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Castagnaro, la grande vittoria di Giovanni Acuto

Giovanni Acuto di Paolo Uccello

L’11 marzo 1387, lungo le rive dell’Adige, si combatte la battaglia di Castagnaro tra l’esercito degli Scaligeri, signori di Verona, e quello dei Carraresi, signori di Padova. Uno scontro che consacrerà (nel caso ve ne fosse bisogno) Giovanni Acuto, l’inglese John Hawkwood. Secondo molti storici militari fu una delle più grandi battaglie dell’epoca con i maggiori capitani di ventura sul campo ed è considerata la più grande vittoria del condottiero inglese al comando delle truppe padovane.

Giovanni Acuto di Paolo Uccello

L’inseguimento

La rivalità tra Scaligeri e Carraresi è giunto al momento cruciale. I due eserciti si inseguono da giorni su e giù lungo le rive dell’Adige. I padovani marciano in direzione di Verona, mentre gli scaligeri discendono il fiume, riescono ad aggirare il nemico e tagliare le vie di rifornimento. I padovani si ritrovano in territorio nemico senza viveri (le cronache dell’epoca raccontano che i soldati mangiano i cavalli per sopravvivere) e costretti a riguadagnare il territorio amico vicino a Castelbaldo, dove il signore di Padova ha fatto confluire rifornimenti. I veronesi sono stati più veloci e li attendono al varco, freschi e riposati e in numero quasi quadruplo rispetto ai padovani.

Pensare di passare il fiume è impossibile, come mantenere la disciplina di un esercito impaurito e affamato. Francesco Novello con il suo contingente sono provano a passare il fiume per trasportare le provviste al campo, ma è tutto inutile. Giovanni Acuto capisce di non poter aspettare oltre: è in inferiorità numerica e con un esercito stremato, ma sa che l’unica possibilità di sopravvivere è di attaccare subito battaglia. Non così allo sbaraglio, però, prima vuole guadagnare almeno la posizione migliore. Che poi è quella presidiata dai veronesi.

Lo stratagemma

L’inglese escogita uno stratagemma tanto semplice quanto efficace: fa montare dei cavalieri, raggruppa dei guastatori e lì manda all’attacco dei veronesi, i quali ne hanno facilmente la meglio. I padovani allora fingono una fuga disordinata e nemici si gettano al loro inseguimento sul terreno acquitrinoso. Mentre gli Scaligeri arrancano l’Acuto fa attraversare rapidamente al grosso dell’esercito il Castagnaro, coprendolo la mossa con una pavesata e i balestrieri schierati sull’argine, a protezione dei cavalieri. Adesso le parti sono invertite. L’Acuto è in posizione di vantaggio e a quel punto lancia il segnale d’attacco. I Veronesi, pur più numerosi, non possono più attaccare frontalmente con tutta la forza della cavalleria e in superiorità numerica.

Lo schieramento

Francesco Novello da Carrara

L’11 marzo 1387 sul Castagnaro, un canale emissario dell’Adige, si fronteggiano i due schieramenti in assetto da battaglia. L’Acuto far rinfrescare alla meglio le sue truppe e le organizza in otto schiere. In prima linea, sotto il suo comando le sue 500 lance personali e i suoi 600 arcieri, al suo fianco ci sono l’Ubaldini, il Pietramala, Ugolotto Biancardo, Francesco Novello, il Broglia, il Brandolino e il Biordo. Due ulteriori schiere al comando di Antonio Balestrazzi e di Filippo da Pisa, per un totale di altri 1600 cavalieri, sono mantenute come riserva intorno al Carroccio, pronte a dare manforte. Di riserva con mille fanti c’è di Bartolomeo Cermisone da Parma (famoso come comandante di fanterie, in un’epoca di cavalieri, tanto che sul Castagnaro giocherà un ruolo fondamentale per l’esito della giornata).

Il fronte veronese è ordinato in dodici schiere a cavallo, coperte dagli arcieri e balestrieri. Antonio della Scala si è portato dietro anche i tre carri da combattimento di cui dispone. Si tratta una torre quadrata girevole a tre piani dotata, su ciascun piano e lato di dodici “bombardelle” per un totale di 144 bocche di fuoco, manovrate da tre uomini e trainata da quattro cavalli corazzati. “L’azione di tali mezzi richiama la balista quadrirotis e il traino il currodepranus, descritti nel De rebus bellicis e nel trattato di Vegezio. Di carri imbattagliati parla anche Guido da Vigevano, descrivendone anche l’azione militare e bellica: progettati per correre con furore a confusione dell’esercito nemico”. Anche le carrette, o carri armati, di Antonio della Scala sono progettate per infilarsi in mezzo alle schiere dei nemici “tirare fuori le bombarde” e “tempestare di fuoco e proiettili le schiere nemiche, per romperle e dividerle, e prendere le bandiere”. Nella battaglia di Castagnaro, i carri rimangono inutilizzati. Dalle cronache “non risulta che si sia nemmeno tentata un’utilizzazione pratica dei tre carri, i quali caddero intatti nelle mani dei Padovani vincitori. Anch’essi, però, non seppero cosa farsene e non si hanno notizie di un loro utilizzo”.

Le forze in campo

L’esercito Carrarese era composto da Giovanni Acuto con 500 cavalieri e 600 arcieri; Giovanni D’Azzo e 1000 cavalieri; Giovanni da Pietramala con 1000 cavalieri; Ugolotto Biancardo e 800 cavalieri; Francesco Novello da Carrara con 1500 cavalieri; Broglia Brandolino e 500 cavalieri; Biordo e Antonio Balestruzzo con 600 cavalieri; Filippo da Pisa e 1000 fanti.

Gli Scaligeri schierano Giovanni degli Ordelaffi con 1000 cavalieri; Ostasio da Polenta con 1500 cavalieri; Ugolino dal Verme e 500 cavalieri; Benetto da Marcesana con 800 cavalieri; il conte di Erre con 800 cavalieri; Martino da Besizuolo con 400 cavalieri; Francesco Sassuolo e 800 cavalieri; Marcoardo dalla Rocca e 400 cavalieri; Francesco Visconte con 300 cavalieri; Taddeo dal Verme con 600 cavalieri; Giovanni dal Garzo e Ludovico Cantello e 500 cavalieri; Raimondo Resta e Frignano da Sesso con 1800 cavalieri; Giovanni da Isola con 1000 fanti, 1600 arcieri e balestrieri.

La battaglia

Lo scontro è raccontato con dovizia di particolari, spesso inventati, dal padovano Galeazzo Gatari, ed è preceduta dai consueti rituali: si invocano i santi patroni, si sfidano i cavalieri nemici, si mostrano insegne e partono insulti dall’uno all’altro campo. Francesco Novello da Carrara crea sul campo cinque cavalieri e l’Acuto in persona calza gli speroni d’oro ad alcuni cavalieri inglesi. I veronesi sono esortati dal comandante Giovanni degli Ordelaffi ad attaccare con ardore visto con lo scarso numero dei nemici e dietro la promessa di un ricco bottino e altrettanta possibilità di chiedere ingenti riscatti, visto che tra i padovani combattono tantissimi cittadini benestanti se non ricchi.

Sui campi di battagli non combattono solo mercenari, tanto che sul Castagnaro, accanto al fior fiore dei professionisti, ci sono anche soldati territoriali e, anzi, secondo le cronache sono proprio questi ultimi a essere fatti prigionieri in gran quantità. I veronesi hanno affidato il comando delle truppe territoriali a Giovanni dall’Isola. Questi campagnoli saranno gli ultimi ad arrendersi.

Stemma dei Della Scala

Ormai è pomeriggio e i veronesi decidono di attaccare, a piedi, per superare l’acquitrino (riempito di ramaglie) che li divide dai padovani. Avanzano con foga, incuranti dei dardi e delle frecce scagliate dagli arcieri inglesi e dai balestrieri padovani. Si fatto sotto, spingono i padovani e la difesa sembra quasi cedere. “Il sollecito capitano signor Giovanni degli Ordelaffi spinse al fosso sei delle sue battaglie contro tre delle carraresi, ove si diede principio ad un crudelissimo assalto, urtando e facendo uno contro l’altro con crudelissimo impeto rumori, e gridi alti e spaventevoli in ogni parte si sentivano”. La pressione dei veronesi arriva fino sotto le truppe dove si trova il signore di Padova. Allora il condottiero inglese fa cambiare posizione a Francesco Novello, spostandolo in un punto dello schieramento che gli permetterà di sganciarsi senza grosse perdite se le cose dovessero prendere una brutta piega.

Prima dello scontro il condottiero cerca di persuadere Francesco Novello da Carrara a non prendere parte alla lotta, di non esporsi al pericolo. Il signore di Padova sembra tentennare poi si rivolge a Ugolotto Biancardo e gli chiede cosa ne pensi. Ugolotto risponde che non fuggirebbe mai dalla mischia e chi lo vuole cacciare dovrà farlo con la forza. Udendo questo Francesco Novello risponde che non voglia dunque Dio che io parta dal campo di battaglia.

Mentre arcieri e balestrieri tengono impegnato l’esercito veronese, Acuto lo attacca sul fianco. È il momento dell’attacco vincente. Memore del suo passato di guerriero (il condottiero ha quasi settanta anni) getta il bastone del comando in faccia la nemico e urlando “carne, carne” sguaina la spada e si lancia nella mischia. Simile il racconto che fa lo scrittore bolognese Gherarducci, narrando le imprese del capitano di ventura e della battaglia in inferiorità numerica, conclusa in due ore di terribile carneficina.

A nulla serve l’entrata in campo delle riserve scaligere degli Ordelaffi e di Ostasio da Polenta. I nuovi arrivati sul campo si trovano la strada sbarrata dai padovani e non possono ricongiungersi con il grosso dell’esercito.

È la rotta dei Veronesi. Gli scaligeri perdono bandiere, capitani come Francesco Visconti, Ordelaffi, da Polenta, dal Verme e Facino Cane, uomini e cavalli.

Per Padova è un trionfo e Francesco da Carrara onora quanto ha promesso all’inizio dello scontro: paga doppia, un mese intero per tutta la soldatesca, a cavallo o a piedi, mentre ai capitani e condottieri toccano doni secondo loro “condizione e portamento”.

Le conseguenze

La fama dell’Acuto di essere il migliore capitano in Italia risultò pienamente confermata, anche se non bastò a conservare l’incarico, lasciato poco dopo.

La sconfitta di Castagnaro segnò la fine della lunga egemonia degli Scaligeri, che dopo qualche mese sarebbero stati cacciati da Verona dalle truppe viscontee. Nel 1406 terminava, con l’intervento di Venezia, anche la signoria dei Da Carrara a Padova.

 

Umberto Maiorca

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Eloisa, l’innocenza dell’amore

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Abelardo e Eloisa in una miniatura del secolo XIV

Scrivendo di Eloisa, grande intellettuale del XII secolo (Ile de la Cité 1099 – Troyes 1163) è luogo comune riferirsi soprattutto alla sua storia d’amore con Abelardo, quasi che sia l’unico merito di questa scrittrice di straordinario talento e cultura biblica e classica, rappresentante di una nuova corrente del pensiero etico.

Eloisa nasce all’inizio del secolo e muore nel 1163, al monastero del Paracleto, vicino a Troyes, dove era badessa da più di trenta anni.

A Parigi nel 1117 incontra Pietro Abelardo, allora quarantenne, famoso per il suo insegnamento innovativo in logica, per il successo che godeva fra i suoi allievi e le aspre polemiche che lo opponevano ai pensatori più tradizionalisti del tempo. Eloisa e Abelardo abitavano a Parigi: era l’inizio della crescita economica e culturale per cui la città diverrà un secolo dopo la capitale del regno più importante d’Europa e la sede di una università famosa.

Abelardo, scelto imprudentemente dal tutore Fulberto come maestro per la giovane nipote Eloisa, diviene ben presto il suo amante.

Scriverà più tardi: “Ci trovammo prima uniti nella stessa casa poi nello stesso cuore… e con il pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore. Parlavamo più d’amore che di libri, la mia mano correva più spesso al suo seno che alle pagine. Erano più numerosi i baci che le parole… Nella nostra passione passammo per tutte le fasi dell’amore e se in amore si può inventare qualcosa noi lo inventammo”.

Quanto a Eloisa, ella non dubitava che il suo amato maestro fosse anche “il più grande filosofo del mondo” oltre che l’uomo più desiderabile: “Quale regina e nobile donna non invidiava le mie gioie e il mio letto?”.

Abelardo ed Eloisa in un’opera di Edmund Blair Leighton, 1882

Tutto dura poco, neppure un anno: Fulberto scopre la loro relazione amorosa, ormai di dominio pubblico, e si vendica crudelmente su Pietro facendolo evirare da sicari.

Gli amanti, che avevano avuto un figlio, Astrolabio, e si erano in seguito sposati, si ritirano in due monasteri alle porte di Parigi: lei all’Argenteuil, lui a Saint Denis. Eloisa fino alla fine della vita sarà una monaca attiva e irreprensibile e una badessa universalmente stimata e operosa. Ma non si pente del suo passato e tenacemente rimpiange “ogni giorno” il suo l’amore perduto. Abelardo scriverà opere filosofiche fondamentali di teologia e morale: ma il professore più seguito e amato di Parigi resta un uomo inquieto e malinconico e sarà, infine, condannato al silenzio.

Molti anni dopo la loro separazione i due innamorati si scrivono straordinarie lettere d’amore e di filosofia arrivate fino a noi. Eloisa è anche autrice di quarantadue Problemata dove pone questioni etiche e esegetiche il cui filo conduttore è la ricerca continua di approfondimento del senso della (sua) vita monastica, del significato del testo della Scrittura in quei passi dove è più oscuro, del valore delle azioni devote prescritte dalla religione che Eloisa propone di individuare al di là dei gesti e persino della preghiera.

Per Eloisa il significato morale di un’azione sta dunque non nel comportamento visibile e accertabile (che è criterio di legalità sociale) ma nell’intenzione (animus) che muove chi agisce: solo l’intenzione rivela il valore essenziale dell’azione: “Nulla può inquinare l’anima se non ciò che viene dall’anima”. Questa è l’idea guida delle sue riflessioni anche nelle lettere ad Abelardo, come quando afferma “Io che ho molto peccato sono completamente innocente”.

Il peccato sessuale (“impuro” e quindi condannato dalla legge cristiana) si dissolve di fronte alla verità dell‘amore – disinteressato e quindi “puro”- per Abelardo, che Eloisa chiama “unico padrone del mio corpo e del mio animo”. Seguendo il medesimo criterio dell’interiorità come valore morale, giudica la propria vita monastica, così impeccabile agli occhi di tutti, una vita senza vero merito: “Non posso aspettami nulla da Dio per la vita che ho seguito e le sofferenze patite perché non ho compiuto nulla per Suo amore ma soltanto per obbedire a te, Abelardo, che me lo ordinavi … ”.

Il mausoleo di Abelardo e Eloisa nel cimitero parigino di Père-Lachaise

Documenti coevi alla vicenda dei due amanti testimoniano il loro dramma, la cultura di Eloisa e la diffusa fama del suo amore infelice.

Secoli dopo persino Voltaire, così difficile a commuoversi, confessava di aver pianto leggendo le appassionate parole di Eloisa; ma nel romantico Ottocento, che pure adorava la “grande amorosa”, alcuni studiosi misero in dubbio l’autenticità di un carteggio così audace, appassionato e sensuale, in contrasto (apparente) con l’immagine e i luoghi comuni sulla cultura cristiana medievale. Sospetti che continuarono da parte di alcuni storici (P. Benton e G. Duby per esempio) fino a qualche decennio fa, quando le ricerche di J.Monfrin, P. Dronke, D. Luscombe, P. Zerbi, G. Orlandi e di chi firma questa “voce”, dissiparono con argomenti diversi i dubbi sull’autenticità di quelle lettere che il grande E. Gilson giudicava “troppo belle per non essere vere”.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri voce dall’Enciclopedia delle donne

Fonti e risorse bibliografiche: La migliore traduzione delle lettere in italiano è: Lettere di Abelardo e Eloisa, traduzione di C. Scerbanenco, Rizzoli Bur 1996 (introduzione di Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri) Etiènne Gilson, Eloisa e Abelardo, trad it. Einaudi 1986 (opera in francese del 1938) Peter Dronke, Il secolo XII, in Claudio Leonardi (a cura di), Letteratura latina medievale. Un manuale, Impruneta, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2002. Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Mondadori 1986 (traduzione italiana dall’inglese Women writers, 1984) Guy Lobrichon, Heloise, L’amour et le savoir, Gallimard Parigi 2005 Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Parole al posto di cose, Mondadori 1984 Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Laterza 2014

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È morto Tullio Gregory

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Tullio Gregory nel 2015 al Festival del Medioevo. Tullio Gregory: Il mio Medioevo (RAI per Festival del Medioevo 2015)

ROMA, 3 marzo 2019 – È morto a Roma Tullio Gregory, uno dei più importanti intellettuali italiani, protagonista della prima edizione del Festival del Medioevo.

Filosofo e storico delle idee, aveva compiuto 90 anni lo scorso 28 gennaio. Di cultura laica, fedelissimo ai valori repubblicani, è stato professore ordinario di Storia della filosofia medievale e di Storia della filosofia nell’università di Roma. La Sorbona, dove insegnò (1986-1987) gli conferì la laurea honoris causa nel 1996. Entrato alla Treccani nel 1951 ha guidato e ideato molte delle opere della Enciclopedia Italiana Treccani, tra cui un progetto sulle parole chiave del XXI secolo.

È stato socio ordinario dell’Accademia dei Lincei e componente del Consiglio scientifico della Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo e del Centro italiano di studi sul basso medioevo – Accademia Tudertina.

Nel 1964 promosse il gruppo di ricerca CNR del Lessico intellettuale europeo (centro CNR dal 1970), di cui è stato direttore. Nel 1975-77 è stato directeur d’études all’École pratique des hautes études di Parigi.

Fondamentale è stato il suo contributo alla storia del platonismo e del naturalismo medievale. Molto importanti anche i suoi lavori sulla cultura filosofica europea dei secoli XVI e XVII, nei quali pose in risalto i momenti di passaggio e di crisi, dedicandosi a temi quali lo scetticismo, l’empirismo, il corpuscolarismo e l’atomismo, ampliando le ricostruzioni storico-filosofiche secondo prospettive di storia delle idee e del pensiero scientifico.

Nel 1993 aveva fatto parte del consiglio d’amministrazione della Rai, il cosiddetto cda dei professori.

Tra le sue opere: Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres (1955); Platonismo medievale. Studi e ricerche (1958); Scetticismo ed empirismo. Studio su Gassendi (1961); Giovanni Scoto Eriugena. Tre studi (1963); Theophrastus redivivus. Erudizione e ateismo nel Seicento (1979); Etica e religione nella critica libertina (1986); Mundana sapientia. Forme di conoscenza nella cultura medievale (1992); Genèse de la raison classique (2000); Origini della terminologia filosofica moderna (2006); Speculum naturale. Percorsi del pensiero medievale (2007). Di grande importanza la sua traduzione e il suo commento, del De magistro di Tommaso d’Aquino (1965).

Nel suo ultimo saggio, Translatio linguarum (2016) Gregory ha studiato il trasferimento, la traduzione e l’interpretazione dei testi scritti nella storia della cultura mediterranea ed europea.

Gli amici, i colleghi e il mondo culturale e politico gli renderanno omaggio domani a Roma, nella camera ardente allestita presso la sede dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

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Le voci delle donne al Festival del Medioevo 2019

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Ildegarda, Christine de Pizan e le altre. “Donne, l’altro volto della Storia” sarà il tema della quinta edizione del Festival del Medioevo, in programma a Gubbio dal 25 al 29 settembre 2019.

Un viaggio intorno alla condizione femminile alla radice dei pregiudizi e degli stereotipi. La voce delle donne nella vita quotidiana e nei palazzi del potere: sante e regine, streghe e madonne, artiste e intellettuali, muse e medichesse. Sussurri e grida su vicende sconosciute, rimosse o dimenticate. Un lungo racconto tra l’arte e la letteratura, la politica e la filosofia.

Il Festival del Medioevo è giunto alla quinta edizione.

La manifestazione, centrata sulla divulgazione storica, incrocia il passato con i grandi temi del mondo contemporaneo e coinvolge autori provenienti da oltre venti università italiane e straniere: più di cento gli appuntamenti a ingresso libero con storici, scrittori, architetti, scienziati e giornalisti.

Molti altri eventi collaterali arricchiscono i cinque giorni dedicati all’Età di Mezzo: la “Fiera del libro medievale”, con le grandi case editrici e gli editori specializzati; “Miniatori dal mondo”, l’appuntamento durante il quale esperti calligrafi italiani e stranieri trasmettono le arti degli scriptoria medievali a studenti ed appassionati; la “Tolkien session”, dedicata alla vita e alle opere del grande scrittore britannico autore del “Signore degli anelli”; le “Botteghe delle arti e dei mestieri”, una mostra-mercato con prodotti dell’artigianato e Il Medioevo dei bambini con giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli. E ancora, giochi di ruolo, esibizioni di rievocatori, recital, concerti di musica medievale e lezioni-spettacolo con approfondimenti culturali su alcuni temi legati alla storia contemporanea.

Il Festival del Medioevo, organizzato dalla Associazione Festival del Medioevo in collaborazione con il Comune di Gubbio, si avvale dei patrocini scientifici dell’ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, della Società italiana degli storici medievisti SISMED e della SAMI, la Società degli Archeologi Medievisti Italiani e di quelli istituzionali del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Regione Umbria.

Principali sostenitori delle edizioni precedenti, oltre al Comune di Gubbio impegnato con risorse finanziarie, logistiche e di coordinamento per la partecipazione delle realtà associative cittadine, il GAL Alta Umbria, la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, la Camera di Commercio di Perugia e la Fondazione Giuseppe Mazzatinti, che rappresenta anche un partner attivo nel settore dell’educazione.

La RAI, con i canali tematici Rai Storia e RAI Radio3, è il principale media partner dell’evento culturale. Il mensile di approfondimento storico MedioEvo collabora con il Festival del Medioevo fin dalla prima edizione, insieme a Italia Medievale, portale web impegnato nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, la pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

Il sito web del Festival del Medioevo (www.festivaldelmedioevo.it) e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.

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L’Abbazia di Montelabate, meraviglia dell’Umbria

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Una panoramica dell’abbazia di Montelabate, immersa tra le verdi colline umbre

La storia del monastero benedettino di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano detta di Montelabate, inizia intorno al IX secolo.

Una bolla pontifica del 969 di papa Giovanni XIII dà ordine all’Abate Pietro di ristrutturare il monastero, situato in un punto strategico tra le città di Perugia e Gubbio, per farvi crescere un nuovo cenacolo benedettino secondo la “Regula monachorum o Sancta Regula”.

I secoli XI-XII costituiscono la fase di espansione massima della proprietà fondiaria e di affermazione della posizione egemonica del monastero su un vasto territorio: ad ovest il lago Trasimeno, a sud la città di Perugia, a est verso la diocesi di Gubbio e a nord, fino all’attuale Umbertide.

La cripta è la parte più antica dell’attuale struttura abbaziale e risale probabilmente alla prima metà dell’XI secolo. Il chiostro si compone di due livelli. Il primo, come scritto in uno dei capitelli, fu terminato sotto l’abate Oratore (1205-1222), mentre il secondo fu aggiunto negli ultimi decenni del XIII secolo. La sala del Capitolo era il luogo in cui i monaci si riunivano per dirimere le questioni importanti riguardanti la vita abbaziale. L’ambiente preserva ancora affreschi di rilievo attribuiti al pittore denominato “Maestro di Montelabate”, protagonista della pittura perugina di fine Duecento.

Tra la seconda metà del ‘200 e gli inizi del ‘300 fu costruita l’attuale chiesa, più grande e in posizione sopraelevata rispetto alla precedente. A navata unica, divisa in tre campate e con abside poligonale, ricalca il modello della Basilica Superiore di Assisi.

Il portale e il rosone sulla facciata sono attribuiti alla bottega del “Maestro ricamatore”, così chiamato per la sua spiccata propensione alla ricchezza decorativa, che operò al portale della basilica inferiore di Assisi. Fin dal ‘300 la chiesa ospitò importanti dipinti di Meo da Siena e dei suoi seguaci, oggi conservati alla Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel tardo Quattrocento, l’abbazia subisce un nuovo restauro, di cui sono testimonianza gli affreschi di Fiorenzo di Lorenzo e Bartolomeno Caporali.

Gli anni 1859-1860, con l’allontanamento dell’ultimo abate Alberico Amatori, determinano la chiusura definitiva del monastero. Il ricco archivio viene così archivio accolto nei depositi della Biblioteca Augusta di Perugia e le opere d’arte trovano posto nella Galleria nazionale dell’Umbria.

Archi e colonne del chiostro dell’abbazia di Montelabate

Con l’unità d’Italia poi, il complesso diventò proprietà dello stato, per poi passare a diversi privati.

Fino al 1956, anno in cui la Fondazione Gaslini di Genova (ancora oggi proprietaria) acquistò l’intero possedimento esteso per 1824 ettari.

Recita lo statuto: “Scopo della Fondazione è quello di devolvere le proprie rendite e, occorrendo, i propri beni alla cura, difesa ed assistenza dell’infanzia, della fanciullezza ed in particolar modo al potenziamento dell’Istituto Giannina Gaslini”.

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Il grande racconto della Storia

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Il Festival del Medioevo d’Europa abita a Gubbio, l’affascinante città dell’Umbria che stregò Hermann Hesse: “Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale. E bisogna continuamente persuadersi che invece tutto è lì, fermo e fissato nella pietra”. Un luogo dove si può “sentire con i propri sensi il passato come presente, il lontano come vicino, il bello come eterno”.

Il Festival del Medioevo si tiene ogni anno, dal mercoledì alla domenica, nell’ultima settimana del mese di settembre.

La manifestazione è unica nel suo genere. Non è una comune festa medievale. E nemmeno una delle tante rievocazioni che in ogni stagione dell’anno affollano quasi tutte le città della penisola.

È un grande evento culturale, colto e insieme popolare, incentrato sulla divulgazione storica.

Il festival, gratuito e aperto a tutti, coinvolge ogni anno, intorno ad un tema specifico, un centinaio di storici, saggisti, filosofi, scrittori, registi, architetti e giornalisti. E propone lezioni di storia, “faccia a faccia”, focus e approfondimenti su più di mille anni, dal V al XVI secolo.

Il mondo accademico e la vasta platea degli appassionati dell’età medievale si incontrano durante cinque intense giornate ricche di proposte culturali, mostre, mercati, esibizioni e spettacoli.

Lo storico Alessandro Barbero al Festival del Medioevo 2017

Gli Incontri con gli autori sono ospitati al Centro Santo Spirito, una costruzione medievale ricavata da un monastero del XIII secolo, a pochi passi dalla centrale Piazza Quaranta Martiri.

Il grande racconto della Storia è legato a doppio filo alle vicende dell’attualità. Perché, come sosteneva il grande medievista Jacques Le Goff “il Medioevo è la nostra giovinezza; è forse la nostra infanzia”.

Conoscere il Medioevo dunque per capire meglio chi siamo adesso.

Un lungo viaggio, oltre gli stereotipi e i luoghi comuni che ancora infarciscono l’età medievale, tra le cronache e i miti: le grandi migrazioni dei popoli, le scoperte scientifiche, le città, i palazzi del potere, la nascita delle banche, i primi Comuni, le università, i mercati, le cattedrali, la fede, le esplorazioni e i pellegrinaggi, i barbari e le crociate, le magie e le divinazioni, i prodigi e le superstizioni, i capolavori d’arte, i modi di dire, le leggende sui Templari, i capitani di ventura, le battaglie, la gastronomia e il racconto della vita quotidiana.

Fino al Medioevo nostro contemporaneo, eterna miniera da cui vengono ancora estratti modelli, esempi e identità. Un nuovo modo di guardare l’età di mezzo: i cosiddetti medievalismi. L’uso, la ricezione e la rappresentazione del Medioevo nell’età contemporanea. Un Medioevo immaginato, reinventato, rielaborato, ricostruito e in molti casi sconvolto nei linguaggi della politica, del cinema, delle saghe televisive, dell’architettura, del costume e della moda.

Il Festival del Medioevo è arricchito da molti eventi collaterali (mostre, rievocazioni, film, concerti, spettacoli, giochi di ruolo e visite guidate) tra i quali spiccano alcuni appuntamenti fissi:

La Fiera del libro medievale

La Fiera del Libro Medievale. Tutto quello che c’è da leggere e sapere per conoscere meglio l’Età di Mezzo. Le maggiori case editrici italiane e i piccoli editori specializzati presentano al vasto pubblico degli appassionati i saggi, i romanzi, le biografie, gli approfondimenti tematici e i grandi classici che hanno per oggetto dell’età medievale.

Miniatori e calligrafi dal mondo. Medioevo e futuro si incontrano in un evento dedicato alla moderna arte amanuense. Amanuensi provenienti dall’Italia e da altri Paesi, fanno rivivere i segreti di uno scriptorium medievale.

Le botteghe e i mestieri. L’artigianato medievale presentato dai migliori espositori nazionali in modo filologicamente corretto.

Medioevo dei bambini. Giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli.

Nell’edizione 2017 il Festival ha ospitato anche la seconda edizione degli Stati Generali della Rievocazione Storica: centinaia di associazioni in tutta Italia, impegnate ad assicurare, attraverso una legge nazionale, regole comuni per un mondo variegato, espressione del grande patrimonio “immateriale” italiano impegnato nel far rivivere la storia e le tradizioni di centinaia di località in tutta la penisola.

Il Festival del Medioevo, organizzato dall’Associazione culturale Festival del Medioevo in stretta collaborazione con il Comune di Gubbio, gode del patrocinio scientifico dell’Isime, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e della Sami (Società degli Archeologi Medievisti Italiani) e dei patrocini istituzionali del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Regione Umbria. L’evento è sostenuto dal Comune di Gubbio, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, dal Gruppo Azione Locale Alta Umbria (GAL Alta Umbria) dalla Camera di Commercio di Perugia, dalla Fondazione Giuseppe Mazzatinti, da Tecla, azienda di costruzioni in legno e da altri sponsor privati.

La RAI ha presentato al Festival del Medioevo 2017 il nuovo programma dedicato alla Storia

La RAI, Radio Televisione Italiana, è il media partner ufficiale con i canali tematici di Rai Storia e RAI Radio3. Collaborano con la manifestazione anche il mensile Medioevo e tre siti web: Italia Medievale, impegnata nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

Per due anni consecutivi (206 e 2017) Sergio Mattarella ha conferito la Medaglia della Presidenza della Repubblica alla città di Gubbio come “espressione di apprezzamento per l’alto livello culturale del Festival del Medioevo”.

La manifestazione ha vinto anche il Premio Italia Medievale 2016 riservato alle istituzioni “che si sono particolarmente distinte nella promozione e valorizzazione del patrimonio medievale italiano”.

Il sito del Festival del Medioevo e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati al Medioevo più visitati in Italia.

E-mail: info@festivaldelmedioevo.it

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Patrocinio della SISMED al Festival del Medioevo

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Il Festival del Medioevo ha ottenuto il patrocinio della SISMED, la Società Italiana degli Storici Medievisti che riunisce molti tra i più qualificati studiosi professionali della storia e della civiltà del Medioevo.

Il nuovo patrocinio scientifico si affianca a quelli dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo ISIME e della Società degli Archeologi Medievisti Italiani SAMI, presenti dalle precedenti edizioni.

Scopo della SISMED è promuovere lo studio e la conoscenza del Medioevo, in tutte le sue dimensioni, nelle istituzioni educative di ogni ordine e grado e nella società civile. Queste finalità si fondano sulla consapevolezza che nell’età medievale siano state vissute esperienze, politiche, religiose, artistiche, che costituiscono aspetti essenziali dell’eredità culturale italiana ed europea, la cui conoscenza deve essere pertanto salvaguardata e diffusa.

I 287 soci della SISMED lavorano quindi al recupero ed allo studio del patrimonio storico-documentario conservato negli archivi, nelle biblioteche e nelle collezioni antiquarie, e si impegnano per la salvaguardia e la valorizzazione dell’enorme lascito dell’epoca medievale nel territorio e nel paesaggio italiano. Sostengono anche lo studio del Medioevo nelle istituzioni scolastiche ed universitarie e organizzano conferenze, dibattiti e altre manifestazioni culturali miranti a comunicare anche ad un pubblico non specialistico una immagine corretta e aggiornata dell’età medievale.

La Società Italiana degli Storici Medievisti si affianca ad analoghe associazioni di studiosi del Medioevo esistenti in diversi paesi europei ed extraeuropei, con le quali ha rapporti continuativi di informazione e collaborazione.

Stefano Gasparri, docente ordinario di Storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stato confermato presidente della società per il triennio 2018-2021. Vicepresidente è Maria Pia Alberzoni, professore ordinario di Storia medievale e di Storia della storiografia medievale alla Università Cattolica. Segretario è la medievista Maria Elena Cortese della Università Telematica Internazionale Uninettuno di Roma.

Insieme a Maria Pia Alberzoni e Maria Elena Cortese, fanno parte del consiglio direttivo: Franco Franceschi, professore di Storia medievale presso l’Università di Siena; Marina Gazzini, professore di Storia medievale all’Università degli Studi di Milano; Paola Guglielmotti, ordinaria presso il dipartimento Antichità, Filosofia e Storia dell’Università di Genova; Tiziana Lazzari, professoressa nel Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna; Francesco Panarelli, ordinario nel Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi della Basilicata e Francesco Senatore, professore di Storia medievale presso l’Università Federico II di Napoli.

Assolvono alla funzione di revisori dei conti Maria Grazia Nico Ottaviani, già docente di Storia medievale presso il Dipartimento di Lettere, Lingue, Letterature e Civiltà antiche e moderne dell’Università degli Studi di Perugia, Tommaso di Carpegna Falconieri, presidente della Scuola di Lettere, Arti, Filosofia dell’Università degli studi di Urbino Carlo Bo e docente di Storia Medioevale nei corsi di laurea magistrale e il commercialista Aniello Meloro.

Tesoriere è Umberto Longo, docente di Storia medievale presso l’Università di Roma La Sapienza.

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Il Carnevale di Venezia

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Lotta tra Carnevale e Quaresima, Pieter Bruegel il Vecchio (1559), Kunsthistorisches Museum, Vienna

È la fine del mondo che conosciamo, e ci piace da morire.

Il Doge è un cane e un cane è il doge, non c’è servo né padrone, né ricco né povero, né maschio né femmina: tutti sono uguali e nessuno ha volto, e puoi fare tutto quello che ti pare, tutto quello che ti passa per la testa, perché è Carnevale e ogni scherzo vale. È libertà senza freni, è il paese dei balocchi, è anarchia organizzata; è il regno del caos.

È il 1296 e a Venezia la festa diventa legge.

Il Senato della Repubblica Serenissima dichiara infatti festivo il giorno precedente la Quaresima, formalizzando quella che è una tradizione già radicata da secoli nella Laguna. Sono almeno duecento anni, infatti, che il Carnevale scatena la follia dei veneziani per sei settimane: dal giorno successivo al Natale alla vigilia dei quaranta giorni di penitenza in preparazione della Pasqua, ma qualche volta viene anticipato addirittura ai primi giorni di ottobre.

Il Carnevale, d’altra parte, è antico quanto l’uomo: se cosa significhi la parola non è mai stato chiarito definitivamente (carnem levare, ovvero eliminare la carne dopo il martedì grasso, carnualia – giochi campagnoli – o addirittura da carrus navalis , ovvero nave su ruote, in riferimento a un carro allegorico) è certo che la festa affonda le sue radici in rituali atavici e raccoglie l’eredità dei Saturnali: la più importante festività romana e l’unica che si celebrava in tutto l’impero.

I saturnali iniziavano il 17 dicembre e si concludevano il 23: per sette giorni tutte le città sottomesse a Roma erano addobbate a festa e la gente andava in giro mascherata come gli attori teatrali. Si festeggiava Saturno, dio del tempo e della fertilità e si ricordava l’età dell’oro, quando tutti gli uomini erano uguali, senza schiavi né padroni. Per una settimana non c’era differenza tra servi e signori; anzi, erano gli stessi padroni che servivano i loro schiavi. I saturnali avevano ripreso, a loro volta, le feste dionisiache greche durante le quali si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell’ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza.

Nell’era cristiana i saturnali avevano finito per dettare l’agenda ai rituali natalizi (il cenone, lo scambio di doni, la liturgia nel tempio) mentre gli aspetti più trasgressivi erano confluiti nel Carnevale, periodo dalla durata variabile (la fine dipende dalla Pasqua, e quindi dalla Quaresima, l’inizio varia a seconda dei luoghi e del periodo storico) stabilito dalla Chiesa con il preciso obiettivo di contrapporre al periodo di penitenza un momento di abbondanza e divertimento con cui far sfogare i fedeli prima delle lunghe settimane di digiuno. Allo stesso modo, sotto il profilo politico rappresenta il momento per una – sia pur temporanea – riscossa del popolo contro gli oppressori, tanto più funzionale nella Repubblica di Venezia, che pone rigidi limiti su questioni come la morale comune e l’ordine pubblico.

Ecco allora che nel 1296 il Senato decide di formalizzare il Carnevale, concedendo al popolo un periodo dedicato interamente al divertimento, durante il quale i veneziani e i forestieri si riversano per le vie della città con musiche e balli sfrenati. L’utilizzo delle maschere permette inoltre da una parte il livellamento di tutte le divisioni sociali e dall’altra di deridere impunemente le autorità e l’aristocrazia.

Ritratto di Marco Polo (Venezia, 15 settembre 1254 – 8 gennaio 1324), mosaico di Enrico Podio (1860-70), Palazzo Tursi, Genova

Tra i veneziani che si ritrovano a festeggiare il primo Carnevale c’è anche il quarantenne Marco Polo, appena tornato da un viaggio in oriente durato ben 24 anni.

“Buongiorno signora maschera” dice Marco quando, aggirandosi tra le vie della città, incontra qualcuno, e anche lui – con la Larva in faccia, il tricorno in testa e il tabarro sulle spalle – dimentica di essere un mercante, un esploratore, il viaggiatore per antonomasia e l’ambasciatore del Kublai Khan, e diventa uno dei tanti personaggi dell’immenso palcoscenico veneziano, in cui attori e spettatori si fondono in un unico ed immenso corteo di figure e di colori.

Il personaggio che incontra più spesso è la baùta, maschera utilizzata non solo a Carnevale, ma anche a teatro, in altre feste, negli incontri galanti ed ogni volta si voglia corteggiare nel totale anonimato; proprio per questo la particolare forma della maschera permette di bere e mangiare senza doversela togliere.

Una versione contemporanea della Gnaga veneziana

Non è difficile poi incontrare una Gnaga, ovvero una popolana con la maschera da gatta, che gira portando al braccio una cesta con dentro un gattino emettendo suoni striduli e miagolii beffardi, a volte vestita da balia. Dietro la maschera da gatta, in realtà, si nasconde un uomo, accompagnato da altri uomini mascherati da bambini. La Moretta è invece una piccola maschera di velluto scuro, indossata con un cappellino e velature raffinate. La Moretta è una serva muta: non parla mai, perché la maschera che indossa si regge tenendo in bocca un bottone.

Oltre alle maschere, Marco incontra in giro per la città giocolieri, acrobati, musicisti, danzatori, domatori di animali con i costumi più fantasiosi e disparati. I venditori ambulanti offrono ogni genere di mercanzia: dalla frutta di stagione ai ricchi tessuti, dalle spezie ai cibi provenienti da paesi lontani. Quando Marco era partito per l’oriente, nel 1271, esistevano già produttori e venditori di maschere e costumi, e scuole dove impararne la realizzazione fatta impastando argilla, cartapesta, gesso e garza, per poi passare alla fase di colorazione e l’aggiunta di particolari come disegni, ricami, perline, piumaggi. Quando era tornato dalla Cina i mascareri erano diventati dei veri e propri artigiani riconosciuti che realizzavano maschere di fogge e fatture sempre più ricche e sofisticate.

Per tutto il periodo del Carnevale ogni altra attività passa in secondo piano e intere giornate sono consacrate a festeggiamenti, burle, divertimenti e spettacoli soprattutto in Piazza San Marco e lungo la Riva degli Schiavoni.

Non manca chi si approfitta di tanta libertà: con il passare del tempo scippi, ruberie e molestie diventano all’ordine del giorno; c’è persino ci si veste da frate per entrare nei conventi e spassarsela con le monache, tanto da costringere le autorità ad introdurre sempre più limitazioni e decreti contro l’abuso e l’utilizzo fraudolento o non ortodosso dei travestimenti.

Già a partire dal 22 febbraio 1339 verrà introdotto il divieto di circolare in maschera di notte, mentre un decreto del 24 gennaio 1458 proibirà l’ingresso in maschera nei luoghi sacri, al fine di evitare che vengano compiute multas inhonestates.

Troppo spesso i mantelli sono utilizzati per nascondere armi, per questo un altro decreto proibirà la detenzione di armi e di qualsiasi oggetto di natura pericolosa per l’incolumità altrui. Le pene per questi reati saranno molto pesanti, sia pecuniarie, con sanzioni salate, che di reclusione.

Un altro problema riguarda le prostitute; tollerate ma pur sempre considerate fonte di perdizione e malcostume, nonché portatrici di pericolose malattie come la sifilide. Anche loro approfittano del Carnevale per aggirare le numerose limitazioni a cui devono sottostare: verrà quindi proibita anche la prostituzione in maschera, con pene severissime che – oltre ad una multa salata – comprenderanno la flagellazione lungo il tragitto da piazza San Marco al Rialto, la berlina e il bando per quattro anni dal territorio della Repubblica.

La festa della libertà, della trasgressione e del caos diventerà dunque sempre di più una festa di divieti, regolamenti e limitazioni, senza per questo, però, perdere il fascino che ancora oggi vede riversare ogni anno migliaia di persone in quella che resta la città del Carnevale per eccellenza.

Arnaldo Casali

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Sanremo, in realtà, è San Romolo

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Sanremo, la città dei fiori, è celebre anche per il festival della canzone italiana

La città dei fiori, del casinò, del ciclismo e del più celebre festival della canzone al mondo porta il nome del fratello sbagliato. Già, perché Sanremo, in realtà, è San Romolo.

Non c’entrano – badate bene – i due gemelli allattati dalla lupa che hanno fondato Roma, quanto piuttosto il patrono dal quale la città ligure ha preso il nome. San Remo, infatti, semplicemente non esiste: il suo vero nome era Romolo ed è stato vescovo di Genova dopo un altro santo passato alla storia per “meriti sportivi” più che religiosi: San Siro.

Nato nel IV secolo, Romolo è ricordato per essere stato un uomo molto buono e particolarmente portato a dirimere discordie. Divenuto vescovo di Genova, era morto il 13 ottobre di un anno imprecisato (agli inizi del V secolo) durante un viaggio pastorale in Liguria, mentre si trovava nella città di Villa Matutiæ: la quarta più grande della regione.

San Romolo, vescovo di Genova e patrono di Sanremo (13 ottobre) ritratto nella concattedrale di San Siro (edificio romanico del sec. XII, Sanremo)

La tradizione sanremese sostiene che il santo fosse originario proprio di Villa Matutiæ, dove era cresciuto ed era vissuto fino all’elezione a vescovo. Per sfuggire alle invasioni longobarde, Romolo sarebbe tornato nella terra natale, rifugiandosi in una grotta nel monte Bignone, dove avrebbe vissuto in romitaggio e penitenza i suoi ultimi anni. Il romitorio era divenuto in poco tempo un importantissimo punto di riferimento per la città: ogni volta che veniva attaccata dai nemici, ma anche in occasione di carestie e calamità, i matuziani si recavano in pellegrinaggio presso la grotta dove viveva il santo, chiedendo la protezione del Signore e ricevendo conforto.

Alla sua morte Romolo era stato sepolto nella città, ai piedi di un piccolo altare usato per le prime celebrazioni cristiane, e qui era stato venerato per molti anni.

Intorno al 930 il suo corpo fu riportato a Genova, per il timore delle numerose scorribande saracene, e venne sepolto nella Cattedrale di San Lorenzo.

Intanto a Villa Matutiæ la venerazione nei confronti del vescovo eremita cresceva sempre di più, tanto che nel 980 la cittadinanza decise di cambiare il nome del paese in Civitas Sancti Romuli. E’ stato poi il dialetto locale, a trasformare “San Romolo” in “San Rœmu”, per arrivare – intorno al Quattrocento – a San Remo.

Scorcio della città medievale di Sanremo (foto: www.sanremonews.it)

Esiste, in realtà, anche un’altra teoria per giustificare la metamorfosi onomastica: la città non prenderebbe infatti il nome direttamente dal santo, quanto piuttosto dal “Santo eremo” in cui aveva vissuto ed era morto. Una teoria che, nonostante la fortuna goduta in passato, oggi è poco accreditata perché in nessun documento ufficiale si parla in realtà di “Santo Eremo”; peraltro, mentre la città è diventata San Remo il nome dell’eremo è rimasto proprio “San Romolo”, divenuto oggi una frazione “filologica” della città dei fiori.

D’altra parte, a venire in soccorso della teoria fonetica, ci sono al contrario numerosi documenti che – tra il Trecento e Seicento – vedono convivere la dizione “Civitas Sancti Romuli” e “Civitas Sancti Remuli”, a volte addirittura nello stesso documento (in un rogito del 1359 compare Civitas Sancti Romuli e poco dopo l’aggettivo Remoretus, mentre in un atto della Repubblica di Genova del 1681 troviamo sia Civitas Sancti Romuli sia Magnifica Comunità di San Remo).

Il Trio Marchesini Solenghi Lopez al Festival di Sanremo del 1986

Dopo tutto, che quello della città ligure sia un nome ancora in evoluzione lo testimonia anche la grafia, mai chiarita definitivamente: se a partire dagli anni ’20 c’è stato il tentativo di formalizzare la dizione “San Remo” con precise disposizioni governative, oggi la forma ufficiale è diventata “Sanremo”.

Con buona pace del santo, che trent’anni fa – in uno sketch del Trio Marchesini Solenghi Lopez che fece scandalo – sul palco del teatro Ariston fu rappresentato con un remo al posto del bastone pastorale.

Arnaldo Casali

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Castel del Monte, oltre gli stereotipi

Copertina libro Ambruoso

Numerosi interrogativi si affollano intorno a Castel del Monte, edificato per ordine di Federico II di Svevia intorno al 1240 su un banco roccioso dell’altopiano delle Murge occidentali, in Puglia, a 18 chilometri dalla città di Andria.

Perché fu costruito su quella collina? Era un edificio completamente isolato, privo di difese e inabitabile? Perché fu scelta la pianta ottagonale? Ma, soprattutto, cos’è Castel del Monte? Era veramente un castello o, come si continua da affermare da più parti, un tempio, uno scrigno esoterico, un osservatorio astronomico, un hammam?

Il volume “Castel del Monte. La storia e il mito” di Massimiliano Ambruoso (Edipuglia) offre convincenti risposte a questi quesiti ripercorrendo la storia di Castel del Monte sulla base di quanto si evince dall’analisi delle fonti medievali, dalla lettura delle descrizioni effettuate dai viaggiatori dei secoli passati, dallo studio del monumento, in un serrato confronto con gli altri castelli edificati da Federico II e alla luce della vasta storiografia sull’argomento.

Al termine di questo percorso attraverso le fonti, il “castello” Castel del Monte si riappropria della sua originaria identità. In un continuo rimbalzo dalla storia al mito e dal mito alla storia emergono tutti i limiti di letture “alternative” inverosimili e incongrue, risultato e al tempo stesso punto di partenza di un insieme di luoghi comuni penetrati a fondo nell’odierna cultura di massa.

Non vi è opera di divulgazione sull’argomento che non introduca un elemento di mistero: incomprensibile, si dice, appare la dislocazione degli ambienti, poco funzionale per un loro utilizzo pratico, ma la cui fruizione sarebbe giustificabile solo immaginando percorsi iniziatici per fantomatici cavalieri; misteriosa la pianta ottagonale di questo edificio, le cui presunte coincidenze numeriche, geometriche e astronomiche alimentano congetture che conducono inevitabilmente a interpretazioni esoteriche prive di qualsiasi aggancio con la realtà storica; oscuro sarebbe il luogo ove sorge, quella collina ritenuta erroneamente isolata e lontana da ogni contatto con il mondo esterno, e dove si doveva giungere sempre e solo all’alba con un percorso di avvicinamento ritenuto anch’esso un itinerario iniziatico.

L’analisi storica, autentico asse portante del volume, sfata questi e altri stereotipi e si pone come un baluardo insostituibile contro le storture e le deformazioni del mito che ha avvolto Castel del Monte, stravolgendone nel sentire comune l’identità, le origini e le funzioni.

Al termine di una esauriente trattazione, volta a dimostrare, attraverso l’utilizzo delle fonti storiche, come Castel del Monte altro non sia se non un castello a tutti gli effetti, emerge chiaramente come il gioiello dell’architettura federiciana rappresenti un esempio paradigmatico di quel “Medioevo immaginato” e reinventato dalla nostra società contemporanea.

L’intento dello studio proposto è quello di restituire Castel del Monte alla sua storia, reagendo alla tentazione esoterica e alle mistificazioni per riportare la ricerca a un minimo di rigore scientifico.

La presentazione del libro è firmata da Franco Cardini. La prefazione è di Francesco Violante. La stampa è di Edipuglia (www.edipuglia.it).

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