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Acerenza, città cattedrale

Acerenza_panoramicaA volerla così, austera e bellissima, fu un monaco benedettino venuto da Cluny. Stretta nel silenzio e nella suggestione della sua cattedrale, Acerenza è un distillato di storia, dove grandiose architetture plasmano il profilo del ripido colle che domina le valli lucane, a metà strada tra il Tirreno e l’Adriatico.

Autentica cittadella murata medioevale, Acerenza si mostra in tutta la sua imponente compattezza a chi proviene dalle Puglie. La solenne cattedrale dell’XI secolo in stile romanico-cluniacense, consacrata all’Assunta e a San Canio, nome gaelico che significa “Magnifico Sorvegliante”, domina il panorama del borgo. Per apprezzarla davvero è meglio passeggiarci intorno, scrutare le mura di pietra antica, i volumi di absidi e torrette che armonizzano con il tessuto urbano e i materiali da costruzione, in accordo con i colori delle facciate e i tetti delle case. E, magari al tramonto, andare alla ricerca dei suoi mille, piccoli segreti prima di varcarne la soglia, nel momento in cui i raggi del sole attraversano il rosone e un fascio di luce intensa colpisce l’altare maggiore. Girandole attorno, fra gli stretti vicoli e le terrazze che aprono scorci sul panorama di dolci colline, la cattedrale svela i suoi primi tesori: incastonati nella trama di pietre millenarie si scoprono marmi di età romana, figure scolpite su lapidi funerarie consunte dal tempo, colonnine di squisita fattura ellenistica. E il meraviglioso portale romanico, dove uomini e animali sono da secoli avvinghiati tra loro.

In età barocca la cattedrale cambiò aspetto: fu rivestita di stucchi, che ne stravolsero spirito e atmosfera, e solo i profondi restauri degli anni Cinquanta tornarono a dare risalto alle sue linee austere. Oggi, ogni prezioso dettaglio è di nuovo visibile: le antiche acquasantiere, le testine di scimmia alla base delle colonne, la suggestiva immagine di Santa Margherita e il drago e il bassorilievo di un satiro intento a suonare lo zufolo.

ScultureSovrana sulla vallata dei fiumi Bradano e Fiumarella, la cattedrale di Acerenza è ancora oggi la chiesa più grande del territorio, capace di ospitare 1200 fedeli e consacrata sede arcivescovile fin dal 1059, anno in cui il Concilio di Melfi sancì l’alleanza tra Vaticano e Normanni del Meridione. Risorse, così com’è oggi, nel 1080 per volere di Arnaldo, abate di Cluny, la più prestigiosa istituzione monastica dell’Europa dell’XI secolo, che era arrivato in Basilicata con i Normanni e il confratello Berengario, diventato poi Priore della Abbazia della vicina Venosa, detta l’Incompiuta.

Nei secoli Acerenza, per la splendida posizione strategica, fu oggetto di contesa tra Longobardi e Bizantini. Il terremoto del 1456 la distrusse quasi completamente, ma venne presto ricostruita e nel 1479 divenne proprietà della nobile famiglia dei Ferrillo.

Lo stemma dei Ferrillo, ripetuto centinaia volte su affreschi e formelle, è anche sul grande sarcofago dietro l’altare: il “Cassone di San Canio”. Agli inizi del Cinquecento, Giacomo Alfonso Ferrillo, il “conte archeologo”, e la sua bella moglie slava, la principessa Maria Balsa, chiamarono a palazzo il maestro Pietro di Muro Lucano e gli commissionarono la realizzazione di una piccola cripta, sotto il presbiterio. A Giovanni Todisco fu dato il compito di affrescarla. Il risultato è un piccolo scrigno di tesori, capolavoro dell’arte rinascimentale interpretata da artisti locali di rara sensibilità.

Acerenza_cattedraleUscendo dalla cattedrale, dopo aver ammirato il palazzo cinquecentesco dell’ex-Pretura con la sua bella romanella mediterranea, ci si può incamminare per i vicoletti del centro storico e soffermarsi sugli splendidi palazzi gentilizi settecenteschi dai portalini in pietra, ornati di sculture semplici o stemmi di antiche famiglie acheruntine.

Su Largo Gianturco si affaccia il palazzo della Curia vecchia, che occupa una parte dei locali dell’antico castello di impianto longobardo, parzialmente ricostruito negli anni Cinquanta. All’altezza di Porta San Canio c’è il settecentesco palazzo Gala, con un cornicione a romanella e portali in pietra scolpita.

L’antichissima Akere osca, che Orazio e Tito Livio chiamarono Acheruntia, “il luogo alto”, è da sempre una fortezza. Edificata per difendere, oggi è presidio di cultura e bellezza, simbolo di una terra che ha ospitato santi, pagani, guerrieri e principi normanni.

Daniela Querci

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