “piccole patrie”. In questo senso, emblematico, è l’Altare della Patria a Roma, dove allo stile neoclassico è affidato il compito di rappresentare nella sua totalità l’ideale nazionale (la Patria è raffigurata come un enorme guerriero in una classica panoplia) mentre le personificazioni delle più importanti città della penisola sfoggiano abiti o armature medievali (come nel caso della cavalleresca città di Torino).

Questo utilizzo politico dell’architettura per affermare un potere che trova legittimazione in un mitico passato medievale vede corrispettivi ad esempio anche nella stessa Germania dell’epoca. Penso al castello di Haut-Kœnigsbourg, in Alsazia, la cui ricostruzione per volere dell’Imperatore Guglielmo II, sottese all’idea di legittimare il kaiser come erede al trono dell’Impero – attraverso un nesso che, senza soluzione di continuità, univa gli Hohenstaufen (fondatori originari del castello), gli Asburgo (i successivi proprietari) e la sua casata, gli Hohenzollern – e rafforzava storicamente il legame tra la Germania e l’Alsazia, acquisita dopo la guerra franco-prussiana del 1870-1871. Si collegava così non soltanto idealmente ma anche fisicamente il primo medievale Reich, a un secondo, moderno e prussiano. Si tratta solo di un piccolo esempio parte di un più vasto programma di studio e ricostruzioni castellane – ennesima prova del nesso medievista-politiche nazionali – che giungerà sino alla Germania del terzo Reich a sostegno di un pan-germanesimo europeo: ogni castello, la cui costruzione attestava storicamente l’origine teutonica, costituiva una giustificazione al possesso di quell’area. Una sorta di Risiko. Però molto più serio. In questo senso D’Andrade stesso, che sarà impegnato nella riqualifica e nel restauro di molti altri castelli piemontesi e valdostani legati alla dinastia sabauda, potrebbe essere in piccolo ciò che Bodo Ebhardt, il più famoso e influente studioso di castelli tedeschi della prima metà del XX secolo, ha rappresentato per la Germania.

Alfredo D’Andrade (a destra) con i fondatori del Borgo

Ma torniamo in Italia. Il medievalismo di casa Savoia, l’evocazione delle medievali glorie dinastiche, risalivano – come analizza Renato Bordone, in quello che è un libro imprescindibile per lo studio dei medievalismi, Lo Specchio di Shalott – ai tempi di Carlo Felice e del figlio Carlo Alberto: il primo promotore della riedificazione in stile neogotico dell’abbazia di Altacomba in Savoia, che con il restauro dei sepolcri dei signori di casa Savoia, si profilava come un monumento dinastico; mentre il secondo protagonista indiscusso della precisa medievalizzazione e celebrazione in chiave eroico-cavalleresca della dinastia sabauda. Al lui si devono gli interventi architettonici che riconfigurarono come neomedievali le residenze reali di Rocconigi e Pollenzo; la fondazione dell’Armeria Reale; la promozione di spettacolari tornei e giostre; il sostegno a studi storici in funzione politica e dinastica; il culto per la figura del Conte Verde, Amedeo VI. Si tratta di tendenze attualizzanti che giungeranno fino agli anni della costruzione del Borgo e oltre.

È evidente infatti negli intenti della Commissione la volontà di instaurare legami tra passato e presente con la decisione di inserire a prefazione della Guida un verbale di una visita di Amedeo IX di Savoia in cui riceve le chiavi della città di Friburgo nel 1469, sì da ricalcare la consegna delle chiavi del Borgo in occasione della visita di Umberto I quattrocentoquindici anni dopo. Anche la raffigurazione nella sala da pranzo della Rocca di re Arduino d’Ivrea, il mitico re d’Italia, considerato nel Risorgimento un precursore dell’Unità d’Italia e della stessa casa sabauda, costituisce, a mio avviso, un dettaglio che tradisce il messaggio nazional-dinastico del Borgo.

Vista dal Po del Borgo medievale di Torino

Il Borgo, che doveva essere smantellato al termine dell’Esposizione Generale, dopo il suo enorme successo venne acquistato dalla città di Torino che lo trasformò in un museo. Fino agli anni Trenta del XX secolo la fortuna e la vivacità del Borgo fu notevole: nelle botteghe, gli artigiani, abbigliati secondo la moda quattrocentesca, continuavano a tramandare tecniche di lavorazione dei materiali (legno, metalli, ceramica, carta); le osterie all’interno delle mura accoglievano e ristoravano i visitatori; furono effettuati lavori di rinnovamento. Nell’ambiente culturale torinese gli intenti originari della costruzione del Borgo apparivano ancora vivi e attuali. Una volta venuto meno il contesto storico e la temperie culturale che aveva visto la sua nascita, il Borgo apparve come un relitto vetusto, una vestigia incompresa. Un “falso”. Si pensò addirittura di abbatterlo dopo i bombardamenti che danneggiarono parte della rocca e della casa di Ozegna.

Oggi il Borgo ospita circa 145.000 visitatori ogni anno e costituisce un importante complesso museale che ospita manifestazioni ed eventi culturali.

Davide Iacono

 

“IL MEDIOEVO FRA NOI” | 7-9 GIUGNO 2018 | URBINO E GRADARA

Perché siamo incantati dal Medioevo?

Quali sono i rapporti tra quel millennio lontano e le sue reinterpretazioni nel mondo di oggi?

Nelle affascinanti cornici di Urbino e Gradara, al convegno Il Medioevo fra noi dal 7 al 9 giugno 2018 studiosi e pubblico dialogano tra loro nel segno e nel sogno del Medioevo.

Qui per il programma: Il Medioevo fra noi – V edizione – 7-9 giugno 2018

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Dessert medievali

apicoltura

A sostituire lo zucchero, nell’Età di Mezzo e fin dall’Antichità veniva usato il miele. L’apicoltura era infatti un’attività frequentemente praticata

Lo zucchero nel Medioevo non è un prodotto molto comune: quello di barbabietola non esiste ancora e quello di canna viene diffuso dagli Arabi in seguito alle conquiste e agli scambi commerciali. Solitamente assimilato a una spezia preziosa, è spesso utilizzato dai cuochi, soprattutto per creare il gusto dell’agrodolce nelle vivande.

Infatti nei banchetti medievali il dolce non era relegato solo a fine pasto, come succede solitamente nella cucina attuale; le vivande dolci, o almeno dolcificate, potevano essere presenti in qualunque momento del pasto, sotto forma di frutta che accompagnava gli arrosti, di salse agrodolci, di aggiunte zuccherine a vivande diverse. Spesso anche i banchetti iniziavano con portate dolci, frittelle di frutta o nespole cotte sotto le braci accompagnate da vini dolci, perché si riteneva che il dolce allargasse lo stomaco e l’animo dei commensali. Alla fine dei pasti, oltre a qualche biscotto o dolce cremoso, a chiudere il pasto erano confetti di spezie e vini speziati.

Solo col tempo e con la diffusione della cultura araba i dolci troveranno un posto di rilievo anche nella pasticceria occidentale e una collocazione ben precisa tra le portate dei banchetti.

Nell’immagine, tratta dal Tacuinum Casanatense (sec. XIV, Biblioteca Casanatense, Roma), una donna sta preparando frittelle

Prima di allora, i dolci consistevano in frittelle, presenti sulle tavole anche dei più poveri, creme e sformati di frutta o farina di castagne, provenienti dalla tradizione romana; pan di spezie, manufatti di pasta dolcificata con frutta secca, miele, vino liquoroso o mosto; ma soprattutto biscotti e cialde, spesso confezionati dalle suore di qualche convento.

In Francia erano molto diffuse le gaufres, tipiche cialde ancora oggi prodotte, il cui nome fa pensare alla superficie non liscia formata dall’apposito utilizzato per fare i dolci: piastre di ferro con cui si stringe e si cuoce una cialda alla volta. In Occitania erano tipiche le gimbellettes, caratteristiche ciambellette cotte al forno.

 

Bozzolati delle monache (da “Anonimo Veneziano”)

Ingredienti: uova, zucchero di canna o miele, farina e sale.

Procedimento: battere le uova con lo zucchero di canna o con il miele, lavorando bene l’impasto. Si può fare anche con zucchero e miele insieme, l’importante è calcolare per ogni uovo una quantità di dolcificante pari a 70/80 grammi. Unire la farina (circa 150 grammi per ogni uovo) e un pizzico di sale (più adatto il bicarbonato, che aiuta un po’ la lievitazione). Impastare bene il tutto e formare piccoli biscotti o ciambellette. Infornare subito e lasciar cuocere a forno moderato.

 

La frutta veniva utilizzata per la preparazione di molti dolci

Tailliz (da “Le Viander” de Taillevent)

Ingredienti: fichi, uva, biscotti, gallette, pane secco, mandorle, zucchero di canna e zafferano.

Procedimento: sbriciolare finemente i biscotti, le gallette e il pane secco e diluirli con il latte di mandorla, in modo da ridurli in una sorta di poltiglia, o pappa. Aggiungere lo zucchero di canna e anche il rimanente delle mandorle, continuando a mescolare. Infine incorporare la frutta tagliata a pezzetti. Mettere il tutto a sobbollire delicatamente, insieme a un pizzico di zafferano e lasciar addensare. Ci vuole circa 1/4 d’ora di cottura. Quando la crema è ben densa, versare in un piatto fondo. Lasciar raffreddare, tagliare e servire. Una variante, molto gustosa, è quella di far terminare la cottura nel forno, in modo da rendere il tutto ancora più compatto e gustoso.

 

Mousse di violetta (da “Ein Buch von guter spise”)

Ingredienti: petali di violette, latte di mandorla, farina di riso, zucchero di canna, burro.

Procedimento: preparare del latte di mandorla con acqua, facendo in modo da renderlo denso. Prendere la farina di riso (si può ottenere anche macinando i chicchi) e amalgamarla al latte di mandorla, preferibilmente fondendola delicatamente a bagnomaria. Deve risultare una crema, quindi regolare la quantità degli ingredienti per raggiungere tale scopo. Unire un po’ di zucchero di canna, secondo i gusti, e un pezzetto di burro. Amalgamare bene e togliere dal caldo e lasciar raffreddare. Intanto lavare i petali delle violette, asciugarli delicatamente e pestarli in un mortaio. Aggiungere le violette alla mousse e servire.

 

Un ferro da cialda del XV secolo (provenienza: Sacro convento di Assisi) fa parte della splendida collezione del Museo del Vino – MUVIT di Torgiano (Perugia)

Gaufres (da “Le ménagier de Paris”)

Ingredienti: uova, vino, olio o burro e sale.

Procedimento: la preparazione è semplice ma è necessario avere l’utensile apposito. Per l’impasto unire in una ciotola le uova battute con un pizzico di sale e del vino (oggi, nella ricetta attuale, si mette abitualmente il latte), senza rendere il composto troppo liquido. Poi ungere le piastre con un po’ d’olio o di burro, scaldarle e inserirvi ogni volta un po’ di impasto. Stringere i ferri, lasciar cuocere, quindi aprire e far uscire la cialda.

Rosella Omicciolo Valentini

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