Antonio da Padova, francescano per ammirazione

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Sant’Antonio da Padova raffigurato con uno dei suoi attributi, il libro, da Maso di Banco (ca. 1320-1346). Particolare, Metropolitan Museum of Art, New York

Quando i cinque protomartiri francescani – partiti da Assisi con l’obiettivo di raggiungere il Marocco e farsi uccidere per la fede – fecero tappa in Portogallo, scoprirono l’esistenza di un gruppo di seguaci di “Francisco l’italiano”.

Vivevano da oltre un anno nell’eremo di Olivares, un rifugio costituito da rozze capanne di graticci e frasche, ed erano appoggiati e stimati dalla regina Urraca, moglie di Alfonso II.

In quelle giornate portoghesi, i cinque protomartiri (Berardo da Calvi, Ottone da Stroncone, Pietro da San Gemini e Adiuto e Accursio Vacutio da Narni) presero come riferimento il piccolo eremo di Olivares, pur continuando a predicare e a mendicare. E tra i luoghi dove andavano a chiedere l’elemosina insieme agli altri poveri, c’era il convento agostiniano di Santa Croce, dove viveva Fernando Bugliones Martinez da Lisbona.

Incuriosito da quegli strani personaggi arrivati dall’Italia, il giovane agostiniano li aveva trattenuti a lungo per conversare, affascinato dalla loro scelta di vita radicale e votata alla totale povertà.

“In quei giorni – scrive Paolo Rossi in Francescani e Islam, i primi cinque martiri (Intra Tevero Et Arno Editrice, 2001) – nelle ore di chiostro, Fernando era solito raggiungere il romitaggio di Olivares, e osservare con compunzione il particolare fare di frate Berardo e frate Pietro, intenti nella preghiera e nel canto a caratterizzare i cardi che ingentilivano le siepi delimitanti il piccolo rifugio”.

Sant'Antonio e San Francesco di Simone Martini (1322-26), basilica inferiore di San Francesco, Assisi

Sant’Antonio e San Francesco di Simone Martini (1322-26), basilica inferiore di San Francesco, Assisi

“Avrà certamente parlato con i nostri protagonisti, avrà conosciuto la loro speranza di abbracciare il martirio, avrà toccato con il cuore quella suprema letizia che scaturiva da quel loro vivere il Vangelo nella più assoluta integrità. Senza rendersene conto, il giovane canonico nel profondo del suo animo, era già divenuto francescano!”.

La spinta definitiva l’avrebbero data, al loro ritorno, i corpi martirizzati di quei cinque fraticelli umbri. Di lì a poco infatti, attaccate al ferro le bianche e pregiate vesti agostiniane e ritto accanto al sepolcro dei protomartiri, Fernando avrebbe indossato il bigio saio minoritico con il nome di Antonio.

Era il 1220. L’anno successivo, dopo aver conosciuto personalmente Francesco, Antonio si sarebbe stabilito a Padova.

In seguito, Francesco stesso avrebbe scritto ad Antonio una lettera piena di rispetto e molto particolare, nel corso della quale il fondatore dei frati minori compie una rara eccezione alla sua radicale diffidenza per gli studi accademici (inevitabilmente connessi con il potere):

Al fratello Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute.
Ho piacere che tu insegni sacra teologia ai nostri fratelli, purché mentre ti dedichi a questo studio non venga meno in te lo spirito della preghiera e dell’orazione, come è scritto nella Regola”.

Arnaldo Casali

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