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Chiuse di Susa, Carlo Magno sbaraglia i Longobardi

Re Carlo in battaglia

Il Papato voleva liberarsi della ingombrante e pericolosa presenza dei Longobardi, i quali miravano ad ingrandire i propri possedimenti in Italia; per farlo il Pontefice aveva bisogno dei Franchi, ma doveva anche evitare che questi si sostituissero a quelli da cacciare. I Longobardi volevano tenere lontani i Franchi dalla penisola e, per questo, avevano stretto alleanze matrimoniali con i regnanti d’oltralpe. I Franchi, però, erano già intervenuti a favore del Papa in più occasioni e l’idea di allargare i propri confini non era peregrina. Da questa situazione ingarbugliata e politicamente instabile prese corpo l’idea di un’Europa unita che facesse risplendere i fasti dell’impero romano.

Incoronazione di Carlo Magno

La richiesta di aiuto Carlo re dei franchi, come già aveva fatto il padre di Pipino il breve, venuto in aiuto di papa Stefano II contro Astolfo re dei Longobardi nel 754 e nel 756, accolse senza pensarci sopra più di tanto la richiesta di aiuto di papa Adriano I e scese in Italia con un forte esercito, diviso in due colonne, contro Desiderio, duca di Toscana e ultimo re longobardo. L’inviato di papa Adriano giunse alla corte di Carlo a Thionville, sulla Mosella, a nord di Metz, recando una richiesta di soccorso: «Essi (i Longobardi) intendono attaccarci da terra e dal mare, conquistare la città di Roma e prendere noi stessi come prigionieri… Perciò, in nome del Dio vivente e del Principe degli Apostoli, vi imploriamo di accorrere in nostro aiuto, altrimenti saremo distrutti». Carlo aveva già rotto con re Desiderio dopo averne sposato e ripudiato la figlia, quella Ermengarda (il cui nome viene riportato da Manzoni, ma non da fonti storiche), forse perché sterile («abbandonata dallo sposo come morta» scrive il biografo Eginardo) e contestando «di non aver osservato le clausole che l’accompagnavano. Era stata promessa la riconsegna delle città dell’Esercato e della Pentapoli al Papa, come pegno di quella pace che le nozze tra Carlo ed Ermengarda dovevano esaltare».

L’organizzazione della spedizione L’entità delle forze di Carlo Magno è sconosciuta, anche se alcune fonti affermano che poteva disporre soltanto di alcune migliaia di cavalieri, secondo altre poteva mettere in campo centomila uomini tra cavalleria e fanteria. Sappiamo con certezza che Carlo divise le sue forze in due colonne (anche nel corso delle guerre contro i Sassoni e gli Avari dimostrò di poter coordinare eserciti divisi su due o tre colonne per stringere il nemico in una tenaglia) per entrare in Italia attraverso le Alpi: lo zio Bernardo seguì la direttrice che passava per il valico del Gran San Bernardo, mentre Carlo puntò sul Moncenisio e a passare la Dora a Susa. Dopo aver passato le alpi Bernardo investì Ivrea e, secondo il “Chronicon Imaginis Mundi” di fra’ Giacomo da Acqui, percorse la Via Francesa, diretta verso Vercelli e Pavia. Oltrepassato senza difficoltà il punto più alto dei valichi alpini, le truppe franche al comando di Carlo iniziarono a scendere verso la pianura, ma trovarono la strada bloccata da una fortificazione presidiata dall’esercito di Desiderio: le Chiuse di Susa.

Adelchi

La linea difensiva longobarda «Da cosa fossero costituite queste difese è difficile dire: si può ipotizzare che fossero in muratura solo in piccola parte, viste le poche tracce ritrovate. Più probabilmente erano formate da un terrapieno ottenuto con la terra scavata, sul quale si trovava una palizzata più o meno alta e più o meno rinforzata con pietre, pali acuminati e rami spinosi, secondo una tecnica che le legioni romane avevano diffuso in tutta Europa. Il sistema inoltre doveva essere completato con fortini, baraccamenti per i soldati, recinti per i cavalli e magazzini di armi e rifornimenti». L’intenzione di re Desiderio, nel costruire un vallo sulla Dora e un campo trincerato a Mazzè, era quella di impedire agli attaccanti, provenienti da nord, di passare il fiume e prendere alle spalle i difensori delle fortificazioni principali del regno. Costruire uno sbarramento sulla sponda vercellese non era, inoltre, possibile a causa del terreno paludoso e scarsamente difendibile. Un campo trincerato sulla sponda occidentale della Dora, invece, avrebbe permesso di frenare l’impeto della cavalleria pesante franca. «Carlo, avaro del sangue dei propri soldati, decise di non tentare un attacco frontale, cercando un passaggio alternativo. Fu probabilmente un informatore, vuoi il diacono Martino di manzoniana memoria, vuoi un giullare longobardo, a indicare un sentiero non custodito sulla riva destra della Dora, forse una delle vie di transito alternative alla strada romana più conosciuta e che era stata bloccata dalle mura longobarde. I reparti scelti di Carlo sfruttarono quindi l’itinerario passante sul lato destro della Dora fino all’attuale Villar Focchiardo, accedendo ai sentieri della Val Sangone sconfissero rapidamente l’esercito longobardo». Le mappe turistiche odierne indicano un sentiero che si inerpica tra i monti come “Sentiero Franco”, indicandolo come il tragitto seguito dai soldati del conte Eccardo.

La battaglia

Adelchi e re Desiderio

La famosa battaglia delle Chiuse si svolse all’imbocco della Valle di Susa, esattamente tra i contrafforti del Monte Pirchiriano, dove sorge la Sacra di San Michele, e il Monte Caprasio. Il racconto della battaglia delle Chiuse di Susa trova spazio, con toni poetici, nella tragedia “Adelchi” di Alessandro Manzoni. Il figlio di Desiderio vorrebbe inseguire Carlo che finge la ritirata, ma «Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto. Stargli a fronte, non posso! in queste Chiuse». La ritirata, dopo tre giorni d’assedio, è una finta, perché la cavalleria franca ha trovato un passaggio per giungere alle spalle di Adelchi, il quale viene sconfitto e costretto a riparare a Verona. Un anno dopo dovrà cedere la città ai Franchi e fuggire a Costantinopoli. «Dopo aver tentato senza successo di aprirsi un varco, Carlo avviò inutili trattative, mentre i suoi uomini brontolavano. Finalmente, autorizzò un piccolo reparto a esplorare una possibile via alternativa; ne venne scoperta una, forse per un caso fortunato, oppure (stando alla tradizione) grazie a un menestrello longobardo disertore, che venne lautamente ricompensato per il suo voltafaccia. In qualunque modo vi siano riusciti, quando uno squadrone di cavalleria comparve sul fianco longobardo, i difensori furono presi dal panico e fuggirono verso la città fortificata di Pavia, a sud-ovest di Milano. È anche verosimile che la loro fuga fosse provocata dalla notizia che Bernardo si avvicinava da est. Gli impazienti soldati di Carlo si gettarono avidamente sulle ricchezze abbandonate nella fortezza longobarda». Nel 754 Pipino aveva aggirato le difese longobarde, appare quindi difficilmente credibile che i Longobardi si siano lasciati sorprendere, nuovamente, allo stesso modo. Forse non fu un giullare ad indicare la via a Carlo, ma forse qualche duca longobardo che tradì; d’altronde i duchi di Spoleto e Benevento, per quanto longobardi, non avevano voluto aiutare Desiderio e il duca del Friuli non aveva mosso un soldato dopo essere stato defraudato, secondo lui, del titolo di re proprio da Desiderio.

Adelchi, tragedia di Manzoni

Carlo Magno trovò sostegno anche nella vicina abbazia di Novalesa e nel monaco Frodoino (tra i due nacque un’amicizia, tanto che Carlo Magno dopo essersi fatto incoronare a Roma, consegnò all’abate il figlio Ugo, affinché ne facesse un buon monaco). Frodoino fornì a Carlo indicazioni sui sentieri di montagna, chiamò pastori e contadini, mandriani e boscaioli per scoprire e indicare i sentieri che avrebbero potuto aggirare le fortificazioni longobarde e dilagare in pianura. Dalla battaglia di Susa inizia a circolare quell’insieme di voci e leggende che accompagneranno la figura di Carlo. Come nel caso del «cervo bianchissimo, con quattro rami di corna, mandato da Dio per guidarlo attraverso gli anfratti fino alla vittoria. In altre cronache postume si attribuisce lo stratagemma della discesa alle spalle dei Longobardi a un misterioso diacono Martino, spedito a Carlo provvidenzialmente dall’arcivescovo di Ravenna per svelargli il cammino … Altre guide miracolose dell’impresa di Carlo furono adombrate in giovani pastori silenziosi improvvisamente comparsi alla Novalesa per trascinarlo ai favori della battaglia. Fu persino inventato un trombettiere longobardo che venne ad offrire il tradimento in cambio d’una investitura. Sarebbe diventato signore di San Michele». Dalle leggende si può estrapolare una parte di verità, dal tradimento ai sentieri indicati dai pastori, fino alla notizia che la colonna franca di Bernardo era ormai alle spalle dei difensori, velocizzando la rotta. «Lo Scudiero: I Franchi! i Franchi!; Desiderio: Che dici, insano?; Un altro scudiero: I Franchi, o re; Desiderio: Che Franchi?; (la scena s’affolla di Longobardi fuggitivi. Entra Baudo); Adelchi: Baudo, che fu?; Baudo: Morte e sventura! Il campo. È invaso e rotto d’ogniparte: al dorso piombano i Franchi ad assalirci; Desiderio: I Franchi! Per qual via?; Baudo: Chi lo sa? Adelchi: Corriamo; ei fia. Un drappello sbandato (in atto di partire); Baudo: Un’oste intera: Gli sbandati siam noi; tutto è perduto». Tra Giaveno e Avigliana i longobardi furono colti di sorpresa e sbaragliati. Nell’Adelchi un conte riferisce a Carlo: «i Longobardi, tra il nostro campo e il suo, sfilati in folla, sfuggono a destra ed a sinistra». Sgomento e sbalordimento furono tanto grandi e più che parlare di battaglia si può raccontare di fuga. Secondo un’altra leggenda la battaglia fu sanguinosissima e Adelchi si coprì di gloria, piombando più volte sul nemico con una mazza di ferro e facendone strage. In base alle più recenti interpretazioni storiche Adelchi non si sarebbe trovato alla Chiuse di Susa, ma a sbarrare il passo all’armata franca comandata da Bernardo e scesa dal passo del Gran San Bernardo. «Adelchi: (avviandosi) O padre; accorri, veglia alle Chiuse. (parte seguito da Anfrido, da Baudo e da alcuni Longobardi); Desiderio: (ai fuggitivi che attraversano la scena) Sciagurati! almeno alle Chiuse con me: se tanto a core vi sta la vita, ivi son torri e mura da porla in salvo. (sopraggiungono soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da cui è partito Adelchi); Un soldato fuggitivo: O re, tu qui? Deh! fuggi. (attraversa le scene); Desiderio: Infame! Al re questo consiglio? E voi da chi fuggite? In abbandon le Chiuse voi lasciate così? Che fu? Viltade v’ha tolto il senno. (i soldati continuano a fuggire. Desiderio appunta la spada al petto d’uno di essi, e lo ferma) Senza cor, se il ferro fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide come quello de’ Franchi. Al re favella: Perché fuggite dalle Chiuse?; Soldati: I Franchi dall’altra parte hanno sorpreso il campo, gli abbiam veduti dalle torri. I nostri son dispersi; Desiderio: Tu menti. Il figliuol mio gli ha radunati, e li conduce incontro a que’ pochi nemici. Indietro!; Soldati: O sire, non è più tempo; e’ son pochi; e’ giungono, scampo non v’è: schierati ei sono; e i nostri chi qua, chi là, senz’arme, in fuga: Adelchi non li raduna: siam traditi; Desiderio: (ai fuggitivi che s’affollano) Oh vili! Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa restar si può; Un soldato: Sono deserte: i Franchi le passeranno; e noi siam posti intanto tra due nemici: un piccol varco appena resta alla fuga: or or fia chiuso; Desiderio: Ebbene moriam qui da guerrier; Un altro soldato: Siamo traditi, Siam venduti al macello; Un altro soldato: In giusta guerra morir vogliam, come a guerrer conviensi, Non igozzati a tradimento; Un altro soldato: I Franchi!; Molti soldati: Fuggiamo!; Desiderio: Ebben correte, anch’io con voi fuggo: è destin di chi comanda ai tristi. (s’avvia coi fuggitivi)».

L’epilogo La linea di ritirata dell’esercito longobardo e dell’inseguimento dei Franchi risulta perfettamente coerente lungo il percorso della strada regia o francigena fino a Pavia. La città venne assediata. Il fatto che Carlo abbia circondato la città per 10 mesi indicati disponesse di tutte piuttosto numerose Ma che non possedesse macchine per abbattere le mura i Franchi Inoltre potevano attingere alle risorse offerte dai campi intorno a Pavia nel tempo del raccolto10. Le scarse conoscenze ossidionali portano i «Pipinidi, ancora al tempo di Carlo Magno, mostrano a loro volta di trovarsi alquanto a disagio davanti alle cerchie urbane tardo-antiche” tanto che Carlo Magno “impose al duca di Benevento Grimoaldo di abbattere le mura di Salerno, Conza e Acerenza»11. Nel giugno del 774 re Desiderio dovette capitolare senza condizioni e accettare di finire in un monastero a Corbie. «Vincitore, Carlo s’installò nel palazzo regio e fece distribuire ai suoi guerrieri il tesoro del suocero … Il re franco non abolì il regno conquistato, e neppure lo incorporò nel suo regno; decise, invece, di mantenere le strutture di governo e l’autonomia amministrativa, e s’intitolò egli stesso, a partire da allora, rex Langobardorum». Il Papato era la sicuro e la stella di Carlo Magno era più brillante che mai.

 

Umberto Maiorca

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Chi erano i Re Magi?

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Il tema dei Re Magi è molto diffuso nell’arte romanica e gotica. La menzione dei Magi si ha per la prima volta nei Vangeli canonici e più precisamente nel Vangelo di Matteo dove si narra che “dei Magi d’Oriente” raggiunsero Betlemme guidati da una stella per omaggiare il Bambino Gesù, portando in dono oro, incenso e mirra. Verso il III secolo comincia ad essere specificato anche il numero dei Magi in relazione forse ai doni citati all’interno del Vangelo di Matteo e più tardi, verso il VI secolo, appaiono, nella tradizione agiografica, anche i nomi: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre.

Mosaici di Sant’Apollinare Nuovo

Secondo molte ricerche i Magi erano sacerdoti zoroastriani, la religione dell’antica Persia fondata da Zoroastro, appartenenti alla tribù dei Medi incorporata nell’Impero persiano a partire dal periodo achemenide nel VI secolo a. C. Grandi esperti di astrologia i Magi zoroastriani avrebbero, secondo alcuni calcoli, seguito non l’apparizione di una cometa bensì la congiuzione di stelle e pianeti considerati molto favorevoli e indicativi della nascita di un Re. Ci sarebbero state, intorno al II – III a. C. una serie di congiunzioni tra stelle e pianeti molto brillanti tra cui la congiunzione di Venere con Giove che appare nel cielo con un astro unico e molto luminoso, e ben tre congiunzioni di Giove con la brillantissima Regolo (α Leonis), la stella più luminosa dell’omonima costellazione. Altre ricerche astronomiche indicano che pochi anni prima della nascita di Cristo, intorno all’anno VII a. C., sia avvenuta invece una “grandissima congiunzione” tra i pianeti Giove e Saturno, aspetto astronomico che si ripete più volte e che appare nel cielo come un unico grande astro luminosissimo. Quest’ultima configurazione è estremamente importante per le nostre ricerche poiché, proprio in base alle congiunzioni di Giove e Saturno, gli astrologi dell’impero sasanide predivano le sorti dei regni, degli imperi, la caduta e la nascita di nuovi sovrani. Nella letteratura aprocrifa che troviamo ampie e dettagliate descrizioni dei Magi come personaggi venuti dalla Persia.

Il Sogno e l’Adorazione dei Re Magi, Abbazia di San Mercuriale

Una delle più antiche descrizioni ci viene da due codici scoperti nel 1927 e dipendenti in largo modo dal Vangelo dello pseudo – Matteo che fu determinante per la genesi dell’iconografia dei Magi durante il Medioevo. Di questi codici gemelli si trovano menzioni solo a partire dal V secolo quando vengono dichiarati apocrifi ma la loro origine sembra essere ancora più antica. Nei codici Hereford – Arundel si legge che i Magi erano abbigliati con “ampie vesti, berretti di tipo ‘frigio’, tipici calzoni all’iranica detti sarabare ma meglio noti come anaxirides o saraballae, termini attestati da Erode e da Senofonte per indumenti usati dai persiani quanto dagli sciti”. Abiti e usanze orientali sono presenti anche nei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna risalenti al V secolo e dove i Magi indossano sfarzose e variopinte brache, mantelli persiani e berretti frigi. Questi mosaici sono significativi perché riprendono il Vangelo dello pseudo – Matteo che dice che i Magi visitarono Gesù il quale era assiso su un trono tempestato di gemme: anche nei mosaici di Ravenna è enfatizzata la natura regale del Bambino. I Magi di Ravenna inoltre hanno le mani coperte da guanti secondo una consuetudine persiana volta a preservare il sovrano da ogni possibile contaminazione.

Adorazione dei Magi, San Zeno

Nelle rappresentazioni figurative dell’Adorazione dei Magi, la stella comincia ad apparire già nel IV – V secolo, ma solo nel XIV secolo essa diviene una cometa caudata. Il primo ciclo di affreschi dove la stella dei Magi appare come una cometa è quello della Cappella degli Scrovegni a Padova dipinto da Giotto tra il 1303 e il 1305. Secondo alcuni studiosi Giotto fu impressionato dal passaggio della cometa di Halley nei cieli dell’anno 1301 e la rappresentò nella Cappella degli Scrovegni. Questo particolare diventò poi una consuetudine nelle rappresentazioni artistiche della Natività a partire dal XV secolo.

Nelle raffigurazioni tardo antiche e in quelle romaniche la stella, a sei o otto punte, appare come un astro senza coda come in questo bellissimo rilievo di Guglielmo nella Chiesa di San Zeno a Verona, quasi ad attestare la tesi sulle congiunzioni planetarie sopra descritta.

Francesco del Cossa, Decano dell’Ariete

L’astrologia persiana influenzò per lungo tempo lo studio del cielo presso molti popoli: dai greci ai romani agli arabi durante il Medioevo. Molte indicazioni astrologiche derivate dai testi persiani si trovano ad esempio negli affreschi di età gotica e rinascimentale come ad esempio nel ciclo dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara.

Il tramite in questo caso fu il grande astronomo Abu Ma’shar al-Balkhi, vissuto nel IX secolo e che operò un sincretismo tra la tradizione degli antichi persiani, in particolare quella sasanide, quella greca e i nuovi studi della matematica araba.

Nell’arte romanica una delle più belle rappresentazioni del Sogno e dell’Adorazione dei Re Magi si trova senz’altro a Forlì nella lunetta del portale dell’Abbazia di San Mercuriale. Il gruppo scultoreo, quasi statue a tutto tondo, si deve forse alla mano del Maestro dei Mesi di Ferrara e dunque potrebbe risalire ai primi anni del XIII secolo.

Apparizione della Stella, Cappella Bolognini

In ambito gotico è da segnalare l’estrosità e la maestria di Giovanni da Modena nella cappella Bolognini in San Petrionio a Bologna. Giovanni, attivo in San Petronio nella prima metà del XV secolo, raffigura i Re Magi abbigliati secondo la moda nordica in voga ai suoi tempi. Personaggi con cappelli, scarpe a punta e abiti finemente decorati affollano le otto scene del viaggio dei tre Re verso Betlemme. Dettagli come i cappelli ungheresi appuntiti, gli stivali larghi, le barbe acconciate in modo stravagante e un giullare con le campane parlano dell’influenza sull’arte di Giovanni del gotico internazionale che qui l’artista riporta con uno stile sontuoso ed esotico, probabilmente alimentato dal contatto con l’arte della corte viscontea e con visitatori stranieri a Bologna.

Elisabeth Mantovani

Guida turistica e storico dell’arte

www.elisabethmantovani.blogspot.it

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I Templari e la Calabria, una storia da riscoprire

La Calabria dei Templari

I Templari in Calabria, tracce e storie che si perdono nei secoli e che Giovanni Vittorio Pascale ha pazientemente scovato e ricostruito, senza indulgere in fantasie e misteri. Un lavoro lungo e preciso che ha portato alla riscoperta dei luoghi templari a Mileto, Seminara, Catona, Motta San Giovanni, Belcastro, Andali, Rocca Angitola, Cirò, Squillace. Oppure al legame tra la Calabria e il castello templare di Athlit, in Israele vicino Haifa, dove sono stati trovati reperti ceramici provenienti dalle magioni calabresi. Ne abbiamo parlato con l’autore al Festival del Medioevo 2018.

A quale epoca risale la prima testimonianza di presenza templare in Calabria?

«Fino all’uscita del mio testo, il più antico documento riguardante la presenza di possedimenti templari in Calabria era un atto di donazione, datato maggio 1210, con il quale Roberto de Say, conte di Loritello, concede a Guglielmo de Oreliana (Guillaume d’Orleans), Maestro delle “domus” templari di Sicilia, la coltivazione e lo sfruttamento della tenuta di Santa Barbara, vicina all’omonima chiesa, situata nel tenimento di Mileto (ne parlo nel capitolo dedicato a Mileto e Seminara). Ho però avuto la fortuna di incontrare, nel corso delle mie ricerche, un atto conservato presso la Biblioteca Comunale di Palermo che anticipa di sedici anni tale presenza. Si tratta della copia di un documento greco del 2 marzo 1194, accompagnato da una traduzione latina eseguita nel 1763 da Giuseppe Vinci, protopapa dei greci a Messina. Sostanzialmente si tratta di una permuta tra religiosi. Il presbitero Balcaes Nicipho e i suoi fratelli concedono «… nostrum agrum, quem habemus in Petrizi…» alla badessa Mabela di Sant’Euplio in Calabria, in cambio di un podere detto “del sacerdote Filippo”. Il particolare rilevante, e qui rispondo alla domanda, è che il terreno ceduto alla badessa confinava con dei vigneti “Tempureorum “ (τεμπουρεων): cioè dei Templari e si trovava nel territorio del Comune di Petrizzi il “fiore di pietra”, collocato nell’entroterra del Golfo di Squillace, sul versante ionico delle Serre catanzaresi. Delle vigne templari e dei terreni oggetto della permuta ho potuto estrapolare purtroppo solo una planimetria indicativa, presente nel testo. A onor del vero esiste una missiva di papa Alessandro III inviata tra il 1161 e il 1179 agli arcivescovi, vescovi e prelati di Capitanata, Apulia e Calabria concernente le modalità di sepoltura di frati e prelati presso le chiese templari, riguardante quindi anche i Templari di Calabria, riportata (la prima riguardante l’argomento) nel Regesto Vaticano per la Calabria di padre Francesco Russo, ma si tratta di un flebile indizio».

Cosa rimane oggi dei templari in Calabria: torri, magioni, castelli?

«In Calabria, in questo momento, non esiste una sola pietra, sulla quale si possa dimostrare documentalmente che essa abbia avuto attinenza con l’Ordine del Tempio, per cui, dal punto di vista archeologico e quindi strettamente “visivo” non abbiamo reperti, vestigia o ruderi che possano essere ricondotti con certezza ai templari. Nel mio libro tratto anche di alcune località (chiese) in cui si continuano a svolgere delle cerimonie, ritenendole per tradizione templari, ma che con la “Militia” non hanno alcun collegamento documentato. Rimangono invece molti indizi e documenti (processo, lasciti, atti notarili ecc.) che riguardano la presenza dei templari in Calabria. Elementi che ho cercato di raggranellare e mettere insieme in questo mio lavoro, per far avere al lettore una visione d’insieme, anche in Calabria, della presenza templare in circa duecento anni di vita dell’Ordine».

Qualcosa della Calabria è stato trovato in Terrasanta ?

«Sì, dedico proprio un capitoletto a questo argomento nel quale si parla della Protoceramica calabrese a Chateau Pelerin. Il castello templare, detto anche di Athlit, fu costruito tra il 1217 e il 1220, anno in cui ebbe il suo battesimo del fuoco con un attacco del Sultano di Damasco respinto dalla fortezza, che rimase sempre inespugnata fino al ritiro dalla Terrasanta. Era anche un carcere di “Massima sicurezza” perché confluivano prigionieri da tutte le province dell’Ordine. Nel 1229 Federico II si insediò nella fortezza ma i templari fecero di tutto per mandarlo via. Veniamo al punto. Una missione archeologica inglese, negli anni Trenta dello scorso secolo, condusse degli scavi aprendo un sito proprio nella zona di Athlit. Gli archeologi ipotizzarono che alcuni dei resti ceramici ritrovati potevano provenire da fornaci dell’Italia meridionale. Un ulteriore autorevole studio ha attestato che il 2% di questi reperti ceramici poteva provenire dalla Calabria. La datazione della ceramica ricade nell’intervallo storico riguardante il periodo di “vita” del Castello che va dal 1217 al 1291, anno in cui il castello fu abbandonato per motivi contingenti. La caduta di Acri nel mese di maggio aveva infatti messo fortemente in discussione la presenza crociata in Terrasanta, per cui anche la gloriosa e “invicta” roccaforte fu definitivamente abbandonata. Il tipo di ceramica calabrese ritrovata (protomaiolica a smalto povero) e il periodo di riferimento risultano compatibili con la produzione presente nello stesso periodo a Gerace e Tropea. Risulta difficile per ora azzardare ipotesi su come e perché la protomaiolica calabrese sia giunta in Terrasanta e specificatamente ad Athlit, ma lo scarso quantitativo deporrebbe per una presenza “occasionale” e non commerciale dei manufatti da essa ricavati. Verosimilmente costituiva parte dell’equipaggiamento personale di cavalieri, pellegrini o mercanti che dalla Calabria (dal Meridione) si recavano “Outremer” e facevano poi tappa a Chateau Pelerin».

Quali sono stati i rapporti dei templari con i Normanni e poi gli Svevi?

«Tutto dipendeva dai rapporti del papato con normanni e poi svevi. I templari erano l’altro braccio armato del Papa al quale erano immediatamente soggetti e a nessun’altra gerarchia esterna. Furono invece proprio i normanni ad attuare il disegno di latinizzazione del meridione d’Italia e della Calabria, combattendo contro bizantini e arabi. È bene inoltre considerare che i Normanni in generale (e quelli che attecchirono nel Sud Italia particolarmente) erano uomini molto inquieti e dinamici, dediti a viaggi continui per i più svariati motivi, lungo l’asse nord-sud dell’Europa, per cui non è da escludere (e qui scatenerò qualche ira) che l’Ugo“meridionale” sia poi lo stesso attestato nei diplomi d’oltralpe. Ma siamo agli albori del Tempio. I rapporti con gli svevi dipenderanno poi dagli altalenanti rapporti del Papa con Federico II (prima con Innocenzo III ed Onorio III e poi Gregorio IX che lo scomunicò due volte, nel 1227 e nel 1239). Lo stesso Federico II, nel 1239, giustificava la mancata restituzione dei beni confiscati ai Templari, e il freno imposto loro per acquisti di nuovi possedimenti con il timore che essi in breve tempo avrebbero comprato e acquisito tutto il Regno di Sicilia, che ritenevano essere fra le regioni del mondo quella per loro più adatta. Un episodio molto grave minò i rapporti già tesi tra l’Imperatore e il Tempio. Il trattato di Jaffa (18 febbraio 1229) stipulato tra Federico e Al-Kamil, con la cessione di Gerusalemme ai cristiani, non aveva messo in buona luce il Sultano d’Egitto nel mondo arabo; neanche il Papato esultava per lo strabiliante risultato ottenuto dallo svevo. Il trattato aveva però intensificato i già ottimi rapporti tra i due sovrani: li legava un sentimento di rispetto e stima reciproci oltre che l’amore comune per la Conoscenza. Federico II aveva in animo (dopo l’armistizio) di recarsi, senza scorta armata in pellegrinaggio al fiume Giordano. Geroldo, il Patriarca di Gerusalemme,e papa Gregorio IX non potevano perdere la succosa occasione e invitarono con una missiva segreta AL-Kamil a tendergli un agguato supportato dai templari. Con gli angioini i rapporti furono buoni perché lo stato maggiore templare, nel meridione d’Italia e quindi in Calabria, fu quasi sempre di origine francese in tale periodo».

Quando ci furono, alla fine, le accuse di eresia e gli arresti, ci sono stati processi ai templari in Calabria?

«Altra fonte importante in questa mia ricerca è stata effettivamente quella giudiziaria. Abbiamo infatti notizia di nove templari arrestati e consegnati al castellano di Barletta nel 1308. Tra questi tre erano sicuramente calabresi e precisamente Andrea da Cosenza, Bartolomeo da Cosenza e Oliverio da Bivona insieme a Giovanni da Neritone che era il precettore della “domus”di Castrovillari. Il processo venne poi celebrato a Brindisi e come sede del Tribunale ecclesiastico venne scelto un ameno luogo della campagna brindisina, in cui sorgeva una piccola cappella dedicata alla Vergine, vicino alla costruenda chiesa di Santa Maria del Casale. Gli atti riguardanti la Calabria, custoditi nell’Archivio Segreto Vaticano, sono riportati nel mio testo in appendice documentale insieme alla loro trascrizione e traduzione integrale. In essi troviamo notizia dell’allestimento a Brindisi, tra maggio e giugno del 1310, di una importante macchina processuale che portò poi sostanzialmente all’interrogatorio di solo due Templari e in veste esclusivamente di testimoni: Ugo de Samaja e Giovanni da Neritone. Quest’ultimo, precettore della “domus” templare di Castrovillari, fu arrestato e condotto a Cosenza dove venne rinchiuso nel castello della città bruzia. Da lì fu trasferito a Barletta e poi a Brindisi dove si è celebrato,a quel che si sa a oggi, uno dei due processi ai Templari del Regno di Sicilia. L’altro fu quello che si svolse a Lucera. Tra le preziose notizie che si possono cogliere dalle carte processuali, viene fuori anche un personaggio, la personalità di Giovanni da Neritone, con dei risvolti a volte anche umoristici. Sappiamo anche che le magioni templari in Europa dovevano assicurare la produzione continua di ogni tipo di mercanzia per sovvenzionare il “fronte” di Terrasanta ed a questa regola non si sottraeva la “domus” di Castrovillari. Infatti Giovanni nel rispondere alla domanda sul perché non avesse provveduto a correggere gli errori dei quali i confratelli si erano macchiati, ad un certo punto dell’interrogatorio si descrive alla commissione giudicatrice come una persona semplice, di campagna e poco influente nell’Ordine Templare, come lo erano d’altra parte molti dei precettori al di qua del mare».

Quando si parla di templari si corre sempre il rischio di sconfinare nella leggenda, perché?

«La risposta è molto semplice. L’argomento “templari” è diventato nei secoli, fino ai giorni nostri, così vasto e complesso che prima di iniziare una dibattito, una discussione o uno scambio di vedute, anche tra due persone solamente, non necessariamente in un convegno, bisogna premettere necessariamente da quale angolatura vogliamo vedere il fenomeno, altrimenti si apre un oceano nel quale si rischia di naufragare. Parliamo di storia? Parliamo di esoterismo e Via Tradizionale? Parliamo di templarismo massonico e non? E questo riguarda anche la lettura o l’acquisto di un libro. Cosa mi può dire quell’autore sui templari e da che punto di vista me ne sta parlando? Cosa mi voglio sentir dire? Ma anche dall’altra parte per chi scrive un libro le domande dovrebbero essere uguali. Cosa voglio dire, a chi mi voglio rivolgere? Comunque è una foresta, si spazia dal rigore documentale alla pura farneticazione. Il mio lavoro in particolare è concepito come una ricerca storica sulla presenza dei Templari in Calabria avente come corollario dello stesso tenore una breve digressione sulle vicende generali della “militia”. Tratto orientativamente il periodo che va dal 1120 anno di fondazione dell’Ordine, al 18 marzo 1314 giorno in cui venne messo al rogo de Molay».

Umberto Maiorca

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Bonifacio VIII, il papa re

Bonifacio VIII indice il giubileo del 1300, Giotto, affresco staccato in San Giovanni in Laterano (Roma)

Questo sì, che è un bel regalo.

Il migliore che avesse mai ricevuto a Natale, pensava soddisfatto Benedetto; e si guardava intorno, ammirando gli affreschi della splendida Sala Maggiore di Castel Nuovo.

Voleva il papato, e l’aveva ottenuto.

Osservava compiaciuto e beffardo le facce dei suoi rivali, i suoi complici, i suoi elettori. Li fissava in volto, uno per uno, al tempo stesso con riconoscenza e aria di sfida.

Hugues Aycelin de Billom, cardinale vescovo di Ostia e Velletri: decano del Sacro Collegio; il francescano umbro Matteo d’Acquasparta, vescovo di Porto e Santa Rufina, subdecano del Sacro Collegio: il suo amico più fidato e il principale artefice della sua elezione. Gerardo Bianchi, vescovo di Sabina, che di conclavi ne avrebbe fatti altri due, il ricchissmo Giovanni Boccamazza, vescovo di Frascati; Simone di Beaulieu di Palestrina, creato cardinale da Celestino; Bérard de Got, vescovo di Albano, anche lui creatura di Celestino, ma destinato a diventare uno dei suoi più stretti collaboratori. L’anziano Pietro Peregrosso detto Milanese, cardinale prete di San Marco, che sarebbe morto di lì a poco. Tommaso d’Ocre, cardinale prete titolare di Santa Cecilia; uno dei più pericolosi: appartenente all’ordine di Celestino, era stato costretto dal Papa contadino ad accettare la porpora ed era diventato uno dei protagonisti del suo breve pontificato, dimostrando scaltrezza e determinazione.

E poi c’era Jean Le Moine, cardinale prete titolare dei Santi Marcellino e Pietro: di umili origini, anche lui era stato nominato da Celestino, ma era molto più facile da controllare. E poi c’erano Pietro d’Aquila, prete titolare di Santa Croce in Gerusalemme, Guillaume Ferrier di San Clemente, Nicolas de Nonancour di San Marcello, il cistercense Robert de Pontigny, prete titolare di Santa Pudenziana e il benedettino Simon d’Armentières, cardinale prete titolare di Santa Balbina e Giovanni di Castrocoeli di San Vitale, Landolfo Brancaccio di Sant’Angelo in Pescheria e Guglielmo de Longhi, cardinale diacono di San Nicola in Carcere Tulliano: tutte creature di Celestino, ma tutti facilmente manovrabili.

Poi c’erano gli Orsini, suoi alleati: Matteo Rubeo, diacono di Santa Maria in Portico Octaviae e Napoleone Orsini, diacono di Sant’Adriano.

Infine gli acerrimi nemici: Giacomo e Pietro Colonna, dannata stirpe di un dannato sangue.

Li avrebbe entrambi deposti scatenando una guerra per la quale avrebbe pagato un prezzo altissimo. Ma c’era ancora tempo per la guerra: e al diavolo i Colonna, Alighieri con l’Inferno, Filippo il bello e terribile, Sciarra e il suo schiaffo e Jacopone da Todi, pauperista, sovversivo e menagramo. Ora era il momento del trionfo: lui, Benedetto Caetani da Anagni, cardinale prete titolare dei Santi Silvestro e Martino, ce l’aveva fatta: era diventato papa.

Grazie, amici miei – passava in rassegna i volti di tutti; scrutava i loro occhi sorridendo e poi tornava a guardarli in faccia – ve ne sarò eternamente grato. Ma adesso, adesso vi ho fregato, adesso sono io che comando. Adesso sono il Papa, il Pontefice Massimo, il Vicario di Cristo. Il Servo dei Servi di Dio. Sì, certo, come no: l’ha detto san Gregorio e lo confermo; purché i servi di Dio servano con obbedienza il loro Servo.

C’erano voluti due anni per eleggere Celestino V, e appena ventiquattro ore per sostituirlo.

Il papa questa volta – per la prima volta – non era morto: si era dimesso. Eh sì, c’era anche il suo zampino, dietro quelle dimissioni; ad ogni modo era stata rispettata la prassi, che prevedeva dieci giorni di lutto dopo la scomparsa del pontefice, prima di procedere all’elezione del suo successore.

Questa volta, per la prima volta in tredici secoli, il papa non era finito sotto terra ma dentro una roccia, tornato nell’eremo da cui era venuto e in cui – in verità – non sarebbe rimasto a lungo. Oh, no: lo scisma era già alle porte e Bonifacio non poteva permettersi un rivale a piede libero. Gli spirituali francescani, i Colonna, i fedeli delusi da una Chiesa che dopo avere assaggiato la povertà sarebbe tornata al suo sfarzo, non avrebbero aspettato per fare di Celestino il proprio papa – il vero papa – contrapponendolo all’usurpatore, all’anticristo di Anagni. No, non poteva permetterselo, un rivale in libertà, e quindi lo avrebbe fatto inseguire, catturare e ospitare con tutti gli onori, beninteso, nella Rocca di Fumone, vicino Frosinone. Tutti gli onori: compreso un chiodo in testa; giusto per assicurarsi che nessun ribelle potesse liberarlo, catturarlo, usarlo suo malgrado per fare la guerra al legittimo papa. Il papa felicemente regnante.

Insomma erano passati dieci giorni dalle dimissioni di Celestino V e il Conclave si era riunito: era il 23 dicembre 1294.

Il giorno dopo, alla Vigilia di Natale, Benedetto era stato eletto Sommo Pontefice della Chiesa Universale.

Tutto preparato, dicevano i maligni: Caetani aveva usato quei pochi mesi di fragilissimo pontificato per comprarsi i voti dei cardinali. Comprati o no, certo era riuscito a convincerli che era lui, l’uomo della Provvidenza.

Mentre Celestino si faceva manovrare da Carlo lo zoppo e cercava di farsi proteggere dai suoi frati regalando loro posti di potere come un qualsiasi papa nepotista, Benedetto si lavorava il Concistoro e insinuava nella coscienza del papa regnante il dubbio – poi la certezza – di non essere assolutamente adatto a portare sulle sue spalle il peso della Suprema Responsabilità.

Infine, da esperto giurista, gli aveva spiegato come e perché da Vicario di Cristo ci si poteva dimettere, e che l’atto con cui il papa contadino si preparava a rinunciare al suo ruolo era inaudito ma legittimo.

Lo aveva aiutato a preparare i documenti e il rituale e nel frattempo si era assicurato la successione.

Ed era giusto così: lui, al contrario di Pietro Angelerio del Morrone, era proprio nato per fare il papa: colto, laico, esperto di diritto, ambizioso ma al tempo stesso raffinato diplomatico.

D’altra parte Benedetto Caetani con il potere in mano c’era nato: la sua famiglia era tra le più importanti della Roma medievale e contendeva il primato proprio agli Orsini e agli odiati Colonna.

Benedetto ammirava la bellezza del Golfo di Napoli al tramonto, fuori dalla finestra. Uno spettacolo magnifico, si diceva, ma al quale si sarebbe sottratto volentieri: non vedeva l’ora di lasciare quel luogo e tornare a Roma. Vedi Napoli e poi muori; oppure dattela a gambe: Carlo aveva già fatto troppi guai e lui – Bonifacio VIII – non si sarebbe mai adattato a fare la marionetta del re di Napoli come il suo ingenuo e indegno predecessore.

In fondo il nome che aveva scelto era già tutto un programma: Bonifacio IV era il papa che aveva ottenuto dall’imperatore Foca di poter trasformare il Pantheon in una chiesa cristiana; ottavo a indossare quel nome, Benedetto si sarebbe posto al crocevia tra la Roma antica e la Roma cristiana.

Aveva 64 anni, ma il cuore di un ventenne: si sentiva eccitato come quando adolescente aveva lasciato Roma per andare a studiare a Todi, come quando, poi, si era trasferito a Bologna laureandosi in diritto canonico.

Si sentiva galvanizzato e superbo come quando, iniziando la carriera diplomatica in Laterano era partito per una delicatissima ambasciata in Inghilterra ed era stato arrestato, finendo rinchiuso nella Torre di Londra, per essere infine scarcerato dal re in persona. Galvanizzato e superbo – così si sentiva – come quando era stato mandato in Francia, a seguito del cardinale Simon de Brion, futuro Martino IV, con lo scopo di sollecitare l’ascesa al trono napoletano di Carlo d’Angiò (non l’avesse mai fatto, si diceva adesso).

Si sentiva una divinità, Bonifacio, come quando a 51 anni – da laico – aveva ricevuto la porpora cardinalizia e aveva assaggiato il potere, quello vero.

Da laico, sì. Perché laico era stato per tutta la vita, Benedetto Caetani. Si era fatto ordinare prete da appena tre anni. La tiara lo aveva trovato freschissimo come uomo di preghiera e di mistero, ma veterano quanto a politica e gestione del potere.

Al suo terzo conclave, Benedetto si era trovato tra i protagonisti di una delle maggiori crisi della Chiesa medievale: uno stallo durato due anni, con un’assemblea di soli dodici cardinali che pure non riuscivano a mettersi d’accordo. Da una parte c’erano i Colonna e dall’altra tutti gli altri: avevano cambiato quattro sedi (Santa Maria sopra Minerva, Santa Maria Maggiore, Santa Sabina a Roma, e poi si erano spostati a Perugia), affrontato un’epidemia di peste, disordini e proteste di un popolo esasperato, infine l’invasione di campo di Carlo D’Angiò, che lo stesso Benedetto si era arrogato il compito di cacciare dal palazzo.

Quando il 5 luglio 1294 era arrivata la lettera di Pier del Morrone, che aggiungeva la sua voce a quella di chi preannunciava castighi divini se non si fosse provveduto a dotare la Chiesa di un nuovo pastore, Benedetto aveva appoggiato l’idea di Latino Malabranca di fare papa proprio lui. All’inizio era sembrata una follia chiamare sul trono di Pietro un eremita che non solo non era cardinale, ma era totalmente privo di esperienze di governo, digiuno di qualsiasi dinamica di potere; ma in fondo un monaco vecchio e ingenuo, inesperto e ignorante ma con fama di santità e venerato e rispettato da tutti, era quello proprio quello che ci voleva per guidare questa fase di transizione, donando nuova simpatia alla Chiesa, mentre i cardinali si mettevano d’accordo in santa pace: senza le pressioni, l’attenzione, le dannate aspettative del Conclave, decidere chi di loro avrebbe fatto il papa, tutto sommato, sarebbe stato molto più facile e discreto.

Benedetto non si era sbagliato – ma quando si sbagliava? – e così erano andate le cose: ventiquattro ore per formalizzare una decisione già presa in altre stanze.

Aveva fatto un capolavoro – suvvia, bisognava riconoscerglielo: era partito da una minoranza assoluta, basti pensare che 13 dei 22 cardinali li aveva scelti proprio Celestino – ed era riuscito in poco tempo ad annodare tutti i fili del consenso.

E ora – a Natale – era papa.

Ripensava a Carlo Magno, anche lui salito sul gradino più alto nel giorno di Natale: la mattina del 25 dicembre era stato incoronato imperatore da papa Leone III.

Quel giorno insieme a Cristo era nata anche un’epoca: era nato il Sacro Romano Impero, era nato il più grande sovrano cristiano che la storia avesse mai ricordato.

Mezzo millennio dopo oggi, oggi insieme a Cristo nasceva un’altra epoca, nasceva il mondo moderno, nasceva un sovrano che finalmente avrebbe identificato nella sua persona potere temporale e potere spirituale. Perché con Bonifacio VIII l’imperatore laico non si sarebbe limitato a mettere la sua corona nelle mani del Vicario di Cristo, no: adesso ci avrebbe messo tutto il suo potere. Con Bonifacio VIII il papa, più che servo dei servi di Dio, sarebbe diventato il re dei re cristiani, l’imperatore degli imperatori, l’autorità suprema a cui tutte le teste coronate si sarebbero inchinate; la voce di Dio che nessuno si sarebbe potuto permettere di ignorare, il sole che illumina tutti i pianeti, la più alta autorità sulla terra perché l’unica emanata direttamente dal Signore dei Cieli.

E Roma, la sua amata Roma – strappata proprio da Carlo Magno al suo ruolo di capo del mondo, umiliata da secoli di potere in esilio – Roma, la sua amata Roma sarebbe tornata ad essere il cuore dell’impero, il centro dell’umanità, la meta di tutti i pellegrinaggi: tutto il mondo sarebbe venuto per ammirare la sua bellezza e pregare sulle tombe degli apostoli. E poi inchinarsi di fronte a lui: Bonifacio VIII, il papa.

Arnaldo Casali

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Il Libro di Kells, un miracolo su pergamena

kells

«Questo libro contiene l’armonia dei quattro Evangelisti con quasi ad ogni pagina illustrazioni diverse, che si distinguono per la varietà dei colori. Qui potresti vedere il volto della Maestà, divinamente disegnato, qui i simboli mistici degli Evangelisti, ciascuno con le ali, ora sei, ora quattro, ora due; qui l’aquila, là il bue, qui l’uomo e là il leone, e altre forme quasi infinite. Guardali superficialmente con uno sguardo ordinario, e potresti pensare che sono cancellature e non lavoro curato. La più raffinata abilità ti circonda, e non la noteresti. Guardalo con più attenzione e penetreresti nel cuore stesso dell’Arte, discernendo delle complessità così delicate e sottili, così piene di nodi e di legami, con dei colori così freschi e viventi, che crederesti si tratti dell’opera di un angelo, e non di un uomo». Così Giraldo Cambrense, chierico gallese vissuto a cavallo tra il XII e il XIII secolo, descrive lo straordinario manoscritto che ebbe la fortuna di contemplare in un monastero a Kildare, non lontano da Kells, in Irlanda. Molto probabilmente ricordava male, non certo la sublime qualità del codice, ma il luogo dove lo aveva visto, che doveva essere proprio Kells, nella cui chiesa abbaziale il prezioso volume era a quei tempi custodito. Prezioso più dell’oro. Si tratta, in effetti, di uno dei grandi capolavori dell’arte manoscritta occidentale: compilato e decorato tra gli ultimissimi anni dell’VIII e l’inizio del IX secolo nel monastero scozzese di Iona, esso contiene i Quattro Vangeli accompagnati da superbe miniature, opera di almeno tre amanuensi ignoti. Il testo, vergato in maiuscola insulare con inchiostro nero, rosso, porpora e giallo, non è completo: il racconto evangelico si interrompe infatti al capitolo 17, versetto 13 del Vangelo di Giovanni. Perché? Probabilmente il codice, in fase di compilazione, fu trasferito da Iona a Kells per metterlo in salvo dall’ennesima incursione vichinga. Ne restano 340 carte, o folia, ma ne mancano una trentina: furono perdute, forse, durante la razzia del monastero perpetrata nel 1006, quando mani sacrileghe strapparono via la pesante legatura in oro e gemme del codice, l’unico elemento giudicato di valore. Invece si sbagliavano, perché il testo rappresenta uno scrigno di meraviglie forse ancora più prezioso.

Una pagina dell’Evangelario

L’Evangeliario fu a lungo attribuito alla mano di san Columba, il celebre missionario noto anche come Colum Cille, ma non poteva essere perché morì nel 597, quindi parecchio tempo prima rispetto alla datazione effettiva del codice, stabilita dal puntuale studio paleografico. Oggi il libro rappresenta uno dei vanti del Trinity College di Dublino (che lo conserva con la segnatura IE TCD MS 58), e a ragione: le sue straordinarie iniziali miniate e le illustrazioni a tutta pagina che lo arricchiscono non solo regalano un piacere estetico assoluto per gli occhi a chi, da secoli, lo ammira, ma rappresentano una delle più intense testimonianze della religiosità insulare ed europea, un profondo e preciso modo di vivere il Sacro e trasportarne lo spirito nell’Arte vivificandolo. Per questo, il manoscritto è entrato nel 2011 nel programma “Memoria del mondo” dell’Unesco, che ha lo scopo di censire e salvaguardare il patrimonio documentario dell’umanità dai rischi, sempre incombenti, di una sua sciagurata perdita. Un’arte raffinata e complessa. Sfogliando il volume, si vedrà che molti fogli presentano iniziali miniate coloratissime e assai ricche di particolari. Un esempio eloquente è dato dal folio 12r, che si apre con una grande “M” sormontata dalla figura di un uomo, san Matteo, del cui Vangelo rappresenta l’incipit. Le illustrazioni “miste”, quelle cioè con immagine e testo, sono numerose, ma sono quelle “pure” a tutta pagina – in tutto solo dieci – a catturare l’occhio con la loro forma labirintica, i colori accesi, le volute ardite che confondono l’occhio, la fattura estremamente elaborata e complessa. Due di esse, 28v e 291v, contengono, rispettivamente, i ritratti di Matteo e Giovanni, tre (27v, 129v, 290v) rappresentano i simboli dei quattro Evangelisti alati, disposti in altrettanti riquadri ripartiti da una croce: un artificio che sembra imitare, con una certa dose di originalità, la copertura dei sontuosi Evangeliari altomedievali (forse proprio quella del codice stesso, perduta), di solito riccamente decorati con inserti in oro e pietre preziose.

Una pagina del Libro di Kells

Un’altra pagina (7v) raffigura la Vergine con il Bambino contornata da quattro angeli: secondo alcuni si tratterebbe di una della più antiche rappresentazioni – se non della prima in assoluto – di questo soggetto nell’arte occidentale. Seguono il Cristo in trono (32v), le Tentazioni (202v) e l’arresto (144r): quest’ultima, in particolare, rappresenta un Gesù rassegnato e ieratico mentre viene condotto via da due sgherri; sopra di loro si legge la scritta “Et hymno dicto exierunt in montem olivarum” (E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi). Le figure, che indossano vesti dai colori accesi, sono racchiuse in un’elaborata architettura ad arco – al centro del quale campeggiano due teste di drago affrontate – sorretta da due colonne decorate a loro volta con croci e con i pannelli a intreccio tipici delle chiese altomedievali, di cui innumerevoli esempi sopravvivono nelle romaniche.

Ovunque, in queste pagine di pergamena, trionfa il virtuosisimo grafico, ma esso non è mai fine a se stesso bensì al contrario sempre denso della più profonda e sublime simbologia. Nel folio 124r, ad esempio, si legge, racchiusa ancora una volta in un’elaborata cornice, la scritta “Tunc crucifixerant XPI cum eo duos latrones” (“Allora crocifissero Cristo): la “T” iniziale è a forma di doppio drago-grifone, che rimanda al Maligno sempre in agguato; tuttavia la sua figura stiracchiata, con gli artigli aggrappati alla cornice alla ricerca di un appiglio precario, lascia già presagire che non trionferà ma cadrà di nuovo, perché se anche il Cristo morirà sulla Croce (e l’arresto qui illustrato è infatti prodromico alla Passione), proprio per questo tornerà trionfante dopo la Resurrezione, e ricaccerà il Demonio – e con lui tutti i mostri che turbano l’immaginario medievale e che vediamo immortalati nei capitelli e nelle lunette delle chiese romaniche – al mondo al quale appartengono, ossia l’inferno. La spettacolare decorazione del folio 188r, che reca l’incipit del Vangelo di Luca, è l’apoteosi dell’horror vacui tipico dell’estetica insulare: la pagina è interamente occupata da intrecci geometrici perfetti, nei cui spazi rigidi le figure umane risultano schiacciate, come imprigionate e impossibilitate a liberarsi; nell’insieme, l’illustrazione trasmette una sensazione di equilibrio, ma anche di angoscia, quasi rimandasse alla dannazione eterna. Ancora, il folio 200r contiene a genealogia di Cristo secondo Luca (in tutto l’elenco conta 5 facciate pergamenacee): si nota in questo caso la decorazione della parola latina “qui”, ad elenco, con i caratteri intrecciati e vivacemente colorati, nei quali si alternano figure umane e animali. Curiosa infine, e tipica ancora una volta della miniatura insulare, è la cosiddetta “pagina tappeto”, un’unica illustrazione tutta costruita su forme geometriche, così definita proprio perché ricorda un tappeto orientale: e in effetti, come è stato suggestivamente notato, tale inedita iconografia potrebbe richiamare proprio l’ambito orientale, e in particolare copto, in cui si originò quel Cristianesimo di marca ascetica che si diffuse, dapprima nelle Isole e poi sul Continente, grazie alla predicazione di legioni di instancabili missionari e fondatori di monasteri, tra i quali Colombano rappresenta, a cavallo tra il VI e il VII secolo, la punta di diamante assoluta. Antico e moderno. Il Libro di Kells è stato digitalizzato ed è interamente sfogliabile online sul sito della Biblioteca del Trinity College a questo indirizzo: http://digitalcollections.tcd.ie/home/index.php?DRIS_ID=MS58_003v

L’Evangelario

Le sue miniature, al pari di quelle di altri manoscritti insulari, fondono dunque sapientemente gli elementi derivati dall’arte classica, come le architetture e le figure umane, con il gusto per l’intreccio e il motivo geometrico tipico dell’arte “barbarica”, retaggio della sottostante e, all’epoca, ancora viva cultura pagana. In effetti, il monachesimo irlandese seppe operare una mirabile sintesi tra le due diverse culture, contribuendo a creare un’arte complessa e squisitamente originale che ha saputo affascinare e suggestionare per secoli. C’è di più. Secondo alcuni studi, i pigmenti usati per decorare le miniature del Libro di Kells sarebbero stati importati dall’area mediterranea, e i preziosi lapislazzuli che servirono per creare il blu addirittura dall’Afghanistan nord-orientale: è l’ennesima riprova, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che oltre alla mobilità religiosa nell’alto Medioevo la circolazione di uomini, merci e idee era molto più frequente, fruttuosa e vivace di quanto una certa immagine falsata, e purtroppo ancora diffusa dell’Età di Mezzo, non induca a pensare.

Elena Percivaldi*

(*All rights reserved / Tutti i diritti riservati)

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In viaggio con Alberto di Stade

Ignazio Danti, agro perugino (1581-1583) Musei Vaticani, Galleria delle carte geografiche

«Fratello Tirri, voglio andare a Roma, descrivimi il percorso che devo seguire».

«Buon fratello Firri, da dove vuoi passare?» chiede Tirri.

Risponde Firri: «Attraverso la valle Mauriana».

Di nuovo Tirri: «Nominerò i luoghi e aggiungerò le distanze. Qui avrai due possibilità per attraversare gli appennini: o da Bagno di Romagna, o da Acquapendente. Ma ritengo sia migliore la strada da Bagno di Romagna». A questo punto il monaco non solo indica la strada, ma fornisce anche le distanze (espresse in miglia o leghe, equivalenti a due chilometri): «Da Bologna a Castel San Pietro ci sono 13 miglia, 7 a Imola, 10 a Faenza, 19 a Forlì, 2 a San Martino in Strada, 4 a Meldola, 10 a Civitella, 15 a Bagno di Romagna. Per attraversare l’Alpe di Serra ci sono 15 miglia fino a Campi, 8 fino a Subbiano, 6 fino ad Arezzo, 8 a Castiglion Fiorentino, 8 a Ossaia, 16 a Castiglion del Lago, 10 a Sarminia (per Stopani si tratterebbe di Moiano, sede di un monastero benedettino e di una chiesa dedicata a San Iacopo, altri visto che le distanze non coincidono suggeriscono la rocca di Carnaiola), 6 a Orvieto, 12 a Montefiascone, 8 a Viterbo, 16 a Sutri, 16 a Castel San Pietro, 8 a Roma».

Il buon monaco aggiunge anche che «se il Papa per caso fosse a Perugia, o ad Assisi, o a Terni, o in quelle zone, da Ossaia vai per 4 miglia fino a Gunfin e così per altre 4 miglia fino ad avere il lago di Perugia alla tua destra, ma la strada descritta da Ursage fino a Castello a sinistra. Quello è il tracciato romano per la valle Mauriana».

Alberto di Stade (foto tratta da www.viaromeagermanica.com)

Questo brano illustra un’antica via di pellegrinaggio, Romea di Stade o Germanica appunto, che collega il nord Europa con Roma e fu scoperto per caso tra le pagine degli Annales Stadenses nella biblioteca Herzog August di Wolfenbuttel nel XIX secolo. Una cronaca compilata dal monaco benedettino (e poi frate francescano) Alberto di Stade tra il 1240 e il 1256. Nel dialogo tra i due religiosi viene esposto il percorso per raggiungere Roma (e tornare indietro) con una ricca descrizione di luoghi, usanze e costumi, tappe, distanze, curiosità e anche consigli su come muoversi scegliendo i percorsi in base a «societas, et rerum eventus et temporum», cioè compagnia dei pellegrini, situazione politica e stagione dell’anno.

Il Passo di Serra e il conseguente percorso per la valle del Bidente e fino alla Valdichiana seguono un antico tracciato appenninico già utilizzato in epoca preistorica, al pari del Brennero (la Melior Via per Alberto di Stade) per le Alpi, perché consente di passare da una valle all’altra senza particolari dislivelli. Non per nulla il Passo di Serra fu scelto dagli Ottoni e dagli Svevi nelle loro discese in Italia (il percorso segue i confini di città fedeli all’imperatore e feudi di diritto imperiale). Anche Matteo Paris nel suo Iter de Londinio in Terram Sanctam (nel quale è inserita anche una mappa di pergamena a colori con tutto il percorso) indica come praticabile il tracciato lungo la via Emilia fino a Forlì e poi l’ascesa verso l’Appennino e la discesa verso Arezzo: «Alpes bolon. Florence. Aresce. Peruse. Asise. Fulins. Spoletum. Rieta».

Torniamo ai due monaci Firri e Tirri e al buon Alberto di Stade. Quello che racconta, per bocca dei due personaggi di fantasia, è il suo viaggio a piedi, con piccole imbarcazioni, a dorso d’asino, quello che compie realmente, fino a Roma, per presentarsi davanti al Papa e chiedere di poter riformare la comunità di cui è abate secondo i dettami cistercensi, per combattere il lassismo e la ricchezza che allontanano dalla contemplazione e da Dio. Alberto ottiene il permesso dal Pontefice, ma quando torna a Stade i monaci si ribellano; lui si dimette ed entra nell’ordine dei Minori. Inizia a scrivere e ci lascia il resoconto di quel viaggio, come se fosse un antesignano di Jack Kerouac o Bruce Chatwin: Austria, Baviera, Turingia, Sassonia Anhalt e Bassa Sassonia, Bolzano, Trento, la Valsugana, Padova, Ferrara, Ravenna, Forlì, Meldola, Bagno di Romagna, l’Alpe di Serra, Campi di Bibbiena, Subbiano, Arezzo, Ossaia, Castiglion del Lago, Orvieto, Montefiascone e Roma (il percorso è raccontato anche all’inverso, per un totale di 3.500 chilometri e sei mesi di viaggio). È il cammino di Alberto, la Romea di Stade o Romea Germanica.

Una veduta della città di Stade

La Romea Germanica entra in Umbria attraverso la striscia di territorio racchiusa tra il corso del Chiani e il lago Trasimeno, lungo la strada che da Cortona, passando per Ossaia (Ursage, toponimo che richiama la strage dei romani da parte di Annibale) e le pendici di Castiglione del Lago, l’antica Castellum Leonis sorta in una posizione strategica e contesa da Etruschi e Romani prima, e in epoca medievale da Perugia, Arezzo e Siena, assurta al rango di marchesato nel XVI secolo con i Della Corgna. Il pellegrino prosegue, quindi, per Pozzuolo Umbro, un borgo fortificato di origine altomedievale a presidio del passo che evitava le zone di palude, costeggia Villastrada (un nome che rimanda ad un insediamento sorto vicino ad una “strata”). Sfruttando un antico tracciato etrusco giunge a Paciano, una cittadina medievale fondata nel XIV secolo e arroccata sul monte Petralvella, poco distante dall’ormai diroccata Torre di Orlando (uno dei tanti toponimo del “grand tour” del paladino in Umbria), già nominata in un documento di Berengario I nel 917. Uscendo da Porta Fiorentina ci si dirige verso Città della Pieve le cui origini sono molto remote, anche se viene nominata intorno all’anno Mille come Castrum Plebis S. Gervasi. La città sorge su un’altura che domina l’intera Valdichiana e il Trasimeno e spicca sul paesaggio per il rosso del laterizio con il quale è costruita. È la città natale di Pietro Vannucci, il Perugino, maestro di Raffaello.

Il pellegrino uscito da Città della Pieve si dirige verso Orvieto, passando ai piedi del castello di Salci, costruito nel XIV secolo dal condottiero Vanni Bandini e inerpicandosi verso Fabro con la sua rocca dell’XI secolo posta a guardia del passaggio sul fiume Paglia, poi Monteleone d’Orvieto e Parrano, borghi fortificati che sorgono lungo l’asse viario della Cassia (oggi A1) e della Romea (Statale 71) con funzione di avvistamento. Nella zona sorge la Badia di San Nicola, fondata nel 1007 e riformata da san Romualdo. Vi vestì l’abito Magister Gratiano, giurista e fondatore del diritto canonico, ricordato da Dante Alighieri insieme con san Tommaso d’Aquino, Pietro Lombardo e sant’Alberto magno. Il pellegrino cammina all’ombra della rocca di Carnaiola (individuata da alcuni storici come la Sarminiam nel testo di Alberto di Stade e chiamata Sarmugnano o Sermugnano nel Catasto Orvietano del 1292) costruita nel 1055 e luogo di nascita della beata Giovanna da Orvieto, terziaria domenicana del XIII secolo. Un atto giudiziario del Comune di Orvieto ricorda che proprio sulla strada per Sarmugnano «Cola di Guatiero, Ciolo […] e Giovanni di Amata Angeli di Ficulle contro i quali è questo processo per inquisizione […] poiché contro il nostro mandato andarono con le armi per la strada che va a Sarmugnano e su questa strada ferirono dei romei».

Agro Perugino di Ignazio Danti

Poco distante c’è Ficulle, centro prima etrusco e poi romano, posto a guardia della via Traianea. Le mura medievali e il castello della Sala testimoniano l’importanza del castello per il Comune di Orvieto negli anni di lotte con Comuni vicini. Lasciata Ficulle si arriva ad Allerona, castello medievale posto a baluardo contro la non troppo lontana Chiusi. E la via Romea si avvia, così, agli ultimi chilometri in territorio umbro, giungendo proprio ai piedi dell’imponente Orvieto e ai mosaici del duomo che splendono nel sole.

L’antica Via Romea Germanica è anche disseminata da hospitales, domus leprosorum, tabernae ed hosteriae ad uso dei pellegrini. Questi luoghi hanno lasciato tracce anche nella toponomastica locale. A Città della Pieve erano presenti l’Hospitalis Novum di Santa Maria dei Bianchi, costruito sul finire del XIII, e quello di San Giacomo de Porta Vecciani costruito dal beato Giacomo da Città della Pieve nella seconda metà del ‘200, diverse tabernae e una domus leprosorum a circa due chilometri a sud dalla città, in località Lazzaretto dove si trova la chiesa della Madonna della Sanità. Appena usciti dal borgo di Sarminian si incontrava il pineti hospitalis, testimoniato dal Catasto Orvietano del 1292 mentre vicino al Ponte di Carnaiola si trova il vocabolo San Lazzaro, sito di un antico ospedale per infermi, ricordato in un documento del 1244 come «hospitalis leprosorum de vallis Ficullis».

Nella storia delle vie francigene, francesce o romee si intersecano anche leggende e racconti, come il viaggio del cancelliere di Federico il Barbarossa e vescovo di Colonia Rinaldo di Dassel. Gli storici discutono ancora sul percorso compiuto dal vescovo con le reliquie dei magi trafugate da Milano l’11 giugno del 1164. Un viaggio non proprio trionfale, ma quasi segreto, tanto che alcune fonti testimoniano che avrebbe trasportato le reliquie di nascosto, «clam auferens e magno labore et periculo». Tre erano le strade possibili: per il Gran San Bernardo fino a Magonza oppure le due varianti segnalate da Alberto di Stade, la prima per il Gottardo e per la via fluviale del Reno, la seconda per il Moncenisio. Un documento riporta la notizia secondo la quale Rinaldo abbia presieduto un concilio dei vescovi borgognoni a giugno per sostenere come papa legittimo Pasquale III (il 23 giugno le reliquie erano a Colonia). I tempi fanno pensare che abbia seguito questa seconda via indicata da Alberto di Stade.

Una testimonianza di questo tracciato anteriore al monaco tedesco, infine, si riscontra nella cronaca del viaggio a Roma e Gerusalemme, compiuto tra il 1151 e il 1154, del monaco islandese Nicola di Munkatvhera, abate del monastero di Thingorde, partito proprio dalla città anseatica di Stade.

Umberto Maiorca*

*da Medioevon. 263 dicembre 2018 / Editore Timeline Publishing © Riproduzione vietata

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Roma nella mani di Totila

Totila e san Benddetto di Spinello Aretino, San Miniato al Monte, Firenze

Il 17 dicembre del 546 d. C. Totila e i suoi guerrieri Goti entrano a Roma grazie al tradimento della guarnigione isaurica. È l’epilogo di un assedio iniziato quasi due anni prima, con la città bloccata via terra e per mare mentre le truppe di Totila fanno capitolare Napoli, Tivoli e Piacenza. L’Urbe torna sotto il dominio dei re Goti dopo Vitige e la presa di Roma conclude la prima fase del regno di Totila.

Totila re dei Goti

I due volti di Totila. Le vicende che riguardano l’assedio di Roma e delle altre città, secondo la cronaca che ha tramandato Procopio, mostrano il duplice volto di Totila, abile politico, ottimo comandante, pietoso quando ne ha convenienza e spietato quando serve.

A Napoli il duro assedio ha messo alla prova la popolazione. Quando Totila entra in città decide di sfamare gli abitanti in quanto «erano ridotti allo stremo delle forze in quanto non mangiavano da giorni, o forse anche da settimane». Per paura che la disponibilità di cibo facesse sì che «i napoletani ne mangiassero d’un colpo troppo e morissero per un collasso», Totila fa chiudere le porte della città e fa razionare il cibo in modo che tutti ne mangiassero, ma in piccole quantità, aumentandole di giorno in giorno.

Il re dei Goti non aveva dimenticato che parte del suo esercito stava assediando Roma, così scrive una lettera, la consegna ad alcuni prigionieri e li spedisce a Roma. Totila chiede ai romani di ricordarsi di Teodorico e Amalasunta e di schierarsi contro i Bizantini. Memore di quanto avvenuto a Napoli, infatti, Totila spera di non dover affamare Roma e i suoi abitanti, confidando «che i senatori e il popolo, memori delle durezze subite durante l’assedio fatto da Vitige alla città qualche anno prima, gli aprissero spontaneamente le porte piuttosto che sopportare un altro durissimo assedio». Cosa che non avviene. Anche perché il governatore imperiale della città, Giovanni, nipote di Vitaliano, impedisce la lettura della lettera ed espelle il clero ariano, accusandolo di aver affisso i proclami di Totila in città.

Il massacro di Tivoli. Totila si comporta diversamente a Tivoli. La città era un importante snodo lungo la strada per Roma. Vi passavano gli approvvigionamenti che non giungevano nell’Urbe via fiume. Quindi prendere Tivoli significava tenere in scacco Roma. Qui, però, il re dei Goti non fu magnanimo. Entrato in città di notte, dopo che alcuni abitanti di Tivoli avevano aperto le porte, fa massacrare tutti gli abitanti, compreso il vescovo. Neppure Procopio riesce a descrivere il massacro e ricorda che gli abitanti vennero uccisi «in un modo che mi guarderò dal ricordare pur essendone bene a giorno, perché non voglio lasciare agli avvenire memorie di crudeltà disumana».

A Roma. Anche l’Urbe cadde a seguito di un tradimento, ma anche a causa del comportamento dei bizantini che affamarono la popolazione vendendo a prezzi altissimi le provviste che giungevano via fiume fino al momento in cui Totila riuscì a bloccarne l’afflusso. Tanto che all’ingresso dei Goti in città, annota sempre Procopio, i Romani non avevano più le forze neppure per una ribellione e «il colorito in breve si faceva livido, rendendoli simili a spettri».

La città era quindi alla fame e «i Romani, ridotti allo stremo della fama, persuasero» un certo Pelagio (futuro Papa Pelagio I 556-561), sacerdote conosciuto per essere altruista e generoso, «ad andare da Totila a negoziare una tregua di qualche giorno, con l’impegno che, se entro i termini della tregua non fosse giunto qualche aiuto da Bisanzio, avrebbero consegnato ai Goti, con una resa a discrezione, se stessi e la città». Totila riceve il sacerdote, ne rimane colpito, ma rigetta tutte le richieste, soprattutto quella che riguardava la salvaguardia delle mura. Per Totila la distruzione delle mura avrebbe costituito un vantaggio per i Romani che non avrebbero più dovuto subire un assedio.

All’epoca, Roma aveva «una cinta muraria di circa dodici miglia restaurata dall’imperatore Onorio nel 406», sedici porte e «un indeterminato numero di varchi secondari … all’interno, era divisa in quattordici regioni». I Goti in passato non avevano mai distrutto le mura delle città, anzi Teodorico si era impegnato a rafforzarle, comprendendone l’utilità, pur percependo le difficoltà da parte di un esercito prevalentemente di cavalieri, come quello dei Goti, e con scarse conoscenze ossidionali. «Fu per primo Vitige che, dovendo abbandonare Pesaro e Fano, ne fece abbattere le mura perché i Romani non avessero a dar noia ai Goti rioccupandole». Le sue previsioni si avverarono così che, traendo spunto da quell’esperienza, Totila deciderà (secondo quanto Procopio gli fa dire) di distruggere le mura delle città riconquistate perché l’esercito nemico non avesse una solida base da cui partire per condurre la guerra».

Il generale Belisario in povertà

Belisario scrisse a Totila proprio sulla distruzione delle mura, ricordando al re goto che «ora, se tu trionfi, distruggendo Roma non perdi però una città altrui, bensì la tua propria, o illustrissimo uomo: conservandola invece, tu puoi reputarti arricchito, a buon prezzo, del più splendido possedimento della terra. Se, invece, la fortuna ti sarà avversa, la conservazione di Roma sarà un buon motivo affinché tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua ti toglierebbe speranza di essere accolto con mitezza e di avere qualche vantaggio».

In alcuni casi, però, Totila fu costretto a ricostruire le mura, come a Roma, dovendo «fare i conti, oltre che con le necessità conseguenti alla condotta della guerra, anche problemi di prestigio internazionale essendosi visto rifiutare dal re dei Franchi la mano della figlia proprio perché conquistata la città, l’aveva in parte demolita e non era stato capace di conservarla».

La conquista della città. Il generale bizantino Belisario compie un tentativo di liberare l’Urbe, ma fallisce e si deve ritirare. È allora che «quattro Isauri di guardia scesero dalle mura con delle corde, misero piede fuori dalla cinta e proseguirono verso l’accampamento dei Goti». Una volta lì chiesero di parlare con Totila e gli offrirono la città. Il re non si fidò subito. Per altre tre volte gli Isauri si recarono nel suo accampamento per reiterare la promessa. Finché una sera Totila mandò alcuni suoi soldati a verificare la fattibilità dell’impresa. E alla fine diede il via libera all’operazione.

La notte del 17 dicembre 546, Totila «armò in silenzio tutte le truppe e le condusse presso la Porta Asinaria. Fece salire su per le corde, fino agli spalti, quattro dei Goti più cospicui per coraggio e vigore insieme con gl’Isauri, proprio in quel momento della notte in cui agl’Isauri spettava la guardia di quel pezzo di muro, mentre gli altri usufruivano del loro turno di riposo. Quelli, una volta dentro la cinta, scesero alla Porta Asinaria senza trovare resistenza alcuna, e demolirono a colpi d’ascia il trave di legno che di solito s’infilava negl’intacchi del muro dalle due parti per tenere uniti i battenti, nonché tutti i ferramenti in cui i guardiani ficcavano le chiavi per chiudere o aprire di volta in volta la porta secondo la necessità. Così spalancarono la porta come volevano, e fecero entrare agevolmente in città Totila con l’esercito goto».

Il saccheggio. La città era nelle mani di Totila e i Goti hanno già ucciso venti soldati e sessanta cittadini, quando si fa incontro al re quel Pelagio che già aveva trattato la resa. Con i Vangeli in mano dice a Totila: «Il Signore ti ha fatto padrone della città, adesso tu signore abbi pietà dei tuoi servi». Totila dà ordine di cessare da qualsiasi violenza sulle persone, di non «violentare né vergini né vedove», ma permette ai suoi uomini di saccheggiare case e palazzi. L’ordine di Totila riguarda anche la senatrice Rusticiana, vedova di Boezio, colpevole di aver fatto distruggere, la statua di Teodorico, dopo che questi aveva fatto uccidere Simmaco e Boezio, padre e marito della donna. A primavera dell’anno successivo la città cadeva in mano a Belisario.

Umberto Maiorca

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Le voci delle donne al Festival del Medioevo 2019

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Ildegarda, Christine de Pizan e le altre. “Donne, l’altro volto della Storia” sarà il tema della quinta edizione del Festival del Medioevo, in programma a Gubbio dal 25 al 29 settembre 2019.

Un viaggio intorno alla condizione femminile alla radice dei pregiudizi e degli stereotipi. La voce delle donne nella vita quotidiana e nei palazzi del potere: sante e regine, streghe e madonne, artiste e intellettuali, muse e medichesse. Sussurri e grida su vicende sconosciute, rimosse o dimenticate. Un lungo racconto tra l’arte e la letteratura, la politica e la filosofia.

Il Festival del Medioevo è giunto alla quinta edizione.

La manifestazione, centrata sulla divulgazione storica, incrocia il passato con i grandi temi del mondo contemporaneo e coinvolge autori provenienti da oltre venti università italiane e straniere: più di cento gli appuntamenti a ingresso libero con storici, scrittori, architetti, scienziati e giornalisti.

Molti altri eventi collaterali arricchiscono i cinque giorni dedicati all’Età di Mezzo: la “Fiera del libro medievale”, con le grandi case editrici e gli editori specializzati; “Miniatori dal mondo”, l’appuntamento durante il quale esperti calligrafi italiani e stranieri trasmettono le arti degli scriptoria medievali a studenti ed appassionati; la “Tolkien session”, dedicata alla vita e alle opere del grande scrittore britannico autore del “Signore degli anelli”; le “Botteghe delle arti e dei mestieri”, una mostra-mercato con prodotti dell’artigianato e Il Medioevo dei bambini con giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli. E ancora, giochi di ruolo, esibizioni di rievocatori, recital, concerti di musica medievale e lezioni-spettacolo con approfondimenti culturali su alcuni temi legati alla storia contemporanea.

Il Festival del Medioevo, organizzato dalla Associazione Festival del Medioevo in collaborazione con il Comune di Gubbio, si avvale dei patrocini scientifici dell’ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e della SAMI, la Società degli Archeologi Medievisti Italiani e di quelli istituzionali del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Regione Umbria.

Principali sostenitori delle edizioni precedenti, oltre al Comune di Gubbio impegnato con risorse finanziarie, logistiche e di coordinamento per la partecipazione delle realtà associative cittadine, il GAL Alta Umbria, la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, la Camera di Commercio di Perugia e la Fondazione Giuseppe Mazzatinti, che rappresenta anche un partner attivo nel settore dell’educazione.

La RAI, con i canali tematici Rai Storia e RAI Radio3, è il principale media partner dell’evento culturale. Il mensile di approfondimento storico MedioEvo collabora con il Festival del Medioevo fin dalla prima edizione, insieme a Italia Medievale, portale web impegnato nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, la pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

Il sito web del Festival del Medioevo (www.festivaldelmedioevo.it) e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.

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Stella nova ‘n fra la Gente, a Bevagna un presepe vivente medievale

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Stella nova ‘n fra la Gente, presepe medievale vivente a Bevagna

«Come scrisse Niccolò Cusano, i re Magi sono la prova dell’universalità del Cristianesimo, l’anello di congiunzione tra il messaggio del Dio d’Israele e l’intera umanità e il momento storico che stiamo vivendo ne rende le figure quanto mai attuali.

Il 29 e 30 dicembre saranno loro i protagonisti del ‘percorso animato’ che accenderà il cuore di Bevagna, dilatato a simboleggiare tutto il mondo conosciuto, dal Monte Usida a Betlemme, con al centro Gerusalemme.

Ma come allestivano un presepe vivente i bevanati degli anni trenta del Trecento, già tanto devoti al patrono Giacomo Bianconi? Ispirati dai testi di antichi ludi, sermoni e sacre rappresentazioni umbre, centinaia di figuranti, grandi e piccini, animeranno piazza Silvestri – dominata dalla Stella e dal Monte Persiano – con il mercato e le botteghe artigiane delle quattro Gaite, i suoni e i colori di musici e giullari. Fra canti e letture sacre, nella chiesa di San Silvestro (Gerusalemme) i Magi incontreranno Erode nella sua reggia e a San Michele (Betlemme) parleranno i Profeti e la Sibilla, l’Angelo dell’Annunciazione, Maria e Giuseppe; dopo la sosta a una taverna medievale, i visitatori entreranno nei giardini parrocchiali, dove l’Angelo visiterà i Pastori e i Magi renderanno omaggio al Bambino nella Grotta.

Ma attenzione: il viaggio non inizierà nel XIV secolo, e neppure nel 2018, bensì nel 1874, all’interno di una bottega di presepi…».

L’ideazione e la consulenza scientifica del Presepe medievale vivente, con scene di vita trecentesca di artigiani, mercato, taverna, musiche e profumi dell’epoca nella ricostruzione del grande mistero della manifestazione dell’Umanità di Cristo, sono di Franco Cardini, Davide Baldi, Franco Franceschi e Ughetta Sorelli, direzione artistica e realizzazione sono di Davide Gasparrini, in collaborazione con la parrocchia di San Michele Arcangelo, l’associazione Mercato delle Gaite ed il Comune di Bevagna.

Stella Nova ‘n fra la Gente vi aspetta il 29 e 30 dicembre, dalle 16.30 alle 19.30, ingresso da piazza Gramsci. Una esperienza imperdibile.

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Gubbio, i luoghi del potere

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Vista dall’alto della città di Gubbio

Abbandonata la Città romana, che si estendeva a ventaglio in un’area pianeggiante nei pressi e a valle del torrente Camignano, l’abitato di Gubbio, progressivamente, si contrae verso le pendici del “Monte”.

Questo processo si intensifica in epoca altomedioevale e poi soprattutto nel XII secolo, periodo che rappresenta una svolta decisiva nella storia civile e religiosa della Città. A partire dalla seconda metà del XII secolo, infatti, Gubbio viene ricostruita in posizione di altura, sopra un’alta scarpata, dove, per l’appunto, si edificano i luoghi strategici dell’esercizio del potere e della vita spirituale, la cattedrale e il palatium communis, l’antico palazzo comunale o Palazzo della Guardia. Proprio in cima al Monte, inoltre, alla fine del XII, o più probabilmente all’inizio del XIII secolo, viene trasportata, traslata, la reliquia più venerata della comunità, il corpo incorrotto del patrono, Sant’Ubaldo.  È un’operazione apparentemente inspiegabile, audace e provocatoria, ma sottolinea con forza la volontà di riattualizzare il valore sacrale e cultuale del colle che da ora in poi diverrà il riferimento ideale di ogni componente della Città e pertanto eletto ad emblema araldico del Comune.

Nel XIII secolo l’ampliamento della cinta muraria e l’erezione delle maggiori chiese cittadine determinarono localizzazione e morfologia dell’attuale nucleo urbano: tali nuove costruzioni delineano, infatti, un impianto urbanistico cruciforme, e fissarono la suddivisione della Città in quartieri. L’antico centro amministrativo, allora, posto a monte della Città, non è più in grado di rispondere ai requisiti di centralità e alle nuove e pressanti esigenze amministrative del Comune, in forte crescita economica e demografica.

È per questo motivo che nel 1321 gli eugubini decidono di costruire due nuovi palazzi in sostituzione dell’antica residenza comunale. Per il nuovo complesso monumentale venne scelto un luogo centrale, in modo che le fabbriche fossero risultate tangenti a tutti i quartieri.

Il complesso monumentale dei palazzi pubblici eugubini è formato da una triade di costruzioni in rapporto strettissimo tra di loro: il Palazzo del Popolo (poi detto dei Consoli), la Platea Comunis (Piazza Grande) e il Palazzo del Podestà (o del Comune). Il progetto unitario per la costruzione del Palazzo del Popolo, del Palazzo del Podestà e di Piazza Grande tendeva pertanto a configurare il nuovo centro cittadino come nucleo direzionale amministrativo. Proprio le delibere comunali del tempo impongono infatti che il Palazzo dei Consoli doveva essere eretto tangente ai quartieri di San Giuliano e San Martino, mentre il Palazzo del Podestà ai restanti quartieri di Sant’Andrea e di San Pietro.

Quattro strade, una per quartiere Anzi, secondo recentissimi studi, il complesso monumentale doveva essere raggiunto da ben quattro strade, una per ogni quartiere. Secondo questa ipotesi, la rampa porticata del Palazzo dei Consoli (prospetto sud), interrotta, che scende inclinata verso la sottostante e attuale via Baldassini (nel Trecento detta via di fosso), doveva proprio consentire l’accesso alla Piazza dalla parte bassa dell’abitato.

Questa soluzione architettonica, per di più, doveva essere replicata, sempre secondo questa ipotesi, presso il Palazzo del Podestà: un’analoga rampa di accesso, simmetrica a quella del Palazzo del Popolo, avrebbe dovuto collegare, senza soluzione di continuità, l’attuale via Savelli alla Platea Comunis. Questi concreti atti amministrativi pongono in essere, di fatto, la scelta di costruire, nel centro geometrico della Città, la nuova sede del governo cittadino rispondendo all’esigenza di dare consistenza al nuovo baricentro urbano, il fulcro della Città-Stato.

Si spiega allora la concezione architettonica del complesso, che doveva ispirarsi a criteri di estrema monumentalità affidati all’esaltazione delle altezze e dei volumi. Si intese pertanto realizzare un imponente e audace centro urbano quale simbolo della civitas. Insomma, la costruzione degli edifici di governo è, a Gubbio, l’impresa edificatoria più importante del XIV secolo e costituisce l’ultimo grande sforzo di trasformazione della Città.

L’antico Palazzo del Popolo era il luogo emblematico del governo cittadino medioevale. Presso la Sala dell’Arengo, l’imponente aula maggiore, erano convocati i consigli popolari, il Consilium Generale Populi, che deteneva il potere legislativo in applicazione alle norme dello Statuto del 1338. Dal 1909 ospita il Museo Civico.

Tra 1321 e 1332, anno in cui prendono avvio i veri e propri lavori di costruzione, si datano una serie di operazioni preliminari propedeutiche all’edificazione vera e propria: la sistemazione delle strade a monte della valle del fosso (l’attuale via Baldassini) e lo scavo delle fondamenta. L’immane sforzo costruttivo, iniziato sotto la direzione dell’architetto Angelo da Orvieto, si protrasse, a ritmo serratissimo, fino alla metà del XIV secolo. Angelo da Orvieto è attivo in Umbria nella prima metà del Trecento ed è citato per la prima volta in un documento che ne testimonia la presenza a Perugia nel 1317 come consulente per i lavori di restauro all’acquedotto del 1277. Lavora anche in altri luoghi dell’Umbria settentrionale, come a Città di Castello, dove realizza il Palazzo del Comune o dei Priori.

Grazie ai documenti archivistici sappiamo che la prima lunga fase di costruzione del Palazzo dei Consoli si sviluppò tra 1332 e 1342 quando l’edificio si alzò di oltre venti metri dal livello di via Baldassini.

La facciata di Palazzo dei Consoli

La firma di Angelo da Orvieto Di certo tra 1336 e 1337 i lavori arrivarono al portale maggiore: su di esso, infatti, sono scolpite due lunghe epigrafe di grande importanza storica, recanti le date di inizio lavori (1332), di quando “fu posta questa pietra” dell’architrave (1336) e il nome dell’architetto Angelo da Orvieto.

Sta di fatto che nel 1338 si riunisce nel Palazzo, per la prima volta, il Consiglio generale. A questa data l’edificio è dunque parzialmente agibile e, a definizione dell’aula maggiore, venne realizzato un importante dipinto murale: la Vergine col Bambino in trono tra San Giovanni Battista, antico protettore che gli eugubini onoravano secondo una remota consuetudine, e Sant’Ubaldo, massima ragione di gloria della città.

È fin troppo evidente la finalità civica di questo dipinto a partire dalla posizione prescelta per la sua realizzazione, un punto sopraelevato ben visibile nella sala delle adunanze dei consigli popolari, luogo emblematico del governo cittadino. Secondo altri documenti, inoltre, nel 1341 gonfaloniere e consoli si riuniscono nella sala superiore, allora coperta da strutture provvisorie. Le vicende politiche che travagliano Gubbio dal 1350 al 1384 impediscono di terminare l’impegnativo progetto che solo alla fine del secolo successivo trova coronamento anche con il completamento di Piazza Grande.

I lavori significativi tra XIV e la fine del XV secolo furono: 1389, conclusione della torre campanaria e mostra dell’orologio; 1480, il Comune delibera di completare la piazza pensile; 1491, il Comune delibera di costruire una scala per collegare la Piazza alla via sottostante, tramite il loggiato o galleria inclinata, al fine di portare a termine le sostruzioni della stessa Piazza (progetto molto ambizioso e rimasto incompiuto); 1494, si appalta il parapetto merlato.

Nel 1534 i magistrati eugubini, temendo che possa cadere il vecchio tetto del Palazzo, convocano tre dei quattro soprastanti alla fabbrica del nuovo tetto ed alcuni “magistri nomine lombardi, et lignaminis eugubinis” tra cui Mariotto di Paolo Sensi detto il “Terzuolo” (celebre maestro di legname e soprastante ai lavori pubblici di Gubbio), Giacomo Maffei e Cacciarabbia (maestri di legname, titolari di importanti ed attive botteghe di falegnameria).

Interrogato circa l’opportunità “de apontulando dictum tectum usque ad tempus novum”, maestro Terzuolo, evidentemente il più esperto e autorevole dei tecnici convocati, si pronuncia positivamente: a suo avviso devono essere puntellati i monaci e i cavalli del tetto.

Nel 1536 vennero dunque realizzate le volte dell’ultimo piano e nel 1549 la copertura della volta centrale in piombo. Come è stato notato, la qualità dell’architettura del Palazzo è anche frutto di un assoluto rigore geometrico “semplice nelle relazioni elementari, quanto complessa nel risultato finale”. La facciate non rispondono, infatti, ad una banale applicazione dei principi di simmetria, quanto piuttosto ad un proporzionamento degli elementi costruttivi “sorretto da più raffinate elaborazioni”.

L’edificio è costruito in conci lapidei, di forma agile e slanciata. Una scalea a ventaglio sale al gotico portale, fiancheggiato da due bifore a pieno centro. Al di sopra del portale, si trova un’alta parete liscia, tripartita da robusti risalti rettangolari (contrafforti aggettanti come lesene), poi un ordine di sei finestre a pieno centro, accoppiate a due a due e ordinate da una cornice a dentelli che gira sugli archi e li congiunge.

Il motivo a dentelli è per altro assai comune in epoca gotica e contraddistingue molte chiese urbane eugubine duecentesche come la cattedrale, Santa Maria Nuova o San Francesco. Alla sommità un coronamento di archetti ogivali e un ordine di merli rettangolari, appaltati alla fine del Quattrocento, chiude la parte superiore del complesso. Sulla sinistra svetta la torretta campanaria. Gli altri lati del palazzo ripetono, nella sostanza, le forme e i caratteri decorativi della facciata principale, ad eccezione del fianco sinistro (lato sud ovest) da dove prende abbrivio, al piano della piazza, un portico ad archi ogivali che scende fortemente inclinato. Avrebbe dovuto condurre, secondo il progetto originario, mai completato, alla strada sottostante, detta del Fosso, l’attuale via Baldassini. Al secondo piano, infine, vi è una loggia coperta da cui si gode il panorama della Città urbana ed extraurbana.

Secondo alcuni studiosi la parte dell’edificio relativa alle due logge (quelle inferiori inclinate e quelle al livello del piano nobile) doveva “dichiarare un certo distacco” di tale corpo di fabbrica dal Palazzo vero e proprio. L’altezza di questa parte è infatti inferiore rispetto a quella del Palazzo stesso, ma anche alcuni dettagli architettonici sembrano volersi distaccare dalla costruzione principale, come denunciano i livelli delle cornici marcapiano: nella parte delle logge, infatti, le cornici inferiori sono più alte rispetto a quelle del corpo principale e le superiori più basse.

Palazzo dei Consoli e gli arconi che sostengono Piazza Grande visti dal basso (via Baldassini)

Palazzo dei Consoli, un grattacielo di 60 metri L’edificio misura circa 60 m, da via Baldassini alla sommità della torre campanaria. La grande campana, detta “Campanone”, pesa 20 quintali ed è un rifacimento del 1769, come apprendiamo da un’incisione che si legge scolpita nella stessa.

La costruzione del palazzo, tranne le travature del tetto, fu interamente condotta a pietra anche per il motivo di evitare il pericolo di incendi; essa fu ricavata dalle cave dei monti vicini. Il taglio magistrale delle pietre rese possibile una loro connessione così precisa da non ravvisarvi lo strato di cemento.

Secondo una consuetudine tipica degli edifici sacri la lunetta del grande portale presenta un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e Santi: si tratta di San Giovanni Battista e Sant’Ubaldo, patroni di Gubbio ed è opera di Bernardino di Nanni dell’Eugenia che lo realizzò nel 1495, anche se la parete venne completamente ridipinta da Benedetto Nucci nel Cinquecento. Sull’architrave sono scolpiti tre stemmi un tempo policromi: quello di Gubbio (contraddistino dal monte a cinque gobbe con lambello e gigli), dello Stato della Chiesa (le chiavi petrine decussate) e del re Roberto d’Angiò (il cui simbolo è il giglio).

Ai lati vi è la seguente iscrizione in lingua volgare: “A.D. 1332 fu chome(n)çata (qu)esta opera / e quando fu posta questa pietra … 1336 del m(ese) dottobre”. Sulla lunetta dell’ arco leggiamo invece in carattere gotico, i seguenti versi leonini: ANNO MILLENO TERCENTUM TER QUOQUE DENO / AC BINO CEPTUM FUIT HOC OPUS INDEQUE TECTUM / EST UBI COMPLETUS HIC ARCUS LIMINE LETUS / POST CEPTUM CUIUS ANNUS QUIBUS FUIT HUIUS / POST ORTUM CHRISTI NUMERO CREDATUR ET ISTI / STRUXIT ET IMMENSIS HOC ANGELUS URBS-VETERENSIS. Dal 1800 ai primi del 1900 un orologio pubblico si trovava incastonato sulla facciata sud-ovest; il meccanismo dello strumento era collegato alle campane. Si parla, tuttavia, dell’esistenza di un orologio fin dal 1390. Non sappiamo ancora su quale facciata fossero collocati nelle varie epoche gli orologi che si sono susseguiti.

Piazza Grande, la Platea comunis, vista dall’alto

La Platea Comunis, straordinaria piazza pensile Non è chiaro se il Palazzo dei Consoli fosse stato originariamente progettato come corpo svettante ed isolato, un grattacielo di 60 m, oppure si prevedesse sin dall’inizio di affiancarlo con l’avanzamento della piazza pensile.

Questo grande slargo, la Platea Comunis, si apre tra i due palazzi pubblici che si fronteggiano e non ha eguali nelle città medioevali e rinascimentali italiane per il prodigio tecnico e strutturale che lo caratterizza e per il respiro monumentale che la distingue.

Dalla sottostante via Baldassini è possibile ammirare la straordinaria perizia ingegneristica con cui la Piazza fu realizzata, essendo sostenuta da quattro enormi “arconi”, divisi da robusti setti murari collegati, a loro volta, da centine a tutto sesto. Tra il 1475 e il 1480, sotto la signoria di Federico di Montefeltro, il Comune decise di terminare la costruzione della Piazza rimasta fino ad allora incompiuta.

La parte della Piazza realizzata, comunque, doveva essere pavimentata a mattoni. Un documento archivistico del 1452, infatti, testimonia che il fornaciaio Sabatino di Giovanni, assieme al fratello Agostino, fornisce al Comune ben 25.300 mattoni proprio per la pavimentazione di Piazza Grande.

Ad ogni modo, nel 1481 fu stipulato il contratto per l’ampliamento della Piazza preesistente con Battista di Franceschino di Stefano da Perugia.

Secondo il contratto il maestro perugino si impegna a: “fornire li tre speroni incomençati et fornire la piaça cum fondamenti boni et sufficienti de la grosseça començata infino ale poste dele prime volte et da quello in su de piedi doi e meço infino ale poste de le infrascripte quatro volte et quello meno de groseça paresse ala exellentia del signore o ala comunità de dicta cità et supradicti tre muri fundare et fare quatro volte quale piglino dal muro del palaço di consoli in sino al muro presso el palaço del podestà et tirarlo innanci verso la strada del fosso al paro de li dicti palaçi et el prespecto de li muri de dicti speroni verso la strada del fosso sieno de petra quadra de martello spontata et non pontigiata et rempire le dicte volte ale poste de muro sufficientemente ad uso de bono maestro, rempite in tucto li fianchi dele volte alpare del piano dele volte al piano in modo se possa matonare”.

Queste sottocostruzioni vennero realizzate dal 1481 al 1483 dal richiamato mastro Battista di Franceschino da Perugia, ma alcuni non scartano l’ipotesi che suggestioni progettuali potrebbero essere giunte direttamente da Francesco di Giorgio Martini, grande architetto civile e militare di origine senese allora impegnato per la residenza ducale di Federico da Montefeltro.

Come sintetizza efficacemente Sannipoli “l’allineamento definitivo del fronte sud-occidentale della piazza con le corrispettive facciate dei due palazzi trecenteschi, e i grandi archi di notevole impatto stereometrico aperti su via del fosso, permisero di completare quel centro urbano come ‘meraviglia’ immaginata nella prima metà del Trecento”.

La colonna portante della Sala trecentesca di Palazzo Pretorio

Un solo grande pilastro nel cuore del Palazzo del Podestà La storia costruttiva del Palazzo del Podestà, oggi Pretorio, inizia, come per il Palazzo dei Consoli, nel 1321. I due cantieri, infatti, dovettero procedere di pari passo almeno fino agli anni quaranta del Trecento.

Tuttavia, se nel 1342 il Palazzo dei Consoli può considerarsi quasi completamente agibile, tanto da ospitare le decorazioni pittoriche ad affresco, poco chiaro risulta lo stato di avanzamento dei lavori per la fabbrica prospiciente. La costruzione è ancora in corso nel 1348.

Il Palazzo, di notevoli dimensioni, prevedeva un’ala quadrangolare, quella che si affaccia su Piazza Grande, come residenza del Podestà e come sede degli Uffici Comunali, e un’altra ala (un fabbricato acquisito dalla famiglia Gabrielli, restaurato e collegato al corpo di fabbrica principale) come abitazione dei funzionari locali e forestieri (notai, giudici ecc.). Il complesso era ricadente sui quartieri di S. Andrea e di S. Pietro.

L’ultima fase dei lavori risale al 1349-1350 quando la costruzione si interrompe anche a causa dell’agitazione politica locale. In particolare nel 1349 il Magistrato, collegio formato dai Consoli e dal Gonfaloniere di Giustizia, ridefinisce i termini contrattuali con le maestranze all’opera: viene modificato il progetto iniziale che prevedeva merli, parapetti ed archetti, e il tetto dovrà essere a due spioventi.

Attorno alla metà del Trecento, dunque, il Palazzo del Podestà appare come un’opera indefinita, insomma, incompiuta. Il carattere principale della sua architettura era dato dalla scelta tipologica della sala ipostila che si ripete per tre piani. Un solo grande pilastro sorregge infatti quattro ampie volte a crociera formando uno spazio quadripartito. Purtroppo non abbiamo molti elementi per risalire a come doveva essere il “progetto” iniziale del Palazzo del Podestà. La cosa certa è che fu manomesso più e più volte. Nella seconda metà del XVI secolo, per fare un solo esempio, l’edificio è oggetto di un drastico intervento per la costruzione delle carceri ducali: questi lavori stravolgono l’assetto originario della fabbrica. Si vengono a creare due piani in luogo dell’unica e maestosa sala a livello di Piazza Grande, che doveva essere alta oltre 8 metri. Si manomettono le grandi finestre, tamponate e sostituite da altre aperture, mentre il pilastro centrale viene occultato dalle tramezzature.

Lo stato di conservazione, per di più, peggiora nel corso del XVII e XVIII secolo, quando sono documentati continui interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, anche dovuti ai terremoti. All’inizio dell’Ottocento il Palazzo del Podestà ospita l’amministrazione giudiziaria e alcuni uffici comunali. E dopo l’unità d’Italia diviene sede definitiva del municipio.

Francesco Mariucci

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