fbpx

Author Archives: redazione

Genserico, il vandalo che umiliò Roma

“Grande pensatore, uomo di poche parole. Disprezzava il lusso ed era terribile nei suoi scatti d’ira. Desideroso in continuazione di nuove conquiste, era molto abile nel comandare i suoi barbari e nel fomentare zizzania fra i suoi nemici.”

Genserico saccheggia Roma nel 455 (Karl Brjullov, 1836)

Così lo storico Jordanes (VI sec.) descrisse, circa un secolo dopo dal suo apogeo, il carattere del più abile re vandalo.

Genserico era figlio naturale di Godigiseleo, re dei Vandali. Il popolo che noi diciamo Vandalo, era in realtà una confederazione di tribù germaniche situate oltre il Danubio. Lo storico Tacito li situava, nella sua opera La Germania, del I d.C., oltre i territori dell’Impero assieme ai Marsi, ai Gambrivi e agli Suebi.

Paolo Diacono, nella sua Storia dei Longobardi, ci informa che, dopo una migrazione dei Winnili (Longobardi) dalla Scandinavia alla Scoringia, identificabile con l’attuale Polonia, i Vandali, sotto la guida dei due re, Ambri e Assi, guerreggiavano coi popoli circostanti. Dunque verso il IV secolo, essi dovevano trovarsi nell’area dell’Ungheria o della Polonia. Forse nel 406, i gruppi più riottosi, i Vandali Asdingi e Silingi, avrebbero attraversato il Reno presso Magonza, con alla testa Gunderico (primo figlio di Godigiseleo) e, assieme a gruppi di Suebi ed Alani, dopo aver raso al suolo la città, avrebbero invaso la Gallia. Dopo tre anni di marce e saccheggi, li ritroviamo presso i Pirenei, superati i quali, destarono la preoccupazione dell’imperatore d’Occidente il quale richiese ai più fidati Visigoti di attaccarli e cacciarli. Negli anni seguenti il popolo vandalo fu impegnato in Spagna a fronteggiare le tribù barbare rivali, i possidenti romano-ispanici e le truppe visigote filo-romane che li avrebbero rintuzzati nel sud della penisola che, ma non è certo, avrebbe ereditato il nome di Vandalusia, terra dei Vandali, oggi Andalusia.

Le migrazioni dei Vandali

Gli anni della occupazione della penisola iberica dovettero essere particolarmente violenti. Così li ricorda il cronista Idazio: “Imperversando i barbari per la Spagna, e infuriando il male della pestilenza, i tirannici esattori e le milizie, depredano le sostanze nascoste nelle città. La carestia infuriò così forte che carni umane furono divorate dal genere umano: le madri uccisero o cossero i propri nati, mangiandoseli. Le bestie feroci, abituate ai cadaveri uccisi con la spada, dalla fame o malattia, uccidono qualsiasi essere umano con le forze che gli restano, si nutrono di carne, preparando così la brutale distruzione del genere umano. E la punizione di Dio, preannunciata dai profeti, si verificò con le quattro piaghe che devastarono l’intera Terra: la carestia, la peste, la spada e le bestie.” Nel 420 i Vandali riportano un’importante vittoria contro l’esercito goto-romano capitanato da Castino, assicurandosi il dominio sui porti della Spagna meridionale. Dopo aver assunto dei costruttori di navi del luogo, i Vandali iniziarono timidamente a praticare la navigazione “arte a loro precedentemente sconosciuta”, ma ben presto i vascelli vandali raggiunsero le Baleari ed anche la Mauritania.A capo dei Vandali, in questi anni, troviamo ancora Gunderico “ma egli – scrive lo storico romano Procopio – era ancora molto giovane, senza quel forte temperamento che invece era la caratteristica precipua di Genserico il quale aveva appreso l’arte della guerra alla perfezione ed era quindi il migliore fra tutti gli uomini”. Così, verso il 428, la carica di sovrano passò – forse dopo la morte prematura di Gunderico – al fratellastro trentenne colui che avrebbe condotto il popolo vandalo verso memorabili imprese. Genserico doveva assecondare sia il desiderio dei veterani di stabilirsi in un territorio dove poter coltivare i campi, facendosi una famiglia, sia le leve più giovani e ambiziose: dopo aver compreso che essi mai avrebbero potuto rivestire funzioni in nome dell’Impero in Spagna, per la ingombrante presenza dei più fidati Visigoti, il sovrano stabilì di volgere le proprie attenzioni alla vicina provincia d’Africa.

Sant’Agostino in un affresco di Sandro Botticelli

Zoppo da una gamba, per una caduta mal curata, Genserico avrebbe riassaporato il gusto di condurre i propri uomini alla vittoria dal pontile di una nave, anziché dalla sella di un cavallo. Nel 429 l’intero popolo vandalo, ammontante a circa 50.000 uomini, di cui almeno 15.000 armati, attraversò i pochi chilometri dello stretto di Gibilterra, riversandosi in Mauritania dove la resistenza bizantina era minore: vi erano infatti stanziati solo 5 reggimenti comitatensi, di cui appena due effettivi e altre truppe preposte al presidio dei castelli, per un totale di circa 1.500 armati. La resistenza bizantina, perciò, fu praticamente nulla. A ciò si aggiunga, un possibile invito da parte del condottiero imperiale Bonifacio che, secondo Jordanes e Procopio, avrebbe addirittura favorito lo sbarco vandalo. Ma perché?

Bonifacio aveva mantenuto l’ordine in Mauritania con l’uso della forza, ottenendo brillanti risultati contro i Mauri e altri popoli del deserto. Ma sant’Agostino, in una lettera, lo rimprovera giacché ora quello stesso Bonifacio “tollera che i barbari saccheggino e devastino ampie regioni un tempo popolose e ora ridotte a squallidi deserti”. Bonifacio viveva a quel tempo un profondo dissidio religioso: avrebbe voluto vivere ispirandosi al messaggio evangelico, e si trovò invece sempre a combattere ed uccidere. Agostino lo rassicurò più volte, affermando che “si inizia una guerra per conseguire la pace”, inoltre, pur avendo pensato di vivere in continenza per farsi monaco, Bonifacio sposò una donna ariana, suscitando lo sdegno del futuro santo il quale, comunque, si era comportato – all’ opposto- nello stesso modo: pur avendo vissuto in concubinato per quindici anni con una donna, da cui ebbe anche un figlio, Agostino infine la lasciò per farsi sacerdote. “Cosa altro posso dire in questo momento in cui i Vandali distruggono l’Africa e tu sei attanagliato da questa imbarazzante situazione, senza che tu faccia nulla? Non avrei dovuto dissuaderti dal farti monaco, almeno non avresti fatto danno alla collettività, continuando con la tua opera militare”! Rifiutatosi di recarsi a Ravenna nel 427 per spiegare i suoi insuccessi, Bonifacio provocò una spedizione finalizzata alla sua cattura. A questo punto –ma gli storici non concordano- avrebbe preferito l’aiuto dell’ariano Genserico anziché affrontare da solo l’esercito imperiale: fu perciò grazie a queste truppe – e la fede ariana della moglie non dovette certo essere un ostacolo!- che egli riuscì a ottenere una tregua con l’insoddisfatto imperatore per poi essere subito impegnato in una lotta contro i Vandali che, irrimediabilmente, perse.

Durante l’assedio di Ippona, dove riparò Bonifacio, moriva anche Sant’ Agostino, come narra il suo biografo Possidio che ricorda come “gli invasori passarono anche nelle altre regioni, e imperversando con ogni crudeltà saccheggiarono tutto ciò che poterono fra spoliazioni, stragi, tormenti, incendi e altri innumerevoli e nefandi disastri. Non risparmiarono né sesso né età, neanche i sacerdoti e i ministri di Dio, neppure gli ornamenti, le suppellettili e gli edifici delle chiese”. Genserico e i suoi si erano dunque convertiti al cristianesimo, ma nella versione eretica di Ario, e perciò la guerra in Africa assunse anche i toni dell’intolleranza religiosa contro coloro che abitavano quelle regioni e che, come il loro vescovo Agostino, erano invece cattolici.

Le rovine della città romana di Ippona

Alla guida di Ippona venne posto l’alano Aspar, il quale stabilì rapporti più amicali con Genserico, che era “Re dei Vandali e degli Alani”, al punto da far riconoscere i Vandali come foederati. Aspar aveva mantenuto il controllo su Cartagine fino al 434, lasciando comunque a Genserico la possibilità di fare razzie dal porto di Ippona. Nel 439, con un attacco a sorpresa, stando a Idazio, i Vandali si impadronirono di Cartagine, del suo porto e dei suoi cantieri, riuscendo in breve tempo a far costruire una flotta assai potente. Già un anno dopo la conquista di Cartagine, Alani, Vandali, Goti e Mauri saccheggiano le coste della Sicilia che, dopo la caduta della Provincia d’Africa, era divenuta la principale fornitrice di olio e cereali dell’Italia. La flotta bizantina, con a capo il goto-romano Aerobindo, dovette rapidamente fare retromarcia, ancor prima di impegnar battaglia, per una minaccia unna nei Balcani e per gli attacchi persiani nel limes orientale.

L’imperatore, a questo punto, dovette riconoscere a Genserico il titolo di Governatore indipendente, concedendogli ampi territori della Mauritania, da Gibilterra a Cartagine, su tutte le Province dell’Africa occidentale (Proconsolare, Bizacena e Tripolitania). Genserico aveva ottenuto ciò che per molti germani era un sogno: essere cioè inquadrato in quel sistema imperiale che era l’autorità riconosciuta da Oriente a Occidente. Il poeta Merobaudo così descrive questo mutamento: “Il barbaro che ha osato devastare il palazzo reale di Didone […] ora non si presenta più come nemico e desidera ardentemente avvicinarsi alla dottrina di Roma, per trattare i Romani come suoi congiunti e per far unire in matrimonio la sua prole”. In effetti una proposta di matrimonio fra Eudocia, figlia dell’imperatore d’Occidente, e Unnerico, figlio del re vandalo, era stata probabilmente avanzata dal generale Ezio, consapevole dell’impossibilità di sconfiggere in battaglia i Vandali. L’allettante proposta però indusse Genserico a commettere il suo primo grande errore politico: Unnerico era già sposato con una principessa visigota, ma Genserico, per liberarlo da quel vincolo, fece accusare ingiustamente la fanciulla di aver tentato di avvelenarlo. Dopo averle fatto tagliare naso e orecchie, fu rimandata a Tolosa dal padre che giurò vendetta. Da allora tra Visigoti e Vandali fu guerra aperta mentre la proposta di matrimonio proveniente da Roma fu annullata: Genserico aveva acquisito soltanto un nuovo nemico.

Medaglione di Licinia Eudocia, V secolo

Dopo la conquista africana, Genserico dovette probabilmente godersi i frutti delle sue conquiste: il poeta Sidonio lo descrive come “un ubriacone, la cui flaccidezza ha preso il sopravvento e il cui stomaco, già pieno di cibarie, riesce a malapena a digerire altro”. Se il disilluso poeta latino voleva raffigurare un condottiero dimentico delle sue imprese e oramai sprofondato nel vizio, i fatti degli anni successivi lo dovettero far lungamente ricredere.Dopo l’omicidio del generale Ezio, ordito dal sospettoso imperatore Valentiniano, quest’ultimo fu pugnalato a morte dai buccellarii, le guardie del corpo, che così vendicarono il generale alano. La situazione politica a Roma precipitò: la vedova di Valentiniano dovette sposare Petronio Massimo, nuovo imperatore, ed Eudocia, precedentemente promessa al figlio di Genserico, fu data in sposa al figlio dell’usurpatore. Ora che Ezio e Valentiniano, coi quali Genserico aveva stipulato un trattato di pace, erano morti, anche il trattato aveva perso la sua validità: Eudossia, inoltre, orripilata dal comportamento del suo nuovo marito, scrisse al re vandalo, richiedendo la sua protezione. Per dieci anni i Vandali avevano rafforzato la loro flotta per una grande spedizione: ora era giunta la grande occasione. La missione fu organizzata in tempi rapidissimi e la bella stagione favorì la riuscita dell’impresa.

Il saccheggio di Roma in un’opera di Heinrich Leutemann del 1870

Alla fine del maggio del 455 la flotta giunse alle foci del Tevere e nessuno osò ostacolarla. L’esercito, composto da guerrieri vandali e cavalieri mauri, bloccò Porto e si accampò Ad sextum, probabilmente sulla via Portuense. La notizia gettò Roma nel panico e lo stesso Petronio Massimo, preso da timore, il 31 maggio montò a cavallo per fuggire. La folla però, sentendosi abbandonata, dopo averlo riconosciuto, atterratolo da cavallo a sassate, lo linciò e il suo cadavere, fatto a pezzi, fu gettato nel Tevere: l’usurpazione di Petronio, durata appena tre mesi, si era conclusa nel modo più tragico.

I Vandali entrarono a Roma il 2 giugno, senza nessuna milizia ad ostacolarli. Il sovrano fu ricevuto da papa Leone – lo stesso che nel 452 aveva fermato Attila alle porte di Roma- il quale lo convinse a non mettere a ferro a fuoco l’Urbe. Perciò Genserico, che per le due settimane seguenti risiedette nel Palazzo imperiale sul Palatino, ebbe campo libero per saccheggiare la città, scegliendo i monumenti, razziando i palazzi, facendo un enorme bottino e riportando a Cartagine un grande numero di prigionieri. Prospero d’Aquitania, testimone degli eventi, ricorda che “per 14 giorni Roma fu spogliata di tutte le sue ricchezze, attraverso una sicura e libera ricerca del bottino”.

Valentiniano aveva fatto restaurare appena cinque anni prima il palazzo imperiale, da cui fu portata via una enorme quantità d’oro e di gemme. Fu asportata metà della volta dorata del tempio di Giove Capitolino, i tesori del Tempio di Salomone, portati a Roma da Tito, furono caricati sulle navi vandale, assieme a centinaia di insegne imperiali che andarono ad adornare il palazzo di Genserico. Furono risparmiate solo le statue bronzee della città. A differenza di Alarico, che mostrò clemenza verso i luoghi di culto, Genserico – ariano intransigente – si accanì contro le chiese e le reliquie care ai cattolici. Inoltre, furono condotti come prigionieri anche l’imperatrice Eudossia con le sue figlie, Eudocia e Placidia, e anche Gaudenzio, figlio del generale Ezio. Roma, dopo secoli di imbattibilità, fu violata e oltraggiata lasciando nella memoria collettiva un terribile ed indelebile segno.

Dopo questo enorme successo, la grandezza di Genserico non venne più contrastata. Forte di questa consapevolezza avrebbe introdotto delle riforme innovative e clamorose. Per evitare congiure di tipo tribale, ai giovani furono concesse ampie fette nella gestione del potere, senza talvolta che essi appartenessero a famiglie vandale aristocratiche; persino la successione al trono non fu limitata alla sola famiglia reale, andando contro l’antica consuetudine germanica.

Procopio ci informa poi di una importante riforma militare: Genserico avrebbe infatti inquadrato i suoi guerrieri dividendoli in 80 compagnie guidate da capitani detti in greco chiliarca, che significa “comandante di 1000 uomini”. Lentamente però i veterani alani e vandali abbandonarono le armi, per crearsi una famiglia, lasciando spazio nell’esercito a guerrieri moreschi che andarono a costituire la nuova forza militare di Genserico.

I vandali si stabilirono nella prima metà del V secolo in Africa settentrionale. Il regno vandalo, che aveva la sua capitale in Cartagine, durò poco piú di cento anni e crollò nel 534, quando venne riconquistato dai bizantini

Negli anni seguenti la flotta vandala continuò incontrastata a saccheggiare le coste del Mediterraneo. Dopo il velleitario tentativo di reazione dell’imperatore Maggioriano (†460), Genserico riprese le sue scorribande nel Mediterraneo, soggiogando la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Nel 467, però, Genserico commise il suo secondo errore politico, violando, durante una razzia, il territorio della Grecia meridionale, di pertinenza bizantina. La reazione imperiale questa volta fu unanime e concorde: sarebbero stati stanziati 30.000 chili di oro e 300 di argento per allestire una flotta di 11.000 navi e 100.000 guerrieri. Le cifre – tramandate dagli storici coevi – sono certamente esagerate, ma l’azione imperiale fu seria, al punto da ridurre le finanze dell’Impero romano a poca cosa. Con a capo il generale Basilisco, la flotta bizantina si congiunse con quella italica di Marcellino e con quella africana guidata da Eraclio.

In Sardegna, Marcellino impegnò seriamente la flotta di Genserico, fino a recuperare il controllo sull’isola. In Sicilia, addirittura, Basilisco trionfò affondando 340 galee vandale. Eraclio, giunto in Tripolitania, sbarcò con una grande armata che ben presto si sarebbe scontrata con l’esercito vandalo che utilizzava una falange fatta di cammelli e uomini appiedati, armati di lance, scudi e giavellotti. Eraclio però neutralizzò la falange vandala grazie a un contrattacco di arcieri a cavallo, per lo più unni: per Eraclio la strada verso Cartagine era aperta.

La flotta di Basilisco attendeva gli eventi poco distante da Cartagine, attraccata all’attuale Capo Bon. Genserico dovette utilizzare tutta la sua abilità di stratega per uscire da una rischiosa empasse: dopo aver caricato di materiale infiammabile alcune vecchie galee, il condottiero vandalo le fece andare al largo, contro le navi di Basilisco. Al mattino, complice il vento, la flotta imperiale era in rotta. Marcellino, in Sicilia, cadde vittima di un attentato, probabilmente per mano di un sicario vandalo. Eraclio, rimasto solo, preferì ripiegare verso Oriente, anziché proseguire in quella che ora era una missione impossibile. I due imperi erano stati sconfitti, le finanze imperiali erano sul lastrico e Genserico risultava il condottiero più forte del Mediterraneo. Col fine di mantenere intatto il suo regno, “incoraggiava il re dei Visigoti, Eurico, ad ampliare i suoi territori a danno dell’Impero d’Occidente”, scrive Jordanes, e altrettanto fece con gli Ostrogoti per l’Italia e con gli Unni di Attila che contrappose, elargendo favori, ai Visigoti.

Negli ultimi anni della sua vita, Genserico mostrò un atteggiamento particolarmente mite, specie nei confronti dei cristiani cattolici. Dopo l’incontro con il magnanimo e incorruttibile ambasciatore bizantino Severo, che rifiutò ingenti somme di denaro pur di riportare in patria gli ostaggi, Genserico avrebbe ottenuto, grazie alla sua tolleranza, il riconoscimento da parte dell’Imperatore d’Oriente, di tutti i suoi territori, comprese le Baleari, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. L’anziano sovrano, oramai, rifuggiva la guerra: aveva assistito alla caduta dell’Impero d’Occidente, aveva creato un potente regno, era sopravvissuto ai più potenti condottieri del suo tempo ed aveva persino saccheggiato Roma.

Un anno dopo la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente, nel 477, Genserico moriva, a circa 80 anni, di morte naturale, in uno scenario in cui i sovrani e i condottieri erano spesso mira di assassini e congiure. Il suo regno, una creazione dovuta alla sua abilità e intraprendenza, non gli sarebbe sopravvissuto: dopo appena 50 anni, il regno vandalico viene riconquistato dai Bizantini di Giustiniano e il suo ultimo successore, Gelimero, sconfitto dal generale Belisario, viene condotto come prigioniero nel 534 a Costantinopoli.

Federico Canaccini Questo articolo è stato pubblicato nel n. 207 della rivista MedioEvo (Aprile 2014).

Read More

La leggenda del cuore mangiato

Il nome di Guglielmo di Cabestang (in provenzale Guillem de Cabestanh) è legato ad una leggenda medievale di sapore “gotico”.

Una miniatura di Guglielmo di Cabestang

Della vita di questo trovatore sappiamo ben poco. Nato nel Rossiglione da famiglia di alta nobiltà, probabilmente partecipò alla battaglia di Las Navas nel 1212 contro i mori di Spagna. Della sua produzione poetica ci sono pervenute solo una decina di canzoni, anche se qualcuna di dubbia attribuzione. Due suoi componimenti si distaccano dagli altri: il primo, Ar vey qu’em vengut als jorns loncs, risalta per le immagini nuove che propone, mentre la seconda, Lo dous cossire, si distingue per l’artificio di struttura.

E proprio a questa ultima poesia che si collega la leggenda per la quale è maggiormente conosciuto.

Nel suo peregrinare di corte in corte, tipico dei trovatori, Guglielmo giunge a Château Rossillon, feudo di Raimondo di Rossiglione, un vecchio nobile vassallo del re di Aragona. Conosce così Sérémonde, la bella e giovane moglie del castellano, che frequenta assiduamente fino a innamorarsene, naturalmente ricambiato.

Raimondo però si accorge del tradimento e medita vendetta. Incontrato Guglielmo, solo e in un luogo isolato, porta a termine il suo piano, uccidendo il rivale e strappandogli il cuore dal petto. Non ancora soddisfatto, fa cucinare questo cuore con spezie e droghe e lo serve a Sérémonde, che lo mangia con gusto; solo a fine pasto Raimondo rivela alla moglie l’ingrediente del piatto che aveva appena assaporato. Sérémonde impallidisce ma non si scompone, rispondendo così al marito: «Signore, mi avete appena offerto una pietanza così prelibata e delicata che giuro di rifiutare qualsiasi altro nutrimento per poter conservare questo gusto, che porterò con me fino alla morte». Dopodiché si getta dalla finestra, trovando la morte all’istante.

La leggenda prosegue dicendo che i parenti di Sérémone poi si ribellarono a Raimondo, rivolgendosi al re per ottenere giustizia. Alfonso II di Aragona, venuto a conoscenza dell’accaduto, fece sequestrare tutti i beni del suo vassallo, condannandolo al carcere a vita. Fece poi riesumare il corpo di Guglielmo e lo fece seppellire, insieme a quello della sua amata Sérémonde, davanti alla cattedrale di Perpignano.

Paris, Bibliothèque Nationale de France. Ms. Arsenal 5070 (fine XIV s.), Decameron di Giovanni Boccaccio miniato dal Maître de Guillebert de Mets, IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre alla moglie il cuore di Guiglielmo Guardastagno

Questa affascinante e toccante racconto, però, è privo di fondamento storico.

Un Raimondo di Rossiglione fu effettivamente marito di Saurimonda di Pietralata, ma questa gli sopravvisse, si risposò in terze nozze nel 1212 ed era ancora in vita nel 1221. Inoltre Alfonso II di Aragona morì nel 1196, ossia un anno prima del matrimonio di Raimondo.

Ma, al di là di questi elementi contrastanti, riferibili alla vicenda di Guglielmo, la “leggenda del cuore mangiato” era un tema già ampiamente trattato nei lais della Francia settentrionale. Autori del XII secolo l’avevano cantata nel lai Guiron (quello che, secondo il troviero Thomas, Isotta era solita suonare con l’arpa). Alla fine del XIII secolo Jakemon Sakesey l’aveva narrata nel Roman du Châtelain de Coucy et de la dame de Fayel che, modificato con numerose varianti, raccontava la storia d’amore di Guido di Coucy (morto nel 1203 durante un pellegrinaggio in Palestina) con la Dama di Fayel, immaginaria poetessa.

La storia di Guglielmo, benché ricalcata su altre precedenti storie similari, ebbe comunque grande successo di pubblico, al punto che fu ripresa, con pochissime modifiche, da autori successivi. Lo stesso Boccaccio la inserì tra le novelle raccontate nel Decameron (IV, 9): «messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei: il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita».

Enzo Valentini

Consigli di lettura C. Di Girolamo, I trovatori, Bollati Boringhieri, Torino 1989.L.M. Paterson, Nel mondo dei trovatori. Storia e cultura di una società medioevale, trad. A. Agra-ti, L. Salmoiraghi – a cura di A. Radaelli, Editrice Viella, Roma 2007. S. Guida, G. Larghi, Dizionario biografico dei trovatori, Mucchi Editore, Modena 2014. M. Schembri, I trovatori. Musica e poesia. I prima cantautori della storia, Zecchini Editore, Varese 2018. P. Di Luca (a cura di), M. Grimaldi (a cura di), L’Italia dei trovatori, Editrice Viella, Roma, 2019.

Read More

Digenis Akritas, eroe anarchico dell’epopea bizantina

La storia millenaria dell’Impero Romano d’Oriente è da qualche anno finalmente sdoganata dai soliti cliché di stampo illuministico-positivistico che l’avevano relegata a storia di second’ordine. Bisanzio, ovvero Nuova Roma-Costantinopoli, fu un faro di cultura, politica e religione nell’intero arco del periodo che ancora oggi chiamiamo Medioevo. Nel primo spazio temporale, tra la caduta di Roma e l’anno mille, l’Impero d’Oriente fu la vera fiaccola di civiltà e prosecutore materiale dell’antica caput mundi. Una società colta, come la definiva il Kazhdan, ricca di un humus sociale figlio di antiche e diverse comunità, ora però unite sotto un unico scettro. Questo mélange di diversità portò Sir Robert Byron a definire l’Impero dei Romani d’Oriente come una “tripla fusione” composta da un corpo romano, da una mente greca, e da un’anima orientale.

Gli Acriti (soldati scelti bizantini) in un’antica rappresentazione.

In questa società, per certi versi eclettica, per altri terribilmente conservatrice, non erano rari gli amori dissoluti. Nelle varie opere giunte fino ai giorni nostri, ve n’è una assai interessante che stuzzica l’immaginazione e ricolma uno spazio creduto sperduto sotto la rigida dottrina cristiana. Tal opera è il Digenis Akritas. Questo poema, per altro anonimo, è tra i più importati di tutta l’epopea bizantina. Gli ultimi studi lo riconducono al X secolo, un periodo di grandi cambiamenti nell’Impero dei Romei. La dinastia Macedone, che governava Costantinopoli da quasi un secolo, aveva infatti dato vita ad una grande fase espansiva a danni dell’Impero degli Arabi Abbasidi. Una sorta di guerra perenne dove un’ampia fascia di territorio, confinante tra le due grandi realtà geopolitiche della zona, era in balia di bande combattenti.

Una pagina del manoscritto originale del XII secolo, vergato in greco bizantino

In questi luoghi, tra un monte romeo e una valle araba, ecco che sboccia la leggenda del grande Digenis, anch’egli figlio di queste terre essendo, come dice il suo nome, figlio di due etnie. L’eroe non assomiglia ai suoi alter-ego latini, come Orlando o Cid. Lui non ama essere fedele al suo Imperatore, anzi è totalmente avulso dalle gerarchie e così amante della propria libertà che si dissocia da ogni legame con Costantinopoli e continua la sua vita seguendo un individualismo senza limiti. Digenis non segue alcuna forma di onore formale, bensì vive di emozioni forti e segue solamente il suo fiuto e il suo codice etico. Più che un eroe è un antieroe, difende principalmente se stesso e la sua amata consorte.

Eppure le sue grandi doti guerresche e le sue gesta inconsulte non rimangono sorde all’orecchio del Basileus. L’Imperatore tenta di conoscere questo grande guerriero, l’Akrita, ossia colui che combatte nel confine dell’Impero, ma Digenis non accetta mai di incontrarlo, anzi, lo sfida affermando che sarebbe in grado di batterlo senza alcuna difficoltà. D’altronde l’antieroe è un figlio del confine, non ha legami di giuramento e non è un servitore dell’impero.

Digenis è un personaggio solitario, non ha compagni con i quali poter dividere le proprie avventure, preferisce la singolar tenzone alle grandi battaglie. È di certo cristiano, ma non segue pedissequamente i dettami della legge divina, anzi i suoi comportamenti, sebbene mitigati alcune volte dal terrore della punizione divina, sono al di fuori di ogni regola. Non è un cavaliere che difende la fede dai nemici musulmani, pur preservando forte la sua indole cristiana non combatte i suoi nemici in quanto miscredenti, ma li distrugge solo per un suo particolare vanto e per aumentare ulteriormente la sua aura di invincibilità.

Basilio Akritas e il drago raffigurati in un piatto bizantino del XIII secolo

D’altronde il confine non è terra per nobili ed eroi. È un luogo di scontro continuo e assiduo fatto di ratti, di punizioni, di scontri e battaglie senza mai una fine. Non esiste, infatti, uno scontro finale che porti poi alla pace tra i contendenti e questo genera nell’antieroe una continua ricerca della preservazione del proprio essere e del suo strettissimo cerchio famigliare. Come dice perfettamente Maltese, il codice di Digenis è costituito da: “onore, per l’uomo, è rapire e sposare la donna amata, difendere la propria donna dagli aggressori esterni, razziare e possedere le donne altrui”.

Il poema nasce proprio da un ratto compiuto dal padre dell’eroe, Musur, che approfittando dell’assenza del genitore e dei fratelli, rapisce una fanciulla figlia di un generale romeo stanziato sul confine. L’emiro arabo, però, si innamora perdutamente della donna e decide di convertirsi al cristianesimo, assieme a tutto il suo gruppo, e di tornare nelle terre imperiali. Può così sposarsi e generare prole, l’anno successivo nasce Digenis.

Digenis segue le orme paterne ma non si innamora di alcuna donna mussulmana, bensì di una splendida donna cristiana, tenuta però segregata e ben protetta in casa dal gelosissimo padre. L’innamorato sfodera così tutto il suo charme da grande amatore. Inizia a corteggiare la fanciulla cantando sotto la sua finestra accompagnandosi con una cetra, lei si mostra dalla finestra e si innamora perdutamente dell’eroe. Così, Digenis, la convince a scappare e la rapisce in una notte stellata. Appena il padre si accorge che sua figlia è sparita, assieme ai suoi figli maschi, rincorre i due fuggitivi e li raggiunge. Digenis non mostra paura ed impavido li affronta e li vince sconfiggendoli tutti. Al padre non resta che riconoscere l’amore della figlia e le intenzioni dell’eroe.

Il romanzo però non termina qui, anzi, si infittisce di interessantissimi aneddoti e la narrazione diventa sempre più avvincente. Ora che l’eroe ha ottenuto la sua bella la deve difendere dalle mille avversità e da diversi pericoli. D’altronde il confine non è luogo di pace e di tranquillità, anzi è località irta di ostacoli e bramosa di vite umane. Digenis dimostra tutto il suo valore vincendo subito un drago che per l’occasione si era trasformato in un bellissimo giovane e aveva tentato di violentare la moglie. Poi è il turno di un leone che l’acrita vince uccidendolo con un colpo di clava, ma la vita di frontiera non permette sogni tranquilli. I due, mentre cantano il loro amore, vengono sorpresi da un gruppo di predoni. Digenis li sconfigge tutti poi sfida i loro migliori guerrieri a duello, vincendo ancora una volta.

Akristas e il drago – Piatto bizantino – Museo Archeologico di Castro (LE)

La donna, in questo ambiente, è il centro di tutto il nucleo narrativo. Il possesso, il ratto, la difesa di essa è il fulcro dell’onorabilità dell’eroe o del guerriero. Digenis però non si limita solo a questo. Anzi, non contento della sua vita famigliare tradisce l’amata per ben due volte. La prima esperienza si concreta poco dopo il matrimonio, con una donna araba appena vista vicino ad una fonte in pieno deserto. La donna è così bella che Digenis crede di cadere in un tranello del demonio e si fa il segno della croce. Una volta vinte le sue paure si avvicina ed inizia ad ascoltare la sua richiesta d’aiuto. Lei è così triste per problemi di cuore, si è innamorata di un soldato romeo che dopo tre giorni di passione l’ha abbandonata in mezzo al deserto senza lasciarle nulla per vivere. Mentre la ragazza racconta le sue vicende, ecco che giunge un gruppo di predoni arabi con l’intento di uccidere entrambi. A quel punto Digenis, rimasto in incognito, sfodera tutta la sua baldanza guerriera e sconfigge velocemente i nemici. L’eroe è così costretto a rivelarsi e promette alla donna di portarla dal suo amante e di costringerlo poi a sposarla. Ma il richiamo fisico è troppo forte, durante il tragitto, Digenis, pur respinto a forza dalla dama, la violenta. Una volta ricondotta la donna dal suo amante romeo e dopo averlo costretto a sposarla torna verso casa con il cuore ricolmo di sensi di colpa, mostrando ancora una volta la sua psicologia ambivalente. Da un lato costringe il suo rivale in amore ad accettare il matrimonio affermando così il suo codice etico cristiano, da un altro dimostra la sua codardia nel non rilevare all’uomo la violenza perpetrata a danni della sua futura moglie.

Eppure anche quest’azione non placa la sua voglia di primeggiare. L’animo del nostro eroe non è mai, infatti, domo, tutt’altro esso è un vortice di passioni inconsulte che sfociano sempre in combattimenti fisici. Quando, nel suo quotidiano controllo delle frontiere, trova un gruppo di predoni, si scaglia con tutta la sua forza contro di loro e li stermina velocemente. Mentre sta finendo gli ultimi avversari vede apparire il loro capo: l’amazzone Maximò che lo sfida a duello. Lo scontro è alla pari, nessuno dei due duellanti pare vincere, fino a quando Digenis riesce a ferire la mano dell’avversaria facendole perdere la spada. A quel punto Maximò supplica il nostro eroe di non ucciderla offrendosi, ancora vergine, all’acrita. Digenis rifiuta in prima battuta, affermando di avere già una bella moglie a casa che lo attende, ma la vista dell’amazzone, coperta solamente di un vestito simile ad una ragnatela, lo fa avvampare e l’unione fisica si concreta ancora una volta. Intanto la moglie, insospettita dal ritardo, chiede a Digenis i motivi di tale fatto ma lui dimostra una grande abilità oratoria e riesce a convincerla usando parole dolci. Poi però il senso della vergogna diventa irresistibile, l’eroe torna sul luogo del misfatto e uccide l’amazzone.

In conclusione, si può affermare che il Digenis è un campione anarchico che vive ogni giorno della sua vita come se fosse l’ultimo. La sua fiamma ardente è votata alla battaglia, materia in cui eccelle, anzi ne è il campione, ma senza la sua controparte fisica, ossia l’amore biblico verso le donne che in precedenza aveva difeso e quindi conquistato, il suo temperamento non avrebbe pace. Non avendo capi non ha neppure un codice morale né un codice etico, il suo comportamento è legato al luogo in cui risiede, una sorta di limbo dove tutto può accadere senza avere grosse conseguenze. Essendo lui stesso emblema di quella terra ne respira e ne vive le contraddizioni più vere e sincere. L’arcaico tipo di guerriero della frontiera si fonde così, come dice giustamente Maltese, nella più recente epica cristiana mantenendo però le contraddizioni di questi due mondi completamente diversi.

Nicola Bergamo

Da leggereDigenis Akritas, Poema anonimo bizantino, traduzione a cura di P. Odorico, prefazione di E. V. Maltese, Giunti Firenze 1995.

Read More

Gilles de Rais, serial killer del Medioevo

Lo scrittore Charles Perrault (1628-1703) deve la sua fama letteraria a I racconti di mia madre l’Oca, pubblicati in Francia nel 1697. Si tratta di undici fiabe che comprendono alcuni tra i più celebri esempi di letteratura per bambini e ragazzi. Chi non conosce infatti – foss’anche solo nella versione della Disney – Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali o La bella addormentata nel bosco? Con questi racconti Perrault inaugurò il genere della fiaba che in Francia non aveva alcun precedente letterario.

Barbablù consegna la chiave a sua moglie Pula, illustrazione di Gustave Doré (1862)

Tra gli undici racconti vi è anche quello di Barbablù che, forse a motivo della sua efferatezza, non fu ridotto in versione disneyana: vi si narra la vicenda di un sadico assassino che uccide, in una stanza degli orrori, sette donne, dopo averle prese in moglie.

Purtroppo nella trama che Perrault aveva intessuto c’era un tragico fondamento di verità e una serie infinita di dettagli che conduceva in un’area ben delimitata della Bretagna del ‘400. Tutto convergeva sulla vicenda storica di Gilles de Rais (1404-1440), compagno d’arme di Giovanna d’Arco, maresciallo dell’esercito regio, uomo ricco e raffinato, divenuto – dopo la parabola della Pulzella – un omicida seriale di oltre 140 bambini, condotti con l’inganno nei propri castelli e, con l’aiuto di alcuni complici e sedicenti maghi, abusati e fatti morire di atroci tormenti nella speranza di recuperare, grazie a questi folli riti, le ricchezze perdute.

Per una serie di coincidenze Gilles si sarebbe ritrovato ad ereditare una delle più grandi fortune di Francia, risultato di tre patrimoni: quello del padre, Guy de Laval-Montmorency, quello del nonno materno, Jean de Craon e quello dei Rais, da cui ottenne il nome, nella persona di Jeanne Chabot de Rais.

Suo padre Guy dapprima circuì la anziana Jeanne, senza eredi maschi, poi, ripiegò sposandone la figlia, unica ereditiera. Nel 1404 furono celebrate le nozze e, per propiziare la nascita di un maschio, gli sposi si recarono in pellegrinaggio a Saint Gilles du Cotentin, promettendo di battezzare il nascituro col nome del santo. Alla fine dell’anno un maschietto nasceva a Champtocé, nel maniero dei Craon: era Gilles de Rais.

Ritratto di fantasia di Gilles de Rais di Éloi Firmin Féron, olio su tela, 1835

Di nobile famiglia, il piccolo Gilles leggeva i classici latini, per crescere educato alle imprese dei Cesari: ma di quei condottieri, il giovane ammirava più le efferatezze e le stramberie che il valore e la magnanimità. Da Svetonio apprese che Caligola amava far morire lentamente le proprie vittime, che sperperava il denaro in spese folli, che commetteva eccessi di ogni sorta, giacendo con la moglie, con amanti, con le sorelle. In un’epoca come quella del ‘400, funestata da carestie, pestilenze, dalla Guerra dei Cent’anni, il giovane Gilles associò l’idea di potenza a quella di infliggere la morte ai propri rivali: non era certo il solo.

Il 1415 fu un anno decisivo per la crescita di Gilles: nei primi mesi dell’anno perse la madre e a settembre anche suo padre, sbudellato da un cinghiale durante una battuta di caccia. Dopo una lunga agonia, il padre pose Gilles e il suo fratellino René, sotto la tutela di un cugino, evitando l’influenza del nonno materno, Jean de Craon, uomo torbido e senza scrupoli. Un mese dopo, ad Azincourt, cadeva Amaury, figlio del Craon, lasciando Gilles unico erede di tre patrimoni e sotto la tutela del nonno, un vecchio cinico e avaro che lasciò crescere il piccolo senza porgli alcuna restrizione. Sarà lo stesso Gilles de Rais a dichiarare nel processo che “a causa del cattivo governo che v’era stato della sua infanzia, essendo stato lasciato senza freno (…) perpetrò grandi ed enormi crimini, principalmente nella sua giovinezza, cinicamente contro Dio e i suoi comandamenti”.

Il Craon si preoccupò di combinare le nozze per Gilles che nel 1422 impalmò sua cugina Catherine de Thouars che gli avrebbe portato in dote il famigerato castello di Tiffauges, quello che diverrà, nell’immaginario collettivo, il castello di Barbablù. Giunto alla maggiore età il nobile si distinse per le spese folli: con una smania da perenne insoddisfatto, Gilles acquistava in modo compulsivo stoffe preziose e pietre rare, arazzi e reliquiari, gemme antiche e cappelli bizzarri. Nel 1425 incontrò per la prima volta il Delfino Carlo VII, costretto a ritirarsi a Bourges dopo essere scampato alla morte per mano del duca di Borgogna suo rivale. Il Borgogna morirà a sua volta nell’ennesimo scontro tra rivali, riaccendendo la guerra civile e lasciando sempre più spazio agli Inglesi. La Francia tocca il suo punto più nero: Carlo VI, il re folle, dichiara il Delfino “parricida” e nel 1420, a Troyes, viene firmato un trattato con cui si sancisce che, alla sua scomparsa, la corona sarebbe passata ad Enrico VI Lancaster.

Gilles viene introdotto alla corte del “re di Bourges”, come veniva ironicamente soprannominato dagli avversari: il giovane si fece notare subito per la sua prodigalità, per lo sfarzo del suo contingente, per il rigore dei suoi soldati ma anche per il coraggio in battaglia e la freddezza con cui assisteva alle tante esecuzioni che ordinava contro i collaborazionisti o i traditori. Ovviamente non era visto di buon occhio dagli altri comandanti e neppure a corte. La sua ricchezza e il suo sfarzo provocavano l’invidia nei più, in una corte, come quella di Chinon, che spesso somigliava più ad una mensa comune che ad una regale. Per salvare la Francia sarebbe servito un miracolo, e quel miracolo apparve nel marzo del 1429, sotto le spoglie di una giovane vergine: Giovanna d’Arco. Le vicende della Pulzella sono note: una fanciulla lorenese, assecondando delle “voci”, si presenta a Carlo VII con l’obiettivo di liberare Orléans, condurre il Delfino a Reims e consacrarlo re di Francia.

Gilles de Rais in un ritratto di autore sconosciuto del XVI secolo

Gilles de Rais era a corte quando la Pulzella si inginocchiò davanti al Delfino e vide con i suoi occhi la Vergine che avrebbe salvato la Francia dall’abisso. Su incarico del sovrano Gilles la scortò a Poitiers, dove fu sottoposta ad un’inchiesta per appurarne la bontà. Superata brillantemente la serie di domande Giovanna fu dotata di un’armatura su misura, di paggi e di dodici cavalli. A Blois si incontrarono i nobili con i contingenti destinati al soccorso di Orléans: Gilles fu nominato comandante delle truppe reali e fu a fianco di Giovanna per tutto il tempo delle operazioni. Sicuramente i due avevano dei punti di contatto: l’autorevolezza, l’amore per l’azione ma anche per le stoffe preziose e le cose belle. Di Giovanna il condottiero ammirava la durezza con cui trattava le prostitute che giravano tra le truppe e che proibì per tutto il tempo che durò l’assedio, proponendo invece ai soldati preghiera e raccoglimento. Era questo misto di rigidità e misticismo che doveva affascinare il violento ma raffinato Gilles. Seguendo l’esempio della carismatica eroina, il contingente liberò in meno di due settimane Orléans, stretta d’assedio da otto mesi. Alla liberazione seguì il successo di Patay, dove il Rais si guadagnò la gloria militare: il re lo ricompensò col titolo di Maresciallo, con l’onore di portare l’arme reale e con uno stipendio di mille lire.

Giovanna era arrivata a Chinon il 6 marzo; Orléans era stata liberata il 6 maggio; il 17 luglio Carlo VII veniva incoronato a Reims. All’incoronazione seguì immediatamente l’azione della diplomazia che sia Giovanna che Gilles non amavano. Il signore di Rais doveva obbedire al generale La Trémoille, a cui aveva prestato giuramento; la Pulzella pagò con la cattura e la prigione, l’ennesimo colpo di mano, stavolta a Compiégne (maggio 1430). Venduta dai Borgognoni agli Inglesi per 10.000 lire, questi ultimi ne decretarono la morte sul rogo con l’accusa di stregoneria.Alla morte della sua eroina, arsa a Rouen nel maggio del 1431, Gilles compie ancora alcune azioni militari, tra cui la battaglia di Lagny: un successo. Fu uno degli ultimi episodi di guerra a cui partecipò il condottiero. In cinque anni di guerra il giovane nobile, orgoglioso e raffinato, aveva scoperto quanto fosse inebriante uccidere: si avvicinava a passi veloci il momento del suo declino e della sua follia.

Per sua stessa ammissione, come si legge nelle pagine del processo, fu dal 1432 che iniziò ad uccidere per suo piacere, l’anno in cui il nonno materno morì. Senza più il modello religioso della Pulzella, senza più il freno dell’autorità patriarcale incarnata dal ruvido nonno, Gilles si trovò libero; persino il signore a cui aveva giurato fedeltà, La Trémoille, era stato estromesso. Gilles era libero, ma anche profondamente solo, senza una mèta e in compagnia di molte ossessioni.

Come ammetterà nel processo “non c’era nessun’altra causa, nessun altro fine né intenzione (…); aveva seguito la sua immaginazione e il suo pensiero, senza il consiglio di alcuno e secondo i propri sensi, soltanto per il suo piacere e diletto carnale, e non per altre intenzioni o fini”. A partire dal 1432 iniziarono a sparire fanciulli e fanciulle dalle campagne vicine ai castelli del signore di Rais: a Machecoul, a Tiffauges a Champtocé, a Pouzages. Alcuni ragazzi venivano addirittura richiesti impudentemente dagli aiutanti del barone, altri, semplicemente, svanivano. Alle richieste dei genitori sulla sorte dei figli, di volta in volta, si accampavano scuse o si proponevano ipotesi fantasiose: sarà andato in un altro castello, un nobile lo avrà preso con sé, sarà caduto da un ponte, sarà stato rapito dai briganti.

Il lato oscuro di Gilles de Rais in un’opera ottocentesca di Jean-Antoine-Valentin Foulquier

Il loro destino era sempre uguale: se scarne sono le informazioni sulla vita quotidiana di Gilles de Rais, le carte processuali hanno fatto spietatamente luce in modo minuzioso sulle violenze, gli abusi e le morti cruente inflitte alle decine di giovani vittime. Con l’aiuto e la complicità dei suoi aiutanti Sillé, Briqueville e Poitou, il barone di Rais accoglieva i fanciulli nel suo castello invitandoli a pranzi luculliani durante i quali “un’avidità insaziabile di cibi delicati, e il frequente assorbimento di vini caldi, provocarono principalmente in lui uno stato di eccitazione che lo portò a perpetrare tanti peccati e crimini”.

Tutti a corte sapevano delle perversioni del loro oscuro signore: erano però legati da un misto di fedeltà, paura e omertà essendo coloro che, sprofondando nelle latrine, vi occultavano i cadaveri dei poveri innocenti. Una volta assaggiata l’inebriante, bacata potenza derivante da tutto ciò, la mente di Gilles de Rais si spezzò per sempre. Privo di freni inibitori, conscio o inconscio del proprio potere, il maresciallo scatenò la propria furia contro chi meno poteva difendersi: i bambini.

La sua mente iniziò poi a percorrere con sempre maggiore compiacimento, la via dello sdoppiamento: di giorno il nobile raffinato e devoto, di notte lo spietato assassino. Nel 1435 spese cifre da capogiro per la fondazione dei Santi Innocenti (cioè i bambini uccisi al posto del bambino Gesù) a Machecoul “per il bene e la salvezza della propria anima”. Nella prima metà del XV secolo il culto macabro per i Santi Innocenti conobbe un successo strepitoso: era l’epoca in cui il sangue, la morte, l’orrore erano associati – oltre che alla quotidianità – in un modo bizzarro, anche alla pietà e alla religiosità. Per Gilles era un connubio perfetto. Nello stesso anno giunse a corte Roger de Briqueville che Gilles nominò subito proprio sosia, dandogli il nome di “Rais-le-Héraut”, l’araldo di Rais. Due anni dopo gli conferì enormi poteri tra cui persino occuparsi del futuro matrimonio della piccola Marie, sua figlia. Non a caso il teatro divenne la più grande passione del mostro: la finzione, il doppio, l’apparenza, l’inganno scenico. Tutto questo non faceva che assecondare la devianza che piano, piano si allargava nella mente del signore di Bretagna.

Fu infatti per uno spettacolo teatrale che il nobile signore impegnò gran parte delle proprie sostanze. Dalla vittoria di Orléans, ogni 8 maggio si festeggiava con solennità la liberazione della città. Un ignoto autore aveva composto il Mystère du Siège d’Orléans, un’opera di ventimila versi la cui rappresentazione richiedeva 500 attori. La città stessa diveniva palcoscenico e tra i protagonisti vi era naturalmente anche il signore di Rais: il Delfino annuncia in un passo alla Pulzella che avrà “il maresciallo di Rays, e un valoroso gentiluomo, Ambroise de Loré. (…) Garantiscano la vostra spedizione!”. Gilles poteva assistere seduto su uno scranno al proprio sogno-incubo: rivedere l’uomo felice, campione ad Orléans, allontanando così la sua condizione attuale di sadico, inseguito dai creditori, deriso a corte per il suo infantile scialare. Il miraggio di questo labile godimento temporaneo lo consumò: Gilles curò in ogni dettaglio la messa in scena del Mystère, facendo ricavare persino i cenci dei mendicanti da stoffe nuove, stracciate a bella posta. In poche settimane dilapidò una cifra stimabile attorno ai 2-3 milioni di euro attuali. Il signore impegnò castelli, terre, persino oggetti personali: Gilles era oramai preda della sua ossessione.

Il sigillo di Gilles de Rais

Le spese folli, il raptus omicida, la confusione sessuale, il degrado psichico, le pressioni dei creditori gettarono Gilles in uno stato crescente di frustrazione e disperazione da cui non si sarebbe più liberato. Un tentativo di sciogliere quel laccio, in realtà, vi fu, ma aggravò la situazione: il nobile, infatti, rivolse le proprie attenzioni alla magia e all’alchimia, nel tentativo di risollevare le proprie fortune. Non era certo il solo Gilles l’unico signore attorniato da sedicenti maghi e alchimisti. Ma il depravato non ebbe scrupoli a rivolgersi al Diavolo pur di uscire da quell’incubo, sprofondando in uno ancora più nero.

Inviò i propri servitori a caccia di maghi in grado di evocare demoni e quando Blanchet, amico di Gilles, incontrò il chierico Francesco Prelati, di Montecatini, trovò in lui l’uomo adatto alle esigenze del suo signore. Per evocare il demone Barron, il Prelati richiese a Gilles di sacrificare di volta in volta una colomba o una gallina: non ottenendo alcun risultato soddisfacente, per ottenere qualcosa di considerevole dal demone, il Prelati suggerì di fargli omaggio di membra di un giovane.

Gilles aveva già da tempo intrapreso la via dell’omicida seriale: la complicazione di sacrificare a Satana le proprie vittime fu un ulteriore passo nell’abisso. Nel suo delirio, infatti, Gilles si riteneva ancora un buon cristiano, temeva ancora il Dio della misericordia, aveva addirittura progettato un pellegrinaggio di espiazione a Gerusalemme. Cedere alle profferte del Demonio significava perdere anche quel labile freno inibitorio: alla mancata apparizione del demone davanti al sacrificio umano, anziché cessare, la mattanza aumentò.

Nel frattempo iniziarono a circolare voci sulle oramai incalcolabili sparizioni dei bambini: si diceva che Gilles uccideva e faceva uccidere fanciulli e col loro sangue scriveva un libro nero. Alcuni dei suoi aiutanti dovettero farsi scappare qualche parola di troppo, qualcuno vide qualcosa e le voci si fecero più insistenti.

Ma fu il suo carattere borioso e violento a tradirlo. Tra i vari acquirenti a prezzi stracciati dei suoi beni, vi era anche Geoffroy le Ferron, tesoriere di Bretagna, che aveva dato in custodia Saint Etienne de Mermorte al fratello Jean, un chierico protetto dall’immunità. Le lamentele dei contadini, vessati dai nuovi signori giunti “in casa” di Gilles de Rais, arrivarono alle sue orecchie e smossero la suscettibilità del barone. Gilles, alla luce del sole, prese le difese di quei contadini di cui, nell’oscurità delle tenebre, seviziava i figli: ma lo fece contravvenendo i privilegi ecclesiastici e infrangendo il patto che aveva stipulato con il duca di Bretagna, di cui le Ferron era tesoriere. Si fece infatti restituire, ob torto collo, il maniero e gettò in prigione il chierico. Dell’episodio approfittò il vescovo di Nantes, Jean de Malestroit, il quale – sfruttando questa violazione come pretesto – avviò un’inchiesta privata riguardo alle voci sui delitti attribuiti al maresciallo.

Resti del castello di Machecoul

Nel luglio del 1440 Gilles dovette compiere uno degli ultimi suoi macabri omicidi: moriva tra le mani del brutale cavaliere il figlio di Jean Lavary. A fine mese il vescovo inviò lettere in cui non si parlava dell’episodio di Saint Etienne, ma si leggeva che “il nobil uomo monsignor Gilles de Rais, signore del detto luogo e barone, con taluni suoi complici aveva sgozzato, ucciso e massacrato in modo odioso numerosi giovani innocenti; che aveva praticato con tali fanciulli lussuria contro natura e vizio di sodomia; che aveva spesso fatto e fatto fare l’orribile evocazione dei demoni, aveva sacrificato e fatto patti con essi e perpetrato altri crimini entro i confini della nostra giurisdizione”. L’accusa era stata lanciata, ma Gilles, ignaro, proseguì: il piccolo figlio di Macée de Villeblanche, di soli nove anni, fu l’ultima vittima del mostro.

Il vescovo agì in sinergia col duca di Bretagna e col signore di Richemont: il castello di Tiffauges fu conquistato e il chierico lì detenuto, immediatamente liberato. Al gesto riparatore circa l’affaire di Saint Etienne, seguì l’accusa che il vescovo aveva mosso e che fu fatta propria anche dal braccio secolare. Il 14 settembre del 1440 gli uomini del duca di Bretagna si presentarono al castello di Machecoul per arrestare Gilles de Rais e molti dei suoi complici, tra cui i suoi camerieri e Prelati. Non vi fu resistenza: Gilles associò al solo episodio di Saint Etiénne il trambusto e l’arresto. Il processo, invece, si aprì il 19 settembre con l’accusa generica di “eresia dottrinale” che Gilles accolse con calma, rassicurando la corte che si sarebbe volentieri sottoposto a interrogazioni tenute da inquisitori. Gilles ignorava che il giudice aveva incontrato decine di parenti di bambini spariti e che tutti gli indizi conducevano ai suoi castelli da cui le vittime non facevano più ritorno.

Alle accuse enormi il sire di Rais rispose respingendole e non riconoscendo il potere giuridico della corte presieduta dal vescovo. Ma nelle sedute seguenti, alla lettura di innumerevoli articoli e capi d’accusa, e soprattutto al monito di dover riconoscere la corte, in quanto presieduta da un vicario del papa, e quindi di Cristo, Gilles de Rais cedette: fin tanto che Gilles era libero di scegliere tra Dio e Satana, era sempre lui l’attore. Con la scomunica, gli veniva preclusa la possibilità di scelta: la sua forza cedette. Sommessamente riconobbe la giurisdizione dei suoi giudici: poi, tra le lacrime e in ginocchio, si rivolse al vescovo per essere assolto dalla sentenza di scomunica. Solo dopo questa rassicurazione riconobbe tutti i crimini che gli erano stati imputati.

L’esecuzione di Gilles de Rais, Biblioteca di Francia

La corte rimase sbalordita di fronte all’ammissione di colpevolezza e di fronte alla portata dell’orrore e alla mancanza di un movente: Pierre de L’Hôpital, presidente di Bretagna, non comprendeva come tutto ciò fosse stato possibile senza un perché. Gilles, abbandonando il latino informale dell’interrogatorio, rispose in francese: “Invero, non c’era nessuna altra causa, nessun altro fine né intenzione, se non quelli che vi ho già detto: vi ho già detto cosa assai più grandi, abbastanza da far morire diecimila uomini”.

Nella udienza finale, il 22 ottobre 1440, Gilles rese piena confessione – e volle farlo in volgare, al fine di essere compreso da tutti – davanti a una folla enorme. Da mostro si trasformò in vittima e esortò “quanti avevano dei figli ad istruirli nelle buone dottrine e ad inculcare loro l’abitudine alla virtù sin dalla primissima infanzia”.

Gilles si poneva come critico della corrotta società di cui lui era un piccolo ingranaggio. Implorava i genitori a vegliare sui figli, a non tollerare l’ozio, a non comprar loro vestiti troppo costosi: era tutto questo che lo aveva portato alla rovina. La sua confessione si concluse con la sua richiesta della “misericordia e il perdono del suo Creatore e Santo Redentore, come pure dei genitori e degli amici dei fanciulli così crudelmente massacrati, e di tutti coloro di cui aveva leso i diritti, domandando a tutti i fedeli adoratori di Cristo il soccorso delle loro devote preghiere”.

Il mostro si era trasformato in un santo e come tale si avviò al patibolo: ottenne di essere ammesso ai sacramenti e si confessò. Fu condannato all’impiccagione assieme a due servitori e poi al rogo: questo oltraggio fu a lui però risparmiato, a motivo della sua profonda contrizione. Gilles ottenne addirittura di essere sepolto nella chiesa del monastero di Notre Dame des Carmes.

Ma quando nel corso della Rivoluzione Francese, anche Nantes fu travolta, la chiesa di Notre Dame fu saccheggiata e la tomba di Gilles de Rais, come quella di altri, fu profanata, distrutta per sempre, e i suoi resti gettati nella Loira.

Federico Canaccini Questo articolo è stato pubblicato nel n. 248 del mensile MedioEvo (settembre 2017)

Read More

Le donne misteriose dell’arazzo di Bayeux

L’arazzo di Bayeux è una graphic novel dell’anno mille e racconta la vita quotidiana di un popolo di guerrieri, re e regine, che seppe creare regni e dinastie, dai freddi mari del nord all’assolato sud d’Italia e in Terrasanta.

La prima scena ricamata sul panno di Bayeux raffigura re Edoardo il Confessore e Aroldo Godwinson a Winchester

L’arazzo, anche se in realtà si tratta di un panno ricamato, racconta la storia di un avventuriero che divenne il conquistatore dell’Inghilterra, ma anche delle donne che realizzarono questo lungo panno in filo di lana con l’uso di otto colori naturali su uno sfondo lasciato scarno, con forme in rilievo e un risultato molto simile ad un intaglio o a un bassorilievo.

In un rotolo di lino lungo 70 metri sono rappresentati gli eventi compresi nel periodo che va dal 1064 al 1066, cioè fino alla battaglia di Hastings (nella parte mutila forse era rappresentata l’incoronazione di Guglielmo: vi sono raffigurate 623 persone, 505 animali di specie differenti, 202 cavalli e bestie da soma, 55 cani, 41 imbarcazioni e 49 alberi (leggi anche: L’arazzo di Bayeux).

L’arazzo fu tessuto tra il 1070 e il 1077 per volere del vescovo Oddone, fratellastro di Guglielmo il Conquistatore, raffigurato nella tela in più di una scena (vi compare in misura minore rispetto al duca normanno, ma più di altri personaggi). Il luogo di produzione del manufatto è stato indicato in Canterbury, dove si trovava una rinomata scuola di tessitori. La presenza del vescovo Oddone fa pensare che sia stato proprio lui a dare quell’omogeneità ideativa del disegno per tutti i 70 metri della lunghezza, mentre il lavoro di tessitura dovette essere affidato a una squadra di donne. Quelle donne misteriose di cui non si conosce il nome, pur conoscendo la loro abilità artigianale.

Un’altra tradizione popolare narra che il compito di ricamare il tessuto, realizzato a pezzi e poi unito, spettò alla regina Matilde, moglie dello stesso Guglielmo, nel Kent o a Winchester nell’Hampshire, mentre attendeva il ritorno del consorte dalle imprese belliche sul suolo inglese. Quella che è, ormai, considerata una leggenda trovava una sua base sulla reputazione delle donne anglosassoni per sofisticati lavori di tessitura, così come narrato da Guglielmo di Poitiers e dalle cronache che riportano episodi di mogli intente a confezionare tessuti commemorativi delle gesta degli eroici mariti.

Oddone, con il bastone di comando in mano, alla battaglia di Hastings, incoraggia le truppe dopo la ritirata

Le origini e gli influssi Oddone ebbe modo, inoltre, appena preso possesso della contea del Kent, già famosa per il talento dei suoi ricamatori, di ammirare gli arazzi e le tessiture che ornavano le chiese e ne prese spunto per raccontare la conquista dell’Inghilterra, per glorificare se stesso e il fratello divenuto re, attraverso un elemento estremamente semplice e comprensibile da tutti.

Nell’arazzo, continueremo a chiamarlo così per comodità, si rintracciano varie influenze sia stilistiche sia iconografiche, come la produzione tessile delle isole britanniche, il collegamento alla produzione miniaturistica dell’isola, specialmente nell’uso degli alberi e della vegetazione nel suddividere le scene, nella disposizione dei personaggi e nell’uso degli alberi contorti come separazione. Un esempio rappresentativo è il Vangelo di Sant’Agostino di Canterbury, conservato al Corpus Christi College di Cambridge. Non mancano richiami alle influenze celtiche e scandinave come nel Salterio di Winchcombe, nell’uso di ornamenti di ricamo nei bordi del tessuto o nelle decorazioni delle barche. La maestria delle mani che crearono un simile capolavoro è testimoniata anche dal fatto che un punto usato per realizzare l’arazzo, è denominato punto di Bayeux.

Importante anche l’attenzione ai dettagli dell’abbigliamento, nella rappresentazione delle opere architettoniche, come il castello di Hastings, la città di Arras e Mont Saint Michel, senza dimenticare i segni distintivi dei popoli raffigurati: i normanni sempre a cavallo, in armatura o ricche vesti e perfettamente rasati, segno di cultura superiore, mentre gli inglesi appaiono pelosi, con i baffi e in armi come semplici pedoni.Pur essendo realizzato da donne, manca tuttavia la rappresentazione del mondo femminile. Le donne vi compaiono solo tre volte, per lo più come figure marginali in un mondo tutto maschile: Elfia, la figlia di Guglielmo e promessa sposa di Aroldo, la regina Editta, moglie di Edoardo il confessore e una donna senza nome, vittima delle rappresaglie di guerra.

L’arazzo racconta Il racconto dell’arazzo si apre con il re Edoardo il Confessore che convoca, nel 1064, Aroldo Godwinson e gli conferisce l’incarico di recarsi in Normandia, dal duca Guglielmo, per avvisarlo che in mancanza di un erede diretto, ha deciso di nominarlo successore. Aroldo raggiunge cavalcando con i suoi fedeli la costa meridionale dell’Inghilterra. Porta con sé i cani, come se si recasse ad una battuta di caccia, e un falco, segno di nobiltà, visto che è duca di Wessex.

Conoscendo i pericoli della traversata Aroldo si ferma a pregare in una chiesa a Bosham, in compagnia di uno scudiero, per impetrare una buona navigazione.Giunto al palazzo signorile, Aroldo e i suoi banchettano nella sala d’onore in attesa della partenza, bevendo da una coppa, mentre gli amici suonano il corno.Arriva un servitore che avverte il gruppo della marea montante, momento propizio per partire. Aroldo e i suoi si tolgono i calzari e si imbarcano.

Nel 1064 il conte Aroldo sbarca, trascinato dalle correnti, sulle terre del conte Guido I di Ponthieu

La nave si imbatte in una tempesta, va alla deriva e non approda in Normandia, ma nelle terre del conte Guido di Ponthieu. Dalla nave spiaggiata una vedetta nota avvicinarsi una schiera armata. Aroldo tenta di spiegare al conte chi sia, il suo rango e quale missione deve adempiere, ma il nobile Guido, notate le vesti sontuose dei naufraghi, l’importanza della nave e volendo prendere ostaggi gli uomini e impadronirsi di quel che resta delle nave stessa e del suo carico, dà ordine ai suoi uomini di catturare Aroldo, che viene circondato da due piccardi e viene portato via ancora scalzo.

Guido di Ponthieu fa portare i prigionieri nel suo castello di Beaurain e seduto sul trono, con la spada alzata, si appresta ad annunciare ad Aroldo l’entità del riscatto preteso per la sua liberazione.Aroldo accompagnato dallo scudiero è impaurito, conscio di non poter pagare il riscatto senza l’aiuto del duca Guglielmo. Alla scena assiste un servitore, nascosto dietro ad una colonna. Quel servitore poi corre ad avvertire Guglielmo.Il duca normanno, sospettando cosa potesse essere accaduto, aveva già inviato due emissari, i quali parlano con il conte che è appoggiato ad un’ascia da guerra. Un servo dice a Guido di prestare attenzione alle condizioni poste da Guglielmo. Anche i cavalli tenuti alle briglie dal nano Turoldo mostrano il nervosismo che permea la scena.I due messi del duca galoppano verso il castello di Guglielmo. Uno dei due riferisce al duca quanto richiesto dal conte per liberare Aroldo; Guglielmo invia subito due uomini d’arme con l’accettazione delle richieste per liberare Aroldo: un castello e le terre ai confini del ducato. Guido allora cavalca verso le terre di Guglielmo e le due scorte armate si incontrano al confine.

Aroldo è ospite di Guglielmo a Brionne e parlano a lungo, del naufragio e dell’offerta della corona. Guglielmo offre in matrimonio ad Aroldo la figlia Elfia, rappresentata sotto un portico mentre riceve uno schiaffo simbolico da un chierico: con questo gesto veniva data la conferma del fidanzamento. È la prima figura femminile che compare nell’arazzo. Poi Guglielmo e Aroldo corrono in aiuto di Rivaion di Dol e con l’esercito passano sotto Mont Saint Michel, i cavalieri indossano cotta di maglia ed elmo con nasale, i fanti una sola tunica.

Nei pressi di Mont-Saint Michel, attraversando il fiume Couesnon, uomini e cavalli affondano nelle sabbie mobili

Nell’attraversare il fiume Couesnon, Aroldo compie un valoroso gesto cavalleresco, salvando due armati che rischiavano di annegare. Poi i normanni preparano l’assalto alla città, ma il ribelle Conan ha lasciato il castello calandosi da una finestra e lasciando una serie di scudi sugli spalti per far credere che fossero presidiati. Conan e i bretoni hanno lasciato la città, quindi, raggiungono Rennes, ma devono ripiegare a Dinant. Gugliemo pone l’assedio alla cinta di legno, mentre due soldati appiccano le fiamme e Conan deve arrendersi, consegnando le chiavi su una punta di lancia.Guglielmo consegna gli stemmi di cavaliere normanno ad Aroldo, adesso è un suo fedelissimo, vincolato dal giuramento di vassallaggio. Poi si recano a Bayeux, dove si svolge un episodio fondamentale: Guglielmo riceve il giuramento di Aroldo, sulle sacre reliquie dei martiri, di prestare assistenza politica e materiale al legittimo successore del re d’Inghilterra.

Aroldo torna in Inghilterra su una nave normanna che viene avvistata da una vedetta con i curiosi che si affacciano alla finestra.Aroldo raggiunge re Edoardo e racconta le sue avventure.

La scena nella quale Edoardo, in fin di vita, viene trasportato a Westminster

Seguono le scene con il funerale del re a Westminster, appena consacrata come testimonia la mano di Dio che appare in cielo.Qui appare la seconda donna, Editta o Edith del Wessex (sorella di Aroldo), che piange, nascosta ai piedi del letto funebre, il marito morto. La scena con Edoardo in punto di morte che lascia il regno ad Aroldo è descritta dopo il funerale il re. Vista la committenza normanna dell’arazzo, è intuibile che si sia voluto sottolineare l’usurpazione del trono da parte di Aroldo che non poteva essere stato scelto dopo la morte del re.

Il racconto riprende con Aroldo che accetta la corona offertagli dai notabili inglesi, con i vassalli che rendono omaggio con la spada alzata. In cielo appare la cometa di Halley, vista come funesto presagio. E Aroldo immagina l’arrivo di una flotta nemica, come descrivono le navi disegnate sotto il trono.Dei viaggiatori riportano al duca Guglielmo la notizia della morte di Edoardo e della consacrazione di Aroldo. Allora il normanno ordina subito la costruzione di una flotta per punire lo spergiuro Aroldo.

La costruzione della flotta

I boscaioli abbattono gli alberi, i falegnami piallano le assi e i carpentieri incavigliano il fasciame delle navi. Dopo pochi mesi la flotta per l’invasione è pronta e le imbarcazioni vengono varate attraverso un complesso sistema di gomene e pulegge.Armi e vino vengono trasportati alle navi a piedi o su carri, le cotte di maglia, dal peso di quindici chili, vengono portate da due servitori su assi di legno infilate nelle maniche. Nell’agosto del 1066 la flotta è radunata in attesa del vento favorevole. Solo il 27 settembre il vento del sud permette di sciogliere le vele verso l’Inghilterra.

Guglielmo è imbarcato sulla Mora, la nave fatta costruire dalla moglie Matilde (seppur nominata non compare nell’arazzo), l’albero maestro porta al culmine la croce benedetta da papa Alessandro II. Quattrocento navi con 10mila uomini attraversano la Manica (non tutti combattenti). Il 28 settembre i normanni sbarcano a Pevensey. Nessun soldato di Aroldo contrasta lo sbarco in quanto sono stati ritirati dalla costa pensando che la stagione fosse troppo avanzata per la navigazione, cosa che avrebbe indotto Guglielmo a rimandare. In realtà sappiamo che Aroldo era impegnato a respingere un’invasione norvegese a Stamford Bridge.

La prima nave da sinistra è la Mora, con il vessillo di papa Alessandro II. Porta a bordo Guglielmo

I normanni fanno razzia nelle campagne che appaiono disabitate. Wadard è un intendente e gestisce i rifornimenti, mentre due cuochi preparano il cibo che altri servono ai tavoli. Al tavolo d’onore il vescovo Oddone benedice i cibi, al suo fianco ci sono il duca Guglielmo e Ruggero con la barba, valoroso combattente ad Hastings.

Dopo il pranzo si riunisce il consiglio di guerra, si decide di costruire un campo fortificato. Un messaggero avverte che Aroldo ha appena sconfitto i norvegesi a Stamford Bridge e marcia verso Hastings.Guglielmo fa distruggere una casa che può ostacolare le operazioni belliche. Una donna fugge, è la terza donna raffigurata nell’arazzo, dopo la figlia di Guglielmo Elfia e la regina Editta, moglie di Edoardo. Raffigura il popolo non combattente che subisce le violenze della guerra.

Guglielmo si prepara alla battaglia indossando la cotta di maglia, poi impugna il gonfalone e attende il suo cavallo da battaglia, dono del re Alfonso d’Aragona.Nei pressi di un bosco la cavalleria normanna si riunisce dietro i gonfaloni. Per evitare la battaglia Guglielmo manda un monaco a ricordare ad Aroldo il giuramento e proponendo una singolar tenzone. Aroldo rifiuta affermando che Edoardo gli ha lasciato il regno.Guglielmo impugna il bastone di comando, un cavaliere galoppa per avvertire il duca dell’avvistamento delle truppe di Aroldo. All’opposto una vedetta di Aroldo fa lo stesso, individuando i normanni.

Il duca Guglielmo arringa le truppe e le esorta a combattere eroicamente

All’alba, dopo la messa all’aperto, Guglielmo arringa l’esercito, ma alcuni cavalieri hanno già spronato alla volta del nemico, con le lunghe lance, seguiti dagli arcieri.La fanteria inglese dietro la pavesata di scudi resiste. Le perdite sono ingenti, come mostra il registro inferiore. L’ala sinistra normanna rimane impantanata nelle paludi. Aroldo ha rispolverato le tattiche romane, scavando fossati e cospargendo il terreno di chiodi che si infilano negli zoccoli dei cavalli.I normanni si ritirano, si sparge la voce che Guglielmo sia morto, caduto da cavallo, ma prima Oddone li rianima, poi il duca si erge sulle staffe, si alza l’elmo e mostra il volto ai suoi soldati, mentre il suo portastendardo lo indica agli uomini.Lo scontro riprende forza e i normanni sfondano lo schieramento inglese. La fanteria sassone si disperde. Resistono solo gli housecarls, le guardie del re. Una freccia penetra nell’occhio di Aroldo che viene finito da un cavaliere normanno. Guglielmo diventa il Conquistatore (leggi anche: La battaglia di Hastings) e l’arazzo termina il suo racconto.

Umberto Maiorca

Read More

A Spello il festival della musica medievale del Natale

Spello Splendens – Voci e suoni dal Natale. A Spello il 28 dicembre 2019 e dal 3 al 6 gennaio 2020

Dal 28 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020 il Festival Spello Splendens, dedicato alla musica del Natale medievale e tradizionale, invita a riscoprire la bellezza di musiche particolari, poco conosciute ma importanti per la festa che celebra la nascita di Cristo.

Nei concerti in programma sono valorizzate le sonorità di antichi strumenti, una volta ben conosciuti, e che sono oggi considerati “minori”, come zampogne, ciaramelle e cornamuse, che durante il Natale hanno svolto un importante ruolo nell’annunciare il Rito e la Festa.

Il festival è organizzato dal Centro Studi Europeo di Musica Medievale “Adolfo Broegg” di Spello (Pg) e curato dall’Associazione Musicale Micrologus in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Spello. Direttori artistici: Goffredo Degli Esposti e Gabriele Russo.

L’Ensemble Micrologus

L’apertura, affidata all’Ensemble Micrologus, sarà un concerto a sorpresa di musica medievale sacra e profana con vari ospiti e l’occasione per festeggiare i 35 anni di attività del gruppo. Gli altri concerti di musica antica li terranno il Coro Cantoria Mavaniae di Bevagna, con la novena di Natale, e i Trobadores, una giovane formazione di Assisi, con musiche e letture dedicate interamente al Natale come tempo di riflessione e di speranza.

Riguardo la vocalità femminile, è in programma il duo d’eccezione di Patrizia Bovi & Katerina Ghannudi, per scoprire il rapporto speciale tra madre e figlio, attraverso il canto delle ninne nanne tra antichità e tradizione orale.

Per la musica squisitamente tradizionale ma rinnovata dei giorni nostri, sono due le regioni invitate: per la prima volta, dal Veneto, il più importante e longevo gruppo di questa regione, i Calicanto, con particolari canti sapientemente arrangiati con i loro straordinari strumenti; dal Molise, a rappresentare il Centro Italia, Christian Di Fiore, un giovane tra i più grandi virtuosi della zampogna, & Sinfonia Ensemble, che si esibiranno tra nuovi temi musicali, contrappunti classicheggianti e improvvisazioni jazz.

“Zampogne e Lenticchie” sarà una passeggiata musicale con raduno libero dei musicisti, che rinnova la tradizione dell’offerta propiziatoria del cibo, grazie alla collaborazione dei ristoratori del centro storico di Spello, e con la partecipazione del cantautore Piero Brega e di Oretta Orengo, con il loro vasto repertorio di composizioni proprie e tradizionali, ed altri ospiti a sorpresa.

Tra le iniziative collaterali stage, laboratori (anche di danza) e la mostra di strumenti antichi.

I concerti, tutti ad ingresso gratuito, si terranno nel Teatro Subasio, nella Sala dell’Editto del Palazzo Comunale e nella chiesa di Sant’Andrea; lo stage e i laboratori nell’Auditorium del Centro Studi “Adolfo Broegg”. I musicisti, nei loro concerti, ci presenteranno le caratteristiche dei repertori e degli strumenti usati.

Per il programma completo e informazioni su stage, corsi e laboratori CLICCA QUI.

Read More

Premio Francovich 2020

La Società degli Archeologi Medievisti Italiani (SAMI) ha istituito, a partire dal 2013, un premio intitolato alla memoria del professor Riccardo Francovich, conferito al museo o parco archeologico italiano che, a giudizio dei propri soci e dei cittadini partecipanti alla votazione, rappresenta la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione degli stessi verso il pubblico dei non specialisti.

Riccardo Francovich (1946-2007), storico del Medioevo, ha fondato la rivista Archeologia medievale ed è stato uno dei fondatori della disciplina dell’archeologica medievale in Italia

Per l’assegnazione del Premio Riccardo Francovich 2020, la Commissione Giudicatrice ha selezionato i seguenti sette musei-siti:

Può votare chiunque voglia esprimere la propria preferenza. È possibile votare una sola volta, fornendo un massimo di 2 preferenze.

CLICCA QUI PER VOTARE

Le votazioni sono aperte sino al 31 gennaio 2020.

La Commissione Giudicatrice, presieduta da Paul Arthur (Presidente SAMI; Professore di Archeologia medievale, Univ. Salento), è composta da Eva degl’Innocenti (Direttrice, Museo Archeologico Nazionale di Taranto), Francesca Morandini (Musei Civici d’Arte e Storia di Brescia), Fabio Pagano (Direzione Generale Musei, MIBAC), Piero Pruneti (Direttore di Archeologia Viva), Giuliano Volpe (Professore di Archeologia medievale, Univ. Foggia), Anna Maria Visser (Professore di Museologia, Univ. Ferrara).

Per maggiori informazioni e per votare se sei socio SAMI: http://archeologiamedievale.unisi.it/sami/premio-riccardo-francovich-2020

Read More

Il grande racconto della Storia

Il Festival del Medioevo, ideato dal giornalista Federico Fioravanti, è organizzato dalla Associazione culturale Festival del Medioevo in collaborazione con il Comune di Gubbio, l’affascinante città medievale dell’Umbria che stregò Hermann Hesse: “Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale. E bisogna continuamente persuadersi che invece tutto è lì, fermo e fissato nella pietra”. Un luogo dove si può “sentire con i propri sensi il passato come presente, il lontano come vicino, il bello come eterno”.

Così, a Gubbio, ogni anno, nell’ultima settimana di settembre, studiosi e appassionati sfogliano insieme il grande racconto di dieci e più secoli di storia.

Il tema dell’ultima edizione (settembre 2019) è stato Donne. L’altro volto della Storia: un percorso di incontri e conversazioni intorno alla condizione femminile, alla radice dei pregiudizi e degli stereotipi. Nelle precedenti edizioni la manifestazione ha affrontato temi come La nascita dell’Europa (2015), Europa e Islam (2016), La città (2017) e Barbari. La scoperta degli altri (2018).

Scarica qui il programma dell’edizione 2019

La manifestazione prevede anche molti eventi collaterali (Fiera del libro medievale, mostre, mercati, spettacoli, rievocazioni e attività didattiche).

È una lente posata sul passato per provare a capire meglio l’età presente. E per scoprire con occhi nuovi e senza pregiudizi un’epoca vilipesa e spesso liquidata in modo frettoloso attraverso stereotipi, frasi fatte e incredibili luoghi comuni. Secoli che per pigrizia, ignoranza o comodità, spesso vengono catalogati come “bui” oppure “oscuri”.

Eppure quei mille e più anni che in modo convenzionale definiamo Medioevo, per focalizzare meglio l’Età classica e stabilire l’inizio di quella che chiamiamo Modernità, sono stati il crogiolo della nostra civiltà. Un’epoca di scoperte scientifiche e di innovazioni. Dieci secoli in cui sono nate le lingue d’Europa, le nazioni, le banche e le università.

Lo ha spiegato bene Umberto Eco: “Il Medioevo inventa tutte le cose con cui stiamo ancora facendo i conti, le banche e la cambiale, l’organizzazione del latifondo, la struttura dell’amministrazione e della politica comunale, le lotte di classe e il pauperismo, la diatriba tra Stato e Chiesa, l’università, il terrorismo mistico, il processo indiziario, l’ospedale e il vescovado, persino l’organizzazione turistica: sostituite le Maldive con Gerusalemme e avete tutto, compresa la guida Michelin”.

Gli Incontri con gli autori sono ospitati nel centro Centro Santo Spirito, una costruzione medievale ricavata da un monastero del XIII secolo, a pochi passi dalla centrale Piazza Quaranta Martiri.

Ma tutta la “città di pietra”, dalla meravigliosa Piazza Grande al Palazzo Ducale di Federico da Montefeltro, dal monastero di San Francesco al complesso monumentale di San Pietro, fino ai quattro storici e antichi quartieri, diventa il teatro vivente della manifestazione.

Importanti appuntamenti arricchiscono i cinque giorni del Festival del Medioevo. A partire dalla Fiera del libro medievale, con gli stand sia delle grandi case editrici che dei piccoli editori specializzati, con tutto quello che c’è da leggere per conoscere meglio dieci secoli di storia nell’Italia e nel mondo, fino all’appuntamento Miniatori dal mondo organizzato in collaborazione con la casa editrice Arte Libro unaluna, durante il quale miniaturisti e calligrafi italiani e stranieri trasmettono l’arte degli scriptoria medievali ai tanti appassionati e agli studenti degli istituti artistici.

Il Festival del Medioevo con il focus Il Medioevo fra noi dedica uno spazio particolare anche rappresentazione dell’età medievale nella cultura pop. Una eterna miniera da cui vengono ancora estratti modelli, esempi e identità: un Medioevo immaginato, reinventato, rielaborato, ricostruito e, a volte, anche sconvolto nei nuovi linguaggi della politica, dei films e delle saghe televisive e attraverso le innovazioni dell’architettura, del costume e delle mode. L’appuntamento tematico nasce in collaborazione con l’unico convegno italiano dedicato allo studio del medievalismo, organizzato ogni anno nel mese di giugno a Gradara dal Dipartimento di studi umanistici dell’Università degli studi di Urbino e dal Polo museale delle Marche.

La Tolkien session, organizzata in collaborazione con l’Associazione italiana Studi Tolkeniani, è invece dedicata all’approfondimento dell’opera del grande scrittore britannico autore del “Signore degli anelli” e di altre celebri opere riconosciute come pietre miliari del genere fantasy.

In ogni edizione del Festival del Medioevo una intera giornata è costruita intorno a La scuola dei rievocatori, un evento pensato per valorizzare, attraverso l’analisi e la ricostruzione delle fonti storiche, l’appassionato lavoro di centinaia di associazioni e di migliaia di rievocatori impegnati in ogni regione d’Italia nel far rivivere la storia e le tradizioni del loro territorio. Le esibizioni in abiti storici fanno da contorno all’evento. Il Medioevo dei bambini, ripetuto in diverse giornate, prevede giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli.

Il Festival offre anche mostre, eventi teatrali, recital, concerti di musica medievale, lezioni-spettacolo, laboratori di danza e visite guidate alla scoperta dell’Umbria medievale insieme a spazi particolari dedicati all’artigianato come La piazza dei mercanti e gli Antichi mestieri.

Il Festival del Medioevo gode dei patrocini scientifici della Treccani, del Ministero dei Beni Culturali, dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (Isime), della Società Italiana Storici Medievisti (Sismed), della Società degli Archeologi Medievisti Italiani (Sami), del Centro Studi Longobardi, del Pontificio Consiglio della Cultura in Vaticano e della Fondazione Giancarlo Pallavicini.

Altri patrocini istituzionali sono assicurati dalla Regione Umbria e dalla Regione Lombardia.

Partners per il settore didattico sono la Fondazione Giuseppe Mazzatinti e l’Università Lumsa.

La RAI, con RAI Cultura e i canali RAI Storia e RAI Radio3 è il principale media partner della manifestazione, insieme alle riviste di divulgazione storica MedioEvo e Archeo.Collaborano in modo stabile con il Festival del Medioevo anche Italia Medievale, portale web impegnato da molti anni nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, MediaEvi, pagina Facebook specializzata nell’analisi dei cosiddetti medievalismi, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica, il sito e la casa editrice Enciclopedia delle donne, un’opera collettiva sul web che raccoglie le biografie di donne di ogni tempo e paese e Radio Francigena, la voce dei cammini.

Sostengono la manifestazione il Comune di Gubbio, la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, il Gruppo Azione Locale Alta Umbria (GAL) e la Camera di Commercio di Perugia.Tra gli sponsor principali Colacem, Fondazione Pallavicini, Banco Desio, Visit-Emilia, Città di Lucca, Metalprogetti, Fondazione Mazzatinti, Tecla e New Font.

Il sito della manifestazione e la relativa pagina Facebook @FestivalDelMedioevo (53mila followers) sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.

Il Festival del Medioevo rilascia crediti formativi ai docenti, con diritto all’esonero dal servizio secondo la normativa attualmente in vigore (Direttiva n. 90 del 1° dicembre 2003).

Read More

Non solo Egeria. Le pellegrine di Gerusalemme

L’exploit di studi sulle donne nel Medioevo ha generato, dopo la lezione di Georges Duby, un nuovo soggetto storiografico. Il tema del viaggio al femminile ha attirato l’interesse degli studiosi fino a porsi, a partire dagli Anni Novanta, come proficuo tema di ricerca.

Particolare di una miniatura di Maria Egiziaca, vestita unicamente di biondi capelli, mentre le viene consegnato il mantello del suffragio (Parigi, Yates Thompson 3 f. 287)

Emblematica l’agiografia di Maria Egiziaca, prostituta redenta dal pellegrinaggio in Terra Santa, tramandata, nella versione più antica, dal patriarca di Gerusalemme Sofronio (550-639). La pellegrina, bloccata da una forza misteriosa mentre è in procinto di entrare al Santo Sepolcro, si rivolge alla Vergine, che le indica il punto del Battesimo nel Giordano. Maria Egiziaca attraversa il fiume e inizia, sulla riva opposta, la sua nuova vita eremitica e ascetica. Il pellegrinaggio è un rito di passaggio, purifica e rigenera.

Nel Tardo Antico le donne dell’alta società figurano tra i protagonisti del fenomeno nel momento del suo primo grande sviluppo. Egeria, che scrive e si rivolge alle dominae sorores, appartiene a una classe sociale di alto rango comprovata da vari dati: la deferenza con cui è ricevuta dalle massime autorità religiose; la scorta di soldati e ufficiali imperiali che l’accompagna in alcuni tratti del suo percorso; la durata e i costi del viaggio; l’utilizzo di carri ben attrezzati e di cavalcature; il possesso di un diploma (una sorta di passaporto ante litteram) che le permette di muoversi lungo il cursus publicus. Egeria parte dalla Galizia per un pellegrinaggio che dal Mar Rosso e dall’Arabia la conduce fino ad Antiochia e a Costantinopoli, dopo che era transitata, ovviamente, dalla Palestina. A Gerusalemme la pellegrina descrive con dovizia di particolari le basiliche costantiniane e le liturgie dei Luoghi Santi, trasmettendone l’atmosfera coinvolgente in occasione delle festività.

La fortuna dell’Itinerarium Egeriae costituisce un caso eccezionale nella storiografia sul pellegrinaggio. Il suo diario fu scoperto “appena” un secolo e mezzo fa nella biblioteca della Fraternita di Santa Maria della Misericordia di Arezzo. A un solo decennio dal ritrovamento del codice esistevano già cinque edizioni e quattro traduzioni integrali: russo (1890), italiano (1890), inglese (1891), danese (1896), cui seguirono, negli anni seguenti, quelle in greco, tedesco, spagnolo, francese, polacco, portoghese, romeno, catalano ed ebraico. Si contano persino cinque bibliografie egeriane! Di lei, insomma, molto – forse troppo? -, si è scritto. Pierre Maraval l’accosta ad una scrittrice moderna che, per la personalità e la freschezza con la quale racconta le sue memorie, avrebbe meritato il successo del suo bestseller. Gustave Morin la tratteggia così: ingenua, generosa, riservata, ottimista, dinamica, che si commuove, con spirito di iniziativa, «estroversa», paragonandola ad una miss inglese dei primi del Novecento che viaggia in libertà a dispetto dei limiti e dei pregiudizi che l’opinione pubblica impone al suo sesso. Ma i limiti e i pregiudizi sono forse quelli dell’età di Morin perché Egeria non è né l’unica, né la prima.

L’inventio Crucis eleniana, Biblioteca Capitolare, Vercelli, ms. CLXV, Collectio canonum et conciliorum, 2r, IX sec.

È l’imperatrice Elena ad avviare il pellegrinaggio in Terra Santa nel 326. Concluso il Concilio di Nicea, la madre di Costantino visita Betlemme e Gerusalemme dove, accompagnata dal vescovo Macario, riscopre il luoghi della Passione e – così raccontano Ambrogio e Paolino da Nola – la Vera Croce. Eusebio di Cesarea, che enfatizza il ruolo di Costantino, sottolinea la convergenza tra i desideri della madre e l’operatività del figlio, che avvia la costruzione dell’allora tripartito Santo Sepolcro (basilica a cinque navate, triportico con atrio, Anastasis).

Alla famiglia imperiale appartengono anche le pellegrine Elia Eudocia Atenaide, moglie di Teodosio II; Eudossia, figlia degli stessi Elia Eudocia e Teodosio, che sposerà Valentiniano III; Licinia Eudocia, figlia di Eudossia e Valentiniano; Anicia Giuliana – la committente per antonomasia –, figlia di Placidia la Giovane e Flavio Anicio Olibrio.

Un alone di santità circonda, in particolare, Eudocia. Vi contribuisce il recupero delle reliquie del protomartire Stefano e delle catene di san Pietro, oltre all’intensa attività edilizia. Dopo il matrimonio della figlia Eudossia, celebrato a Costantinopoli il 28 ottobre 437, Eudocia decide di sciogliere un voto: parte in pellegrinaggio attorno al 438-439; si reca una seconda volta in Palestina nel 443 e vi rimane fino alla morte. Lì fonda due monasteri, tre oratori e un convento con annesso ospizio. Finanzia la costruzione della chiesa del Pretorio o Santa Sofia, di San Pietro al palazzo di Caifa, di San Giovanni Battista a sud del Santo Sepolcro e della basilica di Santo Stefano in cui sarà sepolta nel 460.

L’imbarco di santa Paola per la Terra Santa, (Claude Lorrain, Museo del Prado, Madrid, 1639)

Poi c’è la cerchia di Gerolamo. Durante gli anni romani, l’allora segretario di papa Damaso si riunisce sull’Aventino con un gruppo di clarissimae cui inculca l’ideale del distacco dal mondo. La lettera 108 del suo epistolario, datata 404 e nota come Epitaphium sanctae Paulae, è indirizzata a Eustochio dopo la morte di sua madre Paola. Gerolamo rievoca il pellegrinaggio di Paola che giunge al porto di Ostia accompagnata da parenti, amici e servitori. L’imbarco è reso drammatico dalla separazione dagli affetti. La donna cerca di dissimulare l’emozione. Ma la fede che la spinge a partire è più forte di tutto. Paola visita la Palestina e i monasteri dell’Egitto, fonda un ospedale a Betlemme. E nella lettera a Marcella, Paola e Eustochio esortano la destinataria a raggiungerle. Nel farlo, madre e figlia contrappongono la ricchezza e la grandezza di Roma alla parvula Bethleem: Paola aveva vestito abiti di seta, era stata servita dagli schiavi, ora si edifica attraverso le difficoltà del pellegrinaggio e il rigore della vita monastica.

Si colloca alla metà del IV secolo il pellegrinaggio di Melania Seniore. Melania si trovava in Palestina quando, ricevuta la notizia del matrimonio di sua nipote, decide di tornare a Roma. Ma passa poco che, vendute tutte le proprietà, se ne rivà a Gerusalemme, dove fonda un monastero. Anche Melania Iuniore e Piniano conducono una vita di fede opposta al modello mondano di Roma. Coniugi aristocratici cristiani, giunsero dall’Italia nel 410-411 a Tagaste, poi, presi dal richiamo di Gerusalemme, lasciano tutto per la Terra Santa.

Le molte pellegrine che giungono in Terra Santa durante il Basso Impero sembrano dileguarsi alla fine del V secolo. Il Medioevo barbarico ha tramandato figure e resoconti di diversi pellegrini europei, ma non sussistono fonti odeporiche che dettagliano viaggi di donne nei secoli V-X. Ugeburga, non una pellegrina, ma la monaca parente di Willibaldo che ne riporta il resoconto di viaggio nell’VIII secolo, sembrerebbe – se si eccettuano i riferimenti di genere nelle agiografie – l’unica presenza femminile nella storia del pellegrinaggio gerosolimitano durante l’Alto Medioevo.

Dopo l’Anno Mille il quadro d’insieme cambia radicalmente. Anziché scoraggiare il pellegrinaggio, la distruzione del Santo Sepolcro ad opera del fatimide al-Hakim (1009) provoca uno sviluppo del fenomeno, sul medio periodo, connesso anche al nuovo assetto geopolitico della penisola Balcanica che favorisce il percorso terrestre e ad un anelito escatologico sempre intenso tra 1033 e 1099. Non si viaggia più soli o in piccole compagnie bensì in grandi gruppi di pellegrini che in alcuni casi comprendono qualche migliaio di fedeli. Tra questi sono documentate molte donne. Anzi c’è ragione di pensare che molte ve ne siano tra i componenti di quelle moltitudini di cui parla Rodolfo il Glabro anche quando non sono documentate esplicitamente. Uomini e donne, laici e chierici, ricchi e senzaveri partono pellegrini in Oriente. Oppure agguantano una forma surrogata di viaggio sacro, più accessibile e, ai loro occhi, comunque meritoria, andando a visitare le tante Gerusalemme d’Europa che si costituiscono accanto a chiese e cappelle che custodiscono le reliquie di Terra Santa o che semplicemente rinviano, nell’intitolazione, al Santo Sepolcro di Gerusalemme.

I miracoli di San Pantaleone raccontano di come Gida Thorkelsdóttir, moglie di Godwin del Wessex e madre di Araldo II d’Inghilterra, tenne fede alla sua promessa di andare a Gerusalemme dopo la guarigione del figlio che era stato assalito da un orso. Gida si giovò dei migliori mezzi di trasporto, che in parte alleviarono il peso di una fatica comunque enorme e assai prolungata. Ed è anche il caso di Ildegarda. Nel 1046 la contessa d’Angiò va a morire a Gerusalemme «secundum desiderium cordis sui» e chiede di essere sepolta nei pressi della tomba del Salvatore.

Le pie donne al Sepolcro, dall’Apocalisse di Bamberga, Staadtbibliothek, Bamberg, ms. CXL, 69v., c. 1010

Le fonti menzionano pure alcune coppie di coniugi che ripetono, uniti dalla fede, l’esperienza di fede fatta molti secoli prima da Melania e Piniano: Dudone di Dons ed Edwige di Chiny; il catalano Mir Compan che viaggia con la moglie Eliardis e la figlia Adelaide. Ed anche alle Crociate, ogni cavaliere mosse dietro di sé donne, bambini e servitori. Alla Prima, per esempio, parteciparono Rodolfo I de Gäel, conte di Norwich, con sua moglie Emma di Hereford e il loro figlio Alain de Gäel. Ma non sempre è possibile. A volte partire significa lasciarsi tutto alle spalle, anche gli affetti più cari. Un tale Pietro Raimondo, di Vic, fa testamento. Chiede alla consorte di aspettarlo sette anni, a meno che non riceva una comprovata notizia della sua morte, e che nel frattempo non si abbandoni alla turpitudine dell’adulterio.

Quello delle pellegrine è un tema che si estende anche al Tardo Medioevo. Emergono i casi-exempla di Brigida di Svezia e Margery Kempe, entrambe spose e madri che, nella seconda parte della loro vita, scelgono di partire in pellegrinaggio. Brigida, figlia di pellegrini, appartiene a una famiglia dell’alta aristocrazia e può permettersi un seguito di protezione. Dopo la morte del marito – con il quale era già stata a Compostela – decide di recarsi a Roma e a Gerusalemme. La Kempe vive un’esperienza più difficile. Dopo una visione, parte sola, e senza mezzi, per Santiago, Roma e Gerusalemme lasciando un resoconto di viaggio noto come Libro di Margery Kempe.

Nella storia del pellegrinaggio la presenza femminile, non secondaria, sconfessa la convenzionale immagine di “Medioevo maschio”. Pur rilevando, tuttavia, la proficuità del filone di studi, non riusciamo ad individuare una specificità del pellegrinaggio femminile, anche laddove sia possibile definire, come è stato sostenuto, e in riferimento ai secoli successivi, mete prettamente femminili. La storia del pellegrinaggio al femminile si dissolverebbe in un elenco. Una donna medievale non mostra, automaticamente, motivazioni e aspirazioni diverse da quelle degli altri pellegrini. Si rileva piuttosto un tratto peculiare nell’avventura delle matrone romane del Tardo Antico accomunate tra loro, queste sì, non tanto dall’essere donne, ma da un determinato status sociale che permette loro, attraverso la disponibilità di mezzi, di alleviare le fatiche di un viaggio intercontinentale che allora aveva tutti i caratteri dell’intrapresa.

Giuseppe PertaUniversità per Stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabriahttps://medalics.academia.edu/GiuseppePerta

Read More

Borse di studio in memoria di Gennaro Pinna

Gennaro Pinna, esemplare educatore e dirigente scolastico eugubino

Il professore Gennaro Pinna, storico preside del Liceo Ginnasio Mazzatinti di Gubbio è stato per molti lustri un esemplare educatore, molto considerato e stimato dai suoi concittadini. La Fondazione Giuseppe Mazzatinti, partner del Festival del Medioevo, ha bandito, per l’anno 2019, un concorso per due borse di studio dell’importo di €500 ciascuna, dedicate alla memoria del professore, avvalendosi di una donazione messa a disposizione dai familiari.

Le borse di studio, riservate alle studentesse e agli studenti liceali (indirizzo classico) dell’I.I.S. Giuseppe Mazzatinti, che abbiano superato l’esame di Stato 2018 con votazione non inferiore a 90 e che, nel triennio precedente, abbiano meritato una valutazione finale, nelle discipline storico-filosofiche, non inferiore a 8/10, oltre ad essere iscritti al primo anno di un corso di laurea universitario, sono state assegnate a Alessandro Muzi e Chiara Pierotti.

La premiazione avverrà giovedì 26 settembre alle ore 10.00 nella sede della Università Lumsa, in Piazza Giordano Bruno, nel corso dell’appuntamento del Festival del Medioevo dedicato a “La scrittura delle donne”.

Il focus verrà coordinato da Patrizia Bertini Malgarini, direttore del Dipartimento Scienze Umane della Università Lumsa. Cinque le lezioni di storia previste. Lo scrittore e giornalista Arnaldo Casali parlerà di un libro di grande fascino, “Le Ménagier de Paris”, un’opera scritta alla fine del Trecento: un marito attempato, preoccupato per la vita futura della giovane moglie, scrive alla consorte istruzioni e consigli, e arriva persino a suggerirle un futuro insieme a un nuovo marito, quando lui non ci sarà più. Nella stessa mattina Euro Puletti affronterà invece il ritratto di Santuccia dei Terrabotti da Gubbio, una eugubina vissuta nella seconda metà del Duecento. Una vera e propria imprenditrice della fede, fondatrice di molti monasteri tra l’Umbria, le Marche e la Toscana, capace di dialogare sia con il papa del tempo, Clemente IV che con Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro dei Templari. Lo storico Massimo Oldoni illustrerà la figura di Duoda, nobildonna dell’età carolingia, autrice di una celebre opera pedagogica, il Liber Manualis, destinata all’educazione del figlio Guglielmo. “Paleografia al femminile” è il titolo della lezione, incentrata sui documenti vergati da mani femminili, del professor Attilio Bartoli Langeli.La storica e saggista Tiziana Plebani concluderà l’evento del Festival del Medioevo, organizzato in collaborazione con L’Università Lumsa e la Fondazione Mazzatinti con la lezione “Donne con la penna in mano”: un affascinante excursus nella storia della letteratura e delle scritture parallela a quella ufficiale.

Read More

  • Consenso al trattamento dati